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lunedì 18 maggio 2026

L’Europa di Draghi non è l’Europa dei popoli. Articolo di Paola Bergamo e Luca Bagatin

 

Sarà forse un caso, oppure no, ma il Premio Carlo Magno, conferito nel 2025 alla baronessa Ursula Von Der Leyen, sembra risultare perfettamente funzionale, nel 2026, a un rilancio politico di Mario Draghi, la cui corsa si era arrestata proprio quando una sua ascesa al Colle appariva imminente.

Colpisce come Mario Draghi, ogni volta che interviene, riesca ad affermare concetti che, nell’immediatezza e grazie alla sua indiscutibile abilità espositiva, possono apparire ragionevoli a taluni, ma che finiscono inevitabilmente per turbare chi non ha memoria corta e conserva ben presenti i corsi e ricorsi della nostra Storia.

Tanto che, a ben vedere, certi suoi discorsi sembrano talvolta rasentare l’assurdo.

In effetti, come ha rilevato il bravissimo Gianandrea Gaiani su “La Penna nel Fianco”, il messaggio di Draghi da Aquisgrana sembra piuttosto contorsionistico, per non dire contorto.

Se il celebre economista insiste sul fatto che è necessario rafforzare l’integrazione europea come risposta alla crisi industriale, energetica e strategica del Continente, non si avvede che molte delle difficoltà attuali sono anche il risultato delle politiche sostenute dalle élite europee, di cui egli è, a pieno titolo, esponente.

Stessa cosa dicasi della profonda crisi dell’Italia, di cui fu Presidente del Consiglio dal febbraio 2021 all'ottobre 2022.

È dall’inizio della crisi russo-ucraina che l’Europa è divenuta meno competitiva, ma il termine è un eufemismo, perché il rischio reale è la de-industrializzazione. Il deserto industriale per mancanza di energia.

Nel suo discorso, Draghi, pur rinnovando la propria fede nell’Atlantismo, definisce gli Stati Uniti un “partner ostile” sul piano economico e industriale. Un’espressione che appare quantomeno contraddittoria: o si è partner oppure si è ostili.

L’accostamento dei due termini può anche rappresentare un efficace esercizio retorico, ma non si può dimenticare che gli USA di allora — quelli che contribuirono ad alimentare la crisi ucraina — erano gli stessi nel cui contesto Victoria Nuland arrivò a pronunciare il celebre “Fuck the EU”.

Ed erano anche gli stessi ai quali Mario Draghi, insieme agli altri leader europei, finì per allinearsi, aderendo a uno storytelling che, secondo molti critici, ha trascinato l’Europa verso una crisi economica e industriale senza precedenti.

Mario Draghi fu il principale sostenitore dell’allineamento dell’Italia alla NATO che Papa Francesco criticò con l’indimenticabile espressione “siete andati ad abbaiare alle porte di Mosca”.

Non pago, proprio da Aquisgrana, Mario Draghi invoca una difesa europea, ma il paradosso è che un'Europa politica è ancora tutta da costruire e suggerisce maggiori investimenti nell’industria militare, quando l'UE - secondo alcune stime aggregate - già investe più della Russia.

Se abbiamo ben compreso, il succo del discorso sarebbe questo: aumentando gli investimenti nella difesa renderemmo più soddisfatto il socio di maggioranza della NATO, gli Stati Uniti, definiti però allo stesso tempo un “partner ostile”. E dovremmo farlo perché il pericolo proverrebbe dalla Russia, un Paese che non solo non ci ha mai attaccati né minacciati direttamente, ma che per anni ci ha fornito gas via gasdotto a prezzi convenienti, mentre oggi acquistiamo gas liquefatto - sia statunitense sia russo - a costi enormemente superiori, con pesanti conseguenze per l’economia europea.

Si potrebbe quindi concludere che chi ha sostenuto l’allineamento a Washington abbia contribuito a provocare una crisi senza precedenti e oggi si proponga di uscirne convertendo parte della nostra industria automobilistica in industria bellica. Il problema è che, per costruire carri armati, servono materie prime — a partire dall’acciaio — e grandi quantità di energia, risorse di cui l’UE dispone sempre meno.

Non sarebbe però giusto dimenticare che, Mario Draghi, fu quello del “Whatever it takes”.
Allora era il 2012, Draghi era a capo della BCE e si era distinto nell’ambito della crisi del debito sovrano impegnandosi a salvare l’Euro dai processi di speculazione in atto, che poi avrebbero messo in ginocchio l’anello debole della catena europea, l’Italia, troppo grande per fallire, troppo piccola per resistere da sola alle intemperie della speculazione finanziaria.

All'epoca, noi facevamo parte dei PIIGS, stritolati tra spread e famelici appetiti d’oltre Manica e soprattutto d’oltre Oceano.

Ai tempi Draghi disse sostanzialmente a tutti di calmarsi, i mercati si rasserenarono e passò alla Storia come il “salvatore di baracca e burattini”, certo facendo storcere il naso ai nostri amici frugali, che speravano di farsi un boccone di noi, di fare il bis, dopo aver soddisfatto - poco tempo prima - i loro appetiti in Grecia.
Draghi, che è un economista formatosi per lo più in Goldman Sachs, è espressione del fenomeno delle “revolving doors”, ma è in ottima compagnia in tal senso, ed è passato alla Storia anche per essere, guarda caso, uno dei protagonisti del Britannia, il panfilo reale inglese, nel quale, il 2 giugno 1992, si tenne un importante convegno sulle privatizzazioni dell’economia italiana.

Perché l’Italia si diede alle privatizzazioni, dismettendo importanti asset anche strategici?
Un po’ per ridurre il peso dello Stato nell’economia, un po’ per aprire i mercati alla concorrenza, ma soprattutto perché, tra sprechi e ruberie che caratterizzano la politica, il nostro Bel Paese aveva bisogno di far quattrini e, si sa, che da noi i soldi nel pubblico non bastano mai.

Si iniziò a vendere, ma c’è chi dice svendere, partecipazioni pubbliche con l’intento, allora spacciato per lodevole, di modernizzare il sistema economico italiano, anche in vista dei vincoli europei di Maastricht. E’ così che IRI, Telecom, ENI, ENEL, Credito Italiano e altri colossi furono privatizzati.
Draghi ne fu l’artefice. Il contesto economico-politico di allora era esplosivo.

L’Italia era sotto attacco della finanza, tanto per cambiare, e la Lira - noi ancora battevamo moneta - era sotto scacco speculativo. Ma era anche l'epoca della falsa rivoluzione di Tangentopoli, non certo un caso, durante la quale si epurarono i partiti storici democratici e un'intera classe politica che, più nel bene che nel male, aveva governato dal 1946.

Il debito pubblico era enorme e di lì a poco saremmo persino dovuti uscire dallo SME. Insomma, avevamo l’acqua alla gola, come spesso accade al nostro splendido, ma peculiare Paese.

E' apparso piuttosto singolare, per non dire allarmante, che alti funzionari italiani discutessero di privatizzazioni con banchieri internazionali a bordo di uno yacht inglese, anche perché, a conti fatti, abbiamo disperso la nostra ricchezza, della quale si sono avvantaggiati Paesi in concorrenza con noi.

Questo è uno dei motivi per i quali il Presidente Francesco Cossiga ebbe più che delle perplessità, anzi, fu piuttosto duro con il Mario nazionale.
Draghi, ad Aquisgrana, il 14 maggio scorso, ha lamentato il fatto che l'UE, per la prima volta, sarebbe sola. E questo perché Trump avrebbe da essa preso le distanze.

Draghi, dunque, anziché rallegrarsi per questa presa di distanza da parte di un regime che, storicamente, anche ben prima di Trump, ha più volte violato il diritto internazionale, sottomesso e invaso popoli liberi e sovrani, lamenta che ci avrebbe “lasciati soli”.

Anziché cogliere l'opportunità per costruire, finalmente, un'Europa sovrana, nel solco degli eroi antifascisti, di matrice repubblicana mazziniana e azionista Mario Bergamo, Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, ma anche Charles De Gaulle, magari allargata alla Russia, con la quale occorrerebbe ricucire i rapporti, lamenta il fatto che Trump sta prendendo le distanze dall'UE.
Da una UE, peraltro, che continua ad auto-sabotarsi con sanzioni controproducenti contro la Russia e sostenendo un'autocrazia corrotta, né UE, né NATO.

Il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista”, dice Draghi.

In realtà mercantilista e anti-europeo, quel mondo, ovvero gli USA, è sempre stato. Che abbiamo ricevuto aiuti è vero ai tempi del Piano Marshall, che fu gestito e pianificato, in Italia, dall'ottimo Ministro socialista democratico Roberto Tremelloni. Ma che, da allora e sempre di più negli ultimi decenni, siamo diventati più che altro una specie di colonia statunitense, è altrettanto vero. Ma questo, Draghi, ovviamente, omette di dirlo.

Draghi, in sostanza, non prende atto che è il mondo ad essere cambiato e da molti anni, mentre la dirigenza UE e lui compreso, sembrano non essersene accorti, rimanendo ancorati a vecchie logiche da Guerra Fredda, adottando peraltro le medesime misure ed il medesimo linguaggio di quei tempi andati.

L'unica sicurezza da garantire ai cittadini dell'UE dovrebbe essere quella dai loro stessi sconsiderati governanti. Il pericolo non viene dall'esterno, perché, a quanto consta, nessuno, salvo gli USA, ha intenzione di colonizzarci una volta ancora.

Draghi poi afferma che “nemmeno la Cina offre ancora un'alternativa”.

E perché mai ci dovrebbe essere una alternativa agli USA? Perché mai l'Europa, che non è l'UE, non potrebbe iniziare a camminare con le proprie gambe, in un mondo multipolare?

La Repubblica Popolare Cinese rappresenta, più che una alternativa, un modello di intelligenza, pragmatismo, sviluppo. La Cina è una realtà che ha saputo imparare dai suoi errori, che ha utilizzato il capitalismo a beneficio della comunità, attraverso il socialismo e la pianificazione oculata, aprendosi allo Stato di diritto e mantenendo saldi nelle mani pubbliche (cosa che non hanno fatto i Paesi UE) i settori chiave dell'economia. Investendo in ricerca, formazione, sviluppo, tecnologia ed ecologia.

Ovvero l'esatto opposto di quanto fatto dai governanti e dirigenti UE.

Draghi, ovviamente, tutto ciò non lo dice. Ma dice, ancora una volta, un'assurdità, ovvero che la Cina “sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia”.

Innanzitutto la Cina è partner della Russia, anche nell'ambito dei BRICS, che è cosa diversa dal “sostenere direttamente”. Si tenga conto che la dirigenza cinese, a differenza della sconsiderata dirigenza UE, ha sempre lavorato, in ogni conflitto, per la risoluzione pacifica delle controversie, attraverso il dialogo, la diplomazia, la ricerca della verità dei fatti, tenendo conto dei punti di vista di tutte le parti in conflitto.

In secondo luogo, la Russia probabilmente è un avversario secondo Draghi, ma non dovrebbe esserlo di una UE, che – prima di mettersi a sostenere un'autocrazia né UE, né NATO, seguendo i desiderata del Presidente USA di turno (Biden), dalla Russia dipendeva energeticamente e con la quale dovrebbe, ancora oggi, essere in dialogo costante e, come la Cina, lavorare per la pace e la cooperazione internazionale.

L'unica cosa corretta che Draghi ha affermato, nel suo discorso, è che l'UE dovrebbe “riportare la partnership con Washington su basi più eque”. Che è ciò che l'UE avrebbe dovuto fare, ma molti decenni fa, anziché diventare una succursale di Washington.

Lasciamo stare, poi, le considerazioni di Draghi relative al fatto che non siamo stati in grado di costruire un mercato interno sufficientemente profondo. L'UE, semplicemente, è un burosauro, una holding finanziaria, una entità non realmente democratica e piuttosto lontana dai cittadini che in Europa vivono, ovvero dalle loro necessità, dalle loro aspettative, dalle loro prospettive e richieste.

Draghi, con artificio retorico, ricorda che i cittadini europei vogliono che “l'Europa agisca” che “l’Unione europea difenda la loro libertà, prosperità e solidarietà”. Afferma che i leader dell'UE dovrebbero fare “un passo in più” e così via. Parole sentite e risentite nel corso dei decenni.

Il punto è che l'Europa non c'è. Deve ancora essere costruita. Quanto alla libertà, l'abbiamo ceduta prima agli USA e poi alla sconsiderata dirigenza UE.

La prosperità e la solidarietà, invece, sono in declino da molti anni.

In conclusione, riprendendo i concetti espressi all'inizio dell'articolo, Mario Draghi è tra coloro i quali tradirono Bettino Craxi, nel 1992, contribuendo a liquidare il patrimonio pubblico italiano, che proprio il socialista Craxi tentava invece di salvare, invano, dato che, poco dopo, la democratica Prima Repubblica crollò, implose, con il beneplacito dei poteri forti internazionali sorosiani e liberal capitalisti in combutta con post-comunisti, leghisti e post-fascisti, anni dopo – guarda un po' - tutti al governo e persino a sostenere il governo Draghi.

Storia nota. Che è all'origine dei mali italiani ed europei del presente e della perdita di democrazia sostanziale in queste realtà.

Paola Bergamo

Presidente Centro Studi MB2 Monte Bianco – Mario Bergamo per dare un tetto all'Europa

www.centrostudimb2.eu

Luca Bagatin

Blogger, scrittore, ideatore del pensatoio socialista e mazziniano “Amore e Libertà”

https://amoreeliberta.blogspot.com

Paola Bergamo, imprenditrice italiana, esperta di relazioni pubbliche e internazionali è apprezzata scrittrice e opinionista. E’ presidente del Centro Studi MB2 Monte Bianco-Mario Bergamo per dare un tetto all’Europa (www.centrostudimb2.eu) attraverso il quale tiene vivo il pensiero politico filosofico di suo nonno, Mario Bergamo, politico del ‘900, perseguitato dalla dittatura fascista e grande europeista. E’ Presidente del Circolo Culturale “La Caduta”, think thank che si occupa di politica, geopolitica, temi di natura filosofica, culturale e di attualità. E’ Presidente del Premio Italiano Mario e Guido Bergamo e del Premio Scoiattolo d’Oro.

Luca Bagatin, blogger dal 2004, in passato collaboratore del quotidiano nazionale “L’Opinione delle Libertà” e de “La Voce Repubblicana”, oltre che di riviste di cultura esoterica e Risorgimentale. Ha fondato nel maggio 2013 il pensatoio (anti)politico e (contro)culturale “Amore e Libertà (amoreeliberta.blogspot.it). Suoi articoli sono stati pubblicati in Francia, Belgio, Serbia, Brasile e Nicaragua e tradotti anche in tedesco e spagnolo. Ha scritto saggi sulla Storia della Massoneria, sul mondo femminile, sul Socialismo e su figure della controcultura e dissidenti come Eduard Limonov.

sabato 6 dicembre 2025

In Laos si celebra la nascita della Repubblica e l'emancipazione socialista. Altrove, invece, si vorrebbe bandire chi si batte per la giustizia sociale. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 2 dicembre scorso si sono tenute le celebrazioni per il 50esimo anniversario di fondazione della Repubblica Democratica Popolare del Laos (LPDR).

Una fondazione avvenuta a seguito di decenni di lotte civili, sociali e politiche contro il colonialismo francese, il militarismo giapponese, l'imperialismo statunitense e i reazionari all'interno del Paese.

Il tutto sotto la guida del Partito Comunista d'Indocina prima e, successivamente, del Partito Rivoluzionario Popolare del Laos (LPRP).

Congratulazioni per l'anniversario sono giunte al Segretario Generale del Comitato Centrale del LPRP e Presidente del Laos, Thongloun Sisoulith, da parte del Segretario Generale del Partito Comunista Cinese (PCC) e Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping.

Il Presidente Xi ha osservato che il LPRP ha ottenuto risultati encomiabili, grazie al percorso socialista di riforma e apertura, adattato alle condizioni nazionali, il quale ha permesso di migliorare le condizioni di vita del popolo laotiano e rafforzare l'influenza internazionale e regionale del Paese.

Il Presidente laotiano Thongloun si è, a sua volta, congratulato con la Cina per la riuscita del XX Comitato Centrale del PCC ed ha espresso apprezzamento per le preziose e durature relazioni bilaterali fra i due Paesi socialisti, i quali, entrambi, hanno condiviso un percorso antimperialista e di costruzione di un socialismo adatto alle condizioni nazionali e volto alla modernizzazione.

Nel suo discorso, il Presidente laotiano Thongloun Sisoulith, ha sottolineato che la politica del Laos continuerà ad essere improntata a un'economia autosufficiente, volta ad uno sviluppo equilibrato sotto ogni profilo, sia esso economico, culturale e verde e su una politica estera fondata su pace, indipendenza, amicizia e cooperazione con tutti i Paesi.

Mentre il socialismo asiatico fa passi avanti, collocandosi dalla parte giusta della Storia – ovvero dalla parte della giustizia sociale, dell'armonia e di un'economia volta al benessere della comunità - imparando dai propri errori ed evolvendosi, in Polonia, guidata dalla destra di Karol Nawrocki, si chiede di mettere al bando il Partito Comunista Polacco (KPP).

Un po' come da tempo sta accadendo in vari Paesi dell'est UE guidati dall'estrema destra, fra i quali la Repubblica Ceca, che vorrebbe mettere al bando il Partito Comunista di Boemia e Moravia.

La giustizia sociale, del resto, non è da tempo di casa in UE. Avanzano le destre, anche quando si dicono sinistre. Avanzano gli antisemitismi, i pretestuosi anticomunismi, avanzano gli pseudo-socialismi (in realtà ultra liberal capitalismi), i fondamentalismi, gli ideologismi camuffati da “riformismi” o “europeismi” (ma che nulla hanno a che spartire con i promotori dell'europeismo di matrice sociale e socialista, da Mazzini a Garibaldi, da Colorni a Spinelli, a Ernesto Rossi e Mario Bergamo).

E siamo sempre lì. Senza renderci conto che il liberal capitalismo – che è il totalitarismo moderno - tutto ha messo in vendita. Tutto ha distrutto. Dai rapporti sociali alla scuola, fino alla sanità pubblica. Facendo avanzare ignoranza, violenza gratuita (vedi il fenomeno baby gang e quello maranza, ma anche i vari femminicidi, infanticidi e così via) e contrapposizione.

Avremmo, invece, molto da apprendere, dalla Storia. Sia europea che asiatica (visto che il socialismo in Asia ha avuto origine in Europa).

E invece prevale la censura. E invece prevale l'odio. E invece prevale una logica sempre più aberrante, che i fatti (economici e sociali in primis), presto o tardi, smaschereranno.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

sabato 25 ottobre 2025

All'UE di Mario Draghi è preferibile l'Europa sociale di Mario Bergamo (e Giuseppe Mazzini). Articolo di Luca Bagatin

 

Mario Draghi e coloro i quali tradiranno Bettino Craxi, nel 1992, contribuì a liquidare quel patrimonio pubblico italiano, che proprio il socialista Craxi tentava invece di salvare, ma invano, dato che, poco dopo, la democratica Prima Repubblica crollò e implose, con il beneplacito dei poteri forti internazionali sorosiani e liberal capitalisti e con quello dei post-comunisti, dei leghisti e dei post-fascisti, anni dopo – guarda un po' - tutti al governo e persino a sostenere il governo Draghi.

Storia nota. Che anche il Presidente Emerito Francesco Cossiga ci ricordò.

Oggi, quel Draghi che ha sostenuto per anni una UE austera e autoreferenziale, non eletta da nessuno, la quale ha ampiamente sostenuto politiche di distruzione dei diritti sociali e dei lavoratori e sanzionato Paesi sovrani, torna a parlare.

Non per dirci, ancora una volta, assurdità quali “volete la pace o i condizionatori accesi”, visto che sono state ampiamente smentite dai fatti, ma per dirci che il mondo è cambiato e che i principi sui quali l'UE si fonda sono sotto attacco.

Quali principi? Quelli già citati?

Ci dice che “abbiamo costruito la nostra prosperità sull'apertura e sul multilateralismo”, ma non ci dice che, in realtà, se aspettavamo una UE appiattita sui desiderata dei governi USA di turno, preda da sempre di una sciocca mentalità da Guerra Fredda, al multilateralismo non ci saremmo mai arrivati.

Ci dice che “abbiamo creduto che la diplomazia potesse essere la base della nostra sicurezza”, ma non ci dice che, se avessimo seguito la via diplomatica, probabilmente il conflitto russo-ucraino non sarebbe mai scoppiato.

E la via diplomatica ce la indicò Silvio Berlusconi (tradito anni dopo dai suoi), nel 2015, scrivendo, in una lettera al Corriere della Sera: “l’assenza dei leader occidentali alle celebrazioni a Mosca per il settantesimo anniversario della Seconda guerra mondiale è la dimostrazione di una miopia dell’Occidente che lascia amareggiato chi, come me, da presidente del Consiglio ha operato incessantemente per riportare la Russia, dopo decenni di Guerra fredda, a far parte dell’Occidente”.

E proseguiva, fra le altre cose, scrivendo: “È vero, con la Russia ci sono delle serie questioni aperte. Per esempio la crisi ucraina. Ma sono problemi che è ridicolo pensare di risolvere senza o contro Mosca. Anche perché in Ucraina coesistono due ragioni altrettanto legittime, quelle del governo di Kiev e quelle della popolazione di lingua, cultura e sentimenti russi. Si tratta di trovare un compromesso sostenibile fra queste ragioni, con Mosca e non contro Mosca”.

Egli peraltro, nel febbraio 2023, affermò: “Io a parlare con Zelensky se fossi stato il Presidente del Consiglio non ci sarei mai andato perché come sapete stiamo assistendo alla devastazione del suo Paese e alla strage dei suoi soldati e dei suoi civili: bastava che cessasse di attaccare le due repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe avvenuto, quindi giudico, molto, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore”.

Draghi dice poi che “l'Europa fa fatica a rispondere”.

Grazie tante. Non ha alcuna leadership credibile.

Come scrissi l'estate scorsa: “L'UE, in questi decenni, ma soprattutto anni, non ne ha azzeccata una.

Anziché gettare acqua sul fuoco, ha preferito sostenere e armare una autocrazia (che ha messo al bando l'opposizione di sinistra), né appartenente all'UE, né alla NATO. Seguendo peraltro i desiderata della famiglia Biden”.

I vari Macron, Merz, Starmer sono in crisi profonda. Hanno deluso tutte le aspettative e i loro Paesi sono in crisi. I loro oppositori avanzano, così come avanza l'astensionismo, fenomeno che da tempo ha ampiamente colpito anche il nostro Paese.

Draghi, evidentemente, non ha nulla da dire in merito, perché sarebbe costretto a fare un'autocritica che non sarà mai disposto a fare.

Non esistono “volenterosi”, ma solo governi liberal capitalisti che non ascoltano i rispettivi popoli; che seguitano a proporre ricette vecchie e di macelleria sociale; con una mentalità da Guerra Fredda fuori dal tempo e dalla logica. Che sostengono realtà completamente estranee ai valori democratici europei.

Mentre altre realtà avanzano e lo fanno con pragmatismo e riformismo. Pensiamo alla Repubblica Popolare Cinese, che promuove apertura economica, mutuo aiuto, dialogo multilaterale, soluzioni di pace, sviluppo delle nuove tecnologie a beneficio della comunità (e non dell'apparato e/o del sistema finanziario), riforme continue (imparando dagli errori del passato e facendo autocritica, cosa che i dirigenti UE non fanno minimamente).

I dirigenti UE cosa propongono, invece?

Il riarmo.

Non sviluppo a beneficio della comunità in ambito educativo, scientifico, sanitario.

Dall'austerità e dalla distruzione dei diritti sociali e dei lavoratori passiamo al riarmo.

E in mezzo c'è stata una pandemia, di cui tutti sembrano essersene dimenticati, al punto che il settore sanitario non è stato minimamente rafforzato. Anzi.

Che credibilità può avere, dunque, l'UE?

A crederci solo i fondamentalisti ultra liberali alla Draghi, che può anche parlare di federalismo, ma di federalismo serio e pragmatico parlavano già Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Altiero Spinelli.

Che avevano l'idea di un'Europa federale e sociale. Non di una Europa ultra-liberale e guerrafondaia, al servizio di un Paese d'oltreoceano.

La mia cara amica Paola Bergamo, imprenditrice, pasionaria repubblicana come il nonno Mario, eroe antifascista e autrice di due volumi sull'Europa (“I sentieri interrotti dell'Europa. Sulla via tracciata da Mario Bergamo” (scritto assieme a Angelo Giubileo) e “Ritrovare i sentieri dell'Europa. Sulla via tracciata da Mario Bergamo”, con prefazione del Generale di Corpo d’Armata Antonio Bettelli), nell'intervista che le feci nel maggio scorso, così si espresse, alla mia domanda: Pensi che l'europeismo immaginato da Mario Bergamo e, prima di lui, da Mazzini, Garibaldi, Rossi, Colorni e Spinelli, sia compatibile con l'UE e, in particolare, con i suoi attuali dirigenti?

No, credo che sia necessario comprendere che l’UE non risponde affatto al sentimento dei Padri Fondatori. La UE ha un “peccato” nella sua stessa origine che è puramente mercatale. Una realtà che non ha una Costituzione, che dopo Maastricht s’è impantanata nel pasticcio di Lisbona. Un grande castello di carte, pronto a implodere da un momento all’altro, che vorrebbe far politica, senza essere un soggetto politico. E' del resto composta da un coacervo di Nazioni, che addirittura operano l’una in danno dell’altra. Oggi che i tanti nodi irrisolti della Storia, altro che fine della Storia (!), la UE dimostra tutta la propria marginalità e marginalizzazione. Il mio però è un libro di speranza che guarda a una Unione Federale, quell’Unione Perfetta che propugnava Mario Bergamo fin dal 1919 e che è ancora attualissima nella possibilità di attuazione, contenuta nel suo “La France et l’Italie Sous le Signe du Latran”, pubblicato nel 1931 a Parigi da S.E.P.I. e tradotto in Italia nel 1968 con il titolo “Laicismo Integrale”.

Mario Draghi, forse, dovrebbe leggersi Mario Bergamo. E così dovrebbero fare tutti coloro i quali, alla giustizia sociale e alla laicità del pensiero, preferiscono il dogma di un europeismo oligarchico liberal capitalista fuori tempo massimo, sconfitto dalla Storia, perché ha tradito la Storia stessa e l'idea stessa di un'Europa unita, fondata sulla giustizia sociale e sulla sovranità nazionale.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

mercoledì 26 marzo 2025

Dalla parte del Manifesto di Ventotene. Contro una UE oligarchica, militarista, burocratica e ferma alle logiche della Guerra Fredda. Articolo di Luca Bagatin

 

A proposito del Manifesto di Ventotene, quasi undici anni fa, alla fine del novembre 2014, scrissi un articolo pubblicato dal quotidiano nazionale “L'Opinione delle Libertà” (leggibile qui: https://opinione.it/cultura/2014/11/26/bagatin_cultura-26-11/).

Nell'articolo mi riferivo, in particolare, alla fiction “Un mondo nuovo”, trasmessa dalla Rai e che ricostruiva le vicende storiche degli autori di tale Manifesto.

Antifascisti e liberalsocialisti della prima ora.

Così li ricordavo: “Altiero Spinelli, ex militante comunista che abiura il comunismo per scegliere la strada dell'antifascismo laico; Ernesto Rossi, giornalista di formazione economica, liberalsocialista del Partito d'Azione e fra i fondatori del primo Partito Radicale ed Eugenio Colorni filosofo ebreo, anch'egli di fede politica liberalsocialista”.

Antifascisti confinati dal regime fascista nell'Isola di Ventotene e ove idearono, nel 1941 e in clandestinità, il celebre Manifesto di Ventotene, che – allora utopisticamente – parlava di Europa unita e federale, di popoli europei affratellati e di visione democratica del Continente, senza più Stati sovrani.

Nel mio articolo ricordavo che tale visione “recuperava gli ideali di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi, già elaborata nell'ambito della Giovine Europa (1834)”.

E proseguivo facendo presente che “Il Manifesto di Ventotene (...) viene scritto ed elaborato dai tre senza farsi scoprire dalle milizie fasciste dell'Isola e sarà poi diffuso all'esterno grazie al contributo di due donne: Ursula Hirschmann – allora moglie di Eugenio Colorni (e successivamente diverrà moglie di Altiero Spinelli, dopo la morte di Colorni, ucciso barbaramente da una banda di fascisti) – e Ada Rossi, moglie di Ernesto Rossi. Un Manifesto, quello di Ventotene, che sarà destinato a fare clamore sia durante il regime mussoliniano che negli anni a venire, al punto che, nel 1984, Altiero Spinelli propone al Parlamento Europeo – nel quale era stato peraltro eletto nel 1979, come indipendente nelle liste del Pci – un progetto costituzionale per gli Stati Uniti d'Europa che, pur approvato, sarà successivamente bocciato dal Consiglio Europeo”.

Nel mio articolo sottolineavo come le lucide utopie di Spinelli, Rossi e Colorni, “siano state disattese, vilipese ed offuscate dai politicanti, dai burocrati e dai banchieri dei singoli Stati europei che, anziché volere una politica comune europea, su basi democratiche, hanno preferito mantenere gli Stati sovrani ed introdurre una moneta unica che, di fatto, avvantaggia solo le élite economico-finanziarie e politiche, peraltro non elette da nessuno, visto che la Commissione Europea non è un organo elettivo e lo stesso Parlamento Europeo discute unicamente di questioni marginali”.

E aggiungevo: “Chissà che direbbero oggi Spinelli, Rossi e Colorni di questo. Forse che viviamo una nuova stagione fascista, ma molto più subdola, perché ammantata di presunte libertà. E forse i loro spiriti sarebbero lì a suggerirci, ancora una volta, di lottare, ad ogni costo e con ogni mezzo”.

E siamo ancora lì, direi.

Anzi, siamo anche peggio.

Con una UE sempre più oligarchica, geo-politicamente auto isolatasi, la cui dirigenza pretende persino che essa si riarmi.

Sempre più l'opposto del Manifesto di Ventotene, che parlava di una rivoluzione europea socialista: “La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita”.

Il socialismo, invece, in Europa, è stato sistematicamente distrutto e vilipeso a partire dal 1993 e i partiti europei che si dicono tali, nella stragrande maggioranza dei casi, sono diventati liberal capitalisti, blairiani, ovvero hanno deregolamentato l'economia, distrutto i diritti dei lavoratori e sociali e promosso una fantomatica “esportazione della democrazia” a suon di armi.

In particolare, il socialismo democratico e, dunque, anticapitalista, antiburocratico e antimonopolista, del Manifesto di Ventotene, che è e sarà ispirazione dei più gloriosi partiti della Prima Repubblica, ovvero del Partito Socialista Italiano, Partito Socialista Democratico Italiano, Partito Repubblicano Italiano e del Partito Radicale (di Mario Pannunzio e dello stesso Ernesto Rossi) veniva così giustamente definito e così venivano giustamente definite le sue prospettive:

Il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che una affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma — come avviene per forze naturali — essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime. Le gigantesche forze di progresso, che scaturiscono dall’interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica "routinière" per trovarsi poi di fronte all’insolubile problema di resuscitare lo spirito d’iniziativa con le differenziazioni dei salari, e con gli altri provvedimenti del genere dello stachenovismo dell’U.R.S.S., col solo risultato di uno sgobbamento più diligente. Quelle forze vanno invece esaltate ed estese offrendo loro una maggiore possibilità di sviluppo ed impiego, e contemporaneamente vanno perfezionati e consolidati gli argini che le convogliano verso gli obiettivi di maggiore utilità per tutta la collettività.

La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio.

Questa direttiva si inserisce naturalmente nel processo di formazione di una vita economica europea liberata dagli incubi del militarismo e del burocraticismo nazionali. In essa possono trovare la loro liberazione tanto i lavoratori dei Paesi capitalistici oppressi dal dominio dei ceti padronali, quanto i lavoratori dei Paesi comunisti oppressi dalla tirannide burocratica. La soluzione razionale deve prendere il posto di quella irrazionale anche nella coscienza dei lavoratori”.

Ovvero di un socialismo rettamente inteso, originario, democratico e autogestionario, che poneva (come pone) una critica radicale a ogni totalitarismo, sia esso di matrice nazifascista, comunista totalitaria e liberal capitalista padronale.

Un socialismo che metta al primo posto la comunità e le sue necessità, attraverso una pianificazione razionale dal basso, promossa dagli stessi ceti produttivi e nell'interesse degli stessi, che li liberi da ogni forma di oppressione e sfruttamento del lavoro dei ceti padronali e delle élite burocratiche.

Tutto ciò è sempre stato, del resto, l'obiettivo del PSI-PSDI-PRI del dopoguerra e anche di quel piccolo Partito Radicale, fondato da Pannunzio (già liberale di sinistra), che, con gli Amici del settimanale liberalsocialista e laico “Il Mondo”, tentò di creare le basi per quella Terza Forza laica, antimonopolista, liberalsocialista, anticapitalista, anticlericale, multipolarista oltre i blocchi contrapposti, purtroppo mai nata (per quanto ci fosse stato il tentativo denominato “Unità Socialista” alle elezioni politiche del 1948, che raccolse il 7% dei voti, con il simbolo garibaldino e turatiano del Sole Nascente).

Terza Forza di cui, ancora oggi, ci sarebbe necessità.

Terza Forza (sulle cui prospettive e sulla cui storia, chi vi scrive, si è formato in gioventù, avendo letto e approfondito gli scritti di Ernesto Rossi, Mario Pannunzio, oltre che quelli del laicista integrale e nazionalcomunista mazziniano Mario Bergamo, Giuseppe Saragat, Roberto Tremelloni, Randolfo Pacciardi e altri) autenticamente democratica e da sempre o snobbata o vilipesa tanto dai ceti padronali, quanto dai vari fascio-comunismi e clericalismi italiani e europei del dopoguerra, che preferivano rimanere legati a vecchie logiche, che si sono inasprite durante la Guerra Fredda.

Logiche che, ancora oggi, sembrano rimanere tali, con questa mentalità da Guerra Fredda che la neo-militarista e burocratica UE si rifiuta di abbandonare.

E' vero che il Manifesto di Ventotene può, ancora una volta, indicarci la via. Ma non solo. 

Anche le prospettive del socialismo democratico storico, purtroppo in Italia volutamente distrutto a partire dal 1993 e in Europa poco dopo, con il blairismo e con lo svuotamento dei partiti socialisti, trasformati in partiti liberal capitalisti, ovvero in una forma di destra non diversa dall'originale.

Socialismo democratico che, fortunatamente, ha resistito e resiste in America Latina (negli Anni '90 ebbe un nuovo slancio grazie a Chavez, Lula, ai peronisti di sinistra e altri), è sviluppato nel mondo panafricano e in quello riformista cinese, in particolare a partire dalla fine degli Anni '70.

Occorre, dunque, ancora una volta, tornare a parlare di: pianificazione economica; primato del pubblico sul privato; società ordinata e moralizzata (non moralista); cooperazione; dialogo; multipolarismo; sviluppo delle nuove tecnologie a beneficio della comunità.

E di una Europa fondata su quanto scritto nel Manifesto di Ventotene, ovvero sulla “restituzione al popolo degli imprescrittibili diritti di autodeterminazione”.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

lunedì 3 marzo 2025

In questa UE sempre più bellicista, dove sono i socialisti? Articolo di Luca Bagatin

Lasciare che Trump assuma il ruolo di pacificatore, peraltro opportunistico, intristisce non poco chi ha sempre avuto una visione socialista, laica, democratica, mazziniana.

Il problema è che l'UE, che non è affatto l'Europa unita e affratellata sognata da socialisti e laici quali Ernesto Rossi, ha permesso tutto ciò.

Una UE a guida “maggioranza Ursula”, sostenuta da pseudo-socialisti, pseudo-verdi, veri conservatori, le cui parole d'ordine sembrano essere quelle di proseguire un conflitto (che ha origine nel crollo dell'URSS, peraltro incoraggiato dall'Occidente) che con la diplomazia poteva essere evitato molti anni fa e continuare a voler investire in armi, anziché in istruzione, ricerca, sanità.

In tutto ciò, appunto, non vediamo socialisti autentici, in questo cosiddetto Occidente, ma pseudo-socialisti bellicisti alla Starmer (alla guida di una Gran Bretagna peraltro fuori dall'UE) degno erede dello pseudo-socialista e finanche più guerrafondaio Tony Blair, iniziatore di quello svuotamento del Partito Laburista britannico, che lo ha portato a diventare liberal capitalista, tanto quanto il Partito Conservatore (salvo la parentesi Jeremy Corbyn, che fu ingiustamente espulso dal partito di cui fu guida, dal 2015 al 2020 e che oggi è comunque stato rieletto al Parlamento britannico, come indipendente).

Lo svuotamento del socialismo europeo, del resto, come ho spesso scritto, iniziò a partire dal 1993.

In Italia, peraltro, l'ultimo socialista fu Bettino Craxi, volutamente tolto di mezzo.

Bettino Craxi, come Gianni De Michelis, peraltro, ritenevano che la Russia dovesse essere integrata nel sistema europeo (visto peraltro che è a tutti gli effetti Paese europeo) e che occorresse dialogare con la Cina.

Molto interessante, in particolare per capire l'attuale momento storico – figlio di quanto accaduto nell'Est europeo negli Anni '90 - e la fine del socialismo in Europa e non solo, il romanzo-verità di Bettino Craxi, “Parigi – Hammamet”, edito da Mondadori nel 2020.

Ma i cosiddetti “socialisti” di casa nostra queste cose non le hanno approfondite, evidentemente.

Così come non si ricorda di quando Craxi scrisse, da Hammamet, su “L'Avanti” del 18 dicembre 1998, a proposito dell'attacco angloamericano all'Iraq, un editoriale dal titolo “No alle bombe!”. E in quell'editoriale (che ancora conservo) criticò tutti coloro i quali, in Italia, si schierarono con quelli che definì “bombaroli”. E ricordò come il 73% degli statunitensi fosse contrario a quell'attacco e come il governo russo fosse indignato.

Oggi, in cui i politici seri e formati politicamente non ci sono più, prevalgono le tifoserie. Tifoserie irresponsabili e bombarole. Oppure tifoserie che, all'opposto, sono acritiche nei confronti di Trump, che pur rimane un opportunista, come da sempre sono gli USA.

Nessuno ricorda nemmeno una frase che disse il Presidente emerito Francesco Cossiga, da sempre peraltro atlantista (in modo serio e responsabile, non come i fondamentalisti di oggi), a proposito dell'entrata nella NATO della Georgia: “Che cosa c'entra la Georgia con la NATO? Cosa direbbero gli americani se un giorno Bolivia, Venezuela ed Ecuador stringessero un patto militare con la Russia a due passi dal loro territorio?”.

Avessimo avuto, oggi, politici del calibro di Craxi, Andreotti e Cossiga... le cose sarebbero molto diverse. Ma fu un caso se, dal 1993 in poi, furono messi da parte (parliamo in particolare di Craxi e Andreotti) a vario titolo e in modo peraltro molto vergognoso e ingiusto?

Nel bene o nel male (personalmente direi più nel bene), il vero e unico Centro-Sinistra di questa povera Repubblica (dal 1946 al 1992), ha garantito serietà, stabilità, pace, equilibrio.

E i socialisti erano veri e seri. Giuseppe Saragat parlava di “Case, scuole, ospedali”. Non di armi! E il PSDI fu il primo partito a parlare di obiezione di coscienza al servizio militare.

Ma questo, quelli che si dicono “socialisti”, in Italia e UE, lo sanno? O fingono di non saperlo?

Sono pochi, pochissimi, a mio avviso i socialisti in UE (mentre in Brasile c'è Lula, in Cina c'è il riformista Xi Jinping, per citarne alcuni che molti “socialisti” di casa nostra dovrebbero studiare).

Il già citato Corbyn e il suo ex compagno di partito George Galloway; il francese Mélenchon, la tedesca Sahra Wagenknecht; gli slovacchi Robert Fico e Peter Pellegrini; l'irlandese Mick Wallace.

Non ne vedo altri.

Eppure il socialismo è nato in Europa (che è stata anche la culla della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864) ed ha sempre parlato di pace e fratellanza. Oltre che di emancipazione sociale.

Il già citato Ernesto Rossi, antifascista, esponente del Partito d'Azione e grande economista, in linea peraltro con il pragmatismo economico e sociale del Ministro socialdemocratico Roberto Tremelloni, parlò di “Abolire la miseria, abolire la guerra”.

E il saggio “Abolire la guerra” è stato recentemente ripubblicato dall'editore Nardini.

Cosa scrisse Ernesto Rossi alla moglie Ada, dalla Casa penale di Roma in cui fu incarcerato dal fascismo, il 10 aprile 1939?:  

“...lavorare per la pace significa, nel campo delle lettere, combattere lo sciovinismo, la tracotanza e l’esclusivismo nazionalista, propagandando i valori spirituali dell’umanesimo come fondamenti della nostra civiltà; nel campo più propriamente politico significa specialmente imporre il controllo sui bilanci militari e sulla politica estera (…), e federare gli Stati così diretti in unioni sempre più salde e più vaste”.

Ma cosa ne sanno di Ernesto Rossi quelli dell'UE e della “maggioranza Ursula”, che hanno voluto costruire l'Europa economica, ma affossare quella politica e sociale?

Qualche settimana fa scrivevo un lungo articolo di riflessione (leggibile anche a questo link: https://amoreeliberta.blogspot.com/2025/02/spiragli-di-pace-in-europa-e-ritorno.html) nel quale scrivevo:

Se l'UE volesse avere davvero un ruolo serio, dovrebbe porsi quale cerniera fra Ovest ed Est. Integrare la Russia nel suo sistema; entrare nei BRICS; investire in formazione, ricerca e sanità; promuovere la cooperazione internazionale e una NATO globale, proponendo l'entrata di quanti più Paesi possibili, compresa Russia e Cina, mirando a garantire stabilità, equità, cybersicurezza e lotta al terrorismo internazionale, che, lo abbiamo visto anche con il recente attentato di Monaco, è più vivo che mai.

Una UE senza un piano, che rimane serva dei desiderata del Presidente degli USA di turno è dannosa, in particolare per sé stessa. E lo è una UE senza una classe dirigente di alto profilo, che rimane ancorata a vecchie logiche da Guerra Fredda e che segue chi parla di “pace o condizionatori”, come se fossimo al mercato.

L'UE della Von Der Leyen, delle Kallas e dei Draghi, non è l'Europa unita e fraterna dei Giuseppe Saragat, degli Ernesto Rossi, dei Mario Bergamo e dei Bettino Craxi, che sono stati i nostri maestri politici, di ispirazione socialista democratica e repubblicana mazziniana”.

Personalmente sono e rimango molto pessimista. Perché l'UE sembra andare sempre più verso posizioni assurde e per nulla responsabili. Quando, invece, avrebbe potuto porsi quale “terza forza” oltre i blocchi contrapposti, sognata dai Saragat, dai Mario Bergamo e dai tanti socialisti e repubblicani negli Anni '50.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

L'Avanti del 18 dicembre 1998. Collezione privata di Luca Bagatin

sabato 22 febbraio 2025

"Frammenti di Bruxelles" di Elena Basile presentato a Roma con Moni Ovadia. Articolo di Luca Bagatin


Venerdì 21 febbraio scorso, presso la libreria Borri Books della Stazione Termini di Roma, alla presenza dell'Ex Ambasciatrice in Svezia e Belgio Elena Basile e di Moni Ovadia, si è tenuto un interessante simposio di presentazione della raccolta di racconti dell'ex Ambasciatrice stessa, dal titolo “Frammenti di Bruxelles”, edita da Sandro Teti.

Moni Ovadia, celebre attore, scrittore e attivista per i diritti umani, ha esordito ricordando di aver conosciuto Elena Basile moltissimi anni fa, a Stoccolma e di essere da sempre un suo ammiratore, essendo una donna che dice sempre ciò che pensa, in particolare alla luce della sua lunga esperienza.

Esperienza che le ha permesso, negli anni, di diventare una fine analista anche geopolitica, oltre che narratrice che, nel suo ultimo libro, come sottolineato da Ovadia, illustra il clima di Bruxelles, città a lungo abitata da Basile.

Clima in cui, in una sola giornata, si possono vivere tutte e quattro le stagioni, che viene raccontata dall'ex Ambasciatrice attraverso il vissuto di vari personaggi e spaccati di vita.

Come la vita di un medico che decide di prendersi cura dei migranti; quella di un giovane stagista che conosce, a Bruxelles, una prostituta ungherese e se ne innamora platonicamente; quella di un politico socialista che inizia la sua carriera in modo idealistico, ma finisce per attaccarsi al potere e vive le sue tristezze e solitudini interiori, rendendosi conto di come la sua carriera sia diventata una prigione d'ipocrisia, perché ha finito per tradire i suoi ideali socialisti originari; racconta di donne non contente di un femminismo imperante, probabilmente molto diverso rispetto a quello originario; racconta dei quartieri nei quali vivono gli immigrati e i loro tentativi di integrazione. Racconta dell'“ordinaria tristezza borghese” di una coppia composta da un aristocratico decaduto e una insegnante, prigionieri di una routine priva di comunicazione con la realtà della vita quotidiana.

Racconta queste storie. E anche altre.

Un libro di dieci racconti che, come ha fatto presente Elena Basile, è uno spaccato di una Europa che sta morendo, preda di tristezze e di solitudini di fondo.

Di una Europa che non è mai giunta ad essere davvero unita, emancipata e libera, come negli alti ideali di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, che, nel Manifesto di Ventotene parlavano – peraltro - di rivoluzione europea che doveva porsi, fra i suoi principali obiettivi, quello dell'“emancipazione delle classi lavoratrici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita”.

Elena Basile ha fatto presente come questa Unione Europea sia fallita sin dai tempi del Trattato di Maastricht del 1992/1993, scegliendo di diventare una burocrazia economica – nella quale il Parlamento europeo non ha alcun potere legislativo (lo ha infatti la Commissione europea, che non risponde direttamente ai cittadini europei) - che ha in primis deciso di deregolamentare il mercato, in senso neoliberista, sul modello reaganiano e thatcheriano, attraverso la libera circolazione dei capitali. E ciò ha impedito la possibilità di tassare il capitale, favorendo così le élite economiche.

L'UE, secondo Elena Basile, in sostanze, è diventata una burocrazia di trasmissione fra il mondo degli affari e i cittadini.

L'ex Ambasciatrice, ad ogni modo, ha criticato ogni idea di ritorno agli Stati nazionali, così come ogni idea di uscita dall'UE o dalla NATO, ritenendo che ciò equivalga – nei fatti - alla distruzione dei macchinari da parte dei luddisti nell'800. E come tali idee antistoriche possano, anzi, fare il gioco delle élite economiche.

Secondo l'avviso dell'ex Ambasciatrice, infatti, occorre costruire un'Europa diversa, che veda protagonisti i cittadini e i loro bisogni. Che sia la base per un progetto inclusivo, che permetta di integrarci in un mondo multipolare, lavorando alla costruzione di un mondo più unito e giusto.

Dello stesso avviso anche Moni Ovadia, il quale ha fatto presente come sia totalmente assente, in UE, una “emozione europea”, ovvero i cittadini europei non si sentono affatto legati all'Europa, perché le sue istituzioni sono lontanissime dalla vita reale dei cittadini stessi.

Ha ricordato di come lui, a suo tempo, propose la creazione di una squadra di calcio europea e addirittura di un telegiornale europeo, realizzato in tutte le lingue europee.

E ha fatto presente come nella crisi ucraina l'UE avrebbe dovuto occuparsene in prima persona, attraverso un'operazione diplomatica, evitando ogni conflitto e evitando di seguire gli USA di Biden e le sue scelte belliciste.

Così come l'UE dovrebbe smetterla, secondo Moni Ovadia, di “scimmiottare gli USA”, arrivando a distruggere la cosa pubblica e ogni forma di stato sociale e di sanità pubblica.

Nello specifico, Moni Ovadia, ha fatto presente come i cosiddetti “socialisti” dell'UE hanno “pugnalato a morte il socialismo”, nato proprio in Europa. Trasformandosi, da socialisti, in una nuova forma di destra, che ha ridotto all'osso la cosa pubblica e il welfare. E ciò sin dai tempi di Tony Blair. Tutti esempi, come sottolineato da Ovadia, seguiti in Italia dal PD, che è di sinistra solo formalmente.

Un simposio decisamente interessante, stimolante, partecipato. Molti direbbero “fuori dal coro”, in realtà ragionevole e di buonsenso, oltre che dallo spirito europeista, nel senso originario e autentico del termine.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

 

Elena Basile, Moni Ovadia, Sandro Teti

Luca Bagatin e Elena Basile

Debdeashakti, Moni Ovadia, Luca Bagatin

sabato 6 dicembre 2014

La Roma degli onesti di Mario Pannunzio e Moana Pozzi, contro la Roma corrotta dei politicanti d'oggi e di sempre. Articolo di Luca Bagatin (tratto da www.lucabagatin.ilcannocchiale.it)

C'è chi, ancora oggi, si stupisce della corruzione presente nella Capitale, delle infiltrazioni mafiose, della commistione malavitosa fra vip, imprenditori e politici di destra e sinistra.
C'è chi, purtuttavia, in tempi non sospetti, quel malaffare lo denunciava già. Parliamo degli “Amici de Il Mondo”, ovvero dei radicali di Mario Pannunzio – Ernesto Rossi in primis (entrambi nella foto qui sotto) - che, sin dagli Anni '60, denunciavano la speculazione edilizia e la commistione fra politica, criminalità ed imprenditoria.
La stessa cosa fece Moana Pozzi alla guida del Partito dell'Amore – unico partito totalmente autofinanziato - allorquando nel 1993 si candidò a Sindaco di Roma. Ancora oggi, su youtube, su Radio Radicale e sul sito www.partitodellamore.it è possibile ritrovare i filmati ed i documenti relativi alle conferenze stampa di quel periodo (una fra queste moderata dal direttore de L'Opinione Arturo Diaconale), ove Moana denunciava e proponeva una sistematica lotta al malaffare, alla corruzione politica ed alla criminalità organizzata infiltrata nella città, oltre che proponeva un progetto per rilanciare le attività culturali romane; proponeva – già vent'anni fa – di chiudere al traffico il centro storico ed iniziative su come rilanciare l'occupazione giovanile e risolvere il problema dei parcheggi.
Moana la pragmatica, ma anche l'inascoltata che, all'epoca, prese solamente lo 0,52% dei consensi e che morì l'anno successivo, pur indimenticata dalle persone che l'hanno seguita ed amata.
Il Partito dell'Amore - che non smetteremo mai di dire che non era il partito delle pornostar, bensì il partito delle persone comuni, al punto che l'unica persona popolare in lista era Moana, mentre tutti gli altri candidati erano persone provenienti dalla cosiddetta società civile, fra cui un'insegnante di lettere ed un postino – fu la prima lista civica italiana. Una lista civica che, non avendo rendite di posizione né posti di potere da garantire e/o da auto-garantirsi, andava al cuore dei problemi.
E candidava Moana – simbolo-icona del Partito stesso - che, abbandonata definitivamente la carriera di pornodiva, pur senza rinnegarla, accettava di entrare seriamente in politica, con determinazione e lanciando lo slogan “Governare con più Amore”, ovvero stare più vicino ai problemi della gente comune, come lei stessa ricordava in una video-intervista dell'epoca.
La Roma di Moana e del Partito dell'Amore, così come quella degli intellettuali del settimanale “Il Mondo” e del primo Partito Radicale guidato da Mario Pannunzio ed Ernesto Rossi, sarebbe stata certamente molto diversa.
Per uscire dal pantano occorre ripartire da lì.

Luca Bagatin

lunedì 24 novembre 2014

"Un mondo nuovo": finalmente in tv si parla del Manifesto di Ventotene e di Europa unita e fraterna. Peccato che gli italiani preferiscano distrarsi con le solite scemenze "commerciali". Articolo di Luca Bagatin (tratto da www.lucabagatin.ilcannocchiale.it)

Sarà stato anche un flop di ascolti (2,9 milioni di telespettatori), ma, finalmente, in prima serata e su Rai Uno, si è data voce a quell'antifascismo laico e federalista a cui la voce è sempre stata negata in quest'Italia che ha a cuore più i destini delle partite di calcio, piuttosto che le libertà civili, sociali ed individuali che persone come Altiero Spinelli (1907 - 1986), Ernesto Rossi (1897 - 1967) ed Eugenio Colorni (1909 - 1944) hanno portato avanti a rischio della loro stessa vita.
E' stato così che domenica 23 novembre abbiamo potuto assistere a “Un mondo nuovo”, film tv di Alberto Negrin che ha ricostruito le vicende storiche di Altiero Spinelli, ex militante comunista che abiura il comunismo per scegliere la strada dell'antifascismo laico; Ernesto Rossi, giornalista di formazione economica, liberalsocialista del Partito d'Azione e fra i fondatori del primo Partito Radicale ed Eugenio Colorni filosofo ebreo, anch'egli di fede politica liberalsocialista.
Vicende che, dal confino nell'Isola di Ventotene al quale furono costretti dal regime fascista, li porteranno ad ideare – nel 1941 ed in clandestinità - il celebre Manifesto di Ventotene, che – allora utopisticamente – parlava di Europa unita e federale, di popoli europei affratellati e di visione democratica del Continente, senza più Stati sovrani. Visione che, peraltro, recuperava gli ideali di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi, già elaborata nell'ambito della Giovine Europa (1834).
Il Manifesto di Ventotene, come si può osservare nel film tv, viene scritto ed elaborato dai tre senza farsi scoprire dalle milizie fasciste dell'Isola e sarà poi diffuso all'esterno grazie al contributo di due donne: Ursula Hirschmann – allora moglie di Eugenio Colorni (e successivamente diverrà moglie di Altiero Spinelli, dopo la morte di Colorni, ucciso barbaramente da una banda di fascisti)– e Ada Rossi, moglie di Ernesto Rossi.
Un Manifesto, quello di Ventotene, che sarà destinato a fare clamore sia durante il regime mussoliniano che negli anni a venire, al punto che, nel 1984, Altiero Spinelli propone al Parlamento Europeo – nel quale era stato peraltro eletto nel 1979, come indipendente nelle liste del PCI – un progetto costituzionale per gli Stati Uniti d'Europa che, pur approvato, sarà successivamente bocciato dal Consiglio Europeo. Da allora, peraltro, si intensificheranno i rapporti di amicizia e collaborazione fra Spinelli ed il Partito Radicale di Marco Pannella, peraltro erede, per molti versi, del Partito Radicale fondato negli Anni '60 dallo stesso ex amico di Spinelli, Ernesto Rossi.
Peccato che, nella fiction televisiva, manchino dei tutto questi accenni, così come manca il riferimento alla cultura azionista e liberalsocialista di Riccardo Bauer e dello stesso Rossi, definiti di ispirazione “anarchica” (sic !).
Se osservata bene, la vicenda di Spinelli, Rossi e Colorni, ovvero la vicenda che ha portato alla formazione del Manifesto di Ventotene e ciò che è accaduto dopo la guerra, sino ai giorni nostri, possiamo vedere come quelle lucide utopie siano state disattese, vilipese ed offuscate dai politicanti, dai burocrati e dai banchieri dei singoli Sati europei che, anziché volere una politica comune europea, su basi democratiche, hanno preferito mantenere gli Stati sovrani ed introdurre una moneta unica che, di fatto, avvantaggia solo le elite economico-finanziarie e politiche, peraltro non elette da nessuno, visto che la Commissione Europea non è un organo elettivo e lo stesso Parlamento Europeo discute unicamente di questioni marginali.
Chissà che direbbero oggi Spinelli, Rossi e Colorni di questo. Forse che viviamo una nuova stagione fascista, ma molto più subdola, perché ammantata di presunte libertà. E forse i loro spiriti sarebbero lì a suggerirci, ancora una volta, di lottare, ad ogni costo e con ogni mezzo.
Purtuttavia spiace che i telespettatori italiani, che spesso premiano fiction e film tv o melensi o sanguinolenti, oppure storie di santi, preti e papi descritti come pezzi di pane (magari tacendo del resto), questa volta, allorquando sul piccolo schermo viene raccontato un fatto storico di grande rilevanza per la libertà e la democrazia in Europa, il pubblico sia assente e preferisca guardare altro, ovvero le solite scemenze o le solite partite di calcio.
Il pubblico, del resto, più che sovrano, sembra qualificarsi per quel che è, ovvero disattento, incapace di ricercare qualche cosa che vada al di là del superfluo, del faceto, del “commericale”, di quel “commerciale” che de decenni ha reso schiave le menti italiane ed europee in una spirale di consumismo senza costrutto.
Del resto, anche nella fiction “Un mondo nuovo”, lo stesso attore che recita la parte di Colorni ad un certo punto fa riferimento all'“italiano medio con il quale pur bisognerà imparare a dialogare, a scendere a patti”, ovvero l'italiano che prima – nel massimo dei fasti mussoniliani - era fascista e successivamente, vista la mala parata, è diventato improvvisamente antifascista !
Accade così, del resto, da sempre. Prima si è berlusconiani e successivamente si diventa antiberlusconiani. Prima si è grillini e poi si diventa antigrillini. Prima si è renziani e poi...anche Renzi vedrà cadere il suo astro nascente, allorquando arriverà un altro “Duce” che riuscirà ad incantare meglio i....telespettatori !
Ciò, ad ogni modo, fa riflettere sul fatto che è l'italiano stesso, spesso, la causa del suo mal. Volutamente incapace, per la maggior parte, di avere una sua coscienza critica, di volere effettivamente emanciparsi ed emancipare il prossimo, l'italiano medio preferirebbe (o preferisce) fregarlo continuamente e badare solo al suo tornaconto personale.
La vera piaga-Italia, che si riverbera nella nostra stessa classe politica, sembra piuttosto insita in questo popolo di addormentati. Il Popolo degli Addormentati, del resto, se diventasse un partito politico ed avesse come leader il primo babbeo uscito da una di quelle trasmissioni di Maria De Filippi, forse, diventerebbe il “nuovo che avanza”. E' così da sempre, anche se ciò è molto, molto triste.
L'Italia di oggi, del resto, non è “un mondo nuovo”. Ma il solito caro vecchio Paese del menefreghismo ipocrita e conservatore.

Luca Bagatin