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giovedì 27 agosto 2026

Dario Rivolta: "Serve una vera Europa unita, capace di dialogare con la Russia". Intervista di Luca Bagatin all’On. Dario Rivolta

 

Dario Rivolta, esperto di politica internazionale, saggista e editorialista, fu deputato di Forza Italia dal 1996 al 2008 e, dal 2001 al 2008, fu responsabile della politica estera del partito guidato da Silvio Berlusconi.

Nel 2008 ricoprì il ruolo di Consigliere per l'Iraq dell'allora Vice Ministro con delega al commercio estero Adolfo Urso.

Dopo un'esperienza nel settore esportazioni di alcune aziende italiane e rappresentante in Algeria per il gruppo Finsider, fu chiamato alla Fininvest come capo della segreteria di Silvio Berlusconi. Fu l'artefice del primo sviluppo internazionale del gruppo. Nel 1991 lasciò Berlusconi per fondare con alcuni amici una società di consulenza internazionale.

Verso la metà del 1993 collaborò alla fondazione di Forza Italia. Nel 1980 era stato già attivo in politica per un breve periodo quale Segretario del Movimento Liberale Democratico, un'organizzazione liberale che traeva ispirazione dal pensiero di Piero Gobetti ed era federata con il Partito Radicale dell'epoca.

Pur avendo abbandonato la politica attiva nel 2008, continua ad occuparsi di politica estera attraverso editoriali e conferenze, in Italia e in Europa, ed è stato visiting professor presso l’Università Bicocca a Milano e allo IESEG (Business School of Management) a Parigi e a Lille.

E' autore, insieme a Eric Jozsef, della seconda edizione del libro-intervista “Al fianco di Berlusconi – Da Cavaliere a Presidente” (FAS Editore).

Sono onorato di avere avuto la possibilità di intervistarlo, ponendogli domande di scottante attualità politica internazionale e non solo.

Luca Bagatin: In qualità di analista geopolitico, esperto di relazioni internazionali e commerciali, oltre che da ex parlamentare, lei ha spesso criticato – e non da oggi – le scelte dei dirigenti dell'UE, i quali, seguendo supinamente le direttive di Washington e Londra – in particolare appoggiando il governo ucraino - hanno finito per danneggiare gli interessi dell'UE stessa. Cosa può dirci in merito?

Dario Rivolta: Che l’atteggiamento assunto dalla Commissione e da quasi tutti gli Stati membri costituisca un grande errore politico ed economico mi sembra oramai evidente per tutti. Purtroppo, ora è difficile, se non impossibile, fare marcia indietro, soprattutto perché gli europei, visto il voltafaccia americano sulla questione, si sentono messi in un angolo e temono di diventare oggetto di scambio in un possibile accordo tra Washington e Mosca. Dire oggi che tutti seguirono pedissequamente le scelte politiche degli USA e della Gran Bretagna in merito al confronto con la Russia è vero ma solo parziale. Dentro l’Unione alcuni Stati hanno spinto sin dall’inizio per rompere con la Russia ogni forma di collaborazione e gli altri non hanno saputo o avuto il coraggio di contrapporvisi. Penso alla Polonia, ai Baltici e alla Svezia che già nel 2008 avevano chiesto e ottenuto di dar vita alla Eastern Partnership, una organizzazione ufficialmente creata per occuparsi di visti, di libero scambio economico e più in generale di “partneriato strategico”. Si indirizzava, non a caso, a stati post-sovietici quali Armenia, Azerbaigian, Georgia, Moldavia e Ucraina. Si capì da subito che, in realtà, era un modo “europeo” di “contenere” la Russia. Esattamente ciò che gli americani perseguivano sin dalla caduta dell’Unione Sovietica e che si intensificò quando fu evidente che Putin non aveva alcuna intenzione di trasformare il suo Paese in un protettorato anglo-americano. Già nel 2007, durante la “Conferenza di Monaco sulla politica di sicurezza” Putin avvertì americani ed europei che l’allargamento della NATO già avvenuto era vissuto a Mosca come un atto aggressivo e che un ulteriore allargamento avrebbe costituito una linea rossa superata la quale avrebbe richiesto una reazione russa. Ciò nonostante si sottovalutò quell’avvertimento, contando su una Russia debole che sarebbe stata costretta ad accettare, seppur di malavoglia, il fatto compiuto.

Luca Bagatin: Lei, in particolare, in un suo articolo (https://www.ore12.net/un-passo-nella-storia-da-quando-esiste-lucraina/), ha smentito – con profonde argomentazioni - il dogma dei cosiddetti governi occidentali che ritengono “intangibili in modo assoluto” i confini dell'Ucraina. Può spiegare ai lettori, brevemente, questo aspetto, che ha sia implicazioni storiche che geopolitiche?

Dario Rivolta: Ci sono due aspetti da considerare. Il primo riguarda il cosiddetto “diritto internazionale” che dovrebbe garantire la sovranità interna di ogni Paese e l’intangibilità dei confini. Questo concetto è usato dall’Occidente per condannare l’invasione russa dell’Ucraina, dimenticando però che i primi a violare tale assunto sono stati proprio gli Occidentali. Basterebbe ricordare il bombardamento della NATO contro la Serbia che fu condotto contro l’atteggiamento dell’ONU e dopo una finta negoziazione tenutasi in Francia a Rambouillet. L’allora nostro Ministro degli Esteri Lamberto Dini, che partecipò all’evento, mi disse che a lui fu subito evidente che si trattava di un finto tentativo di affrontare, negoziandolo, il problema della coesistenza di kossovari e serbi nella regione serba del Kossovo. Ciò a cui gli americani puntavano era in realtà ottenere da Milosevic un rifiuto alle condizioni, inaccettabili per ogni Stato sovrano, che gli venivano poste e giustificare così l’intervento bellico. Va inoltre aggiunto che tutta la stampa fu indottrinata per parlare di un “genocidio” in corso contro i kossovari, cosa già smentita dagli osservatori OCSE sul posto e poi definitivamente sconfessata dai medici internazionali inviati in loco a fine guerra per raccogliere possibili prove utili a processare i presunti responsabili. Altri esempi di violazioni da parte dell’Occidente del “diritto internazionale” precedenti all’invasione russa dell’Ucraina sono ciò che è stato fatto in Iraq e in Siria senza l’avallo dell’ONU. Dove stavano lì la “sacralità dei confini” e la non intromissione negli affari interni altrui? E i bombardamenti contro l’Iran? Il secondo aspetto riguarda proprio quanto, con lettura puramente storica, descrivo nell’articolo che lei cita. L’Ucraina come appare sulle carte geografiche fu inventata dai sovietici. Fino a quel momento si trattava di un territorio senza alcuna unica identità nazionale che ospitava popolazioni etnicamente e culturalmente diverse. Fu una politica staliniana quella di creare “repubbliche” composte da genti di varia nazionalità proprio per impedire che nascessero sentimenti nazionalistici comuni. La proibizione dell’uso della lingua russa in un Paese ove la “minoranza” è di almeno il 30% che si dichiara di etnia russa come la si vuol considerare?

Luca Bagatin: Coerentemente con le posizioni sostenute dal suo Presidente, Silvio Berlusconi, ma anche di moltissimi analisti geopolitici, fin dal 2014, lei ha sostenuto che l'allargamento della NATO ad Est e i tentativi di inglobare l'Ucraina nell'orbita occidentale, avrebbero finito per provocare la Russia. Così in effetti è stato. Come mai, secondo lei, moltissimi esponenti sia della politica che del mondo dei grandi media, ignorano o fingono di ignorare questo aspetto?

Dario Rivolta: Il conformismo per pavidità o per opportunismo non è nuovo tra i giornalisti e perfino tra i politici e non c’è da stupirsi. Se qualcuno volesse meglio capire come funziona nel concreto il fenomeno dovrebbe leggere un libro di un importante giornalista tedesco, Udo Ulfkotte: “Giornalisti comprati, Come i politici, i servizi segreti e l’alta finanza dirigono i mass media tedeschi” (ed. Zambon 2020). Il suo resoconto è focalizzato su ciò che accade in Germania ma il meccanismo è lo stesso anche da noi e negli altri Paesi europei. Purtroppo, dopo aver annunciato un secondo libro sull’argomento, quel giornalista è morto in età non certo avanzata.

Luca Bagatin: Come si immagina il futuro del conflitto russo-ucraino?

Dario Rivolta: Non sono preveggente ma tutto mi porterebbe a pensare che, qualora Trump riuscisse a superare gli ostacoli che i vari elementi del deep-State gli frappongono, chiuderà un accordo con Mosca imponendo le dimissioni di Zelensky, il controllo russo sul Donbass e la garanzia che l’Ucraina non entrerà mai nella NATO. È evidente che, qualora le cose andassero così, tale intesa sarà fatta sulle teste di noi europei e dobbiamo solo sperare che il risultato non sia che dovremo prenderci ciò che resta dell’Ucraina dentro l’Unione Europea. È il quadro peggiore per noi e capisco il perché a Bruxelles si cerchi di scongiurare l’intesa a due fingendo di voler davvero finanziare e nutrire la guerra “sino all’ultimo ucraino”. Nessuno crede davvero che la Russia possa essere sconfitta, ma Bruxelles sta cercando in questo modo di ritagliarsi un posto al tavolo della pace.

Luca Bagatin: E il futuro dell'UE? Ci potrebbe essere un rinnovato dialogo con la Russia?

Dario Rivolta: Ovviamente me lo auguro perché la Russia è un Paese culturalmente europeo ed economicamente converrebbe sia a noi che a loro. Tuttavia, il fatto che alla Commissione ci sia una Presidente molto moralmente discutibile, una responsabile dei rapporti internazionali che nessuno stima per l’intelligenza e uno pseudo- ministro della difesa che, come lei, proviene da Paesi totalmente marginali e noti solo per la loro russofobia non lascia sperare che i russi accettino alcuna trattativa con costoro. Purtroppo, se anche diventerà possibile, temo che non avvenga in un futuro molto vicino. Dal punto di vista politico molto dipenderà da chi saranno i politici che guideranno i Paesi europei nel prossimo futuro. Occorrono persone coraggiose e lungimiranti. Oggi non ne vedo agli alti livelli.

Luca Bagatin: Come mai, a suo avviso, mentre i politici della Prima Repubblica, quali ad esempio Bettino Craxi e Giulio Andreotti, avevano una visione multipolare e multilaterale, volta al dialogo e alla cooperazione con tutti i Paesi, pur mantenendo l'Italia nell'area Atlantica, quelli degli ultimi decenni (in particolare i post-comunisti, la sinistra DC e i post-missini) hanno finito per diventare una sorta di ultrà dell'Atlantismo, peraltro senza una visione pragmatica e lungimirante?

Dario Rivolta: Ricorda che fine hanno fatto Craxi e Andreotti? E Berlusconi? Noi europei siamo di fatto un “protettorato” americano. Distinguersi dai disegni politici di Washington è permesso solo per piccole cose e per breve tempo. Anche Meloni lo ha capito e così si spiegano i suoi comportamenti ben diversi da quelli annunciati ancor prima della campagna elettorale e, parzialmente, durante la stessa. Inoltre non va dimenticato che, Trump permettendo, gli USA sono il nostro secondo mercato di esportazione, subito dopo l’Unione Europea.

Luca Bagatin: Rispetto a solo qualche anno fa, per non parlare di qualche decennio fa, oggi il panorama informativo e il dibattito culturale sembra piuttosto votato alla censura e all'omologazione. Non so se lo percepisce tale anche lei. Sembra che oggi su alcuni argomenti, in particolare a livello internazionale, la si debba pensare tutti allo stesso modo e/o secondo un'unica narrazione. Il tifo da stadio, poi, sembra farla da padrone. Che ne pensa in merito?

Dario Rivolta: È esattamente ciò che lei dice. E non solo sui temi di politica internazionale, ma anche su questioni come il cambiamento climatico o il COVID.

Luca Bagatin: In gioventù lei fu liberale, legato al pensiero di Piero Gobetti. Oggi sembra che quel liberalismo, gobettiano, ma anche alla Ernesto Rossi, oltre ad essere spesso sconosciuto, si sia trasformato in qualcosa di lontano dal liberalismo classico. Penso a chi oggi si dice liberale, come alcuni noti esponenti politici, che mi appaiono più dei tifosi che dei liberali. Che ne pensa?

Dario Rivolta: Ho sempre ammirato la figura di Piero Gobetti e l’intelligenza di ciò che scriveva. Non sono però un liberale “liberista”. Credo piuttosto ad un liberalismo quale quello di Croce o, per molti aspetti, di Dahrendorf. Mi sento più vicino a Popper che a Von Mises e ho apprezzato la lettura di Socialismo Liberale di Carlo Rosselli. D’altra parte lei ha ragione nel ritenere che alcuni esponenti politici appaiono più “tifosi” che dei veri liberali. Mi domando anche se costoro sappiano davvero cos’è il liberalismo e se abbiano mai letto qualcuno dei testi considerati “classici”.

Luca Bagatin: Lei fu stretto collaboratore di Silvio Berlusconi fin dai tempi di Fininvest e, anni dopo, contribuì a far nascere Forza Italia. Cosa può dirci, sia di Silvio Berlusconi come uomo e politico, oltre che della stagione iniziale di Forza Italia?

Dario Rivolta: Berlusconi fu un eccezionale imprenditore, un uomo simpatico, intelligente e carismatico. Lavorare al suo fianco per me fu meraviglioso e professionalmente molto arricchente. Lui non fu mai un vero politico perché non ne aveva né la preparazione né la vocazione. Era però un “capo naturale”, sapeva affascinare i suoi interlocutori e ciò gli consentì di essere un Presidente del Consiglio piuttosto popolare nonostante gli italiani si divisero: o si stava “per lui” o “contro di lui”. Da “padrone” d’impresa sottovalutò la complessità di gestire uno Stato, realtà che, dovette scoprirlo, era molto più complicata che gestire dei dipendenti. Ciò nonostante, pur mancando su molte cose in politica interna, fece dei capolavori in politica estera proprio per il suo essere rimasto, in fondo, un imprenditore. Durante i suoi mandati le esportazioni italiane si moltiplicarono e il nostro Paese assunse una statura internazionale che mancava da un po’.

Luca Bagatin: Il suo libro “Al fianco di Berlusconi”, edito da FAS Editore, ha l'introduzione, oltre che dell'Ambasciatore Carlo Marsili, anche di Gianni De Michelis, che fu consigliere di Berlusconi, negli Anni 2000 e che anch'io ebbi modo di conoscere e di diventarne amico, in quegli anni. Pensa che una politica estera lungimirante come quella promossa da De Michelis, multilaterale e cooperante, sarà ancora possibile nel futuro, quantomeno per l'Europa?

Dario Rivolta: Come dicevo poco sopra, molto dipenderà dagli uomini che ci troveremo a guidare i nostri Paesi. Non ho però alcuna fiducia in questa Europa per nulla democratica che non è né carne né pesce. Non è una Federazione e nemmeno una Confederazione e, ancora peggio, si parla ora di togliere il vincolo dell’unanimità anche per decisioni importanti. Per un’organizzazione che non è affatto democratica ciò costituisce solo un rischio di ancora maggiore lontananza dalla popolazione. Una vera Europa Unita è una condizione sine qua non affinché Stati come il nostro (e perfino la Germania) non diventino dei paria mondiali. Occorrerebbe, invece, formare davvero una Federazione, su basi di sussidiarietà, che unifichi non solo i mercati, ma anche la finanza, gli esteri e la Difesa. Ciò è tuttavia impossibile, almeno per ora, a 27 componenti. È meglio tornare a 6, massimo 7 Stati. E avere politici intelligenti e lungimiranti.

Luca Bagatin

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sabato 20 giugno 2026

Trump, Meloni e il bullismo geopolitico. Articolo di Luca Bagatin

 

Il bullo, lo ricorda la psicologia stessa, è persona profondamente insicura che, dietro alla sua maschera di superiorità, manifesta debolezza e paura di non essere accettato.

Donald Trump incarna, alla perfezione, l'archetipo del bullo per eccellenza.

In questo caso, sconfitto dall'Iran, doveva per forza sminuire qualcuno e, questa volta, è toccato a Giorgia Meloni.

Quella Giorgia Meloni che, una volta nominata Presidente del Consiglio, prima ha steso tappeti rossi a Biden e poi a Trump. Secondo la consolidata tradizione dell'UE e dell'Italia degli ultimi decenni, che prevede totale asservimento ai desiderata dei Presidenti degli Stati Uniti d'America di turno. Che spesso si comportano e si sono comportati da bulli, tanto con i Paesi “amici”, quanto con tutti gli altri. Henry Kissinger, del resto, fece presente che: “Essere nemici degli Stati Uniti può essere pericoloso, ma esserne amici può essere fatale”.

Presidenti degli USA che, peraltro, non sono amati nemmeno dal popolo statunitense che vorrebbero rappresentare e che di rado hanno fatto gli interessi di quel popolo, ma, spesso e volentieri, hanno fatto quelli delle lobby che, a suon di dollari, hanno permesso loro di essere eletti.

Al bullo Ronald Reagan, Bettino Craxi, nel 1985, a Sigonella, rispose per le rime, e riaffermò la sovranità dell'Italia.

Bettino Craxi, a differenza di chi è venuto dopo di lui, promosse sempre – in modo lungimirante e pragmatico - l'unione e la cooperazione fra il Nord e il Sud e fra l'Est e l'Ovest del mondo. Sappiamo bene che, anche per questo, i poteri forti internazionali con sede a Washington, Bruxelles e Bonn, come egli stesso ricordò nel romanzo-verità “Parigi - Hammamet”, gliela faranno pagare cara.

Anche a Silvio Berlusconi accadrà la stessa cosa, per molti versi.

Lui che riuscì a far dialogare Bush e Putin e che promosse la cooperazione e il dialogo con ogni Paese del mondo, comprese la Libia di Gheddafi e il Venezuela di Hugo Chavez.

Lui che ebbe un solo grave difetto: quello di aver sdoganato gli eredi del MSI e i Leghisti. Senza quella scelta, è probabile che non sarebbero mai giunti al governo e che, ancora oggi, Meloni and Co., occuperebbero una posizione marginale nel panorama politico italiano.

La politica estera di Craxi, Andreotti e Berlusconi, fatta di dialogo con tutti, soprattutto con il Sud del mondo (per quanto riguarda Craxi e Andreotti, in particolare) fu l'ultima politica estera lungimirante che l'Italia abbia conosciuto. E per questo, costoro, pagarono – come sopra scritto – un prezzo molto alto e, ancora oggi, nonostante purtroppo non ci siano più, subiscono le ingiuste e infamanti critiche da parte degli eredi delle estreme destre e sinistre che – abbandonati i fascismi e i comunismi - sono passate al capitalismo assoluto e a un atlantismo da operetta, fondamentalista e anti-storico.

La querelle Trump-Meloni, alla luce di tutto ciò, ad ogni modo, cosa ci insegna?

Che il bullismo, tanto nella vita di tutti i giorni, quanto in ambito geopolitico, oltre a nascere dalla profonda debolezza di chi lo pratica, va sempre condannato e isolato, come più volte ha giustamente esortato il Presidente cinese Xi Jinping, unico a promuovere, oggi, la cooperazione Nord-Sud e Est-Ovest nel mondo.

Che l'UE dovrebbe trovare il coraggio di affrancarsi dagli USA e in particolare rompere con i desiderata dei Presidenti degli Stati Uniti di turno. Ritrovando non solo la capacità di essere autonoma e neutrale mediatrice delle controversie internazionali e promotrice di dialogo e cooperazione, ma anche essere capace di dialogare con quelle forze sane all'interno degli USA, critiche nei confronti di certo bullismo e imperialismo da mentalità da Guerra Fredda.

Un mondo in tumulto ci richiede tre cose: 1) recuperare gli insegnamenti del nostro passato, anche recente; 2) ritrovare orgoglio, dignità, sovranità, spirito critico fuori dai feticismi e dai fanatismi ideologici; 3) puntare su una rinnovata cooperazione Nord-Sud e Est-Ovest.

Occorre riunire ciò che è stato sparso dai fanatici, dagli odiatori seriali, dai suprematisti bianchi, dai liberal capitalisti senza costrutto, molti dei quali oggi si dicono, in Italia, “europeisti” e “riformisti”, ma non si sa bene di quale Europa e di quali riforme stiano parlando.

Luca Bagatin

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venerdì 12 giugno 2026

Silvio Berlusconi ci mancherà. Articolo di Luca Bagatin del 12 giugno 2023

 

Quello che segue è l'articolo che scrissi il 12 giugno 2023, in occasione della scomparsa di Silvio Berlusconi e vorrei qui ripubblicarlo. 

Silvio Berlusconi ci mancherà.

E dovrebbe mancare anche a quegli sciocchi che lo hanno denigrato per tutti questi anni.

Perché si renderanno conto anche loro – presto o tardi - che, tutto sommato, è stato il politico meno peggiore degli ultimi trent'anni.

Difronte ai Prodi, D'Alema, Letta, Renzi, Gentiloni, Monti, Conte, Draghi e Meloni, è stato un gigante.

Un gigante che ha saputo prospettare e lavorare per un mondo multipolare, fatto di stabilità e pace.

Ottenendo accordi economici vantaggiosi per l'Italia e stringendo amicizie con tutti, con il sorriso, senza le sciocche contrapposizioni della classe dirigente occidentale odierna.

Una classe dirigente – da Biden a Scholz, dalla Von Der Leyen alla Meloni, passando per Macron - inetta e incapace, che fomenta divisioni e guerre e conseguenti crisi economiche.

Berlusconi seppe dialogare con leader socialisti e democratici quali Chavez e Gheddafi e riuscì a mettere pace fra Putin e Bush.

Fu amico leale del leader socialista Bettino Craxi, che finirà poi perseguitato dai Poteri forti e dalla grancassa mediatico-giudiziaria.

Come ho ricordato in un mio articolo dell'aprile scorso (https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/04/silvio-berlusconi-leader-alternativo.html), nel 1994 mise i bastoni fra le ruote a quella pseudo-sinistra catto e post-comunista radical-chic, che, dalle ceneri del vero e unico centro-sinistra che l’Italia abbia mai avuto (guidato da socialisti, democristiani, repubblicani, liberali e socialdemocratici), aveva pensato di vincere a man bassa.

Berlusconi, strutturando sì il suo partito in modo verticistico, ma allo stesso tempo cercando di unire e recuperare i consensi di socialisti, democristiani, repubblicani, liberali e socialdemocratici – abbattuti dal golpe mediatico-giudiziario che Bettino Craxi battezzò “Falsa rivoluzione” e i media “Tangentopoli”, si accingeva ad evitare che il Paese cadesse nelle mani di quei poteri forti che Bettino Craxi aveva sempre tentato di arginare.

E sì, Berlusconi lo fece sdoganando partiti impresentabili come il MSI e la Lega Nord, che pur avevano cavalcato l’onda anti-democratica contro il Pentapartito.

Sdoganò la destra più per calcolo e vantaggio politico che per altro. Ma cercò sempre di tenerla a bada.

Il suo scopo fu quello di lanciare una battaglia anti-burocratica e anti-statalista, ma allo stesso tempo aumentò le pensioni minime, abolì l’ICI sulla prima casa e la tassa di successione, introdusse bonus per i ceti meno abbienti, attuando così misure in favore della terza età e dei ceti medio-bassi.

Proposte, peraltro, quella sulle pensioni e sull’abolizione dell’ICI, promosse già da Rifondazione Comunista guidata da Bertinotti e Cossutta, verso la quale e verso i quali Berlusconi nutrì sempre rispetto e talvolta sintonia.

Si dirò che Berlusconi era anticomunista, ma il suo “anticomunismo” suonava più come slogan ed era rivolto direttamente al PDS-DS (poi PD), che aveva contribuito alla fine politica di Bettino Craxi. Un PDS-DS che in politica estera finì per appiattirsi all’atlantismo più estremo e che in politica interna promuoveva un’Unione Europea oligarchica, fatta di privatizzazioni e liberalizzazioni e rigorismo economico.

In un'intervista ricordo che egli arrivò a definirsi “liberale di sinistra” e, oltre a candidare nelle fila di Forza Italia il filosofo marxista - già partigiano antifascista del Partito d'Azone – Lucio Colletti, dialogò con i nuovi socialisti di Gianni De Michelis, una delle menti più brillanti del Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi.

Benché, vista la sua età e condizioni di salute, negli ultimi anni fosse più lontano dalla politica più attiva, non lesinò critiche alla Meloni e al suo partito, spesso incoerenti e inesperti, in particolare in politica estera, dichiarando – nel febbraio 2023: “Io a parlare con Zelensky se fossi stato il Presidente del Consiglio non ci sarei mai andato perché come sapete stiamo assistendo alla devastazione del suo Paese e alla strage dei suoi soldati e dei suoi civili: bastava che cessasse di attaccare le due repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe avvenuto, quindi giudico, molto, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore”.

A Berlusconi in molti devono tutto della loro carriera, in particolare nella coalizione di centrodestra, che senza di lui da tempo è fatta di incoerenza, inesperienza e inconsistenza, capace di ottenere voti solo perché il PD, i Cinque Stelle e il duo Renzi&Calenda, sono persino peggiori.

Berlusconi, ad ogni modo, come scrissi già in quel mio articolo di aprile, non ha gettato le basi per una successione politica, ma, vista la qualità del personale politico degli ultimi decenni…la scelta di una successione era e rimane pressoché impossibile.

E' stato l'ultimo politico di razza della sua generazione e, anche se non la pensavamo totalmente come lui, gli abbiamo voluto bene e ci mancherà.

Luca Bagatin

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martedì 24 febbraio 2026

Il Premier socialista slovacco Robert Fico pretende rispetto per il Paese e non accetta ricatti. Articolo di Luca Bagatin

 

Il Premier socialista democratico slovacco, Robert Fico, ancora una volta, mette in atto il suo pragmatismo, oltre e contro le follie della dirigenza UE.

Negli scorsi giorni ha infatti dichiarato: “Se lunedì non verranno ripristinate le forniture di petrolio alla Slovacchia, chiederò alla SEPS, la società per azioni statale, di interrompere le forniture di energia elettrica di emergenza all'Ucraina. Solo nel gennaio 2026, queste forniture di emergenza sono state necessarie per stabilizzare la rete energetica ucraina in misura doppia rispetto all'intero anno 2025”.

Il governo slovacco, intende dunque rispondere con forza al blocco delle forniture di petrolio russo al Paese, da parte di Kiev.

Il Presidente slovacco, che ha riaffermato il sostegno umanitario al popolo ucraino, che si sostanzia in aiuti ai rifugiati e nell'invio di aiuti umanitari e infrastrutturali (non militari, come fanno molti governi irresponsabili dell'UE), pretende, ad ogni modo, che la Slovacchia venga rispettata.

La Slovacchia è un Paese sovrano e non può essere ricattata”, ha affermato il Premier Fico.

Se la parte ucraina continuerà a danneggiare gli interessi della Slovacchia nella fornitura di materie prime strategiche, il governo slovacco riconsidererà anche la sua precedente posizione costruttiva sull'adesione dell'Ucraina all'UE”, ha sottolineato, dichiarando anche che “Da oggi, se la parte ucraina si rivolgerà alla Slovacchia con una richiesta di assistenza per la stabilizzazione della rete energetica ucraina, non riceverà tale assistenza”.

Dello stesso avviso anche il governo ungherese che, già la scorsa settimana, ha sospeso le forniture di gasolio all'Ucraina.

E il governo ungherese, sostenuto anche da quello slovacco, ha annunciato di voler porre il veto al prestito di 90 miliardi di euro all'Ucraina e alle nuove sanzioni contro la Russia.

Il Premier socialista Fico, a proposito del sostegno militare a Kiev, ha sempre sostenuto che esso sia una forma di suicidio economico e di mossa irresponsabile.

Anche nel nostro Paese c'era chi, oltre dieci anni fa, aveva visto giusto sulla questione. Quel Silvio Berlusconi vilipeso dalla pseudo sinistra e ampiamente tradito dal centro e dalla destra. Che a lui devono tutto.

Le ideologie e i fondamentalismi degli pseudo europeisti e degli pseudo riformisti stanno a zero. I fatti parlano e parleranno ancora.

Luca Bagatin

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mercoledì 21 gennaio 2026

Conoscenza, approfondimento e pragmatismo, contro dogmatismo, stupidità, ignoranza e interesse egoistico. Riflessioni di Luca Bagatin

 

I seguaci del dogma religioso o politico, se potessero, ci metterebbero al rogo.

Ieri come oggi e in qualsiasi società siano presenti.

C'è una differenza fondamentale, però, fra chi segue la sua Vera Volontà, ovvero ricerca la sua Stella e chi, invece, vomita dogmi come veleno.

I primi non hanno paura di nulla, perché hanno già esplorato l'Abisso. E hanno scelto l'Amore.

I secondi, invece, usano i loro dogmi perché, nella loro ignoranza, è l'unica cosa che pensano li possa tenere lontani dalla paura.

Ma saranno sconfitti proprio dal loro stesso odio e dalla loro stupidità.

(Luca Bagatin)

Ciò che si regge sull'interesse economico, non è destinato a durare.

Ciò che si regge sulle questioni di principio, invece sì.

Perché?

Perché anche l'essere più ricco del mondo è destinato a invecchiare, soffrire e morire. Potrà lasciare una eredità materiale, ma chi la riceverà, se non sarà in grado di usarla per questioni di principio, farà la stessa fine.

Ma colui il quale costruirà qualcosa sulla base dei suoi principi, è destinato a lasciare un'impronta e a tramandarla, negli anni.

E' per questo che, mentre i popoli occidentali ragionano nel breve periodo e sono destinati al collasso (vedi i vari Imperi), altri popoli, che fondano la loro volontà sulle questioni di principio, sono destinati a evolvere e lasciare un'impronta.

(Luca Bagatin)

La società in cui viviamo è sempre più aggressiva, violenta e deresponsabilizzata.

Ciò è dovuto essenzialmente alla mancanza di rigore in ogni settore, a partire da quello scolastico, per non parlare di quello famigliare.

Oggi si giustificano tutti, ma non li si educano.

Si lasciano i minori allo stato brado, spesso in balia di uno strumento, lo smartphone e il web, che dovrebbe essere permesso, invece, solamente dopo il 18esimo anno di età.

Questo lassismo si riverbera anche in leggi ultra garantiste, che violano i diritti umani delle vittime, ma garantiscono e ampiamente quelli dei carnefici.

Personalmente non credo alle sedicenti democrazie liberali, perché non sono né democratiche, né garantiscono le libertà degli onesti, ma solo quelle dei delinquenti, degli ipocriti e dei disonesti.

Preferirei una società moralizzata, in cui la classe dirigente viene selezionata in base al merito e alle effettive competenze e fondata sul dovere, prima che sul diritto (perché il diritto è conseguente al dovere e non viceversa).

Tutto ciò non è certo utopia in Paesi seri e che funzionano.

Occorre cambiare le menti, perché i regolamenti, da soli, non funzionano.

Lo disse un saggio Mao Tse-Tung.

(Luca Bagatin)

In pochi vogliono osservare questo fenomeno (da me ampiamente descritto in articoli e saggi), ma, a partire dal 1993 in poi, c'è stata, in Italia (e in UE) una convergenza dei postcomunisti, dei postfascisti, dei post democristiani e dei liberali verso un'agenda ultra liberale in ambito economico e ultra atlantista in ambito geopolitico.

Una agenda che si potrebbe tranquillamente chiamare Agenda Draghi (o Agenda Soros).

Chi tentò di fermarli?

Principalmente Bettino Craxi e, per certi versi, persino Silvio Berlusconi.

Non vederlo è da miopi, da stupidi o, peggio, da complici.

(Luca Bagatin)

Sono socialista per logica e non per ideologia.

L'ideologia mi ha sempre interessato molto poco.

Se una cosa funziona, a decretarlo, sono i fatti, non le ideologie.

Ho abbandonato i miei ideali liberali di gioventù non perché io non sostenga la libertà (che è interiore, prima di tutto, cosa molto spesso totalmente ignorata), ma perché i liberali sono ipocriti che hanno ampiamente tradito ogni senso di libertà. E manipolato la Storia a loro uso e consumo.

L'unica "libertà" che conoscono è quella di opprimere chi non la pensa come loro.

Esattamente come i fascisti o chi si dice tale.

Il socialismo, rettamente inteso, è pragmatismo: se le persone sono trattate con giustizia e rispetto, il sistema funziona meglio. Se c'è indipendenza economica e sovranità nazionale, il sistema funziona meglio.

Personalmente divido il mondo fra stupidi ignoranti e intelligenti che approfondiscono le cose, senza pregiudizio.

Il resto conta molto poco.

(Luca Bagatin)

venerdì 28 novembre 2025

Gianni De Michelis, il socialismo, la democrazia costituzionale e il mondo multipolare. Articolo di Luca Bagatin

Gianni De Michelis e Luca Bagatin, dicembre 2003
 

Il 26 novembre scorso, Gianni De Michelis, avrebbe compiuto 85 anni.

Lo conobbi nel 2003, quando era Segretario del Nuovo PSI, al quale mi iscrissi anch'io - pur per un breve periodo – essendo socialista (e mazziniano) fin da quando ero ragazzino e leggevo Marx, Proudhon, Garibaldi, Mazzini, Gaetano Salvemini e Ernesto Rossi, oltre ai discorsi di Craxi e dello stesso De Michelis.

Fu per me, quindi, un onore diventarne amico e avere anche l'occasione di essere relatore, accanto a lui, ad un convegno pubblico socialista (vedi foto).

De Michelis aderì al Partito Socialista Italiano negli Anni '60, collocandosi a quei tempi nella corrente di sinistra, guidata da Riccardo Lombardi, denominata “Alternativa Socialista”, nella quale erano presenti anche i socialisti rivoluzionari.

Nel 1976 appoggiò - e a mio avviso giustamente - la Segreteria guidata da Bettino Craxi e divenne componente della Direzione Nazionale del PSI.

Nel corso degli Anni '80 ricoprirà anche il ruolo di Ministro delle Partecipazioni Statali (quando in Italia e Europa ancora lo Stato contava qualcosa e la politica comandava sull'economia e non viceversa!), Ministro del Lavoro, Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri.

Coinvolto nella falsa rivoluzione di Tangentopoli, sarà sottoposto a diversi procedimenti giudiziari, ma spesso fu assolto.

Denuncerà sempre, assieme a Craxi, il clima avvelenato di quegli anni, teso a colpire unicamente i partiti di governo e in particolare quel PSI che, se da una parte voleva modernizzare l'Italia, smarcandosi dalle “chiese” democristiana e comunista (ma già da tempo non più comunista e via via sempre più liberal-capitalista e visceralmente anti-socialista), dall'altra mirava a una politica estera multipolare, smarcata dagli USA e parimenti denunciava l'avanzare della globalizzazione neoliberale e le sue pericolose derive, che avrebbero portato – con il successivo avvento del capitalismo assoluto - a una diffusa povertà, alla sudditanza dell'Italia a poteri stranieri ed economici e all'immigrazione di massa.

Gianni De Michelis sosterrà sempre una politica estera multipolare, a partire dal ruolo centrale del Mediterraneo e dei Balcani in Europa (fece peraltro di tutto per evitare la disgregazione della Jugoslavia); propose l'integrazione della Federazione Russa nel sistema comunitario europeo; promosse un rapporto privilegiato e sinergico con una Repubblica Popolare Cinese, che già negli Anni '80 e '90 si stava modernizzando e aprendo al mondo.

A confronto dei politicanti di oggi, tutti chiacchiere, voltafaccia, rosari e tatuaggi da esibire, Gianni De Michelis, con realismo e pragmatismo, aveva tutto da insegnare. E lo avrebbe ancora.

Fu peraltro degnissimo consigliere di Silvio Berlusconi, negli ultimi decenni della sua vita e si può dire che proprio Berlusconi (non certo i suoi sodali, che presto lo tradiranno), fu l'ultimo politico di razza di questo triste scorcio di Seconda Repubblica.

A Gianni De Michelis, Paolo Franchi ha dedicato un'interessante biografia, “L'irregolare”, edita da Marsilio.

Appena uscita, nel 2024, l'ho volentieri recensita e può essere letta a questo link: https://amoreeliberta.blogspot.com/2024/07/lirregolare-gianni-de-michelis-nella.html.

Ci sono alcuni passaggi molto interessanti.

Fra questi una risposta di Gianni De Michelis all'intervista di Stefano Lorenzetto – che Paolo Franchi riporta - che recita così: “Dalla fine del precedente ordine mondiale sono passati invano vent'anni. O l'ordine nuovo lo costruiamo adesso, trovando i compromessi necessari per quella che io chiamo la governance multilaterale del mondo multipolare, oppure scoppierà un altro conflitto planetario. E' inevitabile (…). Un mondo così è troppo pesante anche per le spalle degli Stati Uniti, non può essere governato da un Paese solo, da un sistema unipolare”.

Ancora lontani erano i tempi delle irresponsabili Von Der Leyen e Kaja Kallas e delle e dei loro emulatori – bipartisan - in Italia.

Ancora lontani erano i tempi in cui persino i comici avrebbero fondato partiti e sarebbero persino stati eletti a capo di Paesi, con tutte le nefaste conseguenze del caso!

Indietro, ad ogni modo, non si torna più.

Ma il realismo e il pragmatismo di certi politici e statisti con la P e la S maiuscola rimangono, così come rimane l'insegnamento pratico di certi partiti politici storici che hanno guidato, nella democrazia costituzionale, l'Italia, dal 1946 al 1993.

Luca Bagatin

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sabato 22 novembre 2025

E' il momento della pace (che è sempre giusta e può essere duratura se si segue la logica). Articolo di Luca Bagatin

 

Finalmente, Trump, si decide a fare ciò che si era proposto molti mesi fa e a fare il pragmatico, promuovendo un piano di pace per la risoluzione della crisi ucraina.

E lo fa secondo logica conseguenza, al netto degli ideologismi dei fondamentalisti e dei fondamentalismi di ogni colore.

Un peccato che ciò non piaccia ai vertici dell'UE che, per primi, avrebbero invece dovuto lavorare per la pace, evitando di sostenere un'autocrazia né NATO, né UE.

E la pace è sempre giusta e logica, soprattutto se segue la Storia e la logica dei fatti.

E i fatti indicavano quanto scritto da Silvio Berlusconi nel 2015: “con la Russia ci sono delle serie questioni aperte. Per esempio la crisi ucraina. Ma sono problemi che è ridicolo pensare di risolvere senza o contro Mosca. Anche perché in Ucraina coesistono due ragioni altrettanto legittime, quelle del governo di Kiev e quelle della popolazione di lingua, cultura e sentimenti russi. Si tratta di trovare un compromesso sostenibile fra queste ragioni, con Mosca e non contro Mosca”. E, nel 2023, dichiarò: “Io a parlare con Zelensky se fossi stato il Presidente del Consiglio non ci sarei mai andato perché come sapete stiamo assistendo alla devastazione del suo Paese e alla strage dei suoi soldati e dei suoi civili: bastava che cessasse di attaccare le due repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe avvenuto, quindi giudico, molto, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore”.

Un conflitto, peraltro, già annunciato dallo scrittore dissidente russo Eduard Limonov, che per primo denunciò il nazionalismo ucraino russofobo, ma anche il regime di Putin.

Limonov, infatti, già nel 1992 mise in guardia dal nazionalismo di estrema destra russofobo, che stava montando nelle Repubbliche post-sovietiche, Ucraina in primis, alimentato dal sostegno Occidentale, esattamente come accaduto in ex Jugoslavia, per distruggere ogni forma di socialismo e sovranità ad Est.

Ma, parimenti, denunciò sempre il regime di Putin, al punto che il suo partito, il Partito NazionalBolscevico (raccontato e sostenuto anche dalla scrittrice Anna Politkovskaja), fu messo al bando e il successivo partito, “L'Altra Russia di Eduard Limonov”, non può presentarsi alle elezioni.

Oggi Trump propone il ritorno delle zone russofone alla Russia e la neutralità dell'Ucraina, oltre che elezioni in quest'ultima, visto che erano state sospese da tempo.

Soddisfazione, in UE, per gli unici veri volenterosi, il Premier socialista democratico slovacco Robert Fico e il Premier conservatore ungherese Viktor Orban, che – pur su posizioni ideologiche differenti - hanno sempre sostenuto la necessità di un logico e pragmatico compromesso.

Adesso sarebbe tempo per ricostruire e ricucire i rapporti fra tutti, ma, chissà...

Gli unici Paesi a mantenere razionalità, logica e equilibrio in tale conflitto, sono stati la Repubblica Popolare Cinese e il Brasile di Lula.

Tali Paesi non solo non hanno mai introdotto sciocche e controproducenti sanzioni, ma hanno continuato a dialogare e commerciare tanto con la Russia che con l'Ucraina, tentando, fin dal 2022, una mediazione.

Nel febbraio 2022 il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza, dichiarava, infatti: “L’Ucraina deve essere un ponte che unisce Est e Ovest e non una linea di fronte per una competizione tra diverse potenze”; proseguendo, affermò che occorre: “una soluzione pacifica che garantisca sicurezza e stabilità in Europa”, ricordando anche che “nessuno è al di sopra del diritto internazionale” e che “anche le preoccupazioni della Russia devono essere rispettate” e, all’UE aveva fatto presente che, “Se ci sarà un allargamento dell’Alleanza Atlantica ci sarà davvero garanzia della pace?” E’ una domanda che i nostri amici in Europa si devono porre seriamente. Perché le parti non possono sedersi ad un tavolo, condurre colloqui dettagliati ed elaborare un piano per mettere in atto le intese di Minsk?”.

Il mondo di oggi, globalizzato e interconnesso (e sempre di più, con l'Intelligenza Artificiale) dovrebbe anteporre il dialogo e la cooperazione. Sempre.

E fare sempre tacere la non-logica delle armi e quella della competizione.

Occorrerebbe, come sosteneva l'ex Ministro socialista degli Esteri Gianni De Michelis, integrare la Russia nel sistema comunitario europeo e allo stesso tempo cooperare con la Cina.

Rompere ogni forma di steccato e di sciocco pregiudizio ideologico, fuori dal tempo e dallo spazio.

Le sfide del futuro sono ben altre e Trump, Putin e Xi Jinping lo hanno compreso molto bene.

Per quanto, dei tre, solo il Presidente cinese voglia puntare a costruire una comunità dal futuro condiviso per l'umanità, capace di creare valore e benessere per tutti i popoli dei pianeta, attraverso proprio la cooperazione e la costruzione di un mondo più giusto e equo.

Trump e Putin, invece, sono assai discutibili per varie questioni, a iniziare dalla bramosia di potere e dall'essere seguaci del concetto “dividi et impera”, ma anche con costoro occorre dialogare, quali leader di potenze mondiali.

Quanto all'UE, nel febbraio scorso scrivevo questo e lo ribadisco, una volta di più: “Se l'UE volesse avere davvero un ruolo serio, dovrebbe porsi quale cerniera fra Ovest ed Est. Integrare la Russia nel suo sistema; entrare nei BRICS; investire in formazione, ricerca e sanità; promuovere la cooperazione internazionale e una NATO globale, proponendo l'entrata di quanti più Paesi possibili, compresa Russia e Cina, mirando a garantire stabilità, equità, cybersicurezza e lotta al terrorismo internazionale, che, lo abbiamo visto anche con il recente attentato di Monaco, è più vivo che mai (senza contare, aggiungerei, la sempre maggiore penetrazione del radicalismo islamista nella società europea, con tutte le gravi conseguenze del caso, oltre che il drammatico fenomeno delle baby gang, ancora estremamente sottovalutato).

Una UE senza un piano, che rimane serva dei desiderata del Presidente degli USA di turno è dannosa, in particolare per sé stessa. E lo è una UE senza una classe dirigente di alto profilo, che rimane ancorata a vecchie logiche da Guerra Fredda e che segue chi parla di “pace o condizionatori”, come se fossimo al mercato.

L'UE della Von Der Leyen, delle Kallas e dei Draghi, non è l'Europa unita e fraterna dei Giuseppe Saragat, degli Ernesto Rossi, dei Mario Bergamo e dei Bettino Craxi, che sono stati i nostri maestri politici, di ispirazione socialista democratica e repubblicana mazziniana”.

Chi vivrà vedrà. Ad ogni modo, a parlare, sono e saranno sempre i fatti.

Luca Bagatin

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giovedì 20 novembre 2025

Robert Fico, unico socialista al governo in UE e riflessioni sulla necessità di ricostruire un autentico Centro-Sinistra (quello vero, della Prima Repubblica). Articolo di Luca Bagatin

 

Ancora una volta, Robert Fico, Presidente della Slovacchia e leader del partito socialista democratico SMER (Direzione Socialdemocrazia), si conferma l'unico leader autenticamente socialista in UE.

Egli, ancora una volta, critica le decisioni dei vertici dell'UE di isolarsi dall'approvvigionamento energetico russo a partire dal 2028, dichiarando di valutare la possibilità di citare in giudizio l'UE per tale irresponsabile decisione, che colpirà in particolare Slovacchia e Ungheria i cui governi, non a caso, a tale decisione si sono fermamente opposti.

Questa decisione è estremamente dannosa per noi. Sapete che non l'abbiamo votata”, ha sottolineato il Presidente Fico.

Il suo governo valuterà gli impegni presi dalla Commissione Europea nell'ambito del sostegno energetico alla Slovacchia ed in proposito ha aggiunto: “Tutto dipenderà molto da come la Commissione europea rispetterà i suoi impegni nei confronti della Slovacchia, assunti e firmati direttamente dal Presidente della Commissione Europea”.

Il Premier slovacco ha fatto presente che la decisione di isolarsi dall'approvvigionamento energetico russo, presa a maggioranza qualificata degli Stati membri, rappresenta una violazione della legislazione dell'UE.

Egli ha peraltro dichiarato che “Stiamo parlando di 140 miliardi di euro che la Commissione vuole letteralmente donare all'Ucraina, il che solleva un numero enorme di questioni legali e molta incertezza in Europa” ed ha manifestato preoccupazione relativamente alla confisca dei beni russi congelati, che potrebbe portare alla confisca di proprietà di Stati membri UE nel territorio della Federazione Russa.

Il socialdemocratico Fico, in più occasioni, ha manifestato dissensi nei confronti della politica dell'UE in merito.

Egli non ha sostenuto i pacchetti di sanzioni contro la Federazione Russa; ha preso le distanze nei confronti delle assurde dichiarazioni della rappresentante degli affari esteri dell'UE, nonché esponente della destra estone, Kaja Kallas, la quale avrebbe voluto impedirgli di partecipare alle celebrazioni a Mosca, del 9 maggio scorso, per ricordare le vittime della resistenza antifascista nella Seconda Guerra Mondiale; ha partecipato – unico leader dell'UE - all'80esimo anniversario della Vittoria nella Guerra di Resistenza Popolare Cinese contro l'aggressione giapponese e nella Guerra Mondiale Antifascista ed ha sempre dichiarato di voler lavorare, assieme alla Repubblica Popolare Cinese e al Brasile del socialista Lula, per un piano di pace che risolva la crisi russo-ucraina.

Per tutta risposta, il suo partito è stato estromesso dal Partito Socialista Europeo, che di socialista non ha più nulla da molti decenni.

A differenza di SMER (Direzione Socialdemocrazia), unico partito al governo in UE che, guarda un po', ha valori socialisti, patriottici e senza equivoci liberal-capitalisti e guerrafondai.

Tutto ciò dovrebbe farci riflettere, ma probabilmente in pochi ci rifletteranno.

Come in pochi rifletteranno sulla seria politica estera di Silvio Berlusconi e, ancor più e ancor prima, di Bettino Craxi.

Una politica estera responsabile, multilaterale, volta a far dialogare Ovest e Est; a unire anziché dividere e ad andare a colpire chi davvero vuole destabilizzare il mondo. In primis gli estremisti, gli irresponsabili, i fondamentalisti di ogni colore e fede religiosa.

Aggiungerei una riflessione, da socialista e repubblicano mazziniano, orgogliosamente senza tessera da anni, che ho scritto anche ieri sui social, con un positivo riscontro di pubblico.

Se si volesse ricostruire un autentico Centro-Sinistra, come nella Prima Repubblica, riformatore, responsabile e democratico (nulla a che vedere con l'ulivismo, il PD, il renzismo e il calendismo, anzi!), occorrerebbe:

1) lavorare per dichiarare le leggi elettorali dal 1993 ad oggi incostituzionali, come giustamente dichiarato anche dall'amico ex Senatore socialista Giorgio Pizzol, in una recente intervista che gli ho fatto (facendo pertanto decadere anche l'attuale maggioranza e pseudo opposizione);

2) reintrodurre il sistema proporzionale puro (come previsto dalla Costituzione);

3) lavorare per la ricostituzione di un forte stato sociale e per una società ordinata e moralizzata (la sanità, la scuola, lo stato sociale e l'ordine pubblico sono allo sbando. Il fenomeno baby gang, invece, è sempre più diffuso e purtroppo non solo quello);

4) isolare fondamentalisti, estremisti e censori che oggi si dicono "riformisti" senza esserlo;

5) dialogare con tutti i Paesi del mondo, nel quadro di un nuovo ordine mondiale multilaterale, fondato su giustizia sociale e sovranità nazionale. Ovvero iniziando a fare ragionare gli attuali estremistici e irresponsabili (tutt'altro che “volenterosi”) vertici UE.

Ovviamente sono, come spesso mi accade, molto pessimista, ma già sarebbe molto iniziare a discuterne.

Luca Bagatin

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sabato 2 agosto 2025

L'UE non ne ha azzeccata una. Articolo di Luca Bagatin

 

L'UE, in questi decenni, ma soprattutto anni, non ne ha azzeccata una.

Anziché gettare acqua sul fuoco, ha preferito sostenere e armare una autocrazia (che ha messo al bando l'opposizione di sinistra), né appartenente all'UE, né alla NATO. Seguendo peraltro i desiderata della famiglia Biden.

Del resto, le cose sarebbero forse andate diversamente se si fosse ascoltato ciò che Silvio Berlusconi, forse l'ultimo e unico vero leader della Seconda Repubblica (il cui unico vero errore fu di sdoganare missini e leghisti), diceva e scriveva già il 9 maggio 2015, in una lettera, sul Corriere della Sera, riportata anche sul suo profilo Facebook:

Caro direttore, l’assenza dei leader occidentali alle celebrazioni a Mosca per il settantesimo anniversario della Seconda guerra mondiale è la dimostrazione di una miopia dell’Occidente che lascia amareggiato chi, come me, da presidente del Consiglio ha operato incessantemente per riportare la Russia, dopo decenni di Guerra fredda, a far parte dell’Occidente”.

E proseguiva, fra le altre cose, scrivendo: “È vero, con la Russia ci sono delle serie questioni aperte. Per esempio la crisi ucraina. Ma sono problemi che è ridicolo pensare di risolvere senza o contro Mosca. Anche perché in Ucraina coesistono due ragioni altrettanto legittime, quelle del governo di Kiev e quelle della popolazione di lingua, cultura e sentimenti russi. Si tratta di trovare un compromesso sostenibile fra queste ragioni, con Mosca e non contro Mosca”.

Egli peraltro, nel febbraio 2023, affermò: “Io a parlare con Zelensky se fossi stato il Presidente del Consiglio non ci sarei mai andato perché come sapete stiamo assistendo alla devastazione del suo Paese e alla strage dei suoi soldati e dei suoi civili: bastava che cessasse di attaccare le due repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe avvenuto, quindi giudico, molto, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore”.

Inascoltato anche e soprattutto dai suoi, che hanno fatto e continuano a fare l'opposto di ciò che egli disse e promosse.

Suoi che, come i post-comunisti (PD and Co.) e i loro alleati, non hanno minimamente una politica estera seria e chiara, come diversamente Berlusconi proponeva: multipolare, dialogante, con un Occidente che – pragmaticamente – arginasse ogni forma di estremismo.

Anche relativamente al Medio Oriente, l'UE, non ha una politica seria e coerente, quando sarebbe invece necessario lavorare, anche lì, per una mediazione, per riconoscere lo Stato della Palestina, lottare contro il terrorismo, per il rilascio degli ostaggi e arginare governi che bombardano i civili.

Non ne parliamo, poi, della questione dei dazi, ove, ancora una volta, la dirigenza UE si è inchinata ai desiderata del Presidente USA di turno.

Un Trump che, peraltro, oggi dice una cosa, poi ne fa un'altra e... chissà, ne farà e dirà altre ancora, dimostrando assai poca coerenza e molta inconsistenza nella sua leadership.

Del resto, anche i bambini sanno che i dazi sono un danno economico per tutti e, nel medio-lungo periodo, finiranno per ritorcersi contro gli stessi USA.

In tempi di globalizzazione, di e-commerce, di Intelligenza Artificiale, del resto, nessun Paese è e può essere autosufficiente. Ogni divisione ideologica è, dunque, controproducente e profondamente sciocca.

L'arroccamento su posizioni ideologiche, estremiste, vetero-conservatrici, assunte dalla dirigenza di USA e UE, appare tanto assurdo quanto profondamente controproducente.

Il già Ministro degli Esteri Gianni De Michelis (dal 1989 al 1992), che ebbi l'onore di conoscere una ventina di anni fa, riconobbe tanto la necessità di integrare la Russia nel sistema europeo, quanto riconobbe l'importanza del nuovo corso socialista riformista intrapreso dalla Repubblica Popolare Cinese, da Deng Xiaoping in poi.

Ovviamente inascoltato, se pensiamo anche che fu ingiustamente travolto, come accadde a molti politici della sua epoca e generazione, nell'ambito della falsa rivoluzione di Tangentopoli.

Da allora in poi, sappiamo com'è andata.

Il socialismo, in Italia e Europa, è pressoché scomparso. In Italia sono stati sdoganati post-fascisti e post-comunisti (che hanno ampiamente malgovernato il Paese e che ben presto sono diventati fondamentalisti atlantisti). I partiti democratici di Centro-Sinistra (l'unico, vero e inimitabile, non certo il caravanserraglio del PD and Co.), sono stati completamente distrutti e sono scomparsi (lasciamo stare i cespuglietti che oggi si richiamano ad alcuni di quei gloriosi partiti della gloriosa Prima Repubblica...).

Mentre i Paesi BRICS crescono e lavorano per un nuovo ordine multipolare, più equo e più giusto, noi siamo ancora fermi alla mentalità da Guerra Fredda.

Alle guerre economiche e agli inutili riarmi.

Quando, diversamente, sarebbe necessario un mondo più unito, con un'unica alleanza militare globale (come peraltro proposto recentemente anche dal Presidente socialista colombiano Gustavo Petro) e magari anche con un'unica moneta mondiale, come teorizzato dall'ottimo prof. Giancarlo Elia Valori (egli in particolare, in un suo interessante articolo scrisse: quando tutte le persone avranno coscienza di essere uguali, e di avere parità di condizioni economiche e benessere, potrebbe essere possibile unificare la moneta mondiale. Un’unica moneta come frutto di un’acquisizione prima di tutto umana e psicologica, e solo dopo di fattori macro- o microeconomici”).

Le sfide che abbiamo davanti sono molto serie e un mondo diviso non potrà che aggravarle e renderle sempre più impervie.

Con l'Intelligenza Artificiale, adeguatamente governata, potremmo avere un valido supporto per il comparto sanitario e della sicurezza interna e internazionale.

Ma senza una classe dirigente all'altezza, tutto ciò potrebbe essere vanificato.

Non saranno gli estremismi, i fondamentalismi, gli arroccamenti ideologici nei quali si è infilato il cosiddetto Occidente che potranno esserci d'aiuto.

L'Europa unita (se mai lo sia stata davvero), ha smesso da tempo di essere quel baluardo di equilibrio, ragionevolezza, pragmatismo, welfare. Ma si è trasformata nel suo contrario.

Diversamente, tale ruolo, è stato assunto dalla Repubblica Popolare Cinese del socialista riformista Xi Jinping, che, con moderazione e ragionevolezza, promuove una “comunità umana dal futuro condiviso”, sostenendo il Sud del Mondo, dialogando e commerciando con tutti e gettando acqua sul fuoco dei conflitto globali.

Anche il Brasile del socialista Lula, sta svolgendo un ruolo simile. Il Presidente Lula, anche recentemente, ha ribadito peraltro la necessità di diffondere democrazia, affermando al summit di Santiago del Cile, del 21 luglio scorso: “In questo momento in cui l'estremismo sta cercando di far rivivere pratiche interventiste, dobbiamo agire insieme. Difendere la democrazia non è responsabilità esclusiva dei governi; richiede la partecipazione attiva del mondo accademico, dei parlamenti, della società civile, dei media e del settore privato”.

Più democrazia, più investimenti nel welfare, nel comparto sanitario, nell'Intelligenza Artificiale (per il benessere della comunità, non per i giochini da smartphone), più cooperazione internazionale. Più meritocrazia nella selezione della classe dirigente.

Più sinergia con i Paesi BRICS e meno dipendenza e sudditanza nei confronti degli ideologici USA.

Di questo avremmo necessità.

Mi spiace, come spesso mi accade, scrivere nelle conclusioni che sono molto, molto pessimista in merito.

Perché, purtroppo, credo che si proseguirà inesorabilmente, invece, nell'ideologismo e nel fondamentalismo controproducente nel quale ci si è già infilati e tutto ciò finirà per disgregare l'Europa e non per unirla. Per impoverirla e non per migliorare le condizioni dei suoi cittadini.

Per svenderla e non per renderla parte di una comunità globale, nell'ambito della quale prosperare, assieme a tutti gli altri Paesi del mondo.

Luca Bagatin

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lunedì 12 giugno 2023

Silvio Berlusconi ci mancherà. Articolo di Luca Bagatin

Silvio Berlusconi ci mancherà.

E dovrebbe mancare anche a quegli sciocchi che lo hanno denigrato per tutti questi anni.

Perché si renderanno conto anche loro – presto o tardi - che, tutto sommato, è stato il politico meno peggiore degli ultimi trent'anni.

Difronte ai Prodi, D'Alema, Letta, Renzi, Gentiloni, Monti, Conte, Draghi e Meloni, è stato un gigante.

Un gigante che ha saputo prospettare e lavorare per un mondo multipolare, fatto di stabilità e pace.

Ottenendo accordi economici vantaggiosi per l'Italia e stringendo amicizie con tutti, con il sorriso, senza le sciocche contrapposizioni della classe dirigente occidentale odierna.

Una classe dirigente – da Biden a Scholz, dalla Von Der Layen alla Meloni, passando per Macron - inetta e incapace, che fomenta divisioni e guerre e conseguenti crisi economiche.

Berlusconi seppe dialogare con leader socialisti e democratici quali Chavez e Gheddafi e riuscì a mettere pace fra Putin e Bush.

Fu amico leale del leader socialista Bettino Craxi, che finirà poi perseguitato dai Poteri forti e dalla grancassa mediatico-giudiziaria.

Come ho ricordato in un mio articolo dell'aprile scorso (https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/04/silvio-berlusconi-leader-alternativo.html), nel 1994 mise i bastoni fra le ruote a quella pseudo-sinistra catto e post-comunista radical-chic, che, dalle ceneri del vero e unico centro-sinistra che l’Italia abbia mai avuto (guidato da socialisti, democristiani, repubblicani, liberali e socialdemocratici), aveva pensato di vincere a man bassa.

Berlusconi, strutturando sì il suo partito in modo verticistico, ma allo stesso tempo cercando di unire e recuperare i consensi di socialisti, democristiani, repubblicani, liberali e socialdemocratici – abbattuti dal golpe mediatico-giudiziario che Bettino Craxi battezzò “Falsa rivoluzione” e i media “Tangentopoli”, si accingeva ad evitare che il Paese cadesse nelle mani di quei poteri forti che Bettino Craxi aveva sempre tentato di arginare.

E sì, Berlusconi lo fece sdoganando partiti impresentabili come il MSI e la Lega Nord, che pur avevano cavalcato l’onda anti-democratica contro il Pentapartito.

Sdoganò la destra più per calcolo e vantaggio politico che per altro. Ma cercò sempre di tenerla a bada.

Il suo scopo fu quello di lanciare una battaglia anti-burocratica e anti-statalista, ma allo stesso tempo aumentò le pensioni minime, abolì l’ICI sulla prima casa e la tassa di successione, introdusse bonus per i ceti meno abbienti, attuando così misure in favore della terza età e dei ceti medio-bassi.

Proposte, peraltro, quella sulle pensioni e sull’abolizione dell’ICI, promosse già da Rifondazione Comunista guidata da Bertinotti e Cossutta, verso la quale e verso i quali Berlusconi nutrì sempre rispetto e talvolta sintonia.

Si dirò che Berlusconi era anticomunista, ma il suo “anticomunismo” suonava più come slogan ed era rivolto direttamente al PDS-DS (poi PD), che aveva contribuito alla fine politica di Bettino Craxi. Un PDS-DS che in politica estera finì per appiattirsi all’atlantismo più estremo e che in politica interna promuoveva un’Unione Europea oligarchica, fatta di privatizzazioni e liberalizzazioni e rigorismo economico.

In un'intervista ricordo che egli arrivò a definirsi “liberale di sinistra” e, oltre a candidare nelle fila di Forza Italia il filosofo marxista - già partigiano antifascista del Partito d'Azone – Lucio Colletti, dialogò con i nuovi socialisti di Gianni De Michelis, una delle menti più brillanti del Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi.

Benché, vista la sua età e condizioni di salute, negli ultimi anni fosse più lontano dalla politica più attiva, non lesinò critiche alla Meloni e al suo partito, spesso incoerenti e inesperti, in particolare in politica estera, dichiarando – nel febbraio 2023: “Io a parlare con Zelensky se fossi stato il Presidente del Consiglio non ci sarei mai andato perché come sapete stiamo assistendo alla devastazione del suo Paese e alla strage dei suoi soldati e dei suoi civili: bastava che cessasse di attaccare le due repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe avvenuto, quindi giudico, molto, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore”.

A Berlusconi in molti devono tutto della loro carriera, in particolare nella coalizione di centrodestra, che senza di lui da tempo è fatta di incoerenza, inesperienza e inconsistenza, capace di ottenere voti solo perché il PD, i Cinque Stelle e il duo Renzi&Calenda, sono persino peggiori.

Berlusconi, ad ogni modo, come scrissi già in quel mio articolo di aprile, non ha gettato le basi per una successione politica, ma, vista la qualità del personale politico degli ultimi decenni…la scelta di una successione era e rimane pressoché impossibile.

E' stato l'ultimo politico di razza della sua generazione e, anche se non la pensavamo totalmente come lui, gli abbiamo voluto bene e ci mancherà.

Luca Bagatin

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martedì 11 aprile 2023

Silvio Berlusconi: leader alternativo alla pseudo-sinistra e critico verso la destra. Articolo di Luca Bagatin

Lo stato di salute di Berlusconi è in costante miglioramento e me ne rallegro.

Berlusconi è e rimane un protagonista della scena politica mondiale e per varie ragioni, che vanno elencate e sottolineate anche da chi, come me, non ha mai votato il suo schieramento politico, ma non ha nemmeno mai votato la pseudo-sinistra che gli si contrappone.

Quando Silvio Berlusconi, annunciò, quel 26 gennaio 1994, la sua cosiddetta “discesa in campo”, mettendo in piedi un nuovo partito di centro – Forza Italia – in pochi avrebbero probabilmente scommesso che avrebbe messo i bastoni fra le ruote a quella pseudo-sinistra catto e post-comunista radical-chic, che, dalle ceneri del vero e unico centro-sinistra che l'Italia abbia mai avuto (guidato da socialisti, democristiani, repubblicani, liberali e socialdemocratici), aveva pensato di vincere a man bassa.

Berlusconi, strutturando sì il suo partito in modo verticistico, ma allo stesso tempo cercando di unire e recuperare i consensi di socialisti, democristiani, repubblicani, liberali e socialdemocratici – abbattuti dal golpe mediatico-giudiziario che Bettino Craxi battezzò “Falsa rivoluzione” e i media “Tangentopoli”, si accingeva ad evitare che il Paese cadesse nelle mani di quei poteri forti che Bettino Craxi aveva sempre tentato di arginare.

E sì, Berlusconi lo fece sdoganando partiti impresentabili come il MSI e la Lega Nord, che pur avevano cavalcato l'onda anti-democratica contro il Pentapartito.

Sdoganò la destra più per calcolo e vantaggio politico che per altro. Ma cercò sempre di tenerla a bada.

Il suo scopo fu quello di lanciare una battaglia anti-burocratica e anti-statalista, ma allo stesso tempo aumentò le pensioni minime, abolì l'ICI sulla prima casa e la tassa di successione, introdusse bonus per i ceti meno abbienti, attuando così misure in favore della terza età e dei ceti medio-bassi.

Proposte, peraltro, quella sulle pensioni e sull'abolizione dell'ICI, promosse già da Rifondazione Comunista guidata da Bertinotti e Cossutta, verso la quale e verso i quali Berlusconi nutrì sempre rispetto e talvolta sintonia.

In realtà, il suo “anticomunismo” fu più di facciata che di sostanza.

Un “anticomunismo” che suonava più come slogan ed era rivolto direttamente al PDS-DS (poi PD), che aveva contribuito alla fine politica di Bettino Craxi. Un PDS-DS che in politica estera finì per appiattirsi all'atlantismo più estremo e che in politica interna promuoveva un'Unione Europea oligarchica, fatta di privatizzazioni e liberalizzazioni e rigorismo economico.

Ricordo che in un'intervista, Berlusconi, si definì un “liberale di sinistra”. E molto probabilmente lo era.

E questi aspetti furono compresi da quegli intellettuali marxisti come Lucio Colletti, già partigiano antifascista del Partito d'Azione e successivamente comunista revisionista, socialista autogestionario e, infine, deputato di Forza Italia dal 1996 al 2001.

Berlusconi, in sostanza, riuscendoci o meno sino in fondo, tentò di ricostituire una sorta di nuovo centro-sinistra, aperto alla destra perché opposta a una pseudo-sinistra radical-chic e in dialogo con i nuovi socialisti di Gianni De Michelis, una delle menti più brillanti del Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi e con il Partito Repubblicano Italiano, ovvero con quella parte di sinistra che non si era piegata al PDS-DS.

Silvio Berlusconi, inoltre, investì politicamente molto nelle relazioni internazionali. Forse più che in politica interna.

Questo lo portò ad avere ottimi rapporti personali con tutti i grandi leader del mondo. A dialogare amichevolmente con Hugo Chavez e Mu'Ammar Gheddafi e a mettere pace fra Bush e Putin.

Come peraltro ricorda Fabrizio Cicchitto nel suo “Storia di Forza Italia” (edito da Rubettino), Berlusconi, pur non riuscendoci, tentò persino di convincere Bush a evitare il suo secondo intervento in Iraq, dimostrandosi uomo di dialogo e di pace, come peraltro lo furono i Ministri degli Esteri della cosiddetta Prima Repubblica, come Andreotti e il già citato De Michelis, che ebbi l'onore di conoscere personalmente.

Tutto ciò non poteva che spiacere tanto ad alcuni suoi alleati quanto ai poteri forti di USA e UE, che faranno in ogni modo pressione affinché egli mollasse il colpo, agitando lo spauracchio dello “spread”, sino ad allora mai agitato da nessuno.

Con il governo Monti, del 2011, infatti, Berlusconi inizierà pian piano il suo declino.

Complice l'avanzare dell'età, l'uso politico della giustizia nei suoi confronti – mai mancato sin dalla sua discesa in campo - e anche il fatto che le sue promesse di governo non saranno sempre attuate nei fatti, negli ultimi anni Berlusconi finì un po' ai margini della politica.

Ma rimase sempre lucido e l'uomo di pace di un tempo, al punto di dire la verità sul conflitto russo-ucraino, comprendendo anche le ragioni dei russi in Donbass e affermando che, fosse stato per lui, a differenza della Meloni, non avrebbe incontrato Zelensky.

Egli affermò, nel febbraio 2023: "Io a parlare con Zelensky se fossi stato il Presidente del Consiglio non ci sarei mai andato perché come sapete stiamo assistendo alla devastazione del suo Paese e alla strage dei suoi soldati e dei suoi civili: bastava che cessasse di attaccare le due repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe avvenuto, quindi giudico, molto, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore".

A Berlusconi in molti devono molto o tutto della loro carriera politica. Senza di lui il partito della Meloni probabilmente sarebbe ancora ai margini e così quello di Salvini. E, vista l'inconsistenza delle proposte politiche e l'incoerenza di queste due forze, probabilmente sarebbe anche stato molto meglio.

Forse il vero problema di Berlusconi è stato proprio quello di lasciarsi prendere troppo la mano dalla destra e non prenderne abbastanza le distanze. E di fidarsi troppo di alcuni suoi sodali...che finiranno per tradirlo e per salire su altri carri politici, magari oggi più “vincenti”.

In generale penso che la storia politica di Berlusconi (al netto dei pregiudizi, che personalmente non ho mai avuto), abbia dimostrato due cose: che per essere potenti non occorre necessariamente essere ricchi; che, pur avendo avuto la maggioranza dei voti per molti anni, Berlusconi non ha mai avuto il coraggio di imporre davvero sino in fondo la sua visione delle cose.

Probabilmente temeva di fare la fine di Bettino Craxi, che fu un po' la fine di Napoleone esiliato all'Isola di Sant'Elena, sconfitto definitivamente da quella Santa Alleanza che poi sono i poteri forti di sempre, che vogliono un mantenimento di uno status quo che garantisca loro di permanere al potere.

Tornando al ragionamento precedente, vi è da dire che i veri potenti, da tempo, non sono certo i Berlusconi e quasi sempre non scendono in politica.

Pensiamo a Bill Gates, Elon Musk o Zukerberg (e tutte le società tecnologiche e delle telecomunicazioni). Sono potenti perché tutti noi abbiamo loro dato il potere di gestire non solo i nostri dati, ma anche l'intero settore delle telecomunicazioni.

Berlusconi, al loro confronto, ma anche un Trump, non contano praticamente nulla.

Così come costoro contavano ben poco quando erano al governo, a confronto con tutto l'apparato politico internazionale.

Chi conta davvero ha necessità di essere al governo per decenni – senza condizionamenti - e soprattutto deve avere il coraggio di imporre la sua visione.

A Berlusconi è mancata la prima occasione e non ha imposto la seconda.

Questi gli aspetti che, ahimè, gli andrebbero rimproverati.

Infine, non ha gettato le basi per una successione politica, ma, vista la qualità del personale politico degli ultimi decenni...la scelta di una successione era e rimane pressoché impossibile.

Silvio Berlusconi, ultimo politico di razza della sua generazione, se dovesse ritirarsi o scomparire dalla scena politica, mancherà ad ogni modo e sotto molti punti di vista.

Dovrebbe mancare in particolare a coloro i quali sono davvero di sinistra, socialisti o comunisti che siano, che da tempo hanno aperto gli occhi e compreso come il caravanserraglio PCI-PDS-DS-PD e associati (i vari Cinque Stelle, sedicenti ambientalisti, sedicenti socialisti, boniniani, calendiani, renziani...) non siano mai stati di sinistra, ma sempre dalla parte dei poteri forti eurocentrici e atlantici.

E dovrebbe mancare a tutti perché, senza di lui, si sono aperte le porte al melonismo, che è inconsistenza e incoerenza allo stato puro, mentre lo stesso Berlusconi ha più volte - e giustamente - criticato l'azione della Meloni e l'ha giudicata negativamente.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

venerdì 10 giugno 2016

In memoria di Giacomo Matteotti e dei fratelli Carlo e Nello Rosselli. Articolo di Luca Bagatin

10 giugno 1924. 9 giugno 1937.
Date importanti nelle quali videro la morte personaggi coraggiosi, antifascisti della prima ora.
I fratelli Carlo e Nello Rosselli furono fieri oppositori del Fascismo sin dagli esordi, così come lo fu il deputato socialista Giacomo Matteotti, trucidato dalle camice nere il 10 giugno 1924.
Carlo e Nello Rosselli, teorici del socialismo liberale e militanti del Partito d'Azione e delle Brigate partigiane Giustizia e Libertà, uccisi in Francia il 9 giugno 1937.
Giacomo Matteotti, socialista turatiano e prima vittima del criminale Benito Mussolini.
Come Matteotti, i Rosselli, furono peraltro anticomunisti riformisti ed oggi e sempre andrebbero ricordati ed emulati, pur in quest'Italia che ne vorrebbe oscurare la memoria, al punto che, nei libri di testo scolastico, sono ricordati solo marginalmente
Il messaggio di questi martiri dell'antifascismo liberalsocialista ci giunge come pura ed autentica voce di speranza e di verità incontestabile, alternativa alla violenza, alle violenze di ogni totalitarismo.
"Uccidete me: ma l'idea che è in me non la ucciderete mai", ricorda Giacomo Matteotti ai dittatori d'ogni colore politico, ai catto-clerico-talebani d'oggi e ieri. Uccidete. Fate strage di verità, attraverso le vostre menzogne, ipocrisie e calunnie. Ma le idee permangono e così tutti coloro i quali continuano a portarle avanti.
Di Nello Rosselli, appassionato storico repubblicano, vorrei ricordare l'ottimo volume "Mazzini e Bakunin" (in libreria è disponible l'edizione dell'Einaudi), che è un saggio utilissimo per chiunque voglia approfondire le radici storiche del Liberalsocialismo e del Repubblicanesimo in Italia, che sono poi le origini dell'operaismo nel nostro Paese. Si tratta di un testo storico-politico che ripercorre -appunto - l'origine del movimento operaio italiano che, contrariamente a quanto ha voluto farci credere una certa storiografia marxista, ha origini mazziniane e garibaldine: repubblicane quindi, così come il colore rosso, mutuato poi da socialisti e comunisti, che fu per la prima volta utilizzato dai seguaci del Mazzini e di Garibaldi.
La storia del movimento operaio delle origini, a partire dalle Società Operaie e di Mutuo Soccorso, si interseca e si fonde con le lotte Risorgimentali per la libertà e l'emancipazione dall'Impero Asburgico, dalla Chiesa e dalla Monarchia Sabauda.
In "Mazzini e Bakunin", l'ottimo Rosselli ripercorre quegli avvenimenti storici a partire dall'analisi dei due protagonisti dell'Italia risorgimentale: il repubblicano e Apostolo dell'Unità d'Italia Giuseppe Mazzini, con la sua vocazione alla democrazia ed all'unione fra capitale e lavoro e l'anarchico russo Michail Bakunin, che fu all'origine del movimento libertario italiano ed europeo. Figure emblematiche e per certi versi contrapposte, ma a loro volta unite, assieme ai socialisti ed ai marxisti, nella Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864, i cui ideali oggi andrebbero recuperati e contrapposti al capitalismo globalista che ingloba i popoli ed i poveri.
"Mazzini e Bakunin" è certamente un testo illuminante e tutto sommato di semplice lettura per tutti coloro i quali vogliano conoscere un pezzo di Storia patria troppo spesso negato e misconosciuto, così come lo è “Socialismo Liberale” di Carlo Rosselli, che, assieme ai “Doveri dell'Uomo” di Mazzini andrebbe studiato nelle scuole per far comprendere alle giovani generazioni che, per un presente ed un futuro migliore, l'unica alternativa è la democrazia autentica, il sacrificio, il dovere, la libertà unita all'emancipazione sociale.

Luca Bagatin