venerdì 31 luglio 2026
Intervista relativa al saggio "Ritratti del Socialismo" con l'Autore Luca Bagatin e l''Editore Mario Michele Pascale sul canale YouTube "Rosso Fastidio"
mercoledì 29 luglio 2026
Il Parlamento cubano: "L'embargo è un'aggressione genocida. Cuba non rinuncerà alla sua sovranità". Articolo di Luca Bagatin
L'Assemblea Nazionale del Potere Popolare di Cuba, ovvero il Parlamento cubano, ha emesso – mercoledì 29 luglio - una dichiarazione congiunta che – riferendosi all'inasprimento dell'embargo economico, finanziario ed energetico contro l'Isola - condanna quella che viene definita “aggressione genocida del governo degli Stati Uniti contro Cuba”.
Un'aggressione volta a “rompere con la forza la volontà sovrana del popolo cubano”.
Secondo i deputati cubani, l'autodeterminazione, l'indipendenza e la determinazione nella costruzione del socialismo di Cuba, sono “pilastri solidamente costituiti e non negoziabili”.
In particolare, nella dichiarazione si specifica che “Le ripetute minacce di aggressione militare costituiscono un crimine internazionale, come sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. Qualora un simile atto irresponsabile si concretizzasse, incontrerebbe la resistenza incrollabile e irremovibile del popolo cubano, che non cederà un solo centimetro del proprio territorio, né la minima delle proprie prerogative sovrane. Causerebbe morte e distruzione, e porterebbe a un bagno di sangue, ma non raggiungerebbe l'obiettivo di subordinare Cuba ai dettami neocoloniali degli Stati Uniti, instaurando una condizione di dipendenza da quel Paese, né di riportare Cuba alla società corrotta, brutalmente ineguale e socialmente arretrata in cui una potenza straniera deteneva la ricchezza nazionale e interferiva negli affari politici interni del Paese”.
Nel documento si sottolineano le terribili conseguenze dell'ideologico embargo statunitense: “Il popolo cubano subisce quotidianamente le devastanti conseguenze di questa guerra, in ogni aspetto della vita, mentre il governo statunitense, agendo da boia, misura i propri successi in base alla morte di un bambino per mancanza di cure adeguate; agli interventi chirurgici annullati o rinviati a causa di interruzioni di corrente o carenza di materiali; all'angoscia familiare causata dalla mancanza di elettricità e acqua o dall'impossibilità di conservare il cibo”
I parlamentari cubani hanno ringraziato anche la comunità internazionale per il sostegno ricevuto “nonostante le numerose pressioni esercitate dal governo statunitense per impedire che la questione venisse affrontata”.
In particolare, l'Assemblea Nazionale del Potere Popolare ha ribadito ciò che aveva affermato il Presidente della Repubblica di Cuba, Miguel Díaz-Canel, il 26 luglio scorso, ovvero: “Cuba non rappresenta una minaccia, né per gli Stati Uniti né per nessun altro Paese al mondo. Siamo un popolo nobile, che salva vite dove altri distruggono, che manda medici e insegnanti dove altri mandano bombe”.
I parlamentari cubani, nel ribadire la loro ferma contrarietà alle minacce di aggressione del regime statunitense e al loro criminale embargo, hanno ricordato le parole dell'Eroe cubano e Libero Muratore José Martì (1853 – 1895): “Cuba non va in giro per il mondo a fare la mendicante: vi cammina da sorella, agendo con la dignità che le spetta. Salvando se stessa, salva il mondo”.
Luca Bagatin
martedì 28 luglio 2026
I socialisti moldavi guidano la protesta contro il governo Sandu, il caro-energia e il costo della vita. Articolo di Luca Bagatin
Il Partito Socialista della Repubblica di Moldavia (PSRM) ha partecipato, martedì 28 luglio, a una manifestazione dell'opposizione al governo liberal-conservatore retto da Maia Sandu.
La manifestazione ha riunito sia rappresentanti dell'opposizione parlamentare che extraparlamentare e numerosi cittadini, che, davanti al Parlamento moldavo, hanno protestato contro le politiche antisociali del governo; contro l'aumento delle tariffe del gas e contro il peggioramento della situazione socio-economica del Paese.
Il Presidente del PSRM, Igor Dodon, già Presidente della Repubblica di Moldavia dal 2016 al 2020, ha sottolineato come il malcontento abbia ormai coinvolto tutte le categorie sociali: imprenditori, pensionati e giovani famiglie, che si trovano a lottare contro i continui aumenti dei prezzi e un tenore di vita sempre più basso.
In particolare egli ha puntato il dito contro l'aumento delle tariffe del gas, destinato a tradursi in un ulteriore aumento dei prezzi in autunno. Dodon ha, inoltre, criticato la decisione del governo di destinare 2 miliardi di lei di fondi europei al finanziamento di organizzazioni non governative e di organi di informazione filo-governativi.
Finanziamenti che, diversamente, avrebbero potuto essere meglio impiegati – secondo il leader dell'opposizione socialista – per sostenere i cittadini, riducendo le tariffe del gas di circa 3 lei al metro cubo.
Il Vicepresidente del Parlamento, il deputato socialista Vlad Batrîncea, ha altresì sottolineato che alla protesta hanno partecipato persone provenienti da ogni parte della Moldavia e ha annunciato che uno dei primi risultati delle proteste è stata la decisione del Parlamento di convocare i vertici dell'Agenzia Nazionale per la Regolamentazione dell'Energia (ANRE); del Ministero dell'Energia e della società Energocom, per la definizione di nuove tariffe del gas.
Secondo Batrîncea, i rappresentanti dell'opposizione incalzeranno il governo su tale tema, richiedendo un rapporto dettagliato su ogni componente tariffaria e chiederanno spiegazioni sugli stipendi dei dirigenti e sull'improvviso aumento delle spese amministrative e logistiche, incluse nelle tariffe e a carico dei cittadini.
Egli, inoltre, ha sottolineato che l'opposizione intende chiedere le dimissioni dei vertici di Energocom, principale società statale moldava incaricata dell'approvvigionamento del gas e che tutti i responsabili che hanno leso gli interessi dei cittadini siano chiamati a risponderne.
Nel corso della manifestazione sono state richieste le dimissioni del governo in carica, con slogan quali “Abbasso il PAS!” (ovvero il partito al governo, di centro-destra, Partito di Azione e Solidarietà) e “Maia Sandu, dimettiti!”.
Luca Bagatin
sabato 25 luglio 2026
A 243 anni dalla nascita di Simón Bolívar: l'eredità del Socialismo del XXI secolo. Articolo di Luca Bagatin
In questi giorni, il Socialismo del XXI Secolo latinoamericano, dal Venezuela passando per la Colombia, celebra il “Garibaldi dell'America Latina”, ovvero i 243 anni dalla nascita di Simon Bolivar.
Bolivar, detto anche “El Libertador”, fu colui il quale, in epoca Romantica, ovvero agli inizi dell'Ottocento, contribuì all'indipendenza di gran parte dell'America Latina dal giogo spagnolo e fu Presidente delle Repubbliche di Venezuela, Colombia, Bolivia, Ecuador, Panama e Perù.
Fu il 15 agosto del 1805 che Bolivar – ventiduenne - giurò solennemente, a Roma, sul Monte Aventino (o Monte Sacro) e pronunciò le seguenti parole: “Giuro per il Dio dei miei genitori, giuro per il mio onore e per la mia Patria, che non darò riposo al mio braccio né pace alla mia anima finché non avrò rotto le catene che ci opprimono per volontà del potere spagnolo”.
E, a vent'anni da quel giuramento, l'Impero spagnolo crollò.
Simon Bolivar nacque in una famiglia agiata, di possidenti terrieri, temprato sin da ragazzino dal fuoco della ribellione contro l'oppressione. A ciò contribuì anche il suo precettore - Simon Rodriguez – libero pensatore e figlio dell'Illuminismo, il quale fu anche cospiratore contro l'Impero di Spagna che occupava la terra di Venezuela e gran parte dell'America Latina.
Bolivar non fu uno studente modello, purtuttavia diventò presto un valente combattente e spadaccino. Si sposò molto giovane con Maria Teresa Rodriguez del Toro, la quale contrasse la febbre gialla e morì presto, lasciandolo vedovo a soli vent'anni.
Simon Bolivar viaggiò molto in Europa ed anche a causa della sofferenza per la perdita prematura della moglie il suo spirito ribelle crebbe sempre più. Fu in questo contesto che il futuro El Libertador pronuncerà quel fatidico giuramento a Roma, sul Monte Aventino.
Fu così che inizierà la sua avventura di combattente per la libertà e l'emancipazione del suo popolo ed iniziò così ad organizzare il suo esercito di liberazione contro gli spagnoli, i quali saranno alleati di Napoleone, considerato da Bolivar un traditore dei principi di Libertà, Eguaglianza e Fratellanza enunciati dal conte Alessandro Cagliostro, quale motto sia spirituale che politico e diffusi nelle Logge massoniche dell'epoca.
Bolivar, in quegli anni, a Parigi, entrò, non a caso, in Massoneria e divenne, nel 1806, Gran Maestro della Loggia Madre di San Alessandro di Scozia all'Oriente di Parigi.
Forte dei suoi principi libertari, l'anno seguente, rientrò in Venezuela e da allora inizierà quella rivoluzione che porterà, nel corso degli anni – dal 1811 sino al 1830 – all'indipendenza di gran parte dell'America Latina ed alla proclamazione delle Repubbliche di Venezuela, Colombia, Perù e Bolivia (così chiamata in suo onore).
Nel 1812 Simon Bolivar scrisse il “Manifesto di Cartagena” in cui analizzò le prime sconfitte che portarono alla caduta della Prima Repubblica del Venezuela (1810 – 1812); mentre nel 1815 con la “Carta de Jamaica” gettò le basi per il suo progetto di emancipazione sociale dell'America del Sud, fondato su principi repubblicani, libertari, anti-imperialisti ed egalitari. Principi, peraltro, validi tutt'oggi, come validi sono stati i principi enunciati nella nostra Italia da personalità quali Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi, i quali contribuirono alla fondazione della Prima Internazionale dei Lavoratori nel 1864.
Come Presidente della Repubblica di Venezuela, Colombia, Bolivia, Ecuador, Panama e Perù, Bolivar abolì la schiavitù, confiscò le terre ai possidenti e le ridistribuì agli indigeni, costruì istituti e scuole per donne, bambini indigeni e figli degli schiavi. Le azioni militari che realizzò, in sostanza, spianarono la strada all'emancipazione sociale.
Fu un peccato, purtuttavia, che il progetto di Bolivar per l'integrazione e l'unità dell'America Latina sfumò ben presto e ciò portò - nei decenni successivi alla sua morte (1830) - al saccheggio delle terre latinoamericane da parte degli Stati Uniti d'America, i quali sin da allora rinnegarono i principi di libertà ed emancipazione propugnati dal loro Padre fondatore, ovvero da George Washington e dal Marchese de Lafayette (che tanto aveva fatto per la causa statunitense ai tempi della Guerra d'Indipendenza), il quale peraltro fu amico personale e Fratello - in senso massonico - di Bolivar. In questo senso Bolivar scrisse: “Gli Stati Uniti sembrano destinati dalla Provvidenza a riempire l'America di miseria in nome della Libertà”.
Si pensi peraltro che il figlio di Washington – George Washington Parke Custis – fece avere in dono a Bolivar, nel 1826, il medaglione del padre, in segno di ammirazione e comunanza ideale. Ah, se i principi di Libertà, Fratellanza e Uguaglianza propugnati da Cagliostro, Washington, Lafayette e Bolivar avessero prevalso sul saccheggio e sull'imperialismo, come sarebbero andate diversamente le cose e come i popoli sarebbero potuti crescere in spirito d'armonia e fratellanza!
Fu fra il 1825 ed il 1830 che il progetto di Simon Bolivar si frantumò definitivamente a causa del fatto che le terre che aveva liberato finirono presto nelle mani degli oligarchi e dei ricchi proprietari terrieri, i quali aprirono alla prima ondata di imperialismo nordamericano.
El Libertador morì nel 1830, a soli 47 anni, completamente povero ed il suo corpo fu coperto da una semplice camicia presa in prestito, in quanto quella che possedeva era ormai ridotta in brandelli.
Ci vorranno molti secoli prima che i suoi compatrioti venezuelani possano tornare a conoscere la sua opera ed abbiano, in carne ed ossa, un nuovo Libertador ed un nuovo emancipatore sociale. E ciò avverrà solo negli Anni '90 del XXesimo secolo nella persona del Tenente colonnello Hugo Chavez Frias.
Hugo Chavez, profondo conoscitore dei discorsi e dell'opera di Simon Bolivar, oltre che del nostro Giuseppe Garibaldi, nel 1992, si ribellò alla corruzione dilagante in Venezuela. Ovvero alla corruzione dei partiti e della politica dominante e progettò un golpe, non già autoritario, bensì basato su prospettive bolivariane, fondando appunto il Movimento Bolivariano Rivoluzionario e l'Esercito Bolivariano di Liberazione. Un golpe che purtuttavia fallirà, ma che consacrerà Chavez quale nuovo eroe dell’America Latina per la lotta contro l'oligarchia politica ed economica.
Fra il '94 ed il '95 Chavez lanciò una campagna astensionista contro la corruzione della classe politica venezuelana, compiendo così un atto di rottura con il sistema, ma solo nel 1998 - con il Movimento Quinta Repubblica - diventerà Presidente del Venezuela con il 56% dei voti e – vincendo tutte le successive elezioni alla presidenza - sarà confermato a tale carica sino alla sua prematura morte avvenuta nel 2013.
Ciò permetterà a Chavez di scrivere una nuova Costituzione basata e fondata sugli insegnamenti di Bolivar, ovvero ponendo al centro i diritti umani e via via introducendo norme per la lotta alla povertà ed all’analfabetismo.
La politica neo-bolivariana portata avanti da Chavez sarà appunto una politica che porterà il Venezuela ad uscire dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, fonti massime dello sfruttamento speculativo del Paese, oltre che promuoverà una democrazia sempre più diretta.
Il neo-bolivarismo chavista diventerà dunque il cosiddetto Socialismo del XXIesimo secolo, secondo una felice definizione dello studioso tedesco Heinz Dieterich, ovvero una nuova prospettiva di emancipazione sociale che contagerà, via via, tutta l'America Latina nelle sue varie declinazioni e che vedranno nuovamente unite sensibilità politiche simili, ma pur diverse: il bolivarismo venezuelano, il peronismo argentino, il sandinismo nicaraguense e così via. Sensibilità che fanno riferimento proprio ai grandi Libertadores di quelle terre: liberatori dall'ingerenza straniera e dalla povertà ed esclusione sociale.
Nonostante le continue aggressioni (non ultimo il rapimento del Presidente socialista venezuelano Nicolas Maduro, già compagno di lotta di Hugo Chavez, il 3 gennaio scorso) da parte dei regimi liberal capitalisti a guida statunitense.
Luca Bagatin
venerdì 24 luglio 2026
Addio a Wang Quanying, ultima eroina della Lunga Marcia. Articolo di Luca Bagatin
E' scomparsa, all'età di 105 anni, Wang Quanying, ultima donna sopravvissuta ad aver partecipato alla Lunga Marcia, epica ritirata del 1934-1936, che permise all'Armata Rossa Cinese dei Lavoratori e dei Contadini di sottrarsi all'accerchiamento delle truppe nazionaliste del Kuomintang.
Wang Quanying nacque nel 1921 nella contea di Jinchuan, nel Sichuan, da una povera famiglia tibetana.
Rimasta orfana a un anno, fu cresciuta dallo zio fino ai cinque anni. Successivamente lavorò come bracciante agricola presso un proprietario terriero e, nel 1935, a soli quattordici anni, si unì al Reggimento Indipendente Femminile della Quarta Armata del Fronte, impiegata come infermiera e addetta alla logistica.
Nel 1936 attraversò a piedi le montagne innevate, cibandosi di piante selvatiche e perdendo un dito del piede sinistro a causa delle temperature estremamente rigide.
Fu ufficialmente riconosciuta come veterana dell'Armata Rossa Cinese negli Anni '80 e, fino al maggio scorso, continuò a tessere cuscini per futon per donarli alle scuole locali.
Sua figlia maggiore, Liu Guihua, così l'ha voluta ricordare: “Un'eroica soldatessa che ha attraversato montagne innevate durante la Lunga Marcia; ha celato i suoi successi ed è rimasta fedele alla sua aspirazione originale per tutta la vita”.
Il suo unico rimpianto, secondo la famiglia, sarebbe stato quello di non aver vissuto abbastanza a lungo per assistere al novantesimo anniversario della Lunga Marcia, che si celebrerà, nella Repubblica Popolare Cinese, il 16 ottobre prossimo.
Luca Bagatin
giovedì 23 luglio 2026
Colombia. Il Presidente uscente Gustavo Petro rilancia le accuse di frode e chiede l'annullamento delle elezioni. Articolo di Luca Bagatin
Il Presidente uscente della Colombia, Gustavo Petro, ha annunciato che è stato presentato un ricorso al Consiglio di Stato per chiedere l'annullamento delle elezioni presidenziali che hanno visto vincere, per soli 250.000 voti, il candidato dell'estrema destra, Abelardo de la Espriella.
Il Presidente Petro ha parlato di manipolazione algoritmica dei voti espressi all'estero, nell'ambito del ballottaggio tenutosi il 21 giugno scorso e ne ha richiesto il riconteggio.
Egli ha altresì denunciato che il sito web sul quale aveva presentato le prove della frode è stato oggetto di un attacco informatico.
Il Presidente Petro ha scritto su X che “Hanno appena rimosso la pagina dove si trovavano le prove che avevo presentato sulla frode elettorale algoritmica negli Stati Uniti. Non appena pubblicheremo nuovamente le prove, chiunque sia in possesso del materiale dovrebbe registrarlo, in modo che la rimozione della pagina diventi inutile. Questo dimostra che c'è stata effettivamente una frode elettorale”.
Egli ha insistito sul fatto che “l'insieme delle prove e la causa sono stati presentati ai tribunali, ma saranno presentati pubblicamente, attraverso i social media, a tutto il Paese” aggiungendo che “Il movimento dei testimoni digitali ha realizzato dei video in un linguaggio semplice, così che anche io possa capire come è stata commessa la frode elettorale dalla Registraduría Nacional e dai fratelli Bautista, che dovrebbero finire in carcere, se in Colombia esiste davvero la giustizia”.
Egli si riferisce a Felipe, Camilo e Fernando Bautista Palacio, amministratori del gruppo imprenditoriale Thomas Greg & Sons, azienda privata che, per conto dello Stato colombiano, lavora in settori particolarmente sensibili quali la stampa di sicurezza, la gestione dei documenti di identità e la logistica elettorale.
Petro ha puntato il dito in particolare contro Trump e Netanyahu, dichiarando, in merito: “Non credo che Trump ignori di aver fornito supporto: lo ha fatto e lo ha ammesso, e abbiamo scoperto come Netanyahu abbia appoggiato la manipolazione della legittima volontà della maggioranza del popolo colombiano”.
In merito ha sostenuto che il popolo colombiano avrebbe eletto, in realtà, Ivan Cepeda, leader della coalizione di sinistra, socialista democratica Pacto Historico, che, secondo i dati ufficiali, avrebbe ottenuto il 48,7%, ovvero solamente 250.000 voti in meno rispetto al candidato dell'estrema destra.
Petro ha sottolineato che, se fosse confermata la vittoria dell'estrema destra, il nuovo governo della Colombia avrebbe sede “a Miami e Washington”. E, in merito, ha dichiarato: “Siamo passati dallo status di repubblica a quello di vicereame, proprio come 216 anni fa… È tempo di alzare di nuovo la voce per l'indipendenza”.
Ivan
Cepeda, nel ricordare la fine del mandato presidenziale di Gustavo
Petro, ha voluto sottolineare come egli rimarrà sempre una figura
importante del Pacto Historico e della sinistra colombiana. In tal
senso ha dichiarato:
“Con la conclusione del suo mandato presidenziale, salutiamo un
capo di Stato, ma non il principale leader del progressismo in
Colombia, che, fortunatamente per la nostra società, continuerà a
servire il nostro popolo per molti altri anni.
Per tutte queste
ragioni, oggi propongo che Gustavo Petro assuma la presidenza del
Pacto Historico come nuovo partito politico.
Con questa decisione,
che non dubito verrà accettata all'unanimità, continueremo a
rafforzare il nostro progetto politico e invieremo un messaggio
inequivocabile al Paese: continueremo a progredire nella
trasformazione sociale affinché la Colombia diventi una potenza
mondiale di vita, pace, equità e democrazia”.
Luca Bagatin
martedì 21 luglio 2026
Il socialismo perduto e la crisi della democrazia europea. Articolo di Luca Bagatin
Jeremy Corbyn, ex leader laburista, alla conferenza del suo nuovo partito socialista, Your Party, nel Galles, tenutasi domenica 19 luglio scorso, ha detto ancora una volta parole emblematiche.
Puntando il dito contro la destra peggiore che, in Gran Bretagna, è rappresentata dallo pseudo laburismo di Starmer, da decenni infiltrato dal peggior liberal capitalismo che ha distrutto e annacquato tutto il socialismo e la sinistra euro-occidentale.
Uno pseudo laburismo che ha segnato un profondo aumento delle diseguaglianze, come sottolineato da Corbyn, oggi deputato al Parlamento britannico.
“Guardate la società che abbiamo in questo Paese, il numero di banche alimentari e il crescente numero di persone in povertà”, ha affermato.
“Le politiche finanziarie perseguite da Reeves e Starmer hanno portato a livelli di disuguaglianza enormi nella nostra società, dove 150 miliardari detengono il 22% della nostra ricchezza nazionale”, ha aggiunto.
Relativamente al successore di Starmer, Andy Burnham, Corbyn ha affermato: “Burnham diventa Primo Ministro senza elezioni, senza dibattiti, senza dichiarazioni programmatiche, ed è una parodia di qualsiasi processo democratico”.
E, esortando il nuovo governo a interrompere immediatamente le forniture di armi al regime di estrema destra di Netanyahu, ha ricordato che “Stiamo assistendo a un genocidio e Israele è in grado di perpetrarlo grazie alle strutture militari fornite dalla Gran Bretagna, insieme alla fornitura di informazioni sulla sicurezza. Sabato abbiamo avuto la 36esima manifestazione nazionale per la Palestina, e il mio messaggio è stato che saremo qui finché sarà necessario”.
Egli ha altresì aggiunto di battersi per un sistema di assistenza sociale universale, indipendentemente dal reddito e di volere la proprietà pubblica del settore idrico.
Spiegando che “Il nostro compito è quello di costruire azione, forza e partecipazione a livello comunitario, che alla fine portano al successo elettorale”.
Perché le parole di Corbyn sono importanti, anche nel dibattito italiano e, più in generale, europeo?
Perché egli è il rappresentante di quel socialismo autentico, comunitario e senza equivoci che è e viene ancora perseguitato in gran parte d'Europa, se non addirittura infiltrato da settori liberal capitalisti che hanno snaturato socialismo e sinistra, facendoli diventare il cane da guardia del capitalismo assoluto, come ampiamente dimostrato anche dal filosofo francese Jean Claude-Michéa.
Ho scritto moltissimo di questi aspetti, in numerosi articoli e nel mio ultimo saggio, con prefazione di Ananda Craxi, “Ritratti del Socialismo” (Mario Pascale Editore).
Trovo tutto ciò di profonda attualità, se penso che ancora oggi c'è chi nel nostro Paese si dice “socialista”, ma fa discorsi da liberale e spesso si definisce “riformatore” o “riformista”. Quando nemmeno il sempre purtroppo dimenticato Giuseppe Saragat amava quel termine e, nel 1947, nel suo celebre discorso di fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, esaltando la democrazia in seno al proletariato, dichiarò: “Quanto più il proletariato sarà democratico, tanto più troverà alleati, tanto più sarà forte. Oggi si pensa che l'ultima parola della saggezza politica sia il riformismo anti-democratico. Noi pensiamo invece che debba essere la democrazia anti-riformista”.
Ho scritto recentemente un commento a un intervento abbastanza generico di Bobo Craxi, che qui vorrei riportare.
La sinistra italiana e europea, se escludiamo i
socialisti Slovacchi, Bulgari e Moldavi e il movimento di Corbyn,
Mélenchon, Galloway, Sanchez e pochi altri, non esiste
più.
Infiltrata e annacquata dal liberal capitalismo a partire
dalla metà degli Anni '90, ha perduto ogni volontà di giustizia
sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica.
Ha perduto
proprio quel sano POPULISMO – da molti ingiustamente criticato -
che era all’origine del socialismo originario, come ricorda
l’ottimo Jean Claude-Michéa.
Nel mio ultimo saggio, Ritratti
del Socialismo, punto il dito proprio contro questo sinistrismo
borghese, beceramente liberale e anti popolare, di cui tutti voi
siete diventati preda.
Ma ancora parlate di “sinistra”, di
“socialismo”, senza conoscere né avere mai frequentato le classi
popolari e senza esservi mai confrontati con realtà socialiste
latinoamericane, eurasiatiche, panafricane.
Al vostro convegno (mi
riferisco al convegno in ricordo dei 50 anni dell'elezione di Bettino
Craxi al Midas, tenutosi a Roma il 16 luglio scorso a Roma e
organizzato dalla lista Avanti) c’ero anch’io l’altro
giorno e mi sono annoiato a morte.
Solite parole vuote che sento
da decenni.
Che a me, personalmente, non incantano più, ma penso
non incantino nemmeno la gran parte degli elettori e chi si richiama
al socialismo e al repubblicanesimo sociale.
Avrei voluto fare un
intervento, che mi ero preparato. Ma il convegno era interamente
autoreferenziale.
Ho trovato ad ogni modo molto interessante
l’intervento storico di Saro Freni, giovane ricercatore storico,
con il quale ho passato il pomeriggio a chiacchierare al bar, al
centro di Roma, confrontandoci sul passato e il presente, pur da
posizioni politiche differenti”.
Se ce ne fosse stata l'opportunità, a quel convegno, avrei voluto dire quanto segue, a proposito dell'assenza di una forza socialista che si ponga quale rappresentante della comunità e critichi quel sinistrismo borghese che, nei fatti, ha spostato l'asse politico italiano (e dell'UE) sempre più verso destra. Quella destra che preoccupa tanto questi “socialisti”, senza che si siano resi conto che la destra è forte proprio... a causa dell'assenza di politiche socialiste!!!
Francamente si fa davvero fatica a definire “sinistra” il PD e i suoi alleati o potenziali tali, da Renzi, passando per Calenda, Bonelli, Fratoianni e Conte.
In che cosa si differenziano dal campo meloniano?
Nel voler mettere al centro la comunità, magari investendo massicciamente in istruzione, sanità, ricerca e sicurezza pubblica?
Nel voler nazionalizzare i settori chiave dell'economia, in favore, appunto, della comunità stessa?
Nel voler riaprire un dialogo con la Russia, ritornando a commerciare con essa, riaprire i canali energetici e abbandonare il sostegno all'autocrazia corrotta né UE né NATO, retta da un comico irresponsabile?
Nel voler ripristinare la democrazia rappresentativa, ritornando al sistema proporzionale puro, come previsto dalla Costituzione?
Nel voler ridiscutere l'alleanza con gli USA che, sempre di più, spingono l'acceleratore verso la destabilizzazione mondiale?
(...) Perché non si parla più di “socialismo” e si criticano i Paesi socialisti? Perché si parla, al massimo, genericamente, di vuoto “riformismo”? (…).
Ecco, forse il problema sta proprio lì. Dalle nostre parti, in Italia, in UE, nell'Occidente liberal capitalista, si è perseguitato o svuotato, dall'interno, il socialismo ed al contempo si è svuotata di significato la democrazia. Che, come diceva Saragat, è anti-riformista. Ovvero è anti-borghese e anti-individualista.
Perché la democrazia è volontà e sovranità del popolo, nel suo complesso. Non è l'ideologia dell'individualismo, non è l'ideologia della finanza e della speculazione economica, bensì le fondamenta di una comunità organizzata, che si fonda su doveri e diritti.
Doveri, come diceva Giuseppe Mazzini, che vanno anteposti ai diritti, che ne sono conseguenza.
Tutto ciò sembra perduto da tempo.
Dalla metà degli Anni '90, in Italia e Europa (Russia compresa), abbiamo assistito alla disgregazione di ogni forma di valore civile e umano, sostituito dall'ideologia del mercato, dell'individualismo, dell'edonismo.
I partiti e relativi candidati sono diventati di plastica. Imprenditori, comici, attori.... Un po' come già accadeva da tempo negli USA (Ronald Reagan il primo degli esempi).
Questa edonizzazione, spoliticizzazione della società, ha coinciso con l'abbattimento con ogni mezzo dei valori comunitari; di ogni idea socialista; di ogni “decenza comune”, come ebbe spesso a scrivere il filosofo francese Jean-Claude Michéa, che pone in particolare sul banco degli imputati la trasformazione in senso borghese e liberal capitalista (o “riformista”) della “sinistra” euro-occidentale.
Una “sinistra” euro-occidentale che insegue e ha inseguito la destra, in nome della “crescita economica” e dell'atomizzazione della società, cavalcando l'onda delle nuove tecnologie, anziché regolamentarle adeguatamente, rendendo la comunità partecipe di questo processo di regolamentazione, in modo democratico.
La politica, dunque, diventata un eterno “reality show”, ha smesso il suo ruolo educativo e pedagogico, per diventare mero intrattenimento.
Come la televisione, come i social, che sono poi i mezzi da cui provengono (o in cui ritornano o ritorneranno, magari partecipando a qualche reality televisivo o diventando conduttori tv) i politici di turno, o che i politici di turno usano e abusano per qualsivoglia dichiarazione.
Dichiarazione che non è ragionamento, ma slogan. Perché si pensa che le persone non capiscano o non meritino altro che essere trattate come tifosi da stadio.
In modo da far credere che esistano, peraltro, due o tre schieramenti contrapposti quando, in realtà, ne esiste solo uno: anti-comunitario, non democratico, autoreferenziale, anti-socialista. Spesso rispondente a poteri internazionali e quindi nemmeno autonomo.
Schieramento o schieramenti che sono votati con sistemi elettorali sempre meno rappresentativi, fatti di maggioritari e sbarramenti. Contribuendo, peraltro, all'astensionismo di massa, visto che le persone, ormai, hanno compreso da tempo che le regole sono truccate a monte.
Oggi vediamo impennarsi i prezzi a causa di guerre e sanzioni sconsiderate, non volute dalla maggioranza dei cittadini, che non ha alcuna voce in capitolo in merito.
Vediamo nuove generazioni sempre più lasciate allo sbando, violente, pronte a fare attentati, a uccidere, vilipendere, violentare chiunque, senza che vi sia alcuna pena severa e esemplare, atta ad educarle.
Vediamo una società edonista, instagrammata e instagrammabile che, all'approfondimento, preferisce il tifo da stadio, l'accumulo di beni materiali, l'esteriorità.
Vediamo un mondo più diviso, come non mai, nemmeno ai tempi della Guerra Fredda.
Eppure la soluzione sarebbe semplice, ma non vi è nessun partito dalle nostre parti che abbia il coraggio di porre al centro la comunità, le sue necessità, che abbia la capacità di ricostruirla dalle fondamenta.
Manca, probabilmente, come dice spesso la mia cara amica Paola Bergamo, lo spazio politico.
In tutto ciò vediamo Paesi che ci hanno ampiamente superati, ma che, nel nostro “suprematismo liberale”, consideriamo “dittature”.
Anziché ammirare e approfondire la Storia, cultura e mentalità cinese (realtà con il più basso tasso di criminalità al mondo e con livelli di modernizzazione e di organizzazione altissimi), la denigriamo, pensando di esserle superiori.
L'incapacità di fare autocritica e di riorganizzarci, ci seppellirà. L'incapacità di modificare i paradigmi e i nostri modelli, sia di pensiero che di comportamento, ci seppelliranno.
E, quando accadrà, non avremo nemmeno il tempo di rendercene conto.
Esattamente un anno fa, rispondendo a un articolo di Marco Gervasoni, sull'Huffington Post, dal titolo “Eutanasia del socialismo riformista”, scrivevo, nelle mie conclusioni:
Avremmo necessità di socialismo, ma rettamente inteso e senza equivoci liberal capitalisti e/o guerrafondai.
Un socialismo come quello di Bettino Craxi, di Giuseppe Saragat (…), di Roberto Tremelloni, di Mario Bergamo, di Luigi Mariotti, di Pietro Longo, di Hugo Chavez, di Lula, di Jeremy Corbyn e così via, come vado scrivendo da un bel po' di annetti.
Altro che aggiungere una “s” alla “d” del PD!
Occorre riannodare i fili di ciò che è stato volutamente distrutto (pensiamo anche alla tragica defenestrazione del socialista Gheddafi in Libia e a quella del laico-socialista Assad in Siria, per lasciare spazio al caos e agli islamisti...ma amici di un Occidente che il socialismo non lo ha mai amato né voluto). (Oggi, peraltro, avrei anche aggiunto: pensiamo alla tragica fine fatta fare al Presidente socialista del Venezuela, Nicolas Maduro, da parte del regime di Trump!).
Che un socialismo autentico, in Europa, possa rinascere, ci credo molto poco. Che sia presente, in molti Paesi del mondo, invece, è una realtà.
Forse perché Paesi che hanno imparato dalla loro Storia e cultura, oltre che dalle disavventure dei rispettivi popoli. E, chi impara dalla propria Storia e dall'esperienza, ha in mano il presente e futuro.
Oggi, a parte i Corbyn e gli altri soggetti che ho citato, non vedo socialisti in Europa. Né vedo sinistra.
In Italia guardo con interesse al progetto di Angelo D'Orsi, che pur ha una storia molto diversa e lontana dalla mia, “Agorà per l'Italia”.
Altro non vedo.
Vedo fondamentalisti censori che si dicono “di centro”. Vedo destre parolaie e inconcludenti. Vedo pseudo sinistre liberal draghiane.
Vedo il livello che abbiamo raggiunto.
E la misura mi appare colma.
Luca Bagatin
sabato 18 luglio 2026
Alchimia dell'Anima poesia di Luca Bagatin a Jade/Alquimia da Alma poema de Luca Bagatin para Jade
Alchimia dell'Anima
poesia di Luca Bagatin
a Jade
Ti chiamo amore
Perché amore
E' il sentimento
Che accarezza
Il mio cuore
Quando ti vedo.
E sogno l'amore
Con te.
La fusione
Delle nostre labbra.
La fusione
Dei nostri corpi.
La fusione
Dei nostri sessi.
La fusione
Dei nostri aromi.
Una fusione
Inebriante.
Età diverse
Luoghi fisici diversi
Un'unica energia
Che attraversa i Secoli
Le vite
Le dimensioni.
Un'unica passione
Per il Sacro che si unisce al Profano.
Per il Profano che rende Sacro ciò che non lo è.
Eleganza, volgarità, sensualità, erotismo.
Tutto è Puro.
Tutto è autentico.
Tutto è Te.
Tutto è Me.
Tutto è Noi.
Luca Bagatin
https://amoreeliberta.blogspot.com
poema de Luca Bagatin
para Jade
Eu te chamo de amor
Porque o amor
É
o sentimento
Que acaricia
Meu coração
Quando te vejo.
E
eu sonho com o amor
Com você.
A fusão
Dos nossos lábios.
A
fusão
Dos nossos corpos.
A fusão
Dos nossos sexos.
A
fusão
Dos nossos aromas.
Uma
fusão inebriante.
Idades
diferentes
Lugares físicos diferentes
Uma única energia
Que
atravessa os Séculos
Vidas
Dimensões.
Uma única
paixão
Pelo Sagrado que se une ao Profano.
Pelo Profano que
torna Sagrado o que não é.
Elegância, vulgaridade,
sensualidade, erotismo.
Tudo é Puro.
Tudo é autêntico.
Tudo
é Você.
Tudo sou Eu.
Tudo somos Nós.
Luca Bagatin
Ipocrisie liberali e Vie Eretiche: la ricerca di uno Stato Democratico e Socialista. Riflessioni brevi di Luca Bagatin
Laddove non c'è uno Stato forte, democratico, al servizio del cittadino, quest'ultimo finisce per farsi giustizia da sé. Specialmente se spaventato in quanto aggredito. Il problema è il cittadino, o la mancanza di prevenzione e pene severe ed esemplari per chi delinque?
Per evitare la becera propaganda elettoralistica della destra e ogni forma di violenza ed eccesso, occorrerebbe uno Stato democratico, socialista e al servizio del cittadino.
Ove autorità, decenza comune, rispetto e giustizia sociale e civile siano il perno su cui si regge la comunità.
(Luca Bagatin)
Ho sempre avuto difficoltà nel recarmi a votare.
Solitamente non lo faccio né vorrei farlo alle assemblee di condominio.
Anche in ambito esoterico mi sono sempre chiamato fuori da ogni votazione degli organi dirigenti, se così vogliamo chiamarli.
Penso che ciascun essere umano dovrebbe essere sovrano di sé stesso è mai delegare ad altri.
Ma per essere veramente sovrano, un essere umano, dovrebbe formarsi continuamente e cercare incessantemente di comprendere e seguire la sua Vera Volontà.
A quel punto, egli non avrà alcuna necessità di delegare ad altri, che siano politici, regnanti, presidenti o dei.
(Luca Bagatin)
Il merito delle mie simpatie verso i comunisti (non italiani, sia chiaro) è tutto dei liberali.
Ovvero delle loro menzogne, ipocrisie e manipolazioni, sistematiche, di Storia e geopolitica.
(Luca Bagatin)
Se mi fossi lasciato condizionare dal mondo esterno, molto probabilmente, non sarei arrivato lontano. Sicuramente non avrei superato l'adolescenza.
Fortunatamente, al mondo esterno, ho sempre fatto spallucce e cercato vie originali, per quanto impervie.
La curiosità dovrebbe sempre prevalere sulla noia.
L'eresia dovrebbe sempre prevalre sulla banalità.
(Luca Bagatin)
venerdì 17 luglio 2026
Xi Jinping alla Conferenza mondiale sull'IA di Shanghai: cooperazione internazionale e governance globale al centro dell'intervento. Articolo di Luca Bagatin
Il 17 luglio, il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, ha aperto la Conferenza mondiale sull'Intelligenza Artificiale di Shanghai, che si concluderà il 20 luglio prossimo.
All'evento erano presenti, oltre a esponenti del mondo dell'industria e dell'accademia provenienti da oltre 100 Paesi, anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres; il Primo Ministro del Regno di Cambogia, Hun Manet; il Primo Ministro del Regno di Thailandia, Anutin Charnvirakul e il Presidente del Kazakistan, Kassym-Jomart Tokayev.
Il Presidente Xi ha formulato quattro osservazioni relative allo sviluppo e alla governance dell'IA.
Innanzitutto egli ha sottolineato l'importanza di promuovere l'open source, la trasparenza, la condivisione e la collaborazione, al fine di facilitare l'innovazione tecnologica, lo sviluppo industriale e l'applicazione dell'IA in appositi contesti.
In secondo luogo ha sottolineato la necessità di rafforzare la consapevolezza dei rischi che si possono correre attraverso l'IA. Egli ha spiegato come sia necessario che essa sia sempre supervisionata dall'essere umano e ha esortato a opporsi congiuntamente a un'eccessiva estensione del concetto di “sicurezza nazionale nel campo dell'IA” o a privilegiare la sicurezza di un Paese rispetto a quella degli altri.
Il Presidente Xi, come terza osservazione, ha esortato a incoraggiare l'inclusione, promuovendo, attraverso l'IA, l'apprendimento reciproco fra le civiltà, evitando che questa possa minare le diversità e unicità delle culture.
Infine, la sua quarta osservazione è relativa alla promozione della solidarietà e della governance globale. Xi ha esortato a riconoscere l'importante ruolo delle Nazioni Unite e ha auspicato un maggiore coordinamento e allineamento globale sulle strategie di sviluppo dell'IA, attraverso regole e standard tecnici condivisi.
Egli, sostenendo la costituzione dell'Organizzazione Mondiale per l'Intelligenza artificiale (WAICO), che riunisce 29 Paesi, molti dei quali appartenenti al Sud del mondo, oltre a due Paesi europei quali Serbia e Russia, ha affermato in particolare che “Dobbiamo attuare un'ampia cooperazione internazionale e aiutare i Paesi del Sud del mondo a rafforzare le proprie capacità per colmare il divario digitale e dell'IA, promuovere lo sviluppo sostenibile e prevenire la creazione di nuove ingiustizie storiche nel campo dell'IA”.
Luca Bagatin
mercoledì 15 luglio 2026
Tra i "volenterosi" della guerra e i socialisti della pace: la linea di Fico e Radev. Articolo di Luca Bagatin
Ci sono guerrafondai che si autoproclamano “volenterosi” e socialisti che, concretamente, hanno la volontà di porre fine ai conflitti.
E' questo il caso sia del Premier socialista democratico slovacco Robert Fico e del neo eletto Primo ministro bulgaro Rumen Radev.
Rumen Radev, già Generale dell'Aeronautica e leader di Bulgaria Progressista, partito socialista democratico, nazionalista e populista di sinistra, che alle recenti elezioni ha conquistato quasi il 45% dei voti, ha chiaramente dichiarato che la Bulgaria non farà parte della coalizione dei cosiddetti “volenterosi”.
Egli, come lo slovacco Fico, non intende fornire assistenza militare e finanziaria all'Ucraina, ma, in modo pragmatico, ha sottolineato come la fine del conflitto si possa ottenere unicamente con una forte iniziativa diplomatica.
Radev, nella sua pagina su Facebook, ha scritto di recente: “Ho ricevuto l'invito affinché la Bulgaria aderisse alla coalizione dei "volenterosi", ma ritengo che il nostro Paese non debba farne parte, perché non partecipiamo a una coalizione che insiste nel proseguire il sostegno finanziario e militare all'Ucraina. La Bulgaria non fornisce questo tipo di assistenza, poiché siamo convinti che la soluzione del conflitto non consista nel prolungarlo attraverso mezzi militari, bensì nel promuovere una forte iniziativa diplomatica che ponga finalmente fine alle ostilità.
(...) Per la prima volta, la Bulgaria afferma apertamente il proprio interesse nazionale anche quando si tratta dell'adozione di sanzioni contro la Russia. Questo dimostra che non c'è nulla di sbagliato nel fatto che uno Stato difenda i propri interessi all'interno di un quadro collettivo. L'Unione europea è forte quando lo sono i suoi Stati membri, e questi possono esserlo soltanto se tutelano i propri interessi nazionali. Un simile atteggiamento è rispettato da tutti gli altri partner.
Per questo motivo, la Bulgaria ha espresso apertamente le proprie riserve sull'inserimento di determinate persone nell'elenco delle sanzioni e ha dichiarato con fermezza di essere pronta a porre il veto sull'intero pacchetto qualora tali nominativi non fossero stati rimossi. Abbiamo visto che tutti e tre sono stati effettivamente esclusi dalla lista e che gli Stati membri dell'Unione europea valutano sempre più spesso il regime sanzionatorio alla luce dei propri interessi nazionali.
Se oggi siamo arrivati al ventunesimo pacchetto di sanzioni, dovremmo chiederci perché sia stato necessario e quali risultati abbiano prodotto i precedenti venti. È evidente che non hanno raggiunto gli obiettivi prefissati e, soprattutto, dobbiamo vigilare affinché le sanzioni non finiscano per danneggiare gli stessi Paesi che le adottano”.
In un altro post, egli ha ribadito che “Questa settimana la Bulgaria ha dato il proprio contributo alla definizione della politica estera dell'Unione europea. Bruxelles ha tenuto conto delle riserve espresse dalla Bulgaria riguardo a tre persone: il Patriarca di Mosca, il proprietario di Lukoil, Vagit Alekperov, e Makhmudov, presidente dell'associazione che fornisce pezzi di ricambio ai convogli della metropolitana di Sofia.
Desidero sottolineare con chiarezza che non si tratta di difendere singole persone. Si tratta di tutelare gli interessi nazionali della Bulgaria nei settori dell'energia e dei trasporti, esattamente come fanno anche gli altri Stati membri dell'Unione europea.
Per quanto riguarda il ventunesimo pacchetto di sanzioni, per noi è fondamentale che venga rispettato il principio secondo cui la religione non deve essere trascinata nei conflitti politici, soprattutto mentre in Europa è in corso una guerra. Ogni decisione che contribuisca alla de-escalation rappresenta un passo verso quella pace che tutte le persone di buon senso, sia in Occidente sia in Oriente, desiderano.
È anche per questo motivo che la Bulgaria ha deciso di non partecipare alle consultazioni della coalizione informale dei "volenterosi". La delegazione bulgara si è recata a Parigi per testimoniare il proprio rispetto nei confronti del Presidente francese e della Francia, nostro alleato. Ritengo che il "risveglio strategico" di cui si è discusso a Parigi debba iniziare con un rinnovato impegno a favore dei negoziati, finalizzati a ristabilire la pace in Europa e a costruire un nuovo sistema di sicurezza, stabile ed efficace.
Quando parliamo di guerra, non dobbiamo dimenticare che le strade della Bulgaria continuano a essere un campo di battaglia, sul quale ogni giorno si perdono vite umane" (…).
Il Primo ministro bulgaro, dunque, come quello slovacco, a differenza di molti altri capi di Stato in UE, mette al primo posto gli interessi del suo Paese, pensa alla sicurezza delle sue strade e alla propria comunità, oltre a promuovere una visione ragionevole e realistica della politica estera.
Questo, a mio avviso, si chiama avere una visione d'insieme ed essere autenticamente socialisti democratici, senza servilismi o equivoci guerrafondai e liberal capitalisti.
Luca Bagatin
lunedì 13 luglio 2026
Capire il presente attraverso il passato: la Russia post-sovietica e le origini della crisi tra Russia e Occidente. Articolo di Luca Bagatin
Il modo migliore per comprendere il presente è studiare il passato.
E, senza tornare alla disgregazione dell'Unione Sovietica, avvenuta per ragioni sia interne che esterne e molto favorita da un Occidente liberale, ma molto poco democratico, non si può comprendere ciò che sta accadendo, oggi, nell'Est europeo.
Devo dire che sono riuscito a reperire, in lingua italiana, solamente due saggi, che parlano di quel periodo, ovvero della Russia post-sovietica: “La Russia di Eltsin” di Antonio Rubbi (Editori Riuniti) e “La Russia post-sovietica” di Roj Medvedev (edito da Einaudi).
Li ho reperiti online, su ebay, praticamente nuovi e ancora incellofanati, anche se risultano, da anni, fuori catalogo. Il che, peraltro, da bibliofilo e ricercatore di saggi e libri di vario genere, mi ha fatto pensare e chiedere: quante copie di questi due libri, editi entrambi nel 2002, saranno effettivamente state distribuite?
Entrambi i saggi sono molto interessanti e meriterebbero di essere non solo conosciuti, ma soprattutto ripubblicati.
Perché spiegano le origini del presente. Un presente molto poco conosciuto dal lettore/cittadino medio “occidentale”, per così dire.
Nel saggio di Antonio Rubbi, a pagina 259, si parla dell'allargamento ad Est della NATO, fortemente voluta – nel 1992-93 - dagli USA guidati da Bill Clinton. Una decisione che trovò contrari molti membri del Congresso statunitense e di vari Paesi europei, visto che non era giustificata da nulla, poiché la NATO era sorta nel 1949 per contenere una minaccia sovietica che, ormai, non esisteva più.
Nel saggio di Rubbi, a pagina 260, si fa riferimento a un articolo del Corriere della Sera, a firma Enrico Iacchia, nel quale si evidenziava come l'idea di spostare i confini della NATO alle frontiere della Russia, potesse essere molto pericolosa. Nell'articolo, riportato da Rubbi, vi è scritto: “Fate entrare la Polonia e immediatamente si porrà la questione dell'Ucraina. E se si fa entrare l'Ucraina – come vorrebbe Brzezinski – si può tener fuori la Russia?”.
Nel saggio si riporta anche il testo della lettera scritta da 18 diplomatici statunitensi, quasi tutti ex ambasciatori a Mosca o in altre capitali dell'Est europeo, inviata al sottosegretario agli esteri Talbott.
In essa, fra le altre cose, è scritto: “Siamo preoccupati per le potenziali conseguenze della politica del governo che promette di estendere la NATO alla Repubblica Ceca, all'Ungheria e alla Polonia. Secondo noi questo indirizzo rischia di danneggiare la vitalità a lungo termine della NATO, di esacerbare in misura considerevole l'instabilità già oggi esistente nella zona che sta fra la Germania e la Russia e di convincere i russi che gli Stati Uniti e l'occidente tentano di isolarli, accerchiarli e subordinarli, piuttosto che di integrarli in un sistema di sicurezza collettiva in Europa”.
Tra i firmatari, riporta Rubbi nel suo saggio, Paul Nitze, Sam Nunn e Bill Bradley. Tutti ex ambasciatori di alto rango all'epoca. Nel saggio è riportata anche la dichiarazione dell'ex ambasciatore a Mosca, George Kennan, relativamente all'espansione della NATO ad Est: “l'errore più fatale della politica americana nell'intera era post guerra fredda”.
Ecco come, gli errori di allora, vengono pagati oggi. E non per colpa dei “cattivi russi” o dei “putiniani”, ma di cattive scelte fatte all'epoca, che ancora oggi vengono tanto ignorate quanto non approfondite.
Molto interessante e approfondito il saggio dello storico Roj Medvevev, già comunista dissidente espulso dal Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS) da Breznev e reintegrato da Gorbaciov, oltre che co-Presidente del Partito Socialista dei Lavoratori, fondato nel 1991 e di orientamento socialista democratico (e avente per simbolo un garofano rosso e una falce e martello, infondo non così diverso dal Partito Socialista Italiano degli Anni '80).
Nel suo “La Russia post-sovietica – Un viaggio nell'era Eltsin”, in Italia pubblicato nel 2002 da Einaudi, Medvedev illustra tutta la politica della Russia a partire da quando, nel 1990, Boris Eltsin, fu eletto Presidente del Soviet Supremo e successivamente Presidente della Federazione Russa e, con lui, salirono al potere una cricca di soggetti ultra-liberali quali Barbulis, Cubajs, Gajdar e altri.
Egor Gajdar, in particolare, fu giovane economista che, come spiega il saggio, non aveva alcuna esperienza nell'industria e nell'amministrazione. Cresciuto in una famiglia benestante egli – se in gioventù sostenne il socialismo di mercato – ben presto divenne il massimo promotore della liberalizzazione e deregolamentazione economica più assoluta.
Gajdar, nominato Primo Ministro da Eltsin, fu il fautore della cosiddetta “terapia d'urto” o “shockterapia”, che trasformò la Russia da realtà a economia socialista pianificata, a terra di nessuno, attuando una liberalizzazione selvaggia che nessun Paese capitalista aveva mai attuato in quel modo.
E fu così che, fra liberalizzazione dei prezzi e cessione – attraverso “vaucher” - del patrimonio pubblico per pochi rubli, la Russia sprofonderà in una crisi economica senza precedenti.
La terapia di Gajdar, sostenuta da Eltsin, trovò, come da copione, l'approvazione piena del Fondo Monetario Internazionale e degli “esperti” occidentali. Ben felici di veder sprofondare la Russia nella crisi più nera.
Come spiega Medvedev “Nel primo trimestre del 1992 i prezzi, lasciati “fluttuare liberamente”, aumentarono dell'800-900% (…). I salari, invece, nel primo trimestre si limitarono a raddoppiare”.
Egli spiega anche che, conseguentemente, vi fu una diminuzione della produttività del lavoro e un aumento di tutti i costi di produzione.
Tutto ciò costrinse la popolazione a vendere, in piazza, qualsiasi cosa, creando giganteschi bazar, per tentare di sopravvivere.
Colui il quale iniziò a protestare e ad alzare la voce per primo contro il governo Eltsin-Gajdar fu Aleksandr Ruckoj, Vicepresidente della Federazione Russa e leader dei Comunisti per la Democrazia.
Egli, peraltro, fu successivamente uno dei leader del cosiddetto Fronte di Salvezza Nazionale, che comprendeva vari movimenti di ispirazione comunista, socialista, patriottica, nazionalista, che si opponeva alle contro-riforme di Eltsin e puntava a ricostituire l'Unione Sovietica, attraverso riforme di matrice socialista democratica e patriottica.
Altra personalità di spicco degli oppositori alle contro-riforme di Eltsin fu il Presidente del Soviet Supremo, Ruslan Khasbulatov.
Il prof. Khasbulatov, fu un economista inizialmente sostenitore del nuovo corso eltsiniano, quando questo sembrava promuovere una forma di socialismo democratico e di mercato, ma, resosi conto che Eltsin stava, diversamente, portando avanti una squadra e un'agenda di ultra liberisti, divenne immediatamente un loro oppositore.
E' molto interessante l'appunto di Roj Medvedev, a pagina 86, in cui sottolinea come Khasbulatov e molti altri leader di quella che nel 1989 veniva chiamata “opposizione democratica” non erano affatto dei liberali e men che meno dei liberisti. Costoro, infatti, recuperando il vecchio slogan “Tutto il potere ai Soviet”, inneggiavano sì alla fine del monopolio del PCUS, ma anche al socialismo democratico.
Fra i loro slogan, ricorda Medvedev: “Potere al popolo”; “Le fabbriche ai collettivi di lavoro”; “La terra ai contadini”; “La proprietà a tutti”.
Molti di costoro si ritrovarono, nel 1990, eletti al Congresso dei deputati del popolo, ma mai avrebbero immaginato che Eltsin – che all'epoca si definiva “radicale di sinistra” e a volte “socialdemocratico” (ma mai liberale) e la sua cricca avessero deciso di distruggere la Russia dall'interno, liberalizzando ogni cosa e tradendo ogni ideale socialista democratico.
Medvedev spiega come l'ideologo di Eltsin fosse Gennady Barbulis, il quale parlava di “libertà dell'individuo” da ottenersi anche a scapito della giustizia sociale. E, sulla base di questo assunto, saranno introdotte le contro-riforme del duo Eltsin-Gajdar.
A pagina 92, Roj Medvedev riporta le interessanti dichiarazioni/ammissioni dell'economista statunitense Jeffrey Sachs, che all'epoca ricoprì il ruolo di consulente economico del governo Eltsin: “Quando abbiamo intrapreso le riforme ci sentivamo come dottori chiamati al capezzale di un malato. Ma quando abbiamo messo il paziente sul tavolo operatorio e lo abbiamo aperto, ci siamo accorti che la sua struttura anatomica e i suoi organi interni erano di un tipo tutto particolare, che non avevamo mai incontrato nelle scuole di medicina”.
Si pretendeva, insomma, di introdurre il liberal capitalismo selvaggio in una realtà come la Russia, ad essa totalmente estraneo.
Sachs lo comprese. Tardi, ma lo comprese. Eltsin e la sua cricca, no. E infatti continuarono a premere l'acceleratore sulle contro-riforme, dettagliatamente spiegate nel saggio di Medvedev, con tanto di conseguenze nefaste sia per la popolazione russa che per le casse dello Stato.
Tutto ciò, naturalmente, favorirà il proliferare di oligarchi senza scrupoli e mafie di ogni genere.
Medvedev spiega molto bene un evento cruciale della Storia di quegli anni, ovvero la cosiddetta Crisi costituzionale russa del 1993.
Egli racconta come, nell'estate del 1993, la tensione salì alle stelle e Ruckoj e Khasbulatov erano diventati ormai i leader dell'opposizione e guidarono l'opposizione di sinistra al grido “Tutto il potere ai Soviet”.
Eltsin, come spiega Medvedev, da tempo si stava preparando ad abolire il Parlamento esistente, perché gli era di ostacolo alle sue “riforme”. Egli, con il famoso decreto 1400 del 21 settembre 1993, dichiarò – in modo incostituzionale - sciolto il Soviet Supremo e il Congresso dei deputati del popolo.
Con tale atto, Eltsin decadde da Presidente e, secondo la Costituzione, gli sarebbe dovuto succedere il Vicepresidente, ovvero Ruckoj, il quale cominciò ad adempiere ai suoi primi atti da Presidente.
La Corte costituzionale, peraltro, dichiarò incostituzionale il decreto 1400.
Fu così che Ruckoj, Khasbulatov, numerosi cittadini russi e una parte delle forze armate iniziarono a difendere la Casa Bianca, ovvero la sede del Parlamento, dai commandos inviati il 3 e 4 ottobre da Eltsin a bombardarlo, con i deputati chiusi all'interno.
I grandi media, nel frattempo, sostenevano Eltsin, il quale peraltro cercò di corrompere vari deputati, in modo che passassero dalla sua parte.
Il golpe di Eltsin, purtroppo, ebbe successo. Ruckoj e gli altri dovettero arrendersi e furono arrestati. Numerose le vittime sul campo. Una ferita profonda per una democrazia mai nata, nella Russia di quegli anni.
Roj Medvedev racconta, nel suo saggio, che gli uomini dell'OMON e della polizia pestarono a sangue i deputati che avevano osato ribellarsi al regime eltsiniano. A quel regime osannato dai soliti ipocriti Stati Uniti d'America e dalla Comunità Economica Europea.
Nuove elezioni parlamentari, ad ogni modo, saranno indette nel 1993 e con una nuova legge elettorale.
Fra i partiti sostenitori del regime di Eltsin, Scelta della Russia di Gajdar, il quale prese appena il 12% dei voti e il Partito dell'Unità e Concordia Russa che prese il 7%.
Il vincitore fu il Partito Liberal Democratico di Žirinovskij, con il 22%. Partito nazionalista e spesso compromissorio con il governo di Eltsin. Un buon risultato lo ottenne anche il Partito Comunista della Federazione Russa che ottenne, come ricorda Medvedev, il 14% e il 9% lo ottenne il Partito Agrario, altro partito con posizioni social-comuniste.
Eltsin comunque, che non aveva un partito alle spalle, continuò a governare facendosi forte dell'apparato burocratico che, come sottolinea Medvedev, era ancora più forte e presente rispetto all'era sovietica.
Ne “La Russia post-sovietica”, Roj Medvedev, prosegue nello spiegare tutti i processi di ulteriore liberalizzazione e privatizzazione selvaggia del regime di Eltsin, che sarebbe qui molto lungo descrivere. Egli entra nel merito delle scellerate scelte di soggetti come Čubajs e Černomyrdin, profondamente detestati dalla popolazione russa e che ancora oggi li ricorda con disprezzo.
Scelte che portarono alla svendita del patrimonio pubblico sovietico e alla de-industrializzazione del Paese. Senza alcun beneficio per lo Stato, ma unicamente per il tornaconto di pochi oligarchi senza scrupoli.
E' storia nota. Ma che andrebbe approfondita e studiata.
Nel saggio un intero capitolo è dedicato al leader del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF), Gennady Zjuganov. Che, ancora oggi, guida quel partito, che è il maggior partito di opposizione.
Medvedev ricorda il successo della sinistra russa alle elezioni parlamentari del 1995 e, in particolare, l'affermazione del KPRF, che prese il 22%, diventando il primo partito.
Egli racconta di come Zjuganov sia persona non molto carismatica, ma capace di ascoltare il prossimo ed ha una visione che unisce idee socialiste a prospettive nazional-patriottiche. Egli, in sostanza, promuove un socialismo democratico – non totalitario come quello ai tempi della vecchia URSS - capace di unire giustizia sociale a sovranità nazionale e vorrebbe la ricostituzione geopolitica dell'Unione Sovietica, quale stato forte nel quale convivevano, armonicamente e nel socialismo, nazionalità diverse. E che si contrapponga all'egemonia Occidentale a guida statunitense che, secondo Zjuganov, mira ad eliminare la Russia dalla scena storica.
Ed è con questo programma che Zjuganov si presenterà alle Presidenziali del 1996 contro Eltsin, sconfitto dai brogli di quest'ultimo. Ma questa è un'altra storia ancora.
Il saggio di Roj Medvedev prosegue ancora, fino alla scelta di Eltsin di proporre un allora sconosciuto Vladimir Putin quale candidato alle Presidenziali del 2000.
Il resto è forse storia nota.
Qui ho cercato, attraverso questi preziosi saggi, di ricostruire una Storia, come scrivevo, poco conosciuta. Volutamente distorta, dalla propaganda liberale e mainstream.
Una Storia, quella della Russia post-sovietica che è storia attuale, di questi ultimi anni, di questi ultimi giorni.
E che va letta e affrontata senza pregiudizi, senza russofobia, senza le lenti di un liberal capitalismo che tutto ha messo in vendita. Anche le menti, che ormai, stanno sempre più smettendo di pensare, in modo aperto, in modo libero, in modo scevro da una propaganda anti-storica e fuori dalla realtà.
Luca Bagatin
sabato 11 luglio 2026
Cuba rende omaggio al Partito Comunista Cinese: un fronte socialista contro l'embargo statunitense. Articolo di Luca Bagatin
Anche Cuba, l'Isola dei Caraibi assediata dall'egoista e imperialista regime statunitense, oggi ancor più di ieri, celebra i 105 anni del più grande partito socialista del mondo, ovvero il Partito Comunista Cinese, oltre al 90esimo anniversario della vittoria della Lunga Marcia, che gettò le basi per la costruzione della Repubblica Popolare Cinese.
Il 29 giugno scorso, a L'Avana, presso il Palazzo della Rivoluzione, si è tenuta infatti un'importante cerimonia, alla presenza del Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, oltre ai membri del Politburo e ai dirigenti del Partito, dello Stato e delle organizzazioni istituzionali e civili di Cuba.
Presente l'Ambasciatore cinese Hua Xin, studenti cinesi e rappresentanti di aziende cinesi che hanno sede nell'Isola.
“Il Partito Comunista Cinese sarà sempre al fianco del Partito Comunista di Cuba”, ha affermato l'Ambasciatore cinese, aggiungendo: “Il 1° luglio celebreremo il 105° anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese. A nome dell'Ambasciata cinese a Cuba, ringrazio il Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba per aver organizzato questo evento commemorativo ed esprimo i miei più sinceri saluti e la mia gratitudine al Partito, al Governo e agli amici di tutti i settori di Cuba che hanno costantemente sostenuto l'amicizia tra i nostri partiti e i nostri Paesi”.
Egli ha altresì ricordato la missione storica che il Partito Comunista Cinese si è assunto, aderendo ai principi di sacrificio, lealtà e impegno nei confronti del popolo cinese.
L'Ambasciatore ha sottolineato che – nell'edificazione del Partito - è stata realizzata una “profonda sintesi di oltre un secolo di esperienze, integrando idee, approcci e strategie innovative”, alle quali ha contribuito, ultimo, ma non ultimo, il Pensiero di Xi Jinping, inserito a pieno titolo nell'eredità ideale spirituale del PCC e del socialismo con caratteristiche cinesi.
L'Ambasciatore Hua Xin ha voluto denunciare con fermezza le ingerenze e minacce statunitensi contro Cuba, affermando: “Oggi, di fronte all’escalation del blocco imposto dagli Stati Uniti, nonché alle sue minacce militari, il Partito, il Governo e il popolo cubano restano saldi nelle loro convinzioni, non cederanno alle pressioni e difenderanno risolutamente la sovranità nazionale e la causa socialista”. Ed ha aggiunto: “Ci opponiamo categoricamente alle sanzioni unilaterali illegali e a qualsiasi forma di intervento militare; chiediamo che gli Stati Uniti pongano immediatamente fine al blocco e a ogni forma di coercizione, e che cessino di violare il diritto del popolo cubano alla sopravvivenza e allo sviluppo. Sosteniamo fermamente Cuba nell'esplorazione di un percorso di sviluppo socialista, in accordo con le sue condizioni nazionali; e apprezziamo molto la decisione del Partito Comunista di Cuba di promuovere con coraggio misure di trasformazione economica e sociale. Siamo fiduciosi che, sotto la guida del Partito Comunista di Cuba, l'eroico popolo cubano supererà le difficoltà attuali e conseguirà nuove vittorie nella costruzione del socialismo”.
Emilio Lozada Garcia, membro del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba, nel suo discorso di commemorazione del Partito Comunista Cinese, ha ricordato: “Quei 50 coraggiosi militanti comunisti si sono moltiplicati e oggi contano più di cento milioni di membri, rendendoli il più grande Partito Comunista del mondo”. Egli ha altresì sottolineato come “nell'arena internazionale, i comunisti cinesi hanno promosso la pace, il multilateralismo, la difesa del diritto internazionale e gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite”. E aggiunto che “Le iniziative promosse negli ultimi anni dal Segretario Generale del Partito, il compagno Xi Jinping, riguardanti la Nuova Via della Seta, la costruzione di una comunità dal futuro condiviso per l'umanità, nonché le iniziative in materia di sicurezza globale, sviluppo, civiltà e governance, sono state particolarmente rilevanti”.
Emilio Lozada, nel ringraziare il sostegno del Partito Comunista Cinese e della Repubblica Popolare Cinese nel denunciare l'illegale e ideologico embargo statunitense, in ambito economico, commerciale, finanziario e energetico contro Cuba, ha dichiarato: “Il Partito Comunista Cinese è oggi un punto di riferimento indispensabile nel processo di costruzione del socialismo e ha dimostrato che il sistema socialista è una valida alternativa al capitalismo selvaggio che stanno cercando di imporci dal Nord. Il suo impegno per la realizzazione di un ordine internazionale più giusto, democratico ed equo ribadisce che un mondo migliore è possibile”.
Luca Bagatin
venerdì 10 luglio 2026
Oltre la Guerra Fredda: il dialogo tra Italia e Cina, una prospettiva geopolitica dal saggio di Daniela Caruso. Articolo di Luca Bagatin
Parlare di Cina, in quest'epoca turbolenta, percorsa da nuovi scenari geopolitici internazionali improntati all'instabilità, all'irresponsabilità delle nuove generazioni politiche occidentali, incapaci di anteporre la logica del dialogo e della Storia a sciocche e anti-storiche ideologie retaggio della Guerra Fredda, è la priorità.
E' la priorità, sia per conoscere una realtà solo apparentemente distante dalla nostra, sia per stare dalla parte giusta della Storia, che è fondata su comprensione, armonia, condivisione, cooperazione, pace.
E proprio questi sono stati i temi centrali del simposio tenutosi giovedì 9 luglio scorso, a Roma, presso la Sala del Carroccio del Campidoglio.
Protagonista l'ultimo saggio della prof. Daniela Caruso “Tra Italia e Cina cinquantacinque anni di relazioni bilaterali” (Eurilink University Press), che ha visto presenti, oltre all'autrice, fra il pubblico l'ex Ministro degli Esteri Vincenzo Scotti e, fra i relatori, il Ministro Incaricato d'Affari ad Interim della Repubblica Popolare Cinese Li Xiaoyong; Paolo Giordani, Presidente dell'Istituto Diplomatico Internazionale; Antonio Virgili, Presidente del Centro Studi Internazionali e l'Ambasciatore Riccardo Sessa, Presidente della Società Italiana Organizzazione Internazionale.
Il convegno, moderato da Michele De Gasperis, Presidente dell'OBOR (One Belt One Road), è stato introdotto dai saluti della Presidente dell'Assemblea Capitolina, Svetlana Celli, la quale ha spiegato come i rapporti bilaterali fra Italia e Cina contribuiscano a costruire ponti e ad abbattere muri, promuovendo scambi che arricchiscono e contribuiscono a rafforzare i legami fra queste due antiche civiltà.
L'Incaricato d'Affari della Repubblica Popolare Cinese, Li Xiaoyong, ha fatto presente come Cina e Italia siano i pilastri della civiltà globale e debbano fare tesoro delle rispettive saggezze, al fine di affrontare le sfide del presente.
Sfide che possono essere affrontate solamente attraverso il dialogo e il superamento delle divergenze, ha osservato Li Xiaoyong.
Egli ha altresì aggiunto che i 55 anni di relazioni bilaterali fra i due Paesi sono un traguardo importante, come lo è il recente anniversario dei 105 anni del Partito Comunista Cinese, che ha cambiato il destino del popolo cinese e contribuito a ringiovanirlo, edificando una realtà, la Repubblica Popolare Cinese, che ha deciso di intraprendere la via del progresso e della stabilità del mondo, ha sottolineato Li Xiaoyong.
Egli ha affermato come, nei conflitti geopolitici, la Cina si ponga sempre dalla parte della volontà dei popoli, ovvero dalla parte della pace, dello sviluppo, della cooperazione e del mutuo vantaggio, per contribuire a garantire lo sviluppo globale.
Il prof. Michele De Gasperis ha sottolineato come la Via della Seta sia, nei fatti, la via della pace e che la conoscenza delle civiltà è alla base dell'abbattimento di ogni barriera.
Egli, nel presentare l'opera della prof. Caruso, ha voluto sottolineare che in essa sono raccontati i contributi di tre grandi uomini di Stato italiani: Pietro Nenni, Aldo Moro e Enrico Mattei, che per primi intuirono la necessità di costruire un ponte verso la Cina.
Egli ha precisato come le considerazioni del Presidente Aldo Moro e quelle del Presidente Xi Jinping, ovvero di un cattolico italiano e di un marxista cinese, relativamente alla pace e allo sviluppo delle civiltà, siano concordanti.
In particolare riferendosi alle parole del Presidente Xi, laddove egli sottolinea che occorre ricercare un'armonia senza uniformità, ovvero ricercare ciò che unisce, senza stravolgere le identità di ciascun popolo.
Il prof. Paolo Giordani ha spiegato che la diplomazia è l'arte della comprensione e che, laddove non c'è comprensione, c'è unicamente competizione.
Il diplomatico, dunque, è colui il quale, ha spiegato il prof. Giordani, ricerca una via d'uscita onorevole per l'avversario.
Egli ha ricordato l'allora Ministro degli Esteri socialista Pietro Nenni che, nel 1968, si adoperò per primo per il riconoscimento di Pechino, forte dei suoi buoni e solidi rapporti con Mao Tse-Tung e Zhou Enlai.
Egli ha ricordato come tale processo di riconoscimento ufficiale della Repubblica Popolare Cinese, fu portato a termine il 5 novembre 1970 dal successore di Nenni, Aldo Moro, permettendo così a Pechino di uscire dall'isolamento internazionale, facendo seguito al riconoscimento francese della Repubblica Popolare Cinese voluto da De Gaulle, nel 1964.
Il prof. Giordani, in merito, ha sottolineato come ancora oggi ci sarebbe la necessità della lungimiranza di quei grandi statisti, al fine di prepararci alle sfide future.
La prof. Daniela Caruso ha spiegato come la cultura della pace trascenda le ideologie e si fondi sull'apertura mentale. Apertura mentale ampiamente dimostrata dalla Cina, della quale lei è studiosa da decenni.
La prof. Caruso ha sottolineato come nel suo saggio si parli molto di comprensione e dialogo di civiltà, attraverso un inedito filo che collega il mondo cattolico e socialista italiano al mondo marxista cinese. Visioni di grande apertura che, ha spiegato Daniela Caruso, non esistono più nelle classi dirigenti odierne.
La prof. ha spiegato come la Cina fondi le sue relazioni internazionali attraverso la mediazione, senza entrare a gamba tesa nelle relazioni con gli altri Paesi, promuovendo pace e sviluppo. Lei ha altresì aggiunto come, tale carattere pacifico, quanto il carattere comunitario della Cina, abbia radici antichissime e sia tutt'altro che un retaggio moderno.
Molto interessanti anche gli interventi del prof. Antonio Virgili, il quale ha ricordato il carattere lungimirante del mondo politico cattolico della Prima Repubblica, relativamente allo sguardo aperto verso la Cina e quello dell'Ambasciatore Riccardo Sessa, già Ambasciatore d'Italia a Pechino.
Quello di Daniela Caruso è certamente il suo ennesimo saggio utile a porre un ulteriore tassello verso la comprensione di una realtà pragmatica, sociale, comunitaria e armoniosa, come quella cinese.
Personalmente sono un grande estimatore dei suoi saggi, che ho recensito e spesso citato nei miei articoli, oltre che nel mio ultimo saggio, “Ritratti del Socialismo”.
La Cina (ma anche i BRICS e il Sud del mondo, che essa sta guidando), come sottolineavo all'inizio dell'articolo, è la chiave di quel futuro che ancora non c'è, ma che potrà garantire una nuova luce a questo mondo piombato nelle tenebre dell'ignoranza, del razzismo, dell'ultra atlantismo (fuori tempo massimo) e di un nuovo oscurantismo geopolitico e culturale.
Luca Bagatin
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