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sabato 1 novembre 2025

Pier Paolo Pasolini, profeta contro il capitalismo assoluto e la società dei consumi. Articolo di Luca Bagatin

A 50 anni dal barbarico assassinio di Pier Paolo Pasolini, mai a sufficienza indagato e troppo facilmente liquidato, vorrei ricordarlo con un mio lungo articolo, contenuto anche nel mio saggio "Amore e Libertà - Manifesto per la Civiltà dell'Amore" (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/490308/amore-e-liberta/).

Un articolo nel quale cerco di mettere in luce gli aspetti anti-borghesi e anti-liberali, ovvero anti-fascisti, di un Pasolini che denunciò, già 50 anni fa, il mutamento in senso liberal-capitalista di tanto "sinistrismo borghese" e di tanto "liberal-radicalismo" italico, oggi sostenitore, come le destre al governo, del regime a Stelle e Strisce e di un europeismo oligarchico, autoreferenziale, ipocrita e antidemocratico.

Luca Bagatin 

Pier Paolo Pasolini, profeta contro il capitalismo assoluto e la società dei consumi. Articolo di Luca Bagatin (contenuto anche nel suo saggio "Amore e Libertà - Manifesto per la Civiltà dell'Amore)


Pier Paolo Pasolini fu un intellettuale marxista contro la modernità, i cui insegnamenti e le cui previsioni oggi, a distanza di numerosi decenni dalla sua morte violenta, sono più che mai attuali.

La sua denuncia dell'avvento del capitalismo assoluto; del consumismo; di una sinistra e di una classe intellettuale tanto progressista quanto liberal-capitalista, che si disinteressa degli sfruttati e difende piuttosto gli sfruttatori; della perdita della sacralità dei sentimenti in nome del "laicismo consumistico", sono oggi, drammaticamente, il pane quitidiano di una Italia e di una Europa senza più prospettive sociali, ovvero senza più prospettive socialiste.

Ecco che le parole del Pasolini che scriveva su "Le Vie Nuove" del 18 ottobre 1962, ci presentano la sua idea di recupero della tradizione, che è una tradizione marxista e rivoluzionaria, ma, in quanto tradizione, profondamente anti-moderna, e, come tale, critica nei confronti dei tradizionalisti e dei borghesi: "E' un'idea sbagliata - dovuta come sempre alla mistificazione giornalistica - quella che io sia un...'modernista'. Anche i miei più seri sperimentalismi non prescindono mai da un determinante amore per la grande tradizione italiana e europea. Bisogna strappare ai tradizionalisti il Monopolio della tradizione, non le pare ? Solo la rivoluzione può salvare la tradizione: solo i marxisti amano il passato: i borghesi non amano nulla, le loro affermazioni retoriche di amore per il passato sono semplicemente ciniche e sacrileghe: comunque, nel migliore dei casi, tale amore è decorativo, o 'monumentale', come diceva Schopenhauer, non certo storicistico, cioè reale e capace di nuova storia".
Ed ecco come Pasolini qui parli già del concetto di amore, che esplica ancor meglio nel numero de "Le Vie Nuove" del successivo 22 novembre 1962, ove peraltro spiega il connubio fra i concetti di "tradizione" e di "marxismo": "Tradizione e marxismo. Sì, insisto: solo il marxismo salva la tradizione. Oh, ma capiscimi bene ! Per tradizione intendo la grande tradizione: la storia degli stili. Per amare questa tradizione occorre un grande amore per la vita. La borghesia non ama la vita: la possiede. E ciò implica cinismo, volgarità, mancanza reale di rispetto per una tradizione intesa come tradizione di privilegio e come blasone. Il marxismo, nel fatto stesso di essere critico e rivoluzionario, implica amore per la vita, e, con questo, la revisione rigenerante, energica, amorosa della storia dell'uomo, del suo passato".
Pasolini è dunque un intellettuale marxista antimoderno dall'impostazione romantica e sentimentale e lo si comprenderà ancor meglio nel 1976, con le sue "Lettere luterane", scritte dalle colonne del "Corriere della Sera" e de "Il Mondo", ove egli critica il progresso, che considera un falso progresso; il conformismo; il consumismo e l'avvento della televisione. In particolare una frase contenuta nelle sue "Lettere" è, a parer mio, particolarmente significativa: "Nell'insegnamento che ti impartirò io ti sospingerò a tutte le sconsacrazioni possibili, alla mancanza di ogni rispetto per ogni sentimento istitutivo. Tuttavia il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci".
Il fulcro dell'insegnamento pasoliniano - anticlericale sì, ma non antispirituale - è dunque la ricerca del Sacro e del Sentimento, oltre la fredda ragione, oltre quel "laicismo consumistico" che ha trasformato gli esseri umani in adoratori della materia, del danaro, del consumo.
E se andiamo a rileggere il testo dell'intervento che Pier Paolo Pasolini avrebbe dovuto tenere al Congresso del Partito Radicale del 4 novembre 1975 (testo che fu letto postumo, in quanto Pasolini fu barbaramente ucciso due giorni prima), scorgiamo delle frasi di una profondità e lungimiranza politico-economica sbalorditiva. Oltre a fare l'elogio delle persone che Pasolini definisce "adorabili", ovvero quelle che non sanno di avere dei diritti, nel "Paragrafo Quinto" il Nostro - fra le altre cose - scrive: "I bisogni indotti dal vecchio capitalismo erano in fondo molto simili ai bisogni primari. I bisogni invece che il nuovo capitalismo può indurre sono totalmente e perfettamente inutili e artificiali. Ecco perché, attraverso essi, il nuovo capitalismo non si limiterebbe a cambiare storicamente un tipo d'uomo: ma l'umanità stessa. Va aggiunto che il consumismo può creare dei "rapporti sociali" immodificabili, sia creando, nel caso peggiore, al posto del vecchio clerico-fascismo un nuovo tecno-fascismo (che potrebbe comunque realizzarsi solo a patto di chiamarsi anti-fascismo); sia, com'è ormai più probabile, creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili. In ambedue i casi lo spazio per una reale alterità rivoluzionaria verrebbe ristretto all'utopia o al ricordo: riducendo quindi la funzione dei partiti marxisti ad una funzione socialdemocratica, sia pure, dal punto di vista storico, completamente nuova".
E qui, in queste poche righe, sembra di leggere la profezia di un Pasolini che sembra anticipare il mutamento in senso liberal-capitalista (o "socialdemocratico", come lo definisce Pasolini) dei partiti un tempo marxisti e socialisti europei: dagli eredi del PCI, oggi PD, finanche sino al PS francese e al PSOE spagnolo e non solo, ormai partiti in difesa del capitalismo assoluto e spesso più di destra della destra liberale (si pensi anche ai recenti elogi della sinistra al Senatore USA della destra guerrafondaia John McCain).
Ecco che al "Paragrafo Sesto" del discorso che non potè tenere, Pasolini, rivolgendosi a Pannella e Spadaccia, scrive: "Dunque, bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne di cultura".
E nel "Paragrafo Settimo", parlando dei diritti civili, dell'aborto e del divorzio, il Nostro, scrive fra l'altro: "(...) A proposito delle difesa generica dell'alterità, a proposito del divorzio, a proposito dell'aborto, avete ottenuto dei grandi successi. Ciò - e voi lo sapete benissmo - costituisce un grande pericolo. Per voi - e voi sapete benissimo come reagire - ma anche per tutto il paese che invece, specialmente ai livelli culturali che dovrebbero essere più alti, reagisce regolarmente male (...)".
E prosegue nel "Paragrafo Ottavo, con frasi di una attualità incredibili: "(...) Io vi prospetto - in un momento di giusta euforia delle sinistre - quello che per me è il maggiore e peggiore pericolo che attende specialmente noi intellettuali nel prossimo futuro. Una nuova "trahison del clercs": una nuova accettazione; una nuova adesione; un nuovo cedimento al fatto compiuto; un nuovo regime sia pure ancora soltanto come nuova cultura e nuova qualità di vita.
Vi richiamo a quanto dicevo alla fine del paragrafo quinto: il consumismo può rendere immodificabili i nuovi rapporti sociali espressi dal nuovo modo di produzione "creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili".
Ora, la massa degli intellettuali che ha mutuato da voi, attraverso una marxistizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto della bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità. Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando una invisibile tessera".
E' il Pasolini in dialogo con Pannella, ma anche critico nei confronti dei radicali che, se allora sembravano difendere i diritti di chi non sapeva di avere diritti, via via diventeranno partito del capitalismo assoluto, senza aver compreso o avendo del tutto dimenticato la lezione pasoliniana che poneva al centro la contrapposizione fra lo sfruttato e lo sfruttatore e, il Nostro, prenderà sempre le difese dello sfruttato e lo farà, forse fra i pochi intellettuali marxisti finanche del suo tempo - assieme al filosofo comunista francese Michel Clouscard - denunciando l'avvento di quel "nuovo fascismo" che nei fatti sarebbe stato il consumismo, l'edonismo, il materialismo borghese, il capitalismo assoluto.
In tal senso Pasolini nel 1963 disse: "Noi ci troviamo alle origini di quella che sarà probabilmente la più brutta epoca della storia dell'uomo: l'epoca dell'alienazione industriale. Lei ne è già una vittima, in quanto il suo giudizio non è libero proprio nell'atto in cui crede di meglio attuare la propria libertà; io sono un'altra vittima in quanto la mia libera espressione viene fatta passare per 'altra da quella che essa è'. Il mondo si incammina per una strada orribile: il neocapitalismo illuminato e socialdemocratico, in realtà più duro e feroce che mai.".
Le parole di Pier Paolo Pasolini - queste e molte altre - poeta, intellettuale anticonformista, regista, narratore e cantore delle periferie, degli sconciati, dei diseredati, della civiltà dell'innocenza e di quella contadina, sono ancora oggi le uniche che ci guidano, illiminandoci, nella fitta nebbia del finto progresso, della finta libertà, del Capitale.
Pier Paolo non è mai morto. Perché Pier Paolo parla ancora al nostro cuore.

Luca Bagatin
 

venerdì 3 novembre 2023

Pier Paolo Pasolini, profeta contro il capitalismo assoluto e la società de consumi. Articolo di Luca Bagatin del 30 agosto 2018

Pier Paolo Pasolini, profeta contro il capitalismo assoluto e la società de consumi.

Articolo di Luca Bagatin del 30 agosto 2018 (contenuto anche nel suo saggio "Amore e Libertà - Manifesto per la Civiltà dell'Amore)


Pier Paolo Pasolini fu un intellettuale marxista contro la modernità, i cui insegnamenti e le cui previsioni oggi, a distanza di ben 43 anni dalla sua morte violenta, sono più che mai attuali.

La sua denuncia dell'avvento del capitalismo assoluto; del consumismo; di una sinistra e di una classe intellettuale tanto progressista quanto liberal-capitalista, che si disinteressa degli sfruttati e difende piuttosto gli sfruttatori; della perdita della sacralità dei sentimenti in nome del "laicismo consumistico", sono oggi, drammaticamente, il pane quitidiano di una Italia e di una Europa senza più prospettive sociali, ovvero senza più prospettive socialiste.

Ecco che le parole del Pasolini che scriveva su "Le Vie Nuove" del 18 ottobre 1962, ci presentano la sua idea di recupero della tradizione, che è una tradizione marxista e rivoluzionaria, ma, in quanto tradizione, profondamente anti-moderna, e, come tale, critica nei confronti dei tradizionalisti e dei borghesi: "E' un'idea sbagliata - dovuta come sempre alla mistificazione giornalistica - quella che io sia un...'modernista'. Anche i miei più seri sperimentalismi non prescindono mai da un determinante amore per la grande tradizione italiana e europea. Bisogna strappare ai tradizionalisti il Monopolio della tradizione, non le pare ? Solo la rivoluzione può salvare la tradizione: solo i marxisti amano il passato: i borghesi non amano nulla, le loro affermazioni retoriche di amore per il passato sono semplicemente ciniche e sacrileghe: comunque, nel migliore dei casi, tale amore è decorativo, o 'monumentale', come diceva Schopenhauer, non certo storicistico, cioè reale e capace di nuova storia".
Ed ecco come Pasolini qui parli già del concetto di amore, che esplica ancor meglio nel numero de "Le Vie Nuove" del successivo 22 novembre 1962, ove peraltro spiega il connubio fra i concetti di "tradizione" e di "marxismo": "Tradizione e marxismo. Sì, insisto: solo il marxismo salva la tradizione. Oh, ma capiscimi bene ! Per tradizione intendo la grande tradizione: la storia degli stili. Per amare questa tradizione occorre un grande amore per la vita. La borghesia non ama la vita: la possiede. E ciò implica cinismo, volgarità, mancanza reale di rispetto per una tradizione intesa come tradizione di privilegio e come blasone. Il marxismo, nel fatto stesso di essere critico e rivoluzionario, implica amore per la vita, e, con questo, la revisione rigenerante, energica, amorosa della storia dell'uomo, del suo passato".
Pasolini è dunque un intellettuale marxista antimoderno dall'impostazione romantica e sentimentale e lo si comprenderà ancor meglio nel 1976, con le sue "Lettere luterane", scritte dalle colonne del "Corriere della Sera" e de "Il Mondo", ove egli critica il progresso, che considera un falso progresso; il conformismo; il consumismo e l'avvento della televisione. In particolare una frase contenuta nelle sue "Lettere" è, a parer mio, particolarmente significativa: "Nell'insegnamento che ti impartirò io ti sospingerò a tutte le sconsacrazioni possibili, alla mancanza di ogni rispetto per ogni sentimento istitutivo. Tuttavia il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci".
Il fulcro dell'insegnamento pasoliniano - anticlericale sì, ma non antispirituale - è dunque la ricerca del Sacro e del Sentimento, oltre la fredda ragione, oltre quel "laicismo consumistico" che ha trasformato gli esseri umani in adoratori della materia, del danaro, del consumo.
E se andiamo a rileggere il testo dell'intervento che Pier Paolo Pasolini avrebbe dovuto tenere al Congresso del Partito Radicale del 4 novembre 1975 (testo che fu letto postumo, in quanto Pasolini fu barbaramente ucciso due giorni prima), scorgiamo delle frasi di una profondità e lungimiranza politico-economica sbalorditiva. Oltre a fare l'elogio delle persone che Pasolini definisce "adorabili", ovvero quelle che non sanno di avere dei diritti, nel "Paragrafo Quinto" il Nostro - fra le altre cose - scrive: "I bisogni indotti dal vecchio capitalismo erano in fondo molto simili ai bisogni primari. I bisogni invece che il nuovo capitalismo può indurre sono totalmente e perfettamente inutili e artificiali. Ecco perché, attraverso essi, il nuovo capitalismo non si limiterebbe a cambiare storicamente un tipo d'uomo: ma l'umanità stessa. Va aggiunto che il consumismo può creare dei "rapporti sociali" immodificabili, sia creando, nel caso peggiore, al posto del vecchio clerico-fascismo un nuovo tecno-fascismo (che potrebbe comunque realizzarsi solo a patto di chiamarsi anti-fascismo); sia, com'è ormai più probabile, creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili. In ambedue i casi lo spazio per una reale alterità rivoluzionaria verrebbe ristretto all'utopia o al ricordo: riducendo quindi la funzione dei partiti marxisti ad una funzione socialdemocratica, sia pure, dal punto di vista storico, completamente nuova".
E qui, in queste poche righe, sembra di leggere la profezia di un Pasolini che sembra anticipare il mutamento in senso liberal-capitalista (o "socialdemocratico", come lo definisce Pasolini) dei partiti un tempo marxisti e socialisti europei: dagli eredi del PCI, oggi PD, finanche sino al PS francese e al PSOE spagnolo e non solo, ormai partiti in difesa del capitalismo assoluto e spesso più di destra della destra liberale (si pensi anche ai recenti elogi della sinistra al Senatore USA della destra guerrafondaia John McCain).
Ecco che al "Paragrafo Sesto" del discorso che non potè tenere, Pasolini, rivolgendosi a Pannella e Spadaccia, scrive: "Dunque, bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne di cultura".
E nel "Paragrafo Settimo", parlando dei diritti civili, dell'aborto e del divorzio, il Nostro, scrive fra l'altro: "(...) A proposito delle difesa generica dell'alterità, a proposito del divorzio, a proposito dell'aborto, avete ottenuto dei grandi successi. Ciò - e voi lo sapete benissmo - costituisce un grande pericolo. Per voi - e voi sapete benissimo come reagire - ma anche per tutto il paese che invece, specialmente ai livelli culturali che dovrebbero essere più alti, reagisce regolarmente male (...)".
E prosegue nel "Paragrafo Ottavo, con frasi di una attualità incredibili: "(...) Io vi prospetto - in un momento di giusta euforia delle sinistre - quello che per me è il maggiore e peggiore pericolo che attende specialmente noi intellettuali nel prossimo futuro. Una nuova "trahison del clercs": una nuova accettazione; una nuova adesione; un nuovo cedimento al fatto compiuto; un nuovo regime sia pure ancora soltanto come nuova cultura e nuova qualità di vita.
Vi richiamo a quanto dicevo alla fine del paragrafo quinto: il consumismo può rendere immodificabili i nuovi rapporti sociali espressi dal nuovo modo di produzione "creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili".
Ora, la massa degli intellettuali che ha mutuato da voi, attraverso una marxistizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto della bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità. Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando una invisibile tessera".
E' il Pasolini in dialogo con Pannella, ma anche critico nei confronti dei radicali che, se allora sembravano difendere i diritti di chi non sapeva di avere diritti, via via diventeranno partito del capitalismo assoluto, senza aver compreso o avendo del tutto dimenticato la lezione pasoliniana che poneva al centro la contrapposizione fra lo sfruttato e lo sfruttatore e, il Nostro, prenderà sempre le difese dello sfruttato e lo farà, forse fra i pochi intellettuali marxisti finanche del suo tempo - assieme al filosofo comunista francese Michel Clouscard - denunciando l'avvento di quel "nuovo fascismo" che nei fatti sarebbe stato il consumismo, l'edonismo, il materialismo borghese, il capitalismo assoluto.
In tal senso Pasolini nel 1963 disse: "Noi ci troviamo alle origini di quella che sarà probabilmente la più brutta epoca della storia dell'uomo: l'epoca dell'alienazione industriale. Lei ne è già una vittima, in quanto il suo giudizio non è libero proprio nell'atto in cui crede di meglio attuare la propria libertà; io sono un'altra vittima in quanto la mia libera espressione viene fatta passare per 'altra da quella che essa è'. Il mondo si incammina per una strada orribile: il neocapitalismo illuminato e socialdemocratico, in realtà più duro e feroce che mai.".
Le parole di Pier Paolo Pasolini - queste e molte altre - poeta, intellettuale anticonformista, regista, narratore e cantore delle periferie, degli sconciati, dei diseredati, della civiltà dell'innocenza e di quella contadina, sono ancora oggi le uniche che ci guidano, illiminandoci, nella fitta nebbia del finto progresso, della finta libertà, del Capitale.
Pier Paolo non è mai morto. Perché Pier Paolo parla ancora al nostro cuore.

Luca Bagatin
 

mercoledì 26 ottobre 2016

Democrazia e libertà. Articolo di Luca Bagatin

Alcuni giorni fa è nato un piccolo dibattito con un vecchio amico che conosco dai tempi in cui simpatizzavo per il Partito Radicale, ovvero almeno una ventina di anni fa. Simpatizzavo, ma non vi ho mai aderito, in quanto non ho mai amato i “centralismi democratici” pannelliani, pur avendo sempre ammirato lo spirito libertario e soprattutto creativo e fricchettone dei radicali vecchio stile. Stile che purtuttavia hanno progressivamente abbandonato, aprendosi al pensiero liberal-capital-globalista-economicistico, dimenticando un pezzo importante della loro storia, fatta di critica all'economia di mercato tout court, di autogestione libertaria e socialista, di lotta contro lo sfruttamento e di opposizione alle guerre “occidentali” nei Paesi del Terzo Mondo (proprio di recente, sulla rivista francese “Rébellion”, ho ricordato la battaglia di Marco Pannella a fianco del Presidente del Burkina Faso Thomas Sankara contro lo sterminio per fame http://rebellion-sre.fr/15-octobre-1987-15-octobre-2016-29e-anniversaire-de-disparition-de-thomas-sankara/).
Il dibattito di cui parlo è nato ad ogni modo attorno alla concezione di aspetti quali la “democrazia” e la “libertà”, che per me non hanno alcuna attinenza con le ideologie, men che meno con l'ideologia dal mio amico sostenuta, ovvero quella liberale.
Da buon lettore e ammiratore di Alain De Benoist, debbo con il saggista francese riconoscere che, se per “liberalismo” intendessimo un concetto attinente unicamente alle libertà personali, non ci sarebbe nulla da eccepire. Purtuttavia sappiamo bene che esso ha implicazioni anche ed eminentemente economiche oltre che sociali.
Anni fa incorsi anch'io nell'equivoco di ritenere il liberalismo una forma di liberazione dell'individuo, così come da giovanissimo – quando avevo all'incirca quindici-sedici anni - incorsi nell'errore di credere che il comunismo fosse una forma di emancipazione dell'essere umano.
Con il tempo, lo studio e l'approfondimento ho compreso quanto tanto il comunismo storico novecentesco sia stato foriero di totalitarismo burocratico accentratore (che nulla, peraltro, aveva a che vedere con il pensiero di Marx ed Engels, i quali puntavano ad una società senza classi né Stati), quanto il liberalismo sia e sia stato portatore del totalitarismo dell'egoismo e del consumismo indotto e sfrenato, responsabile dell'attuale globalizzazione capitalista con tutto ciò che ne consegue (povertà diffusa, precarietà, immigrazionismo, insicurezza psicologica e sociale...).
Fu così che ritenni, come oggi ritengo, superati i concetti di Destra e Sinistra, identificando queste due ideologie illuministiche quali portatrici di esigenze anti-popolari, borghesi, economicistiche e, sostanzialmente, non democratiche né portatrici di libertà.
La mia visione, lungi dall'essere definitiva (non ho mai creduto infatti che un sistema o una ideologia possa e debba andare sempre e comunque bene in ogni luogo e in ogni spazio, anzi !), è dunque schiettamente conservatrice dei valori, dei sentimenti e dei doveri degli individui verso loro stessi e verso la loro comunità di appartenenza. Per questo mi sento di abbracciare il socialismo romantico ed autogestionario fondato sulla cooperazione e sull'economia del dono (ovvero il socialismo di Pierre Leroux, di Giuseppe Garibaldi e di Marcel Mauss in primis) ed il mazzinianesimo che, appunto, anteponeva i “doveri” comunitari delle persone ai “diritti” egoistici borghesi e “liberali”. Ritengo dunque che tale visione sia proprio all'origine del pensiero democratico (che nacque nell'Antica Grecia) ove il popolo ha la sovranità e la responsabilità del destino della comunità in cui vive. Viene da sé, dunque, che la libertà nasca dal confronto all'interno della comunità, non già dalla prevaricazione del singolo individuo sugli altri o del singolo gruppo (le famose élites) sugli altri.
La democrazia autentica, dunque, è quella forma che permette a tutti di auto-rappresentarsi, senza deleghe né mediazioni di sorta. E la libertà è una continua ricerca: interiore ed esteriore. Un continuo confronto fra il proprio sé e l'altrui sé.
E' chiaro che ciò presuppone il senso di comunità; la consapevolezza di essere tutti appartenenti ad un'unica grande famiglia; la disponibilità al confronto e al dialogo oltre che una formazione storica, culturale, politica, filosofica, spirituale e antropologica continua e che guardi non già alle sedicenti democrazie capitaliste e “liberali” moderne, bensì alla democrazia ateniese, alle società arcaiche matriarcali e fondate sul dono (e non già sul “diritto” o sul “libero” commercio); ad esempi quali la Comune di Parigi, la Repubblica Romana del 1849 e la libertaria e d'annunziana Repubblica di Fiume, senza dimeticare gli esempi portati avanti dal Socialismo del Secolo XXI in America Latina negli ultimi quindici anni.
Alla fine del dibattito con il mio amico, ad ogni modo, ciascuno è rimasto sulle sue posizioni, ma ci siamo ripromessi di continuare a confrontarci davanti ad un'ottima pizza ed a una birra.
Penso dunque, una volta di più, che la democrazia e la libertà scaturiscano solo dalle diversità e dal rispetto delle stesse (non certo dall'omologazione, dal pensiero unico “politicamente corretto”, dall'indistinzione ideologica tipica della società odierna dei consumi...), dal confronto e da nuove sintesi ideali. Non certo dalle livorose divisioni fini a sé stesse o dagli egoismi.

Luca Bagatin

mercoledì 4 maggio 2016

Thomas Sankara e la Rivoluzione burkinabé. Articolo di Luca Bagatin


Burkina Faso: letteralmente “paese degli uomini integri”. Integri come lo fu il Presidente che diede questo nome all'Alto Volta, Paese africano di oltre 17 milioni di abitanti per una superficie totale di 274.000 km.
Stiamo parlando di Thomas Sankara, il Presidente degli ultimi e degli umili. Salito al potere a soli 35 anni attraverso una rivoluzione liberatrice senza spargimento di sangue.
Thomas Sankara, nato il 21 dicembre 1949 da una povera famiglia burkinabé, fin da bambino aveva un sogno: che il suo popolo potesse affrancarsi dal neocolonialismo e tutti potessero vivere in pace e con due pasti al giorno.
Per potersi mantenere entrò nell'esercito partecipando ad un concorso per accedere alla Scuola militare Pryatanée di Kadiogo, superando il concorso nel 1966.
Nel 1978 conobbe colui il quale, tempo dopo, l'avrebbe assassinato, ovvero Blaise Campaoré e con lui costituì il Raggruppamento degli Ufficiali Comunisti al fine di rovesciare il regime corrotto dell'Alto Volta.
Nel novembre 1980, senza alcun spargimento di sangue, prese il potere il colonnello Sayé Zerbo e Sankara, vista l'alta popolarità di cui godeva nell'esercito, fu nominato Segretario di Stato per l'Informazione. Purtuttavia, in aperto contrasto con il governo che egli scoprì essere corrotto tanto quanto i precedenti, si dimise dall'incarico nell'aprile 1982 e sarà arrestato assieme agli altri componenti del Raggruppamento degli Ufficiali Comunisti.
Un successivo colpo di Stato porterà al potere Jean-Baptiste Ouédraogo che, oltre a liberare Sankara ed i suoi compagni, lo nominerà Primo Ministro.
Da quel momento Sankara inizierà ad applicare sanzioni contro i funzionari pubblici fannulloni, eliminando alcuni vantaggi dei dipendenti pubblici ed iniziando a viaggiare per i Paesi del Terzo Mondo intessendo sempre più fitte relazioni, in particolare con la Libia di Mu'Ammar Gheddafi.
Tornato in patria, Sankara trovò la sua abitazione circondata da carri armati condotti da uomini al soldo del governo francese, il quale temeva l'impulso rivoluzionario del governo da lui presieduto. Egli fu così arrestato e detenuto presso un campo militare.
Grazie ad una sollevazione popolare lui ed i suoi compagni saranno liberati il 30 maggio 1983 ed inizieranno a progettare il colpo di Stato dell'agosto successivo, che lo porterà finalmente alla Presidenza della Repubblica con un programma ambiziosissimo, che riuscirà purtroppo ad attuare solo in parte a causa del suo assassinio, nell'ottobre 1987.
Ma, andiamo con ordine: che cosa fa di Sankara un vero rivoluzionario ed un politico modello ? In che cosa consistette il suo ambiziosissimo programma ?
Nella massiccia opera di vaccinazione che permise la riduzione di mortalità infantile in Burkina Faso; nella massiccia opera di rimboschimento al fine di far rivivere l'arido Sahel; nella riforma agraria che permise di ridistribuire le terre ai contadini; nella politica di soppressione delle imposte agricole; nelle importantissime politiche di liberazione femminile che proibirono la pratica barbarica dell'infibulazione, nell'abolizione della poligamia, nella partecipazione delle donne alla vita politica del Paese attraverso l'istituzione dell'Unione delle Donne del Burkina, nell'istituzione della giornata dei mariti al mercato; in un programma di riduzione delle spese e del processo di autarchia ribattezzato da Sankara “produciamo quello che consumiamo”, alla fine di abolire progressivamente la dipendenza dalle importazioni con l'estero; la costruzione di apposite dighe, pozzi e bacini idrici che garantissero a tutti l'accesso all'acqua e la garanzia di due pasti al giorno per tutti i burkinabé; la costruzione di un campo sportivo per ogni villaggio al fine di garantire a tutti il diritto all'attività fisica e ricreativa; la lotta alla corruzione pubblica e la richiesta di Sankara ai Potenti della Terra di cancellare il debito ai Paesi del Terzo Mondo, in quanto frutto del colonialismo e del neocolonialismo e dunque all'origine del sottosviluppo di tali Paesi; la proposta di disarmo progressivo di tutti i Paesi africani in modo che questi non combattano più fra loro, ma lottino per l'unità e l'emancipazione dei popoli africani; lo sforzo di far partecipare tutti alla vita pubblica del Paese, attraverso appositi comitati rivoluzionari ed una radio attraverso la quale chiunque potesse fare proposte o criticare l'operato del governo.
Programma ambizioso ed in parte realizzato sino a quell'ottobre 1987 nel quale sarà ucciso - con un colpo di revolver - dal suo amico di lotte, Blaise Campaoré, il quale prenderà così il potere e annullerà molte delle riforme portate avanti da Sankara, facendo peraltro tornare il Burkina Faso preda della corruzione e dei potentati economici e politici stranieri.
Un sogno, quello della Rivoluzione burkinabé, dunque tragicamente interrotto. Un sogno che fu sostenuto anche dagli amici del Partito Radicale di Marco Pannella che lanciarono in quegli anni una campagna contro lo sterminio per fame nei Paesi del Terzo Mondo e che porterà lo stesso Presidente Thomas Sakara ad iscriversi al loro partito.
Ecco che l'esempio e la vita di Sankara ci spiegano le vere cause dell'immigrazionismo di oggi, che sono frutto del capitalismo, del colonialismo e del neocolonialismo dei governi dei Paesi ricchi europei e statunitensi che sarebbe ora facessero finalmente un “mea culpa” e la smettessero di invadere Paesi sovrani; la smettessero di vendere loro le armi; la smettessero di destabilizzare governi legittimi solo perché non la pensano come loro; la smettessero di far indebitare i Paesi poveri attraverso le politiche criminali della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale.
Ci vorrebbero, in sostanza, più Thomas Sankara e meno Christine Lagarde; più Fidel Castro e meno Dominique Strauss-Khan; più Mu'Ammar Gheddafi, più José Mujica, più Marco Pannella e meno Barak Obama, Blair, Bush, Sarkozy, Hollande e via discorrendo, che hanno prodotto miseria, corruzione, immigrazionismo, ovvero vere e proprie deportazioni moderne di esseri umani da sfruttare nelle imprese di casa nostra.
Ci vorrebbe più umanità. Parrebbe semplice e forse lo è. Basterebbe iniziare a discuterne. Ma la democrazia autentica, forse, è ancora troppo sconosciuta, specie in quei Paesi occidentali che, illusoriamente, si credono “democratici”.

Luca Bagatin

lunedì 14 marzo 2016

"Democrazia, decrescita, identità, comunità, amore e libertà": riflessioni di Luca Bagatin

Ho smesso da tempo di dichiararmi a una donna che mi piace.
E poi sono sempre stato un tipo ermetico. A dispetto delle apparenze.


Chi crede nella democrazia e nella libertà, in questo Paese, non può che essere un sovversivo, ovvero non deve andare a votare né leggere la grande stampa !

In un'altra vita sarei potuto essere un marito perfetto, con accanto una donna bellissima di quelle che mi piacciono tanto.
In questa vita sono destinato a fare lo scrittore, l'ideologo rivoluzionario, il sovversivo, l'autoemarginato, il giornalista undergound non convenzionale (né convenzionato).
Non mi cambierei di una virgola !

Penso che i temi ai quali oggi vada data assoluta priorità, ovvero i nuovi diritti civili e sociali siano: il rispetto delle biodiversità (con il relativo riconoscimento e valorizzazione delle differenze); la decrescita economica ed il conseguente trionfo dell'ecologia sulle macchine e sull'uomo/macchina; la democrazia rappresentativa e partecipativa diretta, in luogo dei partiti e dei politici; la lotta serrata alla globalizzazione, che tende ad omologarci e a renderci schiavi di un pensiero unico economicista e livellatore; la ricerca di un'economia del NON-profitto, ovvero del dono e dello scambio reciproco alla pari.

Non sono mai stato né di destra né di sinistra. Penso di potermi definire, al di là di eretico ed erotico, un socialista libertario, un comunista anarco-comunitarista, un repubblicano mazziniano. Non mi sento figlio dei Lumi né, quindi, della borghesia. Direi che sono piuttosto figlio dei boschi e di Thoreau.

giovedì 10 ottobre 2013

Radicali sul viale del tramonto e FEMEN in pole position: fotografie lampo by Baglu

Proprio ieri sera (fra un disgusto di "Radio Belva" e l'altro, la peggiore trasmissione pseudo-giornalistica degli ultimi anni) parlavo con un amico di Marco Pannella.
Ne parlavo con grande nostalgia, pensando alle battaglie libertarie degli Anni '60-'70 e '80. A come un partito trasgressivo ed irriverente si sia trasformato in partito ministerialista e governativo, ovvero inutile all'evoluzione umana, prima ancora che politca.
Oggi ricevo una mail dei Radicali che parlano di questa loro nuova "lista democratica, cristiana, socialista e liberale", che avrebbe come simbolo ancora una volta la Rosa nel Pugno.
E, una volta di più, rimpiango il vecchio partito radicale, quello di Pannunzio con la Minerva dal Berretto Frigio e quello con la Rosa nel Pugno listata a lutto.
Un'altra epoca.
Del resto erano ancora viventi, allora, Adele Faccio, Adelaide Aglietta e Roberta Tatafiore.



...e un messaggio ai naviganti:

Anche questa volta ci schieriamo dalla parte di FEMEN.
Eroine moderne in un mondo di codardi e pagliacci da Circo Barnum (come Mariano Rajoy e tutti i capi di stato e di governo del mondo)

lunedì 16 settembre 2013

XX Settembre, festa di laicità, libertà, concordia. Uccisa dal fascismo e dalla partitocrazia.

Il 20 settembre è una giornata di festa.
Una festa purtroppo abolita e dimenticata, dal Fascismo prima e della Repubblica partitocratica poi.
La vera festa dell'Unità d'Italia in quanto il 20 settembre del 1870 l'Italia, con la conquista di Roma da parte dei Bersaglieri e la deposizione del potere temporale dei papi, divenne, finalmente, davvero unita.
Una giornata di concordia fra le ideologie politiche democratiche - repubblicane mazziniane, socialiste, garibaldine, monarchiche - e le sensibilità spirituali, siano e fossero esse cattolico democratiche, ebraiche o massoniche.
Una giornata che permise agli italiani di essere davvero, per una volta, fratelli. Una giornata che il più grande Sindaco di Roma, ovvero Ernesto Nathan, soleva ricordare con un grande discorso a Porta Pia, dai profondi contenuti laici e spirituali al contempo.
Una giornata - il 20 settembre - purtuttavia invisa ai clericali ed ai fascisti e, nel dopoguerra, invisa ai comunisti - allora a braccetto ideologico con clericali e missini - ed ai democristiani che, non a caso, introdussero - per far piacere al Vaticano - in Costituzione, i fascistissimi Patti Lateranensi.
E' così che oggi, il 20 settembre, è una festa non ricordata, caduta in disuso, disprezzata da quella Repubblica Monarchica dei Partiti che nel 1948 tradì gli ideali di Mazzini, Garibaldi e Cavour e consegnò il Paese nelle mani dei nuovi barbari che si spartirono in Potere. Dc e Pci in testa, pur contrastati da qualche laico intransigente che, in cuor suo, non aveva dimenticato la lezione del Partito d'Azione, unico partito italiano a non essere mai sceso a patti con nessuno ed aver coerentemente portato avanti ideali di laicità e libertà.
Oggi, solo la Massoneria italiana nelle sue varie Obbedienze, il Partito Radicale e le associazioni mazziniane e garibaldine, rammentano ancora il 20 settembre con manifestazioni pubbliche a Porta Pia. Eppure senza il 20 settembre l'Italia non sarebbe diventata un Paese laico, civile, liberale e l'istruzione pubblica non sarebbe mai stata gratuita ed estesa a tutti, ma esisterebbero ancora profondissime disparità fra classi sociali. 
La Storia, ad ogni modo, l'hanno riscritta altri, ovvero gli eredi delle dittature rosse e nere, oltre che i nuovi barbari eredi di Berlinguer, Berlusconi, Bossi e Grillo che, se non ci fosse stata la falsa rivoluzione di Tangentopoli, oggi, sarebbero a vendere patate al mercato.
Il 20 di settembre di quest'anno scadrà il termine di presentazione dei dodici referendum Radicali. Referendum che vorrebbero abolire il finanziamento pubblico ai partiti, il sistema perverso dell'8 per mille, l'ergastolo, per separare le carriere dei magistrati ed altri, tutti molto interessanti, come sempre sono le proposte dei Radicali.
E' difficile prevedere se le firme necessarie saranno tutte raccolte, per quanto ce lo auguriamo. Purtuttavia, anche se i quesiti passassero con dodici SI' a maggioranza, siamo certi che questo o il prossimo Parlamento - composto dalla stessa partitocrazia che ha ucciso ogni spirito liberale degli ultimi 150 anni - non li disattenderebbero ?
Abbiamo stima di Marco Pannella, ma vogliamo anche ricordare che "questi" Parlamenti con "questi" partiti, sono quelli che gli anno negato il voto come Presidente della Repubblica e lo hanno negato anche ad Emma Bonino.
E' facile, molto facile, firmare dei quesiti referendari come ha fatto Berlusconi (ma ve lo ricordate quando egli definì "comunisti" i referendum liberisti dei radicali del 1999 ? Sic !). Molto più difficile è sostenere battaglie liberali e civili in Parlamento. E "questi" partiti, mandanti della scomparsa del 20 settembre quale Festività Nazionale, di civile e liberale non hanno proprio nulla.
Luca Bagatin
www.lucabagatin.ilcannocchiale.it