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mercoledì 11 marzo 2026

Ricostruire i fondamenti della democrazia recuperando gli ideali repubblicani e socialisti di Mazzini e Garibaldi. Articolo di Luca Bagatin

 

Da molti anni mi chiedo il perché esistano ancora partitini di area laico-socialista-repubblicana, ma tali solo di nome e per nulla di fatto, che sostengono politiche e politici di stampo liberal capitalista, guerrafondaio, irresponsabile e di destra, più o meno estrema.

Destra più o meno estrema che, nei fatti, ha preso il sopravvento pressoché in tutto l'arco parlamentare, dopo il 1993, anche quando finge di chiamarsi “sinistra”, ma, nei fatti, porta avanti agende di deregolamentazione o soppressione dei diritti sociali, della rappresentanza democratica e sostiene realtà e politiche belliciste e che sopprimono la volontà dei popoli non occidentali e/o non liberal capitalisti, ad autodeterminarsi.

Me lo chiedo sia da ex militante politico dell'area laico-socialista-repubblicana, sia da studioso che si rifà proprio alla storia e alla cultura politica del PRI e del PSDI (fino agli Anni '60) e del PSI (a partire dal 1976).

Ovvero da persona che, aldilà delle sigle politiche e dei feticismi/fanatismi ideologici, ha da sempre un programma chiaro, che si sostanzia in: giustizia sociale; sovranità nazionale; indipendenza economica; democrazia il più possibile partecipativa; economia il più possibile socializzata e partecipativa, ove i lavoratori sono produttori e proprietari del loro lavoro e non dei salariati sfruttati dal capitale; società ordinata e moralizzata; cooperazione e sviluppo internazionale.

Un programma un tempo portato avanti da politici troppo spesso volutamente dimenticati o oscurati, oppure ingiustamente infangati, ma i cui nomi vorrei, qui come altrove, riportare. Proprio affinché siano ricordati, almeno da chi leggerà questo articolo.

Mario e Guido Bergamo; Alceste De Ambris; Gabriele d'Annunzio; Alfredo Bottai; Giulio Andrea Belloni; Randolfo Pacciardi; Roberto Tremelloni; Bettino Craxi.

Senza dimenticare due dei loro (e dei nostri) più celebri ispiratori: Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi.

La politica e la Storia non si fanno né con i se, né con i ma, purtuttavia dalla Storia si dovrebbe imparare.

Di questo, ovvero di Storia e di cultura politica, in sostanza, ho preferito, negli anni, occuparmi, evitando di interessarmi sia di politica nazionale, che di beghe fra i politicanti italiani attuali, che, a mio avviso, lasciano il tempo che trovano e lo vediamo anche nella gestione dell'ultima crisi internazionale, che viene trattata con il solito servilismo nei confronti di Washington e con una superficialità e una ipocrisia totalmente inappropriate.

E ciò non solo dal governo, ma anche dalle sedicenti opposizioni, anche quelle come i Cinque Stelle che sembrano talvolta parlare bene, ma, una volta andate al governo, fanno l'esatto opposto di ciò che vanno affermando.

Ho preferito e preferisco occuparmi di politica estera, in particolare di realtà che hanno molto in comune con la cultura laico-socialista-repubblicana. Consapevolmente o meno.

Chi legge i miei articoli o ha letto i miei saggi lo può ben comprendere.

Interessante è la politica del Brasile di Lula, ad esempio. Quella cubana e socialista venezuelana (che hanno aspetti anche di democrazia partecipativa). Quella del socialismo con caratteristiche cinesi, che non è altro che economia socialista di mercato, ovvero quel socialismo adatto ai tempi promosso dai partiti laici della Prima Repubblica di area laico-socialista, almeno fino agli Anni '70/'80.

Ma, per comprenderlo occorre studiare, approfondire, andare oltre il paraocchi dell'ideologia.

Dice bene, poi, il mio caro amico Giorgio Pizzol, ex Senatore socialista, quando punta il dito contro le leggi elettorali italiane dal 1993 ad oggi, spiegando come queste violino la Costituzione e in merito vorrei rimandare al suo intervento riportato a questo link: https://ilparlamento.eu/legge-elettorale-lopinione-di-giorgio-pizzol/

Per non parlare delle violazioni della Costituzione per ciò che attiene l'Art. 11, il quale recita che l'Italia ripudia la guerra e quindi dovrebbe chiamarsi fuori da ogni conflitto che non la veda direttamente attaccata.

Cosa ci facevamo noi nell'ex Jugoslavia; Libia, Afghanistan e via discorrendo? Perché inviamo, da qualche anno, armi a Paesi né UE, né NATO? Perché sanzioniamo Paesi, spesso a nostro discapito economico, anziché cooperare con loro?

Difronte a ciò, che fare?

Quando i politicanti della cosiddetta Seconda Repubblica, sorta da un golpe che ha distrutto i partiti democratici di governo e cavalcata da poteri forti nazionali e internazionali; post-comunisti approdati al capitalismo assoluto; post-fascisti; leghisti; liberisti; comici; banchieri... hanno svuotato il Paese di ogni possibile contenuto attinente alla giustizia sociale; sovranità nazionale; indipendenza economica, cosa altro puoi fare, se non chiamarti fuori dal circo e, per quel che ti compete, cercare di denunciarlo?

E soprattutto spiegare ai più giovani o a chi ha la pazienza di ascoltare, come sono e come vanno le cose.

Del resto non è solo fenomeno italiano, ma europeo, visto che in tutta UE è stata distrutta la giustizia sociale, la sovranità nazionale e l'indipendenza economica, per fare spazio a banchieri centrali e commissari irresponsabili e bellicisti, che o sono al servizio di Washington, oppure non sanno che pesci prendere.

Gli spazi di libertà, partecipazione e democrazia si riducono sempre più. Le opposte tifoserie (spesso strumentali e strumentalizzate) la fanno da padrone e così le censure (sempre più provenienti da cosiddetti “liberali” o “riformisti”, o sedicenti tali) nei confronti di chi la pensa o ragiona diversamente.

I più deboli vengono bombardati, abusati, vilipesi, mal curati o non curati.

La criminalità pullula nelle strade, ma per la politica nostrana la priorità sembra un referendum inutile e costoso, il cui esito non sposterà, per il cittadino medio, una sola virgola (e infatti avrebbe senso, come farò io stesso, astenersi).

C'è di che indignarsi. E non poco.

Pier Paolo Pasolini – cantore degli ultimi e di coloro i quali non sapevano di avere dei diritti - scrisse, nel 1960, frasi che potrebbero adattarsi anche all'oggi: “Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno. Dovranno pur rispondere, prima o poi alla ragione con la ragione, alle idee con le idee, al sentimento col sentimento. E allora taceranno: il loro castello di ricatti, di violenze e di menzogne crollerà...”.

Personalmente auspicherei la nascita, così come l'auspicavo quando ero più giovane, vent'anni fa, di una concentrazione socialista e repubblicana mazziniana, alleata unicamente ai cittadini e a nessuna altra forza politica. Che si ponga come primo compito quello di istruire i cittadini e di elevarli moralmente e politicamente. Non già di gettarsi nel fango delle elezioni (che premiano sempre e solo chi imbroglia meglio il prossimo e ha i mezzi economici per farlo), ma per ricostruire i fondamenti della democrazia, secondo gli insegnamenti di giustizia sociale; sovranità nazionale e indipendenza economica di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

sabato 29 gennaio 2022

Il processo alla Democrazia Cristiana di Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini, nell'agosto 1975, sul più grande quotidiano italiano, "Il Corriere della Sera", pubblicò un lungo articolo nel quale inchiodò alle sue responsabilità politiche, morali, civili, il partito di governo, la DC.

Un vero e proprio processo al partito di potere che a lungo (mal)governò l'Italia.
Pasolini fu ucciso nel novembre 1975.
Non si seppero mai i veri colpevoli.
L'Italia non ha mai fatto i conti con la DC, che ne rappresenta la coscienza più ipocrita e nera. Come nero fu quel fascismo, denunciato da Pasolini, del quale la DC fu la continuatrice.
 
L.B. 
 

[pubblicato nel “Corriere della Sera” del 24 agosto 1975] (tratto da: http://www.asiablog.it/2007/07/29/pasolini-processo-alla-democrazia-cristiana/)
 
Il processo

Dunque: indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la CIA, uso illecito di enti, come il SID, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità. questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come si usa dire, paurosa delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono «selvaggio» delle campagne, responsabilità dell’esplosione «selvaggia» della cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari anche distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori. […]
L’immagine di Andreotti o Fanfani, di Gava o Restivo, ammanettati tra i carabinieri, sia un’immagine metaforica. Il loro processo sia una metafora. Al fine di rendere il mio discorso comico oltre che sublime (come ogni monologo!), e soprattutto didascalicamente molto più chiaro.
Cosa verrebbe rivelato alla coscienza dei cittadini italiani da tale Processo (oltre, si intende, alla fondatezza dei reati più sopra enunciati secondo una terminologia etica se non giuridica)?
Verrebbe rivelato ai cittadini italiani qualcosa di essenziale per la loro esistenza, cioè questo: i potenti democristiani che ci hanno governato negli ultimi dieci anni non hanno capito che si era storicamente esaurita la forma di potere che essi avevano servilmente servito nei vent’anni precedenti (traendone peraltro tutti i possibili profitti) e che la nuova forma di potere non sapeva più (e non sa) che cosa farsene di loro.
Questa «millenaristica» verità è dunque essenziale per capire (al di là del Processo e delle sue condanne penali) che è finita l’epoca, appunto millenaria, di un «certo» potere ed è cominciata l’epoca di un certo «altro» potere.
Ma soltanto un Processo potrebbe dare a questa astratta affermazione i caratteri di una verità storica inconfutabile, tale da determinare nel paese una nuova volontà politica.
Una volta condannati i nostri potenti democristiani (alla fucilazione, all’ergastolo, all’ammenda di una lira, cosa di cui qualsiasi cittadino infine si accontenterebbe) ogni confusione dovuta a una falsa e artificiale continuità del potere democristiano verrebbe vanificata. L’interruzione drammatica di tale continuità renderebbe al contrario chiaro a tutti non solo che un gruppo di corrotti, di inetti, di incapaci è stato democraticamente tolto di mezzo, ma soprattutto (ripeto) che un’epoca è finita e ne deve cominciare un’altra.
Se invece questi potenti resteranno ai loro posti di potere – magari scambiandoseli un’ennesima volta –, se cioè la Dc, e con essa, quindi, il paese, opteranno per la continuità, più o meno drammatizzata, non sarà mai chiaro, per esempio, il fatto che gli italiani oggi sono laici almeno nella misura in cui fino a ieri erano cattolici, oppure che i valori dello sviluppo economico hanno dissolto tutti i possibili valori delle economie precedenti (insieme a quelli specificatamente ideologici e religiosi), oppure ancora che il nuovo potere ha bisogno di un nuovo tipo di uomo.
Ora (o almeno così sembra a un intellettuale solo in mezzo a un bosco) gli osservatori politici italiani insistono colpevolmente a optare, in fondo, per la continuità democristiana: per adesso anche i comunisti. Gli osservatori borghesi indicano settorialmente, nel campo economico (e non dell’economia politica!!), le possibili soluzioni di quella che essi chiamano crisi; gli osservatori comunisti – insieme a tale indicazione, naturalmente più radicale e pur accettando come buone le intenzioni dei democristiani demandati alla continuità – lamentano il persistente anticomunismo.
Ma che senso ha pretendere o sperare qualcosa da parte dei democristiani? O addirittura chiedere loro qualcosa?
Non si può non solo governare, ma nemmeno amministrare senza dei principi. E il partito democristiano non ha mai avuto dei principi. Li ha identificati, e brutalmente, con quelli morali e religiosi della Chiesa in grazia della quale deteneva il potere. Una massa ignorante (e lo dico col più grande amore per questa massa) e una oligarchia di volgari demagoghi dalla fame insaziabile, non possono costituire un partito con un’anima. Ciò l’abbiamo sempre saputo, e l’abbiamo anche sempre detto: ma non l’abbiamo saputo e detto fino in fondo: per una ragione molto semplice: perché la Chiesa cattolica era una realtà, e la maggioranza degli italiani erano cattolici. […]
Torniamo dunque al nostro Processo (metaforico): ma stavolta in relazione e in funzione della politica del Pci (o di un Psi ipoteticamente rinnovato da una sua «rivoluzione culturale»), che è l’unica che importa. Se, invece di fingere di accontentarsi delle parole dei «galantuomini della continuità», i comunisti e i socialisti decidessero di spezzare tale continuità intentando un Processo penale a Andreotti e a Fanfani, a Gava e a Restivo ecc. ecc., che cosa metterebbero in chiaro una volta per sempre di fronte alla propria coscienza? Una serie di fatti banali che portano a un fatto essenziale, e cioè:
Primo fatto banale: si presenterebbe, in tutta la sua estensione e profondità, ma anche in tutto il suo definitivo anacronismo, il quadro clerico-fascista in cui il malgoverno democristiano ha potuto essere attuato attraverso una serie di reati classici. Reati dunque non reati, in quanto consustanziali alla realtà del paese, e quindi (come quelli mussoliniani) perpetrati in fondo nel suo ambito e col suo consenso. Durante i primi venti anni del regime democristiano, si è governato un popolo storicamente incapace di dissentire: esattamente come durante il ventennio fascista, come durante l’Ottocento pontificio o borbonico, e addirittura come durante i secoli feudali.

Nel palazzo

Secondo fatto banale: la qualificazione di «antifascista» (di cui insistono a gratificarsi uomini anche autorevoli di sinistra, che in questo non si distinguono affatto dai democristiani) diventa una sinonimia assurda, anzi, ridicola, di antiborbonico o antifeudale…
Terzo fatto banale: un paese non più clerico-fascista, e cioè un popolo non più religioso, non può non ripercuotere la propria realtà nel «Palazzo», vanificandone i codici e rendendo le manovre dei potenti degli automatismi pazzi (di cui son complici anche gli oppositori).
Fatto essenziale: ciò che al contrario il Processo renderebbe chiaro – folgorante, definitivo – è che il contesto in cui governare non è più quello clerico-fascista, e che proprio nel non aver capito questo consiste il vero reato, politico, dei democristiani. Il Processo renderebbe chiaro – folgorante, definitivo – che governare e amministrare bene non significa più governare e amministrare bene in relazione al vecchio potere, bensì in relazione al nuovo potere.
Per esempio: i beni superflui in quantità enorme, ecco qualcosa di assolutamente nuovo rispetto a tutta la storia italiana, fatta di puro pane e miseria. Aver governato male significa dunque non aver saputo far sì che i beni superflui fossero un fatto (come oggettivamente dovrebbe essere) positivo: ma che, al contrario, fossero un fatto corruttore, di selvaggia distruzione di valori, di deterioramento antropologico, ecologico, civile.
Altro esempio: la democratizzazione derivante dal consumo estremamente esteso dei beni (compresi, perché no?, i beni superflui), ecco un’altra grande novità. Ebbene, l’aver governato male significa non aver fatto sì che tale democratizzazione fosse reale, viva: ma che, al contrario, fosse un orribile appiattimento o un decentramento puramente enfatico (gestito in genere da illusi progressisti).
Altro esempio ancora: la tolleranza, che il nuovo potere ha elargito, per delle sue buone ragioni, è anch’essa una grande novità. L’aver governato male – ancora una volta consiste nel non aver fatto di tale tolleranza una conquista, ma di averla trasformata nella peggiore intolleranza reale che si sia mai vista (ossia la tolleranza di una maggioranza, resa sconfinata dalla sua nuova «qualità» di «massa», che tollera, in realtà, solo le infrazioni che fanno comodo a lei stessa).
Quindi, nella mia ansia didascalica, insisto: governare bene o amministrare bene non significa più affatto governare bene o amministrare bene rispetto al governare male o all’amministrare male clerico-fascista (e quindi democristiano). La moralità politica non consiste più nel confrontarsi con l’immoralità clerico-fascista e magari col debellarla: cosa che i democristiani, in quanto cristiani, hanno sempre detto, a parole, di voler fare. Di conseguenza, se i comunisti – nelle giunte amministrative regionali, provinciali e comunali – si limitassero ad attenersi a una simile moralità politica, essi altro non sarebbero che i veri democristiani.
Ma – e questo è il punto – anche facendo dei beni superflui, della democratizzazione consumistica e della falsa tolleranza, qualcosa di avanzato, di vivo, di reale – anche in tal caso – i comunisti altro non sarebbero che i veri democristiani. Perché? Perché beni superflui, democratizzazione consumistica, tolleranza sono fenomeni che caratterizzano il nuovo potere (il nuovo modo di produzione) e tale nuovo potere (tale nuovo modo di produzione) è capitalistico.
Bologna è in realtà un esempio di come avrebbe dovuto essere amministrata dai democristiani una città.
Ma è a questo punto che si ha il «risvolto» del mio presente scritto (reso evidentemente romanzesco dalla presenza di un Processo…).
Il «risvolto» consiste in questo: la continuità democristiana, voluta in realtà da tutti indistintamente – in barba alla terribile «crisi», da tutti, altrettanto indistintamente, recepita e drammatizzata – in realtà non è possibile […]

Pier Paolo Pasolini

giovedì 25 novembre 2021

Yukio Mishima, il d'Annunzio e il Pasolini giapponese. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 25 novembre 1970, lo scrittore e poeta Yukio Mishima, si tolse la vita attraverso il seppuku, ovvero il suicidio rituale dei samurai.

Lo fece per denunciare la decadenza che stava attanagliando il Giappine che, avendo accettato il trattato di San Francisco e introdotto la Costituzione del 1947 (la quale aveva accettato il parlamentarismo liberale), si stava occidentalizzando e imborghesendo.

Mishima, che si definì sempre apolitico e antipolitico (e non fu affatto fascista, come qualcuno lo definì, sia a destra che a sinistra), credeva semplicemente in quei valori antichi, ove l'amore e l'onore erano anteposti al disvalore del danaro, del consumo, della messa in vendita dell'essere umano, della sua mente, del suo corpo.

Ovvero tutti disvalori che, purtroppo, divennero parte integrante di un Giappone che è ormai iper-tecnologico, iper-economicista, iper-capitalista e, dunque, iper-sclerotizzato.

Un Paese preda, da tempo, di una crisi umana e affettiva, compensata in maniera del tutto bulimica e irrazionale attraverso consumi compulsivi, sesso a pagamento, addirittura con bambole “sessuali”, oggetto sempre più in voga in Giappone.

Ed è un Paese che registra ormai fra i 25 e i 30 mila suicidi all'anno, per apatia e noia da consumismo.

Mishima fu, per il Giappone, allo stesso tempo il d'Annunzio e il Pasolini. Il poeta eroico, patriottico e anarchico e il profeta, il cantore dell'arcaismo e della civiltà dell'innocenza.

“Sacrificare la vita per qualcosa di estraneo ad un interesse materiale potrà sembrare dissennato, ma una delle mie idee fondamentali è che l'essenza del promettere non sia da ricercare nello spirito dell'odierna società contrattuale, bensì nella lealtà degli esseri umani. Nella vita di ogni uomo il tempo non ritorna”, scriveva Mishima, ed è così che vogliamo ricordarlo.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

martedì 2 novembre 2021

Pier Paolo Pasolini, assassinato dal potere liberal capitalista, mafioso e tecno-industriale di ieri e di oggi

"Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti i politici, e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno parlando, sono lontani come la luna. E i letterati. E i sociologi. E gli esperti di tutti i generi"
(tratto da "Siamo tutti in pericolo", ultima intervista di Pier Paolo Pasolini)
 
“Finché l'uomo sfrutterà l'uomo, finché l'umanità sarà divisa in padroni e servi, non ci sarà né normalità né pace. La ragione di tutto il male del nostro tempo è qui”
(Pier Paolo Pasolini)
 
"Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole.
Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana.
[...] Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè — come dicevo — i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neolaico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.
[…] La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto “mezzo tecnico”, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. [...] Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre"
(da "Acculturazione e acculturazione; 9 settembre 1973; raccolto in Scritti Corsari; Garzanti Editore; Milano; 2012)

giovedì 23 settembre 2021

Onestà intellettuale

L'onestà intellettuale non paga mai.
Non viene capita.
Se sei onesto intellettualmente o non ti capiranno, oppure ti calpesteranno.
E soprattutto non diventerai mai nessuno.
Il mondo è dei disonesti e degli ipocriti.
È un fatto che non dovrebbe stupire.
Al massimo dovrebbe indignare.
Ma raramente ci si rende indigna, perché tutto ciò, ormai, rientra nella "normalità" quotidiana.
 
(Luca Bagatin)

giovedì 6 maggio 2021

Non si può morire sul posto di lavoro, né di lavoro

Il Quinto Stato di Hernán Chavar

Non si piò morire sul posto di lavoro, né di lavoro.
Il lavoro rende schiavi. Solo i nazisti scrivevano – all'ingresso dei campi di concentramento – che “il lavoro rende liberi”.
Una autentica Repubblica non dovrebbe fondarsi sul lavoro, ma sui lavoratori, liberi dalla schiavitù del salario e dallo sfruttamento del capitalismo e del capitalista.
Ovvero liberi dal consumismo e dall'ideologia del produttivismo.
Sino a che non saremo liberi da tali ideologie (del lavoro, del consumo, del produttivismo), e dalla schiavitù del lavoro salariato e dipendente, non ne usciremo mai.
 
(Luca Bagatin)
 
La società borghese è un male e il borghese è fondamentalmente un malato inconsapevole.
Il fascismo fu un male dell'Italia e affondò le sue radici nella borghesia capitalista (esattamente come nazismo e franchismo, al netto di chi pensò di aderirvi vedendovi una forma di socialismo, mentre in realtà fu solo utilizzato ad uso e consumo della borghesia).
Anche ciò che accadde dopo il fascismo non fu che una nuova forma di nuovo fascismo, ovvero di società borghese, capitalista e consumista (la DC, la televisione commerciale, la pubblicità commerciale).
Pier Paolo Pasolini denunciò tutto ciò.
E siamo ancora al punto di partenza. Non è cambiato nulla. Anzi. Il processo si è drammaticamente accelerato (il precariato, il commercio online con conseguente sfruttamento di manodopera, le società di telecomunicazione private...)
 
(Luca Bagatin)
 

mercoledì 10 febbraio 2021

Il Potere secondo Pier Paolo Pasolini

"Il potere ha avuto bisogno di un tipo diverso di suddito, che fosse prima di tutto un consumatore"

(Pier Paolo Pasolini)

“Il nuovo fascismo non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l'omologazione brutalmente totalitaria del mondo"

(Pier Paolo Pasolini)

“Il potere è divenuto un potere consumistico, infinitamente più efficace nell'imporre la propria volontà che qualsiasi altro potere al mondo. La persuasione a seguire una concezione edonistica della vita ridicolizza ogni precedente sforzo autoritario di persuasione"

(Pier Paolo Pasolini)

sabato 13 giugno 2020

Aristocratici e proletari, nello spirito, uniti contro la mercificazione e lo sfruttamento del materalismo

Aristocrazia e proletariato rappresentano due categorie spirituali ben definite.
L'aristocrazia, tradizionalmente e spiritualmente intesa,  ha origini cavalleresche e si poneva - nelle società arcaiche - a tutela e garanzia del popolo.
I proletari, invece, con l'avvento del socialismo, divennero il simbolo dell'emancipazione sociale e della lotta all'oppressione del sistema del danaro e del "libero" commercio.
La classe borghese e arricchita - che non ha nulla di spirituale, ma tutto di materialista - è invece colei la quale, oltre ad aver abbattuto l'aristocrazia per divenire la nuova classe di oppressori (fondata sul danaro e non sulla tradizione o sulla cavalleria), ha sdoganato il "libero" commercio e il "libero" sfruttamento del lavoro e del salario del proletariato e neo-proletariato.
Non vi può essere alcuna libertà laddove vi è sfruttamento, ma solo una falsa idea di  "libertà", fondata sul mercanteggiamento.
Come dice il filosofo Alain De Benoist, aristocratici e proletari (nello spirito) dovrebbero unirsi nella lotta contro borghesi, arricchiti e materialisti.
Per costuire una civiltà fondata sull'autentica fraternità, su autentici e antichi valori spirituali, gnostici. Una civiltà libera dall'oppressione e dallo sfruttamento delle menti e dei corpi. 

Luca Bagatin

sabato 7 dicembre 2019

La "Critica del liberalismo" di Alain De Benoist. Articolo di Luca Bagatin

L'epoca moderna nella quale viviamo, caratterizzata dall'ideologia dominante liberale, ha ormai privatizzato ogni cosa: dai rapporti sociali a quelli politici. Ha anteposto il primato dell'economia ad ogni altro aspetto. Ogni rapporto fra le persone è divenuto un rapporto concorrenziale e interessato; ogni essere umano è considerato alla stregua di “capitale umano” o di “consumatore”; ogni atto del vivere è divenuto misurabile in termini quantitativi; l'avere è privilegiato rispetto all'essere; tutti sono ormai divenuti sostituibili e non più indispensabili, esattamente come le merci e i vari beni di consumo.
L'ideologia del desiderio e del “diritto individuale” prevale sull'etica del dovere, sul senso di comunità e sullo scambio, gratuito, fra gli esseri umani, in comunione con l'ambiente naturale e sociale nel quale costoro si trovano a vivere.
Questa la critica fondamentale posta dal filosofo francese Alain De Benoist nel suo ultimo saggio, edito da Arianna Editrice, “Critica del liberalismo – La società non è un mercato”.
La società, appunto, non dovrebbe essere un mercato, ma lo è diventata. Il regno del liberal capitalismo, denunciato da decenni da De Benoist, è divenuto il regime dello sfruttamento del lavoro, del precariato lavorativo, sentimentale, amicale; il regime del narcisismo e della solitudine di massa, del condizionamento pubblicitario e mediatico; il regime del reality show, dell'utilitarismo, del primato del giusto sul bene comune; il regime del politicamente corretto in nome dell'ideologia dei “diritti dell'uomo” che, nei fatti, lungi dall'emancipare l'essere umano, vorrebbero uniformarlo al pensiero unico liberale, mediatico ed economicista.
Pensiero unico che, di fatto, de-politicizza ogni problema, delegandolo, di fatto, a fantomatici “esperti”: siano essi economisti, grandi magnati della finanza e così via, ovvero ai signori dell'austerità e del capitalismo assoluto. Il trionfo del sogno reaganiano e thatcheriano, che ormai dagli Anni '90 ad oggi, unisce tanto la destra quanto la sinistra liberali e borghesi, legate fra loro dal dogma della “crescita illimitata” e dalla disgregazione dei valori sociali.
E' la logica del capitalismo e del mercato, che non si autoregola affatto, ma che genera bisogni indotti, ricerca di un piacere effimero e di una altrettanta effimera ricchezza materiale. Una logica che si pone a difesa della sedicente “democrazia rappresentativa” in luogo della democrazia autentica, partecipativa e diretta. Una “democrazia rappresentativa” che, non a caso, negli ultimi decenni – nel cosiddetto Occidente liberaldemocratico” - sta generando disaffezione nei confronti dei partiti di matrice liberale e facendo nascere nuove istanze politiche e sociali di matrice populista, regionalista, ecologista, identitaria e sovranista, quale risposta a quello che potrebbe essere definito un vero e proprio “totalitarismo liberale”.
L'ideologia liberale criticata da De Benoist, la cui nascita va ricercata nella borghese Rivoluzione Francese del 1789, la quale escluse del tutto il Quarto Stato (e differenza delle rivoluzioni proletarie e socialiste quali la Comune di Parigi del 1871 e la Rivoluzione bolscevica del 1917, di ispirazione mutualista, patriottica e federalista), è infatti il fondamento dell'individualismo, rispetto ad ogni forma di ricerca del bene comune e collettivo. Forma di ricerca del bene comune e collettivo che, invece, trae il suo fondamento nelle società arcaiche, lontane da ogni influenza moderna, incentrata sull'egoismo, sul progresso materiale e sull'accumulo delle risorse, ovvero su una falsa idea di emancipazione. Sostituendosi alla classe sfruttatrice aristocratica, la classe sfruttatrice liberal borghese non ha fatto altro – dunque - che ingannare il popolo, al fine di sottometterlo.
Il liberalismo, secondo De Benoist, è quindi “l'ideologia che mette la libertà al servizio del solo individuo” e, dunque, non è affatto l'ideologia della libertà, ma solo la libertà di possedere (ovvero di avere e non di essere). Individuo, che, dunque, agirà unicamente secondo il suo proprio tornaconto e il suo interesse individuale, oltre e persino contro ogni forma di interesse collettivo e di bene comune.
Nella società liberale, dunque, afferma De Benoist, “l'uomo non è emancipato, né reso autonomo (come invece tentarono di fare i primi socialisti, opponendosi alla schiavitù del lavoro dipendente), bensì trasformato in monade. E' atomizzato”.
Il liberale, in nome dunque della massimizzazione del profitto individuale, è favorevole alla libera circolazione di capitali, merci e di esseri umani, permettendo così di esercitare una pressione al ribasso sui salari degli autoctoni. Per questo il liberale è uno strenuo sostenitore sia dell'immigrazione (vera e propria deportazione di massa e fini economici) e della delocalizzazione delle imprese.
Nel saggio, De Benoist, fa notare come, da tempo, i partiti cosiddetti “di sinistra”, in Europa, ormai abbandonata ogni forma di socialismo autentico e originario, abbiano abbracciato l'ideologia “progressista” e “liberal”, al fine di aderire in toto alla società del mercato, favorendo così i desideri individuali dei singoli, ma contrastando ogni forma di emancipazione sociale e di rivendicazione sociale.
Si noti, non a caso, come tutte le leggi di precarizzazione del lavoro siano state sostenute sì dalla destra liberale, ma favorite dalla sinistra al governo: Jobs Act, Loi Travail, abolizione dell'Articolo 18, misure di austerità, di privatizzazione selvaggia (si vedano ad esempio quelle, in Italia, varate dai vari governi Prodi, D'Alema, Letta, Monti, Renzi e quelle in Francia con Hollande e oggi Macron).
Per decenni, fa notare De Benoist, il capitalismo liberale è stato largamente accettato dalla popolazione europea per tre ragioni principali: favoriva la crescita, innalzava il livello di vita medio e alimentava i consumi ben oltre le necessità primarie dei cittadini. Salvo rendersi conto, oggi, che questi tre aspetti non sono più garantiti, né potrebbero esserlo. Il potere d''acquisto diminuisce, la classe media si sta declassando, la precarietà lavorativa e sociale è sempre più diffusa e, parimenti, gli Stati, avendo da tempo ceduto la loro sovranità politica ed economica, non possono più far fronte alla crisi dei mercati finanziari, ormai senza controllo. L'economia, peraltro, è ormai da tempo del tutto slegata dai beni e servizi effettivamente prodotti, ma è legata sempre più alle speculazioni borsistiche e finanziarie ed agli indebitamenti degli Stati e dei privati, favoriti proprio dal sistema dominante.
Il liberal capitalismo – fondato sull'ideologia individualista, del danaro e del valore materiale - ha dunque completamente fallito, oltre a non essere affatto riformabile e, pertanto, andrebbe, secondo De Benoist, del tutto superato e abbattuto.
Occorre, dunque, secondo il filosofo francese, riappropriarsi dei legami sociali, del senso di comunità, di appartenenza e di bene comune; del senso di reciprocità, di mutuo aiuto e di dono reciproco, libero da ogni interesse e da ogni forma di prostituzione, perché è questo, di fatto, ogni tipo di rapporto commerciale e di lavoro salariato, tanto decantato dalla società liberale, mercantile , ovvero capitalista. Prospettive che, peraltro, hanno fatto proprie da sempre anche diversi intellettuali conservatori “di sinistra”, fra i quali - ricorda De Benoist - George Orwell, Christopher Lasch, Jean-Claude Michéa, Ivan Illich, Gunther Anders e Pier Paolo Pasolini.

Luca Bagatin

sabato 2 novembre 2019

Pasolini non è morto

Pasolini non è morto.
È morta la coscienza di questa Italia e di questa Europa di merda.
Consumista, capitalista, liberale, mediatica, ricca, opulenta, moderna, ignorante, conformista, volgare e autoritaria.



lunedì 23 settembre 2019

Cinema sovversivo e panafricanismo. Viaggio nell'universo onirico del regista Dany Colin e dell'attrice Coralie Garnaud. Articolo e intervista di Luca Bagatin

Dany Colin è un attivista panafricano e socialista rivoluzionario francese di origine congolese che, alcuni anni fa, ho avuto modo di intervistare (http://amoreeliberta.blogspot.com/2017/10/europa-e-africa-unite-nella-lotta-conto.html).
E' infatti autore delle brochure “Europa e Africa: unite nella lotta contro il mondialismo !” e “Il cinema sovversivo”, edite entrambe dalla rivista socialista rivoluzionaria “Rébellion” (http://rebellion-sre.fr).
Dany è anche un cineasta e studioso di cinematografia, appassionato in particolare dei capolavori di Pier Paolo Pasolini e di David Lynch.
Proprio per questo il 14 settembre ha presentato a Parigi l'ultimo numero della rivista “Rébellion” dedicato al cinema, in particolare di Kubrick, Kusturica, Ken Loach e David Lynch.
Dany è altresì autore di due interessanti cortometraggi, le cui atmosfere cupe e oniriche ricordano un po' quelle de “I segreti di Twin Peaks”: “Piment” (https://vimeo.com/321061998), che lo vede anche nel ruolo di attore co-protagonista e “Le Diable” (https://vimeo.com/295013244).
Entrambi hanno per protagonista l'affascinante Coralie Garnaud che, assieme a Dany, ho di seguito avuto la possibilità di intervistare.

Luca Bagatin: Che cos'è per te il cinema sovversivo, Dany?
Dany Colin: Il cinema sovversivo è un cinema che, in un mondo che impone costantemente false risposte, vale a dire il mondo dell'ideologia dominante, solleva ancora domande reali. Questo cinema cerca o cerca di accarezzare il conformismo ambientale. Il cinema sovversivo si avvicinerebbe a ciò che il suo carattere industriale cerca di oscurare: la sua dimensione artistica. L'arte come energia di resistenza, nostalgia del tempo immemorabile, è evacuata e pervertita da imperativi ideologici e commerciali in cui il discorso, sia esso militante o pubblicitario, soffoca la proposizione estetica.

Luca Bagatin: I tuoi registi preferiti, se non erro, sono Pasolini e David Lynch. Si può dire che sono stati dei cineasti sovversivi?
Dany Colin: Pasolini e Lynch sono cineasti che mi piacciono molto. Mi hanno influenzato in due modi diversi, perché la loro estetica e le loro parole sono molto diverse. Ciò che potrebbe avvicinarli è il loro carattere poetico (cioè anti-naturalista, che non imita la realtà), e la loro pratica polimorfica dell'arte (Lynch è un regista, musicista, pittore, scultore Pasolini è allo stesso tempo poeta, romanziere, regista, drammaturgo, teorico, giornalista polemista e anche, ed è meno noto, pittore!). Diciamo che Lynch, che ho scoperto per la prima volta, mi ha fatto conoscere il linguaggio filmico in cui l'emozione si dissocia con garbo da un filo narrativo concordato e "intelligibile" per aprire le porte a nuove coscienze, alterata ( il tema della schizofrenia è molto presente in Lost Highway (1997) e Mulholland Drive (2001), ma con la promessa di purezza alla fine del corridoio. David Lynch vuole rompere qualsiasi relazione con lo spettatore che sarebbe infantile, vale a dire dove sarebbe preso per mano per essere guidato verso una moralità o uno stile di vita che è costretto a seguire.
Di Pasolini mi colpisce la combinazione delle sue riflessioni politiche e dei suoi pregiudizi estetici. Lo trovo ugualmente sorprendente nella sua capacità di abiurare ciò che ha precedentemente costruito nel tentativo di creare nuove forme poetico-politiche, non esitando mai ad esporre il suo punto di vista (per realizzare, come comunista, il Vangelo secondo St. Matteo nel 1964 per esempio).
Questi due cineasti sono per me sovversivi, nel senso che sono artisti completi che hanno creato opere-somme, confuse, scandalose (Pasolini ha subito 33 cause legali, Salò o 120 giorni di Sodoma (1975) non è ancora stato digerito), rivoluzionario (la serie Twin Peaks (1989) ha stravolto completamente il modo di scrivere e filmare la soap opera che prefigura tutta l'attuale serie metafisica degli Stati Uniti Netflix). Come il regista russo Andrei Tarkovsky, sono entrambi derisi e ammirati dai giornalisti cinematografici e da altri specialisti d'arte incaricati dal sistema dominante, ma le loro impronte e influenze nel nuovo la generazione è onnipresente.

Luca Bagatin: I tuoi cortometraggi sono piuttosto oscuri. Le atmosfere da horror/trhiller. Di cosa parlano, in sostanza, i tuoi due cortometraggi?
Dany Colin: “Le Diable” è la seconda parte di una mini trilogia ispirata alla mia lettura dei Tarocchi di Marsiglia di Alejandro Jodorowsky. Il primo è intitolato The Bateleur (settembre 2018, Kino Road Movie) e il 3 ° Le Mat (novembre 2018, Kino Anticipation). Ho voluto lavorare per un po' su questo tarocco di cui ogni mappa rileva a mio avviso uno o più fotogrammi narrativi che dovrebbero essere sfruttati. Mi ha anche stimolato il concorso di Lione intitolato "Kino Lyon Challenge", in cui si tratta di realizzare un film della durata massima di 3 minuti su un tema imposto. Pertanto, "il diavolo" (carta n. XV dei Tarocchi) è la risposta alla sfida che Fantasy ha lanciato nell'ottobre 2018. Segue, due mesi dopo, "Chili", una risposta alla sfida Obsession (dicembre 2018) con un vincolo extra (riprese in casa), ma non è stato mantenuto in concorso perché troppo a lungo!
Poi torno a temi e motivi su cui ho lavorato diversi anni fa (colore rosso, acqua, nero / bianco, Africa / Ovest) con in particolare “Ciel rouge pour encre noir” (2012), ma spingendomi a interrogare in base all'evoluzione della mia carriera ideologica e artistica.
E tu, cosa hai capito di questi due cortometraggi?

Luca Bagatin: Direi che in entrambi c'è un sottile richiamo alla lotta panafricana. Potrei sbagliare, ma vedo nella protagonista, Coralie, una sorta di eroina – nel bene o nel male – dell'emancipazione del popolo africano oppresso dall'uomo bianco. Personalmente sono rimasto rapito dal fascino che emanano gli occhi di Coralie. Pur non essendo una attrice professionista, è davvero molto brava. Come mai hai pensato di affidare a lei il ruolo di protagonista dei film ?
Dany Colin: Coralie fa parte di un circolo che ruota attorno alla promozione della cultura africana nella comunità studentesca e associativa di Lione, dove sono stato in grado di tenere lezioni in relazione al mio primo opuscolo "Europa-Africa: stessa lotta contro il globalismo!”, sul quale tu stesso mi hai intervistato qualche anno fa. Mi aveva raccontato, durante un evento, il suo desiderio di recitare in un film, avendo vissuto con divertimento un'esperienza figurativa in un cortometraggio girato da studenti della scuola di cinema CinéFabrique Lyon (il cui regista attuale è il regista mauritano Abderrahmane Sissako). Diversi mesi dopo, dopo la proiezione del primo Kino "Le Bateleur" in un'infrastruttura dedicata alla promozione dei cineasti locali chiamato Ciné-Café Aquarium, il tema del mese successivo, Fantasme, era annunciato alla fine della sera, la vidi mentre tornavo a casa dall'altro lato del treno della metropolitana. Mi dissi che sarebbe stata parte dell'avventura.
Ho sempre fiducia nelle persone che sono guidate dal desiderio sopra ogni altra cosa. Per esperienza, so che ciò riserva sempre belle sorprese (è stato il caso dell'architetto Eugénie Baylac nel cortometraggio Au seuil (2014) che non aveva mai filmato finzione, o Yo Matsudaa, capo operatore di Le Devil and Chili, che fino ad allora era solo musicista e fotografo). Inoltre, nel mio lavoro preferisco la presenza, il carisma e i gesti, e non necessariamente la performance di un attore professionista, essendo io stesso un regista che, fino ad ora, autofinanzia i suoi stessi film.
Il fatto che sia meticcia (franco-camerunese lei, franco-congolese io) mi ha spinto a sviluppare i miei temi ricorrenti in modo diverso. Ad esempio, in “Piment”, è importante specificare che non importa di quali neri si parli (due meticci devoti all'afrocentrismo kemita) né di quali bianchi si parli (anglosassoni appartenenti a circoli umanitaristi).

Luca Bagatin: Tu sei un attivista panafricano e socialista rivoluzionario. Come pensi che la tua arte possa contribuire alla tua battaglia?
Dany Colin: Il mio lavoro di regista e scrittore è sempre stato alimentato dall'attivismo. Inoltre, questa vena altamente politicizzata nel mio lavoro di critico cinematografico mi è stata rimproverata diversi anni fa in una piattaforma post-laurea e ho dovuto lasciare alcune realtà che davano priorità all'ideologia militante rispetto alla scrittura sensibile. Tuttavia, è importante per me sapere come dissociare la mia pratica artistica dalla mia pratica di attivista. L'arte, secondo me, non dovrebbe essere negata per partito preso. Altrimenti, diventa parziale, monca: non rimane integra! I legami tra cinema e ideologia sono molto stretti e do questa tesi in modo sintetico nel mio opuscolo “Il cinema sovversivo”. Ma penso che oggi, indipendentemente dal contesto ultra-ideologico della Francia nel 2019, non è sufficiente accontentarsi di un cinema contro-ideologico, ma con un cinema de-ideologizzato, un prerequisito per la sua elevazione al rango di arte singolare.

Passo successivamente a intervistare Coralie Garnaud.

Luca Bagatin: Di dove sei Coralie ?
Coralie Garnaud: Sono nata, cresciuta e vivo in Francia. Posso anche dire che mia madre è del Camerun.

Luca Bagatin: Come hai conosciuto Dany?
Coralie Garnaud: Ho conosciuto Dany grazie a un amico. Siamo andati insieme a una conferenza che ha tenuto e durante la quale ha spiegato la sua visione del panafricanismo, che avrebbe potuto sostenere durante il suo soggiorno in Guinea. È stato molto istruttivo. In effetti, il panafricanismo deve essere adattato alle realtà del continente africano ed esserne consapevoli ci consente, qui in Occidente, di ripensare alcuni aspetti.

Luca Bagatin: Ti è piaciuto interpretare personaggi oscuri nei cortometraggi di Dany? Perché?
Coralie Garnaud: Sì davvero! In primo luogo, mi piace molto l'universo di Dany, il fatto che spinga lo spettatore a interrogarsi, i simboli e i messaggi che devono essere decifrati; secondo me questo rende lo spettatore più attivo.
E per rispondere alla domanda, penso che sia stato interessante interpretare personaggi del genere perché li capisco, la mia esperienza mi ha persino permesso di provare le emozioni e i risentimenti che Dany voleva mostrare sullo schermo. È sicuramente una specie di terapia che mi permette di esprimermi in un altro modo, di analizzare da un'altra prospettiva e con il senno di poi la storia messa in scena e anche di imparare! Ho imparato molto da queste prime esperienze cinematografiche.

Luca Bagatin: Come ti definiresti una persona?
Coralie Garnaud: Ma è difficile rispondere a questa domanda! Sono comunque una brava persona (ride)

Luca Bagatin: Per il resto, di cosa ti occupi nella vita?
Coralie Garnaud: Sono studentessa in un istituto commerciale ...ciò fa molto meno sognare rispetto al cinema! (ride)

Luca Bagatin: So che Dany è un'attivista panafricano. Sei anche tu impegnata in questa battaglia?
Coralie Garnaud: Non mi considero un'attivista. Tuttavia, sono membro di due associazioni studentesche africane a Lione. Così ho partecipato e organizzato eventi per facilitare la vita di questi studenti in Francia, altri che avevano l'obiettivo di parlare di storia e culture afro-discendenti perché purtroppo ciò è ancora troppo poco conosciuto.
Continuo a pensare che il continente africano dovrebbe cogliere con urgenza la dottrina panafricana, per affrontare meglio le attuali sfide globali e, naturalmente, per migliorare le condizioni dei propri cittadini. Fare fronte comune sarebbe un modo per avere un peso reale rispetto agli altri poteri.
Infine, posso dire che è importante per me dare un'occhiata a ciò che sta accadendo in Camerun - e in Africa in generale - semplicemente perché fa parte di me. Penso che al mio livello posso, per non dire che devo, portare la mia pietra nell'edificio e contribuire all'edificazione del mio altro Paese.

Luca Bagatin

mercoledì 28 agosto 2019

Eduard Limonov: "Accetto tutte le sciocchezze che dicono su di me". Articolo-intervista di Luca Bagatin

In questi anni ho scritto molto a proposito di Eduard Limonov, al secolo Eduard Veniaminovič Savenko, della sua vita e delle sue battaglie e di quelle dei suoi militanti (a questo link un mio articolo biografico su di lui http://amoreeliberta.blogspot.com/2018/05/eduard-limonov-un-dissidente-dalla.html). A tale proposito mi è stato molto utile anche il sito web – in cinque lingue – curato da anni dall'amico José Setien, il quale raccoglie un vero e proprio archivio delle opere e delle imprese letterarie e politiche del Nostro (http://www.tout-sur-limonov.fr/). In proposito, peraltro, ho avuto modo di intervistare José alcuni anni fa (http://amoreeliberta.blogspot.com/2018/06/eduard-limonov-un-dissidente-dalla.html).
Penso che Eduard Limonov sia un personaggio interessante, trasgressivo, senza peli sulla lingua.
In questo periodo il partito nazionalbolscevico “Altra Russia”, da lui fondato e guidato, ha organizzato diverse manifestazioni per il rispetto dei diritti costituzionali e sociali, contro l'oligarchia liberale in Russia e per il rispetto dell'ambiente. Un po' come stanno facendo da mesi, di sabato in sabato, i Gilet Gialli in Francia.
Sino ad oggi non avevo mai pensato di proporgli una intervista. Pensavo mi avrebbe mandato a quel paese. Limonov, come ha avuto modo di dirmi apertamente, infatti, non ama per nulla rispondere alle interviste ed è stato anche grazie alla comune amica Olga Shalina, responsabile del partito di Mosca, che ringrazio e delle cui imprese politiche e sociali ho avuto modo di parlare in un altro articolo (http://amoreeliberta.blogspot.com/2018/10/olga-shalina-paladina-contro-le-torture.html), se sono riuscito a realizzare questa breve intervista.
“Che progetti state portando avanti ?”, chiedo a Limonov. “Che progetti ? Stiamo cercando di fare e costruire un avvenimento eroico”, mi risponde. “Avete contatti con gli altri partiti di opposizione al governo Putin ?” “Non ho nessuna relazione con Kasparov, Kasianov, il KPFR e i vari liberali”.
Lo incalzo, dunque, chiedendogli del suo relativamente recente passato politico.
“Assieme al musicista Egor Letov ed al filosofo Aleksandr Dugin, lei è stato il fondatore del Partito NazionalBolscevico, messo fuorilegge dalla Corte Siprema nel 2007. Come lei ebbe modo di dire, è stato un partito senza politici di professione, basato sulla generazione punk. Un'idea rivoluzionaria e trasgressiva direi !” “Sì, è stato il partito dei ragazzi proletari, appartenenti in particolare al movimento punk. Io sono sempre stato un estremista”, mi risponde lui.
Gli chiedo, quindi, cosa ne pensi dell'attuale relazione fra Europa e Russia, in generale. Lui è molto pessimista e, senza giri di parole, mi risponde: “E' una relazione di merda. L'Europa non è indipendente. E' un vassallo degli USA. Non bisogna intrattenere relazioni con l'Europa”.
Passo quindi a porgli domande sulla sua attività di intellettuale. In Italia, peraltro, di recente, il regista Mimmo Calopresti, ha realizzato un documentario dal titolo “Limonov e Pasolini”, ove lo scrittore russo è stato messo a confronto con il poeta e scrittore friulano. C'è chi, peraltro, l'ha paragonato a Gabriele d'Annunzio. Gli chiedo che cosa ne pensi in merito. Limonov, in realtà, non sembra molto interessato alla cosa. Risponde infatti che accetta tutte le “sciocchezze” che dicono su di lui.
Anche sotto il profilo sentimentale non si sbottona più di tanto. Limonov ha sempre suscitato un certo fascino sul genere femminile. Ha avuto diversi matrimoni alle spalle e relazioni amorose. Purtuttavia, in merito, si limita a rispondere: “Le donne ? Ho una relazione con la stessa donna da dieci anni”.
Una delle cose che spesso mi ha colpito dei suoi romanzi, pressoché tutti biografici, è l'aspetto trasgressivo e a tratti erotico. Gli chiedo che cosa ne pensi dell'erotismo. Mi risponde che lui è semplicemente stato un uomo per tutta la vita. “L'erotismo è letteratura”, afferma.
Azzardo nel chiedergli se attualmente stia lavorando a un nuovo romanzo, se può darmi qualche anticipazione, ma Limonov frena: “Conservo i miei segreti. Non scrivo mai un singolo romanzo. Tutti i miei libri sono saggi o memorie”, mi risponde.
Per concludere, gli chiedo come si definirebbe, lui che è – si potrebbe dire – un personaggio storico, al quale è stato dedicato un romanzo biografico (nel quale ad ogni modo ha sempre affermato con forza che non si riconosce per nulla) - “Limonov” di Emmanuel Carrère – e che, sin dagli Anni '60, ha rappresentato e continua a rappresentare un'epoca di passaggio dal XX al XXI secolo.
La risposta d'effetto del Nostro non si fa attendere: “Mi definisco un piantagrane”.
Ecco che, dunque, Eduard Limonov non mi ha mandato a quel paese. Purtuttavia non ha rinunciato al suo stile caustico, che in effetti non mi ha stupito più di tanto.

Luca Bagatin

domenica 21 luglio 2019

"Alternativa al capitalismo". Conclusa a Roma la festa del Partito Comunista. Articolo di Luca Bagatin

In una Europa e in un'Italia nelle quali, a prevalere, sono le logiche del consumo, del profitto, del grande capitale, della conseguente solitudine e apatia umana, qualche isola felice ancora è rimasta.
E' rimasta, ad esempio, nel quartiere popolare Tiburtino III di Roma, animato dalla festa nazionale del Partito Comunista, che si è tenuta dal 12 al 20 luglio.
Una festa che ha visto protagonisti numerosi giovani del Fronte della Gioventù Comunista; l'attore Pierpaolo Capovilla che ha recitato brani tratti dalle opere di Pasolini; il gruppo musicale Contromano; le Radici nel Cemento; gli Skasso, Enrico Capuano e la Tammuriata Rock e molte altre band.
Una festa che purtroppo, quest'anno, ha subito un grave lutto, con la scomparsa, alcuni giorni fa, di Roberto Piergentili, il quale alla manifestazione ha sempre partecipato con il suo stand di oggettistica storica sovietica (Stalingrad43, Soviet Memorabilia), assieme all'amico Fabrizio. La perdita di Roberto è stata davvero improvvisa e ricordata con uno striscione commemorativo.
Marco Rizzo, Segretario nazionale del Partito, al termine della festa, ha tenuto il suo comizio conclusivo, ricordando, anche a chi scrive, nell'ambito di un successivo breve scambio di battute, che le priorità dei comunisti sono quelle del lavoro, di un'Italia socialista nella quale i lavoratori abbiano la possibilità di partecipare alla gestione delle imprese. L'obiettivo è dunque il superamento del capitalismo, considerato una vera e propria malattia.
Opposizione netta, da parte di Rizzo, a questo governo italiano, che giudica uguale a quello greco di Tsipras, ovvero piegato ai desiderata dell'austera Unione Europea e dei grandi poteri economico finanziari.
Rizzo ha peraltro denunciato il fenomeno dell'immigrazione forzata, causa del capitalismo, e la necessità di sostenere i movimenti panafricani, eredi di grandi leader quali Thomas Sankara e Nelson Mandela.
Oltre a ciò, ha rammentato come i comunisti si pongano in alternativa rispetto al centrodestra e al centrosinistra, i quali difendono l'attuale sistema capitalista, l'Unione Europea e la NATO. I comunisti, oggi, peraltro, rifiutano l'etichetta “di sinistra” e preferiscono prenderne le distanze, attraverso una frase attribuita a Lenin “Siamo comunisti, non siamo di sinistra”, spesso rimarcata da Rizzo in più occasioni.
Il Partito Comunista, come ricordato da Rizzo, fa parte dell'Iniziativa dei Partiti Comunisti e Operai d'Europa, riafferma la sua amicizia e fratellanza al KKE, ovvero al Partito Comunista Greco, oltre che il suo sostegno alle lotte del Partito Comunista della Federazione Russa di Gennady Zjuganov.
Numerose feste del Partito sono previste in tutta Italia nel corso dell'estate.
Il socialismo, dunque, in Italia, sembra non essere scomparso, specie se pensiamo che il PC, alle ultime elezioni europee, è stato l'unico partito – in termini assoluti – ad aver guadagnato voti.

Luca Bagatin


lunedì 15 luglio 2019

Riflessioni beatnik e pasoliniane di Luca Bagatin

Occorre essere sovversivi.
Prima di tutto con noi stessi.
Occorre sovvertire prima di tutto noi stessi.

Il mondo non può essere cambiato. Il cuore umano sì.

Il problema è sempre il potere.
Quel potere che mette tutto in vendita.
Il potere delle corporazioni, delle multinazionali, del privato che corrompe finanche la politica. E distrugge ciò che di buono poteva esserci nel pubblico.
Ecco che allora si fomentano i razzismi, anche attraverso deportazioni di esseri umani.
Viviamo in una sorta di totalitarismo, solo che pensiamo di essere liberi.
Il totalitarismo di oggi è il potere del capitale. È il cuore umano indurito dall'egoismo.
È un totalitarismo dell'anima che sta generando morti.
E tanta disperazione.
Il problema vero sarà quando, alla disperazione, si sostituirà la rassegnazione.
Allora non ci sarà più scampo, per i puri di cuore.



Amo profondamente la conservazione e l'anti modernità, come Kerouac e Pasolini.
Perché il progresso materiale ha distrutto e ucciso ogni forma di spiritualità e interiorità, violandola e piegandola al potere del danaro, del consumo, del controllo dell'essere umano sull'essere umano.
Come Kerouac e Pasolini amo profondamente l'eresia, che è la libertà della purezza del cuore. Liberato dalla materia.



venerdì 17 maggio 2019

"Limonov e Pasolini": un docu-film di Mimmo Calopresti sulla vita di Eduard Limonov. Articolo di Luca Bagatin

“Limonov e Pasolini”, questo il titolo del docu-film di Mimmo Calopresti - regista celebre per i suoi film e documentari di carattere sociale - che sarà proiettato oggi 17 maggio alle ore 19.00, presso il Nuovo Cinema Aquila di Roma.
Limonov, celebre scrittore, attivista e rivoluzionario russo, si racconta e lo fa visitando i luoghi simbolo della Roma di Pasolini, nell'ambito del tour di presentazione del suo romanzo autobiografico “Zona industriale”, edito da Sandro Teti, che si tenne esattamente un anno fa.
Eduard Limonov, al secolo Eduard Veniaminovich Savenko è un personaggio che, con Pasolini, ha dei forti punti di contatto. Egli stesso afferma: “Secondo me è possibile, con una lieve forzatura, paragonare la mia vita a quella di Pasolini: un uomo-scandalo, una persona di grande talento che veniva accusata continuamente di tutti i peccati possibili, non importa se fossero veri o falsi”.
Limonov ha sempre dato scandalo o, meglio, “scandalo”. Lo ha fatto nella sua Russia, dissidente da sempre, e in giro per il mondo. Sin dagli Anni '60/70 quando fu vagabondo e poi maggiordomo di un miliardario di New York; lo ha fatto negli Anni '80, quando fu scrittore bohémien a Parigi; e lo ha fatto ancora negli Anni '90, quando fu combattente nella guerra di Transnistria (in sua difesa) e in quella dell'ex Jugoslavia, dalla parte dei serbi. Per poi tornare in Russia e qui fondare il Partito NazionalBolscevico (PNB), assieme al filosofo Aleksandr Dugin e al chitarrista Egor Letov, aggregando i giovani delle periferie russe, delusi dal crollo dell'URSS e dall'avvento del capitalismo assoluto. Aggregando quelle generazioni “perdute”, gli emarginati, i punk, i dissidenti, i libertari, alle quali si rivolgeva anche Pasolini e dando loro una bandiera, contro il consumismo, contro l'omologazione, contro la decadenza liberale.
Giovani nazionalboscevichi capaci di occupare – goliardicamente - persino le sedi del Potere e che Anna Politkovskaja difenderà a spada tratta e definirà: "giovani coraggiosi, puliti, gli unici o quasi che permettono di guardare con fiducia all'avvenire morale del Paese".
Congresso di “Altra Russia”. Fra i molti attivisti, al centro, seduto, Eduard Limonov
Giovani che, ancora oggi, seguono Limonov nel suo partito nazionalbolscevico “Altra Russia”, sorto dopo lo scioglimento del PNB voluto dal governo liberale di Putin. Partito che ancora oggi non viene riconosciuto, dal Potere, come movimento che può presentarsi alle elezioni (l'ultima giustificazione pare sia stata una fantomatica mancanza di documentazione o di firme). Ma composto di attivisti che lottano in Donbass contro l'autoritarismo del governo ucraino e che lottano in patria per una Russia diversa, socialista, e in diverse manifestazioni lo fanno marciando assieme ai comunisti del KPFR e agli attivisti del Fronte di Sinistra.
Limonov, oggi 76 enne, il quale si fece ben due anni di carcere con l'accusa di un inesistente traffico di armi, si definisce un nazionalista moderato, un socialista “dalla linea dura”, un anticapitalista capace di unire i valori della destra patriottica e della sinistra sociale tipici del Socialismo Russo, che è poi il miglior socialismo originario europeo dell'Ottocento: quello del populismo russo del XIX secolo, quello di Pierre Leroux, di Marx, Engels, Bakunin, Proudhon di cui parlano scrittori queli Michéa e De Benoist.
Egli va molto fiero di essere un "dissidente dalla parte dei ribelli e dei deboli" e di aver creato “un partito senza politici di professione. Ma basato sulla Punk Generation” e, dopo ben 25 anni di assenza, ha rivisitato Parigi alcuni giorni fa, al fine di esprimere il suo sostegno alla lotta civile e sociale dei Gilet Gialli.
L'omaggio che Mimmo Calopresti fa a questo grande scrittore e attivista contemporaneo è dunque di inestimabile valore civile, artistico e politico.
Una ventata di aria sana in un'Europa – per citare Limonov medesimo – in “crisi di coscienza” in quanto, egli afferma, “L'Europa sta uccidendo i paesi dissidenti, i diversi paesi, i diversi uomini”.
Pensiamo alla Siria, ma, ancor più, al Venezuela socialista, che questa Europa sanziona e non riconosce.
Anche a Limonov e Pasolini, oltre che a molte altre figure del socialismo e del libertarismo, fra l'altro, saranno dedicati dei capitoli del mio prossimo saggio “Amore e Libertà – Manifesto per la Civiltà dell'Amore”.

Luca Bagatin