Visualizzazione post con etichetta primo maggio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta primo maggio. Mostra tutti i post

sabato 2 maggio 2026

Venezuela e Cuba, Primo Maggio segnato dalle tensioni con il regime di Trump. Articolo di Luca Bagatin

 

In occasione della Giornata Internazionale dei Lavoratori del 1 maggio, il Presidente del Venezuela, il socialista Nicolas Maduro, dal carcere di New York, nel quale è detenuto a seguito del sequestro avvenuto il 3 gennaio scorso, da parte del regime statunitense, ha voluto inviare, attraverso il suo canale Telegram, un messaggio alla classe lavoratrice del suo Paese e al suo popolo.

Egli ha invitato il popolo venezuelano ad “Andare avanti con fede nonostante le limitazioni, confidando nelle nostre forze e con lo sforzo congiunto della classe lavoratrice e dell'intero Paese”, aggiungendo che è necessario “consolidare il processo di rinnovamento e crescita delle forze lavoratrici iniziato lo scorso anno”.

Il Presidente Maduro ha altresì sottolineato la necessità di “garantire, in quanto classe lavoratrice, il processo di pace, riconciliazione e unità nazionale quale esercizio di sovranità e riconciliazione nazionale”.

Egli, ricordando il suo passato di autista presso la metropolitana di Caracas, nonché ex sindacalista, si è dichiarato “orgoglioso di far parte della potente classe operaia venezuelana, che deve essere protagonista della nuova storia che il nostro Paese sta costruendo”.

Il Presidente Maduro ha altresì espresso la sua gratitudine, anche a nome della moglie, Cilia Flores, per la solidarietà dimostrata, sia da parte del popolo venezuelano che da parte di quella di tutto il mondo, per la sua ingiusta detenzione.

Uniti vinceremo!”, ha concluso il Presidente nel suo messaggio.

E, sempre nella giornata del 1 maggio, a Cuba, Paese fratello del Venezuela, al quale lo unisce la comune matrice socialista e la comune lotta contro l'aggressione statunitense, il Presidente Miguel Diaz-Canel, ha condannato le ennesime misure coercitive unilaterali statunitensi contro l'Isola.

“Oggi il governo degli Stati Uniti ha annunciato nuove misure coercitive che rafforzano il brutale blocco genocida, a dimostrazione della sua povertà morale e del suo disprezzo per la sensibilità e il buon senso degli americani e dell'intera comunità internazionale”, ha scritto su Facebook il Presidente Diaz-Canel, spiegando come “nessuna persona onesta può accettare la scusa che Cuba rappresenti una minaccia per quel Paese”.

“Il blocco e il suo rafforzamento causano danni enormi, a causa del comportamento intimidatorio e arrogante della più grande potenza militare del pianeta”, ha concluso il Presidente cubano.

Attualmente Cuba, oltre a subire un embargo dal 1962 da parte del regime statunitense, esso è stato ulteriormente rafforzato da Trump, il quale ha imposto dazi doganali ai Paesi che vendono petrolio a Cuba e ha introdotto misure restrittive alle banche straniere che collaborano con essa, oltre a misure coercitive nei confronti di coloro i quali vorrebbero operare con Cuba nel settore energetico, minerario, della difesa e della sicurezza.

Come se ciò non fosse sufficiente, il regime di Trump ha peraltro minacciato di invadere l'Isola. In barba, come nel suo aberrante stile, ad ogni rispetto per i popoli sovrani e al diritto internazionale.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

giovedì 30 aprile 2026

Primo Maggio oltre il mito del lavoro: una lettura socialista. Articolo di Luca Bagatin

 

Lavorare rende schiavi, avrebbe detto – provocatoriamente - Paul Lafargue (1842 - 1911), genero di Karl Marx, rivoluzionario, massone e saggista, ribaltando l'aberrante motto nazifascista, presente all'ingresso dei lager, secondo il quale “lavorare rende liberi” (sic!).

Lafargue, sostenitore della Comune di Parigi del 1871, direttore de “La Défense nationale” di Bordeaux, fondatore del Partito Operaio Francese e deputato nel 1891, pur trovandosi in prigione, a causa della sua attività rivoluzionaria, scrisse, infatti, un ottimo saggio: “Il diritto all'ozio”.

Saggio comprendente sue analisi e articoli, in esso, fra le altre cose, egli sostiene: “Una strana follia possiede le classi operaie delle nazioni dove regna la civiltà capitalista. Questa follia trascina al suo seguito miserie individuali e sociali che da secoli torturano la triste umanità. Questa follia è l'amore per il lavoro, la passione nociva del lavoro, spinta fino all'esaurimento delle forze vitali dell'individuo e della sua progenie.

Nella società capitalista il lavoro è la causa di tutta la degenerazione intellettuale, di tutta la deformazione organica.

I Greci dell'epoca d'oro non avevano che disprezzo nei confronti del lavoro: agli schiavi solamente era permesso di lavorare, l'uomo libero conosceva soltanto gli esercizi fisici ed i giochi d'intelligenza.

I filosofi dell'antichità insegnavano il disprezzo del lavoro, forma di degradazione dell'uomo libero; i poeti cantavano l'ozio, dono degli dèi: O Meliboe, Deus nobis hæ cotia fecit.
Nella nostra società quali sono le classi che amano il lavoro per il lavoro? I contadini proprietari e i piccoli borghesi; i primi chini sulla terra, gli altri rintanati nelle loro botteghe, si muovono come la talpa nella sua galleria sotterranea e mai alzano il capo per contemplare a proprio piacimento la natura.
Il proletariato tradendo i suoi istinti e misconoscendo la sua missione storica, si è lasciato pervertire dal dogma del lavoro. Dura e terribile è stata la sua punizione. Tutte le miserie individuali e sociali sono sorte dalla sua passione per il lavoro.
Le officine moderne sono diventate delle case ideali di correzione dove si incarcerano le masse operaie, dove si condannano ai lavoro forzati per dodici o quattordici ore non solo gli uomini, ma anche le donne e i bambini.
Se le sofferenze del lavoro forzato, se le torture della fame si sono abbattute sul proletariato più numerose delle cavallette della Bibbia, è il proletariato che le ha chiamate.
La nostra epoca, si dice, è il secolo del lavoro, in realtà è il secolo del dolore, della miseria e della corruzione.

(…). Introducete il lavoro salariato e addio gioia, salute, libertà: addio a tutto ciò che rende la vita bella e degna di essere vissuta.
Lavorate, lavorate proletari per accrescere la ricchezza sociale e le vostre miserie individuali. Lavorate, lavorate, perché diventando più poveri avrete più ragioni per lavorare e per essere miserabili. Questa è la legge inesorabile della produzione capitalista.”

Lafargue interpreta e incarna, dunque, la lotta socialista per eccellenza, purtroppo andata perdendosi nel tempo: la liberazione degli esseri umani dal lavoro salariato, ovvero dall'origine stessa dello sfruttamento.

L'ex Presidente socialista dell'Uruguay, José “Pepe” Mujica (1935 - 2025), portò avanti la medesima prospettiva anticapitalista e spiegò che “La vita non è fatta solo per lavorare, ma ha bisogno di tempo libero per l’esercizio della libertà. Non si può vivere oppressi dal mercato che ci obbliga a comprare, comprare, perché non paghi con i soldi, ma con il tempo della tua vita”.

Mujica, non diversamente da Lafague, immagina - come ebbe modo di dire - “un cammino di lotta al servizio e in solidarietà con gli altri esseri umani”; “una politica permanente a favore di chi ha la volontà di lavorarla”, ad esempio organizzando “colonie di terra pubblica in cui si paga un affitto”

Invero, esempi di questo tipo, li abbiamo avuti nella Jugoslavia socialista di Tito, fondata sull'autogestione delle imprese e nella Libia di Mu'Ammar Gheddafi (ovvero nella Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista), ove all'autogestione si coniugavano aspetti di democrazia diretta, attraverso Congressi e Comitati popolari aperti a tutti i cittadini.

Quella che, peraltro, era l'idea dei Soviet originari, propugnati dal Partito Socialista Rivoluzionario russo, di matrice prevalentemente agraria e che si ispirava al populismo del filosofo Aleksandr Herzen (1812 – 1870), grande amico e estimatore dei nostri Mazzini e Garibaldi i quali, a loro volta, erano propugnatori di una visione democratico-repubblicano-socialista volta all'emancipazione delle classi proletarie e contadine.

Giuseppe Mazzini, nel suo saggio “Condizioni e avvenire dell'Europa”, del 1871, scrisse, non a caso: “Il grande pensiero sociale che ferve oggi in Europa può così definirsi: abolizione del proletariato: emancipazione dei lavoratori dalla tirannide del capitale concentrato in un piccolo numero d'individui: riparto dei prodotti, o del valore che n'esce, a seconda del lavoro compito: educazione morale e intellettuale degli operai: associazione volontaria tra gli operai, sostituita pacificamente, progressivamente e quanto è possibile, al lavoro individuale salariato ad arbitrio del capitalista”.

Associazionismo operaio, dunque, fu la parola d'ordine delle correnti della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864, a mio avviso l'esempio più puro delle lotte di emancipazione sociale e nella quale vi sarebbe potuta essere davvero una sintesi sincretica fra il repubblicanesimo sociale, l'umanesimo marxista, l'anarchismo sociale e il populismo democratico, che poi sarà meglio sviluppato, in particolare in Russia, alla fine dell'800 e che contribuirà a gettare le basi della Rivoluzione Russa del 1905 (guidata dal Partito Socialista Rivoluzionario e dal Partito Operaio Socialidemocratico Russo) e, successivamente, di quella del 1917 che, purtroppo, vedrà presto prevalere la corrente bolscevica, la quale soffocherà troppo presto gli esempi di democrazia diretta e di socialismo autogestionario che si stavano sviluppando (vedi ad esempio l'esperienza della Comune di Kronstadt del 1921, il cui motto fu “Tutto il potere ai Soviet, non ai partiti!”, contrapponendo i consigli operai e contadini e l'autogestione socialista al burocratismo partitocratico).

Gheddafi, a torto ritenuto un dittatore, anziché un riformatore sociale, peraltro studioso e estimatore di Rousseau, nel suo “Libro Verde”, ovvero il suo saggio sociale e politico fondamentale, scrisse, in merito all'organizzazione sociale e del lavoro: “Nella società socialista non ci sono infatti possibilità di produzione individuale al di sopra del soddisfacimento dei bisogni personali. In essa non è permesso di soddisfare i propri bisogni a spese degli altri. Le istituzioni socialiste lavorano per soddisfare i bisogni della società. (…). A ciascun individuo è consentito di risparmiare ciò che vuole, soltanto nell’ambito del proprio fabbisogno, in quanto l’accumulo di risparmio in misura maggiore, è a detrimento della ricchezza collettiva. La gente abile e intelligente non ha il diritto di appropriarsi delle unità di ricchezza altrui per via della propria abilità e intelligenza, tuttavia può utilizzare quelle qualità per soddisfare i deficienti e gli incapaci non perciò devono essere privati di quella stessa parte della ricchezza sociale di cui godono i sani”.

Egli ritenne, dunque, in concordia con il socialismo delle origini (da Saint-Simon, a Marx, sino a Pierre Leroux, Proudhon e così via), che i lavoratori dovessero essere considerati produttori, non più dei salariati, ovvero degli sfruttati. E dunque, ciò che loro producono, dovesse essere considerato di loro stessa proprietà.

Il salario, per Gheddafi (e in realtà per tutti i socialisti, sin dalla fondazione della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864), è indice di sfruttamento e un lavoratore/produttore non può essere schiavo di nessun padrone. Sia esso un padrone privato o statale.

Oltre a ciò, il Raìs, ritenne che nessuno potesse possedere più di quanto gli fosse necessario per vivere. Ciò perché – non essendo le risorse illimitate - l'accumulazione della ricchezza da parte di alcuni è fonte di ingiustizia, corruzione e segna il sorgere della società dello sfruttamento.

Visione peraltro non dissimile da quella del peronismo argentino, che fondava i suoi principi su “giustizia sociale; sovranità nazionale; indipendenza economica” e quella portata avanti nella Cuba del Che e Fidel Castro, nell'Egitto nasseriano e via via nei modelli più recenti del Socialismo del XXI Secolo latinoamericano, che propongono, dunque, un nuovo modello di sviluppo.

Uno modello volto a superare, da una parte il produttivismo e dall'altra il capitalismo. Proponendo che il cittadino/lavoratore viva del necessario e lavori a beneficio della società e dei bisognosi e non già per un salario. E che ciascuno sia proprietario del proprio lavoro, nell'ambito di attività economiche socialiste autogestite.

Moltissima strada vi è da fare, se pensiamo che con il Primo Maggio, festa sacrosanta e nobile, si festeggia “il lavoro”, quando purtuttavia, per essere precisi, bisognerebbe festeggiare la “liberazione dal lavoro”, o, meglio, “la liberazione dallo sfruttamento del giogo del salario”.

Lavoro che toglie tempo libero; che lega a un datore di lavoro (e ad eventuali ricatti); che è utile solo a generare profitto e conseguente sfruttamento delle risorse economiche, sociali, ambientali e non già per aiutare la comunità stessa e le sue necessità primarie e fondamentali.

Necessità che non sono legate al vil danaro, che è uno strumento per sua natura schiavista, in quanto rappresenta un debito nei confronti di qualcuno (ed è il maggiore e più perverso strumento di perdita di sovranità dei cittadini e dei Paesi).

Una società sana, socialista, autogestita, libera e libertaria, è una società che supera i vincoli imposti dall'egoismo umano.

Per mettere il capitale nelle mani di chi lavora, se vogliamo, secondo la visione socialista mazziniana sviluppata nel 1908 dal sindacalista rivoluzionario Alfredo Bottai (1874 – 1965), esponente della sinistra del Partito Repubblicano Italiano.

Una visione ispirata all'etica del “dovere” (nei confronti della comunità e, quindi, dell'umanità) e che, con Giulio Andrea Belloni, allievo politico di Bottai e in sintonia con i suoi sodali di partito Guido e Mario Bergamo, puntava a: abolizione del salario; abolizione del proletariato; abolizione della borghesia, del capitalismo e della delinquenza plutocratica; democrazia diretta e cooperativismo operaio, in modo che i lavoratori potessero essere i beneficiari diretti degli utili dell'impresa.

Una visione che sembra antica, ma in realtà è quanto mai attuale, per quanto oscurata, vilipesa, manipolata dalle plutocrazie economico sociali di matrice liberale o liberal-capitalista che, in realtà, l'unica libertà che conoscono è quella del menzognero e aberrante motto “lavorare rende liberi” o dell'altrettanto aberrante concetto del “meglio un lavoro pagato poco che nessun lavoro”.

Aspetti che ci hanno condotti dritti dritti verso il precariato, lo sfruttamento di massa legalizzato, la mancanza di sicurezza sul posto di lavoro, che per molte generazioni è diventato la regola, la normalità.

Come la regola e la normalità, per molti anni, è stata l'austerità imposta dall'UE e come, fra un po', rischieranno di diventare “normali” anche eventuali lockdown energetici, a causa di sanzioni sconsiderate, masochiste e folli.

La democrazia è quando i cittadini riprendono in mano il controllo della propria comunità. Non quando subiscono scelte dall'alto.

Democrazia è autogestione della propria comunità, è associazionismo, è socialismo.

Lo scrittore e politico russo Eduard Limonov, il 1 maggio del 2015, scrisse: “La festa del Primo Maggio non ha perso la sua rilevanza.

Il Primo Maggio è il giorno dell'operaio, come lo chiamavamo negli anni '90, il giorno del quarto potere, che presta la sua opera per conto terzi.

I lavoratori sono la maggioranza delle persone sul pianeta, quindi questa festività appartiene a una specie di esercito di angeli dell'inferno, su cui tutto poggia”.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

giovedì 1 maggio 2025

Superare l'ideologia del lavoro e lo sfruttamento del lavoro salariato. Articolo di Luca Bagatin del 21 novembre 2020 (e buon Primo Maggio!)


La vita non è fatta solo per lavorare, ma ha bisogno di tempo libero per l’esercizio della libertà. Non si può vivere oppressi dal mercato che ci obbliga a comprare, comprare, perché non paghi con i soldi, ma con il tempo della tua vita”.

Questo uno degli insegnamenti fondamentali che ci ha lasciato l'ex Presidente socialista dell'Uruguay, José “Pepe” Mujica. Il Presidente povero e dei poveri, che ha governato il suo Paese dal 2010 al 2015 (e fu Ministro dell'Agricoltura e della Pesca dal 2005 al 2008). Risollevandone le sorti e attuando politiche sociali e socialiste, sul modello autogestionario e libertario.

Un modello che supera l'insana “ideologia del lavoro” ad ogni costo. E che supera il conseguente “sfruttamento dal salario”. Un modello che guarda, invece, a quello che Mujica stesso definì “un cammino di lotta al servizio e in solidarietà con gli altri esseri umani”. Ovvero “una politica permanente a favore di chi ha la volontà di lavorarla”, ad esempio organizzando “colonie di terra pubblica in cui si paga un affitto”.

Un modello non dissimile da quello della Jugoslavia di Tito, fondato sull'autogestione delle imprese e della Libia del Raìs Mu'Ammar Gheddafi, laico e socialista ideatore della Terza Teoria Universale, ovvero della “Repubbica delle masse” e della “democrazia diretta” (Jamahiriyya), che fu attuata nell'ambito di Congressi e Comitati popolari aperti a tutti i cittadini.

Gheddafi, nel suo “Libro Verde”, ovvero il suo saggio sociale e politico fondamentale, scrisse, in merito all'organizzazione sociale e del lavoro: “Nella società socialista non ci sono infatti possibilità di produzione individuale al di sopra del soddisfacimento dei bisogni personali. In essa non è permesso di soddisfare i propri bisogni a spese degli altri. Le istituzioni socialiste lavorano per soddisfare i bisogni della società. (…). A ciascun individuo è consentito di risparmiare ciò che vuole, soltanto nell’ambito del proprio fabbisogno, in quanto l’accumulo di risparmio in misura maggiore, è a detrimento della ricchezza collettiva. La gente abile e intelligente non ha il diritto di appropriarsi delle unità di ricchezza altrui per via della propria abilità e intelligenza, tuttavia può utilizzare quelle qualità per soddisfare i deficienti e gli incapaci non perciò devono essere privati di quella stessa parte della ricchezza sociale di cui godono i sani”.

Egli ritenne, dunque, in concordia con il socialismo delle origini (da Saint-Simon, a Marx, sino a Pierre Leroux, Proudhon e così via), che i lavoratori dovessero essere considerati produttori, non più dei salariati, ovvero degli sfruttati. E dunque, ciò che loro producono, dovesse essere considerato di loro stessa proprietà.

Il salario, per Gheddafi (e in realtà per tutti i socialisti, sin dalla fondazione della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864), è indice di sfruttamento e un lavoratore/produttore non può essere schiavo di nessun padrone. Sia esso un padrone privato o statale.

Oltre a ciò, il Raìs, ritenne che nessuno potesse possedere più di quanto gli fosse necessario per vivere. Ciò perché – non essendo le risorse illimitate - l'accumulazione della ricchezza da parte di alcuni è fonte di ingiustizia, corruzione e segna il sorgere della società dello sfruttamento.

I concetti fondamentali del socialismo originario o autogestionario, inveratosi sia nella Jugoslavia titina che nella Libia di Gheddafi, ma per molti versi anche nell'Argentina peronista; nella Cuba del Che e Fidel Castro; nell'Egitto nasseriano e via via nei modelli più recenti del Socialismo del XXI Secolo latinoamericano (dal chavismo sino al modello uruguayano del Frente Amplio di Mujica, al modello del Buen Vivir ecuadoriano, sino, in parte, al socialismo boliviano di Evo Morales), propone dunque un nuovo modello di sviluppo.

Uno modello che supera da una parte il produttivismo e dall'altra il capitalismo. Poponendo che il cittadino/lavoratore viva del necessario e lavori a beneficio della società e dei bisognosi e non già per un salario. E che ciascuno sia proprietario del proprio lavoro, nell'ambito di attività economiche socialiste autogestite.

Moltissima strada vi è da fare. Soprattutto per “decolonizzare l'immaginario”, come direbbe l'economista Serge Latouche. Per creare un'alternativa all'assurdo modello di sviluppo occidentale, capitalista, fondato sul danaro e sullo sfruttamento del lavoro.

Lavoro che toglie tempo libero; che lega a un datore di lavoro (e ad eventuali ricatti); che è utile solo a generare profitto e conseguente sfruttamento delle risorse economiche, sociali, ambientali e non già per aiutare la comunità stessa e le sue necessità primarie e fondamentali. Necessità che saranno sempre maggiori e sempre più essenziali in periodi di pandemia.

Necessità che non sono legate al vil danaro, che è uno strumento per sua natura schiavista, in quanto rappresenta un debito nei confronti di qualcuno (ed è il maggiore e più perverso strumento di perdita di sovranità dei cittadini e dei Paesi).

Una società sana, socialista, autogestita, libera e libertaria, è una società che supera i vincoli imposti dall'egoismo umano. Che supera il sistema del danaro (e della conseguente usura o interessi sui debiti/prestiti). Che supera il sistema del lavoro salariato. Che supera il sistema del consumismo e della distruzione delle risorse e del Pianeta.

Per approdare a qualcosa di antico, ma allo stesso tempo di genuino, comunitario, umanitario, spirituale, ecologista e socialista al contempo.

Come ancora oggi avviene in alcune società matriarcali, che vivono su quella che l'antropologo Marcel Mauss definì “economia del dono”. Sullo scambio reciproco, alla pari. Sul baratto. Sul lavoro in comune e a beneficio del prossimo.

Per far uscire”, come ebbe a dire lo stesso Latouche, “l'umanità dalla miseria psichica e morale” nella quale vive da secoli. Semplicemente per aver adottato un modello che sdogana un'infezione della psiche umana chiamata egosimo e accumulo.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

"Compagne, compagni: Ancora una volta sono nella lotta, di nuovo sono con voi, come ieri, oggi e domani. Sono con te per essere un arcobaleno di amore tra la gente e Perón; Sono con voi per essere quel ponte di amore e felicità che ho sempre cercato di essere tra voi e il capo degli operai"

(Evita Peron, 1 maggio 1952. Suo ultimo discorso) 
 
 
"La festa del Primo Maggio non ha perso la sua rilevanza.
Il Primo Maggio è il giorno dell'operaio, come lo chiamavamo negli anni '90, il giorno del quarto potere, che presta la sua opera per conto terzi.
I lavoratori sono la maggioranza delle persone sul pianeta, quindi questa festività appartiene a una specie di esercito di angeli dell'inferno, su cui tutto poggia"
(Eduard Limonov, 1 Maggio 2015)
 
"Non sono nato in assemblee pubbliche; ma se c'è un'assemblea in cui mi troverete, è quella dei lavoratori. In mezzo a questi cuori semplici, mi sento a casa."
Giuseppe Garibaldi. 'Alla società operaia - Genova, Caprera, 16 settembre 1863; P. 334 Scritti politici e militari, memorie e pensieri inediti)
 

"l'assoluta autonomia della classe operaia da tutti i partiti e da tutte le ideologie politiche; l'azione diretta della classe produttiva, verso le altre classi ed i poteri pubblici, senza mediatori; la rappresentanza delle categorie economiche nei corpi elettivi; l'assoluta autonomia comunale, considerando il Comune come l'organismo della libertà popolare; l'autonomia politica e amministrativa della regione per tutti gli interessi che non richiedono provvedimenti di indole nazionale; l'eliminazione progressiva delle funzioni dello Stato centralistico con la soppressione della relativa burocrazia. Quest'ultimo principio può essere tradotto nei fatti con la Repubblica Sociale Federativa." "L'uomo emancipato dai vincoli della materia potrà liberare soprattutto il suo spirito, dedicarsi al lavoro dell'intelletto che è certo piacevole, come sa chiunque ne abbia gustato. L'uomo si farà superuomo: supererà se stesso ed annullerà la maledizione biblica di dover produrre dolorando." 
 
(Alceste De Ambris 'Il Manifesto dei sindacalisti e la Costituzione Fiumana' 1/9/'21)
 
 
(…). Introducete il lavoro salariato e addio gioia, salute, libertà: addio a tutto ciò che rende la vita bella e degna di essere vissuta.
Lavorate, lavorate proletari per accrescere la ricchezza sociale e le vostre miserie individuali. Lavorate, lavorate, perché diventando più poveri avrete più ragioni per lavorare e per essere miserabili. Questa è la legge inesorabile della produzione capitalista.”
 
(Paul Lafargue) 

lunedì 1 maggio 2023

Buon Primo Maggio! Buona Festa dei lavoratori, nel segno del socialismo, ovvero del superamento del lavoro salariato e, dunque, sfruttato!

"l'assoluta autonomia della classe operaia da tutti i partiti e da tutte le ideologie politiche; l'azione diretta della classe produttiva, verso le altre classi ed i poteri pubblici, senza mediatori; la rappresentanza delle categorie economiche nei corpi elettivi; l'assoluta autonomia comunale, considerando il Comune come l'organismo della libertà popolare; l'autonomia politica e amministrativa della regione per tutti gli interessi che non richiedono provvedimenti di indole nazionale; l'eliminazione progressiva delle funzioni dello Stato centralistico con la soppressione della relativa burocrazia. Quest'ultimo principio può essere tradotto nei fatti con la Repubblica Sociale Federativa." "L'uomo emancipato dai vincoli della materia potrà liberare soprattutto il suo spirito, dedicarsi al lavoro dell'intelletto che è certo piacevole, come sa chiunque ne abbia gustato. L'uomo si farà superuomo: supererà se stesso ed annullerà la maledizione biblica di dover produrre dolorando." 
 
(Alceste De Ambris 'Il Manifesto dei sindacalisti e la Costituzione Fiumana' 1/9/'21)
  
Su fratelli, su compagne, su, venite in fitta schiera: sulla libera bandiera splende il Sol dell'Avvenir.

(Canto dei Lavoratori, Filippo Turati, 1886) 

Egor Letov e Eduard Limonov. Manifestazione del 1 Maggio, Mosca 1994

"La festa del Primo Maggio non ha perso la sua rilevanza.
Il Primo Maggio è il giorno dell'operaio, come lo chiamavamo negli anni '90, il giorno del quarto potere, che presta la sua oper per conto terzi.
I lavoratori sono la maggioranza delle persone sul pianeta, quindi questa festività appartiene a una specie di esercito di angeli dell'inferno, su cui tutto poggia"

(Eduard Limonov, 1 Maggio 2015)

"Compagne, compagni: Ancora una volta sono nella lotta, di nuovo sono con voi, come ieri, oggi e domani. Sono con te per essere un arcobaleno di amore tra la gente e Perón; Sono con voi per essere quel ponte di amore e felicità che ho sempre cercato di essere tra voi e il capo degli operai"

(Evita Peron, 1 maggio 1952. Suo ultimo discorso)



Superare l'ideologia del lavoro e lo sfruttamento del lavoro salariato. Articolo di Luca Bagatin del 21 novembre 2020

La vita non è fatta solo per lavorare, ma ha bisogno di tempo libero per l’esercizio della libertà. Non si può vivere oppressi dal mercato che ci obbliga a comprare, comprare, perché non paghi con i soldi, ma con il tempo della tua vita”.

Questo uno degli insegnamenti fondamentali che ci ha lasciato l'ex Presidente socialista dell'Uruguay, José “Pepe” Mujica. Il Presidente povero e dei poveri, che ha governato il suo Paese dal 2010 al 2015 (e fu Ministro dell'Agricoltura e della Pesca dal 2005 al 2008). Risollevandone le sorti e attuando politiche sociali e socialiste, sul modello autogestionario e libertario.

Un modello che supera l'insana “ideologia del lavoro” ad ogni costo. E che supera il conseguente “sfruttamento dal salario”. Un modello che guarda, invece, a quello che Mujica stesso definì “un cammino di lotta al servizio e in solidarietà con gli altri esseri umani”. Ovvero “una politica permanente a favore di chi ha la volontà di lavorarla”, ad esempio organizzando “colonie di terra pubblica in cui si paga un affitto”.

Un modello non dissimile da quello della Jugoslavia di Tito, fondato sull'autogestione delle imprese e della Libia del Raìs Mu'Ammar Gheddafi, laico e socialista ideatore della Terza Teoria Universale, ovvero della “Repubbica delle masse” e della “democrazia diretta” (Jamahiriyya), che fu attuata nell'ambito di Congressi e Comitati popolari aperti a tutti i cittadini.

Gheddafi, nel suo “Libro Verde”, ovvero il suo saggio sociale e politico fondamentale, scrisse, in merito all'organizzazione sociale e del lavoro: “Nella società socialista non ci sono infatti possibilità di produzione individuale al di sopra del soddisfacimento dei bisogni personali. In essa non è permesso di soddisfare i propri bisogni a spese degli altri. Le istituzioni socialiste lavorano per soddisfare i bisogni della società. (…). A ciascun individuo è consentito di risparmiare ciò che vuole, soltanto nell’ambito del proprio fabbisogno, in quanto l’accumulo di risparmio in misura maggiore, è a detrimento della ricchezza collettiva. La gente abile e intelligente non ha il diritto di appropriarsi delle unità di ricchezza altrui per via della propria abilità e intelligenza, tuttavia può utilizzare quelle qualità per soddisfare i deficienti e gli incapaci non perciò devono essere privati di quella stessa parte della ricchezza sociale di cui godono i sani”.

Egli ritenne, dunque, in concordia con il socialismo delle origini (da Saint-Simon, a Marx, sino a Pierre Leroux, Proudhon e così via), che i lavoratori dovessero essere considerati produttori, non più dei salariati, ovvero degli sfruttati. E dunque, ciò che loro producono, dovesse essere considerato di loro stessa proprietà.

Il salario, per Gheddafi (e in realtà per tutti i socialisti, sin dalla fondazione della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864), è indice di sfruttamento e un lavoratore/produttore non può essere schiavo di nessun padrone. Sia esso un padrone privato o statale.

Oltre a ciò, il Raìs, ritenne che nessuno potesse possedere più di quanto gli fosse necessario per vivere. Ciò perché – non essendo le risorse illimitate - l'accumulazione della ricchezza da parte di alcuni è fonte di ingiustizia, corruzione e segna il sorgere della società dello sfruttamento.

I concetti fondamentali del socialismo originario o autogestionario, inveratosi sia nella Jugoslavia titina che nella Libia di Gheddafi, ma per molti versi anche nell'Argentina peronista; nella Cuba del Che e Fidel Castro; nell'Egitto nasseriano e via via nei modelli più recenti del Socialismo del XXI Secolo latinoamericano (dal chavismo sino al modello uruguayano del Frente Amplio di Mujica, al modello del Buen Vivir ecuadoriano, sino, in parte, al socialismo boliviano di Evo Morales), propone dunque un nuovo modello di sviluppo.

Uno modello che supera da una parte il produttivismo e dall'altra il capitalismo. Poponendo che il cittadino/lavoratore viva del necessario e lavori a beneficio della società e dei bisognosi e non già per un salario. E che ciascuno sia proprietario del proprio lavoro, nell'ambito di attività economiche socialiste autogestite.

Moltissima strada vi è da fare. Soprattutto per “decolonizzare l'immaginario”, come direbbe l'economista Serge Latouche. Per creare un'alternativa all'assurdo modello di sviluppo occidentale, capitalista, fondato sul danaro e sullo sfruttamento del lavoro.

Lavoro che toglie tempo libero; che lega a un datore di lavoro (e ad eventuali ricatti); che è utile solo a generare profitto e conseguente sfruttamento delle risorse economiche, sociali, ambientali e non già per aiutare la comunità stessa e le sue necessità primarie e fondamentali. Necessità che saranno sempre maggiori e sempre più essenziali in periodi di pandemia.

Necessità che non sono legate al vil danaro, che è uno strumento per sua natura schiavista, in quanto rappresenta un debito nei confronti di qualcuno (ed è il maggiore e più perverso strumento di perdita di sovranità dei cittadini e dei Paesi).

Una società sana, socialista, autogestita, libera e libertaria, è una società che supera i vincoli imposti dall'egoismo umano. Che supera il sistema del danaro (e della conseguente usura o interessi sui debiti/prestiti). Che supera il sistema del lavoro salariato. Che supera il sistema del consumismo e della distruzione delle risorse e del Pianeta.

Per approdare a qualcosa di antico, ma allo stesso tempo di genuino, comunitario, umanitario, spirituale, ecologista e socialista al contempo.

Come ancora oggi avviene in alcune società matriarcali, che vivono su quella che l'antropologo Marcel Mauss definì “economia del dono”. Sullo scambio reciproco, alla pari. Sul baratto. Sul lavoro in comune e a beneficio del prossimo.

Per far uscire”, come ebbe a dire lo stesso Latouche, “l'umanità dalla miseria psichica e morale” nella quale vive da secoli. Semplicemente per aver adottato un modello che sdogana un'infezione della psiche umana chiamata egosimo e accumulo.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

sabato 1 maggio 2021

Lunga vita al Primo Maggio (nazionalbolscevico, socialista, libertario, comunista, peronista, anticapitalista, contro lo sfruttamento del lavoro salariato)!

Manifestazione del 1 Maggio del Partito NazionalBolscevico, Anni '90, Russia

Egor Letov e Eduard Limonov. Manifestazione del 1 Maggio, Mosca 1994
 
"Compagne, compagni: Ancora una volta sono nella lotta, di nuovo sono con voi, come ieri, oggi e domani. Sono con te per essere un arcobaleno di amore tra la gente e Perón; Sono con voi per essere quel ponte di amore e felicità che ho sempre cercato di essere tra voi e il capo degli operai"

(Evita Peron, 1 maggio 1952. Suo ultimo discorso)

Evita Peron

APPELLO DEL PARTITO "COMUNISTI DI RUSSIA" PER IL PRIMO MAGGIO 2021

Lunga vita alla Giornata della Solidarietà Internazionale dei Lavoratori - Primo Maggio!

Lavoratori di tutti i paesi, unitevi!

Pace! Lavoro! Primo Maggio!

Salute ai comunisti e ai rivoluzionari proletari di tutti i paesi!

Il Primo Maggio è il Giorno della Lotta!

Avanti in URSS!

Il socialismo è un'opportunità per la Russia!

Gli ordini di Lenin sono veri!

Lenin, Stalin, Gagarin, Che Guevara sono i nostri eroi!

Ripido a sinistra!

Alzati, lavoratore! Non tacere, contadino! Protesta, ingegnere!

Raggiungiamo la giustizia sociale per tutti!

No all'onnipotenza dell'oligarchia!

Vogliamo il potere sovietico!

Sì, nazionalizzazione diffusa!

No, alla crescita dei prezzi e delle tariffe dei servizi!

La ricchezza della Russia dovrebbe appartenere al popolo!

Dammi un'amnistia di credito!

Chiediamo di aiutare i poveri e i disoccupati, i pensionati e gli studenti!

Dove sono i risarcimenti per il coronavirus ?!

Fornisci ai laureati il loro primo lavoro!

Annulla la riforma delle pensioni!

Istruzione e medicina per tutti!

Il capitalismo è il peggior virus!

Combatti gli aggressori della NATO e gli agenti stranieri!

Rimuovi le restrizioni sugli eventi pubblici per la sinistra e i patrioti!

Onore e gloria ai "Prigionieri del Primo Maggio"!

CPKR, guidaci alla vittoria!

Ci fidiamo del compagno MAXIM!

Lunga vita al rosso Primo Maggio!


Superare l'ideologia del lavoro e lo sfruttamento del lavoro salariato. Articolo di Luca Bagatin. Articolo al seguente link: http://amoreeliberta.blogspot.com/2020/11/superare-lideologia-del-lavoro-e-lo.html

venerdì 1 maggio 2020

Lunga vita al Primo Maggio (socialista, nazionalbolscevico, peronista, dannunziano) !

"Compagne, compagni: Ancora una volta sono nella lotta, di nuovo sono con voi, come ieri, oggi e domani. Sono con te per essere un arcobaleno di amore tra la gente e Perón; Sono con voi per essere quel ponte di amore e felicità che ho sempre cercato di essere tra voi e il capo degli operai"
(Evita Peron, 1 maggio 1952. Suo ultimo discorso) 


 "l'assoluta autonomia della classe operaia da tutti i partiti e da tutte le ideologie politiche; l'azione diretta della classe produttiva, verso le altre classi ed i poteri pubblici, senza mediatori; la rappresentanza delle categorie economiche nei corpi elettivi; l'assoluta autonomia comunale, considerando il Comune come l'organismo della libertà popolare; l'autonomia politica e amministrativa della regione per tutti gli interessi che non richiedono provvedimenti di indole nazionale; l'eliminazione progressiva delle funzioni dello Stato centralistico con la soppressione della relativa burocrazia. Quest'ultimo principio può essere tradotto nei fatti con la Repubblica Sociale Federativa." "L'uomo emancipato dai vincoli della materia potrà liberare soprattutto il suo spirito, dedicarsi al lavoro dell'intelletto che è certo piacevole, come sa chiunque ne abbia gustato. L'uomo si farà superuomo: supererà se stesso ed annullerà la maledizione biblica di dover produrre dolorando." 
(Alceste De Ambris 'Il Manifesto dei sindacalisti e la Costituzione Fiumana' 1/9/'21)

Senza il socialismo è il mercato che governa i popoli. Articolo di Luca Bagatin del 2 aprile 2019

Fu Bettino Craxi, il primo, in Europa, a denunciare il fenomeno della globalizzazione. E lo fece con queste parole: “Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”.
Bettino Craxi, non a caso, usò il termine “imperialismo”. Quell'imperialismo che, qualche anno dopo, bombarderà la Jugoslavia e, successivamente, l'Iraq (con tanto di denunce – da Hammamet – dello stesso Craxi), la Libia e la Siria. Ovvero tutti Stati sovrani, non allineati e laico-socialisti.
Fu lo stesso Craxi a denunciare, da buon socialista, peraltro, il fenomeno padronale dell'emigrazione di massa, che di lì a poco sarebbe esploso – causa del globalismo capitalista - proponendo ad esso un argine. Craxi affermò infatti: “Nel Sud del Mediterraneo le popolazioni sono soggette a un tasso di incremento demografico che è ancora troppo alto. Sono iniziate correnti emigratorie e immigratorie che in assenza di un accelerato processo di sviluppo che abbracci tutta la riva Sud del Mediterraneo sono destinate a gonfiarsi in modo impressionante, e saranno delle tendenze inarrestabili e incontrollabili. Paesi con popolazioni giovanissime, le quali naturalmente vanno verso le luci, le luci della città, se noi non accenderemo un maggior numero di luci in quei Paesi. In realtà le grandi nazioni ricche del mondo non compiono lo sforzo che viene considerato necessario per ridurre queste distanze, le distanze sono assai grandi, sono abissali ed è questa ripeto la grande questione sociale del nostro secolo”.
Craxi fu amico di tutti i socialisti del Terzo Mondo e li sostenne sempre e in ogni modo: dall'America Latina sandinista sino al socialismo arabo.
Craxi, da buon socialista, si immaginava sicuramente un'Europa diversa. Sovrana, anti-globalista, indipendente da ogni imperialismo, un po' come se la immaginarono Charles De Gaulle e Jean Thiriart.
Craxi fu defenestrato da quei poteri forti che non potevano accettare tale visione delle cose e da quella sinistra post-comunista che, rinnegando gli insegnamenti di Togliatti, sarebbe diventata la paladina del liberal capitalismo assoluto. Craxi, invece, fu bollato come un criminale e solo oggi – di fronte a una destra e a una sinistra capitaliste e padronali - la sua figura è da molti rivalutata. Craxi fu, in realtà, l'ultimo dei socialisti europei.
Un po' come Palmiro Togliatti fu, forse, l'ultimo dei comunisti italiani. E vale la pena ricordare ciò che egli disse, a proposito dell'importanza della sovranità nazionale, in un'epoca di messa in vendita di ogni cosa e di ogni identità: “E’ ridicolo pensare che la classe operaia possa staccarsi, scindersi dalla nazione. (…) I comunisti non possono staccarsi dalla loro nazione se non vogliono stroncare le loro radici vitali. Il cosmopolitismo è una ideologia del tutto estranea alla classe operaia. Esso è invece l’ideologia caratteristica degli uomini della banca internazionale, dei cartelli e dei trust internazionali, dei grandi speculatori di borsa e dei fabbricanti di armi. Costoro sono i patrioti del loro portafoglio”.
Ecco che Craxi e Togliatti, pur nella loro diversità ideologica, rappresentarono ad ogni modo una sintesi degli ideali della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864, non ancora inquinata dalle dispute fra le sue correnti interne fra marxisti, socialisti, anarchici, mazziniani.
La Prima Internazionale fu, con l'esperienza della Comune di Parigi del 1871 (il cui simbolo fu il garofano rosso) e la Rivoluzione bolscevica del 1917, l'antitesi rispetto alla borghese e liberal-progressista Rivoluzione Francese del 1789, che tagliò la testa ai nobili, senza modificare alcun rapporto di classe, escludendo del tutto il Quarto Stato e instaurando un regime borghese, ove le diseguaglianze non saranno affatto sanate.
E' merito del filosofo francese contemporaneo Jean-Claude Michéa, con il suo “I misteri della sinistra” ed altri successivi saggi, l'aver individuato la differenza abissale fra socialismo originario e sinistra. Il primo è il rappresentante del Quarto Stato, la seconda della borghesia. Il primo è comunitario e preferisce conservare i valori, fra cui quello della propria patria di origine, delle proprie tradizioni popolari, del posto di lavoro fisso e della monogamia; la seconda preferisce disgregarli, in nome del danaro e della “libertà” di produrre all'infinito, di consumare, di godere illimitatamente.
Il socialismo si rifà insegnamenti di Marx, Engels, Bakunin, Proudhon, Mazzini, Garibaldi, Pierre Leroux, i quali – come rileva Michéa - mai si definirono di sinistra, ma sempre si batterono contro l'oligarchia monarchico-aristocratica (la destra) e contro la borghesia capitalista (la sinistra).
Oggi, in Europa, è molto facile notare come il socialismo sia del tutto pressoché scomparso. Pressoché nessun partito maggioritario si rifà a quel tipo di ideali (in parte solo Jean-Luc Mélenchon in Francia e Jeremy Corbyn in Gran Bretagna).
In molti, anche quelli che a parole si dicono “socialisti” e fanno riferimento al cosiddetto Partito “Socialista” Europeo, sono stati i primi, dagli Anni '90 in poi, ad aver abbracciato il capitalismo assoluto: promuovendo leggi di deregolamentazione del lavoro (Loi Travail, Jobs Act); promuovendo le liberalizzazioni; attuando privatizzazioni selvagge; appoggiando guerre di sedicente esportazione della sedicente “democrazia” (Jugoslavia e via discorrendo) e imponendo sanzioni a Paesi sovrani socialisti (vedi oggi il Venezuela).
Costoro, infatti, lungi dall'essere socialisti, appartengono alla sinistra. Borghese, liberal, progressista, ovvero al campo di quello che potrebbe essere definito il “liberal-capitalismo”.
In questo senso non si differenziano affatto da coloro ai quali vorrebbero contrapporsi, ovvero i “liberal-capitalisti” di destra: i vari Bolsonaro, Salvini, Putin o Macron (quest'ultimo una fusione fra liberal-capitalismo di sinistra e di destra). I programmi, in termini economico-sociali, sono infatti i medesimi e a tutto sostegno delle classi medio alte.
Questo, almeno, quanto accade in Europa e negli USA, ove nemmeno Bernie Sanders, che pur presenta un programma in discontinuità rispetto ai “liberal” del Partito Democratico USA, non può essere definito pienamente un socialista, ovvero un oppositore del sistema del capitale, del danaro e del profitto.
Solo in alcune realtà non allineate, come ad esempio la Cuba di Guevara e Castro, la Libia di Gheddafi, l'Egitto di Nasser, la Jugoslavia di Tito, l'Argentina di Peron, il Burina Faso di Sankara, il Sudafrica di Mandela e il Nicaragua sandinista di Ortega, abbiamo assistito all'avvento al potere del socialismo originario, con caratteristiche che univano aspetti autogestionari e di democrazia diretta anche in campo economico. Così come peraltro fu nella libertaria Reggenza del Carnaro di D'Annunzio e De Ambriis negli Anni '20 e nell'Unione Sovietica di Lenin.
Negli ultimo decenni, solo in America Latina, da Hugo Chavez in poi, abbiamo assistito ad una rinascita di tali ideali. Chavez ha saputo recuperare gli ideali emancipatori di Bolivar e quelli di Garibaldi, fondendoli con il socialismo marxista, cristiano, libertario. E tale vento di emancipazione soffiò finanche in Brasile, con Lula, in Argentina, con i Kirchner, il Uruguay con Mujica e in Bolivia con Morales. Dottrine e realtà diverse, ma simili. Che hanno posto al centro l'essere umano e – pur nella diversità dettata dalle diverse realtà economiche, sociali, di cultura e tradizione – hanno saputo riprendere in mano ideali antichi, attualizzandoli, facendo rivivere il meglio del socialismo della Prima Internazionale.
Non diverso è il percorso compiuto dai movimenti panafricani in Africa. Grazie al socialismo arabo di Nasser e Gheddafi, che hanno tenuto a freno il fondamentalismo religioso e nazionalizzato le risorse, a beneficio della collettività; grazie alle lotte di emancipazione di Thomas Sankara; di Nelson Mandela e di molti altri politici e intellettuali di ispirazione socialista o marxista.
Non a caso tutti invisi dai Paesi colonialisti e neocolonialisti d'Europa e Nordamerica e, come tali, combattuti e spesso drammaticamente uccisi. Ma difesi dall'allora Unione Sovietica, sino a che ha resistito all'avvento del globalismo e che ha portato successivamente al potere gli oligarchi.
Da tempo, con Putin, gli oligarchi sono tenuti a freno, ma di certo la Russia moderna è pur sempre nelle mani del liberal-capitalismo, “grazie”, si fa per dire, alle privatizzazioni selvagge e all'innalzamento dell'età pensionabile volute da Putin, ma combattute da quello che – in Eurasia – rimane il più grande Partito Comunista, ovvero il KPFR di Zjuganov. Quello Zjuganov che, tentando di resistere all'avvento dell'oligarchia, ha costituito – negli Anni '90 - un fronte nazionalpatriottico contro Eltsin, recuperando gli ideali nazionalbolscevichi di Niekisch, Mario Bergamo e Thiriart, così come hanno fatto il filosofo Aleksandr Dugin e lo scrittore Eduard Limonov, con il loro Partito NazionalBolscevico, aggregando i giovani sbandanti e post-punk delle periferie post-sovietiche.
Profeti del socialismo originario, in Occidente, furono Pier Paolo Pasolini, Michel Clouscard e Christopher Lasch. I primi due furono militanti comunisti, Lasch fu un intellettuale statunitense, di orientamento socialista conservatore.
Tutti costoro, ad ogni modo, denunciarono nel corso degli Anni '70 – in particolare – l'avvento della società dei consumi. Quella società dei consumi che si sarebbe imposta dagli Anni '90 in poi, che avrebbe imposto la globalizzazione denunciata dallo stesso Craxi. Quella società che ha ormai preso il posto di qualsiasi altro valore della nostra epoca. Che distrugge l'ambiente, che diffonde precarietà (lavorativa, sociale, sentimentale), che distrugge le culture e le identità (imponendo alle persone di emigrare, per trovare spesso un lavoro sottopagato o non pagato).
Quella società sdoganata dalla sinistra, che non è altro che l'altra faccia della destra.
Dove continueremo ad andare a finire, senza più il socialismo ?

Luca Bagatin




mercoledì 1 maggio 2019

Lunga vita al Primo Maggio !

"Compagne, compagni: Ancora una volta sono nella lotta, di nuovo sono con voi, come ieri, oggi e domani. Sono con te per essere un arcobaleno di amore tra la gente e Perón; Sono con voi per essere quel ponte di amore e felicità che ho sempre cercato di essere tra voi e il capo degli operai"

(Evita Peron, 1 maggio 1952. Suo ultimo discorso)

 

Senza il socialismo è il mercato che governa i popoli. Articolo di Luca Bagatin

http://amoreeliberta.blogspot.com/2019/04/senza-il-socialismo-e-il-mercato-che.html