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giovedì 3 settembre 2026

Vertice SCO, Xi Jinping rilancia cooperazione e multilateralismo per un nuovo ordine globale. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 1 settembre 2026 si è tenuto a Bishkek, capitale del Kirghizistan, il 26esimo vertice dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO).

Il summit, che ha visto la presenza del Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres, è stato presieduto dal Presidente del Kirghizistan, Sadyr Zhaparov e ha visto protagonisti i leader degli Stati membri di tale organizzazione, fra i quali il Presidente della Bielorussia Aleksandr Lukashenko; il Primo Ministro indiano Narendra Modi; il Presidente dell'Iran Masoud Pezeshkian; il Presidente del Kazakistan Kassym-Jomart Tokayev; il Primo Ministro del Pakistan Muhammad Shehbaz Sharif; il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin; il Presidente del Tagikistan Emomali Rahmon; il Presidente dell'Uzbekistan Shavkat Mirziyoyev; il Segretario Generale della SCO Nurlan Yermekbayev e il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping.

Quest'ultimo ha pronunciato un importante discorso, nel quale ha sottolineato, fra le altre cose, che quest'anno ricorre il 25esimo anniversario della SCO e ha delineato le sue prospettive presenti e future: “Quest'anno ricorre il 25° anniversario dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Venticinque anni fa, facendo i conti con le dure lezioni della Guerra Fredda, affrontando le reali minacce provenienti da forze terroristiche, separatiste ed estremiste e ascoltando le sincere aspirazioni del mondo alla pace e allo sviluppo, i Paesi della nostra regione giunsero a un consenso generale sulla necessità di collaborare per tutelare la sovranità, la sicurezza e gli interessi di sviluppo. La nostra organizzazione è nata in questo contesto e ha dimostrato un vigore e una vitalità sempre maggiori.

Negli ultimi 25 anni, l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) ha compiuto un percorso straordinario. Il suo più grande successo è stato quello di crescere costantemente fino a diventare un nuovo tipo di organizzazione di cooperazione regionale, con la più vasta estensione territoriale e la maggiore popolazione, e un enorme potenziale di sviluppo. Il suo patrimonio spirituale più prezioso è stato quello di aver introdotto e da allora di aver costantemente seguito lo Spirito di Shanghai, basato su fiducia reciproca, mutuo vantaggio, uguaglianza, consultazione, rispetto per la diversità delle civiltà e ricerca dello sviluppo comune. La sua esperienza più importante in materia di cooperazione è stata quella di aver trovato la giusta via di coesistenza, caratterizzata da non alleanza, non scontro e senza prendere di mira terze parti, consentendo ai paesi della regione di costruire insieme una casa comune.

Venticinque anni dopo, una trasformazione senza precedenti da un secolo sta accelerando in tutto il mondo. Si intensifica la rivalità tra dialogo e confronto, tra strategia vincente per tutti e gioco a somma zero, tra multilateralismo e unilateralismo. L'ombra della guerra continua a incombere sul mondo. In un momento così cruciale, con il futuro dell'umanità in gioco, l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) dovrebbe farsi avanti per assumersi la propria responsabilità storica e guidare il corso degli eventi”, ha spiegato il Presidente Xi.

Egli, in particolare, ha presentato quattro linee guida da seguire: 1)“promuovere una globalizzazione economica inclusiva e universalmente vantaggiosa”, consolidando e migliorando al contempo la cooperazione regionale; 2) “contrastare con fermezza le tre forze del terrorismo, del separatismo e dell'estremismo, della criminalità organizzata transnazionale, del traffico di droga e delle frodi nel settore delle telecomunicazioni”; 3) “rimanere fedeli a un approccio incentrato sulle persone e consolidare le basi per un'amicizia duratura (…) apprezzare appieno le peculiarità di ogni Paese nella sua storia, cultura, sistema sociale e fase di sviluppo, e costruire reti di cooperazione tra parlamenti, partiti politici, istituzioni educative, think tank, imprese e media, al fine di promuovere gli scambi non governativi e rafforzare il buon vicinato e l'amicizia tra gli Stati membri; 4) “adoperarci per una governance più equa e ordinata. Dobbiamo sempre sostenere che tutti i Paesi, indipendentemente dalle loro dimensioni, sono uguali e che le questioni regionali devono essere discusse da tutti i Paesi per colmare le divergenze e costruire un consenso, gestire adeguatamente le divergenze attraverso il dialogo e la consultazione e affrontare le sfide comuni attraverso la collaborazione multilaterale”.

Per quanto riguarda i conflitti in corso nel mondo, il Presidente cinese, nel suo discorso, ha spiegato che: “Per quanto riguarda l'Ucraina, il Medio Oriente, l'Afghanistan e altre questioni critiche a livello internazionale e regionale, la Cina si dichiara pronta a rafforzare la comunicazione e il coordinamento con tutte le parti, a continuare ad affrontare sia i sintomi che le cause profonde di tali problematiche e a promuovere una soluzione politica”.

Gli Stati membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) hanno, in conclusione, delineato una visione di maggiore cooperazione in un contesto internazionale segnato da conflitti, instabilità economica, crisi energetiche e alimentari, cambiamenti climatici e nuove sfide tecnologiche.
Al centro della dichiarazione conclusiva c’è il sostegno al multilateralismo e al ruolo delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di promuovere un sistema internazionale più rappresentativo, equo e multipolare.

I Paesi della SCO hanno dichiarato di opporsi alle logiche di contrapposizione e alle misure unilaterali, sostenendo la soluzione diplomatica delle controversie e il principio di una sicurezza indivisibile.

Gli Stati membri hanno dichiarato di voler rafforzare la cooperazione contro terrorismo, separatismo, estremismo, criminalità organizzata e traffico di droga, anche attraverso il potenziamento delle strutture permanenti della SCO e delle esercitazioni congiunte.
Particolare attenzione è stata dedicata alle nuove dimensioni della sicurezza: cyberspazio, infrastrutture digitali e intelligenza artificiale.

La SCO, nel documento sottoscritto dagli Stati membri, chiede una maggiore cooperazione internazionale per contrastare la criminalità informatica, difendere la sovranità degli Stati nel cyberspazio e sostenere un uso sicuro e responsabile dell’IA.
La dichiarazione ha ribadito, inoltre, l’opposizione alla militarizzazione dello spazio e alla corsa agli armamenti spaziali, sostenendo nuovi strumenti internazionali giuridicamente vincolanti.

Sul nucleare, gli Stati membri confermano il sostegno al Trattato di non proliferazione e al disarmo, insieme al diritto di tutti i Paesi di sviluppare l’energia nucleare per scopi pacifici.
Relativamente alla situazione in Medio Oriente, la SCO ha condannato gli attacchi militari contro l’Iran, ribadendo il principio della sovranità e dell’integrità territoriale iraniana e chiedendo una soluzione politica e diplomatica delle tensioni.
La dichiarazione sottolinea, inoltre, che una soluzione “completa ed equa” della questione palestinese è considerata indispensabile per la stabilità del Medio Oriente.
Per quanto concerne l’Afghanistan, la SCO conferma il sostegno a un Paese indipendente, neutrale e pacifico, libero da terrorismo, guerra e droga, sottolineando che la formazione di un governo realmente inclusivo rappresenta una condizione essenziale per una stabilità duratura.
Sul fronte economico, la SCO punta a rafforzare il commercio multilaterale, le catene di approvvigionamento regionali e la cooperazione economica tra i Paesi membri.

Tra le priorità figurano infrastrutture, trasporti, corridoi logistici, commercio elettronico, dogane, industria, agricoltura ed energia.
Gli Stati membri sostengono, inoltre, la costruzione della Belt and Road Initiative e il suo coordinamento con l’Unione Economica Eurasiatica. Viene dato spazio anche all'aumento dei pagamenti in valute locali, alla cooperazione finanziaria e alla riforma delle istituzioni finanziarie internazionali, con l’obiettivo di aumentare il peso dei Paesi in via di sviluppo.
Altro aspetto oggetto della dichiarazione è stato il
progetto della futura Banca di sviluppo della SCO, la cui istituzione resta oggetto di consultazioni tra gli Stati membri.
La cooperazione fra i Paesi membri, inoltre, viene estesa anche alle questioni ambientali e sociali.

I Paesi della SCO intendono intensificare gli interventi contro il cambiamento climatico, la tutela della biodiversità, la gestione delle emergenze e la ricostruzione dopo le calamità.
Nel settore sanitario vengono indicate come priorità la medicina d’urgenza, la telemedicina, la prevenzione delle malattie infettive e una maggiore condivisione delle competenze. Anche istruzione, ricerca scientifica, innovazione e formazione dei giovani assumono un ruolo crescente.
La dichiarazione dedica, infine, ampio spazio alla cooperazione culturale e agli scambi tra i popoli, attraverso iniziative nel campo della letteratura, del patrimonio culturale, dello sport e delle attività giovanili. 

L'obiettivo dichiarato per la nuova fase è proseguire nell'attuazione della Strategia di sviluppo della SCO fino al 2035, consolidando la pace e la stabilità regionale e promuovendo uno sviluppo più equilibrato e multipolare

Luca Bagatin

https://amoreeliberta.blogspot.com

sabato 25 luglio 2026

India: progressi fra luci ed ombre. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori


Molti guardano all’economia indiana solo in base a una serie di cifre impressionanti: un’elevata crescita del PIL, le continue e forti esportazioni di servizi e tecnologie informatiche, le scoperte nel campo delle nuove energie, l’economia a bassa quota, la produzione manifatturiera di alta gamma e una quota in costante aumento di produttività di nuovo tipo.

Dal punto di vista dei conti nazionali, l’India sembra aver portato a termine ancora una volta un notevole ammodernamento industriale, rimanendo salda, nonostante le incertezze globali.

Ma una volta che si entra in contatto con la gente comune indiana, si scopre una realtà agghiacciante: più i dati macroeconomici sono impressionanti, più la realtà per la gente comune è dura.

Da un lato, il Paese sta compiendo grandi passi avanti, mentre dall’altro il potere d’acquisto delle famiglie comuni continua a indebolirsi, le aspettative di ricchezza della classe media sono in calo e la pressione occupazionale sui giovani è in costante aumento.

Perché c’è una differenza così grande? Questa divergenza non è un fenomeno esclusivo dell’India. Molte economie nel corso della storia hanno vissuto situazioni simili durante i periodi di transizione: i dati macroeconomici sono positivi, ma la vita delle persone si fa più difficile.

La differenza risiede in due punti: se si tratta semplicemente di un problema ciclico, il divario si ridurrà gradualmente con la ripresa economica; ma se la logica di allocazione delle risorse è completamente cambiata, questa divisione persisterà a lungo e potrebbe persino ampliarsi. L’India odierna appartiene a quest’ultima categoria.

Quando una grande potenza sposta il focus del proprio sviluppo sulla sicurezza industriale, l’autosufficienza tecnologica, la competitività globale e le innovazioni nei settori strategici, i capitali, i talenti, il credito e i sussidi statali confluiranno sistematicamente, come una marea, verso le industrie di fascia alta, le imprese leader e i settori orientati all’esportazione. Di conseguenza, le risorse destinate ai beni di consumo, alle piccole e medie imprese private, alle industrie ad alta intensità di lavoro e ai settori dei servizi di base diminuiranno naturalmente.

Ciò ha portato a una situazione in cui il Paese sta acquisendo sempre maggiore potere, ma il senso di benessere della gente comune non è cresciuto di pari passo. La crescita non è più inclusiva, bensì strutturale e stratificata.

Questa è la caratteristica principale dell’economia indiana nel 2026: la macroeconomia è in forte espansione, mentre la microeconomia sta attraversando un periodo arduo.

Per comprendere l’India del 2026, bisogna ripercorrere la logica del suo sviluppo negli ultimi decenni.

L’India ha seguito un percorso di grande successo: facendo leva sulla sua vasta popolazione (la più numerosa al mondo: 1.470.000.000 abitanti), sui mercati aperti, sull’esternalizzazione dei servizi e sull’economia digitale, si è rapidamente integrata nella divisione globale del lavoro. I suoi settori: IT (Information Technology è l’insieme dei metodi, dei sistemi e delle tecnologie utilizzati per archiviare, proteggere, elaborare e trasmettere dati digitali; questi includono sia le componenti fisiche-hardware, come computer e server, sia i programmi-software e le reti), farmaceutico e dell’esternalizzazione dei servizi hanno raggiunto livelli di eccellenza a livello mondiale. I pagamenti digitali e le piattaforme internet locali, hanno spinto i costi all’estremo, creando un vantaggio di scala che i Paesi più piccoli semplicemente non possono replicare.

All’epoca, l’India fece tre cose cruciali nel modo giusto: 1. aprì gradualmente le sue porte al mercato globale; 2. deregolamentò il settore privato per liberare maggiore vitalità; e 3. protesse i diritti di proprietà e incoraggiò la creazione di ricchezza. Questi tre punti sostennero il periodo di rapida crescita che l’India ha conosciuto per decenni. Però negli ultimi anni la logica è completamente cambiata.
Mentre l’attenzione strategica del Paese si sposta verso scoperte di alto livello, autosufficienza e controllo, e concentrazione di imprese di vertice, l’economia indiana sta lentamente cadendo in una trappola strutturale da cui è difficile uscire: la crescita ad alta intensità di capitale.

I settori industriali più dinamici e supportati dell’India al momento – informatica, biomedicina, energie rinnovabili, produzione di alta gamma, intelligenza artificiale, automazione industriale – condividono una caratteristica comune: dipendono fortemente da capitali, tecnologia e talenti, e sono al contempo estremamente indipendenti dalla manodopera ordinaria.

Questi settori possono generare una produzione sbalorditiva, incrementare il PIL e migliorare il prestigio di un Paese, ma non possono creare occupazione su larga scala né aumentare significativamente il reddito delle persone comuni.

Ciò porta a un tipico effetto sifone: le risorse migliori vengono sottratte dalle industrie di vertice, mentre le piccole e medie imprese, i settori di sussistenza, il commercio al dettaglio, i servizi e l’industria manifatturiera tradizionale sono al contempo marginalizzati. Il potere nazionale sta crescendo in modo esponenziale, ma la stragrande maggioranza delle persone non è profondamente coinvolta in questa crescita.

Ciò crea in definitiva una situazione paradossale: povertà in mezzo all’abbondanza. Il Paese vanta industrie di livello mondiale, eppure la gente comune si trova ad affrontare una crescita dei redditi lenta, una forte concorrenza per il lavoro e consumi prudenti.
Questo non accade perché il Paese non sia abbastanza forte, ma perché il modello di crescita non ha più come unico obiettivo il miglioramento del benessere della popolazione.

Quali settori industriali in India rimarranno solidi nel 2026? Quali dovrebbero evitare assolutamente i cittadini comuni? Quali offrono ancora opportunità?

1. Servizi IT, outsourcing di software, biomedicina, produzione di alta gamma e settori di vertice dell’economia digitale. Questi settori sono estremamente competitivi a livello globale e rimarranno insostituibili per i prossimi due o tre anni. Il problema è che le barriere all’ingresso sono estremamente elevate, c’è un monopolio nelle mani dei principali operatori e le risorse sono altamente concentrate. Le persone comuni, coloro che dispongono di un capitale limitato e i nuovi arrivati non hanno praticamente alcuna possibilità di sopravvivenza; affrettarsi nell’ingresso li porterà molto probabilmente a diventare i prossimi a perdere denaro, a trovarsi in una concorrenza spietata e a subire perdite.

2. Il settore di nuove energie, fotovoltaico ed eolico, è fortemente dipendente dai mercati internazionali e dal contesto geopolitico . La domanda europea è relativamente stabile, mentre la regione Asia-Pacifico è soggetta a maggiori rischi di volatilità. Sebbene il settore nel suo complesso sia in crescita, i significativi rischi politici e le forti fluttuazioni cicliche lo rendono inadatto alle piccole e medie imprese.

3. Il settore trasporto ferroviario, infrastrutture e progetti su larga scala, spinto dalla cooperazione estera e dalle esportazioni, si basa sull’economia ancora in fase di crescita nel breve termine. Tuttavia, è fondato su progetti, dominati da aziende leader e caratterizzati da risorse concentrate, pertanto ha poco a che fare con la gente comune.

4. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, robot industriali, automazione, la direzione di crescita più chiara per il 2026 è un continuo aumento della quota di mercato globale. Tuttavia, questa crescita rimarrà ad alta intensità tecnologica e di capitale, con un impatto molto limitato sull’occupazione ordinaria.

Da ciò si scopre una dura verità: tutti i grandi progetti nazionali dell’India sono irrilevanti per la stragrande maggioranza della popolazione. Possono anche accrescere il prestigio del Paese, ma non sono in grado di migliorare la vita della gente.

Lo spazio per i capitali privati si è ridotto in modo significativo. Con i principali attori del mercato in continua espansione, le piccole e medie imprese private si contendono le quote di mercato esistenti in un luogo economico sempre più ristretto; sarebbe anomalo se non vi partecipassero.

Inoltre bisogna affermare che i bilanci familiari si stanno riducendo. In passato, la ricchezza di molte famiglie si basava sull’apprezzamento del valore degli immobili . Quando la liquidità del mercato immobiliare diminuirà e i rendimenti degli investimenti diventeranno instabili, l’intera società adotterà un approccio unitario: niente debiti, niente investimenti, niente espansione e niente consumi se non strettamente necessari. Con la contrazione dei consumi, la strategia di distribuzione interna si trasforma direttamente in una lotta per le quote di mercato esistenti.

Le imprese abbassano i prezzi per sopravvivere, ne consegue che i profitti si riducono, per cui i salari non aumentano e le persone sono ancora più restie a spendere denaro; da qui inizia il ciclo dell’involuzione.

Inoltre, il costo della vita è in costante aumento, con spese crescenti per utenze, trasporti, istruzione e assistenza sanitaria, esercitando una pressione continua sul flusso di cassa delle famiglie comuni.

Nel 2026 fare affari sarà più difficile; i profitti saranno più esigui; gli aumenti di stipendio saranno più rari; trovare un buon lavoro sarà sempre più competitivo; e anche il minimo rischio potrebbe rivelarsi disastroso. Non si tratta di un problema a breve termine, ma di un periodo prolungato di bassa pressione, causato dal cambiamento dei modelli di crescita.

La parola chiave più realistica per il mondo del lavoro indiano nel 2026 si può riassumere in una sola frase: aumento della produzione senza aumento dei redditi. La produzione industriale è in aumento, le dimensioni delle aziende crescono e il costo della vita aumenta, ma i salari e il senso di sicurezza non crescono di pari passo.

I percorsi professionali dei giovani si stanno concentrando sempre di più: o si affannano per entrare nel settore pubblico e ottenere un lavoro stabile, oppure competono ferocemente nei settori della consegna di cibo a domicilio, dei corrieri e dei servizi di base; i posti di lavoro di alta qualità nel settore privato, che offrono concrete possibilità di avanzamento, stanno diventando sempre più rari.

Non è che i giovani non si impegnino, ma piuttosto che la struttura determina l’assegnazione delle opportunità. I settori di fascia alta richiedono meno manodopera di base e i settori tradizionali sono in contrazione, quindi le ricompense per il duro lavoro si riducono costantemente e i canali di mobilità sociale ascendente si restringono sempre di più. A questo punto si evince che il tasso di crescita del PIL non è poi così importante. Se la crescita non si traduce in più posti di lavoro, redditi più elevati e una maggiore mobilità sociale, allora per la gente comune si tratta di una crescita visibile ma intangibile.

Attualmente chi vive, lavora o sta avviando un’attività in India, deve rendersi conto che alcuni passi da intraprendere sono più importanti di qualsiasi analisi macroeconomica.

1. È necessario abbandonare la fantasia di arricchirsi in fretta. Bisogna evitare un elevato indebitamento, un portafoglio di asset oneroso e un’espansione indiscriminata.

2. C’è da stare alla larga dai settori già monopolizzati dai giganti. Ciò che per gli altri è una tendenza potrebbe rivelarsi una trappola per il cittadino comune.

3. Va data priorità alle attività che generano flusso di denaro contante, ed evitato il processo di investimento su progetti vaghi di lungo periodo e speculativi. Più si è vicini a un introito sicuro per il sostentamento personale e della famiglie, e più si è al sicuro.

4. Escludere di seguire senza esperienza le tendenze negli investimenti immobiliari e in attività ad alto rischio. La liquidità di oggi è più importante del teorico e labile rendimento di domani.

5. Su un posto di lavoro già assicurato dare spazio a stabilità, rapidità di iniziativa personale e flusso di cassa, rafforzando la propria reputazione. Non vale la pena sacrificare un reddito reale e la sicurezza economica per un aleatorio cambiamento di posizione.

6. Vanno ridotti i desideri, tagliate le spese e salvaguardati i bisogni primari della famiglia. La sopravvivenza, la stabilità e la capacità di evitare disastri sono le chiavi per bypassare le questioni anzidette relative a progressi solo verticistici dell’economia indiana.

La cinica realtà è che la nazione indiana continua a crescere, mentre i singoli individui continuano a sopportarne il peso. La gloria di una grande potenza è scritta nei notiziari, nei dati e nella storia; le vite della gente comune sono nascoste tra le buste paga, le bollette e ogni notte insonne.

Mantenere una situazione stabile e prendersi cura della propria famiglia sono le vittorie più grandi.

Giancarlo Elia Valori

martedì 30 giugno 2026

Soldi, scommesse, speculazione: il potere che governa il mondo e il declino della politica in Occidente. Articolo di Paola Bergamo

 

La politica, in Europa e non solo, attraversa una delle crisi più profonde della sua storia recente. Non è soltanto crisi di consenso, ma di leadership, trasparenza e autonomia.

Le recenti polemiche nate attorno alle presunte chat tra alcuni leader europei, tra cui spiccano Zelensky e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, finiti al centro dell’attenzione del Mediatore Europeo per questioni legate alla trasparenza istituzionale, rappresentano soltanto la punta dell’iceberg. Al di là dell’esito delle verifiche e delle responsabilità effettive, emerge un dato politico inquietante: l’impressione di un ristretto circuito decisionale nel quale pochi attori si confrontano, come membri di un club esclusivo, lontano dagli occhi dei cittadini, mentre le grandi questioni del continente vengono sottratte al dibattito democratico.

E del resto sono passati soli pochi anni dal Qatar-gate per cui la magistratura belga avviò una vasta operazione su gravi  episodi di corruzione, riciclaggio, e associazione criminale legati a tentativi di influenzare anche quelle poche decisioni che sono in capo al Parlamento Europeo. Fu scandalo che mise in risalto non tanto la corruttibilità e amoralità sempre dietro l’angolo di una singola persona, quanto piuttosto che vi è una criticità strutturale rapportabile al peso delle lobby, ai meccanismi di trasparenza e controllo interno nella stessa Unione Europea.

La prima domanda che mi sovviene, e che attiene al ruolo della stessa EU, è che se il Parlamento che dovrebbe rappresentare cinquecento milioni di cittadini può essere vulnerabile alle pressioni degli stati esteri, ai grandi interessi economici, alle speculazioni finanziarie, chi tutela davvero l’autonomia della politica in Europa?
Esiste ancora la politica?
E ancor più: è la politica a governare l’economia o ne è diventato un semplice braccio amministrativo?

L’Europa appare sempre più governata da una tecnocrazia che comunica con sé stessa, autoreferenziale, distante dai bisogni reali delle popolazioni.

Nel frattempo, la gente comune sperimenta un progressivo impoverimento materiale, culturale ed esistenziale. Crescono l’incertezza, la precarietà, il disagio sociale e l’infelicità collettiva. Eppure, questi fenomeni sembrano occupare spazio marginale nelle priorità delle classi dirigenti.

Viene allora spontanea una domanda: chi detta realmente l’agenda politica dell’Occidente contemporaneo?

Molti osservatori individuano nel capitalismo finanziario globale una forza capace di influenzare profondamente le scelte dei governi. Non più soltanto il tradizionale conflitto tra destra e sinistra, ma il predominio di interessi economici sovranazionali che attraversano indistintamente i diversi schieramenti politici.

Questo è il vero motivo per cui anche in Italia la disertazione delle urne è fenomeno in costante crescita, espressione di un cattivo stato di salute della democrazia.
Il voto di protesta premia l’urlatore di turno, il presunto rompi schema e anti-sistema, che si presenta puntuale a ogni tornata elettorale con promesse demagogiche. Si tratta di personaggi che promettono di sortire un cambiamento ma, una volta raggiunto il potere (che è stato permesso loro scalare), poi si inchinano e si adattano alle logiche dei grandi interessi economici e finanziari che dominano la scena globale e rinnegano quanto con sagace pseudo-pathos si è promesso poco prima dal palco del comizio plateale.

Le parole volano e lasciano spazio alla continuità delle politiche mentre quello che appariva come il coraggio della rottura si trasforma in prudenza e conformismo.
Urlatori di mestiere, imbonitori con più o meno classe, spesso in deficit di competenza e costrutti, una volta ascesa la scala del palazzo “scoprono” che esistono gerarchie invisibili alle quali occorre rendere “omaggio”.
Si possono forse ignorare in buona fede le cose?

Dietro i grandi gruppi industriali, siano essi attivi nel settore della difesa, della farmaceutica o dell’energia, compaiono spesso gli stessi grandi investitori istituzionali. Colossi come BlackRock, Vanguard e State Street, figurano tra i principali azionisti di numerosissime multinazionali operanti nei comparti strategici dell’economia mondiale.
Non si tratta necessariamente di un centro di comando unitario né di una regia occulta, ma certamente di una straordinaria concentrazione di capitale, di influenza e di potere che pone interrogativi democratici enormi sul nostro presente e futuro.

L’industria degli armamenti, ad esempio, beneficia di enormi flussi finanziari provenienti da fondi di investimento, ETF specializzati, fondi pensione e investitori istituzionali. L’aumento delle spese militari europee e della NATO ha generato nuove opportunità di profitto per i mercati finanziari.
Ma lo stesso fenomeno si osserva nel settore farmaceutico e in quello energetico. Gli stessi grandi gestori patrimoniali detengono partecipazioni significative nelle principali aziende dei tre comparti, creando una rete di interessi che travalica i confini delle singole industrie.

È qui che nasce la figura simbolica da me immaginata dei “Signori delle Tre S”: Soldi, Scommessa e Speculazione. Sono i Signori che governano i destini del mondo.
Per costoro la società non rappresenta una comunità da far prosperare, bensì un enorme mercato sul quale allocare capitali, massimizzare rendimenti e trasformare ogni crisi in opportunità economica per sé stessi.
Anche la guerra, in questa prospettiva, appare un gigantesco laboratorio, un ricco affare.
L’Ucraina, ad esempio, non è soltanto il teatro di un dramma umano e geopolitico immenso; è anche il contesto nel quale si sperimentano nuove tecnologie militari, sistemi di difesa avanzati, droni, satelliti, intelligenza artificiale applicata al combattimento e nuovi modelli industriali.

Gli Stati Uniti, del resto, non costituiscono un blocco monolitico. Esistono molte Americhe: quella della democrazia costituzionale, quella dell’innovazione scientifica, quella della società civile, ma anche quella del potente establishment finanziario e lobbistico che ruota attorno al complesso militare-industriale. Tutte queste Americhe hanno un solo Presidente e quello attuale sembra fantasioso, bizzarro nelle sue affermazioni contraddittorie, ma ogni qual volta proferisce verbo, convintosi di una missione anche messianica, sta di fatto che le borse volano e premiano questo o quel  magnate, magari pure amico.
Un sistema di interessi e cointeressenze che, come denunciava già Eisenhower nel suo celebre discorso del 1961, possiede una capacità di influenza enorme sulle decisioni pubbliche e sulla postura dei leader.

Chi per esempio trae profitto dalla produzione di armamenti e dalla loro continua evoluzione tecnologica difficilmente può considerare irrilevante un conflitto che offre possibilità di sviluppo, sperimentazione e mercato senza precedenti. Ecco quindi la difficoltà della Pace.

Naturalmente, ridurre la complessità del mondo contemporaneo a un’unica spiegazione sarebbe un errore. La realtà è sempre più articolata delle narrazioni ideologiche. Tuttavia, ignorare il peso crescente della grande finanza nelle dinamiche politiche sarebbe altrettanto ingenuo.

La vera questione resta un’altra: quale società immaginano i Signori delle Tre S?

Una società fondata sulla giustizia sociale, sulla solidarietà, sul benessere diffuso e sulla partecipazione democratica, oppure una società nella quale ogni aspetto dell’esistenza umana diventa oggetto di investimento, scommessa e speculazione?

Se la politica rinuncia alla propria autonomia e si limita a gestire gli interessi dei grandi flussi finanziari globali, allora la democrazia rischia di trasformarsi in una semplice procedura, svuotata della sua funzione originaria quel “non aggiungere al natural dolore” che Mario Bergamo, si affannava a predicare e perseguire con la propria azione politica di repubblicano sociale antifascista del ‘900.
Rapportando questo pensiero politico filosofico all’oggi significa che la politica deve rappresentare i bisogni, le speranze e le sofferenze delle persone comuni e agire in tal senso.

Forse la crisi della leadership in Occidente nasce dalla progressiva sostituzione della politica con la finanza, del cittadino con l’investitore, della comunità con il mercato.
Quando la politica smette di occuparsi della prosperità collettiva per inseguire esclusivamente gli imperativi della redditività, quando la politica rinuncia a essere lei a guidare l’economia e si limita a gestire ciò che i mercati ritengono conveniente, smette di immaginare il futuro e si limita a amministrare il presente.

La politica storicamente era lo spazio delle grandi visioni collettive: la costruzione dello Stato sociale, della scuola pubblica, dei diritti del lavoro, di una sanità universale, dei grandi progetti infrastrutturali, persino dell’idea stessa di Europa.
Oggi tutto si è invertito: non più la finanza al servizio di un progetto politico ma la politica a dover rassicurare continuamente i mercati, gli investitori, le agenzie di rating, i grandi flussi di capitale, gli speculatori.

Il problema quindi non è solo politico- sociale-economico ma è antropologico e culturale.
Se ogni decisione viene valutata in termini di rendimento, efficienza e competitività allora scompaiono domande profonde sul tipo di società da costruire, quale tipo di felicità umana si persegua, quale posto assegnare a lavoro, famiglia e cultura ma soprattutto quale eredità vogliamo lasciare alle generazioni future.

Forse la più tragica vittoria della finanza globale non consiste nell’aver conquistato i governi, ma nell’aver ristretto l’orizzonte dell’immaginabile. La politica non progetta più il domani: gestisce vincoli, rispetta parametri, rassicura investitori. Non costruisce il futuro, lo contabilizza.
E’ un continuo attentare all’utopia, alla filosofia e alla speranza collettiva.
Allora diventa essenziale porre una domanda aperta e che attraversa tutto il nostro tempo: chi ha il diritto di immaginare il futuro? I cittadini attraverso la politica o i grandi flussi di capitale attraverso la logica del rendimento?
E’ proprio quì che si gioca la crisi della democrazia contemporanea.

Paola Bergamo

https://www.centrostudimb2.eu 

venerdì 12 giugno 2026

Cuba cerca il rilancio: investimenti, sovranità alimentare e decentramento nel piano del Presidente Miguel Díaz-Canel. Articolo di Luca Bagatin

 

Il Presidente di Cuba, Miguel Díaz-Canel, ha presentato alla stampa cubana un insieme di proposte pragmatiche per resistere all'inasprimento delle sanzioni illegali imposte dal regime statunitense all'Isola socialista.

Sanzioni che hanno ulteriormente aggravato la situazione di Cuba, già compromessa dall'ideologico embargo statunitense imposto prima nel 1960 dal regime allora retto da Eisenhower e successivamente ampliato da Kennedy.

Il Presidente Díaz-Canel ha spiegato che, secondo gli insegnamenti di Fidel Castro, “ogni opportunità nel mezzo di una crisi deve essere colta come un momento di decollo, come un momento di crescita”.

Egli ha altresì spiegato che intende porre al centro la necessità di dare impulso produttivo al Paese, al fine di distribuirne i proventi, attraverso il sistema della giustizia sociale, sviluppando i programmi sociali e affrontando il problema delle diseguaglianze.

Relevitamente al modello economico, egli ha parlato della necessità di decentramento, conferendo maggiori poteri “ad altri livelli, affinché possano svolgere attività proprie che promuovano anche il potenziale endogeno”.

In tal senso, il Presidente Díaz-Canel, ha spiegato la necessità di rendere i municipi autonomi e con la capacità di gestire le entrate in valuta estera sulla base delle capacità di “stimolare e gestire gli investimenti diretti esteri”, oltre che abbia la capacità di “approvare investimenti da parte di cubani residenti a Cuba”.

Relativamente alle imprese pubbliche socialiste, ha spiegato che dovrebbero operare senza intermediari e gestirsi autonomamente ed ha espresso la necessità di ridurre significativamente la burocrazia ad ogni livello.

La terra dovrebbe poi essere assegnata a coloro i quali sono in grado di lavorarla, evitando così i terreni incolti e raggiungendo i massimi livelli di produttività.

L'obiettivo, ha spiegato il Presidente, dovrebbe essere quello di sviluppare modelli che consentano di raggiungere la sovranità alimentare, ovvero l'autosufficienza nel settore agro-alimentare.

Relativamente al commercio con l'estero, egli intende promuoverlo evitando ogni intermediario, sia nell'ambito dell'esportazione che dell'importazione ed eliminare le restrizione all'importazione di veicoli, in particolare elettrici e ricaricabili con energia solare.

Inoltre, egli ha spiegato che mira a promuovere e incentivare rapporti di partnership fra gli enti pubblici e privati dell'isola e favorire gli investimenti nazionali ed esteri, e favorire il settore turistico e immobiliare.

Il Presidente Miguel Díaz-Canel ha infine spiegato la necessità di lottare uniti, contro l'aggressione statunitense che vorrebbe soffocare l'Isola e minaccia di invaderla.

“Non si rendono conto che esiste un popolo, per la maggior parte, disposto a non arrendersi, a non essere umiliato e a non perdere ciò che può essere migliorato”, ha spiegato il Presidente di Cuba, aggiungendo: “Dobbiamo raggiungere questo miglioramento tra di noi, con il nostro impegno e il nostro talento”.

Ed ha concluso sottolineando come “Molte di queste idee, queste proposte, mostrano un livello di maturità significativo”, ed ha aggiunto che “sono in fase di finalizzazione per l’approvazione da parte del Politburo e dell’Assemblea Nazionale; subito dopo, inizierà un processo di informazione e spiegazione per il pubblico, perché la cosa più importante è che queste trasformazioni necessarie siano comprese, condivise, difese e che vengano attuate con la massima efficienza”.

Luca Bagatin

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lunedì 20 aprile 2026

Crisi energetiche e declino europeo: il costo geopolitico dell'avidità. Articolo di Paola Bergamo

 

L’essere umano, ancora una volta, si dimostra indifferente all’unicità del valore della vita.
I potenti della terra, nel nome dell’avidità, sembrano percepire come un proprio diritto quello di mandare a morire i propri simili, dimenticando la natura transitoria dell’esistenza e la fragilità del sistema che li sostiene.
Il pianeta che abitiamo assomiglia a una navicella sufficientemente fornita di risorse per garantire a tutti una vita dignitosa. Eppure, mentre la ricchezza globale continua a crescere, essa si concentra progressivamente nelle mani di pochi, ampliando le disuguaglianze e trascinando nella vulnerabilità anche aree storicamente prospere come l’Europa.

In questo contesto, le guerre a noi più prossime, in Ucraina come in Medio Oriente, non possono essere interpretate esclusivamente come conflitti regionali o ideologico-religiosi. Esse rappresentano l’espressione di una competizione sistemica per il controllo delle risorse, delle rotte energetiche e delle leve economiche globali, divenendo strumento per un dominio energetico sul mondo.

Nel sistema internazionale contemporaneo, l’energia è il principale vettore di potere. Il controllo delle fonti, delle infrastrutture e dei corridoi di transito determina la capacità degli Stati di influenzare gli equilibri globali dove i conflitti in Ucraina e Medio Oriente possono essere letti come momenti di una più ampia ristrutturazione dell’ordine energetico mondiale.
La rottura del legame tra Europa e Russia, culminata nel sabotaggio del Nord Stream 2, espressione del conflitto tra Sea Power versus  Land Power, è stato centrale nel ridisegnare le catene di approvvigionamento, favorendo nuovi attori e nuove dipendenze. Parallelamente, l’instabilità mediorientale esercita una pressione costante sui mercati petroliferi globali, mantenendo elevata la volatilità e rafforzando il valore strategico delle rotte marittime.

Non si tratta di guerre pianificate per il solo controllo delle risorse, ma di conflitti in cui la dimensione energetica costituisce un fattore strutturale centrale, capace di orientare decisioni politiche e militari.

Le guerre contemporanee evidenziano una dinamica ricorrente: mentre distruggono valore in termini sociali e materiali nel contempo generano opportunità di profitto per specifici settori.

L’aumento della spesa militare, la volatilità dei mercati e la riorganizzazione delle catene di approvvigionamento favoriscono i grandi gruppi energetici globali, l’industria della difesa e gli operatori finanziari attivi nei mercati delle materie prime suggerendo l’esistenza di una convergenza strutturale tra conflitto e profitto. In tale contesto, la guerra diventa non solo una tragedia politica, ma anche un fenomeno integrato nei meccanismi di accumulazione globale.
Il risultato è una crescente asimmetria tra gli ingenti costi umani, sociali ed economici di fronte a benefici che tendono a concentrarsi.

In questo panorama l’Europa appare la principale vittima sistemica perché se alcuni attori globali traggono vantaggio dalla riorganizzazione geopolitica, l’Europa emerge come uno dei principali perdenti e in Ucraina, sostenuta al prezzo della propria competitività/benessere e nel contempo in Medioriente, risultando vittima predestinata degli effetti della chiusura dello stretto di Hormuz e della distruzione dei centri di raffineria del petrolio.

La fine dell’accesso a energia a basso costo ha colpito al cuore il modello industriale europeo, costruito sull’equilibrio tra competitività manifatturiera ed efficienza energetica. La sostituzione di tali forniture con fonti più costose produce un aumento permanente dei costi industriali, accelera nuovi processi di delocalizzazione e perdita di competitività.
Se a ciò si aggiungono il rialzo dell’inflazione, la compressione dei salari, l’aumento della spesa pubblica per sussidi e difesa, il risultato è un indebolimento simultaneo della base industriale, della stabilità sociale e della capacità fiscale degli Stati europei.
Non esente da gravi responsabilità è la Ue che, con  scelte ideologiche spesso in danno all’economia reale ha evidenziato la  propria incapacità di elaborare una risposta atta a contenere i danni.
Ciò comporta una inevitabile frammentazione interna e il ritorno degli Stati nazionali che tendono a privilegiare soluzioni il più possibile in proprio, soprattutto in ambito energetico e industriale, riducendo la coerenza stessa del mercato unico.
La cosa non è secondaria perché la Ue è stata generata e si è sviluppata con natura mercatale a discapito di una necessaria natura politica. La mancanza di soggettività politica e la dinamica in atto condanna gli europei a un potenziale arretramento storico: da progetto di integrazione sovranazionale a sistema di Stati nuovamente in competizione tra loro, sempre più fragili, via via meno determinanti nello scacchiere mondiale e, nella competizione tra Stati Uniti e Cina, trasformati da attore globale unitario a spazio economico subordinato e vulnerabile.

In tale contesto il ruolo degli Stati Uniti mira a ridefinire l’equilibrio occidentale al prezzo dell’occidente europeo.

Gli Stati Uniti, non hanno mai inteso ritrarsi dal sistema internazionale e il MAGA, implica piuttosto un loro intervento sempre più selettivo volto a massimizzarne l’influenza riducendo i costi diretti.
Ma vi è una contraddizione di fondo: gli USA di Trump, ma anche prima con Biden, hanno posto in capo all’Europa lo scotto economico dei conflitti e vorrebbero tuttavia un maggior coinvolgimento militare degli alleati con lo scopo di rafforzare la  posizione americana nei mercati energetici globali attraverso l’utilizzo combinato di strumenti militari, economici e finanziari. Una manovra a tenaglia in cui l’Europa si è lasciata imbrigliare per la propria miopia strategica, ritrovandosi progressivamente marginale nel ridisegno di un sistema di gerarchie tra potenze.
In questo processo l’Europa è vittima sistemica, economicamente indebolita, energeticamente dipendente e politicamente più frammentata.

Il paradosso è evidente. In un mondo dotato di risorse sufficienti che garantirebbero una vita dignitosa per tutti, la competizione per il controllo di tali risorse continua a generare distruzione, instabilità e disuguaglianza. La guerra, lungi dall’essere un’eccezione, rischia di diventare una componente strutturale dell’economia globale in un mondo dove l’idea unipolare americana si scontra con la realtà multipolare che si va consolidando.

Se la conflittualità che accompagna questo cambio di paradigma non verrà invertita, il vero esito di questa fase storica non sarà soltanto la ridefinizione degli equilibri di potere, ma la normalizzazione di un sistema in cui il valore della vita umana viene subordinato alla logica dell’accumulazione e del dominio.

E in questo sistema, l’Europa – un tempo centro di equilibrio e prosperità – rischia di scoprirsi progressivamente impotente.

Ma vi è di più: le guerre in Ucraina e Medio Oriente si inseriscono in una competizione che va oltre la dimensione regionale e riguarda l’architettura stessa del sistema economico globale.
Al centro di questa competizione fondamentale è il confronto tra il dollaro statunitense e il crescente tentativo cinese di internazionalizzare lo yuan.
Il predominio del dollaro rappresenta uno dei pilastri fondamentali della potenza americana. Esso consente agli Stati Uniti di finanziare il proprio debito a costi relativamente bassi, esercitare influenza attraverso il sistema finanziario internazionale, utilizzare strumenti come sanzioni e accesso ai circuiti di pagamento globali.
In questo contesto, il mantenimento della centralità del dollaro non è solo una questione economica, ma un obiettivo strategico e di sopravvivenza degli Usa.

Parallelamente, la Cina sta perseguendo una strategia graduale ma strutturata di riduzione della dipendenza dal dollaro e di costruzione di un sistema finanziario alternativo, sposata dai BRICS. Negli ultimi anni, Pechino ha promosso l’utilizzo dello yuan nei pagamenti commerciali internazionali, sistemi di pagamento alternativi a quelli dominati dall’Occidente e promosso accordi bilaterali per l’uso della propria valuta negli scambi

Secondo analisi recenti, la Cina utilizza ormai lo yuan in una quota crescente delle transazioni internazionali, arrivando a superare il 50% nei propri flussi transfrontalieri, mentre la quota del dollaro nelle sue operazioni è diminuita significativamente. Allo stesso tempo, Pechino sta accelerando l’internazionalizzazione della propria valuta attraverso infrastrutture finanziarie e digitali, con l’obiettivo dichiarato di costruire un sistema monetario più multipolare.

Tuttavia, il dollaro mantiene una posizione dominante: rappresenta ancora circa il 48% dei pagamenti globali, contro una quota molto più ridotta dello yuan. Questo squilibrio evidenzia come la competizione sia ancora aperta e di lungo periodo dove l’Europa si trova schiacciata tra due strategie divergenti.

Da un lato c’è la politica statunitense (Sea Power) – soprattutto nel contesto delle guerre in Ucraina e Medio Oriente – con effetti che, se non intenzionali (ma il Fuck the Ue di Victoria Nuland non lascerebbe dubbi) risultano strutturalmente penalizzanti per l’Europa concretizzandosi in aumento dei costi energetici, rafforzamento della dipendenza dal LNG americano, maggiore subordinazione strategica in ambito militare.

Dall’altro lato, c’è l’interesse strategico della Cina (Land Power)  che appare, almeno sul piano economico, differente. Pechino ha costruito la propria crescita sull’espansione commerciale e sull’integrazione nei mercati globali. In questa logica, un’Europa economicamente solida rappresenta per la Cina un mercato di sbocco fondamentale per le proprie esportazioni, un partner tecnologico e industriale rilevante, un nodo centrale nelle catene del valore globali.

Studi recenti sulle catene globali del valore mostrano come la Cina abbia rafforzato la propria integrazione economica con Europa e Asia anche durante le crisi geopolitiche, consolidando il proprio ruolo nei segmenti produttivi intermedi.

Ne deriva una tensione strutturale: mentre la dinamica geopolitica occidentale tende a indebolire l’Europa nel breve periodo, la logica economica cinese presuppone invece un’Europa prospera e integrata, funzionale alla propria espansione commerciale.

Se si osservano le dinamiche in corso in una prospettiva più ampia, emerge un quadro chiaro: le guerre regionali sono sempre più intrecciate con una competizione globale per il controllo non solo delle risorse, ma anche delle regole del sistema economico internazionale.

Il confronto tra dollaro e yuan rappresenta quindi uno dei fronti principali di questa trasformazione. Non si tratta ancora di una sostituzione imminente, ma di un processo graduale verso un ordine monetario più frammentato e multipolare.

In questo scenario, che si preannuncia perciò sempre più conflittuale, l’Europa appare come l’anello più fragile, colpita da shock energetici, attraversata da tensioni interne, priva di una piena autonomia strategica, rischia di trovarsi in una posizione subordinata in entrambe le traiettorie: dipendente dagli Stati Uniti sul piano della sicurezza e dell’energia, esposta alla penetrazione economica cinese sul piano commerciale.

Il paradosso finale è che, mentre le grandi potenze competono per ridefinire l’ordine globale, l’Europa rischia di perdere progressivamente la capacità di influenzarlo.

E così, in un mondo in cui la ricchezza aumenta ma si concentra, e in cui la guerra diventa sempre più integrata nei meccanismi economici, la questione fondamentale resta aperta: se il sistema globale è abbastanza ricco da sostenere tutti, perché continua a produrre conflitti che impoveriscono molti per rafforzare pochi?
La risposta, forse, non risiede nella scarsità delle risorse, ma nella struttura del potere che ne governa la distribuzione.

Paola Bergamo

www.centrostudimb2.eu 

venerdì 10 aprile 2026

Socialismo o... barbarie. Articolo di Luca Bagatin

 

Fu la socialista rivoluzionaria Rosa Luxemburg, molto critica nei confronti dell'ipocrisia della revisionista “socialdemocrazia” tedesca, la prima a parlare di “Socialismo o barbarie”.

Con questa frase ella riassunse ottimamente un aspetto difficilmente confutabile.

L'unico sistema razionale è quello socialista, non certo quello liberal capitalista.

Per evitare disoccupazione, sotto-occupazione, sfruttamento, il lavoro va organizzato a monte.

Per evitare una distribuzione iniqua delle risorse, che potrebbe generare squilibri economici, psicologici e sociali nella società, è necessario che nessuno disponga di più degli altri. Ovvero occorre che nessuno sottragga risorse alla comunità, per accaparrarsele, egoisticamente.

Il socialismo è quando non esistono né ricchi, né poveri. Quando non esistono né disoccupati, né sfruttati. Quando non esistono ladri, né criminali, né corrotti.

E' quando l'economia e la società vengono, razionalmente e pragmaticamente, pianificate, in modo condiviso e democratico.

Il liberal capitalismo, diversamente, genera squilibri, perché non prevede un'organizzazione razionale dell'economia e della società.

Questo perché il liberal capitalismo sdogana e alimenta l'ego, che andrebbe visto come una patologia congenita dell'anima, in quanto esso sdogana e alimenta una mentalità fondata sull'accumulo e sulla ricchezza individuale, anziché sull'uso razionale e pragmatico delle risorse.

Il liberal capitalismo è una patologia, non propriamente una ideologia. Perché fonda tutto sull'esteriorità e sulla materialità dell'esistenza.

Ben poca cosa, considerando che le risorse e la vita umana, sono entrambe estremamente limitate.

Una persona, nonostante le moderne follie transumaniste, non potrà fisicamente mai essere immortale e quindi non potrà mai arrivare a mantenere, per sempre, le sue ricchezze. E, anche quando lo facesse... che cosa ne trarrebbe? Alla sua morte potrebbe, al massimo, cederle agli eredi o ad altri oligarchi. Continuando, comunque, a sottrarre risorse alla comunità nel suo insieme. Sfruttandola, anziché facendola crescere.

Si dirà che il socialismo rettamente inteso non promuove la libertà. In realtà, rimuove le basi della falsa “libertà”.

Quella, appunto, fondata su ego e accumulo. Ovvero su quegli aspetti patologici della psiche umana materialista. Che generano, peraltro, alienazione, noia, nuova necessità di accumulare, in un ciclo di insoddisfazione continuo.

Droga, prostituzione, abusi sui minori, sfruttamento dei più deboli, sono aspetti perpetrati proprio da soggetti annoiati e abietti, nell'ambito di una società insana e fondata su ego e accumulo.

La libertà, diversamente, non ha nulla a che vedere con il possesso o con l'accumulo. Men che meno con la noia o la degenerazione. Essa è aspetto interiore.

Una persona libera è tale anche in una prigione. Perché dentro di lei c'è un mondo sconfinato, a confronto del quale, quello esteriore, è ben poca cosa.

Purtroppo, la mentalità materialistico-borghese e liberal capitalista, spesso, non è in grado di vedere questo mondo, perché limitata all'esteriorità.

Ogni sistema economico, a mio avviso, va approfondito e studiato anche e soprattutto alla luce della psicologia umana, dell'antropologia, della mentalità e della spiritualità, affinché ne esca un'analisi completa, approfondita e razionale.

Il socialismo, dunque, non andrebbe visto né applicato come una ideologia, ma ricercato, studiato e approfondito come una via razionale da percorrere, per la crescita e lo sviluppo di una società sana e armoniosa, fondata su una libertà assoluta da ogni condizionamento e da ogni forma di ego.

Chi pensava che il socialismo, nella Storia, avesse fallito, ha drammaticamente sbagliato.

Perché non in grado di osservare il socialismo depurato dall'ideologia, analizzandolo nella pratica.

Molti si riferiscono al cosiddetto crollo dell'URSS per affermare che il socialismo ha fallito.

Posto che l'URSS è “crollata” per cause esterne e di tradimenti interni dell'allora classe dirigente, costoro non osservano che l'URSS si allontanò dal socialismo già quando i Soviet, intesi come consigli di base di operai e contadini, furono presto abbandonati. Per trasformare l'URSS in una realtà burocratica e revisionista del socialismo stesso.

Diversamente, realtà come la Cina, ma anche molte realtà del Terzo Mondo (inteso come Mondo fuori dai due blocchi contrapposti), pensiamo ad esempio a realtà latinoamericane, panafricane e panarabe, oltre che dell'Estremo Oriente, hanno saputo costruire un socialismo razionale, non ideologico, non burocratico, imparando dagli errori, aprendosi al mondo, attingendo dalla propria cultura, Storia e tradizione.

E così hanno mostrato e stanno mostrando che il socialismo, se rettamente inteso, come via per l'evoluzione dell'essere umano e della comunità nel suo complesso (nazionale e internazionale), può non solo resistere, ma essere una forma di resilienza alle sfide del presente e del futuro.

Diversamente, il liberal capitalismo, mostra che la “libertà” esteriore conduce dritta dritta verso la degenerazione della società. Verso il consumismo degli annoiati, verso lo sfruttamento del lavoro, verso la manipolazione delle menti (pubblicità commerciale) e dei corpi (l'uso smodato e insensato della chirurgia estetica), oltre che lo sfruttamento dei corpi stessi (Onlyfans, per citare un esempio). Senza contare l'abbassamento del livello culturale della società (causato dai tagli al settore scolastico, ma anche da un voluto abbassamento degli standard del livello di istruzione) e un imbarbarimento della società stessa, con stupri e violenze di ogni genere, spesso commesse da minori.

In tutto ciò, stupisce sempre meno un insensato ricorso alla violenza verbale da parte della classe politica liberal capitalista (che si riverbera anche nella società) e una rincorsa agli armamenti, in un circo bellicista che vede il nemico in chiunque non inneggi alla “libertà” esteriore o al suprematismo del ricco e del bianco.

Si potrebbe dunque parlare, non tanto e non solo di socialismo VS liberal capitalismo, ma di comunità VS individualismo o, meglio ancora, di razionalità VS irrazionalità e tutto ciò lo si può comprendere meglio alla luce dell'approfondimento della Storia, dell'economia, della psicologia e dell'antropologia dei popoli.

Abbiamo dunque molto da imparare da Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Michail Bakunin, Karl Marx, Friedrich Engels, Pierre Leroux, così come da Carl Gustav Jung, Marcel Mauss e molti altri, il cui pensiero è, ancora oggi, ricco di insegnamenti.

Luca Bagatin

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venerdì 22 agosto 2025

Deng Xiaoping: il leader socialista che ha aperto la strada al sogno cinese e alla costruzione di una comunità dal futuro condiviso. Articolo di Luca Bagatin

  

Deng Xiaoping nacque il 22 agosto 1904 e fu il leader socialista cinese che, guidando la Repubblica Popolare Cinese dal 1978 al 1989, la seppe trasformare in una potenza mondiale, attraverso aperture al mercato, ma al contempo mantenendo il carattere socialista della Repubblica e adattandolo alla mentalità cinese.

Deng viene infatti ricordato come un grande modernizzatore.

Il prof. Giancarlo Elia Valori, fine analista geopolitico e Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France, in diversi suoi articoli ha ricordato le celebri “Quattro modernizzazioni” lanciate da Deng Xiaoping nel 1978: “agricoltura, scienza e tecnologia, industria e difesa nazionale”.

E ha altresì fatto presente come “La modernizzazione cinese non è una visione che la Repubblica Popolare vuole imporre ad altri Paesi, come il caso dei tentativi d’occidentalizzazione che a tutti i costi quel sistema di produzione cerca d’imporre al mondo. Cercare la soddisfazione per il popolo cinese e il ringiovanimento della nazione è la missione base della modernizzazione cinese” (…) L’era del socialismo con caratteristiche cinesi fornisce una garanzia istituzionale più completa, una base materiale maggiormente solida, nonché una forza spirituale più attiva verso la modernizzazione nazionale. Si combinano i principi fondamentali del marxismo con caratteristiche cinesi attraverso la realtà specifica della Cina e con la sua cultura tradizionale. La spinta alla modernizzazione, l’approfondimento della sua comprensione teorica, la continua maturazione strategica e l’arricchimento della pratica, sono state avanzate in una serie di idee, nuovi punti di vista e lungimiranti conclusioni, che arricchiscono e sviluppano teorie modernizzatrici. Essa è una nuova analisi delle teorie che hanno promosso da anni le conquiste e i cambiamenti storici del Paese.

E questo sin dal 1978, grazie a quel Deng Xiaoping apprezzato anche dall'allora nostro grande Presidente del Consiglio socialista Bettino Craxi, il quale lo incontrò in visita ufficiale in Cina nel 1986, ove fu ricevuto con tutti gli onori.

E dall'ex Ministro degli Esteri, il socialista Gianni De Michelis che, apprezzando molto il nuovo corso socialista riformista cinese, come ha ricordato recentemente Paolo Franchi nella sua biografia edita da Marsilio, un giorno – entrando in polemica con il fratello Cesare – gli disse “Mettiti in testa, caro Cesare, che i centomila libri della tua biblioteca puoi anche bruciarli, e sostituirli con l'opera omnia di Deng Xiaoping”.

A Deng Xiaoping è stato dedicato, il 22 agosto 2024, in occasione del 120esimo anniversario della sua nascita, un simposio organizzato dal Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (PCC).

In tale occasione, il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, ha ricordato il prestigio di Deng, considerato “un grande marxista, un grande rivoluzionario proletario, statista, stratega militare, diplomatico e un combattente comunista di lunga data”.

Xi ha altresì ricordato Deng quale pioniere del socialismo con caratteristiche cinesi, dell'apertura, della modernizzazione e teorico della pace globale e dello sviluppo del mondo, aspetti che peraltro aveva appreso dai suoi studi di gioventù in Francia e in Russia, che lo portarono ad aderire al marxismo.

Il Presidente Xi Jinping ha, inoltre, sottolineato come Deng Xiaoping abbia contribuito a rafforzare il socialismo in Cina, entro la fine del suo mandato, proprio in un'epoca in cui tale idea di emancipazione sociale stava tragicamente tramontando, in Europa orientale.

Queste le parole di Xi, in merito: “Il compagno Deng Xiaoping ha difeso fermamente la gloriosa bandiera del socialismo. Nel processo di riforma e apertura, ha sempre preso una posizione netta contro la liberalizzazione borghese. Sullo sfondo del crollo dell'Unione Sovietica e dei drastici cambiamenti nell'Europa orientale, un grave tumulto politico si è verificato in Cina a cavallo tra la primavera e l'estate del 1989. Nel momento critico, il compagno Deng Xiaoping ha guidato il partito e il popolo a prendere una posizione netta contro i tumulti e a difendere risolutamente il potere dello Stato socialista, in modo che il partito e il Paese resistessero alla dura prova di venti e onde pericolose. Dopo di che, ha riassunto profondamente le lezioni nel processo di riforma e apertura e ha sottolineato la necessità di concentrarsi sulla costruzione del partito, rafforzare il lavoro ideologico e politico e l'educazione nelle belle tradizioni, migliorare il livello di leadership del partito e la capacità di governo e garantire la stabilità del Paese rosso. Ha ammonito il popolo con voce assordante: “Il socialismo in Cina non può essere cambiato. La Cina seguirà certamente la strada socialista che ha scelto fino in fondo. Nessuno può schiacciarci”.

Xi Jinping ha, inoltre, ricordato alcune profezie di Deng Xiaoping relative al futuro della Cina: “Entro la metà del prossimo secolo la Cina sarà in grado di avvicinarsi al livello dei Paesi sviluppati nel mondo, e questo sarà il grande cambiamento. A quel tempo, il peso e il ruolo della Cina socialista saranno diversi, e saremo in grado di dare maggiori contributi all'umanità”.

Oggi la Cina del socialista riformista Xi Jinping si muove seguendo questo stesso esempio oltre che quello dei successori di Deng Xiaoping, Jang Zemin e Hu Jintao, senza dimenticare gli insegnamenti di Mao Tse-Tung.

Non a caso, nel suo discorso commemorativo, Xi, ha fatto presente che “La Cina è una forza risoluta per la pace nel mondo. Dobbiamo sempre tenere alta la bandiera della pace, dello sviluppo, della cooperazione e dei risultati win-win, promuovere la costruzione di una comunità con un futuro condiviso per l'umanità, promuovere i valori comuni di tutta l'umanità, implementare la Global Development Initiative, la Global Security Initiative e la Global Civilisation Initiative, partecipare attivamente alla riforma e alla costruzione del sistema di governance globale e continuare a fornire nuove opportunità per il mondo con nuovi progressi nella modernizzazione in stile cinese”.

In proposito mi ritorna alla mente un interessante passaggio di un articolo del prof. Giancarlo Elia Valori, che ho già citato all'inizio di questo mio pezzo:

Adesso è prematuro affermare se la modernizzazione cinese rappresenterà una nuova forma di civiltà umana, ma una cosa è certa. Essa – al contrario di altre modernizzazioni – non vuole imporsi al mondo con la violenza, ma cerca di migliorare il proprio Paese. Se poi sarà presa ad esempio anche da altri Popoli e Stati solo la Storia potrà dircelo.

Al contrario la modernizzazione portata avanti dall’occidentalizzazione non rappresenta il passato, ma è un’applicazione attuale di tragiche epoche condite da due guerre mondiali volute dall’imperialismo, e da sciagure immani, quali la Shoah, le bombe atomiche sul Giappone, e lo sterminio di interi popoli dell’emisfero occidentale, il saccheggio dell’Africa, ecc. solo per limitarmi a questi esempi emblematici”.

Non è un caso, del resto, se la Repubblica Popolare Cinese, negli attuali grandi conflitti internazionali, invita al dialogo e alla cooperazione.

Condannando con fermezza governi discutibili come quello di Netanyahu; criticando ogni forma di ingerenza negli affari interni degli altri Paesi (la Cina, ad esempio, sostiene i governi socialisti di Venezuela e Cuba, contro le ingerenze e gli embarghi imposti dal regime di Washington); sostiene gli sforzi per la pace nell'ambito della crisi ucraina ed è un importante pilastro dei BRICS e del Sud del Mondo, nella costruzione di un mondo più giusto e di una comunità dal futuro condiviso.

Insegnando - anche a chi ancora non vuole comprenderlo - che una economia governata dal settore pubblico, con un mercato aperto, ma regolato e funzionale alle esigenze della comunità (e non del profitto di pochi) ed una politica estera volta alla cooperazione e al dialogo con tutti, senza pregidizi, né ingerenze, è la chiave del successo.

Luca Bagatin

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martedì 12 agosto 2025

Il prossimo IV Plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese e le manovre di sviluppo economico contro vari dazi e protezionismi. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori

  

L’Ufficio Politico del Comitato Centrale del PCC si è riunito il 30 luglio e ha deciso di convocare la IV Sessione Plenaria del XX Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese a Pechino in ottobre. L’ordine del giorno principale include la relazione di lavoro dell’Ufficio Politico al Comitato Centrale e l’esame delle proposte per la formulazione del XV Piano Quinquennale 2026-2030 per lo Sviluppo Economico e Sociale Nazionale. La riunione ha anche analizzato l’attuale situazione economica e delineato le attività economiche per la seconda metà dell’anno. Xi Jinping, Segretario Generale del Comitato Centrale del PCC, ha presieduto la riunione.
L’incontro ha sottolineato che il XV Piano Quinquennale rappresenterà un periodo critico per la realizzazione sostanziale della modernizzazione ed il consolidamento delle fondamenta economiche. Il contesto di sviluppo della Repubblica Popolare della Cina sta affrontando cambiamenti profondi e complessi, con opportunità, rischi e sfide strategiche coesistenti, e fattori incerti e imprevedibili in aumento. Allo stesso tempo, le fondamenta economiche cinesi sono stabili, con numerosi vantaggi, una forte resilienza e un grande potenziale. Le condizioni di sostegno a lungo termine e le tendenze di fondo non sono cambiate. I vantaggi del sistema socialista con caratteristiche cinesi, i vantaggi dei mercati su larga scala, dei sistemi industriali completi e delle ricche risorse di talenti sono più evidenti.
Il vertice ha mantenuto la determinazione strategica sui punti più importanti: il rafforzamento della fiducia nei progressi, l’identificazione attiva dei cambiamenti rispondendo ad essi; ha concentrato gli sforzi nel portare a fine i compiti; ha posto il Paese in iniziative strategiche nella competizione internazionale e sta promuovendo importanti progressi relativi alla situazione generale della modernizzazione cinese.
L’incontro dell’Ufficio Politico ha sottolineato che durante il periodo del XV Piano Quinquennale, lo sviluppo economico e sociale deve aderire alla Teoria delle Tre Rappresentazioni.
La Teoria fu introdotta per la prima volta da Jiang Zemin, allora Segretario Generale del PCC, il 25 febbraio 2000, durante un giro di ispezione a Gaozhou, nel Guangdong. Durante la guida di Jiang, le Tre Rappresentazioni furono ufficialmente descritte come lo sviluppo del marxismo-leninismo, del Pensiero di Mao Zedong e del Pensiero di Deng Xiaoping. La teoria fu ratificata al XVI Congresso del PCC (8-14 novembre 2002) e fu inoltre inserita nella Costituzione cinese il 14 marzo 2004.
Questa Teoria si basa sull’applicazione e l’interpretazione data da Xi Jinping in merito al socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era, concentrando la costruzione di un Paese moderno in modo completo.
L’Ufficio Politico ha ribadito la necessaria attuazione in modo completo e accurato del nuovo concetto di sviluppo per mantenere la stabilità, il coordinamento e la promozione del piano strategico nazionale. Da qui accelerare la costruzione di un modello di sviluppo; coordinare la situazione interna e internazionale; promuovere il miglioramento effettivo della qualità economica e una crescita ragionevole della quantità, adottando misure concrete a favore della prosperità comune di tutti i popoli.
La riunione dell’Ufficio Politico ha concluso che, dall’inizio del 2025, con i consigli del Presidente Xi Jinping, tutte le regioni e i dipartimenti hanno intrapreso azioni proattive, superato le difficoltà e intensificato l’attuazione di politiche macroeconomiche più efficaci.
L’economia cinese ha mantenuto un progresso costante, con nuovi traguardi nello sviluppo di alta qualità. I principali indicatori economici hanno registrato buoni risultati; nuove forze produttive di qualità si sono sviluppate positivamente; le riforme e l’apertura hanno continuato ad approfondirsi; i rischi in settori chiave sono stati efficacemente prevenuti e risolti e le garanzie di sicurezza di base per i mezzi di sussistenza dei cittadini sono state ulteriormente rafforzate. L’economia cinese sta dimostrando forte vitalità e resilienza.
L’Ufficio Politico ha evidenziato che l’attuale funzionamento del sistema economico si trova ancora ad affrontare numerosi rischi e sfide. Si deve comprendere correttamente la situazione, rafforzare il senso di crisi, concentrarsi sulle agevolazioni, sfruttare al meglio le opportunità, il potenziale e i vantaggi di sviluppo e consolidare e ampliare lo slancio della ripresa economica.
Per svolgere un buon lavoro in ambito economico nella seconda metà del 2025 è necessario mantenere la continuità e la stabilità delle politiche; migliorare la flessibilità e la lungimiranza; badare a stabilizzare l’occupazione, le imprese, i mercati e le attese; promuovere vigorosamente la doppia circolazione nazionale e internazionale; impegnarsi a completare gli obiettivi e i compiti annuali di sviluppo economico e sociale per raggiungere la conclusione positiva del XIV Piano Quinquennale 2021-2025. I traguardi del XIV Piano Quinquennale sono stati e sono: uno sviluppo economico di alta qualità e autosufficienza tecnologica; la “doppia circolazione”, ovvero lo sviluppo della domanda interna e del commercio internazionale; e mira a raggiungere l’autosufficienza tecnologica; l’altro obiettivo chiave è la creazione di una società prospera.
L’Ufficio Politico ha sottolineato che le politiche macroeconomiche dovrebbero continuare a esercitare la loro forza e rafforzarsi al momento opportuno. Una politica fiscale più proattiva e una politica monetaria moderatamente accomodante dovrebbero essere attuate in dettaglio per dispiegare appieno gli effetti delle politiche. L’emissione e l’utilizzo di titoli di Stato dovrebbero essere accelerati per migliorare l’efficienza dell’impiego dei fondi. Le “tre promesse” (garanzie, assicurazioni e sussidi) per le organizzazioni di base saranno saldamente tutelate. La politica monetaria manterrà un’ampia liquidità e verrà promossa una riduzione dei costi complessivi del finanziamento sociale. Vari strumenti strutturali di politica monetaria saranno essere utilizzati efficacemente per rafforzare il sostegno all’innovazione scientifica e tecnologica, quali stimolare i consumi, favorire le piccole e microimprese, e stabilizzare il commercio estero. Le province economicamente sviluppate saranno sostenute nel loro ruolo di guida. La coerenza degli orientamenti di politica macroeconomica verrà rafforzata.
La riunione ha ribadito che è fondamentale liberare efficacemente il potenziale della domanda interna e attuare misure specifiche per stimolare i consumi. Parallelamente all’espansione del consumo di materie prime, si devono promuovere nuove aree di crescita per il consumo di servizi. La domanda dei consumatori deve essere ampliata, garantendo e migliorando al contempo i mezzi di sussistenza delle persone; come pure promuovere uno sviluppo di alta qualità dell’economia per stimolare gli investimenti privati ed espandere quelli più efficaci.
Questione importante è approfondire le riforme. Ciò significa continuare a utilizzare l’innovazione scientifica e tecnologica per guidare lo sviluppo di nuove forze produttive di qualità, accelerare lo sviluppo di settori chiave emergenti con competitività internazionale e promuovere la profonda integrazione e lo sviluppo dell’innovazione scientifica e tecnologica e dell’innovazione industriale. È fondamentale lo sviluppo di un mercato nazionale unificato con l’ottimizzazione costante della concorrenza di mercato; ossia badare alla concorrenza disordinata tra le imprese, a favore del rispetto delle leggi e dei regolamenti.
Promuovere la gestione delle capacità nei settori chiave vuol dire la standardizzazione delle pratiche locali di promozione degli investimenti, con lo stimolare la vitalità di tutti i tipi di entità commerciali.
Per quanto riguarda il commercio estero, l’Ufficio Politico ha sottolineato la necessità di ampliare l’apertura ad alto livello e stabilizzarne i fondamenti e gli investimenti esteri con l’aiutare le imprese del commercio estero più duramente colpite dalla pandemia; rafforzare il sostegno finanziario e promuovere lo sviluppo integrato del commercio. La riunione ha posto l’accento sull’ottimizzazione delle politiche di rimborso delle imposte sulle esportazioni e sullo sviluppo di piattaforme aperte di alta qualità, come le zone pilota di libero scambio.
La sessione ha sottolineato la necessità di prevenire e mitigare costantemente i rischi in aree chiave. Lo spirito della Conferenza centrale sul lavoro urbano (Pechino, 14-15 luglio 2025) deve essere pienamente attuato ed essere intraprese iniziative di riqualificazione urbana di alta qualità. I rischi di debito degli enti locali devono essere risolti attivamente e con prudenza, vietando severamente la creazione di nuovo debito occulto. La liquidazione delle piattaforme di finanziamento locali va promossa con vigore, ordine ed efficacia. Il mercato nazionale dei capitali occorre rafforzarlo nella sua attrattività e inclusività, consolidando il suo slancio di stabilizzazione e miglioramento.
Un ulteriore importante traguardo è l’importanza di garantire i mezzi di sussistenza dei cittadini. Ciò comporta sottolineare l’orientamento politico e dare priorità e promuovere l’occupazione per gruppi chiave come laureati, militari in pensione e lavoratori migranti. Attuare politiche a beneficio dei cittadini; migliorare un sistema di assistenza sociale articolato e categorizzato; rafforzare le fondamenta dell’agricoltura, delle aree rurali e degli agricoltori e mantenere prezzi ragionevoli per i cereali e i principali prodotti agricoli. Consolidare e ampliare i risultati ottenuti nella lotta alla povertà, assicurando che non si verifichino ricadute su larga scala nel settore della non-abbienza. Ossia dare sempre priorità alla sicurezza personale, rafforzare la produzione di sicurezza e la supervisione della sicurezza alimentare, compiere ogni sforzo per prevenire le inondazioni, e rafforzare la catena dei soccorsi di emergenza in caso di calamità, e garantire la fornitura di energia ed elettricità durante l’alta stagione estiva.
L’incontro ha dato rilievo alla necessità di mobilitare pienamente l’iniziativa di tutti i settori. I quadri dirigenti devono stabilire e mettere in pratica una corretta visione delle prestazioni e condurre il lavoro economico in conformità con la nuova filosofia di sviluppo. Gli imprenditori devono aprire la strada con coraggio e prendere l’iniziativa nella competizione di mercato con prodotti e servizi di alta qualità. Tutte le regioni e i dipartimenti devono sfruttare i risultati di uno studio approfondito e di una formazione per fornire un forte impulso allo sviluppo di alta qualità.
I mercati finanziari internazionali e i partner commerciali globali hanno osservato con attenzione i segnali che sono emersi da questa riunione. Come abbiamo visto l’incontro si è focalizzato su sviluppo di alta qualità, autosufficienza tecnologica, espansione della domanda interna e modernizzazione della governance. Alla luce delle tendenze attuali, la RP della Cina sta utilizzando strumenti istituzionali e innovazione politica per rafforzare la propria economia e, al contempo, offrire al mondo una nuova fonte di certezza.
Negli ultimi anni, la RP della Cina – nella propria determinazione strategica, ottenuta col principio della stabilità nel progresso – ha affrontato un contesto esterno complesso e pressioni interne dovute alla ristrutturazione economica,
Questo ha comportato la continuità e la stabilità delle politiche macroeconomiche, per mantenere l’economia entro una fascia di crescita ragionevole; la promozione della riforma strutturale dal lato dell’offerta, per ottimizzare le catene industriali e di innovazione; il rafforzamento della gestione dei rischi, in particolare nei settori finanziario, immobiliare e del debito locale.
Tale approccio stabile crea un ambiente politico prevedibile, rafforzando la fiducia degli investitori interni ed esterni.
Il prossimo IV Plenum del XX CC del PCC dovrebbe ribadire il ruolo centrale dell’innovazione tecnologica nello sviluppo economico. Oggi la RP della Cina sta accelerando l’espansione di nuove produttività legate all’intelligenza artificiale (destinata a potenziare manifattura, servizi e consumi), alle energie verdi (veicoli elettrici, fotovoltaico e sistemi di accumulo energia mantengono una posizione di leadership mondiale) e all’economia digitale (l’industria robotica e le attrezzature avanzate continuano a espandersi). La combinazione tra sostegno politico e dinamismo di mercato permette alla RP della Cina di compiere salti tecnologici e consolidare settori di frontiera.
Di fronte alla volatilità della domanda globale, l’espansione della domanda interna sarà una priorità del IV Plenum. Si prevedono nuove misure per stimolare i consumi, migliorare il benessere e ampliare la classe media.
Vi sono alcuni punti fondamentali da analizzate: l’upgrade dei consumi (servizi e consumi green che guideranno la crescita); l’urbanizzazione (sviluppo di cluster urbani e aree metropolitane da sostenete con investimenti in abitazioni, trasporti e servizi pubblici); l’economia digitale (piattaforme online, logistica intelligente ed e-commerce transfrontaliero). La domanda interna rafforzerà la resilienza economica e offrirà nuove opportunità di collaborazione internazionale.
Il IV Plenum riaffermerà probabilmente l’impegno verso un’apertura di alto livello (che non è solo una necessità per la RP della Cina, ma anche un’opportunità per il mondo); l’apertura istituzionale (avanzamento delle zone di libero scambio e del porto di libero scambio di Hainan); la cooperazione internazionale (ulteriore sviluppo della Belt and Road Initiative e di progetti digitali e verdi);l’ambiente per gli affari (miglioramento delle politiche per gli investimenti esteri, permettendo alle imprese globali di beneficiare della crescita cinese). Questa strategia di apertura rafforza la fiducia dei mercati e stabilizza le catene di approvvigionamento mondiali.
Combinando i fondamentali economici con i probabili segnali politici, emergono alcune tendenze chiare. Nel breve periodo la RP della Cina manterrà politiche stabili e mercato solido, con rischi sotto controllo; nel medio-lungo periodo, innovazione, transizione verde e apertura rimarranno i pilastri dello sviluppo di alta qualità; a livello internazionale la RP della Cina offrirà un mercato più vasto, maggiore capacità innovativa e una governance più trasparente, attirando capitali e rafforzando i legami commerciali.
In un contesto globale caratterizzato da incertezze, la RP della Cina sta fornendo al mondo una rara forma di certezza attraverso politiche stabili, percorsi di sviluppo innovativi e una strategia di cooperazione aperta.
Il IV Plenum del XX CC del PCC rappresenterà un punto chiave di questa traiettoria, segnando l’ingresso dell’economia cinese in una nuova fase di sviluppo di alta qualità. E ciò per il mondo significa maggiori opportunità di collaborazione, più benefici condivisi e, soprattutto, che la fiducia prevarrà sulla paura e il futuro sulle incertezze.

Giancarlo Elia Valori