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lunedì 31 agosto 2026

"Ritratti del socialismo", ovvero ritrovare il filo rosso di una idea smarrita. Recensione di Paola Bergamo al saggio di Luca Bagatin

 

Ci sono libri che raccontano una dottrina e libri che cercano di restituirle un’anima.
Ritratti del Socialismo di Luca Bagatin, edito da Mario Pascale appartiene alla seconda categoria.

Il suo approccio neutrale” – scrive Ananda Craxi, nella prefazione al testo, “ci regala una miccia per accendere il fuoco di una riflessione sana e necessaria verso il pensiero costruttivo”.

Non è una storia sistematica del socialismo, nè pretende di esserlo.
È piuttosto una lunga traversata attraverso uomini, idee, rivoluzioni, sconfitte, eresie e tentativi politici che l’autore riconduce a una domanda ancora irrisolta: che cosa resta del socialismo quando il socialismo cessa di essere soltanto un partito, un apparato o un’ideologia?

La risposta di Bagatin è chiara fin dalle prime pagine: socialismo significa anzitutto giustizia sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica. Non una formula consegnata al Novecento, dunque, ma una tensione che si nutre del tempo e va al di là del tempo, permanendo come una bussola inossidabile verso l’emancipazione dell’uomo e delle comunità.

Forse questa è la chiave più interessante dell’intero volume, tanto più pensando alla nostra contemporaneità dove globalizzazione, tecno-turbo capitalismo, privatizzazioni sconsiderate, hanno contribuito a mettere in ginocchio l’Italia complice una politica che ha sacrificato il bene comune per garantirsi privilegi di casta.

Ma, le idee restano: si possono uccidere le persone o silenziarle – tante sono le “damnatio memoriae” ricordate nel libro e applicate sistematicamente a intelligenze politiche ritenute eretiche.
Però le idee immortali sopravvivono ai loro sicari.

Bagatin rompe una delle semplificazioni più radicate nella cultura politica contemporanea: l’identificazione del socialismo con il solo marxismo e, ancor più, con la storia dei partiti novecenteschi.
Il suo socialismo è ampio, “inquieto” e attraversa Mazzini e Garibaldi, Proudhon e Marx, Bakunin, i fratelli Rosselli, Berneri, Craxi, il peronismo, Chávez, fino alle esperienze socialiste extraeuropee, e quindi guarda alla Cina contemporanea che ci costringe a fare i conti con noi stessi perché ci mette innanzi al fatto che non esiste un solo modello possibile di modernizzazione e prosperità: quello liberal-capitalista. Il “socialismo con caratteristiche cinesi” – espressione che Bagatin mutua da Deng Xiaoping dimostra che è possibile coniugare mercato, sviluppo economico, controllo politico, giustizia sociale, apertura internazionale, difesa della sovranità nazionale, cooperazione internazionale, non ingerenza e multilateralismo nel multipolarismo.

Ne nasce una raccolta del pensiero sociale, una sorta di atlante delle sfumature e delle “eresie” socialiste.

Ed è precisamente qui che il libro diventa anche più interessante, perché costringe il lettore ad abbandonare categorie troppo comode.
Bagatin recupera figure dimenticate, oppure imprigionate dalla storiografia dentro definizioni incapaci di restituirne la complessità.
Nel suo racconto il socialismo non coincide necessariamente con l’internazionalismo che dissolve la nazione; al contrario, può incontrare il patriottismo. Non coincide con lo statalismo; può incontrare l’autogestione e il cooperativismo. Non coincide necessariamente con il materialismo; può incontrare una concezione spirituale dell’uomo e della comunità.

Il libro incontra una figura per me inevitabilmente particolare: Mario Bergamo, mio Nonno.

Bagatin ha il merito di riportarlo dentro la storia delle correnti sociali e repubblicane del Novecento, ricordandone la battaglia antifascista, la corrente da lui fondata “Repubblica Sociale” che si imposenel Partito Repubblicano Italiano, il progetto di unificazione delle forze repubblicane e socialiste e soprattutto quella singolare elaborazione che Mario Bergamo chiamò Nazionalcomunismo.

Bagatin ha ragione nel definire Mario Bergamo il “Mazziniano Nazionalcomunista” e su questo punto, tuttavia, è d’obbligo una precisazione storica e filosofica. Il Nazionalcomunismo di Mario Bergamo non va ricondotto al Nazionalbolscevismo. Possono esistere consonanze legate al tempo e alle questioni sociali del ‘900: la critica dell’ordine liberal-borghese, la centralità della sovranità nazionale, la ricerca di una sintesi capace di oltrepassare le categorie politiche consolidate. Ma la matrice di Mario Bergamo non è il Bolscevismo, non c’è identità genealogica.
Il “nazionale” di Mario Bergamo riassume i valori ideali e il “comunista” i valori sociali positivi. Il termine “comunismo” di Mario Bergamo non equivale a una adesione al comunismo di matrice marxista-leninista, è piuttosto appropriazione della questione sociale in chiave mazziniana repubblicana.

Mario Bergamo però si esprime compiutamente sul bolscevismo e dice “Il Bolscevismo è una sintesi, il Fascismo è l’aspetto del tentativo di una sintesi” ma per mio Nonno era necessaria una nuova sintesi tra “il politico e il sociale” e cioè tra Fascismo e Bolscevismo. Le questioni sociali non possono venir compresse dalle questioni politiche nè essere subordinate alle questioni economiche.
Mario Bergamo riconosce però la valenza storica del Bolscevismo e lo supera con una sintesi social repubblicana mazziniana, peraltro ancora attuale e di grande potenza quando invita a : Occidentalizzare il comunismo!”
La “forma” russa è storica, effimera (!)
cioè destinata a non durare, – e fu quindi anche profetico- mentre  […] Occidentalizzare  è un invito alla tutela della libertà individuale e senso critico”.
E ancora Non si rinasce all’idea universale che attraverso l’idea nazionale”
“Nazionalismo di civiltà, non di razza”.

( Ref. Stralci da L’Italia che resta)


Il Repubblicanesimo Sociale di Mario Bergamo radica perciò in Giuseppe Mazzini, dall’idea cooperativa e autogestionaria, dal Risorgimento democratico, dalla centralità del popolo come comunità politica e morale e dalla convinzione che emancipazione nazionale ed emancipazione sociale siano inseparabili.

Del bolscevismo poteva interessargli la rottura dell’ordine economico oligarchico, l’irruzione delle masse nella storia, la critica radicale al dominio del capitale e la capacità della rivoluzione di trasformare la questione sociale in questione politica. Ma ciò non faceva di lui un bolscevico: il suo orizzonte rimase repubblicano, mazziniano, socialista.
Nazione e socialità, dunque.
Patria e internazionalismo.
Libertà politica e giustizia economica.
Giustizia Sociale e Laicismo Integrale. Non la subordinazione dell’una all’altra, ma il tentativo di comporle.

In questo senso il Nazionalcomunismo bergamino è una grande sintesi storica: il tentativo, audace, di ricomporre ciò che il Novecento aveva progressivamente separato. La questione nazionale dalla questione sociale; la Repubblica dal socialismo; l’individuo dalla comunità; l’indipendenza dei popoli dalla solidarietà internazionale.

Questa mia precisazione non diminuisce il valore di Ritratti del Socialismo.
Al contrario, ne dimostra la capacità di provocare discussione e ringrazio l’autore perché non consegna al lettore un “catechismo”. Consegna delle tesi.

E la sua tesi più provocatoria è che il socialismo sia stato tradito in Europa non perché sconfitto definitivamente dalla storia, ma perché progressivamente abbandonato proprio da una parte consistente di coloro che continuarono e continuano a chiamarsi socialisti o di sinistra.

Il libro allora diventa inevitabilmente politico.

La critica dell’autore investe il progressivo arretramento dello Stato sociale, le privatizzazioni, la precarizzazione del lavoro, la subordinazione della politica all’economia finanziaria e quella globalizzazione nella quale la libertà del capitale ha finito spesso per essere assai più tutelata della libertà degli uomini.

Il merito di Bagatin consiste nell’obbligarci a tornare sulla domanda fondamentale: ma oggi chi governa chi?

È la politica democratica a governare l’economia oppure è il mercato a determinare progressivamente lo spazio del possibile entro il quale la politica è autorizzata a muoversi?

È una domanda antica e tragicamente contemporanea visto come vanno le cose.

Ed è forse qui che i tanti ritratti raccolti nel volume smettono di essere soltanto storia. Garibaldi, Mazzini, Berneri, i Rosselli, Craxi, Mario Bergamo, Perón, Chávez e gli altri protagonisti non vengono convocati semplicemente per ricordare ciò che furono, ma per interrogare ciò che siamo diventati.

Bagatin ha il merito di porre una domanda che attraversa l’intero volume: può esistere una democrazia sostanziale quando la diseguaglianza economica diventa diseguaglianza di potere?

È questa, in fondo, la questione socialista.
Non il colore di una bandiera. Non la nostalgia di un regime. Non l’archeologia delle ideologie novecentesche.
La domanda, molto più radicale, sul rapporto fra libertà e giustizia.

Perché una libertà senza giustizia rischia di diventare privilegio; una giustizia senza libertà può trasformarsi in oppressione. Fra questi due abissi si è consumata gran parte della storia del Novecento.

Il senso più profondo di Ritratti del Socialismo sta nel ricordarci che quella ricerca non è conclusa.

Il socialismo che attraversa queste pagine non è allora un mausoleo nel quale custodire le spoglie di un’idea sconfitta. È una domanda ancora aperta.

E le domande, a differenza delle ideologie, non muoiono finché la Storia continua a produrre le ragioni per formularle.

Paola Bergamo

https://www.centrostudimb2.eu/2026/08/30/ritratti-del-socialismo-ovvero-ritorvare-il-filo-rosso-di-una-idea-smarrita/ 

lunedì 17 agosto 2026

Un ricordo di Zemfira Sulejmanova, attivista de "L'Altra Russia di Eduard Limonov". Articolo di Luca Bagatin

 

Il 15 agosto è ricorso il quarto anniversario della tragica morte di Zemfira Sulejmanova, militante del partito nazionalbolscevico “L'Altra Russia di Eduard Limonov”, fondato dallo scrittore dissidente russo Eduard Limonov (1943 - 2020), dalle ceneri del Partito NazionalBolscevico, unico partito politico ad essere stato ingiustamente messo fuorilegge in Russia, nel 2007, con l'infondata accusa di “teppismo”. Accusa e messa al bando sconfessata dalla sentenza del 2021 della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo, che ha considerato la messa al bando del partito di Limonov una violazione dei diritti umani.

Nata nel 1997, Zemfira Sulejmanova, era un'attivista di Nižnij Novgorod, oltre che aspirante giornalista.

Stava portando aiuti umanitari e seguendo, da reporter, il conflitto russo-ucraino, per il canale WarGonzo, fondato da alcuni militanti del partito di Eduard Limonov e chiaramente ispirato al “giornalismo Gonzo”, ideato dal giornalista e scrittore statunitense Hunter S. Thompson (1937 - 2005).

Il minibus sul quale Zemfira viaggiava, è esploso sopra a una mina anticarro ucraina, sganciata da un drone, nei pressi di Donetsk, il 15 agosto 2022.

Non c'è stato più nulla da fare per la ragazza, che, senza un braccio e le gambe, è sopravvissuta solo altre cinque ore.

Zemfira Sulejmanova, come la gran parte degli attivisti del partito di Limonov, non solo era giovane e affascinante, ma era anche un'artista.

E' sempre stata molto attiva nelle campagne anti-governative e, con vari video ironici e artisticamente accattivanti, sui social network (in particolare TikTok) – molto visualizzati - aveva denunciato il regime di Putin e la mancanza di elezioni effettivamente libere (A “L'Altra Russia di Eduard Limonov”, partito di sinistra patriottica, ad esempio, è sempre stato vietato di presentare liste elettorali ed ancora oggi i suoi attivisti vengono arrestati).

Allo stesso tempo, come Limonov denunciò a partire dal 1992, puntava il dito contro il nazionalismo ucraino e quello di tutte le repubbliche post-sovietiche, animato dall'odio nei confronti dei russi.

Limonov, che peraltro visse in gioventù nelle zone dell'attuale conflitto, come scrisse nel saggio “Anatomia dell’Eroe”, pubblicato nel 1997, temeva (e fu profetico) che in Ucraina sarebbe accaduta una situazione simile al conflitto nell’ex Jugoslavia, ove i nazionalismi di estrema destra sarebbero scoppiati e i russi, in quei territori, sarebbero stati repressi.

Limonov, nel voler proteggere i russi nelle Repubbliche post-sovietiche (non solo in Ucraina, ma anche in Kazakistan, Estonia, Lettonia, Lituania, Bielorussia ecc…), auspicava anche delle rivoluzioni popolari di matrice socialista, che avrebbero dovuto rovesciare il regime liberal-capitalista di Vladimir Putin, a Mosca.

E avrebbe voluto ricostituire l'URSS, attraverso il socialismo popolare, non burocratico, dal basso, come nelle idee dei primissimi Soviet leninisti.

In famiglia, Zemafira, che è sempre stata una ragazza estremamente coraggiosa, era chiamata “Xena”, in onore della regina guerriera della celebre, omonima, serie televisiva.

Le ultime immagini, prima della scomparsa, la ritraggono con un cane randagio che aveva incontrato nel corso del suo breve reportage e che stava salvando dalla guerra.

Aveva 25 anni. E li avrà per sempre.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

mercoledì 12 agosto 2026

Fidel Castro, cento anni dopo: una Rivoluzione oltre il capitalismo. Articolo di Luca Bagatin


Il 13 agosto di quest'anno, il leader della Rivoluzione cubana, Fidel Castro, avrebbe compiuto 100 anni.

Fidel Castro a differenza di Che Guevara, che fu un marxista della prima ora, non nacque comunista, ma seguace degli ideali di emancipazione sociale e civile di José Martì (1853 – 1895).

La stessa “Revolucion cubana” del 1959 non nacque come rivoluzione socialista, bensì fu una rivoluzione di popolo e per il popolo. Una rivoluzione antimperialista, democratica e anti-oligarchica.

Il socialismo arrivò dopo, ma spesso in forme libertarie, autogestionarie, piuttosto che comuniste/collettiviste tout-court.

La Rivoluzione cubana non rimase confinata all'Isola, ma diede sostegno ai movimenti di emancipazione sociale e nazionale in giro per il mondo: dall'Angola sino al Sudafrica che subì – sino al benefico ed auspicato trionfo di Nelson Mandela – il regime dell'apartheid.

Sì, è vero, Cuba si alleò ai sovietici. Avrebbe potuto rimanere un Paese non allineato ed invece si allineò all'URSS.

Ma che avrebbero mai potuto fare Fidel ed il Che con un embargo economico e con un rischio d'invasione da parte degli yankee, che avrebbero riportato oligarchie e sfruttamento? Perché mai rinunciare alla sovranità nazionale e rischiare, oltretutto, di morire completamente di fame?

Ricordo che la stessa Repubblica libertaria di Fiume di Gabriele d'Annunzio e Alceste De Ambris, ovvero la Reggenza del Carnaro, si fece riconoscere dai sovietici. Del resto, dall'altra parte, quella della sedicente “democrazia” statunitense, la situazione era davvero così rosea, come ci hanno fatto credere decenni di pubblicità commerciale edonista e rimbambimento politico?

Gente che bombarda altra gente inerme e che impone il proprio sistema economico “libero”, può dirsi una democrazia? Un governo che fa pagare le cure mediche a chi non ha danaro è una democrazia? Un sistema politico che prevede la concorrenza fra candidati finanziati dalle lobby e dalle oligarchie economiche, che spendono milioni di dollari a caccia di voti, anziché spenderli in progetti sociali, sanitari, culturali ecc... è una democrazia?

Come scrivo spesso, non occorre essere comunisti per rendersi conto che il sistema statunitense o liberal capitalista non è un sistema democratico e civile.

A Cuba la sanità è universale e gratuita e con una forte tradizione nella medicina preventiva e nella formazione medica. Il personale medico cubano opera in tutto il mondo, senza egoismi. Ma questo quasi nessun giornale “libero” lo scrive.

A Cuba peraltro i massoni – che, diversamente, nella "democratica" Italia degli Anni '80 e '90 sono stati perseguitati – sono liberi di riunirsi nelle loro Logge. Che sono peraltro molto numerose sull'isola caraibica, anche perché la gran parte dei rivoluzionari appartenevano alla Massoneria.

A Cuba l'istruzione è libera e gratuita e l'analfabetismo è debellato e ciò nonostante decenni di criminale embargo statunitense.

Oltretutto i diritti umani e civili sono garantiti e rispettati... nonostante ciò che ci raccontano dalle nostre parti certi soloni tanto liberali quanto anti-democratici e disinformatori.

I diritti delle donne sono esattamente gli stessi rispetto a quelli degli uomini e l'Assemblea Nazionale, ovvero il Parlamento cubano, è composto da oltre il 55% di donne. Eh sì, perché anche Cuba ha un Parlamento regolarmente eletto a suffragio universale e il Presidente non ha affatto un potere illimitato.

E si pensi che nel 2022, un referendum popolare ha legalizzato i matrimoni omosessuali, con tanto di possibilità di adozione anche alle coppie omosessuali.

C'è un partito unico, il Partito Comunista Cubano (www.pcc.cu), che purtuttavia non si presenta alle elezioni, ma è un simbolo: il simbolo della Rivoluzione. Del resto vi è da dire che, visto il pluripartitismo elettoralistico dei Paesi cosiddetti “liberal-democratici”, possiamo davvero dire che ciò sia una pecca?

Fra l'altro a Cuba ogni candidato all'Assemblea Nazionale è uguale all'altro, visto che non esiste – come nei nostri Paesi “liberal-democratici” - alcun tipo di propaganda elettorale ove vengono spesi milioni di euro per ottenere voti... spesso frutto di “amicizie” interessate e clientele (sic!).

Il regime di Trump ha purtroppo inasprito ulteriormente l'embargo contro l'Isola socialista, ma questo non ha affatto indebolito la Rivoluzione. Anzi, ciò non fa che insegnarci quanto essa debba rimanere un faro per tutti gli spiriti autenticamente liberi, libertari e democratici, contro l'ipocrisia dei falsi popoli “liberi”, quelli bianchi e “occidentali”, in realtà schiavi della finanza; delle oligarchie economiche; dei partiti elettoralistici di facciata; della menzogna dei loro sistemi mediatici, manipolatori e disinformativi e preda di una violenza di strada e domestica che va di pari passo con il crollo dei loro stessi valori. Con la loro decadenza.

L'ideale socialista autogestionario, libertario e patriottico non è morto con la scomparsa di Fidel e degli altri Eroi della Rivoluzione. Rimane nel cuore di coloro i quali sono pronti a coglierlo e ad ascoltarlo.

Viva Fidel! Viva la Patria! Viva il Socialismo! Viva la Victoria!

Luca Bagatin

https://amoreeliberta.blogspot.com

martedì 21 luglio 2026

Il socialismo perduto e la crisi della democrazia europea. Articolo di Luca Bagatin

 

Jeremy Corbyn, ex leader laburista, alla conferenza del suo nuovo partito socialista, Your Party, nel Galles, tenutasi domenica 19 luglio scorso, ha detto ancora una volta parole emblematiche.

Puntando il dito contro la destra peggiore che, in Gran Bretagna, è rappresentata dallo pseudo laburismo di Starmer, da decenni infiltrato dal peggior liberal capitalismo che ha distrutto e annacquato tutto il socialismo e la sinistra euro-occidentale.

Uno pseudo laburismo che ha segnato un profondo aumento delle diseguaglianze, come sottolineato da Corbyn, oggi deputato al Parlamento britannico.

Guardate la società che abbiamo in questo Paese, il numero di banche alimentari e il crescente numero di persone in povertà”, ha affermato.

Le politiche finanziarie perseguite da Reeves e Starmer hanno portato a livelli di disuguaglianza enormi nella nostra società, dove 150 miliardari detengono il 22% della nostra ricchezza nazionale”, ha aggiunto.

Relativamente al successore di Starmer, Andy Burnham, Corbyn ha affermato: “Burnham diventa Primo Ministro senza elezioni, senza dibattiti, senza dichiarazioni programmatiche, ed è una parodia di qualsiasi processo democratico”.

E, esortando il nuovo governo a interrompere immediatamente le forniture di armi al regime di estrema destra di Netanyahu, ha ricordato che “Stiamo assistendo a un genocidio e Israele è in grado di perpetrarlo grazie alle strutture militari fornite dalla Gran Bretagna, insieme alla fornitura di informazioni sulla sicurezza. Sabato abbiamo avuto la 36esima manifestazione nazionale per la Palestina, e il mio messaggio è stato che saremo qui finché sarà necessario”.

Egli ha altresì aggiunto di battersi per un sistema di assistenza sociale universale, indipendentemente dal reddito e di volere la proprietà pubblica del settore idrico.

Spiegando che “Il nostro compito è quello di costruire azione, forza e partecipazione a livello comunitario, che alla fine portano al successo elettorale”.

Perché le parole di Corbyn sono importanti, anche nel dibattito italiano e, più in generale, europeo?

Perché egli è il rappresentante di quel socialismo autentico, comunitario e senza equivoci che è e viene ancora perseguitato in gran parte d'Europa, se non addirittura infiltrato da settori liberal capitalisti che hanno snaturato socialismo e sinistra, facendoli diventare il cane da guardia del capitalismo assoluto, come ampiamente dimostrato anche dal filosofo francese Jean Claude-Michéa.

Ho scritto moltissimo di questi aspetti, in numerosi articoli e nel mio ultimo saggio, con prefazione di Ananda Craxi, “Ritratti del Socialismo” (Mario Pascale Editore).

Trovo tutto ciò di profonda attualità, se penso che ancora oggi c'è chi nel nostro Paese si dice “socialista”, ma fa discorsi da liberale e spesso si definisce “riformatore” o “riformista”. Quando nemmeno il sempre purtroppo dimenticato Giuseppe Saragat amava quel termine e, nel 1947, nel suo celebre discorso di fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, esaltando la democrazia in seno al proletariato, dichiarò: “Quanto più il proletariato sarà democratico, tanto più troverà alleati, tanto più sarà forte. Oggi si pensa che l'ultima parola della saggezza politica sia il riformismo anti-democratico. Noi pensiamo invece che debba essere la democrazia anti-riformista”.

Ho scritto recentemente un commento a un intervento abbastanza generico di Bobo Craxi, che qui vorrei riportare.

La sinistra italiana e europea, se escludiamo i socialisti Slovacchi, Bulgari e Moldavi e il movimento di Corbyn, Mélenchon, Galloway, Sanchez e pochi altri, non esiste più.
Infiltrata e annacquata dal liberal capitalismo a partire dalla metà degli Anni '90, ha perduto ogni volontà di giustizia sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica.
Ha perduto proprio quel sano POPULISMO – da molti ingiustamente criticato - che era all’origine del socialismo originario, come ricorda l’ottimo Jean Claude-Michéa.
Nel mio ultimo saggio, Ritratti del Socialismo, punto il dito proprio contro questo sinistrismo borghese, beceramente liberale e anti popolare, di cui tutti voi siete diventati preda.
Ma ancora parlate di “sinistra”, di “socialismo”, senza conoscere né avere mai frequentato le classi popolari e senza esservi mai confrontati con realtà socialiste latinoamericane, eurasiatiche, panafricane.
Al vostro convegno
(mi riferisco al convegno in ricordo dei 50 anni dell'elezione di Bettino Craxi al Midas, tenutosi a Roma il 16 luglio scorso a Roma e organizzato dalla lista Avanti) c’ero anch’io l’altro giorno e mi sono annoiato a morte.
Solite parole vuote che sento da decenni.
Che a me, personalmente, non incantano più, ma penso non incantino nemmeno la gran parte degli elettori e chi si richiama al socialismo e al repubblicanesimo sociale.
Avrei voluto fare un intervento, che mi ero preparato. Ma il convegno era interamente autoreferenziale.
Ho trovato ad ogni modo molto interessante l’intervento storico di Saro Freni, giovane ricercatore storico, con il quale ho passato il pomeriggio a chiacchierare al bar, al centro di Roma, confrontandoci sul passato e il presente, pur da posizioni politiche differenti”.

Se ce ne fosse stata l'opportunità, a quel convegno, avrei voluto dire quanto segue, a proposito dell'assenza di una forza socialista che si ponga quale rappresentante della comunità e critichi quel sinistrismo borghese che, nei fatti, ha spostato l'asse politico italiano (e dell'UE) sempre più verso destra. Quella destra che preoccupa tanto questi “socialisti”, senza che si siano resi conto che la destra è forte proprio... a causa dell'assenza di politiche socialiste!!!

Francamente si fa davvero fatica a definire “sinistra” il PD e i suoi alleati o potenziali tali, da Renzi, passando per Calenda, Bonelli, Fratoianni e Conte.

In che cosa si differenziano dal campo meloniano?

Nel voler mettere al centro la comunità, magari investendo massicciamente in istruzione, sanità, ricerca e sicurezza pubblica?

Nel voler nazionalizzare i settori chiave dell'economia, in favore, appunto, della comunità stessa?

Nel voler riaprire un dialogo con la Russia, ritornando a commerciare con essa, riaprire i canali energetici e abbandonare il sostegno all'autocrazia corrotta né UE né NATO, retta da un comico irresponsabile?

Nel voler ripristinare la democrazia rappresentativa, ritornando al sistema proporzionale puro, come previsto dalla Costituzione?

Nel voler ridiscutere l'alleanza con gli USA che, sempre di più, spingono l'acceleratore verso la destabilizzazione mondiale?

(...) Perché non si parla più di “socialismo” e si criticano i Paesi socialisti? Perché si parla, al massimo, genericamente, di vuoto “riformismo”? (…).

Ecco, forse il problema sta proprio lì. Dalle nostre parti, in Italia, in UE, nell'Occidente liberal capitalista, si è perseguitato o svuotato, dall'interno, il socialismo ed al contempo si è svuotata di significato la democrazia. Che, come diceva Saragat, è anti-riformista. Ovvero è anti-borghese e anti-individualista.

Perché la democrazia è volontà e sovranità del popolo, nel suo complesso. Non è l'ideologia dell'individualismo, non è l'ideologia della finanza e della speculazione economica, bensì le fondamenta di una comunità organizzata, che si fonda su doveri e diritti.

Doveri, come diceva Giuseppe Mazzini, che vanno anteposti ai diritti, che ne sono conseguenza.

Tutto ciò sembra perduto da tempo.

Dalla metà degli Anni '90, in Italia e Europa (Russia compresa), abbiamo assistito alla disgregazione di ogni forma di valore civile e umano, sostituito dall'ideologia del mercato, dell'individualismo, dell'edonismo.

I partiti e relativi candidati sono diventati di plastica. Imprenditori, comici, attori.... Un po' come già accadeva da tempo negli USA (Ronald Reagan il primo degli esempi).

Questa edonizzazione, spoliticizzazione della società, ha coinciso con l'abbattimento con ogni mezzo dei valori comunitari; di ogni idea socialista; di ogni “decenza comune”, come ebbe spesso a scrivere il filosofo francese Jean-Claude Michéa, che pone in particolare sul banco degli imputati la trasformazione in senso borghese e liberal capitalista (o “riformista”) della “sinistra” euro-occidentale.

Una “sinistra” euro-occidentale che insegue e ha inseguito la destra, in nome della “crescita economica” e dell'atomizzazione della società, cavalcando l'onda delle nuove tecnologie, anziché regolamentarle adeguatamente, rendendo la comunità partecipe di questo processo di regolamentazione, in modo democratico.

La politica, dunque, diventata un eterno “reality show”, ha smesso il suo ruolo educativo e pedagogico, per diventare mero intrattenimento.

Come la televisione, come i social, che sono poi i mezzi da cui provengono (o in cui ritornano o ritorneranno, magari partecipando a qualche reality televisivo o diventando conduttori tv) i politici di turno, o che i politici di turno usano e abusano per qualsivoglia dichiarazione.

Dichiarazione che non è ragionamento, ma slogan. Perché si pensa che le persone non capiscano o non meritino altro che essere trattate come tifosi da stadio.

In modo da far credere che esistano, peraltro, due o tre schieramenti contrapposti quando, in realtà, ne esiste solo uno: anti-comunitario, non democratico, autoreferenziale, anti-socialista. Spesso rispondente a poteri internazionali e quindi nemmeno autonomo.

Schieramento o schieramenti che sono votati con sistemi elettorali sempre meno rappresentativi, fatti di maggioritari e sbarramenti. Contribuendo, peraltro, all'astensionismo di massa, visto che le persone, ormai, hanno compreso da tempo che le regole sono truccate a monte.

Oggi vediamo impennarsi i prezzi a causa di guerre e sanzioni sconsiderate, non volute dalla maggioranza dei cittadini, che non ha alcuna voce in capitolo in merito.

Vediamo nuove generazioni sempre più lasciate allo sbando, violente, pronte a fare attentati, a uccidere, vilipendere, violentare chiunque, senza che vi sia alcuna pena severa e esemplare, atta ad educarle.

Vediamo una società edonista, instagrammata e instagrammabile che, all'approfondimento, preferisce il tifo da stadio, l'accumulo di beni materiali, l'esteriorità.

Vediamo un mondo più diviso, come non mai, nemmeno ai tempi della Guerra Fredda.

Eppure la soluzione sarebbe semplice, ma non vi è nessun partito dalle nostre parti che abbia il coraggio di porre al centro la comunità, le sue necessità, che abbia la capacità di ricostruirla dalle fondamenta.

Manca, probabilmente, come dice spesso la mia cara amica Paola Bergamo, lo spazio politico.

In tutto ciò vediamo Paesi che ci hanno ampiamente superati, ma che, nel nostro “suprematismo liberale”, consideriamo “dittature”.

Anziché ammirare e approfondire la Storia, cultura e mentalità cinese (realtà con il più basso tasso di criminalità al mondo e con livelli di modernizzazione e di organizzazione altissimi), la denigriamo, pensando di esserle superiori.

L'incapacità di fare autocritica e di riorganizzarci, ci seppellirà. L'incapacità di modificare i paradigmi e i nostri modelli, sia di pensiero che di comportamento, ci seppelliranno.

E, quando accadrà, non avremo nemmeno il tempo di rendercene conto.

Esattamente un anno fa, rispondendo a un articolo di Marco Gervasoni, sull'Huffington Post, dal titolo “Eutanasia del socialismo riformista”, scrivevo, nelle mie conclusioni:

Avremmo necessità di socialismo, ma rettamente inteso e senza equivoci liberal capitalisti e/o guerrafondai.

Un socialismo come quello di Bettino Craxi, di Giuseppe Saragat (…), di Roberto Tremelloni, di Mario Bergamo, di Luigi Mariotti, di Pietro Longo, di Hugo Chavez, di Lula, di Jeremy Corbyn e così via, come vado scrivendo da un bel po' di annetti.

Altro che aggiungere una “s” alla “d” del PD!

Occorre riannodare i fili di ciò che è stato volutamente distrutto (pensiamo anche alla tragica defenestrazione del socialista Gheddafi in Libia e a quella del laico-socialista Assad in Siria, per lasciare spazio al caos e agli islamisti...ma amici di un Occidente che il socialismo non lo ha mai amato né voluto). (Oggi, peraltro, avrei anche aggiunto: pensiamo alla tragica fine fatta fare al Presidente socialista del Venezuela, Nicolas Maduro, da parte del regime di Trump!).

Che un socialismo autentico, in Europa, possa rinascere, ci credo molto poco. Che sia presente, in molti Paesi del mondo, invece, è una realtà.

Forse perché Paesi che hanno imparato dalla loro Storia e cultura, oltre che dalle disavventure dei rispettivi popoli. E, chi impara dalla propria Storia e dall'esperienza, ha in mano il presente e futuro.

Oggi, a parte i Corbyn e gli altri soggetti che ho citato, non vedo socialisti in Europa. Né vedo sinistra.

In Italia guardo con interesse al progetto di Angelo D'Orsi, che pur ha una storia molto diversa e lontana dalla mia, “Agorà per l'Italia”.

Altro non vedo.

Vedo fondamentalisti censori che si dicono “di centro”. Vedo destre parolaie e inconcludenti. Vedo pseudo sinistre liberal draghiane.

Vedo il livello che abbiamo raggiunto.

E la misura mi appare colma.

Luca Bagatin

https://amoreeliberta.blogspot.com

venerdì 29 maggio 2026

Da Craxi a Sanchez: quando politica e democrazia finiscono sotto assedio. Articolo di Luca Bagatin

 

Molto interessanti e condivisibili le parole di Angioletta Massimino su Pensalibero.it del 29 maggio scorso (https://www.pensalibero.it/lassedio-a-sanchez-e-leco-di-una-storia-gia-vista/), relativamente all'inchiesta che sta colpendo il Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE) di Pedro Sanchez e l'ex Primo Ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero.

Angioletta Massimino così esordisce e scrive: “Pedro Sánchez sta vivendo ciò che in Italia abbiamo già visto, già respirato, già pagato: un assedio che non nasce dalla politica ma da quel punto cieco dove giustizia, apparati e narrazione pubblica si muovono all’unisono senza bisogno di parlarsi.

È la stessa dinamica che trent’anni fa ha travolto un intero sistema: non per giudicare il passato, ma per capire il presente.

In Spagna la sequenza è chirurgica: prima l’indagine sulla moglie, poi quella sul fratello, poi gli inquirenti che entrano nella sede del PSOE proprio mentre Sánchez è a Roma a parlare di Pace con il Papa.

Non è una perquisizione, ripetono, ma l’immagine è quella: un Partito sotto accusa, un Premier accerchiato, un sistema che stringe la morsa come se avesse ricevuto un segnale.

E il parallelo con l’Italia degli anni Novanta diventa inevitabile: anche allora non serviva una regia occulta, bastava la convergenza di interessi, la convinzione che un ciclo politico fosse finito e che andasse demolito.

Anche allora la politica veniva spinta fuori dal campo, sostituita da un giudizio morale delegato ai tribunali.

Anche allora la narrazione era sempre la stessa: non importa se sei colpevole, importa che sei nel mirino.

E, più avanti nel testo, l'ottima Massimino aggiunge un ragionamento emblematico: “E mentre tutto questo accade, Sánchez è uno dei pochi leader europei che ha osato alzare la testa: ha criticato Netanyahu, ha riconosciuto lo Stato di Palestina, ha detto che la Pace non si costruisce “con i missili”, ha provato a ritagliarsi un margine di autonomia sulla guerra in Ucraina, ha parlato di migranti senza usare la grammatica della paura.

Non è un Premier allineato, e questo in Europa non passa mai indenne”.

L'Espresso” aveva, il giorno precedente, fatto presente come l'inchiesta contro Zapatero sia sostenuta, non a caso, dall'Homeland Security statunitense. L'articolo de “L'Espresso” si conclude, emblematicamente, con queste parole: “E il caso Zapatero-Sánchez viene ormai interpretato da molti diplomatici come il primo grande avvertimento continentale dell’era Trump 2.0.”.

Chi non si allinea al regime di Washington e dei suoi sodali, dunque, ieri come oggi, rischia grosso.

Del resto ne scrisse già Bettino Craxi – vittima illustre della falsa rivoluzione di Tangentopoli - nel suo romanzo-verità, uscito postumo, per Mondadori, “Parigi-Hammamet”, nel quale spiegò anche perché egli divenne il bersaglio dei poteri forti internazionali.

Di quel romanzo ho parlato in varie interviste e scritto sia nel mio saggio “Ritratti del Socialismo”, riedito dalla Mario Pascale Editore, che a questo link: https://amoreeliberta.blogspot.com/2020/02/parigi-hammamet-il-thriller-inedito-di.html

Così come ho spesso scritto, in molti articoli e anche nel mio saggio, come tutto ciò sia già avvenuto e stia avvenendo, in particolar modo contro quei leader socialisti democratici che si sono opposti alle oligarchie liberal capitaliste: dal già citato Craxi, passando per i socialisti brasiliani Lula e Dilma Roussef; la peronista argentina Cristina Kirchner; i socialisti ecuadoriani Rafael Correa e Jorge Glas; il rapimento – da parte degli USA - del Presidente socialista venezuelano Nicolas Maduro e di sua moglie, con accuse mai provate...

In un mio articolo aggiunsi anche: “E' una storia vista – anche se in forme diverse - anche ai tempi di Juan Domingo Peron e al golpe che lo colpì nel 1955; ai tempi della detronizzazione di Nicolae Ceausescu (primo in Europa a parlare di nuovo ordine multilaterale) e, in tempi più recenti, di Gheddafi e Assad. Entrambi laico-socialisti, contro ogni fondamentalismo e destabilizzazione”.

E, nel mio saggio “Ritratti del Socialismo”, oltre che in un mio articolo (https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/02/egor-ligaciov-il-riformista-leninista.html), ricordai come anche Egor Ligaciov, numero due del PCUS, riformista leninista e fra i primi a promuovere la cosiddetta Perestrojka, fu coinvolto nella “tangentopoli sovietica”, lanciata dai giudici Gdlian e Ivanov.

Perché? Perché, pur essendo il primo a puntare il dito contro la corruzione politica in Uzbekistan e nonostante nel Politburo avesse iniziato a lanciare una campagna anti-corruzione, fu anche colui il quale voleva mettere i bastoni fra le ruote ai progetti di deregolamentazione promossi da Jakovlev e Gorbaciov, che avrebbero portato, con Eltsin, alla definitiva implosione e disgregazione dell'URSS e alla distruzione di ogni forma di socialismo ad Est, ovvero all'avvento del capitalismo assoluto, delle mafie e delle oligarchie nello spazio post-sovietico.

Tutti aspetti ampiamente graditi alle oligarchie liberal capitaliste occidentali. E che, peraltro, sono all'origine del conflitto russo-ucraino e di molte questioni irrisolte nelle ex Repubbliche sovietiche.

E siamo ancora lì e siamo sempre lì.

Il Re è Nudo da quel dì.

Ma, come fece presente Bettino Craxi: La storia di questi anni sarà riscritta bene. In tutti i suoi aspetti, in tutti i suoi capitoli, in tutti i suoi personaggi, in tutti i suoi falsi eroi. E si farà l’operazione verità. La battaglia della storia non gliela faccio vincere”.

La verità, dunque, si farà, presto o tardi, strada.

Luca Bagatin

https://amoreeliberta.blogspot.com

martedì 19 maggio 2026

“Ritratti del Socialismo” di Luca Bagatin: oltre le divisioni della Storia, un’alternativa al liberal-capitalismo

 

È uscita per la Mario Pascale Editore la seconda edizione, riccamente ampliata, del saggio “Ritratti del Socialismo” di Luca Bagatin, con prefazione di Ananda Craxi, nipote dell’ex Presidente del Consiglio Bettino Craxi.

Il volume, come si legge nel retro di copertina, “ricostruisce l’evoluzione del pensiero e dell’azione socialista attraverso una vasta galleria di profili storici e politici”. Un percorso che attraversa due secoli di Storia, partendo dalle radici risorgimentali e sansimoniane di Giuseppe Garibaldi e Napoleone III, sino a giungere alle esperienze contemporanee del socialismo latinoamericano e del modello cinese.

L’autore si cimenta in una complessa operazione di chiarificazione storica e culturale, cercando di distinguere il socialismo delle origini – caratterizzato da una forte impronta comunitaria, patriottica e autogestionaria – dalla moderna sinistra liberale e progressista. Attraverso l’analisi di figure centrali come Bettino Craxi, descritto come “l’ultimo dei socialisti europei” e critico anticipatore della globalizzazione, così come di pensatori eterodossi quali Jean-Claude Michéa, Bagatin delinea una possibile alternativa al capitalismo assoluto contemporaneo.

In tutti i suoi scritti, così come nel suo approccio alla quotidianità, Luca Bagatin appare animato da un principio spirituale preciso: “riunire ciò che è sparso”. Un principio che, nella tradizione alchemico-iniziatica, rimanda al ritorno all’unità primordiale e all’integrità spirituale, ma che, nel linguaggio politico e culturale contemporaneo, assume il significato del superamento delle polarizzazioni ideologiche e della ricostruzione di legami storici e umani interrotti.

In “Ritratti del Socialismo” questo approccio anti-dogmatico e anti-confessionale costituisce l’ossatura stessa del saggio. In particolare, le correnti della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864 – socialista, mazziniana, garibaldina, anarchica e marxista – vengono raccontate con la volontà di ricucire ciò che la Storia, le divisioni ideologiche e i conflitti politici hanno separato.

Ciò che accomuna tali esperienze, secondo la prospettiva dell’autore, è infatti un nucleo condiviso fondato sulla giustizia sociale, sull’emancipazione civile, sulla sovranità nazionale e sull’indipendenza economica: elementi che Bagatin ritiene siano stati progressivamente erosi tanto dal dogmatismo ideologico quanto dalla globalizzazione liberal-capitalista.

Per l’autore, il vero conflitto non risiede tanto nelle differenti tradizioni del socialismo, quanto nei processi di sopraffazione, sfruttamento e mercificazione che investono non soltanto la sfera economica, ma anche quella culturale e umana.

Numerose sono le figure e le epoche storiche affrontate nel volume, trattate con un approccio che rifugge tanto la retorica quanto il pregiudizio. Accanto a Giuseppe e Anita Garibaldi, Luigi Napoleone Bonaparte, Paul Lafargue, Edmondo De Amicis e Alceste De Ambris, trovano spazio figure quali Camillo Berneri, Angelica Balabanoff, l’esperienza dannunziana e quella machnovista. Ampio spazio è inoltre dedicato alla storia del PSDI, con particolare riferimento a Roberto Tremelloni, Alberto Simonini, Pietro Longo e Antonio Cariglia; al liberalsocialismo dei fratelli Rosselli; all’anarchismo di Errico Malatesta; al repubblicanesimo sociale di Mario e Guido Bergamo; sino al nazionalbolscevismo di Ernst Niekisch ed Eduard Limonov.

La ricca bibliografia del saggio invita inoltre all’approfondimento di tematiche raramente affrontate nel dibattito contemporaneo. Fra queste, il socialismo con caratteristiche cinesi, analizzato dalle origini del Partito Comunista Cinese – attraverso la figura del democratico e antimperialista Chen Duxiu – sino alla Repubblica Popolare Cinese contemporanea, approfondita e letta dall’Autore come una realtà pragmatica e orientata a coniugare modernizzazione e centralità della comunità.

Il volume affronta inoltre, attraverso le testimonianze di esponenti del PCUS come il riformista leninista Egor Ligaciov, le ragioni della dissoluzione dell’URSS e le possibili prospettive di riforma del socialismo sovietico che avrebbero potuto evitare le profonde fratture geopolitiche emerse nello spazio post-sovietico, oggi percorso da conflitti.

Ampi capitoli sono dedicati anche a figure come Gianni De Michelis, Paolo Pillitteri – dei quali Bagatin fu amico – Bettino Craxi, Lucio Colletti, François Mitterrand, Nicolae Ceaușescu (grazie in particolare a un saggio del prof. Giancarlo Elia Valori, che del leader rumeno fu amico), così come al Peronismo, al Sandinismo e al Socialismo del XXI Secolo latinoamericano, esperienze nelle quali l’autore individua ancora oggi tracce della lezione risorgimentale italiana, trasmessa attraverso l’emigrazione mazziniana e garibaldina e influenzata anche da ambienti massonici e teosofici.

In un’epoca in cui, dagli anni Novanta ad oggi, il socialismo europeo e occidentale appare progressivamente snaturato e dissolto - come ampiamente viene spiegato nel saggio stesso - Luca Bagatin ripercorre dunque Storia, idee e protagonisti di una tradizione di emancipazione civile, umana e sociale che il saggio considera tuttora attuale.

“Ritratti del Socialismo” si propone così non soltanto come ricostruzione del passato, ma anche come strumento di riflessione critica sul presente e sulle trasformazioni economiche, politiche e sociali dell’età contemporanea.

Luca Bagatin ha già pubblicato saggi dedicati alla Storia della Massoneria, al mondo femminile, al socialismo-populismo democratico e a figure della controcultura e del dissenso come Eduard Limonov. 

Suoi articoli sono stati pubblicati in Francia, Belgio, Serbia, Brasile e Nicaragua, nonché tradotti in tedesco e spagnolo. È inoltre redattore della rivista di geopolitica “BRICS & Friends”, anch’essa edita da Mario Pascale Editore.

Il saggio è acquistabile in tutti i maggiori store: 

https://www.amazon.it/Ritratti-del-socialismo-Luca-Bagatin/dp/B0GYVGYTPG

https://www.ibs.it/ritratti-del-socialismo-libro-luca-bagatin/e/9791282370158

https://www.lafeltrinelli.it/ritratti-del-socialismo-libro-luca-bagatin/e/9791282370158

giovedì 30 aprile 2026

Primo Maggio oltre il mito del lavoro: una lettura socialista. Articolo di Luca Bagatin

 

Lavorare rende schiavi, avrebbe detto – provocatoriamente - Paul Lafargue (1842 - 1911), genero di Karl Marx, rivoluzionario, massone e saggista, ribaltando l'aberrante motto nazifascista, presente all'ingresso dei lager, secondo il quale “lavorare rende liberi” (sic!).

Lafargue, sostenitore della Comune di Parigi del 1871, direttore de “La Défense nationale” di Bordeaux, fondatore del Partito Operaio Francese e deputato nel 1891, pur trovandosi in prigione, a causa della sua attività rivoluzionaria, scrisse, infatti, un ottimo saggio: “Il diritto all'ozio”.

Saggio comprendente sue analisi e articoli, in esso, fra le altre cose, egli sostiene: “Una strana follia possiede le classi operaie delle nazioni dove regna la civiltà capitalista. Questa follia trascina al suo seguito miserie individuali e sociali che da secoli torturano la triste umanità. Questa follia è l'amore per il lavoro, la passione nociva del lavoro, spinta fino all'esaurimento delle forze vitali dell'individuo e della sua progenie.

Nella società capitalista il lavoro è la causa di tutta la degenerazione intellettuale, di tutta la deformazione organica.

I Greci dell'epoca d'oro non avevano che disprezzo nei confronti del lavoro: agli schiavi solamente era permesso di lavorare, l'uomo libero conosceva soltanto gli esercizi fisici ed i giochi d'intelligenza.

I filosofi dell'antichità insegnavano il disprezzo del lavoro, forma di degradazione dell'uomo libero; i poeti cantavano l'ozio, dono degli dèi: O Meliboe, Deus nobis hæ cotia fecit.
Nella nostra società quali sono le classi che amano il lavoro per il lavoro? I contadini proprietari e i piccoli borghesi; i primi chini sulla terra, gli altri rintanati nelle loro botteghe, si muovono come la talpa nella sua galleria sotterranea e mai alzano il capo per contemplare a proprio piacimento la natura.
Il proletariato tradendo i suoi istinti e misconoscendo la sua missione storica, si è lasciato pervertire dal dogma del lavoro. Dura e terribile è stata la sua punizione. Tutte le miserie individuali e sociali sono sorte dalla sua passione per il lavoro.
Le officine moderne sono diventate delle case ideali di correzione dove si incarcerano le masse operaie, dove si condannano ai lavoro forzati per dodici o quattordici ore non solo gli uomini, ma anche le donne e i bambini.
Se le sofferenze del lavoro forzato, se le torture della fame si sono abbattute sul proletariato più numerose delle cavallette della Bibbia, è il proletariato che le ha chiamate.
La nostra epoca, si dice, è il secolo del lavoro, in realtà è il secolo del dolore, della miseria e della corruzione.

(…). Introducete il lavoro salariato e addio gioia, salute, libertà: addio a tutto ciò che rende la vita bella e degna di essere vissuta.
Lavorate, lavorate proletari per accrescere la ricchezza sociale e le vostre miserie individuali. Lavorate, lavorate, perché diventando più poveri avrete più ragioni per lavorare e per essere miserabili. Questa è la legge inesorabile della produzione capitalista.”

Lafargue interpreta e incarna, dunque, la lotta socialista per eccellenza, purtroppo andata perdendosi nel tempo: la liberazione degli esseri umani dal lavoro salariato, ovvero dall'origine stessa dello sfruttamento.

L'ex Presidente socialista dell'Uruguay, José “Pepe” Mujica (1935 - 2025), portò avanti la medesima prospettiva anticapitalista e spiegò che “La vita non è fatta solo per lavorare, ma ha bisogno di tempo libero per l’esercizio della libertà. Non si può vivere oppressi dal mercato che ci obbliga a comprare, comprare, perché non paghi con i soldi, ma con il tempo della tua vita”.

Mujica, non diversamente da Lafague, immagina - come ebbe modo di dire - “un cammino di lotta al servizio e in solidarietà con gli altri esseri umani”; “una politica permanente a favore di chi ha la volontà di lavorarla”, ad esempio organizzando “colonie di terra pubblica in cui si paga un affitto”

Invero, esempi di questo tipo, li abbiamo avuti nella Jugoslavia socialista di Tito, fondata sull'autogestione delle imprese e nella Libia di Mu'Ammar Gheddafi (ovvero nella Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista), ove all'autogestione si coniugavano aspetti di democrazia diretta, attraverso Congressi e Comitati popolari aperti a tutti i cittadini.

Quella che, peraltro, era l'idea dei Soviet originari, propugnati dal Partito Socialista Rivoluzionario russo, di matrice prevalentemente agraria e che si ispirava al populismo del filosofo Aleksandr Herzen (1812 – 1870), grande amico e estimatore dei nostri Mazzini e Garibaldi i quali, a loro volta, erano propugnatori di una visione democratico-repubblicano-socialista volta all'emancipazione delle classi proletarie e contadine.

Giuseppe Mazzini, nel suo saggio “Condizioni e avvenire dell'Europa”, del 1871, scrisse, non a caso: “Il grande pensiero sociale che ferve oggi in Europa può così definirsi: abolizione del proletariato: emancipazione dei lavoratori dalla tirannide del capitale concentrato in un piccolo numero d'individui: riparto dei prodotti, o del valore che n'esce, a seconda del lavoro compito: educazione morale e intellettuale degli operai: associazione volontaria tra gli operai, sostituita pacificamente, progressivamente e quanto è possibile, al lavoro individuale salariato ad arbitrio del capitalista”.

Associazionismo operaio, dunque, fu la parola d'ordine delle correnti della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864, a mio avviso l'esempio più puro delle lotte di emancipazione sociale e nella quale vi sarebbe potuta essere davvero una sintesi sincretica fra il repubblicanesimo sociale, l'umanesimo marxista, l'anarchismo sociale e il populismo democratico, che poi sarà meglio sviluppato, in particolare in Russia, alla fine dell'800 e che contribuirà a gettare le basi della Rivoluzione Russa del 1905 (guidata dal Partito Socialista Rivoluzionario e dal Partito Operaio Socialidemocratico Russo) e, successivamente, di quella del 1917 che, purtroppo, vedrà presto prevalere la corrente bolscevica, la quale soffocherà troppo presto gli esempi di democrazia diretta e di socialismo autogestionario che si stavano sviluppando (vedi ad esempio l'esperienza della Comune di Kronstadt del 1921, il cui motto fu “Tutto il potere ai Soviet, non ai partiti!”, contrapponendo i consigli operai e contadini e l'autogestione socialista al burocratismo partitocratico).

Gheddafi, a torto ritenuto un dittatore, anziché un riformatore sociale, peraltro studioso e estimatore di Rousseau, nel suo “Libro Verde”, ovvero il suo saggio sociale e politico fondamentale, scrisse, in merito all'organizzazione sociale e del lavoro: “Nella società socialista non ci sono infatti possibilità di produzione individuale al di sopra del soddisfacimento dei bisogni personali. In essa non è permesso di soddisfare i propri bisogni a spese degli altri. Le istituzioni socialiste lavorano per soddisfare i bisogni della società. (…). A ciascun individuo è consentito di risparmiare ciò che vuole, soltanto nell’ambito del proprio fabbisogno, in quanto l’accumulo di risparmio in misura maggiore, è a detrimento della ricchezza collettiva. La gente abile e intelligente non ha il diritto di appropriarsi delle unità di ricchezza altrui per via della propria abilità e intelligenza, tuttavia può utilizzare quelle qualità per soddisfare i deficienti e gli incapaci non perciò devono essere privati di quella stessa parte della ricchezza sociale di cui godono i sani”.

Egli ritenne, dunque, in concordia con il socialismo delle origini (da Saint-Simon, a Marx, sino a Pierre Leroux, Proudhon e così via), che i lavoratori dovessero essere considerati produttori, non più dei salariati, ovvero degli sfruttati. E dunque, ciò che loro producono, dovesse essere considerato di loro stessa proprietà.

Il salario, per Gheddafi (e in realtà per tutti i socialisti, sin dalla fondazione della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864), è indice di sfruttamento e un lavoratore/produttore non può essere schiavo di nessun padrone. Sia esso un padrone privato o statale.

Oltre a ciò, il Raìs, ritenne che nessuno potesse possedere più di quanto gli fosse necessario per vivere. Ciò perché – non essendo le risorse illimitate - l'accumulazione della ricchezza da parte di alcuni è fonte di ingiustizia, corruzione e segna il sorgere della società dello sfruttamento.

Visione peraltro non dissimile da quella del peronismo argentino, che fondava i suoi principi su “giustizia sociale; sovranità nazionale; indipendenza economica” e quella portata avanti nella Cuba del Che e Fidel Castro, nell'Egitto nasseriano e via via nei modelli più recenti del Socialismo del XXI Secolo latinoamericano, che propongono, dunque, un nuovo modello di sviluppo.

Uno modello volto a superare, da una parte il produttivismo e dall'altra il capitalismo. Proponendo che il cittadino/lavoratore viva del necessario e lavori a beneficio della società e dei bisognosi e non già per un salario. E che ciascuno sia proprietario del proprio lavoro, nell'ambito di attività economiche socialiste autogestite.

Moltissima strada vi è da fare, se pensiamo che con il Primo Maggio, festa sacrosanta e nobile, si festeggia “il lavoro”, quando purtuttavia, per essere precisi, bisognerebbe festeggiare la “liberazione dal lavoro”, o, meglio, “la liberazione dallo sfruttamento del giogo del salario”.

Lavoro che toglie tempo libero; che lega a un datore di lavoro (e ad eventuali ricatti); che è utile solo a generare profitto e conseguente sfruttamento delle risorse economiche, sociali, ambientali e non già per aiutare la comunità stessa e le sue necessità primarie e fondamentali.

Necessità che non sono legate al vil danaro, che è uno strumento per sua natura schiavista, in quanto rappresenta un debito nei confronti di qualcuno (ed è il maggiore e più perverso strumento di perdita di sovranità dei cittadini e dei Paesi).

Una società sana, socialista, autogestita, libera e libertaria, è una società che supera i vincoli imposti dall'egoismo umano.

Per mettere il capitale nelle mani di chi lavora, se vogliamo, secondo la visione socialista mazziniana sviluppata nel 1908 dal sindacalista rivoluzionario Alfredo Bottai (1874 – 1965), esponente della sinistra del Partito Repubblicano Italiano.

Una visione ispirata all'etica del “dovere” (nei confronti della comunità e, quindi, dell'umanità) e che, con Giulio Andrea Belloni, allievo politico di Bottai e in sintonia con i suoi sodali di partito Guido e Mario Bergamo, puntava a: abolizione del salario; abolizione del proletariato; abolizione della borghesia, del capitalismo e della delinquenza plutocratica; democrazia diretta e cooperativismo operaio, in modo che i lavoratori potessero essere i beneficiari diretti degli utili dell'impresa.

Una visione che sembra antica, ma in realtà è quanto mai attuale, per quanto oscurata, vilipesa, manipolata dalle plutocrazie economico sociali di matrice liberale o liberal-capitalista che, in realtà, l'unica libertà che conoscono è quella del menzognero e aberrante motto “lavorare rende liberi” o dell'altrettanto aberrante concetto del “meglio un lavoro pagato poco che nessun lavoro”.

Aspetti che ci hanno condotti dritti dritti verso il precariato, lo sfruttamento di massa legalizzato, la mancanza di sicurezza sul posto di lavoro, che per molte generazioni è diventato la regola, la normalità.

Come la regola e la normalità, per molti anni, è stata l'austerità imposta dall'UE e come, fra un po', rischieranno di diventare “normali” anche eventuali lockdown energetici, a causa di sanzioni sconsiderate, masochiste e folli.

La democrazia è quando i cittadini riprendono in mano il controllo della propria comunità. Non quando subiscono scelte dall'alto.

Democrazia è autogestione della propria comunità, è associazionismo, è socialismo.

Lo scrittore e politico russo Eduard Limonov, il 1 maggio del 2015, scrisse: “La festa del Primo Maggio non ha perso la sua rilevanza.

Il Primo Maggio è il giorno dell'operaio, come lo chiamavamo negli anni '90, il giorno del quarto potere, che presta la sua opera per conto terzi.

I lavoratori sono la maggioranza delle persone sul pianeta, quindi questa festività appartiene a una specie di esercito di angeli dell'inferno, su cui tutto poggia”.

Luca Bagatin

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mercoledì 14 gennaio 2026

Commemorare Bettino Craxi per difendere e riaffermare un socialismo scomparso e distrutto in Europa e perseguitato in gran parte del mondo. Articolo di Luca Bagatin

 

A giorni ricorrerà il 26esimo anniversario della scomparsa di Bettino Craxi, ovvero da quel triste 19 gennaio 2000.

L'ultimo grande statista italiano e l'ultimo socialista europeo, quel giorno, ci lasciò per sempre.

Ultimo grande statista, perché, dalla sua fine politica, avvenuta in quel tragico 1993, non abbiamo mai più avuto un Presidente del Consiglio valido, serio, lungimirante, preparato, in grado di dare dignità all'Italia, all'Europa e a tutto il mondo, cosiddetto, Occidentale.

Un Occidente che, da tempo, ha smarrito la strada per la democrazia e per l'emancipazione sociale e civile.

Bettino Craxi fu l'ultimo socialista europeo perché, salvo le rare eccezioni di politici lungimiranti e capaci di far rispettare la dignità, sovranità e i diritti sociali del proprio Paese, quali il premier socialista democratico slovacco Robert Fico, i socialisti britannici Jeremy Corbyn e George Galloway, il francese Jean-Luc Mélenchon, l'irlandese Mick Wallace e la tedesca Sahra Wagenknecht, in Europa il socialismo è pressoché totalmente scomparso e il cosiddetto PSE è ormai da tempo “occupato” da liberal-capitalisti e guerrafondai di ogni risma.

La liquidazione politica di Bettino Craxi, da parte dei poteri forti internazionali, finanziari, ma anche militari e politici, con sede negli USA e nelle stanze di Bruxelles, coincise – infatti - con la fine politica del Socialismo in Europa.

E a proposito della nascente Unione Europea, Bettino Craxi ebbe a dire:

Si presenta l’Europa come una sorta di paradiso terrestre, arriveremo al paradiso terrestre… L’Europa per noi, come ho già avuto modo di dire, per noi nella migliore delle ipotesi sarà un limbo. Nella peggiore delle ipotesi l’Europa sarà un inferno. Quindi bisogna riflettere su ciò che si sta facendo. Perché la cosa più ragionevole di tutte era quello di richiedere e di pretendere, essendo noi un grande Paese – perché se l’Italia ha bisogno dell’Europa l’Europa ha bisogno dell’Italia – pretendere la rinegoziazione dei parametri di Maastricht”. E disse anche: “Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”.

Nel tragico 1993 implodevano l'URSS e i Paesi del Patto di Varsavia, contro la volontà dei rispettivi popoli, ma causate da golpe interni (pensiamo – fra gli altri - al golpe che defenestrò e uccise barbaramente Nicolae Ceausescu e sua moglie Elena, in Romania, ordito dal KGB gorbacioviano, con il plauso degli USA) con il contributo esterno.

Avvenimenti golpistici e destabilizzatori del mondo socialista, che abbiamo visto anche nell'ambito della guerra che distrusse la Jugoslavia socialista; la guerra che distrusse l'Iraq socialista; la guerra che distrusse l'Afghanistan socialista e poi ancora, anni dopo, la guerra che distrusse la Libia socialista; il recente golpe islamista che ha distrutto la Siria socialista (con il beneplacito di Washington e Bruxelles) e l'ancora più recente invasione del Venezuela e il sequestro del Presidente socialista Nicolas Maduro, da parte del regime statunitense.

E, ancora, i tentativi di golpe anti-socialisti in America Latina, sempre in agguato nel già citato Venezuela e a Cuba, ma che colpirono la Bolivia di Morales e l'Ecuador di Correa e il tentativo di liquidazione, per via giudiziaria, del socialismo brasiliano di Lula e Dilma Rousseff e del peronismo argentino della Kirchner.

Fortunatamente, quantomeno nell'ottimo Brasile, il socialismo è ben saldo e dovrebbe, al pari di quello slovacco e del riformismo socialista cinese di Xi Jinping, rappresentare un faro per tutti gli autentici socialisti che vogliono un mondo pacifico, cooperante e socialmente giusto.

In UE, cosiddetti “socialdemocratici” come l'ex Premier finlandese Sanna Marin volevano innalzare muri anti-migranti al confine con la Russia e il già “socialdemocratico” ex Segretario Generale della NATO Stoltenberg – in gioventù contrario alla guerra in Vietnam – promosse un invio massiccio di armi a un Paese non NATO come l'Ucraina, con il beneplacito delle destre e degli pseudo “socialisti” europei.

Un tempo, i socialisti, quelli autentici e originari, si battevano – diversamente - contro ogni arma e contro ogni bomba. Per il pragmatismo e la diplomazia internazionale.

In questo senso, Bettino Craxi, nominato peraltro rappresentante del Segretario Generale dell'ONU Javier Pérez de Cuéllar per i problemi dell'indebitamento dei Paesi in via di Sviluppo e successivamente consigliere speciale per lo sviluppo e il consolidamento della pace e sicurezza, fu sempre in prima linea.

Con fermezza, pragmatismo, umanesimo socialista e democratico.

E lo fu persino nel suo esilio di Hammamet, quando, su “L'Avanti” del 18 dicembre 1998, scrisse un editoriale in prima pagina dal titolo “No alle bombe”, invitando ai negoziati fra USA e Iraq (mentre le destre e le pseudo sinistre italiane facevano l'opposto).

Bettino Craxi – erede politico del grande Pietro Nenni - ancorato alla cultura e tradizione occidentale, ma allo stesso tempo in dialogo con tutti, seppe guardare ai popoli laici e socialisti del Mediterraneo, del Medio Oriente, dell'America Latina, dell'Est (pensiamo agli ottimi rapporti fra il PSI di Craxi e il Partito Comunista Rumeno di Ceausescu, oltre che con la Lega dei Comunisti di Jugoslavia), dell'Estremo Oriente e a quello panafricano. Pensiamo agli ottimi rapporti di amicizia fraterna fra Craxi e il Presidente socialista della Somalia Mohamed Siad Barre, leader del Partito Socialista Rivoluzionario Somalo, al punto che Craxi nominò Paolo Pillitteri, allora Sindaco di Milano, console onorario della Somalia a Milano e Siad Barre definì la Somalia la “Ventunesima Regione d'Italia”.

Bettino Craxi fu un sostenitore di quel socialismo che sapeva tenere a bada il capitalismo e i poteri forti finanziari, che dalla falsa rivoluzione di Tangentopoli seppero come trarre vantaggio economico, sulle spalle del Paese e di una classe politica dell'unico e solo Centro-Sinistra che l'Italia abbia mai avuto, che aveva, nel bene o nel male, saputo garantire stabilità e prosperità, dal dopoguerra sino al 1993.

Nel 1978, in particolare, Bettino Craxi, nell'ambito della promozione dell'eurosocialismo (contrapposto all'eurocomunismo berlingueriano, molto più confuso e velleitario), mirava ad abbracciare tutti i fratelli socialisti d'Europa (fra cui i partiti socialdemocratici in esilio all'estero, quali quello polacco e cecoslovacco). Fra questi, come dimostra la corrispondenza fra Craxi e Ceausescu di quegli anni, un rinnovato rapporto fra PSI e PCR e un incontro ufficiale a Bucarest, nell'ottobre '78, fra Craxi e il Presidente rumeno. Un Presidente rumeno, Ceausescu, apprezzato non solo dall'Italia dell'epoca, ma da tutti i Paesi europei e che – fin dagli Anni '70 - mirava a promuovere un ordine multipolare, esattamente come Bettino Craxi e i socialisti democratici guidati da Pietro Longo (e lo stesso Longo, già peraltro in gioventù capo della segreteria politica dell'allora Vicepresidente del Consiglio Pietro Nenni, entrerà, nel 1989, nel PSI di Craxi).

Da non dimenticare che Bettino Craxi – alla guida del PSI - ai tempi del sequestro di Aldo Moro da parte delle BR, si schierò contro il cosiddetto “fronte della fermezza” (composto tanto dalla DC quanto dal PCI), ovvero propose di avviare una trattativa per salvare l'ex Presidente del Consiglio democristiano (al pari dei radicali, di indipendenti di sinistra quali Raniero Valle e pochi altri), mostrando quella sensibilità umanitaria socialista che i clerico-comunisti, tanti finti laici e i missini, non ebbero.

Bettino Craxi, pur giustamente critico e diffidente nei confronti dei “comunisti” italiani e ancor più dei post-comunisti che finiranno per approdare al capitalismo assoluto (vedi le successive emanazioni dal PDS al PD a Italia Viva e Azione, spesso sostenute da ex comunisti), lanciò, negli Anni '90, quell'Unità Socialista che sarà invece proprio contrastata dal PDS, che gli preferirà Amato, Carlo Azeglio Ciampi e quel Mario Draghi, che già nel 1992 avrebbe voluto la privatizzazione del patrimonio pubblico italiano. Progetto da sempre contrastato fortemente da Bettino Craxi.

Da non dimenticare anche la sua visione socialista anticapitalista, che espresse nel 1966, nel suo rapporto ai quadri del partito, contenuta nel volume “Socialismo e realtà” (Sugarco Editore): “Il socialismo mantiene la sua fondamentale ed essenziale natura di movimento anticapitalistico. Esso nasce come reazione umana e razionale nei confronti delle ingiustizie delle ineguaglianze che il nascente capitalismo industriale portava con sé. Le contraddizioni e le crisi della società capitalistica costituirono oggetto delle analisi, della critica penetrante, delle previsioni dei teorici socialisti. I mutamenti intervenuti dopo le due guerre mondiali, la modificazione della natura e delle manifestazioni del capitalismo non hanno mutato la ragione fondamentale della lotta socialista e cioè quella di provocare un superamento del capitalismo con il passaggio ad un ordine economico, sociale e politico più evoluto, che arricchisca le libertà dell'uomo, le sue condizioni di vita materiale e spirituale”.

Craxi sarà – da Presidente del Consiglio - amico persino di quel Mario Appignani detto “Cavallo Pazzo”, orfano, figlio di una prostituta, freak, beatnik, indiano metropolitano che primo fra tutti denunciò – per averli subiti sulla sua pelle – gli orfanotrofi “lager” gestiti dall'Opera Nazionale Maternità e Infanzia, che proprio grazie alle sue denunce saranno chiusi definitivamente.

Craxi sarà dunque amico dei potenti, ma anche dei più umili e, soprattutto, sarà amico dei Paesi e dei popoli liberi, dall'America Latina alla Palestina e lo sarà sempre in nome dell'Eroe dei Due Mondi, Giuseppe Garibaldi, di cui fu appassionato studioso e collezionista di cimeli.

Bettino Craxi recupererà, nel panorama culturale e politico, figure allora marginalizzate dall'intellighenzia italiana e europea, ovvero l'anarchico conservatore Pierre-Joseph Proudhon e il socialista liberale Carlo Rosselli, unendo aspetti sino allora considerati ossimorici dal sinistrismo borghese imperante che, negli anni successivi alla morte fisica di Craxi, darà vita al partito delle élite antisocialiste, ovvero al PD.

E da non dimenticare come il socialismo di Craxi fosse contrastato dai post-fascisti del MSI (poi AN, poi Fratelli Meloni) e dalla Lega (prima Nord e poi non più Nord), per non parlare di Beppe Grillo, oggi partiti sostenitori del capitalismo assoluto e della politica atlantista fondamentalista e filo USA, tanto quanto il PD e che, non a caso, in questi ultimi anni, sostennero tutti assieme il Governo Draghi e ancora oggi ne seguono, drammaticamente, le linee guida, sia in politica interna che nell'ambito della politica internazionale.

In Europa, parimenti, dopo l'esempio del Partito Socialista Italiano di Craxi (il cui simbolo, da Craxi stesso voluto e disegnato dal compianto Filippo Panseca, fu quel Garofano Rosso, simbolo della Comune di Parigi del 1871), nessun partito che si richiamava – a parole – al socialismo, fu più davvero socialista, ma adottò l'ideologia della crescita economica illimitata, delle privatizzazioni selvagge, dell'esportazione della “democrazia”... ma unicamente contro Paesi laici e socialisti quali Iraq, Libia, Siria, Jugoslavia, Venezuela.... (sic!).

Nel gennaio 2020 uscì, postumo, un interessante romanzo-verità, scritto da Craxi e edito da Mondadori: “Parigi – Hammamet”, che sembra spiegare la triste realtà della nostra epoca.

In quarta di copertina, Craxi, scrisse: “Gli avvenimenti che sto per narrare sono assai singolari. Incredibili per eccesso di credibilità. Rientrano infatti nella categoria degli accadimenti comunemente ritenuti impossibili non perché inimmaginabili, ma proprio per il contrario. Chi non ha immaginato almeno una volta la possibilità che esistesse davvero la “Spectre”? E raffigurandosela, ognuno di noi l'ha disegnata ogni volta sempre più efferata e incontrollabile... Ogni tanto, però, quelle che abbiamo sempre considerato nostre fantasie estreme si rivelano, appunto, drammaticamente reali, come dimostrano gli eventi singolarissimi che mi accingo a raccontare”.

Nel romanzo. Bettino Craxi affida alla finzione letteraria, attraverso un romanzo di fantapolitica, il racconto della triste vicenda politico-giudiziaria che lo vide coinvolto negli ultimi anni della sua vita e parla, appunto, di una sorta di “Spectre”, ovvero di una potentissima organizzazione segreta transnazionale denominata “Koros”, “Il Mucchio”. Un'organizzazione infiltrata in tutti i centri del potere, finanziata e sostenuta da lobbies finanziarie promotrici della globalizzazione. Un'organizzazione i cui componenti “considerano l'identità e l'unità nazionale come ostacoli al mercato e si comportano come capi di uno Stato sovranazionale” e che utilizzano tecniche “terroristico-eversive”. Un'organizzazione gerarchica e con un intero esercito numeroso a disposizione, senza rapporti ufficiali con gli Stati, ma “non è escluso un coinvolgimento di settori istituzionali degli Stati Uniti e della Germania unificata” e che ha utilizzato la guerra nell'ex Jugoslavia come “il primo test da internazionalizzare”.

Nel romanzo-verità, Craxi, peraltro, scrive di come lui (nel romanzo con lo pseudonimo di Ghino), sia entrato nel mirino di “Koros” già ai tempi del caso Abu Abbas, ovvero ai tempi del suo no agli USA nella consegna di Abbas e il suo sostegno alla causa palestinese. Oltre a questo, il suo essere un “ostacolo al predominio incontrollato delle “grandi famiglie” italiane, agli affiliati della “trilateral”, ai potentati collegati ai gruppi avventuristici della finanza internazionale”. Oltre che, naturalmente, la sua ideologia “neogollista di sinistra”, che voleva un'Europa sovrana, indipendente dai due blocchi e amica del mondo arabo laico e socialista, oltre che alleata al Terzo Mondo.

Nel romanzo, Craxi, fa parlare così i suoi personaggi, rivelando le sue verità, anche nell'ambito della politica internazionale, condendole di una certa dose di finzione narrativa. Verità che sono, del resto, quelle che affidò, nei suoi ultimi anni di vita, alla stampa ed ai volumi che scrisse, nel triste esilio di Hammamet.

Nel romanzo, a dare una spallata a Koros, sarà il governo della Federazione Russa, d'intesa con le Nazioni Unite, “richiedendo ufficialmente al governo degli Stati Uniti di uscire dalle ambiguità e di perseguire i mandanti della destabilizzazione mondiale”.

Un Craxi che già oltre vent'anni fa, prima di morire, aveva visto molte cose e – pur inascoltato, persino da tanti sedicenti “socialisti” - non le aveva taciute.

Bettino Craxi rappresenta, ancora oggi, quei socialisti senza tessera e senza partito (perché l'unico vero Partito Socialista Italiano fu quello che iniziò nel 1892 con Filippo Turati e Anna Kuliscioff e finì purtroppo con Bettino Craxi nel 1992), come chi vi scrive, che, se sono profondamente delusi dalla politica – dal 1993 ad oggi – non hanno comunque mai smesso di analizzarla.

Di tutti questi aspetti e di molte figure del socialismo autentico, riformatore, autogestionario e non dogmatico, ancora oggi presente – a vario titolo – in molti Paesi latinoamericani (fra cui il Brasile di Lula in primis e la sua lungimirante politica estera e interna), nel mondo panafricano e nella Repubblica Popolare Cinese guidata dal riformista Xi Jinping – ho parlato diffusamente nel mio ultimo saggio “Ritratti del Socialismo”, edito da IlMioLibro (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/670930/ritratti-del-socialismo), con prefazione di una delle nipoti di Bettino, Ananda Craxi e che conto di ripubblicare, in una nuova edizione ampliata e aggiornata, per la Mario Pascale Editore.

E molte sono ancora oggi le battaglie che attendono e attenderebbero i socialisti autentici in tutto il mondo, fra le quali:

1) nazionalizzazione delle società energetiche; delle telecomunicazioni (web e telefonia), dei trasporti; del settore bancario, siderurgico e militare;

2) investimenti massicci in sanità, istruzione, ricerca;

3) promozione di un mondo pacifico, multipolare, dialogante e volto alla collaborazione reciproca in ogni ambito, da quello sanitario a quello relativo alla sicurezza internazionale; promuovendo l'entrata nei BRICS dell'UE e un allargamento della NATO anche a Russia, Repubblica Popolare Cinese e a quanti più Paesi possibili, su un piano paritario, lavorando finalmente per combattere ogni forma di terrorismo e conflitto e facendo uscire dalle ambiguità destabilizzatorie gli USA, in primis;

4) messa al bando dell'intelligenza artificiale per uso civile, che è destinata a distruggere non solo posti di lavoro, ma a mettere a rischio la sicurezza dei cittadini stessi, oltre che la loro capacità di ragionare;

5) promozione dell'autogestione delle imprese – da affidare direttamente ai lavoratori/produttori – nell'ottica del superamento dello sfruttamento del lavoro salariato.

Altro che fantomatiche e pericolose agende Draghi e Von Der Leyen, che hanno sempre mirato alla liquidazione del socialismo!

E' il momento di recuperare ciò che è stato distrutto: un socialismo largo, popolare, democratico, pragmatico, adatto ai nostri tempi, oltre ogni fondamentalismo.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

martedì 7 ottobre 2025

Socialismo mazziniano. Articolo di Luca Bagatin

 

In pochi, ancora oggi, probabilmente a causa di certa fuorviante e faziosa storiografia clericale, fascista o marxista, sanno che il Padre del Risorgimento italiano, Giuseppe Mazzini, non è stato solo il teorico dell'Unità d'Italia, ma anche un profondo riformatore sociale.

Le teorie politico-economiche di Mazzini, infatti, come già ricordato dall'ottimo saggio di Nello Rosselli, “Mazzini e Bakunin” del 1927, sono all'origine del movimento operaio italiano.

E lo sono perché parlano innanzitutto agli operai italiani. Li invitano ad associarsi e a unire il capitale con il lavoro e a superare il liberal capitalismo borghese sfruttatore e ad opporsi a un marxismo ingannatore.

Come ricorda lo storico Silvio Berardi nel suo “Il socialismo mazziniano”, Mazzini, nel saggio “Condizioni e avvenire dell'Europa, del 1871, scrisse:

Il grande pensiero sociale che ferve oggi in Europa può così definirsi: abolizione del proletariato: emancipazione dei lavoratori dalla tirannide del capitale concentrato in un piccolo numero d'individui: riparto dei prodotti, o del valore che n'esce, a seconda del lavoro compito: educazione morale e intellettuale degli operai: associazione volontaria tra gli operai, sostituita pacificamente, progressivamente e quanto è possibile, al lavoro individuale salariato ad arbitrio del capitalista”.

E proprio l'ottimo saggio del prof. Berardi ci permette di conoscere e approfondire la corrente socialista mazziniana.

Corrente che traeva linfa dal pensiero sociale di Giuseppe Mazzini, che a pieno titolo sarà rappresentato nell'ambito della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864, e che sarà sviluppata e articolata da figure quali Arcangelo Ghisleri, Alfredo Bottai, Giulio Andrea Belloni, ma anche da Vittorio Parmentola, Giuseppe Chiosterghi, Oliviero Zuccarini e altri.

Figure che rappresenteranno quella sinistra del Partito Repubblicano Italiano, volutamente dimenticata dal PRI a partire dalla scomparsa di Belloni, nel 1957, ma ancor prima osteggiata, dagli esponenti di quella destra repubblicana, i quali finiranno per trasformare il PRI, da partito risorgimentale di estrema sinistra, a partito sempre più liberale e al servizio della DC.

“Il socialismo mazziniano”, edito da Sapienza Università Editrice, con il patrocinio del Centro Studi Gaetano Salvemini, è un testo raro, ottimamente scritto e documentato, che apre un'orizzonte a coloro i quali vorranno approfondire questa suggestiva corrente del socialismo italiano.

Saggio interessante fin dalla prefazione del prof. Gaetano Pecora, il quale ricorda l'idea socializzatrice di Mazzini, volta a superare il “giogo del salario”, per “mettere il capitale nelle mani di chi lavora”.

Un Mazzini che, dunque, considera i lavoratori del produttori e non degli sfruttati dal salario e che, dunque, dovrebbero emanciparsi, tanto dal padrone privato che dallo Stato.

Un Mazzini che, come ricorda il prof. Pecora, pone al primo posto l'educazione quale strumento per l'emancipazione e la libertà autentica. Un'educazione volta a superare l'egoismo umano, per approdare al senso del dovere nei confronti della comunità intera.

E così, come ci spiega fin dai primi capitoli Silvio Berardi, a sviluppare per primo il suo pensiero, fu il sindacalista rivoluzionario Alfredo Bottai (1874 – 1965).

Fu, infatti, Bottai a coniare il termine “socialismo mazziniano”, attraverso il suo omonimo saggio, “Socialismo mazziniano”, del 1908.

Saggio nel quale si ponevano al centro i concetti di associazionismo operaio, educazione morale e spirituale degli individui, responsabilizzazione degli stessi e emancipazione sociale.

L'obiettivo di Bottai era quello di cercare un'unità e una sinergia politica fra repubblicani, socialisti, radicali e anarchici, mettendo al primo posto la questione sociale.

Egli fu sincero amico dei sindacalisti rivoluzionari di ispirazione mazziniana Filippo Corridoni e Alceste De Ambris (celebre per aver redatto la dannunziana, libertaria, socialista mazziniana Carta del Carnaro) e diresse il giornale “La Gioventù Sindacalista”.

Egli peraltro protestò sempre, come ricordato da Berardi, contro l'appropriazione del pensiero mazziniano e corridoniano da parte del regime mussoliniano, il quale nei fatti lo stravolse e tradì ampiamente.

E lo fece nonostante fosse il nipote del Ministro fascista Giuseppe Bottai, del quale non condivise mai le idee.

In tutte le sue opere, Bottai, ribadì anche che il socialismo mazziniano nulla aveva a che spartire con il marxismo, in quanto quest'ultimo sopprimeva ogni forma di credenza spirituale, ogni forma di autorità e la proprietà individuale. Mentre i socialisti mazziniani, pur egualmente e radicalmente critici nei confronti del sistema capitalista fondato sul salario e del liberalismo in generale, si opponevano alla lotta di classe e fondavano la loro dottrina sul riconoscimento dei diritti di proprietà e sull'associazionismo operaio, oltre che sull'elevazione morale e spirituale degli individui e sulla fratellanza universale.

Bottai, rifacendosi a Mazzini, ricordava che non vi può essere alcuna libertà, né alcun benessere sociale senza una coscienza morale “ispirata all'idea del dovere, della solidarietà, di un alto concetto della vita”.

Silvio Berardi, nel suo saggio, ci ricorda peraltro che le istanze di Bottai trovarono parziale accoglimento anche al Congresso nazionale del Partito Repubblicano del 1914, tenutosi a Bologna.

Congresso che rivendicò la matrice socialista delle idee mazziniane.

Le idee socialiste mazziniane, nel corso degli Anni '20, trovarono, dunque, una loro diffusione e dimensione e fu così che, a rimanerne influenzato, fu Giulio Andrea Belloni (1902 – 1957), futuro giurista esperto in criminologia.

Nel 1923 Belloni divenne discepolo di Bottai, oltre che del Padre nobile del Repubblicanesimo italiano, Arcangelo Ghisleri (1855 – 1938), con il quale ebbe lunghi rapporti epistolari.

Ghisleri, peraltro, fu il fondatore della rivista “Cuore e Critica”, nel 1887, che diverrà poi “Critica Sociale”, ovvero la principale rivista del Socialismo italiano, a dimostrazione delle influenze repubblicane mazziniane risorgimentali nell'ambito tradizione socialista del nostro Paese.

Belloni, che divenne Segretario nazionale del PRI nel 1924, come scrive Berardi, considerava il mazzinianesimo una sorta di “via italiana al socialismo”.

Belloni e Bottai, con l'avvento del fascismo, militeranno entrambi nelle fila di Giustizia e Libertà, movimento liberalsocialista che ebbe fra i fondatori gli esuli Carlo e Nello Rosselli e, all'interno di GL, diffonderanno le idee socialiste mazziniane.

Nel 1945, Belloni, darà alle stampe il suo “Repubblica e socialismo”, nel solco degli insegnamenti di Mazzini, Ghisleri e Bottai, ma anche del rivoluzionario risorgimentale Carlo Pisacane (1818 – 1857), le cui idee univano il mazzinianesimo, il socialismo libertario e l'anarchismo di Proudhon.

La visione di Belloni si fondava sull'etica del lavoro, sulla lotta al parassitismo e sulla giustizia sociale.

In questo senso, egli, faceva propria l'idea di Gaetano Salvemini (1873 – 1957) di costituire una “terza forza” laico-risorgimentale-socialista (detta anche “concentrazione repubblicana-socialista”, secondo il saggio di Salvemini del 1944), in grado di contrapporsi tanto al bolscevismo del PCI, quanto al clericalismo della DC.

Un terzaforzismo antborghese, anticapitalista, ma inserito a pieno titolo nel solco riformista e dunque volto al dialogo con il PSI di Pietro Nenni (questi peraltro proveniva dalle fila repubblicane) e con il PSLI di Giuseppe Saragat, oltre che con quelle figure del primo Partito Radicale, quali Ernesto Rossi, che avevano una visione contigua e molto simile a quella dei socialisti mazziniani.

In questo senso, Giulio Andrea Belloni, sarà il capostipite della sinistra repubblicana all'interno del PRI. E, in un primo tempo, trovò persino l'appoggio dell'allora Segretario del PRI, Randolfo Pacciardi, anch'egli molto lontano dalle istanze liberali degli ex azionisti come Ugo La Malfa, ovvero dalla destra del partito.

Belloni, peraltro, si troverà molto in sintonia con Guido Bergamo (fratello di quel Mario Bergamo, ex Segretario del PRI, che già negli Anni '20 teorizzava un'unione fra repubblicani e socialisti) e fondatore del Partito Repubblicano Sociale Italiano e del giornale “La Riscossa”, di Treviso.

La sinistra repubblicana di Belloni fonderà la testata “L'Idea Repubblicana” e spesso entrò in contrasto con “La Voce Repubblicana” e con la destra del PRI, per nulla legata alla tradizione risorgimentale mazziniana, ma vicina al “New Deal” rooseveltiano.

Anche Bottai, sostenendo le idee di Belloni, ricordava sempre, sulle pagine de “L'Idea Repubblicana”, che la sinistra repubblicana non si contrapponeva frontalmente al marxismo e al comunismo, pur essendone avversaria. Bensì si contrapponeva a tutti coloro i quali erano nemici del lavoro. Essa si batteva per la scomparsa del “regime del salario” e avrebbe lottato accanto a tutti coloro i quali “combattono questa borghesia gretta, egoistica e supremamente stupida”.

Il dialogo con i socialisti di Nenni, ad ogni modo, fallirà, in quanto questi finiranno per unirsi al PCI nell'ambito del Fronte Democratico Popolare (così come fecero anche i repubblicani sociali di Guido Bergamo).

Silvio Berardi ribadisce, nel suo ottimo saggio, i concetti fondamentali del socialismo mazziniano, ovvero della sinistra repubblicana nel PRI: abolizione del salario; abolizione del proletariato; abolizione della borghesia, del capitalismo e della delinquenza plutocratica; democrazia diretta e cooperativismo operaio, in modo che i lavoratori potessero essere i beneficiari diretti degli utili dell'impresa. E fine della collaborazione governativa con la DC. A livello internazionale, poi, avrebbe voluto lavorare per un'Europa unita e emancipata rispetto a quelli che considerava i due imperialismi, USA e URSS, che rappresentavano entrambi modelli che avrebbero negato libertà e emancipazione sociale.

Un programma avanzato e moderno, ma dalle radici antiche. Purtroppo avversato all'interno del PRI e poco compreso dalle altre forze di sinistra italiane, in particolare da un PCI che le avrebbe volute egemonizzare.

Nel corso degli Anni '50, come spiega l'ottimo Berardi, i socialisti mazziniani finiranno per essere sempre più marginalizzati, all'interno del PRI.

Alcuni, come Oliviero Zuccarini (1883 – 1971), fonderanno l'Unione di Rinascita Repubblicana e, nel 1953, contribuiranno, assieme ad alcuni esponenti di Giustizia e Libertà e fuoriusciti socialdemocratici, a costituire il movimento Unità Popolare.

Belloni rimarrà nel PRI, per spirito unitario. 

Morirà prematuramente nel 1957 e così anche la corrente di sinistra repubblicana non gli sopravvisse, perché i suoi amici e discepoli non ebbero la forza di lottare all'interno di un PRI che ormai aveva preso una piega totalmente liberale e opposta agli ideali originari.

Un vero peccato, perché il socialismo mazziniano è oggettivamente una forma di socialismo puro, non materialista, pragmatico, umanitario, spirituale, che, se in Italia non ha avuto successo, per molti versi ha trionfato in vari Paesi dell'America Latina odierna, probabilmente anche grazie alla diffusione di quegli ideali operata già dagli esuli risorgimentali, quali Giuseppe Garibaldi.

Ideali che hanno saputo fondersi con l'indigenismo, con la spiritualità teosofica e massonica e con un marxismo meno ideologico rispetto a quello europeo.

Il saggio di Silvio Berardi è un faro che illumina le menti di chi, come il sottoscritto, a questi ideali, sin da ragazzo, si ispira e diffonde (con le stesse identiche difficoltà incontrate da Bottai e Belloni), sia di coloro i quali non hanno mai avuto la possibilità di conoscere questa storia, che è Storia d'Italia e d'Europa e che forse è l'unica storia davvero democratica, sociale e civile del nostro Paese e dell'Europa intera.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it