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domenica 9 febbraio 2025

Edmondo De Amicis, un cuore socialista grande così. Articolo di Luca Bagatin

 

Il compianto Compagno socialista Paolo Pillitteri, oltre ad essere stato insigne critico cinematografico, indimenticato Sindaco di Milano e parlamentare del PSI, fu anche attento studioso e biografo del socialismo italiano.

Mi è capitato di recente di leggere una bellissima biografia, scritta da Pillitteri e pubblicata da SugarCo nel 1989, di una figura tanto celebre quanto poco approfondita dalla storiografia italiana, ovvero quella di Edmondo Da Amicis.

Con “Un cuore grande così – Edmondo De Amicis un uomo per il socialismo”, Paolo Pillitteri dà lustro allo scrittore italiano piemontese, nato nel 1846 e pressoché ricordato unicamente per il celebre romanzo “Cuore”.

De Amicis, però, scrisse ben altro e rappresentò, per la cultura e la politica sociale dell'epoca, moltissimo altro.

Nato a Oneglia, figlio di un banchiere regio dei Sali e Tabacchi di idee moderate, visse la sua infanzia a Cuneo.

A Cuneo intraprese studi ginnasiali e, ad appena tredici anni, affascinato dalle idee risorgimentali, decise di arruolarsi al seguito di Giuseppe Garibaldi. Se non divenne uno dei Mille, ad ogni modo, lo si dovrà alla madre, che gli impedì di partire per la Sicilia.

Nel 1861 entrò nel Collegio militare di Torino e intraprese la carriera militare, aspetto che gli permetterà, anni dopo, di scrivere la sua prima opera narrativa, ovvero “La vita militare”, edita da Treves nel 1868.

Nel 1863 proseguirà gli studi nel Collegio militare di Modena e, nel 1865 ne uscirà con il grado di sottotenente. L'anno successivo parteciperà alla celebre battaglia di Custoza della Terza Guerra d'Indipendenza italiana e partecipò anche, in qualità di giornalista militare della rivista “Italia Militare”, alla breccia di Porta Pia, a Roma, nel 1870 e, successivamente, lasciò l'esercito.

Pillitteri, nella sua ottima biografia, ci ricorda questo e molto altro.

Ci ricorda il De Amicis corrispondente dall'America Latina, nel 1884, quando descriverà – per primo – l'emigrazione italiana di quegli anni. Esperienza dalla quale trarrà il romanzo “Sull'Oceano”, pubblicato nel 1889. Solo e unico romanzo italiano che affronti il tema dell'emigrazione italiana nell'800.

E Pillitteri ci ricorda come, aldilà del romanzo “Cuore”, del 1886, con il quale divenne celebre, egli si avvicinò, nel 1890, al socialismo italiano, guidato da Filippo Turati e Anna Kuliscioff. E ciò anche grazie all'osservazione, vissuta da vicino, della sofferenza provata dagli emigranti, dagli umili, dai diseredati e dagli operai della sua epoca, che andavano ad ingrossare le fila di un proletariato sempre più in crescita e sfruttato dalle classi più abbienti.

In quell'anno, il De Amicis tenne un discorso agli operai torinesi, proclamandosi socialista, iniziando a intraprendere studi marxisti e a redigere il romanzo incompiuto “Primo Maggio”, che sarà pubblicato solo molti decenni dopo la morte, ovvero nel 1980, anche grazie alla rivalutazione dell'opera socialista deamicisiana operata dal Segretario del PSI Bettino Craxi.

E De Amicis diverrà socialista nonostante i pesanti contrasti famigliari con la moglie Teresa, bigotta e conservatrice. E saranno proprio le liti fra i due che porteranno il figlio maggiore, Furio, a uccidersi con un colpo di pistola alla tempia, su una panchina del parco del Valentino, nel 1898, a soli ventidue anni.

Aspetto che porterà il De Amicis, oltre alla morte della madre, ultraottantenne, a deprimersi profondamente e a rinunciare anche al seggio di deputato socialista, che aveva conquistato ottenendo ben 1098 voti, molti dei quali anche di non socialisti, ovvero di ammiratori e estimatori delle sue opere letterarie.

Tutte le opere di De Amicis e tutta la sua vita è basata sulla rettitudine, il senso del dovere, del sacrificio e dell'altruismo.

Ne “La vita militare”, come ricorda Pillitteri, De Amicis fa il ritratto di un soldato buono, coraggioso, al servizio di un Paese povero e arretrato quale era l'Italia post-Risorgimentale. Un soldato che combatte i briganti e assiste i malati di colera.

In “Sull'Oceano”, descrive la miseria e il coraggio dei poveri emigranti, costretti ad andare all'estero e a lasciare la terra natia.

In “Cuore” ci sono i primi vagiti del suo socialismo di ispirazione risorgimentale, mazziniana e garibaldina. Un socialismo fondato prima di tutto sull'istruzione e sulla ricerca di elevazione morale e intellettuale del popolo.

Non a caso, Paolo Pillitteri, nella biografia deamicisiana, riporta la frase che Giuseppe Mazzini disse all'amico anarchico russo Michail Bakunin – e con lui fondatore, assieme a Marx ed Engels, della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864 – quando questi gli chiese quale sarebbe stato il primo articolo del programma di una eventuale Repubblica italiana. Mazzini gli disse: “Fonderei scuole, poi scuole, poi ancora scuole”.

La classe dirigente dell'epoca molto si diede da fare per elevare un popolo, all'epoca analfabeta, riscattandolo dall'ignoranza.

I primi socialisti dell'epoca, riuniti nella rivista “Cuore e Critica”, fondata dal repubblicano-socialista Arcangelo Ghisleri nel 1887 (e nucleo di quella che diverrà la rivista del Partito Socialista Italiano, ovvero “Critica Sociale”, fondata da Turati nel 1891), rilevarono, peraltro, la necessità di creare un legame fra lavoratori e insegnanti, in modo che, questi ultimi, potessero infondere, nelle classi popolari, quello spirito di libertà e di riscatto sociale indispensabile al fine di permettere loro di divenire donne e uomini emancipati. Non solo sotto il profilo sociale, ma anche sotto quello morale e intellettuale.

E “Cuore”, per molti versi, ci racconta anche questo, benché De Amicis non fosse ancora entrato in contatto con Turati e i socialisti.

Un romanzo in cui la generosità, l'educazione al sacrificio e la rettitudine morale vengono esaltati, nel solco, del resto, degli insegnamenti di Mazzini e Garibaldi, che possono essere considerati dei socialisti ante-litteram. In particolare quest'ultimo che parlava di “Socialismo” quale “Sol dell'Avvenire”, ispirandosi del resto agli insegnamenti, anche spirituali – fondati sull'amore per il prossimo - del filosofo francese Claude-Henri de Rouvroy de Saint-Simon.

Come ci rammenta Pillitteri, De Amicis non nasce, dunque, socialista classista, per così dire, ma socialista del cuore, ispirato da ciò che vede: miseria, sofferenza, disperazione, emarginazione, diseguaglianze sociali.

Aspetti che, a partire dal 1890, inizierà apertamente a denunciare, anche in articoli sulla stampa socialista, oltre che nel romanzo “Primo Maggio”, pubblicato postumo.

E ad ispirarlo sono gli scritti di Turati e Anna Kuliscioff - che gli saranno amici e confidenti - anche a prezzo dei continui contrasti e dissidi con la moglie, che arriverà persino, nel 1901, a dare alle stampe un volume di oltre 700 pagine, allo scopo di diffamare il marito.

Edmondo De Amicis, come Turati e la Kuliscioff, sarà sempre un socialista gradualista, contro ogni forma di violenza e di insurrezione violenta, ritenendo che solo attraverso le riforme si potesse giungere a emancipare le classi oppresse.

E questo lo rende, a tutti gli effetti, un esponente del socialismo italiano, purtroppo spesso dimenticato e spesso bistrattato da certa memorialistica.

Paolo Pillitteri, con la sua rara biografia, che consiglio caldamente di leggere e recuperare, ci restituisce la figura di questo grande scrittore italiano, nella sua completezza.

Una biografia che, in appendice, comprende anche i ricordi di Turati e della Kuliscioff in merito a De Amicis. Quest'ultima, in particolare, in una lettera al compagno, così lo ricorda in modo straziante, il giorno della sua morte, l'11 marzo 1908: “In questo momento ricevo il “Corriere” colla fulminea notizia della morte del De Amicis. Povero uomo! Dopo aver prodigato tanto tenero affetto, dopo aver intenerito quasi due generazioni è morto solo come un cane, che tristezza! Non so dirti come mi duole questa morte senza che ci fosse anima viva a lui vicino. Poveretto! Ed era tanto buono”.

Dopo quella lettera, Turati si recherà alla Camera dei Deputati a commemorare l'amico e compagno socialista, proferendo queste parole: “Egli fu il solo che insegnasse veramente a pensare, parlare, palpitare per la patria e per le cose alte e pure a milioni di uomini, di donne, di fanciulli...”.

Edmondo De Amicis aveva davvero un cuore grande così. Un cuore socialista.

Luca Bagatin

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lunedì 21 ottobre 2024

Riflessioni sparse sull'attualità, la democrazia, la tecnologia, i conflitti, l'immigrazione e l'economia. Di Luca Bagatin


PARTITI DI IERI E DI OGGI

In generale, da molti anni, non credo al voto elettorale e per una lunga serie di motivi. 

Il primo dei quali il fatto che ritengo che nessuno possa essere rappresentato da qualcun altro, e che solo l'auto-rappresentanza e la democrazia diretta/autogestione, ritengo che possano dirsi forme pienamente democratiche. 

Ma questi aspetti sono possibili solo in una società altamente formata sotto il profilo intellettuale, spirituale e morale, che dovrebbe essere l'obiettivo primario di ogni società/civiltà evoluta.

Ma, ad ogni modo, in Italia mi sarebbe impossibile votare, da molti anni, per qualsiasi partito moderno, in quanto ritengo siano tutti simili, nei fatti, e tutti più o meno di destra, anche quelli che si dicono di "sinistra" o si chiamano "sinistra" o quelli che si dicono di "centro".

Nella Prima Repubblica non avrei avuto problemi nel votare una volta per il Partito Socialista Italiano (guidato da Bettino Craxi), un'altra per il Partito Socialista Democratico Italiano (guidato da Pietro Longo), un'altra ancora per il Partito Repubblicano Italiano (ai tempi di Randolfo Pacciardi e Mario Bergamo) o per il Partito Radicale (ai tempi di Mario Pannunzio e del primo Marco Pannella, quello delle lotte dalla parte di chi, come diceva Pasolini, "non sa di avere diritti"), a seconda del momento storico o politico.

Ovvero per partiti di sinistra laica e libertaria.

Quella sinistra laica e libertaria che manca dal 1993 ad oggi. Perché i suoi esponenti sono estinti e si è anche fatto di tutto per estinguerli o vilipenderli (fino a togliere, ad alcuni di loro, persino quattro soldi di vitalizio).

Tornare indietro non si può, sia ben chiaro. E lo dico con rammarico, ma è così.

Però si può studiare, capire, approfondire e mantenere quei valori storico-politici di sinistra laica e libertaria.

E io, che li professo sin da quando avevo quattordici anni, li manterrò per sempre.

L'ANNO ORRIBILE 1993

Le proteste di piazza di leghisti, postcomunisti, missini, contro i partiti democratici di governo della Prima Repubblica (DC, PSI, PSDI, PRI, PLI), nel 1993, hanno dimostrato che la "società civile" può essere, nei fatti, talvolta, una società incivile.

Purtroppo, dal 1993 ad oggi, in Italia, a destra e a sinistra, al governo o all'opposizione, c'è quel tipo di società. Una società senza valori, allo sbando, opulenta, tanto tecnologizzata quanto preda della semplificazione intellettuale e della banalità.

SULL'AUMENTO DELL'IGNORANZA

Negli anni ho osservato un aumento esponenziale dell'ignoranza, dell'incapacità di scrivere e parlare bene e un aumento generalizzato della maleducazione, oltre che della fretta e dell'impazienza.

Il tutto di pari passo a un miglioramento delle condizioni economiche e tecnologiche.

Più sei ricco e tecnologizzato e più sei sciocco, ignorante e vuoi tutto e subito, in sostanza.

Il perché è presto spiegato: se sei ricco e tecnologizzato diventi pigro. Quindi non te ne frega nulla di conoscere, approfondire, studiare, educarti. Vuoi tutto, senza fatica e senza sapere niente.

In generale penso che il vero male dell'Occidente sia l'eccesso di ricchezza e di tecnologia.

Aspetti che stanno da qualche tempo iniziando a stravolgere anche la società cinese, che pur rimane una società seria e ordinata.

 
SUL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO

La questione del conflitto russo ucraino è molto semplice.

Con il separatismo delle Repubbliche post sovietiche dall'URSS i nazionalismi russofobi hanno preso il sopravvento. Questi sono stati ampiamente sostenuti dagli USA che da un Occidente irresponsabile.

Nel momento in cui i russi abitanti in quelle terre si sono sentiti minacciati, hanno iniziato difendere i loro diritti.

Il primo a denunciare e a attivarsi per questo, lo scrittore Eduard Limonov e i militanti del suo Partito NazionalBolscevico. Un partito di sinistra democratica e patriottica, sostenuto persino dalla compianta giornalista Anna Politkovskaja e perseguitato sia da Eltsin che da Putin.

Quest'ultimo, in calo di consensi, si è accorto troppo tardi che Limonov aveva ragione e ha preso a prestito le sue idee.

L'UE è rimasta a guardare. Si è barcamenata per anni fra amicizia all'autocrate Putin e agli USA. Anziché ricercare una sua propria via autonoma e, nella fattispecie, prendere le difese delle minoranze russe martoriate dai nazionalismi di estrema destra, ha chiuso gli occhi e favorito il riarmo delle Repubbliche post sovietiche in chiave anti russa.

È tutto molto semplice. Basta approfondire la Storia.

L'ideologia e le opposte tifoserie non servono e sono persino fuorvianti.

 
SULL'IMMIGRAZIONE

L'immigrazione, clandestina o meno, è favorita dalle imprese e dalla destra economica.

Imprese e destra economica hanno necessità di carne fresca da introdurre nel sistema produttivo.

Gli autoctoni, infatti, hanno smesso - e giustamente - di farsi sfruttare dalla classe imprenditoriale.

Andrebbe promosso, invece, lo sviluppo autonomo dei Paesi del Terzo e Quarto Mondo e non il suo sfruttamento.

Che è ciò che da sempre fanno i Paesi socialisti, continuamente criticati o destabilizzati dalle grandi imprese e dalla destra economica.

Immigrazione, ius scholae e tutte queste cose non hanno nulla di umanitario in sè. Possono essere aspetti volti a sanare alcune situazioni, ma non dovrebbero essere la regola.

Solo uno sviluppo autonomo dai Paesi del Terzo e Quarto Mondo e la cooperazione internazionale possono favorire condizioni vantaggiose per tutti.

SULLA RICCHEZZA

Il problema di fondo è la troppa ricchezza, che genera un eccesso di progresso e di modernità, che generano, a loro volta, la mancanza di limiti e di freni inibitori.

Quando dico che occorre combattere la ricchezza (ponendole un freno e sottomettendo i ricchi alle necessità della comunità) e, dunque, porre un freno al progresso (che è il vero regresso), è proprio perché sono consapevole di dove tutto questo potrà portarci.

L'ego è una patologia di cui soffrono troppi esseri umani e va tenuto a freno, così come un bambino necessita di limiti e regole che, dei buoni genitori, sapranno impartirgli per il suo sano sviluppo e per una crescita autonoma e responsabile. 

Luca Bagatin

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mercoledì 11 settembre 2024

Salvador Allende e Bettino Craxi, due socialisti per la libertà. Articolo di Luca Bagatin


L'11 settembre 1973, in Cile, fu deposto il legittimo governo socialista guidato da Salvador Allende. E ciò a seguito del sanguinario golpe del generale Augusto Pinochet che instaurò, nel Paese, una brutale dittatura liberal capitalista, sostenuta dagli Stati Uniti d'America.

Allende era stato eletto nel settembre 1970 grazie alla coalizione Unidad Popular, comprendente socialisti, socialisti democratici, liberalsocialisti, comunisti e cristiani di sinistra.

Egli intraprese una sua propria “via cilena al socialismo”, con un vasto programma di nazionalizzazione delle principali industrie private, in particolare minerarie, bancarie, assicurative, dei trasporti e delle telecomunicazioni.

Favorì le classi meno agiate, attraverso apposite riforme di equità; sospese il pagamento del debito estero; introdusse il salario minimo garantito; abolì il latifondo; investì massicciamente nell'istruzione e nella sanità; aumentò i salari e promosse una politica di laicità e diritti civili, introducendo il divorzio, annullando le sovvenzioni alle scuole private e promuovendo i diritti delle donne.

Tutte politiche saldamente socialiste, invise storicamente agli USA e alla classe ricca, clericale e padronale, che trovò in Pinochet il proprio punto di riferimento.

Quel Pinochet che presto rovesciò il governo socialista, nonostante la ferma resistenza armata di Allende e dei suoi sostenitori.

Da allora e sino a non troppi anni fa, il Cile sprofondò nel caos e in una pesantissima dittatura dai contorni clericali, corporativi, antisemiti e antisocialisti, nella quale furono applicate le insensate, inique e folli teorie liberal capitaliste della scuola di Chicago, capitanata da Milton Friedman, costituite da privatizzazioni selvagge, tagli alla spesa pubblica, distruzione del comparto sindacale, a tutto vantaggio dei più ricchi.

Fra i primi a schierarsi contro Pinochet e a sostegno di Allende, oltre ai governi socialdemocratici svedesi e quelli socialisti di Cuba e della Repubblica Popolare Tedesca, anche l'allora giovane socialista Bettino Craxi.

Craxi si recò a Santiago del Cile subito dopo il golpe del 1973 e visitò la tomba di Allende, assieme a una delegazione del Partito Socialista Italiano, sfidando il governo golpista e la polizia, che voleva loro impedire tale visita.

Craxi sostenne, successivamente, la causa di molti esuli cileni, come fece Olof Palme in Svezia e i governi di Cuba e del blocco socialista orientale.

Quando divenne Presidente del Consiglio italiano, sostenne non solo il ripristino della democrazia in Cile, ma aiutò finanziariamente i movimenti clandestini cileni, così come il PSI di Craxi finanziò sempre tutti i movimenti di liberazione popolare nel mondo.

E Craxi denunciò più volte, anche difronte a Ronald Reagan che sosteneva Pinochet, la brutale dittatura cilena.

Il popolo cileno non dimenticò quel sostegno e, nel 2018, gli fu dedicata una piazza, accanto al luogo in cui riposa Salvador Allende. Ovvero la Piazoleta Bettino Craxi, a Santiago del Cile.

Luca Bagatin

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venerdì 2 agosto 2024

Il socialismo di François Mitterrand. Articolo di Luca Bagatin


Oggi facciamo fatica a immaginare che, almeno sino a trent'anni fa, in Europa, esistevano leader e partiti socialisti autentici.

Che sapevano coniugare laicità, modernità, diritti sociali e civili.

Che sapevano essere alternativi a quel liberal capitalismo che, nel corso degli Anni '80, dagli USA di Reagan alla Gran Bretagna della Thatcher, stava iniziando a smantellare i diritti dei lavoratori e a distruggere uno stato sociale così faticosamente costruito, grazie alle lotte operaie e socialiste dei decenni precedenti.

Erano gli anni in cui, in Paesi mediterranei come l'Italia, la Francia, la Spagna e la Grecia, (oltre che nei Paesi dell'Est europeo), governavano partiti socialisti che seppero porre un argine all'avvento del liberal capitalismo che, purtroppo, dagli Anni '90 in poi, spazzerà via, definitivamente, il socialismo dall'Europa intera, attraverso golpe e false rivoluzioni di ogni genere.

Erano gli anni dei grandi leader socialisti quali l'italiano Bettino Craxi, lo spagnolo Felipe Gonzalez, il greco Andreas Papandreou e il francese François Mitterrand.

Ed è proprio di quest'ultimo che vorrei ricostruire, brevemente, la storia, perché, al pari di Craxi, in particolare, seppe far diventare il socialismo protagonista in Europa.

François Mitterrand, classe 1916, in realtà, non nacque socialista.

In gioventù, negli Anni '30, era comunque permeato di ideali sociali, patriottici e cristiani, pur senza scadere nel clericalismo.

Aderì, così, giovane studente di scienze politiche, ai “Croix de Feu”, associazione di ex combattenti della prima guerra mondiale, permeata di ideali sociali e patriottici, contraria al diritto di sciopero e in favore dell'unione fra il capitale e il lavoro.

In quel periodo, Mitterrand, non si sentiva né dalla parte della destra borghese liberal capitalista, che difendeva i diritti dei ricchi; né dalla parte della sinistra marxista, che negava ogni valore spirituale.

Il primo incontro con il socialismo lo ebbe nel 1939, grazie alla sua amicizia con George Dayan, socialista di origine ebraica, che conobbe durante il servizio militare.

Nel 1940 fu ferito e fatto prigioniero dai tedeschi e inviato in un campo di lavoro, situato a Zeigenhain.

Qui lavorò per il regime di Vichy, per il quale, inizialmente, simpatizzò, ma, ben presto, entrò nella Resistenza antifascista ed esattamente nel “Rassemblement National des prisonniers de guerre”, ovvero il gruppo principale della Resistenza interna.

Alla fine della guerra, con il ritorno della democrazia in Francia, Mitterrand inizierà la sua militanza politica. E lo farà aderendo a partiti di sinistra laica, socialista, non marxista, quale, inizialmente, il “Rassemblement des gauches républicaines”, nel quale si candiderà alle elezioni per l'Assemblea Costituente, nel 1946, non risultandone eletto.

Successivamente aderirà all'Unione Democratica e Socialista della Resistenza (UDSR), un partito socialista democratico centrista, inizialmente sostenitore del Presidente Charles De Gaulle.

Dell'UDSR, Mitterrand, diventerà Presidente e manterrà tale carica dal 1953 al 1964. Oltre ad essere eletto deputato, nelle file di tale partito, nell'autunno 1946.

L'anno successivo sarà nominato ministro per i rapporti con gli “Anciens Combattants” del governo socialista retto da Paul Ramadier e, Ramadier, gli assegnerà il ministero della Francia d'Oltremare nel 1950.

Nel 1953 diverrà Ministro delegato al Consiglio Europeo; nel 1954, Ministro dell'Interno del governo del radicale Pierre Mandès France e, nel 1956, Ministro della Giustizia del governo socialista retto da Mollet.

I rapporti fra Mitterrand e De Gaulle saranno sempre pessimi e il primo accuserà sempre il secondo di ambire a diventare un dittatore e non approvò mai la scelta gollista di eleggere direttamente il Presidente della Repubblica a suffragio universale.

Mitterrand si attirerà così, ben presto, le simpatie dei radical-socialisti e dei comunisti, ma la sua UDSR finirà ben presto per dividersi fra sostenitori di De Gaulle e oppositori e ciò porterà, nel 1964, alla sua dissoluzione.

Nel 1964 fonderà, così, la Convention des Institutions Républicaines (CIR), partito socialista-repubblicano che, alle elezioni del 1965, si presenterà alle elezioni presidenziali nella coalizione da lui guidata, denominata Federazione della Sinistra Democratica e Socialista, comprendente la Sezione Internazionale dell'Internazionale Operaia, il Partito Radicale e altri movimenti di ispirazione socialista.

Alle sue prime elezioni presidenziali, purtuttavia, otterrà solamente il 31,7% al primo turno e il 44,8% al secondo.

Fin da allora, Mitterrand, getterà le basi per il suo programma, anche futuro, fondato su: libertà sindacali, libertà individuali, diritto all'informazione e autonomia dei Comuni sul piano amministrativo.

Forte di tale rilancio del socialismo, scioglierà la CIR, nel 1971, durante il famoso Congresso di Epinay, nel Partito Socialista Francese, di cui diverrà presto leader indiscusso.

Da allora inizierà un dialogo costante con il Partito Comunista Francese, rilanciando l'unità fra tutte le sinistre.

Nel 1973 pubblicherà il saggio “La Rosa nel Pugno” (simbolo scelto per rappresentare il Partito Socialista Francese stesso), nel quale rilanciò la sua idea socialista, parlando, apertamente, di “appropriazione collettiva dei grandi mezzi di produzione” e criticando pesantemente il sistema capitalista.

Con tale programma e sostenuto, oltre che dal Partito Socialista, anche dai comunisti e dai radicali di sinistra, si ripresentò alle presidenziali del 1974, ma venne nuovamente sconfitto dai gollisti di Giscad d'Estaing, ottenendo il 43,2% al primo turno e il 49,1% al secondo turno.

Si rifarà, ad ogni modo, nel maggio 1981, sconfiggendo Giscad d'Estaing ottenendo, al primo turno il 25,9% ed al secondo il 51,8%.

Anche questa volta è sostenuto da socialisti, comunisti e radicali di sinistra, con i quali forma il suo primo governo con un programma basato su: nazionalizzazioni dei settori chiave dell'economia; introduzione della settimana lavorativa di 35 ore; redistribuzione dei redditi; tassazione dei più ricchi; introduzione di nuovi diritti dei lavoratori; riduzione della corsa agli armamenti.

Mitterrand riuscirà solo in parte a portare avanti tali propositi, anche a causa della successiva “coabitazione” con una maggioranza di destra, guidata dal Primo Ministro Jaques Chirac.

Ad ogni modo, la forma socialista democratica mitterandiana - oltre il modello sovietico e oltre il modello socialdemocratico classico – ancorata agli antichi valori socialisti e a una sinistra aperta e plurale, rimarrà nella Storia.

Così come la sua politica estera, in particolare in Medio Oriente, ove la sua amicizia allo Stato di Israele non offuscherà affatto la sua amicizia alla causa palestinese.

Esattamente come il suo amico e omologo socialista, Bettino Craxi, lavorerà infatti, per il reciproco riconoscimento fra Israele e Palestina, anche attirandosi le critiche da parte della destra gollista di Chirac.

Così come lavorò per il dialogo fra Est e Ovest e per ridurre il divario fra i Paesi ricchi del Nord del mondo rispetto a quelli del Sud, oltre alla costruzione di una unità europea fondata sul rispetto della sovranità degli Stati e la promozione della giustizia sociale.

Con questo spirito vincerà, ancora una volta, le elezioni presidenziali nel 1988, con il 54%, contro Chirac e rimarrà in carica fino al 1995, un anno prima della sua morte.

Oggi lo spirito di Mitterrand, Craxi e degli altri grandi leader socialisti è scomparso del tutto.

L'Europa unita da loro immaginata è un'altra cosa e i conflitti, sia sociali che internazionali, ai quali i socialisti tentarono di porre risoluzione, sono sempre più accesi.

Oggi, chi nel Parlamento europeo si dice o si presenta come “socialista”, non ha un briciolo dello spirito di Mitterrand, di Craxi, di Papandreou e di Gonzalez.

Come sempre, ci rimane la Storia e la memoria. Per chi vuole studiare, approfondire e non dimenticare.

Luca Bagatin

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martedì 16 luglio 2024

"L'irregolare" Gianni De Michelis nella biografia di Paolo Franchi. Articolo di Luca Bagatin

 

E' la prima biografia ufficiale dedicata a Gianni De Michelis, quella pubblicata recentemente da Marsilio, scritta da Paolo Franchi e intitolata “L'irregolare”.

Una biografia nota a molti di noi, che hanno seguito e conosciuto Gianni in vita e/o hanno militato nel suo glorioso Partito Socialista Italiano, che, dal 1993 ad oggi, non esiste più, salvo la breve parentesi del Partito Socialista (avente per simbolo sette garofani rossi, un libro aperto e un sole nascente) e poi del Nuovo PSI, rifondati proprio da De Michelis alla fine degli Anni '90.

Una biografia certamente utile ai più giovani, in particolare in quanto ricorda la lungimiranza in ambito geopolitico di Gianni De Michelis, che prefigurò un mondo multipolare e la necessità di integrare la Russia al sistema europeo e un dialogo costante e strategico con la Repubblica Popolare Cinese.

Come ricorda Franchi, De Michelis, cresciuto in una famiglia protestante metodista veneziana, giovanissimo – a 11 anni - si proclamò monarchico, ma molto presto scelse la via socialista, aderendo, nel 1960, a vent'anni, al PSI e all'UGI, il movimento universitario della sinistra laica, di cui diverrà Presidente nel 1962.

Si schiererà immediatamente con la sinistra socialista, quella facente capo a Riccardo Lombardi, che lascerà molti anni dopo, quando sosterrà la candidatura di Bettino Craxi alla segreteria del partito e si proclamerà sempre laico o laicista, ovvero antifascista, anticomunista e anticlericale, come molti socialisti, repubblicani, radicali e socialdemocratici della sua epoca e generazione e come molti di noi, cresciuti nel loro esempio.

Lombardiano, dunque riformista rivoluzionario, De Michelis ritiene che il capitalismo sia una macchina a cui va cambiato il motore.

Come Lombardi, ritiene che vada creata una “società senza classi” e la parola d'ordine della sinistra di matrice socialista e socialdemocratica dell'epoca è: “Case, scuole, ospedali” e, infatti, opera principale di partiti quali il PSI, il PSDI e il PRI al governo saranno: nazionalizzazione dell'energia elettrica, riforma della scuola e dell'università, riforma urbanistica e abolizione della mezzadria.

Tutte cose considerate dalla destra, sia democristiana che missina, “l'anticamera del bolscevismo” e criticate anche dai comunisti, in quanto costoro ritengono che finiscano per “integrare la classe operaia nel sistema capitalista”.

Laureato in chimica industriale nel 1963, presso l'Università degli Studi di Padova, De Michelis iniziò la carriera accademica e, nel 1964 fu eletto consigliere comunale di Venezia e Assessore all'Urbanistica.

In quegli anni, assieme al fratello Cesare, assume il controllo della casa editrice Marsilio, che si trasforma in SpA.

Dal 1969 gli viene affidata l'organizzazione del partito e, nel 1976, riesce a farsi eleggere per la prima volta Deputato al Parlamento.

Da sempre in dialogo diretto con gli operai, come ricorda Franchi, cerca di far loro accettare anche le scelte più impopolari, convinto, anche da Ministro delle Partecipazioni Statali (dal 1980 al 1983), che occorra modernizzare il Paese e renderlo più efficiente.

Sosterrà, dunque, in questo senso, il nuovo corso socialista portato avanti da Bettino Craxi, che sarà eletto alla Segreteria del PSI nel 1976, anche grazie ai voti dei lombardiani.

Da Ministro delle Partecipazioni Statali, De Michelis, scontrandosi spesso con i democristiani, ritiene che occorra porre un argine all'assistenzialismo e al salvataggio di imprese pubbliche inefficienti, ritenendo che sia necessario introdurre “principi di economicità” nella gestione pubblica, anche a costo di perdere consenso elettorale.

Con questo spirito sosterrà la scelta di Craxi di tagliare alcuni punti della scala mobile, per frenare l'inflazione. Scelta peraltro sostenuta anche della maggioranza degli italiani che, al referendum abrogativo del 1985, sostenuto dal PCI, dal MSI, da Democrazia Proletaria e dalla CGIL, voteranno contro.

De Michelis e i socialisti in generale, peraltro, spingeranno per la riforma delle pensioni, ma saranno bloccati dalla convergenza conservatrice di comunisti, democristiani, CGIL e MSI, che continueranno a garantire i privilegi pensionistici di pochi, a scapito dei molti.

In quegli anni, peraltro, si fa crescere i capelli ed è noto il suo amore per il ballo in discoteca, di cui scrive anche una guida, con prefazione di Gerry Scotti.

Dal 1989 al 1992 ricoprirà la carica di Ministro degli Esteri e, anche in questo ambito, sarà attivissimo e sarà fra i primi a sostenere il ruolo centrale del Mediterraneo, dei Balcani, oltre che il ruolo modernizzatore, a livello internazionale, della Cina, accolto con tutti gli onori dall'allora Presidente cinese Jiang Zemin.

Nell'ambito della crisi jugoslava, peraltro, sarà in prima linea per evitare ogni conflitto, ma, purtroppo, le vicende relative alla falsa rivoluzione di Tangentopoli gli impediranno di proseguire nel suo ruolo, così come di promuovere ulteriori relazioni con la Repubblica Popolare Cinese.

Dopo la caduta, come ricorda Paolo Franchi, a seguito della vicenda denominata Tangentopoli, che abbatterà il sistema democratico dei partiti storici, De Michelis tenterà di ricomporre la diaspora socialista, ma riuscendovi solo in parte ed essendo eletto europarlamentare nel 2004, grazie al 2% ottenuto dalla lista “Socialisti Uniti per l'Europa”.

In quegli anni, come molti ex elettori del PSI, De Michelis si schiererà con Berlusconi, perché non avrebbe certo potuto schierarsi con i carnefici del socialismo italiano, ovvero con quel finto “centrosinistra” post-comunista (oggi PD e i suoi alleati) che aveva fatto di tutto per abbattere il PSI e l'unico autentico Centro-Sinistra (DC, PSI, PSDI, PRI, PLI) che l'Italia abbia mai conosciuto.

La Repubblica Popolare Cinese avrebbe voluto offrirgli un lavoro di supporto alle imprese italiane che cercavano di collocarsi nel suo mercato, ma rifiutò.

Nel 2009 accettò, invece, di fare da consulente per la Riforma della pubblica amministrazione, con uno stipendio annuo di 40.000 euro lordi e divenne anche Presidente dell'Istituto per le relazioni tra l'Italia e i Paesi dell'Africa, dell'America Latina e del Medio Oriente.

Gianni De Michelis ci lascierà l'11 luglio 2019 e, come riportato nella biografia scritta da Paolo Franchi, riportando una frase tratta da un'intervista di Stefano Lorenzetto, ci ha lasciato anche un monito su un nuovo ordine mondiale multipolare, tutto da costruire: “Dalla fine del precedente ordine mondiale sono passati invano vent'anni. O l'ordine nuovo lo costruiamo adesso, trovando i compromessi necessari per quella che io chiamo la governance multilaterale del mondo multipolare, oppure scoppierà un altro conflitto planetario. E' inevitabile (…). Un mondo così è troppo pesante anche per le spalle degli Stati Uniti, non può essere governato da un Paese solo, da un sistema unipolare”.

Luca Bagatin

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venerdì 12 luglio 2024

Un ricordo di Giacomo Brodolini, il Ministro socialista dalla parte dei diritti dei lavoratori. Articolo di Luca Bagatin

 

Oggi sembra tutto scontato, ma, evidentemente, in presenza di nuove forme di caporalato e sfruttamento del lavoro e dei lavoratori, oltre che in presenza di chi, dal centrodestra al finto centrosinistra, ha provveduto allo smantellamento dei diritti dei lavoratori, in tutti questi anni, evidentemente non lo è.

Non è scontato, infatti, lo Statuto dei Lavoratori, così come non lo sono le lotte dei socialisti per ottenerlo.

In prima linea l'allora Ministro del Lavoro Giacomo Brodolini, nato il 19 luglio 1920 e morto l'11 luglio 1969.

Brodolini si ispirò sempre all'appello del leader socialista Pietro Nenni: “Da una parte sola. Dalla parte dei lavoratori”.

Di Recanati, come Giacomo Leopardi, militante – nel 1946 - del più nobile fra i partiti politici storici italiani, ovvero del Partito d'Azione, aderirà al Partito Socialista Italiano nel 1948.

Ricoprirà la carica di Vicesegretario nazionale della CGIL fino al 1960 (condannando, nel 1956, l'invasione sovietica in Ungheria) e quella di Vicesegretario del PSI dal 1963 al 1966 e del PSI-PSDI Unificati fino al 1968.

Sarà eletto Deputato, la prima volta, nel 1953 e ricoprirà la carica di Senatore dal 1968 fino alla morte.

Sempre vicino – anche fisicamente - agli operai e ai braccianti, nel 1969 sarà nominato Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale del primo governo Rumor (sostenuto da PSI-PSDI Unificati, DC e PRI) e sosterrà quello Statuto dei Lavoratori che getterà la basi per garantire i diritti dei lavoratori, la loro dignità e la libertà sindacale e che diventerà legge nel 1970.

Il Presidente della Repubblica, Saragat, gli conferirà la Medaglia d'Oro al Valor Civile.

A mantenerne viva la memoria, la Fondazione intitolata a suo nome, le cui attività si possono trovare a questo link: https://www.fondazionebrodolini.it

Luca Bagatin

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sabato 29 giugno 2024

L'attualità del pensiero politico e geopolitico di Gianni De Michelis. Articolo di Luca Bagatin


La biografia di Gianni De Michelis, socialista di lungo corso, già Ministro del Lavoro e delle Partecipazioni Statali e degli Esteri, oltre che Vicepresidente del Consiglio dei Ministri, scritta di recente da Paolo Franchi e edita da Marsilio, intitolata “L'irregolare”, invita a riflettere sul presente.

Ho conosciuto Gianni De Michelis, personalmente, esattamente vent'anni fa e gli ero vicino politicamente.

Ho sempre pensato fosse una grande mente politica del glorioso Partito Socialista Italiano, assieme a Bettino Craxi.

Un partito che non esiste più, né in Italia, né in Europa. In particolare non ne esiste più lo spirito lungimirante, pragmatico, dialogante, sociale e al contempo libertario.

Mi riprometto di recensire lungamente la biografia scritta da Franchi in un secondo tempo, ma in essa vi sono dei passaggi che meritano di essere immediatamente fotografati, perché dimostrano come De Michelis avesse ragione e guardasse in anticipo sui tempi.

Paolo Franchi ricorda, nell'introduzione, un passaggio dell'ex Premier britannico Boris Johnson, intervistato da “La Repubblica” nel 2016: “De Michelis amava molto ballare in discoteca, ha anche scritto un libro su questo. Di certo, sul Mediterraneo aveva ragione. Aveva fatto una proposta sul Nord Africa che ricordo bene: tutti i Paesi dovrebbero pagare parte del loro PIL all'Africa del Nord per affrontare lo sviluppo di quei luoghi. Ebbene, questa idea più di vent'anni fa sembrava pazzesca, ma a me questa idea piace e come staremmo se oggi avessimo seguito quel consiglio? Secondo me molto meglio”

Ancora lontani erano i tempi delle irresponsabili Von Der Leyen, degli irresponsabili Borrel, Biden and Co, quando Gianni De Michelis affermava, come riportato da Paolo Franchi: “Dalla fine del precedente ordine mondiale sono passati invano vent'anni. O l'ordine nuovo lo costruiamo adesso, trovando i compromessi necessari per quella che io chiamo la governance multilaterale del mondo multipolare, oppure scoppierà un altro conflitto planetario. E' inevitabile (…). Un mondo così è troppo pesante anche per le spalle degli Stati Uniti, non può essere governato da un Paese solo, da un sistema unipolare”.

Parole attualissime, che fanno il paio con quanto afferma da decenni il prof. Giancarlo Elia Valori e ogni persone dotata di buonsenso, logica, conoscenza della Storia, della cultura e della geopolitica.

Parole molto lontane dai politici occidentali di oggi. Quelli italiani, per carità... Ma anche quelli del resto dell'UE e degli USA, che continuano a inviare armi a pseudo democrazie corrotte, anziché ascoltare tutte le parti, ricercare il dialogo, la cooperazione e lottare contro il terrorismo e la corruzione internazionale, in modo serio e incisivo.

Gianni De Michelis e Bettino Craxi lavorarono moltissimo per il dialogo fra Nord e Sud del mondo e per primi compresero la necessità di integrare la Russia nello scacchiere europeo.

Compresero il ruolo centrale del Mediterraneo e dei Balcani e De Michelis, in particolare, fece di tutto per evitare la disgregazione della Jugoslavia.

Craxi, nel suo esilio ad Hammamet, si opporrà peraltro ai disastrosi bombardamenti NATO, sostenuti anche da un poco responsabile governo D'Alema, oltre che da pseudo socialdemocratici quali Schroder, Blair e Clinton.

In merito egli scrisse, sul saggio edito da Mondadori “Uno sguardo sul mondo. Appunti e scritti di politica estera”:

I bombardamenti dell’aviazione americana ed inglese, almeno sino ad ora, sembrano da qualche tempo il bastone con il quale ci si industria a governare le situazioni distorte che si presentano nel mondo. Le bombe dovrebbero essere la soluzione miracolosa destinata a distruggere il male e a far rifiorire il bene. Di bombardamenti del resto, solo nell’ultimo anno, se ne possono ormai elencare non pochi. Si sa tutto di loro e dei loro bagliori, si sa poco o nulla dei risultati che le imprese della più grande, moderna, e sofisticata aviazione del mondo abbiano potuto ottenere […]

Questa situazione terribilmente intricata verrà risolta a colpi di bombe? Molto difficile. Le bombe provocheranno altri disastri ed altre vittime ed apriranno la strada a nuovi conflitti ed ad una estensione pericolosa delle reazioni e delle contro reazioni. Ripetiamo ciò che ha detto dall’alto della sua esperienza ed anche della sua saggezza un ufficiale italiano, una medaglia d’oro, che non può essere accusato di essere un pauroso. Il mito dell’arma aerea, come provano i fatti, potenza risolutrice, è giustappunto un mito. Se si dovesse passare allo scontro umano si toccherebbe un fondo che si sperava ormai estraneo alla storia delle nazioni europee. La politica e la diplomazia, senza il continuo rincorrersi di minacce e di ultimatum, debbono trovare la forza e la strada per giungere ad imporsi. La politica e la diplomazia non possono dichiarare fallimento. La bomba può essere considerata la via facile ma la pace continuerebbe ad essere difficilissima […]

Purtroppo gli italiani sono già alla frontiera. Il governo aveva detto così anche per l’aviazione. La Serbia aveva rotto le relazioni diplomatiche con tutti i Paesi della NATO tranne che con l’Italia. Era un ponte diplomatico che bisognava avere il coraggio di usare. Per tutta risposta abbiamo inviato i nostri aerei a bombardare, coprendoci sotto la formula della «difesa integrata» alla quale non crede nessuno”.

Ieri come oggi. Dal 1993 in poi solo il caos.

Mi fa piacere leggere, su “Il Riformista” del 29 giugno, che D'Alema (che personalmente non ho mai considerato né socialista, né di sinistra) affermi - al forum cinese per il 70esimo anniversario dei “Cinque principi di coesistenza pacifica” - che: “Abbiamo bisogno ora più che mai dell’iniziativa e del coraggio del Sud globale per rilanciare la causa della pace e i principi basilari della coesistenza pacifica”.

I socialisti, almeno quelli di un tempo, lo sostengono almeno fin dagli Anni '60! E con la Cina, oltre che con la Jugoslavia, la Romania e la Libia socialiste, ci dialogavano sin da quegli anni. E lo facevano anche e soprattutto quando avevano responsabilità di governo.

Come ricorda Paolo Franchi, De Michelis fu fra coloro i quali videro per primi l'ascesa e l'importanza del nuovo corso della Cina socialista riformista nello scacchiere internazionale, al punto da entrare in polemica con il fratello Cesare, dicendogli: “Mettiti in testa, caro Cesare, che i centomila libri della tua biblioteca puoi anche bruciarli, e sostituirli con l'opera omnia di Deng Xiaoping”.

Personalità lungimirante e di cui avremmo necessità, fu Gianni De Michelis.

Personalmente penso che noi, che ancora oggi ci definiamo socialisti, socialisti democratici e repubblicani, non dovremmo nemmeno pensare di perdere tempo nel ricostituire fantomatici partiti o partitini, per poi contarci alle elezioni e capire che non si conta più nulla.

Sono le idee e le prospettive che contano, ma, oggi, di idee e prospettive, o non ve ne sono, o ve ne sono sempre meno.

Perché mancano le basi. Quelle basi fondate sulla conoscenza della Storia, della cultura e della geopolitica, che avevano molti esponenti delle passate generazioni.

Quando torneranno le idee e le prospettive, non occorrerà altro. Del resto, Paesi lungimiranti come la Repubblica Popolare Cinese, hanno attinto proprio dalla loro Storia e cultura millenaria, combinandola con un socialismo moderno, adatto ai tempi.

Quando lo capiremo anche noi?

Luca Bagatin

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Gianni De Michelis e Luca Bagatin nel 2004

lunedì 26 febbraio 2024

Un ricordo di Bettino Craxi a 90 anni dalla nascita

Quella che segue è l'intervista che il canale YouTube di Ancora Italia, diretto da Arturo Ferrara, ha realizzato al sottoscritto, alla mia cara amica Ananda Craxi e allo scrittore Lamberto Rimondini.

Ringrazio sia Ananda per avermi suggerito la partecipazione all'intervista, che il canale per avermi dato l'opportunità di parlare di Bettino Craxi e del glorioso Partito Socialista Italiano dei cari bei tempi andati, in veste di autore del saggio "Ritratti del Socialismo" (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/670930/ritratti-del-socialismo).

Per il resto, vorrei comunque precisare che non ho nulla a che fare con il partito Ancora Italia, che, fino a qualche giorno fa, non conoscevo. Penso anzi che, in generale, le mie posizioni socialiste democratiche, risorgimentali e libertarie, raccontate anche nel video stesso, oltre che in tutti i miei saggi, siano assai distanti dalle loro. Così come sono distante da alcune posizioni espresse nel video stesso.

Il dialogo e l'approfondimento, ad ogni modo, fanno sempre bene a tutti.

Detto ciò, vorrei rimarcare che, ciò che manca oggi in Italia e Europa, purtroppo, come sottolineo nella video-intervista che segue, sono le idee, le progettualità e il pragmatismo dell'unico Centro-Sinistra che l'Italia abbia mai conosciuto, dal 1946 al 1993.

Tali idee, progettualità e pragmatismo sono state distrutte, appunto, nell'anno di disgrazia 1993.

Luca Bagatin

martedì 13 febbraio 2024

Ugo Intini ci ha lasciati. Articolo di Luca Bagatin

 

Ugo Intini ci ha lasciati. Così come pochi giorni fa ci ha lasciati Nerio Nesi.

Storico esponente del Partito Socialista Italiano, quando ancora un vero partito socialista degno di questo nome esisteva ancora – in Italia e Europa - a lungo direttore dei giornali socialisti “Avanti!” e “Il Lavoro”, collaborò con Bettino Craxi, negli Anni '80, come responsabile dell'informazione e portavoce del PSI.

Nel 1994 – dopo lo scoppio della falsa rivoluzione di Tangentopoli e l'annientamento del PSI - fondò la Federazione dei Socialisti e, nel 1996, assieme a Gianni De Michelis, Fabrizio Cicchitto, Margherita Boniver e altri, fondò il Partito Socialista, che si collocò in posizione autonoma rispetto ai poli di centrodestra e centrosinistra.

Nel 1998, allontanandosi dal partito di De Michelis, partecipò alla fondazione dei Socialisti Democratici Italiani e venne eletto alle politiche del 2001. Successivamente, nel 2005, fu fra i promotori della Rosa nel Pugno, assieme a Marco Pannella e, nel 2007, aderì al Partito Socialista Italiano di Enrico Boselli, collocandosi all'interno dell'alleanza ulivista.

A differenza di Gianni De Michelis, non ho conosciuto personalmente Intini, ma, politicamente, le nostre strade si sono incrociate. Ho letto diversi suoi saggi, fra cui l'interessantissimo “Craxi. Una storia socialista”, ripubblicato nel 2000 e ho partecipato – quando ero giovanissimo – ai primi tentativi di rifondazione di una forza socialista in Italia, guidata da De Michelis.

Quando Intini scelse di andare verso l'Ulivo, il PD e i suoi alleati, non riuscii più a seguirlo, perché non ritenevo (né ritengo possibile) che i socialisti si collocassero con le peggiori forze anti-socialiste, anti-craxiane, borghesi e padronali, che hanno sempre finto di definirsi “di sinistra”, pur non essendolo mai state, nei fatti.

Per il resto, negli anni in cui lui andò verso il carro di Prodi – passando per Pannella – io pressoché mi ritirai dalla politica attiva, convinto (come lo sono oggi) che non vi fosse più spazio per una forza socialista, perché ormai il conformismo del finto centrosinistra e del conservatore e inconcludente centrodestra, avevano preso il sopravvento.

Non si poteva, insomma, ricostruire ciò che, nel 1993, era stato distrutto per sempre. E tale distruzione era stata operata proprio da quei poteri interni e internazionali, come ebbe a dire Bettino Craxi, che andavano dall'estrema destra all'estrema sinistra italiane, passando per i Poteri forti economici, finanziari, statunitensi e centro-europei. Al punto che, come ho scritto in numerosi articoli e saggi, in UE, il socialismo, non esiste più.

Intini, come molti ex socialisti, purtroppo, non lo comprese.

La sua scomparsa rende, in ogni caso, questo Paese più povero intellettualmente.

In una tragica, orrida e disgustosa epoca storica che si trascina ormai da trent'anni, in cui il personale politico, economico e intellettuale ha raggiunto – in un Occidente non più democratico - il suo livello più basso, un esponente della gloriosa, responsabile e lungimirante generazione nata negli Anni '40 che se ne va, è una perdita enorme.

Temo non nasceranno più generazioni così, almeno in questo povero continente alla deriva.

Ci rimangono i libri, per chi avrà la pazienza di studiarli.

Luca Bagatin

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lunedì 15 gennaio 2024

24 anni senza Bettino Craxi. 31 anni senza socialismo in Europa. Articolo di Luca Bagatin

E sono 24, gli anni che ci separano dalla scomparsa di Bettino Craxi, ovvero da quel triste 19 gennaio 2000.

L'ultimo grande statista italiano e l'ultimo socialista europeo, ci lasciò per sempre.

Ultimo grande statista, perché, dalla sua fine politica, avvenuta in quel tragico 1993, non abbiamo mai più avuto un Presidente del Consiglio valido, serio, lungimirante, preparato, in grado di dare dignità all'Italia, all'Europa e a tutto il mondo, cosiddetto, Occidentale.

Ultimo socialista europeo perché, salvo le rare eccezioni di Jeremy Corbyn e di Jean-Luc Mélenchon, in Europa il socialismo è pressoché totalmente scomparso e il cosiddetto PSE e la cosiddetta Internazionale “Socialista” sono ormai da tempo occupati da liberal-capitalisti e guerrafondai di ogni risma.

La liquidazione politica di Bettino Craxi, da parte dei poteri forti internazionali, finanziari, ma anche militari e politici, con sede negli USA e nelle stanze di Bruxelles, coincise – infatti - con la fine politica del Socialismo in Europa.

E a proposito della nascente Unione Europea, Bettino Craxi ebbe a dire:

Si presenta l’Europa come una sorta di paradiso terrestre, arriveremo al paradiso terrestre… L’Europa per noi, come ho già avuto modo di dire, per noi nella migliore delle ipotesi sarà un limbo. Nella peggiore delle ipotesi l’Europa sarà un inferno. Quindi bisogna riflettere su ciò che si sta facendo. Perché la cosa più ragionevole di tutte era quello di richiedere e di pretendere, essendo noi un grande Paese – perché se l’Italia ha bisogno dell’Europa l’Europa ha bisogno dell’Italia – pretendere la rinegoziazione dei parametri di Maastricht”. E disse anche: “Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”.

Nel tragico 1993 implodevano l'URSS e i Paesi del Patto di Varsavia, contro la volontà dei rispettivi popoli, ma causate da golpe interni (pensiamo – fra gli altri - al golpe che defenestrò e uccise barbaramente Nicolae Ceausescu, in Romania, ordito dal KGB gorbacioviano) con il contributo esterno; la guerra che distrusse la Jugoslavia socialista; la guerra che distrusse l'Iraq socialista; la guerra che distrusse l'Afghanistan socialista e poi ancora, anni dopo, la guerra che distrusse la Libia socialista (e quella che tentò di distruggere la Siria socialista).

E, ancora, i tentativi di golpe anti-socialisti in America Latina, sempre in agguato in Venezuela e a Cuba, ma che colpirono la Bolivia di Morales e l'Ecuador di Correa e il tentativo di liquidazione per via giudiziaria del socialismo brasiliano di Lula e del peronismo argentino della Kirchner.

Fortunatamente, quantomeno nell'ottimo Brasile, il socialismo è tornato, ma sarebbe lecito chiedersi...per quanto tempo ancora?

In UE, cosiddetti “socialdemocratici” come la Premier finlandese Sanna Marin innalzano muri anti-migranti al confine con la Russia e il già “socialdemocratico” Segretario Generale della NATO Stoltenberg – in gioventù contrario alla guerra in Vietnam - continua a voler inviare più armi a un Paese non NATO come l'Ucraina e a chiedere di aumentare la produzione delle armi, con il beneplacito delle destre e degli pseudo “socialisti” europei.

Un tempo, i socialisti, quelli autentici e originari, si battevano – diversamente - contro ogni arma e contro ogni bomba. Per il pragmatismo e la diplomazia internazionale. In questo senso, Bettino Craxi, nominato peraltro rappresentante del Segretario Generale dell'ONU Javier Pérez de Cuéllar per i problemi dell'indebitamento dei Paesi in via di Sviluppo e successivamente consigliere speciale per lo sviluppo e il consolidamento della pace e sicurezza, fu sempre in prima linea.

Con fermezza, pragmatismo, umanesimo socialista e democratico.

E lo fu persino nel suo esilio di Hammamet, quando, su “L'Avanti” del 18 dicembre 1998, scrisse un editoriale in prima pagina dal titolo “No alle bombe”, invitando ai negoziati fra USA e Iraq (mentre le destre e le sinistre italiane facevano l'opposto).

Bettino Craxi – erede politico del grande Pietro Nenni - ancorato alla cultura e tradizione occidentale, ma allo stesso tempo in dialogo con tutti, seppe guardare ai popoli laici e socialisti del Mediterraneo, del Medioriente, dell'America Latina e dell'Est (pensiamo agli ottimi rapporti fra il PSI di Craxi e il Partito Comunista Rumeno di Ceausescu), oltre che dell'Estremo Oriente.

Fu un sostenitore di quel socialismo che sapeva tenere a bada il capitalismo e i poteri forti finanziari, che dalla falsa rivoluzione di Tangentopoli seppero come trarre vantaggio economico, sulle spalle del Paese e di una classe politica dell'unico e solo centro-sinistra che l'Italia abbia mai avuto, che aveva, nel bene o nel male, saputo garantire stabilità e prosperità, dal dopoguerra sino al 1993.

Nel 1978, in particolare, Bettino Craxi, nell'ambito della promozione dell'eurosocialismo (contrapposto all'eurocomunismo berlingueriano, molto più confuso e velleitario), mirava ad abbracciare tutti i fratelli socialisti d'Europa (fra cui i partiti socialdemocratici in esilio all'estero, quali quello polacco e cecoslovacco). Fra questi, come dimostra la corrispondenza fra Craxi e Ceausescu di quegli anni, un rinnovato rapporto fra PSI e PCR e un incontro ufficiale a Bucarest, nell'ottobre '78, fra Craxi e il Presidente rumeno. Un Presidente rumeno, Ceausescu, apprezzato non solo dall'Italia dell'epoca, ma da tutti i Paesi europei e che – fin dagli Anni '70 - mirava a promuovere un ordine multipolare, esattamente come Bettino Craxi e i socialisti democratici guidati da Pietro Longo (e lo stesso Longo, già peraltro in gioventù capo della segreteria politica dell'allora Vicepresidente del Consiglio Pietro Nenni, entrerà, nel 1989, nel PSI di Craxi).

Da non dimenticare che Bettino Craxi – alla guida del PSI - ai tempi del sequestro di Aldo Moro da parte delle BR, si schierò contro il cosiddetto “fronte della fermezza” (composto tanto dalla DC quanto dal PCI), ovvero propose di avviare una trattativa per salvare l'ex Presidente del Consiglio democristiano, mostrando quella sensibilità umanitaria socialista che i clerico-comunisti non ebbero.

Bettino Craxi, pur giustamente critico e diffidente nei confronti dei “comunisti” italiani e ancor più dei post-comunisti che finiranno per approdare al capitalismo assoluto (vedi le successive emanazioni dal PDS al PD a Italia Viva e Azione), lanciò, negli Anni '90, quell'Unità Socialista che sarà invece proprio contrastata dal PDS, che gli preferirà Amato, Carlo Azeglio Ciampi e quel Mario Draghi, che già nel 1992 avrebbe voluto la privatizzazione del patrimonio pubblico italiano. Progetto da sempre contrastato fortemente da Bettino Craxi.

Da non dimenticare anche la sua visione socialista anticapitalista, che espresse nel 1966, nel suo rapporto ai quadri del partito, contenuta nel volume “Socialismo e realtà” (Sugarco Editore): “Il socialismo mantiene la sua fondamentale ed essenziale natura di movimento anticapitalistico. Esso nasce come reazione umana e razionale nei confronti delle ingiustizie delle ineguaglianze che il nascente capitalismo industriale portava con sé. Le contraddizioni e le crisi della società capitalistica costituirono oggetto delle analisi, della critica penetrante, delle previsioni dei teorici socialisti. I mutamenti intervenuti dopo le due guerre mondiali, la modificazione della natura e delle manifestazioni del capitalismo non hanno mutato la ragione fondamentale della lotta socialista e cioè quella di provocare un superamento del capitalismo con il passaggio ad un ordine economico, sociale e politico più evoluto, che arricchisca le libertà dell'uomo, le sue condizioni di vita materiale e spirituale”.

Craxi sarà – da Presidente del Consiglio - amico persino di quel Mario Appignani detto “Cavallo Pazzo”, orfano, figlio di una prostituta, freak, beatnik, indiano metropolitano che primo fra tutti denunciò – per averli subiti sulla sua pelle – gli orfanotrofi “lager” gestiti dall'Opera Nazionale Maternità e Infanzia, che proprio grazie alle sue denunce saranno chiusi definitivamente.

Craxi sarà dunque amico dei potenti, ma anche dei più umili e, soprattutto, sarà amico dei Paesi e dei popoli liberi, dall'America Latina alla Palestina e lo sarà sempre in nome dell'Eroe dei Due Mondi, Giuseppe Garibaldi, di cui fu appassionato studioso e collezionista di cimeli.

Bettino Craxi recupererà, nel panorama culturale e politico, figure allora marginalizzate dall'intellighenzia italiana e europea, ovvero l'anarchico conservatore Pierre-Joseph Proudhon e il socialista liberale Carlo Rosselli, unendo aspetti sino allora considerati ossimorici dal sinistrismo borghese imperante che, negli anni successivi alla morte fisica di Craxi, darà vita al partito delle élite antisocialiste, ovvero al PD.

E da non dimenticare come il socialismo di Craxi fosse contrastato dai post-fascisti del MSI (poi AN, poi Fratelli Meloni) e dalla Lega (prima Nord e poi non più Nord), per non parlare di Beppe Grillo, oggi partiti sostenitori del capitalismo assoluto e della politica atlantista fondamentalista e filo USA, tanto quanto il PD e che, non a caso, in questi ultimi anni, sostennero tutti assieme il Governo Draghi e ancora oggi ne seguono le linee guida.

In Europa, parimenti, dopo l'esempio del Partito Socialista Italiano di Craxi (il cui simbolo, da Craxi stesso voluto, fu quel Garofano Rosso, simbolo della Comune di Parigi del 1871), nessun partito che si richiamava – a parole – al socialismo, fu più davvero socialista, ma adottò l'ideologia della crescita economica illimitata, delle privatizzazioni selvagge, dell'esportazione della “democrazia”... ma unicamente contro Paesi laici e socialisti quali Iraq, Libia, Siria e Jugoslavia (sic!).

Nel gennaio 2020 uscì, postumo, un interessante romanzo-verità, scritto da Craxi e edito da Mondadori: “Parigi – Hammamet”, che sembra spiegare la triste realtà della nostra epoca.

In quarta di copertina, Craxi, scrisse: “Gli avvenimenti che sto per narrare sono assai singolari. Incredibili per eccesso di credibilità. Rientrano infatti nella categoria degli accadimenti comunemente ritenuti impossibili non perché inimmaginabili, ma proprio per il contrario. Chi non ha immaginato almeno una volta la possibilità che esistesse davvero la “Spectre”? E raffigurandosela, ognuno di noi l'ha disegnata ogni volta sempre più efferata e incontrollabile... Ogni tanto, però, quelle che abbiamo sempre considerato nostre fantasie estreme si rivelano, appunto, drammaticamente reali, come dimostrano gli eventi singolarissimi che mi accingo a raccontare”.

Nel romanzo. Bettino Craxi affida alla finzione letteraria, attraverso un romanzo di fantapolitica, il racconto della triste vicenda politico-giudiziaria che lo vide coinvolto negli ultimi anni della sua vita e parla, appunto, di una sorta di “Spectre”, ovvero di una potentissima organizzazione segreta transnazionale denominata “Koros”, “Il Mucchio”. Un'organizzazione infiltrata in tutti i centri del potere, finanziata e sostenuta da lobbies finanziarie promotrici della globalizzazione. Un'organizzazione i cui componenti “considerano l'identità e l'unità nazionale come ostacoli al mercato e si comportano come capi di uno Stato sovranazionale” e che utilizzano tecniche “terroristico-eversive”. Un'organizzazione gerarchica e con un intero esercito numeroso a disposizione, senza rapporti ufficiali con gli Stati, ma “non è escluso un coinvolgimento di settori istituzionali degli Stati Uniti e della Germania unificata” e che ha utilizzato la guerra nell'ex Jugoslavia come “il primo test da internazionalizzare”.

Nel romanzo-verità, Craxi, peraltro, scrive di come lui (nel romanzo con lo pseudonimo di Ghino), sia entrato nel mirino di “Koros” già ai tempi del caso Abu Abbas, ovvero ai tempi del suo no agli USA nella consegna di Abbas e il suo sostegno alla causa palestinese. Oltre a questo, il suo essere un “ostacolo al predominio incontrollato delle “grandi famiglie” italiane, agli affiliati della “trilateral”, ai potentati collegati ai gruppi avventuristici della finanza internazionale”. Oltre che, naturalmente, la sua ideologia “neogollista di sinistra”, che voleva un'Europa sovrana, indipendente dai due blocchi e amica del mondo arabo laico e socialista, oltre che alleata al Terzo Mondo.

Nel romanzo, Craxi, fa parlare così i suoi personaggi, rivelando le sue verità, anche nell'ambito della politica internazionale, condendole di una certa dose di finzione narrativa. Verità che sono, del resto, quelle che affidò, nei suoi ultimi anni di vita, alla stampa ed ai volumi che scrisse, nel triste esilio di Hammamet.

Nel romanzo, a dare una spallata a Koros, sarà il governo della Federazione Russa, d'intesa con le Nazioni Unite, “richiedendo ufficialmente al governo degli Stati Uniti di uscire dalle ambiguità e di perseguire i mandanti della destabilizzazione mondiale”.

Un Craxi che già oltre vent'anni fa, prima di morire, aveva visto molte cose e – pur inascoltato, persino da tanti sedicenti “socialisti” - non le aveva taciute.

Bettino Craxi rappresenta, ancora oggi, quei socialisti senza tessera e senza partito (perché l'unico vero Partito Socialista Italiano fu quello che iniziò nel 1892 con Filippo Turati e Anna Kuliscioff e finì purtroppo con Bettino Craxi nel 1992), come chi vi scrive, che, se sono profondamente delusi dalla politica – dal 1993 ad oggi – non hanno comunque mai smesso di analizzarla.

Di tutti questi aspetti e di molte figure del socialismo autentico, riformatore, autogestionario e non dogmatico, ancora oggi presente – a vario titolo – in molti Paesi latinoamericani (fra cui il Brasile di Lula in primis e la sua lungimirante politica estera e interna), nel mondo panafricano e nella Repubblica Popolare Cinese guidata dal riformista Xi Jinping – ho parlato diffusamente nel mio ultimo saggio “Ritratti del Socialismo”, edito di recente da IlMioLibro (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/670930/ritratti-del-socialismo), con prefazione di una delle nipoti di Bettino, Ananda Craxi.

E molte sono ancora oggi le battaglie che attendono e attenderebbero i socialisti autentici in tutto il mondo, fra le quali:

1) nazionalizzazione delle società energetiche; delle telecomunicazioni (web e telefonia), dei trasporti; del settore bancario, siderurgico e militare;

2) investimenti massicci in sanità, istruzione, ricerca;

4) promozione di un mondo pacifico, multipolare, dialogante e volto alla collaborazione reciproca in ogni ambito, da quello sanitario a quello relativo alla sicurezza internazionale;

4) messa al bando dell'intelligenza artificiale per uso civile, che è destinata a distruggere non solo posti di lavoro, ma a mettere a rischio la sicurezza dei cittadini stessi, oltre che la loro capacità di ragionare;

5) promozione dell'autogestione delle imprese – da affidare direttamente ai lavoratori/produttori – nell'ottica del superamento dello sfruttamento del lavoro salariato.

Luca Bagatin

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venerdì 11 agosto 2023

Cuba-Venezuela: un'amicizia storica nel segno del socialismo. Articolo di Luca Bagatin

Saldi i rapporti di amicizia fra Repubblica di Cuba e Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Il Presidente della Repubblica di Cuba, nonché Primo Segretatio del Partito Comunista Cubano (PCC), Miguel Díaz-Canel, ha ricevuto – dal 6 all'11 agosto – il Primo Vicepresidente del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), Diosdado Cabello.

Il Presidente Diaz-Canel, in merito, ha scritto su Twitter: “Abbracciare un fratello a casa, la gioia più grande. Lo abbiamo confermato in un incontro con Diosdado Cabello Rondón. Vedremo cosa ipotizzano gli avversari. Ribadiamo solo che chi fa casino con il Venezuela fa casino con Cuba e viceversa”, riaffermando così la sovranità dei due Paesi socialisti fratelli e la lotta alla diffamazione mediatica contro i rispettivi Paesi, orchestrata in particolare dagli USA.

Entrambi i leader socialisti, nel corso degli incontri, hanno discusso relativamente al lavoro dei rispettivi partiti, ovvero relativamente alla formazione dei militanti ed alla partecipazione democratica popolare, oltre che della storica collaborazione politica e economica fra le due nazioni, che risale al 1999, quando i rispettivi leader di allora - Fidel Castro e Hugo Chavez - posero le basi per la relativa cooperazione.

Dal 2000 il Venezuela divenne, peraltro, il principale fornitore di greggio di Cuba attraverso un accordo che prevede prezzi preferenziali in cambio di servizi medici ed educativi, che sono il fiore all'occhiello dell'Isola caraibica.

Díaz-Canel e Cabello, in rappresentanza di PCC e PSUV, hanno dunque fatto visita alla tomba dell'ex leader cubano Fidel Castro, posta fra il mausoleo dell'eroe nazionale cubano José Martì e il monumento ai martiri della Rivoluzione cubana del 26 luglio 1953, a Santiago di Cuba.

I due esponenti socialisti hanno altresì siglato un nuovo accordo di scambio e cooperazione e hanno visitato la Zona Economica Speciale di Sviluppo Mariel, a ovest de L'Avana.

Il Presidente Diaz-Canel ha inviato, inoltre, un abbraccio al Presidente socialista del Venezuela Nicolas Maduro e alla sua squadra di governo e lo ha ringraziato della sua solidarietà a Cuba, contro l'ingiusto e iniquo embargo statunitense che persiste sin dagli Anni '60 e inasprito dal tutt'altro che democratico John Fitzegald Kennedy.

Luca Bagatin

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lunedì 12 giugno 2023

Silvio Berlusconi ci mancherà. Articolo di Luca Bagatin

Silvio Berlusconi ci mancherà.

E dovrebbe mancare anche a quegli sciocchi che lo hanno denigrato per tutti questi anni.

Perché si renderanno conto anche loro – presto o tardi - che, tutto sommato, è stato il politico meno peggiore degli ultimi trent'anni.

Difronte ai Prodi, D'Alema, Letta, Renzi, Gentiloni, Monti, Conte, Draghi e Meloni, è stato un gigante.

Un gigante che ha saputo prospettare e lavorare per un mondo multipolare, fatto di stabilità e pace.

Ottenendo accordi economici vantaggiosi per l'Italia e stringendo amicizie con tutti, con il sorriso, senza le sciocche contrapposizioni della classe dirigente occidentale odierna.

Una classe dirigente – da Biden a Scholz, dalla Von Der Layen alla Meloni, passando per Macron - inetta e incapace, che fomenta divisioni e guerre e conseguenti crisi economiche.

Berlusconi seppe dialogare con leader socialisti e democratici quali Chavez e Gheddafi e riuscì a mettere pace fra Putin e Bush.

Fu amico leale del leader socialista Bettino Craxi, che finirà poi perseguitato dai Poteri forti e dalla grancassa mediatico-giudiziaria.

Come ho ricordato in un mio articolo dell'aprile scorso (https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/04/silvio-berlusconi-leader-alternativo.html), nel 1994 mise i bastoni fra le ruote a quella pseudo-sinistra catto e post-comunista radical-chic, che, dalle ceneri del vero e unico centro-sinistra che l’Italia abbia mai avuto (guidato da socialisti, democristiani, repubblicani, liberali e socialdemocratici), aveva pensato di vincere a man bassa.

Berlusconi, strutturando sì il suo partito in modo verticistico, ma allo stesso tempo cercando di unire e recuperare i consensi di socialisti, democristiani, repubblicani, liberali e socialdemocratici – abbattuti dal golpe mediatico-giudiziario che Bettino Craxi battezzò “Falsa rivoluzione” e i media “Tangentopoli”, si accingeva ad evitare che il Paese cadesse nelle mani di quei poteri forti che Bettino Craxi aveva sempre tentato di arginare.

E sì, Berlusconi lo fece sdoganando partiti impresentabili come il MSI e la Lega Nord, che pur avevano cavalcato l’onda anti-democratica contro il Pentapartito.

Sdoganò la destra più per calcolo e vantaggio politico che per altro. Ma cercò sempre di tenerla a bada.

Il suo scopo fu quello di lanciare una battaglia anti-burocratica e anti-statalista, ma allo stesso tempo aumentò le pensioni minime, abolì l’ICI sulla prima casa e la tassa di successione, introdusse bonus per i ceti meno abbienti, attuando così misure in favore della terza età e dei ceti medio-bassi.

Proposte, peraltro, quella sulle pensioni e sull’abolizione dell’ICI, promosse già da Rifondazione Comunista guidata da Bertinotti e Cossutta, verso la quale e verso i quali Berlusconi nutrì sempre rispetto e talvolta sintonia.

Si dirò che Berlusconi era anticomunista, ma il suo “anticomunismo” suonava più come slogan ed era rivolto direttamente al PDS-DS (poi PD), che aveva contribuito alla fine politica di Bettino Craxi. Un PDS-DS che in politica estera finì per appiattirsi all’atlantismo più estremo e che in politica interna promuoveva un’Unione Europea oligarchica, fatta di privatizzazioni e liberalizzazioni e rigorismo economico.

In un'intervista ricordo che egli arrivò a definirsi “liberale di sinistra” e, oltre a candidare nelle fila di Forza Italia il filosofo marxista - già partigiano antifascista del Partito d'Azone – Lucio Colletti, dialogò con i nuovi socialisti di Gianni De Michelis, una delle menti più brillanti del Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi.

Benché, vista la sua età e condizioni di salute, negli ultimi anni fosse più lontano dalla politica più attiva, non lesinò critiche alla Meloni e al suo partito, spesso incoerenti e inesperti, in particolare in politica estera, dichiarando – nel febbraio 2023: “Io a parlare con Zelensky se fossi stato il Presidente del Consiglio non ci sarei mai andato perché come sapete stiamo assistendo alla devastazione del suo Paese e alla strage dei suoi soldati e dei suoi civili: bastava che cessasse di attaccare le due repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe avvenuto, quindi giudico, molto, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore”.

A Berlusconi in molti devono tutto della loro carriera, in particolare nella coalizione di centrodestra, che senza di lui da tempo è fatta di incoerenza, inesperienza e inconsistenza, capace di ottenere voti solo perché il PD, i Cinque Stelle e il duo Renzi&Calenda, sono persino peggiori.

Berlusconi, ad ogni modo, come scrissi già in quel mio articolo di aprile, non ha gettato le basi per una successione politica, ma, vista la qualità del personale politico degli ultimi decenni…la scelta di una successione era e rimane pressoché impossibile.

E' stato l'ultimo politico di razza della sua generazione e, anche se non la pensavamo totalmente come lui, gli abbiamo voluto bene e ci mancherà.

Luca Bagatin

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