
E fu così che il Canada,
minacciato da tempo dagli USA, decise di avviare una partnership con
la molto più affidabile e cooperativa Repubblica Popolare Cinese.
Il Primo Ministro
canadese, il liberale Mark Carney, nella sua visita ufficiale in
Cina, dal 13 al 17 gennaio, ha deciso di invertire la rotta rispetto
al suo predecessore, Justin Trudeau, molto più succube del regime
statunitense.
Regime che ha già
minacciato il Canada di annessione e di sottoporlo a dazi punitivi.
Il Canada, dunque, dopo
anni di mancati rapporti con la Repubblica Popolare Cinese, decide,
questa volta, di cambiare rotta.
Carney, liberale
progressista, del resto, eletto nell'aprile dello scorso anno, si è
posto proprio l'obiettivo di liberare il Canada dalle pressioni
statunitensi.
In tal senso, la
Repubblica Popolare Cinese, viene visto quale partner più
affidabile, non ideologico, pragmatico e volto alla cooperazione
economica alla pari. Senza mire egemoniche.
Il Presidente cinese Xi
Jinping ha incontrato il Premier Carney il 16 gennaio scorso e questi
aveva già avuto modo di apprezzare l'incontro che avevano avuto lo
scorso ottobre, nella Repubblica di Corea.
Il Presidente Xi ha sottolineato il fatto che,
entrambi i Paesi, dovrebbero rispettarsi a vicenda, pur nell'ambito
delle diversità dei contesti politici nazionali e dei diversi
sistemi politici.
In tal senso ha promosso la partnership fra i due
Paesi, sulla base della ricerca di uno sviluppo condiviso, volto al
mutuo vantaggio, attraverso la reciproca cooperazione, l'apertura e
lo sviluppo di alta qualità.
Il Presidente Xi ha incoraggiato, in particolare,
maggiori scambi e cooperazione in settori quali l'istruzione, la
cultura, il turismo e lo sport e ha sottolineato come un mondo diviso
non può essere in grado di gestire le sfide che l'umanità si trova
ad affrontare.
Il multilateralismo, o, meglio, il “vero
multilateralismo”, come lo ha definito, dunque, secondo il
Presidente Xi, deve essere volto a “costruire una comunità con
un futuro condiviso per l'umanità”.
Il Premier Carney ha osservato come la costruzione
di un nuovo partenariato fra Canada e Cina possa garantire comuni
opportunità.
Egli ha sottolineato come il Canada sostenga la
politica fondata su una sola Cina (ovvero riconosce Taiwan quale
parte della Cina) e intenda rafforzare la cooperazione in ambito
commerciale, economico, energetico a basse emissioni di carbonio,
finanziario, agricolo e della tutela dell'ambiente e come il
multilateralismo sia alla base della sicurezza e della stabilità
globali.
Il 15 gennaio, peraltro, il Premier canadese aveva
incontrato il Premier cinese Li Qiang, il quale a sua volta aveva
incoraggiato la cooperazione e l'amicizia fra i due Paesi, in ogni
settore, da quello economico sino a quello turistico.
Il Premier Mark Carney ha sottolineato come il
Canada sia stato uno dei primi Paesi occidentali a riconoscere la
Repubblica Popolare Cinese e a instaurare, con essa, relazioni
diplomatiche.
Il Canada, dunque, consentirà l'ingresso, nel suo
mercato, di 49.000 veicoli elettrici cinesi con un'aliquota
tariffaria del 6,1%. Ciò dovrebbe generare nuovi investimenti in
joint venture cinesi in Canada, che genereranno nuovi posti di lavoro
per i canadesi e svilupperanno la filiera dei veicoli elettrici in
Canada. Ciò, entro cinque anni, dovrebbe peraltro garantire prezzi
maggiormente accessibili per l'acquisto di veicoli elettrici per i
consumatori canadesi.
Plauso da parte del Premier Carney anche per gli
accordi nel settore agroalimentare, che sbloccheranno circa 3
miliardi di dollari in ordini di esportazione per lavoratori e
aziende canadesi. In tal modo, il Canada – che si è posto
l'obiettivo di aumentare le esportazioni verso la Cina del 50% entro
il 2030 – aumenterà considerevolmente le sue esportazioni.
Ulteriori accordi sono stati siglati nell'ambito
degli scambi culturali, comprendenti supporto a musei, a contenuti
digitali e artistici, incremento dei legami culturali e scambi di
viaggio.
Mentre gli USA minacciano, in sostanza, la Cina crea le condizioni
per partnership e sviluppo di lunga durata.
Due realtà completamente differenti.
Da una parte l'imperialismo predatore statunitense
che, da qualche secolo, vive sulle spalle degli altri (UE compresa,
che, umiliata e sfruttata, ancora non ha una classe dirigente di alto
livello che abbia il coraggio di sganciarsi dal servilismo nei
confronti dei Presidenti USA di turno). E destabilizza da sempre il
mondo e realtà sovrane, in modo ipocrita e spesso razzista.
Dall'altra la Repubblica Popolare Cinese, una
potenza che, sulla base del socialismo pragmatico e adatto ai tempi,
promuove cooperazione, rispetto, mutuo vantaggio, stabilità.
Da dire che è proprio grazie alla Cina se, in
Venezuela, non c'è stato un cambio di governo, dopo l'aggressione
statunitense. L'intervento serio e pragmatico cinese si è, infatti,
fatto sentire, aldilà delle poche cose scritte dalla grande stampa
nostrana, anche perché il Venezuela è partner privilegiato e
strategico della Cina.
E anche qui, il pragmatismo, l'ha fatta da padrone,
rispetto alla sciocca voce grossa di Trump, che, al massimo, può
incassare l'immeritato Nobel per la “Pace” della destrorsa
Machado, che egli stesso sa bene che non è popolare in Venezuela.
In Venezuela, infatti, rimane saldo il governo
socialista, con una Delcy Rodriguez che ha annunciato la creazione di
due fondi sovrani per rafforzare la protezione sociale e le
infrastrutture nazionali. Spiegando come i proventi derivanti dal
commercio degli idrocarburi saranno destinati alle necessità della
popolazione.
E la Presidente ha sottolineato anche l'opera di
nazionalizzazione del petrolio, portata avanti dal Presidente Hugo
Chavez e che, sotto la guida del Presidente Nicolas Maduro (ancora sequestrato illegalmente negli USA, assieme alla moglie, Cilia Flores), il
Venezuela ha raggiunto ben diciannove trimestri consecutivi di
crescita economica, con una produzione di petrolio, nel 2025, pari a
1.200.000 barili al giorno.
Il socialismo pratico, pragmatico, rettamente
inteso, non ideologico, che non piace all'imperialismo predatore, è
l'unica strada verso la costruzione di una comunità organizzata, che
viene posta al primo posto dell'agenda politica.
In UE lo capiranno? Forse un giorno, chissà. Già
sarebbe tanto se capissero, come ha fatto il Canada, che forse
sarebbe il caso di iniziare a crescere e a ritrovare un minimo di
dignità.
Come sempre, a parlare saranno i dati e i fatti. Le
parole, come sempre, serviranno a poco e, ancor meno, le sciocche e
opposte tifoserie.
Luca Bagatin
www.amoreeliberta.blogspot.it