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domenica 6 settembre 2026

Da Monti a Vannacci: quando le élite alimentano ciò che dicono di voler combattere. Articolo di Luca Bagatin

 

Mi permetto qualche riflessione relativamente all'incontro fra Mario Monti e Roberto Vannacci a Cernobbio, una delle tante kermesse delle élite, che poco interessano ai cittadini, ma molto più accattivanti per i grandi media e la politica da salotto.

Questo incontro-scontro-confronto mi ha comunque fatto pensare al fatto che è proprio gente come Monti (e Draghi) che ha fatto crescere il fenomeno Vannacci.
Un po’ come la crisi dello Stato liberale e il clima politico del primo dopoguerra alimentarono quell'humus che portò all'avvento del fascismo mussoliniano, “grazie” alla sua incapacità di comprendere le esigenze popolari, marginalizzando le autentiche forze socialiste e di sinistra.

Fascismo mussoliniano che, nei fatti, come il vannaccismo, non è altro che l'altra faccia del liberal capitalismo e delle élite.
Gabriele D’Annunzio (colui il quale sognava "un comunismo senza dittatura") e Alceste De Ambris all’epoca lo compresero. E lo comprese il repubblicano mazziniano Mario Bergamo che, mettendo al centro del suo progetto la questione sociale e proponendo un'alleanza fra repubblicani e socialisti, ovvero le due forze dell'estrema sinistra dell'epoca, si pose fra i primi quale argine tanto allo Stato liberale, quanto al fascismo.
I Monti, i Draghi e i vari cosiddetti “liberaldemocratici”, “riformisti” del centro, della sedicente sinistra e del centrodestra, continuano a non comprendere che proprio le loro ricette euro-oligarchiche non fanno che far aumentare i consensi dell'estrema destra.

Per anni la dirigenza UE ha imposto austerità e tagli alla spesa pubblica e sociale. Si è tagliato in sanità, welfare e istruzione. Oggi ci chiedono danari per riarmarci contro un nemico che vedono solo loro. La Russia. Che è anch'essa Europa. Solo perché si sono messi in testa di sostenere, “fino all'ultimo ucraino”, un'autocrazia corrotta né aderente all'UE né alla NATO. Seguendo i desiderata dei Presidenti USA di turno.

E parlano di un atlantismo anti-storico e che nulla ha a che fare con l'atlantismo responsabile della Prima Repubblica, attraverso il quale mai siamo ricorsi alle armi contro altre potenze. Con le quali dialogavamo e spesso commerciavamo.

I Monti, i Draghi, i Merz, i Macron, le von der Leyen che parlano di arginare il fascismo (che Paesi come Russia e Cina hanno peraltro sempre combattuto) e di un'Europa unita (sì, ma non parlano di una Europa sociale), da tempo hanno gettato le basi per l'ascesa dei Vannacci, delle Le Pen, delle AfD, ecc...
La Storia, dunque, sembra ripetersi.

Un tempo a denunciare le oligarchie europee e la crisi dello Stato liberale, come poco fa scrivevo, solo i D'Annunzio, i De Ambris, i Bergamo e pochi altri.
Ancora oggi lo fanno solo piccole minoranze illuminate (come Angelo D’Orsi e pochi altri), che hanno compreso che la causa del nuovo fascismo è il liberal capitalismo e i sepolcri imbiancati alla Monti e alla Draghi, oltre ad una maggioranza e ad una opposizione, in Italia, in linea con l’irresponsabile Agenda Ursula.
Ci sarà un futuro roseo?
Negli Anni '20 e successivi di roseo non ci fu proprio nulla.
Era già troppo tardi.

Personalmente continuo a credere al buonsenso di persone come D'Orsi, Alessandro Di Battista, l'On. Dario Rivolta, il prof. Giancarlo Elia Valori, Paola Bergamo (nipote di Mario Bergamo) e a pochi altri.

Diversi fra loro per storia e orientamento politico, ma le cui lucide analisi fotografano una realtà che, fra qualche tempo, potrebbe essere ancor più tragica.

Luca Bagatin

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mercoledì 11 marzo 2026

Ricostruire i fondamenti della democrazia recuperando gli ideali repubblicani e socialisti di Mazzini e Garibaldi. Articolo di Luca Bagatin

 

Da molti anni mi chiedo il perché esistano ancora partitini di area laico-socialista-repubblicana, ma tali solo di nome e per nulla di fatto, che sostengono politiche e politici di stampo liberal capitalista, guerrafondaio, irresponsabile e di destra, più o meno estrema.

Destra più o meno estrema che, nei fatti, ha preso il sopravvento pressoché in tutto l'arco parlamentare, dopo il 1993, anche quando finge di chiamarsi “sinistra”, ma, nei fatti, porta avanti agende di deregolamentazione o soppressione dei diritti sociali, della rappresentanza democratica e sostiene realtà e politiche belliciste e che sopprimono la volontà dei popoli non occidentali e/o non liberal capitalisti, ad autodeterminarsi.

Me lo chiedo sia da ex militante politico dell'area laico-socialista-repubblicana, sia da studioso che si rifà proprio alla storia e alla cultura politica del PRI e del PSDI (fino agli Anni '60) e del PSI (a partire dal 1976).

Ovvero da persona che, aldilà delle sigle politiche e dei feticismi/fanatismi ideologici, ha da sempre un programma chiaro, che si sostanzia in: giustizia sociale; sovranità nazionale; indipendenza economica; democrazia il più possibile partecipativa; economia il più possibile socializzata e partecipativa, ove i lavoratori sono produttori e proprietari del loro lavoro e non dei salariati sfruttati dal capitale; società ordinata e moralizzata; cooperazione e sviluppo internazionale.

Un programma un tempo portato avanti da politici troppo spesso volutamente dimenticati o oscurati, oppure ingiustamente infangati, ma i cui nomi vorrei, qui come altrove, riportare. Proprio affinché siano ricordati, almeno da chi leggerà questo articolo.

Mario e Guido Bergamo; Alceste De Ambris; Gabriele d'Annunzio; Alfredo Bottai; Giulio Andrea Belloni; Randolfo Pacciardi; Roberto Tremelloni; Bettino Craxi.

Senza dimenticare due dei loro (e dei nostri) più celebri ispiratori: Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi.

La politica e la Storia non si fanno né con i se, né con i ma, purtuttavia dalla Storia si dovrebbe imparare.

Di questo, ovvero di Storia e di cultura politica, in sostanza, ho preferito, negli anni, occuparmi, evitando di interessarmi sia di politica nazionale, che di beghe fra i politicanti italiani attuali, che, a mio avviso, lasciano il tempo che trovano e lo vediamo anche nella gestione dell'ultima crisi internazionale, che viene trattata con il solito servilismo nei confronti di Washington e con una superficialità e una ipocrisia totalmente inappropriate.

E ciò non solo dal governo, ma anche dalle sedicenti opposizioni, anche quelle come i Cinque Stelle che sembrano talvolta parlare bene, ma, una volta andate al governo, fanno l'esatto opposto di ciò che vanno affermando.

Ho preferito e preferisco occuparmi di politica estera, in particolare di realtà che hanno molto in comune con la cultura laico-socialista-repubblicana. Consapevolmente o meno.

Chi legge i miei articoli o ha letto i miei saggi lo può ben comprendere.

Interessante è la politica del Brasile di Lula, ad esempio. Quella cubana e socialista venezuelana (che hanno aspetti anche di democrazia partecipativa). Quella del socialismo con caratteristiche cinesi, che non è altro che economia socialista di mercato, ovvero quel socialismo adatto ai tempi promosso dai partiti laici della Prima Repubblica di area laico-socialista, almeno fino agli Anni '70/'80.

Ma, per comprenderlo occorre studiare, approfondire, andare oltre il paraocchi dell'ideologia.

Dice bene, poi, il mio caro amico Giorgio Pizzol, ex Senatore socialista, quando punta il dito contro le leggi elettorali italiane dal 1993 ad oggi, spiegando come queste violino la Costituzione e in merito vorrei rimandare al suo intervento riportato a questo link: https://ilparlamento.eu/legge-elettorale-lopinione-di-giorgio-pizzol/

Per non parlare delle violazioni della Costituzione per ciò che attiene l'Art. 11, il quale recita che l'Italia ripudia la guerra e quindi dovrebbe chiamarsi fuori da ogni conflitto che non la veda direttamente attaccata.

Cosa ci facevamo noi nell'ex Jugoslavia; Libia, Afghanistan e via discorrendo? Perché inviamo, da qualche anno, armi a Paesi né UE, né NATO? Perché sanzioniamo Paesi, spesso a nostro discapito economico, anziché cooperare con loro?

Difronte a ciò, che fare?

Quando i politicanti della cosiddetta Seconda Repubblica, sorta da un golpe che ha distrutto i partiti democratici di governo e cavalcata da poteri forti nazionali e internazionali; post-comunisti approdati al capitalismo assoluto; post-fascisti; leghisti; liberisti; comici; banchieri... hanno svuotato il Paese di ogni possibile contenuto attinente alla giustizia sociale; sovranità nazionale; indipendenza economica, cosa altro puoi fare, se non chiamarti fuori dal circo e, per quel che ti compete, cercare di denunciarlo?

E soprattutto spiegare ai più giovani o a chi ha la pazienza di ascoltare, come sono e come vanno le cose.

Del resto non è solo fenomeno italiano, ma europeo, visto che in tutta UE è stata distrutta la giustizia sociale, la sovranità nazionale e l'indipendenza economica, per fare spazio a banchieri centrali e commissari irresponsabili e bellicisti, che o sono al servizio di Washington, oppure non sanno che pesci prendere.

Gli spazi di libertà, partecipazione e democrazia si riducono sempre più. Le opposte tifoserie (spesso strumentali e strumentalizzate) la fanno da padrone e così le censure (sempre più provenienti da cosiddetti “liberali” o “riformisti”, o sedicenti tali) nei confronti di chi la pensa o ragiona diversamente.

I più deboli vengono bombardati, abusati, vilipesi, mal curati o non curati.

La criminalità pullula nelle strade, ma per la politica nostrana la priorità sembra un referendum inutile e costoso, il cui esito non sposterà, per il cittadino medio, una sola virgola (e infatti avrebbe senso, come farò io stesso, astenersi).

C'è di che indignarsi. E non poco.

Pier Paolo Pasolini – cantore degli ultimi e di coloro i quali non sapevano di avere dei diritti - scrisse, nel 1960, frasi che potrebbero adattarsi anche all'oggi: “Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno. Dovranno pur rispondere, prima o poi alla ragione con la ragione, alle idee con le idee, al sentimento col sentimento. E allora taceranno: il loro castello di ricatti, di violenze e di menzogne crollerà...”.

Personalmente auspicherei la nascita, così come l'auspicavo quando ero più giovane, vent'anni fa, di una concentrazione socialista e repubblicana mazziniana, alleata unicamente ai cittadini e a nessuna altra forza politica. Che si ponga come primo compito quello di istruire i cittadini e di elevarli moralmente e politicamente. Non già di gettarsi nel fango delle elezioni (che premiano sempre e solo chi imbroglia meglio il prossimo e ha i mezzi economici per farlo), ma per ricostruire i fondamenti della democrazia, secondo gli insegnamenti di giustizia sociale; sovranità nazionale e indipendenza economica di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi.

Luca Bagatin

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martedì 21 ottobre 2025

Alceste De Ambris, il socialista e sindacalista rivoluzionario e mazziniano che mise a nudo il regime fascista. Articolo di Luca Bagatin

  

Esponente del mazzinianesimo novecentesco, del socialismo e del sindacalismo rivoluzionario, già deputato socialista, Alceste De Ambris (1874 - 1934), celebre per aver dato vita, assieme al Vate Gabriele d'Annunzio, alla libertaria Carta del Carnaro dello Stato libero di Fiume, fu estraneo tanto alla tradizione liberale, che a quella marxista.

Per questo vergognosamente e volutamente dimenticato.

Esponente del primo, del più puro, del più autentico e intransigente antifascismo, De Ambris, nel 1930, darà alle stampe il pamphlet “Mussolini. La leggenda e l'uomo”, ripubblicato recentemente dalla Mario Pascale Editore.

Un saggio unico, per la minuziosa descrizione, quasi in stile giornalistico, dei voltafaccia, dei bluff, dell'immenso opportunismo e dell'immensa mediocrità di Benito Mussolini e della sua per nulla originale e assai confusa ideologia, che pretendeva di prendere a prestito idee socialiste, d'annunziane, mazziniane, pur svuotandole di significato e ponendo il tutto al servizio del grande capitale industriale e borghese.

De Ambris, Mussolini, lo conobbe bene, essendosi entrambi formati sul piano delle idee nell'ambito del socialismo e del sindacalismo rivoluzionario.

Con differenze fondamentali, ad ogni modo.

De Ambris, intransigente, lontano da ogni credenza nel liberalismo, nel parlamentarismo e nel riformismo borghese, ma anche nel bolscevismo burocratico e autoritario, sarà un promotore dell'elevazione morale e materiale dei lavoratori e delle classi meno abbienti. 

Le quali avrebbero dovuto auto-governarsi e auto-gestirsi, attraverso un sistema democratico, dal basso e anti-autoritario, sulla base degli insegnamenti mazziniani e socialisti originari.

Il Mussolini, invece, come ce lo descrive De Ambris, prendendo anche a prestito numerose testimonianze di chi lo conobbe da vicino, come la socialista Angelica Balabanoff, fu, fin da giovanissimo, un opportunista, un perdigiorno privo di coraggio, idee e nerbo.

E, infatti, nel suo “Mussolini. La leggenda e l'uomo”, ce lo descrive come un demagogo parolaio, che sfrutta i suoi stessi compagni di partito (facendosi compiangere e dicendo di avere il padre alcolizzato), che usa il socialismo più per farsi un nome che per vera fede politica. Che parte neutralista e prosegue ultra-interventista, nella Prima Guerra Mondiale. Ma che si guarderà sempre bene dal partecipare in prima persona, sia alle battaglie (rimarrà 38 giorni in trincea, senza mai combattere); sia durante gli scioperi operai; sia in quella Marcia su Roma, alla quale Mussolini, fisicamente, non parteciperà affatto.

Un Mussolini che utilizzerà qualsiasi stratagemma per farsi finanziare, dal governo francese e dalla grande industria italiana, “Il Popolo d'Italia”, il suo giornale personale e che si guarderà bene dall'appoggiare e sostenere l'impresa d'annunziana di Fiume, per non inimicarsi il giolittismo.

Anzi, Mussolini, il suo giornale e la sua confusa ideologia, il fascismo, diverranno utili alla classe dirigente liberal-giolittiana dell'epoca per combattere il nascente bolscevismo e ogni anelito libertario, fosse d'annunziano, anarchico, socialista o repubblicano mazziniano.

Mussolini divenne, una volta traditi gli ideali socialisti, dunque, l'uomo di riferimento della borghesia e dello Stato liberale ed ebbe quindi gioco facile, attraverso le sue violente squadracce, nel farsi strada verso l'unica cosa che gli interessava davvero: ottenere il potere.

Un potere che facilmente gli sarà ceduto, dalla decadente classe politica liberale di allora e da un Re opportunista e pavido, come sempre fu Casa Savoia e come ricorda il De Ambris.

Fu dunque facile, per i fascisti, insinuarsi nello Stato, nella sua burocrazia, nella sua polizia e nelle leve del comando, distruggendo tutto quanto il Risorgimento italiano aveva costruito.

Purtuttavia, come ci ricorda Alceste De Ambris, Mussolini, dopo essersi appropriato della retorica socialista, svuotandola completamente di significato e contenuto, si appropriò anche di quella risorgimentale, giungendo persino a far aderire al fascismo Ricciotti e Ezio Garibaldi, insozzando, come sottolinea il De Ambris, persino la gloriosa tradizione garibaldina.

Alceste De Ambris, infatti, conclude il suo saggio, sottolineando come non è con il tradimento di certi garibaldini, che termina l'ideale garibaldino di emancipazione sociale e civile ed in proposito scrive: “Quella camicia rossa che i nipoti indegni hanno gettato nel fango fetido, la raccoglierà il popolo nostro, lavandola e ritingendola col suo sangue più generoso, per innalzarla ancora come una bandiera di riscossa”.

Ed aggiunge: “E se il giorno sperato verrà, vendicheremo il sacrilegio affogando l'Insozzatore nello sterco. Poiché la ghigliottina, il plotone d'esecuzione, la forca stessa dei ladri, sarebbero troppo insigne onore per lui”.

Mussolini. La leggenda e l'uomo” è un documento prezioso, per troppo tempo rimasto dimenticato, che non solo getta luce su Mussolini e il fascismo, che non fu mai un'ideologia, ma un coacervo di mediocrità, incoerenza, opportunismo, menzogna, pavidità (aspetti che possiamo osservare bene anche nei suoi eredi storici di oggi), ma riporta in luce Alceste De Ambris, politico e intellettuale socialista, sindacalista rivoluzionario, mazziniano e garibaldino.

La cui tradizione rimane, ancora oggi, per quanto non riconoscibile in nessuno dei partiti italiani della Seconda Repubblica (nella Prima Repubblica essa fu presente unicamente nella corrente di sinistra del Partito Repubblicano Italiano, fino al 1957 e in parte in alcuni esponenti del PSI e del PSDI), un faro di luce per coloro i quali avranno il coraggio di approfondirla e portarla avanti.

Luca Bagatin

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venerdì 10 marzo 2023

Nati il 12 marzo: d'Annunzio e Kerouac, capostipiti della controcultura contro le follie del Potere. Articolo di Luca Bagatin

E' curioso notare come due spiriti ribelli, eretici, erotici, senza etichette ideologiche precostituite, siano nati lo stesso giorno.

Il 12 marzo.

Gabriele d’Annunzio (nato nel 1863) e Jack Kerouac (nato nel 1922) hanno condiviso molto, oltre al solo giorno di nascita.

Entrambi artisti dotati di un profondo senso del Sacro, hanno creato una controcultura e hanno influenzato profondamente le controculture, negli anni successivi alla loro morte.

Gabriele d’Annunzio, poeta, amante delle donne e della bellezza in tutte le sue forme, dandy e rivoluzionario al contempo, leader politico libertario e contro il potere, il totalitarismo, la casta politica liberal-capitalista dilagante in un'Europa non così diversa e da quella di oggi.

Aspetti che si mostreranno pienamente, in d’Annunzio, nella sua Impresa di Fiume e con la fondazione della Repubblica o, meglio, della Reggenza del Carnaro.

Un’esperienza comunista libertaria (“Io sono per il comunismo senza dittatura. È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse”, spiegò d’Annunzio in un’intervista ad una rivista anarchica), avanguardista, spiritualista.

Una Repubblica che avrebbe, per la prima volta nella Storia, dato la possibilità all’arte e alla “fantasia” di essere al potere, per divenire, in realtà, una forma di anti-potere e di esaltazione del bello e del Sacro. Che è esaltazione dell'(anti)politica degli spiriti liberi dalle convenzioni e dalle sovrastrutture, contrapposta alla fredda “realpolitik” dei potenti e di coloro i quali vorrebbero schiacciare i popoli, in nome del profitto.

Una Repubblica, quella d’annunziana, che permise e promosse le libertà sessuali (con relativa tolleranza e pratica dell’omosessualità), la libertà di associazione, la libertà di divorziare, la libertà religiosa e la libera ricerca spirituale (l’aviatore Guido Keller e lo scrittore Giovanni Comisso fondarono la rivista “Yoga”, che proponeva una visione esoterica, teosofica e spirituale della realtà), la proibizione dei crocifissi nei luoghi pubblici, l’assistenza ai disoccupati e ai non abbienti, la promozione dei referendum, la promozione e il sostegno alla scuola pubblica, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario ecc… tutte cose che nemmeno l’attuale Repubblica italiana sembra appieno garantire.

Tutte cose certamente lontane dallo spirito dell'Unione Europea, che è così simile all'Europa grigia e conformista che d'Annunzio detestava.

Recentemente ho visto il bellissimo film "Il cattivo poeta", di Gianluca Jodice, nel quale Sergio Castellitto interpreta un anziano Gabriele d'Annunzio, messo sotto controllo dai servizi segreti del regime fascista.

Il film racconta, dall'inizio alla fine, una storia profondamente vera.

Ovvero di quanto quel pallone gonfiato, senza arte né parte, di Benito Mussolini avesse paura di d'Annunzio e di come questi, nonostante l'età avanzata, non lesinasse critiche al fascismo, che pur in un primo tempo aveva sostenuto, ingenuamente.

In particolare d'Annunzio criticava aspramente l'alleanza fra Italia e Germania hitleriana e previde, già nel 1936 - 1937, come questa nefasta alleanza avrebbe portato alla guerra e alla totale sconfitta.

Molto toccante il fatto che il Federale fascista, Giovanni Comini, che aveva il compito di sorvegliare d'Annunzio, proprio grazie alla frequentazione con il poeta, si sia convertito all'antifascismo e si sia fatto espellere dal partito fascista.

Il film mi ha fatto riflettere anche su come Mussolini abbia tentato di copiare la comunicazione di d'Annunzio e, pur stravolgendola, abbia tentato di farla propria.

Mussolini era totalmente privo di senso artistico, di creatività, di umanità. Copiare è tipico degli spiriti inetti e mediocri, infatti.

Anche Putin, in Russia, ha tentato di appropriarsi - stravolgendole - delle idee dello scrittore, poeta e leader politico Eduard Limonov, che fu uguale pressoché in tutto e per tutto a d'Annunzio (compreso il fatto che fu arrestato e messo sotto controllo dal regime).

Il Potere – occupato quasi sempre da inetti - cerca sempre di portare gli artisti dalla sua parte, ma gli artisti sono oltre e combattono sempre il Potere.

Solo loro e non il Potere, peraltro, conservano e portano avanti idee di eroismo, patriottismo, amore per i popoli.

Ovvero l'esatto opposto di quanto fanno i potenti e i politicanti al potere.

Jack Kerouac, a Fernanda Pivano, in una celebre intervista, dichiara che il poeta italiano che preferisce è Gabriele d’Annunzio. Sarà un caso? Sarà un caso che entrambi abbiano avuto lo stesso identico spirito, libero da ogni convenzione?

Jack Kerouac era, esattamente come d’Annunzio, un libertario senza etichette. Lontano dalla politica partitica. Ma nonostante ciò, come d’Annunzio, dopo la morte, tutti coloro i quali non li hanno mai letti né approfonditi, avrebbero voluto etichettarli (sbagliando in pieno!).

Nel modo di vivere di Kerouac e nei suoi romanzi, c’è la spasmodica ricerca del Sacro, che egli trova e vive nel buddismo zen unito al cattolicesimo. Che vive e pratica, purtuttavia, senza dogmatismo, senza moralismo, così come vive per tutta la sua vita.

Fatta sia di vagabondaggi che di lunghe giornate passate con l’amata madre ed il suo amato gatto Tyke.

Kerouac è disgustato dalle mode, è disgustato dalla politica. Lui ama solo la bellezza e esalta la dolcezza, che ama vedere ed esaltare nella spiritualità orientale, nelle donne, nella poesia.

E’, come d’Annunzio, molto depresso, certo. E si lascia andare alle sregolatezze dell’alcol e del fumo, che lo porteranno a una prematura morte, a soli 47 anni.

Lasciando ai suoi amici – Allen Ginsberg (amante della mistica orientale) e William S. Burroughs (amante della magia crowleyana) in primis, pur molto più politicizzati di lui – l’eredità della Beat Generation, di cui fu capostipite.

Un’eredità che non sarebbe andata sprecata, ma che avrebbe proseguito il cammino dell’arte libera e creativa, del libero pensiero, della controcultura e della libera ricerca spirituale, senza moralismi né dogmatismi.

I media statunitensi amavano burlarsi di Kerouac. Lo chiamavano per intervistarlo in stato di ubriachezza. Ma a lui non importava, non ascoltava nemmeno le domande degli ipocriti giornalisti intervistatori, perché era sempre al 100% sé stesso, come ebbe a dire Bill Burroughs.

Non era decisamente un prodotto della cosiddetta “America Way of Life” Anni ’50, ma anzi, avrebbe rifiutato tutti quei valori, per essere semplicemente un artista, uno scrittore, un poeta.

Lui, in realtà, amava dire che si vedeva semplicemente come uno “strano solitario pazzo mistico”.

Non gli importava essere osannato, amato, ammirato.

Come d’Annunzio, che non si sarebbe fatto ingabbiare da nessuna corrente, ma ne avrebbe creata una propria.

E, forse proprio non per caso, sia d’Annunzio che Kerouac, decenni dopo, avrebbero influenzato altre controculture, che anche a loro si sarebbero ispirate.

Stiamo parlando in particolare del movimento degli Indiani Metropolitani, nell’Italia della metà degli Anni ’70, di cui Mario Appignani – detto “Cavallo Pazzo” – sarà uno degli esponenti (e che merita rispetto e approfondimento per la sua vicenda personale, dalla denuncia dei brefotrofi lager nei quali visse la sua infanzia, alle sue battaglie successive). Oltre che dei nazionalbolscevichi di Eduard Limonov in Russia, che avranno sia Kerouac che d’Annunzio (oltre che Hunter S. Thompson, David Bowie e altri) come riferimento artistico e culturale.

Limonov stesso, peraltro, negli anni vissuti negli Stati Uniti, conobbe il poeta beat Lawrence Felingetti, che per primo pubblicò i romanzi di Kerouac, Ginsberg e dei beatnik in generale.

E' forse emblematico che Pier Paolo Pasolini avrebbe voluto affidare la parte di Gesù detto “Il Cristo” proprio a Jack Kerouac, nel suo “Il Vangelo secondo Matteo”, del 1964.

Una parte che Kerouac avrebbe accettato con entusiasmo, ma, purtroppo, Pasolini, vedendo le foto più recenti di Kerouac, invecchiato e imbruttito dall'abuso di alcol, tornò sui suoi passi, scegliendo Enrique Irazoqui, attore, scacchista e antifascista spagnolo, per la parte del Cristo.

Fu forse un'occasione mancata, perché Kerouac avrebbe potuto interpretare un ottimo Cristo, lontano dalla vulgata, terreno, persino alcolizzato, ma profondamente spirituale, un po', forse, come il Cristo interpretato da Mino Reitano nel film “Povero Cristo” di Pier Carpi, del 1976.

D'Annunzio e Kerouac, come coloro i quali hanno affascinato, rimangono dunque fari in mezzo alla tempesta.

Lo erano ai loro tempi, figuriamoci oggi, in questi tempi oscuri, infausti, nei quali il Potere sembra mostrare tutta la sua insensatezza, la sua sconsideratezza, la sua follia tutt'altro che lucida.

Luca Bagatin

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sabato 12 marzo 2022

12 marzo. Nascono Gabriele d'Annunzio e Jack Kerouac, due grandi esponenti della controcultura. Articolo di Luca Bagatin

Entrambi nati il 12 marzo, Gabriele d'Annunzio (nato nel 1863) e Jack Kerouac (nato nel 1922) condividono ben altro e ben oltre rispetto al solo giorno di nascita.

Entrambi spiriti liberi, folli (nel senso più positivo del termine), eretici ed erotici, senza etichette. Entrambi artisti dotati di un profondo senso del Sacro, che hanno creato una controcultura e hanno influenzato lo stesso mondo della controcultura, nei secoli successivi.

Gabriele d'Annunzio, poeta, amante delle donne e della bellezza in tutte le sue forme, dandy e rivoluzionario al contempo, leader politico libertario e contro il potere, il totalitarismo, la casta politica liberal-capitalista.

Aspetti che si mostreranno pienamente, in d'Annunzio, nella sua Impresa di Fiume e con la fondazione della Repubblica o, meglio, Reggenza del Carnaro.

Un'esperienza comunista libertaria (“Io sono per il comunismo senza dittatura. È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse”, spiegò d'Annunzio in un'intervista ad una rivista anarchica), avanguardista, spiritualista.

Una Repubblica che avrebbe, per la prima volta nella Storia, dato la possibilità all'arte e alla “fantasia” di essere al potere, per divenire, in realtà, una forma di anti-potere e di esaltazione del bello e del Sacro. Che è esaltazione dell'(anti)politica degli spiriti liberi dalle convenzioni e dalle sovrastrutture, contrapposta alla fredda “realpolitik” dei potenti e di coloro i quali vorrebbero schiacciare i popoli, in nome del profitto.

Una Repubblica, quella d'annunziana, che permise e promosse le libertà sessuali (con relativa tolleranza e pratica dell'omosessualità), la libertà di associazione, la libertà di divorziare, la libertà religiosa e la libera ricerca spirituale (l'aviatore Guido Keller e lo scrittore Giovanni Comisso fondarono la rivista “Yoga”, che proponeva una visione esoterica, teosofica e spirituale della realtà), la proibizione dei crocifissi nei luoghi pubblici, l'assistenza ai disoccupati e ai non abbienti, la promozione dei referendum, la promozione e il sostegno alla scuola pubblica, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario ecc... tutte cose che nemmeno l'attuale Repubblica italiana sembra appieno garantire.

Jack Kerouac, a Fernanda Pivano, in una celebre intervista, dichiara che il poeta italiano che preferisce è proprio Gabriele d'Annunzio. Sarà un caso? Sarà un caso che entrambi abbiano avuto lo stesso identico spirito, libero da ogni convenzione?

Jack Kerouac era, esattamente come d'Annunzio, un libertario senza etichette. Lontano dalla politica partitica. Ma nonostante ciò, come d'Annunzio, dopo la morte, tutti coloro i quali non li hanno mai letti né approfonditi, avrebbero voluto etichettarli (sbagliando in pieno!).

Nel modo di vivere di Kerouac e nei suoi romanzi, c'è la spasmodica ricerca del Sacro, che egli trova e vive nel buddismo zen unito al cattolicesimo. Che vive e pratica, purtuttavia, senza dogmatismo, senza moralismo, così come vive per tutta la sua vita.

Fatta sia di vagabondaggi che di lunghe giornate passate con l'amata madre ed il suo amato gatto Tyke.

Kerouac è disgustato dalle mode, è disgustato dalla politica. Lui ama solo la bellezza e esalta la dolcezza, che ama vedere ed esaltare nella spiritualità orientale, nelle donne, nella poesia.

E', come d'Annunzio, molto depresso, certo. E si lascia andare alle sregolatezze dell'alcol e del fumo, che lo porteranno a una prematura morte, a soli 47 anni.

Lasciando ai suoi amici - Allen Ginsberg (amante della mistica orientale) e William Burroughs (amante della magia crowleyana) in primis, pur molto più politicizzati di lui - l'eredità della Beat Generation, di cui fu capostipite.

Un'eredità che non sarebbe andata sprecata, ma che avrebbe proseguito il cammino dell'arte libera e creativa, del libero pensiero, della controcultura e della libera ricerca spirituale, senza moralismi né dogmatismi.

I media statunitensi amavano burlarsi di Kerouac. Lo chiamavano per intervistarlo in stato di ubriachezza. Ma a lui non importava, non ascoltava nemmeno le domande degli ipocriti giornalisti intervistatori, perché era sempre al 100% sé stesso, come ebbe a dire Bill Burroughs.

Non era decisamente un prodotto della cosiddetta “America Way of Life” Anni '50, ma anzi, avrebbe rifiutato tutti quei valori, per essere semplicemente un artista, uno scrittore, un poeta.

Lui, in realtà, amava dire che si vedeva semplicemente come uno “strano solitario pazzo mistico”.

Non gli importava essere osannato, amato, ammirato.

Come d'Annunzio, che non si sarebbe fatto ingabbiare da nessuna corrente, ma ne avrebbe creata una propria.

E, forse proprio non per caso, sia d'Annunzio che Kerouac, decenni dopo, avrebbero influenzato altre controculture, che anche a loro si sarebbero ispirate.

Stiamo parlando in particolare del movimento degli Indiani Metropolitani, nell'Italia della metà degli Anni '70, di cui Mario Appignani - detto “Cavallo Pazzo” - sarà uno degli esponenti (e che merita rispetto e approfondimento per la sua vicenda personale, dalla denuncia dei brefotrofi lager nei quali visse la sua infanzia, alle sue battaglie successive). Oltre che dei nazionalbolscevichi di Eduard Limonov in Russia, che avranno sia Kerouac che d'Annunzio (oltre che Hunter S. Thompson, David Bowie e altri) come riferimento artistico e culturale.

Limonov stesso, peraltro, negli anni vissuti negli Stati Uniti, conobbe il poeta beat Lawrence Felingetti (che per primo pubblicò i romanzi di Kerouac, Ginsberg e dei beatnik in generale) e la sua stessa vita non fu così diversa da quella di d'Annunzio e di Kerouac.

Dire che cosa ci rimane oggi di d'Annunzio e Kerouac è superfluo.

Ci rimangono due vite – le loro - e molte opere che possono essere un ottimo strumento per andare oltre la banalità e il conformismo che attanagliano la nostra epoca.

Banalità e conformismo che, ad ogni modo, non erano affatto assenti nelle epoche che loro stessi si trovarono a vivere. Ma che superarono e sovvertirono, proprio grazie alla loro arte.

Luca Bagatin

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mercoledì 9 febbraio 2022

Viva la Repubblica del 9 febbraio 1849! Articolo di Luca Bagatin

9 febbraio 1849: nasce l'unica Repubblica che l'Italia abbia mai davvero conosciuto.

L'unica Repubblica, avete letto bene. Perché, se per “res publica” intendiamo “cosa pubblica”, ovvero non cosa dei politici, dei partiti, delle banche, dell'economia e delle istituzioni lontane dai cittadini, allora la Repubblica Romana del 1849 è stata in assoluto l'unica Repubblica che l'Italia abbia mai conosciuto.

Fondata dal Trimumvirato costituito da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini, la Repubblica Romana, conquistata con il sangue di patrioti e di garibaldini che fecero fuggire il Papa Re a Gaeta, durò solamente cinque mesi, soffocata brutalmente dai francesi di Napoleone III alleati del Papa. Essa purtuttavia riuscì a dotarsi di una Costituzione avanzatissima per l'epoca, che prevedeva la sovranità del Popolo fondata sull'eguaglianza, la libertà e la fraternità, senza alcun privilegio, nonché sulla piena libertà religiosa e di culto.

Una Repubblica indipendente non solo dal potere religioso-statuale, ma anche da quello monarchico dei Savoia. Una Repubblica che consacrò ad eroina quella Anita Garibaldi che morirà poco dopo.

Una Repubblica dimenticata e la cui memoria fu offuscata persino dall'attuale “Repubblica dei partiti”, fondata nel 1948, la cui Costituzione è nata dal compromesso di interessi di potere contrapposti, la quale oggi è totalmente serva di logiche internazionali: dal Fondo Monetario, alla Banca Centrale Europea, passando per la NATO.

Solo la Libera Repubblica di Fiume di Gabriele D'Annunzio e Alceste De Ambriis del 1919, riuscirà ad eguagliare lo spirito della Repubblica Romana di mazziniana e garibaldina memoria, persino connotando questa nuova impresa di aspetti libertari, anarco-comunisti, erotici e spiritualisti. Si pensi peraltro che la Costituzione della Repubblica di Fiume, ovvero la Carta del Carnaro prevedeva aspetti avanzatissimi per l'epoca, al punto che nemmeno oggi, alcuni aspetti, sono garantiti dalla Costituzione italiana, ovvero: libertà di associazione, libertà di divorziare, libertà religiosa e di coscienza al punto che furono proibiti i discriminatori crocifissi nei luoghi pubblici, assistenza ai disoccupati e ai non abbienti, promozione di referendum, promozione della scuola pubblica, risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario, inviolabilità del domicilio.

Anche questa nuova impresa di ispirazione libertaria, garibaldina e mazziniana sarà soffocata dall'imperialismo internazionale e dal governo italiano retto da Giovanni Giolitti che, nel 1920, inviò le truppe italiane a sgomberare a cannonate i legionari di D'Annunzio.

Uno spaccato di Storia italiana ed europea, insomma. Antica e più moderna. Che vide contrapporsi eroi e martiri da una parte e politicanti prezzolati dall'altra.

Mazzini, Saffi, Armellini, i coniugi Garibaldi, D'Annunzio, De Ambriis e molti altri da una parte e i Giolitti, i Nitti, gli Andreotti, i Fanfani, i DeMita ed oggi i Draghi, i Renzi, i Salvini, le Meloni, i Conte, le Merkel, i Biden, i Putin e via discorrendo dall'altra.

(Anti)politica nel senso di Alta-politica da una parte e realpolitik nel senso di opportunismo politico affamapoli dall'altra.

La Storia si ripete.

Sveglia ragazze e ragazzi !

Luca Bagatin

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lunedì 19 aprile 2021

Solo il socialismo è in grado di arginare la mentalità borghese e lo sfruttamento del lavoro e delle risorse

L'attuale governo italiano, sostenuto praticamente da tutti i partiti in Parlamento, sembra il diretto rappresentante della cultura e della mentalità dei più ricchi e dei borghesi.
Ovvero di coloro i quali sostengono la crescita economica a discapito di chi vorrebbe emanciparsi dal lavoro sfruttato e sottopagato e salariato, a discapito della conservazione dell'ambiente e degli investimenti nella sanità e nei servizi pubblici. Superando ogni interesse economicistico privato.
L'avvento di governi come questo - che fondono liberalcapitalismo classico e liberalismo keynesiano - sembrano a completamento di un disegno euro-atlantico già avviato negli anni '90, quando fu defenestrato Craxi, il socialismo e si avviarono le privatizzazioni selvagge e si gettarono le basi di quella patologia chiamata Unione Europea.
Gli elettori e i cittadini italiani hanno permesso tutto ciò, credendo ai vari governi di destra, sinistra e Cinque Stelle. Altrimenti, forse, tale disegno sarebbe stato arginato e, magari, come in molte realtà dell'America Latina, il socialismo popolare avrebbe trionfato.

(Luca Bagatin)

In una società egualitaria e autogestita si dovrebbe superare il concetto stesso di lavoro salariato.
Ovvero si dovrebbe lavorare solo per il benessere della comunità e sin tanto da soddisfare le sue necessità. Non oltre e non per un profitto, un salario o un tornaconto egoistico privato.
Ciò significa che si potrebbe decidere quanto tempo e come lavorare. Superando malsane teorie della "crescita" e della conseguente distruzione delle risorse e dell'ecosistema.
 
(Luca Bagatin) 
 

sabato 12 settembre 2020

I legionari di d'Annunzio entrarono a Fiume il 12 settembre 1919. Articolo di Luca Bagatin

Il 12 settembre 1919 i legionari italiani, guidati dal Vate Gabriele d'Annunzio, entrano a Fiume, acclamati dalla popolazione italiana.
Affacciandosi dal palazzo del governatore, proclamando Fiume italiana - contrariamente a quanto previsto dal Trattato di Versailles e alla volontà di tutte le potenze europee - dichiarò: “Italiani di Fiume ! Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume ! Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione... Io soldato, io volontario, io mutilato di guerra, credo di interpretare la volontà di tutto il sano popolo d'Italia proclamando l'annessione di Fiume”.
Nel settembre dell'anno successivo, il Vate proclamò la Reggenza del Carnaro e, con il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambirs, redasse la Carta del Carnaro, ovvero una Costituzione avanzatissima, persino per l'epoca.
Una Costituzione che fra le altre cose promosse: libertà di associazione; libertà di divorziare; libertà religiosa e di coscienza al punto che furono proibiti i discriminatori crocifissi nei luogi pubblici; assistenza ai disoccupati e ai non abbienti; promozione di referendum; promozione della scuola pubblica; risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario; inviolabilità del domicilio.
Fiume divenne la città dell'amore, ove – fra l'altro – fu permessa l'omosessualità, il libero amore e la libera ricerca spirituale.
Una città che guardava con simpatia alla Rivoluzione sovietica del 1917 e che ebbe, non a caso, il riconoscimento internazionale unicamente da parte di Vladimir Lenin.
Io sono per il comunismo senza dittatura […] È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse”, dichiarò d'Annunzio in una intervista concessa a Randolfo Vella nel giugno 1920.
Molte furono le critiche, in quegli anni, d'Annunzio mosse sia alla casta politica italiana, non dissimile da quella di oggi: “La casta politica che insudicia l'Italia da cinquant'anni, non è capace se non di amministrare la sua propria immondizia, pronta a tutte le turpitudini, pur che sia lasciata fingere di godersi il suo potere impotente”.
Oltre che alle potenze europee e imperialiste dell'epoca, non così diverse da quelle di oggi, che si tengono stretta l'oligarchica Unione Europea e la guerrafondaia Alleanza Atlantica: “In tutta Europa, in tutto il mondo, il potere politico è al servizio dell'alta banca meticcia, è sottomesso alle impostazioni ignobili dei rubatori e dei frodatori costituiti in consorzi legali. Neppure nel peggior tempo dei barbareschi e dei negrieri le genti furono mercanteggiate con così fredda crudeltà. Le nazioni sono cose da mercato. La vita pubblica non è se non un baratto immondo esercitato nel cerchio delle istituzioni e delle leggi esauste. Fino a quando ?”.
L'Impresa fiumana, che unì spiriti ribelli, anarchici, socialisti, libertari, artistici, pur nella sua brevità (durò infatti solamente 500 giorni) fu un avvenimento eminentemente politico e controculturale. Un evento che, ancora oggi, può essere d'esempio per tutti gli spiriti liberi e sinceramente democratici.

Luca Bagatin

giovedì 12 settembre 2019

VIVA D'ANNUNZIO ! VIVA FIUME ! VIVA L'AMORE (e la LIBERTA') ! Nel Centenario della sua Impresa

12 settembre 1919 - 12 settembre 2019
 
 
«Io sono per il comunismo senza dittatura […] È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse»
(Gabriele D'Annunzio)


Articoli di Luca Bagatin dedicati a d'Annunzio e alla libertaria e socialista Impresa di Fiume:




martedì 23 luglio 2019

D'Annunzio il rivoluzionario e "La passione di Fiume" raccontata da Mario Maria Martini. Articolo di Luca Bagatin

Sono passati 100 anni dall'Impresa di Fiume.
Un'impresa guidata dal Vate della letteratura italiana, Gabriele d'Annunzio che, con 1500 legionari dissidenti, senza sparare un colpo, occupò la città di Fiume e ne fece la città della vita, dell'amore, della libertà, proclamandone, il 12 settembre 1919, l'annessione al Regno d'Italia.
Una occupazione durata ben sedici mesi, che ebbe l'opposizione di tutte le grandi potenze mondiali - Regno d'Italia compreso - e il solo sostegno della Russia bolscevica di Vladimir Lenin (oltre che il plauso di Gramsci, dalle colonne de “L'Ordine Nuovo”), che considerò d'Annunzio un rivoluzionario e, quest'ultimo, dichiarò che il suo ideale era “un comunismo senza dittatura”.
Proclamò così, il Vate, assieme ad Alceste de Ambriis, Guido Keller e altri, la Reggenza del Carnaro, l'8 settembre 1920, sulla base di principi libertari, mazziniani, garibaldini e socialisti.
Una Reggenza fondata su una Costituzione avanzatissima, specie per l'epoca, nella quale furono introdotte, fra le altre: libertà di associazione; libertà di divorziare; libertà religiosa, sessuale e di coscienza al punto che furono proibiti i discriminatori crocifissi nei luoghi pubblici; eleggibilità delle donne ad ogni carica; assistenza ai disoccupati e ai non abbienti; promozione di referendum; promozione della scuola pubblica; risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario; inviolabilità del domicilio.
Celebri peraltro le denunce che mosse d'Annunzio, alla casta politica italiana dell'epoca ed all'imperialismo anglo-statunitense, proponendo finanche una “Lega dei Popoli Oppressi”, dallo spirito garibaldino e terzomondista.
Di tutto ciò e ancor meglio, di tutta l'Impresa di Fiume, ne scrisse Mario Maria Martini (1880 - 1953), nel suo “instant book”/documentario/diario “La passione di Fiume”, pubblicato da Sonzogno nel 1919 e ripubblicato 100 anni dopo, di recente, da NovaEuropa.
Un saggio unico perché un vero e proprio documento storico di quel periodo. Una raccolta di fatti, documenti ed eventi vissuti in prima persona dal Martini, che appassionerà sia il lettore comune che lo studioso più attento.
Scritto nella forma del diario, “La passione di Fiume” raccoglie finanche articoli di giornale dell'epoca e carteggi. Il più importante quello fra Martini e d'Annunzio.
Saggio che, nella nuova edizione rieditata da NovaEuropa, presenta anche foto d'epoca e ritratti.
Mario Maria Martini fu un dannunziano della prima ora. Un letterato e giornalista di quell'epoca, molto amico dello scrittore Giovanni Comisso che, con Guido Keller, animerà a Fiume la rivista e il gruppo spirituale “Yoga”. Una vera avanguardia esoterica e naturistica.
Tale fu la portata di questa sua opera, che ha meritato di essere riesumata e riproposta al pubblico 100 anni dopo.
E tale fu la portata dell'Impresa di Fiume e dei suoi eroi che, attraverso la loro goliardia, amore per la vita e la libertà e la ricerca interiore, diedero vita forse alla prima e unica Repubblica dell'Amore mai esistita al mondo.
Molti di costoro, successivamente, finiranno nelle fila dell'antifascismo socialista e repubblicano. In primis De Ambriis, sindacalista rivoluzionario e mazziniano.
D'Annunzio, ferocemente e goliardicamente critico nei confronti del regime fascista e ferocemente antinazista, finirà – una volta fallita l'impresa fiumana - sottoposto al controllo degli agenti fascisti.
Le sue gesta e i suoi scritti, ad ogni modo, non sono rimasti e non rimarranno dimenticati.
Il grande storico del dannunzianesimo, Giordano Bruno Guerri, gli ha peraltro dedicato l'ennesima emblematica opera, “Disobbedisco”, sui 500 giorni di Fiume.
D'Annunzio, de Ambriis, Keller e molti altri, rimarranno gli eterni disobbedienti che hanno creduto in un mondo diverso, in cui i poveri e i diseredati del mondo potessero emanciparsi e fossero posti al centro dell'azione politica e potessero contrapporsi all'egoismo dei potenti e degli impuri d'anima e di cuore.

Luca Bagatin

sabato 25 maggio 2019

Il socialismo dell'Amore e della Libertà di Gabriele d'Annunzio e Alceste de Ambris

"Ribellione – ecco la nobiltà dello schiavo.
(...) Il vostro amor della vita sia l'amore della vostra più alta speranza: e la vostra più alta speranza sia il più alto pensiero della vita!
Che importa vivere a lungo? Quale guerriero vuol'essere risparmiato?" 


(Gabriele d'Annunzio)

"Noi vogliamo lo sviluppo integrale, completo, autonomo del sindacato operaio, fino a farne l’elemento costitutivo principale e l’organo direttivo della nuova società dei produttori liberi ed uguali per la quale combattiamo. Essi [i socialisti] intendono che il sindacato non abbia da essere che uno strumento per i miglioramenti parziali ed illusori, che la classe operaia può ottenere più dalla benevolenza della classe padronale e dall’intervento statale che dalla propria forza, rivolta ad un’audace conquista. La vera trasformazione sociale essi intendono che debba essere compiuta nello Stato e dallo Stato, con una serie di misure legislative e con una estensione sempre cosciente dei poteri dello Stato che dovrebbe arrivare a sostituirsi al capitalismo privato, evocando a sé la dirigenza di tutta la produzione e di tutto lo scambio, nonché la distribuzione della ricchezza. Quale punto di contatto vi è fra questa concezione statolatrica e autoritaria del divenire sociale, e la concezione sindacalista, antistatale e libertaria? Nessuno. Noi andiamo dunque per opposta via, ad una meta opposta a quella dei [socialisti] riformisti. Noi vogliamo annullare il potere oppressivo dello Stato; essi vogliono moltiplicarlo ed aumentarlo fino a farne il regolatore supremo di tutta la vita sociale. Noi miriamo alla conquista dell’autonomia e della libertà integrale dei gruppi produttori, e dell’individuo in seno a questi gruppi; essi mirano ad instaurare la più terribile tirannia che abbia mai visto il mondo." 

(Alceste De Ambris, 1912)

Vedi anche: 

venerdì 27 luglio 2018

Civiltà dell'Amore contro Società dello Spettacolo

A Mario Appignani Cavallo Pazzo
Pier Paolo Pasolini e Mario Appignani

E' chiaro che, nella Società dello Spettacolo, ovvero nella Inciviltà della Morte Civile, anche una manifestazione che utilizzi il linguaggio dello spettacolo, clownesca, goliardica, boccaccesca, può essere utile. Lo comprese il d'Annunzio di Fiume e così l'Asso di Cuori Guido Keller. Lo compresero i radicali degli Anni '70 e gli Indiani Metropolitani: primo fra tutti Mario Appigniani Cavallo Pazzo. Lo comprese lo Schicchi di Diva Futura, lo compresero le Femen e i Nazionalbolscevichi di Limonov.
Usare la spettacolarizzazione per farsi beffe della Società dello Spettacolo, del consumismo, del capitale, del liberalismo, dell'autoritarismo e di tutta la merda che tutto ciò si porta dietro.


(Luca Bagatin) 

venerdì 8 giugno 2018

"Il Fastello della Mirra", opera postuma di Gabriele d'Annunzio. Articolo di Luca Bagatin

Gabriele d'Annunzio, il Vate della letteratura italiana, il grande amatore e seduttore, ma anche l'anticipatore del '68, attraverso la libertaria impresa di Fiume, unificando tutti gli spiriti repubblicani, mazziniani, rivoluzionari, anarchici e socialisti dei suoi tempi e che per la prima volta produsse una Costituzione avanzatissima per l'epoca, che - fra le altre cose - introdusse la libertà di divorziare, il diritto di voto alle donne, garantì l'assistenza ai disoccupati e ai non abbienti, garantì le libertà sessuali e tollerò l'omosessualità.
Gabriele d'Annunzio, di cui ricorrono gli 80 anni dalla scomparsa e i 155 dalla nascita, fu il punto cardine della letteratura del Novecento, oltre che coniatore di numerosi neologismi ormai d'uso comune, fra i quali i termini "tramezzino", "scudetto", "vigili del fuoco" e numerosi altri.
Di d'Annunzio si è parlato a Roma presso la Sala Del Carroccio di Piazza del Campidoglio l'8 giugno scorso, nella conferenza di presentazione della sua autobiografia, "Il Fastello della Mirra", edito postumo da Vallecchi per la prima volta nel 2004 e rieditato da Bibliotheka Edizioni (www.bibliotheka.it), curato ancora una volta da Angelo Piero Cappello e che sarà disponibile nelle librerie da giovedì 14 giugno.
La conferenza, presenziata dal curatore Angelo Piero Cappello, appassionato studioso di letteratura italiana e già autore di studi e saggi su Dante, Manzoni, Pirandello, Capuana, Svevo, Morselli Jahier, oltre che curatore di varie opere di d'Annunzio, è stata moderata e condotta dai giornalisti Luciano Lanna e David Frati, direttore di Mangialibri.
Lanna ha esordito spiegando come i primi studi approfonditi su d'Annunzio, in Italia, siano iniziati attorno al 1979 e di come da allora si sia particolarmente approfondita la sua visione libertaria e repubblicana, che per molti versi sembrò anticipare i moti rivoluzionari del '68 francese ed italiano.
Il curatore del testo, Angelo Piero Cappello, ha spiegato come nel 2004 sia per caso venuto in possesso di questo manoscritto dannunziano postumo, redatto fra il 1923 ed il 1927, ovvero attraverso una sua ricerca della corrispondenza di d'Annunzio presso il Vittoriale degli Italiani.
"Il Fastello della Mirra" è dunque un'autobiografia antologica che il Vate avrebbe voluto lasciare ai posteri, senza purtuttavia riuscire a pubblicarlo in vita, ovvero rimanendo escluso da ogni progetto editoriale.
Il giornalista David Frati ha spiegato come il Vate sia molto presente nell'immaginario collettivo e popolare, nonostante il suo stile letterario sofisticato e l'ostracismo subito da d'Annunzio, forse dovuto alle ingiuste accuse di fascismo, mentre egli fu uno dei primi oppositori di Mussolini nel '24, dopo il delitto Matteotti, al punto che il Duce lo farà mettere sotto controllo, temendo che il Vate potesse sobillare la popolazione in chiave antifascista, così come antifascisti diventeranno molti dei suoi compagni di Fiume, fra i quali spicca il sindacalista rivoluzionario, mazziniano e socialista Alceste de Ambriis, già co-autore della Carta del Carnaro, ovvero la Costituzione fiumana.
Angelo Piero Cappello spiega come lo stile letterario sia sì sofisticato, ma frutto di uno studio maniacale della parola sin dalla sua origine e quindi come il Vate di fatto abbia voluto svelare, attraverso la sua arte, il significato più profondo della lingua italiana.
D'Annunzio ritiene, peraltro, a differenza del suo contemporaneo Pirandello, che la scrittura si faccia vita e che la vita si faccia scrittura, ovvero che le esperienze di vita dell'autore medesimo siano e debbano essere raccontate attraverso la letteratura.
E' così che, come ha spiegato Cappello, alla base di ogni gesto di d'Annunzio, vi è una trasposizione sul piano letterario. La verità, nella letteratura dannunziana, non esiste in quanto il Vate racconta la sua vita attraverso degli aneddoti verosimili, ma non necessariamente veritieri e ciò in quanto egli brama alimentare la curiosità del lettore. Peraltro, spesso, il Vate era solito costruire i suoi racconti sulla base di una singola parola, magari desueta, tratta dal dizionario della lingua italiana.
Il d'Annunzio de "Il Fastello della Mirra" è dunque il d'Annunzio che si è ritirato nel Vittoriale, lontano dai fasti di un tempo. E' qui che egli svela la sua autentica musa di sempre, ovvero quella malinconia che lo ha accompagnato ed ispirato per tutta la vita, ma che egli ha spesso tentato di celare ai lettori ed ai suoi sodali attraverso le sregolatezze sessuali e l'uso di stimolanti.
Il d'Annunzio del "Fastello" è quello alle prese con la "decrepita vecchiezza", che sembra voler ricorrere al suicidio e che, per alcuni, fu la vera causa della sua morte, attraverso l'uso di medicinali che gli avrebbero indotto l'emorragia cerebrale.
"Il Fastello della Mirra", che sarà mia cura recensire prossimamente, è dunque un testo che completa l'opera dannunziana. Opera fondamentale per chiunque voglia cimentarsi con la letteratura e analizzare a tutto tondo chi sia stato e chi sia Gabriele d'Annunzio.
Gabriele d'Annunzio, con le sue opere letterarie, la sua attività politica e la sua vita, sregolata, per alcuni incoerente, sicuramente appassionata ed eroica, ha anticipato per molti versi il "momento populista" nel senso originario e positivo del termine che per molti versi oggi è patrimonio di quei popoli oppressi dalle élite finanziarie ed opulente e che vorrebbero un cambio di passo. Egli ha dato moltissimo all'Italia, all'Europa ed a quei popoli oppressi dall'imperialismo che Egli stesso avrebbe voluto uniti in un'unica Lega terzomondista, che fondò negli Anni Venti - la Lega dei Popoli Oppressi, appunto - e di cui ancora oggi ci sarebbe bisogno, così come ci sarebbe bisogno di una letteratura che, come quella dannunziana, recuperasse il significato profondo della parola scritta e ne facesse novello strumento di seduzione.

Luca Bagatin

mercoledì 13 settembre 2017

Gabriele D'Annunzio fondatore della prima ed autentica Repubblica libertaria e dell'Amore

«Io sono per il comunismo senza dittatura […] È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse»
(Gabriele D'Annunzio)




L'8 settembre 1920 il Vate Gabriele D'Annunzio - a conclusione dell'Impresa di Fiume - proclama la Reggenza del Carnaro, ovvero quella che amo definire la prima ed autentica Repubblica libertaria e dell'Amore che sia mai stata fondata.
A memoria di ciò desidero riportare due articoli che dedicai a D'Annunzio ed alla sua celebre impresa.

Luca Bagatin


Il "Manuale del Rivoluzionario" di Gabriele D'Annunzio.
Articolo di Luca Bagatin del 25 agosto 2014
 

La fantasia al potere, attraverso una critica del potere stesso, la porterà certamente Gabriele D'Annunzio (e non certo i figli di papà del '68 italiano), il Vate della letteratura italiana per eccellenza, il poeta armato, l'eroe dell'impresa di Fiume e che fece della città di Fiume – occupata con soli 1500 uomini e senza sparare un colpo – una città libera, liberata e libertaria.
Gabriele D'Annunzio fu, secondo le parole di Lenin, l'unico rivoluzionario dell'Italia dei suoi tempi e da molti fu considerato un novello Giuseppe Garibaldi, per il suo ardimento e per la sua portata socialisteggiante, dagli echi mazziniani e garibaldini.
Ce ne ha parlato a lungo lo storico Giordano Bruno Guerri, ma ce ne parla diffusamente – proprio attraverso gli scritti ed i discorsi di D'Annunzo stesso – il “suo” “Manuale del Rivoluzionario”, a cura di Emiliano Cannone ed edito dalla Tre Editori (www.treditori.com). Un bellissimo saggio che abbiamo scoperto e che desideriamo far conoscere e diffondere.
Un Manuale che, non a caso, reca in copertina un D'Annunzio nei panni di Lenin, contornato da bandiere rosse nell'atto di prendere d'assalto il Palazzo d'Inverno.
Il Palazzo d'Inverno di D'Annunzio fu il potere, la casta politica, il governo di Nitti, di Vittorio Emanuele Orlando e di Giolitti, ovvero dei parrucconi della sua epoca. Ma il Palazzo d'Inverno di D'Annunzio fu anche l'avanzante fascismo e quel Mussolini che cercò, in tutti i modi ma senza riuscirvi, di zittire il Vate della Nuova Italia.
Nel Manuale è rappresentata tutta l'anima anarchica, socialisteggiante, libertaria, antiparlamentare ed internazionalista del Nostro. Un D'Annunzio che, non a caso, dichiara che egli aspira ad un “comunismo senza dittatura” e che – ben prima e meglio di altri – lancerà invettive contro la “casta politica”, dichiarando, fra le altre cose: “La casta politica che insudicia l'Italia da cinquant'anni, non è capace se non di amministrare la sua propria immondizia, pronta a tutte le turpitudini, pur che sia lasciata fingere di godersi il suo potere impotente”.
D'Annunzio, in questo senso fu un eroe (anti)politico e, dunque, un eroe della vera democrazia, contro i soprusi e le ruberie del potere ed in questo senso non mancherà mai in D'Annunzio il suo appello all'Antica Grecia, al mito greco, all'arte ed alla bellezza in tutte le sue forme, quale valori fondanti per l'emancipazione umana. In questo senso – lo si evince dal Manuale stesso – egli scorgerà la natura della crisi dei suoi tempi, che poi è anche la natura della crisi economica e sociale dei nostri, ravvisando l'origine del problema nell'espansionismo capitalistico e nell'imperialismo anglosassone e statunitense, ovvero di coloro i quali egli definisce i “divoratori di carne cruda”. In questo senso D'Annunzio scrive: “La lotta mercantile, la lotta per la ricchezza, porta il pericolo delle più terribili conflagrazioni marziali”. Ora sappiamo che fu profetico e nelle sue parole non possiamo non scorgere quanto avvenne nella Seconda Guerra Mondiale, durante la Guerra Fredda e, oggi, nel Medioriente martoriato ed ove non vi sono eroi, bensì criminali che uccidono, in ogni dove, vittime innocenti.
Ricchezza e potere all'origine della morte dell'umanità stessa, dunque.
Con l'impresa di Fiume possiamo dire che il D'Annunzio concretizzerà i suoi ideali ed i suoi principi. Nel 1919, infatti, in opposizione al Trattato di Versailles che negava la città di Fiume all'Italia, D'Annunzio - alla testa di un drappello di legionari - la occupò e ne fece una città libera in tutti i sensi, al punto che a Fiume erano tollerate e praticate le libertà sessuali, nonché era tollerata l'omosessualità e, grazie al contributo dell'aviatore Guido Keller e dello scrittore Giovanni Comisso, fu fondato il gruppo Yoga – avente per simbolo la svastica di origine vedica (che nulla aveva a che spartire con il nazismo, anzi !) ed una rosa a cinque petali - e che proponeva una visione esoterica e spirituale della realtà.
Non solo, in collaborazione con il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, D'Annunzio redasse la famosa Costitituzione di Fiume o Carta del Carnaro, la quale fu un documento avanzatissimo per l'epoca, prevedendo: libertà di associazione, libertà di divorziare, libertà religiosa e di coscienza al punto che furono proibiti i discriminatori crocifissi nei luogi pubblici, assistenza ai disoccupati ed ai non abbienti, promozione di referendum, promozione della scuola pubblica, risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario, inviolabilità del domicilio e altro ancora che, peraltro, non fu mai garantito nemmeno dalla Costituzione della Repubblica italiana partitocratica, fondata nel 1948 e nella quale viviamo tutt'oggi. Una Costituzione tanto decantata, ma assai poco approfondita e che poco aveva a che spartire con la vera democrazia della Repubblica Romana del 1849 e con la Carta del Carnaro, fondata da spiriti rivoluzionari e non già da canuti uomini politici, servi dei partiti e delle ideologie e che il potere ha reso schiavi.
Un'impresa unica nella Storia, dunque, quella di Fiume, purtroppo soffocata dall'imperialismo internazionale e dal governo italiano di Giovanni Giolitti (tutt'altro che un liberale, bensì un famoso Ministro della malavita come lo soprannominò Gaetano Salvemini !) che, nel 1920, inviò le truppe italiane a sgomberare a cannonate i legionari.

Da non dimenticare frasi come queste, contenute nel “Manuale del Rivoluzionario”, che D'Annunzio lancia quali invettive ai governanti dell'Europa e del mondo di ieri, non dissimili da quelli di oggi. Frasi oggi attualissime, se osserviamo la geopolitica mondiale, europea, oltre che i flussi di migranti che approdano giornalmente sulle nostre coste, costretti ad emigrare a causa di una crisi voluta dai Governi e dal sistema economico-monetario: “In tutta Europa, in tutto il mondo, il potere politico è al servizio dell'alta banca meticcia, è sottomesso alle impostazioni ignobili dei rubatori e dei frodatori costituiti in consorzi legali. Neppure nel peggior tempo dei barbareschi e dei negrieri le genti furono mercanteggiate con così fredda crudeltà. Le nazioni sono cose da mercato. La vita pubblica non è se non un baratto immondo esercitato nel cerchio delle istituzioni e delle leggi esauste. Fino a quando ?”.
Il “Manuale del Rivoluzionario”, che raccoglie gli scritti anarco-libertari, socialisti, internazionalisti ed umanitari di D'Annunzio è certamente una fortunata opera editoriale ed il merito va certamente all'ottimo Emiliano Cannone, giovane dottore di ricerca in italianistica, per averlo curato con, peraltro, un'ottima nota introduttiva e precise note a piè di pagina.
La veste editoriale del saggio, poi, curata dalla Tre Editori, è elegantissima, anche a dispetto dell'economico prezzo di copertina. Da notare che, la fine di ogni capitolo del Manuale, reca il simbolo della bandiera della Reggenza del Carnaro: un uroboro – ovvero un serpente che si morde la coda – antico simbolo esoterico e gnostico a rappresentare la natura ciclica delle cose, ovvero simbolo di immortalità (si rammenti che Gabriele D'Annunzio fu peraltro iniziato alla Massoneria della Serenissima Gran Loggia d'Italia, oggi Gran Loggia d'Italia degli ALAM e non ne fece mai mistero), con al centro le sette stelle dell'Orsa Maggiore.
Ulteriori spunti su cui riflettere ed approfondire attorno ad un personaggio poliedrico quale fu Gabriele D'Annunzio, troppo frettolosamente relegato fra i “poeti del nostro Paese”, senza rammentarne (o preferendo piuttosto oscurarne) la portata rivoluzionaria, libertaria ed eminentemente (anti)politica e (contro)culturale.

Luca Bagatin


Giorgia Meloni sbaglia a contrapporre D'Annunzio a Che Guevara, due eroi anti-casta e per l'emancipazione sociale oltre la destra e la sinistra.
Articolo di Luca Bagatin del 9 agosto 2016


Giorgia Meloni informa i suoi “amici virtuali” di Facebook che ogni giorno, per tutto il mese di agosto, pubblicherà un aforisma – iniziando da quello celebre di D'Annunzio “Memento audere semper” - e tale notizia, tutto sommato abbastanza marginale, viene ripresa anche da alcuni organi di informazione, in particolare per informare che la sig.ra Meloni intende contrapporre la figura di D'Annunzio a quella di Che Guevara.
Lei infatti scrive che i ragazzi dovrebbero “studiare sui libri di scuola in maniera più approfondita la figura di D'Annunzio”, “un grande italiano che non ha nulla da invidiare a un qualunque Che Guevara, che pure tanti giovani amano indossare sulle loro magliette” ed afferma ciò esaltando l'impresa di Fiume del 1919.
Lodevole il fatto che la Meloni esalti e ricordi l'impresa di Fiume, meno lodevole il suo tentativo di contrapporre la figura del rivoluzionario anti-casta e libertario D'Annunzio all'altro rivoluzionario anti-casta e libertario Che Guevara.
In questo senso, sia gli studenti che la sig.ra Meloni dovrebbero studiarsi approfonditamente sia la figura di D'Annunzio che quella di Che Guevara, ma su testi che hanno trattato tali figure in modo obiettivo e non ideologizzato.
Per quanto concerne Gabriele D'Annunzio, il “Poeta soldato”, il “Vate” per eccellenza, qualche anno fa segnalammo e recensimmo l'ottimo “Manuale del Rivoluzionario”, edito dalla Tre Editori e curato da Emiliano Cannone (http://www.opinione.it/cultura/2014/08/28/bagatin_cultura-2808.aspx). In questo saggio sono riportati discorsi ed aforismi del Vate e che lo consacrano quale miglior rappresentante della cultura socialista rivoluzionaria, anarchica, antiparlamentare ed internazionalista, oltre e contro la destra (rappresentante delle élite monarchiche ed oligarchiche) e oltre e contro la sinistra (rappresentante della borghesia industrialista ed affamapopoli).
Nel saggio, infatti, fra le altre, si riportano le parole ad una celebre intervista a D'Annunzio, il quale affermava che egli ambiva ad un “comunismo senza dittatura” (esattamente come Che Guevara peraltro !) e non a caso fu ammirato da Lenin (il quale inizialmente, nella costituzione dei Soviet, si ispirò agli ideali anarchici) e la Repubblica di Fiume - costituita con il contributo di socialisti rivoluzionari e mazziniani quali ad esempio Alceste De Ambriis - fu l'inveramento di quel comunismo libertario d'annunziano che permise le libertà sessuali (con relativa tolleranza e pratica dell'omosessualità), la libertà di associazione, la libertà di divorziare, la libertà religiosa e la libera ricerca spirituale (l'aviatore Guido Keller e lo scrittore Giovanni Comisso fondarono la rivista “Yoga”, che proponeva una visione esoterica e spirituale della realtà), la proibizione dei crocifissi nei luoghi pubblici, l'assistenza ai disoccupati ed ai non abbienti, la promozione dei referendum, la promozione ed il sostegno alla scuola pubblica, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario ecc... tutte cose che nemmeno l'attuale Repubblica italiana di cui Giorgia Meloni è rappresentante, sembra garantire appieno.
Ci chiediamo, peraltro, se queste cose la sig.ra Meloni le sappia (visto che diversi dei punti del programma della d'annunziana e fiumana “Carta del Carnaro” sono in aperto contrasto con gli ideali da lei stessa propugnati). Così come ci chiediamo se la sig.ra Meloni sappia che Gabriele D'Annunzio fosse apertamente e dichiaratamente massone (massone lo fu anche Che Guevara e la gran parte dei rivoluzionari cubani, oltre che fiumani), appartenente alla Serenissima Gran Loggia d'Italia (oggi Gran Loggia d'Italia degli ALAM) e che la stessa bandiera della Reggenza del Carnaro fosse un chiaro richiamo al simbolismo gnostico e massonico, ovvero un uroboro (un serpente che si morde la coda) con al centro le sette stelle dell'Orsa Maggiore.
Gabriele D'Annunzio e gli eroi di Fiume, così come il Che e gli eroi di Cuba osarono ed osarono sempre, inverando appunto il motto “Memento audere semper”. Eroi (anti)politici e contro la realpolitik, alla quale contrapposero l'amore per le genti, per l'umanità, per la libertà intesa come libertà dal bisogno per approdare al sogno di una società o, meglio, di una civiltà umanitaria e comunitaria diversa ed alternativa a quella dei politicanti, degli oligarchi e degli industriali affamapopoli.
Eroi senza compromessi al punto che furono purtroppo sconfitti. La Repubblica di Fiume fu smantellata dall'esercito del Regno d'Italia nel 1921, non senza scontri (si ricordi in proposito il famoso “Natale di sangue”) e, per quanto riguarda Che Guevara, in polemica con il sostegno sovietico dell'Urss a Cuba e con le posizioni di Fidel Castro in merito, si dimise da tutte le cariche e da Ministro dell'Industria ed andò a combattere per i popoli oppressi in Congo ed infine in Bolivia, ove fu ucciso.
Ecco gli eroi da ricordare, celebrare, emulare da tutti e soprattutto dai giovani d'oggi, amebizzati dagli smartphone e dagli (a)socialnetwork. Eroi senza macchia che lottarono a sprezzo del pericolo e mai furono mantenuti ad ufo dai contribuenti.
Ecco perché è errato, come fa la Meloni, tentare di contrapporre D'Annunzio (accreditandolo magari “a destra”, niente di più sbagliato) a Che Guevara (che comunque non va assimilato alla “sinistra”, ma fu personaggio e studioso che andò ben oltre le ideologie illuministico-borghesi).
Nell'ambito del pensatoio che ho fondato - “Amore e Libertà (www.amoreeliberta.blogspot.itwww.amoreeliberta.altervista.org) – non a caso, tanto D'Annunzio che Che Guevara, sono inseriti nel “pantheon” dei nostri ispiratori (si veda il link: http://www.amoreeliberta.altervista.org/html/manifesto.htm) e proprio per le motivazioni che ho già scritto qui, come in altri articoli.
Dunque la Meloni approfitti della “pausa estiva” per leggere gli scritti ed i discorsi politici di D'Annunzio, la Carta del Carnaro e magari i saggi dello storico Giordano Bruno Guerri in proposito, oltre che il saggio a cura di Emiliano Cannone già citato un questo articolo. Eviterà di fare affermazioni imprecise e di contrapporre dei veri combattenti per l'emancipazione dei popoli, i cui ideali, oggi, nella società liquida dei consumi e della casta politica autoconservativa, mancano enormemente.

Luca Bagatin