Fu Bettino Craxi, il
primo, in Europa, a denunciare il fenomeno della globalizzazione. E
lo fece con queste parole: “Dietro la longa manus della
cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi
imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente
finanziaria e militare”.
Bettino Craxi, non a
caso, usò il termine “imperialismo”. Quell'imperialismo che,
qualche anno dopo, bombarderà la Jugoslavia e, successivamente,
l'Iraq (con tanto di denunce – da Hammamet – dello stesso Craxi),
la Libia e la Siria. Ovvero tutti Stati sovrani, non allineati e
laico-socialisti.
Fu lo stesso Craxi a
denunciare, da buon socialista, peraltro, il fenomeno padronale
dell'emigrazione di massa, che di lì a poco sarebbe esploso –
causa del globalismo capitalista - proponendo ad esso un argine.
Craxi affermò infatti: “Nel Sud del Mediterraneo le popolazioni
sono soggette a un tasso di incremento demografico che è ancora
troppo alto. Sono iniziate correnti emigratorie e immigratorie che in
assenza di un accelerato processo di sviluppo che abbracci tutta la
riva Sud del Mediterraneo sono destinate a gonfiarsi in modo
impressionante, e saranno delle tendenze inarrestabili e
incontrollabili. Paesi con popolazioni giovanissime, le quali
naturalmente vanno verso le luci, le luci della città, se
noi non accenderemo un maggior numero di luci in quei Paesi.
In realtà le grandi nazioni ricche del mondo non compiono lo sforzo
che viene considerato necessario per ridurre queste distanze, le
distanze sono assai grandi, sono abissali ed è questa ripeto la
grande questione sociale del nostro secolo”.
Craxi fu amico di tutti i
socialisti del Terzo Mondo e li sostenne sempre e in ogni modo:
dall'America Latina sandinista sino al socialismo arabo.
Craxi, da buon
socialista, si immaginava sicuramente un'Europa diversa. Sovrana,
anti-globalista, indipendente da ogni imperialismo, un po' come se la
immaginarono Charles De Gaulle e Jean Thiriart.
Craxi fu defenestrato da
quei poteri forti che non potevano accettare tale visione delle cose
e da quella sinistra post-comunista che, rinnegando gli insegnamenti
di Togliatti, sarebbe diventata la paladina del liberal capitalismo
assoluto. Craxi, invece, fu bollato come un criminale e solo oggi –
di fronte a una destra e a una sinistra capitaliste e padronali - la
sua figura è da molti rivalutata. Craxi fu, in realtà, l'ultimo dei
socialisti europei.
Un po' come Palmiro
Togliatti fu, forse, l'ultimo dei comunisti italiani. E vale la pena
ricordare ciò che egli disse, a proposito dell'importanza della
sovranità nazionale, in un'epoca di messa in vendita di ogni cosa e
di ogni identità: “E’ ridicolo pensare che la classe operaia
possa staccarsi, scindersi dalla nazione. (…) I comunisti non
possono staccarsi dalla loro nazione se non vogliono stroncare le
loro radici vitali. Il cosmopolitismo è una ideologia del tutto
estranea alla classe operaia. Esso è invece l’ideologia
caratteristica degli uomini della banca internazionale, dei cartelli
e dei trust internazionali, dei grandi speculatori di borsa e dei
fabbricanti di armi. Costoro sono i patrioti del loro portafoglio”.
Ecco che Craxi e
Togliatti, pur nella loro diversità ideologica, rappresentarono ad
ogni modo una sintesi degli ideali della Prima Internazionale dei
Lavoratori del 1864, non ancora inquinata dalle dispute fra le sue
correnti interne fra marxisti, socialisti, anarchici, mazziniani.
La Prima Internazionale
fu, con l'esperienza della Comune di Parigi del 1871 (il cui simbolo
fu il garofano rosso) e la Rivoluzione bolscevica del 1917,
l'antitesi rispetto alla borghese e liberal-progressista Rivoluzione
Francese del 1789, che tagliò la testa ai nobili, senza modificare
alcun rapporto di classe, escludendo del tutto il Quarto Stato e
instaurando un regime borghese, ove le diseguaglianze non saranno
affatto sanate.
E' merito del filosofo
francese contemporaneo Jean-Claude Michéa, con il suo “I misteri
della sinistra” ed altri successivi saggi, l'aver individuato la
differenza abissale fra socialismo originario e sinistra. Il primo è
il rappresentante del Quarto Stato, la seconda della borghesia. Il
primo è comunitario e preferisce conservare i valori, fra cui quello
della propria patria di origine, delle proprie tradizioni popolari,
del posto di lavoro fisso e della monogamia; la seconda preferisce
disgregarli, in nome del danaro e della “libertà” di produrre
all'infinito, di consumare, di godere illimitatamente.
Il socialismo si rifà
insegnamenti di Marx, Engels, Bakunin, Proudhon, Mazzini, Garibaldi,
Pierre Leroux, i quali – come rileva Michéa - mai si definirono di
sinistra, ma sempre si batterono contro l'oligarchia
monarchico-aristocratica (la destra) e contro la borghesia
capitalista (la sinistra).
Oggi, in Europa, è molto
facile notare come il socialismo sia del tutto pressoché scomparso.
Pressoché nessun partito maggioritario si rifà a quel tipo di
ideali (in parte solo Jean-Luc Mélenchon in Francia e Jeremy Corbyn
in Gran Bretagna).
In molti, anche quelli
che a parole si dicono “socialisti” e fanno riferimento al
cosiddetto Partito “Socialista” Europeo, sono stati i primi,
dagli Anni '90 in poi, ad aver abbracciato il capitalismo assoluto:
promuovendo leggi di deregolamentazione del lavoro (Loi Travail, Jobs
Act); promuovendo le liberalizzazioni; attuando privatizzazioni
selvagge; appoggiando guerre di sedicente esportazione della
sedicente “democrazia” (Jugoslavia e via discorrendo) e imponendo
sanzioni a Paesi sovrani socialisti (vedi oggi il Venezuela).
Costoro, infatti, lungi
dall'essere socialisti, appartengono alla sinistra. Borghese,
liberal, progressista, ovvero al campo di quello che potrebbe essere
definito il “liberal-capitalismo”.
In questo senso non si
differenziano affatto da coloro ai quali vorrebbero contrapporsi,
ovvero i “liberal-capitalisti” di destra: i vari Bolsonaro,
Salvini, Putin o Macron (quest'ultimo una fusione fra
liberal-capitalismo di sinistra e di destra). I programmi, in termini
economico-sociali, sono infatti i medesimi e a tutto sostegno delle
classi medio alte.
Questo, almeno, quanto
accade in Europa e negli USA, ove nemmeno Bernie Sanders, che pur
presenta un programma in discontinuità rispetto ai “liberal” del
Partito Democratico USA, non può essere definito pienamente un
socialista, ovvero un oppositore del sistema del capitale, del danaro
e del profitto.
Solo in alcune realtà
non allineate, come ad esempio la Cuba di Guevara e Castro, la Libia
di Gheddafi, l'Egitto di Nasser, la Jugoslavia di Tito, l'Argentina
di Peron, il Burina Faso di Sankara, il Sudafrica di Mandela e il
Nicaragua sandinista di Ortega, abbiamo assistito all'avvento al
potere del socialismo originario, con caratteristiche che univano
aspetti autogestionari e di democrazia diretta anche in campo
economico. Così come peraltro fu nella libertaria Reggenza del
Carnaro di D'Annunzio e De Ambriis negli Anni '20 e nell'Unione
Sovietica di Lenin.
Negli ultimo decenni,
solo in America Latina, da Hugo Chavez in poi, abbiamo assistito ad
una rinascita di tali ideali. Chavez ha saputo recuperare gli ideali
emancipatori di Bolivar e quelli di Garibaldi, fondendoli con il
socialismo marxista, cristiano, libertario. E tale vento di
emancipazione soffiò finanche in Brasile, con Lula, in Argentina,
con i Kirchner, il Uruguay con Mujica e in Bolivia con Morales.
Dottrine e realtà diverse, ma simili. Che hanno posto al centro
l'essere umano e – pur nella diversità dettata dalle diverse
realtà economiche, sociali, di cultura e tradizione – hanno saputo
riprendere in mano ideali antichi, attualizzandoli, facendo rivivere
il meglio del socialismo della Prima Internazionale.
Non diverso è il
percorso compiuto dai movimenti panafricani in Africa. Grazie al
socialismo arabo di Nasser e Gheddafi, che hanno tenuto a freno il
fondamentalismo religioso e nazionalizzato le risorse, a beneficio
della collettività; grazie alle lotte di emancipazione di Thomas
Sankara; di Nelson Mandela e di molti altri politici e intellettuali
di ispirazione socialista o marxista.
Non a caso tutti invisi
dai Paesi colonialisti e neocolonialisti d'Europa e Nordamerica e,
come tali, combattuti e spesso drammaticamente uccisi. Ma difesi
dall'allora Unione Sovietica, sino a che ha resistito all'avvento del
globalismo e che ha portato successivamente al potere gli oligarchi.
Da tempo, con Putin, gli
oligarchi sono tenuti a freno, ma di certo la Russia moderna è pur
sempre nelle mani del liberal-capitalismo, “grazie”, si fa per
dire, alle privatizzazioni selvagge e all'innalzamento dell'età
pensionabile volute da Putin, ma combattute da quello che – in
Eurasia – rimane il più grande Partito Comunista, ovvero il KPFR
di Zjuganov. Quello Zjuganov che, tentando di resistere all'avvento
dell'oligarchia, ha costituito – negli Anni '90 - un fronte
nazionalpatriottico contro Eltsin, recuperando gli ideali
nazionalbolscevichi di Niekisch, Mario Bergamo e Thiriart, così come
hanno fatto il filosofo Aleksandr Dugin e lo scrittore Eduard
Limonov, con il loro Partito NazionalBolscevico, aggregando i giovani
sbandanti e post-punk delle periferie post-sovietiche.
Profeti del socialismo
originario, in Occidente, furono Pier Paolo Pasolini, Michel
Clouscard e Christopher Lasch. I primi due furono militanti
comunisti, Lasch fu un intellettuale statunitense, di orientamento
socialista conservatore.
Tutti costoro, ad ogni
modo, denunciarono nel corso degli Anni '70 – in particolare –
l'avvento della società dei consumi. Quella società dei consumi che
si sarebbe imposta dagli Anni '90 in poi, che avrebbe imposto la
globalizzazione denunciata dallo stesso Craxi. Quella società che ha
ormai preso il posto di qualsiasi altro valore della nostra epoca.
Che distrugge l'ambiente, che diffonde precarietà (lavorativa,
sociale, sentimentale), che distrugge le culture e le identità
(imponendo alle persone di emigrare, per trovare spesso un lavoro
sottopagato o non pagato).
Quella società sdoganata
dalla sinistra, che non è altro che l'altra faccia della destra.
Dove continueremo ad
andare a finire, senza più il socialismo ?
Luca Bagatin
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