domenica 3 maggio 2026

La pragmatica proposta cinese per il Medio Oriente. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 28 aprile scorso, l'Ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese presso le Nazioni Unite, Fu Cong, ha sottolineato, ancora una volta, l'equilibrata e pragmatica posizione cinese relativamente alla situazione nello Stretto di Hormuz e ai diritti del popolo palestinese.

Egli, in particolare, ha ribadito che il Presidente Xi Jinping ha da tempo presentato una proposta in quattro punti “per il mantenimento e la promozione della pace e della stabilità in Medio Oriente, che include il rispetto dei principi di coesistenza pacifica, sovranità nazionale, stato di diritto internazionale e equilibrio tra sviluppo e sicurezza, offrendo la soluzione cinese per porre fine al conflitto e raggiungere la pace”.

In tal senso ha sottolineato come “La Cina esorta tutte le parti a cogliere questa opportunità di pace, a esercitare la massima moderazione, a dimostrare la massima sincerità e a rimanere ferme nella direzione di una soluzione politica per evitare qualsiasi battuta d'arresto nello slancio del cessate il fuoco e dei negoziati, e adoperarsi per il rapido ripristino della stabilità in Medio Oriente e nella regione del Golfo”.

L'Ambasciatore Fu Cong ha poi spiegato come “La questione palestinese è sempre stata al centro della questione mediorientale e non deve essere in alcun caso marginalizzata. Per decenni, il conflitto israelo-palestinese si è svolto in cicli. Il suo punto cruciale è che la soluzione dei due Stati è stata realizzata solo a metà. Lo Stato di Israele è stato istituito molto tempo fa, mentre lo Stato di Palestina rimane irraggiungibile. Sebbene gli scontri intensi si siano interrotti, il popolo palestinese è ancora costretto a convivere con la morte e la sofferenza, la situazione nei territori palestinesi occupati continua a peggiorare e le fondamenta della soluzione dei due Stati rischiano di essere completamente svuotate. Il caos e la guerra non sono il destino del popolo palestinese. La comunità internazionale deve agire con la massima urgenza per invertire questa traiettoria negativa e porre rimedio all'ingiustizia storica subita dalla Palestina”.

Egli ha poi illustrato tre punti fondamentali:

1) “Gaza non è un campo di battaglia permanente e le sofferenze dei suoi civili devono cessare immediatamente. (…) Dall'ottobre dello scorso anno, Israele ha incessantemente lanciato attacchi e rafforzato la sua presenza militare, causando oltre 800 morti e più di 2.000 feriti. La crisi umanitaria a Gaza rimane drammatica, caratterizzata dalla scarsità di beni di prima necessità, da condizioni igienico-sanitarie deplorevoli e da un sistema sanitario sull'orlo del collasso totale. La Cina esorta tutte le parti interessate, in particolare Israele, a rispettare pienamente l'accordo di cessate il fuoco per garantire un cessate il fuoco completo e duraturo in tutta Gaza (...)”.

2) “le attività di insediamento sono inaccettabili e le tensioni in Cisgiordania devono essere allentate. Israele sta attualmente accelerando l'espansione degli insediamenti, avendo recentemente approvato la costruzione di altri 34 e avviato la ricostruzione dell'insediamento di Sanur, chiuso da molti anni. L'escalation della violenza in Cisgiordania è altrettanto preoccupante. La violenza dei coloni si sta intensificando e la potenza occupante effettua frequentemente perquisizioni, arresti e raid, arrivando persino a promulgare leggi che prevedono la pena di morte specificamente contro i palestinesi, il che acuisce pericolosamente le tensioni. Le attività di insediamento violano il diritto internazionale e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Prolungare l'occupazione illegale non farà sentire più sicure nessuna delle due parti. Al contrario, intensificherà un circolo vizioso. Israele deve dare ascolto ai forti appelli della comunità internazionale, fermare immediatamente le attività di insediamento illegali, arginare efficacemente la violenza dei coloni e garantire una solida responsabilità per tutti gli attacchi”

3) “la soluzione dei due Stati non è negoziabile e l'indipendenza dello Stato palestinese deve essere sostenuta. È profondamente preoccupante che continuino a provenire da Israele voci contrarie alla soluzione dei due Stati, alcune delle quali minacciano addirittura di soffocare l'idea di uno Stato palestinese. La soluzione dei due Stati rimane l'unica via percorribile per risolvere la questione palestinese. Qualsiasi azione unilaterale che ne eroda le fondamenta deve essere fermamente respinta e qualsiasi futuro accordo o creazione di nuovi meccanismi deve aderire al principio del governo palestinese, contribuendo a promuovere, anziché indebolire, la soluzione dei due Stati. Ci congratuliamo per il successo delle elezioni municipali tenutesi in Palestina la scorsa settimana. La comunità internazionale deve aumentare il sostegno alla Palestina per promuovere la rapida creazione di uno Stato palestinese pienamente sovrano e indipendente, basato sui confini del 1967 con Gerusalemme Est come capitale.

Relativamente alla crisi dello Stretto di Hormuz, l'Ambasciatore Fu Cong si era espresso il giorno precedente, spiegando come “Lo Stretto di Hormuz è un corridoio vitale per il commercio internazionale di merci ed energia. Mantenere la sicurezza, la stabilità e il libero passaggio in questa regione è nell'interesse comune della comunità internazionale. La causa principale del blocco dello Stretto sono le azioni militari illegali lanciate da Stati Uniti e Israele contro l'Iran. Nonostante il cessate il fuoco recentemente concluso, gli Stati Uniti hanno intensificato il dispiegamento militare e imposto blocchi mirati. Questo è un comportamento pericoloso e irresponsabile.”

Egli aveva anche elogiato in particolare il Pakistan per il ruolo di mediazione, sottolineando la necessità di risolvere in tempi brevi le controversie e i conflitti per mezzo della diplomazia.

Luca Bagatin

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sabato 2 maggio 2026

Venezuela e Cuba, Primo Maggio segnato dalle tensioni con il regime di Trump. Articolo di Luca Bagatin

 

In occasione della Giornata Internazionale dei Lavoratori del 1 maggio, il Presidente del Venezuela, il socialista Nicolas Maduro, dal carcere di New York, nel quale è detenuto a seguito del sequestro avvenuto il 3 gennaio scorso, da parte del regime statunitense, ha voluto inviare, attraverso il suo canale Telegram, un messaggio alla classe lavoratrice del suo Paese e al suo popolo.

Egli ha invitato il popolo venezuelano ad “Andare avanti con fede nonostante le limitazioni, confidando nelle nostre forze e con lo sforzo congiunto della classe lavoratrice e dell'intero Paese”, aggiungendo che è necessario “consolidare il processo di rinnovamento e crescita delle forze lavoratrici iniziato lo scorso anno”.

Il Presidente Maduro ha altresì sottolineato la necessità di “garantire, in quanto classe lavoratrice, il processo di pace, riconciliazione e unità nazionale quale esercizio di sovranità e riconciliazione nazionale”.

Egli, ricordando il suo passato di autista presso la metropolitana di Caracas, nonché ex sindacalista, si è dichiarato “orgoglioso di far parte della potente classe operaia venezuelana, che deve essere protagonista della nuova storia che il nostro Paese sta costruendo”.

Il Presidente Maduro ha altresì espresso la sua gratitudine, anche a nome della moglie, Cilia Flores, per la solidarietà dimostrata, sia da parte del popolo venezuelano che da parte di quella di tutto il mondo, per la sua ingiusta detenzione.

Uniti vinceremo!”, ha concluso il Presidente nel suo messaggio.

E, sempre nella giornata del 1 maggio, a Cuba, Paese fratello del Venezuela, al quale lo unisce la comune matrice socialista e la comune lotta contro l'aggressione statunitense, il Presidente Miguel Diaz-Canel, ha condannato le ennesime misure coercitive unilaterali statunitensi contro l'Isola.

“Oggi il governo degli Stati Uniti ha annunciato nuove misure coercitive che rafforzano il brutale blocco genocida, a dimostrazione della sua povertà morale e del suo disprezzo per la sensibilità e il buon senso degli americani e dell'intera comunità internazionale”, ha scritto su Facebook il Presidente Diaz-Canel, spiegando come “nessuna persona onesta può accettare la scusa che Cuba rappresenti una minaccia per quel Paese”.

“Il blocco e il suo rafforzamento causano danni enormi, a causa del comportamento intimidatorio e arrogante della più grande potenza militare del pianeta”, ha concluso il Presidente cubano.

Attualmente Cuba, oltre a subire un embargo dal 1962 da parte del regime statunitense, esso è stato ulteriormente rafforzato da Trump, il quale ha imposto dazi doganali ai Paesi che vendono petrolio a Cuba e ha introdotto misure restrittive alle banche straniere che collaborano con essa, oltre a misure coercitive nei confronti di coloro i quali vorrebbero operare con Cuba nel settore energetico, minerario, della difesa e della sicurezza.

Come se ciò non fosse sufficiente, il regime di Trump ha peraltro minacciato di invadere l'Isola. In barba, come nel suo aberrante stile, ad ogni rispetto per i popoli sovrani e al diritto internazionale.

Luca Bagatin

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giovedì 30 aprile 2026

Primo Maggio oltre il mito del lavoro: una lettura socialista. Articolo di Luca Bagatin

 

Lavorare rende schiavi, avrebbe detto – provocatoriamente - Paul Lafargue (1842 - 1911), genero di Karl Marx, rivoluzionario, massone e saggista, ribaltando l'aberrante motto nazifascista, presente all'ingresso dei lager, secondo il quale “lavorare rende liberi” (sic!).

Lafargue, sostenitore della Comune di Parigi del 1871, direttore de “La Défense nationale” di Bordeaux, fondatore del Partito Operaio Francese e deputato nel 1891, pur trovandosi in prigione, a causa della sua attività rivoluzionaria, scrisse, infatti, un ottimo saggio: “Il diritto all'ozio”.

Saggio comprendente sue analisi e articoli, in esso, fra le altre cose, egli sostiene: “Una strana follia possiede le classi operaie delle nazioni dove regna la civiltà capitalista. Questa follia trascina al suo seguito miserie individuali e sociali che da secoli torturano la triste umanità. Questa follia è l'amore per il lavoro, la passione nociva del lavoro, spinta fino all'esaurimento delle forze vitali dell'individuo e della sua progenie.

Nella società capitalista il lavoro è la causa di tutta la degenerazione intellettuale, di tutta la deformazione organica.

I Greci dell'epoca d'oro non avevano che disprezzo nei confronti del lavoro: agli schiavi solamente era permesso di lavorare, l'uomo libero conosceva soltanto gli esercizi fisici ed i giochi d'intelligenza.

I filosofi dell'antichità insegnavano il disprezzo del lavoro, forma di degradazione dell'uomo libero; i poeti cantavano l'ozio, dono degli dèi: O Meliboe, Deus nobis hæ cotia fecit.
Nella nostra società quali sono le classi che amano il lavoro per il lavoro? I contadini proprietari e i piccoli borghesi; i primi chini sulla terra, gli altri rintanati nelle loro botteghe, si muovono come la talpa nella sua galleria sotterranea e mai alzano il capo per contemplare a proprio piacimento la natura.
Il proletariato tradendo i suoi istinti e misconoscendo la sua missione storica, si è lasciato pervertire dal dogma del lavoro. Dura e terribile è stata la sua punizione. Tutte le miserie individuali e sociali sono sorte dalla sua passione per il lavoro.
Le officine moderne sono diventate delle case ideali di correzione dove si incarcerano le masse operaie, dove si condannano ai lavoro forzati per dodici o quattordici ore non solo gli uomini, ma anche le donne e i bambini.
Se le sofferenze del lavoro forzato, se le torture della fame si sono abbattute sul proletariato più numerose delle cavallette della Bibbia, è il proletariato che le ha chiamate.
La nostra epoca, si dice, è il secolo del lavoro, in realtà è il secolo del dolore, della miseria e della corruzione.

(…). Introducete il lavoro salariato e addio gioia, salute, libertà: addio a tutto ciò che rende la vita bella e degna di essere vissuta.
Lavorate, lavorate proletari per accrescere la ricchezza sociale e le vostre miserie individuali. Lavorate, lavorate, perché diventando più poveri avrete più ragioni per lavorare e per essere miserabili. Questa è la legge inesorabile della produzione capitalista.”

Lafargue interpreta e incarna, dunque, la lotta socialista per eccellenza, purtroppo andata perdendosi nel tempo: la liberazione degli esseri umani dal lavoro salariato, ovvero dall'origine stessa dello sfruttamento.

L'ex Presidente socialista dell'Uruguay, José “Pepe” Mujica (1935 - 2025), portò avanti la medesima prospettiva anticapitalista e spiegò che “La vita non è fatta solo per lavorare, ma ha bisogno di tempo libero per l’esercizio della libertà. Non si può vivere oppressi dal mercato che ci obbliga a comprare, comprare, perché non paghi con i soldi, ma con il tempo della tua vita”.

Mujica, non diversamente da Lafague, immagina - come ebbe modo di dire - “un cammino di lotta al servizio e in solidarietà con gli altri esseri umani”; “una politica permanente a favore di chi ha la volontà di lavorarla”, ad esempio organizzando “colonie di terra pubblica in cui si paga un affitto”

Invero, esempi di questo tipo, li abbiamo avuti nella Jugoslavia socialista di Tito, fondata sull'autogestione delle imprese e nella Libia di Mu'Ammar Gheddafi (ovvero nella Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista), ove all'autogestione si coniugavano aspetti di democrazia diretta, attraverso Congressi e Comitati popolari aperti a tutti i cittadini.

Quella che, peraltro, era l'idea dei Soviet originari, propugnati dal Partito Socialista Rivoluzionario russo, di matrice prevalentemente agraria e che si ispirava al populismo del filosofo Aleksandr Herzen (1812 – 1870), grande amico e estimatore dei nostri Mazzini e Garibaldi i quali, a loro volta, erano propugnatori di una visione democratico-repubblicano-socialista volta all'emancipazione delle classi proletarie e contadine.

Giuseppe Mazzini, nel suo saggio “Condizioni e avvenire dell'Europa”, del 1871, scrisse, non a caso: “Il grande pensiero sociale che ferve oggi in Europa può così definirsi: abolizione del proletariato: emancipazione dei lavoratori dalla tirannide del capitale concentrato in un piccolo numero d'individui: riparto dei prodotti, o del valore che n'esce, a seconda del lavoro compito: educazione morale e intellettuale degli operai: associazione volontaria tra gli operai, sostituita pacificamente, progressivamente e quanto è possibile, al lavoro individuale salariato ad arbitrio del capitalista”.

Associazionismo operaio, dunque, fu la parola d'ordine delle correnti della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864, a mio avviso l'esempio più puro delle lotte di emancipazione sociale e nella quale vi sarebbe potuta essere davvero una sintesi sincretica fra il repubblicanesimo sociale, l'umanesimo marxista, l'anarchismo sociale e il populismo democratico, che poi sarà meglio sviluppato, in particolare in Russia, alla fine dell'800 e che contribuirà a gettare le basi della Rivoluzione Russa del 1905 (guidata dal Partito Socialista Rivoluzionario e dal Partito Operaio Socialidemocratico Russo) e, successivamente, di quella del 1917 che, purtroppo, vedrà presto prevalere la corrente bolscevica, la quale soffocherà troppo presto gli esempi di democrazia diretta e di socialismo autogestionario che si stavano sviluppando (vedi ad esempio l'esperienza della Comune di Kronstadt del 1921, il cui motto fu “Tutto il potere ai Soviet, non ai partiti!”, contrapponendo i consigli operai e contadini e l'autogestione socialista al burocratismo partitocratico).

Gheddafi, a torto ritenuto un dittatore, anziché un riformatore sociale, peraltro studioso e estimatore di Rousseau, nel suo “Libro Verde”, ovvero il suo saggio sociale e politico fondamentale, scrisse, in merito all'organizzazione sociale e del lavoro: “Nella società socialista non ci sono infatti possibilità di produzione individuale al di sopra del soddisfacimento dei bisogni personali. In essa non è permesso di soddisfare i propri bisogni a spese degli altri. Le istituzioni socialiste lavorano per soddisfare i bisogni della società. (…). A ciascun individuo è consentito di risparmiare ciò che vuole, soltanto nell’ambito del proprio fabbisogno, in quanto l’accumulo di risparmio in misura maggiore, è a detrimento della ricchezza collettiva. La gente abile e intelligente non ha il diritto di appropriarsi delle unità di ricchezza altrui per via della propria abilità e intelligenza, tuttavia può utilizzare quelle qualità per soddisfare i deficienti e gli incapaci non perciò devono essere privati di quella stessa parte della ricchezza sociale di cui godono i sani”.

Egli ritenne, dunque, in concordia con il socialismo delle origini (da Saint-Simon, a Marx, sino a Pierre Leroux, Proudhon e così via), che i lavoratori dovessero essere considerati produttori, non più dei salariati, ovvero degli sfruttati. E dunque, ciò che loro producono, dovesse essere considerato di loro stessa proprietà.

Il salario, per Gheddafi (e in realtà per tutti i socialisti, sin dalla fondazione della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864), è indice di sfruttamento e un lavoratore/produttore non può essere schiavo di nessun padrone. Sia esso un padrone privato o statale.

Oltre a ciò, il Raìs, ritenne che nessuno potesse possedere più di quanto gli fosse necessario per vivere. Ciò perché – non essendo le risorse illimitate - l'accumulazione della ricchezza da parte di alcuni è fonte di ingiustizia, corruzione e segna il sorgere della società dello sfruttamento.

Visione peraltro non dissimile da quella del peronismo argentino, che fondava i suoi principi su “giustizia sociale; sovranità nazionale; indipendenza economica” e quella portata avanti nella Cuba del Che e Fidel Castro, nell'Egitto nasseriano e via via nei modelli più recenti del Socialismo del XXI Secolo latinoamericano, che propongono, dunque, un nuovo modello di sviluppo.

Uno modello volto a superare, da una parte il produttivismo e dall'altra il capitalismo. Proponendo che il cittadino/lavoratore viva del necessario e lavori a beneficio della società e dei bisognosi e non già per un salario. E che ciascuno sia proprietario del proprio lavoro, nell'ambito di attività economiche socialiste autogestite.

Moltissima strada vi è da fare, se pensiamo che con il Primo Maggio, festa sacrosanta e nobile, si festeggia “il lavoro”, quando purtuttavia, per essere precisi, bisognerebbe festeggiare la “liberazione dal lavoro”, o, meglio, “la liberazione dallo sfruttamento del giogo del salario”.

Lavoro che toglie tempo libero; che lega a un datore di lavoro (e ad eventuali ricatti); che è utile solo a generare profitto e conseguente sfruttamento delle risorse economiche, sociali, ambientali e non già per aiutare la comunità stessa e le sue necessità primarie e fondamentali.

Necessità che non sono legate al vil danaro, che è uno strumento per sua natura schiavista, in quanto rappresenta un debito nei confronti di qualcuno (ed è il maggiore e più perverso strumento di perdita di sovranità dei cittadini e dei Paesi).

Una società sana, socialista, autogestita, libera e libertaria, è una società che supera i vincoli imposti dall'egoismo umano.

Per mettere il capitale nelle mani di chi lavora, se vogliamo, secondo la visione socialista mazziniana sviluppata nel 1908 dal sindacalista rivoluzionario Alfredo Bottai (1874 – 1965), esponente della sinistra del Partito Repubblicano Italiano.

Una visione ispirata all'etica del “dovere” (nei confronti della comunità e, quindi, dell'umanità) e che, con Giulio Andrea Belloni, allievo politico di Bottai e in sintonia con i suoi sodali di partito Guido e Mario Bergamo, puntava a: abolizione del salario; abolizione del proletariato; abolizione della borghesia, del capitalismo e della delinquenza plutocratica; democrazia diretta e cooperativismo operaio, in modo che i lavoratori potessero essere i beneficiari diretti degli utili dell'impresa.

Una visione che sembra antica, ma in realtà è quanto mai attuale, per quanto oscurata, vilipesa, manipolata dalle plutocrazie economico sociali di matrice liberale o liberal-capitalista che, in realtà, l'unica libertà che conoscono è quella del menzognero e aberrante motto “lavorare rende liberi” o dell'altrettanto aberrante concetto del “meglio un lavoro pagato poco che nessun lavoro”.

Aspetti che ci hanno condotti dritti dritti verso il precariato, lo sfruttamento di massa legalizzato, la mancanza di sicurezza sul posto di lavoro, che per molte generazioni è diventato la regola, la normalità.

Come la regola e la normalità, per molti anni, è stata l'austerità imposta dall'UE e come, fra un po', rischieranno di diventare “normali” anche eventuali lockdown energetici, a causa di sanzioni sconsiderate, masochiste e folli.

La democrazia è quando i cittadini riprendono in mano il controllo della propria comunità. Non quando subiscono scelte dall'alto.

Democrazia è autogestione della propria comunità, è associazionismo, è socialismo.

Lo scrittore e politico russo Eduard Limonov, il 1 maggio del 2015, scrisse: “La festa del Primo Maggio non ha perso la sua rilevanza.

Il Primo Maggio è il giorno dell'operaio, come lo chiamavamo negli anni '90, il giorno del quarto potere, che presta la sua opera per conto terzi.

I lavoratori sono la maggioranza delle persone sul pianeta, quindi questa festività appartiene a una specie di esercito di angeli dell'inferno, su cui tutto poggia”.

Luca Bagatin

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sabato 25 aprile 2026

Storico incontro, a Caracas, fra i Presidenti socialisti di Colombia e Venezuela, Gustavo Petro e Delcy Rodriguez. Articolo di Luca Bagatin

 

Si è tenuto, venerdì 24 aprile scorso, a Caracas, presso Palazzo Miraflores, sede del governo venezuelano, un importante incontro fra il Presidente della Colombia, Gustavo Petro e la Presidente incaricata del Venezuela, Delcy Rodriguez.

Entrambi i Paesi, oltre ad essere vicini geograficamente, hanno in comune la medesima Storia di liberazione nazionale, guidata da Simon Bolivar, negli Anni '20 del XIX Secolo e i rispettivi governi sono attualmente guidati da leader socialisti democratici e di ispirazione, appunto, bolivariana.

Entrambi i governi hanno concordato una serie di misure relative all'interconnessione di energia elettrica e gas; la promozione del turismo e la lotta contro la criminalità organizzata e transnazionale.

La Presidente Rodriguez ha elogiato l'ascesa al governo del Presidente Petro, nel 2022, sottolineando come essa abbia riaperto i canali diplomatici fra i due Paesi e ciò abbia permesso di rafforzare i rapporti commerciali ed economici, prima impediti dai governi di destra e filo-statunitensi.

L'agenda politica dei due Paesi intende dare priorità all'integrazione energetica, turistica e alimentare e entrambe le parti hanno concordato, altresì, di elaborare piani militari e di intelligence per arginare le bande criminali che imperversano in entrambi i Paesi.

Il Presidente Gustavo Petro, che ha solidarizzato con il Venezuela e il suo governo per l'attacco illegale subito dal Paese il 3 gennaio scorso, da parte del regime statunitense, culminato con il sequestro del Presidente Nicolas Maduro e della First Lady, Cilia Flores, ha sottolineato la necessità di sviluppare un progetto volto a promuovere pace globale e democrazia e che sia contrapposto ai modelli che sostengono autoritarismo e conflitti.

Oltre a ciò, ha rammentato la necessità di riprendere il progetto bolivariano della Grande Patria, che promuova unità, integrazione economica, sociale e politica fra Colombia e Venezuela, rispettando le relative autonomie nazionali.

Egli ha altresì sottolineato la necessità di adottare strategie volte alla lotta contro il narcotraffico, l'estrazione illegale di oro e minerali rari e la tratta di esseri umani.

Quella del Presidente Petro è la prima visita di un capo di Stato in Venezuela dopo il rapimento del Presidente Nicolas Maduro ed entrambe le parti si sono dette molto soddisfatte.

Nel frattempo, sempre venerdì 24 aprile scorso, il tribunale federale statunitense ha permesso al Presidente del Venezuela Maduro e a sua moglie, Cilia Flores, di utilizzare le risorse dello Stato venezuelano per potersi difendere nel procedimento che li vede coinvolti a New York, con l'infondata accusa di narcotraffico.

Il Presidente Maduro e la moglie sono attualmente reclusi in un carcere di New York, dopo il rapimento illegale del 3 gennaio scorso, che ha completamente violato il diritto internazionale e l'integrità territoriale del Venezuela.

Fra i maggiori sostenitori della loro liberazione, a livello internazionale, lo storico cofondatore dei Pink Floyd, Roger Waters, da sempre attivista per i diritti civili, contro il capitalismo e noto per le sue posizioni socialiste libertarie.

Luca Bagatin

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Il 25 aprile con mio padre tra tradizione e libertà. Articolo di Paola Bergamo

Paola Bergamo e il suo cagnolino Napoleone

 
Con mio Padre, Giorgio Mario, mi piaceva passeggiare tra i sentieri dolomitici. Nel verde del sottobosco, tra l’intreccio di linfa e corteccia ancora umida per la pioggia, ci soffermavamo a riflettere sulla libertà.

I tronchi degli alberi mi apparivano colonne portanti di cattedrali naturali. La quiete del bosco, tra il digradare delle sfumature dei verdi e i colori brillanti dei fiori di montagna impollinati dalle api, ci era sempre parso il luogo ideale per pensare, solleticati dai profumi che esalavano dalle foglie in dissolvenza, in una miscellanea di resina, muschi e licheni.

Lungo quei pendii, proprio un 25 aprile di tanti anni fa, mi raccontava una volta ancora del suo esilio iniziato nel 1926. Mio Padre aveva solo quattro anni quando fu catapultato a Parigi per raggiungere, con mia Nonna Ermelinda, sua Madre, la Francia e riunirsi tutti a mio Nonno, Mario Bergamo, ultimo Segretario Nazionale del PRI. Perseguitato politico, fu costretto a espatriare per non venir ucciso dagli squadristi fascisti che ne avevano decretato la soppressione quale avversario irriducibile della dittatura.
Mario Bergamo, uomo tutto d’un pezzo, dedicò la vita a difendere la libertà. Lottò per trasformare l’Italia monarchica e dittatoriale in una repubblica democratica ma, quando questo accadde, attraverso la Liberazione , decise di non farvi ritorno addirittura scrivendo dei versi – era anche un poeta –  che indirizzò al primo Presidente della Repubblica Italiana, definendo la nascente Repubblica, che pur aveva cercato e per la quale aveva lottato, “concetta in dolore non nascerà al vituperio ...” e poco oltre continuando “sottoscrivente pace oltraggiosa, peccato mortale contro lo spirito …. sè danna e condanna figli dei figli ….”.
Il Nonno, quale Aventiniano, – già Deputato alla Camera del Regno – aveva diritto alla sedia di Senatore che tuttavia rifiutò preferendo trasformare il suo esilio, dapprima necessario, in un esilio volontario che si protrasse fino al giorno della sua morte nel 1963.
Una scelta dolorosa che per moltissimi anni feci fatica a comprendere e sulla quale mi sono interrogata, intrattenendomi a lungo sul tema con mio Padre, durante i nostri dialoghi. Il Nonno era persuaso che la Repubblica che stava nascendo non era quella che aveva sognato: la Nazione contraeva debiti che ai suoi occhi equivalevano a una dannazione, condannando sé stessa, e le generazioni future, per molto tempo a venire.

Il filosofo e politico Mario Bergamo, ultimo segretario nazionale del Partito Repubblicano Italiano (PRI) prima dello scioglimento imposto dal regime fascista nel 1926.

Per quelle strane coincidenze che possono far pensare a sincronismi legati a cose più grandi di noi, sono nata quando il Nonno si spegneva per un aggressivo cancro al polmone di cui complici furono quei maledetti pacchetti di Gauloises, d’un paradossale azzurro all’apparenza innocente, il cui slogan, ironia della sorte, era “Liberté Toujours”. Il Nonno fumava probabilmente esorcizzando così le tante amarezze, le persecuzioni e le profonde delusioni, ignaro di riempire i suoi polmoni di veleno.

Il 25 Aprile, per noi di Venezia, coincide anche con il giorno di San Marco, rallegrando le donne con quel bocciolo di rosa rossa donato in segno d’ amore, passione e devozione, antica tradizione in onore del patrono della nostra città.
Quando giunge questa data celebrativa, che però è prima di tutto festa nazionale,  non posso non pensare al Nonno, alle sue sofferte scelte e alle lunghe chiacchierate con mio Padre quando mi insegnava, fuori dal coro, che “un popolo non diventa libero per decreto o per vittoria altrui, ma quando sente la libertà come una propria necessità” e ancora che “se l’Italia non manca di momenti eroici, manca di continuità morale”.La libertà non può essere ridotta soltanto a un evento storico da celebrare -la liberazione appunto- , essendo una conquista interiore e collettiva che richiede consapevolezza, responsabilità e durata nel tempo.

La Libertà, proprio come sosteneva il Nonno con il suo Repubblicanesimo Sociale, è prima di tutto figlia della Giustizia Sociale e la portata di verità di tale postulato è anche più evidente oggi, nel convulso tempo della nostra contemporaneità scompaginata che declina inesorabilmente verso immani tragedie in un mondo che mi pare sempre più ingiusto, avido e conflittuale.

Se il 25 aprile con la Festa della Liberazione è uno dei momenti più significativi della storia contemporanea italiana celebrando la fine dell’occupazione nazifascista, la caduta del regime, rimane tuttavia una ricorrenza che, a distanza di decenni, continua a suscitare sentimenti contrapposti sul significato stesso di “Liberazione” e “Libertà”.

Liberazione e libertà non sono sinonimi.
La liberazione è un evento, un passaggio storico: indica la rimozione di un’oppressione, che, nel nostro caso è avvenuto grazie a un intervento esterno in una combinazione di forze interne ed esterne.
La libertà, invece, è una condizione più ampia e complessa: è la capacità di autodeterminarsi, di costruire istituzioni, valori e responsabilità condivise.

La liberazione del 1945 fu il risultato dell’avanzata degli Alleati e della Resistenza, un fenomeno che ha più anime e su cui è bene soffermarsi.
Non vi fu solo la componente civile e popolare partigiana nelle sue diverse colorazioni – peraltro andò partigiano, anche mio Zio Guido, fratello del Nonno Mario, comandando l’Insurrezione a Mestre – ma parteciparono alla Resistenza, e ne parlavo qualche giorno fa con il Generale di Corpo d’Armata Antonio Bettelli,  pure i soldati sopravvissuti all’8 settembre, fedeli ai valori e alle istanze libertarie cui si aggiunse la componente militare e istituzionale rappresentata dal Corpo Italiano di Liberazione (poi evolutasi nei Gruppi di Combattimento).  Infine, vi fu una componente silenziosa, in parte ancora negletta, cioè quei seicentocinquantamila internati militari italiani che, incarcerati in Germania e in Polonia, dopo l’8 settembre rifiutarono, per la gran parte, la libertà loro concessa se avessero aderito alla RSI.
 
C’è perciò differenza tra essere liberati e liberarsi.
Nel primo caso, la libertà appare come qualcosa di “concesso”, fonte di obblighi e obbligazioni che ne limitano la portata; nel secondo, come una conquista pienamente consapevole e collettiva, totale e totalizzante.
La Resistenza, che pur da sola non sarebbe stata in grado di conquistare la Libertà, ha permesso di dare alla Liberazione il carattere anche di una conquista in proprio che, come scriveva Hannah Arendt a proposito di libertà, “non è semplicemente l’assenza di oppressione, ma la partecipazione attiva (alla vita pubblica).”

La Resistenza fu quindi un fenomeno complesso e plurale, attraversato da diverse ideologie e visioni politiche. Tuttavia, nel racconto pubblico, essa è stata spesso interpretata attraverso una lente prevalentemente ideologica, che ha finito per enfatizzare solo alcune componenti a discapito di altre.
La verità è che vi fu un popolo che si spese spesso anche con azioni silenziose per sostenere lo sforzo di libertà della Nazione: chi protesse i più deboli, chi coadiuvò lo sforzo bellico, chi rifiutò di collaborare con gli occupanti e i loro fiancheggiatori fascisti.
A distanza di 80 anni però si fatica ancora a metabolizzare quello che fu un dramma collettivo, il Fascismo. Si fatica a comprendere che vi fu chi era in buona fede anche se stava dalla parte sbagliata e che fino a poco prima era considerata quella giusta da un popolo che, si era smarrito, era uscito sconfitto e umiliato dal secondo conflitto mondiale, precipitando in una tremenda e cruenta guerra civile i cui echi e spettri non paiono talora ancora sedati.
Questo ha contribuito a una memoria non sempre condivisa e si stenta a raccontare la Resistenza come un fenomeno nazionale composito e unitario tra civili e militari, popolo e istituzioni.
Spero che un giorno si possa riuscire a vivere il 25 aprile come un simbolo fondativo per tutti nella ritrovata libertà ponendo fine a divisioni che non leniscono le sofferenze che furono di tutti.

Norberto Bobbio osservava: “La democrazia vive di dissenso, ma ha bisogno di memoria comune.”

Perché resta una festa divisiva? Le ragioni sono molteplici.
Il 25 Aprile è espressione di memoria selettiva ad excludendum intrisa di eredità ideologiche che la Guerra Fredda e le contrapposizioni politiche del dopoguerra hanno acuito lasciando tracce profonde nella lettura della Resistenza in una realtà come l’Italia dove è ancora fragile l’identità nazionale. L’Italia, storicamente, ha avuto difficoltà a costruire una narrazione compartecipata dei propri momenti fondativi.

Come ricordava Indro Montanelli: “Gli italiani non hanno fatto i conti con la propria storia: l’hanno archiviata, non compresa.”

Serve allora andare verso una memoria meno retorica e meno selettiva.
Riconoscere che liberazione e libertà non coincidono non significa sminuire il valore del 25 aprile, piuttosto approfondirlo.
Significa interrogarsi su cosa sia davvero la libertà oggi: non solo un’eredità del passato, ma una responsabilità presente.

Il 25 aprile dovrebbe essere non solo il ricordo di una liberazione foriera di libertà, ma un’occasione per discutere, in modo plurale, di cosa significhi essere liberi davvero.
In fondo, come scriveva Piero Calamandrei: “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare.”

Paola Bergamo

www.centrostudimb2.eu

martedì 21 aprile 2026

Cuba resiste e lo fa anche con l'iniziativa "La mia firma per la Patria", rivolta alla società civile di tutto il mondo. Articolo di Luca Bagatin

 

Cuba resiste. Nonostante l'inasprimento dell'embargo e le continue minacce del regime di Trump.

E resiste anche in modo simbolico, coinvolgendo la società civile e promuovendo la raccolta di firme “La mia firma per la Patria”, che vuole ribadire il sostegno alla Rivoluzione socialista cubana, alla sovranità dell'Isola e il suo impegno per la pace e l'emancipazione sociale.

Il Presidente di Cuba, Miguel Díaz-Canel, ha apposto la sua firma a Playa Giron, durante la commemorazione del 65esimo anniversario della vittoria di Cuba contro l'invasione del regime statunitense, nell'aprile 1961.

Riferendosi ai valorosi eroi cubani del '61, il Presidente Díaz-Canel, ha affermato, sui social: “Oggi, lì (a Girón), abbiamo deposto fiori bianchi, in onore del loro eroismo, e abbiamo firmato la dichiarazione inequivocabile secondo cui la Rivoluzione cubana non scenderà mai a compromessi sui suoi principi”.

L'iniziativa “La mia firma per la Patria” sostiene l'appello del Presidente cubano alle organizzazione cubane e di tutto il mondo, allo scopo di sensibilizzare la comunità internazionale relativamente al dramma che sta subendo Cuba a causa delle misure coercitive in ambito commerciale, finanziaro ed economico imposte dagli USA, per ragioni meramente ideologiche.

Gli USA, infatti, non hanno mai sopportato l'idea che, a pochi passi da casa loro possa esistere una realtà nella quale la comunità, attraverso il socialismo, venga messa al primo posto e che in quell'Isola si investa in sanità e istruzione, piuttosto che in armi di distruzione di massa.

Non occorre essere comunisti o socialisti per sostenere Cuba. Basta la logica, il buonsenso, l'umantià.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

lunedì 20 aprile 2026

Nuova primavera socialista per la Bulgaria e l'Europa. Articolo di Luca Bagatin

 

E' e sarà una nuova primavera per la Bulgaria e l'Europa, con la vittoria, alle elezioni parlamentari di domenica 19 aprile, della coalizione socialista democratica e populista di sinistra Bulgaria Progressista (PB) di Rumen Radev che, con quasi il 45% dei consensi, ha ottenuto la maggioranza dei seggi in Parlamento e battuto la coalizione liberale e democristiana di centro-destra GERB (Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria) - SDS (Unione delle Forze Democratiche), di Bojko Borisov, ferma al 13,39%. Al terzo posto i liberal-europeisti di Continuiamo il Cambiamento, con il 12,6%; a seguire i liberali del Movimento per i Diritti e le Libertà, con il 7,1% e, infine, l'estrema destra di Revival, che ha ottenuto appena il 4,2% dei voti.

Le forze di destra e ultra-destra, liberal-capitaliste e filo UE, in sostanza, sono state ampiamente sconfitte e hanno perso numerosi seggi, lasciando spazio alla neonata Bulgaria Progressista, composta da socialisti democratici, nazionalisti e populisti di sinistra, nella piena tradizione del socialismo originario e patriottico europeo, la cui storia – malamente oscurata e vilipesa dall'ideologia liberale e capitalista – ha origini che vanno da Giuseppe Garibaldi ad Aleksandr Herzen, sino a giungere alla Comune di Parigi e i primi Soviet operai e contadini e che unisce tanto la tradizione socialista-repubblicano sociale latina che quella eurasiatica.

Il leader della coalizione vincente, Rumen Radev, classe 1963, Generale dell'Aeronautica, fu aderente al Partito Comunista Bulgaro dal 1985 al 1990 e, nel 2016, fu il candidato eletto alla Presidenza della Bulgaria, sostenuto dal Partito Socialista Bulgaro e dalla socialista democratica Alternativa per la Rinascita Bulgara, coalizione con la quale vinse con quasi il 60% dei voti, battendo la candidata dei liberali di centro-destra.

Radev è sempre stato critico nei confronti del governo liberale di centro-destra di Bojko Borisov, che ha spesso accusato di essere autoritario, oligarchico e corrotto e si è schierato contro di lui, con un programma fondato sulla lotta alla corruzione e all'oligarchia; maggiore presenza dello Stato in economia; maggiore giustizia e stato sociale e promozione della sovranità nazionale.

Nel 2017 fu fra i primi politici europei a condannare le sanzioni imposte dall'UE contro la Russia e si è sempre espresso contro la fornitura di armi al governo di Kiev, ritenendo che la Bulgaria dovesse tenersi fuori dal conflitto russo-ucraino e, come il suo omologo slovacco, il socialista democratico Robert Fico, ha sempre invitato ai negoziati fra le due parti.

Si è sempre detto, inoltre, molto critico nei confronti della costituzione di un fondo di riarmo, come proposto dai vertici dell'UE e criticò anche l'UE quando questa volle riconoscere il golpista Juan Guaidò che, nel 2019, senza averne alcun titolo, si autoproclamò Presidente del Venezuela in funzione anti-socialista e filo-statunitense.

E' emblematico il silenzio della sedicente “sinistra” italiana (o “campo largo) difronte al risultato delle elezioni in Bulgaria, che hanno visto il trionfo di una coalizione socialista e di sinistra autentica, senza equivoci.

Il caravanserraglio del PD and Co., invece, fino a pochi giorni fa ha preferito esultare per il destrorso Magyar, ovvero per la controfigura più glamour di Orban, peraltro suo ex sodale di partito.

Del resto, come scrivevo pochi giorni fa in un articolo dal titolo “Il tramonto della politica e la crisi dell'Occidente liberale” (https://amoreeliberta.blogspot.com/2026/04/il-tramonto-della-politica-e-la-crisi.html), esordivo con questo ragionamento: “Francamente si fa davvero fatica a definire “sinistra” il PD e i suoi alleati o potenziali tali, da Renzi, passando per Calenda, Bonelli, Fratoianni e Conte.

In che cosa si differenziano dal campo meloniano?

Nel voler mettere al centro la comunità, magari investendo massicciamente in istruzione, sanità, ricerca e sicurezza pubblica?

Nel voler nazionalizzare i settori chiave dell'economia, in favore, appunto, della comunità stessa?

Nel voler riaprire un dialogo con la Russia, ritornando a commerciare con essa, riaprire i canali energetici e abbandonare il sostegno all'autocrazia corrotta né UE né NATO, retta da un comico irresponsabile?

Nel voler ripristinare la democrazia rappresentativa, ritornando al sistema proporzionale puro, come previsto dalla Costituzione?

Nel voler ridiscutere l'alleanza con gli USA che, sempre di più, spingono l'acceleratore verso la destabilizzazione mondiale?”

Il socialismo autentico e senza equivoci, in Europa, quello di Radev, Robert Fico, Pedro Sanchez, Jeremy Corbyn e George Galloway in Gran Bretagna, Jean-Luc Mélenchon in Francia, Sahra Wagenknecht in Germania, pur nelle peculiarità nazionali di ciascun leader socialista, pone infatti al centro la comunità; è critico nei confronti del liberal-capitalismo, ovvero dell'edonismo e egoismo imperante; promuove il dialogo e il multilateralismo; promuove una società ordinata e volta al servizio delle persone, non della criminalità e delle oligarchie economiche.

Esattamente come il socialismo latinoamericano del Presidente brasiliano Lula, di quello colombiano Petro, di quello della Presidente messicana Sheinbaum e non li cito a caso, perché sono stati i veri protagonisti del IV Vertice in Difesa della Democrazia, tenutosi a Barcellona lo scorso 18 aprile.

Leader socialisti che hanno e non da oggi: condannato l'embargo contro Cuba da parte dell'imperialismo statunitense; che hanno condannato gli attacchi illegali dei regimi di Trump e Netanyahu contro l'Iran; che hanno condannato i crimini contro i palestinesi commessi dal regime di Netanyahu; che hanno condannato l'attacco del regime statunitense contro il Venezuela socialista e il rapimento del suo legittimo Presidente, Nicolas Maduro e della First Lady, Clia Flores e che hanno promosso: giustizia sociale; sovranità nazionale; indipendenza economica; rispetto del diritto internazionale; dialogo fra ogni parte in conflitto, comprendendo le ragioni di ogni parte in causa.

E Sanchez ha fatto benissimo a riaprire un amichevole canale con le realtà socialista dell'America Latina, grazie al vertice di Barcellona, oltre che rinnovare la sinergia economica con la Repubblica Popolare Cinese e non aver rotto, dal punto di vista energetico, con la Russia, risultando il primo importatore di gas russo in UE.

Socialismo senza equivoci è pragmatismo, logica, democrazia, comunità.

Ed è estraneo al sinistrismo borghese, liberal-capitalista (o “riformista” come si usa dire oggi, termine che ricordo essere stato criticato anche da Saragat, nel 1947), che insegue la destra divenendo esso stesso una forma indistinta di destra. Egualmente ideologico, censorio, anti-economico, anti-sociale e persino anti-europeista, visto che, senza dialogo, senza multilateralismo, senza il porre al centro gli interessi dei cittadini europei, l'idea stessa di Europa unita è destinata a implodere, disgregarsi, finire nelle mani dell'estremismo di destra nazionalista e sciovinista, sempre agli ordini dei desiderata di Washington o delle élite di Bruxelles (vedi Maggioranza Ursula, sostenuta tanto dalle destre liberal-democristiane, quando dagli pseudo “socialisti” e dagli pseudo “verdi”, ovvero da quel sinistrismo borghese liberal-capitalista di cui sopra).

Una Europa unita, sociale, sovrana, indipendente, in sinergia con l'Asia, l'Africa e l'America Latina, è ancora tutta da costruire.

Ma ciò sarà possibile solo guardando ad un socialismo senza equivoci, comunitario e autogestionario, come la Storia ci ha ampiamente insegnato.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it