sabato 16 maggio 2026

Contro l’embargo USA, anche la Russia rilancia il sostegno a Cuba. Articolo di Luca Bagatin

 

Mentre il regime di Trump continua a voler soffocare Cuba, inasprendo l'ideologico embargo che dura dal 1962, imponendo dazi ai Paesi che le vendono petrolio e introducendo misure restrittive alle banche straniere che collaborano con essa, oltre che agli operatori economici che vorrebbero investire a Cuba, la Russia ribadisce la sua volontà di continuare ad assistere l'Isola caraibica.

Un sostegno che si aggiunge a quello già garantito da Cina, Brasile, Messico, Colombia e Spagna.

Il Ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, incontrando il suo omologo cubano Bruno Rodriguez, alla riunione dei Ministri degli Esteri del gruppo BRICS a Nuova Delhi, ha ribadito la disponibilità della Russia di fornire a L'Avana il “necessario sostegno politico, diplomatico e materiale in un contesto di escalation senza precedenti”, confermando inoltre la posizione russa favorevole alla cessazione immediata dell'embargo economico, commerciale e finanziario statunitense imposto a Cuba. Una posizione sostenuta da tempo anche da Repubblica Popolare Cinese, Brasile, Messico, Colombia e Spagna.

Durante la riunione dei Ministri degli Esteri dei Paesi BRICS, il Ministro Rodriguez ha denunciato il regime statunitense anche per la minaccia di attacco militare diretto contro il Paese.

Secondo il rapporto del Ministero degli Esteri cubano, i danni causati dall'embargo statunitense hanno superato i 170 miliardi di dollari.

Luca Bagatin

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giovedì 14 maggio 2026

Trump a Pechino: il tramonto dell’unilateralismo statunitense. Articolo di Luca Bagatin

E alla fine Trump – sconfitto da un Iran che resiste; non in grado nemmeno di far cambiare governo al Venezuela (nonostante il rapimento del suo legittimo Presidente) e alle prese – come ricorda l'ottimo Pino Arlacchi nel suo articolo su Il Fatto Quotidiano - “con un deficit commerciale bilaterale di quasi mille miliardi di dollari, dazi che hanno aumentato i prezzi americani senza ridurre le importazioni cinesi, e un apparato militare che i wargames del Pentagono descrivono come perdente in una guerra contro la Cina”, andò a Pechino e elogiò, giustamente, il Presidente cinese Xi Jinping, definendolo, più volte, un “grande leader”.

La Repubblica Popolare Cinese, del resto, è sempre stata aperta al dialogo e alla cooperazione e, dunque, dialoga anche con Trump e di buon grado, offrendogli anche un banchetto di benvenuto nella Grande Sala del Popolo.

Il Presidente Xi ha sottolineato che la relazione fra Cina e Stati Uniti è la più importante nel mondo di oggi e ha sottolineato, in merito: “Dobbiamo farla funzionare e non rovinarla mai”, spiegando che ogni possibile scontro fra entrambe le parti porterebbe alla sconfitta di entrambe, mentre la cooperazione fra le due parti garantisce, a entrambe, mutuo vantaggio.

Xi ha sottolineato, ancora una volta, come le parti debbano assumersi la responsabilità storica e guidare la nave delle relazioni sino-statunitensi in modo fermo, volto a garantire pace, stabilità, prosperità e progresso nel mondo.

Trump, del resto, si è trovato concorde su tutta la linea.

Relativamente all'incontro fra i due leader, è intervenuto anche il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, il quale, in conferenza stampa, interpellato dai giornalisti, ha spiegato le linee guida della stabilità nelle relazioni sino-statunitensi: “”Stabilità strategica costruttiva” significa stabilità positiva con la cooperazione come pilastro, stabilità sana con competizione entro limiti appropriati, stabilità costante con divergenze gestibili e stabilità duratura con una pace auspicabile”.

Relativamente alla questione di Taiwan, il portavoce ha spiegato come il Presidente Xi, durante i colloqui con Trump, abbia sottolineato che essa deve essere gestita in modo corretto, in caso contrario i due Paesi potrebbero scontrarsi ed entrare in conflitto.

Egli ha spiegato come la salvaguardia di pace e stabilità nello Stretto di Taiwan rappresenti il comune denominatore fra Cina e Stati Uniti.

Taiwan, del resto, storicamente e come stabilito anche dalla risoluzione ONU nr. 2759 del 25 ottobre 1971, votata ad ampia maggioranza, è parte integrante della Repubblica Popolare Cinese, che ne è l'unica legittima rappresentante.

Tale incontro sembra, una volta di più, mostrare al mondo come siamo entrati a pieno titolo nell'era multipolare, ovvero alla fine del dominio unilaterale dell'Impero statunitense e dei suoi alleati e satelliti in UE e non solo.

Un Impero che, ancora oggi, vorrebbe fare la voce grossa, usando i soliti vecchi strumenti suprematisti bianchi e neo-colonialisti, ma che ormai si scontrano con popolazioni e Paesi con sistemi differenti e che rappresentano la maggioranza del mondo e che non accettano più di essere sottomessi al suprematismo bianco occidentale liberale e capitalista.

Paesi che, con la loro capacità di resilienza/resistenza, oculatezza nella gestione politica e economica e con la capacità di usare il sistema capitalista non già per l'egoismo di pochi, ma a beneficio delle comunità, come sta facendo da decenni la Repubblica Popolare Cinese, oggi stanno ampiamente surclassando il cosiddetto Occidente.

Occidente che, nel corso degli ultimi decenni, in particolare, ha fatto di tutto per auto-sabotarsi, con sanzioni controproducenti e controproducenti sostegni a autocrazie corrotte, nazionaliste, colonialiste e separatiste.

I fatti stanno parlando da tempo e Trump, che in un primo tempo pensava di mettere i bastoni fra le ruote alla Cina e ai BRICS, con le sue assurde e controproducenti mosse in Venezuela, Iran e dazi vari, si sta ritrovando con il cerino in mano e, probabilmente, visto l'esito dell'incontro a Pechino, ne sta prendendo atto.

Del resto, se da una parte abbiamo una potenza – la Cina – che ha saputo imparare dai suoi errori, nel corso della sua Lunga Marcia, dal 1949 ad oggi, pianificando, ragionando, creando sinergie, partnership, cooperazione e lavorando a beneficio della comunità, nazionale e globale, dall'altra abbiamo Paesi liberal capitalisti che ragionano come ai tempi della Guerra Fredda. Che economicamente arrancano, si auto-sabotano, elevano muri, sanzionano chi non la pensa come loro, si deindustrializzano, non sono in grado né soprattutto vogliono dialogare e porre attenzione alle ragioni di tutte le parti in causa nei conflitti. Conflitti spesso iniziati e innescati da loro stessi.

Mentre la Cina, da decenni, cerca di guidare e emancipare i Paesi del Sud del mondo (cooperando con essi, togliendo i dazi), nei Paesi liberal capitalisti si esalta l'immigrazione come fenomeno positivo, perché gli immigrati fanno lavori che “gli europei non vogliono più fare” (ma, in realtà, sarebbe bene che ricomincino a fare e che siano anche pagati adeguatamente e non sottopagati come avviene ora!).

Senza comprendere che l'immigrazione e il conseguente sfruttamento degli immigrati è fenomeno drammatico, causato spessissimo da guerre fomentate da un Occidente guerrafondaio e colonialista. Fenomeno che di positivo non ha proprio nulla.

L'unico aspetto positivo dovrebbe essere l'emancipazione dei Paesi del Terzo e Quarto Mondo e la cooperazione internazionale. Così come un'economia fondata sulla produzione e lo scambio di beni reali (e non sulla finanza internazionale e l'oligarchia di pochi) ed un settore pubblico efficiente, che pianifichi e che ponga la comunità al primo posto, ovvero che investa in formazione, ricerca, sanità e istruzione pubbliche. Non in sciocchi riarmi che servono solo a chi si rifiuta di fare i conti con la propria Storia e con il proprio suprematismo bianco “liberale”, ma che con la libertà non ha nulla a che spartire e che sicuramente è opposto alla democrazia, che è il primato della comunità, della sovranità, indipendenza e eguaglianza di tutti i cittadini che la compongono.

Luca Bagatin

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lunedì 11 maggio 2026

Dall'Iran all’Africa: la strategia cinese contro l’unilateralismo statunitense. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 6 maggio scorso, a Pechino, il Ministro degli Esteri iraniano Seyyed Abbas Araghchi ha incontrato il Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi.

Il Ministro Araghchi ha spiegato che l'Iran intende tutelare fermamente la sua sovranità e dignità nazionale e ha condannato l'attacco illegale di Stati Uniti e Israele contro il suo Paese, spiegando come le crisi politiche vadano affrontate con mezzi pacifici e non militari.

Egli ha altresì affermato di condividere le proposte del Presidente cinese Xi Jinping, volte a promuovere pace e stabilità in Medio Oriente e ha elogiato la Repubblica Popolare Cinese per essersi posta dalla parte giusta della Storia e per il suo atteggiamento costruttivo, volto a risolvere pacificamente la crisi in atto.

Il Ministro iraniano ha, inoltre, affermato come la Cina sia partner strategico dell'Iran e tale continuerà ad essere.

Il Ministro cinese Wang Yi ha sottolineato la posizione della Cina, volta alla promozione della pace e alla facilitazione dei colloqui fra le parti, ribadendo come sia una priorità il cessate il fuoco e il rispetto dei negoziati, volti a salvaguardare sovranità e sicurezza nazionale dell'Iran.

Egli ha altresì ricordato le preoccupazioni della comunità internazionale relative alla necessità del ripristino del normale e sicuro passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz ed ha apprezzato l'impegno iraniano di non sviluppare armi nucleari, pur ritenendo legittimo diritto dell'Iran l'utilizzo pacifico dell'energia nucleare.

Il Ministro Wang ha anche esortato al dialogo fra Iran e Paesi del Golfo, volto a raggiungere rapporti di buon vicinato e alla creazione di una regione pacifica, sicura e stabile.

In tal senso ha spiegato come le proposte del Presidente Xi Jinping siano dirette in tal senso e mirino alla costruzione di “quattro patrie condivise”, in dialogo fra loro.

Egli ha, inoltre, ulteriormente criticato l'aggressione militare degli Stati Uniti e di Israele contro l'Iran che è avvenuta in aperta violazione del diritto internazionale.

La Repubblica Popolare Cinese, rafforzando ulteriormente la cooperazione e la sinergia con i Paesi del Sud del mondo, dal 1 maggio scorso, ha deciso di applicare un trattamento tariffario pari a zero nei confronti dei 53 Paesi africani con i quali intrattiene relazioni diplomatiche.

Una politica, dunque, diametralmente opposta rispetto a quella che il regime statunitense riserva ai suoi partner europei.

Luca Bagatin

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sabato 9 maggio 2026

Il 9 maggio 1945 e la memoria dimenticata dell’Europa. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 9 maggio 1945, data che segnò la vittoria dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche contro il nazifascismo hitleriano e fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa, dovrebbe essere celebrata e ricordata non solo in tutte le Repubbliche post-sovietiche, ma anche in tutto il resto d'Europa.

E ciò per ricordare e celebrare il contributo dato dai 27 milioni di cittadini sovietici, ma anche di altre nazionalità dei Paesi dell'Est europeo, fra civili e soldati, che diedero la loro vita per abbattere una delle più sanguinarie e genocide dittature al mondo.

La Giornata della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica, oggi celebrata particolarmente in Russia, ma anche in Slovacchia, Bulgaria, Serbia, Montenegro, Bosnia e Erzegovina, Israele e Bielorussia, dovrebbe unire e non dividere.

Il neo Premier bulgaro, Rumen Radev, trionfatore delle elezioni di aprile, con il partito di ispirazione socialista democratica e populista di sinistra “Bulgaria Progressista”, sui social, ha dichiarato, riferendosi ai caduti bulgari in quell'occasione:Il 9 maggio è soprattutto una giornata di omaggio alla memoria dei soldati bulgari della Seconda Guerra Mondiale, alle milioni di vittime che, con la loro morte, hanno fermato l'avanzata del nazismo in Europa. Il conflitto più sanguinoso del XX secolo ha segnato la vita di intere generazioni e la sua fine ha aperto la strada al rifiuto dell'uso della forza nel Vecchio Continente. Il Giorno della Vittoria ha aperto le porte alla Giornata dell'Europa e alla speranza di uno sviluppo pacifico dei Paesi europei. Pertanto, l'Unione Europea ha oggi l'enorme responsabilità di fermare lo spargimento di sangue in Ucraina e in Medio Oriente. L'UE deve avere non solo una leadership morale, ma anche la volontà di essere un fattore di pace in Europa e nelle regioni limitrofe”.

Dello stesso tenore anche il socialista democratico slovacco Robert Fico, il quale, ricordando i caduti slovacchi, si è recato anche a Mosca per le celebrazioni.

Tale ricorrenza, assieme a quella del 27 gennaio 1945, giornata nella quale i soldati sovietici liberarono il campo di sterminio nazifascista di Auschwitz, dovrebbe essere scolpita nella Storia europea.

Non essere pretesto, come fa oggi Berlino, per vietare simboli e canti sovietici, aspetto che purtroppo richiama a un tragico passato.

Occorre “riunire ciò che è sparso”, scrivevo di recente, assieme all'amica Paola Bergamo in un lungo articolo (https://amoreeliberta.blogspot.com/2026/04/ritrovare-i-sentieri-perduti-del-mondo.html) nel quale, fra le altre cose, auspicavamo la nascita di “Una nuova NATO intercontinentale, sicuramente europea”, capace di includere sia la Russia che la Cina, “anche considerando che la Russia è Europa e che entrambe sono Eurasia e, a tutti gli effetti, non solo rappresenterebbero il ricompattamento dell’Heartland che spaventa a morte gli statunitensi, ma di fatto sia Russia che Cina, assieme, hanno combattuto e stanno combattendo l'Islam radicale”.

Male, molto male, ha fatto l'UE a non porsi quale cerniera fra l'Est e l'Ovest, includendo la Russia nel sistema europeo come peraltro già a suo tempo caldeggiato dall'ex Ministro degli Esteri Gianni De Michelis in tempi non sospetti e, successivamente, forse anche consigliato dallo stesso De Michelis, da Silvio Berlusconi.

Male, molto male, ha fatto l'UE a non porsi quale cerniera di dialogo e di diplomazia, anziché cedere ai desiderata dei Presidenti statunitensi di turno, troppo spesso russofobi e così i loro Paesi satellite in Europa.

Male, molto male, ha fatto l'UE a sanzionare la Russia, di fatto, auto-sanzionandosi, specie nel settore energetico.

Molte vite si sarebbero risparmiate e si risparmierebbero, se si ricercasse, senza pregiudizio, la verità dei fatti, tanto dal punto di vista storico che geopolitico e a partire dal drammatico crollo dell'URSS (realtà pluri-nazionale nella quale convivevano, pacificamente e nel socialismo, popoli differenti), causato tanto dall'esterno quanto dall'interno.

In proposito, è molto interessante il punto di vista di Egor Ligaciov, che fu figura chiave del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS) nel periodo gorbacioviano e del cui saggio fondamentale ho scritto diffusamente in un articolo, leggibile anche a questo link: https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/02/egor-ligaciov-il-riformista-leninista.html

Ligaciov, nel suo saggio pubblicato in Italia nel 1993, dal titolo “L'enigma Gorbaciov”, ravvisa già allora la diffusione dei nazionalismi di estrema destra, a seguito della disgregazione dell'URSS: “Il Paese è a un bivio. Il problema è questo: o tutto ciò che è stato raggiunto, con sforzi enormi di tante generazioni, sarà conservato e sviluppato sulla base del vero socialismo, o l'Unione Sovietica cesserà di esistere e al suo posto si formeranno decine di Stati con regimi diversi.

In Lituania i nazionalisti borghesi hanno preso il sopravvento, la repubblica sta andando alla deriva e si avvicina all'occidente. Nella stessa direzione vogliono andare Estonia e Lettonia. In alcune regioni occidentali dell'Ucraina il potere è passato nelle mani dei nazionalisti. Nel Caucaso è in corso una guerra fratricida. L'alleanza socialista in Europa si è spezzata, il paese perde i suoi amici mentre si rafforzano le posizioni dell'imperialismo.

I conflitti etnici, gli scioperi, le forze disgregatrici non tengono conto delle leggi, del Soviet supremo e dei decreti del presidente, rendendo impossibile la realizzazione della riforma economica.

Bisogna convocare il Plenum del Partito e elaborare misure urgenti e concrete per battere le forze antisocialiste e separatiste, riordinare le fila dei comunisti e rafforzare l'integrità territoriale dell'URSS”.

Da dire anche che Ligaciov era ben consapevole e fu fra i primi a ravvisarlo, che era necessario sviluppare un socialismo democratico in URSS, che l'avrebbe definitivamente salvata. In tal senso egli scrisse: “Sono convinto che il socialismo sia una delle vie che conducono al progresso universale. Come intendo io il socialismo? Una società in cui si dà priorità all'uomo e alla democrazia. La base economica del socialismo è la proprietà sociale dei mezzi di produzione, ma in forme differenziate: l'uomo vi diventa comproprietario, e vi convivono pianificazione e libero mercato.

La base politica di questo regime sono i Soviet a tutti i livelli e uno Stato di diritto. Sul piano morale è una società in cui nei valori socialisti trovano posto sublimandosi i valori individuali; sul piano sociale è un regime di giustizia sociale, privo di oppressioni e ingiustizie, una società in cui non esiste la disoccupazione e in cui a ciascuno viene garantito il diritto al lavoro”.

Sappiamo bene come sono andate le cose. Sappiamo bene che hanno prevalso i traditori del socialismo e che, nonostante la maggioranza dei cittadini sovietici avesse votato per la conservazione dell'URSS, al referendum del marzo 1991, essa ha finito per disgregarsi, andando in pasto a mafie, oligarchie, lacchè ultra-liberali, nazionalismi vari. Le popolazioni ne furono ulteriormente impoverite, lasciate in balia di tali forze e spesso spinte le une contro le altre.

E siamo ancora lì. Ma non abbiamo fatto i conti con la Storia.

La Storia è importante perché da essa si può e si dovrebbe imparare. Essa non andrebbe mai sostituita dall'ipocrisia, dall'ideologia, dal razzismo, dalla convenienza economica dei pochi.

Sarebbe, infatti, il momento di riunire ciò che è stato sparso. Di riunire ciò che è stato diviso. Di ricominciare a parlare, anche in Europa, al posto di censure, sanzioni e lockdown energetici, di socialismo e di democrazia.

Utopia, forse?

Luca Bagatin

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venerdì 8 maggio 2026

La fine dello pseudo laburismo: la Gran Bretagna punisce Starmer e cerca una nuova sinistra. Articolo di Luca Bagatin

 

Come volevasi dimostrare, per l'ennesima volta, quando i socialisti/laburisti sono infiltrati o annacquati da programmi, propositi o candidati di matrice liberal capitalista e guerrafondaia, vengono clamorosamente sconfitti.

Ciò accade da tempo ormai in tutta Europa e, in Gran Bretagna, questa è da tempo diventata la regola.

Non stupisce, dunque, la sonora batosta del Partito Laburista del Premier Keir Starmer alle elezioni amministrative britanniche del 7 maggio, che ha perduto oltre 700 consiglieri.

Elezioni che hanno visto primeggiare il partito sovranista e euroscettico Reform Party di Nigel Farage (oltre 900 consiglieri in più) e ottenere ottimi risultati anche ai Verdi di Zack Polanski (oltre 200 consiglieri in più) e qualche seggio in più lo hanno conquistato anche i Liberaldemocratici (85 seggi in più).

Pessimi nei risultati, assieme ai “laburisti”, anche i Conservatori, che hanno perso oltre 400 consiglieri.

Farage ha parlato di “svolta storica”, Starmer, pur deluso, ha dichiarato – democristianamente - di non volersene andare dal governo.

Soddisfazione da parte di Zack Polanski, leader verde eco-populista (nel senso più positivo del termine), il quale ha dichiarato che il sistema bipartitico è morto e sepolto. La sua piattaforma, fondata su difesa dell'ambiente; tasse sulle ricchezze; equa distribuzione delle risorse; critica nei confronti dei crimini del regime di Netanyahu contro il popolo palestinese; richiesta di uscita dalla NATO della Gran Bretagna e priorità alla diplomazia per la risoluzione delle controversie internazionali, sta ormai da tempo occupando il posto di quella che un tempo era la politica socialista/laburista autentica.

Soddisfazione anche da parte del Partito dei Lavoratori della Gran Bretagna (WPB) di George Galloway (ex laburista), che – pur non essendo considerato fra i maggiori partiti - è riuscito ad ottenere alcuni eletti alla carica di consigliere.

Si è dichiarato soddisfatto anche l'ex leader laburista, Jeremy Corbyn, oggi deputato indipendente e fondatore del socialista Your Party, il quale aveva invitato a sostenere i candidati socialisti indipendenti che si fossero battuti contro i tagli alla spesa pubblica, contro gli speculatori edilizi e in favore della causa del popolo palestinese.

Al momento, in Gran Bretagna, posto che il Partito Laburista non è più laburista da tempo, esistono almeno tre piattaforme di sinistra che hanno programmi molto simili e convergenti.

Quella di Polanski, quella di Galloway e quella di Corbyn.

Se riuscissero ad unirsi potrebbero, non solo surclassare le politiche ultra liberali e guerrafondaie di Starmer e dei Conservatori, sempre più in caduta libera, ma diventare una seria alternativa al Reform Party, che di sociale non ha proprio nulla.

La Gran Bretagna, dunque, punendo “laburisti” e conservatori, ha scelto per la sovranità e l'indipendenza.

Ora occorrerà capire se vorrà scegliere anche di stare dalla parte della giustizia sociale e, se questa, sarà rappresentata da una voce unica, di ispirazione ecologista, democratico-populista e socialista.

Luca Bagatin

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giovedì 7 maggio 2026

Evita Peron, a 107 anni dalla nascita: amore, giustizia sociale e rivoluzione popolare. Articolo di Luca Bagatin

 

Sono passati 107 anni dalla nascita di Maria Eva Duarte de Peron, per tutti e per sempre Evita. Soprattutto per coloro i quali l'hanno amata. Il popolo dei descamisados argentini in primis.

E così, ancora oggi, la ricordano e celebrano.

Figlia illegittima di Juana Ibarguren, nata poverissima il 7 maggio 1919 a Los Toldos, estrema periferia argentina, Evita imparò presto a conoscere le difficoltà della vita e a pagare il prezzo dell'essere poveri nell'Argentina degli Anni '30.

Nel 1936 esordirà in teatro e da allora intraprenderà, pur con scarso successo, la carriera di attrice e, con maggiore successo, negli Anni '40, l'attività radiofonica.

Solo l'incontro con il Generale Juan Domingo Peron, nel 1944, le permetterà di comprendere la sua vera vocazione. Quella per la politica e per le attività sociali. E da allora la sua vita cambierà per sempre, assieme a quella dei suoi descamisados, ovvero i più poveri fra i poveri d'Argentina.

Con la vittoria alle elezioni del 1946 di Peron con il 53,7% dei consensi, nelle fila del Partito Laburista, Evita si insedierà al Ministero del Lavoro e si occuperà di diritti degli anziani, delle donne, dei bambini e, attraverso la Fondazione da lei istituita (e ancora oggi attivissima), si occuperà di assistenza sociale, oltre che dei problemi sindacali dei lavoratori argentini, acquistando e dirigendo, fra l'altro, il giornale “Democracia” e fondando il Partito Peronista Femminile.

La sua vita fu purtuttavia di brevissima durata. Evita morì infatti nel 1952, ad appena 33 anni, lasciandoci purtuttavia un documento fondamentale, che racchiude il suo amore per il popolo e per Peron, oltre che il suo testamento politico e spirituale: “La ragione della mia vita”, pubblicato nel 1951 e divenuto poi testo fondamentale nelle scuole dell'obbligo sino all'avvento delle dittature militari nel 1955, che cacciarono Peron e abolirono il Partito Giustizialista o Partito Peronista, da lui fondato e i cui fondamenti si sostanziavano (e si sostanziano, ancora oggi) in: giustizia sociale, sovranità nazionale, indipendenza economica.

“La ragione della mia vita” è un inno al popolo ed alla dottrina giustizialista avviata da Peron per un'Argentina libera, economicamente giusta e politicamente sovrana attraverso la cooperazione fra il capitale ed il lavoro, in chiave alternativa al capitalismo imperialista ed al comunismo collettivista.

Nelle sue pagine Evita riporta frasi significative, spesso piene di amarezza nei confronti dell'esistenza delle diseguaglianze sociali: “Ricordo nitidamente la tristezza provata nello scoprire che nel mondo c'erano i poveri e i ricchi; e la cosa strana è che non mi addolorava tanto l'esistenza dei poveri quanto il fatto di sapere che, al tempo stesso, esistevano i ricchi"; oppure piene d'amore e sentimento: "...ho capito che non deve essere molto difficile morire per una causa che si ama. O più semplicemente: morire per amore”.

Ed ancora: “Quando sarà fatta giustizia non ci sarà più nessun povero” e, ricordando una celebre frase di Peron a proposito del messaggio d'amore del Cristo ed al cristianesimo praticato dagli uomini, scrisse: “Non è il cristianesimo ad essere fallito. Sono gli uomini che hanno sbagliato applicandolo male. Il cristianesimo non è ancora stato applicato rettamente dagli uomini perché il mondo non è mai stato giusto...il cristianesimo sarà una realtà quando l'amore regnerà tra gli uomini e tra i popoli; ma l'amore giungerà solo quando gli uomini e i popoli saranno giustizialisti”.

La terza parte de “La ragione della mia vita” è invece dedicata alle donne ed al messaggio di emancipazione che Evita vuole loro impartire, denigrando la figura delle “femministe” inglesi, che si fanno uomini per tentare di emanciparsi.

Evita, diversamente, spiega alle donne che non devono affatto rinunciare alla propria femminilità, dolcezza, altruismo, amore per la propria famiglia e quindi all'orgoglio di essere donne. E vorrebbe che le casalinghe ricevessero una retribuzione, pagata da tutti i lavoratori e dalle donne medesime, che consentisse loro di essere economicamente indipendenti dagli uomini e vedessero così ricompensate le faccende domestiche e la cura dei propri figli, perché – ella afferma – la missione delle donne è quella di creare e non di sacrificarsi.

In questo senso Evita scrive, nel suo saggio: “Non disprezzo l'uomo, né la sua intelligenza. Mi chiedo però: se in molti luoghi del mondo abbiamo creato insieme famiglie felici, perché non possiamo creare insieme un'umanità felice? Questo deve essere il nostro obiettivo: guadagnarci il diritto di creare, insieme all'uomo, un'umanità migliore”.

Ed ancora, ella scrive, a proposito degli stereotipi secondo i quali la donna viene dipinta: “...la donna non è vacua, leggera, superficiale, vanitosa....egoista, fatale, romantica (…) la donna autentica si rifugia nelle famiglie del popolo, di cui l'umanità si fa eterna. Questa donna non è esaltata dagli intellettuali. Non ha storia. Non dà ricevimenti. Non gioca a bridge. Non fuma. Non va all'ippodromo. E' l'eroina che nessuno conosce. Neppure suo marito. Neppure i suoi figli ! Di lei non si dirà mai nulla di raffinato, nulla di spiritoso. Al massimo, dopo che sarà morta, i suoi figli diranno: “Ora ci rendiamo conto di cosa era per noi”.

Parole forti, toccanti, che Evita scrive per descrivere donne come lei, donne del popolo, dimenticate persino dai propri uomini, ma che meritano riscatto. Proprio quel riscatto che lei fornirà loro attraverso il diritto di voto alle donne e con il Partito Peronista Femminile, composto da sole donne ed espressione degli ideali di suo marito, Juan Domingo Peron, l'uomo che ama e che fu una guida per coloro i quali, negli anni precedenti al suo avvento al governo, erano sfruttati dagli oligarchi e dagli imperialisti statunitensi ed europei.

Evita Peron, pur non avendo avuto figli ed essendo morta molto giovane, è stata una vera madre per il suo popolo e lo è anche oggi, se pensiamo che l'ex Presidentessa dell'Argentina Cristina Fernandez de Kirchner si ispira lei, così come numerosi movimenti e partiti peronisti ancora presenti e oggi, purtroppo, all'opposizione di un governo neo-oligarchico e liberal capitalista, quello di Javier Milei.

E proprio quei movimenti peronisti chiedono oggi, nel nome di Evita, la liberazione dell'ex Presidentessa Kirchner, attualmente agli arresti domiciliari, condannata per presunta corruzione, nell'ambito di un processo politico contro di lei, e che ha ricevuto la solidarietà e il sostegno anche da parte di numerosi leader socialisti latinoamericani, fra i quali quella del Presidente Brasiliano Lula.

Vorrei concludere questo ricordo di Evita – lei che rinunciò ad ogni onore e anche alla Vicepresidenza dell'Argentina, preferendo rimanere una guida spirituale - con l'ultima frase del suo testamento al popolo argentino, estremamente toccante e commovente: “Le mie ultime parole sono le stesse del principio: voglio vivere eternamente con Peron e con il mio popolo. Dio mi perdonerà se preferisco restare con loro, perché anche lui è tra gli umili; in ogni descamisado ho sempre visto Dio che mi chiedeva un po' d'amore e non gliel'ho mai negato”.

Luca Bagatin

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mercoledì 6 maggio 2026

Cina e Intelligenza Artificiale: tra inclusione e equilibrio nella tutela dei lavoratori. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 4 maggio scorso, la Missione Permanente della Repubblica Popolare Cinese (RPC), quella dello Zambia e l'Associazione cinese per la scienza e la tecnologia, hanno organizzato, presso la sede delle Nazioni Unite di New York, un forum per discutere di Intelligenza Artificiale, che ha visto la partecipazione di 120 rappresentanti provenienti da oltre 50 Paesi e organizzazioni internazionali.

Al forum è intervenuto l'Ambasciatore cinese presso l'ONU, Fu Cong, il quale ha sottolineato, in particolare, l'importanza di garantire che ogni Paese, particolarmente quelli del Sud del mondo, possano partecipare, in modo inclusivo, alla governance globale, in modo che l'IA non diventi un “gioco” riservato solo ai Paesi ricchi o a ristretti circoli per ricchi.

In tal senso, egli ha spiegato che la Cina sta promuovendo numerose iniziative quali il Piano d'azione per lo sviluppo delle capacità in materia di IA per il bene comune, il Piano d'azione globale per la governance dell'IA e l'Iniziativa di cooperazione internazionale AI+, al fine di garantire i benefici dello sviluppo dell'IA in modo “ampio ed equo in tutto il mondo”.

Intervenendo al forum, il Viceministro della Scienza e della Tecnologia della RPC, Chen Jiachang, ha spiegato come l'IA sia diventata una forza trainante fondamentale della nuova rivoluzione tecnologica e della trasformazione industriale e che la Cina è pronta a collaborare con i Paesi dei tutto il mondo per cooperare in materia; promuovere lo sviluppo responsabile dell'IA; stimolare la crescita economica globale e migliorare, attraverso di essa, il benessere delle persone. 

Egli ha affermato che la Cina aderisce ad un percorso di open source e open innovation in materia di IA ed ha aggiunto che la RPC, grazie all'adozione di modelli open source, serve 20 milioni di sviluppatori in tutto il mondo ed è il maggior contributore mondiale di brevetti nel campo dell'IA.

I modelli open source cinesi, proprio per la loro evoluzione ed inclusività, consentono a sempre più persone di poter accedere, in tutto il mondo, all'utilizzo di un'IA avanzata e a basso costo.
Da dire, ad ogni modo che, anche in Cina, l'avvento e lo sviluppo dell'IA ha creato e sta creando la necessità di tutelare i posti di lavoro, spesso da essa minacciati.

E proprio il 30 aprile scorso un tribunale cinese si è pronunciato in favore di un dipendente, nell'ambito di una controversia lavorativa causata dalla sua sostituzione con l'IA.

La causa riguardava un'azienda tecnologica operante proprio nel settore dell'IA, la quale aveva licenziato un dirigente tecnico di alto livello, rifiutando di corrispondergli una maggiore indennità, come egli aveva richiesto.

Il Tribunale Intermedio del Popolo di Hangzhou, nella provincia di Zhejiang, ha dato ragione al dipendente, considerando illegittimo il licenziamento.

Anche la Cina socialista, all'avanguardia nel settore dell'IA, si trova dunque, come molti Paesi avanzati, a cercare un equilibrio fra la necessità di tutelare i diritti dei lavoratori e l'introduzione dell'IA nel mondo dell'industria e, dunque, a introdurre legislazioni ad hoc.

Proprio recentemente, l'Assemblea Nazionale del Popolo, ha votato una legge per rafforzare l'assistenza sociale, per fornire una rete di sicurezza ai gruppi sociali più vulnerabili.

Wang Tianyu, ricercatore presso l'Accademia cinese delle scienze sociali, ha affermato, relativamente all'adozione dell'IA nel processo industriale che “Il progresso tecnologico può essere irreversibile, ma non può esistere al di fuori di un quadro giuridico”.

I diritti dei lavoratori e la loro dignità, in sostanza, in particolare in una società autenticamente socialista, devono venire prima di ogni altra cosa e le istituzioni cinesi dovranno lavorare seriamente in tal senso.

Luca Bagatin

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lunedì 4 maggio 2026

Sandino e la Giornata della Dignità Nazionale: alle origini della resistenza nicaraguense. Articolo di Luca Bagatin

 

Il Nicaragua Sandinista, guidato da Daniel Ortega e dalla moglie, Rosario Murillo, ha commemorato, il 4 maggio, la Giornata della Dignità Nazionale, in onore del rivoluzionario Augusto Cesar Sandino, il quale, il 4 maggio 1927, respinse il cosiddetto Patto di Espino Negro, ovvero un accordo che gli Stati Uniti d'America imposero per mantenere il governo conservatore al potere.

Fu questo l'inizio della lotta armata sandinista, che portò alla sconfitta dell'esercito statunitense, sei anni dopo e alla fine dell'occupazione statunitense del Nicaragua.

Gli USA, infatti, occupavano il Nicaragua sin dal 1912 e lo consideravano un loro protettorato. Protettorato di strategico interesse per gli yankee e per due ragioni: la prima l'influenza degli Stati Uniti d'America sul Canale di Panama; la seconda i forti interessi economici nella produzione di tabacco, banane, zucchero di canna che l'impresa statunitense United Friut Company deteneva nel Paese.

Ne conseguiva che, i governi del Nicaragua, conservatori, erano – sin da allora - sostenuti e decisi a tavolino dagli USA.

Augusto Cesar Sandino era un umile bracciante agricolo e si pose a capo della resistenza contro l'oppressore statunitense, che disponeva addirittura di aerei in grado di bombardare vaste aree del Paese.

La lotta sandinista, per molti versi, anticipò la guerra del Vietnam. Un popolo oppresso in lotta contro un colosso. Un popolo di descamisados, fiero delle proprie origini e desideroso di emanciparsi, contro una dittatura (che si finge “democrazia”) fondata – ieri come oggi - sul danaro, la sopraffazione, lo sfruttamento del prossimo e sul business.

Un popoli che finirà, dunque, per trionfare.

Quella di Sandino, influenzato dagli ideali anarcosindacalisti e antimperialisti, sarà sempre una lotta di liberazione nazionale e mai ideologica. Rifiuterà sempre di essere riconosciuto quale marxista. Egli, come peraltro affermerà in alcune delle interviste rilasciate, non appartenne nemmeno ad alcuna religione, ma la sua fu una fede teosofica (la Società Teosofica fu fondata dall'occultista russa Madame Blavatsky nel 1875) e questa lo porterà anche a farsi iniziare in Massoneria.

La fede nella teosofia è alla base non solo del suo credo, ma anche dei principi che infonde nel suo stesso esercito.

Sandino infatti, il 15 febbraio 1931, redige un manifesto che intitola “Luce e Verità”, nel quale spiega che è un “impulso divino quello che anima e protegge il nostro esercito”. E spiega che “il principio di tutte le cose è l'Amore, cioè Dio” e che “l'unica figlia dell'Amore è la Giustizia Divina”.

Egli infatti, secondo i principi teosofici, considera tutti gli esseri fratelli e così i suoi compagni di lotta. Pur avendo un'istruzione da autodidatta, Sandino, come riportato anche dai giornalisti che lo intervistarono, è dotato di profonda sensibilità interiore e di una grande fede nella trascendenza.

Egli identifica la sua battaglia per spezzare le catene del suo popolo dall'oppressione come una battaglia Divina contro l'ingiustizia. Una battaglia non carica di astio e di odio contro l'avversario, ma carica di Amore e di senso di Giustizia.

La medesima visione spirituale e politica, peraltro, la ebbe, decenni prima, il nostro Giuseppe Garibaldi, teosofo e massone anch'egli (oltre che amico di Madame Blavatsky, che iniziò egli stesso in Massoneria) e anch'egli Generale in lotta contro gli oppressori. Sia in America Latina che in Italia.

E, come Garibaldi, anche Sandino rifiutò sempre di essere definito un marxista e sicuramente mai fu tale, né mai fu materialista. Ma, come Garibaldi, si ispirerà a una sorta di socialismo spirituale e teosofico, che ha animato spesso i condottieri e i leader latini (pensiamo anche a Juan Domingo Peron e a Hugo Chavez).

In una delle ultime interviste che gli venne fatta, nel 1933, contenuta nel saggio, alla domanda se egli creda o meno nella trasformazione della società a opera dello Stato, egli risponde: “La riforma è interiore. Lo Stato può cambiare l'esterno, la facciata apparente. Noi sosteniamo che ciascuno deve avere il necessario, che ciascuno deve essere fratello e non lupo. Il resto è pressione meccanica esteriore e superficiale. Naturalmente anche l'intervento dello Stato è necessario”.

Sandino uscì dunque vittorioso nella sua lotta, conclusasi nel 1933, con il ritiro delle truppe statunitensi e un accordo di pace con il nuovo Presidente liberale Juan Batista Sacasa.

L'anno successivo fu purtuttavia assassinato - assieme ai generali Estrada e Umanzon - su ordine di Anastasio Somoza Garcia, capo della Guardia Nacional e nuovo dittatore del Paese.

Il figlio di Somoza, Anastasio Somoza Debayle sarà, ad ogni modo, sconfitto dagli eredi politici di Sandino, nel 1979. Da quel Frente Sandinista di Liberazione Nazionale che, ancora oggi, governa pacificamente il Nicaragua, guidato da Daniel Ortega e Rosario Murillo.

Il governo sandinista odierno, in occasione del ricordo della lotta di Sandino, ha ribadito di voler promuovere un modello di sviluppo fondato sulla giustizia sociale, il rispetto reciproco, la non ingerenza e la sovranità nazionale.

Luca Bagatin

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domenica 3 maggio 2026

La pragmatica proposta cinese per il Medio Oriente. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 28 aprile scorso, l'Ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese presso le Nazioni Unite, Fu Cong, ha sottolineato, ancora una volta, l'equilibrata e pragmatica posizione cinese relativamente alla situazione nello Stretto di Hormuz e ai diritti del popolo palestinese.

Egli, in particolare, ha ribadito che il Presidente Xi Jinping ha da tempo presentato una proposta in quattro punti “per il mantenimento e la promozione della pace e della stabilità in Medio Oriente, che include il rispetto dei principi di coesistenza pacifica, sovranità nazionale, stato di diritto internazionale e equilibrio tra sviluppo e sicurezza, offrendo la soluzione cinese per porre fine al conflitto e raggiungere la pace”.

In tal senso ha sottolineato come “La Cina esorta tutte le parti a cogliere questa opportunità di pace, a esercitare la massima moderazione, a dimostrare la massima sincerità e a rimanere ferme nella direzione di una soluzione politica per evitare qualsiasi battuta d'arresto nello slancio del cessate il fuoco e dei negoziati, e adoperarsi per il rapido ripristino della stabilità in Medio Oriente e nella regione del Golfo”.

L'Ambasciatore Fu Cong ha poi spiegato come “La questione palestinese è sempre stata al centro della questione mediorientale e non deve essere in alcun caso marginalizzata. Per decenni, il conflitto israelo-palestinese si è svolto in cicli. Il suo punto cruciale è che la soluzione dei due Stati è stata realizzata solo a metà. Lo Stato di Israele è stato istituito molto tempo fa, mentre lo Stato di Palestina rimane irraggiungibile. Sebbene gli scontri intensi si siano interrotti, il popolo palestinese è ancora costretto a convivere con la morte e la sofferenza, la situazione nei territori palestinesi occupati continua a peggiorare e le fondamenta della soluzione dei due Stati rischiano di essere completamente svuotate. Il caos e la guerra non sono il destino del popolo palestinese. La comunità internazionale deve agire con la massima urgenza per invertire questa traiettoria negativa e porre rimedio all'ingiustizia storica subita dalla Palestina”.

Egli ha poi illustrato tre punti fondamentali:

1) “Gaza non è un campo di battaglia permanente e le sofferenze dei suoi civili devono cessare immediatamente. (…) Dall'ottobre dello scorso anno, Israele ha incessantemente lanciato attacchi e rafforzato la sua presenza militare, causando oltre 800 morti e più di 2.000 feriti. La crisi umanitaria a Gaza rimane drammatica, caratterizzata dalla scarsità di beni di prima necessità, da condizioni igienico-sanitarie deplorevoli e da un sistema sanitario sull'orlo del collasso totale. La Cina esorta tutte le parti interessate, in particolare Israele, a rispettare pienamente l'accordo di cessate il fuoco per garantire un cessate il fuoco completo e duraturo in tutta Gaza (...)”.

2) “le attività di insediamento sono inaccettabili e le tensioni in Cisgiordania devono essere allentate. Israele sta attualmente accelerando l'espansione degli insediamenti, avendo recentemente approvato la costruzione di altri 34 e avviato la ricostruzione dell'insediamento di Sanur, chiuso da molti anni. L'escalation della violenza in Cisgiordania è altrettanto preoccupante. La violenza dei coloni si sta intensificando e la potenza occupante effettua frequentemente perquisizioni, arresti e raid, arrivando persino a promulgare leggi che prevedono la pena di morte specificamente contro i palestinesi, il che acuisce pericolosamente le tensioni. Le attività di insediamento violano il diritto internazionale e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Prolungare l'occupazione illegale non farà sentire più sicure nessuna delle due parti. Al contrario, intensificherà un circolo vizioso. Israele deve dare ascolto ai forti appelli della comunità internazionale, fermare immediatamente le attività di insediamento illegali, arginare efficacemente la violenza dei coloni e garantire una solida responsabilità per tutti gli attacchi”

3) “la soluzione dei due Stati non è negoziabile e l'indipendenza dello Stato palestinese deve essere sostenuta. È profondamente preoccupante che continuino a provenire da Israele voci contrarie alla soluzione dei due Stati, alcune delle quali minacciano addirittura di soffocare l'idea di uno Stato palestinese. La soluzione dei due Stati rimane l'unica via percorribile per risolvere la questione palestinese. Qualsiasi azione unilaterale che ne eroda le fondamenta deve essere fermamente respinta e qualsiasi futuro accordo o creazione di nuovi meccanismi deve aderire al principio del governo palestinese, contribuendo a promuovere, anziché indebolire, la soluzione dei due Stati. Ci congratuliamo per il successo delle elezioni municipali tenutesi in Palestina la scorsa settimana. La comunità internazionale deve aumentare il sostegno alla Palestina per promuovere la rapida creazione di uno Stato palestinese pienamente sovrano e indipendente, basato sui confini del 1967 con Gerusalemme Est come capitale.

Relativamente alla crisi dello Stretto di Hormuz, l'Ambasciatore Fu Cong si era espresso il giorno precedente, spiegando come “Lo Stretto di Hormuz è un corridoio vitale per il commercio internazionale di merci ed energia. Mantenere la sicurezza, la stabilità e il libero passaggio in questa regione è nell'interesse comune della comunità internazionale. La causa principale del blocco dello Stretto sono le azioni militari illegali lanciate da Stati Uniti e Israele contro l'Iran. Nonostante il cessate il fuoco recentemente concluso, gli Stati Uniti hanno intensificato il dispiegamento militare e imposto blocchi mirati. Questo è un comportamento pericoloso e irresponsabile.”

Egli aveva anche elogiato in particolare il Pakistan per il ruolo di mediazione, sottolineando la necessità di risolvere in tempi brevi le controversie e i conflitti per mezzo della diplomazia.

Luca Bagatin

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sabato 2 maggio 2026

Venezuela e Cuba, Primo Maggio segnato dalle tensioni con il regime di Trump. Articolo di Luca Bagatin

 

In occasione della Giornata Internazionale dei Lavoratori del 1 maggio, il Presidente del Venezuela, il socialista Nicolas Maduro, dal carcere di New York, nel quale è detenuto a seguito del sequestro avvenuto il 3 gennaio scorso, da parte del regime statunitense, ha voluto inviare, attraverso il suo canale Telegram, un messaggio alla classe lavoratrice del suo Paese e al suo popolo.

Egli ha invitato il popolo venezuelano ad “Andare avanti con fede nonostante le limitazioni, confidando nelle nostre forze e con lo sforzo congiunto della classe lavoratrice e dell'intero Paese”, aggiungendo che è necessario “consolidare il processo di rinnovamento e crescita delle forze lavoratrici iniziato lo scorso anno”.

Il Presidente Maduro ha altresì sottolineato la necessità di “garantire, in quanto classe lavoratrice, il processo di pace, riconciliazione e unità nazionale quale esercizio di sovranità e riconciliazione nazionale”.

Egli, ricordando il suo passato di autista presso la metropolitana di Caracas, nonché ex sindacalista, si è dichiarato “orgoglioso di far parte della potente classe operaia venezuelana, che deve essere protagonista della nuova storia che il nostro Paese sta costruendo”.

Il Presidente Maduro ha altresì espresso la sua gratitudine, anche a nome della moglie, Cilia Flores, per la solidarietà dimostrata, sia da parte del popolo venezuelano che da parte di quella di tutto il mondo, per la sua ingiusta detenzione.

Uniti vinceremo!”, ha concluso il Presidente nel suo messaggio.

E, sempre nella giornata del 1 maggio, a Cuba, Paese fratello del Venezuela, al quale lo unisce la comune matrice socialista e la comune lotta contro l'aggressione statunitense, il Presidente Miguel Diaz-Canel, ha condannato le ennesime misure coercitive unilaterali statunitensi contro l'Isola.

“Oggi il governo degli Stati Uniti ha annunciato nuove misure coercitive che rafforzano il brutale blocco genocida, a dimostrazione della sua povertà morale e del suo disprezzo per la sensibilità e il buon senso degli americani e dell'intera comunità internazionale”, ha scritto su Facebook il Presidente Diaz-Canel, spiegando come “nessuna persona onesta può accettare la scusa che Cuba rappresenti una minaccia per quel Paese”.

“Il blocco e il suo rafforzamento causano danni enormi, a causa del comportamento intimidatorio e arrogante della più grande potenza militare del pianeta”, ha concluso il Presidente cubano.

Attualmente Cuba, oltre a subire un embargo dal 1962 da parte del regime statunitense, esso è stato ulteriormente rafforzato da Trump, il quale ha imposto dazi doganali ai Paesi che vendono petrolio a Cuba e ha introdotto misure restrittive alle banche straniere che collaborano con essa, oltre a misure coercitive nei confronti di coloro i quali vorrebbero operare con Cuba nel settore energetico, minerario, della difesa e della sicurezza.

Come se ciò non fosse sufficiente, il regime di Trump ha peraltro minacciato di invadere l'Isola. In barba, come nel suo aberrante stile, ad ogni rispetto per i popoli sovrani e al diritto internazionale.

Luca Bagatin

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giovedì 30 aprile 2026

Primo Maggio oltre il mito del lavoro: una lettura socialista. Articolo di Luca Bagatin

 

Lavorare rende schiavi, avrebbe detto – provocatoriamente - Paul Lafargue (1842 - 1911), genero di Karl Marx, rivoluzionario, massone e saggista, ribaltando l'aberrante motto nazifascista, presente all'ingresso dei lager, secondo il quale “lavorare rende liberi” (sic!).

Lafargue, sostenitore della Comune di Parigi del 1871, direttore de “La Défense nationale” di Bordeaux, fondatore del Partito Operaio Francese e deputato nel 1891, pur trovandosi in prigione, a causa della sua attività rivoluzionaria, scrisse, infatti, un ottimo saggio: “Il diritto all'ozio”.

Saggio comprendente sue analisi e articoli, in esso, fra le altre cose, egli sostiene: “Una strana follia possiede le classi operaie delle nazioni dove regna la civiltà capitalista. Questa follia trascina al suo seguito miserie individuali e sociali che da secoli torturano la triste umanità. Questa follia è l'amore per il lavoro, la passione nociva del lavoro, spinta fino all'esaurimento delle forze vitali dell'individuo e della sua progenie.

Nella società capitalista il lavoro è la causa di tutta la degenerazione intellettuale, di tutta la deformazione organica.

I Greci dell'epoca d'oro non avevano che disprezzo nei confronti del lavoro: agli schiavi solamente era permesso di lavorare, l'uomo libero conosceva soltanto gli esercizi fisici ed i giochi d'intelligenza.

I filosofi dell'antichità insegnavano il disprezzo del lavoro, forma di degradazione dell'uomo libero; i poeti cantavano l'ozio, dono degli dèi: O Meliboe, Deus nobis hæ cotia fecit.
Nella nostra società quali sono le classi che amano il lavoro per il lavoro? I contadini proprietari e i piccoli borghesi; i primi chini sulla terra, gli altri rintanati nelle loro botteghe, si muovono come la talpa nella sua galleria sotterranea e mai alzano il capo per contemplare a proprio piacimento la natura.
Il proletariato tradendo i suoi istinti e misconoscendo la sua missione storica, si è lasciato pervertire dal dogma del lavoro. Dura e terribile è stata la sua punizione. Tutte le miserie individuali e sociali sono sorte dalla sua passione per il lavoro.
Le officine moderne sono diventate delle case ideali di correzione dove si incarcerano le masse operaie, dove si condannano ai lavoro forzati per dodici o quattordici ore non solo gli uomini, ma anche le donne e i bambini.
Se le sofferenze del lavoro forzato, se le torture della fame si sono abbattute sul proletariato più numerose delle cavallette della Bibbia, è il proletariato che le ha chiamate.
La nostra epoca, si dice, è il secolo del lavoro, in realtà è il secolo del dolore, della miseria e della corruzione.

(…). Introducete il lavoro salariato e addio gioia, salute, libertà: addio a tutto ciò che rende la vita bella e degna di essere vissuta.
Lavorate, lavorate proletari per accrescere la ricchezza sociale e le vostre miserie individuali. Lavorate, lavorate, perché diventando più poveri avrete più ragioni per lavorare e per essere miserabili. Questa è la legge inesorabile della produzione capitalista.”

Lafargue interpreta e incarna, dunque, la lotta socialista per eccellenza, purtroppo andata perdendosi nel tempo: la liberazione degli esseri umani dal lavoro salariato, ovvero dall'origine stessa dello sfruttamento.

L'ex Presidente socialista dell'Uruguay, José “Pepe” Mujica (1935 - 2025), portò avanti la medesima prospettiva anticapitalista e spiegò che “La vita non è fatta solo per lavorare, ma ha bisogno di tempo libero per l’esercizio della libertà. Non si può vivere oppressi dal mercato che ci obbliga a comprare, comprare, perché non paghi con i soldi, ma con il tempo della tua vita”.

Mujica, non diversamente da Lafague, immagina - come ebbe modo di dire - “un cammino di lotta al servizio e in solidarietà con gli altri esseri umani”; “una politica permanente a favore di chi ha la volontà di lavorarla”, ad esempio organizzando “colonie di terra pubblica in cui si paga un affitto”

Invero, esempi di questo tipo, li abbiamo avuti nella Jugoslavia socialista di Tito, fondata sull'autogestione delle imprese e nella Libia di Mu'Ammar Gheddafi (ovvero nella Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista), ove all'autogestione si coniugavano aspetti di democrazia diretta, attraverso Congressi e Comitati popolari aperti a tutti i cittadini.

Quella che, peraltro, era l'idea dei Soviet originari, propugnati dal Partito Socialista Rivoluzionario russo, di matrice prevalentemente agraria e che si ispirava al populismo del filosofo Aleksandr Herzen (1812 – 1870), grande amico e estimatore dei nostri Mazzini e Garibaldi i quali, a loro volta, erano propugnatori di una visione democratico-repubblicano-socialista volta all'emancipazione delle classi proletarie e contadine.

Giuseppe Mazzini, nel suo saggio “Condizioni e avvenire dell'Europa”, del 1871, scrisse, non a caso: “Il grande pensiero sociale che ferve oggi in Europa può così definirsi: abolizione del proletariato: emancipazione dei lavoratori dalla tirannide del capitale concentrato in un piccolo numero d'individui: riparto dei prodotti, o del valore che n'esce, a seconda del lavoro compito: educazione morale e intellettuale degli operai: associazione volontaria tra gli operai, sostituita pacificamente, progressivamente e quanto è possibile, al lavoro individuale salariato ad arbitrio del capitalista”.

Associazionismo operaio, dunque, fu la parola d'ordine delle correnti della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864, a mio avviso l'esempio più puro delle lotte di emancipazione sociale e nella quale vi sarebbe potuta essere davvero una sintesi sincretica fra il repubblicanesimo sociale, l'umanesimo marxista, l'anarchismo sociale e il populismo democratico, che poi sarà meglio sviluppato, in particolare in Russia, alla fine dell'800 e che contribuirà a gettare le basi della Rivoluzione Russa del 1905 (guidata dal Partito Socialista Rivoluzionario e dal Partito Operaio Socialidemocratico Russo) e, successivamente, di quella del 1917 che, purtroppo, vedrà presto prevalere la corrente bolscevica, la quale soffocherà troppo presto gli esempi di democrazia diretta e di socialismo autogestionario che si stavano sviluppando (vedi ad esempio l'esperienza della Comune di Kronstadt del 1921, il cui motto fu “Tutto il potere ai Soviet, non ai partiti!”, contrapponendo i consigli operai e contadini e l'autogestione socialista al burocratismo partitocratico).

Gheddafi, a torto ritenuto un dittatore, anziché un riformatore sociale, peraltro studioso e estimatore di Rousseau, nel suo “Libro Verde”, ovvero il suo saggio sociale e politico fondamentale, scrisse, in merito all'organizzazione sociale e del lavoro: “Nella società socialista non ci sono infatti possibilità di produzione individuale al di sopra del soddisfacimento dei bisogni personali. In essa non è permesso di soddisfare i propri bisogni a spese degli altri. Le istituzioni socialiste lavorano per soddisfare i bisogni della società. (…). A ciascun individuo è consentito di risparmiare ciò che vuole, soltanto nell’ambito del proprio fabbisogno, in quanto l’accumulo di risparmio in misura maggiore, è a detrimento della ricchezza collettiva. La gente abile e intelligente non ha il diritto di appropriarsi delle unità di ricchezza altrui per via della propria abilità e intelligenza, tuttavia può utilizzare quelle qualità per soddisfare i deficienti e gli incapaci non perciò devono essere privati di quella stessa parte della ricchezza sociale di cui godono i sani”.

Egli ritenne, dunque, in concordia con il socialismo delle origini (da Saint-Simon, a Marx, sino a Pierre Leroux, Proudhon e così via), che i lavoratori dovessero essere considerati produttori, non più dei salariati, ovvero degli sfruttati. E dunque, ciò che loro producono, dovesse essere considerato di loro stessa proprietà.

Il salario, per Gheddafi (e in realtà per tutti i socialisti, sin dalla fondazione della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864), è indice di sfruttamento e un lavoratore/produttore non può essere schiavo di nessun padrone. Sia esso un padrone privato o statale.

Oltre a ciò, il Raìs, ritenne che nessuno potesse possedere più di quanto gli fosse necessario per vivere. Ciò perché – non essendo le risorse illimitate - l'accumulazione della ricchezza da parte di alcuni è fonte di ingiustizia, corruzione e segna il sorgere della società dello sfruttamento.

Visione peraltro non dissimile da quella del peronismo argentino, che fondava i suoi principi su “giustizia sociale; sovranità nazionale; indipendenza economica” e quella portata avanti nella Cuba del Che e Fidel Castro, nell'Egitto nasseriano e via via nei modelli più recenti del Socialismo del XXI Secolo latinoamericano, che propongono, dunque, un nuovo modello di sviluppo.

Uno modello volto a superare, da una parte il produttivismo e dall'altra il capitalismo. Proponendo che il cittadino/lavoratore viva del necessario e lavori a beneficio della società e dei bisognosi e non già per un salario. E che ciascuno sia proprietario del proprio lavoro, nell'ambito di attività economiche socialiste autogestite.

Moltissima strada vi è da fare, se pensiamo che con il Primo Maggio, festa sacrosanta e nobile, si festeggia “il lavoro”, quando purtuttavia, per essere precisi, bisognerebbe festeggiare la “liberazione dal lavoro”, o, meglio, “la liberazione dallo sfruttamento del giogo del salario”.

Lavoro che toglie tempo libero; che lega a un datore di lavoro (e ad eventuali ricatti); che è utile solo a generare profitto e conseguente sfruttamento delle risorse economiche, sociali, ambientali e non già per aiutare la comunità stessa e le sue necessità primarie e fondamentali.

Necessità che non sono legate al vil danaro, che è uno strumento per sua natura schiavista, in quanto rappresenta un debito nei confronti di qualcuno (ed è il maggiore e più perverso strumento di perdita di sovranità dei cittadini e dei Paesi).

Una società sana, socialista, autogestita, libera e libertaria, è una società che supera i vincoli imposti dall'egoismo umano.

Per mettere il capitale nelle mani di chi lavora, se vogliamo, secondo la visione socialista mazziniana sviluppata nel 1908 dal sindacalista rivoluzionario Alfredo Bottai (1874 – 1965), esponente della sinistra del Partito Repubblicano Italiano.

Una visione ispirata all'etica del “dovere” (nei confronti della comunità e, quindi, dell'umanità) e che, con Giulio Andrea Belloni, allievo politico di Bottai e in sintonia con i suoi sodali di partito Guido e Mario Bergamo, puntava a: abolizione del salario; abolizione del proletariato; abolizione della borghesia, del capitalismo e della delinquenza plutocratica; democrazia diretta e cooperativismo operaio, in modo che i lavoratori potessero essere i beneficiari diretti degli utili dell'impresa.

Una visione che sembra antica, ma in realtà è quanto mai attuale, per quanto oscurata, vilipesa, manipolata dalle plutocrazie economico sociali di matrice liberale o liberal-capitalista che, in realtà, l'unica libertà che conoscono è quella del menzognero e aberrante motto “lavorare rende liberi” o dell'altrettanto aberrante concetto del “meglio un lavoro pagato poco che nessun lavoro”.

Aspetti che ci hanno condotti dritti dritti verso il precariato, lo sfruttamento di massa legalizzato, la mancanza di sicurezza sul posto di lavoro, che per molte generazioni è diventato la regola, la normalità.

Come la regola e la normalità, per molti anni, è stata l'austerità imposta dall'UE e come, fra un po', rischieranno di diventare “normali” anche eventuali lockdown energetici, a causa di sanzioni sconsiderate, masochiste e folli.

La democrazia è quando i cittadini riprendono in mano il controllo della propria comunità. Non quando subiscono scelte dall'alto.

Democrazia è autogestione della propria comunità, è associazionismo, è socialismo.

Lo scrittore e politico russo Eduard Limonov, il 1 maggio del 2015, scrisse: “La festa del Primo Maggio non ha perso la sua rilevanza.

Il Primo Maggio è il giorno dell'operaio, come lo chiamavamo negli anni '90, il giorno del quarto potere, che presta la sua opera per conto terzi.

I lavoratori sono la maggioranza delle persone sul pianeta, quindi questa festività appartiene a una specie di esercito di angeli dell'inferno, su cui tutto poggia”.

Luca Bagatin

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sabato 25 aprile 2026

Storico incontro, a Caracas, fra i Presidenti socialisti di Colombia e Venezuela, Gustavo Petro e Delcy Rodriguez. Articolo di Luca Bagatin

 

Si è tenuto, venerdì 24 aprile scorso, a Caracas, presso Palazzo Miraflores, sede del governo venezuelano, un importante incontro fra il Presidente della Colombia, Gustavo Petro e la Presidente incaricata del Venezuela, Delcy Rodriguez.

Entrambi i Paesi, oltre ad essere vicini geograficamente, hanno in comune la medesima Storia di liberazione nazionale, guidata da Simon Bolivar, negli Anni '20 del XIX Secolo e i rispettivi governi sono attualmente guidati da leader socialisti democratici e di ispirazione, appunto, bolivariana.

Entrambi i governi hanno concordato una serie di misure relative all'interconnessione di energia elettrica e gas; la promozione del turismo e la lotta contro la criminalità organizzata e transnazionale.

La Presidente Rodriguez ha elogiato l'ascesa al governo del Presidente Petro, nel 2022, sottolineando come essa abbia riaperto i canali diplomatici fra i due Paesi e ciò abbia permesso di rafforzare i rapporti commerciali ed economici, prima impediti dai governi di destra e filo-statunitensi.

L'agenda politica dei due Paesi intende dare priorità all'integrazione energetica, turistica e alimentare e entrambe le parti hanno concordato, altresì, di elaborare piani militari e di intelligence per arginare le bande criminali che imperversano in entrambi i Paesi.

Il Presidente Gustavo Petro, che ha solidarizzato con il Venezuela e il suo governo per l'attacco illegale subito dal Paese il 3 gennaio scorso, da parte del regime statunitense, culminato con il sequestro del Presidente Nicolas Maduro e della First Lady, Cilia Flores, ha sottolineato la necessità di sviluppare un progetto volto a promuovere pace globale e democrazia e che sia contrapposto ai modelli che sostengono autoritarismo e conflitti.

Oltre a ciò, ha rammentato la necessità di riprendere il progetto bolivariano della Grande Patria, che promuova unità, integrazione economica, sociale e politica fra Colombia e Venezuela, rispettando le relative autonomie nazionali.

Egli ha altresì sottolineato la necessità di adottare strategie volte alla lotta contro il narcotraffico, l'estrazione illegale di oro e minerali rari e la tratta di esseri umani.

Quella del Presidente Petro è la prima visita di un capo di Stato in Venezuela dopo il rapimento del Presidente Nicolas Maduro ed entrambe le parti si sono dette molto soddisfatte.

Nel frattempo, sempre venerdì 24 aprile scorso, il tribunale federale statunitense ha permesso al Presidente del Venezuela Maduro e a sua moglie, Cilia Flores, di utilizzare le risorse dello Stato venezuelano per potersi difendere nel procedimento che li vede coinvolti a New York, con l'infondata accusa di narcotraffico.

Il Presidente Maduro e la moglie sono attualmente reclusi in un carcere di New York, dopo il rapimento illegale del 3 gennaio scorso, che ha completamente violato il diritto internazionale e l'integrità territoriale del Venezuela.

Fra i maggiori sostenitori della loro liberazione, a livello internazionale, lo storico cofondatore dei Pink Floyd, Roger Waters, da sempre attivista per i diritti civili, contro il capitalismo e noto per le sue posizioni socialiste libertarie.

Luca Bagatin

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Il 25 aprile con mio padre tra tradizione e libertà. Articolo di Paola Bergamo

Paola Bergamo e il suo cagnolino Napoleone

 
Con mio Padre, Giorgio Mario, mi piaceva passeggiare tra i sentieri dolomitici. Nel verde del sottobosco, tra l’intreccio di linfa e corteccia ancora umida per la pioggia, ci soffermavamo a riflettere sulla libertà.

I tronchi degli alberi mi apparivano colonne portanti di cattedrali naturali. La quiete del bosco, tra il digradare delle sfumature dei verdi e i colori brillanti dei fiori di montagna impollinati dalle api, ci era sempre parso il luogo ideale per pensare, solleticati dai profumi che esalavano dalle foglie in dissolvenza, in una miscellanea di resina, muschi e licheni.

Lungo quei pendii, proprio un 25 aprile di tanti anni fa, mi raccontava una volta ancora del suo esilio iniziato nel 1926. Mio Padre aveva solo quattro anni quando fu catapultato a Parigi per raggiungere, con mia Nonna Ermelinda, sua Madre, la Francia e riunirsi tutti a mio Nonno, Mario Bergamo, ultimo Segretario Nazionale del PRI. Perseguitato politico, fu costretto a espatriare per non venir ucciso dagli squadristi fascisti che ne avevano decretato la soppressione quale avversario irriducibile della dittatura.
Mario Bergamo, uomo tutto d’un pezzo, dedicò la vita a difendere la libertà. Lottò per trasformare l’Italia monarchica e dittatoriale in una repubblica democratica ma, quando questo accadde, attraverso la Liberazione , decise di non farvi ritorno addirittura scrivendo dei versi – era anche un poeta –  che indirizzò al primo Presidente della Repubblica Italiana, definendo la nascente Repubblica, che pur aveva cercato e per la quale aveva lottato, “concetta in dolore non nascerà al vituperio ...” e poco oltre continuando “sottoscrivente pace oltraggiosa, peccato mortale contro lo spirito …. sè danna e condanna figli dei figli ….”.
Il Nonno, quale Aventiniano, – già Deputato alla Camera del Regno – aveva diritto alla sedia di Senatore che tuttavia rifiutò preferendo trasformare il suo esilio, dapprima necessario, in un esilio volontario che si protrasse fino al giorno della sua morte nel 1963.
Una scelta dolorosa che per moltissimi anni feci fatica a comprendere e sulla quale mi sono interrogata, intrattenendomi a lungo sul tema con mio Padre, durante i nostri dialoghi. Il Nonno era persuaso che la Repubblica che stava nascendo non era quella che aveva sognato: la Nazione contraeva debiti che ai suoi occhi equivalevano a una dannazione, condannando sé stessa, e le generazioni future, per molto tempo a venire.

Il filosofo e politico Mario Bergamo, ultimo segretario nazionale del Partito Repubblicano Italiano (PRI) prima dello scioglimento imposto dal regime fascista nel 1926.

Per quelle strane coincidenze che possono far pensare a sincronismi legati a cose più grandi di noi, sono nata quando il Nonno si spegneva per un aggressivo cancro al polmone di cui complici furono quei maledetti pacchetti di Gauloises, d’un paradossale azzurro all’apparenza innocente, il cui slogan, ironia della sorte, era “Liberté Toujours”. Il Nonno fumava probabilmente esorcizzando così le tante amarezze, le persecuzioni e le profonde delusioni, ignaro di riempire i suoi polmoni di veleno.

Il 25 Aprile, per noi di Venezia, coincide anche con il giorno di San Marco, rallegrando le donne con quel bocciolo di rosa rossa donato in segno d’ amore, passione e devozione, antica tradizione in onore del patrono della nostra città.
Quando giunge questa data celebrativa, che però è prima di tutto festa nazionale,  non posso non pensare al Nonno, alle sue sofferte scelte e alle lunghe chiacchierate con mio Padre quando mi insegnava, fuori dal coro, che “un popolo non diventa libero per decreto o per vittoria altrui, ma quando sente la libertà come una propria necessità” e ancora che “se l’Italia non manca di momenti eroici, manca di continuità morale”.La libertà non può essere ridotta soltanto a un evento storico da celebrare -la liberazione appunto- , essendo una conquista interiore e collettiva che richiede consapevolezza, responsabilità e durata nel tempo.

La Libertà, proprio come sosteneva il Nonno con il suo Repubblicanesimo Sociale, è prima di tutto figlia della Giustizia Sociale e la portata di verità di tale postulato è anche più evidente oggi, nel convulso tempo della nostra contemporaneità scompaginata che declina inesorabilmente verso immani tragedie in un mondo che mi pare sempre più ingiusto, avido e conflittuale.

Se il 25 aprile con la Festa della Liberazione è uno dei momenti più significativi della storia contemporanea italiana celebrando la fine dell’occupazione nazifascista, la caduta del regime, rimane tuttavia una ricorrenza che, a distanza di decenni, continua a suscitare sentimenti contrapposti sul significato stesso di “Liberazione” e “Libertà”.

Liberazione e libertà non sono sinonimi.
La liberazione è un evento, un passaggio storico: indica la rimozione di un’oppressione, che, nel nostro caso è avvenuto grazie a un intervento esterno in una combinazione di forze interne ed esterne.
La libertà, invece, è una condizione più ampia e complessa: è la capacità di autodeterminarsi, di costruire istituzioni, valori e responsabilità condivise.

La liberazione del 1945 fu il risultato dell’avanzata degli Alleati e della Resistenza, un fenomeno che ha più anime e su cui è bene soffermarsi.
Non vi fu solo la componente civile e popolare partigiana nelle sue diverse colorazioni – peraltro andò partigiano, anche mio Zio Guido, fratello del Nonno Mario, comandando l’Insurrezione a Mestre – ma parteciparono alla Resistenza, e ne parlavo qualche giorno fa con il Generale di Corpo d’Armata Antonio Bettelli,  pure i soldati sopravvissuti all’8 settembre, fedeli ai valori e alle istanze libertarie cui si aggiunse la componente militare e istituzionale rappresentata dal Corpo Italiano di Liberazione (poi evolutasi nei Gruppi di Combattimento).  Infine, vi fu una componente silenziosa, in parte ancora negletta, cioè quei seicentocinquantamila internati militari italiani che, incarcerati in Germania e in Polonia, dopo l’8 settembre rifiutarono, per la gran parte, la libertà loro concessa se avessero aderito alla RSI.
 
C’è perciò differenza tra essere liberati e liberarsi.
Nel primo caso, la libertà appare come qualcosa di “concesso”, fonte di obblighi e obbligazioni che ne limitano la portata; nel secondo, come una conquista pienamente consapevole e collettiva, totale e totalizzante.
La Resistenza, che pur da sola non sarebbe stata in grado di conquistare la Libertà, ha permesso di dare alla Liberazione il carattere anche di una conquista in proprio che, come scriveva Hannah Arendt a proposito di libertà, “non è semplicemente l’assenza di oppressione, ma la partecipazione attiva (alla vita pubblica).”

La Resistenza fu quindi un fenomeno complesso e plurale, attraversato da diverse ideologie e visioni politiche. Tuttavia, nel racconto pubblico, essa è stata spesso interpretata attraverso una lente prevalentemente ideologica, che ha finito per enfatizzare solo alcune componenti a discapito di altre.
La verità è che vi fu un popolo che si spese spesso anche con azioni silenziose per sostenere lo sforzo di libertà della Nazione: chi protesse i più deboli, chi coadiuvò lo sforzo bellico, chi rifiutò di collaborare con gli occupanti e i loro fiancheggiatori fascisti.
A distanza di 80 anni però si fatica ancora a metabolizzare quello che fu un dramma collettivo, il Fascismo. Si fatica a comprendere che vi fu chi era in buona fede anche se stava dalla parte sbagliata e che fino a poco prima era considerata quella giusta da un popolo che, si era smarrito, era uscito sconfitto e umiliato dal secondo conflitto mondiale, precipitando in una tremenda e cruenta guerra civile i cui echi e spettri non paiono talora ancora sedati.
Questo ha contribuito a una memoria non sempre condivisa e si stenta a raccontare la Resistenza come un fenomeno nazionale composito e unitario tra civili e militari, popolo e istituzioni.
Spero che un giorno si possa riuscire a vivere il 25 aprile come un simbolo fondativo per tutti nella ritrovata libertà ponendo fine a divisioni che non leniscono le sofferenze che furono di tutti.

Norberto Bobbio osservava: “La democrazia vive di dissenso, ma ha bisogno di memoria comune.”

Perché resta una festa divisiva? Le ragioni sono molteplici.
Il 25 Aprile è espressione di memoria selettiva ad excludendum intrisa di eredità ideologiche che la Guerra Fredda e le contrapposizioni politiche del dopoguerra hanno acuito lasciando tracce profonde nella lettura della Resistenza in una realtà come l’Italia dove è ancora fragile l’identità nazionale. L’Italia, storicamente, ha avuto difficoltà a costruire una narrazione compartecipata dei propri momenti fondativi.

Come ricordava Indro Montanelli: “Gli italiani non hanno fatto i conti con la propria storia: l’hanno archiviata, non compresa.”

Serve allora andare verso una memoria meno retorica e meno selettiva.
Riconoscere che liberazione e libertà non coincidono non significa sminuire il valore del 25 aprile, piuttosto approfondirlo.
Significa interrogarsi su cosa sia davvero la libertà oggi: non solo un’eredità del passato, ma una responsabilità presente.

Il 25 aprile dovrebbe essere non solo il ricordo di una liberazione foriera di libertà, ma un’occasione per discutere, in modo plurale, di cosa significhi essere liberi davvero.
In fondo, come scriveva Piero Calamandrei: “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare.”

Paola Bergamo

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