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giovedì 24 aprile 2025

Socialismo, ovvero gestione dell'economia a beneficio della comunità. Articolo di Luca Bagatin


Da troppi decenni, purtroppo, la parola stessa “socialismo” o non viene utilizzata, oppure viene utilizzata a sproposito. Almeno nei Paesi UE e, più in generale, nel cosiddetto Occidente liberal capitalista.

Appena si parla di socialismo, ovvero di gestione dell'economia da parte della comunità, a beneficio della stessa, si viene accusati di estremismo o di...comunismo (come se il comunismo fosse, in sé, una bestemmia).

I veri estremisti, solitamente, sono invece coloro i quali muovono determinate accuse. Solitamente si tratta di liberal capitalisti che, l'economia, vogliono sia gestita da pochi e a beneficio di pochi.

Ovvero coloro i quali, la comunità, vogliono metterla in vendita, oppure l'hanno già venduta.

Alle multinazionali e al grande capitale finanziario, che veicola bisogni indotti attraverso la pubblicità commerciale e che privatizza ogni cosa. Sanità compresa.

Ovvero coloro i quali vorrebbero, nei fatti, negare i diritti umani fondamentali delle persone.

Come hanno fatto con i Paesi dell'Est europeo – a partire dagli Anni '90 - e tutti gli altri, sottomettendone sovranità politica, economica e sociale.

Ho i miei dubbi che, dalle nostre parti si possa ricostituire qualcosa di socialista, più che altro perché mancano tre aspetti fondamentali: formazione (conoscenza, alla base di tutto); coraggio; capacità di analisi; volontà di andare oltre il proprio orticello e quindi di comprendere che, fare in modo di stare bene tutti, anziché solamente noi stessi, è il modo più efficace ed efficiente per vivere, far vivere il prossimo e far prosperare la comunità nella quale si vive.

Questi concetti li hanno compresi solamente i socialisti seri. In Europa quelli slovacchi e moldavi, qualche britannico come Jeremy Corbyn, i neo-bonapartisti francesi e i socialisti latinoamericani, panafricani, russi e cinesi.

Nella Storia, sia italiana, che europea e mondiale, moltissimi sarebbero gli esponenti socialisti ai quali ispirarsi. Solo apparentemente diversi fra loro, ma unicamente perché hanno vissuto in epoche e contesti culturali diversi.

Ad ogni modo, molti di costoro, li ho descritti nel mio saggio “Ritratti del Socialismo” (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/670930/ritratti-del-socialismo), nel quale invito anche a recuperare gli ideali e propositi socialisti, mazziniani, anarchici e marxisti della Prima Internazionale dei Lavoratori (1864), attualizzandoli, osservando gli esempi socialisti emancipatori, autogestionari e efficienti di America Latina e Repubblica Popolare Cinese.

Pensiamo a filosofi, ma anche condottieri e politici quali Pierre-Joseph Proudhon, Pierre Leroux, Paul Lafargue, Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini, Aleksandr Herzen, Luigi Napoleone Bonaparte, Mario Bergamo, Randolfo Pacciardi, Ernesto Rossi, Roberto Tremelloni, Juan Domingo Peron, Sandino, Hugo Chavez, Mu Ammar Gheddafi, Thomas Sankara, Josip Broz Tito, Deng Xiaoping, Bettino Craxi e molti altri.

Cosa elaborarono costoro, pur di nazionalità, cultura e epoche diverse, se non un socialismo largo e senza equivoci, anticapitalista e riformatore al contempo, ove al centro vi era la comunità, la sovranità, l'efficienza pubblica, l'autogestione, la collaborazione fra lavoratori e, in particolare, l'unione fra capitale e lavoro, posti nelle stesse mani?

Socialismo è questa roba qui.

Proprietà pubblica dei settori chiave dell'economia (telecomunicazioni, energia, trasporti, banche, industria pesante, settore militare, sanità e istruzione).

Promozione dell'autogestione delle imprese (azionariato popolare, proprietà delle imprese di chi vi lavora).

Promozione dell'efficienza, contro ogni monopolio e spreco.

Promozione della cooperazione internazionale, del multipolarismo, di un commercio aperto e libero fra Paesi.

Promozione di una società ordinata, fondata sul principio di autorità e di rispetto per le persone, in particolare per i più deboli. Con pene molto severe e inappellabili per chi commette reati contro la persona, in particolare contro le persone più deboli.

Promozione dell'educazione e della formazione delle persone. Dalla culla fino all'età matura.

Promozione della giustizia sociale fra le persone e fra gli Stati.

Promozione di un mondo più unito e inclusivo.

Promozione della laicità dello Stato e lotta ai fondamentalismi religiosi.

Nulla, insomma, di trascendentale e nulla che molti Paesi, già sopra citati e non liberal capitalisti, non conoscano già da molti decenni.

Qui da noi si sono solamente perduti questi concetti, per lasciare spazio a una UE oligarchica, non democratica, a guida tedesca (e a unico beneficio della Germania, che il socialismo lo ha abbandonato da quel dì), sostenuta da vere estreme destre e pseudo sinistre liberal capitaliste.

E abbiamo scelto di rimanere sottomessi ai Presidenti USA di turno, che il socialismo lo hanno sempre perseguitato, perché ostacolo alle classi ricche, oligarchiche e suprematiste bianche le cui lobby economiche li sostengono.

Il mondo di oggi, ad ogni modo, è sempre più interconnesso e multipolare.

La demografia condanna l'Occidente liberal capitalista e anche le sue classi politiche, sempre meno colte, efficienti e lungimiranti.

E' il momento del Sud del mondo, che, se guidato dal socialismo, può essere portatore di rinascita e benessere diffuso, come già vediamo grazie al Presidente brasiliano Lula e a quello cinese Xi Jinping.

E' il momento di riannodare i fili di un socialismo largo, efficiente, efficace, serio e che non ha dimenticato la Storia e le sue lezioni.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

giovedì 8 febbraio 2018

Alain De Benoist: eretico anticapitalista, antirazzista e anticolonialista del nostro tempo. Articolo di Luca Bagatin

Chi contesta il filosofo Alain De Benoist, da sinistra o da destra, semplicemente non l'ha mai letto.
Se l'avesse fatto avrebbe potuto condividerlo o meno, ma sicuramente non avrebbe innalzato assurdi muri, anacronistiche barriere ideologiche o agitato poco democratiche censure.
I saggi e gli studi di De Benoist vertono tutti, come ho avuto modo di scrivere nel recente passato, essendo io un avido lettore delle sue opere, sull'analisi ed il recupero - fra l'altro - del socialismo originario e popolare. Quello di Pierre Leroux e della Prima Internazionale dei Lavoratori.
Ma questo, nell'Italia delle contrapposizioni arcaiche e anacronistiche, dei fascismi/antifascismi, sembra non lo si sappia. Preferendo bersi tutto ciò che il mainstream mediatico-mediocre e politico tende ad offrire.
Alain De Benoist è un critico del capitalismo e del liberalismo e, in questo senso, dell'immigrazione di massa, che danneggia prima di tutto gli immigrati stessi ed i più poveri.
Egli è per il recupero del panafricanismo e delle lotte per l'emancipazione dei popoli africani in Africa, i quali sono stanchi di essere sfruttati dal neocolonialismo.
Tutte cose di cui in Italia poco o niente si parla. E così in Europa. Una Europa autoreferenziale ed ecnomicistica, ancora oggi preda delle politiche della NATO e del Fondo Monetario Internazionale, ove i partiti socialisti sono diventati capitalisti e liberali tanto quanto i partiti della destra, dimenticando la loro funzione originaria di avanguardia delle classi popolari.
Avete mai sentito parlare diffusamente, in Italia e in Europa, ad esempio, delle lotte panafricane di Thomas Sankara, di Patrice Lumumba, di Kwamé Nkrumah, di Nelson Mandela, di Mu'Ammar Gheddafi e, più di recente, di Kemi Séba ? Ne dubito. Sono spesso state soffocate dall'"uomo bianco" in nome del neocolonialismo capitalista.
Nei suoi saggi Alain De Benoist parla anche di questo, così come ne parla l'altrettanto inascoltato Noam Chomsky. Penso ad esempio al suo ultimo, intitolato "Populismo" (da me recensito al seguente link: http://amoreeliberta.blogspot.it/2017/08/populismo-lultimo-saggio-di-alain-de.html), nel quale De Benoist scrive, a proposito della globalizzazione: "La globalizzazione produce molti vincitori tra le élite, ma milioni di perdenti nel popolo, il quale comprende per di più che la globalizzazione economica apre la strada alla globalizzazione culturale, suscitando al tempo stesso nuove frammentazioni".

Ed a proposito dell'immigrazione egli ha affermato giustamente, con autentico spirito socialista e profondamente antirazzista: "L'immigrazione è un fenomeno padronale. Chi critica il capitalismo approvando l'immigrazione, di cui la classe operaia è la prima vittima, farebbe meglio a tacere. Chi critica l'immigrazione restando muto sul capitalismo, dovrebbe fare altrettanto". Ed ancora, criticando i partiti anti-immigrazione: "I partiti politici specializzati nella denuncia anti-immigratoria non sono nient'altro che partiti demagogici piccolo-borghesi, che cercano di capitalizzare sulle paure e sulle miserie del mondo attuale praticando la politica del capro espiatorio. L'esperienza storica ci ha mostrato verso cosa conducono tali flautisti! Bisogna adesso distinguere l'immigrazione e gli immigrati. L'immigrazione è un fenomeno negativo, in quanto è essa stessa il frutto della miseria e della necessità, e i seri problemi che pone sono ben conosciuti. È quindi necessario cercare, se non di sopprimerla, almeno di rimuovere il carattere troppo rapido e troppo massiccio che la caratterizza attualmente. È chiaramente evidente che non risolveremo i problemi del Terzo Mondo invitando i suoi popoli a venire ad installarsi in massa nei paesi occidentali! Nello stesso tempo, bisogna avere uno sguardo più globale dei problemi. Credere che sia l'immigrazione a minacciare principalmente l'identità collettiva del Paese d'accoglienza è un errore. Ciò che minaccia le identità collettiva, è inanzitutto il tipo di esistenza che prevale oggi nei paesi occidentali e che rischia di estendersi progressivamente al mondo intero. Non è colpa degli immigrati se gli Europei non sono più capaci di dare al mondo l'esempio di un modo di vita che sia loro! L'immigrazione, da questo punto di vista, è una conseguenza prima di essere un causa: costituisce un problema perché, di fronte a degli immigrati che hanno spesso saputo conservare le loro tradizioni, gli Occidentali hanno già scelto di rinunciare alle loro.
L'americanizzazione del mondo, l'omogeneità dei modi di produzione e di consumazione, il regno della merce, l'estensione del mercato planetario, l'erosione sistematica delle culture sotto l'effetto della mondializzazione mettono in pericolo l'identità dei popoli molto di più dell'immigrazione"
Proprio su queste tematiche ho intervistato nell'autunno scorso il cineasta, nonché militante panafricano congolese Dany Colin, altro appassionato lettore di De Benoist, la cui intervista potete trovare al sequente link: http://amoreeliberta.blogspot.it/2017/10/europa-e-africa-unite-nella-lotta-conto.html
Le critiche mosse da talune intellighenzie a De Benoist mi ricordano tanto quelle che subì Pier Paolo Pasolini, altro eretico, altro grande socialista originario e popolare, oltre che autentico comunista del nostro tempo. E a quelle che subì il filosofo comunista francese Michel Clouscard, che, con Pasolini e Guy Debord, condivideva la critica alla società dei consumi, a quella dello spettacolo, al liberalismo che tutto mercifica, anche l'amore, che diviene una forma di consumo e mero soddisfacimento di un desiderio (sic !).
Il nemico principale, secondo De Benoist e prima di lui Pasolini, Debord, Clouscard, è dunque il capitalismo, la società dei consumi, l'omologazione monoculturale che genera miseria e sradica i popoli e li rende schiavi del sistema nasci-produci-consuma-crepa.

Questo, a parer mio, non significa essere di destra o di sinistra, ma significa essere amanti della libertà dal bisogno. Essere alla ricerca dell'amore fra tutti gli esseri umani, nel rispetto della propria identità, cultura, modo di essere e di vivere. La ricerca, dunque, di quell'agognata fratellanza universale mai ancora praticata da nessuno nella realtà.
Debbo dire che mi è molto piaciuta la risposta di De Benoist interpellato in questi giorni dal quotidiano italiano "Il Foglio" (https://www.ilfoglio.it/cultura/2018/02/05/news/gli-intello-mettono-il-bavaglio-al-filosofo-di-destra-177173/), a proposito della richiesta di sospensione di una sua recente conferenza in Italia: “Mi pare che ci sia un grosso problema. Non sono membro di nessun partito politico. Sono uno scrittore e un filosofo, specializzato in filosofia politica e nella storia delle idee. Ho pubblicato 110 libri, inclusi tre libri contro il razzismo e la xenofobia, 2000 articoli e fatto più di 700 interviste. Oltre 45 di questi libri sono stati tradotti in Italia. Ma mi sembra abbastanza evidente che le persone che hanno firmato la lettera non hanno la benché minima idea di ciò che ho scritto. Non mi leggono. Hanno chiesto la soppressione della conferenza perché hanno sentito questo o quello, o solo per ragioni collegate alla politica italiana. Questo tipo di persone ha un problema reale con le idee e il free speech. Non sanno che cos’è un dibattito intellettuale (o forse sono semplicemente incapaci di dibattere, a causa delle loro modeste abilità cognitive). In ogni caso è un peccato. La storia recente ha dimostrato che quando uno comincia a impedire le discussioni intellettuali, poi arriva un momento in cui i libri vengono bruciati, poi arriva un altro momento in cui le stesse persone vengono bruciate. È la logica base della caccia alle streghe”.
Il dibattito, l'approfondimento, è cultura. La cultura è confronto. La cultura ed il confronto sono alla base di ogni democrazia. Il confronto e l'approfondimento sono ad ogni modo due aspetti che sembrano mancare nell'epoca dei cosiddetti "social". Che di sociale non hanno davvero nulla, ma sembrano piuttosto fomentare ulteriori divisioni e nuove "isole" di pensiero. Un po' come i media tradizionali, già stigmatizzati da Pasolini.

Luca Bagatin

venerdì 19 gennaio 2018

Un ricordo di Bettino Craxi attraverso un excursus del socialismo originario

Di Bettino Craxi molto è stato scritto.
Personalmente ogni anno in questo periodo ho dedicato un articolo alla sua memoria e, nel corso di questi diciotto anni, ho recensito diversi saggi che lo hanno riguardato.
Quest'anno desidero ricordarlo attraverso un excursus sul socialismo originario, al cui filone Craxi era per molti versi legato.
Un socialismo lontano dal progressismo di matrice liberale ed al contempo lontano dal conservatorismo di matrice clericale.
Lo faccio rimandando ad una mia lunga recensione critica al saggio di Roberto Giuliano che si intitola "La via allegra al socialismo".
Ho scritto questa recensione il 23 settembre del 2016 ed è, come dicevo, una recensione critica. Non condivido infatti nulla dell'approccio liberale di Roberto Giuliano. Ma questo scritto mi ha comunque permesso di raccontare ciò che fu il socialismo delle origini e le esperienze odierne che ad esso si ispirano.
Potete leggerla o rileggerla, dunque, al seguente link:

sabato 14 ottobre 2017

Alain De Benoist: sul socialismo (tradotto e tratto dal sito della rivista francese "Rébellion")

Nella prefazione alla raccolta degli articoli apparsi sulla rivista "Rébellion", Alain De Benoist fornisce una definizione del socialismo quale spirito della comunità europea.
Sarebbe un grave errore pensare che il socialismo (termine utilizzato per la prima volta, nel suo senso moderno, da Pierre Leroux nel 1831), fosse destinato unicamente a reagire contro l'abominevole sfruttamento delle masse proletarie che la rivoluzione industriale aveva relegato nelle grandi città, sottoponendole a condizioni di lavoro spesso disumane.
I primi socialisti denunciarono, ben inteso, questo sfruttamento, protestarono contro tali condizioni di lavoro e chiesero l'instaurazione della giustizia sociale. Ma, opponendosi alla classe borghese, essi si opposero anche al sistema di valori della quale essa era portatrice.

Per accedere alla prefazione in lingua originale di Alain De Benoist al saggio di Louis Alexandre e Jean Galié "Rébellion - L'Alternative Socialiste Révolutionnaire Européenne ", clikkate al seguente link: http://rebellion-sre.fr/du-socialisme-preface-du-livre-rebellion-lalternative-socialiste-revolutionnaire-europeenne/

 

giovedì 12 ottobre 2017

La Prima Internazionale contro il totalitarismo liberale: per un ritorno al socialismo originario, né a destra né a sinistra. Per l'autogoverno e l'autogestione.


Per un ritorno al socialismo delle origini: né a destra, né a sinistra. Per l'autogoverno e l'autogestione. Articolo di Luca Bagatin del 10 marzo 2016

Il termine socialismo è spesso frainteso ed equivocato, specie da coloro i quali pretendono di collocarlo a “sinistra”, ma talvolta anche a “destra” dell'agone politico, allorquando, invece, i socialisti delle origini, primo fra tutti quel Pierre Leroux (1797 - 1871) – ex carbonaro, operaio tipografo e filosofo francese – che ideò il termine ed il concetto di Socialismo, mai si definirono di sinistra.
Va peraltro detto che il socialismo non è comunismo marxista, per quanto nella Prima Internazionale dei Lavoratori si trovarono a dialogare tanto socialisti, quanto marxisti, ma anche anarchici, mazziniani, repubblicani e garibaldini.
Pierre Leroux, ovvero l'ideatore del termine “socialismo”, lungi dal proporre una dottrina economica statalista o, peggio ancora, mercantilista, proponeva una società fondata sull'autogoverno e l'autogestione. Una visione non dissimile da quella degli anarchici Bakunin e Proudhon, oltre che per nulla lontana dalla visione di Giuseppe Mazzini dell'associazionismo repubblicano e operaio fondato sul concetto di “capitale e lavoro nelle stesse mani”.
Concetti tutt'altro che antichi, ma che si sono perduti in nome da una parte del trionfo del capitalismo mercantilista e liberale ad Ovest e dall'altra dal trionfo, ad Est, del capitalismo di Stato ovvero del comunismo stalinista e sovietico.
Una visione, quella socialista delle origini, che filosofi contemporanei quali Jean-Claude Michéa e Alain De Benoist, definiscono tutt'altro che di sinistra. E ciò in quanto il concetto di “sinistra” trae origine dalla Rivoluzione Francese, ovvero da una rivoluzione borghese e illuministico/modernista, fatta dai borghesi e per i borghesi ed ove il popolo, quello che definiremmo proletariato e/o sottoproletariato, fu tenuto ai margini.
E così, infatti, né Pierre Leroux, né Marx, Engels, Proudhon, Bakunin e Mazzini, mai si sono definiti di sinistra e certamente non di destra, ma sempre dalla parte dei lavoratori e degli oppressi.
Su queste basi, infatti, fu fondata la Prima Internazionale dei Lavoratori nel 1864, ovvero il primo tentativo ove ideali ed elaborazioni diverse, ma con un medesimo fine, tentavano di coesistere.
Senza farla troppo lunga e senza passare per la crisi della Prima Internazionale e tutto il Novecento, osserviamo, con Michéa e De Benoist, la forte crisi del socialismo europeo che, da difensore dei lavoratori e dei più deboli è progressivamente diventato il difensore dei borghesi, dei capitalisti e dei banchieri, oltre che delle élite sovranazionali come gli Stati Uniti d'America e le politiche nefaste della Federal Reserve.
Se escludiamo il caso di Bettino Craxi, messo in croce proprio per essersi opposto più volte alle politiche imperialiste e di ingerenza degli USA in Italia, oltre che per aver finanziato movimenti di liberazione nazionale quali l'OLP e per essersi opposto, in Italia, alle privatizzazioni selvagge, abbiamo visto come, dagli Anni '90 in poi, da Blair sino a Hollande, Renzi e Schulz, questi abbiano seguito pedissequamente gli ordini ed il volere degli Stati Uniti d'America, del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Centrale Europea e delle élite finanziarie a tutto scapito dei loro stessi popoli, oltre che del popolo libico, iracheno e siriano, barbaramente bombardati in nome di guerre di presunta esportazione della democrazia.
Non possono costoro, questi “liberal”, ovvero questi “fighetti di sinistra”, dirsi eredi del socialismo. Costoro sono infatti conseguenti alla loro estrazione sociale, ovvero alla borghesia progressista e modernista e dunque servi delle politiche keynesiane, stataliste e da sempre in favore della media borghesia e non dei meno abbienti. Costoro, ovvero i vari Blair (che, come abbiamo scritto altre volte, andrebbe incriminato per crimini contro l'umanità, assieme a Bush e Obama, per la sua barbarica politica estera), Hollande, Strauss-Kahn e compagnia, sono infatti dalla parte del trionfo del capitalismo assoluto.
Il socialismo autentico e delle origini, che per moltissimi versi fu seguito da statisti del calibro di Bettino Craxi, Juan Domingo Peron, Hugo Chavez, Gamal Abdel Nasser, Mu'Ammar Gheddafi, Bashar-Al-Assad e da tempo da pressoché tutti i leader dell'America Latina degli ultimi quindici anni da Evo Morales a José Mujica, è di fatto anticapitalismo e politica della derescita. Visione al contempo nazionalista, sovranista, libertaria e spiritual-sentimentale della società. Una visione di società o, meglio, di civiltà, che punti e guardi all'autogestione, al dono (come insegnò l'antropologo socialista Marcel Mauss) ed alla condivisione e che, nell'insegnamento di Serge Latouche, liberi la società occidentale dalla dimensione economicista, classista e capitalista.
Solo su queste basi può essere rifondato il socialismo. Una prospettiva che, nell'ambito del mio pensatoio (anti)politico e (contro)culturale “Amore e Libertà” (www.amoreeliberta.altervista.orgwww.amoreelberta.blogspot.it), mi piace definire di “estremo centro”, perché al centro vi è l'essere umano e non ci si può non collocare, in maniera estrema, dalla parte dell'essere umano al quale vanno forniti gli strumenti materiali ed intellettuali per potersi autogestire ed autogovernare in maniera libera ed indipendente. Senza ingerenze straniere.

Luca Bagatin

giovedì 6 luglio 2017

Non esiste destra e sinistra, ma amore contro odio.

Per me non esiste destra e sinistra, ma amore contro odio.
L'odio è il capitalismo, il liberalismo che nega la libertà di autogestione e promuove la promiscuità. L'odio è la violenza e la prevaricazione. L'odio è il materialismo ateo e libertino.
L'amore è un percorso di recupero del meglio delle antiche civiltà della terra, è un recupero della spiritualità originaria, è autogestione degli esseri umani in comunione con la natura e gli altri esseri viventi. Amore è socialismo umanitario nel solco di Pierre Leroux e Giuseppe Garibaldi.
Io ho scelto, come missione di vita, di combattere dalla parte dell'amore.
Tu da che parte stai ?

(Luca Bagatin)

mercoledì 26 ottobre 2016

Democrazia e libertà. Articolo di Luca Bagatin

Alcuni giorni fa è nato un piccolo dibattito con un vecchio amico che conosco dai tempi in cui simpatizzavo per il Partito Radicale, ovvero almeno una ventina di anni fa. Simpatizzavo, ma non vi ho mai aderito, in quanto non ho mai amato i “centralismi democratici” pannelliani, pur avendo sempre ammirato lo spirito libertario e soprattutto creativo e fricchettone dei radicali vecchio stile. Stile che purtuttavia hanno progressivamente abbandonato, aprendosi al pensiero liberal-capital-globalista-economicistico, dimenticando un pezzo importante della loro storia, fatta di critica all'economia di mercato tout court, di autogestione libertaria e socialista, di lotta contro lo sfruttamento e di opposizione alle guerre “occidentali” nei Paesi del Terzo Mondo (proprio di recente, sulla rivista francese “Rébellion”, ho ricordato la battaglia di Marco Pannella a fianco del Presidente del Burkina Faso Thomas Sankara contro lo sterminio per fame http://rebellion-sre.fr/15-octobre-1987-15-octobre-2016-29e-anniversaire-de-disparition-de-thomas-sankara/).
Il dibattito di cui parlo è nato ad ogni modo attorno alla concezione di aspetti quali la “democrazia” e la “libertà”, che per me non hanno alcuna attinenza con le ideologie, men che meno con l'ideologia dal mio amico sostenuta, ovvero quella liberale.
Da buon lettore e ammiratore di Alain De Benoist, debbo con il saggista francese riconoscere che, se per “liberalismo” intendessimo un concetto attinente unicamente alle libertà personali, non ci sarebbe nulla da eccepire. Purtuttavia sappiamo bene che esso ha implicazioni anche ed eminentemente economiche oltre che sociali.
Anni fa incorsi anch'io nell'equivoco di ritenere il liberalismo una forma di liberazione dell'individuo, così come da giovanissimo – quando avevo all'incirca quindici-sedici anni - incorsi nell'errore di credere che il comunismo fosse una forma di emancipazione dell'essere umano.
Con il tempo, lo studio e l'approfondimento ho compreso quanto tanto il comunismo storico novecentesco sia stato foriero di totalitarismo burocratico accentratore (che nulla, peraltro, aveva a che vedere con il pensiero di Marx ed Engels, i quali puntavano ad una società senza classi né Stati), quanto il liberalismo sia e sia stato portatore del totalitarismo dell'egoismo e del consumismo indotto e sfrenato, responsabile dell'attuale globalizzazione capitalista con tutto ciò che ne consegue (povertà diffusa, precarietà, immigrazionismo, insicurezza psicologica e sociale...).
Fu così che ritenni, come oggi ritengo, superati i concetti di Destra e Sinistra, identificando queste due ideologie illuministiche quali portatrici di esigenze anti-popolari, borghesi, economicistiche e, sostanzialmente, non democratiche né portatrici di libertà.
La mia visione, lungi dall'essere definitiva (non ho mai creduto infatti che un sistema o una ideologia possa e debba andare sempre e comunque bene in ogni luogo e in ogni spazio, anzi !), è dunque schiettamente conservatrice dei valori, dei sentimenti e dei doveri degli individui verso loro stessi e verso la loro comunità di appartenenza. Per questo mi sento di abbracciare il socialismo romantico ed autogestionario fondato sulla cooperazione e sull'economia del dono (ovvero il socialismo di Pierre Leroux, di Giuseppe Garibaldi e di Marcel Mauss in primis) ed il mazzinianesimo che, appunto, anteponeva i “doveri” comunitari delle persone ai “diritti” egoistici borghesi e “liberali”. Ritengo dunque che tale visione sia proprio all'origine del pensiero democratico (che nacque nell'Antica Grecia) ove il popolo ha la sovranità e la responsabilità del destino della comunità in cui vive. Viene da sé, dunque, che la libertà nasca dal confronto all'interno della comunità, non già dalla prevaricazione del singolo individuo sugli altri o del singolo gruppo (le famose élites) sugli altri.
La democrazia autentica, dunque, è quella forma che permette a tutti di auto-rappresentarsi, senza deleghe né mediazioni di sorta. E la libertà è una continua ricerca: interiore ed esteriore. Un continuo confronto fra il proprio sé e l'altrui sé.
E' chiaro che ciò presuppone il senso di comunità; la consapevolezza di essere tutti appartenenti ad un'unica grande famiglia; la disponibilità al confronto e al dialogo oltre che una formazione storica, culturale, politica, filosofica, spirituale e antropologica continua e che guardi non già alle sedicenti democrazie capitaliste e “liberali” moderne, bensì alla democrazia ateniese, alle società arcaiche matriarcali e fondate sul dono (e non già sul “diritto” o sul “libero” commercio); ad esempi quali la Comune di Parigi, la Repubblica Romana del 1849 e la libertaria e d'annunziana Repubblica di Fiume, senza dimeticare gli esempi portati avanti dal Socialismo del Secolo XXI in America Latina negli ultimi quindici anni.
Alla fine del dibattito con il mio amico, ad ogni modo, ciascuno è rimasto sulle sue posizioni, ma ci siamo ripromessi di continuare a confrontarci davanti ad un'ottima pizza ed a una birra.
Penso dunque, una volta di più, che la democrazia e la libertà scaturiscano solo dalle diversità e dal rispetto delle stesse (non certo dall'omologazione, dal pensiero unico “politicamente corretto”, dall'indistinzione ideologica tipica della società odierna dei consumi...), dal confronto e da nuove sintesi ideali. Non certo dalle livorose divisioni fini a sé stesse o dagli egoismi.

Luca Bagatin

venerdì 23 settembre 2016

Recensione critica al saggio "La via allegra al socialismo" di Roberto Giuliano. Articolo di Luca Bagatin

Roberto Giuliano è un vecchio amico che già molti anni fa leggevo sul quotidiano “L'Avanti”, quando ancora usciva in edicola.
Roberto è un militante socialista di lungo corso, già attivo nel sindacato della CGIL. Negli ultimi anni è stato vicino al movimento berlusconiano Forza Italia ed impegnato nella Lista Marchini alle elezioni comunali di Roma.
Da Roberto mi dividono molte cose a cominciare forse dal fatto che lui socialista, con il tempo abbia preso una strada a mio avviso molto lontana dal socialismo originario. Diversamente da lui il mio percorso è stato inverso, ovvero, partendo da una formazione politica liberal-radicale e individualista sono approdato ad una visione socialista originaria, comunitaria e autogestionaria.
Roberto ed io proveniamo da generazioni diverse: lui, nato nel 1956, ha vissuto una stagione di sostanziale benessere economico; il sottoscritto, nato nel 1979, ha vissuto e vive nell'attuale epoca liquida, effimera e di precariato endemico: sia in campo economico-sociale che umano. Questo, in sostanza, ha segnato – a mio avviso – un diverso modo di vedere le cose in ambito politico e sociale.
Fatte queste premesse mi sento di fare una recensione critica al suo ultimo saggio, edito dalle Edizione Ponte Sisto, “La via allegra al socialismo” che, a mio avviso, è piuttosto una “via allegra e (sin troppo) ottimistica al liberalismo”.
Ringrazio innanzitutto Roberto per avermi citato ed aver riportato nel saggio un mio articolo in memoria di Bettino Craxi, purtuttavia debbo dire che nel suo saggio rilevo molto poco socialismo e molto liberalismo classico.
Per citare un autore al quale mi rifaccio in toto, ovvero Alain De Benoist, se per liberale si intende tollerante e ostile alla burocrazia, non avrei difficoltà a ritenere positivo tale termine. Purtuttavia il liberalismo, antitesi massima del socialismo, è una dottrina sociale e politica che sdogana l'individualismo e l'egoismo umano e dunque tende ad anteporre il bene del singolo individuo di fronte all'intera comunità. Ciò già di per sé mi fa ritenere il liberalismo economico totalmente incompatibile con il socialismo che, come giustamente citato nel saggio di Giuliano, fu termine coniato da Pierre Leroux.
Mi spiace purtuttavia notare che Roberto Giuliano citi Leroux una sola volta nel saggio, mentre vi siano ampie citazioni di pensatori di matrice liberale e liberista quali il prof. Luigi De Marchi e persino il conte Camillo Benso di Cavour.
Pierre Leroux, figura dimenticata dall'intellighenzia culturale europea, al pari dell'antropologo socialista Marcel Mauss - teorico dell'economia del dono - fu operaio e tipografo, aderente alla Carboneria e colui il quale diede un'anima al termine “socialismo” ravvisandone il carattere alternativo rispetto all'individualismo egoista (borghese ed aristocratico) ed allo statalismo, proponendo dunque una società autenticamente democratica, ovvero fondata sull'autogoverno e l'autogestione.
Questo, in sostanza, il discrimine fondamentale fra il socialismo delle origini ed eventuali altre elaborazioni che hanno via via portato gli ideali socialisti a compromettersi con la borghesia, il progressismo e dunque l'individualismo.
Giustamente Roberto Giuliano richiama nel suo saggio, oltre al già da me citato De Benoist (che però non è affatto un pensatore “di destra” come Roberto lo identifica), anche il filosofo francese Jean-Claude Michéa (che non è affatto un “comunista non pentito” come identificato da Roberto, bensì un ex iscritto al Partito Comunista Francese, fortemente critico nei confronti della sinistra).
Roberto cita questi due pensatori a proposito dell'analisi relativa alla “destra ed alla sinistra”.
Tanto De Benoist e Michéa rilevano infatti come né Marx, né Engels, Proudhon, Sorel, Bakunin e tutti i teorici del socialismo, si siano mai definiti “di sinistra”. La sinistra, infatti, dalla Rivluzione Francese in poi, ha sempre identificato la classe borghese, bottegaia, progressista e industriale contrapposta non solo all'aristocrazia oligarchica della destra, ma anche alle classi popolari e proletarie, rappresentate, appunto, dai socialisti, i quali non erano affatto originariamente rappresentati nelle istituzioni.
Michéa in particolare rileva nel suo saggio “I misteri della sinistra” (da me recensito al link http://amoreeliberta.blogspot.it/2016/02/il-socialismo-non-e-di-sinistra-parola.html) come il socialismo abbia iniziato a snaturarsi allorquando, ai tempi dell'affaire Dreyfus, di fronte al rischio di colpo di stato monarchico e clericale, i ceti popolari, operai e socialisti abbiano accettato il compromesso – detto di “difesa repubblicana” - con la sinistra parlamentare guidata da Adolphe Thiers, ovvero da colui il quale nel 1871 soffocherà nel sangue la Comune di Parigi, unico esempio di governo socialista ed autogestionario dell'800.
Roberto Giuliano nel suo saggio, in sostanza preferisce abbracciare l'idea di un socialismo “di sinistra”, ovvero non più socialismo, ma già liberalismo e capitalismo definito infatti “modello socialdemocratico”, di matrice liberale e borghese, rigettando il concetto di “populismo”, ovvero di quel movimento popolare russo – sorto alla fine dell'800 – a difesa dei ceti popolari e dei servi della gleba.
In questo senso, dunque, che cosa rimane del socialismo ? Poco o nulla. E non c'è da stupirsi se dagli Anni '90 ad oggi (ma già le prime avvisaglie vi furono negli Anni '80) tutti i partiti socialisti, socialdemocratici e di sinistra siano e siano stati i migliori alleati del capitalismo assoluto e precarizzante. Pensiamo ai vari Gonzales, Schroder, Blair, Hollande Schulz e Renzi ed alle loro politiche in linea con i diktat del Fondo Monetario Internazionale, della BCE, ovvero alle loro politiche fatte di: privatizzazioni selvagge; austerità; flessibilità del lavoro; rafforzamento delle élite e conseguente perdita di sovranità popolare; apertura indiscriminata delle frontiere e conseguente sfruttamento della manodopera straniera a basso costo; rafforzamento delle istituzioni europee a scapito delle diversità di ogni nazione e dei rispettivi popoli; politica estera invasiva nei confronti di Stati sovrani – che peraltro ha favorito il terrorismo internazionale come nel caso libico (ciò vale in particolare per la Gran Bretagna di Blair - colpevole peraltro di aver mentito al suo stesso popolo nella faccenda delle armi di distruzioni di massa in Iraq rivelatisi inesistenti – e per la Francia di Sarkozy e Hollande, rea non solo di aver barbaramente fatto uccidere Gheddafi, ma anche di sostenere Paesi legati al terrorismo come l'Arabia Saudita e di aver tentato di rovesciare il governo laico siriano di Assad).
Non è un caso, a mio avviso, che Roberto Giuliano nel suo saggio plauda a Keynes – un economista liberale – ed alle politiche keynesiane della sinistra borghese (ormai non più socialista anche quando dice di definirsi tale) che di fatto, facendo un uso massiccio delle risorse statali, non ha affatto garantito alcuna forma di emancipazione e di autogoverno, ma solo un perpetrarsi del sistema economico capitalista in favore delle imprese e della crescita illimitata e solo marginalmente di quella che diventerà la gran massa di classe media desiderante stigmatizzata dal filosofo Michel Clouscard e da Pier Paolo Pasolini.
Il socialismo originario – quello della Prima Internazionale dei Lavoratori, per intenderci (comprendente non solo marxisti, ma anche anarchici, mazziniani e garibaldini) – mirava non già a perpetrare il sistema capitalistico e nemmeno a statalizzare l'economia, bensì a superarle entrambe, ovvero a socializzare, garantendo la più ampia partecipazione economica, politica e sociale dei cittadini al sistema economico, politico e sociale. Ovvero mirava ad una società democratica negata non solo dal comunismo nella sua accezione sovietica (completamente distante da ogni visione marxista originaria), ma anche e soprattutto da quella capitalistica e liberale, la quale ha da sempre garantito l'accesso democratico unicamente per censo (quanti sono oggi i politici meno abbienti, disoccupati e/o operai ?) o per classe sociale.
Fra le frasi che mi hanno stupito in particolare, nel saggio di Roberto Giuliano, una, ovvero: “le condizioni di vita sociali e civili dei popoli dell'occidente sono in assoluto migliori nel mondo, ma anche di quelle vissute dai loro avi”. Mi stupisce l'eccessivo ottimismo di Roberto ed il suo, a mio avviso, essere disincantato e lontano dalla realtà. Una realtà di una società liquida e precaria, ove i giovani non solo non avrano un futuro (in termini previdenziali, oltre che sociali) in quanto negato dalle politiche restrittive del Fondo Monetario Internazionale e degli organismo sovranazionali, ma nella quale non hanno alcun presente certo, stabile, sereno. E mai come in quest'epoca le coscienze sono più annichilite e spente, grazie a “sfogatoi” mediatici e virtuali quali i cosiddetti “social” network, ovvero la negazione di ogni rapporto reale e sociale. E grazie a bisogni indotti da una pubblicità commerciale sempre più invasiva e pervasiva, sempre più seduttiva e ammorbante, la quale rende i cervelli più giovani sempre più prede del mercato e dunque del lavoro. Di un lavoro ormai precario e sottopagato: quello dei call center, dei lavoretti pagati con i voucher (sic !), dello sfruttamento puro ma mascherato da “opportunità” che, nella realtà, non esistono o se esistono sono unicamente opportunità per le imprese e le multinazionali straniere (siano esse statunitensi, inglesi, cinesi o russe).
E qui, infatti, torniamo al discorso fatto da Clouscard (http://amoreeliberta.blogspot.it/2016/09/michel-clouscard-filosofo-comunista_79.html) a proposito della sostituzione del “principio di realtà” attraverso l'ideologia del desiderio che ha addestrato – attraverso il merketing, la televisione e un sistema scolastico-educativo distrutto ad hoc - la nuova classe media a consumare sempre di più, distaccandosi così da valori semplici e antichi, dalla propria cultura originaria e dal senso di realtà, identità, affettività e stabilità.
Ecco dunque che occorrerebbe un ritorno al socialismo vero e autentico, capace di porre un freno ed una critica radicale al liberalismo, al progressismo, al consumismo, alla crescita illimitata, al precariato. E non è affatto utile tentare di “riformare il capitalismo” come ravvisa l'amico Roberto Giuliano, in quanto equivarebbe a tantare di “riformare un virus” anziché debellarlo. Il capitalismo è il virus: la cura è il socialismo e la democrazia partecipativa, ovvero il superamento del capitalismo per approdare all'autogestione ed all'autogoverno. Come prospettato dal già citato Pierre Leroux.
Altra riflessione che mi ha stupito del saggio di Roberto Giuliano è quella relativa al colonialismo, nel punto in cui egli scrive che esso ha portato la modernità nelle società mediorientali, una modernità preferibile rispetto alle società tribali. In questo senso mi permetto di consigliargli la lettura del “Saggio sul dono” dell'antropologo socialista Marcel Mauss, il quale in realtà spiega quanto lungimirante e naturale fosse il sistema fondato sul dono tipico delle società arcaiche e come questo sia stato stravolto proprio da questa ondata violenta di modernità individualistico-egoista.
Il colonialismo in particolare, lungi dal modernizzare civiltà antichissime e forse superiori intellettualmente rispetto a quelle occidentali, ne ha fatto strage. Le ha schiavizzate, colonizzate, private della loro indentità ed oggi, con la deportazione di massa benvoluta dalle grandi imprese, chiamata “immigrazione”(fomentata dal commercio delle armi e dalle politiche di indebitamento dei Paesi poveri imposte dal Fondo Monetario Internazionale) le ha completamente sradicate. Così come i contadini delle società rurali erano “costretti” dalla modernità a trasferirsi nelle città, sradicando così la loro identità e cultura, i loro usi e costumi, aprendo così all'urbanizzazione selvaggia, al livellamento intellettuale, ad un modernismo fondato sul consumismo, ovvero sull'omologazione e sullo sfruttamento (si vedano gli scritti di Pier Paolo Pasolini in merito).
Sull'Islam, così stigmatizzato da Roberto Giuliano, vanno dette alcune cose che Roberto omette. Prima di tutto esso non è univoco. Roberto ne fa una questione di “islam moderato” o meno, secondo una vulgata arcinota in Occidente chiamata “scontro di civiltà”, sdoganata dal politologo statunitense Samuel Huntington. Uno scontro, invero, inesistente. Sarebbe infatti corretto parlare piuttosto di una percezione diversa delle identità. Quella islamica è una civiltà che mantiene una forma idenitaria molto forte, legata alle origini, ovvero agli usi e costumi originari. Una forma di società spirituale che il nostro Occidente sembra aver perduto, per abbracciare il dio danaro, il dio capitale, il dio consumo. L'Occidente avrebbe molto più da imparare dall'Islam di quanto creda.
L'Europa, fondata non già su radici giudaico-cristiane, bensì pagane e solo successivamente cristiane, sembra temere l'Islam proprio perché non ha più una sua identità originaria né spirituale. Ha sostituito gli antichi miti, gli antichi culti ed usi e costumi anche rurari, con modelli inculturali, privi di radici e di cultura. Il modello statunitense e consumista ha sostituito una cultura millenaria. E' di questo che ci si dovrebbe piuttosto preoccupare prima di aprire ad un indiscriminato multiculturalismo che, nei fatti, è solo un ulteriore snaturamento delle identità proprie ed altrui in linea con il sistema capitalistico-livellatore-consumista che ci vorrebbe tutti uguali, desideranti, pronti a venderci (si veda il sistema della prostituzione, che è solo una metafora della società di mercato) per uno smartphone o per un'apparizione televisiva !
A proposito del mondo islamico trattato nel saggio di Roberto Giuliano, mi stupisce che egli non faccia alcun accenno al socialismo arabo, profondo esempio di laicità sia in Nord Africa che in Merioriente, contrapposto al fondamentalismo islamico.
Il socialismo arabo, infatti, quello di Nasser, Michel Aflaq, degli Assad, di Arafat e Gheddafi, fu eminente esempio di socialismo delle origini e meriterebbe un capitolo corposo e spiace che Roberto non lo citi affatto, quasi dimenticandolo.
Da notare che il Partito Ba'ath, fondato dal siriano Michel Aflaq - il quale studiò per molti anni a Parigi all'Università la Sorbona - si rifaceva in toto alla visione sociale e risorgimentale di Mazzini e Marx, ovvero alla Prima Internazionale dei Lavoratori nata in Europa. Non a caso il suo nome completo è Partito del Risorgimento Arabo e Socialista.
Il socialismo arabo, in tutte le sue pur diverse declinazioni, ma comunque legate al ceppo originario di matrice anarco-socialista, è sempre stato fondato sull'economia del dono, sulla lotta all'ateismo ed al materialismo, sull'equità distributiva, sul diritto di ogni membro della società di partecipare ai frutti del reddito nazionale e sulla sovranità nazionale.
Il socialismo arabo, forse non a caso, fu aspramente combattuto dagli Stati Uniti d'America sia in funzione antisionista che antisocialista e antisovranista, al punto che gli USA arrivarono a finanziare apertamente Stati e guerriglieri di matrice fondamentalista islamica (Arabia Saudita in primis).
Ecco dunque che gli ideali di Nasser saranno presto spazzati via in Egitto grazie all'Occidente e così la Jamahiria Araba Libica Popolare Socialista fondata da Mu'Ammar Gheddafi, ovvero il tentativo di fondare una democrazia partecipativa diretta delle masse libiche, oggi sostituita da una terra di nessuno, preda del terrorismo e del capitalismo occidentale.
Da notare che un grande socialista e sovranista come Bettino Craxi fu un grande finanziatore dell'Organizzazione di Liberazione della Palaestina del socialista arabo Arafat, così come sostenitore di ogni causa anticolonialista, sovranista e di liberazione nazionale.
Penso che ci sia poco, dunque, di che essere allegri come vorrebbe “La via allegra al socialismo” di Roberto Giuliano.
Il presente ed il futuro sono tutt'altro che rosei e lastricati di buone intenzioni, un po' come il liberalismo che non è, a differenza del socialismo, libertà dal bisogno, ma libertà del ricco di sfruttare il povero e la comunità. Così come non può esistere un vero diritto (civile, umano...come va di moda definirlo oggi) senza il rispetto e la presa di coscienza dei doveri nei confronti della comunità e della patria, così come ci insegnò infatti Giuseppe Mazzini.
Non c'è da stupirsi, direi, se oggi il dibattito pubblico offre da tempo un teatrino triste, privo di agganci con la Storia, la cultura e la realtà. Se ci si riduce ancora una volta a contrapposizioni assurde quali fascismo e antifascismo e comunismo e anticomunismo in assenza sia di fascismo che di comunismo. Se ci si ritrova a denigrare un fantomatico “populismo” senza ricordare che il populismo fu, nell'800, un movimento di emancipazione delle classi popolari. Se le coscienze sono annichilite e la sinistra è diventata la peggior destra capitalista e se l'ideologia imperante è fondata sul diritto e non sul dovere; sull'individuo e non sulla comuntà; sulla precarietà e non sulla stabilità; sulla fugacità dei rapporti e non sull'affettività e la solidità dei medesimi.
Un ritorno al socialismo delle origini, oltre la destra e la sinistra, sul modello del Socialismo del XXI secolo latinoamericano sarebbe quanto di più auspicabile possibile. Possibilmente fuori dai partiti e dai parlamenti: per una civiltà fondata sul dono, l'autogoverno e l'autogesione. Ovvero sulla democrazia diretta e partecipativa.

Luca Bagatin

sabato 23 aprile 2016

Pillole di...Alain De Benoist e una di Pierre Leroux

"Il mondo moderno ha dissociato lo spirituale e il temporale solo per dissolvere lo spirituale, così come ha reso autonomo l'economico solo per spegnere il politico." (Alain De Benoist)

"A parte una élite molto ristretta, gli americani (...) sono perfettamente ignoranti in materia di storia e geografia, e in generale tendono a disinteressarsi del rest of the world. Tutta una serie di recenti inchieste hanno mostrato che l'ampia maggioranza dei giovani americani non dispongono dell'informazione politica, storica e geografica di base, anche sul loro paese." (Alain De Benoist)

"L'immigrazione è un problema di sradicamento forzato la cui origine è stata la volontà del padronato di fare appello a lavoratori stranieri per spingere i salari verso il basso." (Alain De Benoist)

"...si tratta di farla finita con una concezione dell'uomo che fa di lui soltanto un lavoratore-produttore-consumatore, di uscire da una concezione del mondo nella quale la "felicità" coincide con sempre più crescità, più produttività, più potere d'acquisto, e dunque più consumo." (Alain De Benoist)

"La vera formula che dà la filosofia è questa: amate Dio in voi e negli altri. Tale formula può essere ridotta a quest'altra: amate voi stessi per mezzo di Dio negli altri. O a quest'altra: amate gli altri per mezzo di Dio in voi" (Pierre Leroux)

giovedì 10 marzo 2016

Per un ritorno al socialismo delle origini: né a destra, né a sinistra. Per l'autogoverno e l'autogestione. Articolo di Luca Bagatin

Il termine socialismo è spesso frainteso ed equivocato, specie da coloro i quali pretendono di collocarlo a “sinistra”, ma talvolta anche a “destra” dell'agone politico, allorquando, invece, i socialisti delle origini, primo fra tutti quel Pierre Leroux (1797 - 1871) – ex carbonaro, operaio tipografo e filosofo francese – che ideò il termine ed il concetto di Socialismo, mai si definirono di sinistra.
Va peraltro detto che il socialismo non è comunismo marxista, per quanto nella Prima Internazionale dei Lavoratori si trovarono a dialogare tanto socialisti, quanto marxisti, ma anche anarchici, mazziniani, repubblicani e garibaldini.
Pierre Leroux, ovvero l'ideatore del termine “socialismo”, lungi dal proporre una dottrina economica statalista o, peggio ancora, mercantilista, proponeva una società fondata sull'autogoverno e l'autogestione. Una visione non dissimile da quella degli anarchici Bakunin e Proudhon, oltre che per nulla lontana dalla visione di Giuseppe Mazzini dell'associazionismo repubblicano e operaio fondato sul concetto di “capitale e lavoro nelle stesse mani”.
Concetti tutt'altro che antichi, ma che si sono perduti in nome da una parte del trionfo del capitalismo mercantilista e liberale ad Ovest e dall'altra dal trionfo, ad Est, del capitalismo di Stato ovvero del comunismo stalinista e sovietico.
Una visione, quella socialista delle origini, che filosofi contemporanei quali Jean-Claude Michéa e Alain De Benoist, definiscono tutt'altro che di sinistra. E ciò in quanto il concetto di “sinistra” trae origine dalla Rivoluzione Francese, ovvero da una rivoluzione borghese e illuministico/modernista, fatta dai borghesi e per i borghesi ed ove il popolo, quello che definiremmo proletariato e/o sottoproletariato, fu tenuto ai margini.
E così, infatti, né Pierre Leroux, né Marx, Engels, Proudhon, Bakunin e Mazzini, mai si sono definiti di sinistra e certamente non di destra, ma sempre dalla parte dei lavoratori e degli oppressi.
Su queste basi, infatti, fu fondata la Prima Internazionale dei Lavoratori nel 1864, ovvero il primo tentativo ove ideali ed elaborazioni diverse, ma con un medesimo fine, tentavano di coesistere.
Senza farla troppo lunga e senza passare per la crisi della Prima Internazionale e tutto il Novecento, osserviamo, con Michéa e De Benoist, la forte crisi del socialismo europeo che, da difensore dei lavoratori e dei più deboli è progressivamente diventato il difensore dei borghesi, dei capitalisti e dei banchieri, oltre che delle élite sovranazionali come gli Stati Uniti d'America e le politiche nefaste della Federal Reserve.
Se escludiamo il caso di Bettino Craxi, messo in croce proprio per essersi opposto più volte alle politiche imperialiste e di ingerenza degli USA in Italia, oltre che per aver finanziato movimenti di liberazione nazionale quali l'OLP e per essersi opposto, in Italia, alle privatizzazioni selvagge, abbiamo visto come, dagli Anni '90 in poi, da Blair sino a Hollande, Renzi e Schulz, questi abbiano seguito pedissequamente gli ordini ed il volere degli Stati Uniti d'America, del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Centrale Europea e delle élite finanziarie a tutto scapito dei loro stessi popoli, oltre che del popolo libico, iracheno e siriano, barbaramente bombardati in nome di guerre di presunta esportazione della democrazia.
Non possono costoro, questi “liberal”, ovvero questi “fighetti di sinistra”, dirsi eredi del socialismo. Costoro sono infatti conseguenti alla loro estrazione sociale, ovvero alla borghesia progressista e modernista e dunque servi delle politiche keynesiane, stataliste e da sempre in favore della media borghesia e non dei meno abbienti. Costoro, ovvero i vari Blair (che, come abbiamo scritto altre volte, andrebbe incriminato per crimini contro l'umanità, assieme a Bush e Obama, per la sua barbarica politica estera), Hollande, Strauss-Kahn e compagnia, sono infatti dalla parte del trionfo del capitalismo assoluto.
Il socialismo autentico e delle origini, che per moltissimi versi fu seguito da statisti del calibro di Bettino Craxi, Juan Domingo Peron, Hugo Chavez, Gamal Abdel Nasser, Mu'Ammar Gheddafi, Bashar-Al-Assad e da tempo da pressoché tutti i leader dell'America Latina degli ultimi quindici anni da Evo Morales a José Mujica, è di fatto anticapitalismo e politica della derescita. Visione al contempo nazionalista, sovranista, libertaria e spiritual-sentimentale della società. Una visione di società o, meglio, di civiltà, che punti e guardi all'autogestione, al dono (come insegnò l'antropologo socialista Marcel Mauss) ed alla condivisione e che, nell'insegnamento di Serge Latouche, liberi la società occidentale dalla dimensione economicista, classista e capitalista.
Solo su queste basi può essere rifondato il socialismo. Una prospettiva che, nell'ambito del mio pensatoio (anti)politico e (contro)culturale “Amore e Libertà” (www.amoreeliberta.altervista.orgwww.amoreelberta.blogspot.it), mi piace definire di “estremo centro”, perché al centro vi è l'essere umano e non ci si può non collocare, in maniera estrema, dalla parte dell'essere umano al quale vanno forniti gli strumenti materiali ed intellettuali per potersi autogestire ed autogovernare in maniera libera ed indipendente. Senza ingerenze straniere.

Luca Bagatin

giovedì 18 febbraio 2016

Il vicolo cieco dell'economia. Articolo di Luca Bagatin

Sembra sia arrivato quel momento della Storia nel quale qualsiasi cosa si sia desiderata e immaginata sia possibile, realizzabile, ottenibile. Tanto una Sony o una multinazionale qualsiasi la realizzerà. Sì, ma a che prezzo ? Ad un prezzo al di sopra dei nostri mezzi. A prezzo di un lavoro inesistente o precario o sottopagato; al prezzo di una concorrenza straniera sempre più pressante; a prezzo di una sanità e di una anzianità sempre meno tutelate. A prezzo, insomma, di aspetti che le cosiddette leggi dell'economia non contemplano, perché contrarie alle stesse.
Questa la tesi di fondo de “Il vicolo cieco dell'economia” di Jean-Claude Michéa, filosofo orwelliano, pubblicato dall'ottima casa editrice Elèuthera.
Tesi che ci dicono, fra l'altro, che questa società di matrice capitalista, ovvero liberal-progressista, ci ha inculcato le sue “leggi di mercato” in anni e decenni di lavaggio del cervello attraverso sia la pubblicità commerciale (che crea bisogni inutili e indotti), che attraverso programmi scolastici volti a farci supinamente accettare un'ineluttabile globalizzazionee e una modernità tecnologica totalmente illusoria.
Le radici della società capitalista, Michéa le fa dunque risalire all'Illuminismo, allorquando i filosofi individuarono nel meccanismo dell'interesse egoistico ogni forma di rapporto umano, ovvero nel razionalismo e nell'utilitarismo le basi sulle quali si sarebbe dovuta fondare una società moderna.
Fra i massimi esponenti di tale corrente, il filosofo ed economista Adam Smith, le cui tesi sono tutt'oggi fondamento dell'economia capitalista e di mercato e che obbligano l'individuo ad essere flessibile, ovvero a cambiare continuamente abitudini, lavoro e luogo di residenza (il famoso fenomeno del cosmopolitismo e dell'immigrazionismo) e dunque ad adattarsi ad ogni ordine impartito dalle leggi dell'economia, della concorrenza e del mercato.
L'individuo, lungi dall'essere veramente libero, si trasforma dunque in un atomo che si trova nelle condizioni di non poter ricercare e creare legami stabili (nemmeno sentimentali) con i suoi consimili, al punto che ogni impegno nei confronti degli altri diventa una sorta di ostacolo al perseguimento dei propri interessi e della propria ricchezza materiale.
Michéa rileva, in tutto questo, come la società capitalista e modernista obblighi altresì l'individuo a rimanere giovane per l'eternità. Costretto ad adattarsi alle regole dell'economia e del mercato, in una corsa senza fine, l'individuo non può permettersi di invecchiare e di ammalarsi e la sua illusoria eterna giovinezza deve a tutti i costi rappresentare un must di successo, esempio massimo dell'edonismo progressista e della massima fede nel futuro. In tutto ciò, come peraltro già accennato, l'individuo non sarà in grado di impegnarsi in relazioni stabili e profonde - in particolare nella sfera sentimentale - stabilendo così con gli altri suoi simili solo relazioni fuggevoli.
Jean-Claude Michéa fotografa, così, l'uomo moderno da diverse generazioni a questa parte: le sue relazioni sentimentali fuggevoli; la sua assurda cura del corpo ma non dell'intelletto e dello spirito; la sua mancanza di amicizie nella vita reale, ovvero di finte amicizie: pressoché quasi solo ed esclusivamente virtuali e internettiane.
Uomo moderno, ovvero uomo schiavo della società capitalista, che Michéa dice essere stata sdoganata, in Francia, dalla sinistra – figlia dell'Illuminismo - che si contrapponeva al socialismo delle origini e dunque alla feroce critica di Engels e di Proudhon al modernismo illuminista con il suo individualismo devastante. L'operaismo ed il popolarismo francese, più che marxista, era infatti proudhoniano ed ha sempre proposto una forma di società formata da una comunità di liberi ed eguali.
Jean-Claude Michéa ritiene dunque che sia necessaria una vera e propria rivoluzione culturale che attinga all'insegnamento socialista, anarchico e populista (il termine “populismo è stato connotato in senso spregiativo in questo secolo proprio dai capitalisti al fine di contrapporsi ai difensori del popolo) del XIXsecolo e dell'insegnamento di George Orwell e che fondi una società basata sul dono, sull'aiuto reciproco e sul senso civico. Ovvero una società che, su tali fondamenta, superi il capitalismo ed il modernismo.
George Orwell, come Michéa spiega ottimamente nel suo saggio, parla infatti di common decency quale aspetto fondante dello spirito del socialismo, ovvero la capacità morale degli individui di impegnarsi reciprocamente. Una virtù umana, in sostanza, contrapposta al calcolo egoista propugnato dal liberalismo economico.
Jean-Claude Michéa, nella sua analisi relativa al socialismo delle origini, non dimentica di riconoscere gli autentici meriti della fondazione del socialismo e del concetto di socialismo all'operaio tipografo francese Pierre Leroux. Già aderente alla Carboneria, Leroux aderì al saint-simonismo e successivamente, distaccatosene, elaborò la sua teoria sul socialismo quale alternativa all'individualismo egoista ed allo statalismo, proponendo una visione di società destinata all'autogoverno.
La critica di Michéa al capitalismo prosegue infine attraverso le sue prefazioni – inserite quali appendice nel saggio “Il vicolo cieco dell'economia” - ai saggi dello storico e studioso Christopher Lasch. Studioso conservatore e socialista, Lasch, al pari di Michéa, si pone in totale antitesi rispetto al capitalismo, al modernismo ed al progressismo che hanno sostanzialmente messo in vendita ogni rapporto sociale, umano e politico in nome dell'incultura del piacere, del desiderio effimero e delle regole di un'economia che ha sempre di più schiavizzato l'individuo e la società nella quale egli vive.

Luca Bagatin