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domenica 11 novembre 2018

Autogestiamo i servizi pubblici. Articolo di Luca Bagatin

L'11 novembre i cittadini romani sono stati chiamati a votare un referendum consultuvo sul trasporto pubblico urbano. I sostenitori del Sì, in sostanza, vorrebbero che il servizio di trasporto pubblico fosse svolto - attraverso una gara d'appalto - da soggetti privati; mentre i sostenitori del No vorrebbero mantenere la cose come stanno oggi, ovvero mantenere il servizio di trasporto nelle mani della società pubblica Atac.
La società pubblica Atac, si noti, fu fondata dal Sindaco mazziniano Ernesto Nathan - il miglior Sindaco che la Città Eterna abbia avuto sino ad oggi - allo scopo di garantire il servizio di trasporto a tutti, a prezzi calmierati.
E' chiaro che, il privato, vuole fare profitto e non è certo sinonimo di efficienza. Prova peraltro ne è la volontà della Gran Bretagna di fare marcia indietro relativamente alle varie concessioni e privatizzazioni del comparto pubblico, le quali hanno portato ad aumenti delle tariffe, riduzione della produttività e dell'occupazione. Al punto che la Gran Bretagna ha ri-nazionalizzato - almeno temrporaneamente - parte del servizio ferroviario.
La malagestione di Atac è tutta politica, ovvero relativa al malgoverno delle giunte di destra-sinistra succedutesi negli anni, le quali dovrebbero essere richiamate a risponderne, e non ha nulla a che vedere con l'inefficienza nel pubblico.
Già quattro anni fa, a gennaio del 2015, scrissi un articolo - pubblicato anche dal quotidiano nazionale L'Opinione (http://amoreeliberta.blogspot.com/2015/01/assenteismo-e-disservizi-autogestiamo-i.html - http://www.opinione.it/politica/2015/01/11/bagatin_politica-11-01) - parlando della questione servizi pubblici nella Capitale, proponendo una strada ancora mai attuata, ma che potrebbe essere estesa a tutta Italia e, ancor meglio, a tutta Europa, ovvero l'autogestione dei servizi pubblici da parte dei cittadini.
In particolare scrissi: "(...) Occorrerebbe abolire il perverso sistema delle gare d'appalto, foriero nel nostro Paese di corruttela, ovvero occorrerebbe far gestire i servizi pubblici direttamente ai cittadini stessi, attraverso apposite assemblee alle quali i residenti dei rispettivi Municipi potrebbero partecipare. In questo modo, ovvero rendendo i vari enti (Ama, Atac, Acea...) completamente autogestiti dai cittadini medesimi, il personale preposto – composto a sua volta di cittadini con pari diritti e doveri – diverrebbe a quel punto responsabile diretto nei confronti del servizio offerto. Se un dipendente è sgarbato o inefficiente, insomma, ne dovrebbe direttamente rispondere al cittadino a cui ha offerto il servizio inadeguato, pena una decurtazione dello stipendio o un possibile rischio di licenziamento.
In questo modo, finalmente, i vari enti pubblici – a Roma, ma volendo questa cosa potrebbe essere estesa a tutte le città italiane – non sarebbero più soggetti al controllo politico, ovvero non rientrerebbero più nella cosiddetta “macchina del consenso” che, spesso, ha favorito l'assunzione dei cosiddetti “amici degli amici”.
Le assunzioni potrebbero anzi avvenire semplicemente in modo trasparente, diretto, controllabile da parte di ogni cittadino residente, anche online volendo. Ed i servizi erogati, essendo controllati/autogestiti dai cittadini medesimi, difficilmente potrebbero risultare scadenti proprio in quanto a scapito del singolo e dunque della collettività nel suo complesso.
Una proposta semplice, radicale, solo apparentemente utopistica in quanto siamo troppo abituati a delegare agli altri, anziché assumerci le nostre responsabilità.
La medesima cosa vale peraltro per i sistemi elettorali: noi deleghiamo sempre ad altri, ai politici, ai governanti, con un voto che, di fatto, va spesso a favorire/eleggere il più ricco, il più paraculo, il politico che sa vendersi (o svendersi) meglio. Ma che, alla fine, si fa gli affari suoi e che spesso non ha mai lavorato in vita sua !
Diversamente, con un sistema ricalcato sull'Agorà dell'Antica Grecia, ovvero fatto di assemblee popolari, di quartiere, senza un governo centrale e centralizzato, il cittadino-contribuente sarebbe costretto ad assumersi le sue responsabilità: civiche, civili, politiche, ideali, pecuniarie e così via.
Esempio di autogestione da parte dei cittadini - anche delle imprese private peraltro, oltre che di diversi servizi pubblici - esistono peraltro da diversi anni in America Latina (in Venezuela e Uruguay in primis). Paesi con una cultura peraltro non così dissimile dalla nostra ed ove sino ad alcuni decenni fa la corruzione politica la faceva da padrone.
Oltretutto è da Porto Alegre in Brasile che si è avuta, nel 1989, la prima esperienza di bilancio parcetipativo, ovvero la parcecipazione attiva dei cittadini nell'elaborazione della politica municipale".
Un sistema di autogestione in grado di superare sia le inefficienze della politica che la volontà di profitto del privato. Un sistema che potrebbe essere esteso ad ogni settore a livello europeo: dalle costruzioni pubbliche, passando per il settore dell'energia e della telefonia. Un sistema socialista partecipativo e dunque pienamente democratico ed al servizio del cittadino, il quale avrebbe tutto l'interesse di mantenerlo sotto controllo ed efficiente. Con tariffe calmierate, basse e fisse, ovvero alla portata di tutti ed il cui scopo sarebbe unicamente il servizio della comunità per la comunità medesima.

Luca Bagatin

giovedì 30 agosto 2018

Pier Paolo Pasolini, profeta contro il capitalismo assoluto e la società dei consumi. Articolo di Luca Bagatin

Pier Paolo Pasolini fu un intellettuale marxista contro la modernità, i cui insegnamenti e le cui previsioni oggi, a distanza di ben 43 anni dalla sua morte violenta, sono più che mai attuali.
La sua denuncia dell'avvento del capitalismo assoluto; del consumismo; di una sinistra e di una classe intellettuale tanto progressista quanto liberal-capitalista, che si disinteressa degli sfruttati e difende piuttosto gli sfruttatori; della perdita della sacralità dei sentimenti in nome del "laicismo consumistico", sono oggi, drammaticamente, il pane quitidiano di una Italia e di una Europa senza più prospettive sociali, ovvero senza più prospettive socialiste.
Ecco che le parole del Pasolini che scriveva su "Le Vie Nuove" del 18 ottobre 1962, ci presentano la sua idea di recupero della tradizione, che è una tradizione marxista e rivoluzionaria, ma, in quanto tradizione, profondamente anti-moderna, e, come tale, critica nei confronti dei tradizionalisti e dei borghesi: "E' un'idea sbagliata - dovuta come sempre alla mistificazione giornalistica - quella che io sia un...'modernista'. Anche i miei più seri sperimentalismi non prescindono mai da un determinante amore per la grande tradizione italiana e europea. Bisogna strappare ai tradizionalisti il Monopolio della tradizione, non le pare ? Solo la rivoluzione può salvare la tradizione: solo i marxisti amano il passato: i borghesi non amano nulla, le loro affermazioni retoriche di amore per il passato sono semplicemente ciniche e sacrileghe: comunque, nel migliore dei casi, tale amore è decorativo, o 'monumentale', come diceva Schopenhauer, non certo storicistico, cioè reale e capace di nuova storia".
Ed ecco come Pasolini qui parli già del concetto di amore, che esplica ancor meglio nel numero de "Le Vie Nuove" del successivo 22 novembre 1962, ove peraltro spiega il connubio fra i concetti di "tradizione" e di "marxismo": "Tradizione e marxismo. Sì, insisto: solo il marxismo salva la tradizione. Oh, ma capiscimi bene ! Per tradizione intendo la grande tradizione: la storia degli stili. Per amare questa tradizione occorre un grande amore per la vita. La borghesia non ama la vita: la possiede. E ciò implica cinismo, volgarità, mancanza reale di rispetto per una tradizione intesa come tradizione di privilegio e come blasone. Il marxismo, nel fatto stesso di essere critico e rivoluzionario, implica amore per la vita, e, con questo, la revisione rigenerante, energica, amorosa della storia dell'uomo, del suo passato".
Pasolini è dunque un intellettuale marxista antimoderno dall'impostazione romantica e sentimentale e lo si comprenderà ancor meglio nel 1976, con le sue "Lettere luterane", scritte dalle colonne del "Corriere della Sera" e de "Il Mondo", ove egli critica il progresso, che considera un falso progresso; il conformismo; il consumismo e l'avvento della televisione. In particolare una frase contenuta nelle sue "Lettere" è, a parer mio, particolarmente significativa: "Nell'insegnamento che ti impartirò io ti sospingerò a tutte le sconsacrazioni possibili, alla mancanza di ogni rispetto per ogni sentimento istitutivo. Tuttavia il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci".

Il fulcro dell'insegnamento pasoliniano - anticlericale sì, ma non antispirituale - è dunque la ricerca del Sacro e del Sentimento, oltre la fredda ragione, oltre quel "laicismo consumistico" che ha trasformato gli esseri umani in adoratori della materia, del danaro, del consumo.
E se andiamo a rileggere il testo dell'intervento che Pier Paolo Pasolini avrebbe dovuto tenere al Congresso del Partito Radicale del 4 novembre 1975 (testo che fu letto postumo, in quanto Pasolini fu barbaramente ucciso due giorni prima), scorgiamo delle frasi di una profondità e lungimiranza politico-economica sbalorditiva. Oltre a fare l'elogio delle persone che Pasolini definisce "adorabili", ovvero quelle che non sanno di avere dei diritti, nel "Paragrafo Quinto" il Nostro - fra le altre cose - scrive: "I bisogni indotti dal vecchio capitalismo erano in fondo molto simili ai bisogni primari. I bisogni invece che il nuovo capitalismo può indurre sono totalmente e perfettamente inutili e artificiali. Ecco perché, attraverso essi, il nuovo capitalismo non si limiterebbe a cambiare storicamente un tipo d'uomo: ma l'umanità stessa. Va aggiunto che il consumismo può creare dei "rapporti sociali" immodificabili, sia creando, nel caso peggiore, al posto del vecchio clerico-fascismo un nuovo tecno-fascismo (che potrebbe comunque realizzarsi solo a patto di chiamarsi anti-fascismo); sia, com'è ormai più probabile, creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili. In ambedue i casi lo spazio per una reale alterità rivoluzionaria verrebbe ristretto all'utopia o al ricordo: riducendo quindi la funzione dei partiti marxisti ad una funzione socialdemocratica, sia pure, dal punto di vista storico, completamente nuova".
E qui, in queste poche righe, sembra di leggere la profezia di un Pasolini che sembra anticipare il mutamento in senso liberal-capitalista (o "socialdemocratico", come lo definisce Pasolini) dei partiti un tempo marxisti e socialisti europei: dagli eredi del PCI, oggi PD, finanche sino al PS francese e al PSOE spagnolo e non solo, ormai partiti in difesa del capitalismo assoluto e spesso più di destra della destra liberale (si pensi anche ai recenti elogi della sinistra al Senatore USA della destra guerrafondaia John McCain).
Ecco che al "Paragrafo Sesto" del discorso che non potè tenere, Pasolini, rivolgendosi a Pannella e Spadaccia, scrive: "Dunque, bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne di cultura".
E nel "Paragrafo Settimo", parlando dei diritti civili, dell'aborto e del divorzio, il Nostro, scrive fra l'altro: "(...) A proposito delle difesa generica dell'alterità, a proposito del divorzio, a proposito dell'aborto, avete ottenuto dei grandi successi. Ciò - e voi lo sapete benissmo - costituisce un grande pericolo. Per voi - e voi sapete benissimo come reagire - ma anche per tutto il paese che invece, specialmente ai livelli culturali che dovrebbero essere più alti, reagisce regolarmente male (...)".
E prosegue nel "Paragrafo Ottavo, con frasi di una attualità incredibili: "(...) Io vi prospetto - in un momento di giusta euforia delle sinistre - quello che per me è il maggiore e peggiore pericolo che attende specialmente noi intellettuali nel prossimo futuro. Una nuova "trahison del clercs": una nuova accettazione; una nuova adesione; un nuovo cedimento al fatto compiuto; un nuovo regime sia pure ancora soltanto come nuova cultura e nuova qualità di vita.
Vi richiamo a quanto dicevo alla fine del paragrafo quinto: il consumismo può rendere immodificabili i nuovi rapporti sociali espressi dal nuovo modo di produzione "creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili".
Ora, la massa degli intellettuali che ha mutuato da voi, attraverso una marxistizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto della bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità. Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando una invisibile tessera".
E' il Pasolini in dialogo con Pannella, ma anche critico nei confronti dei radicali che, se allora sembravano difendere i diritti di chi non sapeva di avere diritti, via via diventeranno partito del capitalismo assoluto, senza aver compreso o avendo del tutto dimenticato la lezione pasoliniana che poneva al centro la contrapposizione fra lo sfruttato e lo sfruttatore e, il Nostro, prenderà sempre le difese dello sfruttato e lo farà, forse fra i pochi intellettuali marxisti finanche del suo tempo - assieme al filosofo comunista francese Michel Clouscard - denunciando l'avvento di quel "nuovo fascismo" che nei fatti sarebbe stato il consumismo, l'edonismo, il materialismo borghese, il capitalismo assoluto.
In tal senso Pasolini nel 1963 disse: "Noi ci troviamo alle origini di quella che sarà probabilmente la più brutta epoca della storia dell'uomo: l'epoca dell'alienazione industriale. Lei ne è già una vittima, in quanto il suo giudizio non è libero proprio nell'atto in cui crede di meglio attuare la propria libertà; io sono un'altra vittima in quanto la mia libera espressione viene fatta passare per 'altra da quella che essa è'. Il mondo si incammina per una strada orribile: il neocapitalismo illuminato e socialdemocratico, in realtà più duro e feroce che mai.".
Le parole di Pier Paolo Pasolini - queste e molte altre - poeta, intellettuale anticonformista, regista, narratore e cantore delle periferie, degli sconciati, dei diseredati, della civiltà dell'innocenza e di quella contadina, sono ancora oggi le uniche che ci guidano, illiminandoci, nella fitta nebbia del finto progresso, della finta libertà, del Capitale.
Pier Paolo non è mai morto. Perché Pier Paolo parla ancora al nostro cuore.

Luca Bagatin

sabato 6 gennaio 2018

Marina Ripa di Meana, una donna libera sino alla fine. Articolo di Luca Bagatin

"Fatelo sapere". Queste le ultime parole del videomessaggio di Marina Elide Punturieri, conosciuta da tutti come Marina Ripa di Meana, deceduta il 5 gennaio 2018 nella sua casa romana.
Fate sapere che la sedazione profonda è una alternativa alla "dolce morte", all'eutanasia, ed è consentita in Italia ai malati terminali.
E' un messaggio che mi ha commosso molto il suo. Un messaggio eminentemente politico, come politica è stata tutta la sua vita anticonformista e libertaria.
Amava lo scandalo e la provocazione, Marina Ripa di Meana, ma sempre all'insegna dell'intelligenza, dell'arguzia, della sana goliardia.
Usò la sua popolarità per dare voce all'ambientalismo militante, accanto al marito Carlo, il quale, va ricordato, votò nel 1998 - da deputato dei Verdi - contro l'adozione dell'euro quale moneta unica, denunciandone i pericoli e denunciò, anni dopo, fra i pochissimi, l'intervento militare dell'Italia in Libia.
Marina Ripa di Meana era una radical chic consapevole di esserlo, ma le etichette non le interessavano, preferendo andare avanti per la sua strada, senza ipocrisie e falsi pudori.
Fu icona di una stagione certamente migliore della nostra, quella dei Moravia (suo testimone di nozze, assieme a Goffredo Parise) e dei Pasolini, oltre che di Bettino Craxi, di cui fu molto amica.
Scrittrice, intellettuale, opinionista, addirittura regista e militante politica pur non appartenendo formalmente a nessun partito, ma da sempre vicina a socialisti, verdi e radicali (e ciò mi ricorda la mia originaria formazione politica, peraltro nel partito che guidò negli Anni '90 suo marito e dal quale, come il sottoscritto, uscì). Marina Ripa di Meana ha fatto del suo corpo e del suo essere - mai tenuto nascosto, mai mascherato - un manifesto sino alla fine.
Un manifesto colorato come i suoi abiti ed i suoi bizzarri cappellini. Un manifesto che ha lottato per sedici lunghi anni contro una delle malattie peggiori che possano colpire essere umano. Un manifesto che ha voluto mostrarsi anche nella sofferenza, per dare speranza ai tanti che oggi soffrono di quella malattia.
La ricorderemo come la donna rara che è sempre stata. Una di quelle che oggi, forse, non esistono più.

Luca Bagatin


venerdì 7 aprile 2017

L'illuminato Marco Pannella nel saggio biografico di Giovanni Negri. Articolo di Luca Bagatin

Marco Pannella, l'abruzzese ammaliatore, il bastian contrario, il goliarda, l'attento agli ultimi, lo statista da marciapiedie, il patriarca di un partito che fu anche la sua famiglia. Con queste ed altre parole lo descrive Giovanni Negri, il compagno di battaglie radicali a cavallo fra la fine degli Anni '70 ed i primi Anni '90, che oggi, con “L'illuminato – vita e morte di Marco Pannella e dei radicali” edito da Feltrinelli, ne è anche biografo.
Biografo atipico, Giovanni Negri, che utilizza un linguaggio a tratti da letterato e traccia di Pannella quegli aspetti meno conosciuti al grande pubblico, quelli più privati, persino più teneri e toccanti.
Giovanni Negri, proprio nell'introduzione al suo saggio, ovvero alla biografia postuma del leader radicale, ricorda che “Marco era nato due volte”. La prima il 2 maggio 1930, la seconda molti anni dopo, quando lo stesso Negri scorse sulle vene dei polsi di Pannella delle cicatrici. E fu così che Pannella gli raccontò che: “Un giorno mi dissi che alla vita non potevo più dare nulla, che non ero più necessario”. Fu allora che rinacque, evitando il suo suicidio e da allora si ripeterà sempre: “Amo troppo la vita per avere paura della morte”.
E sarà così che Pannella, riprendendo in mano il Partito Radicale dei Liberali e dei Democratici di Mario Pannunzio ed Ernesto Rossi, ridarà vita ad un partito nuovo, che sarà un vero e proprio inno alla vita, alla felicità, a rischio talvolta della morte – certo – a causa dei prolungati digiuni atti a rappresentare quella nonviolenza di matrice gandhiana incarnata dai nuovi radicali.
Nuovi radicali apprezzati dallo scrittore Elio Vittorini – che ne diverrà Presidente – amati da Pier Paolo Pasolini, decantati da Leonardo Sciascia, che nelle loro file sarà eletto deputato al Parlamento.
Ma andiamo con ordine e torniamo al saggio di Giovanni Negri che, come egli stesso scrive, non si sente un biografo in sé, ma si sente di raccontare ciò che ha vissuto in prima persona, da giovanissimo militante e dirigente radicale, poi allontanatosi da quel partito per diverse ragioni.
Negri ci racconta del Pannella giovane giornalista de “Il Giorno”, corrispondente dall'Algeria, il quale aveva di già abbracciato la causa algerina. Un giornalista militante, certo, che abbandonerà presto il giornalismo per la politica incontrata già sui banchi di scuola nell'Unione Goliardica Italiana e nella gioventù liberale e, successivamente, nel primo Partito Radicale del 1955, fondato appunto da Pannunzio e Rossi. Partito anticlericale e che per primo denunciò i potentati economici ed il malaffare politico dilagante.
Pannella il laico e anticlericale, dunque, ma anticlericale credente “in altro che nel potere”, ovvero dai saldi principi spirituali che lo porterà, negli anni, a diventare amico personale del Dalai Lama, di Papa Wojtila e di Papa Francesco, pur su posizioni di forte critica dell'apparato clericale.
Il giovane Pannella amico di Benedetto Croce ed Ugo La Malfa che sembra una “bestia rara” fra gli ex del Partito d'Azione, liberali, repubblicani del Partito Radicale pannunziano e che parla un linguaggio strano, diverso. Lancia infatti temi quali il divorzio, l'aborto, l'abolizione del Concordato con la Chesa cattolica, il disarmo, il controllo delle nascite. Temi destinati a diventare il fulcro del dibattito politico degli anni a venire.
Pannella, ci racconta Negri, diventò pannelliano, per così dire, già da ragazzo. Allorquando visse in Alta Savoia ed allora era ospite di una famiglia ove vive Emile, che non vuole fare il militare in quanto dice che è una stupidaggine, ed assiste anche alle continue litigate dei suoi genitori. In un colpo solo - il giovane Pannella - scopre dunque l'obiezione di coscienza ed il divorzio e scopre che questi aspetti fanno parte della realtà quotidiana, tanto quanto i sentimenti e sarà allora che diventerà quel “protestante in terra di Controriforma” che sarebbe sempre stato.
E' così che, mentre il primo Partito Radicale muore per mancanza di voti, Pannella rilancia un partito nuovo, che diventerà poi il partito dei diritti civili, delle libertà sessuali, dei giovani, delle donne, degli omosessuali, dei verdi, dei libertari, degli yippie, delle prostitute, delle pornodive, degli emarginati. Ma anche il “partito delle nonne”, come amava ricordare lo stesso Pannella. Nonne che gli davano il voto perché, meglio di altri, capivano il suo linguaggio e comprendevano la necessità di un'Italia diversa, meno ipocrita, più libera, più civile ed umana.
E' così che il Partito Radicale di Pannella presenta per la prima volta le sue liste alle elezioni del 20 giugno 1976, anni dopo la vittoria della battaglia sul divorzio, che i radicali avevano promosso e contribuito a far vincere assieme ai socialisti, ai repubblicani ed ai liberali.
In quell'occasione ecco eletti quattro deputati radicali: Pannella, Adele Faccio, Mauro Mellini ed Emma Bonino destinati a scolvolgere il Parlamento negli anni a venire ed ecco avanzare le battaglie sull'obiezione di coscienza al servizio militare, il voto ai diciottenni, le marce antimilitariste, le prime denunce sulle deviazioni dell'Eni, le denunce contro l'Omni e gli orfanotrofi lager...
L'Italia scopre dunque un leader ed un partito diverso: un partito non di massa, non di classe, nonviolento, libertario, che spaventa il monolitismo conservatore sia della Democrazia Cristiana che del bacchettone Partito Comunista Italiano, che vede via via perdere consensi in particolare fra i giovani e le donne.
Quello di Pannella è anche il partito che denuncia gli aborti clandestini “di massa e di classe”, il partito delle autodenunce attraverso la trasformazione delle sedi radicali in centri di aiuto per le donne che vogliono abortire e, finalmente, della legge che porterà a legalizzare l'aborto nel 1978, grazie sempre al contributo del socialista Loris Fortuna – già autore della legge sul divorzio - e dei partiti laici.
Pannella è, come ricorda, Negri, anche il leader che dialoga con tutti e fa infuriare in comunisti anche perché dialoga amabilmente con il movimento presidenzialista e repubblicano Nuova Repubblica, fondato dal partigiano mazziniano Randolfo Pacciardi.
Ma Marco Pannella è anche il leader che guarda lontano e guarda a quei popoli martoriati dal colonialismo e dal neocolonialismo, ovvero al Terzo Mondo. E qui Giovanni Negri ricorda la battaglia degli Anni'80 condotta dal Partito Radicale contro lo sterminio per fame nel Terzo Mondo ed a tal proposito, come feci personalmente anche sul sito della rivista socialista rivoluzionaria francese “Rébellion” (http://rebellion-sre.fr/15-octobre-1987-15-octobre-2016-29e-anniversaire-de-disparition-de-thomas-sankara), ricordai la battaglia comune di Pannella e del Presidente del Burkina Faso Thomas Sankara (poi iscrittosi al Partito Radicale) il quale sarà il primo a criticare aspramente le politiche del Fondo Monetario Internazionale. Ricordo ancora le foto dell'incontro degli stessi Pannella e Negri con il Presidente Sankara, che ho anche riportato sul mio blog (http://amoreeliberta.blogspot.it/2016/05/thomas-sankara-e-la-rivoluzione.html).
Purtroppo quella battaglia, che avrebbe voluto elevare all'1,4% la quota di aiuti allo sviluppo dell'Italia e per la quale saranno coinvolte numerose personalità di livello internazionale, sarà perduta a causa dell'assoluta mancanza di volontà del Parlamento.
Eppure l'idea di Pannella, raccontata nel saggio di Negri, è suggestiva: dichiarare una vera e propria guerra alla fame, attraverso la convocazione dei Ministri preposti: Difesa, Esteri, Sanità e Lavori pubblici i quali, con i capi di stato maggiore, dovrebbero concordare un programma operativo ed una data di scadenza con l'obiettivo di salvare per dodici mesi la vita di quattro milioni di persone nel Terzo Mondo.
Pannella è dunque un lucido utopista che si scontra contro l'ottusità e l'egoismo umano e politico.
E' il Pannella che si ispira al radicalismo ed alla religiosità di Don Romolo Murri, fondatore della Fuci e del primo movimento che in Italia prenderà il nome di Democrazia Cristiana. Un prete anticlericale sospeso poi a divinis e scomunicato nel 1909, dopo essersi candidato nelle file della Lega Democratica, allora rappresentante dei radicali e dei laici.
E' anche il Pannella che si disinteressa del denaro e dei beni materiali e che aborrisce il consumismo al punto che il suo Partito Radicale, checchè ne scrivano i media, è un partito assai morigerato, sempre alla ricerca di finanziamenti subito spesi in battaglie e campagne civili e referendarie.
E' il Pannella dei digiuni, come Gandhi, che sceglie questo strumento di lotta nonviolenta per affermare la libertà di tutti, il rispetto delle regole, la verità della parola e non sarà compreso, spesso, nell'epoca del terrorismo e della violenza di piazza o di Stato, come quella compiuta contro la giovanissima Giorgiana Masi, il 12 maggio 1977, uccisa nell'ambito di una manifestazione pacifica del Partito Radicale per celebrare la vittoria del referendum sul divorzio e sulla cui vicenda il Partito Radicale redigerà unlibro bianco, ricordato dallo stesso Negri, nel quale si dimostrerà che la giovane è stata uccisa da forze dell'ordine infiltratesi fra i manifestanti.
E' il Pannella che alla violenza, dunque, risponde sempre con la nonviolenza, con il sorriso, con la ricerca del dialogo e della verità.
E' il Pannella della legalizzazione della cannabis e del Partito Radicale Trasnazionale.
E' il Pannella che, ad ogni modo, come scrive lo stesso Giovanni Negri, nel corso degli Anni '90, finirà forse per diventare un po' autoreferenziale, attraverso la sua Lista Pannella ed i continui dialoghi (fra sordi) con Berlusconi e poi con Prodi.
Oggi che Pannella non c'è più ed il mondo radicale è letteralmente diviso in due, non rimane molto se non quelle battaglie che meritano di essere ricordate e fatte conoscere ai giovani.
Giovanni Negri, in conclusione del suo saggio, elogia la modernità. Personalmente, invece, mi sento di criticarla e di evidenziarne i limiti. La modernità, oggi, si è trasformata in precarietà da una parte ed in superficialità dall'altra. Non è positivo che oggi il tempo medio di attenzione di un ventenne di fronte ai contenuti di una schermata video su internet venga calcolato in un secondo (per citare una frase dello stesso Negri nel saggio). Non è positivo che i ventenni di oggi, per non parlare di noi quarantenni, siano (e siamo) condannati alla precarietà ed all'insicurezza sociale.
La modernità, oggi, appare essere questa qui.
E' forse il caso di porsi qualche domanda e di ricercare, anche in quelle battaglie radicali delle origini (che parlavano anche di autogestione socialista), oltre che nella nostra Storia, chiavi di lettura diverse e non necessariamente proiettate verso un presente ed un futuro edonistico/tecnologico. Bensì in un presente ed in un futuro che ricerchino, piuttosto, qualche cosa che si è preduto, forse da secoli, ovvero un rinnovato contatto fra essere umano e Natura, fra essere umano ed i suoi simili, attraverso il sentimento e l'amore.
Una delle ultime frasi di Marco Pannella prima di morire e con la quale lo vorrei ricordare, è stata infatti: “Grazie, grazie dell'amore, quello conta; l'odio è per i poveri stronzi”.

Luca Bagatin

giovedì 8 settembre 2016

Intervista esclusiva di Luca Bagatin all'attore e militante per i diritti civili Peter Boom (del 2 novembre 2009)

L'amico Peter Boom, che è fra le figure ispiratrici del nostro pensatoio "Amore e Libertà", manca e ci manca da qualche anno. Da quando volò via il 26 maggio 2011.
E' nel ricordarlo che ripubblichiamo questa intervista che Luca Bagatin - presidente e fondatore di "Amore e Libertà" - gli fece il 2 novembre del 2009 e che fu pubblicata anche dallo storico quotidiano nazionale "La Voce Repubblicana".

Intervista esclusiva di Luca Bagatin all'attore e militante per i diritti civili Peter Boom
(del 2 novembre 2009)


Peter Boom è un caro amico al quale più di un anno fa ho proposto di tenere sul mio blog www.lucabagatin.ilcannocchiale.it la rubrica sulla sua Teoria della Pansessualità nella quale parlare - senza peli sulla lingua e pruderie di sorta - di sessualità, omosessualità e diritti civili.
Peter è nato nel 1936 a Bloemendaal, in Olanda, e vive in Italia dal 1956 ove studiò lirica ed iniziò la carriera di attore, recitando peraltro in numerosi film a cavallo fra gli anni '60 e gli anni '90, accanto a personalità quali Nino Manfredi - di cui fu molto amico - Ugo Tognazzi, Roberto Benigni, Massimo Troisi ed altri.
Nella sua vita si occupò, peraltro, di ricerche di mercato e lavorò anche come investigatore privato.
Gay dichiarato e militante dei diritti civili degli omosessuali, Peter fu fra gli attivisti del Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano ! (F.U.O.R.I. !) federato al Partito Radicale e fondato da Angelo Pezzana sul finire degli anni '60 ed anche oggi si occupa di tematiche inerenti alla Liberazione sessuale, omosessuale e transgender, curando – fra l'altro – il sito web www.pansexuality.it
Ha scritto sino ad oggi due romanzi: il giallo "Vendetta al curaro" e "2020 Il Nuovo Messia", romanzo ricco di simbologia freudiana.
Lo ringrazio dunque di avermi concesso questa amichevole intervista.



Luca Bagatin: Che cosa ti ha portato a trasferirti, dalla libera Olanda, alla casta Italia degli anni '50 ?

Peter Boom: Milano, La Scala, la Lirica, studiavo canto e l'Italia era il non plus ultra alla fine del 1956 in pieno “boom” economico, ma … non tanto casto e prima che li chiudessero sono stato ancora tre o quattro volte nei casini. Circa tre anni dopo ho scoperto di preferire la compagnia di giovani uomini. Ecco là, oltre all'autoerotismo le mie prime esperienze pansessuali.


Luca Bagatin: Ricercatore di mercato, detective, cantante.....ma quante ne hai fatte prima di approdare al cinema ?


Peter Boom: Ehi! Ma il cinema non è mica il bengodi ! Ci sono frequenti periodi di crisi ed anche tutte le volte che non pagavano. Allora vendevo bigiotteria orientale che compravo a Roma dagli ebrei persiani scappati dall'Iran; vendevo enciclopedie; facevo piccoli trasporti; segretariato d'albergo e così via. Poi cantavo, doppiavo nei film, facevo l'interprete e anche qualche traduzione. Non stavo mai fermo.


Luca Bagatin: Qual è il film nel cui ruolo ti sei riconosciuto maggiormente ?

Peter Boom: Nessuno


Luca Bagatin: Mi raccontasti di essere stato molto amico di Nino Manfredi, che peraltro negli ultimi anni della sua vita interpretò il ruolo di un anziano omosessuale ("Un difetto di famiglia", film per la Rai del 2002 con - fra gli altri - Lino Banfi). Puoi raccontarci qualche cosa di lui ?


Peter Boom: Nino era un Ariete come me e forse per questo ci capivamo meglio. Era molto amico degli omosessuali e nonostante facesse benissimo l'effeminato, amava solo le donne e possibilmente quelle giovani. Mi raccontava che era stato la prima volta con una sua zia. A quindici anni soffriva di una grave forma di tisi e da dietro la porta, origliando, aveva sentito dire il dottore a sua madre che non avrebbe resistito più molto e che sarebbe morto da lì a poco. Invece no ! Il suo spirito ha reagito e dopo ne ha fatta di strada.

Luca Bagatin: Veniamo dunque al Peter Boom militante per i diritti civili......che ci racconti in merito ?

Peter Boom: Che ? Devo scrivere un libro ? Sono un ribelle di natura e non ho mai avuto pregiudizi. Oramai sono schiavo della lotta per i gay, per la pansessualità, per le donne, per la gente di colore, etcetera, etcetera e si può evincere benissimo dal breve pensiero poetico “La Dottrina del Disprezzo” (pubblicato spesso anche su www.lucabagatin.ilcannocchiale.it). Nel 1971 incontrai Angelo Pezzana a Torino ed aderii al F.U.O.R.I.. L'anno dopo partecipai alla prima manifestazione gay in Italia a San Remo ed ebbi la pazza idea di produrre e cantare il primo disco di lotta gay in Italia, che poi mi costò la bene avviata carriera di cantante di musiche da film.

Luca Bagatin: Militasti anche nel Partito Repubblicano Italiano, che era ritenuto - dai più - un partito un po' troppo "moralista".
Come mai approdasti al PRI ?

Peter Boom: Approdai al Partito Repubblicano dopo Ugo La Malfa. A Viterbo ho conosciuto Giorgio La Malfa e la combattiva Luciana Sbarbati. Non mi pare che il partito fosse ingiustamente moralista. Mi piaceva perché regnava un'atmosfera di LIBERO PENSIERO. Oggi, almeno mi pare, non esista più nessuna morale in politica. In Italia mancano figure come Obama, come Zapatero e pochi altri. Ora esiste solo una Grande Madre Chiesa che comanda insieme con le diverse mafie. E' pietoso vedere un Paese con sistemi fiscali e giudiziari così confusi, voluti politicamente, ed una famosa banca dentro Roma che tranquillamente ed impunemente ricicla le grosse tangenti ed i capitali della delinquenza. Una situazione dalla quale non sarà facile uscire e che costituisce un pericolo per tutta l'Europa e probabilmente per tutto il mondo.

Luca Bagatin: Con gli anni iniziasti ad elaborare la Teoria della Pansessualità. Com'è possibile che un attore, per quanto poliedrico, inizi - dal nulla - ad occuparsi di argomenti scientifici e psicologici ?

Peter Boom: Embé, no, già da bambino mi interessavo di psicologìa, leggevo molti buoni libri: Freud, Jung, Cronin, Nevil Shute e molti altri. Frequentavo scuole Montessori, grandi esempi di libertà di pensiero e di espressione. Nel periodo del liceo classico vedevamo gli spettacoli di tutti i migliori teatri di prosa venuti da Parigi, Vienna e Londra, inoltre sono cresciuto con la musica classica e con la lirica, che era una passione di tutta la mia famiglia. Ho goduto di una buona formazione culturale, cosa che apprezzo sempre più.

 
Luca Bagatin: Puoi spiegarci, in poche parole, la tua Teoria della Pansessualità ?

Peter Boom: Più precisa è la mia Filosofia della Pansessualità. In una mezza paginetta ho voluto spiegare il mio pensiero sulle possibilità sessuali che portiamo dentro di noi. Finché c'è vita, nel campo sessuale possiamo fare scoperte ed esperienze strabilianti ed innumerevoli, che magari prima non avremmo nemmeno accettato. Prendo sempre come esempio un nonno 86enne, cattolicissimo, che si innamora perdutamente dell'amico ventenne del nipote. e.... naturalmente non c'è niente di male e … può succedere anche l'opposto, cioè il ragazzo che si innamora del vegliardo.

 
Luca Bagatin: Anche oggi il tuo impegno sul fronte politico-militante è attivo.....raccontaci.

Peter Boom: Sì, il mio attivismo non viene mai meno, anzi, ora che sopravvivo con una pensione troppo piccola (meno male che possiedo una casa e un computer), solo e libero ho molto più tempo di prima per pensare e scrivere. Sono in contatto con importanti sessuologi e sto comunicando la Teoria e la Filosofia della Pansessualità a tutto il mondo, prima con la mia partecipazione a due conferenze internazionali organizzate dalla European Federation of Sexology, e poi naturalmente attraverso internet. Sto penetrando con le mie idee anche in alcuni paesi a maggioranza musulmana, dove esiste una forte repressione della donna ed una innaturale resistenza ad ogni sessualità diversa. 

Ringrazio davvero l'amico Peter per l'intervista che mi ha concesso, impegntissimo com'è nel suo lavoro militante. Come lo ringrazio per ogni volta che interviene dottamente ed umanamente sul mio blog – non solo nell'ambito della sua rubrica – con interessantissimi commenti e per tutte le volte che, spesso telefonicamente, mi propone nuovi spunti di riflessione. Spunti che è sempre mia cura rilanciare in articoli e/o interventi ad hoc nel solco, appunto, della laicità e del Libero Pensiero.

Luca Bagatin

mercoledì 31 agosto 2016

Cari Radicali, se fossi presente al vostro Congresso vi direi.... Riflessioni di Luca Bagatin, presidente e fondatore di "Amore e Libertà"

Sta per iniziare il Congresso dei Radicali a Rebibbia, il primo senza Marco Pannella.
Purtroppo, trovandomi da tutt'altra parte, non potrò andare per dire la mia, come mi sarebbe piaciuto fare, pur non essendo mai stato radicale, ma avendo condiviso con i Radicali una parte del mio cammino di gioventù.
Avessi potuto avrei suggerito loro - come suggerii ai Repubblicani qualche tempo fa al loro ultimo Congresso - Pannella presente (https://www.youtube.com/watch?v=-C0EpA8Rvp0) - di scogliere il partito e di trasformarlo in una Fondazione culturale utile a diffondere fra le genti ciò che manca in quest'epoca globalista, tecnologica, egoista e fondamentalmente ignorante: Storia, cultura, educazione, formazione, condivisione (reale, non stupidamente onanistica e virtuale !).
I Repubblicani contestarono la cosa, a parer mio scioccamente, visto che tutt'oggi non riescono a cavare un ragno dal buco.
Per quanto concerne i Radicali non perdo al momento troppo tempo nello scrivere un articolo in merito, ma solo queste brevi riflessioni.
Sarebbe bello ci ritrovassimo tutti nell'ambito di Amore e Libertà a provare a sovvertire l'ordine prostituito, proponendo una società socialista autogestionaria, senza partiti né istituzioni (che non rappresentano affatto i cittadini), ove tutti avessero la possibilità di dire la loro e di incidere, anche nei processi produttivi e di DECRESCITA economica, provando a costruire quella Civiltà dell'Amore che solo le Civiltà Matriarcali hanno conosciuto ed in parte solo le esperienze della Repubblica Romana del 1849 e la dannunziana Repubblica di Fiume riuscirono a rappresentare nei tempi più recenti.
Una bella utopia assai lontana, forse, per chi è abituato alla "politica politicante" ed all'"economicismo" capitalistico, purtroppo abbracciato anche dai Radicali da troppi decenni, dimenticando il loro stesso passato e che li ha condannati all'autoreferenzialità ed alla marginalità. Utili stampelle globaliste dell'attuale stato di cose presente.


Luca Bagatin
www.amoreeliberta.blogspot.it

mercoledì 1 giugno 2016

Democrazia o dittatura mediatica ? Articolo di Luca Bagatin

C'è chi pensa che in Italia l'informazione sia democratica e/o pluralista.
Costui o costoro sbagliano.
Lo abbiamo visto per decenni con i Radicali, i quali hanno avuto visibilità mediatica solo quando il loro leader è defunto. Prima, nonostante le numerose denunce, solo poche righe e qualche rara ospitata di loro esponenti, magari a notte fonda.
Lo vediamo poi con i cosiddetti “piccoli partiti e movimenti” che spesso sono piccoli anche perché non è data loro la possibilità di affacciarsi sui media, nonostante una legge – quella sulla cosiddetta e sedicente “par condicio” - lo preveda.
E' storia risaputa e francamente non avevo nemmeno troppa voglia di dedicarvi un articolo, ben consapevole che la democrazia non è tanto quella attribuita alla rappresentanza politico-partitica, bensì la possibilità che tutti i cittadini, nessuno escluso, possano dire la loro ed incidere nelle decisioni politiche in ogni dove e ad ogni livello.
Se scrivo queste righe è perché vorrei rispondere all'appello dell'Avvocato Carlo Rienzi del Codacons, candidato a Sindaco di Roma per l'omonima lista, il quale ha denunciato a più riprese il mancato rispetto del pluralismo mediatico/informativo in questa competizione elettorale amministrativa (e, come ho sopra scritto, non è la prima volta e temo non sarà nemmeno l'ultima !).
C'è da chiedersi perché i media – ad esempio nel caso di Roma (ma la stessa cosa vale per tutte le realtà ove si vota) - dedichino unicamente attenzione ai candidati Raggi, Giachetti, Meloni, Fassina e Marchini e non agli altri candidati. C'è da chiedersi se ci siano motivazioni specifiche e, nel caso ci fossero, queste sarebbero ad ogni modo motivazioni in violazione della legge e della democrazia.
E' chiaro che ciò, ancora una volta, avrà delle ripercussioni sull'esito elettorale, anche perché ai cittadini è stato vietato di conoscere il programma degli altri candidati a Sindaco.
C'è da chiedersi, peraltro, come una siffatta informazione inquinata, parziale e faziosa, in totale violazione del diritto ad una corretta e plurale informazione dei cittadini, possa ancora avere credibilità nel nostro Paese, oltre che diritto di continuare a trasmettere/pubblicare/informare (se questo è davvero il suo compito).
Non esiste alcuna libertà senza trasparenza, pluralismo, conoscenza, informazione senza distorsioni.
Questo i mass media nostrani sembrano non comprenderlo.
Ed è davvero molto deprimente.

Luca Bagatin

giovedì 19 maggio 2016

In morte di Marco Pannella. Articolo di Luca Bagatin

Ciao Marco.
Con te se ne va un pezzo di Storia e anche della mia storia.
Un pezzo di Storia radicale, laica, libertaria, democratica e socialista che tu portasti avanti dalla fine degli Anni '60 in poi, riprendendo in mano la bandiera che fu di Mario Pannunzio ed Ernesto Rossi, modernizzando l'allora Partito Radicale dei Liberali e dei Democratici nel Partito Radicale dei diritti civili e sociali; nel partito dei frikkettoni, degli omosessuali, delle prostitute, dei demoproletari, delle pornodive impegnate, dei sottoproletari anfetaminizzati (come li chiamasti tu), delle donne e degli uomini di fede in altro che nel Potere. Nel partito dei marxisti eretici Elio Vittorini e Pier Paolo Pasolini, nel partito di Leonardo Sciascia ed Enzo Tortora e delle pornodive Ilona Staller e Moana Pozzi.
Ero bambino, avrò avuto otto anni, e, come dico da sempre, mi innamorai di Cicciolina (con la quale collaborai peraltro anni dopo) e conobbi i Radicali per la prima volta sulla stampa.
Di voi si parlava poco e, nel corso della mia adolescenza e della mia giovinezza, vi cercai, prima da giovane comunista e poi da giovane verde ed infine vi ritrovai da socialista, da repubblicano, da libertario senza tessera di partito.
Ti conobbi quando avevo appena compiuto vent'anni, caro Marco, a Monastier di Treviso, nel 1999, alla fondazione della Lista Emma Bonino che, a Pordenone, prese il 15% dei voti, diventando il secondo partito in città anche grazie al contributo del sottoscritto e della radicale Paola Scaramuzza.
E poi ci siamo rivisti l'anno scorso, al congresso del Partito Repubblicano Italiano – entrambi con i capelli lunghissimi e raccolti a coda – e, fumando il sigaro, parlammo persino di Massoneria.
Marco Pannella e Luca Bagatin
Ascoltasti il mio contestatissimo intervento sul palco ed alla fine ti complimentasti con me per aver citato non solo passi della storia radicale, ma anche per aver ricordato la figura di Randolfo Pacciardi, un combattente, un partigiano contro il Potere partitocratico come lo sei sempre stato anche tu.
Mi facevi spesso incazzare, lo ammetto, quando ti ascoltavo a Radio Radicale. Non condividevo tutto quel che dicevi, come ad esempio il voler a tutti i costi dialogare ed allearti con tutti: con i destri e con i sinistri, anziché ricercare uno spazio autenticamente autonomo, magari extraparlamentare e di popolo, come negli anni del divorzio, dell'aborto, dell'obiezione di coscienza al servizio militare, dei diritti dei gay e delle lesbiche – finalmente, anche se solo in parte, riconosciuti – del diritto ad una sessualità libera e consapevole.
E poi c'è l'eutanasia e il diritto al suicidio assistito. Battaglie ancora in sospeso e che sai anche essere battaglie che mi stanno particolarmente a cuore: perché non puoi vivere dignitosamente se sei preda della sofferenza.
Tu ora sei libero e al di sopra di tutti noi: sei volato via, come Pier Paolo Pasolini, Roberta Tatafiore, Peter Boom, Adelaide Aglietta, Adele Faccio, Moana Pozzi, Riccardo Schicchi, Luca Coscioni e molti altri dei nostri compagni di strada liberi e libertari.
Non riesco a non commuovermi mentre scrivo questo mio ricordo, che è poi una lettera aperta con l'Aldilà.
Appena un mese fa scrissi l'ennesimo articolo “eretico” (eretico per gli altri, per me solo coerente) nel quale ti ho accomunato a Fidel Castro e dall'emblematico titolo: “Fidel Castro e Marco Pannella: due eroi del XX e del XXI secolo” (http://amoreeliberta.blogspot.it/2016/04/fidel-castro-e-marco-pannella-due-eroi.html ) che così esordiva: “Fidel Castro e Marco Pannella: due rivoluzionari quasi cotanei, due vite diverse ma accomunate entrambe da battaglie di emancipazione sociale e individuale”. E così terminava: “Rimangono così due eroi che, a 90 anni dalla loro nascita, ci hanno lasciato una profonda eredità e dei profondi insegnamenti: non occorre essere maggioranza – peggio ancora se silenziosa e conformista - per vincere le battaglie e le guerre. Si può essere anche minoranza, a patto di essere una minoranza anticonformista e battagliera, senza mai perdere la tenerezza, procedendo con onestà intellettuale e rinunciando ad ogni forma di egoismo.Cari Marco e Fidel, da voi ho imparato moltissimo. E, credo, di non essere stato l'unico”.
Eh sì, caro Marco, da te ho imparato moltissimo ed in te ho visto quasi un mio specchio ed una sorta di alter ego: un brontolone cocciuto e caparbio che pur cerca e sa dialogare con tutti. Un amante spasmodico della libertà (e non mi rompessero se fumo o mangio troppo !) in tutte le sue forme. Un ricercatore dell'emancipazione sociale e individuale i cui riferimenti sono sia di destra che di sinistra (Mazzini, Garibaldi, Proudhon, Leroux, Bakunin, Mishima, De Benoist, Pannunzio, Ernesto Rossi, Edgardo Sogno, Randolfo Pacciardi, Limonov, Hugo Chavez...), ma proprio per questo tu ed io ci siamo sempre schierati al centro: perché al centro c'è l'essere umano.
Ciao Marco, continua a volare alto, come l'Albatro di Baudelaire.

Luca Bagatin

lunedì 2 maggio 2016

"Amore e Libertà" sostiene la campagna "Legalizziamo!" per la legalizzazione di cannabis e derivati. Articolo di Luca Bagatin

Chi scrive, a soli diciotto anni fondò, a Pordenone, il “Comitato In/Coscienza per l’uso legale della cannabis”, assieme ad amici delle più varie tendenze politiche. Era 1997 e, l’anno seguente, l’allora sottosegretario alla Giustizia, il deputato dei Verdi Franco Corleone, presentò una proposta di legge di regolamentazione e dunque di legalizzazione delle non-droghe (firmata anche dall’attuale Presidente della Regione Lombardia , Roberto Maroni).
Il nostro scopo, mediante convegni pubblici, raccolte di firme e ordini del giorno presentati in Consiglio comunale (proprio dall'ex Sindaco di Pordenone Sergio Bolzonello) pubblicate sulla stampa e sulle reti televisive locali, era quello di sensibilizzare la cittadinanza relativamente all’opportunità di legalizzare cannabis e derivati e, dunque, di togliere alla criminalità organizzata una buona fetta di "mercato" illegale. Inoltre, informavamo i cittadini e la classe politica relativamente al fatto che ogni anno l’Unione Europea destina fior fior di danaro in favore degli innumerevoli utilizzi industriali della canapa indiana o cannabis: dai carburanti poco inquinanti, passando al cordame, sino ai saponi, alla birra e alle fibre sintetiche. Senza contare i molti malati di tumore che, anche in Italia, fanno uso di marijuana per alleviare le proprie sofferenze. Facevamo presente, peraltro, dati alla mano, che i derivati della cannabis, ovvero marijuana e hashish, non possono essere classificati come ‘droghe’, sotto un profilo medico-scientifico, in quanto non danno alcuna dipendenza fisica (pensiamo invece a quante droghe legali esistono in commercio: dal tabacco all’alcol e ai danni devastanti che il loro uso smodato crea).
Ad oggi, dopo la fallimentare legge proibizionista "Jervolino – Vassalli" (che fu in parte abrogata con il referendum del 1993, vinto a maggioranza) e la "Fini – Giovanardi", la situazione è ulteriormente peggiorata, con grande svantaggio per i consumatori abituali di cannabis e derivati (che certo non vanno, né possono, essere considerati e/o trattati come criminali) e viceversa grande vantaggio per le organizzazioni criminali che, invece, su queste (e altre) sostanze lucrano.
Sarebbe ora, dunque, di rilanciare un sano antiproibizionismo laico sulle non-droghe, che possa guardare al civilissimo Uruguay, all'Olanda, alla Spagna ed alla Svizzera, ove addirittura i tossicodipendenti sono trattati per mezzo della somministrazione controllata di eroina, ovvero evitando il brusco passaggio alla totale astinenza (con tutti gli scompensi che ne derivano). Ad oggi, purtroppo, quasi nessuno parla più di antiproibizionismo salvo i Radicali. Nemmeno sulla ricerca scientifica. Siamo tristemente un Paese medievale, con pericolose tendenze al favoreggiamento del crimine organizzato. E ciò è veramente drammatico.
Non posso dunque non appoggiare e sottoscrivere la raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare proposta in questi giorni dai Radicali e dall'Associazione Luca Coscioni per la legalizzazione di cannabis e derivati (si veda al sito http://www.legalizziamo.it) .
E, come diceva l'amico Peter Boom all'inizio di ogni nuova battaglia: Forza ragazze e ragazze ! Oléééé !

Luca Bagatin
Presidente e fondatore del pensatoio “Amore e Libertà”


giovedì 21 aprile 2016

Fidel Castro e Marco Pannella: due eroi del XX e del XXI secolo. Articolo di Luca Bagatin

Fidel Castro e Marco Pannella: due rivoluzionari quasi cotanei, due vite diverse ma accomunate entrambe da battaglie di emancipazione sociale e individuale.
Il primo komunista, il secondo amerikano, pur non essendo affatto né comunisti né veramente americani, ma rimanendo sempre loro stessi: castristi e pannelliani, ovvero, in due parole: socialisti e radicali.
Fidel Castro, con il recente discorso a L'Avana, si congeda dalle scene e così ha fatto Marco Pannella che, da qualche mese, a causa delle sue condizioni di salute, si è ritirato in casa, ricevuto solo dagli amici più cari, non ultimo Vasco Rossi.
Marco Pannella, classe 1930, allievo politico di Benedetto Croce e fra i fondatori del primo Partito Radicale con Mario Pannunzio ed Ernesto Rossi – rompendo con la tradizione liberal-confindustriale e dando vita ad un partito contro i monopoli di Stato e di mercato - e del secondo Partito Radicale – partito dei diritti civili e anticlericale per eccellenza - di cui diventerà il leader indiscusso.
Fidel Castro, classe 1926, leader della Rivoluzione Cubana negli Anni '50 assieme a Che Guevara contro il dittatore Fulgencio Batista e Leader Maximo dell'Isola Caraibica sino al 2011, quando lascerà l'incarico al fratello Raul. Marxista non sovietico, che finirà per scegliere l'alleanza con l'URSS unicamente per convenienza geopolitica.
Che cosa unisce Marco e Fidel, apparentemente così lontani ?
L'essere stati degli eroi del XX e di parte del XXI secolo: Marco con le sue lotte contro i monopoli, la partitocrazia, per il diritto all'emancipazione femminile, al divorzio, all'aborto, ai diritti degli omosessuali e per l'antiproibizionismo su tutto. Fidel Castro per aver dato un'opportunità di riscatto sociale non solo alla sua isola natale, ma a tutta l'America Latina preda del colonialismo e del neocolonialismo, avendo peraltro ispirato e supportato le imprese democratiche e civili di Chavez, Morales, Ortega, Mujica...in questi ultimi quindici anni.
Marco Pannella giocava sul “fronte occidentale”, amico degli USA in quanto amico del sistema elettorale e liberale “amerikano”, ma sino ad un certo punto. Ovvero, nei fatti, comunque dalla parte del Terzo Mondo, contro lo sterminio per fame di milioni di africani, contro il neocolonialismo e per il disarmo unilaterale del blocco occidentale.
Fidel Castro, amico dell'URSS, ma solo per convenienza strategica. In realtà fiero marxista convinto che il sistema socialista non andasse affatto esportato, ma andasse bene per i Paesi poveri e sfruttati come quelli colonizzati dagli europei e dall'Impero del Male yankee. Fidel, capace di autocritica di fronte al trattamento prigionieri politici cubani e di fronte a quegli omosessuali che aveva preferito inviare nei campi di lavoro ai tempi della Rivoluzione, al punto che oggi – grazie alla nipote Mariela Castro, figlia del fratello Raul – si discute della possibilità di riconoscere il matrimonio omosessuale a Cuba.
Marco e Fidel, ad ogni modo, come tutte le persone intelligenti e tutti i rivoluzionari, non sono privi di contraddizioni e di errori, ma non possiamo non riconoscere le loro lotte sprezzanti del pericolo, condotte in modo assai diverso, ma non meno rispettabile.
Marco, gandhianamente, digiunando e talvolta beccandosi botte e insulti nei vari sit-in nonviolenti organizzati dai radicali. Fidel attraverso la guerriglia nella Sierra Maestra. Ma “senza mai perdere la tenerezza”, come soleva dire il Che.
L'obiettivo era una società diversa, libera, libertaria, socialista, autogestionaria. In questo senso non ci dimentichiamo i dibattiti aperti dal Partito Radicale negli Anni '70 per la costruzione di un ampio soggetto socialista e libertario, che vedesse coinvolti socialisti del Psi, ma anche pezzi di Lotta Continua e di Democrazia Proletaria, che furono ad ogni modo coinvolti in diverse battaglie radicali (ricordiamo la martire laica Giorgiana Masi, che, nel 1977, a soli 18 anni morì sotto i colpi di agenti in borghese, solo per aver pacificamente manifestato assieme a radicali e sinistra extraparlamentare).
La stessa Rivoluzione Cubana infiammò gli animi delle controculture hippie, ovvero dei vari Jerry Rubin e Abbie Hoffman, ovvero di quegli statunitensi libertari stanchi del sistema capitalista e borghese e critici nei confronti degli USA quali “gendarmi del mondo”.
Marco e Fidel, oggi anziani ma non domi che, per oggettive ragioni di salute si ritrovano ad uscire gradualmente di scena. Entrambi ricevendo gli amici più cari e continuando a dare consigli.
Pannella ricevendo l'amico di tante battaglie Vasco Rossi e rilanciando la battaglia radicale per la legalizzazione della cannabis, attraverso una raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare in tal senso; Castro ricevendo recentemente il Presidente del Venezuela Nicolas Maduro e criticando così le aperture del fratello Raul ad Obama.
L'Italia di oggi non è più l'Italia degli Anni '70, ma ad ogni modo, anche se non ha vinto il radicalismo liberalsocialista pannelliano, i costumi sono molto cambiati anche grazie e soprattutto ai radicali di Marco Pannella.
L'America Latina, anche se sta subendo numerosi tentativi di golpe e di inversioni di marcia (osserviamo i casi emblematici del Brasile e dell'Argentina), ha comunque oggi le spalle ben più larghe rispetto al periodo precedente alle Rivoluzioni Cubana di Castro e Bolivariana di Chavez ed ha conosciuto quel Socialismo del XXI secolo che è oggi l'unico autentico esempio di emancipazione sociale al mondo.
Rimangono così due eroi che, a 90 anni dalla loro nascita, ci hanno lasciato una profonda eredità e dei profondi insegnamenti: non occorre essere maggioranza – peggio ancora se silenziosa e conformista - per vincere le battaglie e le guerre. Si può essere anche minoranza, a patto di essere una minoranza anticonformista e battagliera, senza mai perdere la tenerezza, procedendo con onestà intellettuale e rinunciando ad ogni forma di egoismo.
Cari Marco e Fidel, da voi ho imparato moltissimo. E, credo, di non essere stato l'unico.

Luca Bagatin

mercoledì 30 aprile 2014

Sommaria descrizione dei principali partiti politici italici secondo "Amore e Libertà"



Partito Democratico: il gioco delle tre carte
Forza Italia: pregiudicandi
Lega Nord: la banda bassotti
SeL: comunisti venduti al capitale
Fratelli d'Italia: fasci prosciutto & meloni
Scelta Civica: montiani in via di decomposizione
Movimento 5 Stelle: i riccetti der quartierino
Fare per Fermare il Declino: disfare (al proprio interno) per fottersene del Paese
Radicali italiani (di oggi): desaparecidos ritrovati da Papa-LadyGaga-Francesco
Nuovo CentroDestra-Udc: riciclati clericali



giovedì 9 gennaio 2014

Antiproibizionismo In/Coscienza: ovvero come imparai ad amare la cannabis e a ritenere tossicodipendenti i politicanti da strapazzo (collusi con la criminalità organizzata)

Visto il tornare alla ribalta - dopo anni di oblìo - il tema della legalizzazione di cannabis e derivati, ripubblichiamo (con una piccola aggiunta al titolo) uno stralcio del nostro articolo del 7 giugno 2008, che ripercorre la storia del Comitato Antiproibizionista IN/COSCIENZA per l'uso lagale della Cannabis, sorto nel 1997 a Pordenone e fondato dal sottoscritto e che già allora riscosse consensi bipartisan.
Nell'articolo noterete come si ricordi che il leghista Roberto Maroni (che oggi fa ipocritamente lo gnorri) abbia, in tempi non sospetti, firmato la proposta di legge per la legalizzazione della cannabis presentata dall'allora Sottosegretario verde alla Giustizia Franco Corleone nel 1997.

L.B.

 

Antiproibizionismo In/Coscienza: ovvero come imparai ad amare la cannabis e a ritenere tossicodipendenti i politicanti da strapazzo (ipocriti o collusi con la criminalità organizzata)

di Luca Bagatin



Sabato 26 luglio 1997: si parte con la fondazione del comitato In/Coscienza per l'uso legale della canapa indiana, ovvero della Cannabis !
Pordenone è una città notoriamente bigotta e storicamente clericale. Oggi come ieri.
I primi tavoli di raccolta firme per la legalizzazione della cannabis e dei suoi derivati li ho organizzati a 17 anni, assieme ad alcuni radicali del Club Pannella Riformatori. Pochi, pochissimi risultati allora.
Ci voleva quindi un'idea nuova, trasversale, che coinvolgesse il mondo della cultura oltre che quello della politica.
Così, nell'estate del '97 ho avuto l'idea, assieme ad altri amici, di fondare un comitato antiproibizionista per diffondere proprio la cultura della regolamentazione delle non-droghe.
Era un pomeriggio dal sole cocente. Era appunto il 26 luglio 1997 quando il sottoscritto, allora portavoce dei Giovani della Federazione dei Verdi (quando i Verdi non erano rossi, bensì liberali), il radicale John Fischetti (oggi nel direttivo nazionale dell'Associazione Luca Coscioni per la libertà della ricerca scientifica), l'allora Presidente della Sinistra Giovanile pordenonese Massimiliano Santarossa (che oggi ha abbandonato la politica e ha recentemente dato alle stampe un libro sull'emarginazione giovanile a Pordenone. Peraltro da me recensito per l'Opinione delle Libertà) e l'indipendente Andrea Satta (di cui si sono perse le tracce...) ci siamo riuniti nell'allora sede provinciale dei Verdi per gettare le basi dell'associazione. Il nome fu scelto da John: In/Coscienza, ovvero un gruppo di "coscienti incoscienti" capaci di sfidare, mettendosi in gioco, il bigottismo locale raccogliendo adesioni trasversali.
Il tutto con il principale scopo di spiegare i motivi del perché oggi si muore di proibizionismo sulle droghe e sulle non-droghe. Un proibizionismo antiscientifico che genera scippi, rapine, carcere, prostituzione, mafia, criminalità d'ogni genere.
Dopo qualche settimana dalla fondazione di In/Coscienza, ricevemmo la chiamata da parte di una rete televisiva locale, "Canale 55", per un'intervista concordata: il velo d'indifferenza era rotto !
Nei mesi successivi organizzammo tavoli di raccolta firme a sostegno della proposta di legge antiproibizionista depositata alla Camera dall'allora Sottosegretario verde Franco Corleone, osteggiata dalla destra (ma sottoscritta dal leghista Roberto Maroni), dal centro cattolico e dalla sinistra più retrograda (oggi diremmo dal Partito Democratico). Nonché dall'allora Presidente del Consiglio Mortadellone-Prodi (di cui oggi, per fortuna, non sentiamo più parlare).
Con i nostri tavoli scendemmo in piazza, ma anche ai concerti locali, alle feste paesane ecc...e raccogliemmo, in poco tempo, oltre che adesioni trasversali di cittadini (ma anche di politici da Rifondazione Comunista sino a Forza Italia), anche fondi per le nostre campagne politico-culturali: 300.000 lire in tutto in neanche una settimana.
Nei mesi successivi fummo invitati a dibattiti pubblici e televisivi a "Canale 55" "contro" i giovani di AN, proibizionisti ed oscurantisti da sempre. Ricordo ancora quando io, emozionatissimo e visibilmente paonazzo in volto, assieme ad Andrea Satta, in diretta, tenevamo testa con umiltà alle argomentazioni prive di fondatezza scientifica dei giovani aennini. Noi non contrapponevamo lo "spinello libero" all'ordine costituito come spesso faceva la "sinistra de noantri", assolutamente no ! Contrapponevamo invece lo spinello LEGALE all'illegalità politica e comune di un proibizionismo che si fonda solo sulla morale individuale, che, appunto, in quanto individuale, è opinabile e non può essere fatta valere indiscriminatamente per tutti. Inoltre affermavamo che proprio l'Unione Europea stanziò fondi per la coltivazione di cannabis ad uso industriale per la produzione di carburanti meno inquinanti dei derivati del petrolio, di cordami, saponi, fibre sintetiche come avviene in Svizzera e in Olanda e poi, come dimenticare i malati di tumore che alleviano le loro sofferenze attraverso l'uso della canapa indiana ? E lo fanno anche in Italia. Illegalmente: come sempre.
Le nostre battaglie giunsero sino ai banchi del Consiglio Comunale attraverso una mozione che avrebbe impegnato il Comune di Pordenone a farsi portavoce in Parlamento della proposta di legge per la regolamentazione delle non-droghe. Una mozione libertaria e liberale, presentata proprio dall'allora liberale Sergio Bolzonello (oggi Sindaco di Pordenone nella giunta di centrosinistra, che tuttavia ha abbandonato ogni residuo di liberalismo approssimandosi invece al "democristianesimo"). Pochi i voti a sostegno, a dire il vero, ma, ce l'aspettavamo. L'obiettivo in ogni caso fu raggiunto: il voto favorevole di ben due leghisti (la Lega aveva la maggioranza assoluta del Consiglio Comunale!) e l'astensione del Presidente del Consiglio Comunale (leghista anche lui). Avevamo scovato qualche "anima laica" anche nella Lega, al punto tale che uno dei Consiglieri, il giovane Davide Scaglia, si iscrisse al nostro comitato.
Che fine ha fatto oggi il comitato In/Coscienza ? I suoi quattro militanti-fondatori principali oggi hanno preso strade e percorsi diversi. Le battaglie proseguono in altri settori, in altri
ambiti. Fu una stagione assolutamente positiva, certo. Ahinoi non più ripetuta.