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martedì 27 agosto 2019

L'Amazzonia (e non solo) brucia. La colpa è della privatizzazione del Pianeta. Articolo di Luca Bagatin

La foresta amazzonica, come quella siberiana, le foreste dell'Alaska, della Groenlandia e del Canada, bruciano.
L'irresponsabilità di politicanti liberali, come Bolsonaro, Putin, Trump e Trudeau e le loro politiche di deregolamentazione dei controlli e di privatizzazione del territorio, a tutto vantaggio del profitto privato, stanno contribuendo a distruggere in Pianeta.
E a poco serve anche l'indignazione di facciata di Macron, le cui politiche sono – peraltro - totalmente in linea con quelle dei politici già citati: deregolamentazione, flessibilità, privatizzazione, profitto per i più ricchi.
Il Presidente della Bolivia, il socialista Evo Morales – il quale ha sospeso per una settimana il suo tour elettorale in vista delle elezioni presidenziali di ottobre – ha proposto un incontro mondiale all'Assemblea Generale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, affinché si possa intraprendere una incisiva azione contro tali devastanti incendi.
Gli incendi boschivi, nei giorni scorsi, hanno colpito anche la regione boliviana della Chiquitania, che il governo boliviano ha contrastato attraverso l'impiego di aerei Supertanker e migliaia di vigili del fuoco, forze di polizia e armate.
Anche il governo socialista del Venezuela, attraverso il governatore dello Stato di Miranda, ha annunciato di aver messo a disposizione i suoi vigili del fuoco, al fine di combattere tali incendi.
Il governo Maduro ha peraltro - attraverso un comunicato stampa del Ministero della Comunicazione e dell'Informazione - condannato le politiche del Presidente del Brasile Bolsonaro, il quale - si legge nella nota - “ha privilegiato le politiche di profitto degli allevatori rispetto alle politiche di difesa dell'ambiente”. Molto simili a queste sono peraltro le accuse mosse dai comunisti e dai nazionalbolscevichi russi, alcune settimane fa, al governo Putin, relativamente agli incendi in Siberia. Il leader comunista russo Zjuganov aveva infatti puntato il dito contro la gestione privatizzata delle foreste, fondata unicamente sul business.
Venezuela e Bolivia, come membri della comunità amazzonica, hanno quindi offerto aiuto immediato al fine di mitigare tale tragico evento, il quale sta gravemente nuocendo ad una delle maggiori risorse naturali dei Pieneta. La foresta amazzonica, non a caso, viene definita “Polmone Verde della Terra” proprio per il suo fondamentale ruolo di riassorbimento del biossido di carbonio prodotto dall'inquinamento delle attività industriali.

Luca Bagatin

lunedì 18 febbraio 2019

Bolsonaro il distruttore: dall'Amazzonia ai diritti degli indigeni. Articolo di Luca Bagatin tratto da "Alganews"

Bolsonaro è come Macron, ovvero è la destra liberalcapitalista.
Questa l'ottima definizione che diede il filosofo francese Alain De Benoist in un'intervista al sito Boulevard Voltaire nel gennaio scorso, denunciando peraltro una serie di aspetti del nuovo governo brasiliano, fra cui la riduzione delle tasse ai più grandi gruppi industriali, la privatizzazione quasi totale delle imprese pubbliche, il ritiro del Brasile dall'accordo di Parigi sul clima e i progetti di Bolsonaro di distruzione ambientale, fra cui la decisione di voler costruire un'autostrada attraverso l'Amazzonia.
Oltre a ciò, De Benoist, faceva notare come la politica estera di Bolsonaro fosse tutt'altro che nazionalista, ma del tutto piegata agli interessi di USA e dei sui alleati: Arabia Saudita e Israele in primis, e di totale ostilità nei confronti di Europa, Russia e Cina.
La simpatia di Bolsonaro nei confronti della dittatura militare dal 1964 al 1985 ne completano peraltro il quadro. De Benoist lo definì “umanamente vuoto e senza scrupoli” e, esattamente come Macron, politicamente liberale. Facendo peraltro notare come: l'uomo forte del suo governo, Paulo Guedes, sia un liberale cresciuto alla Scuola di Chicago, laureato con Milton Friedman e fondatore della banca d'investimento BTG Pactual; il suo Ministro degli Esteri, Ernesto Araùjo, sia un anti-ecologista legato agli interessi dell'agro-business e il suo Ministro dell'Agricoltura, Tereza Cristina, sia rappresentante dei latifondisti.
Bolsonaro, in questi giorni, in barba ai diritti dei popoli indigeni del suo Paese, ha smontato le funzioni principali della Fondazione che si occupa di loro, ovvero la FUNAI, il cui compito principale era quello di demarcare e proteggere i territori abitati dai popoli nativi sopravvissuti alla colonizzazione, ovvero coloro i quali più di tutti dovrebbero avere il diritto di essere chiamati brasiliani e abitare quelle terre.
Bolsonaro sta dunque tentando, attraverso i suoi primi atti di governo, di demolire sia la legislazione ambientale che culturale del Paese, così faticosamente costruita nel trentennio successivo alla dittatura militare da lui ignobilmente tanto amata. Legislazione che, grazie anche al contributo del sindacalista ambientalista Chico Mendes, ha garantito quel minimo di protezione sia alla foresta Amazzonica che al popolo che la abita.
Bolsonaro sarà anche stato eletto “democraticamente”, ma le sue politiche sono l'esatto opposto della democrazia. Peccato in Europa siano in pochi a denunciare tale triste fenomeno, ma preferiscano accanirsi contro il socialismo dell'America Latina, sia in Venezuela che in Nicaragua e altrove. Proprio quel socialismo che ha liberato i poveri e i popoli indigeni dall'oppressione coloniale e liberal capitalista.
Un giorno, forse, chissà, apriremo finalmente gli occhi. Speriamo non sia troppo tardi.

Luca Bagatin