venerdì 23 settembre 2016

Recensione critica al saggio "La via allegra al socialismo" di Roberto Giuliano. Articolo di Luca Bagatin

Roberto Giuliano è un vecchio amico che già molti anni fa leggevo sul quotidiano “L'Avanti”, quando ancora usciva in edicola.
Roberto è un militante socialista di lungo corso, già attivo nel sindacato della CGIL. Negli ultimi anni è stato vicino al movimento berlusconiano Forza Italia ed impegnato nella Lista Marchini alle elezioni comunali di Roma.
Da Roberto mi dividono molte cose a cominciare forse dal fatto che lui socialista, con il tempo abbia preso una strada a mio avviso molto lontana dal socialismo originario. Diversamente da lui il mio percorso è stato inverso, ovvero, partendo da una formazione politica liberal-radicale e individualista sono approdato ad una visione socialista originaria, comunitaria e autogestionaria.
Roberto ed io proveniamo da generazioni diverse: lui, nato nel 1956, ha vissuto una stagione di sostanziale benessere economico; il sottoscritto, nato nel 1979, ha vissuto e vive nell'attuale epoca liquida, effimera e di precariato endemico: sia in campo economico-sociale che umano. Questo, in sostanza, ha segnato – a mio avviso – un diverso modo di vedere le cose in ambito politico e sociale.
Fatte queste premesse mi sento di fare una recensione critica al suo ultimo saggio, edito dalle Edizione Ponte Sisto, “La via allegra al socialismo” che, a mio avviso, è piuttosto una “via allegra e (sin troppo) ottimistica al liberalismo”.
Ringrazio innanzitutto Roberto per avermi citato ed aver riportato nel saggio un mio articolo in memoria di Bettino Craxi, purtuttavia debbo dire che nel suo saggio rilevo molto poco socialismo e molto liberalismo classico.
Per citare un autore al quale mi rifaccio in toto, ovvero Alain De Benoist, se per liberale si intende tollerante e ostile alla burocrazia, non avrei difficoltà a ritenere positivo tale termine. Purtuttavia il liberalismo, antitesi massima del socialismo, è una dottrina sociale e politica che sdogana l'individualismo e l'egoismo umano e dunque tende ad anteporre il bene del singolo individuo di fronte all'intera comunità. Ciò già di per sé mi fa ritenere il liberalismo economico totalmente incompatibile con il socialismo che, come giustamente citato nel saggio di Giuliano, fu termine coniato da Pierre Leroux.
Mi spiace purtuttavia notare che Roberto Giuliano citi Leroux una sola volta nel saggio, mentre vi siano ampie citazioni di pensatori di matrice liberale e liberista quali il prof. Luigi De Marchi e persino il conte Camillo Benso di Cavour.
Pierre Leroux, figura dimenticata dall'intellighenzia culturale europea, al pari dell'antropologo socialista Marcel Mauss - teorico dell'economia del dono - fu operaio e tipografo, aderente alla Carboneria e colui il quale diede un'anima al termine “socialismo” ravvisandone il carattere alternativo rispetto all'individualismo egoista (borghese ed aristocratico) ed allo statalismo, proponendo dunque una società autenticamente democratica, ovvero fondata sull'autogoverno e l'autogestione.
Questo, in sostanza, il discrimine fondamentale fra il socialismo delle origini ed eventuali altre elaborazioni che hanno via via portato gli ideali socialisti a compromettersi con la borghesia, il progressismo e dunque l'individualismo.
Giustamente Roberto Giuliano richiama nel suo saggio, oltre al già da me citato De Benoist (che però non è affatto un pensatore “di destra” come Roberto lo identifica), anche il filosofo francese Jean-Claude Michéa (che non è affatto un “comunista non pentito” come identificato da Roberto, bensì un ex iscritto al Partito Comunista Francese, fortemente critico nei confronti della sinistra).
Roberto cita questi due pensatori a proposito dell'analisi relativa alla “destra ed alla sinistra”.
Tanto De Benoist e Michéa rilevano infatti come né Marx, né Engels, Proudhon, Sorel, Bakunin e tutti i teorici del socialismo, si siano mai definiti “di sinistra”. La sinistra, infatti, dalla Rivluzione Francese in poi, ha sempre identificato la classe borghese, bottegaia, progressista e industriale contrapposta non solo all'aristocrazia oligarchica della destra, ma anche alle classi popolari e proletarie, rappresentate, appunto, dai socialisti, i quali non erano affatto originariamente rappresentati nelle istituzioni.
Michéa in particolare rileva nel suo saggio “I misteri della sinistra” (da me recensito al link http://amoreeliberta.blogspot.it/2016/02/il-socialismo-non-e-di-sinistra-parola.html) come il socialismo abbia iniziato a snaturarsi allorquando, ai tempi dell'affaire Dreyfus, di fronte al rischio di colpo di stato monarchico e clericale, i ceti popolari, operai e socialisti abbiano accettato il compromesso – detto di “difesa repubblicana” - con la sinistra parlamentare guidata da Adolphe Thiers, ovvero da colui il quale nel 1871 soffocherà nel sangue la Comune di Parigi, unico esempio di governo socialista ed autogestionario dell'800.
Roberto Giuliano nel suo saggio, in sostanza preferisce abbracciare l'idea di un socialismo “di sinistra”, ovvero non più socialismo, ma già liberalismo e capitalismo definito infatti “modello socialdemocratico”, di matrice liberale e borghese, rigettando il concetto di “populismo”, ovvero di quel movimento popolare russo – sorto alla fine dell'800 – a difesa dei ceti popolari e dei servi della gleba.
In questo senso, dunque, che cosa rimane del socialismo ? Poco o nulla. E non c'è da stupirsi se dagli Anni '90 ad oggi (ma già le prime avvisaglie vi furono negli Anni '80) tutti i partiti socialisti, socialdemocratici e di sinistra siano e siano stati i migliori alleati del capitalismo assoluto e precarizzante. Pensiamo ai vari Gonzales, Schroder, Blair, Hollande Schulz e Renzi ed alle loro politiche in linea con i diktat del Fondo Monetario Internazionale, della BCE, ovvero alle loro politiche fatte di: privatizzazioni selvagge; austerità; flessibilità del lavoro; rafforzamento delle élite e conseguente perdita di sovranità popolare; apertura indiscriminata delle frontiere e conseguente sfruttamento della manodopera straniera a basso costo; rafforzamento delle istituzioni europee a scapito delle diversità di ogni nazione e dei rispettivi popoli; politica estera invasiva nei confronti di Stati sovrani – che peraltro ha favorito il terrorismo internazionale come nel caso libico (ciò vale in particolare per la Gran Bretagna di Blair - colpevole peraltro di aver mentito al suo stesso popolo nella faccenda delle armi di distruzioni di massa in Iraq rivelatisi inesistenti – e per la Francia di Sarkozy e Hollande, rea non solo di aver barbaramente fatto uccidere Gheddafi, ma anche di sostenere Paesi legati al terrorismo come l'Arabia Saudita e di aver tentato di rovesciare il governo laico siriano di Assad).
Non è un caso, a mio avviso, che Roberto Giuliano nel suo saggio plauda a Keynes – un economista liberale – ed alle politiche keynesiane della sinistra borghese (ormai non più socialista anche quando dice di definirsi tale) che di fatto, facendo un uso massiccio delle risorse statali, non ha affatto garantito alcuna forma di emancipazione e di autogoverno, ma solo un perpetrarsi del sistema economico capitalista in favore delle imprese e della crescita illimitata e solo marginalmente di quella che diventerà la gran massa di classe media desiderante stigmatizzata dal filosofo Michel Clouscard e da Pier Paolo Pasolini.
Il socialismo originario – quello della Prima Internazionale dei Lavoratori, per intenderci (comprendente non solo marxisti, ma anche anarchici, mazziniani e garibaldini) – mirava non già a perpetrare il sistema capitalistico e nemmeno a statalizzare l'economia, bensì a superarle entrambe, ovvero a socializzare, garantendo la più ampia partecipazione economica, politica e sociale dei cittadini al sistema economico, politico e sociale. Ovvero mirava ad una società democratica negata non solo dal comunismo nella sua accezione sovietica (completamente distante da ogni visione marxista originaria), ma anche e soprattutto da quella capitalistica e liberale, la quale ha da sempre garantito l'accesso democratico unicamente per censo (quanti sono oggi i politici meno abbienti, disoccupati e/o operai ?) o per classe sociale.
Fra le frasi che mi hanno stupito in particolare, nel saggio di Roberto Giuliano, una, ovvero: “le condizioni di vita sociali e civili dei popoli dell'occidente sono in assoluto migliori nel mondo, ma anche di quelle vissute dai loro avi”. Mi stupisce l'eccessivo ottimismo di Roberto ed il suo, a mio avviso, essere disincantato e lontano dalla realtà. Una realtà di una società liquida e precaria, ove i giovani non solo non avrano un futuro (in termini previdenziali, oltre che sociali) in quanto negato dalle politiche restrittive del Fondo Monetario Internazionale e degli organismo sovranazionali, ma nella quale non hanno alcun presente certo, stabile, sereno. E mai come in quest'epoca le coscienze sono più annichilite e spente, grazie a “sfogatoi” mediatici e virtuali quali i cosiddetti “social” network, ovvero la negazione di ogni rapporto reale e sociale. E grazie a bisogni indotti da una pubblicità commerciale sempre più invasiva e pervasiva, sempre più seduttiva e ammorbante, la quale rende i cervelli più giovani sempre più prede del mercato e dunque del lavoro. Di un lavoro ormai precario e sottopagato: quello dei call center, dei lavoretti pagati con i voucher (sic !), dello sfruttamento puro ma mascherato da “opportunità” che, nella realtà, non esistono o se esistono sono unicamente opportunità per le imprese e le multinazionali straniere (siano esse statunitensi, inglesi, cinesi o russe).
E qui, infatti, torniamo al discorso fatto da Clouscard (http://amoreeliberta.blogspot.it/2016/09/michel-clouscard-filosofo-comunista_79.html) a proposito della sostituzione del “principio di realtà” attraverso l'ideologia del desiderio che ha addestrato – attraverso il merketing, la televisione e un sistema scolastico-educativo distrutto ad hoc - la nuova classe media a consumare sempre di più, distaccandosi così da valori semplici e antichi, dalla propria cultura originaria e dal senso di realtà, identità, affettività e stabilità.
Ecco dunque che occorrerebbe un ritorno al socialismo vero e autentico, capace di porre un freno ed una critica radicale al liberalismo, al progressismo, al consumismo, alla crescita illimitata, al precariato. E non è affatto utile tentare di “riformare il capitalismo” come ravvisa l'amico Roberto Giuliano, in quanto equivarebbe a tantare di “riformare un virus” anziché debellarlo. Il capitalismo è il virus: la cura è il socialismo e la democrazia partecipativa, ovvero il superamento del capitalismo per approdare all'autogestione ed all'autogoverno. Come prospettato dal già citato Pierre Leroux.
Altra riflessione che mi ha stupito del saggio di Roberto Giuliano è quella relativa al colonialismo, nel punto in cui egli scrive che esso ha portato la modernità nelle società mediorientali, una modernità preferibile rispetto alle società tribali. In questo senso mi permetto di consigliargli la lettura del “Saggio sul dono” dell'antropologo socialista Marcel Mauss, il quale in realtà spiega quanto lungimirante e naturale fosse il sistema fondato sul dono tipico delle società arcaiche e come questo sia stato stravolto proprio da questa ondata violenta di modernità individualistico-egoista.
Il colonialismo in particolare, lungi dal modernizzare civiltà antichissime e forse superiori intellettualmente rispetto a quelle occidentali, ne ha fatto strage. Le ha schiavizzate, colonizzate, private della loro indentità ed oggi, con la deportazione di massa benvoluta dalle grandi imprese, chiamata “immigrazione”(fomentata dal commercio delle armi e dalle politiche di indebitamento dei Paesi poveri imposte dal Fondo Monetario Internazionale) le ha completamente sradicate. Così come i contadini delle società rurali erano “costretti” dalla modernità a trasferirsi nelle città, sradicando così la loro identità e cultura, i loro usi e costumi, aprendo così all'urbanizzazione selvaggia, al livellamento intellettuale, ad un modernismo fondato sul consumismo, ovvero sull'omologazione e sullo sfruttamento (si vedano gli scritti di Pier Paolo Pasolini in merito).
Sull'Islam, così stigmatizzato da Roberto Giuliano, vanno dette alcune cose che Roberto omette. Prima di tutto esso non è univoco. Roberto ne fa una questione di “islam moderato” o meno, secondo una vulgata arcinota in Occidente chiamata “scontro di civiltà”, sdoganata dal politologo statunitense Samuel Huntington. Uno scontro, invero, inesistente. Sarebbe infatti corretto parlare piuttosto di una percezione diversa delle identità. Quella islamica è una civiltà che mantiene una forma idenitaria molto forte, legata alle origini, ovvero agli usi e costumi originari. Una forma di società spirituale che il nostro Occidente sembra aver perduto, per abbracciare il dio danaro, il dio capitale, il dio consumo. L'Occidente avrebbe molto più da imparare dall'Islam di quanto creda.
L'Europa, fondata non già su radici giudaico-cristiane, bensì pagane e solo successivamente cristiane, sembra temere l'Islam proprio perché non ha più una sua identità originaria né spirituale. Ha sostituito gli antichi miti, gli antichi culti ed usi e costumi anche rurari, con modelli inculturali, privi di radici e di cultura. Il modello statunitense e consumista ha sostituito una cultura millenaria. E' di questo che ci si dovrebbe piuttosto preoccupare prima di aprire ad un indiscriminato multiculturalismo che, nei fatti, è solo un ulteriore snaturamento delle identità proprie ed altrui in linea con il sistema capitalistico-livellatore-consumista che ci vorrebbe tutti uguali, desideranti, pronti a venderci (si veda il sistema della prostituzione, che è solo una metafora della società di mercato) per uno smartphone o per un'apparizione televisiva !
A proposito del mondo islamico trattato nel saggio di Roberto Giuliano, mi stupisce che egli non faccia alcun accenno al socialismo arabo, profondo esempio di laicità sia in Nord Africa che in Merioriente, contrapposto al fondamentalismo islamico.
Il socialismo arabo, infatti, quello di Nasser, Michel Aflaq, degli Assad, di Arafat e Gheddafi, fu eminente esempio di socialismo delle origini e meriterebbe un capitolo corposo e spiace che Roberto non lo citi affatto, quasi dimenticandolo.
Da notare che il Partito Ba'ath, fondato dal siriano Michel Aflaq - il quale studiò per molti anni a Parigi all'Università la Sorbona - si rifaceva in toto alla visione sociale e risorgimentale di Mazzini e Marx, ovvero alla Prima Internazionale dei Lavoratori nata in Europa. Non a caso il suo nome completo è Partito del Risorgimento Arabo e Socialista.
Il socialismo arabo, in tutte le sue pur diverse declinazioni, ma comunque legate al ceppo originario di matrice anarco-socialista, è sempre stato fondato sull'economia del dono, sulla lotta all'ateismo ed al materialismo, sull'equità distributiva, sul diritto di ogni membro della società di partecipare ai frutti del reddito nazionale e sulla sovranità nazionale.
Il socialismo arabo, forse non a caso, fu aspramente combattuto dagli Stati Uniti d'America sia in funzione antisionista che antisocialista e antisovranista, al punto che gli USA arrivarono a finanziare apertamente Stati e guerriglieri di matrice fondamentalista islamica (Arabia Saudita in primis).
Ecco dunque che gli ideali di Nasser saranno presto spazzati via in Egitto grazie all'Occidente e così la Jamahiria Araba Libica Popolare Socialista fondata da Mu'Ammar Gheddafi, ovvero il tentativo di fondare una democrazia partecipativa diretta delle masse libiche, oggi sostituita da una terra di nessuno, preda del terrorismo e del capitalismo occidentale.
Da notare che un grande socialista e sovranista come Bettino Craxi fu un grande finanziatore dell'Organizzazione di Liberazione della Palaestina del socialista arabo Arafat, così come sostenitore di ogni causa anticolonialista, sovranista e di liberazione nazionale.
Penso che ci sia poco, dunque, di che essere allegri come vorrebbe “La via allegra al socialismo” di Roberto Giuliano.
Il presente ed il futuro sono tutt'altro che rosei e lastricati di buone intenzioni, un po' come il liberalismo che non è, a differenza del socialismo, libertà dal bisogno, ma libertà del ricco di sfruttare il povero e la comunità. Così come non può esistere un vero diritto (civile, umano...come va di moda definirlo oggi) senza il rispetto e la presa di coscienza dei doveri nei confronti della comunità e della patria, così come ci insegnò infatti Giuseppe Mazzini.
Non c'è da stupirsi, direi, se oggi il dibattito pubblico offre da tempo un teatrino triste, privo di agganci con la Storia, la cultura e la realtà. Se ci si riduce ancora una volta a contrapposizioni assurde quali fascismo e antifascismo e comunismo e anticomunismo in assenza sia di fascismo che di comunismo. Se ci si ritrova a denigrare un fantomatico “populismo” senza ricordare che il populismo fu, nell'800, un movimento di emancipazione delle classi popolari. Se le coscienze sono annichilite e la sinistra è diventata la peggior destra capitalista e se l'ideologia imperante è fondata sul diritto e non sul dovere; sull'individuo e non sulla comuntà; sulla precarietà e non sulla stabilità; sulla fugacità dei rapporti e non sull'affettività e la solidità dei medesimi.
Un ritorno al socialismo delle origini, oltre la destra e la sinistra, sul modello del Socialismo del XXI secolo latinoamericano sarebbe quanto di più auspicabile possibile. Possibilmente fuori dai partiti e dai parlamenti: per una civiltà fondata sul dono, l'autogoverno e l'autogesione. Ovvero sulla democrazia diretta e partecipativa.

Luca Bagatin

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