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lunedì 13 luglio 2026

Capire il presente attraverso il passato: la Russia post-sovietica e le origini della crisi tra Russia e Occidente. Articolo di Luca Bagatin

 

Il modo migliore per comprendere il presente è studiare il passato.

E, senza tornare alla disgregazione dell'Unione Sovietica, avvenuta per ragioni sia interne che esterne e molto favorita da un Occidente liberale, ma molto poco democratico, non si può comprendere ciò che sta accadendo, oggi, nell'Est europeo.

Devo dire che sono riuscito a reperire, in lingua italiana, solamente due saggi, che parlano di quel periodo, ovvero della Russia post-sovietica: “La Russia di Eltsin” di Antonio Rubbi (Editori Riuniti) e “La Russia post-sovietica” di Roj Medvedev (edito da Einaudi).

Li ho reperiti online, su ebay, praticamente nuovi e ancora incellofanati, anche se risultano, da anni, fuori catalogo. Il che, peraltro, da bibliofilo e ricercatore di saggi e libri di vario genere, mi ha fatto pensare e chiedere: quante copie di questi due libri, editi entrambi nel 2002, saranno effettivamente state distribuite?

Entrambi i saggi sono molto interessanti e meriterebbero di essere non solo conosciuti, ma soprattutto ripubblicati.

Perché spiegano le origini del presente. Un presente molto poco conosciuto dal lettore/cittadino medio “occidentale”, per così dire.

Nel saggio di Antonio Rubbi, a pagina 259, si parla dell'allargamento ad Est della NATO, fortemente voluta – nel 1992-93 - dagli USA guidati da Bill Clinton. Una decisione che trovò contrari molti membri del Congresso statunitense e di vari Paesi europei, visto che non era giustificata da nulla, poiché la NATO era sorta nel 1949 per contenere una minaccia sovietica che, ormai, non esisteva più.

Nel saggio di Rubbi, a pagina 260, si fa riferimento a un articolo del Corriere della Sera, a firma Enrico Iacchia, nel quale si evidenziava come l'idea di spostare i confini della NATO alle frontiere della Russia, potesse essere molto pericolosa. Nell'articolo, riportato da Rubbi, vi è scritto: “Fate entrare la Polonia e immediatamente si porrà la questione dell'Ucraina. E se si fa entrare l'Ucraina – come vorrebbe Brzezinski – si può tener fuori la Russia?”.

Nel saggio si riporta anche il testo della lettera scritta da 18 diplomatici statunitensi, quasi tutti ex ambasciatori a Mosca o in altre capitali dell'Est europeo, inviata al sottosegretario agli esteri Talbott.

In essa, fra le altre cose, è scritto: “Siamo preoccupati per le potenziali conseguenze della politica del governo che promette di estendere la NATO alla Repubblica Ceca, all'Ungheria e alla Polonia. Secondo noi questo indirizzo rischia di danneggiare la vitalità a lungo termine della NATO, di esacerbare in misura considerevole l'instabilità già oggi esistente nella zona che sta fra la Germania e la Russia e di convincere i russi che gli Stati Uniti e l'occidente tentano di isolarli, accerchiarli e subordinarli, piuttosto che di integrarli in un sistema di sicurezza collettiva in Europa”.

Tra i firmatari, riporta Rubbi nel suo saggio, Paul Nitze, Sam Nunn e Bill Bradley. Tutti ex ambasciatori di alto rango all'epoca. Nel saggio è riportata anche la dichiarazione dell'ex ambasciatore a Mosca, George Kennan, relativamente all'espansione della NATO ad Est: “l'errore più fatale della politica americana nell'intera era post guerra fredda”.

Ecco come, gli errori di allora, vengono pagati oggi. E non per colpa dei “cattivi russi” o dei “putiniani”, ma di cattive scelte fatte all'epoca, che ancora oggi vengono tanto ignorate quanto non approfondite.

Molto interessante e approfondito il saggio dello storico Roj Medvevev, già comunista dissidente espulso dal Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS) da Breznev e reintegrato da Gorbaciov, oltre che co-Presidente del Partito Socialista dei Lavoratori, fondato nel 1991 e di orientamento socialista democratico (e avente per simbolo un garofano rosso e una falce e martello, infondo non così diverso dal Partito Socialista Italiano degli Anni '80).

Nel suo “La Russia post-sovietica – Un viaggio nell'era Eltsin”, in Italia pubblicato nel 2002 da Einaudi, Medvedev illustra tutta la politica della Russia a partire da quando, nel 1990, Boris Eltsin, fu eletto Presidente del Soviet Supremo e successivamente Presidente della Federazione Russa e, con lui, salirono al potere una cricca di soggetti ultra-liberali quali Barbulis, Cubajs, Gajdar e altri.

Egor Gajdar, in particolare, fu giovane economista che, come spiega il saggio, non aveva alcuna esperienza nell'industria e nell'amministrazione. Cresciuto in una famiglia benestante egli – se in gioventù sostenne il socialismo di mercato – ben presto divenne il massimo promotore della liberalizzazione e deregolamentazione economica più assoluta.

Gajdar, nominato Primo Ministro da Eltsin, fu il fautore della cosiddetta “terapia d'urto” o “shockterapia”, che trasformò la Russia da realtà a economia socialista pianificata, a terra di nessuno, attuando una liberalizzazione selvaggia che nessun Paese capitalista aveva mai attuato in quel modo.

E fu così che, fra liberalizzazione dei prezzi e cessione – attraverso “vaucher” - del patrimonio pubblico per pochi rubli, la Russia sprofonderà in una crisi economica senza precedenti.

La terapia di Gajdar, sostenuta da Eltsin, trovò, come da copione, l'approvazione piena del Fondo Monetario Internazionale e degli “esperti” occidentali. Ben felici di veder sprofondare la Russia nella crisi più nera.

Come spiega Medvedev “Nel primo trimestre del 1992 i prezzi, lasciati “fluttuare liberamente”, aumentarono dell'800-900% (…). I salari, invece, nel primo trimestre si limitarono a raddoppiare”.

Egli spiega anche che, conseguentemente, vi fu una diminuzione della produttività del lavoro e un aumento di tutti i costi di produzione.

Tutto ciò costrinse la popolazione a vendere, in piazza, qualsiasi cosa, creando giganteschi bazar, per tentare di sopravvivere.

Colui il quale iniziò a protestare e ad alzare la voce per primo contro il governo Eltsin-Gajdar fu Aleksandr Ruckoj, Vicepresidente della Federazione Russa e leader dei Comunisti per la Democrazia.

Egli, peraltro, fu successivamente uno dei leader del cosiddetto Fronte di Salvezza Nazionale, che comprendeva vari movimenti di ispirazione comunista, socialista, patriottica, nazionalista, che si opponeva alle contro-riforme di Eltsin e puntava a ricostituire l'Unione Sovietica, attraverso riforme di matrice socialista democratica e patriottica.

Altra personalità di spicco degli oppositori alle contro-riforme di Eltsin fu il Presidente del Soviet Supremo, Ruslan Khasbulatov.

Il prof. Khasbulatov, fu un economista inizialmente sostenitore del nuovo corso eltsiniano, quando questo sembrava promuovere una forma di socialismo democratico e di mercato, ma, resosi conto che Eltsin stava, diversamente, portando avanti una squadra e un'agenda di ultra liberisti, divenne immediatamente un loro oppositore.

E' molto interessante l'appunto di Roj Medvedev, a pagina 86, in cui sottolinea come Khasbulatov e molti altri leader di quella che nel 1989 veniva chiamata “opposizione democratica” non erano affatto dei liberali e men che meno dei liberisti. Costoro, infatti, recuperando il vecchio slogan “Tutto il potere ai Soviet”, inneggiavano sì alla fine del monopolio del PCUS, ma anche al socialismo democratico.

Fra i loro slogan, ricorda Medvedev: “Potere al popolo”; “Le fabbriche ai collettivi di lavoro”; “La terra ai contadini”; “La proprietà a tutti”.

Molti di costoro si ritrovarono, nel 1990, eletti al Congresso dei deputati del popolo, ma mai avrebbero immaginato che Eltsin – che all'epoca si definiva “radicale di sinistra” e a volte “socialdemocratico” (ma mai liberale) e la sua cricca avessero deciso di distruggere la Russia dall'interno, liberalizzando ogni cosa e tradendo ogni ideale socialista democratico.

Medvedev spiega come l'ideologo di Eltsin fosse Gennady Barbulis, il quale parlava di “libertà dell'individuo” da ottenersi anche a scapito della giustizia sociale. E, sulla base di questo assunto, saranno introdotte le contro-riforme del duo Eltsin-Gajdar.

A pagina 92, Roj Medvedev riporta le interessanti dichiarazioni/ammissioni dell'economista statunitense Jeffrey Sachs, che all'epoca ricoprì il ruolo di consulente economico del governo Eltsin: “Quando abbiamo intrapreso le riforme ci sentivamo come dottori chiamati al capezzale di un malato. Ma quando abbiamo messo il paziente sul tavolo operatorio e lo abbiamo aperto, ci siamo accorti che la sua struttura anatomica e i suoi organi interni erano di un tipo tutto particolare, che non avevamo mai incontrato nelle scuole di medicina”.

Si pretendeva, insomma, di introdurre il liberal capitalismo selvaggio in una realtà come la Russia, ad essa totalmente estraneo.

Sachs lo comprese. Tardi, ma lo comprese. Eltsin e la sua cricca, no. E infatti continuarono a premere l'acceleratore sulle contro-riforme, dettagliatamente spiegate nel saggio di Medvedev, con tanto di conseguenze nefaste sia per la popolazione russa che per le casse dello Stato.

Tutto ciò, naturalmente, favorirà il proliferare di oligarchi senza scrupoli e mafie di ogni genere.

Medvedev spiega molto bene un evento cruciale della Storia di quegli anni, ovvero la cosiddetta Crisi costituzionale russa del 1993.

Egli racconta come, nell'estate del 1993, la tensione salì alle stelle e Ruckoj e Khasbulatov erano diventati ormai i leader dell'opposizione e guidarono l'opposizione di sinistra al grido “Tutto il potere ai Soviet”.

Eltsin, come spiega Medvedev, da tempo si stava preparando ad abolire il Parlamento esistente, perché gli era di ostacolo alle sue “riforme”. Egli, con il famoso decreto 1400 del 21 settembre 1993, dichiarò – in modo incostituzionale - sciolto il Soviet Supremo e il Congresso dei deputati del popolo.

Con tale atto, Eltsin decadde da Presidente e, secondo la Costituzione, gli sarebbe dovuto succedere il Vicepresidente, ovvero Ruckoj, il quale cominciò ad adempiere ai suoi primi atti da Presidente.

La Corte costituzionale, peraltro, dichiarò incostituzionale il decreto 1400.

Fu così che Ruckoj, Khasbulatov, numerosi cittadini russi e una parte delle forze armate iniziarono a difendere la Casa Bianca, ovvero la sede del Parlamento, dai commandos inviati il 3 e 4 ottobre da Eltsin a bombardarlo, con i deputati chiusi all'interno.

I grandi media, nel frattempo, sostenevano Eltsin, il quale peraltro cercò di corrompere vari deputati, in modo che passassero dalla sua parte.

Il golpe di Eltsin, purtroppo, ebbe successo. Ruckoj e gli altri dovettero arrendersi e furono arrestati. Numerose le vittime sul campo. Una ferita profonda per una democrazia mai nata, nella Russia di quegli anni.

Roj Medvedev racconta, nel suo saggio, che gli uomini dell'OMON e della polizia pestarono a sangue i deputati che avevano osato ribellarsi al regime eltsiniano. A quel regime osannato dai soliti ipocriti Stati Uniti d'America e dalla Comunità Economica Europea.

Nuove elezioni parlamentari, ad ogni modo, saranno indette nel 1993 e con una nuova legge elettorale.

Fra i partiti sostenitori del regime di Eltsin, Scelta della Russia di Gajdar, il quale prese appena il 12% dei voti e il Partito dell'Unità e Concordia Russa che prese il 7%.

Il vincitore fu il Partito Liberal Democratico di Žirinovskij, con il 22%. Partito nazionalista e spesso compromissorio con il governo di Eltsin. Un buon risultato lo ottenne anche il Partito Comunista della Federazione Russa che ottenne, come ricorda Medvedev, il 14% e il 9% lo ottenne il Partito Agrario, altro partito con posizioni social-comuniste.

Eltsin comunque, che non aveva un partito alle spalle, continuò a governare facendosi forte dell'apparato burocratico che, come sottolinea Medvedev, era ancora più forte e presente rispetto all'era sovietica.

Ne “La Russia post-sovietica”, Roj Medvedev, prosegue nello spiegare tutti i processi di ulteriore liberalizzazione e privatizzazione selvaggia del regime di Eltsin, che sarebbe qui molto lungo descrivere. Egli entra nel merito delle scellerate scelte di soggetti come Čubajs e Černomyrdin, profondamente detestati dalla popolazione russa e che ancora oggi li ricorda con disprezzo.

Scelte che portarono alla svendita del patrimonio pubblico sovietico e alla de-industrializzazione del Paese. Senza alcun beneficio per lo Stato, ma unicamente per il tornaconto di pochi oligarchi senza scrupoli.

E' storia nota. Ma che andrebbe approfondita e studiata.

Nel saggio un intero capitolo è dedicato al leader del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF), Gennady Zjuganov. Che, ancora oggi, guida quel partito, che è il maggior partito di opposizione.

Medvedev ricorda il successo della sinistra russa alle elezioni parlamentari del 1995 e, in particolare, l'affermazione del KPRF, che prese il 22%, diventando il primo partito.

Egli racconta di come Zjuganov sia persona non molto carismatica, ma capace di ascoltare il prossimo ed ha una visione che unisce idee socialiste a prospettive nazional-patriottiche. Egli, in sostanza, promuove un socialismo democratico – non totalitario come quello ai tempi della vecchia URSS - capace di unire giustizia sociale a sovranità nazionale e vorrebbe la ricostituzione geopolitica dell'Unione Sovietica, quale stato forte nel quale convivevano, armonicamente e nel socialismo, nazionalità diverse. E che si contrapponga all'egemonia Occidentale a guida statunitense che, secondo Zjuganov, mira ad eliminare la Russia dalla scena storica.

Ed è con questo programma che Zjuganov si presenterà alle Presidenziali del 1996 contro Eltsin, sconfitto dai brogli di quest'ultimo. Ma questa è un'altra storia ancora.

Il saggio di Roj Medvedev prosegue ancora, fino alla scelta di Eltsin di proporre un allora sconosciuto Vladimir Putin quale candidato alle Presidenziali del 2000.

Il resto è forse storia nota.

Qui ho cercato, attraverso questi preziosi saggi, di ricostruire una Storia, come scrivevo, poco conosciuta. Volutamente distorta, dalla propaganda liberale e mainstream.

Una Storia, quella della Russia post-sovietica che è storia attuale, di questi ultimi anni, di questi ultimi giorni.

E che va letta e affrontata senza pregiudizi, senza russofobia, senza le lenti di un liberal capitalismo che tutto ha messo in vendita. Anche le menti, che ormai, stanno sempre più smettendo di pensare, in modo aperto, in modo libero, in modo scevro da una propaganda anti-storica e fuori dalla realtà.

Luca Bagatin

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lunedì 31 gennaio 2022

Crisi Ucraina. Intervengono i comunisti russi. Articolo di Luca Bagatin

Relativamente alla crisi in Ucraina è intervenuto Gennady Zjuganov, leader del Partito Comunista della Federazione Russa, maggior partito di opposizione alla Duma, Parlamento russo.

Come si legge nel sito ufficiale del partito, Zjuganov denuncia le provocazioni statunitensi contro la Russia, ricordando come, nella Storia, la Russia abbia sempre respinto ogni avversario, a cominciare dai nazifascisti, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Riferendosi agli USA, Zjuganov ha fatto presente come questi “in termini di provocazioni e guerra ibrida, sono artigiani molto abili che sanno come minare la stabilità in altri Paesi”.

Allo stesso tempo, Zjuganov, denuncia l'azione del governo russo guidato da Putin, che ha ridotto la spesa pubblica in ogni settore sociale, da quello per la ricerca scientifica, l'istruzione pubblica, sino al settore sanitario. Ovvero il governo ha favorito unicamente l'oligarchia e le classi sociali più ricche, che in Russia continuano ad arricchirsi.

La guerra ibrida e le sanzioni degli USA e dei loro alleati, contro la Russia, dunque, secondo Zjuganov, non fanno che peggiorare ulteriormente le condizioni dei cittadini russi.

Zjuganov e i comunisti russi, dunque, rilanciano la proposta di riconoscimento ufficiale delle Repubbliche Popolari antifasciste di Donetsk e Lugansk, non riconosciute affatto dal governo russo. Zjuganov ritiene che questo riconoscimento può assicurare la protezione dei 600.000 cittadini russi presenti nel Donbass e prevenire ogni conflitto.

La linea dei comunisti russi è dunque quella di proteggere il mondo russo post-sovietico, in Ucraina come in Kazakistan, passando per ogni Repubblica ex sovietica.

Della stessa linea anche il partito nazionalbolscevico “L'Altra Russia di Eduard Limonov”, il cui fondatore, lo scrittore Eduard Limonov, fu il primo, alla fine degli Anni '90, a sostenere tale tesi.

Una tesi che, in realtà, il governo liberal-capitalista autoritario di Putin, non ha mai voluto realmente prendere in considerazione, esattamente come non aveva voluto farlo il suo predecessore, Boris Eltsin, che ha fortemente contribuito, invece, allo smembramento dell'URSS e all'impoverimento economico e sociale del popolo russo.

Luca Bagatin

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giovedì 25 novembre 2021

Russia. Zjuganov, leader comunista dell'opposizione, denuncia il governo per la cattiva gestione della pandemia. Articolo di Luca Bagatin

Il Presidente del Comitato Centrale del Partito Comunista della Federazione Russa, Gennady Zjuganov, leader del maggior partito di opposizione russo alla Duma, è intervenuto, nei giorni scorsi, in conferenza stampa, relativamente alla disastrosa situazione sanitaria in Russia.

Zjuganov, la cui formazione è scientifica, essendosi occupato di radiologia, chimica e biologia, oltre che militare, ha dichiarato innanzitutto di essere favorevole alla campagna di vaccinazioni per sconfiggere il Covid19.

Il leader comunista ha paragonato tale lotta ai sacrifici del Paese durante la Grande Guerra Patriottica, per combattere il nazifascismo.

Zjuganov si è detto, inoltre, profondamente rammaricato per aver perduto ben due deputati comunisti, deceduti a causa della pandemia e si è detto orgoglioso di essersi vaccinato tre volte.

Egli ha ricordato come l'Unione Sovietica avesse la migliore istruzione, scienza e sistema sanitario al mondo, ma come tutto questo sia stato distrutto con l'avvento, nel 1991, del capitalismo assoluto imposto da Eltsin.

E come oggi, con Putin, la situazione sia persino peggiorata.

Ora non c'è nessun ospedale regionale. Tutto è stato distrutto. È peggio che dopo l'attacco nucleare”, ha sottolineato Zjuganov.

Zjuganov ha dunque rilanciato il programma del Partito Comunista, intitolato “Dieci passi per una vita dignitosa”, fondato su nazionalizzazioni e restituzione dei settori chiave dell'economia al popolo; salario minimo di almeno 25 rubli; sistema fiscale e pensionistico equo e servizi pubblici e sanitari efficienti.

Relativamente al settore socio-sanitario, in particolare, Zjuganov ha puntato il dito contro il governo, che ha attuato tagli per ben 670 miliardi.

E proprio questo, sostiene Zjuganov, è la causa primaria delle morti da Covid19 in Russia (in particolare laddove manca persino l'ossigeno per i pazienti), che oggi si trova in “zona rossa”.

Zjuganov ha proposto, dunque, di spendere il 7% del budget pubblico in assistenza sanitaria, strutture mediche, nonché raddoppio degli stipendi del personale medico e ospedaliero.

Zjuganov ha concluso il suo discorso denunciando la corruzione politica del partito di governo - “Russia Unita” - e la pessima gestione economico-finanziaria del Paese.

Luca Bagatin

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lunedì 20 settembre 2021

Elezioni Russia. Crolla il partito di Putin, crescono i comunisti, stabili i social-patriottici. Disfatta di Zhirinovsky. Articolo di Luca Bagatin

Si è votato dal 17 al 19 settembre, per il rinnovo della Duma di Stato, ovvero il Parlamento russo.

Il primo dato è l'affluenza: 45,15%. Più bassa rispetto a quella del 2016, che è stata del 47,88%.

Al momento in cui scriviamo, lo spoglio delle schede ha superato il 98% e i risultati possono dirsi pressoché definitivi.

Il primo dato è il crollo del partito di governo, il liberal-conservatore putiniano “Russia Unita”, fermo al 49,8%, registrando quasi il 4,5% in meno rispetto alla scorsa tornata elettorale legislativa.

Il secondo dato è la crescita del Partito Comunista della Federazione Russa di Gennady Zjuganov che, con il 19,05%, cresce di quasi 6 punti percentuali rispetto al 2016.

Tali dati individuano nelle politiche di macelleria sociale attuate dal governo Putin il crollo dei voti di “Russia Unita” e l'aumento dei voti comunisti, nonostante ai comunisti di Zjuganov siano spesso stati messi i bastoni fra le ruote, con arresti di deputati, vessazioni e impedimento di candidare loro esponenti di punta (come ad esempio Pavel Grudinin).

Ha pagato anche la strategia di Zjuganov di raggruppare ben 56 partiti di sinistra patriottica e di farne confluire i voti.

A seguire, la formazione nazional-centrista Partito LiberalDemocratico di Vladimir Zhirinovsky, che ottiene il 7,48%, subendo un tracollo che le ha fatto perdere oltre il 5,5% dei voti rispetto al 2016.

Si mantiene stabile, ma senza sfondare, il partito socialista patriottico “Russia Giusta – Patrioti – Per la Verità”, che, con il 7,4% guadagna mezzo punto percentuale rispetto alla sola “Russia Giusta” presentatasi nel 2016. Non improbabile, peraltro, che in Parlamento, tale raggruppamento possa formare un gruppo parlamentare unito al Partito Comunista della Federazione Russa, costituendo così il più grande partito di opposizione alla Duma.

Ultimo fra i partiti che saranno rappresentati alla Duma, avendo superato lo sbarramento del 5% previsto dalla legge, è la nuova formazione “Nuovo Popolo”, partito liberale di centrodestra pro-Putin, che pare essere stato costituito dal governo per attirare voti da parte dei sostenitori di Aleksei Navalny. Tale nuova formazione ha ottenuto il 5,36% dei consensi.

Il Partito dei Pensionati ottiene invece il 2,48%; il liberale di centrosinistra Yabloko l'1,31%; i Comunisti di Russia di Maxim Suraykin l'1,28%; i Verdi lo 0,91%; il partito patriottico “Rodina” lo 0,77%; il Partito Russo per la Libertà e la Giustizia lo 0,76%; Alternativa Verde lo 0,63; il Partito della Crescita lo 0,47% e Piattaforma Civica lo 0,15%.

Nel collegi uninominali, il partito “Russia Unita” sta conquistando l'88% dei seggi (199 seggi); il Partito Comunista della Federazione Russa il 4,45% (9 seggi); “Russia Giusta – Patrioti – Per la Verità” il 3,56% (8 seggi); il Partito LiberalDemocratico; Rodina; il Partito della Crescita e Piattafotma Civica, stanno invece conquistando 1 seggio ciascuno. Mentre i candidati indipendenti stanno ottenendo 5 seggi.

I militanti del partito nazionalbolscevico “L'Altra Russia di Eduard Limonov”, ai quali è stato impedito, per l'ennesima volta, di partecipare alle elezioni, hanno manifestato fuori da numerosi seggi elettorali, con cartelli di protesta, proclamando l'illegittimità delle elezioni e dichiarando che “le uniche elezioni oneste ci saranno solo dopo la rivoluzione”. Avevano invitato, così, all'astensione di massa.

Le autorità hanno altresì impedito la partecipazione alle elezioni anche del partito di centrodestra di Aleksei Navalny e del Partito Libertario.

Luca Bagatin

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venerdì 7 maggio 2021

Russia. I comunisti chiedono la scarcerazione di Nikolay Platoshkin, leader di "Per un Nuovo Socialismo". Articolo di Luca Bagatin

Nikolay Platoshkin è uno Storico russo, ex dipendente del Ministero degli Affari Esteri.

Oltre che leader del movimento di opposizione al governo liberal-conservatore di Putin “Per un Nuovo Socialismo”.

Platoshkin, dal giugno 2020, è accusato – dalle autorità del suo Paese - di aver fomentato rivolte di piazza – anche attraverso il suo canale YouTube, che vanta circa 595.000 iscritti - ed è attualmente ancora agli arresti domiciliari.

In sua difesa si sono levate – nei giorni scorsi - le proteste dei deputati del Partito Comunista della Federazione Russa, i quali hanno affermato, in un comunicato, che “Le accuse non reggono, visto che non c'è stata una sola azione di protesta, per non parlare di alcuna violazione della sicurezza pubblica o danni alla proprietà. I tentativi di etichettare l'ex diplomatico come un estremista di Youtube sono ancora più ridicoli. Il Paese si pronuncia apertamente contro il procedimento penale illegale, definendo il caso contro di lui apertamente politico e l'imputato stesso un prigioniero di coscienza. Deputati e personaggi pubblici hanno chiesto e continuano a chiedere l'immediato rilascio di Platoshkin”.

I parlamentari comunisti ritengono che il “caso Platoshkin” sia l'ennesimo atto di persecuzione politica contro i rappresentanti del Partito Comunista della Federazione Russa.

Nikolai Platoshkin, classe 1965, ha fondato, nel 2019, il movimento politico "Per un Nuovo Socialismo", che intende ripristinare in Russia una forma di socialismo rinnovato, attraverso mezzi legali e pacifici, mantenendo forme di proprietà privata, nazionalizzando i settori chiave dell'economia e promuovendo la libertà di parola e di associazione.

Nel 2019 Platoshkin è stato candidato dal Partito Comunista della Federazione Russa a deputato alle elezioni supplettive alla Duma di Stato (Parlamento russo), nel Territorio di Khabarovsk, pur sconfitto dal candidato del Partito Liberal Democratico di Zhirinovsky, arrivando secondo e conquistando il 24,5% dei consensi. La sua campagna elettorale ha ad ogni modo impressionato positivamente persino Zhirinovksy.

Anche il Memorial Human Rights Center e Amnesty International hanno riconosciuto a Nikolay Platoshkin lo status di prigioniero di coscienza e, per la sua scarcerazione, si sono espressi anche i nazionalbolscevichi de “L'Altra Russia di Eduard Limonov”, con dei picchetti dimostrativi nella città di Vologda.

Luca Bagatin

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giovedì 29 aprile 2021

Russia. Il Partito Comunista Operaio Russo elegge il suo nuovo Primo Segretario. Articolo di Luca Bagatin

Tempo di Congressi, in Russia, per i partiti della sinistra patriottica, in opposizione al governo liberal conservatore autoritario di Putin, anche in vista delle elezioni dell'autunno prossimo.

Dopo i Congressi dei Comunisti di Russia (CPKR), del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF) e dei nazionalbolscevichi de L'Altra Russia di Eduard Limonov, anche il Partito Comunista Operaio Russo (RCWP-PCUS) ha tenuto il suo XII Congresso, a Mosca.

Primo Segretario del partito è stato eletto Stepan S. Malentsov, che va a sostituire Viktor Tyulkin.

Malentsov, classe 1962, è ingegnere meccanico, oltre che sindacalista di lunga data.

Al Congresso, che si è tenuto il 24 e 25 aprile, presso il museo Gorki Leninskye di Mosca, hanno preso parte 102 delegati di 47 realtà territoriali del partito e non sono mancate discussioni accese.

Il Partito Comunista Operaio Russo, fondato nel 1999 ha, come obiettivo, quello di ristabilire il socialismo e ricostituire l'URSS. E' di stretta ortodossia marxista-leninista ed è critico sia nei confronti delle elezioni borghesi, sia nei confronti del Partito Comunista della Federazione Russa, che considera revisionista, moderato e riformista.

Conta, in Russia, oltre 50.000 iscritti e pubblica due organi d'informazione: “Russia dei Lavoratori” e “Unione Sovietica”.

Nel 2010 prese parte alla fondazione della coalizione Fronte Unito del Lavoro, assieme all'Avanguardia della Gioventù Rossa e al Fronte di Sinistra. La coalizione, ad ogni modo, è stata dissolta dalla Corte Suprema russa su richiesta del Ministero della Giustizia, nel 2020, nonostante non le sia mai stato permesso – con vari pretesti - di essere presente alle elezioni (esattamente come accaduto ai nazionalbolscevichi di Limonov).

Luca Bagatin

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lunedì 5 aprile 2021

Russia. Attivisti de "L'Altra Russia di Eduard Limonov" dispiegano uno striscione davanti al Ministero degli Esteri. Articolo di Luca Bagatin

Attivisti del partito nazionalbolscevico “L'Altra Russia di Eduard Limonov”, il 5 aprile, presso la sede del Ministero degli Esteri di Mosca, hanno dispiegato uno striscione con la scritta “Unire il mondo russo !”.

L'azione si è tenuta in occasione della “Giornata della Nazione Russa”, che ricorda la vittoria dell'Eroe nazionale russo Aleksandr Nevskij (1220 - 1263), il quale - durante la cosiddetta “Battaglia del lago ghiacciato” - sconfisse, il 5 aprile 1242, l'esercito dell'Ordine dei Cavalieri Teutoni, affiancata alla cavalleria danese e levone.

Gli attivisti nazionalbolscevichi, prima di essere arrestati dalle autorità, hanno altresì distribuito volantini, denunciando la politica del Ministero degli Affari Esteri russo nello spazio post-sovietico.

Invece di difendere gli interessi della Russia, difendendo i diritti di milioni di russi che vivono nelle ex Repubbliche Sovietiche” - si legge nel volantino, riportato anche nel sito web del partito - “assistiamo a ridicoli tentativi di “fare amicizia” con regimi multivettoriali o apertamente ostili”.

Ed ancora: “Il Ministero degli Esteri russo deve smetterla di comportarsi come uno struzzo con la testa nella sabbia. La Russia non ha molti amici, ma includono non solo l'esercito e la marina. La Repubblica Popolare di Donetsk, la Repubblica Popolare di Lugansk, l'Abkhazia, l'Ossezia meridionale, la Transnistria, il Nagorno-Karabakh. Tutte queste repubbliche non riconosciute vogliono far parte della Russia e dovrebbero entrare a far parte del nostro Paese, sull'esempio della Crimea”, recita ancora il volantino.

In questi giorni, gli attivisti del partito “L'Altra Russia di Eduard Limonov”, stanno tenendo anche incontri aperti al pubblico, in vista di un congresso organizzativo, alla fine di aprile, per iniziare a presentare liste elettorali alle elezioni del 19 settembre, per il rinnovo della Duma, il Parlamento russo.

“L'Altra Russia di Eduard Limonov”, in alcune realtà locali, si sta anche confrontando con le altre forze della sinistra patriottica, che si oppongono al governo liberal-conservatore di Putin, fra le quali i Comunisti di Russia, il Partito Comunista della Federazione Russa, il Partito Comunista Unito, il Fronte di Sinistra e Per un Nuovo Socialismo.

Il programma di fondo, oltre a concentrarsi sulla riaggregazione dello spazio post-sovietico e la rinascita dell'URSS; la libertà di parola e di manifestazione; il socialismo popolare e la nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia.

Luca Bagatin

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venerdì 5 marzo 2021

Russia. Arrestato un altro deputato comunista. Articolo di Luca Bagatin

Non si fermano gli arresti di dirigenti e deputati comunisti in Russia.

E' il caso, questa volta, del deputato della Duma regionale di Tyumen, Yuri Yukhnevich, classe 1980, peraltro Primo Segretario del Partito Comunista della Federazione russa della sua regione.

Condannato e arrestato, il 3 marzo scorso, con l'accusa di diffondere materiale estremista, per aver pubblicato sulla sua pagina socialv- su VK (il noto social russo) - un video intitolato “Ricordati dei truffatori e ladri del 2002”, che punta il dito contro il partito di governo “Russia Unita”.

Il video, postato il 5 settembre 2020, è stato notato dalle autorità governative solo recentemente e ha portato all'arresto del deputato da parte della polizia regionale, che ha invocato l'articolo 20.29 del codice amministrativo della Federazione Russa.

Tale articolo esclude la possibilità di partecipare alle elezioni per un anno, dopo l'entrata in vigore della decisione del tribunale.

Come immediatamente denunciato dai dirigenti nazionali del Partito Comunista della Federazione Russa, si è trattato dell'ennesimo tentativo di ostacolare la campagna elettorale dei comunisti, visto che le prossime elezioni legislative si terranno il 19 settembre prossimo e il partito di governo non gode più da tempo di grande consenso popolare, in particolare dopo la riforma pensionistica e altre misure in sfavore delle classi meno abbienti.

In Russia, da tempo, anche nel silenzio della gran parte dei media Occidentali, che si limitano a citare il caso di Aleksej Navalny (che è solo uno dei tanti leader di opposizione, peraltro in Russia molto minoritario), le autorità tendono a mettere i bastoni fra le ruote agli oppositori, con arresti e inciminazioni (solitamente con accuse di “estremismo” o di “partecipazione a manifestazioni non autorizzate”).

Sia a quelli rappresentati alla Duma, il Parlamento russo, ovvero i comunisti di Gennady Zjuganov - principale partito di opposizione - che ai nazionalbolscevichi de “L'Altra Russia di Eduard Limonov” che, quest'anno, dopo il congresso del 24 aprile prossimo, intendono avviare la procedura per la registrazione del partito nelle liste elettorali, sempre che – almeno questa volta – il loro partito sia accettato dalle autorità governative.

Alle elezioni di settembre, il partito governativo liberal conservatore di Putin, “Russia Unita”, dovrà vedersela in particolare i comunisti di Zjuganov; i liberaldemocratici nazionalisti di Zhirinovskj; la coalizione di sinistra patriottica composta dai socialidemocratici di “Russia Giusta”, dai “Patrioti Russi” e da “Per la Verità”; i nazionalbolscevichi di Limonov (che ultimamente stanno collaborando in varie iniziative con i “Comunisti di Russia” di Maxim Suraykin); i nazionalisti di “Rodina” e i liberali di “Piattaforma Civica”).

Luca Bagatin

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mercoledì 20 gennaio 2021

Russia. La sinistra patriottica si mobilita contro Putin in vista delle elezioni legislative di settembre. Articolo di Luca Bagatin

Lo scrittore, giornalista ed ex componente del partito nazionalbolscevico “Altra Russia”, Zakhar Prilepin, leader del partito di opposizione “For Truth” (“Per la Verità”), ha dichiatato in un'intervista a Komsomolskaya Pravda, che in Russia è necessaria un'unione di “tutte le forze patriottiche di sinistra”.

Egli ha rilevato come un terzo dei russi voti per il partito liberal-conservatore di Putin, “Russia Unita”, come un terzo voti per tutti gli altri partiti (principalmente Partito Comunista della Federazione Russa, Russia Giusta, Partito LiberalDemocratico e Rodina) e un terzo non vada affatto a votare.

In questo senso, egli ha affermato che è necessaria una squadra, una coalizione, in grado di istituire meccanismi socialisti nell'economia e di imporli all'“establishment borghese”. E come, per farlo, occorra conquistare seggi in Parlamento e giungere al potere.

In questo senso il suo partito, il 20 gennaio, si è unito al partito socialdemocratico “Russia Giusta” che alla Duma, Parlamento russo, conta 23 seggi (ottenne il 6,2% alle ultime elezioni) ed al partito socialista “Patrioti della Russia” (guidato da Gennady Semigin, ottenne 0,59% alle ultime elezioni ed è nato nel 2005 da una scissione del Partito Comunista della Federazione Russa), in una coalizione di sinistra patriottica, in grado di contrastare la politica liberale della Russia di oggi, che economicamente e socialmente ha ampiamente dimostrato il suo fallimento.

Il leader di “Russia Giusta”, Sergey Mironov, ha spiegato in tal senso, che l'accordo fra i tre partiti, dovrebbe portare, in un prossimo futuro, ad una fusione e quindi alla nascita di un nuovo partito unitario.

L'accordo permetterà ai tre partiti di partecipare alle prossime elezioni legislative – che si terranno il 19 settembre prossimo - senza dover raccogliere le firme necessarie per presentare le liste.

Secondo Mironov la nuova coalizione segna “il consolidamento di tutte le forze patriottiche di sinistra” e si mantiene aperto ad una collaborazione con il Partito Comunista della Federazione Russa di Gennady Zjuganov (che aveva già auspicato un fronte unito in tal senso) e con il nazional-centrista PartitoLiberalDemocratico di Vladimir Zhirinovsky, in chiave anti-putiniana e anti-liberal capitalista.

Tutti e tre i partiti, la cui piattaforma programmatica è assai simile, pur opponendosi al governo di Putin, si oppongono anche alle “attività anti-russe dei navalnisti” e sostengono il riconoscimento delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk.

Zakhar Prilepin, possibile leader di questa rinnovata coalizione, oltre ad aver combattuto dalla parte delle Repubbliche Popolari, essere stato giornalista e compagno di partito di Eduard Limonov, è conosciuto in Italia per aver pubblicato, per l'editore Voland, numerosi romanzi dedicati alle periferie post-sovietiche e alla vita russa post-sovietica.

Nel 2018 fu, ad ogni modo, proprio Eduard Limonov ad espellere Prilepin dal suo partito, in quanto eccessivamente moderato e transigente nei confronti del governo Putin ed essere entrato nel “Fronte popolare di tutta la Russia”, coalizione fondata dallo stesso Putin.

Oggi, il partito nazionalbolscevico “L'Altra Russia di Eduard Limonov”, pur essendo anch'esso partito di opposizione e di sinistra patriottica, mantiene – in un comunicato - le sue riserve nei confronti della neonata coalizione di Prilepin, che ritiene “conformista” e che finirà, una volta entrata in Parlamento, per “legarsi in profondità nella vile palude del conformismo e del lealismo” e “vendersi al Cremlino”.

“L'Altra Russia di Eduard Limonov”, alla quale non è ancora oggi permesso presentare liste elettorali, ma che vede ogni giorno numerosi attivisti arrestati, per la sua opposizione intransigente di piazza, aveva qualche giorno fa espresso contrarietà anche al sostegno all'oppositore di centrodestra Alexei Navalny, in quanto sostenitore delle stesse idee liberali di Putin e delle sanzioni USA e UE alla Russia. Gli eredi politici di Limonov ritengono invece prioritario denunciare il governo liberal autoritario del Cremlino, oltre che la politica anti-russa e liberal-capitalista dell'Occidente.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

lunedì 27 luglio 2020

Addio a Nina Andreeva, la bolscevica che criticò Gorbaciov. Articolo di Luca Bagatin

Si è spenta a San Pietroburgo, il 24 luglio scorso (ma la notizia si è appresa solamente il 26 luglio), all'età di 81 anni, Nina Aleksandrovna Andreeva, pasionaria del bolscevismo russo.
Nina Andreeva, insegnante di chimica di umili origini operaie, nata nel 1938 a Leningrado (oggi San Pietroburgo) e membro del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS) dal 1966, salì alla ribalta delle cronache nel 1988 per aver scritto – il 13 marzo di quell'anno - una dura lettera pubblicata sul quotidiano “Sovetskaja Rossija” (e che ebbe molta eco anche nella DDR) dal titolo “Perché non possiamo transigere sui principi”.
La sua lettera, che divenne poi celebre con il nome di “manifesto delle forze anti-perestrojka”, fu il primo attacco alla deriva revisionista e riformista di Gorbaciov, che avrebbe portato l'URSS allo sfacelo e alla sua disgregazione, oltre che all'avvento degli oligarchi e del capitalismo più assoluto e selvaggio.
Fedele ai principi marxisti-leninisti, la Andreeva, nella sua lettera, difese i principi socialisti, criticando l'avvento di quello che ella chiamò “un non meglio definito socialismo liberale di sinistra”. Quello che ella ravvisò come un tentativo di smantellare le conquiste sovietiche e di falsificare la storia del socialismo, al fine di aprire la strada al capitalismo, all'imperialismo e al cosmopolitismo occidentale e borghese.
Nella sua lettera criticò, altresì, le tendenze “conservatrici e tradizionaliste”, che avrebbero voluto superare il socialismo facendo un salto all'indietro.
La Andreeva, dunque, concluse la sua missiva ritenendo che fosse necessario tornare alle origini dei principi socialisti e sovietici – donati al popolo da Lenin - e che su questi non si dovesse transigere. E accusò Gorbaciov e i suoi collaboratori di non essere dei veri comunisti.
Tale lettera fu accolta con fervore dalla fazione conservatrice e intransigente del PCUS e ciò permise alla Andreeva di guidare, nei primi Anni '90, la fazione bolscevica del Partito, la quale portò, nel 1991, all'espulsione di Gorbaciov dal PCUS stesso.
Nel 1991, Nina Andreeva, fondò il Partito Comunista di tutti i Bolscevichi, ancora oggi presente nel panorama politico russo con la deniminazione Comunisti di Russia e oggi guidato dal giovane Maksim Suraykin, classe 1978. Uno dei pochi partiti di ispirazione socialista al quale è consentito presentarsi alle elezioni (oltre che al KPRF di Zjuganov).
E sono proprio i Comunisti di Russia a dare, sul loro sito, la notizia della scomparsa di Nina Andreeva, che ricordano essere stata “un simbolo di integrità, lealtà all'idea comunista, lealtà allo Stato sovietico. Nella vita ordinaria, Nina A. Andreeva era una persona semplice, gentile e comprensiva, molto colta e educata. Per tutta la vita ha vissito in un modesto appartamento a Leningrado”.
I Comunisti di Russia, che rivendicano l'eredità sovietica di Lenin e Stalin, pur opponendosi all'attuale governo liberal autoritatio di Putin (come tutte le forze socialiste russe, compresi i nazionalbolscevichi di Limonov, il Fronte di Sinistra e i comunisti del KPRF), sono in forte concorrenza ideologica anche con il Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF) guidato da Gennady Zjuganov, la cui consistenza elettorale è, ad ogni modo, maggiore. Costoro, infatti, accusano il KPRF di essere eccessivamente transigente e moderato.
Con Nina Andeeva – la prima a prevedere l'involuzione della Russia in senso capitalista e oligarchico - se ne va un pezzo di storia sovietica e russa. Un pezzo importante della storia del bolscevismo.

Luca Bagatin

sabato 18 aprile 2020

Emergenza Coronavirus. Rizzo (Partito Comunista): riappropriarsi della sovranità monetaria, tassare le grandi multinazionali, uscire dal capitalismo. Articolo di Luca Bagatin

Mentre, da destra a sinistra, si discute di Coronabond e di MES, ovvero di strumenti che legerebbero ancor di più mani e piedi dell'Italia ai potentati europei, attraverso nuovi prestiti, il Partito Comunista di Marco Rizzo – il quale ha anche di recente rilasciato di recente una intervista ad “Affaritaliani” - propone qualche cosa di molto diverso.
Rizzo propone di denunciare i Trattati europei, rompendo il vincolo di bilancio in Costituzione. Uscendo dalla “gabbia dell'euro” e riappropriandosi della propria sovranità monetaria.
Partendo da ciò, egli ritiene che occorra attuare una politica in favore dei lavoratori, ponendo la produzione sotto il loro diretto controllo. Evitando così la concentrazione dei capitali nelle mani di pochi.
Il Partito Comunista si dice contrario ad ogni tipo di patrimoniale “a misura dei padroni”, ovvero si dice contrario ad ogni aumento dell'IVA, ad ogni prelievo forzoso nei conti correnti e contro ogni stangata a danno dei piccoli proprietari e dei lavoratori, i quali hanno lavorato una vita per mettere da parte qualche soldo.
La patrimoniale che vorrebbe il Partito Comunista andrebbe a colpire, invece, “le grandi multinazionali e i grandi monopoli, a cominciare da Amazon, Facebook, Google, per finire con Agnelli e Benetton”.
Oltre a ciò, in questi giorni, Rizzo ha puntato il dito contro quelle imprese italiane che hanno “trasferito la loro sede legale in Olanda (che in Europa viene definito “Paese virtuoso”) per approfittare del trattamento fiscale favorevole, a danno del fisco italiano”. Ovvero contro “Fca, Ferrari, Cementir del gruppo Caltagirone, Enel, ENI, Exor, Ferrero, Prysmian, Saipem, Telecom Italia e Luxottica Group”.
Rizzo ritiene dunque che, in questo periodo, occorrerebbe “stampare moneta” senza effetti collaterali, ovvero fare qualcosa purtroppo vietata dai “Trattati europei che hanno istituito la Banca Centrale Europea”. “Emettere moneta per sostenere il PIL, senza aggravare il debito”. Che è peraltro ciò che sta facendo la FED statuintense, la Banca del Giappone e quella d'Inghilterra.
Ovviamente, secondo Rizzo, a queste misure dovrebbe seguire un cambio di sistema economico, che nazionalizzi i settori chiave dell'economia e ci faccia uscire dal capitalismo.
Misure simili, peraltro, alcuni giorni fa, sono state richieste anche dal Segretario del Partito Comunista della Federazione Russa, Gennady Zjuganov, il quale, oltre a richiedere la nazionalizzazione dei settori strategici dell'economia e altre misure in favore di cittadini meno abbienti e dei lavoratori, ha richiesto una forte tassazione nei confronti dei ricchi oligarchi del suo Paese.
Rizzo, a nome del Partito Comunista, in sostanza, ritiene che questa emergenza sanitaria non deve essere fatta pagare, come sempre, ai più deboli e non deve essere l'ennesima occasione per concentrare il capitale nelle mani di pochi.
Deve invece essere l'occasione per una presa di coscienza da parte dei lavoratori e delle classi meno abbienti della necessità di uscire dal sistema capitalista e di guardare a un nuovo modello di società. Egualitaria, socialista, sovrana.

Luca Bagatin

mercoledì 29 gennaio 2020

Marco Rizzo (Partito Comunista) alternativo a centrodestra e centrosinistra. Articolo di Luca Bagatin

Nelle analisi post- voto in Emilia Romagna, il Segretario nazionale del Partito Comunista Marco Rizzo ha riteniuto che, al di là delle battute sulle “citofonate di Salvini”, non vi sia stata alcuna discussione seria – da parte di centrodestra e centrosinistra - sulle tematiche della Regione, a partire dalle privatizzazioni e dalla sanità.
Rizzo ritiene da tempo, infatti, che non vi sia alcuna differenza sostanziale fra i due grandi schieramenti – uniti pressoché su tutto - e che il Movimento Cinque Stelle abbia, altresì, tradito tutte le tematiche che sino a qualche anno fa sembrava portare avanti (prima alleandosi con la Lega e poi con il PD): dalla TAV al no euro, dall'Ilva alla riduzione delle spese militari.
Rizzo, primo fra l'altro a criticare il cosiddetto “movimento delle Sardine” - che definì “arma di distrazione di massa” - utile a distrarre l'attenzione dal fatto che l'Unione Europea sta stritolando i diritti dei lavoratori e dei popoli, si candiderà peraltro alle elezioni supplettive di Roma, che si terranno il primo marzo prossimo, e che eleggeranno un nuovo deputato (al posto di Paolo Gentiloni) al Parlamento.
Rizzo, in una recente intervista al Corriere della Sera, ha dichiarato che intende candidarsi in particolare per sfidare la candidatura di Roberto Gualtieri, attuale ministro dell'economia del PD.
Gualtieri, per Marco Rizzo, rappresenta “l'uomo della globalizzazione, dell’UE”, che ha ricevuto persino l'endorsment di Christine Lagarde, appena nominata a capo della Banca Centrale Europea.
Nel rilanciare la sua candidatura - a nome del Partito Comunista - Rizzo non solo rilancia la sua battaglia contro i poteri forti economico-finanziari, contro il capitalismo e per l'uscita dell'Italia dalla NATO e dall'Unione Europea, ma anche quella per il rilancio dell'attività dei piccoli commercianti e degli artigiani della città di Roma, stritolati dalla grande distribuzione.
Oggi Rizzo intende presentarsi come unico vero argine a un centrosinistra e a un centrodestra che rappresentano unicamente i ceti più ricchi; i poteri economico-finanziari; una politica estera filo statunitense e imperialista.
Potenzialmente, l'attuale Partito Comunista, potrebbe rappresentare – un po' come nella Russia post-sovietica fece il leader comunista Gennady Zjuganov, il quale si pose a capo di un fronte patriottico alternativo all'avvento del capitalismo assoluto, rappresentato da Eltsin e dagli oligarchi - il fulcro di una alternativa per tutti coloro i quali, al di là delle ideologie e dei colori politici, hanno compreso che tanto il PD ed i suoi alleati, quanto la Lega ed i suoi alleati, non rappresentano altro che due facce della medesima medaglia liberal-capitalista.
Due facce destinate a discutere sul nulla, nel disinteresse della gran parte degli elettori. I quali, in massa, ancora oggi, sembrano astenersi dal voto.

Luca Bagatin

lunedì 13 gennaio 2020

"La perestrojka e la fine della DDR", saggio di Hans Modrow, ultimo premier della DDR. Articolo di Luca Bagatin

La DDR o Repubblica Democratica Tedesca, aveva raggiunto, nel corso dei suoi 40 anni di vita, ottimi livelli di istruzione, cure mediche, acquisizione di nuove competenze. “La vecchiaia non era un peso, i bambini avevano delle prospettive”, così racconta Hans Modrow – ultimo Premier della DDR nel 1989 - nel suo saggio di memorie, “La perestrojka e la fine della DDR” edito in Germania nel 1998 e ripubblicato di recente da Mimesis, per la prima volta in edizione italiana, a quarant'anni dalla caduta del Muro di Berlino.
Modrow racconta di come la DDR, ad ogni modo, non si accontentasse dei risultati ottenuti, ma – dimenticando la lezione socialista e cedendo ad ambizioni piccolo-borghesi - volesse superare i suoi vicini occidentali, puntando a copiarli, pur non avendone le risorse.
La DDR, ad ogni modo, sotto la guida del Partito di Unità Socialista di Germania (SED), era riuscita a liberare dalla fame il suo popolo, garantire prezzi stabili, che ciascuno avesse un lavoro e una abitazione dignitosa. Certo, la DDR non era un Paese capitalista e il lusso non solo era stigmatizzato, ma non sarebbe stato possibile garantire un tenore di vita pari a quello dei Paesi capitalisti.
L'economia della DDR, del resto, risentiva dello sviluppo dell'URSS, per la quale era una sorta di figlio adottivo.
Modrow fece parte di quella corrente della SED più vicina alle idee riformatrici e, allorquando Michail Gorbaciov fu eletto Segretario Generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS), Modrow nutriva verso di lui e verso la corrente riformista sovietica, grandi speranze.
La promozione di un socialismo democratico, attraverso riforme economico-sociali (perestrojka); l'apertura e la trasparenza dei processi politici (glasnost) e una politica estera aperta all'Occidente, erano le linee cardine di Gorbaciov e, inizialmente, anche di Modrow.
Quest'ultimo, come scrive nel saggio, non si sarebbe mai immaginato che, tale percorso, avrebbe condotto ben presto alla totale abolizione del socialismo e alla messa al bando del Partito Comunista dell'Unione Sovietica in URSS, oltre che alla totale distruzione della DDR e del suo partito, la SED, con l'avvento, ad Est, del capitalismo più selvaggio e assoluto.
Modrow, da iniziale sostenitore di Gorbaciov, a differenza del Presidente del Consiglio di Stato della DDR di allora, Erich Honecker - di orientamento socialista conservatore e fortemente critico della perestrojka - credeva sinceramente nella necessità di riforme in URSS e nella DDR, tali da poter migliorare l'economia, rendendola meno burocraticizzata e permettendo ai cittadini di essere maggiormente inclusi nella vita politica dei Paesi socialisti. La gestione centralizzata dell'economia, in URSS, aveva portato a un abbassamento della produzione e del tenore di vita e ciò andava di pari passo con gli eccessivi investimenti sovietici nel settore militare, dimenticando spesso gli altri settori.
Ciò, a parere di Modrow, significava allo stesso tempo un allontanamento dagli ideali e dalle prospettive originarie di Lenin, il quale promuoveva un socialismo democratico, pluralista e tutt'altro che incentrato nella militarizzazione del Paese, che pur all'epoca della Guerra Fredda era giustificato dalla corsa agli armamenti operata anche dal blocco Occidentale.
Ad ogni modo, a parte i grandi proclami di Gorbaciov sulla “libertà, la democrazia e l'autodeterminazione” e le sue eccessive aperture all'Occidente, non vi sarà alcun cambiamento sostanziale in URSS e ciò deluderà ben presto Modrow e i socialisti democratici di Germania, che avranno modo di osservare come, con Gorbaciov, le condizioni della popolazione fossero destinate a peggiorare, mentra l'apparato burocratico continuava – invece - ad ingrossarsi e a comandare.
Se da una parte Honecker non si rendeva conto delle richieste dei cittadini della DDR di maggiori aperture verso un socialismo più democratico, dall'altra i riformisti come Modrow, per sua stessa ammissione, non si rendevano conto di come Gorbaciov stesse – di fatto – creando le condizioni per l'abolizione del socialismo e per la disgregazione dell'URSS, che raggiungerà il suo apice con il golpe bianco di Eltsin e la decisione di quest'ultimo di vietare il PCUS.
A criticare Gorbaciov per primi, in URSS, unicamente gli esponenti dell'ala moderata e conservatrice del PCUS Egor Ligaciov (che peraltro in quegli anni ebbe colloqui con i pensatori nazionalbolscevichi Jean Thiriart e Aleksandr Dugin), Grigorij Romanov (già espulso dall'ufficio politico del PCUS nel 1985 da Gorbaciov) e Nina Andreeva, quest'ultima attraverso una lettera aperta – pubblicata anche nella DDR, oltre che sull'organo ufficiale del PCUS “Pravda” – nella quale proponeva un Manifesto delle forze anti-perestrojka.
Intanto, nella DDR, nell'ottobre 1989, Erich Honecker, già eroe della Resistenza contro il nazismo, su pressione del Politburo della SED, veniva obbligato alle dimissioni, sostituito dal ben più giovane Egon Krenz, che rimase in carica nemmeno due mesi, mentre il Muro di Berlino fu abbattuto.
A Krenz successe proprio Hans Modrow, nel dicembre 1989, il quale rimase in carica sino al marzo 1990. Fu peraltro durante la sua presidenza che la SED cambiò il nome in PDS, ovvero Partito del Socialismo Democratico.
Modrow, come scrive nel suo saggio di memorie, fa presente il suo tentativo di salvare sia il socialismo tedesco che la DDR dall'annessione della Repubblica Federale Tedesca guidata da Kohl. Il progetto prevedeva l'esistenza di due stati sovrani, con pari dignità, sistemi economici diversi, ma coesistenti e federati fra loro. Progetto, ad ogni modo, tradito da Gorbaciov e avversato da Kohl, al punto che la DDR cesserà di esistere definitivamente alla fine del 1990, annessa alla Germania Ovest, con conseguenze economico-sociali nefaste per i tedeschi dell'Est.
Modrow, in definitiva, sostiene che “la DDR e gli altri Paesi socialisti non sono stati semplicemente traditi o venduti da Mosca. La grande potenza sovietica ha trascurato di rappresentarne gli interessi con coerenza e perseveranza. Interessi che in definitiva erano anche i suoi”. E aggiunge: “Tuttavia, almeno nel suo fallimento, Mosca fu coerente: nemmeno gli interessi dei popoli dell'Unione Sovietica furono seriamente rappresentati. La fine dell'URSS fu una logica conseguenza”.
Modrow, nel suo saggio, alla fine, non dimentica di apprezzare il lavoro del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF) guidato da Gennady Zjuganov (con l'iniziale collaborazione ideologica del filosofo nazionalbolscevico Aleksandr Dugin) che, fondato nel 1993 dalle ceneri del PCUS, nel 1996, alle elezioni presidenziali contro Eltsin, stava quasi per superarlo al primo turno.
Il KPRF, secondo Modrow, ha saputo ridare dignità al marxismo-leninismo in Russia e portare avanti istanze socialiste democratiche, al punto che oggi il KPRF è ancora il maggior partito opposizione alla Duma, contro il partito liberal-capitalista al governo. Non a caso, nelle file del KPRF, finiranno anche Ligaciov e Romanov, i maggiori oppositori dell'epoca a Gorbaciov, mentre Nina Andreeva fonderà il Partito Comunista di tutti i Bolscevichi, attivo ancora oggi, dalla linea più radicale, ma decisamente meno consistente sotto il profilo numerico.
Hans Modrow, che oggi ha 92 anni e ha di recente presentato in Italia il suo saggio anche ad un convegno organizzato dal Partito Comunista di Marco Rizzo, è stato eletto, nel 1999, Parlamentare europeo nelle file del Partito del Socialismo Democratico (PDS) e, dal 2007, è Presidente del consiglio degli anziani del partito Die Linke (La Sinistra), evoluzione del PDS.
Ancora oggi si definisce un sostenitore del socialismo democratico e rimane un oppositore del sistema capitalista, che considera economicamente e socialmente profondamente ingiusto.

Luca Bagatin

lunedì 9 settembre 2019

Alle elezioni amministrative russe aumentano i voti ai comunisti. A Mosca, Putin, perde un terzo dei seggi. Articolo di Luca Bagatin

L'8 settembre si sono tenute, in Russia, diverse tornate amministrative: il rinnovo dei governatori di 16 regioni, il rinnovo di deputato locali in 13 regioni, mentre, in 22 città del Paese si sono tenute le elezioni comunali.
Piuttosto importante la tornata amministrativa che ha riguardato il rinnovo del consiglio comunale della Capitale, Mosca, svolta in 45 collegi elettorali a seggio unico.
La partecipazione cittadina, in generale, è stata piuttosto bassa. Alle 18.00, ovvero due ore prima della chiusura dei seggi, a Mosca si è registrata una affluenza del 17,2% (alla chiusura dei seggi, alle ore 20.00, arriverà al 21,04%), mentre, nel resto del Paese, era del 33,75%, come diffuso dalla presidente della Commissione Elettorale Centrale, Ella Pamfilova.
Il partito nazionalbolscevico “Altra Russia”, guidato dallo scrittore Eduard Limonov – il quale chiede da sempre una rivoluzione complessiva dell'economia, dello Stato e della politica, che l'attuale governo non è in grado di fare - avendo invitato al boicottaggio e all'astensionismo, in quanto ha ritenuto tali elezioni una farsa, può dunque esultare. Al partito, come a molti altri candidati, specie indipendenti, non è stato infatti permesso di presentarsi.
Nonostante le denunce di brogli, esulta anche il Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF), guidato da Gennady Zjuganov, che di fatto rappresenta l'unica opposizione parlamentare al partito liberal capitalista di Putin “Russia Unita” ed i cui candidati hanno incassato persino il sostegno del liberale Navalny, in chiave anti-Putin.
A Mosca il KPRF ottiene 14 dei 45 seggi in consiglio comunale (alla scorsa tornata ne aveva ottenuti solo 5) , mentre “Russia Unita” scende a 26 consiglieri, perdendo un terzo dei seggi, pur mantenendo la maggioranza. Il partito liberale Yabloko ottiene 3 seggi, mentre entra per la prima volta in consiglio, con un seggio, il partito socialdemocratico “Russia Giusta”. Non ottengono invece seggi i partiti di estrema destra, ovvero il Partito LiberalDemocratico e il partito “Rodina”.
Il KPRF aumenta i suoi voti un po' ovunque, soprattutto grazie alle imponenti manifestazioni condotte da un anno a questa parte, in particolare contro l'aumento della povertà nel Paese; contro le ingiuste sanzioni imposte da Europa e USA; contro l'aumento dell'IVA e dell'età pensionabile imposte dal governo e lottando in favore della nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia russa, che vanno al più presto sottratti ai privati e agli oligarchi.
Il Partito Comunista della Federazione Russa entra così - per la prima volta - nel Parlamento di Sebastopoli, in Crimea, ottenendo il 18,7% dei consensi e 3 deputati; con oltre il 50% dei voti, nella città capoluogo del Distretto Federale della Siberia – Novosibirsk – conferma il sindaco comunista Anatoly Lokot; ottiene il 35,7% nella città di Ulaan-Ude, capitale della Repubblica autonoma dei Buriati; nella città di Anadyr', capitale del distretto autonomo di Chukotka (Okrug), ottiene il 25,57%; anche nel Caucaso, nella Repubblica di Karachay-Cherkessia – roccaforte dei liberal-capitalisti di “Russia Unita” - il KPRF aumenta i consensi, ottenendo il 15,72%; nella Repubblica dell'Altai, in Siberia, i comunisti ottengono il 28,54% dei voti, rimanendo il primo partito in diversi collegi elettorali, superando il 30% e l'attuale partito di governo “Russia Unita”. Infine, nella regione Sakhalin Oblast, nell'Estremo Oriente russo, il KPRF ottiene il 23,21%, piazzandosi sempre al secondo posto.
In conferenza stampa, i rappresentanti del Partito Comunista, hanno dichiarato che sono riusciti a dimostrare di essere l'unico partito rivoluzionario e nazional-patriottico con un vero e proprio programma in grado di far uscire il Paese dalla crisi e garantire la sua ripresa. Hanno altresì dichiarato che, più persone vanno a votare, e più è difficile utilizzare il meccanismo delle frodi da parte delle autorità governative.
Le autorità governative, per contro, immaginando un risultato a loro piuttosto sfavorevole, avevano puntato il dito contro Google, Facebook e Youtube, accusandoli di “interferenze straniere”, in quanto hanno permesso, nella giornata di domenica, di pubblicare messaggi elettorali, in violazione della legge russa.
Ciò, a dirla tutta, ricorda un po' le accuse che muovono le autorità USA e dell'Unione Europea alla Russia, quando a vincere sono i partiti cosiddetti “populisti” e, a loro dire, “sostenuti da Putin”.
Il punto è che il liberal capitalismo e l'austerità, ormai da tempo, non convincono più i cittadini dell'Eurasia che, o si astengono in massa (pratica sempre più diffusa), oppure preferiscono votare contro i candidati dell'austerity e del Fondo Monetario Internazionale, siano essi di destra, centro o sinistra.
In Russia, ad oggi, avanzano i comunisti. Gli unici a quanto pare, ad oggi, in Eurasia, secondo chi scrive, a voler dare una risposta chiara e rivoluzionaria alla crisi generata - da qualche decennio - dalla globalizzazione.

Luca Bagatin

martedì 27 agosto 2019

L'Amazzonia (e non solo) brucia. La colpa è della privatizzazione del Pianeta. Articolo di Luca Bagatin

La foresta amazzonica, come quella siberiana, le foreste dell'Alaska, della Groenlandia e del Canada, bruciano.
L'irresponsabilità di politicanti liberali, come Bolsonaro, Putin, Trump e Trudeau e le loro politiche di deregolamentazione dei controlli e di privatizzazione del territorio, a tutto vantaggio del profitto privato, stanno contribuendo a distruggere in Pianeta.
E a poco serve anche l'indignazione di facciata di Macron, le cui politiche sono – peraltro - totalmente in linea con quelle dei politici già citati: deregolamentazione, flessibilità, privatizzazione, profitto per i più ricchi.
Il Presidente della Bolivia, il socialista Evo Morales – il quale ha sospeso per una settimana il suo tour elettorale in vista delle elezioni presidenziali di ottobre – ha proposto un incontro mondiale all'Assemblea Generale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, affinché si possa intraprendere una incisiva azione contro tali devastanti incendi.
Gli incendi boschivi, nei giorni scorsi, hanno colpito anche la regione boliviana della Chiquitania, che il governo boliviano ha contrastato attraverso l'impiego di aerei Supertanker e migliaia di vigili del fuoco, forze di polizia e armate.
Anche il governo socialista del Venezuela, attraverso il governatore dello Stato di Miranda, ha annunciato di aver messo a disposizione i suoi vigili del fuoco, al fine di combattere tali incendi.
Il governo Maduro ha peraltro - attraverso un comunicato stampa del Ministero della Comunicazione e dell'Informazione - condannato le politiche del Presidente del Brasile Bolsonaro, il quale - si legge nella nota - “ha privilegiato le politiche di profitto degli allevatori rispetto alle politiche di difesa dell'ambiente”. Molto simili a queste sono peraltro le accuse mosse dai comunisti e dai nazionalbolscevichi russi, alcune settimane fa, al governo Putin, relativamente agli incendi in Siberia. Il leader comunista russo Zjuganov aveva infatti puntato il dito contro la gestione privatizzata delle foreste, fondata unicamente sul business.
Venezuela e Bolivia, come membri della comunità amazzonica, hanno quindi offerto aiuto immediato al fine di mitigare tale tragico evento, il quale sta gravemente nuocendo ad una delle maggiori risorse naturali dei Pieneta. La foresta amazzonica, non a caso, viene definita “Polmone Verde della Terra” proprio per il suo fondamentale ruolo di riassorbimento del biossido di carbonio prodotto dall'inquinamento delle attività industriali.

Luca Bagatin

domenica 21 luglio 2019

"Alternativa al capitalismo". Conclusa a Roma la festa del Partito Comunista. Articolo di Luca Bagatin

In una Europa e in un'Italia nelle quali, a prevalere, sono le logiche del consumo, del profitto, del grande capitale, della conseguente solitudine e apatia umana, qualche isola felice ancora è rimasta.
E' rimasta, ad esempio, nel quartiere popolare Tiburtino III di Roma, animato dalla festa nazionale del Partito Comunista, che si è tenuta dal 12 al 20 luglio.
Una festa che ha visto protagonisti numerosi giovani del Fronte della Gioventù Comunista; l'attore Pierpaolo Capovilla che ha recitato brani tratti dalle opere di Pasolini; il gruppo musicale Contromano; le Radici nel Cemento; gli Skasso, Enrico Capuano e la Tammuriata Rock e molte altre band.
Una festa che purtroppo, quest'anno, ha subito un grave lutto, con la scomparsa, alcuni giorni fa, di Roberto Piergentili, il quale alla manifestazione ha sempre partecipato con il suo stand di oggettistica storica sovietica (Stalingrad43, Soviet Memorabilia), assieme all'amico Fabrizio. La perdita di Roberto è stata davvero improvvisa e ricordata con uno striscione commemorativo.
Marco Rizzo, Segretario nazionale del Partito, al termine della festa, ha tenuto il suo comizio conclusivo, ricordando, anche a chi scrive, nell'ambito di un successivo breve scambio di battute, che le priorità dei comunisti sono quelle del lavoro, di un'Italia socialista nella quale i lavoratori abbiano la possibilità di partecipare alla gestione delle imprese. L'obiettivo è dunque il superamento del capitalismo, considerato una vera e propria malattia.
Opposizione netta, da parte di Rizzo, a questo governo italiano, che giudica uguale a quello greco di Tsipras, ovvero piegato ai desiderata dell'austera Unione Europea e dei grandi poteri economico finanziari.
Rizzo ha peraltro denunciato il fenomeno dell'immigrazione forzata, causa del capitalismo, e la necessità di sostenere i movimenti panafricani, eredi di grandi leader quali Thomas Sankara e Nelson Mandela.
Oltre a ciò, ha rammentato come i comunisti si pongano in alternativa rispetto al centrodestra e al centrosinistra, i quali difendono l'attuale sistema capitalista, l'Unione Europea e la NATO. I comunisti, oggi, peraltro, rifiutano l'etichetta “di sinistra” e preferiscono prenderne le distanze, attraverso una frase attribuita a Lenin “Siamo comunisti, non siamo di sinistra”, spesso rimarcata da Rizzo in più occasioni.
Il Partito Comunista, come ricordato da Rizzo, fa parte dell'Iniziativa dei Partiti Comunisti e Operai d'Europa, riafferma la sua amicizia e fratellanza al KKE, ovvero al Partito Comunista Greco, oltre che il suo sostegno alle lotte del Partito Comunista della Federazione Russa di Gennady Zjuganov.
Numerose feste del Partito sono previste in tutta Italia nel corso dell'estate.
Il socialismo, dunque, in Italia, sembra non essere scomparso, specie se pensiamo che il PC, alle ultime elezioni europee, è stato l'unico partito – in termini assoluti – ad aver guadagnato voti.

Luca Bagatin


mercoledì 1 maggio 2019

Lunga vita al Primo Maggio !

"Compagne, compagni: Ancora una volta sono nella lotta, di nuovo sono con voi, come ieri, oggi e domani. Sono con te per essere un arcobaleno di amore tra la gente e Perón; Sono con voi per essere quel ponte di amore e felicità che ho sempre cercato di essere tra voi e il capo degli operai"

(Evita Peron, 1 maggio 1952. Suo ultimo discorso)

 

Senza il socialismo è il mercato che governa i popoli. Articolo di Luca Bagatin

http://amoreeliberta.blogspot.com/2019/04/senza-il-socialismo-e-il-mercato-che.html 

martedì 2 aprile 2019

Senza il socialismo è il mercato che governa i popoli. Articolo di Luca Bagatin

Fu Bettino Craxi, il primo, in Europa, a denunciare il fenomeno della globalizzazione. E lo fece con queste parole: “Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”.
Bettino Craxi, non a caso, usò il termine “imperialismo”. Quell'imperialismo che, qualche anno dopo, bombarderà la Jugoslavia e, successivamente, l'Iraq (con tanto di denunce – da Hammamet – dello stesso Craxi), la Libia e la Siria. Ovvero tutti Stati sovrani, non allineati e laico-socialisti.
Fu lo stesso Craxi a denunciare, da buon socialista, peraltro, il fenomeno padronale dell'emigrazione di massa, che di lì a poco sarebbe esploso – causa del globalismo capitalista - proponendo ad esso un argine. Craxi affermò infatti: “Nel Sud del Mediterraneo le popolazioni sono soggette a un tasso di incremento demografico che è ancora troppo alto. Sono iniziate correnti emigratorie e immigratorie che in assenza di un accelerato processo di sviluppo che abbracci tutta la riva Sud del Mediterraneo sono destinate a gonfiarsi in modo impressionante, e saranno delle tendenze inarrestabili e incontrollabili. Paesi con popolazioni giovanissime, le quali naturalmente vanno verso le luci, le luci della città, se noi non accenderemo un maggior numero di luci in quei Paesi. In realtà le grandi nazioni ricche del mondo non compiono lo sforzo che viene considerato necessario per ridurre queste distanze, le distanze sono assai grandi, sono abissali ed è questa ripeto la grande questione sociale del nostro secolo”.
Craxi fu amico di tutti i socialisti del Terzo Mondo e li sostenne sempre e in ogni modo: dall'America Latina sandinista sino al socialismo arabo.
Craxi, da buon socialista, si immaginava sicuramente un'Europa diversa. Sovrana, anti-globalista, indipendente da ogni imperialismo, un po' come se la immaginarono Charles De Gaulle e Jean Thiriart.
Craxi fu defenestrato da quei poteri forti che non potevano accettare tale visione delle cose e da quella sinistra post-comunista che, rinnegando gli insegnamenti di Togliatti, sarebbe diventata la paladina del liberal capitalismo assoluto. Craxi, invece, fu bollato come un criminale e solo oggi – di fronte a una destra e a una sinistra capitaliste e padronali - la sua figura è da molti rivalutata. Craxi fu, in realtà, l'ultimo dei socialisti europei.
Un po' come Palmiro Togliatti fu, forse, l'ultimo dei comunisti italiani. E vale la pena ricordare ciò che egli disse, a proposito dell'importanza della sovranità nazionale, in un'epoca di messa in vendita di ogni cosa e di ogni identità: “E’ ridicolo pensare che la classe operaia possa staccarsi, scindersi dalla nazione. (…) I comunisti non possono staccarsi dalla loro nazione se non vogliono stroncare le loro radici vitali. Il cosmopolitismo è una ideologia del tutto estranea alla classe operaia. Esso è invece l’ideologia caratteristica degli uomini della banca internazionale, dei cartelli e dei trust internazionali, dei grandi speculatori di borsa e dei fabbricanti di armi. Costoro sono i patrioti del loro portafoglio”.
Ecco che Craxi e Togliatti, pur nella loro diversità ideologica, rappresentarono ad ogni modo una sintesi degli ideali della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864, non ancora inquinata dalle dispute fra le sue correnti interne fra marxisti, socialisti, anarchici, mazziniani.
La Prima Internazionale fu, con l'esperienza della Comune di Parigi del 1871 (il cui simbolo fu il garofano rosso) e la Rivoluzione bolscevica del 1917, l'antitesi rispetto alla borghese e liberal-progressista Rivoluzione Francese del 1789, che tagliò la testa ai nobili, senza modificare alcun rapporto di classe, escludendo del tutto il Quarto Stato e instaurando un regime borghese, ove le diseguaglianze non saranno affatto sanate.
E' merito del filosofo francese contemporaneo Jean-Claude Michéa, con il suo “I misteri della sinistra” ed altri successivi saggi, l'aver individuato la differenza abissale fra socialismo originario e sinistra. Il primo è il rappresentante del Quarto Stato, la seconda della borghesia. Il primo è comunitario e preferisce conservare i valori, fra cui quello della propria patria di origine, delle proprie tradizioni popolari, del posto di lavoro fisso e della monogamia; la seconda preferisce disgregarli, in nome del danaro e della “libertà” di produrre all'infinito, di consumare, di godere illimitatamente.
Il socialismo si rifà insegnamenti di Marx, Engels, Bakunin, Proudhon, Mazzini, Garibaldi, Pierre Leroux, i quali – come rileva Michéa - mai si definirono di sinistra, ma sempre si batterono contro l'oligarchia monarchico-aristocratica (la destra) e contro la borghesia capitalista (la sinistra).
Oggi, in Europa, è molto facile notare come il socialismo sia del tutto pressoché scomparso. Pressoché nessun partito maggioritario si rifà a quel tipo di ideali (in parte solo Jean-Luc Mélenchon in Francia e Jeremy Corbyn in Gran Bretagna).
In molti, anche quelli che a parole si dicono “socialisti” e fanno riferimento al cosiddetto Partito “Socialista” Europeo, sono stati i primi, dagli Anni '90 in poi, ad aver abbracciato il capitalismo assoluto: promuovendo leggi di deregolamentazione del lavoro (Loi Travail, Jobs Act); promuovendo le liberalizzazioni; attuando privatizzazioni selvagge; appoggiando guerre di sedicente esportazione della sedicente “democrazia” (Jugoslavia e via discorrendo) e imponendo sanzioni a Paesi sovrani socialisti (vedi oggi il Venezuela).
Costoro, infatti, lungi dall'essere socialisti, appartengono alla sinistra. Borghese, liberal, progressista, ovvero al campo di quello che potrebbe essere definito il “liberal-capitalismo”.
In questo senso non si differenziano affatto da coloro ai quali vorrebbero contrapporsi, ovvero i “liberal-capitalisti” di destra: i vari Bolsonaro, Salvini, Putin o Macron (quest'ultimo una fusione fra liberal-capitalismo di sinistra e di destra). I programmi, in termini economico-sociali, sono infatti i medesimi e a tutto sostegno delle classi medio alte.
Questo, almeno, quanto accade in Europa e negli USA, ove nemmeno Bernie Sanders, che pur presenta un programma in discontinuità rispetto ai “liberal” del Partito Democratico USA, non può essere definito pienamente un socialista, ovvero un oppositore del sistema del capitale, del danaro e del profitto.
Solo in alcune realtà non allineate, come ad esempio la Cuba di Guevara e Castro, la Libia di Gheddafi, l'Egitto di Nasser, la Jugoslavia di Tito, l'Argentina di Peron, il Burina Faso di Sankara, il Sudafrica di Mandela e il Nicaragua sandinista di Ortega, abbiamo assistito all'avvento al potere del socialismo originario, con caratteristiche che univano aspetti autogestionari e di democrazia diretta anche in campo economico. Così come peraltro fu nella libertaria Reggenza del Carnaro di D'Annunzio e De Ambriis negli Anni '20 e nell'Unione Sovietica di Lenin.
Negli ultimo decenni, solo in America Latina, da Hugo Chavez in poi, abbiamo assistito ad una rinascita di tali ideali. Chavez ha saputo recuperare gli ideali emancipatori di Bolivar e quelli di Garibaldi, fondendoli con il socialismo marxista, cristiano, libertario. E tale vento di emancipazione soffiò finanche in Brasile, con Lula, in Argentina, con i Kirchner, il Uruguay con Mujica e in Bolivia con Morales. Dottrine e realtà diverse, ma simili. Che hanno posto al centro l'essere umano e – pur nella diversità dettata dalle diverse realtà economiche, sociali, di cultura e tradizione – hanno saputo riprendere in mano ideali antichi, attualizzandoli, facendo rivivere il meglio del socialismo della Prima Internazionale.
Non diverso è il percorso compiuto dai movimenti panafricani in Africa. Grazie al socialismo arabo di Nasser e Gheddafi, che hanno tenuto a freno il fondamentalismo religioso e nazionalizzato le risorse, a beneficio della collettività; grazie alle lotte di emancipazione di Thomas Sankara; di Nelson Mandela e di molti altri politici e intellettuali di ispirazione socialista o marxista.
Non a caso tutti invisi dai Paesi colonialisti e neocolonialisti d'Europa e Nordamerica e, come tali, combattuti e spesso drammaticamente uccisi. Ma difesi dall'allora Unione Sovietica, sino a che ha resistito all'avvento del globalismo e che ha portato successivamente al potere gli oligarchi.
Da tempo, con Putin, gli oligarchi sono tenuti a freno, ma di certo la Russia moderna è pur sempre nelle mani del liberal-capitalismo, “grazie”, si fa per dire, alle privatizzazioni selvagge e all'innalzamento dell'età pensionabile volute da Putin, ma combattute da quello che – in Eurasia – rimane il più grande Partito Comunista, ovvero il KPFR di Zjuganov. Quello Zjuganov che, tentando di resistere all'avvento dell'oligarchia, ha costituito – negli Anni '90 - un fronte nazionalpatriottico contro Eltsin, recuperando gli ideali nazionalbolscevichi di Niekisch, Mario Bergamo e Thiriart, così come hanno fatto il filosofo Aleksandr Dugin e lo scrittore Eduard Limonov, con il loro Partito NazionalBolscevico, aggregando i giovani sbandanti e post-punk delle periferie post-sovietiche.
Profeti del socialismo originario, in Occidente, furono Pier Paolo Pasolini, Michel Clouscard e Christopher Lasch. I primi due furono militanti comunisti, Lasch fu un intellettuale statunitense, di orientamento socialista conservatore.
Tutti costoro, ad ogni modo, denunciarono nel corso degli Anni '70 – in particolare – l'avvento della società dei consumi. Quella società dei consumi che si sarebbe imposta dagli Anni '90 in poi, che avrebbe imposto la globalizzazione denunciata dallo stesso Craxi. Quella società che ha ormai preso il posto di qualsiasi altro valore della nostra epoca. Che distrugge l'ambiente, che diffonde precarietà (lavorativa, sociale, sentimentale), che distrugge le culture e le identità (imponendo alle persone di emigrare, per trovare spesso un lavoro sottopagato o non pagato).
Quella società sdoganata dalla sinistra, che non è altro che l'altra faccia della destra.
Dove continueremo ad andare a finire, senza più il socialismo ?

Luca Bagatin