lunedì 18 maggio 2026

L’Europa di Draghi non è l’Europa dei popoli. Articolo di Paola Bergamo e Luca Bagatin

 

Sarà forse un caso, oppure no, ma il Premio Carlo Magno, conferito nel 2025 alla baronessa Ursula Von Der Leyen, sembra risultare perfettamente funzionale, nel 2026, a un rilancio politico di Mario Draghi, la cui corsa si era arrestata proprio quando una sua ascesa al Colle appariva imminente.

Colpisce come Mario Draghi, ogni volta che interviene, riesca ad affermare concetti che, nell’immediatezza e grazie alla sua indiscutibile abilità espositiva, possono apparire ragionevoli a taluni, ma che finiscono inevitabilmente per turbare chi non ha memoria corta e conserva ben presenti i corsi e ricorsi della nostra Storia.

Tanto che, a ben vedere, certi suoi discorsi sembrano talvolta rasentare l’assurdo.

In effetti, come ha rilevato il bravissimo Gianandrea Gaiani su “La Penna nel Fianco”, il messaggio di Draghi da Aquisgrana sembra piuttosto contorsionistico, per non dire contorto.

Se il celebre economista insiste sul fatto che è necessario rafforzare l’integrazione europea come risposta alla crisi industriale, energetica e strategica del Continente, non si avvede che molte delle difficoltà attuali sono anche il risultato delle politiche sostenute dalle élite europee, di cui egli è, a pieno titolo, esponente.

Stessa cosa dicasi della profonda crisi dell’Italia, di cui fu Presidente del Consiglio dal febbraio 2021 all'ottobre 2022.

È dall’inizio della crisi russo-ucraina che l’Europa è divenuta meno competitiva, ma il termine è un eufemismo, perché il rischio reale è la de-industrializzazione. Il deserto industriale per mancanza di energia.

Nel suo discorso, Draghi, pur rinnovando la propria fede nell’Atlantismo, definisce gli Stati Uniti un “partner ostile” sul piano economico e industriale. Un’espressione che appare quantomeno contraddittoria: o si è partner oppure si è ostili.

L’accostamento dei due termini può anche rappresentare un efficace esercizio retorico, ma non si può dimenticare che gli USA di allora — quelli che contribuirono ad alimentare la crisi ucraina — erano gli stessi nel cui contesto Victoria Nuland arrivò a pronunciare il celebre “Fuck the EU”.

Ed erano anche gli stessi ai quali Mario Draghi, insieme agli altri leader europei, finì per allinearsi, aderendo a uno storytelling che, secondo molti critici, ha trascinato l’Europa verso una crisi economica e industriale senza precedenti.

Mario Draghi fu il principale sostenitore dell’allineamento dell’Italia alla NATO che Papa Francesco criticò con l’indimenticabile espressione “siete andati ad abbaiare alle porte di Mosca”.

Non pago, proprio da Aquisgrana, Mario Draghi invoca una difesa europea, ma il paradosso è che un'Europa politica è ancora tutta da costruire e suggerisce maggiori investimenti nell’industria militare, quando l'UE - secondo alcune stime aggregate - già investe più della Russia.

Se abbiamo ben compreso, il succo del discorso sarebbe questo: aumentando gli investimenti nella difesa renderemmo più soddisfatto il socio di maggioranza della NATO, gli Stati Uniti, definiti però allo stesso tempo un “partner ostile”. E dovremmo farlo perché il pericolo proverrebbe dalla Russia, un Paese che non solo non ci ha mai attaccati né minacciati direttamente, ma che per anni ci ha fornito gas via gasdotto a prezzi convenienti, mentre oggi acquistiamo gas liquefatto - sia statunitense sia russo - a costi enormemente superiori, con pesanti conseguenze per l’economia europea.

Si potrebbe quindi concludere che chi ha sostenuto l’allineamento a Washington abbia contribuito a provocare una crisi senza precedenti e oggi si proponga di uscirne convertendo parte della nostra industria automobilistica in industria bellica. Il problema è che, per costruire carri armati, servono materie prime — a partire dall’acciaio — e grandi quantità di energia, risorse di cui l’UE dispone sempre meno.

Non sarebbe però giusto dimenticare che, Mario Draghi, fu quello del “Whatever it takes”.
Allora era il 2012, Draghi era a capo della BCE e si era distinto nell’ambito della crisi del debito sovrano impegnandosi a salvare l’Euro dai processi di speculazione in atto, che poi avrebbero messo in ginocchio l’anello debole della catena europea, l’Italia, troppo grande per fallire, troppo piccola per resistere da sola alle intemperie della speculazione finanziaria.

All'epoca, noi facevamo parte dei PIIGS, stritolati tra spread e famelici appetiti d’oltre Manica e soprattutto d’oltre Oceano.

Ai tempi Draghi disse sostanzialmente a tutti di calmarsi, i mercati si rasserenarono e passò alla Storia come il “salvatore di baracca e burattini”, certo facendo storcere il naso ai nostri amici frugali, che speravano di farsi un boccone di noi, di fare il bis, dopo aver soddisfatto - poco tempo prima - i loro appetiti in Grecia.
Draghi, che è un economista formatosi per lo più in Goldman Sachs, è espressione del fenomeno delle “revolving doors”, ma è in ottima compagnia in tal senso, ed è passato alla Storia anche per essere, guarda caso, uno dei protagonisti del Britannia, il panfilo reale inglese, nel quale, il 2 giugno 1992, si tenne un importante convegno sulle privatizzazioni dell’economia italiana.

Perché l’Italia si diede alle privatizzazioni, dismettendo importanti asset anche strategici?
Un po’ per ridurre il peso dello Stato nell’economia, un po’ per aprire i mercati alla concorrenza, ma soprattutto perché, tra sprechi e ruberie che caratterizzano la politica, il nostro Bel Paese aveva bisogno di far quattrini e, si sa, che da noi i soldi nel pubblico non bastano mai.

Si iniziò a vendere, ma c’è chi dice svendere, partecipazioni pubbliche con l’intento, allora spacciato per lodevole, di modernizzare il sistema economico italiano, anche in vista dei vincoli europei di Maastricht. E’ così che IRI, Telecom, ENI, ENEL, Credito Italiano e altri colossi furono privatizzati.
Draghi ne fu l’artefice. Il contesto economico-politico di allora era esplosivo.

L’Italia era sotto attacco della finanza, tanto per cambiare, e la Lira - noi ancora battevamo moneta - era sotto scacco speculativo. Ma era anche l'epoca della falsa rivoluzione di Tangentopoli, non certo un caso, durante la quale si epurarono i partiti storici democratici e un'intera classe politica che, più nel bene che nel male, aveva governato dal 1946.

Il debito pubblico era enorme e di lì a poco saremmo persino dovuti uscire dallo SME. Insomma, avevamo l’acqua alla gola, come spesso accade al nostro splendido, ma peculiare Paese.

E' apparso piuttosto singolare, per non dire allarmante, che alti funzionari italiani discutessero di privatizzazioni con banchieri internazionali a bordo di uno yacht inglese, anche perché, a conti fatti, abbiamo disperso la nostra ricchezza, della quale si sono avvantaggiati Paesi in concorrenza con noi.

Questo è uno dei motivi per i quali il Presidente Francesco Cossiga ebbe più che delle perplessità, anzi, fu piuttosto duro con il Mario nazionale.
Draghi, ad Aquisgrana, il 14 maggio scorso, ha lamentato il fatto che l'UE, per la prima volta, sarebbe sola. E questo perché Trump avrebbe da essa preso le distanze.

Draghi, dunque, anziché rallegrarsi per questa presa di distanza da parte di un regime che, storicamente, anche ben prima di Trump, ha più volte violato il diritto internazionale, sottomesso e invaso popoli liberi e sovrani, lamenta che ci avrebbe “lasciati soli”.

Anziché cogliere l'opportunità per costruire, finalmente, un'Europa sovrana, nel solco degli eroi antifascisti, di matrice repubblicana mazziniana e azionista Mario Bergamo, Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, ma anche Charles De Gaulle, magari allargata alla Russia, con la quale occorrerebbe ricucire i rapporti, lamenta il fatto che Trump sta prendendo le distanze dall'UE.
Da una UE, peraltro, che continua ad auto-sabotarsi con sanzioni controproducenti contro la Russia e sostenendo un'autocrazia corrotta, né UE, né NATO.

Il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista”, dice Draghi.

In realtà mercantilista e anti-europeo, quel mondo, ovvero gli USA, è sempre stato. Che abbiamo ricevuto aiuti è vero ai tempi del Piano Marshall, che fu gestito e pianificato, in Italia, dall'ottimo Ministro socialista democratico Roberto Tremelloni. Ma che, da allora e sempre di più negli ultimi decenni, siamo diventati più che altro una specie di colonia statunitense, è altrettanto vero. Ma questo, Draghi, ovviamente, omette di dirlo.

Draghi, in sostanza, non prende atto che è il mondo ad essere cambiato e da molti anni, mentre la dirigenza UE e lui compreso, sembrano non essersene accorti, rimanendo ancorati a vecchie logiche da Guerra Fredda, adottando peraltro le medesime misure ed il medesimo linguaggio di quei tempi andati.

L'unica sicurezza da garantire ai cittadini dell'UE dovrebbe essere quella dai loro stessi sconsiderati governanti. Il pericolo non viene dall'esterno, perché, a quanto consta, nessuno, salvo gli USA, ha intenzione di colonizzarci una volta ancora.

Draghi poi afferma che “nemmeno la Cina offre ancora un'alternativa”.

E perché mai ci dovrebbe essere una alternativa agli USA? Perché mai l'Europa, che non è l'UE, non potrebbe iniziare a camminare con le proprie gambe, in un mondo multipolare?

La Repubblica Popolare Cinese rappresenta, più che una alternativa, un modello di intelligenza, pragmatismo, sviluppo. La Cina è una realtà che ha saputo imparare dai suoi errori, che ha utilizzato il capitalismo a beneficio della comunità, attraverso il socialismo e la pianificazione oculata, aprendosi allo Stato di diritto e mantenendo saldi nelle mani pubbliche (cosa che non hanno fatto i Paesi UE) i settori chiave dell'economia. Investendo in ricerca, formazione, sviluppo, tecnologia ed ecologia.

Ovvero l'esatto opposto di quanto fatto dai governanti e dirigenti UE.

Draghi, ovviamente, tutto ciò non lo dice. Ma dice, ancora una volta, un'assurdità, ovvero che la Cina “sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia”.

Innanzitutto la Cina è partner della Russia, anche nell'ambito dei BRICS, che è cosa diversa dal “sostenere direttamente”. Si tenga conto che la dirigenza cinese, a differenza della sconsiderata dirigenza UE, ha sempre lavorato, in ogni conflitto, per la risoluzione pacifica delle controversie, attraverso il dialogo, la diplomazia, la ricerca della verità dei fatti, tenendo conto dei punti di vista di tutte le parti in conflitto.

In secondo luogo, la Russia probabilmente è un avversario secondo Draghi, ma non dovrebbe esserlo di una UE, che – prima di mettersi a sostenere un'autocrazia né UE, né NATO, seguendo i desiderata del Presidente USA di turno (Biden), dalla Russia dipendeva energeticamente e con la quale dovrebbe, ancora oggi, essere in dialogo costante e, come la Cina, lavorare per la pace e la cooperazione internazionale.

L'unica cosa corretta che Draghi ha affermato, nel suo discorso, è che l'UE dovrebbe “riportare la partnership con Washington su basi più eque”. Che è ciò che l'UE avrebbe dovuto fare, ma molti decenni fa, anziché diventare una succursale di Washington.

Lasciamo stare, poi, le considerazioni di Draghi relative al fatto che non siamo stati in grado di costruire un mercato interno sufficientemente profondo. L'UE, semplicemente, è un burosauro, una holding finanziaria, una entità non realmente democratica e piuttosto lontana dai cittadini che in Europa vivono, ovvero dalle loro necessità, dalle loro aspettative, dalle loro prospettive e richieste.

Draghi, con artificio retorico, ricorda che i cittadini europei vogliono che “l'Europa agisca” che “l’Unione europea difenda la loro libertà, prosperità e solidarietà”. Afferma che i leader dell'UE dovrebbero fare “un passo in più” e così via. Parole sentite e risentite nel corso dei decenni.

Il punto è che l'Europa non c'è. Deve ancora essere costruita. Quanto alla libertà, l'abbiamo ceduta prima agli USA e poi alla sconsiderata dirigenza UE.

La prosperità e la solidarietà, invece, sono in declino da molti anni.

In conclusione, riprendendo i concetti espressi all'inizio dell'articolo, Mario Draghi è tra coloro i quali tradirono Bettino Craxi, nel 1992, contribuendo a liquidare il patrimonio pubblico italiano, che proprio il socialista Craxi tentava invece di salvare, invano, dato che, poco dopo, la democratica Prima Repubblica crollò, implose, con il beneplacito dei poteri forti internazionali sorosiani e liberal capitalisti in combutta con post-comunisti, leghisti e post-fascisti, anni dopo – guarda un po' - tutti al governo e persino a sostenere il governo Draghi.

Storia nota. Che è all'origine dei mali italiani ed europei del presente e della perdita di democrazia sostanziale in queste realtà.

Paola Bergamo

Presidente Centro Studi MB2 Monte Bianco – Mario Bergamo per dare un tetto all'Europa

www.centrostudimb2.eu

Luca Bagatin

Blogger, scrittore, ideatore del pensatoio socialista e mazziniano “Amore e Libertà”

https://amoreeliberta.blogspot.com

Paola Bergamo, imprenditrice italiana, esperta di relazioni pubbliche e internazionali è apprezzata scrittrice e opinionista. E’ presidente del Centro Studi MB2 Monte Bianco-Mario Bergamo per dare un tetto all’Europa (www.centrostudimb2.eu) attraverso il quale tiene vivo il pensiero politico filosofico di suo nonno, Mario Bergamo, politico del ‘900, perseguitato dalla dittatura fascista e grande europeista. E’ Presidente del Circolo Culturale “La Caduta”, think thank che si occupa di politica, geopolitica, temi di natura filosofica, culturale e di attualità. E’ Presidente del Premio Italiano Mario e Guido Bergamo e del Premio Scoiattolo d’Oro.

Luca Bagatin, blogger dal 2004, in passato collaboratore del quotidiano nazionale “L’Opinione delle Libertà” e de “La Voce Repubblicana”, oltre che di riviste di cultura esoterica e Risorgimentale. Ha fondato nel maggio 2013 il pensatoio (anti)politico e (contro)culturale “Amore e Libertà (amoreeliberta.blogspot.it). Suoi articoli sono stati pubblicati in Francia, Belgio, Serbia, Brasile e Nicaragua e tradotti anche in tedesco e spagnolo. Ha scritto saggi sulla Storia della Massoneria, sul mondo femminile, sul Socialismo e su figure della controcultura e dissidenti come Eduard Limonov.

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