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martedì 21 luglio 2026

Il socialismo perduto e la crisi della democrazia europea. Articolo di Luca Bagatin

 

Jeremy Corbyn, ex leader laburista, alla conferenza del suo nuovo partito socialista, Your Party, nel Galles, tenutasi domenica 19 luglio scorso, ha detto ancora una volta parole emblematiche.

Puntando il dito contro la destra peggiore che, in Gran Bretagna, è rappresentata dallo pseudo laburismo di Starmer, da decenni infiltrato dal peggior liberal capitalismo che ha distrutto e annacquato tutto il socialismo e la sinistra euro-occidentale.

Uno pseudo laburismo che ha segnato un profondo aumento delle diseguaglianze, come sottolineato da Corbyn, oggi deputato al Parlamento britannico.

Guardate la società che abbiamo in questo Paese, il numero di banche alimentari e il crescente numero di persone in povertà”, ha affermato.

Le politiche finanziarie perseguite da Reeves e Starmer hanno portato a livelli di disuguaglianza enormi nella nostra società, dove 150 miliardari detengono il 22% della nostra ricchezza nazionale”, ha aggiunto.

Relativamente al successore di Starmer, Andy Burnham, Corbyn ha affermato: “Burnham diventa Primo Ministro senza elezioni, senza dibattiti, senza dichiarazioni programmatiche, ed è una parodia di qualsiasi processo democratico”.

E, esortando il nuovo governo a interrompere immediatamente le forniture di armi al regime di estrema destra di Netanyahu, ha ricordato che “Stiamo assistendo a un genocidio e Israele è in grado di perpetrarlo grazie alle strutture militari fornite dalla Gran Bretagna, insieme alla fornitura di informazioni sulla sicurezza. Sabato abbiamo avuto la 36esima manifestazione nazionale per la Palestina, e il mio messaggio è stato che saremo qui finché sarà necessario”.

Egli ha altresì aggiunto di battersi per un sistema di assistenza sociale universale, indipendentemente dal reddito e di volere la proprietà pubblica del settore idrico.

Spiegando che “Il nostro compito è quello di costruire azione, forza e partecipazione a livello comunitario, che alla fine portano al successo elettorale”.

Perché le parole di Corbyn sono importanti, anche nel dibattito italiano e, più in generale, europeo?

Perché egli è il rappresentante di quel socialismo autentico, comunitario e senza equivoci che è e viene ancora perseguitato in gran parte d'Europa, se non addirittura infiltrato da settori liberal capitalisti che hanno snaturato socialismo e sinistra, facendoli diventare il cane da guardia del capitalismo assoluto, come ampiamente dimostrato anche dal filosofo francese Jean Claude-Michéa.

Ho scritto moltissimo di questi aspetti, in numerosi articoli e nel mio ultimo saggio, con prefazione di Ananda Craxi, “Ritratti del Socialismo” (Mario Pascale Editore).

Trovo tutto ciò di profonda attualità, se penso che ancora oggi c'è chi nel nostro Paese si dice “socialista”, ma fa discorsi da liberale e spesso si definisce “riformatore” o “riformista”. Quando nemmeno il sempre purtroppo dimenticato Giuseppe Saragat amava quel termine e, nel 1947, nel suo celebre discorso di fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, esaltando la democrazia in seno al proletariato, dichiarò: “Quanto più il proletariato sarà democratico, tanto più troverà alleati, tanto più sarà forte. Oggi si pensa che l'ultima parola della saggezza politica sia il riformismo anti-democratico. Noi pensiamo invece che debba essere la democrazia anti-riformista”.

Ho scritto recentemente un commento a un intervento abbastanza generico di Bobo Craxi, che qui vorrei riportare.

La sinistra italiana e europea, se escludiamo i socialisti Slovacchi, Bulgari e Moldavi e il movimento di Corbyn, Mélenchon, Galloway, Sanchez e pochi altri, non esiste più.
Infiltrata e annacquata dal liberal capitalismo a partire dalla metà degli Anni '90, ha perduto ogni volontà di giustizia sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica.
Ha perduto proprio quel sano POPULISMO – da molti ingiustamente criticato - che era all’origine del socialismo originario, come ricorda l’ottimo Jean Claude-Michéa.
Nel mio ultimo saggio, Ritratti del Socialismo, punto il dito proprio contro questo sinistrismo borghese, beceramente liberale e anti popolare, di cui tutti voi siete diventati preda.
Ma ancora parlate di “sinistra”, di “socialismo”, senza conoscere né avere mai frequentato le classi popolari e senza esservi mai confrontati con realtà socialiste latinoamericane, eurasiatiche, panafricane.
Al vostro convegno
(mi riferisco al convegno in ricordo dei 50 anni dell'elezione di Bettino Craxi al Midas, tenutosi a Roma il 16 luglio scorso a Roma e organizzato dalla lista Avanti) c’ero anch’io l’altro giorno e mi sono annoiato a morte.
Solite parole vuote che sento da decenni.
Che a me, personalmente, non incantano più, ma penso non incantino nemmeno la gran parte degli elettori e chi si richiama al socialismo e al repubblicanesimo sociale.
Avrei voluto fare un intervento, che mi ero preparato. Ma il convegno era interamente autoreferenziale.
Ho trovato ad ogni modo molto interessante l’intervento storico di Saro Freni, giovane ricercatore storico, con il quale ho passato il pomeriggio a chiacchierare al bar, al centro di Roma, confrontandoci sul passato e il presente, pur da posizioni politiche differenti”.

Se ce ne fosse stata l'opportunità, a quel convegno, avrei voluto dire quanto segue, a proposito dell'assenza di una forza socialista che si ponga quale rappresentante della comunità e critichi quel sinistrismo borghese che, nei fatti, ha spostato l'asse politico italiano (e dell'UE) sempre più verso destra. Quella destra che preoccupa tanto questi “socialisti”, senza che si siano resi conto che la destra è forte proprio... a causa dell'assenza di politiche socialiste!!!

Francamente si fa davvero fatica a definire “sinistra” il PD e i suoi alleati o potenziali tali, da Renzi, passando per Calenda, Bonelli, Fratoianni e Conte.

In che cosa si differenziano dal campo meloniano?

Nel voler mettere al centro la comunità, magari investendo massicciamente in istruzione, sanità, ricerca e sicurezza pubblica?

Nel voler nazionalizzare i settori chiave dell'economia, in favore, appunto, della comunità stessa?

Nel voler riaprire un dialogo con la Russia, ritornando a commerciare con essa, riaprire i canali energetici e abbandonare il sostegno all'autocrazia corrotta né UE né NATO, retta da un comico irresponsabile?

Nel voler ripristinare la democrazia rappresentativa, ritornando al sistema proporzionale puro, come previsto dalla Costituzione?

Nel voler ridiscutere l'alleanza con gli USA che, sempre di più, spingono l'acceleratore verso la destabilizzazione mondiale?

(...) Perché non si parla più di “socialismo” e si criticano i Paesi socialisti? Perché si parla, al massimo, genericamente, di vuoto “riformismo”? (…).

Ecco, forse il problema sta proprio lì. Dalle nostre parti, in Italia, in UE, nell'Occidente liberal capitalista, si è perseguitato o svuotato, dall'interno, il socialismo ed al contempo si è svuotata di significato la democrazia. Che, come diceva Saragat, è anti-riformista. Ovvero è anti-borghese e anti-individualista.

Perché la democrazia è volontà e sovranità del popolo, nel suo complesso. Non è l'ideologia dell'individualismo, non è l'ideologia della finanza e della speculazione economica, bensì le fondamenta di una comunità organizzata, che si fonda su doveri e diritti.

Doveri, come diceva Giuseppe Mazzini, che vanno anteposti ai diritti, che ne sono conseguenza.

Tutto ciò sembra perduto da tempo.

Dalla metà degli Anni '90, in Italia e Europa (Russia compresa), abbiamo assistito alla disgregazione di ogni forma di valore civile e umano, sostituito dall'ideologia del mercato, dell'individualismo, dell'edonismo.

I partiti e relativi candidati sono diventati di plastica. Imprenditori, comici, attori.... Un po' come già accadeva da tempo negli USA (Ronald Reagan il primo degli esempi).

Questa edonizzazione, spoliticizzazione della società, ha coinciso con l'abbattimento con ogni mezzo dei valori comunitari; di ogni idea socialista; di ogni “decenza comune”, come ebbe spesso a scrivere il filosofo francese Jean-Claude Michéa, che pone in particolare sul banco degli imputati la trasformazione in senso borghese e liberal capitalista (o “riformista”) della “sinistra” euro-occidentale.

Una “sinistra” euro-occidentale che insegue e ha inseguito la destra, in nome della “crescita economica” e dell'atomizzazione della società, cavalcando l'onda delle nuove tecnologie, anziché regolamentarle adeguatamente, rendendo la comunità partecipe di questo processo di regolamentazione, in modo democratico.

La politica, dunque, diventata un eterno “reality show”, ha smesso il suo ruolo educativo e pedagogico, per diventare mero intrattenimento.

Come la televisione, come i social, che sono poi i mezzi da cui provengono (o in cui ritornano o ritorneranno, magari partecipando a qualche reality televisivo o diventando conduttori tv) i politici di turno, o che i politici di turno usano e abusano per qualsivoglia dichiarazione.

Dichiarazione che non è ragionamento, ma slogan. Perché si pensa che le persone non capiscano o non meritino altro che essere trattate come tifosi da stadio.

In modo da far credere che esistano, peraltro, due o tre schieramenti contrapposti quando, in realtà, ne esiste solo uno: anti-comunitario, non democratico, autoreferenziale, anti-socialista. Spesso rispondente a poteri internazionali e quindi nemmeno autonomo.

Schieramento o schieramenti che sono votati con sistemi elettorali sempre meno rappresentativi, fatti di maggioritari e sbarramenti. Contribuendo, peraltro, all'astensionismo di massa, visto che le persone, ormai, hanno compreso da tempo che le regole sono truccate a monte.

Oggi vediamo impennarsi i prezzi a causa di guerre e sanzioni sconsiderate, non volute dalla maggioranza dei cittadini, che non ha alcuna voce in capitolo in merito.

Vediamo nuove generazioni sempre più lasciate allo sbando, violente, pronte a fare attentati, a uccidere, vilipendere, violentare chiunque, senza che vi sia alcuna pena severa e esemplare, atta ad educarle.

Vediamo una società edonista, instagrammata e instagrammabile che, all'approfondimento, preferisce il tifo da stadio, l'accumulo di beni materiali, l'esteriorità.

Vediamo un mondo più diviso, come non mai, nemmeno ai tempi della Guerra Fredda.

Eppure la soluzione sarebbe semplice, ma non vi è nessun partito dalle nostre parti che abbia il coraggio di porre al centro la comunità, le sue necessità, che abbia la capacità di ricostruirla dalle fondamenta.

Manca, probabilmente, come dice spesso la mia cara amica Paola Bergamo, lo spazio politico.

In tutto ciò vediamo Paesi che ci hanno ampiamente superati, ma che, nel nostro “suprematismo liberale”, consideriamo “dittature”.

Anziché ammirare e approfondire la Storia, cultura e mentalità cinese (realtà con il più basso tasso di criminalità al mondo e con livelli di modernizzazione e di organizzazione altissimi), la denigriamo, pensando di esserle superiori.

L'incapacità di fare autocritica e di riorganizzarci, ci seppellirà. L'incapacità di modificare i paradigmi e i nostri modelli, sia di pensiero che di comportamento, ci seppelliranno.

E, quando accadrà, non avremo nemmeno il tempo di rendercene conto.

Esattamente un anno fa, rispondendo a un articolo di Marco Gervasoni, sull'Huffington Post, dal titolo “Eutanasia del socialismo riformista”, scrivevo, nelle mie conclusioni:

Avremmo necessità di socialismo, ma rettamente inteso e senza equivoci liberal capitalisti e/o guerrafondai.

Un socialismo come quello di Bettino Craxi, di Giuseppe Saragat (…), di Roberto Tremelloni, di Mario Bergamo, di Luigi Mariotti, di Pietro Longo, di Hugo Chavez, di Lula, di Jeremy Corbyn e così via, come vado scrivendo da un bel po' di annetti.

Altro che aggiungere una “s” alla “d” del PD!

Occorre riannodare i fili di ciò che è stato volutamente distrutto (pensiamo anche alla tragica defenestrazione del socialista Gheddafi in Libia e a quella del laico-socialista Assad in Siria, per lasciare spazio al caos e agli islamisti...ma amici di un Occidente che il socialismo non lo ha mai amato né voluto). (Oggi, peraltro, avrei anche aggiunto: pensiamo alla tragica fine fatta fare al Presidente socialista del Venezuela, Nicolas Maduro, da parte del regime di Trump!).

Che un socialismo autentico, in Europa, possa rinascere, ci credo molto poco. Che sia presente, in molti Paesi del mondo, invece, è una realtà.

Forse perché Paesi che hanno imparato dalla loro Storia e cultura, oltre che dalle disavventure dei rispettivi popoli. E, chi impara dalla propria Storia e dall'esperienza, ha in mano il presente e futuro.

Oggi, a parte i Corbyn e gli altri soggetti che ho citato, non vedo socialisti in Europa. Né vedo sinistra.

In Italia guardo con interesse al progetto di Angelo D'Orsi, che pur ha una storia molto diversa e lontana dalla mia, “Agorà per l'Italia”.

Altro non vedo.

Vedo fondamentalisti censori che si dicono “di centro”. Vedo destre parolaie e inconcludenti. Vedo pseudo sinistre liberal draghiane.

Vedo il livello che abbiamo raggiunto.

E la misura mi appare colma.

Luca Bagatin

https://amoreeliberta.blogspot.com

mercoledì 15 luglio 2026

Tra i "volenterosi" della guerra e i socialisti della pace: la linea di Fico e Radev. Articolo di Luca Bagatin

 

Ci sono guerrafondai che si autoproclamano “volenterosi” e socialisti che, concretamente, hanno la volontà di porre fine ai conflitti.

E' questo il caso sia del Premier socialista democratico slovacco Robert Fico e del neo eletto Primo ministro bulgaro Rumen Radev.

Rumen Radev, già Generale dell'Aeronautica e leader di Bulgaria Progressista, partito socialista democratico, nazionalista e populista di sinistra, che alle recenti elezioni ha conquistato quasi il 45% dei voti, ha chiaramente dichiarato che la Bulgaria non farà parte della coalizione dei cosiddetti “volenterosi”.

Egli, come lo slovacco Fico, non intende fornire assistenza militare e finanziaria all'Ucraina, ma, in modo pragmatico, ha sottolineato come la fine del conflitto si possa ottenere unicamente con una forte iniziativa diplomatica.

Radev, nella sua pagina su Facebook, ha scritto di recente: “Ho ricevuto l'invito affinché la Bulgaria aderisse alla coalizione dei "volenterosi", ma ritengo che il nostro Paese non debba farne parte, perché non partecipiamo a una coalizione che insiste nel proseguire il sostegno finanziario e militare all'Ucraina. La Bulgaria non fornisce questo tipo di assistenza, poiché siamo convinti che la soluzione del conflitto non consista nel prolungarlo attraverso mezzi militari, bensì nel promuovere una forte iniziativa diplomatica che ponga finalmente fine alle ostilità.

(...) Per la prima volta, la Bulgaria afferma apertamente il proprio interesse nazionale anche quando si tratta dell'adozione di sanzioni contro la Russia. Questo dimostra che non c'è nulla di sbagliato nel fatto che uno Stato difenda i propri interessi all'interno di un quadro collettivo. L'Unione europea è forte quando lo sono i suoi Stati membri, e questi possono esserlo soltanto se tutelano i propri interessi nazionali. Un simile atteggiamento è rispettato da tutti gli altri partner.

Per questo motivo, la Bulgaria ha espresso apertamente le proprie riserve sull'inserimento di determinate persone nell'elenco delle sanzioni e ha dichiarato con fermezza di essere pronta a porre il veto sull'intero pacchetto qualora tali nominativi non fossero stati rimossi. Abbiamo visto che tutti e tre sono stati effettivamente esclusi dalla lista e che gli Stati membri dell'Unione europea valutano sempre più spesso il regime sanzionatorio alla luce dei propri interessi nazionali.

Se oggi siamo arrivati al ventunesimo pacchetto di sanzioni, dovremmo chiederci perché sia stato necessario e quali risultati abbiano prodotto i precedenti venti. È evidente che non hanno raggiunto gli obiettivi prefissati e, soprattutto, dobbiamo vigilare affinché le sanzioni non finiscano per danneggiare gli stessi Paesi che le adottano”.

In un altro post, egli ha ribadito che “Questa settimana la Bulgaria ha dato il proprio contributo alla definizione della politica estera dell'Unione europea. Bruxelles ha tenuto conto delle riserve espresse dalla Bulgaria riguardo a tre persone: il Patriarca di Mosca, il proprietario di Lukoil, Vagit Alekperov, e Makhmudov, presidente dell'associazione che fornisce pezzi di ricambio ai convogli della metropolitana di Sofia.

Desidero sottolineare con chiarezza che non si tratta di difendere singole persone. Si tratta di tutelare gli interessi nazionali della Bulgaria nei settori dell'energia e dei trasporti, esattamente come fanno anche gli altri Stati membri dell'Unione europea.

Per quanto riguarda il ventunesimo pacchetto di sanzioni, per noi è fondamentale che venga rispettato il principio secondo cui la religione non deve essere trascinata nei conflitti politici, soprattutto mentre in Europa è in corso una guerra. Ogni decisione che contribuisca alla de-escalation rappresenta un passo verso quella pace che tutte le persone di buon senso, sia in Occidente sia in Oriente, desiderano.

È anche per questo motivo che la Bulgaria ha deciso di non partecipare alle consultazioni della coalizione informale dei "volenterosi". La delegazione bulgara si è recata a Parigi per testimoniare il proprio rispetto nei confronti del Presidente francese e della Francia, nostro alleato. Ritengo che il "risveglio strategico" di cui si è discusso a Parigi debba iniziare con un rinnovato impegno a favore dei negoziati, finalizzati a ristabilire la pace in Europa e a costruire un nuovo sistema di sicurezza, stabile ed efficace.

Quando parliamo di guerra, non dobbiamo dimenticare che le strade della Bulgaria continuano a essere un campo di battaglia, sul quale ogni giorno si perdono vite umane" (…).

Il Primo ministro bulgaro, dunque, come quello slovacco, a differenza di molti altri capi di Stato in UE, mette al primo posto gli interessi del suo Paese, pensa alla sicurezza delle sue strade e alla propria comunità, oltre a promuovere una visione ragionevole e realistica della politica estera.

Questo, a mio avviso, si chiama avere una visione d'insieme ed essere autenticamente socialisti democratici, senza servilismi o equivoci guerrafondai e liberal capitalisti.

Luca Bagatin

https://amoreeliberta.blogspot.com

domenica 5 luglio 2026

Contro la logica della guerra: la scelta della Slovacchia del socialista democratico Robert Fico. Articolo di Luca Bagatin

 

Ancora una volta, in UE, l'unico governo responsabile e pragmatico si dimostra quello del socialista democratico slovacco Robert Fico, leader di SMER-Direzione Socialdemocrazia.

La Slovacchia, infatti, non sosterrà ulteriori finanziamenti militari all'Ucraina al prossimo vertice NATO di Ankara del 7 e 8 luglio.

Se altri Paesi vogliono prepararsi alla guerra, probabilmente non possiamo impedirlo. Ma la Slovacchia è un Paese pacifico ed è per questo che lo dico in anticipo: condurrò tutti i negoziati in modo tale che la delegazione che andrà ad Ankara non abbia la possibilità di coinvolgere la Slovacchia in questi prestiti di guerra”, ha affermato nei giorni scorsi il Premier slovacco Robert Fico.

Egli ha altresì spiegato che il conflitto russo-ucraino non può avere una soluzione militare, ma solamente diplomatica e ha ribadito che continuerà a fornire unicamente assistenza umanitaria all'Ucraina e a lavorare per i negoziati fra le parti.

Il Premier Fico, nel sottolineare che la Slovacchia non parteciperà ad alcun meccanismo finanziario per sostenere militarmente l'Ucraina, ha spiegato che non parteciperà nemmeno al prestito di 90 miliardi di euro che l'Ucraina riceve dall'UE.

Ci fossero altri governi responsabili, in UE, come il suo, forse la fine del conflitto sarebbe più vicina. Ma a prevalere, ad oggi, solo insane ideologie che, se da una parte creano un clima da nuova Guerra Fredda, dall'altro fanno crescere i consensi dell'estrema destra.

Dalla padella alla brace.

Luca Bagatin

https://amoreeliberta.blogspot.com

martedì 30 giugno 2026

Soldi, scommesse, speculazione: il potere che governa il mondo e il declino della politica in Occidente. Articolo di Paola Bergamo

 

La politica, in Europa e non solo, attraversa una delle crisi più profonde della sua storia recente. Non è soltanto crisi di consenso, ma di leadership, trasparenza e autonomia.

Le recenti polemiche nate attorno alle presunte chat tra alcuni leader europei, tra cui spiccano Zelensky e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, finiti al centro dell’attenzione del Mediatore Europeo per questioni legate alla trasparenza istituzionale, rappresentano soltanto la punta dell’iceberg. Al di là dell’esito delle verifiche e delle responsabilità effettive, emerge un dato politico inquietante: l’impressione di un ristretto circuito decisionale nel quale pochi attori si confrontano, come membri di un club esclusivo, lontano dagli occhi dei cittadini, mentre le grandi questioni del continente vengono sottratte al dibattito democratico.

E del resto sono passati soli pochi anni dal Qatar-gate per cui la magistratura belga avviò una vasta operazione su gravi  episodi di corruzione, riciclaggio, e associazione criminale legati a tentativi di influenzare anche quelle poche decisioni che sono in capo al Parlamento Europeo. Fu scandalo che mise in risalto non tanto la corruttibilità e amoralità sempre dietro l’angolo di una singola persona, quanto piuttosto che vi è una criticità strutturale rapportabile al peso delle lobby, ai meccanismi di trasparenza e controllo interno nella stessa Unione Europea.

La prima domanda che mi sovviene, e che attiene al ruolo della stessa EU, è che se il Parlamento che dovrebbe rappresentare cinquecento milioni di cittadini può essere vulnerabile alle pressioni degli stati esteri, ai grandi interessi economici, alle speculazioni finanziarie, chi tutela davvero l’autonomia della politica in Europa?
Esiste ancora la politica?
E ancor più: è la politica a governare l’economia o ne è diventato un semplice braccio amministrativo?

L’Europa appare sempre più governata da una tecnocrazia che comunica con sé stessa, autoreferenziale, distante dai bisogni reali delle popolazioni.

Nel frattempo, la gente comune sperimenta un progressivo impoverimento materiale, culturale ed esistenziale. Crescono l’incertezza, la precarietà, il disagio sociale e l’infelicità collettiva. Eppure, questi fenomeni sembrano occupare spazio marginale nelle priorità delle classi dirigenti.

Viene allora spontanea una domanda: chi detta realmente l’agenda politica dell’Occidente contemporaneo?

Molti osservatori individuano nel capitalismo finanziario globale una forza capace di influenzare profondamente le scelte dei governi. Non più soltanto il tradizionale conflitto tra destra e sinistra, ma il predominio di interessi economici sovranazionali che attraversano indistintamente i diversi schieramenti politici.

Questo è il vero motivo per cui anche in Italia la disertazione delle urne è fenomeno in costante crescita, espressione di un cattivo stato di salute della democrazia.
Il voto di protesta premia l’urlatore di turno, il presunto rompi schema e anti-sistema, che si presenta puntuale a ogni tornata elettorale con promesse demagogiche. Si tratta di personaggi che promettono di sortire un cambiamento ma, una volta raggiunto il potere (che è stato permesso loro scalare), poi si inchinano e si adattano alle logiche dei grandi interessi economici e finanziari che dominano la scena globale e rinnegano quanto con sagace pseudo-pathos si è promesso poco prima dal palco del comizio plateale.

Le parole volano e lasciano spazio alla continuità delle politiche mentre quello che appariva come il coraggio della rottura si trasforma in prudenza e conformismo.
Urlatori di mestiere, imbonitori con più o meno classe, spesso in deficit di competenza e costrutti, una volta ascesa la scala del palazzo “scoprono” che esistono gerarchie invisibili alle quali occorre rendere “omaggio”.
Si possono forse ignorare in buona fede le cose?

Dietro i grandi gruppi industriali, siano essi attivi nel settore della difesa, della farmaceutica o dell’energia, compaiono spesso gli stessi grandi investitori istituzionali. Colossi come BlackRock, Vanguard e State Street, figurano tra i principali azionisti di numerosissime multinazionali operanti nei comparti strategici dell’economia mondiale.
Non si tratta necessariamente di un centro di comando unitario né di una regia occulta, ma certamente di una straordinaria concentrazione di capitale, di influenza e di potere che pone interrogativi democratici enormi sul nostro presente e futuro.

L’industria degli armamenti, ad esempio, beneficia di enormi flussi finanziari provenienti da fondi di investimento, ETF specializzati, fondi pensione e investitori istituzionali. L’aumento delle spese militari europee e della NATO ha generato nuove opportunità di profitto per i mercati finanziari.
Ma lo stesso fenomeno si osserva nel settore farmaceutico e in quello energetico. Gli stessi grandi gestori patrimoniali detengono partecipazioni significative nelle principali aziende dei tre comparti, creando una rete di interessi che travalica i confini delle singole industrie.

È qui che nasce la figura simbolica da me immaginata dei “Signori delle Tre S”: Soldi, Scommessa e Speculazione. Sono i Signori che governano i destini del mondo.
Per costoro la società non rappresenta una comunità da far prosperare, bensì un enorme mercato sul quale allocare capitali, massimizzare rendimenti e trasformare ogni crisi in opportunità economica per sé stessi.
Anche la guerra, in questa prospettiva, appare un gigantesco laboratorio, un ricco affare.
L’Ucraina, ad esempio, non è soltanto il teatro di un dramma umano e geopolitico immenso; è anche il contesto nel quale si sperimentano nuove tecnologie militari, sistemi di difesa avanzati, droni, satelliti, intelligenza artificiale applicata al combattimento e nuovi modelli industriali.

Gli Stati Uniti, del resto, non costituiscono un blocco monolitico. Esistono molte Americhe: quella della democrazia costituzionale, quella dell’innovazione scientifica, quella della società civile, ma anche quella del potente establishment finanziario e lobbistico che ruota attorno al complesso militare-industriale. Tutte queste Americhe hanno un solo Presidente e quello attuale sembra fantasioso, bizzarro nelle sue affermazioni contraddittorie, ma ogni qual volta proferisce verbo, convintosi di una missione anche messianica, sta di fatto che le borse volano e premiano questo o quel  magnate, magari pure amico.
Un sistema di interessi e cointeressenze che, come denunciava già Eisenhower nel suo celebre discorso del 1961, possiede una capacità di influenza enorme sulle decisioni pubbliche e sulla postura dei leader.

Chi per esempio trae profitto dalla produzione di armamenti e dalla loro continua evoluzione tecnologica difficilmente può considerare irrilevante un conflitto che offre possibilità di sviluppo, sperimentazione e mercato senza precedenti. Ecco quindi la difficoltà della Pace.

Naturalmente, ridurre la complessità del mondo contemporaneo a un’unica spiegazione sarebbe un errore. La realtà è sempre più articolata delle narrazioni ideologiche. Tuttavia, ignorare il peso crescente della grande finanza nelle dinamiche politiche sarebbe altrettanto ingenuo.

La vera questione resta un’altra: quale società immaginano i Signori delle Tre S?

Una società fondata sulla giustizia sociale, sulla solidarietà, sul benessere diffuso e sulla partecipazione democratica, oppure una società nella quale ogni aspetto dell’esistenza umana diventa oggetto di investimento, scommessa e speculazione?

Se la politica rinuncia alla propria autonomia e si limita a gestire gli interessi dei grandi flussi finanziari globali, allora la democrazia rischia di trasformarsi in una semplice procedura, svuotata della sua funzione originaria quel “non aggiungere al natural dolore” che Mario Bergamo, si affannava a predicare e perseguire con la propria azione politica di repubblicano sociale antifascista del ‘900.
Rapportando questo pensiero politico filosofico all’oggi significa che la politica deve rappresentare i bisogni, le speranze e le sofferenze delle persone comuni e agire in tal senso.

Forse la crisi della leadership in Occidente nasce dalla progressiva sostituzione della politica con la finanza, del cittadino con l’investitore, della comunità con il mercato.
Quando la politica smette di occuparsi della prosperità collettiva per inseguire esclusivamente gli imperativi della redditività, quando la politica rinuncia a essere lei a guidare l’economia e si limita a gestire ciò che i mercati ritengono conveniente, smette di immaginare il futuro e si limita a amministrare il presente.

La politica storicamente era lo spazio delle grandi visioni collettive: la costruzione dello Stato sociale, della scuola pubblica, dei diritti del lavoro, di una sanità universale, dei grandi progetti infrastrutturali, persino dell’idea stessa di Europa.
Oggi tutto si è invertito: non più la finanza al servizio di un progetto politico ma la politica a dover rassicurare continuamente i mercati, gli investitori, le agenzie di rating, i grandi flussi di capitale, gli speculatori.

Il problema quindi non è solo politico- sociale-economico ma è antropologico e culturale.
Se ogni decisione viene valutata in termini di rendimento, efficienza e competitività allora scompaiono domande profonde sul tipo di società da costruire, quale tipo di felicità umana si persegua, quale posto assegnare a lavoro, famiglia e cultura ma soprattutto quale eredità vogliamo lasciare alle generazioni future.

Forse la più tragica vittoria della finanza globale non consiste nell’aver conquistato i governi, ma nell’aver ristretto l’orizzonte dell’immaginabile. La politica non progetta più il domani: gestisce vincoli, rispetta parametri, rassicura investitori. Non costruisce il futuro, lo contabilizza.
E’ un continuo attentare all’utopia, alla filosofia e alla speranza collettiva.
Allora diventa essenziale porre una domanda aperta e che attraversa tutto il nostro tempo: chi ha il diritto di immaginare il futuro? I cittadini attraverso la politica o i grandi flussi di capitale attraverso la logica del rendimento?
E’ proprio quì che si gioca la crisi della democrazia contemporanea.

Paola Bergamo

https://www.centrostudimb2.eu 

domenica 28 giugno 2026

Nasce "Agorà", il movimento di Angelo D'Orsi, per dare una voce democratica al Paese. Articolo di Luca Bagatin

 

Amo i gatti neri. Ne avevo uno, Mirtillo, che per me è stato come un fratello.

I gatti neri sono simbolo di ribellione, anarchia, ma anche, sotto il profilo spirituale, di protezione e esplorazione del proprio inconscio.

Quando, sul manifesto della prima assemblea nazionale di "Agorà per l'Italia", il neo-movimento del prof. Angelo D'Orsi, tenutasi a Roma il 27 giugno scorso, ho visto che c'era disegnato un gatto nero con dei begli occhi rossi, avevo deciso che non sarei potuto mancare.

Non sono pertanto rimasto stupito nell'ascoltare – nel corso dell'assemblea - parole che risuonano dentro di me, fin da quando ero molto piccolo, la prima delle quali è “democrazia”.

E non sono rimasto stupito nel vedere – nella numerosissima platea - volti puliti e fieri e ritrovare amici quali Paolo Di Mizio, ex caporedattore e fra i fondatori del TG5 e Fabio Massimo Parenti, esperto di Repubblica Popolare Cinese, che spesso ho citato nei miei articoli e saggi.

Mi ha colpito molto ascoltare il prof. D'Orsi spiegare come egli sia stato ispirato, nella fondazione di questo movimento, da una sua amica scomparsa.

Il prof. D'Orsi ha una formazione politica molto diversa dalla mia. Lui si rifà a Gramsci, io mi rifaccio alla tradizione mazziniana, garibaldina, dannunziana, ma non meno eretica. Anzi. Forse anche di più.

E' forse per questo che, le sue parole e prospettive, non sono così distanti dalle mie. Ed è per questo che, forse, una nuova sintesi fra antichi valori sociali, non è così impossibile. Se si riparte dello studio e dall'approfondimento, senza pregiudizi, della Storia.

E questo egli ha detto: “Ho pensato di costruire un partito fondato sullo studio”.

Che è la base di tutto, direi.

Ma non solo.

Il prof. D'Orsi ha spiegato come, nelle sue brevi esperienze politiche come candidato di partiti di sinistra radicale, egli abbia ravvisato spesso egocentrismo e settarismo. Aspetti che anche io, nei partiti nei quali ho militato (molti anni fa), d'area verde, socialista e repubblicana, ho parimenti ravvisato.

Aspetti che hanno portato non solo noi, ma la stragrande maggioranza degli italiani, ad allontanarsi dalla politica partitica.

Occorre conoscere le ragioni della Storia”, ha spiegato il prof. D'Orsi. Ed ha ragione.

Senza la Storia non si può comprendere, ad esempio, le origini dell'attuale conflitto russo-ucraino, che, come ho spesso scritto, hanno origine dal crollo dell'URSS, causata da elementi interni ed esterni e che ha fatto ampiamente comodo a un Occidente liberale, ma molto poco democratico.

Senza conoscere le ragioni della Storia “si rischia di subire passivamente le scelte dall'alto”, ha giustamente spiegato il prof. D'Orsi.

E così, come è di fatto avvenuto e avviene da decenni, si finisce per rimanere sottomessi ai desiderata della dirigenza UE e a quella degli Stati Uniti d'America e dei loro Stati satellite, ad Est e in Medio Oriente.

Per cui, ha rilevato il prof. D'Orsi, si sanziona ampiamente la Russia, ma si tace sul massacro perpetrato dal governo israeliano contro la popolazione di Gaza.

Si danno armi a governi corrotti né UE, né NATO, ma, pur non dicendosi co-belligeranti, di fatto lo si è.

Il tutto in barba alla volontà popolare e, dunque, alla democrazia, come peraltro costituzionalmente la conosciamo o dovremmo conoscere.

Il prof. D'Orsi si è detto stupito da come tanti, a sinistra (o nella cosiddetta sinistra) si siano resi complici di ciò. Personalmente, di ciò, sono meno stupito, avendo abbandonato (e per sempre) il sedicente e pseudo centro-sinistra italiano nel 1999, quando il governo D'Alema autorizzò il bombardamento NATO contro la Repubblica Federale di Jugoslavia. Ultimo baluardo di socialismo nel Balcani. Socialismo completamente sconosciuto e estraneo al sedicente centro-sinistra italiano. E ricordo ancora come, diversamente, l'ex Ministro socialdemocratico, Luigi Preti, allora sostenitore di Silvio Berlusconi, si oppose fermamente allo smembramento della Jusoslavia, per la solita volontà di Bruxelles e Washington, come egli stesso ricordò e denunciò, sulle pagine di “Critica Sociale”, nel 1999.

Il prof. D'Orsi si è detto stupito della russofobia diffusa da tanti media, che arrivò persino a proibire corsi di russo e la possibilità di parlare di scrittori russi. E qui, a stupirci, credo, fra chi è autenticamente democratico e ha un pensiero completamente libero, siamo stati in tanti, nel 2022.

Egli ha anche spiegato come grande responsabilità la ebbe l'antistorica risoluzione del Parlamento Europeo del 2019, che volle equiparare nazismo e comunismo. Dimenticando gli oltre 20 milioni di sovietici che hanno liberato l'Europa dalla barbarie hitleriana.

Il prof. D'Orsi ha anche spiegato come, “grazie” (si fa per dire) alle autolesionistiche sanzioni contro la Russia volute dalla dirigenza UE, ci troviamo a pagare il gas più caro, importandolo dagli USA.

Come se non bastasse, ha aggiunto, il bilancio della difesa, in Italia è UE, è in aumento, a discapito di quello sanitario, sempre più privatizzato e smembrato, nel corso degli anni. Siamo passati, in sostanza, dal welfare al warfare.

E così egli ha spiegato, a mio avviso giustamente e con grande lungimiranza (ma anche profondo buonsenso e pragmatismo), che occorre invertire la rotta e puntare al benessere della comunità. Salvare vite, non diffondere morte.

Egli ha spiegato come la decisione di fondare il suo movimento, su sollecitazione di quella sua amica scomparsa, sia nata proprio dallo sdegno e dall'indignazione nei confronti di tutto ciò.

Di come sia diventata l'Europa e l'Italia a causa dei Draghi, delle Von Der Leyen e delle Lagarde.

E di come occorra, diversamente, recuperare quella democrazia autentica perduta, liberandoci dalla sudditanza dei potentati economici internazionali e dall'ingerenza di potenze straniere; lavorando per sostenere il mondo multipolare, promosso dai BRICS.

Restituendo, così, lo Stato al cittadino, come previsto dalla Costituzione della Repubblica italiana fin dal suo Primo Articolo.

Devo dire che il prof. D'Orsi mi ha commosso. Perché ciò che ha detto, lo penso e lo scrivo anch'io, da oltre dieci anni. Spesso censurato, da chi si erge a “liberale”, ma che probabilmente non ha mai letto Mario Pannunzio, Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini, Carlo e Nello Rosselli. Che furono i miei maestri nelle mie letture da diciottenne, ancora idealista.

Del prof. D'Orsi ho condiviso anche i punti nei quali ha parlato del manifesto di "Agorà", fra i quali la nazionalizzazione degli asset strategici del Paese (altro punto sul quale ho sempre spesso scritto); sull'abolizione del Jobs Act (che fu un vero insulto alla memoria delle riforme sociali del grande Ministro socialista Giacomo Brodolini) e dell'abolizione del finanziamento pubblico ai giornali.

Forse condivido meno l'idea di uscire dall'UE e dalla NATO. Nel senso che, come ho spesso rilevato, il problema non è tanto una unione di popoli europei in sé, quanto la sua dirigenza UE e il fatto che tale entità, non democratica, rappresenta una holding finanziaria ed è slegata, se non addirittura opposta, dalla volontà popolare e dalle necessità della popolazione europea.

L'UE, a mio avviso, in sostanza, andrebbe completamente riformata e democratizzata. Uscirne ha molto poco senso.

Quanto alla NATO, che dovrebbe in ogni caso avere esaurito il suo ruolo storico nei primi Anni '90, in realtà potrebbe – se anch'essa completamente riformata - diventare una alleanza militare globale, comprendente anche Russia e Cina e volta alla sicurezza e alla pace internazionale di tutti i popoli del mondo.

Su questo, penso, pragmaticamente, avrebbe invece senso discutere e lavorare.

L'impostazione di Angelo D'Orsi, in generale, il quale ha affermato che “Agorà non sarà l'ennesimo partitino di sinistra”, in generale, mi è piaciuta e mi ha ricordato per molti versi il piano sociale promosso da Giuseppe Saragat negli Anni '50: “Case, scuole e ospedali”, quando il PSDI aveva ancora una visione ancorata al socialismo autentico, vi era ancora l'oculata e onesta visione del Ministro Roberto Tremelloni e tutto non si era ancora annacquato nella partitocrazia e nella furberia.

Ho apprezzato molto anche l'intervento in video del prof. Franco Cardini, il quale ha affermato che, in questi tempi oscuri, occorrono due cose: il ritorno alla politica e alla moralità sociale.

Egli ha rimarcato il concetto che l'UE non rappresenta l'autentico progetto per la costruzione degli Stati Uniti d'Europa, i quali, diversamente, fuori da ogni subalternità, dovrebbero diventare l'ago della bilancia degli equilibri mondiali.

Il prof. Cardini ha rilevato anche che l'Italia ha perduto il senso del “vivere civicamente”, ovvero ha smesso di pensare alla propria comunità. E nel frattempo il mondo occidentale si sta sempre più impoverendo, con da una parte pochi ricchi e dall'altra moltitudini di comunità impoverite, anche culturalmente e intellettualmente.

Il prof. Cardini ha sottolineato anche come il sistema di potere occidentale stia franando, ma non ce ne rendiamo conto. Un sistema di potere gestito da una minoranza, che non rappresenta affatto la maggioranza dei cittadini che, infatti, non vanno più a votare.

Debbo dire che ho sottoscritto ogni sua parola, essendo fra coloro i quali, pressoché da vent'anni, non vanno più a votare. Il penultimo voto lo diedi ai "Socialisti Uniti" dell'amico Gianni De Michelis, per il quale feci campagna elettorale, alle europee del 2004. Presero il 2% ed ebbero due eletti. Ma, allora, non erano ancora stati introdotti gli antidemocratici sbarramenti.

Da quando, nel 2009, furono introdotti gli sbarramenti, smisi di andare a votare. Lo feci solo alle scorse europee, ma per dare un segnale, votando "Pace, Terra e Dignità" di Michele Santoro, che prese comunque il 2% (non ebbe eletti, causa sbarramento al 4%), con una prospettiva democratica e socialista, molto simile a quella di "Agorà".

E ho condiviso le sue riflessioni sull'Europa e sul fatto che la comunità non viene posta al centro, ma rimane attore passivo, passivizzato e marginalizzato. Utile solo a ratificare decisioni altrui e manipolata continuamente da media monolitici.

Molto interessante anche l'intervento dell'amico Paolo Di Mizio, il quale ha rilevato, da giornalista di lungo corso, come, quando iniziò la guerra russo-ucraina, iniziarono ad essere diffuse, da parte dei mass-media, un sacco di menzogne russofobiche e stravolgimenti della realtà dei fatti e ciò lo indignò e inquietò molto, al punto che mai si sarebbe aspettato che ciò potesse accadere. Il tutto come se fosse una cosa normale. Paolo ha spiegato anche come i mass media abbiano trattato in modo deformato e disinformativo anche la situazione a Gaza, in Medio Oriente e in Iran, il tutto ad uso e consumo della narrazione delle élite occidentali e dei loro alleati.

Altro intervento che ho apprezzato molto è stato quello dell'amico Fabio Massimo Parenti, che ha esordito con una frase emblematica: “L'unica cosa che ci è rimasta di collettivo è il disagio”. Quando, invece, ha aggiunto, occorre uscire dall'omologazione e ricostruire relazioni fra le persone, ma anche fra tutti i Paesi, a partire dalla centralità del Mediterraneo.

In tal senso ha portato l'esempio della Repubblica Popolare Cinese, una realtà geopolitica che fonda la sua politica estera su “cooperazione, coesistenza pacifica e rispetto”.

Ora, personalmente non aderisco né aderirò ad “Agorà”, come a nessun movimento politico/partitico. Purtuttavia penso che meriti ascolto e sostegno.

Penso che arriverei anche a votarlo, pur consapevole che, andare a votare, in presenza di regole truccate a monte (leggi elettorali incostituzionali dal 1993 ad oggi, come rilevato dall'amico Sen. Giorgio Pizzol e sistema mediatico disinformativo e che non da spazio a chi la pensa diversamente) è - nella migliore delle ipotesi - una cosa inutile, nelle peggiori una presa in giro.

Ma, ad ogni modo, penso che qualche segnale di democrazia, di libertà di pensiero, di emancipazione civile e sociale, difronte al fondamentalismo liberal-capitalista e ultra-atlantista, all'ignoranza e all'ipocrisia diffusa, meritino sempre di essere dati.

Per il resto penso comunque occorra lavorare a livello culturale, formativo e di discussione pubblica.

Proprio perché gli spazi di libertà di pensiero e democrazia sono sempre più ridotti. 

Mancanza di leggi elettorali costituzionalmente democratiche, ovvero che permettano a chiunque di avere dei propri rappresentanti e sistema mediatico pluralista e indipendente, sono già due aspetti importanti e sui quali riflettere e discutere.

Occorre, in sostanza, essere quel gatto nero che, sul manifesto, aveva catturato la mia attenzione.

Rimanere spiriti liberi, inquieti, eretici e magici, che attraversano l'oscurità, senza mai abbassare lo sguardo.

Luca Bagatin

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Luca Bagatin e Paolo Di Mizio

sabato 20 giugno 2026

Trump, Meloni e il bullismo geopolitico. Articolo di Luca Bagatin

 

Il bullo, lo ricorda la psicologia stessa, è persona profondamente insicura che, dietro alla sua maschera di superiorità, manifesta debolezza e paura di non essere accettato.

Donald Trump incarna, alla perfezione, l'archetipo del bullo per eccellenza.

In questo caso, sconfitto dall'Iran, doveva per forza sminuire qualcuno e, questa volta, è toccato a Giorgia Meloni.

Quella Giorgia Meloni che, una volta nominata Presidente del Consiglio, prima ha steso tappeti rossi a Biden e poi a Trump. Secondo la consolidata tradizione dell'UE e dell'Italia degli ultimi decenni, che prevede totale asservimento ai desiderata dei Presidenti degli Stati Uniti d'America di turno. Che spesso si comportano e si sono comportati da bulli, tanto con i Paesi “amici”, quanto con tutti gli altri. Henry Kissinger, del resto, fece presente che: “Essere nemici degli Stati Uniti può essere pericoloso, ma esserne amici può essere fatale”.

Presidenti degli USA che, peraltro, non sono amati nemmeno dal popolo statunitense che vorrebbero rappresentare e che di rado hanno fatto gli interessi di quel popolo, ma, spesso e volentieri, hanno fatto quelli delle lobby che, a suon di dollari, hanno permesso loro di essere eletti.

Al bullo Ronald Reagan, Bettino Craxi, nel 1985, a Sigonella, rispose per le rime, e riaffermò la sovranità dell'Italia.

Bettino Craxi, a differenza di chi è venuto dopo di lui, promosse sempre – in modo lungimirante e pragmatico - l'unione e la cooperazione fra il Nord e il Sud e fra l'Est e l'Ovest del mondo. Sappiamo bene che, anche per questo, i poteri forti internazionali con sede a Washington, Bruxelles e Bonn, come egli stesso ricordò nel romanzo-verità “Parigi - Hammamet”, gliela faranno pagare cara.

Anche a Silvio Berlusconi accadrà la stessa cosa, per molti versi.

Lui che riuscì a far dialogare Bush e Putin e che promosse la cooperazione e il dialogo con ogni Paese del mondo, comprese la Libia di Gheddafi e il Venezuela di Hugo Chavez.

Lui che ebbe un solo grave difetto: quello di aver sdoganato gli eredi del MSI e i Leghisti. Senza quella scelta, è probabile che non sarebbero mai giunti al governo e che, ancora oggi, Meloni and Co., occuperebbero una posizione marginale nel panorama politico italiano.

La politica estera di Craxi, Andreotti e Berlusconi, fatta di dialogo con tutti, soprattutto con il Sud del mondo (per quanto riguarda Craxi e Andreotti, in particolare) fu l'ultima politica estera lungimirante che l'Italia abbia conosciuto. E per questo, costoro, pagarono – come sopra scritto – un prezzo molto alto e, ancora oggi, nonostante purtroppo non ci siano più, subiscono le ingiuste e infamanti critiche da parte degli eredi delle estreme destre e sinistre che – abbandonati i fascismi e i comunismi - sono passate al capitalismo assoluto e a un atlantismo da operetta, fondamentalista e anti-storico.

La querelle Trump-Meloni, alla luce di tutto ciò, ad ogni modo, cosa ci insegna?

Che il bullismo, tanto nella vita di tutti i giorni, quanto in ambito geopolitico, oltre a nascere dalla profonda debolezza di chi lo pratica, va sempre condannato e isolato, come più volte ha giustamente esortato il Presidente cinese Xi Jinping, unico a promuovere, oggi, la cooperazione Nord-Sud e Est-Ovest nel mondo.

Che l'UE dovrebbe trovare il coraggio di affrancarsi dagli USA e in particolare rompere con i desiderata dei Presidenti degli Stati Uniti di turno. Ritrovando non solo la capacità di essere autonoma e neutrale mediatrice delle controversie internazionali e promotrice di dialogo e cooperazione, ma anche essere capace di dialogare con quelle forze sane all'interno degli USA, critiche nei confronti di certo bullismo e imperialismo da mentalità da Guerra Fredda.

Un mondo in tumulto ci richiede tre cose: 1) recuperare gli insegnamenti del nostro passato, anche recente; 2) ritrovare orgoglio, dignità, sovranità, spirito critico fuori dai feticismi e dai fanatismi ideologici; 3) puntare su una rinnovata cooperazione Nord-Sud e Est-Ovest.

Occorre riunire ciò che è stato sparso dai fanatici, dagli odiatori seriali, dai suprematisti bianchi, dai liberal capitalisti senza costrutto, molti dei quali oggi si dicono, in Italia, “europeisti” e “riformisti”, ma non si sa bene di quale Europa e di quali riforme stiano parlando.

Luca Bagatin

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domenica 14 giugno 2026

Oltre la remigrazione: le questioni che la politica italiana non affronta. Articolo di Luca Bagatin

La remigrazione, storicamente, fu un progetto promosso dal sindacalista e scrittore giamaicano Marcus Garvey (1887 - 1940).

Garvey fu fra i primi promotori del movimento panafricano, fondato sull'unità dei popoli di origine africana e sulla ricerca della loro autodeterminazione e emancipazione, sotto il profilo culturale, politico e economico, affrancandosi dal colonialismo e dal razzismo europeo e statunitense.

Il suo slogan, “L'Africa agli Africani”, andava inquadrato in questo senso ed egli fu fra i primi a teorizzare la nascita di una nazione africana, forte, sovrana e indipendente.

E' in tale ambito che nasce il suo concetto di remigrazione o di “ritorno in Africa” (Back to Africa), ovvero incoraggiare il ritorno volontario in Africa dei popoli che l'avevano dovuta lasciare, in modo da affrancarsi dalle società occidentali e lavorare per costruire una nazione africana nella terra d'origine.

Un progetto spesso boicottato dai governi occidentali, che dal colonialismo e dallo sfruttamento degli africani traevano linfa.

Il panafricanismo di matrice nazionalista di Garvey, ma anche quello di matrice socialista di W. E. B. Du Bois, ad ogni modo, influenzarono molto i movimenti per i diritti civili e personalità politiche quali Thomas Sankara, Kwame Nkrumah, Mu'Ammar Gheddafi e, più recentemente, Kemi Seba.

Fa un certo effetto sentire certa estrema destra italiana parlare di “remigrazione”, utilizzando il termine in chiave propagandistica e ignorandone il significato originario.

Nei suoi programmi e progetti non si fa infatti il minimo accenno alle responsabilità occidentali, né alle guerre di invasione e di rapina condotte ai danni dei popoli del Terzo e Quarto Mondo, che sono tra le principali cause dell'immigrazione di massa.

Aspetto che, peraltro, non viene minimamente trattato nemmeno dalla destra di governo e dalla sedicente sinistra di opposizione, in Italia.

Forse perché l'immigrazione fa comodo alle imprese, che così pagano meno i loro dipendenti immigrati. Forse perché continuiamo ad essere amici di governi che, quelle guerre di esportazione di morte e di rapina, continuano a farle o, come la Francia e/o gli Stati Uniti d'America, continuano ad andare orgogliose del loro passato coloniale e del loro presente neo-coloniale.

Dovrebbe, diversamente, scandalizzare che ci siano ancora forze politiche che agitano spauracchi propagandistici, senza andare al nocciolo della questione.

E sono, purtroppo, la maggioranza assoluta.

Stupisce che si gridi allo scandalo quando a compiere un reato sia un immigrato, ma ci si guardi bene dal farlo quando a commetterlo sia un connazionale.

E così si sottovaluta il pericolosissimo fenomeno delle baby gang, degli stupri, delle violenze domestiche o nelle case di riposo, dei femminicidi. Si pensa di risolvere tutto con misure ridicole come il braccialetto elettronico o gli arresti domiciliari, anziché introdurre e applicare pene severe ed esemplari, che possano prevedere anche la perdita della cittadinanza e l'ergastolo senza appello, per gli stessi cittadini italiani che commettono reati contro la persona, specie se contro minori o anziani o persone non in grado di difendersi.

Si parla a sproposito di “remigrazione”, ma ci si guarda bene dal parlare di difesa dei diritti umani di ogni vittima di violenza. Una violenza sempre più dilagante nelle strade e che non viene minimamente arginata da una classe politica che, propaganda a parte durante il periodo elettorale, si guarda bene dall'intervenire e dal sollevare, seriamente, la questione, ponendola come primo punto dell'agenda politica.

E' mai possibile che esistano Paesi nei quali, se un minore delinque e commette atti di violenza contro una persona, questo va in galera anche a partire dai 12 anni (e, a mio avviso, sarebbe giusto venisse anche inquadrato nell'esercito, al 18esimo anno di età, in modo da potersi rendere utile alla società a vita e imparare la disciplina) e anche i genitori sono puniti con un'ammenda e un percorso di rieducazione, mentre in Italia ciò non avviene?

Senza una società moralizzata e ordinata, non si andrà lontano e le violazioni dei diritti umani delle vittime non faranno che aumentare a dismisura, ma questo, la politica, non lo vuole comprendere né vuole minimamente farsi carico di questo.

Al centro dell'agenda politica vi dovrebbero essere pochi ma seri punti fondamentali, di cui al momento nessuno parla, in questo povero Paese: giustizia sociale, sovranità nazionale, indipendenza economica, ordine e rispetto per il prossimo.

E tutto ciò non è né di destra, né di sinistra, ma, a mio avviso, dovrebbe essere al servizio della comunità.

Una comunità che dovrebbe essere posta, finalmente, al centro. Non in senso politico/ideologico (anche perché ormai, chi si dice di centro, guarda verso la destra estrema), ma pratico e pragmatico.

Luca Bagatin

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venerdì 29 maggio 2026

Da Craxi a Sanchez: quando politica e democrazia finiscono sotto assedio. Articolo di Luca Bagatin

 

Molto interessanti e condivisibili le parole di Angioletta Massimino su Pensalibero.it del 29 maggio scorso (https://www.pensalibero.it/lassedio-a-sanchez-e-leco-di-una-storia-gia-vista/), relativamente all'inchiesta che sta colpendo il Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE) di Pedro Sanchez e l'ex Primo Ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero.

Angioletta Massimino così esordisce e scrive: “Pedro Sánchez sta vivendo ciò che in Italia abbiamo già visto, già respirato, già pagato: un assedio che non nasce dalla politica ma da quel punto cieco dove giustizia, apparati e narrazione pubblica si muovono all’unisono senza bisogno di parlarsi.

È la stessa dinamica che trent’anni fa ha travolto un intero sistema: non per giudicare il passato, ma per capire il presente.

In Spagna la sequenza è chirurgica: prima l’indagine sulla moglie, poi quella sul fratello, poi gli inquirenti che entrano nella sede del PSOE proprio mentre Sánchez è a Roma a parlare di Pace con il Papa.

Non è una perquisizione, ripetono, ma l’immagine è quella: un Partito sotto accusa, un Premier accerchiato, un sistema che stringe la morsa come se avesse ricevuto un segnale.

E il parallelo con l’Italia degli anni Novanta diventa inevitabile: anche allora non serviva una regia occulta, bastava la convergenza di interessi, la convinzione che un ciclo politico fosse finito e che andasse demolito.

Anche allora la politica veniva spinta fuori dal campo, sostituita da un giudizio morale delegato ai tribunali.

Anche allora la narrazione era sempre la stessa: non importa se sei colpevole, importa che sei nel mirino.

E, più avanti nel testo, l'ottima Massimino aggiunge un ragionamento emblematico: “E mentre tutto questo accade, Sánchez è uno dei pochi leader europei che ha osato alzare la testa: ha criticato Netanyahu, ha riconosciuto lo Stato di Palestina, ha detto che la Pace non si costruisce “con i missili”, ha provato a ritagliarsi un margine di autonomia sulla guerra in Ucraina, ha parlato di migranti senza usare la grammatica della paura.

Non è un Premier allineato, e questo in Europa non passa mai indenne”.

L'Espresso” aveva, il giorno precedente, fatto presente come l'inchiesta contro Zapatero sia sostenuta, non a caso, dall'Homeland Security statunitense. L'articolo de “L'Espresso” si conclude, emblematicamente, con queste parole: “E il caso Zapatero-Sánchez viene ormai interpretato da molti diplomatici come il primo grande avvertimento continentale dell’era Trump 2.0.”.

Chi non si allinea al regime di Washington e dei suoi sodali, dunque, ieri come oggi, rischia grosso.

Del resto ne scrisse già Bettino Craxi – vittima illustre della falsa rivoluzione di Tangentopoli - nel suo romanzo-verità, uscito postumo, per Mondadori, “Parigi-Hammamet”, nel quale spiegò anche perché egli divenne il bersaglio dei poteri forti internazionali.

Di quel romanzo ho parlato in varie interviste e scritto sia nel mio saggio “Ritratti del Socialismo”, riedito dalla Mario Pascale Editore, che a questo link: https://amoreeliberta.blogspot.com/2020/02/parigi-hammamet-il-thriller-inedito-di.html

Così come ho spesso scritto, in molti articoli e anche nel mio saggio, come tutto ciò sia già avvenuto e stia avvenendo, in particolar modo contro quei leader socialisti democratici che si sono opposti alle oligarchie liberal capitaliste: dal già citato Craxi, passando per i socialisti brasiliani Lula e Dilma Roussef; la peronista argentina Cristina Kirchner; i socialisti ecuadoriani Rafael Correa e Jorge Glas; il rapimento – da parte degli USA - del Presidente socialista venezuelano Nicolas Maduro e di sua moglie, con accuse mai provate...

In un mio articolo aggiunsi anche: “E' una storia vista – anche se in forme diverse - anche ai tempi di Juan Domingo Peron e al golpe che lo colpì nel 1955; ai tempi della detronizzazione di Nicolae Ceausescu (primo in Europa a parlare di nuovo ordine multilaterale) e, in tempi più recenti, di Gheddafi e Assad. Entrambi laico-socialisti, contro ogni fondamentalismo e destabilizzazione”.

E, nel mio saggio “Ritratti del Socialismo”, oltre che in un mio articolo (https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/02/egor-ligaciov-il-riformista-leninista.html), ricordai come anche Egor Ligaciov, numero due del PCUS, riformista leninista e fra i primi a promuovere la cosiddetta Perestrojka, fu coinvolto nella “tangentopoli sovietica”, lanciata dai giudici Gdlian e Ivanov.

Perché? Perché, pur essendo il primo a puntare il dito contro la corruzione politica in Uzbekistan e nonostante nel Politburo avesse iniziato a lanciare una campagna anti-corruzione, fu anche colui il quale voleva mettere i bastoni fra le ruote ai progetti di deregolamentazione promossi da Jakovlev e Gorbaciov, che avrebbero portato, con Eltsin, alla definitiva implosione e disgregazione dell'URSS e alla distruzione di ogni forma di socialismo ad Est, ovvero all'avvento del capitalismo assoluto, delle mafie e delle oligarchie nello spazio post-sovietico.

Tutti aspetti ampiamente graditi alle oligarchie liberal capitaliste occidentali. E che, peraltro, sono all'origine del conflitto russo-ucraino e di molte questioni irrisolte nelle ex Repubbliche sovietiche.

E siamo ancora lì e siamo sempre lì.

Il Re è Nudo da quel dì.

Ma, come fece presente Bettino Craxi: La storia di questi anni sarà riscritta bene. In tutti i suoi aspetti, in tutti i suoi capitoli, in tutti i suoi personaggi, in tutti i suoi falsi eroi. E si farà l’operazione verità. La battaglia della storia non gliela faccio vincere”.

La verità, dunque, si farà, presto o tardi, strada.

Luca Bagatin

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lunedì 18 maggio 2026

L’Europa di Draghi non è l’Europa dei popoli. Articolo di Paola Bergamo e Luca Bagatin

 

Sarà forse un caso, oppure no, ma il Premio Carlo Magno, conferito nel 2025 alla baronessa Ursula Von Der Leyen, sembra risultare perfettamente funzionale, nel 2026, a un rilancio politico di Mario Draghi, la cui corsa si era arrestata proprio quando una sua ascesa al Colle appariva imminente.

Colpisce come Mario Draghi, ogni volta che interviene, riesca ad affermare concetti che, nell’immediatezza e grazie alla sua indiscutibile abilità espositiva, possono apparire ragionevoli a taluni, ma che finiscono inevitabilmente per turbare chi non ha memoria corta e conserva ben presenti i corsi e ricorsi della nostra Storia.

Tanto che, a ben vedere, certi suoi discorsi sembrano talvolta rasentare l’assurdo.

In effetti, come ha rilevato il bravissimo Gianandrea Gaiani su “La Penna nel Fianco”, il messaggio di Draghi da Aquisgrana sembra piuttosto contorsionistico, per non dire contorto.

Se il celebre economista insiste sul fatto che è necessario rafforzare l’integrazione europea come risposta alla crisi industriale, energetica e strategica del Continente, non si avvede che molte delle difficoltà attuali sono anche il risultato delle politiche sostenute dalle élite europee, di cui egli è, a pieno titolo, esponente.

Stessa cosa dicasi della profonda crisi dell’Italia, di cui fu Presidente del Consiglio dal febbraio 2021 all'ottobre 2022.

È dall’inizio della crisi russo-ucraina che l’Europa è divenuta meno competitiva, ma il termine è un eufemismo, perché il rischio reale è la de-industrializzazione. Il deserto industriale per mancanza di energia.

Nel suo discorso, Draghi, pur rinnovando la propria fede nell’Atlantismo, definisce gli Stati Uniti un “partner ostile” sul piano economico e industriale. Un’espressione che appare quantomeno contraddittoria: o si è partner oppure si è ostili.

L’accostamento dei due termini può anche rappresentare un efficace esercizio retorico, ma non si può dimenticare che gli USA di allora — quelli che contribuirono ad alimentare la crisi ucraina — erano gli stessi nel cui contesto Victoria Nuland arrivò a pronunciare il celebre “Fuck the EU”.

Ed erano anche gli stessi ai quali Mario Draghi, insieme agli altri leader europei, finì per allinearsi, aderendo a uno storytelling che, secondo molti critici, ha trascinato l’Europa verso una crisi economica e industriale senza precedenti.

Mario Draghi fu il principale sostenitore dell’allineamento dell’Italia alla NATO che Papa Francesco criticò con l’indimenticabile espressione “siete andati ad abbaiare alle porte di Mosca”.

Non pago, proprio da Aquisgrana, Mario Draghi invoca una difesa europea, ma il paradosso è che un'Europa politica è ancora tutta da costruire e suggerisce maggiori investimenti nell’industria militare, quando l'UE - secondo alcune stime aggregate - già investe più della Russia.

Se abbiamo ben compreso, il succo del discorso sarebbe questo: aumentando gli investimenti nella difesa renderemmo più soddisfatto il socio di maggioranza della NATO, gli Stati Uniti, definiti però allo stesso tempo un “partner ostile”. E dovremmo farlo perché il pericolo proverrebbe dalla Russia, un Paese che non solo non ci ha mai attaccati né minacciati direttamente, ma che per anni ci ha fornito gas via gasdotto a prezzi convenienti, mentre oggi acquistiamo gas liquefatto - sia statunitense sia russo - a costi enormemente superiori, con pesanti conseguenze per l’economia europea.

Si potrebbe quindi concludere che chi ha sostenuto l’allineamento a Washington abbia contribuito a provocare una crisi senza precedenti e oggi si proponga di uscirne convertendo parte della nostra industria automobilistica in industria bellica. Il problema è che, per costruire carri armati, servono materie prime — a partire dall’acciaio — e grandi quantità di energia, risorse di cui l’UE dispone sempre meno.

Non sarebbe però giusto dimenticare che, Mario Draghi, fu quello del “Whatever it takes”.
Allora era il 2012, Draghi era a capo della BCE e si era distinto nell’ambito della crisi del debito sovrano impegnandosi a salvare l’Euro dai processi di speculazione in atto, che poi avrebbero messo in ginocchio l’anello debole della catena europea, l’Italia, troppo grande per fallire, troppo piccola per resistere da sola alle intemperie della speculazione finanziaria.

All'epoca, noi facevamo parte dei PIIGS, stritolati tra spread e famelici appetiti d’oltre Manica e soprattutto d’oltre Oceano.

Ai tempi Draghi disse sostanzialmente a tutti di calmarsi, i mercati si rasserenarono e passò alla Storia come il “salvatore di baracca e burattini”, certo facendo storcere il naso ai nostri amici frugali, che speravano di farsi un boccone di noi, di fare il bis, dopo aver soddisfatto - poco tempo prima - i loro appetiti in Grecia.
Draghi, che è un economista formatosi per lo più in Goldman Sachs, è espressione del fenomeno delle “revolving doors”, ma è in ottima compagnia in tal senso, ed è passato alla Storia anche per essere, guarda caso, uno dei protagonisti del Britannia, il panfilo reale inglese, nel quale, il 2 giugno 1992, si tenne un importante convegno sulle privatizzazioni dell’economia italiana.

Perché l’Italia si diede alle privatizzazioni, dismettendo importanti asset anche strategici?
Un po’ per ridurre il peso dello Stato nell’economia, un po’ per aprire i mercati alla concorrenza, ma soprattutto perché, tra sprechi e ruberie che caratterizzano la politica, il nostro Bel Paese aveva bisogno di far quattrini e, si sa, che da noi i soldi nel pubblico non bastano mai.

Si iniziò a vendere, ma c’è chi dice svendere, partecipazioni pubbliche con l’intento, allora spacciato per lodevole, di modernizzare il sistema economico italiano, anche in vista dei vincoli europei di Maastricht. E’ così che IRI, Telecom, ENI, ENEL, Credito Italiano e altri colossi furono privatizzati.
Draghi ne fu l’artefice. Il contesto economico-politico di allora era esplosivo.

L’Italia era sotto attacco della finanza, tanto per cambiare, e la Lira - noi ancora battevamo moneta - era sotto scacco speculativo. Ma era anche l'epoca della falsa rivoluzione di Tangentopoli, non certo un caso, durante la quale si epurarono i partiti storici democratici e un'intera classe politica che, più nel bene che nel male, aveva governato dal 1946.

Il debito pubblico era enorme e di lì a poco saremmo persino dovuti uscire dallo SME. Insomma, avevamo l’acqua alla gola, come spesso accade al nostro splendido, ma peculiare Paese.

E' apparso piuttosto singolare, per non dire allarmante, che alti funzionari italiani discutessero di privatizzazioni con banchieri internazionali a bordo di uno yacht inglese, anche perché, a conti fatti, abbiamo disperso la nostra ricchezza, della quale si sono avvantaggiati Paesi in concorrenza con noi.

Questo è uno dei motivi per i quali il Presidente Francesco Cossiga ebbe più che delle perplessità, anzi, fu piuttosto duro con il Mario nazionale.
Draghi, ad Aquisgrana, il 14 maggio scorso, ha lamentato il fatto che l'UE, per la prima volta, sarebbe sola. E questo perché Trump avrebbe da essa preso le distanze.

Draghi, dunque, anziché rallegrarsi per questa presa di distanza da parte di un regime che, storicamente, anche ben prima di Trump, ha più volte violato il diritto internazionale, sottomesso e invaso popoli liberi e sovrani, lamenta che ci avrebbe “lasciati soli”.

Anziché cogliere l'opportunità per costruire, finalmente, un'Europa sovrana, nel solco degli eroi antifascisti, di matrice repubblicana mazziniana e azionista Mario Bergamo, Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, ma anche Charles De Gaulle, magari allargata alla Russia, con la quale occorrerebbe ricucire i rapporti, lamenta il fatto che Trump sta prendendo le distanze dall'UE.
Da una UE, peraltro, che continua ad auto-sabotarsi con sanzioni controproducenti contro la Russia e sostenendo un'autocrazia corrotta, né UE, né NATO.

Il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista”, dice Draghi.

In realtà mercantilista e anti-europeo, quel mondo, ovvero gli USA, è sempre stato. Che abbiamo ricevuto aiuti è vero ai tempi del Piano Marshall, che fu gestito e pianificato, in Italia, dall'ottimo Ministro socialista democratico Roberto Tremelloni. Ma che, da allora e sempre di più negli ultimi decenni, siamo diventati più che altro una specie di colonia statunitense, è altrettanto vero. Ma questo, Draghi, ovviamente, omette di dirlo.

Draghi, in sostanza, non prende atto che è il mondo ad essere cambiato e da molti anni, mentre la dirigenza UE e lui compreso, sembrano non essersene accorti, rimanendo ancorati a vecchie logiche da Guerra Fredda, adottando peraltro le medesime misure ed il medesimo linguaggio di quei tempi andati.

L'unica sicurezza da garantire ai cittadini dell'UE dovrebbe essere quella dai loro stessi sconsiderati governanti. Il pericolo non viene dall'esterno, perché, a quanto consta, nessuno, salvo gli USA, ha intenzione di colonizzarci una volta ancora.

Draghi poi afferma che “nemmeno la Cina offre ancora un'alternativa”.

E perché mai ci dovrebbe essere una alternativa agli USA? Perché mai l'Europa, che non è l'UE, non potrebbe iniziare a camminare con le proprie gambe, in un mondo multipolare?

La Repubblica Popolare Cinese rappresenta, più che una alternativa, un modello di intelligenza, pragmatismo, sviluppo. La Cina è una realtà che ha saputo imparare dai suoi errori, che ha utilizzato il capitalismo a beneficio della comunità, attraverso il socialismo e la pianificazione oculata, aprendosi allo Stato di diritto e mantenendo saldi nelle mani pubbliche (cosa che non hanno fatto i Paesi UE) i settori chiave dell'economia. Investendo in ricerca, formazione, sviluppo, tecnologia ed ecologia.

Ovvero l'esatto opposto di quanto fatto dai governanti e dirigenti UE.

Draghi, ovviamente, tutto ciò non lo dice. Ma dice, ancora una volta, un'assurdità, ovvero che la Cina “sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia”.

Innanzitutto la Cina è partner della Russia, anche nell'ambito dei BRICS, che è cosa diversa dal “sostenere direttamente”. Si tenga conto che la dirigenza cinese, a differenza della sconsiderata dirigenza UE, ha sempre lavorato, in ogni conflitto, per la risoluzione pacifica delle controversie, attraverso il dialogo, la diplomazia, la ricerca della verità dei fatti, tenendo conto dei punti di vista di tutte le parti in conflitto.

In secondo luogo, la Russia probabilmente è un avversario secondo Draghi, ma non dovrebbe esserlo di una UE, che – prima di mettersi a sostenere un'autocrazia né UE, né NATO, seguendo i desiderata del Presidente USA di turno (Biden), dalla Russia dipendeva energeticamente e con la quale dovrebbe, ancora oggi, essere in dialogo costante e, come la Cina, lavorare per la pace e la cooperazione internazionale.

L'unica cosa corretta che Draghi ha affermato, nel suo discorso, è che l'UE dovrebbe “riportare la partnership con Washington su basi più eque”. Che è ciò che l'UE avrebbe dovuto fare, ma molti decenni fa, anziché diventare una succursale di Washington.

Lasciamo stare, poi, le considerazioni di Draghi relative al fatto che non siamo stati in grado di costruire un mercato interno sufficientemente profondo. L'UE, semplicemente, è un burosauro, una holding finanziaria, una entità non realmente democratica e piuttosto lontana dai cittadini che in Europa vivono, ovvero dalle loro necessità, dalle loro aspettative, dalle loro prospettive e richieste.

Draghi, con artificio retorico, ricorda che i cittadini europei vogliono che “l'Europa agisca” che “l’Unione europea difenda la loro libertà, prosperità e solidarietà”. Afferma che i leader dell'UE dovrebbero fare “un passo in più” e così via. Parole sentite e risentite nel corso dei decenni.

Il punto è che l'Europa non c'è. Deve ancora essere costruita. Quanto alla libertà, l'abbiamo ceduta prima agli USA e poi alla sconsiderata dirigenza UE.

La prosperità e la solidarietà, invece, sono in declino da molti anni.

In conclusione, riprendendo i concetti espressi all'inizio dell'articolo, Mario Draghi è tra coloro i quali tradirono Bettino Craxi, nel 1992, contribuendo a liquidare il patrimonio pubblico italiano, che proprio il socialista Craxi tentava invece di salvare, invano, dato che, poco dopo, la democratica Prima Repubblica crollò, implose, con il beneplacito dei poteri forti internazionali sorosiani e liberal capitalisti in combutta con post-comunisti, leghisti e post-fascisti, anni dopo – guarda un po' - tutti al governo e persino a sostenere il governo Draghi.

Storia nota. Che è all'origine dei mali italiani ed europei del presente e della perdita di democrazia sostanziale in queste realtà.

Paola Bergamo

Presidente Centro Studi MB2 Monte Bianco – Mario Bergamo per dare un tetto all'Europa

www.centrostudimb2.eu

Luca Bagatin

Blogger, scrittore, ideatore del pensatoio socialista e mazziniano “Amore e Libertà”

https://amoreeliberta.blogspot.com

Paola Bergamo, imprenditrice italiana, esperta di relazioni pubbliche e internazionali è apprezzata scrittrice e opinionista. E’ presidente del Centro Studi MB2 Monte Bianco-Mario Bergamo per dare un tetto all’Europa (www.centrostudimb2.eu) attraverso il quale tiene vivo il pensiero politico filosofico di suo nonno, Mario Bergamo, politico del ‘900, perseguitato dalla dittatura fascista e grande europeista. E’ Presidente del Circolo Culturale “La Caduta”, think thank che si occupa di politica, geopolitica, temi di natura filosofica, culturale e di attualità. E’ Presidente del Premio Italiano Mario e Guido Bergamo e del Premio Scoiattolo d’Oro.

Luca Bagatin, blogger dal 2004, in passato collaboratore del quotidiano nazionale “L’Opinione delle Libertà” e de “La Voce Repubblicana”, oltre che di riviste di cultura esoterica e Risorgimentale. Ha fondato nel maggio 2013 il pensatoio (anti)politico e (contro)culturale “Amore e Libertà (amoreeliberta.blogspot.it). Suoi articoli sono stati pubblicati in Francia, Belgio, Serbia, Brasile e Nicaragua e tradotti anche in tedesco e spagnolo. Ha scritto saggi sulla Storia della Massoneria, sul mondo femminile, sul Socialismo e su figure della controcultura e dissidenti come Eduard Limonov.