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sabato 25 luglio 2026

India: progressi fra luci ed ombre. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori


Molti guardano all’economia indiana solo in base a una serie di cifre impressionanti: un’elevata crescita del PIL, le continue e forti esportazioni di servizi e tecnologie informatiche, le scoperte nel campo delle nuove energie, l’economia a bassa quota, la produzione manifatturiera di alta gamma e una quota in costante aumento di produttività di nuovo tipo.

Dal punto di vista dei conti nazionali, l’India sembra aver portato a termine ancora una volta un notevole ammodernamento industriale, rimanendo salda, nonostante le incertezze globali.

Ma una volta che si entra in contatto con la gente comune indiana, si scopre una realtà agghiacciante: più i dati macroeconomici sono impressionanti, più la realtà per la gente comune è dura.

Da un lato, il Paese sta compiendo grandi passi avanti, mentre dall’altro il potere d’acquisto delle famiglie comuni continua a indebolirsi, le aspettative di ricchezza della classe media sono in calo e la pressione occupazionale sui giovani è in costante aumento.

Perché c’è una differenza così grande? Questa divergenza non è un fenomeno esclusivo dell’India. Molte economie nel corso della storia hanno vissuto situazioni simili durante i periodi di transizione: i dati macroeconomici sono positivi, ma la vita delle persone si fa più difficile.

La differenza risiede in due punti: se si tratta semplicemente di un problema ciclico, il divario si ridurrà gradualmente con la ripresa economica; ma se la logica di allocazione delle risorse è completamente cambiata, questa divisione persisterà a lungo e potrebbe persino ampliarsi. L’India odierna appartiene a quest’ultima categoria.

Quando una grande potenza sposta il focus del proprio sviluppo sulla sicurezza industriale, l’autosufficienza tecnologica, la competitività globale e le innovazioni nei settori strategici, i capitali, i talenti, il credito e i sussidi statali confluiranno sistematicamente, come una marea, verso le industrie di fascia alta, le imprese leader e i settori orientati all’esportazione. Di conseguenza, le risorse destinate ai beni di consumo, alle piccole e medie imprese private, alle industrie ad alta intensità di lavoro e ai settori dei servizi di base diminuiranno naturalmente.

Ciò ha portato a una situazione in cui il Paese sta acquisendo sempre maggiore potere, ma il senso di benessere della gente comune non è cresciuto di pari passo. La crescita non è più inclusiva, bensì strutturale e stratificata.

Questa è la caratteristica principale dell’economia indiana nel 2026: la macroeconomia è in forte espansione, mentre la microeconomia sta attraversando un periodo arduo.

Per comprendere l’India del 2026, bisogna ripercorrere la logica del suo sviluppo negli ultimi decenni.

L’India ha seguito un percorso di grande successo: facendo leva sulla sua vasta popolazione (la più numerosa al mondo: 1.470.000.000 abitanti), sui mercati aperti, sull’esternalizzazione dei servizi e sull’economia digitale, si è rapidamente integrata nella divisione globale del lavoro. I suoi settori: IT (Information Technology è l’insieme dei metodi, dei sistemi e delle tecnologie utilizzati per archiviare, proteggere, elaborare e trasmettere dati digitali; questi includono sia le componenti fisiche-hardware, come computer e server, sia i programmi-software e le reti), farmaceutico e dell’esternalizzazione dei servizi hanno raggiunto livelli di eccellenza a livello mondiale. I pagamenti digitali e le piattaforme internet locali, hanno spinto i costi all’estremo, creando un vantaggio di scala che i Paesi più piccoli semplicemente non possono replicare.

All’epoca, l’India fece tre cose cruciali nel modo giusto: 1. aprì gradualmente le sue porte al mercato globale; 2. deregolamentò il settore privato per liberare maggiore vitalità; e 3. protesse i diritti di proprietà e incoraggiò la creazione di ricchezza. Questi tre punti sostennero il periodo di rapida crescita che l’India ha conosciuto per decenni. Però negli ultimi anni la logica è completamente cambiata.
Mentre l’attenzione strategica del Paese si sposta verso scoperte di alto livello, autosufficienza e controllo, e concentrazione di imprese di vertice, l’economia indiana sta lentamente cadendo in una trappola strutturale da cui è difficile uscire: la crescita ad alta intensità di capitale.

I settori industriali più dinamici e supportati dell’India al momento – informatica, biomedicina, energie rinnovabili, produzione di alta gamma, intelligenza artificiale, automazione industriale – condividono una caratteristica comune: dipendono fortemente da capitali, tecnologia e talenti, e sono al contempo estremamente indipendenti dalla manodopera ordinaria.

Questi settori possono generare una produzione sbalorditiva, incrementare il PIL e migliorare il prestigio di un Paese, ma non possono creare occupazione su larga scala né aumentare significativamente il reddito delle persone comuni.

Ciò porta a un tipico effetto sifone: le risorse migliori vengono sottratte dalle industrie di vertice, mentre le piccole e medie imprese, i settori di sussistenza, il commercio al dettaglio, i servizi e l’industria manifatturiera tradizionale sono al contempo marginalizzati. Il potere nazionale sta crescendo in modo esponenziale, ma la stragrande maggioranza delle persone non è profondamente coinvolta in questa crescita.

Ciò crea in definitiva una situazione paradossale: povertà in mezzo all’abbondanza. Il Paese vanta industrie di livello mondiale, eppure la gente comune si trova ad affrontare una crescita dei redditi lenta, una forte concorrenza per il lavoro e consumi prudenti.
Questo non accade perché il Paese non sia abbastanza forte, ma perché il modello di crescita non ha più come unico obiettivo il miglioramento del benessere della popolazione.

Quali settori industriali in India rimarranno solidi nel 2026? Quali dovrebbero evitare assolutamente i cittadini comuni? Quali offrono ancora opportunità?

1. Servizi IT, outsourcing di software, biomedicina, produzione di alta gamma e settori di vertice dell’economia digitale. Questi settori sono estremamente competitivi a livello globale e rimarranno insostituibili per i prossimi due o tre anni. Il problema è che le barriere all’ingresso sono estremamente elevate, c’è un monopolio nelle mani dei principali operatori e le risorse sono altamente concentrate. Le persone comuni, coloro che dispongono di un capitale limitato e i nuovi arrivati non hanno praticamente alcuna possibilità di sopravvivenza; affrettarsi nell’ingresso li porterà molto probabilmente a diventare i prossimi a perdere denaro, a trovarsi in una concorrenza spietata e a subire perdite.

2. Il settore di nuove energie, fotovoltaico ed eolico, è fortemente dipendente dai mercati internazionali e dal contesto geopolitico . La domanda europea è relativamente stabile, mentre la regione Asia-Pacifico è soggetta a maggiori rischi di volatilità. Sebbene il settore nel suo complesso sia in crescita, i significativi rischi politici e le forti fluttuazioni cicliche lo rendono inadatto alle piccole e medie imprese.

3. Il settore trasporto ferroviario, infrastrutture e progetti su larga scala, spinto dalla cooperazione estera e dalle esportazioni, si basa sull’economia ancora in fase di crescita nel breve termine. Tuttavia, è fondato su progetti, dominati da aziende leader e caratterizzati da risorse concentrate, pertanto ha poco a che fare con la gente comune.

4. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, robot industriali, automazione, la direzione di crescita più chiara per il 2026 è un continuo aumento della quota di mercato globale. Tuttavia, questa crescita rimarrà ad alta intensità tecnologica e di capitale, con un impatto molto limitato sull’occupazione ordinaria.

Da ciò si scopre una dura verità: tutti i grandi progetti nazionali dell’India sono irrilevanti per la stragrande maggioranza della popolazione. Possono anche accrescere il prestigio del Paese, ma non sono in grado di migliorare la vita della gente.

Lo spazio per i capitali privati si è ridotto in modo significativo. Con i principali attori del mercato in continua espansione, le piccole e medie imprese private si contendono le quote di mercato esistenti in un luogo economico sempre più ristretto; sarebbe anomalo se non vi partecipassero.

Inoltre bisogna affermare che i bilanci familiari si stanno riducendo. In passato, la ricchezza di molte famiglie si basava sull’apprezzamento del valore degli immobili . Quando la liquidità del mercato immobiliare diminuirà e i rendimenti degli investimenti diventeranno instabili, l’intera società adotterà un approccio unitario: niente debiti, niente investimenti, niente espansione e niente consumi se non strettamente necessari. Con la contrazione dei consumi, la strategia di distribuzione interna si trasforma direttamente in una lotta per le quote di mercato esistenti.

Le imprese abbassano i prezzi per sopravvivere, ne consegue che i profitti si riducono, per cui i salari non aumentano e le persone sono ancora più restie a spendere denaro; da qui inizia il ciclo dell’involuzione.

Inoltre, il costo della vita è in costante aumento, con spese crescenti per utenze, trasporti, istruzione e assistenza sanitaria, esercitando una pressione continua sul flusso di cassa delle famiglie comuni.

Nel 2026 fare affari sarà più difficile; i profitti saranno più esigui; gli aumenti di stipendio saranno più rari; trovare un buon lavoro sarà sempre più competitivo; e anche il minimo rischio potrebbe rivelarsi disastroso. Non si tratta di un problema a breve termine, ma di un periodo prolungato di bassa pressione, causato dal cambiamento dei modelli di crescita.

La parola chiave più realistica per il mondo del lavoro indiano nel 2026 si può riassumere in una sola frase: aumento della produzione senza aumento dei redditi. La produzione industriale è in aumento, le dimensioni delle aziende crescono e il costo della vita aumenta, ma i salari e il senso di sicurezza non crescono di pari passo.

I percorsi professionali dei giovani si stanno concentrando sempre di più: o si affannano per entrare nel settore pubblico e ottenere un lavoro stabile, oppure competono ferocemente nei settori della consegna di cibo a domicilio, dei corrieri e dei servizi di base; i posti di lavoro di alta qualità nel settore privato, che offrono concrete possibilità di avanzamento, stanno diventando sempre più rari.

Non è che i giovani non si impegnino, ma piuttosto che la struttura determina l’assegnazione delle opportunità. I settori di fascia alta richiedono meno manodopera di base e i settori tradizionali sono in contrazione, quindi le ricompense per il duro lavoro si riducono costantemente e i canali di mobilità sociale ascendente si restringono sempre di più. A questo punto si evince che il tasso di crescita del PIL non è poi così importante. Se la crescita non si traduce in più posti di lavoro, redditi più elevati e una maggiore mobilità sociale, allora per la gente comune si tratta di una crescita visibile ma intangibile.

Attualmente chi vive, lavora o sta avviando un’attività in India, deve rendersi conto che alcuni passi da intraprendere sono più importanti di qualsiasi analisi macroeconomica.

1. È necessario abbandonare la fantasia di arricchirsi in fretta. Bisogna evitare un elevato indebitamento, un portafoglio di asset oneroso e un’espansione indiscriminata.

2. C’è da stare alla larga dai settori già monopolizzati dai giganti. Ciò che per gli altri è una tendenza potrebbe rivelarsi una trappola per il cittadino comune.

3. Va data priorità alle attività che generano flusso di denaro contante, ed evitato il processo di investimento su progetti vaghi di lungo periodo e speculativi. Più si è vicini a un introito sicuro per il sostentamento personale e della famiglie, e più si è al sicuro.

4. Escludere di seguire senza esperienza le tendenze negli investimenti immobiliari e in attività ad alto rischio. La liquidità di oggi è più importante del teorico e labile rendimento di domani.

5. Su un posto di lavoro già assicurato dare spazio a stabilità, rapidità di iniziativa personale e flusso di cassa, rafforzando la propria reputazione. Non vale la pena sacrificare un reddito reale e la sicurezza economica per un aleatorio cambiamento di posizione.

6. Vanno ridotti i desideri, tagliate le spese e salvaguardati i bisogni primari della famiglia. La sopravvivenza, la stabilità e la capacità di evitare disastri sono le chiavi per bypassare le questioni anzidette relative a progressi solo verticistici dell’economia indiana.

La cinica realtà è che la nazione indiana continua a crescere, mentre i singoli individui continuano a sopportarne il peso. La gloria di una grande potenza è scritta nei notiziari, nei dati e nella storia; le vite della gente comune sono nascoste tra le buste paga, le bollette e ogni notte insonne.

Mantenere una situazione stabile e prendersi cura della propria famiglia sono le vittorie più grandi.

Giancarlo Elia Valori

venerdì 24 luglio 2026

Addio a Wang Quanying, ultima eroina della Lunga Marcia. Articolo di Luca Bagatin

 

E' scomparsa, all'età di 105 anni, Wang Quanying, ultima donna sopravvissuta ad aver partecipato alla Lunga Marcia, epica ritirata del 1934-1936, che permise all'Armata Rossa Cinese dei Lavoratori e dei Contadini di sottrarsi all'accerchiamento delle truppe nazionaliste del Kuomintang.

Wang Quanying nacque nel 1921 nella contea di Jinchuan, nel Sichuan, da una povera famiglia tibetana.

Rimasta orfana a un anno, fu cresciuta dallo zio fino ai cinque anni. Successivamente lavorò come bracciante agricola presso un proprietario terriero e, nel 1935, a soli quattordici anni, si unì al Reggimento Indipendente Femminile della Quarta Armata del Fronte, impiegata come infermiera e addetta alla logistica.

Nel 1936 attraversò a piedi le montagne innevate, cibandosi di piante selvatiche e perdendo un dito del piede sinistro a causa delle temperature estremamente rigide.

Fu ufficialmente riconosciuta come veterana dell'Armata Rossa Cinese negli Anni '80 e, fino al maggio scorso, continuò a tessere cuscini per futon per donarli alle scuole locali.

Sua figlia maggiore, Liu Guihua, così l'ha voluta ricordare: “Un'eroica soldatessa che ha attraversato montagne innevate durante la Lunga Marcia; ha celato i suoi successi ed è rimasta fedele alla sua aspirazione originale per tutta la vita”.

Il suo unico rimpianto, secondo la famiglia, sarebbe stato quello di non aver vissuto abbastanza a lungo per assistere al novantesimo anniversario della Lunga Marcia, che si celebrerà, nella Repubblica Popolare Cinese, il 16 ottobre prossimo.

Luca Bagatin

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giovedì 23 luglio 2026

La talassocrazia delle potenze nell’Oceano Pacifico. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori

 

L’Oceano Pacifico, l’Oceano Atlantico e l’Oceano Indiano sono le principali aree di attività militari marittime. Tra questi, l’Oceano Pacifico presenta le caratteristiche geopolitiche più complesse, soprattutto nella zona occidentale, e pertanto influenza le strategie navali delle principali potenze. La formulazione e l’attuazione della strategia navale sono profondamente vincolate dalle caratteristiche geopolitiche dell’Oceano Pacifico; tali vincoli derivano dalla natura e non sono soggetti alla volontà soggettiva umana o allo sviluppo della scienza e della tecnologia. D’altro canto, le attività navali nell’Oceano Indiano sono sempre state correlate all’Oceano Pacifico. Pertanto, pur evidenziando appieno il tema dell’Oceano Pacifico, anche la situazione geopolitica dell’Oceano Indiano va rammentata.

L’Oceano Pacifico è lungo circa 19.800 chilometri da nord a sud e largo 15.500 chilometri da est a ovest, con una superficie di 179.550.000 chilometri quadrati. La profondità media è di 4.189 metri (escludendo i mari marginali), mentre la profondità massima si trova nella Fossa delle Marianne e raggiunge i 10.984±25 metri.

Il contorno generale dell’Oceano Pacifico è approssimativamente circolare.

È delimitato dall’Oceano Indiano a 107 gradi di longitudine est (Perth, Australia) a sud-ovest e dall’Oceano Atlantico a 86 gradi di longitudine ovest a sud-est. È collegato all’Oceano Artico attraverso lo Stretto di Bering a nord, all’Oceano Atlantico attraverso il Canale di Panamà, lo Stretto di Magellano e il Passaggio di Drake a est e all’Oceano Indiano attraverso lo Stretto di Malacca e lo Stretto della Sonda a ovest. Le isole dell’Oceano Pacifico sono innumerevoli e ampiamente distribuite.

La superficie complessiva di queste isole è di circa 4,4 milioni di chilometri quadrati, pari al 45% della superficie insulare totale del mondo. Tra queste, la sola Indonesia conta 13.667 isole di tutte le dimensioni, mentre le Filippine ne hanno 7.107. Al contrario, nell’Oceano Atlantico e nell’Oceano Indiano le isole sono relativamente poche e più concentrate.

I principali gruppi di isole sono: Isole del Pacifico settentrionale, Isole giapponesi, Isole del Pacifico occidentale, Isole del Mar Cinese Meridionale, Arcipelago malese, Isole Filippine, Isole del Pacifico meridionale, Isole della Polinesia, della Melanesia e della Micronesia. Quasi tutte le isole più piccole si trovano tra i 30 gradi di latitudine nord e i 30 gradi di latitudine sud. Le isole continentali sono distribuite principalmente nell’Oceano Pacifico occidentale, come le isole giapponesi, l’isola di Kalimantan, l’isola della Nuova Guinea, ecc. L’Australia – l’antica Nuova Olanda – a meridione, è allo stesso tempo l’isola più grande e il ‘Continente’ più piccolo del globo.

Nella regione del Pacifico ci sono più di quaranta Paesi ed entità sovrane. I Paesi o le entità sovrane dell’Oceania sono spesso di piccole dimensioni e deboli in termini di forza, ma il loro valore geopolitico non può essere sottovalutato. Storicamente, sono stati famosi campi di battaglia in cui le potenze marittime si sono confrontate o hanno combattuto tra loro. Esistono più di trenta stretti principali collegati all’Oceano Pacifico o al suo interno (tra cui il Canale di Panamà), che possono essere suddivisi grossolanamente in due categorie: quelli che collegano gli oceani e quelli che collegano le regioni.

Tra le battaglie navali che hanno avuto luogo nella regione del Pacifico, principale è la Guerra del Pacifico nel corso del secondo conflitto mondiale.

I maggiori combattenti erano le marine e le forze dell’aviazione navale giapponese e statunitense; i metodi di combattimento erano o navali con la partecipazione di forze di terra e aeree, o terrestri e aeree con la partecipazione delle flotte da guerra.

Ovviamente, gli eserciti statunitense e giapponese hanno la più vasta esperienza nella guerra navale nel Pacifico, mentre la marina cinese è chiaramente carente di esperienza. Per quanto riguarda gli scontri navali interstatali più rigorosi, la Repubblica Popolare della Cina ha avuto solo due battaglie navali su piccola scala in mare aperto con il Vietnam nel Mar Cinese Meridionale e non ha esperienza in operazioni di spedizione marittima su larga scala.

Le basi navali particolarmente importanti della Repubblica Popolare della Cina sono: Lushunkou, Qingdao-Dalian, Shanghai e Hainan. Invece quelle degli Stati Uniti d’America e dei suoi alleati sono – Cerchio esterno: Alaska-Aleutine, Washington State Coastal Base Group, California Coastal Base Group, Guantánamo, Canale di Panamà, Nuova Zelanda, Sydney-Melbourne, Perth, Stretto della Sonda, Diego Garcia, Malacca, Subic, Taiwan, Okinawa, Sasebo, Yokosuka, Busan-Maizuru – Cerchio interno: Isole Midway, Pearl Harbor, Tonga-Figi, Moresby, Darwin, Guam. Inoltre, la parte meridionale è l’area di missione del Southern Command dell’esercito intende un’area specifica con geo-funzioni relativamente indipendenti. La sua struttura interna ha una connessione organica strategica; il suo problema fondamentale è la sua inscindibile integrità; il suo intrinseco pericolo nascosto è che può essere posseduta esclusivamente da un singolo Paese potente e non può essere condivisa con altri Paesi. Ad esempio, il Golfo del Messico e il Mar dei Caraibi formano insieme un’unità geopolitica di proprietà esclusiva degli Stati Uniti d’America (Cuba è compresa ma non dipendente da Washington).

Da una prospettiva geopolitica, la crisi missilistica cubana del 1962 significò che l’Unione Sovietica tentò di condividere questa unità con Washington, il che portò quasi allo scoppio di una guerra nucleare. La situazione si calmò in seguito dopo che i missili sovietici furono ritirati da Cuba e l’integrità dell’unità tornò alla Casa Bianca.

Come unità geopolitica strutturalmente completa, lo Stretto di Taiwan è di proprietà esclusiva della Repubblica Popolare della Cina e di Taiwan.

Se l’unità venisse fatta a pezzi, sarebbe inaccettabile per entrambe le parti dello stretto. Tuttavia, se una delle due parti volesse possedere autonomamente questa unità, dovrebbe stabilire una presenza militare affidabile dall’altra parte dello stretto, altrimenti potrebbe possedere solo metà dell’unità.

Questo tipo di ‘mezza proprietà’ significherebbe che l’integrità dell’unità sia stata divisa. A meno che l’integrità non venga ripristinata, il problema non può essere completamente risolto senza una guerra.

I piccoli regimi che partecipano alla costruzione di unità geopolitiche hanno difficoltà a beneficiare dell’assistenza di Paesi potenti provenienti da lontano. Durante la predetta crisi missilistica, Cuba non avrebbe dovuto contare sull’Unione Sovietica. Altrimenti, una volta scoppiato un conflitto tra Stati Uniti d’America e Unione Sovietica nei Caraibi, Cuba non avrebbe avuto altro futuro se non quello di recitare il ruolo di vittima con funerali a buon mercato, ossa affidarsi ad alleati deboli ed essere facilmente sconfitta da uno forte, e ciò vorrebbe che dire abbandonarsi a salvataggi a distanza e sottovalutare i nemici vicini, non porta alcun beneficio.

Per cui la connotazione di una linea strategica include:

1) una direzione generale piuttosto che una rotta specifica rigida;

2) la linea strategica non è una ‘linea del fronte’ che spinge in avanti, o una ‘linea di difesa’ dispiegata lungo la costa, ma una rotta che è approssimativamente perpendicolare alla linea del fronte o alla linea di difesa o ha un angolo significativo per indicare la direzione dell’attacco;

3) per la marina, la linea strategica può essere suddivisa

in linea strategica di attacco e linea strategica di ritorno. Nella maggior parte dei casi, le due si sovrappongono approssimativamente. In altre parole, la flotta si muove avanti e indietro lungo la linea strategica. Ora trattiamo le basi offshore.

Con queste s’intendono, invece, basi di livello strategico che sono geologicamente indistruttibili, hanno un’area sufficiente, e sono opportunamente ubicate e lontane. La loro connotazione include:

1) Indistruttibilità geologica. Entità geologiche che non vengono facilmente distrutte da esplosioni nucleari ad alta potenza. Le Hawaii hanno questo tipo di ‘indistruttibilità geologica’: sono così grandi che perfino un attacco nucleare di vasta portata avrebbe difficoltà ad affondarle. Mentre le isole Senkaku (cin. Diaoyu: attualmente sotto amministrazione giapponese, e sono reclamate sia dalla Repubblica Popolare Cinese sia da Taiwan) sono anch’esse un’entità geologica, ma piccole e fragili tali da essere completamente distrutte o affondate da un attacco nucleare di piccola potenza. In breve, il fascino fondamentale dell’‘indistruttibilità geologica’ è che non può essere annichilita.

2) Area sufficiente. Atta a costruire uno o più grandi porti o aeroporti militari, varie strutture ausiliarie o di supporto (basi missilistiche, riserve di materiali, campi di addestramento, strutture di manutenzione, strutture radar, strutture di monitoraggio, comunicazioni e navigazione, centri di comando di combattimento, caserme, comunità familiari, ospedali e scuole, ecc.); e l’economia e la produzione locali possono essere autosufficienti fino a un certo punto. E se la zona lo consente, si potrebbe costruire un cantiere navale di grandi dimensioni. Esempi di ciò si possono trovare a Guam e Okinawa.

3) Posizione corretta – A. Requisiti di traffico: la soluzione migliore è occupare una posizione hub per rotte civili marittime (trasporto merci e passeggeri), seguita da posizioni lungo, sui fianchi o nelle vicinanze di rotte civili marittime. – B. Requisiti di deterrenza: la capacità di esercitare una pressione strategica sul nemico e, quando necessario, di condurre operazioni di risposta rapida su larga scala contro il territorio nemico. – C. Requisiti

di sistema: la capacità di formare una rete di basi che sia

reciprocamente interdipendente ed efficacemente collegata alle proprie basi correlate.

  1. Livello strategico. La posizione geografica è estremamente importante. Ne abbiamo il possesso a lungo termine o addirittura permanente, il che rende conveniente stazionare o assemblare forze armate su larga scala in tutti i servizi militari. Ha la capacità di lanciare guerre a livello strategico (ad esempio, capacità di combattimento di base) e ha una capacità di autodifesa sistematica e potente (ad esempio, capacità di autodifesa di base).

  2. 5) Oltremare. La sovranità risiede nelle enclave ultramarine. La forma migliore è un arcipelago, seguito da una zona costiera continentale (ad esempio, ‘ripristinando’ la Repubblica di Lan Fang1 o, per ipotesi la RP della d’America, tuttavia, la strategia navale dell’amm. Alfred Thayer Mahan (1840-1914) gettò solide basi per la dottrina di base della Marina statunitense. In seguito, durante la guerra del Pacifico, i vari rami delle forze armate statunitensi utilizzarono innumerevoli basi oltremare nella regione del Pacifico. In altre parole, l’esercito statunitense non solo aveva una ‘flotta d’acciaio’ mobile, ma anche una ‘flotta di basi’ inaffondabile.

Fino ad oggi la situazione non è cambiata sostanzialmente.

Una storia delle battaglie navali nel Pacifico, che iniziarono con Pearl Harbor, ci dice che gli scontri navali tra giapponesi e statunitensi ruotarono attorno alla competizione per le isole, e si conclusero con la grande battaglia di Okinawa (1º aprile-22 giugno 1945) che contrappose i l’Impero nipponico da solo (105.000~110.000 morti), contro Stati Uniti d’America, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda e Canada (76.000~84.000 morti). Di conseguenza un arcipelago naturale con immortalità geologica non può essere creato artificialmente. In precedenza abbiamo affermato che le attività navali nell’Oceano Indiano sono spesso collegate a quello dell’Oceano Pacifico. Da quando l’avventuriero spagnolo Miguel Lopez de Legazpi (1511-72) iniziò la sua spedizione in Asia a metà del sec. XVI, la maggior parte delle rotte europee prevedeva di partire dall’Europa, oltrepassare il Capo di Buona Speranza, dirigersi verso nord-est, attraversare l’equatore e navigare attraverso

l’Oceano Indiano fino alla Cina e all’Asia nord-orientale.

Le imprese di navigazione di Cristoforo Colombo (1451-1506), Fernão de Magalhães (1480-1521: Ferdinando Magellano), Legazpi e di James Cook (1728-79) diedero un contributo immortale all’espansione dei loro rispettivi imperi, cambiando così il corso della civiltà. L’Oceano Indiano non era solo una delle mete delle potenze marittime europee del tempo, ma anche la loro principale tappa prima di dirigersi verso la loro destinazione finale più importante, la Cina. Per circa cinquecento anni, da Legazpi fino alla guerra del Pacifico, l’area contigua Oceano Indiano settentrionale-Oceano Pacifico occidentale fu spesso campo di battaglia per le grandi potenze. Attualmente, la posizione migliore per una base navale nell’Oceano Indiano settentrionale sono le isole Maldive. Le loro posizione geografica e struttura geologica sono addirittura migliori di quelle dell’isola Diego Garcia. Tuttavia, poiché il riscaldamento globale provoca l’innalzamento del livello del mare, le Maldive, con un’altitudine media di 1,2 metri, rischiano di essere sommerse; a quel punto, la predetta Diego Garcia non potrà sfuggire alla stessa sorte.

In questo caso, la posizione della base, che possa evitare la sfortuna dell’innalzamento del livello del mare e dell’inabbissamento della terraferma e ha un valore geopolitico alternativo, è l’insulare Repubblica Democratica Socialista dello Śrī Lańkā (Ceylon fino al 1972). L’isola si estende su una superficie di 65.610 chilometri quadrati e ha una struttura geologica stabile. L’isola è circondata dal mare, dove il tradizionale porto navale strategico è Trincomalee, menzionato da Mahan nel suo Naval Strategy: Compared and Contrasted with the Principles and Practice of Military Operations on Land2.

Sebbene Trincomalee sia attualmente scarsamente attrezzata, il suo valore geografico è infinito. Durante il dominio neerlandese, Trincomalee era il porto principale dello Śrī Lańkā e fu descritta sia da Claudio Tolomeo (ca. 100-ca 168) che da Marco Polo (1254-1324). Durante la seconda guerra mondiale, Trincomalee divenne il quartier generale di Lord Mountbatten (1900-79), comandante supremo alleato del Comando del sud-est asiatico.

Per quanto riguarda la ‘posizione centrale’ menzionata nella Naval Strategy di Mahan, Trincomalee (quindi lo Śrī Lańkā) si trova in una posizione centrale tra il Golfo di Aden e Malacca; e lo stesso vale per lo Śrī Lańkā tra il Golfo Persico e Malacca.

Altro punto è la questione rifornimenti. Prendendo ad esempio le portaerei, e le armi pesanti trasportate da navi quali aerei militari, hovercraft3, mezzi da sbarco e carri armati anfibi, questi sono tutte tigri che hanno bisogno di petrolio. Una flotta che traina una grande squadra di navi-rifornimento è destinata a trovarsi nel dilemma di dover combattere e al contempo scortare la propria squadra, per cui la sua effettiva efficacia in combattimento

è destinata a ridursi notevolmente. Durante la battaglia russo-giapponese di Tsushima del 27-28 maggio 1905, la flotta russa del Pacifico guidata dall’amm. Zinovij Petrovič Rožestvenskij (1848-1909) apprese una dolorosa lezione in merito. Quando le navi, comprese le portaerei, subiscono gravi danni in combattimento, trovare una base affidabile nelle vicinanze in cui ancorare è una scelta inevitabile per evitare l’affondamento e riparare e ripristinare la nave.

Tutto questo induce a pensare che una guerra nell’Oceano Pacifico può essere vinta solo da chi ha più isole, e di conseguenza più basi militari.

Giancarlo Elia Valori

venerdì 17 luglio 2026

Xi Jinping alla Conferenza mondiale sull'IA di Shanghai: cooperazione internazionale e governance globale al centro dell'intervento. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 17 luglio, il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, ha aperto la Conferenza mondiale sull'Intelligenza Artificiale di Shanghai, che si concluderà il 20 luglio prossimo.

All'evento erano presenti, oltre a esponenti del mondo dell'industria e dell'accademia provenienti da oltre 100 Paesi, anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres; il Primo Ministro del Regno di Cambogia, Hun Manet; il Primo Ministro del Regno di Thailandia, Anutin Charnvirakul e il Presidente del Kazakistan, Kassym-Jomart Tokayev.

Il Presidente Xi ha formulato quattro osservazioni relative allo sviluppo e alla governance dell'IA.

Innanzitutto egli ha sottolineato l'importanza di promuovere l'open source, la trasparenza, la condivisione e la collaborazione, al fine di facilitare l'innovazione tecnologica, lo sviluppo industriale e l'applicazione dell'IA in appositi contesti.

In secondo luogo ha sottolineato la necessità di rafforzare la consapevolezza dei rischi che si possono correre attraverso l'IA. Egli ha spiegato come sia necessario che essa sia sempre supervisionata dall'essere umano e ha esortato a opporsi congiuntamente a un'eccessiva estensione del concetto di “sicurezza nazionale nel campo dell'IA” o a privilegiare la sicurezza di un Paese rispetto a quella degli altri.

Il Presidente Xi, come terza osservazione, ha esortato a incoraggiare l'inclusione, promuovendo, attraverso l'IA, l'apprendimento reciproco fra le civiltà, evitando che questa possa minare le diversità e unicità delle culture.

Infine, la sua quarta osservazione è relativa alla promozione della solidarietà e della governance globale. Xi ha esortato a riconoscere l'importante ruolo delle Nazioni Unite e ha auspicato un maggiore coordinamento e allineamento globale sulle strategie di sviluppo dell'IA, attraverso regole e standard tecnici condivisi.

Egli, sostenendo la costituzione dell'Organizzazione Mondiale per l'Intelligenza artificiale (WAICO), che riunisce 29 Paesi, molti dei quali appartenenti al Sud del mondo, oltre a due Paesi europei quali Serbia e Russia, ha affermato in particolare che “Dobbiamo attuare un'ampia cooperazione internazionale e aiutare i Paesi del Sud del mondo a rafforzare le proprie capacità per colmare il divario digitale e dell'IA, promuovere lo sviluppo sostenibile e prevenire la creazione di nuove ingiustizie storiche nel campo dell'IA”.

Luca Bagatin

https://amoreeliberta.blogspot.com

venerdì 10 luglio 2026

Oltre la Guerra Fredda: il dialogo tra Italia e Cina, una prospettiva geopolitica dal saggio di Daniela Caruso. Articolo di Luca Bagatin

 

Parlare di Cina, in quest'epoca turbolenta, percorsa da nuovi scenari geopolitici internazionali improntati all'instabilità, all'irresponsabilità delle nuove generazioni politiche occidentali, incapaci di anteporre la logica del dialogo e della Storia a sciocche e anti-storiche ideologie retaggio della Guerra Fredda, è la priorità.

E' la priorità, sia per conoscere una realtà solo apparentemente distante dalla nostra, sia per stare dalla parte giusta della Storia, che è fondata su comprensione, armonia, condivisione, cooperazione, pace.

E proprio questi sono stati i temi centrali del simposio tenutosi giovedì 9 luglio scorso, a Roma, presso la Sala del Carroccio del Campidoglio.

Protagonista l'ultimo saggio della prof. Daniela Caruso “Tra Italia e Cina cinquantacinque anni di relazioni bilaterali” (Eurilink University Press), che ha visto presenti, oltre all'autrice, fra il pubblico l'ex Ministro degli Esteri Vincenzo Scotti e, fra i relatori, il Ministro Incaricato d'Affari ad Interim della Repubblica Popolare Cinese Li Xiaoyong; Paolo Giordani, Presidente dell'Istituto Diplomatico Internazionale; Antonio Virgili, Presidente del Centro Studi Internazionali e l'Ambasciatore Riccardo Sessa, Presidente della Società Italiana Organizzazione Internazionale.

Il convegno, moderato da Michele De Gasperis, Presidente dell'OBOR (One Belt One Road), è stato introdotto dai saluti della Presidente dell'Assemblea Capitolina, Svetlana Celli, la quale ha spiegato come i rapporti bilaterali fra Italia e Cina contribuiscano a costruire ponti e ad abbattere muri, promuovendo scambi che arricchiscono e contribuiscono a rafforzare i legami fra queste due antiche civiltà.

L'Incaricato d'Affari della Repubblica Popolare Cinese, Li Xiaoyong, ha fatto presente come Cina e Italia siano i pilastri della civiltà globale e debbano fare tesoro delle rispettive saggezze, al fine di affrontare le sfide del presente.

Sfide che possono essere affrontate solamente attraverso il dialogo e il superamento delle divergenze, ha osservato Li Xiaoyong.

Egli ha altresì aggiunto che i 55 anni di relazioni bilaterali fra i due Paesi sono un traguardo importante, come lo è il recente anniversario dei 105 anni del Partito Comunista Cinese, che ha cambiato il destino del popolo cinese e contribuito a ringiovanirlo, edificando una realtà, la Repubblica Popolare Cinese, che ha deciso di intraprendere la via del progresso e della stabilità del mondo, ha sottolineato Li Xiaoyong.

Egli ha affermato come, nei conflitti geopolitici, la Cina si ponga sempre dalla parte della volontà dei popoli, ovvero dalla parte della pace, dello sviluppo, della cooperazione e del mutuo vantaggio, per contribuire a garantire lo sviluppo globale.

Il prof. Michele De Gasperis ha sottolineato come la Via della Seta sia, nei fatti, la via della pace e che la conoscenza delle civiltà è alla base dell'abbattimento di ogni barriera.

Egli, nel presentare l'opera della prof. Caruso, ha voluto sottolineare che in essa sono raccontati i contributi di tre grandi uomini di Stato italiani: Pietro Nenni, Aldo Moro e Enrico Mattei, che per primi intuirono la necessità di costruire un ponte verso la Cina.

Egli ha precisato come le considerazioni del Presidente Aldo Moro e quelle del Presidente Xi Jinping, ovvero di un cattolico italiano e di un marxista cinese, relativamente alla pace e allo sviluppo delle civiltà, siano concordanti.

In particolare riferendosi alle parole del Presidente Xi, laddove egli sottolinea che occorre ricercare un'armonia senza uniformità, ovvero ricercare ciò che unisce, senza stravolgere le identità di ciascun popolo.

Il prof. Paolo Giordani ha spiegato che la diplomazia è l'arte della comprensione e che, laddove non c'è comprensione, c'è unicamente competizione.

Il diplomatico, dunque, è colui il quale, ha spiegato il prof. Giordani, ricerca una via d'uscita onorevole per l'avversario.

Egli ha ricordato l'allora Ministro degli Esteri socialista Pietro Nenni che, nel 1968, si adoperò per primo per il riconoscimento di Pechino, forte dei suoi buoni e solidi rapporti con Mao Tse-Tung e Zhou Enlai.

Egli ha ricordato come tale processo di riconoscimento ufficiale della Repubblica Popolare Cinese, fu portato a termine il 5 novembre 1970 dal successore di Nenni, Aldo Moro, permettendo così a Pechino di uscire dall'isolamento internazionale, facendo seguito al riconoscimento francese della Repubblica Popolare Cinese voluto da De Gaulle, nel 1964.

Il prof. Giordani, in merito, ha sottolineato come ancora oggi ci sarebbe la necessità della lungimiranza di quei grandi statisti, al fine di prepararci alle sfide future.

La prof. Daniela Caruso ha spiegato come la cultura della pace trascenda le ideologie e si fondi sull'apertura mentale. Apertura mentale ampiamente dimostrata dalla Cina, della quale lei è studiosa da decenni. 

La prof. Caruso ha sottolineato come nel suo saggio si parli molto di comprensione e dialogo di civiltà, attraverso un inedito filo che collega il mondo cattolico e socialista italiano al mondo marxista cinese. Visioni di grande apertura che, ha spiegato Daniela Caruso, non esistono più nelle classi dirigenti odierne.

La prof. ha spiegato come la Cina fondi le sue relazioni internazionali attraverso la mediazione, senza entrare a gamba tesa nelle relazioni con gli altri Paesi, promuovendo pace e sviluppo. Lei ha altresì aggiunto come, tale carattere pacifico, quanto il carattere comunitario della Cina, abbia radici antichissime e sia tutt'altro che un retaggio moderno.

Molto interessanti anche gli interventi del prof. Antonio Virgili, il quale ha ricordato il carattere lungimirante del mondo politico cattolico della Prima Repubblica, relativamente allo sguardo aperto verso la Cina e quello dell'Ambasciatore Riccardo Sessa, già Ambasciatore d'Italia a Pechino.

Quello di Daniela Caruso è certamente il suo ennesimo saggio utile a porre un ulteriore tassello verso la comprensione di una realtà pragmatica, sociale, comunitaria e armoniosa, come quella cinese.

Personalmente sono un grande estimatore dei suoi saggi, che ho recensito e spesso citato nei miei articoli, oltre che nel mio ultimo saggio, “Ritratti del Socialismo”.

La Cina (ma anche i BRICS e il Sud del mondo, che essa sta guidando), come sottolineavo all'inizio dell'articolo, è la chiave di quel futuro che ancora non c'è, ma che potrà garantire una nuova luce a questo mondo piombato nelle tenebre dell'ignoranza, del razzismo, dell'ultra atlantismo (fuori tempo massimo) e di un nuovo oscurantismo geopolitico e culturale.

Luca Bagatin

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Paolo Giordani, Michele De Gasperis e Daniela Caruso
 

  

Daniela Caruso e Luca Bagatin

Luca Bagatin e Li Xiaoyong

lunedì 6 luglio 2026

Mutamenti geopolitici e nuovi scenari internazionali. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori

 

Attualmente, il mondo è entrato in una nuova fase di turbolenza e trasformazione, con numerosi cambiamenti che emergono nel panorama geopolitico globale. La lenta crescita economica, unita allo sviluppo della rivoluzione tecnologica (leggi anche: passi in avanti dell’intelligenza artificiale), hanno portato a un contesto geopolitico globale più instabile e incerto; la perdita dell’egemonia statunitense e il disordine dell’incertezza degli schieramenti internazionali hanno ulteriormente frammentato e disordinato il panorama geopolitico mondiale.

Quanto più complessa e interconnessa diventa la situazione, tanto più la comunità internazionale deve collaborare in solidarietà e mutuo soccorso, attenendosi alla logica del progresso storico e alla tendenza dei tempi. Di fronte a questo intricato scenario geopolitico, contribuire con determinazione alla pace e allo sviluppo mondiale attraverso una governance accettata da tutte le parti, e stabilizzare un mondo incerto con la sicurezza riveste una grande importanza strategica. L’attuale governo statunitense ha ripetutamente minacciato di annettere la Groenlandia con il pretesto della cosiddetta “sicurezza nazionale” e ha dichiarato di non escludere la possibilità di ricorrere alla forza. Addirittura pure i pacifici cittadini danesi hanno marciato e manifestato nella piazza del Municipio di Copenaghen il 17 gennaio 2026, protestando contro tale tentativo.

Il mondo sta attraversando rapidi cambiamenti, con la Casa Bianca e alcuni altri Paesi occidentali che apportano modifiche strategiche e si impegnano in una competizione per il potere e nuove regole, e tutto questo sta determinando un profondo rimodellamento del panorama geopolitico e introducendo una nuova fase storica caratterizzata da cambiamenti interconnessi e da una crescente instabilità.

L’equilibrio e la distribuzione del potere geopolitico stanno subendo una rapida ristrutturazione, con l’indebolimento della superpotenza “unipolare” e la differenziazione di molteplici potenze forti che si evolvono parallelamente. Il modello emerso dopo la guerra fredda ha subìto cambiamenti fondamentali a causa dell’ampliamento delle differenze di sviluppo tra i Paesi, diventando il filo conduttore dell’evoluzione dello scenario. Da un lato, il potere e lo status degli Stati Uniti d’America sono relativamente diminuiti e la loro egemonia unipolare è insostenibile. La quota di Washington nell’economia globale è scesa da circa il 40% al suo apice negli anni Sessanta a circa il 26% negli ultimi tempi, con problemi quali una struttura industriale squilibrata e un pesante debito federale che scuotono le fondamenta del suo potere nazionale. Dall’insediamento dell’attuale amministrazione statunitense, la sua posizione unilaterale e aggressiva si è intensificata, ed il suo soft power è stato gravemente danneggiato; le crepe all’interno del suo sistema di alleanze si sono allargate e la sua capacità di dominare l’agenda è diminuita.

D’altro canto, il mondo si sta evolvendo in una direzione multipolare sempre più marcata, con le potenze tradizionali e i Paesi emergenti – quali, ad esempio i BRICS – che divergono nei loro percorsi di sviluppo, dando luogo a una struttura di potere differenziata. Le difficoltà economiche e di sicurezza dell’Unione Euripea si sono aggravate e la dipendenza strategica di Tokyo da Washington rimane invariata, creando disequilibrio in Estremo Oriente. Allo stesso tempo, il Sud del mondo è cresciuto significativamente, rappresentando oltre il 40% dell’economia globale e diventando una forza indispensabile e importante nel processo di multipolarizzazione mondiale.

Nel frattempo, la Repubblica Popolare della Cina ha continuato a compiere dei passi in avanti, rafforzando notevolmente la sua influenza internazionale; la Russia, nonostante le sanzioni occidentali, ha dimostrato una forte resilienza strategica facendo leva sulle sue risorse energetiche e su altri vantaggi; i Paesi emergenti come India, Brasile e Repubblica Sudafricana sono attivamente alla ricerca di opportunità e stanno diventando forze sempre più importanti che influenzano il panorama internazionale.

Le alleanze geopolitiche si stanno frammentando e riorganizzando sempre più, con la competizione e l’autonomia strategiche le quali che assumono un ruolo sempre più rilevante. Le interazioni geopolitiche globali stanno attraversando una complessa evoluzione, con gli Stati Uniti d’America e alcuni altri Paesi occidentali ad essi legati, che continuano a fomentare il confronto tra alleanze.

Molti Paesi mostrano una crescente propensione all’autonomia e all’indipendenza de facto, rendendo la coesistenza di confronto una caratteristica saliente del mutevole panorama geopolitico. Il confronto è una caratteristica chiave. Per mantenere la loro precaria egemonia e reprimere l’ascesa delle potenze emergenti, alcuni Paesi occidentali, e non, stanno intensificando la loro competizione, che si sta estendendo dalle tradizionali regioni chiave come Europa ed Asia-Pacifico ad altre aree.

La crisi ucraina e la situazione in Vicino e Medio Oriente continuano senza sosta, la divergenza tra le posizioni di Stati Uniti d’America e Israele e Stati Uniti ed Unione Europea si sta ampliando e il confronto tra Europa e Russia si approfondisce e consolida.

La Casa Bianca sta mobilitando gli alleati regionali per promuovere la cosiddetta “strategia indo-pacifica”, aumentando i rischi per la sicurezza nella regione estremo-orientale e, al contempo, adattando la propria strategia intercontinentale, esercitando maggiore pressione su regioni e Paesi dell’America Latina (per tutti la questione venezuelana), del Medio Oriente (Israele, Gaza e Libano) e dell’Africa (guerre intestine al Continente). Sempre più Paesi, di fronte a imposizioni e comportamenti autoritari da parte di potenze egemoniche, stanno vivendo un risveglio strategico e cercando di svincolarsi, con la maggiore esigenza di superare i tradizionali scontri tra alleanze, promuovere la multipolarità e migliorare la governance globale.

La competizione geopolitica si sta intensificando, con una crescente rivalità per le vie navigabili strategiche (fra queste, la ben nota questione degli stretti) e le principali risorse minerarie. Con i rapidi progressi tecnologici e i cambiamenti nel panorama globale delle risorse e dell’energia, le roccaforti geopolitiche, le vie navigabili chiave e i minerali critici sono diventati punti nevralgici della competizione.

Le posizioni geografiche e gli snodi strategici hanno sempre rivestito un’importanza fondamentale nella geopolitica globale. Gli Stati Uniti d’America, come abbiamo detto supra, puntano alla Groenlandia, non per l’apparente “vicinanza” al Continente America, ma in quanto ricca di minerali delle terre rare, e per i passaggi che controllano le rotte marittime artiche.

Una questione poco affrontata è il porto australiano di Darwin, che potrebbe essere foriero di una situazione d’instabilità. Quell’approdo è di vitale importanza per gli Stati Uniti d’America grazie alla sua posizione strategica nell’Indo-Pacifico e al suo ruolo nelle operazioni militari alleate. Situato all’estremità settentrionale dell’Australia, funge da snodo logistico cruciale per la Marine Rotational Force-Darwin (base staunitense dei Marine). I pianificatori della difesa statunitensi considerano il porto e la circostante base della Royal Australian Air Force di Darwin essenziali per il mantenimento della sicurezza e per una rapida risposta alle crisi. La sua vicinanza al Sud-Est Asiatico consente alle forze congiunte statunitensi e australiane di condurre addestramenti e dispiegare rapidamente risorse.

Esso è considerato di potenziale importanza militare, impiegando tattiche sia morbide che dure nella loro offensiva, anche a costo di violare la sovranità di altri Paesi. Le vie navigabili chiave sono la linfa vitale del commercio globale e del trasporto di energia. La crisi marittima del Mar Rosso del 2023 e l’attuale di Homuz hanno gravemente colpito le catene di approvvigionamento globali, evidenziando l’estrema importanza delle vie navigabili strategiche. Le recenti azioni di Trump, come il tentativo di assumere il controllo del Canale di Panama, preannunciano una nuova fase di competizione per queste vie navigabili. Minerali chiave come litio, cobalto, nichel e terre rare sono la forza trainante delle energie pulite e di settori emergenti come l’intelligenza artificiale. Assicurarsi l’approvvigionamento di questi minerali chiave è una condizione necessaria per guidare le rivoluzioni industriali in tali àmbiti. Gli Stati Uniti d’America e altri Paesi occidentali hanno costantemente alimentato dispute geopolitiche sui minerali chiave, tentando di promuovere il “disaccoppiamento” delle catene di approvvigionamento di questi minerali chiave da importanti Paesi di quella zona. (Il “disaccoppiamento” è la strategia economica e geopolitica volta a separare o ridurre la dipendenza dai mercati esteri.)

La competizione geostrategica si è ampliata notevolmente, con nuovi àmbiti che sono diventati frontiere a causa delle quali tutti i Paesi cercano di proteggere, rafforzando il loro parco militare. Gli abissi marini, le regioni polari, lo spazio extra-atmosferico e il cyberspazio sono tutti elementi legati alla sicurezza strategica di ogni Stato e influenzano il futuro assetto del potere globale, diventando nuove frontiere su cui potrebbero scatenarsi lotte nella competizione geopolitica internazionale.

I predetti abissi marini, ricchi di risorse minerarie, biologiche ed energetiche, stanno attirando sempre più l’attenzione strategica di diversi Paesi: vedi la questione delle ampie Zone Economiche Esclusive del Pacifico, la cui formale sovranità è esercitata anche da Stati che hanno meno abitanti di un quartiere romano.

Attualmente, le scoperte nella tecnologia di estrazione mineraria in acque profonde ed il relativo vuoto normativo nel diritto internazionale, stanno innescando controversie sull’allocazione delle risorse, con alcuni Paesi che stanno mettendo alla prova i limiti dell’ordine internazionale. Vedi anche la lotta tra Stati Uniti d’America, Russia, Canada e altri per il controllo delle rotte marittime artiche rimane irrisolta e la competizione strategica negli abissi marini polari e caldi si sta intensificando.

Va pure rammentato lo spazio extra-atmosferico il quale è un’area chiave della moderna competizione militare e tecnologica. Gli Stati Uniti d’America, attraverso il progetto Starlink, mirano a prendere l’iniziativa e a scatenare una battaglia per le risorse spaziali, che porterà a un’intensificazione della competizione per i diritti spaziali internazionali. Ma non c’è solo lo spazio atmosferico, ma pure quello cyber, che rappresenta un nuovo palcoscenico per l’interazione geopolitica mondiale. La governance dell’ecosistema cibernetico è fondamentale per lo sviluppo e la sicurezza nazionali. Sempre più Paesi stanno aumentando gli investimenti per potenziare le proprie capacità offensive e difensive nel cyberspazio, e la lotta per il dominio e il controllo dello spazio cibernetico si sta facendo sempre più aspra, con una crescente tendenza alla geopoliticizzazione di quest’ultimo. Tanti sono i nuovi scenari che non vengono appronditi dai mass-media.

Giancarlo Elia Valori 

mercoledì 1 luglio 2026

Celebrazione del 105º anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese: il discorso del Presidente Xi Jinping. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 1 luglio 2026, in occasione del 105° anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese (PCC), si è tenuta – nella Grande Sala del Popolo, a Pechino – la cerimonia di celebrazione di tale importante evento, che ha visto la partecipazione di membri del Partito, attivisti e organizzazioni di base provenienti da tutta la Repubblica Popolare Cinese (3.000 persone circa).

Il Segretario Generale del PCC e Presidente della Repubblica, Xi Jinping, ha sottolineato, durante l'evento, che quella che sta vivendo la nazione cinese è “l'epopea più magnifica” e, in tal senso, ha esortato i membri del Partito, a continuare nella costruzione di un Paese socialista moderno e prospero.

Egli ha ricordato come il PCC, fondato il 1 luglio 1921 e composto allora da appena 50 membri, sia diventato il più grande partito di governo al mondo, con oltre 100 milioni di iscritti e con un'enorme influenza a livello globale.

Il Presidente Xi ha esortato i membri del PCC a “rimanere impassibili di fronte alle nubi che passano e mantenere la rotta attraverso il vento e le onde”, proseguendo nella via tracciata.

Egli ha ricordato come il Partito fondi le sue radici nel popolo e sia al servizio di esso e come solo attraverso il suo “spirito imprenditoriale” esso potrà continuare a realizzare imprese storiche.

Lo sviluppo della Cina si trova ora in un periodo in cui le opportunità strategiche coesistono con rischi e sfide, e in cui i fattori incerti e imprevedibili sono in aumento. Dobbiamo essere sempre pronti a resistere alle grandi prove di forti venti e onde impetuose, e persino a violente tempeste”, ha avvertito il Presidente Xi.

Ed ha rimarcato le fondamenta del suo pensiero ovvero: “Dobbiamo promuovere continuamente la costruzione di una comunità con un futuro condiviso per l'umanità”.
Il Presidente Xi Jinping ha altresì sottolineato la necessità di promuovere l'autogoverno del Partito, in modo rigoroso, senza mai abbassare la guardia contro la corruzione.

È imperativo che tutti noi nel Partito non dimentichiamo mai la nostra aspirazione originaria e la nostra missione fondativa, che restiamo sempre modesti, prudenti e laboriosi, e che abbiamo il coraggio e la capacità di portare avanti la nostra lotta”, ha aggiunto.
Durante la cerimonia, il Presidente Xi ha assegnato la più alta onorificenza del Partito - la “Medaglia del 1 luglio” - a otto membri: un mediatore di base, un veterano, un funzionario del Partito di un villaggio, un medico rurale, un operatore sociale, uno specialista in agricoltura, un esperto in ingegneria meccanica e un esperto in ingegneria della raffinazione del petrolio.

Nel suo discorso, il Presidente Xi ha ricordato che il PCC, sotto la cui guida la Cina è divenuta la seconda economia mondiale, è un partito fondato sull'eccellenza e sulla meritocrazia. Ha inoltre affermato che esso rappresenta una chiara dimostrazione della vitalità del marxismo e della sua capacità di influenzare profondamente il corso della Storia mondiale.

Egli ha altresì ricordato come il PCC abbia modernizzato e innovato il Paese, innalzando l'aspettativa di vita media a 79 anni, istituito sistemi di istruzione, previdenza sociale e assistenza sanitaria all'avanguardia e eliminato la povertà assoluta.

Nel suo intervento, il Presidente Xi, ha sottolineato che il PCC ha delineato un piano al fine di realizzare una sostanziale modernizzazione del Paese entro il 2035, giungendo a costruire “un grande Paese socialista moderno sotto tutti gli aspetti” entro il 2050.

Il Presidente Xi Jinping ha invitato i militari cinesi a difendere con risolutezza sovranità, sicurezza e gli interessi della Cina, dando un maggiore contributo alla pace e allo sviluppo globali.

Egli ha, infine, promesso azioni risolute contro i secessionisti di Taiwan e auspicato in tempi brevi la completa riunificazione pacifica del Paese.

Luca Bagatin

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martedì 30 giugno 2026

Dai BRICS al Partito Comunista Cinese: il ruolo della Cina tra multilateralismo e sviluppo. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 23 giugno scorso, a Nuova Delhi, si è tenuto un importante incontro dei consiglieri per la sicurezza nazionale dei BRICS.

In tale occasione, nella capitale dell'India, il Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, che ricopre anche la carica di membro del Politburo del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (PCC), ha tenuto un importante discorso, nel quale ha ricordato che la cooperazione dei BRICS è un punto di forza fondamentale per la salvaguardia della pace globale, della promozione dello sviluppo e della difesa della giustizia.

Dobbiamo tenere alta la bandiera del multilateralismo, salvaguardare con fermezza gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e opporci inequivocabilmente all'unilateralismo e al protezionismo. In quanto avanguardia del Sud del mondo, i Paesi BRICS dovrebbero assumere un ruolo guida nel promuovere la giustizia e agire con equità, rafforzando il loro status e il loro ruolo negli affari internazionali”, ha sottolineato il Ministro Wang, il quale ha altresì aggiunto: “Dobbiamo combattere con fermezza ogni forma di terrorismo, opporci inequivocabilmente alla militarizzazione dello spazio extra-atmosferico, affrontare efficacemente le sfide globali in materia di energia e sicurezza alimentare, rafforzare la cooperazione sulle risorse minerarie strategiche e unirci per rispondere all'epidemia di Ebola in Africa”.

Nel suo discorso, il Ministro Wang ha spiegato come la centralità dei BRICS risiede nell'uguaglianza e nel mutuo vantaggio, mentre la sua forza risiede nell'unità e nell'assistenza reciproca.

Egli ha in particolare rimarcato come i BRICS e il Sud del mondo, in generale, “dovrebbero difendere la propria indipendenza, rafforzare la solidarietà e l'assistenza reciproca, condividere una maggiore conoscenza collettiva e coordinare azioni congiunte più incisive”.

Nel far presente che sarà la Cina, l'anno prossimo, ad assumere la presidenza dei BRICS, il Ministro Wang ha sottolineato l'importanza di rispettare sempre le norme internazionali, evitando “la legge della giungla”, come ha insegnato anche il conflitto in Iran e gli attacchi illegali di USA e Israele contro di esso.

Nel frattempo, la Repubblica Popolare Cinese, il 1 luglio si prepara a celebrare il 105esimo anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese (PCC).

Partito che fonda la propria organizzazione sul merito e sulla formazione politica, culturale e morale e che fu co-fondato dal riformatore sociale antimperialista Chen Duxiu (della cui biografia ho scritto nell'articolo leggibile a questo link: https://amoreeliberta.blogspot.com/2025/07/chen-duxiu-1879-1942-co-fondatore-e.html).

Un rapporto pubblicato in questi giorni dal Dipartimento dell'Organizzazione del Comitato Centrale del Partito, ha rilevato che nel 2025 gli iscritti ad esso contavano 101,28 milioni. Ovvero vi è stato un aumento di circa 1 milione di iscritti rispetto al 2024.

Nel rapporto si evidenzia che il 54,8% dei nuovi iscritti nel 2025 è in possesso di laurea o diploma di scuola superiore e l'84% ha un'età pari o inferiore a 35 anni.

Dal rapporto si evince anche che il numero delle donne è pari al 31,5% del totale (oltre 31,91 milioni di donne); che la percentuale degli iscritti appartenenti a minoranze etniche è del 7,8% (7,88 milioni di iscritti) e che il numero di operai e agricoltori rappresenta il 32,4% del totale.

Il Segretario Generale del PCC e Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, in questi anni, si è battuto con determinazione contro la corruzione interna al Partito, quale primo punto del suo mandato.

Egli ha altresì ricordato che il compito dei comunisti cinesi è quello di lavorare per la felicità del popolo cinese, porsi al servizio della comunità e rinnovare il Paese.

Luca Bagatin

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domenica 28 giugno 2026

Nasce "Agorà", il movimento di Angelo D'Orsi, per dare una voce democratica al Paese. Articolo di Luca Bagatin

 

Amo i gatti neri. Ne avevo uno, Mirtillo, che per me è stato come un fratello.

I gatti neri sono simbolo di ribellione, anarchia, ma anche, sotto il profilo spirituale, di protezione e esplorazione del proprio inconscio.

Quando, sul manifesto della prima assemblea nazionale di "Agorà per l'Italia", il neo-movimento del prof. Angelo D'Orsi, tenutasi a Roma il 27 giugno scorso, ho visto che c'era disegnato un gatto nero con dei begli occhi rossi, avevo deciso che non sarei potuto mancare.

Non sono pertanto rimasto stupito nell'ascoltare – nel corso dell'assemblea - parole che risuonano dentro di me, fin da quando ero molto piccolo, la prima delle quali è “democrazia”.

E non sono rimasto stupito nel vedere – nella numerosissima platea - volti puliti e fieri e ritrovare amici quali Paolo Di Mizio, ex caporedattore e fra i fondatori del TG5 e Fabio Massimo Parenti, esperto di Repubblica Popolare Cinese, che spesso ho citato nei miei articoli e saggi.

Mi ha colpito molto ascoltare il prof. D'Orsi spiegare come egli sia stato ispirato, nella fondazione di questo movimento, da una sua amica scomparsa.

Il prof. D'Orsi ha una formazione politica molto diversa dalla mia. Lui si rifà a Gramsci, io mi rifaccio alla tradizione mazziniana, garibaldina, dannunziana, ma non meno eretica. Anzi. Forse anche di più.

E' forse per questo che, le sue parole e prospettive, non sono così distanti dalle mie. Ed è per questo che, forse, una nuova sintesi fra antichi valori sociali, non è così impossibile. Se si riparte dello studio e dall'approfondimento, senza pregiudizi, della Storia.

E questo egli ha detto: “Ho pensato di costruire un partito fondato sullo studio”.

Che è la base di tutto, direi.

Ma non solo.

Il prof. D'Orsi ha spiegato come, nelle sue brevi esperienze politiche come candidato di partiti di sinistra radicale, egli abbia ravvisato spesso egocentrismo e settarismo. Aspetti che anche io, nei partiti nei quali ho militato (molti anni fa), d'area verde, socialista e repubblicana, ho parimenti ravvisato.

Aspetti che hanno portato non solo noi, ma la stragrande maggioranza degli italiani, ad allontanarsi dalla politica partitica.

Occorre conoscere le ragioni della Storia”, ha spiegato il prof. D'Orsi. Ed ha ragione.

Senza la Storia non si può comprendere, ad esempio, le origini dell'attuale conflitto russo-ucraino, che, come ho spesso scritto, hanno origine dal crollo dell'URSS, causata da elementi interni ed esterni e che ha fatto ampiamente comodo a un Occidente liberale, ma molto poco democratico.

Senza conoscere le ragioni della Storia “si rischia di subire passivamente le scelte dall'alto”, ha giustamente spiegato il prof. D'Orsi.

E così, come è di fatto avvenuto e avviene da decenni, si finisce per rimanere sottomessi ai desiderata della dirigenza UE e a quella degli Stati Uniti d'America e dei loro Stati satellite, ad Est e in Medio Oriente.

Per cui, ha rilevato il prof. D'Orsi, si sanziona ampiamente la Russia, ma si tace sul massacro perpetrato dal governo israeliano contro la popolazione di Gaza.

Si danno armi a governi corrotti né UE, né NATO, ma, pur non dicendosi co-belligeranti, di fatto lo si è.

Il tutto in barba alla volontà popolare e, dunque, alla democrazia, come peraltro costituzionalmente la conosciamo o dovremmo conoscere.

Il prof. D'Orsi si è detto stupito da come tanti, a sinistra (o nella cosiddetta sinistra) si siano resi complici di ciò. Personalmente, di ciò, sono meno stupito, avendo abbandonato (e per sempre) il sedicente e pseudo centro-sinistra italiano nel 1999, quando il governo D'Alema autorizzò il bombardamento NATO contro la Repubblica Federale di Jugoslavia. Ultimo baluardo di socialismo nel Balcani. Socialismo completamente sconosciuto e estraneo al sedicente centro-sinistra italiano. E ricordo ancora come, diversamente, l'ex Ministro socialdemocratico, Luigi Preti, allora sostenitore di Silvio Berlusconi, si oppose fermamente allo smembramento della Jusoslavia, per la solita volontà di Bruxelles e Washington, come egli stesso ricordò e denunciò, sulle pagine di “Critica Sociale”, nel 1999.

Il prof. D'Orsi si è detto stupito della russofobia diffusa da tanti media, che arrivò persino a proibire corsi di russo e la possibilità di parlare di scrittori russi. E qui, a stupirci, credo, fra chi è autenticamente democratico e ha un pensiero completamente libero, siamo stati in tanti, nel 2022.

Egli ha anche spiegato come grande responsabilità la ebbe l'antistorica risoluzione del Parlamento Europeo del 2019, che volle equiparare nazismo e comunismo. Dimenticando gli oltre 20 milioni di sovietici che hanno liberato l'Europa dalla barbarie hitleriana.

Il prof. D'Orsi ha anche spiegato come, “grazie” (si fa per dire) alle autolesionistiche sanzioni contro la Russia volute dalla dirigenza UE, ci troviamo a pagare il gas più caro, importandolo dagli USA.

Come se non bastasse, ha aggiunto, il bilancio della difesa, in Italia è UE, è in aumento, a discapito di quello sanitario, sempre più privatizzato e smembrato, nel corso degli anni. Siamo passati, in sostanza, dal welfare al warfare.

E così egli ha spiegato, a mio avviso giustamente e con grande lungimiranza (ma anche profondo buonsenso e pragmatismo), che occorre invertire la rotta e puntare al benessere della comunità. Salvare vite, non diffondere morte.

Egli ha spiegato come la decisione di fondare il suo movimento, su sollecitazione di quella sua amica scomparsa, sia nata proprio dallo sdegno e dall'indignazione nei confronti di tutto ciò.

Di come sia diventata l'Europa e l'Italia a causa dei Draghi, delle Von Der Leyen e delle Lagarde.

E di come occorra, diversamente, recuperare quella democrazia autentica perduta, liberandoci dalla sudditanza dei potentati economici internazionali e dall'ingerenza di potenze straniere; lavorando per sostenere il mondo multipolare, promosso dai BRICS.

Restituendo, così, lo Stato al cittadino, come previsto dalla Costituzione della Repubblica italiana fin dal suo Primo Articolo.

Devo dire che il prof. D'Orsi mi ha commosso. Perché ciò che ha detto, lo penso e lo scrivo anch'io, da oltre dieci anni. Spesso censurato, da chi si erge a “liberale”, ma che probabilmente non ha mai letto Mario Pannunzio, Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini, Carlo e Nello Rosselli. Che furono i miei maestri nelle mie letture da diciottenne, ancora idealista.

Del prof. D'Orsi ho condiviso anche i punti nei quali ha parlato del manifesto di "Agorà", fra i quali la nazionalizzazione degli asset strategici del Paese (altro punto sul quale ho sempre spesso scritto); sull'abolizione del Jobs Act (che fu un vero insulto alla memoria delle riforme sociali del grande Ministro socialista Giacomo Brodolini) e dell'abolizione del finanziamento pubblico ai giornali.

Forse condivido meno l'idea di uscire dall'UE e dalla NATO. Nel senso che, come ho spesso rilevato, il problema non è tanto una unione di popoli europei in sé, quanto la sua dirigenza UE e il fatto che tale entità, non democratica, rappresenta una holding finanziaria ed è slegata, se non addirittura opposta, dalla volontà popolare e dalle necessità della popolazione europea.

L'UE, a mio avviso, in sostanza, andrebbe completamente riformata e democratizzata. Uscirne ha molto poco senso.

Quanto alla NATO, che dovrebbe in ogni caso avere esaurito il suo ruolo storico nei primi Anni '90, in realtà potrebbe – se anch'essa completamente riformata - diventare una alleanza militare globale, comprendente anche Russia e Cina e volta alla sicurezza e alla pace internazionale di tutti i popoli del mondo.

Su questo, penso, pragmaticamente, avrebbe invece senso discutere e lavorare.

L'impostazione di Angelo D'Orsi, in generale, il quale ha affermato che “Agorà non sarà l'ennesimo partitino di sinistra”, in generale, mi è piaciuta e mi ha ricordato per molti versi il piano sociale promosso da Giuseppe Saragat negli Anni '50: “Case, scuole e ospedali”, quando il PSDI aveva ancora una visione ancorata al socialismo autentico, vi era ancora l'oculata e onesta visione del Ministro Roberto Tremelloni e tutto non si era ancora annacquato nella partitocrazia e nella furberia.

Ho apprezzato molto anche l'intervento in video del prof. Franco Cardini, il quale ha affermato che, in questi tempi oscuri, occorrono due cose: il ritorno alla politica e alla moralità sociale.

Egli ha rimarcato il concetto che l'UE non rappresenta l'autentico progetto per la costruzione degli Stati Uniti d'Europa, i quali, diversamente, fuori da ogni subalternità, dovrebbero diventare l'ago della bilancia degli equilibri mondiali.

Il prof. Cardini ha rilevato anche che l'Italia ha perduto il senso del “vivere civicamente”, ovvero ha smesso di pensare alla propria comunità. E nel frattempo il mondo occidentale si sta sempre più impoverendo, con da una parte pochi ricchi e dall'altra moltitudini di comunità impoverite, anche culturalmente e intellettualmente.

Il prof. Cardini ha sottolineato anche come il sistema di potere occidentale stia franando, ma non ce ne rendiamo conto. Un sistema di potere gestito da una minoranza, che non rappresenta affatto la maggioranza dei cittadini che, infatti, non vanno più a votare.

Debbo dire che ho sottoscritto ogni sua parola, essendo fra coloro i quali, pressoché da vent'anni, non vanno più a votare. Il penultimo voto lo diedi ai "Socialisti Uniti" dell'amico Gianni De Michelis, per il quale feci campagna elettorale, alle europee del 2004. Presero il 2% ed ebbero due eletti. Ma, allora, non erano ancora stati introdotti gli antidemocratici sbarramenti.

Da quando, nel 2009, furono introdotti gli sbarramenti, smisi di andare a votare. Lo feci solo alle scorse europee, ma per dare un segnale, votando "Pace, Terra e Dignità" di Michele Santoro, che prese comunque il 2% (non ebbe eletti, causa sbarramento al 4%), con una prospettiva democratica e socialista, molto simile a quella di "Agorà".

E ho condiviso le sue riflessioni sull'Europa e sul fatto che la comunità non viene posta al centro, ma rimane attore passivo, passivizzato e marginalizzato. Utile solo a ratificare decisioni altrui e manipolata continuamente da media monolitici.

Molto interessante anche l'intervento dell'amico Paolo Di Mizio, il quale ha rilevato, da giornalista di lungo corso, come, quando iniziò la guerra russo-ucraina, iniziarono ad essere diffuse, da parte dei mass-media, un sacco di menzogne russofobiche e stravolgimenti della realtà dei fatti e ciò lo indignò e inquietò molto, al punto che mai si sarebbe aspettato che ciò potesse accadere. Il tutto come se fosse una cosa normale. Paolo ha spiegato anche come i mass media abbiano trattato in modo deformato e disinformativo anche la situazione a Gaza, in Medio Oriente e in Iran, il tutto ad uso e consumo della narrazione delle élite occidentali e dei loro alleati.

Altro intervento che ho apprezzato molto è stato quello dell'amico Fabio Massimo Parenti, che ha esordito con una frase emblematica: “L'unica cosa che ci è rimasta di collettivo è il disagio”. Quando, invece, ha aggiunto, occorre uscire dall'omologazione e ricostruire relazioni fra le persone, ma anche fra tutti i Paesi, a partire dalla centralità del Mediterraneo.

In tal senso ha portato l'esempio della Repubblica Popolare Cinese, una realtà geopolitica che fonda la sua politica estera su “cooperazione, coesistenza pacifica e rispetto”.

Ora, personalmente non aderisco né aderirò ad “Agorà”, come a nessun movimento politico/partitico. Purtuttavia penso che meriti ascolto e sostegno.

Penso che arriverei anche a votarlo, pur consapevole che, andare a votare, in presenza di regole truccate a monte (leggi elettorali incostituzionali dal 1993 ad oggi, come rilevato dall'amico Sen. Giorgio Pizzol e sistema mediatico disinformativo e che non da spazio a chi la pensa diversamente) è - nella migliore delle ipotesi - una cosa inutile, nelle peggiori una presa in giro.

Ma, ad ogni modo, penso che qualche segnale di democrazia, di libertà di pensiero, di emancipazione civile e sociale, difronte al fondamentalismo liberal-capitalista e ultra-atlantista, all'ignoranza e all'ipocrisia diffusa, meritino sempre di essere dati.

Per il resto penso comunque occorra lavorare a livello culturale, formativo e di discussione pubblica.

Proprio perché gli spazi di libertà di pensiero e democrazia sono sempre più ridotti. 

Mancanza di leggi elettorali costituzionalmente democratiche, ovvero che permettano a chiunque di avere dei propri rappresentanti e sistema mediatico pluralista e indipendente, sono già due aspetti importanti e sui quali riflettere e discutere.

Occorre, in sostanza, essere quel gatto nero che, sul manifesto, aveva catturato la mia attenzione.

Rimanere spiriti liberi, inquieti, eretici e magici, che attraversano l'oscurità, senza mai abbassare lo sguardo.

Luca Bagatin

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Luca Bagatin e Paolo Di Mizio

mercoledì 24 giugno 2026

Il Senato USA prende le distanze da Trump, mentre Cina e Iran rilanciano la via diplomatica. Articolo di Luca Bagatin

 

Negli USA, un Senato a maggioranza repubblicana, finalmente, rompe con le politiche irresponsabili e guerrafondaie del regime di Trump, votando, con 50 voti a favore e 48 contrari, una risoluzione per limitarne i poteri di guerra in Iran e chiedere la fine del conflitto.

Un voto simbolico, a conferma di quanto, negli USA, il Congresso abbia poteri limitati, ma significativo.

Nel frattempo, il Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha incontrato, nei giorni scorsi, a Nuova Delhi, a margine della XVI riunione dei Consiglieri per la Sicurezza Nazionale dei BRICS, il Vicesegretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell'Iran, Qadir Nizamipour.

Il Ministro Wang ha sottolineato che la Cina accoglie con favore l'avvio delle consultazioni – con l'assistenza di Pakistan e Qatar - fra Iran e USA, sulla base del Memorandum d'intesa fra i due Paesi.

Disposizioni che prevedono – fra le altre cose - la cessazione immediata e permanente delle ostilità; il rispetto reciproco della sovranità e integrità territoriale di ciascun Paese e la non ingerenza negli affari interni altrui.

La Cina, partner strategico dell'Iran, ha sostenuto e sostiene ogni sforzo volto alla pace e alla salvaguardia della sua sovranità e sicurezza nazionale.

Il Vicesegretario Qadir Nizamipour ha ringraziato la Repubblica Popolare Cinese per il suo ruolo costruttivo alla risoluzione del conflitto e sottolineato la validità delle proposte del Presidente Xi Jinping per la promozione della pace e stabilità del Medio Oriente (fondate su coesistenza pacifica; rispetto della sovranità nazionale; rispetto del diritto internazionale; promozione di sviluppo e sicurezza), ricordando come le relazioni fra Iran e Cina siano di fondamentale importanza per affrontare, congiuntamente, le sfide comuni.

Luca Bagatin

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sabato 20 giugno 2026

Trump, Meloni e il bullismo geopolitico. Articolo di Luca Bagatin

 

Il bullo, lo ricorda la psicologia stessa, è persona profondamente insicura che, dietro alla sua maschera di superiorità, manifesta debolezza e paura di non essere accettato.

Donald Trump incarna, alla perfezione, l'archetipo del bullo per eccellenza.

In questo caso, sconfitto dall'Iran, doveva per forza sminuire qualcuno e, questa volta, è toccato a Giorgia Meloni.

Quella Giorgia Meloni che, una volta nominata Presidente del Consiglio, prima ha steso tappeti rossi a Biden e poi a Trump. Secondo la consolidata tradizione dell'UE e dell'Italia degli ultimi decenni, che prevede totale asservimento ai desiderata dei Presidenti degli Stati Uniti d'America di turno. Che spesso si comportano e si sono comportati da bulli, tanto con i Paesi “amici”, quanto con tutti gli altri. Henry Kissinger, del resto, fece presente che: “Essere nemici degli Stati Uniti può essere pericoloso, ma esserne amici può essere fatale”.

Presidenti degli USA che, peraltro, non sono amati nemmeno dal popolo statunitense che vorrebbero rappresentare e che di rado hanno fatto gli interessi di quel popolo, ma, spesso e volentieri, hanno fatto quelli delle lobby che, a suon di dollari, hanno permesso loro di essere eletti.

Al bullo Ronald Reagan, Bettino Craxi, nel 1985, a Sigonella, rispose per le rime, e riaffermò la sovranità dell'Italia.

Bettino Craxi, a differenza di chi è venuto dopo di lui, promosse sempre – in modo lungimirante e pragmatico - l'unione e la cooperazione fra il Nord e il Sud e fra l'Est e l'Ovest del mondo. Sappiamo bene che, anche per questo, i poteri forti internazionali con sede a Washington, Bruxelles e Bonn, come egli stesso ricordò nel romanzo-verità “Parigi - Hammamet”, gliela faranno pagare cara.

Anche a Silvio Berlusconi accadrà la stessa cosa, per molti versi.

Lui che riuscì a far dialogare Bush e Putin e che promosse la cooperazione e il dialogo con ogni Paese del mondo, comprese la Libia di Gheddafi e il Venezuela di Hugo Chavez.

Lui che ebbe un solo grave difetto: quello di aver sdoganato gli eredi del MSI e i Leghisti. Senza quella scelta, è probabile che non sarebbero mai giunti al governo e che, ancora oggi, Meloni and Co., occuperebbero una posizione marginale nel panorama politico italiano.

La politica estera di Craxi, Andreotti e Berlusconi, fatta di dialogo con tutti, soprattutto con il Sud del mondo (per quanto riguarda Craxi e Andreotti, in particolare) fu l'ultima politica estera lungimirante che l'Italia abbia conosciuto. E per questo, costoro, pagarono – come sopra scritto – un prezzo molto alto e, ancora oggi, nonostante purtroppo non ci siano più, subiscono le ingiuste e infamanti critiche da parte degli eredi delle estreme destre e sinistre che – abbandonati i fascismi e i comunismi - sono passate al capitalismo assoluto e a un atlantismo da operetta, fondamentalista e anti-storico.

La querelle Trump-Meloni, alla luce di tutto ciò, ad ogni modo, cosa ci insegna?

Che il bullismo, tanto nella vita di tutti i giorni, quanto in ambito geopolitico, oltre a nascere dalla profonda debolezza di chi lo pratica, va sempre condannato e isolato, come più volte ha giustamente esortato il Presidente cinese Xi Jinping, unico a promuovere, oggi, la cooperazione Nord-Sud e Est-Ovest nel mondo.

Che l'UE dovrebbe trovare il coraggio di affrancarsi dagli USA e in particolare rompere con i desiderata dei Presidenti degli Stati Uniti di turno. Ritrovando non solo la capacità di essere autonoma e neutrale mediatrice delle controversie internazionali e promotrice di dialogo e cooperazione, ma anche essere capace di dialogare con quelle forze sane all'interno degli USA, critiche nei confronti di certo bullismo e imperialismo da mentalità da Guerra Fredda.

Un mondo in tumulto ci richiede tre cose: 1) recuperare gli insegnamenti del nostro passato, anche recente; 2) ritrovare orgoglio, dignità, sovranità, spirito critico fuori dai feticismi e dai fanatismi ideologici; 3) puntare su una rinnovata cooperazione Nord-Sud e Est-Ovest.

Occorre riunire ciò che è stato sparso dai fanatici, dagli odiatori seriali, dai suprematisti bianchi, dai liberal capitalisti senza costrutto, molti dei quali oggi si dicono, in Italia, “europeisti” e “riformisti”, ma non si sa bene di quale Europa e di quali riforme stiano parlando.

Luca Bagatin

https://amoreeliberta.blogspot.com