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lunedì 13 luglio 2026

Capire il presente attraverso il passato: la Russia post-sovietica e le origini della crisi tra Russia e Occidente. Articolo di Luca Bagatin

 

Il modo migliore per comprendere il presente è studiare il passato.

E, senza tornare alla disgregazione dell'Unione Sovietica, avvenuta per ragioni sia interne che esterne e molto favorita da un Occidente liberale, ma molto poco democratico, non si può comprendere ciò che sta accadendo, oggi, nell'Est europeo.

Devo dire che sono riuscito a reperire, in lingua italiana, solamente due saggi, che parlano di quel periodo, ovvero della Russia post-sovietica: “La Russia di Eltsin” di Antonio Rubbi (Editori Riuniti) e “La Russia post-sovietica” di Roj Medvedev (edito da Einaudi).

Li ho reperiti online, su ebay, praticamente nuovi e ancora incellofanati, anche se risultano, da anni, fuori catalogo. Il che, peraltro, da bibliofilo e ricercatore di saggi e libri di vario genere, mi ha fatto pensare e chiedere: quante copie di questi due libri, editi entrambi nel 2002, saranno effettivamente state distribuite?

Entrambi i saggi sono molto interessanti e meriterebbero di essere non solo conosciuti, ma soprattutto ripubblicati.

Perché spiegano le origini del presente. Un presente molto poco conosciuto dal lettore/cittadino medio “occidentale”, per così dire.

Nel saggio di Antonio Rubbi, a pagina 259, si parla dell'allargamento ad Est della NATO, fortemente voluta – nel 1992-93 - dagli USA guidati da Bill Clinton. Una decisione che trovò contrari molti membri del Congresso statunitense e di vari Paesi europei, visto che non era giustificata da nulla, poiché la NATO era sorta nel 1949 per contenere una minaccia sovietica che, ormai, non esisteva più.

Nel saggio di Rubbi, a pagina 260, si fa riferimento a un articolo del Corriere della Sera, a firma Enrico Iacchia, nel quale si evidenziava come l'idea di spostare i confini della NATO alle frontiere della Russia, potesse essere molto pericolosa. Nell'articolo, riportato da Rubbi, vi è scritto: “Fate entrare la Polonia e immediatamente si porrà la questione dell'Ucraina. E se si fa entrare l'Ucraina – come vorrebbe Brzezinski – si può tener fuori la Russia?”.

Nel saggio si riporta anche il testo della lettera scritta da 18 diplomatici statunitensi, quasi tutti ex ambasciatori a Mosca o in altre capitali dell'Est europeo, inviata al sottosegretario agli esteri Talbott.

In essa, fra le altre cose, è scritto: “Siamo preoccupati per le potenziali conseguenze della politica del governo che promette di estendere la NATO alla Repubblica Ceca, all'Ungheria e alla Polonia. Secondo noi questo indirizzo rischia di danneggiare la vitalità a lungo termine della NATO, di esacerbare in misura considerevole l'instabilità già oggi esistente nella zona che sta fra la Germania e la Russia e di convincere i russi che gli Stati Uniti e l'occidente tentano di isolarli, accerchiarli e subordinarli, piuttosto che di integrarli in un sistema di sicurezza collettiva in Europa”.

Tra i firmatari, riporta Rubbi nel suo saggio, Paul Nitze, Sam Nunn e Bill Bradley. Tutti ex ambasciatori di alto rango all'epoca. Nel saggio è riportata anche la dichiarazione dell'ex ambasciatore a Mosca, George Kennan, relativamente all'espansione della NATO ad Est: “l'errore più fatale della politica americana nell'intera era post guerra fredda”.

Ecco come, gli errori di allora, vengono pagati oggi. E non per colpa dei “cattivi russi” o dei “putiniani”, ma di cattive scelte fatte all'epoca, che ancora oggi vengono tanto ignorate quanto non approfondite.

Molto interessante e approfondito il saggio dello storico Roj Medvevev, già comunista dissidente espulso dal Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS) da Breznev e reintegrato da Gorbaciov, oltre che co-Presidente del Partito Socialista dei Lavoratori, fondato nel 1991 e di orientamento socialista democratico (e avente per simbolo un garofano rosso e una falce e martello, infondo non così diverso dal Partito Socialista Italiano degli Anni '80).

Nel suo “La Russia post-sovietica – Un viaggio nell'era Eltsin”, in Italia pubblicato nel 2002 da Einaudi, Medvedev illustra tutta la politica della Russia a partire da quando, nel 1990, Boris Eltsin, fu eletto Presidente del Soviet Supremo e successivamente Presidente della Federazione Russa e, con lui, salirono al potere una cricca di soggetti ultra-liberali quali Barbulis, Cubajs, Gajdar e altri.

Egor Gajdar, in particolare, fu giovane economista che, come spiega il saggio, non aveva alcuna esperienza nell'industria e nell'amministrazione. Cresciuto in una famiglia benestante egli – se in gioventù sostenne il socialismo di mercato – ben presto divenne il massimo promotore della liberalizzazione e deregolamentazione economica più assoluta.

Gajdar, nominato Primo Ministro da Eltsin, fu il fautore della cosiddetta “terapia d'urto” o “shockterapia”, che trasformò la Russia da realtà a economia socialista pianificata, a terra di nessuno, attuando una liberalizzazione selvaggia che nessun Paese capitalista aveva mai attuato in quel modo.

E fu così che, fra liberalizzazione dei prezzi e cessione – attraverso “vaucher” - del patrimonio pubblico per pochi rubli, la Russia sprofonderà in una crisi economica senza precedenti.

La terapia di Gajdar, sostenuta da Eltsin, trovò, come da copione, l'approvazione piena del Fondo Monetario Internazionale e degli “esperti” occidentali. Ben felici di veder sprofondare la Russia nella crisi più nera.

Come spiega Medvedev “Nel primo trimestre del 1992 i prezzi, lasciati “fluttuare liberamente”, aumentarono dell'800-900% (…). I salari, invece, nel primo trimestre si limitarono a raddoppiare”.

Egli spiega anche che, conseguentemente, vi fu una diminuzione della produttività del lavoro e un aumento di tutti i costi di produzione.

Tutto ciò costrinse la popolazione a vendere, in piazza, qualsiasi cosa, creando giganteschi bazar, per tentare di sopravvivere.

Colui il quale iniziò a protestare e ad alzare la voce per primo contro il governo Eltsin-Gajdar fu Aleksandr Ruckoj, Vicepresidente della Federazione Russa e leader dei Comunisti per la Democrazia.

Egli, peraltro, fu successivamente uno dei leader del cosiddetto Fronte di Salvezza Nazionale, che comprendeva vari movimenti di ispirazione comunista, socialista, patriottica, nazionalista, che si opponeva alle contro-riforme di Eltsin e puntava a ricostituire l'Unione Sovietica, attraverso riforme di matrice socialista democratica e patriottica.

Altra personalità di spicco degli oppositori alle contro-riforme di Eltsin fu il Presidente del Soviet Supremo, Ruslan Khasbulatov.

Il prof. Khasbulatov, fu un economista inizialmente sostenitore del nuovo corso eltsiniano, quando questo sembrava promuovere una forma di socialismo democratico e di mercato, ma, resosi conto che Eltsin stava, diversamente, portando avanti una squadra e un'agenda di ultra liberisti, divenne immediatamente un loro oppositore.

E' molto interessante l'appunto di Roj Medvedev, a pagina 86, in cui sottolinea come Khasbulatov e molti altri leader di quella che nel 1989 veniva chiamata “opposizione democratica” non erano affatto dei liberali e men che meno dei liberisti. Costoro, infatti, recuperando il vecchio slogan “Tutto il potere ai Soviet”, inneggiavano sì alla fine del monopolio del PCUS, ma anche al socialismo democratico.

Fra i loro slogan, ricorda Medvedev: “Potere al popolo”; “Le fabbriche ai collettivi di lavoro”; “La terra ai contadini”; “La proprietà a tutti”.

Molti di costoro si ritrovarono, nel 1990, eletti al Congresso dei deputati del popolo, ma mai avrebbero immaginato che Eltsin – che all'epoca si definiva “radicale di sinistra” e a volte “socialdemocratico” (ma mai liberale) e la sua cricca avessero deciso di distruggere la Russia dall'interno, liberalizzando ogni cosa e tradendo ogni ideale socialista democratico.

Medvedev spiega come l'ideologo di Eltsin fosse Gennady Barbulis, il quale parlava di “libertà dell'individuo” da ottenersi anche a scapito della giustizia sociale. E, sulla base di questo assunto, saranno introdotte le contro-riforme del duo Eltsin-Gajdar.

A pagina 92, Roj Medvedev riporta le interessanti dichiarazioni/ammissioni dell'economista statunitense Jeffrey Sachs, che all'epoca ricoprì il ruolo di consulente economico del governo Eltsin: “Quando abbiamo intrapreso le riforme ci sentivamo come dottori chiamati al capezzale di un malato. Ma quando abbiamo messo il paziente sul tavolo operatorio e lo abbiamo aperto, ci siamo accorti che la sua struttura anatomica e i suoi organi interni erano di un tipo tutto particolare, che non avevamo mai incontrato nelle scuole di medicina”.

Si pretendeva, insomma, di introdurre il liberal capitalismo selvaggio in una realtà come la Russia, ad essa totalmente estraneo.

Sachs lo comprese. Tardi, ma lo comprese. Eltsin e la sua cricca, no. E infatti continuarono a premere l'acceleratore sulle contro-riforme, dettagliatamente spiegate nel saggio di Medvedev, con tanto di conseguenze nefaste sia per la popolazione russa che per le casse dello Stato.

Tutto ciò, naturalmente, favorirà il proliferare di oligarchi senza scrupoli e mafie di ogni genere.

Medvedev spiega molto bene un evento cruciale della Storia di quegli anni, ovvero la cosiddetta Crisi costituzionale russa del 1993.

Egli racconta come, nell'estate del 1993, la tensione salì alle stelle e Ruckoj e Khasbulatov erano diventati ormai i leader dell'opposizione e guidarono l'opposizione di sinistra al grido “Tutto il potere ai Soviet”.

Eltsin, come spiega Medvedev, da tempo si stava preparando ad abolire il Parlamento esistente, perché gli era di ostacolo alle sue “riforme”. Egli, con il famoso decreto 1400 del 21 settembre 1993, dichiarò – in modo incostituzionale - sciolto il Soviet Supremo e il Congresso dei deputati del popolo.

Con tale atto, Eltsin decadde da Presidente e, secondo la Costituzione, gli sarebbe dovuto succedere il Vicepresidente, ovvero Ruckoj, il quale cominciò ad adempiere ai suoi primi atti da Presidente.

La Corte costituzionale, peraltro, dichiarò incostituzionale il decreto 1400.

Fu così che Ruckoj, Khasbulatov, numerosi cittadini russi e una parte delle forze armate iniziarono a difendere la Casa Bianca, ovvero la sede del Parlamento, dai commandos inviati il 3 e 4 ottobre da Eltsin a bombardarlo, con i deputati chiusi all'interno.

I grandi media, nel frattempo, sostenevano Eltsin, il quale peraltro cercò di corrompere vari deputati, in modo che passassero dalla sua parte.

Il golpe di Eltsin, purtroppo, ebbe successo. Ruckoj e gli altri dovettero arrendersi e furono arrestati. Numerose le vittime sul campo. Una ferita profonda per una democrazia mai nata, nella Russia di quegli anni.

Roj Medvedev racconta, nel suo saggio, che gli uomini dell'OMON e della polizia pestarono a sangue i deputati che avevano osato ribellarsi al regime eltsiniano. A quel regime osannato dai soliti ipocriti Stati Uniti d'America e dalla Comunità Economica Europea.

Nuove elezioni parlamentari, ad ogni modo, saranno indette nel 1993 e con una nuova legge elettorale.

Fra i partiti sostenitori del regime di Eltsin, Scelta della Russia di Gajdar, il quale prese appena il 12% dei voti e il Partito dell'Unità e Concordia Russa che prese il 7%.

Il vincitore fu il Partito Liberal Democratico di Žirinovskij, con il 22%. Partito nazionalista e spesso compromissorio con il governo di Eltsin. Un buon risultato lo ottenne anche il Partito Comunista della Federazione Russa che ottenne, come ricorda Medvedev, il 14% e il 9% lo ottenne il Partito Agrario, altro partito con posizioni social-comuniste.

Eltsin comunque, che non aveva un partito alle spalle, continuò a governare facendosi forte dell'apparato burocratico che, come sottolinea Medvedev, era ancora più forte e presente rispetto all'era sovietica.

Ne “La Russia post-sovietica”, Roj Medvedev, prosegue nello spiegare tutti i processi di ulteriore liberalizzazione e privatizzazione selvaggia del regime di Eltsin, che sarebbe qui molto lungo descrivere. Egli entra nel merito delle scellerate scelte di soggetti come Čubajs e Černomyrdin, profondamente detestati dalla popolazione russa e che ancora oggi li ricorda con disprezzo.

Scelte che portarono alla svendita del patrimonio pubblico sovietico e alla de-industrializzazione del Paese. Senza alcun beneficio per lo Stato, ma unicamente per il tornaconto di pochi oligarchi senza scrupoli.

E' storia nota. Ma che andrebbe approfondita e studiata.

Nel saggio un intero capitolo è dedicato al leader del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF), Gennady Zjuganov. Che, ancora oggi, guida quel partito, che è il maggior partito di opposizione.

Medvedev ricorda il successo della sinistra russa alle elezioni parlamentari del 1995 e, in particolare, l'affermazione del KPRF, che prese il 22%, diventando il primo partito.

Egli racconta di come Zjuganov sia persona non molto carismatica, ma capace di ascoltare il prossimo ed ha una visione che unisce idee socialiste a prospettive nazional-patriottiche. Egli, in sostanza, promuove un socialismo democratico – non totalitario come quello ai tempi della vecchia URSS - capace di unire giustizia sociale a sovranità nazionale e vorrebbe la ricostituzione geopolitica dell'Unione Sovietica, quale stato forte nel quale convivevano, armonicamente e nel socialismo, nazionalità diverse. E che si contrapponga all'egemonia Occidentale a guida statunitense che, secondo Zjuganov, mira ad eliminare la Russia dalla scena storica.

Ed è con questo programma che Zjuganov si presenterà alle Presidenziali del 1996 contro Eltsin, sconfitto dai brogli di quest'ultimo. Ma questa è un'altra storia ancora.

Il saggio di Roj Medvedev prosegue ancora, fino alla scelta di Eltsin di proporre un allora sconosciuto Vladimir Putin quale candidato alle Presidenziali del 2000.

Il resto è forse storia nota.

Qui ho cercato, attraverso questi preziosi saggi, di ricostruire una Storia, come scrivevo, poco conosciuta. Volutamente distorta, dalla propaganda liberale e mainstream.

Una Storia, quella della Russia post-sovietica che è storia attuale, di questi ultimi anni, di questi ultimi giorni.

E che va letta e affrontata senza pregiudizi, senza russofobia, senza le lenti di un liberal capitalismo che tutto ha messo in vendita. Anche le menti, che ormai, stanno sempre più smettendo di pensare, in modo aperto, in modo libero, in modo scevro da una propaganda anti-storica e fuori dalla realtà.

Luca Bagatin

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venerdì 10 aprile 2026

Socialismo o... barbarie. Articolo di Luca Bagatin

 

Fu la socialista rivoluzionaria Rosa Luxemburg, molto critica nei confronti dell'ipocrisia della revisionista “socialdemocrazia” tedesca, la prima a parlare di “Socialismo o barbarie”.

Con questa frase ella riassunse ottimamente un aspetto difficilmente confutabile.

L'unico sistema razionale è quello socialista, non certo quello liberal capitalista.

Per evitare disoccupazione, sotto-occupazione, sfruttamento, il lavoro va organizzato a monte.

Per evitare una distribuzione iniqua delle risorse, che potrebbe generare squilibri economici, psicologici e sociali nella società, è necessario che nessuno disponga di più degli altri. Ovvero occorre che nessuno sottragga risorse alla comunità, per accaparrarsele, egoisticamente.

Il socialismo è quando non esistono né ricchi, né poveri. Quando non esistono né disoccupati, né sfruttati. Quando non esistono ladri, né criminali, né corrotti.

E' quando l'economia e la società vengono, razionalmente e pragmaticamente, pianificate, in modo condiviso e democratico.

Il liberal capitalismo, diversamente, genera squilibri, perché non prevede un'organizzazione razionale dell'economia e della società.

Questo perché il liberal capitalismo sdogana e alimenta l'ego, che andrebbe visto come una patologia congenita dell'anima, in quanto esso sdogana e alimenta una mentalità fondata sull'accumulo e sulla ricchezza individuale, anziché sull'uso razionale e pragmatico delle risorse.

Il liberal capitalismo è una patologia, non propriamente una ideologia. Perché fonda tutto sull'esteriorità e sulla materialità dell'esistenza.

Ben poca cosa, considerando che le risorse e la vita umana, sono entrambe estremamente limitate.

Una persona, nonostante le moderne follie transumaniste, non potrà fisicamente mai essere immortale e quindi non potrà mai arrivare a mantenere, per sempre, le sue ricchezze. E, anche quando lo facesse... che cosa ne trarrebbe? Alla sua morte potrebbe, al massimo, cederle agli eredi o ad altri oligarchi. Continuando, comunque, a sottrarre risorse alla comunità nel suo insieme. Sfruttandola, anziché facendola crescere.

Si dirà che il socialismo rettamente inteso non promuove la libertà. In realtà, rimuove le basi della falsa “libertà”.

Quella, appunto, fondata su ego e accumulo. Ovvero su quegli aspetti patologici della psiche umana materialista. Che generano, peraltro, alienazione, noia, nuova necessità di accumulare, in un ciclo di insoddisfazione continuo.

Droga, prostituzione, abusi sui minori, sfruttamento dei più deboli, sono aspetti perpetrati proprio da soggetti annoiati e abietti, nell'ambito di una società insana e fondata su ego e accumulo.

La libertà, diversamente, non ha nulla a che vedere con il possesso o con l'accumulo. Men che meno con la noia o la degenerazione. Essa è aspetto interiore.

Una persona libera è tale anche in una prigione. Perché dentro di lei c'è un mondo sconfinato, a confronto del quale, quello esteriore, è ben poca cosa.

Purtroppo, la mentalità materialistico-borghese e liberal capitalista, spesso, non è in grado di vedere questo mondo, perché limitata all'esteriorità.

Ogni sistema economico, a mio avviso, va approfondito e studiato anche e soprattutto alla luce della psicologia umana, dell'antropologia, della mentalità e della spiritualità, affinché ne esca un'analisi completa, approfondita e razionale.

Il socialismo, dunque, non andrebbe visto né applicato come una ideologia, ma ricercato, studiato e approfondito come una via razionale da percorrere, per la crescita e lo sviluppo di una società sana e armoniosa, fondata su una libertà assoluta da ogni condizionamento e da ogni forma di ego.

Chi pensava che il socialismo, nella Storia, avesse fallito, ha drammaticamente sbagliato.

Perché non in grado di osservare il socialismo depurato dall'ideologia, analizzandolo nella pratica.

Molti si riferiscono al cosiddetto crollo dell'URSS per affermare che il socialismo ha fallito.

Posto che l'URSS è “crollata” per cause esterne e di tradimenti interni dell'allora classe dirigente, costoro non osservano che l'URSS si allontanò dal socialismo già quando i Soviet, intesi come consigli di base di operai e contadini, furono presto abbandonati. Per trasformare l'URSS in una realtà burocratica e revisionista del socialismo stesso.

Diversamente, realtà come la Cina, ma anche molte realtà del Terzo Mondo (inteso come Mondo fuori dai due blocchi contrapposti), pensiamo ad esempio a realtà latinoamericane, panafricane e panarabe, oltre che dell'Estremo Oriente, hanno saputo costruire un socialismo razionale, non ideologico, non burocratico, imparando dagli errori, aprendosi al mondo, attingendo dalla propria cultura, Storia e tradizione.

E così hanno mostrato e stanno mostrando che il socialismo, se rettamente inteso, come via per l'evoluzione dell'essere umano e della comunità nel suo complesso (nazionale e internazionale), può non solo resistere, ma essere una forma di resilienza alle sfide del presente e del futuro.

Diversamente, il liberal capitalismo, mostra che la “libertà” esteriore conduce dritta dritta verso la degenerazione della società. Verso il consumismo degli annoiati, verso lo sfruttamento del lavoro, verso la manipolazione delle menti (pubblicità commerciale) e dei corpi (l'uso smodato e insensato della chirurgia estetica), oltre che lo sfruttamento dei corpi stessi (Onlyfans, per citare un esempio). Senza contare l'abbassamento del livello culturale della società (causato dai tagli al settore scolastico, ma anche da un voluto abbassamento degli standard del livello di istruzione) e un imbarbarimento della società stessa, con stupri e violenze di ogni genere, spesso commesse da minori.

In tutto ciò, stupisce sempre meno un insensato ricorso alla violenza verbale da parte della classe politica liberal capitalista (che si riverbera anche nella società) e una rincorsa agli armamenti, in un circo bellicista che vede il nemico in chiunque non inneggi alla “libertà” esteriore o al suprematismo del ricco e del bianco.

Si potrebbe dunque parlare, non tanto e non solo di socialismo VS liberal capitalismo, ma di comunità VS individualismo o, meglio ancora, di razionalità VS irrazionalità e tutto ciò lo si può comprendere meglio alla luce dell'approfondimento della Storia, dell'economia, della psicologia e dell'antropologia dei popoli.

Abbiamo dunque molto da imparare da Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Michail Bakunin, Karl Marx, Friedrich Engels, Pierre Leroux, così come da Carl Gustav Jung, Marcel Mauss e molti altri, il cui pensiero è, ancora oggi, ricco di insegnamenti.

Luca Bagatin

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venerdì 22 dicembre 2023

venerdì 17 dicembre 2021

Nestor Machno, l'anarco-comunista che si contrappose a zaristi e bolscevichi. Articolo di Luca Bagatin

La storia del movimento machnovista, di matrice anarco-comunista, libertaria e contadina, fu certamente aspetto profondo e interessante della guerra civile russa del 1917 e degli anni successivi.

Di Nestor Machno, guida armata, stratega geniale e anima della rivolta contadina e anarchica ucraina, parla l'ottimo saggio “Nestor Machno: bandiera nera sull'Ucraina”, scritto dallo storico russo Alexander V. Shubin e edito in Italia da Elèuthera.

Nestor Machno, nato in Ucraina, a Guljaj Pole, nell'ottobre 1888 (per quanto egli credette di essere nato l'anno successivo, a causa della falsificazione della data di nascita da parte dei suoi genitori, affinché fosse richiamato dall'esercito un anno più tardi), da poveri contadini, ebbe un'infanzia di forti privazioni economiche.

Lavorò, sin dall'infanzia, come pastore e successivamente come manovale in una fonderia di proprietà di ricchi possidenti tedeschi.

Come ci racconta il saggio di Shubin, fu proprio con lo sciopero della fonderia, nel 1905, che Machno si trovò catapultato in un contesto politico. Il 1905, fu infatti l'anno dello scoppio della prima rivoluzione proletaria che la Russia conobbe.

Fu proprio in quell'anno che Machno si avvicinò all'organizzazione contadina anarco-comunista, chiamata Unione dei contadini liberi, la quale era dedita agli espropri ai danni di ricchi borghesi e possidenti.

Nel corso di una delle azioni dell'organizzazione, nel 1907, Machno venne arrestato per la prima volta e, nel 1908, venne nuovamente arrestato, per una rapina presso la fonderia per la quale lavorava.

Nello stesso anno venne condannato a morte dalle autorità zariste, ma, a causa della sua giovane età, la pena gli fu commutata in ergastolo, nel carcere di Mosca.

Fu dunque in carcere che iniziò a maturare la sua coscienza anarchica, anche grazie ai suoi compagni di prigione, e ad approfondirne l'ideologia, ispirata dagli scritti di Michail Bakunin, Pierre-Joseph Proudhon e Petr Kropotkin.

Nel marzo 1917, la rivoluzione bolscevica leninista, liberò dunque Machno dal carcere e fu in quell'anno che, ritornato nella sua natìa Guljaj Pole, iniziò a costituire un gruppo anarco-comunista armato, composto prevalentemente di contadini e proletari, oltre che di socialisti rivoluzionari di sinistra.

Il loro obiettivo – come fa presente Shubin nel suo saggio - era quello di abolire le istituzioni governative, abolire la proprietà privata della terra e delle fabbriche e opporsi ad ogni forma di Potere. Tutto ciò li mise immediatamente in attrito con il nascente governo bolscevico di Vladimir Lenin.

Lenin, pur avento istituito, su ispirazione anarchica, i Soviet, ovvero i consigli degli operai e dei contadini, sembrava pian piano distaccarsi dall'idea rivoluzionaria originaria e voler accentrare il potere nelle mani del partito bolscevico.

Machno e i suoi, per contro, ritenevano che i Soviet andassero rafforzati ed essere la base per l'autogoverno degli operai, dei contadini e delle masse proletarie nel loro complesso. Senza alcun partito al comando, senza alcuna forma di Stato.

Machno, in sostanza, immaginava un sistema di liberi Soviet, apartitici, coordinati fra loro, autogestiti dai lavoratori e culla per una nuova società fondata sul lavoro in comune, il baratto e il socialismo libertario.

Soviet retti, gestiti ed eletti dai lavoratori stessi.

Per quanto, per combattere i Bianchi, ovvero le truppe zariste e i borghesi, machnovisti e bolscevichi si fossero inizialmente alleati, ben presto, le differenze ideologiche fra i due movimenti, divennero sempre più evidenti e sempre meno conciliabili.

In particolare per i bolscevichi, i quali bollarono i machnovisti con l'appellativo “piccolo borghesi” e – a differenza dei seguaci di Machno - miravano ad una forma di organizzazione gestita dall'alto.

Alexander Shubin ci ricorda anche l'incontro fra Machno e Lenin. 

Incontro inizialmente cordiale ma, mentre il primo guardava ad una visione nella quale tutto il potere dovesse essere effettivamente nelle mani dei Soviet, ovvero allineato “alla coscienza e alla volontà stessa dei contadini” (come egli stesso gli disse al “piccolo padre” della rivoluzione bolscevica), il secondo accusò i contadini di essere “contaminati dall'anarchia”.

Il che, per Machno, non poteva essere altro che un bene.

L'esercito insurrezionale rivoluzionario di Machno, detto anche Machnovščina, fu essenzialmente nomade e organizzato, appunto, in Soviet del lavoro, consigli di fabbrica e cooperative.

Per la prima volta, nella Storia, grazie alla Machnovščina, venivano sperimentate delle comunità autogestite di lavoratori, i quali lavoravano le terre espropriate ai grandi proprietari terrieri.

Fu la prima esperienza egualitaria della Storia che, per molti versi, sarà esportata prima nella Spagna anarchica (prima della guerra civile del 1936) e, diverso tempo dopo, nella Jugoslavia di Josip Tito Broz e nella Libia di Gheddafi.

A partire dal 1919, machnovisti e bolscevichi, ruppero definitivamente. Se prima erano uniti nel combattere Bianchi, austro-tedeschi e nazionalisti ucraini, ora divennero definitivamente nemici.

I machnovisti e i socialisti rivoluzionari, contavano, all'epoca, di far scoppiare una terza rivoluzione proletaria in Russia. Ovvero una rivoluzione anarchica e socialista rivoluzionaria, che avrebbe dovuto mirare alla soppressione di ogni forma di autoritarismo e di governo centralizzato, restituendo il potere a tutto il popolo.

Purtuttavia, nel 1921, i machnovisti e i socialisti rivoluzionari, furono definitivamente sconfitti dai bolscevichi e costretti all'esilio dalla madrepatria.

Prima in Romania e successivamente in Francia, i machnovisti non si arresero mai e continuarono a propagandare le idee anarchiche, sempre pronti ad accendere la fiaccola della rivoluzione, da riportare anche in Russia.

Le loro idee saranno di ispirazione agli anarco-sindacalisti spagnoli che, nel 1936, riucirono a portare le idee della rivoluzione anarchica in Spagna, allorquando gli anarchici e i repubblicani vinsero le elezioni (prima volta nella Storia nella quale gli anarchici presentarono liste elettorali). Ma, ben presto, verranno spazzati via dal golpe di Francisco Franco e dal suo totaliarismo clerico-fascista.

Machno non smise mai di essere vicino ai suoi compagni, sia russi che del resto d'Europa, anche nei suoi utimi giorni di vita, vinto dalla tubercolosi. Così come fu sempre un padre e un marito affettuoso.

Morì a Parigi, in esilio e completamente povero, nel 1934.

Il saggio “Nestor Machno: bandiera nera sull'Ucraina”, del prof. Alexander V. Shubin, ce ne restiuisce un profilo autentico, sia dal punto di vista biografico che delle sue idee politiche e delle sue capacità di stratega militari.

In tal senso, probabilmente, Machno potrebbe essere paragonato al nostro Giuseppe Garibaldi. L'eroe senza macchia, lo stratega militare, ma con un cuore e uno spirito antimilitarista. Il socialista umanitario e anti-autoritario che entra in conflitto con il potere costutuito. Che viene sconfitto, nella Storia, ma non nella bontà dei suoi atti e delle sue idee.

Luca Bagatin

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martedì 14 dicembre 2021

Russia, 14 dicembre 2004. Attivisti del Partito NazionalBolscevico di Eduard Limonov occuparono gli uffici governativi. Articolo di Luca Bagatin

Il 14 dicembre 2004, quaranta attivisti del Partito NazionalBolscevico - fondato dallo scrittore Eduard Limonov - provenienti da sedici regioni della Russia, tennero la più grande azione dimostrativa che la Russia ricordi, negli ultimi decenni.

Tennero infatti un comizio in difesa della Costiituzione, poco lontano dagli uffici del Presidente Vladimir Putin.

Il loro obiettivo era chiedere un incontro con il Presidente, cosa che fu loro negata.

Fu così che, gli attivisti, occuparono gli uffici governativi, inneggiando slogan del tipo: “Non abbiamo bisogno di un Presidente del genere”; “Ti insegneremo ad amare la Costituzione!”; “Lo zarismo non passerà”; “Putin si dimetta!”; “Abbasso l'autocrazia”; “Libertà per i prigionieri politici” ed altri ancora.

Nel corso dell'azione, gli attivisti nazionalbolscevichi, distribuirono volantini nei quali erano elencate un insieme di accuse mosse al governo russo, presieduto da Putin.

Fra queste: denuncia di falsificazione delle elezioni (sia parlamentari che presidenziali); denuncia di privazione del diritto di voto dei cittadini, attraverso la nomina dei governatori, senza passare dalle elezioni; denuncia delle privatizzazioni dell'apparato pubblico; denuncia dell'emergere di basi militari statunitensi in Asia centrale; denuncia della cessione di territori russi alla Cina; denuncia dell'amicizia fra il governo russo e il dittatore Saparmyrat Nyýazow, il quale aveva fatto espellere i russi dal Turkmenistan; denuncia della chiusura di canali televisivi indipendenti; ingerenze nelle elezioni di Abkhazia e Ucraina; denuncia della situazione in Cecenia; denuncia della repressione contro gli attivisti nazionalbolscevichi, in tutta la Russia.

Per tutto ciò, gli attivisti nazionalbolscevichi, chiesero, dunque, le immediate dimissioni di Putin e del suo governo, considerato oligarchico e autocratico e, dunque, incostituzionale.

Per tutta risposta, gli attivisti, furono arrestati in massa e condannati a vent'anni di carcere, con l'accusa di “rivolta di massa”.

Nel dicembre 2005, 8 attivisti nazbol, saranno condannati chi a 2, chi a 3 e chi a 5 anni di carcere. Altri sono furono messi in prova e alcuni furono rilasciati.

Il tutto fu documentato dalla giornalista Anna Politkovskaja, uccisa nel 2006, la quale fu una sostenitrice delle azioni degli attivisti del partito di Eduard Limonov.

Eduard Limonov definì quel processo: “Il più terribile processo contro i giovani della Russia dalla fine del XIX secolo”.

Su Anna Politkovskaja scrisse: “Lei ci ha fatti conoscere nella società. Ci ha spiegati alla gente, perché ci ha riconosciuti prigionieri politici. Ha ricreato nei suoi articoli l'atmosfera di un terribile processo contro i giovani della Russia. Questo processo di massa non avveniva sulla nostra terra dalla fine del XIX secolo. E così rinasceva nel XXI secolo".

Anna Politkovskaja, degli attivisti nazionalbolscevichi scrisse, fra le altre cose: “Mi sono ritrovata a pensare di essere completamente d'accordo con ciò che dicono i Nazbol. L'unica differenza è che a causa della mia età, della mia istruzione e della mia salute, non posso invadere i ministeri e lanciare sedie.

(...) I Nazbol sono soprattutto giovani idealisti che vedono che gli oppositori storici non stanno facendo nulla di serio contro l'attuale regime. Questo è il motivo per cui si stanno radicalizzando.

(...) I Nazbol sono probabilmente il gruppo di sinistra più attivo, ma il loro nucleo si è ridotto da quando molti sono stati arrestati e imprigionati.

(...) I Nazbol sono giovani coraggiosi, puliti, gli unici o quasi che permettono di guardare con fiducia all'avvenire morale del Paese”.

Il Partito NazionalBolscevico fu messo fuorilegge nel 2007. Rinacque sotto la denominazione “Altra Russia”, nel 2010, e, oggi, dopo la morte di Limonov, ha assunto la denominazione “L'Altra Russia di Eduard Limonov”.

Partito di sinistra patriottica, continua ad essere il partito più perseguitato nella Russia di Putin e gli è impedito di presentare liste elettorali.

Nel suo programma: la riunificazione del mondo russo, attraverso il socialismo popolare; la nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia; la restituzione del potere al popolo, attreverso dei nuovi Soviet; l'abbassamento della maggiore età a 14 anni; la libertà di parola e elezioni libere.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

sabato 12 settembre 2020

I legionari di d'Annunzio entrarono a Fiume il 12 settembre 1919. Articolo di Luca Bagatin

Il 12 settembre 1919 i legionari italiani, guidati dal Vate Gabriele d'Annunzio, entrano a Fiume, acclamati dalla popolazione italiana.
Affacciandosi dal palazzo del governatore, proclamando Fiume italiana - contrariamente a quanto previsto dal Trattato di Versailles e alla volontà di tutte le potenze europee - dichiarò: “Italiani di Fiume ! Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume ! Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione... Io soldato, io volontario, io mutilato di guerra, credo di interpretare la volontà di tutto il sano popolo d'Italia proclamando l'annessione di Fiume”.
Nel settembre dell'anno successivo, il Vate proclamò la Reggenza del Carnaro e, con il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambirs, redasse la Carta del Carnaro, ovvero una Costituzione avanzatissima, persino per l'epoca.
Una Costituzione che fra le altre cose promosse: libertà di associazione; libertà di divorziare; libertà religiosa e di coscienza al punto che furono proibiti i discriminatori crocifissi nei luogi pubblici; assistenza ai disoccupati e ai non abbienti; promozione di referendum; promozione della scuola pubblica; risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario; inviolabilità del domicilio.
Fiume divenne la città dell'amore, ove – fra l'altro – fu permessa l'omosessualità, il libero amore e la libera ricerca spirituale.
Una città che guardava con simpatia alla Rivoluzione sovietica del 1917 e che ebbe, non a caso, il riconoscimento internazionale unicamente da parte di Vladimir Lenin.
Io sono per il comunismo senza dittatura […] È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse”, dichiarò d'Annunzio in una intervista concessa a Randolfo Vella nel giugno 1920.
Molte furono le critiche, in quegli anni, d'Annunzio mosse sia alla casta politica italiana, non dissimile da quella di oggi: “La casta politica che insudicia l'Italia da cinquant'anni, non è capace se non di amministrare la sua propria immondizia, pronta a tutte le turpitudini, pur che sia lasciata fingere di godersi il suo potere impotente”.
Oltre che alle potenze europee e imperialiste dell'epoca, non così diverse da quelle di oggi, che si tengono stretta l'oligarchica Unione Europea e la guerrafondaia Alleanza Atlantica: “In tutta Europa, in tutto il mondo, il potere politico è al servizio dell'alta banca meticcia, è sottomesso alle impostazioni ignobili dei rubatori e dei frodatori costituiti in consorzi legali. Neppure nel peggior tempo dei barbareschi e dei negrieri le genti furono mercanteggiate con così fredda crudeltà. Le nazioni sono cose da mercato. La vita pubblica non è se non un baratto immondo esercitato nel cerchio delle istituzioni e delle leggi esauste. Fino a quando ?”.
L'Impresa fiumana, che unì spiriti ribelli, anarchici, socialisti, libertari, artistici, pur nella sua brevità (durò infatti solamente 500 giorni) fu un avvenimento eminentemente politico e controculturale. Un evento che, ancora oggi, può essere d'esempio per tutti gli spiriti liberi e sinceramente democratici.

Luca Bagatin

mercoledì 22 aprile 2020

Omaggio ai 150 anni di Vladimir Lenin, eroe della Rivoluzione socialista e proletaria (22 aprile 1870 - 22 aprile 2020)

“Finché esiste lo Stato non vi è libertà; quando si avrà libertà non vi sarà più Stato”

“La borghesia liberale, porgendo con una mano le riforme, con l'altra mano le ritira sempre, le riduce a nulla, se ne serve per asservire gli operai, per dividerli in gruppi isolati, per perpetuare la schiavitù salariata dei lavoratori. Il riformismo, perfino quando è del tutto sincero, si trasforma quindi di fatto in uno strumento di corruzione borghese e di indebolimento degli operai. L'esperienza di tutti i paesi dimostra che prestando fede ai riformisti gli operai hanno sempre finito con l'essere gabbati”

“La società capitalista ci offre nella Repubblica una democrazia più o meno completa ma sempre limitata nel ristretto quadro dello sfruttamento capitalistico.
Essa rimarrà sempre per la minoranza, per gli sfruttatori e per i ricchi contro la maggioranza dei salariati, soffocati dal bisogno e dalla miseria.
Così ché la maggioranza dunque è di fatto impedita alla reale partecipazione attiva, alla vita politica e sociale.

Democrazia per un’infima minoranza di ricchi, questa è la democrazia nelle società capitaliste !”


“In Italia c'è un rivoluzionario solo: Gabriele d'Annunzio”


Striscione commemorativo innalzato dai nazionalbolscevichi di "Altra Russia" in memoria dei 150 anni di Lenin


1994. Egor Letov, fra i fondatori del Partito NazionalBolscevico canta "La lotta continua ancora", canzone commemorativa in onore a Lenin


La cantante rock, modella, scrittrice e poetessa russa Natalia Medvedeva, già ex moglie dello scrittore nazionalbolscevico Eduard Limonov, dedicò il brano che segue - inedito in Italia - all'eroe della Rivoluzione bolscevica Vladimir Lenin, nel 1994, ripercorrendone le gesta.

2015. Il trio musicale russo "Silenzium" suona "La lotta continua ancora", dedicata a Lenin