Visualizzazione post con etichetta controcultura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta controcultura. Mostra tutti i post

mercoledì 27 novembre 2024

30 anni fa nasceva "Limonka", giornale controculturale fondato dallo scrittore e politico russo Eduard Limonov. Articolo di Luca Bagatin

Eduard Limonov distribuisce il primo numero di "Limonka"
  

Quest'anno è uscito il discreto film di Kirill Serebrennikov, “Limonov”, con Ben Whishaw nei panni di Eduard Limonov, scrittore, poeta e politico russo.

Dico discreto perché, come ho avuto modo di scrivere in una mia recente recensione (https://amoreeliberta.blogspot.com/2024/09/limonov-la-mia-non-recensione-articolo.html), il film non cita ampi e importanti ambiti della vita di Limonov e dà una visione parziale e poco autentica del personaggio.

Ad ogni modo, in questi giorni, si celebra il 30esimo anniversario del giornale controculturale russo “Limonka” (ovvero “Granata”), organo del Partito NazionalBolscevico (PNB), da Eduard Limonov edito e ideato.

Giornale che vide la luce il 28 novembre 1994 ed ebbe una tiratura di circa 15.000 copie.

“Limonka” fu sì organo di partito, ma si occupava anche e principalmente di rock e di letteratura e sulle sue pagine si formarono fior fiore di aspiranti artisti russi.

Un giornale underground nella Russia di quegli anni, che poneva i nazionalbolscevichi o nazbol, quale avanguardia controculturale, artistica, oltre che politica.

Tanto per rendere l'idea, nel numero 2 del giornale, pubblicato nei primi mesi del 1995, uno dei trasgressivi slogan di “Limonka” fu: “Il nostro obiettivo è che tutti gli stili giovani, punk, skins, membri del Komosomol, tifosi di calcio e delinquenti, siano raggruppati nello stesso genere: nazionalbolscevico. Stiamo creando un nuovo genere di essere umano: estremo, radicale, rivoluzionario, musicalmente e culturalmente trasgressivo. Solo la morte è più forte del nazionalbolscevismo”.

Il Partito NazionalBolscevico fondato inizialmente da Limonov nel 1992 con il nome Fronte NazionalBolscevico e, ufficialmente costituitosi come partito, nel maggio 1993, grazie anche al contributo del chitarrista e musicista punk rock Egor Letov, dall'attore e musicista Sergey Kuryokhin e del filosofo Aleksandr Dugin, diverrà la migliore avanguardia politica e artistica del periodo post-sovietico.

Limonov, nel suo articolo “Punk e nazionalbolscevismo”, ricordò che “Limonka” usò spesso slogan d'impatto, tipici della controcultura punk russa, fra i quali: “Mangia i ricchi!” e “Il buon borghese è un borghese morto!” e “Il capitalismo è una merda!”.

Lo stile punk del PNB ha, fra l'altro, influenzato - molti anni dopo - anche il collettivo musicale russo punk e politicamente impegnato “Pussy Riot”, le cui componenti (Maria Alekhina, Ekaterina Samucevic e Nadezda Tolokonnikova), sono spesso finite in carcere per le stesse ragioni dei nazbol, ovvero l'accusa di “teppismo”. In realtà per azioni politiche nonviolente, artistiche e provocatorie contro il governo autoritario di Putin. Le Pussy Riot”, hanno peraltro spesso ricevuto il plauso di Limonov in varie occasioni e interviste.

Il Partito NazionalBolscevico, composto principalmente da intellettuali e artisti e soprattutto da giovani e giovanissimi, provenienti dalle periferie russe, delusi dal crollo dell'URSS e dall'avvento del capitalismo assoluto e dalla conseguente povertà diffusa fra i ceti meno abbienti, trasse ispirazione dal nazionalbolscevismo degli Anni '20 – fondato dagli ex socialdemocratici Ernst Niekisch e di Karl Otto Paetel - primi ad opporsi in Germania al nazifascismo, e a vedere nella Rivoluzione d’Ottobre del 1917 il loro punto di riferimento, fondato sul primato della comunità e dell’operaio-proletario al servizio della stessa, rispetto all’egoismo dell'”homo economicus” della borghesia capitalista, la quale pensava unicamente al proprio egoistico tornaconto personale.

I giovani del PNB guidati da Limonov, furono ammirati persino dalla giornalista Anna Politkovskaja, che li difese a spada tratta in vari processi che li videro coinvolti per insubordinazione nei confronti dell'autorità ed allo stesso modo la pensava Elena Bonner, vedova dello scienziato dissidente Andrej Sacharov, che li stimava.

Il PNB, ad ogni modo, bollato di “estremismo”, fu messo fuorilegge dalla Procura Generale russa nel 2007, essendo il principale movimento di piazza a contrapporsi al governo liberal capitalista di Putin e ciò pur non avendo mai commesso atti di violenza, ma unicamente manifestazioni pacifiche e a carattere goliardico, pur non autorizzate e decisamente molto incisive.

Nel frattempo si era già consumata la frattura ideologica fra Dugin e Limonov, il primo maggiormente sostenitore del governo in carica e il secondo decisamente critico.

Sebbene, oggi, l'erede del PNB abbia assunto la denominazione di “L'Altra Russia di Eduard Limonov” e il giornale “Limonka” non sia stato più rifondato, il suo anniversario rimane, ogni 28 novembre, molto festeggiato degli eredi di Limonov, ai quali, ancora oggi, è vietato presentarsi alle elezioni.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

martedì 28 maggio 2024

Amore e conoscenza contro odio e pregiudizio. Parola di William S. Burroughs

 "Porto il mio fardello con orgoglio affinché tutti lo vedano, per abbattere i pregiudizi, l'ignoranza e l'odio attraverso conoscenza, sincerità e amore. Ogniqualvolta sei minacciato da una presenza ostile, emetti una densa nuvola d'amore come un polpo che spruzza inchiostro...”

 (William S. Burroughs)

 

venerdì 18 agosto 2023

Il "Grande Ospizio Occidentale" di Eduard Limonov: una profetica denuncia al totalitarismo liberal-capitalista. Articolo di Luca Bagatin


L'Eduard Limonov de “Grande Ospizio Occidentale” incarna, senza dubbio, lo spirito di Patrick McMurphy, protagonista del bellissimo romanzo di Ken Kesey, “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, interpretato sul grande schermo da Jack Nicholson, nel capolavoro di Milos Forman del 1975.

In “Qualcuno volò sul nido del cuculo” c'era la tirannica Grande Infermiera, sempre pronta a sedare gli Agitati del reparto. Sempre pronta a garantire ordine e lo svolgimento di una routine ammorbante impeccabile, in un ambiente apparentemente confortevole.

Ma sarà il delinquente Patrick McMurphy, già condannato per aggressione e gioco d'azzardo, a rompere le regole del gioco e la routine, sovvertendo gli equilibri del reparto dell'istituto psichiatrico, controllato dalla Grande Infermiera.

Il “Grande Ospizio Occidentale” denunciato da Limonov altro non è che il peggiore degli inferni possibili. Ovvero la nostra società Occidentale, liberal capitalista, che Limonov osserva e ha osservato sin dagli Anni '70, quando si fece espellere dall'URSS e approdò negli Stati Uniti d'America, per vivere inizialmente da senzatetto, poi da sarto, da maggiordomo di un milionario e, pian piano, iniziare le sue prime collaborazioni giornalistiche e letterarie.

E, successivamente, negli Anni '80, ormai scrittore famoso, approdò in quella Francia nella quale pubblicherà, per la prima volta e fra molte difficoltà, nel 1993 – per le edizioni “Belles Lettres” - questo suo agile saggio critico - scritto alla fine degli Anni '80 - ripubblicato prima da Bartillat (nel 2016) e, in questi ultimi mesi, da Bietti, a cura di Andrea Lombardi e con introduzione di Alain De Benoist.

L'Ospizio di Limonov, altro non è che una società sorvegliata dall'Amministrazione, che garantisce ai Malati (i cittadini) ogni tipo di piacere e comfort, utilizzando così quella violenza soft – attraverso l'esaltazione di un Popolo senza opinioni, amante del progresso e del piacere illimitato - che lo stesso Hitler uzilizzò contro i tedeschi della sua epoca, mascherando così tutto l'orrore autentico del Regime.

Un Ospizio nel quale tutto è permesso, ovvero niente è davvero permesso, come affermava Pasolini. In cui i media e i giornali permettono “libertà di parola”, ma effettivo spazio lo trovano solo coloro i quali hanno i mezzi finanziari per poter raggiungere le masse. Oppure, venendo alla nostra epoca dei “social”, tutti possono scrivere contro l'Amministrazione dell'Ospizio, ma questo non smuoverà la situazione di una virgola.

Come fa presente De Benoist nella sua introduzione, ricordando il dissidente russo Solzenicyn quando tenne una lezione agli studenti di Harvard: “Vengo da un Paese in cui non si poteva dire nulla, e scopro un mondo in cui si può dire tutto senza che ciò serva a nulla” (e ciò mi ricorda una frase del leader repubblicano mazziniano e ex Ministro della Difesa italiano Randolfo Pacciardi: “Dicono abbiamo la libertà. Quale libertà? La libertà di una protesta inutile come faccio io oggi”.

Nell'Ospizio denunciato da Limonov l'uomo è svirilizzato, addomesticato dalla pubblicità commerciale, dalla televisione, dalla musica pop, dai reality show (denunciati già nel 1988-89 da Limonov!).

Egli è coccolato in modo che non si ribelli mai e poi mai, se non a parole. In questo senso, coloro i quali Limonov definisce Agitati (ovvero l'opposto dei Malati), quali ad esempio il leader socialista libico Gheddafi (che Limonov paragona al nostro Giuseppe Garibaldi e all'eroe latinoamericano Simon Bolivar, altri Agitati da sedare e combattere, secondo le regole dell'Ospizio), vanno vilipesi e bollati come criminali, terroristi, selvaggi, barbari e chi più ne ha più ne metta.

E ciò attraverso un sistematico revisionismo che, infatti e non a caso, in particolare negli ultimi decenni – grazie a una pessima storiografia revisionista - vede trattato l'Eroe dei Due Mondi Giuseppe Garibaldi come un “mercenario”, un “ladro” o un “terrorista”.

Persino il sistema del voto elettorale, secondo Limonov, è inutile. Ovvero non è altro che una legittimazione dell'Amministrazione dell'Ospizio, la quale propone candidati incolore, de-ideologizzati, nessuno dei quali vuole davvero cambiare alla radice il sistema.

La maggioranza dei cittadini non ha un'opinione, per mancanza di voglia e incapacità” - scrive Limonov - “Vota in funzione di opinioni prefabbricate, elaborate dall'Amministrazione e suggerite dai media”. E, spesso, ne consegue, che la gran parte dei Malati-elettori abbia persino rinunciato ad andare a votare (Limonov riporta, in merito, i dati elettorali di Francia e USA alla fine degli Anni '80, epoca in cui ha scritto il suo saggio, rilevando come in Francia votasse la metà degli aventi diritto al voto, mentre negli USA gli elettori effettivi fossero addirittura una minoranza).

“E' illogico” - prosegue Limonov - “far eleggere i dirigenti dell'Ospizio a un Popolo così influenzabile: non è lo stesso Popolo, d'altronde, che il 30 gennaio 1933 ha dato il potere, con elezioni “libere e democratiche”, a un certo leader tedesco?”. Sottolineando, dunque, come l'elettoralismo possa addirittura portare al potere – con il voto “democratico” (si fa per dire) – i peggiori dittatori.

Eduard Limonov punta inoltre il dito contro l'uomo bianco, borghese, ricco e “civlizzato”, il quale “è convinto di poter capire qualsiasi conflitto sul pianeta dopo aver dato una rapida occhiata alla televisione o leggiucchiato un paio di trafiletti su qualche giornale. Non è cosciente delle conseguenze negative del proprio intervento nella vita dell'Africa, del fatto che la civiltà europea non è estranea alla moltiplicazione delle Vittime”. Quanta attualità!

E, con ciò, Limonov sottolinea come l'Amministrazione dell'Ospizio, attraverso i media, si ponga sempre dalla parte delle Vittime...ma solo se non provengono da Africa, America Latina e Asia, ovvero quelle realtà che non fanno parte dell'Ospizio.

Le realtà estranee all'Ospizio, infatti, secondo Limonov, hanno mantenuto il loro senso comunitario, aracico, ribelle, agitato, estraneo all'ammorbamento prodotto dal benessere materiale, dalla tecnologia, da un lavoro alienante che costringe le persone (i Malati dell'Ospizio) – dalla culla alla casa di riposo – a produrre sempre di più, distruggendo così sempre più risorse naturali e l'ambiente.

L'Ospizio, secondo Limonov, in nome dell'ideologia del progresso e della prosperità, ha veicolato un piacere effimero, che ha annientato - negli esseri umani che ne fanno parte - ogni senso di sofferenza e dolore. Condizioni necessarie, all'essere umano, per crescere, emanciparsi ed essere realmente felice, in quanto realmente artefice del proprio destino, attraverso il superamento degli ostacoli e delle difficoltà che la vita e la Natura che lo circonda gli offre.

La società dell'Ospizio è, invece, infantile e adolescenziale. E, nel suo imporre a tutti i Malati di essere eternamente giovani, belli, occupati e benestanti, si è dimenticata dell'ecosistema e della Natura che, se provocata, può fare davvero paura (e lo stiamo notando oggi, fra pandemie e eventi climatici estremi!).

Limonov, in conclusione, sostiene che “bisognerebbe innanzitutto distruggere l'Ospizio e le sue leggi. Solo misure radicali, estreme, potranno fermare la distruzione del pianeta: l'arresto completo del progresso criminale, lo sradicamento del “modo di vivere industriale” e la sua sostituzione con un altro”.

Altro che “sviluppo sostenibile”! Altro che “case green”! A questi palliativi inutili, Limonov contrappone l'uscita dal sistema tecnologico-industriale e un ritorno dell'essere umano a uno stato pre-industriale. Autenticamente libero e selvaggio. Padrone del proprio destino e non più allevato come un “animale in batteria” e trattato come una “risorsa umana” da spendere e macinare nell'ingranaggio del vivi-consuma-produci-crepa.

Il “Grande Ospizio Occidentale” di Eduard Limonov è saggio sociologico e psicologico affascinante, scritto da un personaggio affascinante.

Un dissidente, tanto ad Ovest quando nella sua Russia, ove fondò, assieme a giovani e artisti (fra i quali il cantante rock Egor Letov, che fu entusiasta di questo saggio) il Partito NazionalBolscevico, primo partito ad essere messo al bando in Russia – nel 2007 – che ricevette il plauso persino della giornalista Anna Politkovskaja e che, rinato nel 2010 con la denominazione “L'Altra Russia” (e, dal 2020, dopo la morte di Limonov, “L'Altra Russia di Eduard Limonov”), ancora oggi viene perseguitato.

Eduard Limonov, questo signore che avrebbe oggi 80 anni, ha profetizzato tutto. Tanto i conflitti ad Est attuali (nel 1992 denunciò i nazionalismi russofobi delle ex repubbliche sovietiche, ormai diventate capitaliste), che la situazione sociale e psicologica dell'Occidente-Ospizio.

Patrick McMurphy – l'Agitato de “Qualcuno volò sul nido del cuculo” - per essere definitivamente sedato, viene lobotomizzato per ordine della Grande Infermiera. Eduard Limonov morì, nel 2020, a 77 anni, dopo aver lottato per anni contro un tumore al cervello.

Il Grande Ospizio Occidentale (che, per ammissione di Limonov, ha ormai conquistato anche Russia e Cina), può sedare e tentare di annientare in ogni modo gli Agitati, ma questi continuaranno sempre e comunque ad esistere e le loro opere saranno ancora lette e conosciute, anche se, magari, da quei pochissimi che avranno la voglia e pazienza di approfondire.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

venerdì 10 marzo 2023

Nati il 12 marzo: d'Annunzio e Kerouac, capostipiti della controcultura contro le follie del Potere. Articolo di Luca Bagatin

E' curioso notare come due spiriti ribelli, eretici, erotici, senza etichette ideologiche precostituite, siano nati lo stesso giorno.

Il 12 marzo.

Gabriele d’Annunzio (nato nel 1863) e Jack Kerouac (nato nel 1922) hanno condiviso molto, oltre al solo giorno di nascita.

Entrambi artisti dotati di un profondo senso del Sacro, hanno creato una controcultura e hanno influenzato profondamente le controculture, negli anni successivi alla loro morte.

Gabriele d’Annunzio, poeta, amante delle donne e della bellezza in tutte le sue forme, dandy e rivoluzionario al contempo, leader politico libertario e contro il potere, il totalitarismo, la casta politica liberal-capitalista dilagante in un'Europa non così diversa e da quella di oggi.

Aspetti che si mostreranno pienamente, in d’Annunzio, nella sua Impresa di Fiume e con la fondazione della Repubblica o, meglio, della Reggenza del Carnaro.

Un’esperienza comunista libertaria (“Io sono per il comunismo senza dittatura. È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse”, spiegò d’Annunzio in un’intervista ad una rivista anarchica), avanguardista, spiritualista.

Una Repubblica che avrebbe, per la prima volta nella Storia, dato la possibilità all’arte e alla “fantasia” di essere al potere, per divenire, in realtà, una forma di anti-potere e di esaltazione del bello e del Sacro. Che è esaltazione dell'(anti)politica degli spiriti liberi dalle convenzioni e dalle sovrastrutture, contrapposta alla fredda “realpolitik” dei potenti e di coloro i quali vorrebbero schiacciare i popoli, in nome del profitto.

Una Repubblica, quella d’annunziana, che permise e promosse le libertà sessuali (con relativa tolleranza e pratica dell’omosessualità), la libertà di associazione, la libertà di divorziare, la libertà religiosa e la libera ricerca spirituale (l’aviatore Guido Keller e lo scrittore Giovanni Comisso fondarono la rivista “Yoga”, che proponeva una visione esoterica, teosofica e spirituale della realtà), la proibizione dei crocifissi nei luoghi pubblici, l’assistenza ai disoccupati e ai non abbienti, la promozione dei referendum, la promozione e il sostegno alla scuola pubblica, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario ecc… tutte cose che nemmeno l’attuale Repubblica italiana sembra appieno garantire.

Tutte cose certamente lontane dallo spirito dell'Unione Europea, che è così simile all'Europa grigia e conformista che d'Annunzio detestava.

Recentemente ho visto il bellissimo film "Il cattivo poeta", di Gianluca Jodice, nel quale Sergio Castellitto interpreta un anziano Gabriele d'Annunzio, messo sotto controllo dai servizi segreti del regime fascista.

Il film racconta, dall'inizio alla fine, una storia profondamente vera.

Ovvero di quanto quel pallone gonfiato, senza arte né parte, di Benito Mussolini avesse paura di d'Annunzio e di come questi, nonostante l'età avanzata, non lesinasse critiche al fascismo, che pur in un primo tempo aveva sostenuto, ingenuamente.

In particolare d'Annunzio criticava aspramente l'alleanza fra Italia e Germania hitleriana e previde, già nel 1936 - 1937, come questa nefasta alleanza avrebbe portato alla guerra e alla totale sconfitta.

Molto toccante il fatto che il Federale fascista, Giovanni Comini, che aveva il compito di sorvegliare d'Annunzio, proprio grazie alla frequentazione con il poeta, si sia convertito all'antifascismo e si sia fatto espellere dal partito fascista.

Il film mi ha fatto riflettere anche su come Mussolini abbia tentato di copiare la comunicazione di d'Annunzio e, pur stravolgendola, abbia tentato di farla propria.

Mussolini era totalmente privo di senso artistico, di creatività, di umanità. Copiare è tipico degli spiriti inetti e mediocri, infatti.

Anche Putin, in Russia, ha tentato di appropriarsi - stravolgendole - delle idee dello scrittore, poeta e leader politico Eduard Limonov, che fu uguale pressoché in tutto e per tutto a d'Annunzio (compreso il fatto che fu arrestato e messo sotto controllo dal regime).

Il Potere – occupato quasi sempre da inetti - cerca sempre di portare gli artisti dalla sua parte, ma gli artisti sono oltre e combattono sempre il Potere.

Solo loro e non il Potere, peraltro, conservano e portano avanti idee di eroismo, patriottismo, amore per i popoli.

Ovvero l'esatto opposto di quanto fanno i potenti e i politicanti al potere.

Jack Kerouac, a Fernanda Pivano, in una celebre intervista, dichiara che il poeta italiano che preferisce è Gabriele d’Annunzio. Sarà un caso? Sarà un caso che entrambi abbiano avuto lo stesso identico spirito, libero da ogni convenzione?

Jack Kerouac era, esattamente come d’Annunzio, un libertario senza etichette. Lontano dalla politica partitica. Ma nonostante ciò, come d’Annunzio, dopo la morte, tutti coloro i quali non li hanno mai letti né approfonditi, avrebbero voluto etichettarli (sbagliando in pieno!).

Nel modo di vivere di Kerouac e nei suoi romanzi, c’è la spasmodica ricerca del Sacro, che egli trova e vive nel buddismo zen unito al cattolicesimo. Che vive e pratica, purtuttavia, senza dogmatismo, senza moralismo, così come vive per tutta la sua vita.

Fatta sia di vagabondaggi che di lunghe giornate passate con l’amata madre ed il suo amato gatto Tyke.

Kerouac è disgustato dalle mode, è disgustato dalla politica. Lui ama solo la bellezza e esalta la dolcezza, che ama vedere ed esaltare nella spiritualità orientale, nelle donne, nella poesia.

E’, come d’Annunzio, molto depresso, certo. E si lascia andare alle sregolatezze dell’alcol e del fumo, che lo porteranno a una prematura morte, a soli 47 anni.

Lasciando ai suoi amici – Allen Ginsberg (amante della mistica orientale) e William S. Burroughs (amante della magia crowleyana) in primis, pur molto più politicizzati di lui – l’eredità della Beat Generation, di cui fu capostipite.

Un’eredità che non sarebbe andata sprecata, ma che avrebbe proseguito il cammino dell’arte libera e creativa, del libero pensiero, della controcultura e della libera ricerca spirituale, senza moralismi né dogmatismi.

I media statunitensi amavano burlarsi di Kerouac. Lo chiamavano per intervistarlo in stato di ubriachezza. Ma a lui non importava, non ascoltava nemmeno le domande degli ipocriti giornalisti intervistatori, perché era sempre al 100% sé stesso, come ebbe a dire Bill Burroughs.

Non era decisamente un prodotto della cosiddetta “America Way of Life” Anni ’50, ma anzi, avrebbe rifiutato tutti quei valori, per essere semplicemente un artista, uno scrittore, un poeta.

Lui, in realtà, amava dire che si vedeva semplicemente come uno “strano solitario pazzo mistico”.

Non gli importava essere osannato, amato, ammirato.

Come d’Annunzio, che non si sarebbe fatto ingabbiare da nessuna corrente, ma ne avrebbe creata una propria.

E, forse proprio non per caso, sia d’Annunzio che Kerouac, decenni dopo, avrebbero influenzato altre controculture, che anche a loro si sarebbero ispirate.

Stiamo parlando in particolare del movimento degli Indiani Metropolitani, nell’Italia della metà degli Anni ’70, di cui Mario Appignani – detto “Cavallo Pazzo” – sarà uno degli esponenti (e che merita rispetto e approfondimento per la sua vicenda personale, dalla denuncia dei brefotrofi lager nei quali visse la sua infanzia, alle sue battaglie successive). Oltre che dei nazionalbolscevichi di Eduard Limonov in Russia, che avranno sia Kerouac che d’Annunzio (oltre che Hunter S. Thompson, David Bowie e altri) come riferimento artistico e culturale.

Limonov stesso, peraltro, negli anni vissuti negli Stati Uniti, conobbe il poeta beat Lawrence Felingetti, che per primo pubblicò i romanzi di Kerouac, Ginsberg e dei beatnik in generale.

E' forse emblematico che Pier Paolo Pasolini avrebbe voluto affidare la parte di Gesù detto “Il Cristo” proprio a Jack Kerouac, nel suo “Il Vangelo secondo Matteo”, del 1964.

Una parte che Kerouac avrebbe accettato con entusiasmo, ma, purtroppo, Pasolini, vedendo le foto più recenti di Kerouac, invecchiato e imbruttito dall'abuso di alcol, tornò sui suoi passi, scegliendo Enrique Irazoqui, attore, scacchista e antifascista spagnolo, per la parte del Cristo.

Fu forse un'occasione mancata, perché Kerouac avrebbe potuto interpretare un ottimo Cristo, lontano dalla vulgata, terreno, persino alcolizzato, ma profondamente spirituale, un po', forse, come il Cristo interpretato da Mino Reitano nel film “Povero Cristo” di Pier Carpi, del 1976.

D'Annunzio e Kerouac, come coloro i quali hanno affascinato, rimangono dunque fari in mezzo alla tempesta.

Lo erano ai loro tempi, figuriamoci oggi, in questi tempi oscuri, infausti, nei quali il Potere sembra mostrare tutta la sua insensatezza, la sua sconsideratezza, la sua follia tutt'altro che lucida.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

martedì 21 febbraio 2023

Gli 80 anni dello scrittore dissidente Eduard Limonov, fra film e saggi a lui dedicati. Articolo di Luca Bagatin

  

Lo scrittore dissidente russo di fama internazionale, Eduard Limonov, il 22 febbraio di quest'anno, avrebbe compiuto 80 anni.

L'ultimo e definitivo numero della rivista statunitense “Esquire”, in Russia, che uscì nell'aprile 2022 (prima di chiudere la versione russa, a causa delle sanzioni), gli dedicò la copertina con il titolo: “La vita e il posto nella Storia del grande scrittore russo” e, da tempo, è in lavorazione un film ispirato alla sua vita - “Limonov: The Ballad of Eddie”, scritto dal regista polacco Paweł Pawlikowski, diretto dal regista russo Kirill Serebrennikov e interpretato dall'attore britannico Ben Whishaw (celebre per aver recitato nei film “The Danish Girl”, “Il ritorno di Mary Poppins” e “La vita straordinaria di David Copperfield).

Il film, peraltro, è ispirato al romanzo-biografia “Limonov”, del francese Emmanuel Carrère, del 2011, edito in Italia da Adelphi. Romanzo che, in verità, Limonov non considerava per nulla, in quanto lo riteneva scritto dal punto di vista di un “ricco borghese” e dichiarò di non averlo mai voluto leggere.

Da dire che, già nel 2018, il regista italiano Mimmo Calopresti gli dedicò un docu-film, ove accostò Limonov alla figura di Pier Paolo Pasolini.

Limonov, alla sua morte, avvenuta il 17 marzo 2020, aveva all’attivo oltre 60 libri. Prevalentemente romanzi a sfondo autobiografico.

Dissidente integrale, negli Anni ’70, si fece volutamente espellere dall’URSS per approdare negli USA, ove vivrà di scrittura e di umilissimi lavori, assieme al compagna dell’epoca, Elena Schapova, la quale diverrà presto una modella e oggi è moglie di un nobile italiano.

Fu autodidatta, sarto, attivista trotzkista, redattore di giornali, maggiordomo di un miliardario e, per un periodo, visse persino da senzatetto.

Visse a Parigi negli Anni ’80, con la seconda moglie (la prima fu Anna Rubinstein, che sposò negli Anni '60), la cantante e scrittrice Natalya Medvedeva, e successivamente, negli Anni ’90, partecipò alla guerra civile nell’ex Jugoslavia a sostegno della Repubblica Federale di Jugoslavia e alla guerra di Transnistria, a sostegno della Repubblica Socialista Sovietica Moldava di Pridnestrovie. Successivamente, tornato in Russia, prese parte alla resistenza popolare in difesa del Parlamento russo, fatto bombardare da Eltsin.

Nel 1992 collaborò con Vladimir Zirinovskij, leader del Partito LiberalDemocratico russo, ricevendo la nomina a “Ministro della Sicurezza” del governo ombra creato dallo stesso Zirinovskij. Presto ne prese le distanze, spiegandone le ragioni nel saggio “Limonov contro Zirinovskij”.

L’anno successivo, invece, organizzò un gruppo di poveri, sbandati, emarginati, punk ed ex punk delusi dal crollo dell’Unione Sovietica e vittime dell’avvento dei liberalismo oligarchico.

Quel nucleo di “desperados”, nel 1993, prenderà il nome di Fronte Nazionale Boscevico e, nel 1994, di Partito NazionalBolscevico (PNB), unendo i principi del nazionalbolscevismo di Ernst Niekisch (ex deputato socialidemocratico e primo oppositore, in Germania, del totalitarismo hitleriano), a quelli della controcultura punk e beatnik.

Limonov, il filosofo Aleksandr Dugin (prima di andarsene dal partito e prendere le distanze da Limonov), il cantante e chitarrista punk rock Egor Letov e il musicista e attore Sergey Kuryokhin (oltre che numerosi altri artisti, scrittori e musicisti), saranno dunque i maggiori animatori del PNB e del suo giornale controculturale “Limonka” (“Granata”) e riusciranno, via via, ad aggiudicarsi le simpatie di quei giovani delusi dall’avvento di Eltsin al potere e della conseguente distruzione economico-sociale della Russia, che si avviava a divenire un Paese liberal-capitalista.

Il Partito NazionalBoslcevico sarà bandito in Russia, nel 2007, con l’infondata accusa di “estremismo”. Ma, nel settembre 2021, la Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU), con sede a Strasburgo, ha dichiarato che lo scioglimento del Partito NazionalBolscevico (PNB) è da considerarsi una violazione dei diritti umani e ha condannato le autorità russe a pagare un risarcimento ai giovani figli adolescenti di Limonov e ai dirigenti del partito di allora.

La CEDU ha infatti stabilito che vietare il PNB fu un atto “sproporzionato e non necessario in una società democratica” e ha fatto cadere ogni accusa attribuita al partito dalla giustizia russa, ovvero le accuse infondate di “estremismo”, “incitamento all’odio” e “appelli a disordini di massa”.

Dopo una breve alleanza con i liberali di Kasparov e Kasyanov - oltre che con i comunisti di Viktor Anpilov – nella coalizione democratica “Altra Russia” (il nome è tratto da un saggio politico dello stesso Limonov, del 2003), Limonov e i suoi giovani militanti organizzeranno, nel 2010, il partito “L’Altra Russia” che, dopo la sua morte, ha assunto la denominazione “L’Altra Russia di Eduard Limonov”. Collocato a sinistra e spesso alleato, in varie manifestazioni, a diversi partiti comunisti russi, non rappresentati in parlamento.

Ancora oggi partito di opposizione fra i più perseguitati in Russia (ed ai quali è impedito presentare liste elettorali), il partito di Limonov propone – fra le altre cose – una forma di socialismo popolare e democratico, fondato sull'anticapitalismo e sulla nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia; il rispetto dell’articolo 31 della Costituzione che sancisce la libertà di riunione e manifestazione; la fine dell’autoritarismo imposto dal governo Putin.

La compianta giornalista Anna Politkovskaja sui nazionalbolscevichi di Limonov ebbe a scrivere:

Mi sono ritrovata a pensare di essere completamente d'accordo con ciò che dicono i Nazbol. L'unica differenza è che a causa della mia età, della mia istruzione e della mia salute, non posso invadere i ministeri e lanciare sedie.

(...) I Nazbol sono soprattutto giovani idealisti che vedono che gli oppositori storici non stanno facendo nulla di serio contro l'attuale regime. Questo è il motivo per cui si stanno radicalizzando.

(...) I Nazbol sono probabilmente il gruppo di sinistra più attivo, ma il loro nucleo si è ridotto da quando molti sono stati arrestati e imprigionati.

(...) I Nazbol sono giovani coraggiosi, puliti, gli unici o quasi che permettono di guardare con fiducia all'avvenire morale del Paese”.

Eduard Limonov di Anna Politkovskaja scrisse:

"(...) Cosa ha fatto Anna Politkovskaja per noi ? Ci ha fatti conoscere nella società. Ci ha spiegati alla gente, perché ci ha riconosciuti prigionieri politici. Ha ricreato nei suoi articoli l'atmosfera di un terribile processo contro i giovani della Russia. Questo processo di massa non avveniva sulla nostra terra dalla fine del XIX secolo. E così rinasceva nel XXI secolo".

(...) Il 7 ottobre 2006 Anna Politkovskaya fu uccisa all'ingresso della casa dove abitava. Sono andato al cimitero. C'erano già tutti i nazionalbolscevichi di Mosca. E quelli che sono riusciti a venire dalle zone limitrofe. I ragazzi mi hanno consegnato fiori di garofano bianco. Poi si è svolta la processione funebre. Il ritratto di Anna Politkovskaja è stato portato da una nostra compagna nazbol, che indossava occhiali in una cornice in metallo. Molto simili a quelli della Politkovskaja".

In Italia, in questi ultimi anni, opere di Limonov sono state editate da Sandro Teti, che continuerà, negli anni a venire, a pubblicare sue opere.

Fra queste ricordiamo il romanzo dai contorni noir e erotici “Il Boia” e “Zona Industriale”, nel quale l'autore racconta il periodo trascorso dopo l'uscita dal carcere di Lefortovo e il ritorno nel suo malmesso e fatiscente appartamento, sito nella periferica zona industriale moscovita di Syri.

Limonov, infatti, non si è mai arricchito e non gli è mai interessato vivere negli agi, nonostante la sua ultima moglie sia stata l'affascinante attrice, cantautrice e modella Ekaterina Volkova, amante del jet set, e dalla quale ha avuto due figli, Aleksandra e Bogdan.

Sandro Teti ha curato anche la prefazione al mio saggio “L'Altra Russia di Eduard Limonov”, edito da IlMioLibro e uscito lo scorso anno, che cerca di cogliere l'anima artistica e controculturale del Nostro.

L'ultima compagna di Limonov, alla quale è sempre stato sempre fedele, fu Fifì, alla quale dedicò una raccolta di poesie erotiche - “A Fifì” - appunto, con l'affascinante fanciulla in copertina, nuda, di spalle.

Limonov e Fifì saranno anche protagonisti del numero 100 della rivista “Rolling Stones”, l'uno accanto all'altra, con lei, completamente nuda, di spalle.

Nel suo soggiorno statunitense, negli Anni '70, Limonov conobbe il poeta e editore della Beat Generation Lawrence Ferlinghetti (il quale gli consigliò un finale diverso per il suo romanzo “Sono io, Edika”, tipo l’omicidio di una persona famosa, anziché la frase “Affanculo tutti!”) e Andy Wharol.

Relativamente a Wharol, Limonov ebbe a dire: Andy Warhol era impossibile da non notare. I suoi capelli albini illuminati dalla luna e il suo viso caratteristico lo rendevano unico. Ha subìto un attentato da parte di una donna, Valerie Solanas, ma ha continuato a girare per New York da solo, senza guardie del corpo...
Qualche anno prima di incontrare Warhol su Madison Avenue, ho comprato il suo libro "The Philosophy of Andy Warhol". L'ho letto in inglese. Sdraiato sull'erba a Central Park. Questo è un libro utile e intelligente. Recentemente l'ho acquistato di nuovo in inglese. Quando l'ho letto a New York, ero sconosciuto a tutti e avevo appena iniziato nel luglio del 1976 a scrivere il mio primo romanzo. Un quarto di secolo dopo, ormai, non esco senza una guardia del corpo e alcuni passaggi del libro hanno acquisito per me un significato diverso...
Dopo un attentato contro di me nel 1996 e il bombardamento della sede di "Limonka" nel 1997, ho compreso più profondamente la saggezza della filosofia di Andy Warhol".

Nel suo "Diario di un fallito" ebbe a scrivere che "Ci sarà giustizia quando il sesso non dipenderà più dal denaro" e di sé stesso e del suo carattere difficile, ma costantemente alla dispetata ricerca d'amore ebbe a scrivere: "Sono arrabbiato, sono nervoso, non sono buono, non sono interessante ... Eppure sono orgoglioso di essere nervoso e sono orgoglioso di essere cattivo. E sono sicuro di essere bravo, molto meglio di tutti loro - sia professori domestici ristretti che poeti pseudo-ribelli domestici manuali. L'instabilità è buona, è un motore, è uno stato naturale di una persona, non c'è nulla di permanente nella vita.
L'armonia è lotta. Non ho mai vissuto una vita normale. Non ho sempre avuto un riparo, vagavo da un appartamento all'altro. La vita stessa è un processo privo di significato. Pertanto, ho sempre cercato un'occupazione elevata nella mia vita. Volevo amare disinteressatamente, ero sempre annoiato di me stesso. Ho amato, come osservo ora, in modo insolitamente forte e spaventoso, ma ho scoperto che volevo amore reciproco"
.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

sabato 12 marzo 2022

12 marzo. Nascono Gabriele d'Annunzio e Jack Kerouac, due grandi esponenti della controcultura. Articolo di Luca Bagatin

Entrambi nati il 12 marzo, Gabriele d'Annunzio (nato nel 1863) e Jack Kerouac (nato nel 1922) condividono ben altro e ben oltre rispetto al solo giorno di nascita.

Entrambi spiriti liberi, folli (nel senso più positivo del termine), eretici ed erotici, senza etichette. Entrambi artisti dotati di un profondo senso del Sacro, che hanno creato una controcultura e hanno influenzato lo stesso mondo della controcultura, nei secoli successivi.

Gabriele d'Annunzio, poeta, amante delle donne e della bellezza in tutte le sue forme, dandy e rivoluzionario al contempo, leader politico libertario e contro il potere, il totalitarismo, la casta politica liberal-capitalista.

Aspetti che si mostreranno pienamente, in d'Annunzio, nella sua Impresa di Fiume e con la fondazione della Repubblica o, meglio, Reggenza del Carnaro.

Un'esperienza comunista libertaria (“Io sono per il comunismo senza dittatura. È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse”, spiegò d'Annunzio in un'intervista ad una rivista anarchica), avanguardista, spiritualista.

Una Repubblica che avrebbe, per la prima volta nella Storia, dato la possibilità all'arte e alla “fantasia” di essere al potere, per divenire, in realtà, una forma di anti-potere e di esaltazione del bello e del Sacro. Che è esaltazione dell'(anti)politica degli spiriti liberi dalle convenzioni e dalle sovrastrutture, contrapposta alla fredda “realpolitik” dei potenti e di coloro i quali vorrebbero schiacciare i popoli, in nome del profitto.

Una Repubblica, quella d'annunziana, che permise e promosse le libertà sessuali (con relativa tolleranza e pratica dell'omosessualità), la libertà di associazione, la libertà di divorziare, la libertà religiosa e la libera ricerca spirituale (l'aviatore Guido Keller e lo scrittore Giovanni Comisso fondarono la rivista “Yoga”, che proponeva una visione esoterica, teosofica e spirituale della realtà), la proibizione dei crocifissi nei luoghi pubblici, l'assistenza ai disoccupati e ai non abbienti, la promozione dei referendum, la promozione e il sostegno alla scuola pubblica, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario ecc... tutte cose che nemmeno l'attuale Repubblica italiana sembra appieno garantire.

Jack Kerouac, a Fernanda Pivano, in una celebre intervista, dichiara che il poeta italiano che preferisce è proprio Gabriele d'Annunzio. Sarà un caso? Sarà un caso che entrambi abbiano avuto lo stesso identico spirito, libero da ogni convenzione?

Jack Kerouac era, esattamente come d'Annunzio, un libertario senza etichette. Lontano dalla politica partitica. Ma nonostante ciò, come d'Annunzio, dopo la morte, tutti coloro i quali non li hanno mai letti né approfonditi, avrebbero voluto etichettarli (sbagliando in pieno!).

Nel modo di vivere di Kerouac e nei suoi romanzi, c'è la spasmodica ricerca del Sacro, che egli trova e vive nel buddismo zen unito al cattolicesimo. Che vive e pratica, purtuttavia, senza dogmatismo, senza moralismo, così come vive per tutta la sua vita.

Fatta sia di vagabondaggi che di lunghe giornate passate con l'amata madre ed il suo amato gatto Tyke.

Kerouac è disgustato dalle mode, è disgustato dalla politica. Lui ama solo la bellezza e esalta la dolcezza, che ama vedere ed esaltare nella spiritualità orientale, nelle donne, nella poesia.

E', come d'Annunzio, molto depresso, certo. E si lascia andare alle sregolatezze dell'alcol e del fumo, che lo porteranno a una prematura morte, a soli 47 anni.

Lasciando ai suoi amici - Allen Ginsberg (amante della mistica orientale) e William Burroughs (amante della magia crowleyana) in primis, pur molto più politicizzati di lui - l'eredità della Beat Generation, di cui fu capostipite.

Un'eredità che non sarebbe andata sprecata, ma che avrebbe proseguito il cammino dell'arte libera e creativa, del libero pensiero, della controcultura e della libera ricerca spirituale, senza moralismi né dogmatismi.

I media statunitensi amavano burlarsi di Kerouac. Lo chiamavano per intervistarlo in stato di ubriachezza. Ma a lui non importava, non ascoltava nemmeno le domande degli ipocriti giornalisti intervistatori, perché era sempre al 100% sé stesso, come ebbe a dire Bill Burroughs.

Non era decisamente un prodotto della cosiddetta “America Way of Life” Anni '50, ma anzi, avrebbe rifiutato tutti quei valori, per essere semplicemente un artista, uno scrittore, un poeta.

Lui, in realtà, amava dire che si vedeva semplicemente come uno “strano solitario pazzo mistico”.

Non gli importava essere osannato, amato, ammirato.

Come d'Annunzio, che non si sarebbe fatto ingabbiare da nessuna corrente, ma ne avrebbe creata una propria.

E, forse proprio non per caso, sia d'Annunzio che Kerouac, decenni dopo, avrebbero influenzato altre controculture, che anche a loro si sarebbero ispirate.

Stiamo parlando in particolare del movimento degli Indiani Metropolitani, nell'Italia della metà degli Anni '70, di cui Mario Appignani - detto “Cavallo Pazzo” - sarà uno degli esponenti (e che merita rispetto e approfondimento per la sua vicenda personale, dalla denuncia dei brefotrofi lager nei quali visse la sua infanzia, alle sue battaglie successive). Oltre che dei nazionalbolscevichi di Eduard Limonov in Russia, che avranno sia Kerouac che d'Annunzio (oltre che Hunter S. Thompson, David Bowie e altri) come riferimento artistico e culturale.

Limonov stesso, peraltro, negli anni vissuti negli Stati Uniti, conobbe il poeta beat Lawrence Felingetti (che per primo pubblicò i romanzi di Kerouac, Ginsberg e dei beatnik in generale) e la sua stessa vita non fu così diversa da quella di d'Annunzio e di Kerouac.

Dire che cosa ci rimane oggi di d'Annunzio e Kerouac è superfluo.

Ci rimangono due vite – le loro - e molte opere che possono essere un ottimo strumento per andare oltre la banalità e il conformismo che attanagliano la nostra epoca.

Banalità e conformismo che, ad ogni modo, non erano affatto assenti nelle epoche che loro stessi si trovarono a vivere. Ma che superarono e sovvertirono, proprio grazie alla loro arte.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

mercoledì 24 febbraio 2021

Lawrence Ferlinghetti, l'ultimo dei poeti beat. Articolo di Luca Bagatin

La Beat Generation fu la generazione apripista della controcultura, sia statunitense che mondiale moderna.

Un movimento di rottura con il passato, fondato non già sul senso di ribellione, in sé e per sé, dalle convenzioni, quanto sulla poesia, sulla dolcezza, sul senso di comunità.

Un movimento antimaterialista, spirituale, che – in particolare con Kerouac – seppe coniugare la fede cristiana a quella buddista.

L'Occidente che incontra l'Oriente, in un caleidoscopio di suggestioni eretiche, erotiche, ancestrali, spirituali, talvolta dettate dallo stato alterato della coscienza (o dall'espansione della coscienza stessa, attraverso sostanze psicotrope).

Jack Kerouac (ma anche Allen Ginsberg e William Burroughs) ne fu il capostipite assoluto, dimostrando che il “beatnik” non aveva nulla a che fare con la politica in senso stretto o con le mode che sarebbero emerse successivamente, al punto che il suo romanzo “Big Sur” fu molto critico nei confronti del capelloni e degli yippie, che sarebbero subentrati ai Beat e che a loro credevano di ispirarsi.

Lawrence Felinghetti era uno di loro.

L'ultimo dei Poeti, con la “P” maiuscola, estinti.

Di padre italiano di Brescia, la madre di origine francese, portoghese e ebraica, nato nel 1919, nel 1953 fondò a San Francisco la libreria e casa editrice City Lights Bookstore, che diverrà celebre proprio in quanto pibblicò i primi testi letterari della Beat Generation, fra cui, quelli di Jack Kerouac e di Allen Ginsberg. Tanto che, nel 1956, sarà arrestato con l'accusa di diffusione di oscenità, per aver pubblicato il celebre poema “Urlo” (“Howl”) di Ginsberg, messo lungamente al bando dalle autorità.

Amante della natura e della spiritualità orientale, al pari degli amici beat Kerouac e Gary Snyder (poeta dell'”ecologia profonda” e, con Kerouac, studioso di Buddismo zen), si ritirò spesso nella località di Big Sur, in California, all'epoca piuttosto selvaggia.

Fu un libertario senza altri aggettivi, impegnato, negli Anni '60 e '70, nel movimento per i diritti civili e contro le guerre imperialiste statunitensi, ad iniziare da quella del Vietnam.

Ci ha lasciati a 101, il 22 febbraio 2021. Curiosamente il giorno del compleanno di Eduard Limonov, che conobbe peraltro Ferlinghetti nei suoi anni in America e quest'ultimo gli consigliò un finale diverso per il suo romanzo “Sono io, Edika”, tipo l'omicidio di una persona famosa, anziché la frase “Affanculo tutti !”.

C'è da chiedersi che cosa rimanga, oggi, dello spirito beatnik, in un'epoca nella quale il politicamente corretto è diventato un politicamente corrotto, nel senso che ha corrotto – consapevolmente o meno - la libertà di pensiero di tutti.

Forse poco o nulla.

Forse perché è scomparsa quella spontanea ricerca della poesia, della dolcezza, del piacere di scrivere per il semplice piacere di essere sé stessi e di vivere il momento. Senza per forza immortarlarlo e rinchiuderlo in un “social” network. In un'immagine riproducibile da chiunque, che diviene moda e quindi conformismo.

La Beat Generation è forse scomparsa con l'avvento delle mode e della società dei consumi. Con l'avvento, quindi, di quel conformismo che ci ha omologati tutti. Persino nel linguaggio, oltre che nella gestualità.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

sabato 20 febbraio 2021

In memoria dello scrittore Hunter S. Thompson (18 luglio 1937 - 20 febbraio 2005)

 
 
“L'America è una nazione in bancarotta che è in guerra con tutti, tranne tre o quattro paesi nel mondo, e tre di questi non contano”
(Hunter S. Thompson)
 
Non c'è pasticcione più pericoloso di chi consuma la maggior parte della sua vita procurandosi da vivere”
(Hunter S. Thompson)

“Sono un idiota, io sono un pazzo, lo so... ma sono stato una buona lettura, giusto?”(Hunter S. Thompson, scritto nella sua nota prima di suicidarsi)

"Per Hunter, da maestro dei movimenti politici e sostenitore dell'idea del controllo, era del tutto normale suicidarsi secondo il proprio programma, con le proprie mani, e non dare potere su di sé stesso al destino, alla genetica o alla coincidenza. E anche se lo rimpiangeremo amaramente, comprendiamo la sua decisione. Facciamo sapere al mondo che Hunter Thompson è morto con un bicchiere pieno in mano, uomo senza paura, guerriero"
(Anita Thompson, vedova dello scrittore Hunter S. Thompson)
 

venerdì 21 febbraio 2020

Democrazia è compartecipazione e autogestione. Riflessioni brevi di Luca Bagatin

Vedo molti liberali (per non parlare di sedicenti socialisti, dimentichi del fatto che i socialisti storicamente lottano e non votano) schierarsi contro la riduzione dei parlamentari italiani.
Ecco, io voglio essere illiberale anche qui, ed essere profondamente libertario e socialista democratico (diretto).
Ovvero mi schiero per la riduzione a zero dei parlamentari e la costituzione di una democrazia autentica, partecipativa, autogestita dai cittadini.
Di una democrazia socialista autentica.
Dai quartieri in avanti.

(Luca Bagatin) 
 
Questa cosa del voler apparire "cool" sul web, ovvero bellissimi, perfetti o persino "interessanti", sa di falso lontano un miglio.
Il fatto è che le persone, oggi, si annoiano e necessitano di stimolare la fantasia.
E quale luogo migliore e più misterioso del web ?
Penso sia un fenomeno sociologico.
Un fenomeno di totale evasione dalla realtà.

(Luca Bagatin)


Come ho scritto in diversi articoli, un po' di anni fa, penso che ci sia un sottile filo rosso che unisce le varie controculture artistiche, letterarie, sociopolitiche che, a parer mio, furono essenzialmente tre: beatnik, hippie, cyberpunk.
Avendone in passato studiato diversi aspetti, devo dire che ad unirle c'è fondamentalmente la ricerca di una dimensione che va oltre lo status quo.
Una dimensione spirituale (sia spesso buddhista zen o gnostica) ed allo stesso tempo artistica, talvolta politica e contro il potere e l'autoritarismo (pensiamo agli hippie, ma anche ai nazbol russi, molti dei quali erano punk). 

(Luca Bagatin)

lunedì 21 ottobre 2019

“Raccogli una tazza d’acqua dall’oceano: Lì mi troverai” (Jack Kerouac)

"Preferirei viaggiare su treni merci per tutto il paese e cucinare il mio cibo in lattina sui fuochi di legno, piuttosto che essere ricco e avere una casa o un lavoro. Perché alla fine, non ti ricorderai del tempo trascorso a lavorare in ufficio o a falciare il prato"

"Le uniche persone per me sono i pazzi: quelli che sono pazzi di vita, pazzi di voglia di parlare, pazzi da desiderare di essere salvati, desiderosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che bruciano, bruciano bruciano come le favolose candele gialle delle chiese romane"

"Sul lago apparvero riflessi rosei di vapore celeste e io dissi: Dio, ti amo e guardai il cielo e lo intendevo sul serio. Mi sono innamorato di te, Dio. Abbi cura di noi tutti, in un modo o nell’altro. Per i bambini e gli innocenti è tutto uguale"

(Jack Kerouac)


lunedì 19 agosto 2019

NazionalBolscevismo: pillole d'arte, controcultura punk e metafisica di un antitotalitarismo

Eduard Limonov, Egor Letov, Aleksandr Dugin. 
Fondazione del Partito NazionalBolscevico, 1994
"Ho creato un partito senza politici di professione. Ma basato sulla Punk Generation"
(Eduard Limonov)

"Il Regnum dei nazionalbolscevichi (...) è il ritorno degli Angeli, la resurrezione degli Eroi, la rivolta del Cuore contro la dittatura della Ragione"
(Aleksandr Dugin, Metafisica del nazionalbolscevismo)

"Vogliamo cambiare tutto, anche le espressioni facciali !"
(Eduard Limonov)



II compositore Sergey Kuryokhin e il filosofo Aleksandr Dugin ai tempi del primo Partito NazionalBolscevico
"Il comunismo e il fascismo non esistono più. L’unico nemico rimasto è il liberalcapitalismo, non solo come strumento di oppressione economica e sociologica, ma come religione del pensiero unico e dogma della globalizzazione”
(Aleksandr Dugin)


Performance artistica del compositore Sergey Kuryokhin e dello scrittore Eduard Limonov, 1995

Concerto di Egor Letov, "Difesa civile - La lotta continua", 1994


 
Altre performance artistico/politiche di Limonov (tratto dal sito su Limonov a cura di José Setien): http://www.tout-sur-limonov.fr/222318810
Punk e nazionalbolscevismo, articolo di Eduard Limonov (tratto dal sito su Limonov a cura di José Setien): http://www.tout-sur-limonov.fr/414521099









mercoledì 18 giugno 2014

Aforismi (anti)politici ovvero (contro)culturali by Luca Bagatin (tratti da www.lucabagatin.ilcannocchiale.it)




La politica (ma anche l'economia) è marcia perché persegue il Potere (e l'accumulazione del danaro). La società, diversamente, dovrebbe spogliarsi del Potere (e del danaro) e ricercare l'Amore (ovvero l'autogestione).

Dopo anni di esperienza con (e talvolta "in") istituti di (dis)credito (ovvero banche), compagnie telefoniche, pubblici uffici, ritengo una volta di più che la loro progressiva scomparsa sia più che auspicabile per il cittadino onesto.

Se parlo spesso delle mie "ex" è per ricordare a me stesso che non ci saranno delle "post".
Solo la presenza di belle fancuille per strada attenua lo sconforto del dover girare per gli uffici pubblici di Roma.
Prima Berlusconi dialoga con Renzi.
Oggi Grillo dialoga con Renzi.
Il Partito Nazionalsocialista sta per rinascere in Italia.
Mi basta uno sguardo per capire una persona. Anche più di una persona.