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giovedì 22 ottobre 2026

Jeffrey Sachs e Dario Rivolta, due testimoni e analisti del nostro tempo per un'Europa autonoma e orientata alla pace. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 14 ottobre 2026, al Parlamento europeo, l'importante economista statunitense Jeffrey Sachs, presentato dal deputato indipendente cipriota Fidias Panayiotou e dal deputato del Movimento Cinque Stelle Danilo Della Valle, ha tenuto un discorso di estrema profondità, pragmatismo e attualità.

Un discorso che Sachs ha intitolato, significativamente, “Come fare la pace in un mondo folle” e che si può leggere integralmente anche sul suo sito ufficiale a questo link: https://www.jeffsachs.org/recorded-lectures/sfyp6ea3p6sb4996yhxha755ar4m5l.

Non posso, dunque, che riassumerne qui i punti salienti, perché meritano tutti attenta lettura e riflessione.

Sachs ha esordito facendo presente che, in quest'epoca “strana”, nella quale gli USA e l'Europa sono “in una profonda crisi politica”, “può succedere di tutto”.

Egli ha fatto presente che “La retorica bellica che ha travolto l'Europa è scioccante ed estremamente pericolosa” e “a questo si aggiunge una politica americana completamente fallimentare, in un Paese che dovrebbe essere un vostro alleato”.

Riferendosi a Trump, peraltro, ha sottolineato che “non abbiamo mai avuto un Presidente peggiore nella nostra storia, nessuno più incompetente, instabile, stupido e pericoloso dal punto di vista del carattere. È una figura patologica, oltre a tutti i suoi altri limiti”.

Sachs ha poi spiegato come, oggi, l'Asia sia diventata sempre più centrale, nella geopolitica ed economia globale.

In merito alla Repubblica Popolare Cinese e all'India, in particolare, ha affermato, fra le altre cose, che “Ho lavorato in Cina per oltre 40 anni e in India, a intermittenza, per più di 40 anni. Per me, assistere alla fine della povertà e all'affermarsi dello sviluppo economico è una grande storia di successo. Posso affermare con certezza, per esperienza diretta, che il popolo cinese ha lavorato senza sosta per 40 anni per raggiungere questo obiettivo”.

Si è detto scandalizzato del fatto che gli USA vedano questo come un aspetto negativo e che vorrebbero una guerra con la Cina.

“Perché?”, si è chiesto l'economista statunitense. “Perché la Cina è cresciuta ancora una volta. Anzi, ha avuto l'incredibile sfrontatezza di avere un'economia più grande di quella degli Stati Uniti. Riuscite a immaginarlo? Questa è l'insolenza della Cina. Certo, hanno quattro volte più abitanti, quindi l'unico modo in cui avrebbero potuto avere un'economia più piccola sarebbe stato quello di rimanere a meno di un quarto del nostro reddito pro capite. Hanno deciso di non farlo. Hanno deciso di voler vivere una vita normale. E guarda un po', se moltiplichiamo una vita normale per 1,4 miliardi di persone e la confrontiamo con gli Stati Uniti e i loro 340 milioni di abitanti, la Cina risulta essere più grande in termini assoluti”.

La crescita economica cinese viene spesso percepita, negli ambienti strategici statunitensi, come una sfida alla tradizionale posizione di preminenza americana. Sachs interpreta dunque tale dinamica come uno dei fattori alla base delle tensioni fra Washington e Pechino.

Egli ha poi aggiunto che gli USA considerano negativamente anche la Russia e, ironicamente, ha affermato che – per gli USA - “il crimine più grande della Russia è quello di avere 17 milioni di chilometri quadrati”. “Perché lo dico?”, si è chiesto Sachs, “Perché con 17 milioni di chilometri quadrati, la Russia è diventata nemica dell'Impero britannico già nel 1840, ed è diventata nemica degli Stati Uniti d'America quando gli Stati Uniti hanno preso il posto dell'Impero britannico nel 1945. Non importa cosa facciano la Russia o l'Unione Sovietica, rimangono sempre un nemico. E se ci si comporta in questo modo abbastanza a lungo, si finisce con la guerra in Ucraina”.

Sachs ha altresì affermato che “Quello che ho appena detto mi rende un apologeta di Putin, un vile portavoce della propaganda russa e ogni altro insulto che potrebbe essermi affibbiato. Ma lavoro lì in prima persona da 37 anni. Non sono l'apologeta di nessuno. Tra l'altro, non sono mai stato stipendiato da nessuno, nel caso qualcuno sentisse mai qualcosa di contrario. Ho adottato questa politica 40 anni fa, quando ho iniziato a fornire consulenza alla Bolivia e qualcuno mi ha attaccato politicamente per essere un consulente esterno. Ho deciso in quel preciso istante che non avrei mai accettato un centesimo da un governo e ho fornito consulenza a decine di governi senza altro che il mio stipendio accademico. Quindi, per essere assolutamente chiari, nulla di ciò che sto dicendo è dovuto al fatto che io sia un consulente o un dipendente retribuito di qualcuno. Non lo sono mai stato e non ho nemmeno bisogno di controllare i conti, perché questa è stata la mia politica per tutta la mia carriera”.

Sachs ha poi spiegato che Gorbaciov, di cui fu consigliere del team economico nel 1990, parlò per primo di “patria comune europea”.

Ricordando quegli anni, nei quali fu consigliere anche del governo polacco, nel 1989, Sachs ha affermato che “Avevamo la pace tra le mani per un secolo a venire, se l'avessimo voluta, perché i russi erano piuttosto esausti dopo settant'anni di bolscevismo. Non era certo il sistema economico più efficiente. Volevano uscirne. Volevano pace, cooperazione e amicizia”.

Sachs ricorda poi come in quegli anni propose vari pacchetti economici per risollevare le sorti economiche della Polonia e dell''Unione Sovietica ma... “Quando proposi la stessa cosa per l'Unione Sovietica, fu respinta senza mezzi termini”, ha affermato l'economista.

L'economista statunitense ha poi proseguito illustrando un passaggio fondamentale: “Il grande crimine della Russia è stato quello di essere grande, proprio come il grande crimine della Cina. Ho appena pubblicato un libro in tedesco, uscito ieri, sulla russofobia in Europa. Nel primo capitolo racconto uno splendido studio dello storico John Howes Gleason, pubblicato nel 1950, intitolato " La genesi della russofobia in Gran Bretagna" . Gleason pose una domanda toccante, di assoluta attualità. Gran Bretagna e Russia erano alleate nella Sesta Coalizione che sconfisse Napoleone nel 1813 e nel 1814. Circa venticinque anni dopo, erano nemiche. Cosa accadde? Perché gli inglesi arrivarono a odiare i russi? Così studiò gli atti parlamentari (Hansard) e ogni altro documento pubblicato. Lesse tutto ciò che fu detto alla Camera dei Comuni e ogni discorso. La sua conclusione in questo splendido libro è che la Russia non fece nulla. La Gran Bretagna si convinse semplicemente che la Russia fosse così grande da rappresentare una minaccia per l'India, per l'Impero britannico in India, e che avrebbe invaso l'India attraverso il Passo Khyber. Quello fu il Grande Gioco, qualcosa che, tra l'altro, non balenò mai nella mente dello Zar. Ma la Gran Bretagna si lasciò trasportare dall'entusiasmo, e nel 1840 la Russia era diventata il nemico. Nel 1854 la Gran Bretagna entrò in guerra in Crimea, con Palmerston, l'imperialista per eccellenza, come principale sostenitore del conflitto e, dal 1855, come Primo Ministro. Perché? È una lunga storia, ma in sostanza l'obiettivo era quello di schiacciare la Russia nel Mar Nero. Nel 1853 la Russia aveva accettato la Nota di Vienna, una soluzione diplomatica alla crisi di Valacchia e Moldavia, e non c'era motivo di entrare in guerra. Eppure la Gran Bretagna insistette, e Palmerston disse: "Andiamo avanti verso Sebastopoli". Il motivo era che voleva ridurre la Russia a un'entità insignificante, in modo che non potesse più minacciare l'Impero britannico. Questo, tra l'altro, si chiama valori occidentali. Seguì una sanguinosa guerra di tre anni, la guerra di Crimea”.

Tornando al presente, Jeffrey Sachs ha spiegato che “Questa non è la guerra di Putin. Questa è la nostra guerra, signore e signori. È nata in un modo leggermente diverso, ma molto simile. I nostri strateghi negli anni '90 si sono convinti che gli Stati Uniti fossero la principale potenza mondiale. Scegliete voi l'espressione: siamo l'unica superpotenza mondiale; siamo la nazione indispensabile; siamo, come disse una delle mie segretarie di Stato meno preferite, Madeleine Albright, il paese che vede più lontano di ogni altro. Cercate cosa dice l'America di se stessa. Tutto ciò a cui gli strateghi americani riuscivano a pensare era: quali sono le nostre minacce? Beh, in realtà nessuna. Siamo così potenti che nessuno può affrontarci. L'unica che riusciamo a vedere è la Russia. La Russia è grande, quindi dobbiamo solo assicurarci che rimanga una potenza di terzo livello, o che si disintegri, come voleva Brzezinski”.

Egli ha poi aggiunto come, nel gennaio e febbraio 1990 “si decise di circondare la Russia con la NATO e con i sistemi missilistici Aegis. (…) Nel 1994 Clinton aveva deciso che la NATO si sarebbe espansa. Persino il suo Segretario alla Difesa, William Perry, un vero gentiluomo, pensò di dimettersi perché considerava questa decisione terribile. Il nostro statista di spicco, George Kennan, scrisse nel 1997 che l'espansione della NATO sarebbe stato l'errore più fatale della politica americana in tutta l'era post-Guerra Fredda. Kissinger, che non era certo un uomo affabile, partecipò a un dibattito nel 1994 che dovreste assolutamente guardare, perché vi aiuterà a comprendere meglio la guerra. Discusse con Jack Matlock, il nostro ambasciatore in Unione Sovietica negli ultimi anni del conflitto. Un tempo, nei media americani, si parlava davvero di informazione; si poteva assistere a un dibattito serio, di mezz'ora, su una questione importante. Oggi non abbiamo più niente del genere. Nel 1994 Robert MacNeil intervistò Kissinger e Matlock sull'allargamento della NATO. MacNeil chiese a Matlock se la NATO dovesse espandersi, e Matlock rispose di no: stavamo costruendo relazioni migliori con la Russia, non c'era alcun rischio e non c'era motivo di provocare nulla. Poi si rivolge a Kissinger: "Signor Kissinger, la NATO dovrebbe allargarsi?" "Sì, la NATO dovrebbe allargarsi." "Perché? La Russia è una minaccia?" "No, no, la Russia non è una minaccia." "Beh, questi paesi che chiedono l'adesione alla NATO sono in pericolo?" "No, non sono affatto in pericolo." "Beh, signor Kissinger, questo non inimicherà la Russia?" "Sì, lo farà." "Allora perché, signor Kissinger, la NATO dovrebbe allargarsi, se inimicherebbe la Russia?" E Kissinger risponde: se non si può inimicarsi la Russia quando è debole, cosa si farà quando è forte? Questa è la logica”.

Sachs ha poi elencato i numerosi passaggi relativi all'allargamento ad Est della NATO, sostenuti da tutti i Presidenti statunitensi che si sono succeduti.

Egli si è poi soffermato a spiegare che “Nel 2008 si tenne il vertice NATO di Bucarest e il primo giorno Bush affermò la necessità di impegnarsi per l'allargamento della NATO a Ucraina e Georgia. La cancelliera Merkel replicò: "George, non credo sia una buona idea. È una linea rossa per la Russia. Non è affatto sicuro". "Angela, Angela, dai. Dobbiamo trovare un accordo. Siamo l'alleanza occidentale. Non trattenerti". Esercitarono pressione e il secondo giorno raggiunsero un compromesso. Annunciarono l'allargamento della NATO a Ucraina e Georgia, ma senza fissare una data. Leggendo le memorie della Merkel, pubblicate nel 2024, si evince che in Russia questo annuncio sarebbe stato percepito come una vera e propria dichiarazione di guerra”.

Relativamente a ciò, Sachs ha affermato che, arrivati a questo punto, “L'Europa avrebbe dovuto alzarsi e dire: questa è una sciocchezza, questa è una provocazione, questa è completamente inutile. L'Europa avrebbe dovuto fermarla di colpo. Invece la Merkel ha ceduto, i francesi hanno ceduto, e quella è stata l'ultima volta che abbiamo sentito parlare di politica estera europea”.

Ironicamente, l'economista statunitense ha aggiunto che, da allora, nessuno nell'UE ha più protestato contro gli USA, salvo per dire “"Per favore, papà, non invadere la Groenlandia. Ti daremo tutte le basi che vuoi. Puoi fare quello che vuoi. Puoi avere tutti i minerali. Basta che non invadi". E in secondo luogo: "Per favore, non concludere l'accordo sul diesel", l'accordo di Trump con Putin per revocare le sanzioni sulle esportazioni di diesel russo”

In merito a Trump, Sachs ha affermato che “è la persona più idiota e incompetente che abbia mai ricoperto la presidenza, semplicemente perché non riesce a sostenere un'idea coerente per un giorno intero”.

Il problema, ad ogni modo, è che l'UE non ha fatto nulla, in tutti questi anni, per arginare le politiche sconsiderate di Washington, ha affermato Sachs.

Egli ha poi spiegato quanto accaduto in Ucraina a partire dal 2014. Ha spiegato come l'allora Presidente Yanukovych “Sostenne che l'Ucraina dovesse rimanere neutrale, e aveva ragione, e l'opinione pubblica ucraina, con una maggioranza schiacciante (circa il 60% contro il 20%), si oppose all'ingresso della NATO nel Paese. Gli Stati Uniti dissero che dovevamo sbarazzarci di quest'uomo. Potete chiamarla Rivoluzione della Dignità di Maidan, se volete. Io la chiamo colpo di stato. Potreste chiamarla operazione di cambio di regime, o rivoluzione colorata; usate il nome che preferite. Ma la mia collega Victoria Nuland distribuì biscotti a Maidan, e gli Stati Uniti avevano speso circa 5 miliardi di dollari per contribuire a realizzarla. Dovevamo sbarazzarci di lui, perché l'allargamento della NATO ha bisogno di Paesi che chiedano l'alleanza occidentale, non di Paesi che chiedono la neutralità”.

Ed ha aggiunto che “Si arriva quindi a un colpo di stato, e naturalmente tutto il resto ne consegue. La Russia interviene in Crimea e nel Donbass. Certo che interviene; sa cosa l'aspetta. E propone, nel febbraio successivo, qualcosa che in realtà non era male, ovvero gli accordi di Minsk. Gli accordi di Minsk sono molto interessanti, perché non si trattava di una rivendicazione territoriale russa. Non era il presidente Putin che si atteggiava a Pietro il Grande per ricostruire l'Impero russo, né nessuna delle altre assurde propaganda che si sentono a Bruxelles, a Berlino, a Washington e soprattutto a Londra. Non era niente del genere. Diceva: concedete l'autonomia alla regione a maggioranza russa. E sapete da dove è nata l'idea, in larga parte? È nata a Bolzano, in Alto Adige, perché la Merkel conosceva l'esperienza della minoranza germanofona in Alto Adige, che aveva avuto un grande successo ed era molto prospera. Abbiamo parlato con il sindaco di Bolzano, che ci ha detto che la Merkel veniva spesso e pensava che sarebbe stato un ottimo modello per Minsk II. E lo sarebbe stato, se non fosse che gli Stati Uniti hanno detto di no: l'Ucraina è uno stato unitario. Questo nonostante l'accordo di Minsk II fosse stato firmato e poi approvato all'unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti e l'Ucraina hanno rifiutato, e l'Europa si è allineata. C'è stato il processo di Normandia, ricorderete, in cui Germania e Francia avrebbero dovuto essere garanti dell'accordo di Minsk II, e sono rimaste completamente in silenzio. La stessa Merkel ha poi affermato che si trattava solo di una fase transitoria e non di un vero accordo. Non credo, tra l'altro, che intendesse questo all'inizio. È una persona migliore di così. Ma questo è ciò che le è stato detto di dire a posteriori, e questo è ciò che è successo. Così l'accordo di Minsk II è scomparso”.

Jeffrey Sachs ha sottolineato, dunque, che la guerra in Ucraina si sarebbe assolutamente potuta evitare, anche perché “Nel dicembre 2021 il presidente Putin ha presentato delle bozze di accordi con la NATO e con gli Stati Uniti in materia di sicurezza. Il punto centrale era il divieto di un ulteriore allargamento della NATO. C'erano anche altre rivendicazioni che, a mio avviso, la NATO non avrebbe mai dovuto accettare, né avrebbe mai potuto accettare, ma il fulcro era: fermare l'allargamento della NATO. Così ho chiamato la Casa Bianca, la Casa Bianca di Biden. Pensavo che fossero miei amici. Ho parlato con Jake Sullivan, il consigliere per la sicurezza nazionale, e gli ho detto: "Jake, accetta l'accordo. Prendi la via d'uscita. Evita una guerra". Lui ha risposto: "No, Jeffrey. La NATO ha una politica di porte aperte. Non possiamo dichiarare che la NATO non si allargherà". Ho replicato: "Jake, stai scherzando? Davvero? Il Messico ha una politica di porte aperte per ospitare una base cinese? Il Canada ha una politica di porte aperte per ospitare una base russa a Windsor? Cos'è questa porta aperta?". Lui ha risposto: "Oh, Jeffrey, non preoccuparti. La NATO non si allargherà all'Ucraina". Ho detto: "Jake, è davvero interessante. Perché non lo dici pubblicamente?" "Oh, no, non possiamo dirlo pubblicamente, Jeffrey. Abbiamo una politica di porte aperte." Allora ho detto: "Jake, state per scatenare una guerra per qualcosa che non accadrà nemmeno." E lui ha risposto: "Jeff, non preoccuparti. Non ci sarà nessuna guerra." Click.”

Jeffrey Sachs ha dunque aggiunto che non c'è alcun motivo di una guerra, né contro la Russia, né contro la Cina, né contro l'Iran o altri Paesi. E, relativamente alla situazione a Gaza, ha affermato che “Gli Stati Uniti e Israele sono complici di un genocidio, perché gli Stati Uniti pongono il veto allo Stato di Palestina. Questo è tutto, e ha una sua storia. Il partito di Netanyahu afferma dal 1977 che tutto il territorio dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo sarà sotto la sovranità israeliana. Quindi lo slogan che sta causando l'arresto dei miei studenti, "dal fiume al mare", è lo slogan di Netanyahu, tra l'altro. È lo slogan del Likud, non quello palestinese”.

Relativamente all'UE, Sachs ha affermato di non comprendere né amare l'attuale leadership che la guida.

Ha sottolineato, in merito, che “L'Europa un tempo aveva una voce, pur nella sua dipendenza dagli Stati Uniti. C'erano leader che facevano la differenza: Willy Brandt, Helmut Schmidt, Helmut Kohl, Gerhard Schröder e, direi, Angela Merkel fino al primo giorno del vertice NATO di Bucarest. E Mitterrand; potrei continuare all'infinito. Erano persone reali. Pensavano, discutevano, dibattevano e difendevano i valori europei del dopoguerra. Non sono sempre stati i valori dell'Europa, ma erano i valori appresi e promossi dopo la Seconda Guerra Mondiale, attingendo al meglio della civiltà occidentale, aggiungerei. Quindi erano valori occidentali, semplicemente non quelli che erano sempre stati applicati. Erano persone straordinarie che si sono espresse apertamente, che si sono opposte alla guerra in Iraq, che hanno difeso l'Ostpolitik, che hanno sconsigliato questo o quello, che volevano l'Atto finale di Helsinki, l'OSCE e la sicurezza indivisibile”.

Ed ha auspicato un ritorno a quel tipo di leadership che probabilmente è anche nel desiderio fra i cittadini europei e il fatto che molti giovani stiano scendendo in piazza, in particolare in Francia, contro il governo Macron, lo sta a dimostrare.

Relativamente alla leadership tedesca ha affermato che “Merz dev'essere il cancelliere meno efficace e meno apprezzato della storia moderna tedesca, perché è un guerrafondaio. Perché lo sia, non lo capisco. Avrebbe dovuto prendere il telefono, chiamare il suo omologo a Mosca e dire: "Presidente Putin, è ora di parlare". Avrebbe dovuto fare la prima cosa il suo primo giorno di mandato. Forse sarebbe stato deludente, ma ci avrebbe provato. Non ci ha mai provato”.

Relativamente alla crisi ucraina e alle prese di posizione della leadership dell'UE, l'economista statunitense ha sottolineato che “L'Europa non sta difendendo l'Ucraina. L'Europa sta uccidendo l'Ucraina. Moriranno moltissime persone; non ci sarà acqua potabile. La Russia sta combattendo la guerra per vincere ora perché ogni giorno l'Europa dice di combattere anche lei la guerra per vincere. Questo tipo di retorica è pura follia nell'era nucleare, e follia viste le poste in gioco”.

Ed ha spiegato che “non si tratta di un cessate il fuoco. Si tratta di un politico europeo che si alza e dice: "Signor Putin, la NATO non si allargherà all'Ucraina o alla Georgia. Ora fermiamo la guerra". Questo è il punto, e la guerra finirà su questa base. Ci saranno disaccordi sui confini, perché non avremo una soluzione giuridica. Avremo una linea di armistizio e una linea di controllo amministrativo, come in molti altri luoghi del mondo, e questo potrebbe durare anni o addirittura decenni. Ma i combattimenti finiranno, la follia finirà e la marcia verso la guerra nucleare si fermerà. Questo non richiede di ripetere ogni giorno che dobbiamo avere un cessate il fuoco, ma piuttosto che dobbiamo avere la pace e una sicurezza indivisibile. E questo è facile da realizzare, perché la ragione di questa guerra è assolutamente chiara”

Il discorso di Jeffrey Sachs – al quale peraltro sono seguite svariate domande con risposte altrettanto interessanti e che si possono leggere al link sul suo sito personale e che ho riportato - è stato lucido, come solo il discorso di un esperto in materia, che ha affrontato in prima persona gli ultimi trent'anni della politica dell'Est europeo, potrebbe essere.

Un discorso di buonsenso, di logica, che stupisce non sia compreso dai vertici UE, che, o sono davvero molto sciocchi, oppure - potrebbe venire il sospetto - sembrano lavorare più per la disgregazione e la distruzione dell'UE e dell'Europa, che per un suo rafforzamento e per una politica estera, economica e sociale, comune e indipendente.

L'ho scritto tantissime volte e condivido, una volta di più, le posizioni dell'On. Dario Rivolta, già responsabile della politica estera di Forza Italia ai tempi di Silvio Berlusconi e che ho recentemente intervistato (https://amoreeliberta.blogspot.com/2026/08/dario-rivolta-serve-una-vera-europa.html). Egli, nell'intervista, ha riassunto molti dei concetti espressi da Sachs nel suo intervento, peraltro.

In particolare sono tre i passaggi dell'intervista che vorrei qui riportare, per meglio ricollegarli ai concetti espressi da Sachs e all'attualità geopolitica di questi giorni:

Luca Bagatin: Come si immagina il futuro del conflitto russo-ucraino?

Dario Rivolta: Non sono preveggente ma tutto mi porterebbe a pensare che, qualora Trump riuscisse a superare gli ostacoli che i vari elementi del deep-State gli frappongono, chiuderà un accordo con Mosca imponendo le dimissioni di Zelensky, il controllo russo sul Donbass e la garanzia che l’Ucraina non entrerà mai nella NATO. È evidente che, qualora le cose andassero così, tale intesa sarà fatta sulle teste di noi europei e dobbiamo solo sperare che il risultato non sia che dovremo prenderci ciò che resta dell’Ucraina dentro l’Unione Europea. È il quadro peggiore per noi e capisco il perché a Bruxelles si cerchi di scongiurare l’intesa a due fingendo di voler davvero finanziare e nutrire la guerra “sino all’ultimo ucraino”. Nessuno crede davvero che la Russia possa essere sconfitta, ma Bruxelles sta cercando in questo modo di ritagliarsi un posto al tavolo della pace.

Luca Bagatin: E il futuro dell'UE? Ci potrebbe essere un rinnovato dialogo con la Russia?

Dario Rivolta: Ovviamente me lo auguro perché la Russia è un Paese culturalmente europeo ed economicamente converrebbe sia a noi che a loro. Tuttavia, il fatto che alla Commissione ci sia una Presidente molto moralmente discutibile, una responsabile dei rapporti internazionali che nessuno stima per l’intelligenza e uno pseudo- ministro della difesa che, come lei, proviene da Paesi totalmente marginali e noti solo per la loro russofobia non lascia sperare che i russi accettino alcuna trattativa con costoro. Purtroppo, se anche diventerà possibile, temo che non avvenga in un futuro molto vicino. Dal punto di vista politico molto dipenderà da chi saranno i politici che guideranno i Paesi europei nel prossimo futuro. Occorrono persone coraggiose e lungimiranti. Oggi non ne vedo agli alti livelli.

Luca Bagatin: Come mai, a suo avviso, mentre i politici della Prima Repubblica, quali ad esempio Bettino Craxi e Giulio Andreotti, avevano una visione multipolare e multilaterale, volta al dialogo e alla cooperazione con tutti i Paesi, pur mantenendo l'Italia nell'area Atlantica, quelli degli ultimi decenni (in particolare i post-comunisti, la sinistra DC e i post-missini) hanno finito per diventare una sorta di ultrà dell'Atlantismo, peraltro senza una visione pragmatica e lungimirante?

Dario Rivolta: Ricorda che fine hanno fatto Craxi e Andreotti? E Berlusconi? Noi europei siamo di fatto un “protettorato” americano. Distinguersi dai disegni politici di Washington è permesso solo per piccole cose e per breve tempo. Anche Meloni lo ha capito e così si spiegano i suoi comportamenti ben diversi da quelli annunciati ancor prima della campagna elettorale e, parzialmente, durante la stessa. Inoltre non va dimenticato che, Trump permettendo, gli USA sono il nostro secondo mercato di esportazione, subito dopo l’Unione Europea.

Penso che non ci sia null'altro da aggiungere, perché parlano, ancora una volta, i fatti. E i fatti parleranno ancora.

Luca Bagatin

https://amoreeliberta.blogspot.com

lunedì 12 ottobre 2026

Le proteste in Europa, la crisi della rappresentanza e le responsabilità delle élite: perché non condivido Cisnetto. Articolo di Luca Bagatin

Debbo dire che l'articolo di Enrico Cisnetto su Pensalibero.it del 12 ottobre 2026 dal titolo “Spagna e Francia in piazza, l'Italia bipopulista: Europa a rischio sfascio...” (https://www.pensalibero.it/spagna-e-francia-in-piazza-litalia-bipopulista-europa-a-rischio-sfascio/) mi ha trovato non concorde praticamente su nulla.

O, meglio, ho trovato per nulla condivisibili le analisi poste nell'articolo.

Articolo che sembra innanzitutto non cogliere lo spirito dei popoli europei, spagnolo e francese in particolare, in questo momento storico, maturato attraverso dinamiche e processi che vengono da lontano.

Spirito che si contrappone all'ingiustizia sociale, alla mancanza di sovranità popolare e indipendenza economica.

In Spagna, le proteste sono alimentate soprattutto dalla crisi abitativa, dall'aumento degli affitti e dagli sfratti. Il governo socialista di Pedro Sánchez ha tentato di contrastare il fenomeno con misure che, tuttavia, hanno incontrato forti ostacoli politici e parlamentari.

In Francia, come qualche anno fa, ai tempi dei Gilet Gialli, si manifesta ancora una volta contro le politiche anti-sociali del governo Macron, in particolare nel settore scolastico e educativo.

Due proteste che hanno un solo comune denominatore: la richiesta di giustizia sociale.

Come risponde e come ha risposto l'UE a tutto questo? Per anni con austerità e tagli nel comparto pubblico, nel welfare, nell'istruzione e nella sanità. Oggi addirittura con un irresponsabile quanto sciocco riarmo contro nemici inesistenti. Oltre che con un continuo invio di armi a una autocrazia corrotta, retta da un comico irresponsabile, che non è parte né dell'UE, né della NATO. Rischiando, ogni giorno, di far scoppiare una guerra contro la Russia.

Tutti aspetti che, ovviamente, Cisnetto, non rileva.

Così come non sembra rilevare il problema del carovita e del caro carburante, aggravati tanto dalla crisi ucraina, quando da quella in Medio Oriente. Crisi in entrambi i casi causate da un Occidente irresponsabile, che ha soffiato sul fuoco anziché, come ha fatto la Repubblica Popolare Cinese, porsi quale baluardo di pragmatismo, dialogo, diplomazia.

Cisnetto punta il dito contro un non meglio precisato “populismo”. Ma, posto che il populismo storico fu un movimento di matrice contadina, con influenze anarchiche e socialiste, nell'800, che attecchì sia in Russia che negli USA, in modi differenti, ma sempre a difesa delle classi popolari, contro le oligarchie economiche e politiche, quello che egli chiama “populismo” è, forse, ancora una volta, la giusta risposta popolare all'irresponsabilità e non democraticità delle élite.

Stupisce, anzi, sentire Cisnetto dare del “massimalista” a Mélenchon che, oltre ad essere un socialista come ormai in UE non ve ne sono quasi più, è percepito persino come anche troppo moderato da buona parte dell'elettorato francese che, spesso non votando (non riconoscendosi in una sinistra molto annacquata e troppo moderata, per quanto, almeno quella di Mélenchon, molto più credibile della pseudo-sinistra italiana), preferisce scendere in piazza.

Sicuramente è vero, come egli scrive, che la Segretaria del PD è inconsistente, ma lo è anche il PD. Perché non rappresenta più le classi popolari da molto tempo.

Il PD rappresenta coloro i quali, come la destra, hanno distrutto negli anni lo Stato sociale, in nome di uno pseudo-europeismo dell'austerità e del riarmo. In nome di un liberal-capitalismo dalla parte dei più ricchi. In nome di decreti che rischiano di censurare ulteriormente la libertà di pensiero e in nome di assurde sanzioni alla Russia e di sostegno acritico ad autocrazie estranee all'UE.

In che cosa si differenzi il PD dal governo Meloni, soprattutto sul terreno delle politiche economiche e internazionali, non mi è ancora chiaro.

Governo Meloni che, peraltro, ha ampiamente fatto l'opposto rispetto a quanto il Presidente Silvio Berlusconi – con senso di responsabilità e lungimiranza - aveva fatto e detto in tutti questi anni, in particolare in politica estera. Una politica, la sua, volta ad unire l'Est e l'Ovest, il Nord e il Sud, probabilmente anche grazie all'insegnamento che gli diede l'ottimo Gianni De Michelis.

In tutto ciò crescono le estreme destre nelle urne? E c'è da stupirsi?

E' normale che crescano i parolai, ma i parolai li avete creati voi. Li hanno creati le oligarchie dell'UE e i governi liberal-capitalisti di cui sopra, che sul fronte della giustizia sociale, della sovranità nazionale, dell'indipendenza economica e dell'ordine pubblico (vedi il pericolosissimo e oserei dire terroristico fenomeno delle baby gang e dei maranza) non hanno fatto nulla. O, peggio, hanno fatto l'esatto opposto di ciò che andrebbe fatto. Come ho già spiegato poco sopra.

In tutto ciò cresce l'astensionismo?

Ovviamente! Io stesso mi astengo da moltissimi anni e continuerò a farlo e orgogliosamente. In particolare in assenza di leggi elettorali democratiche e costituzionalmente accettabili.

Perché, con quelle attuali, fra sbarramenti, premi di maggioranza, capilista bloccati, raccolte firme con una soglia altissima ed impossibile da raggiungere per qualsiasi nuova forza volesse presentarsi, si può dire una sola cosa: le regole democratiche sono inesorabilmente truccate.

Come ricorda il mio carissimo amico ex Senatore socialista Giorgio Pizzol (https://ildomaniditalia.eu/perche-una-legge-proporzionale-elettorale/), la nostra Costituzione prevede un sistema elettorale in cui ciascun elettore debba avere lo stesso identico peso ponderale ed in tal senso i sistemi maggioritari alterano tale parità.

Inoltre essa prevede altresì che tutti i cittadini possano accedere alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza. E, quindi, ogni partito – come sostiene l'amico Pizzol - dovrebbe avere il diritto di essere rappresentato in Parlamento in proporzione esatta ai voti che riesce ad ottenere.

Mi trovo completamente distante dalle analisi di Cisnetto anche quando fa l'elogio di forze che egli definisce “moderate”, “liberali” e “riformiste”.

Oggi, da parte di chi si dice “liberale e riformista” vedo unicamente estremismo e sconsideratezza.

Il 27 agosto scorso feci un'intervista all'On. Dario Rivolta, che non penso necessiti di presentazioni e nella quale – fra le altre cose - spiegò molto bene e senza deformazioni ideologiche le origini del conflitto russo-ucraino e le possibili soluzioni (https://amoreeliberta.blogspot.com/2026/08/dario-rivolta-serve-una-vera-europa.html).

Nell'intervista posi all'On. Rivolta questa domanda: “In gioventù lei fu liberale, legato al pensiero di Piero Gobetti. Oggi sembra che quel liberalismo, gobettiano, ma anche alla Ernesto Rossi, oltre ad essere spesso sconosciuto, si sia trasformato in qualcosa di lontano dal liberalismo classico. Penso a chi oggi si dice liberale, come alcuni noti esponenti politici, che mi appaiono più dei tifosi che dei liberali. Che ne pensa?”

L'On. Rivolta mi rispose in un modo che, da persona cresciuta nella cultura liberalsocialista, ho condiviso al 100%: “Ho sempre ammirato la figura di Piero Gobetti e l’intelligenza di ciò che scriveva. Non sono però un liberale “liberista”. Credo piuttosto ad un liberalismo quale quello di Croce o, per molti aspetti, di Dahrendorf. Mi sento più vicino a Popper che a Von Mises e ho apprezzato la lettura di Socialismo Liberale di Carlo Rosselli. D’altra parte lei ha ragione nel ritenere che alcuni esponenti politici appaiono più “tifosi” che dei veri liberali. Mi domando anche se costoro sappiano davvero cos’è il liberalismo e se abbiano mai letto qualcuno dei testi considerati “classici”.

Penso basti questo per rispondere a Cisnetto su cosa siano o siano diventate le forze che egli esalta.

L'Europa è a rischio sfascio, come dice Cisnetto? Non l'Europa, ma l'UE, semmai.

E' infatti la dirigenza dell'UE, storicamente al servizio dei Presidenti USA di turno, che ha fatto e sta facendo di tutto per sfasciarla.

Quanto ci sia di malafede o incapacità, in merito, chi può dirlo?

Quel che è certo è che l'Europa (Russia compresa, perché anch'essa è parte importante del continente) meriterebbe di essere unita, affratellata, pacifica, cooperante.

Ad oggi siamo in una situazione critica e drammatica e la colpa, a mio avviso, sappiamo bene di chi è.

L'unico a dire le cose come stanno, a mio avviso, nell'UE, è l'ottimo Premier socialista democratico Robert Fico, come ho spessissimo avuto modo di scrivere.

Cisnetto non sarà d'accordo con me, ma, a mio avviso, dovrebbe togliersi le lenti deformate che attualmente sembra indossare. Perché la sua interpretazione dei fatti rischia di trascurare le ragioni profonde del malessere popolare che, in particolare, può comprendere soprattutto chi fa la spesa tutti i giorni, chi ha un lavoro dipendente, chi è pensionato, chi ha un anziano o un disabile in casa da accudire, chi ha dei figli da mandare a scuola.

La politica o, meglio, la democrazia, è un fatto che riguarda, infatti, proprio le persone comuni.

Luca Bagatin

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giovedì 27 agosto 2026

Dario Rivolta: "Serve una vera Europa unita, capace di dialogare con la Russia". Intervista di Luca Bagatin all’On. Dario Rivolta

 

Dario Rivolta, esperto di politica internazionale, saggista e editorialista, fu deputato di Forza Italia dal 1996 al 2008 e, dal 2001 al 2008, fu responsabile della politica estera del partito guidato da Silvio Berlusconi.

Nel 2008 ricoprì il ruolo di Consigliere per l'Iraq dell'allora Vice Ministro con delega al commercio estero Adolfo Urso.

Dopo un'esperienza nel settore esportazioni di alcune aziende italiane e rappresentante in Algeria per il gruppo Finsider, fu chiamato alla Fininvest come capo della segreteria di Silvio Berlusconi. Fu l'artefice del primo sviluppo internazionale del gruppo. Nel 1991 lasciò Berlusconi per fondare con alcuni amici una società di consulenza internazionale.

Verso la metà del 1993 collaborò alla fondazione di Forza Italia. Nel 1980 era stato già attivo in politica per un breve periodo quale Segretario del Movimento Liberale Democratico, un'organizzazione liberale che traeva ispirazione dal pensiero di Piero Gobetti ed era federata con il Partito Radicale dell'epoca.

Pur avendo abbandonato la politica attiva nel 2008, continua ad occuparsi di politica estera attraverso editoriali e conferenze, in Italia e in Europa, ed è stato visiting professor presso l’Università Bicocca a Milano e allo IESEG (Business School of Management) a Parigi e a Lille.

E' autore, insieme a Eric Jozsef, della seconda edizione del libro-intervista “Al fianco di Berlusconi – Da Cavaliere a Presidente” (FAS Editore).

Sono onorato di avere avuto la possibilità di intervistarlo, ponendogli domande di scottante attualità politica internazionale e non solo.

Luca Bagatin: In qualità di analista geopolitico, esperto di relazioni internazionali e commerciali, oltre che da ex parlamentare, lei ha spesso criticato – e non da oggi – le scelte dei dirigenti dell'UE, i quali, seguendo supinamente le direttive di Washington e Londra – in particolare appoggiando il governo ucraino - hanno finito per danneggiare gli interessi dell'UE stessa. Cosa può dirci in merito?

Dario Rivolta: Che l’atteggiamento assunto dalla Commissione e da quasi tutti gli Stati membri costituisca un grande errore politico ed economico mi sembra oramai evidente per tutti. Purtroppo, ora è difficile, se non impossibile, fare marcia indietro, soprattutto perché gli europei, visto il voltafaccia americano sulla questione, si sentono messi in un angolo e temono di diventare oggetto di scambio in un possibile accordo tra Washington e Mosca. Dire oggi che tutti seguirono pedissequamente le scelte politiche degli USA e della Gran Bretagna in merito al confronto con la Russia è vero ma solo parziale. Dentro l’Unione alcuni Stati hanno spinto sin dall’inizio per rompere con la Russia ogni forma di collaborazione e gli altri non hanno saputo o avuto il coraggio di contrapporvisi. Penso alla Polonia, ai Baltici e alla Svezia che già nel 2008 avevano chiesto e ottenuto di dar vita alla Eastern Partnership, una organizzazione ufficialmente creata per occuparsi di visti, di libero scambio economico e più in generale di “partneriato strategico”. Si indirizzava, non a caso, a stati post-sovietici quali Armenia, Azerbaigian, Georgia, Moldavia e Ucraina. Si capì da subito che, in realtà, era un modo “europeo” di “contenere” la Russia. Esattamente ciò che gli americani perseguivano sin dalla caduta dell’Unione Sovietica e che si intensificò quando fu evidente che Putin non aveva alcuna intenzione di trasformare il suo Paese in un protettorato anglo-americano. Già nel 2007, durante la “Conferenza di Monaco sulla politica di sicurezza” Putin avvertì americani ed europei che l’allargamento della NATO già avvenuto era vissuto a Mosca come un atto aggressivo e che un ulteriore allargamento avrebbe costituito una linea rossa superata la quale avrebbe richiesto una reazione russa. Ciò nonostante si sottovalutò quell’avvertimento, contando su una Russia debole che sarebbe stata costretta ad accettare, seppur di malavoglia, il fatto compiuto.

Luca Bagatin: Lei, in particolare, in un suo articolo (https://www.ore12.net/un-passo-nella-storia-da-quando-esiste-lucraina/), ha smentito – con profonde argomentazioni - il dogma dei cosiddetti governi occidentali che ritengono “intangibili in modo assoluto” i confini dell'Ucraina. Può spiegare ai lettori, brevemente, questo aspetto, che ha sia implicazioni storiche che geopolitiche?

Dario Rivolta: Ci sono due aspetti da considerare. Il primo riguarda il cosiddetto “diritto internazionale” che dovrebbe garantire la sovranità interna di ogni Paese e l’intangibilità dei confini. Questo concetto è usato dall’Occidente per condannare l’invasione russa dell’Ucraina, dimenticando però che i primi a violare tale assunto sono stati proprio gli Occidentali. Basterebbe ricordare il bombardamento della NATO contro la Serbia che fu condotto contro l’atteggiamento dell’ONU e dopo una finta negoziazione tenutasi in Francia a Rambouillet. L’allora nostro Ministro degli Esteri Lamberto Dini, che partecipò all’evento, mi disse che a lui fu subito evidente che si trattava di un finto tentativo di affrontare, negoziandolo, il problema della coesistenza di kossovari e serbi nella regione serba del Kossovo. Ciò a cui gli americani puntavano era in realtà ottenere da Milosevic un rifiuto alle condizioni, inaccettabili per ogni Stato sovrano, che gli venivano poste e giustificare così l’intervento bellico. Va inoltre aggiunto che tutta la stampa fu indottrinata per parlare di un “genocidio” in corso contro i kossovari, cosa già smentita dagli osservatori OCSE sul posto e poi definitivamente sconfessata dai medici internazionali inviati in loco a fine guerra per raccogliere possibili prove utili a processare i presunti responsabili. Altri esempi di violazioni da parte dell’Occidente del “diritto internazionale” precedenti all’invasione russa dell’Ucraina sono ciò che è stato fatto in Iraq e in Siria senza l’avallo dell’ONU. Dove stavano lì la “sacralità dei confini” e la non intromissione negli affari interni altrui? E i bombardamenti contro l’Iran? Il secondo aspetto riguarda proprio quanto, con lettura puramente storica, descrivo nell’articolo che lei cita. L’Ucraina come appare sulle carte geografiche fu inventata dai sovietici. Fino a quel momento si trattava di un territorio senza alcuna unica identità nazionale che ospitava popolazioni etnicamente e culturalmente diverse. Fu una politica staliniana quella di creare “repubbliche” composte da genti di varia nazionalità proprio per impedire che nascessero sentimenti nazionalistici comuni. La proibizione dell’uso della lingua russa in un Paese ove la “minoranza” è di almeno il 30% che si dichiara di etnia russa come la si vuol considerare?

Luca Bagatin: Coerentemente con le posizioni sostenute dal suo Presidente, Silvio Berlusconi, ma anche di moltissimi analisti geopolitici, fin dal 2014, lei ha sostenuto che l'allargamento della NATO ad Est e i tentativi di inglobare l'Ucraina nell'orbita occidentale, avrebbero finito per provocare la Russia. Così in effetti è stato. Come mai, secondo lei, moltissimi esponenti sia della politica che del mondo dei grandi media, ignorano o fingono di ignorare questo aspetto?

Dario Rivolta: Il conformismo per pavidità o per opportunismo non è nuovo tra i giornalisti e perfino tra i politici e non c’è da stupirsi. Se qualcuno volesse meglio capire come funziona nel concreto il fenomeno dovrebbe leggere un libro di un importante giornalista tedesco, Udo Ulfkotte: “Giornalisti comprati, Come i politici, i servizi segreti e l’alta finanza dirigono i mass media tedeschi” (ed. Zambon 2020). Il suo resoconto è focalizzato su ciò che accade in Germania ma il meccanismo è lo stesso anche da noi e negli altri Paesi europei. Purtroppo, dopo aver annunciato un secondo libro sull’argomento, quel giornalista è morto in età non certo avanzata.

Luca Bagatin: Come si immagina il futuro del conflitto russo-ucraino?

Dario Rivolta: Non sono preveggente ma tutto mi porterebbe a pensare che, qualora Trump riuscisse a superare gli ostacoli che i vari elementi del deep-State gli frappongono, chiuderà un accordo con Mosca imponendo le dimissioni di Zelensky, il controllo russo sul Donbass e la garanzia che l’Ucraina non entrerà mai nella NATO. È evidente che, qualora le cose andassero così, tale intesa sarà fatta sulle teste di noi europei e dobbiamo solo sperare che il risultato non sia che dovremo prenderci ciò che resta dell’Ucraina dentro l’Unione Europea. È il quadro peggiore per noi e capisco il perché a Bruxelles si cerchi di scongiurare l’intesa a due fingendo di voler davvero finanziare e nutrire la guerra “sino all’ultimo ucraino”. Nessuno crede davvero che la Russia possa essere sconfitta, ma Bruxelles sta cercando in questo modo di ritagliarsi un posto al tavolo della pace.

Luca Bagatin: E il futuro dell'UE? Ci potrebbe essere un rinnovato dialogo con la Russia?

Dario Rivolta: Ovviamente me lo auguro perché la Russia è un Paese culturalmente europeo ed economicamente converrebbe sia a noi che a loro. Tuttavia, il fatto che alla Commissione ci sia una Presidente molto moralmente discutibile, una responsabile dei rapporti internazionali che nessuno stima per l’intelligenza e uno pseudo- ministro della difesa che, come lei, proviene da Paesi totalmente marginali e noti solo per la loro russofobia non lascia sperare che i russi accettino alcuna trattativa con costoro. Purtroppo, se anche diventerà possibile, temo che non avvenga in un futuro molto vicino. Dal punto di vista politico molto dipenderà da chi saranno i politici che guideranno i Paesi europei nel prossimo futuro. Occorrono persone coraggiose e lungimiranti. Oggi non ne vedo agli alti livelli.

Luca Bagatin: Come mai, a suo avviso, mentre i politici della Prima Repubblica, quali ad esempio Bettino Craxi e Giulio Andreotti, avevano una visione multipolare e multilaterale, volta al dialogo e alla cooperazione con tutti i Paesi, pur mantenendo l'Italia nell'area Atlantica, quelli degli ultimi decenni (in particolare i post-comunisti, la sinistra DC e i post-missini) hanno finito per diventare una sorta di ultrà dell'Atlantismo, peraltro senza una visione pragmatica e lungimirante?

Dario Rivolta: Ricorda che fine hanno fatto Craxi e Andreotti? E Berlusconi? Noi europei siamo di fatto un “protettorato” americano. Distinguersi dai disegni politici di Washington è permesso solo per piccole cose e per breve tempo. Anche Meloni lo ha capito e così si spiegano i suoi comportamenti ben diversi da quelli annunciati ancor prima della campagna elettorale e, parzialmente, durante la stessa. Inoltre non va dimenticato che, Trump permettendo, gli USA sono il nostro secondo mercato di esportazione, subito dopo l’Unione Europea.

Luca Bagatin: Rispetto a solo qualche anno fa, per non parlare di qualche decennio fa, oggi il panorama informativo e il dibattito culturale sembra piuttosto votato alla censura e all'omologazione. Non so se lo percepisce tale anche lei. Sembra che oggi su alcuni argomenti, in particolare a livello internazionale, la si debba pensare tutti allo stesso modo e/o secondo un'unica narrazione. Il tifo da stadio, poi, sembra farla da padrone. Che ne pensa in merito?

Dario Rivolta: È esattamente ciò che lei dice. E non solo sui temi di politica internazionale, ma anche su questioni come il cambiamento climatico o il COVID.

Luca Bagatin: In gioventù lei fu liberale, legato al pensiero di Piero Gobetti. Oggi sembra che quel liberalismo, gobettiano, ma anche alla Ernesto Rossi, oltre ad essere spesso sconosciuto, si sia trasformato in qualcosa di lontano dal liberalismo classico. Penso a chi oggi si dice liberale, come alcuni noti esponenti politici, che mi appaiono più dei tifosi che dei liberali. Che ne pensa?

Dario Rivolta: Ho sempre ammirato la figura di Piero Gobetti e l’intelligenza di ciò che scriveva. Non sono però un liberale “liberista”. Credo piuttosto ad un liberalismo quale quello di Croce o, per molti aspetti, di Dahrendorf. Mi sento più vicino a Popper che a Von Mises e ho apprezzato la lettura di Socialismo Liberale di Carlo Rosselli. D’altra parte lei ha ragione nel ritenere che alcuni esponenti politici appaiono più “tifosi” che dei veri liberali. Mi domando anche se costoro sappiano davvero cos’è il liberalismo e se abbiano mai letto qualcuno dei testi considerati “classici”.

Luca Bagatin: Lei fu stretto collaboratore di Silvio Berlusconi fin dai tempi di Fininvest e, anni dopo, contribuì a far nascere Forza Italia. Cosa può dirci, sia di Silvio Berlusconi come uomo e politico, oltre che della stagione iniziale di Forza Italia?

Dario Rivolta: Berlusconi fu un eccezionale imprenditore, un uomo simpatico, intelligente e carismatico. Lavorare al suo fianco per me fu meraviglioso e professionalmente molto arricchente. Lui non fu mai un vero politico perché non ne aveva né la preparazione né la vocazione. Era però un “capo naturale”, sapeva affascinare i suoi interlocutori e ciò gli consentì di essere un Presidente del Consiglio piuttosto popolare nonostante gli italiani si divisero: o si stava “per lui” o “contro di lui”. Da “padrone” d’impresa sottovalutò la complessità di gestire uno Stato, realtà che, dovette scoprirlo, era molto più complicata che gestire dei dipendenti. Ciò nonostante, pur mancando su molte cose in politica interna, fece dei capolavori in politica estera proprio per il suo essere rimasto, in fondo, un imprenditore. Durante i suoi mandati le esportazioni italiane si moltiplicarono e il nostro Paese assunse una statura internazionale che mancava da un po’.

Luca Bagatin: Il suo libro “Al fianco di Berlusconi”, edito da FAS Editore, ha l'introduzione, oltre che dell'Ambasciatore Carlo Marsili, anche di Gianni De Michelis, che fu consigliere di Berlusconi, negli Anni 2000 e che anch'io ebbi modo di conoscere e di diventarne amico, in quegli anni. Pensa che una politica estera lungimirante come quella promossa da De Michelis, multilaterale e cooperante, sarà ancora possibile nel futuro, quantomeno per l'Europa?

Dario Rivolta: Come dicevo poco sopra, molto dipenderà dagli uomini che ci troveremo a guidare i nostri Paesi. Non ho però alcuna fiducia in questa Europa per nulla democratica che non è né carne né pesce. Non è una Federazione e nemmeno una Confederazione e, ancora peggio, si parla ora di togliere il vincolo dell’unanimità anche per decisioni importanti. Per un’organizzazione che non è affatto democratica ciò costituisce solo un rischio di ancora maggiore lontananza dalla popolazione. Una vera Europa Unita è una condizione sine qua non affinché Stati come il nostro (e perfino la Germania) non diventino dei paria mondiali. Occorrerebbe, invece, formare davvero una Federazione, su basi di sussidiarietà, che unifichi non solo i mercati, ma anche la finanza, gli esteri e la Difesa. Ciò è tuttavia impossibile, almeno per ora, a 27 componenti. È meglio tornare a 6, massimo 7 Stati. E avere politici intelligenti e lungimiranti.

Luca Bagatin

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giovedì 8 agosto 2024

Un ricordo di Lino Jannuzzi, giornalista controcorrente. Articolo di Luca Bagatin

 

Lino Jannuzzi, scomparso in questi giorni, all'età di 96 anni, ha fatto parte della storia e della cultura di molti di noi, che si sono formati nel socialismo democratico e libertario.

Giornalista d'inchiesta, nel 1967, Jannuzzi fece conoscere il progetto di colpo di Stato di estrema destra, denominato "Piano Solo" e, per questo, fu querelato dall'allora Generale de Lorenzo.

Eviterà il carcere grazie alla proposta di candidatura, da parte del leader socialista Pietro Nenni, nel Partito Socialista Unificato (PSI-PSDI Unificati) nel 1968, nelle cui file sarà eletto Senatore.

E, in quegli anni, militerà sempre nel Partito Socialista Italiano.

Giornalista di lungo corso, diresse Radio Radicale nei primi Anni '80 e “Il Giornale di Napoli”.

Fu fra i primi a prendere le difese di Enzo Tortora, durante il suo ingiusto calvario giudiziario e ciò gli causerà ingiuste accuse e condanne per diffamazione (per questo sarà graziato, nel 2005, dall'allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi)

Dal 1999 al 2002 diresse l'agenzia di stampa “Il Velino” e, nel 2001, si candidò al Senato nelle file di Forza Italia e, nel 2006, fu nuovamente rieletto al Senato. All'epoca dichiarò che Silvio Berlusconi era vittima di un complotto giudiziario.

Fu autore di numerosi saggi d'inchiesta, in particolare sulla mafia, oltre che un saggio, pubblicato nel 1988, in cui raccolse le memorie di Adriano Celentano.

Fu peraltro co-sceneggiatore di capolavori del cinema quali “Luky Luciano”, del 1973, con protagonista Gian Maria Volontè; “Cadaveri eccellenti”, del 1976, con Max Von Sydow; “Il pentito”, del 1985, con Franco Nero; e “Ternosecco”, del 1987, commedia con protagonista e regista Giancarlo Giannini e nel quale curò interamente soggetto e sceneggiatura del film.

Con Lino Jannuzzi se ne va un altro esponente eretico del panorama politico socialista libertario e intellettuale italiano, assieme a Lucio Colletti, che ci lasciò nel 2001.

Luca Bagatin

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lunedì 12 giugno 2023

Silvio Berlusconi ci mancherà. Articolo di Luca Bagatin

Silvio Berlusconi ci mancherà.

E dovrebbe mancare anche a quegli sciocchi che lo hanno denigrato per tutti questi anni.

Perché si renderanno conto anche loro – presto o tardi - che, tutto sommato, è stato il politico meno peggiore degli ultimi trent'anni.

Difronte ai Prodi, D'Alema, Letta, Renzi, Gentiloni, Monti, Conte, Draghi e Meloni, è stato un gigante.

Un gigante che ha saputo prospettare e lavorare per un mondo multipolare, fatto di stabilità e pace.

Ottenendo accordi economici vantaggiosi per l'Italia e stringendo amicizie con tutti, con il sorriso, senza le sciocche contrapposizioni della classe dirigente occidentale odierna.

Una classe dirigente – da Biden a Scholz, dalla Von Der Layen alla Meloni, passando per Macron - inetta e incapace, che fomenta divisioni e guerre e conseguenti crisi economiche.

Berlusconi seppe dialogare con leader socialisti e democratici quali Chavez e Gheddafi e riuscì a mettere pace fra Putin e Bush.

Fu amico leale del leader socialista Bettino Craxi, che finirà poi perseguitato dai Poteri forti e dalla grancassa mediatico-giudiziaria.

Come ho ricordato in un mio articolo dell'aprile scorso (https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/04/silvio-berlusconi-leader-alternativo.html), nel 1994 mise i bastoni fra le ruote a quella pseudo-sinistra catto e post-comunista radical-chic, che, dalle ceneri del vero e unico centro-sinistra che l’Italia abbia mai avuto (guidato da socialisti, democristiani, repubblicani, liberali e socialdemocratici), aveva pensato di vincere a man bassa.

Berlusconi, strutturando sì il suo partito in modo verticistico, ma allo stesso tempo cercando di unire e recuperare i consensi di socialisti, democristiani, repubblicani, liberali e socialdemocratici – abbattuti dal golpe mediatico-giudiziario che Bettino Craxi battezzò “Falsa rivoluzione” e i media “Tangentopoli”, si accingeva ad evitare che il Paese cadesse nelle mani di quei poteri forti che Bettino Craxi aveva sempre tentato di arginare.

E sì, Berlusconi lo fece sdoganando partiti impresentabili come il MSI e la Lega Nord, che pur avevano cavalcato l’onda anti-democratica contro il Pentapartito.

Sdoganò la destra più per calcolo e vantaggio politico che per altro. Ma cercò sempre di tenerla a bada.

Il suo scopo fu quello di lanciare una battaglia anti-burocratica e anti-statalista, ma allo stesso tempo aumentò le pensioni minime, abolì l’ICI sulla prima casa e la tassa di successione, introdusse bonus per i ceti meno abbienti, attuando così misure in favore della terza età e dei ceti medio-bassi.

Proposte, peraltro, quella sulle pensioni e sull’abolizione dell’ICI, promosse già da Rifondazione Comunista guidata da Bertinotti e Cossutta, verso la quale e verso i quali Berlusconi nutrì sempre rispetto e talvolta sintonia.

Si dirò che Berlusconi era anticomunista, ma il suo “anticomunismo” suonava più come slogan ed era rivolto direttamente al PDS-DS (poi PD), che aveva contribuito alla fine politica di Bettino Craxi. Un PDS-DS che in politica estera finì per appiattirsi all’atlantismo più estremo e che in politica interna promuoveva un’Unione Europea oligarchica, fatta di privatizzazioni e liberalizzazioni e rigorismo economico.

In un'intervista ricordo che egli arrivò a definirsi “liberale di sinistra” e, oltre a candidare nelle fila di Forza Italia il filosofo marxista - già partigiano antifascista del Partito d'Azone – Lucio Colletti, dialogò con i nuovi socialisti di Gianni De Michelis, una delle menti più brillanti del Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi.

Benché, vista la sua età e condizioni di salute, negli ultimi anni fosse più lontano dalla politica più attiva, non lesinò critiche alla Meloni e al suo partito, spesso incoerenti e inesperti, in particolare in politica estera, dichiarando – nel febbraio 2023: “Io a parlare con Zelensky se fossi stato il Presidente del Consiglio non ci sarei mai andato perché come sapete stiamo assistendo alla devastazione del suo Paese e alla strage dei suoi soldati e dei suoi civili: bastava che cessasse di attaccare le due repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe avvenuto, quindi giudico, molto, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore”.

A Berlusconi in molti devono tutto della loro carriera, in particolare nella coalizione di centrodestra, che senza di lui da tempo è fatta di incoerenza, inesperienza e inconsistenza, capace di ottenere voti solo perché il PD, i Cinque Stelle e il duo Renzi&Calenda, sono persino peggiori.

Berlusconi, ad ogni modo, come scrissi già in quel mio articolo di aprile, non ha gettato le basi per una successione politica, ma, vista la qualità del personale politico degli ultimi decenni…la scelta di una successione era e rimane pressoché impossibile.

E' stato l'ultimo politico di razza della sua generazione e, anche se non la pensavamo totalmente come lui, gli abbiamo voluto bene e ci mancherà.

Luca Bagatin

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martedì 11 aprile 2023

Silvio Berlusconi: leader alternativo alla pseudo-sinistra e critico verso la destra. Articolo di Luca Bagatin

Lo stato di salute di Berlusconi è in costante miglioramento e me ne rallegro.

Berlusconi è e rimane un protagonista della scena politica mondiale e per varie ragioni, che vanno elencate e sottolineate anche da chi, come me, non ha mai votato il suo schieramento politico, ma non ha nemmeno mai votato la pseudo-sinistra che gli si contrappone.

Quando Silvio Berlusconi, annunciò, quel 26 gennaio 1994, la sua cosiddetta “discesa in campo”, mettendo in piedi un nuovo partito di centro – Forza Italia – in pochi avrebbero probabilmente scommesso che avrebbe messo i bastoni fra le ruote a quella pseudo-sinistra catto e post-comunista radical-chic, che, dalle ceneri del vero e unico centro-sinistra che l'Italia abbia mai avuto (guidato da socialisti, democristiani, repubblicani, liberali e socialdemocratici), aveva pensato di vincere a man bassa.

Berlusconi, strutturando sì il suo partito in modo verticistico, ma allo stesso tempo cercando di unire e recuperare i consensi di socialisti, democristiani, repubblicani, liberali e socialdemocratici – abbattuti dal golpe mediatico-giudiziario che Bettino Craxi battezzò “Falsa rivoluzione” e i media “Tangentopoli”, si accingeva ad evitare che il Paese cadesse nelle mani di quei poteri forti che Bettino Craxi aveva sempre tentato di arginare.

E sì, Berlusconi lo fece sdoganando partiti impresentabili come il MSI e la Lega Nord, che pur avevano cavalcato l'onda anti-democratica contro il Pentapartito.

Sdoganò la destra più per calcolo e vantaggio politico che per altro. Ma cercò sempre di tenerla a bada.

Il suo scopo fu quello di lanciare una battaglia anti-burocratica e anti-statalista, ma allo stesso tempo aumentò le pensioni minime, abolì l'ICI sulla prima casa e la tassa di successione, introdusse bonus per i ceti meno abbienti, attuando così misure in favore della terza età e dei ceti medio-bassi.

Proposte, peraltro, quella sulle pensioni e sull'abolizione dell'ICI, promosse già da Rifondazione Comunista guidata da Bertinotti e Cossutta, verso la quale e verso i quali Berlusconi nutrì sempre rispetto e talvolta sintonia.

In realtà, il suo “anticomunismo” fu più di facciata che di sostanza.

Un “anticomunismo” che suonava più come slogan ed era rivolto direttamente al PDS-DS (poi PD), che aveva contribuito alla fine politica di Bettino Craxi. Un PDS-DS che in politica estera finì per appiattirsi all'atlantismo più estremo e che in politica interna promuoveva un'Unione Europea oligarchica, fatta di privatizzazioni e liberalizzazioni e rigorismo economico.

Ricordo che in un'intervista, Berlusconi, si definì un “liberale di sinistra”. E molto probabilmente lo era.

E questi aspetti furono compresi da quegli intellettuali marxisti come Lucio Colletti, già partigiano antifascista del Partito d'Azione e successivamente comunista revisionista, socialista autogestionario e, infine, deputato di Forza Italia dal 1996 al 2001.

Berlusconi, in sostanza, riuscendoci o meno sino in fondo, tentò di ricostituire una sorta di nuovo centro-sinistra, aperto alla destra perché opposta a una pseudo-sinistra radical-chic e in dialogo con i nuovi socialisti di Gianni De Michelis, una delle menti più brillanti del Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi e con il Partito Repubblicano Italiano, ovvero con quella parte di sinistra che non si era piegata al PDS-DS.

Silvio Berlusconi, inoltre, investì politicamente molto nelle relazioni internazionali. Forse più che in politica interna.

Questo lo portò ad avere ottimi rapporti personali con tutti i grandi leader del mondo. A dialogare amichevolmente con Hugo Chavez e Mu'Ammar Gheddafi e a mettere pace fra Bush e Putin.

Come peraltro ricorda Fabrizio Cicchitto nel suo “Storia di Forza Italia” (edito da Rubettino), Berlusconi, pur non riuscendoci, tentò persino di convincere Bush a evitare il suo secondo intervento in Iraq, dimostrandosi uomo di dialogo e di pace, come peraltro lo furono i Ministri degli Esteri della cosiddetta Prima Repubblica, come Andreotti e il già citato De Michelis, che ebbi l'onore di conoscere personalmente.

Tutto ciò non poteva che spiacere tanto ad alcuni suoi alleati quanto ai poteri forti di USA e UE, che faranno in ogni modo pressione affinché egli mollasse il colpo, agitando lo spauracchio dello “spread”, sino ad allora mai agitato da nessuno.

Con il governo Monti, del 2011, infatti, Berlusconi inizierà pian piano il suo declino.

Complice l'avanzare dell'età, l'uso politico della giustizia nei suoi confronti – mai mancato sin dalla sua discesa in campo - e anche il fatto che le sue promesse di governo non saranno sempre attuate nei fatti, negli ultimi anni Berlusconi finì un po' ai margini della politica.

Ma rimase sempre lucido e l'uomo di pace di un tempo, al punto di dire la verità sul conflitto russo-ucraino, comprendendo anche le ragioni dei russi in Donbass e affermando che, fosse stato per lui, a differenza della Meloni, non avrebbe incontrato Zelensky.

Egli affermò, nel febbraio 2023: "Io a parlare con Zelensky se fossi stato il Presidente del Consiglio non ci sarei mai andato perché come sapete stiamo assistendo alla devastazione del suo Paese e alla strage dei suoi soldati e dei suoi civili: bastava che cessasse di attaccare le due repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe avvenuto, quindi giudico, molto, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore".

A Berlusconi in molti devono molto o tutto della loro carriera politica. Senza di lui il partito della Meloni probabilmente sarebbe ancora ai margini e così quello di Salvini. E, vista l'inconsistenza delle proposte politiche e l'incoerenza di queste due forze, probabilmente sarebbe anche stato molto meglio.

Forse il vero problema di Berlusconi è stato proprio quello di lasciarsi prendere troppo la mano dalla destra e non prenderne abbastanza le distanze. E di fidarsi troppo di alcuni suoi sodali...che finiranno per tradirlo e per salire su altri carri politici, magari oggi più “vincenti”.

In generale penso che la storia politica di Berlusconi (al netto dei pregiudizi, che personalmente non ho mai avuto), abbia dimostrato due cose: che per essere potenti non occorre necessariamente essere ricchi; che, pur avendo avuto la maggioranza dei voti per molti anni, Berlusconi non ha mai avuto il coraggio di imporre davvero sino in fondo la sua visione delle cose.

Probabilmente temeva di fare la fine di Bettino Craxi, che fu un po' la fine di Napoleone esiliato all'Isola di Sant'Elena, sconfitto definitivamente da quella Santa Alleanza che poi sono i poteri forti di sempre, che vogliono un mantenimento di uno status quo che garantisca loro di permanere al potere.

Tornando al ragionamento precedente, vi è da dire che i veri potenti, da tempo, non sono certo i Berlusconi e quasi sempre non scendono in politica.

Pensiamo a Bill Gates, Elon Musk o Zukerberg (e tutte le società tecnologiche e delle telecomunicazioni). Sono potenti perché tutti noi abbiamo loro dato il potere di gestire non solo i nostri dati, ma anche l'intero settore delle telecomunicazioni.

Berlusconi, al loro confronto, ma anche un Trump, non contano praticamente nulla.

Così come costoro contavano ben poco quando erano al governo, a confronto con tutto l'apparato politico internazionale.

Chi conta davvero ha necessità di essere al governo per decenni – senza condizionamenti - e soprattutto deve avere il coraggio di imporre la sua visione.

A Berlusconi è mancata la prima occasione e non ha imposto la seconda.

Questi gli aspetti che, ahimè, gli andrebbero rimproverati.

Infine, non ha gettato le basi per una successione politica, ma, vista la qualità del personale politico degli ultimi decenni...la scelta di una successione era e rimane pressoché impossibile.

Silvio Berlusconi, ultimo politico di razza della sua generazione, se dovesse ritirarsi o scomparire dalla scena politica, mancherà ad ogni modo e sotto molti punti di vista.

Dovrebbe mancare in particolare a coloro i quali sono davvero di sinistra, socialisti o comunisti che siano, che da tempo hanno aperto gli occhi e compreso come il caravanserraglio PCI-PDS-DS-PD e associati (i vari Cinque Stelle, sedicenti ambientalisti, sedicenti socialisti, boniniani, calendiani, renziani...) non siano mai stati di sinistra, ma sempre dalla parte dei poteri forti eurocentrici e atlantici.

E dovrebbe mancare a tutti perché, senza di lui, si sono aperte le porte al melonismo, che è inconsistenza e incoerenza allo stato puro, mentre lo stesso Berlusconi ha più volte - e giustamente - criticato l'azione della Meloni e l'ha giudicata negativamente.

Luca Bagatin

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giovedì 13 gennaio 2022

Aumentano le bollette, ma nessuno protesta. Questa è l'Italia-barzelletta. Articolo di Luca Bagatin

Le bollette rincarano. Non so se la classe media borghese italiana, quella con i soldi, insomma, se ne sia accorta.
Nessuna protesta.
Gli pseudo "comunisti" alla Rizzo non fanno manifestazioni per bloccare tutto. Da loro solo parole.
Anzi, criticano i kazaki (parlando a vanvera di rivoluzioni "colorate"), che hanno messo a ferro e fuoco il Paese proprio per protestare per gli aumenti di prezzo del settore energetico, chiedendo (sin dagli Anni 2000) la nazionalizzazione di tale settore.
In Francia, per anni, i Gilet Gialli - ovvero il popolo, trasversale - hanno manifestato per i diritti sociali e così in Cile, Ecuador, Russia e in tutto il mondo ove vi sono popoli che hanno il coraggio di lottare per la propria dignità e emancipazione sociale.
In Italia, al massimo, si protesta contro i vaccini (che sono un diritto alla salute!), contro le fantomatiche "quarantene" (necessarie a evitare i contagi, peraltro!).
Ma non perché il settore energetico, quello delle telecomunicazioni e i servizi pubblici vengano NAZIONALIZZATI e consegnati nelle mani dei cittadini stessi.
In Italia ci meritiamo davvero un Berlusconi o un Draghi presidente e dei partiti guidati da comici, vallette, ex concorrenti di programmi TV.
Siamo un Paese barzelletta e un popolo barzelletta.
E non da oggi. 
Pensiamo solo al fatto che le rivoluzioni risorgimentali le hanno fatte pochissimi eroi, fra i quali quel Giuseppe Garibaldi da tempo ingiustamente vilipeso.
Non so se ve ne siate accorti.
Non ho la possibilità di emigrare dall'Italia, ma, come dico sempre, lo farei subito.
Qui non vi è né eroismo, né onestà intellettuale.
E' l'Italia consumista descritta da Pasolini e quella provinciale dei film di Checco Zalone. 
Pasolini così scriveva, giustamente, degli italiani:

"L'intelligenza non avrà mai peso, mai
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai

da uno dei milioni d'anime della nostra nazione,
un giudizio netto, interamente indignato:
irreale è ogni idea, irreale ogni passione,

di questo popolo ormai dissociato
da secoli, la cui soave saggezza
gli serve a vivere, non l'ha mai liberato.

Mostrare la mia faccia, la mia magrezza -
alzare la mia sola puerile voce -
non ha più senso: la viltà avvezza

a vedere morire nel modo più atroce
gli altri, nella più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce"

(Pier Paolo Pasolini)

Luca Bagatin

mercoledì 15 dicembre 2021

Adriano Celentano Presidente della Repubblica. Articolo di Luca Bagatin

 

Il prossimo Presidente della Repubblica sarà eletto a inizio 2022.

Come al solito è partito il consueto balletto dei politici, sempre più slegati dai problemi del Paese, sempre più uniti da un sistema economico che favorisce i più abbienti, il sistema bancario, il sistema delle imprese e quello di una crescita economica (niente affatto illimitata), volta alla distruzione del Pianeta e allo sfruttamento del lavoro.

Un sistema, peraltro, governato sempre più dalle logiche di Washington e di Bruxelles.

Così è da almeno quasi trent'anni. E oggi, con un governo espressione praticamente di tutto il Parlamento e di tutti i poteri forti internazionali, è ancora più evidente.

In tutto ciò, non potrà che essere eletto il solito Presidente espressione dei veti incrociati fra i politici e gradito ai poteri forti internazionali.

Ma ciò, non ci toglie il piacere di sognare e di immaginare come, per una volta, sarebbe bello eleggere un Presidente totalmente fuori dai giochi.

In questo senso trovo che Adriano Celentano sarebbe la persona più giusta e lo dico tanto seriamente quanto, proprio per questo, sono consapevole che non potrebbe mai e poi mai, non solo essere eletto, ma nemmeno essere preso in considerazione.

E ciò non in quanto Celentano è uomo di spettacolo (lo sono gran parte dei politici italiani più noti, ormai da qualche decennio), ma in quanto Celentano ha sempre usato la sua immagine e popolarità per fare politica. O, meglio (anti)politica. Che è la politica più alta che possa esistere, in quanto volta alla sovversione della realpolitik e del Potere prostituito (prima ancora che costituito) alle logiche del mercato e dell'economia.

Celentano, dicevamo, ha sempre fatto politica. Non partitica, anzi. Non ha mai fatto parte di alcun partito. Ma, sin dagli Anni '80 almeno, ha sollevato questioni sociali e politiche molto forti. Per quanto scarsamente comprese, in un'Italia che ha preferito lasciarsi abbindolare dalla pubblicità commerciale (sin da tempi non sospetti) e dalla propaganda partitica.

Nel 1985, Celentano, realizzò un bellissimo quanto dimenticato film: “Joan Lui – Ma un giorno nel paese arrivo io di lunedì”. Un film a tratti comico, ma anche profondamente crudo e drammatico.

Un film nel quale, il Molleggiato, vestiva i panni del Messia o, quantomeno, di un Messia. Un Messia moderno/antimoderno, che tentava di illuminare il cammino di un'umanità preda della dittatura tecno-mercantile e consumista. Una dittatura già denunciata, qualche tempo prima, da Pier Paolo Pasolini, totalmente inascoltato.

E Celentano ha proseguito su questo filone, pur prendendosi critiche e perdendo finanche in popolarità.

Non era già più il Celentano semplice cantante “molleggiato” degli Anni '50 e '60, o quello divertente e a tratti romantico delle commedie di Castellano & Pipolo, con Ornella Muti.

Era qualcosa che mirava a scuotere le coscienze, usando per la prima volta il mezzo televisivo volto all'intrattenimento.

Nel 1987, in una puntata di “Fantastico”, da lui diretta, realizzò un monologo nel quale si definì, provocatoriamente “figlio della foca” e lanciò lo slogan “La caccia è contro l'amore”, che i cittadini avrebbero dovuto scrivere sulla scheda elettorale dei referendum abrogativi, che si tenevano in quei giorni.

La cosa costò a Celentano un processo da parte della Corte di Assise di Roma, nel febbraio 1988, che portò alla sua assoluzione nel 1989.

Ma, per la prima volta, una star della televisione faceva apertamente politica o, meglio, (anti)politica, sovvertendo le regole del gioco e parlando al cuore delle persone.

Ecco, Celentano, da allora, iniziò a parlare al cuore delle persone.

Contro la caccia, per la tutela dell'ambiente (decenni prima del fenomeno mediatico Greta Thumberg, che non ha mai rischiato alcun processo), per una società diversa e più giusta.

E lo farà negli anni successivi, con i suoi show e con molte delle sue canzoni (pensiamo ad esempio a “Arrivano gli uomini” e a “Facciamo finta che sia vero”).

E lo farà anche con il purtroppo ignorato cartone animato-serie evento “Adrian”, del 2019.

Una serie animata nella quale lui stesso si trasforma in una sorta di supereroe che abita nelle periferie di Milano e diviene, così, una bandiera post-ideologica.

La bandiera dei più deboli, schiacciati dal cemento, dalla mafia, dai soprusi di una politica autoreferenziale e di una economia che promuove la dittatura del danaro e del consumo e lo fa in modo subdolo, strisciante, come il peggiore dei totalitarismi.

Una serie animata sulla realtà che stiamo vivendo e su quella ancora peggiore che potremmo vivere, se non acquisiremo consapevolezza della deriva che sta prendendo questa sedicente “civiltà”.

“Solo l'Amore ci può salvare”, fu il leitmotiv che accompagnava tale serie tv, dedicata a Gino Santercole e prodotta da Claudia Mori, la cui bellissima immagine fu rappresentata anche nel cartone quale compagna di Adrian.

“Solo l'Amore ci può salvare” è una frase apparentemente banale, ma che dice tutto.

Solo ciò che non si può ancora vendere e comprare ci può salvare. Perché ci stiamo condannando e non ce ne stiamo nemmeno rendendo conto.

E i governi di tutti il Pianeta ci stanno condannando. Da secoli, da decenni.

Sarebbe bello che, a ricordarcelo, a livello istituzionale, fosse un Adriano Celentano nelle vesti di Presidente della Repubblica. Per la prima volta un Presidente superpartes e oltre ogni forma di Potere.

Sarebbe bello, ma, come dicevo, purtroppo, non accadrà.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

martedì 3 settembre 2019

Niente di nuovo sotto il sole partitocratico italiano. Articolo di Luca Bagatin

Il partito dei ricchi di sinistra, ovvero il PD, partito dell'abolizione dell'Articolo 18; della legge Fornero; dell'austerità; del sostegno incondizionato alla NATO e agli USA, senza meriti suoi, potrebbe – grazie all'accordo con i Cinque Stelle – tornare malauguratamente al governo.
Curiosamente, di ciò, dovrebbe ad ogni modo indirettamente ringraziare il partito dei ricchi di destra, ovvero la Lega di Salvini, quella della flat tax, che, facendo cadere il primo governo Conte, ha spianato la strada a nuove ipotesi.
Del resto, sia il partito dei ricchi di sinistra (PD e alleati) che il partito dei ricchi di destra (Lega, Berlusconi e Meloni), hanno non poche visioni politiche in comune: dal sì alla TAV alla politica estera filo statunitense; dalle politiche antisociali alle liberalizzazioni selvagge.
Quanto ai Cinque Stelle, il partito della finta democrazia diretta e del finto populismo, sin dalla sua trasformazione – da movimento di piazza a partito elettoralistico – non ne ha indovinata una.
Anziché catalizzare il potere della piazza – cosa che da quasi un anno a questa parte stanno facendo invece i Gilet Gialli in Francia – e puntare a diventare un partito per la vera democrazia diretta, l'abolizione della partitocrazia e una “nuova idea di mondo”, secondo la prospettiva originaria di Grillo, sono diventati un partito come gli altri.
Lo si è capito soprattutto nel momento in cui, anziché capitalizzare i loro risultati elettorali, divenendo alle ultime consultazioni politiche addirittura partito di maggioranza relativa, tale da poter dettare la linea e le condizioni programmatiche, si sono prima appiattiti sulle posizioni della Lega e, venuta meno quest'ultima, si stanno concedendo armi e bagagli al PD.
Di tutto ciò, stando ai sondaggi almeno, sembra avvantaggiarsi elettoralisticamente la Meloni, almeno per ora, la quale ad ogni modo è programmaticamente pressoché contigua alla Lega e probabilmente le sta rosicchiando consensi.
Nulla di nuovo, dunque, sotto il sole partitocratico.
L'unica alternativa e opposizione sembra farla chi, in Parlamento, oggi non siede, ma nei sondaggi sta aumentando consensi e simpatie. Ovvero il Partito Comunista di Marco Rizzo che, coerentemente, propone l'uscita dell'Italia da Unione Europea, NATO e sistema capitalista, ovvero dalle logiche dei partiti dei ricchi.

Luca Bagatin