mercoledì 3 giugno 2026

Elezioni Perù. Roger Waters dalla parte della sinistra di Roberto Sanchez, contro l'estrema destra della Fujimori. Articolo di Luca Bagatin

 

Alcuni giorni fa il compositore e cofondatore dei Pink Floyd, Roger Waters, noto per le sue posizioni socialiste libertarie e per la difesa dei diritti umani, nei suoi canali social ha invitato a votare, al secondo turno delle elezioni presidenziali del Perù, che si terranno il prossimo 7 giugno, per il candidato Roberto Sanchez, sostenuto dalla coalizione socialista democratica e indigenista Insieme per il Perù.

Sanchez, lo scorso 12 aprile, ha ottenuto il 12%, posizionandosi al secondo posto, dietro alla figlia dell'ex dittatore Alberto Fujimori, Keiko Fujimori, la quale, sostenuta dalla coalizione di estrema destra liberista, Forza Popolare, ha riportato il 17%.

Roger Waters ha dichiarato: “In Perù si sta combattendo una vera battaglia in questo momento. Ci sono due candidati. Una è Fujimori. È la figlia di uno strano fascista che dovrebbe essere completamente squalificata semplicemente per essere un fascista. E l'altro è un uomo di nome Roberto Sánchez, per il quale dovreste andare a votare”.

Waters denunciò, già a suo tempo, la defenestrazione e incarcerazione dell'ex Presidente Pedro Castillo, nel 2022, il quale, eletto democraticamente dalla coalizione socialista Perù Libero, nel 2021, subì un impeachment dopo aver attuato riforme in favore delle classi popolari e della comunità indigena.

Roger Waters ha sottolineato come la prima azione di Roberto Sanchez sarà quella di ordinare la scarcerazione dell'ex Presidente peruviano e ha messo in guardia relativamente alla possibile vittoria della Fujimori, che potrebbe far perdere al Paese ulteriore sovranità e aggraverebbe il saccheggio delle sue risorse nazionali.

Roger Waters ha sottolineato come occorra che, anche in Perù, venga posto fine al “dominio globale degli USA”, che mira a instaurare il regime del capitalismo neoliberale delle grandi multinazionali.

Mentre la Fujimori promuove la costruzione di nuovi carceri di massima sicurezza e il ritiro parziale del paese dalla Corte Interamericana dei Diritti Umani, Roberto Sanchez, psicologo, cristiano sociale proveniente dal Partito Umanista Peruviano e ex Ministro del Commercio Estero del Presidente Castillo, propone di redigere una nuova Costituzione, dichiarare la plurinazionalità del Perù e recuperare la sovranità sulle risorse strategiche del Paese.

Luca Bagatin

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martedì 2 giugno 2026

Colombia. Il candidato della sinistra, Cepeda, sfida l'estrema destra al ballottaggio difendendo le riforme sociali e denunciando possibili brogli. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 31 maggio scorso, in Colombia, si è tenuto il primo turno delle elezioni presidenziali.

A prevalere, il candidato dell'estrema destra, Abelardo de la Espriella che, con la coalizione Difensori della Patria, ha ottenuto il 43,7%.

Al secondo posto il candidato della coalizione di sinistra e socialista democratica Alleanza per la Vita, Iván Cepeda, il quale ha ottenuto il 40,9%.

E proprio Iván Cepeda aveva denunciato gravi irregolarità elettorali, mettendo in guardia contro pressioni e interferenze provenienti dal regime di Washington, i cui interessi sarebbero minacciati da una nuova vittoria delle forze socialiste.

Dopo attente verifiche, Cepeda ha dichiarato, ad ogni modo, che non sono state riscontrate prove di dimensione tali da considerare invalido il voto del primo turno e che affronterà l'avversario al ballottaggio del 21 giugno prossimo.

Iván Cepeda, 64 anni, filosofo e attivista per i diritti umani, ha sottolineato come una vittoria dell'estrema destra distruggerebbe le conquiste sociali portate avanti dal Presidente socialista Gustavo Petro, in quanto verrebbe eliminato il salario minimo; il sostegno all'istruzione pubblica e la gratuità delle tasse universitarie; la riforma agraria; inoltre verrebbero favorite le oligarchie corrotte.

Egli ha ricordato come, il suo avversario, Abelardo de la Espriella, sia noto per le sue posizioni misogine e omofobe, oltre che anti-ambientaliste e che una sua vittoria riporterebbe la Colombia indietro, ai tempi dei governi di Alvaro Uribe, quando il narcotraffico la faceva da padrone.

La coalizione di sinistra, con Cepeda, ha comunque conquistato consensi rispetto al 2022, quando fu eletto Gustavo Petro, passando da 8.542.020 di voti (40,3%) a 9.688.361 (40,9%), considerando anche un aumento dell'affluenza, dimostrando un trend positivo per le forze socialiste al governo.

Iván Cepedaha, dunque, ha invitato i giovani colombiani e i partiti di area ambientalista e liberali (in Colombia i partiti liberali sono di orientamento socialista democratico) a consolidare l'Alleanza per la Vita, per fermare – al secondo turno elettorale - quelle che ha definito “pratiche criminali del fascismo”.

Il Presidente della Colombia, Gustavo Petro, sostenitore di Cepeda, ad ogni modo, su Facebook, ha denunciato la possibile presenza di irregolarità nel voto, dichiarando: “Presento le prove verificate della possibile frode, che posso consegnare all'autorità competente.

Ho dichiarato di non riconoscere i dati preliminari del conteggio dei voti provenienti dal software dei fratelli Bautista perché dispongo dei dati.

Il mio impegno verso il mio popolo e il mio amore per il mio Paese, per il quale ho combattuto tutta la vita, mi impongono di rischiare tutto trasmettendo queste informazioni, e lo farò ora.

Il responsabile dell'anagrafe si è costantemente rifiutato di consegnare il codice sorgente, requisito fondamentale per la trasparenza elettorale.

L'ho fatto perché, con una sentenza plenaria del Consiglio di Stato del 2018, questo software è stato dichiarato vulnerabile sia dall'interno che dall'esterno del sistema.

Quando ho segnalato che il software era stato modificato in giorni in cui, per legge, avrebbe dovuto rimanere inattivo, il responsabile dell'anagrafe ha affermato che era impossibile.

Questo dimostra solo che l'anagrafe nazionale non ha alcun controllo sul software, come già sapevamo.

Il software è stato effettivamente modificato, e per ben due volte il 26 maggio 2026. La prima modifica è avvenuta alle 13:21:35. La prima votazione si è svolta all'1:00 e la seconda alle 19:21:13.

La modifica consisteva nell'alterazione del censimento elettorale e del numero di seggi e tavoli di votazione. Il quotidiano El Tiempo è riuscito a scoprire solo la modifica dei tavoli.

L'entità della modifica è la seguente:
Censimento ufficiale: 41.421.973. Questa cifra è stata modificata in DIVIPOL, utilizzando il software dei fratelli Bautista, il 26 maggio 2026, cinque giorni prima delle elezioni, portandola a 42.307.373.

La differenza corrisponde a 885.409 nuove tessere elettorali che non si erano registrate entro i termini di legge.

Anche il numero dei seggi elettorali è stato modificato, aumentandolo come segue:

Da 13.742 seggi ufficiali a 14.438 in DIVIPOL, il software dei fratelli Bautista; differenza: 696 seggi. Questo modifica il numero totale:
I seggi ufficiali, già registrati, sono 120.527, ma in DIVIPOL, gestito dai fratelli Bautista, che hanno condotto lo spoglio, ce ne sono 122.020, con una differenza di 1.493 seggi aggiuntivi, che potrebbero non essere stati conteggiati.

Posso dimostrare questi fatti dinanzi all'autorità competente.

Nel conteggio dei voti dei fratelli Bautista, 5.300 seggi risultano con più di 300 voti il ​​giorno delle elezioni, il numero massimo consentito durante l'orario di votazione; molti raggiungono i 700 voti.

È in questi seggi che si concentra il vantaggio di 635.000 voti di Abelardo su Cepeda.

Fornisco i dati completi relativi ai 5.300 seggi elettorali”.

Luca Bagatin

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lunedì 1 giugno 2026

2 Giugno: la Repubblica dimenticata di Mazzini, Garibaldi e della tradizione repubblicana originaria. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 2 giugno si festeggia la Repubblica, ma continuano ad essere dimenticati, volutamente o meno, non pochi eroi che, alla costruzione della Repubblica, quella autentica, non partitocratica, non oligarchica, sociale e fondata su sovranità e indipendenza, diedero la vita.

Pensiamo a Giuseppe Mazzini, morto a Pisa il 10 marzo 1872, sotto il falso nome di George Brown.

E ciò perché considerato sovversivo e ricercato dalle autorità monarchiche nel neonato Regno d'Italia.

Giuseppe Mazzini, in particolare, teorizzava un'Italia e un'Europa unite, affratellate e fondate sull'unione fra il capitale e il lavoro.

Egli nel suo saggio “Condizioni e avvenire dell'Europa, del 1871, scrisse:

Il grande pensiero sociale che ferve oggi in Europa può così definirsi: abolizione del proletariato: emancipazione dei lavoratori dalla tirannide del capitale concentrato in un piccolo numero d'individui: riparto dei prodotti, o del valore che n'esce, a seconda del lavoro compito: educazione morale e intellettuale degli operai: associazione volontaria tra gli operai, sostituita pacificamente, progressivamente e quanto è possibile, al lavoro individuale salariato ad arbitrio del capitalista”.

Giuseppe Garibaldi, la cui memoria ancora oggi viene vilipesa e offesa da troppi ignoranti, revisionisti neo-borbonici o di destra, non ebbe miglior destino.

Egli, socialista sansimoniano e Eroe dei Due Mondi, prima di abbandonare per sempre il suo seggio al Parlamento italiano, per tornarsene nella sua Caprera a fare il contadino, schifato dalla politica post-risorgimentale dell'epoca, dichiarò: “Quando i posteri esamineranno gli atti del Governo e del Parlamento italiano durante il Risorgimento vi troveranno cose da cloaca”.

Ma altri furono ancora gli eroi repubblicani, mazziniani e garibaldini, i cui ideali furono vilipesi, accantonati, traditi, oscurati, anche in quel Partito Repubblicano Italiano che, un tempo glorioso partito rivoluzionario di estrema sinistra, con Ugo La Malfa e successori divenne un partitino liberale di destra ultra-borghese e sostanzialmente ininfluente.

Parliamo di Mario Bergamo, Randolfo Pacciardi, Alfredo Bottai e Giulio Andrea Belloni.

Randolfo Pacciardi (1899–1991) fu un combattente, un eroe e un antitotalitarista; proprio per questo la sua storia fu, molto probabilmente, volutamente rimossa dalla memoria di quell’Italia che egli tentò, a rischio della vita, di edificare.

In nome di Mazzini e di Garibaldi fu audace eroe antifascista della Guerra di Spagna, al comando del Battaglione Garibaldi, nonché fu fiero anticomunista, specie dopo aver conosciuto i massacri contro i repubblicani, i socialisti e gli anarchici operati dai comunisti europei su ordine di Stalin.

Guidò il PRI nel primo dopoguerra e fu Ministro della Difesa dal 1948 al 1953.

Estraneo alla cultura liberaldemocratica, si oppose alla formula di Centro-Sinistra e quindi a Ugo La Malfa, che purtroppo lo espulse dal partito negli anni ’60.

Espulso dal PRI, Pacciardi fondò – nel 1964 – il movimento politico Unione Democratica per la Nuova Repubblica, con posizioni nettamente presidenzialiste e solo per questo fu sospettato ingiustamente di simpatie fasciste e golpiste (proprio lui che aveva combattuto il nazifascismo!) e di aver appoggiato il cosiddetto Piano Solo, che avrebbe dovuto portare ad una svolta autoritaria nel Paese.

Niente di più falso e vergognoso fu detto su di un personaggio al quale la Repubblica e la democrazia italiana devono moltissimo. Se solo parlassimo di una vera Repubblica, democratica e fondata su principi mazziniani e garibaldini.

L’idea pacciardiana di Repubblica presidenziale, ispirata a Charles De Gaulle, prefigurava un Presidente eletto e sganciato dal parlamento partitocratico, tendendo così verso una democrazia partecipativa, nel solco di Giuseppe Mazzini.

Così come nel solco di Mazzini saranno le sue idee politiche e sociali, caratterizzate dall’unione fra capitale e lavoro nelle stesse mani, fondamento di una Repubblica che avrebbe dovuto essere contraria ad ogni mentalità parlamentaristica, fondata sugli interessi di retrobottega dei partiti e sulle lobby economiche che li sostengono.

Questi i fondamenti ideali di quella Unione Democratica per la Nuova Repubblica (il cui nome derivava dal partito gollista Unione per la Nuova Repubblica) che ispirò – nel 1969 – finanche il movimento giovanile di derivazione nazionalcomunista Lotta di Popolo, che ebbe, fra i suoi riferimenti ideali e culturali, oltre che Pacciardi, anche Che Guevara, Juan Domingo Peron, Jack Kerouac, Julius Evola e Pierre-Joseph Proudhon.

Quella pacciardiana fu un’idea e una prospettiva, sia istituzionale che sociale, ispirata a quello che potrebbe essere definito “socialismo mazziniano”, retto da tre pilastri: federalismo sociale, associazionismo volontario (o cooperativismo) e democrazia diretta.

Aspetti peraltro condivisi e portati avanti dall’altro contemporaneo compagno di partito, Mario Bergamo (1892 – 1963), la cui vicenda politica merita, parimenti, di essere ricordata e onorata, perché con Pacciardi ha innumerevoli punti in comune.

Trevigiano, antifascista, repubblicano della prima ora, anche Mario Bergamo subirà la medesima sorte di Pacciardi, ovvero l’oblio politico a causa delle sue idee saldamente mazziniane e garibaldine.

Mario Bergamo fu fondatore, nel 1912, a Bologna – a soli vent’anni – dell’Alleanza Universitaria Repubblicana. Successivamente fu capostipite della corrente di sinistra del PRI, denominata “Repubblica Sociale”, la quale mirava a recuperare l’ideale autogestionario e cooperativista di Giuseppe Mazzini.

Fervido sostenitore, anche negli organi di stampa, dell’impresa di Fiume di Gabriele D’Annunzio e Alceste De Ambriis, oltre che del cooperativismo, nel 1919, fonderà, assieme all’allora repubblicano Pietro Nenni, al fratello Guido e al socialista Arpinati, il Fascio di combattimento di Bologna, abbandonandolo poco dopo nel momento in cui le idee squadriste e violente di Mussolini presero il sopravvento. Egli stesso ricevette le percosse dei fascisti e il suo studio fu più volte devastato.

Fu eletto, nel 1924, nelle file del Partito Repubblicano Italiano e, dalle colonne de “La Voce Repubblicana”, divenne uno dei più acerrimi oppositori al fascismo mussoliniano e propose la costituzione di un partito repubblicano-socialista, in grado di raccogliere le migliori forze antifasciste.

Nel 1926, accusato dell’attentato contro Mussolini, fu costretto a fuggire, assieme a Nenni, prima a Lugano e successivamente a Parigi, contribuendo alla costituzione della Concentrazione antifascista, ponendo ad ogni modo come primo obiettivo l’abolizione della monarchia e la nascita della Repubblica.

Nel 1928 propugnò l’idea di costituire un’Internazionale Repubblicana e, in quell’anno, elaborò la sua teoria sul Nazionalcomunismo, che molti punti aveva in comune sia con l’esperienza dannunziana di Fiume che con il Nazionalbolscevismo promosso dall’ex socialdemocratico tedesco Ernst Niekisch e Karl Otto Paetel, i primi a combattere – in Germania – il nascente nazismo hitleriano e a subirne le persecuzioni.

Il Nazionalcomunismo, termine ideato dallo stesso Bergamo, non era altro che un recupero del repubblicanesimo mazziniano originario e degli ideali della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864, fuso con il nascente Bolscevismo sovietico e gli ideali patriottici. Una fusione, in sostanza, fra il nazionale e l’internazionale, che avrebbe dovuto portare alla nascita di una Repubblica Sociale.

Non sappiamo se Bergamo – che sempre si definì un “socialista mazziniano” – abbia avuto rapporti, anche epistolari, con Niekisch o avesse attinto alle sue pubblicazioni (al giornale Widerstand ad esempio), ad ogni modo, anche il Nazionalbolscevismo, negli stessi anni, voleva fondere gli ideali leninisti con quelli nazionali e patriottici, in opposizione al capitalismo, al liberalismo, all’antisemitismo dei regimi totalitari nazifascisti, proponendo un radicale rinnovamento sociale di stampo repubblicano.

Negli Anni ’30, Mario Bergamo, editò la rivista “I nuovissimi annunci”, ove elaborò e diffuse le sue teorie socio-politiche e, nel 1935, a Parigi, diede alle stampe “Un italiano ribelle” (Un italien révolté), raccolta di epistole a personalità europee nelle quali egli condannava la politica coloniale fascista in Etiopia e l’ipocrisia della Società delle Nazioni.

Sul finire degli Anni ’30, aderirà alla Lega dei combattenti per la pace e, allorquando i nazisti occuperanno la Francia, sarà attivo nell’aiuto ad ebrei e antifascisti.

Mussolini, comunque affascinato dai suoi ideali, gli proporrà più volte di tornare in patria, ma Bergamo sempre rifiuterà. Così come rifiuterà di partecipare alla redazione della costituzione della Repubblica Sociale Italiana nel 1943. Il suo rifiuto del fascismo e l’opposizione allo stesso furono sempre totali e intransigenti.

Mario Bergamo, peraltro, si rifiuterà di tornare in Italia anche alla fine della guerra, ritenendo che la nuova Repubblica non avesse imparato nulla dalle tristi vicende del fascismo e non rispecchiasse affatto l’idea di Repubblica popolare e socialista propugnata da Mazzini e Garibaldi.

Diverrà, successivamente, consigliere legale dell’editore socialista e garibaldino Cino Del Duca, il quale pubblicherà, nel 1965, postumo, il saggio “Nazionalcomunismo”, che raccoglierà gli ideali socialisti e repubblicani del Bergamo.

Mario Bergamo morirà a Parigi nel maggio 1963.

Il figlio di Mario Bergamo, Giorgio Mario, padre della mia carissima amica Paola Bergamo, sarà peraltro e non a caso, uno dei collaboratori del giornale “Nuova Repubblica”, organo del partito di Pacciardi.

Altri importanti promotori delle teorie politico-economiche di Mazzini (già ampiamente approfondite da Nello Rosselli, nel suo “Mazzini e Bakunin” del 1927), come ricorda lo storico Silvio Berardi nel suo “Il socialismo mazziniano” (Sapienza Università Editrice), furono – fra gli altri - Alfredo Bottai (1874 – 1965) e Giulio Andrea Belloni (1902 – 1957).

Figure che rappresenteranno quella sinistra del Partito Repubblicano Italiano, volutamente dimenticata dal PRI a partire dalla scomparsa di Belloni, nel 1957, ma ancor prima osteggiata, dagli esponenti di quella destra repubblicana, i quali finiranno per trasformare il PRI, come sopra detto, da partito risorgimentale di estrema sinistra, a partito sempre più liberale e al servizio della DC.

Fu Alfredo Bottai a coniare il termine “socialismo mazziniano”, attraverso il suo omonimo saggio, “Socialismo mazziniano”, del 1908.

Saggio nel quale si ponevano al centro i concetti di associazionismo operaio, educazione morale e spirituale degli individui, responsabilizzazione degli stessi e emancipazione sociale.

L'obiettivo di Bottai era quello di cercare un'unità e una sinergia politica fra repubblicani, socialisti, radicali e anarchici, mettendo al primo posto la questione sociale.

Egli fu sincero amico dei sindacalisti rivoluzionari di ispirazione mazziniana Filippo Corridoni e Alceste De Ambris (celebre per aver redatto la dannunziana, libertaria, socialista mazziniana Carta del Carnaro) e diresse il giornale “La Gioventù Sindacalista”.

Egli peraltro protestò sempre, come ricordato da Berardi, contro l'appropriazione del pensiero mazziniano e corridoniano da parte del regime mussoliniano, il quale nei fatti lo stravolse e tradì ampiamente.

E lo fece nonostante fosse il nipote del Ministro fascista Giuseppe Bottai, del quale non condivise mai le idee.

In tutte le sue opere, Bottai, ribadì anche che il socialismo mazziniano nulla aveva a che spartire con il marxismo, in quanto quest'ultimo sopprimeva ogni forma di credenza spirituale, ogni forma di autorità e la proprietà individuale. Mentre i socialisti mazziniani, pur egualmente e radicalmente critici nei confronti del sistema capitalista fondato sul salario e del liberalismo in generale, si opponevano alla lotta di classe e fondavano la loro dottrina sul riconoscimento dei diritti di proprietà e sull'associazionismo operaio, oltre che sull'elevazione morale e spirituale degli individui e sulla fratellanza universale.

Bottai, rifacendosi a Mazzini, ricordava che non vi può essere alcuna libertà, né alcun benessere sociale senza una coscienza morale “ispirata all'idea del dovere, della solidarietà, di un alto concetto della vita”.

Le idee socialiste mazziniane, nel corso degli Anni '20, trovarono una loro diffusione e dimensione e fu così che, a portarle avanti, fu Giulio Andrea Belloni (1902 – 1957), futuro giurista esperto in criminologia.

Nel 1923 Belloni divenne discepolo di Bottai, oltre che del Padre nobile del Repubblicanesimo italiano, Arcangelo Ghisleri (1855 – 1938), con il quale ebbe lunghi rapporti epistolari.

Belloni, che divenne Segretario nazionale del PRI nel 1924, come scrive Berardi, considerava il mazzinianesimo una sorta di “via italiana al socialismo”.

Belloni e Bottai, con l'avvento del fascismo, militeranno entrambi nelle fila di Giustizia e Libertà, movimento liberalsocialista che ebbe fra i fondatori gli esuli Carlo e Nello Rosselli e, all'interno di GL, diffonderanno le idee socialiste mazziniane.

Nel 1945, Belloni, darà alle stampe il suo “Repubblica e socialismo”, nel solco degli insegnamenti di Mazzini, Ghisleri e Bottai, ma anche del rivoluzionario risorgimentale Carlo Pisacane (1818 – 1857), le cui idee univano il mazzinianesimo, il socialismo libertario e l'anarchismo di Proudhon.

La visione di Belloni si fondava sull'etica del lavoro, sulla lotta al parassitismo e sulla giustizia sociale.

In questo senso, egli, faceva propria l'idea di Gaetano Salvemini (1873 – 1957) di costituire una “terza forza” laico-risorgimentale-socialista (detta anche “concentrazione repubblicana-socialista”, secondo il saggio di Salvemini del 1944), in grado di contrapporsi tanto al bolscevismo del PCI, quanto al clericalismo della DC.

Un terzaforzismo antborghese, anticapitalista, ma inserito a pieno titolo nel solco riformista e dunque volto al dialogo con il PSI di Pietro Nenni (questi peraltro proveniva dalle fila repubblicane) e con il PSLI di Giuseppe Saragat, oltre che con quelle figure del primo Partito Radicale (che nulla aveva a che spartire con la successiva esperienza pannelliana), quali Ernesto Rossi, che avevano una visione contigua e molto simile a quella dei socialisti mazziniani.

In questo senso, Giulio Andrea Belloni, sarà il capostipite della sinistra repubblicana all'interno del PRI. E, in un primo tempo, trovò persino l'appoggio dell'allora Segretario del PRI, Randolfo Pacciardi, anch'egli molto lontano dalle istanze liberali degli ex azionisti come Ugo La Malfa, ovvero dalla destra del partito.

Belloni, peraltro, si troverà molto in sintonia con Guido Bergamo (fratello di quel Mario Bergamo, ex Segretario del PRI, che già negli Anni '20 teorizzava un'unione fra repubblicani e socialisti) e fondatore del Partito Repubblicano Sociale Italiano e del giornale “La Riscossa”, di Treviso.

La sinistra repubblicana di Belloni fonderà la testata “L'Idea Repubblicana” e spesso entrò in contrasto con “La Voce Repubblicana” e con la destra del PRI, per nulla legata alla tradizione risorgimentale mazziniana, ma vicina al “New Deal” rooseveltiano.

Anche Bottai, sostenendo le idee di Belloni, ricordava sempre, sulle pagine de “L'Idea Repubblicana”, che la sinistra repubblicana non si contrapponeva frontalmente al marxismo e al comunismo, pur essendone avversaria. Bensì si contrapponeva a tutti coloro i quali erano nemici del lavoro. Essa si batteva per la scomparsa del “regime del salario” e avrebbe lottato accanto a tutti coloro i quali “combattono questa borghesia gretta, egoistica e supremamente stupida”.

Il dialogo con i socialisti di Nenni, ad ogni modo, fallirà, in quanto questi finiranno per unirsi al PCI nell'ambito del Fronte Democratico Popolare (così come fecero anche i repubblicani sociali di Guido Bergamo).

Nel corso degli Anni '50, ad ogni modo, i socialisti mazziniani finiranno per essere sempre più marginalizzati, all'interno del PRI.

Alcuni, come Oliviero Zuccarini (1883 – 1971), fonderanno l'Unione di Rinascita Repubblicana e, nel 1953, contribuiranno, assieme ad alcuni esponenti di Giustizia e Libertà e fuoriusciti socialdemocratici, a costituire il movimento Unità Popolare.

Belloni rimarrà nel PRI, per spirito unitario.

Morirà prematuramente nel 1957 e così anche la corrente di sinistra repubblicana non gli sopravvisse, perché i suoi amici e discepoli non ebbero la forza di lottare all'interno di un PRI che ormai aveva preso una piega totalmente liberale e opposta agli ideali originari.

Figure eroiche e emblematiche della Sinistra italiana, quella autentica e non equivoca, ovvero non compromessa né con Mosca né con Washington.

Una Sinistra che non esiste più, da moltissimi decenni e che è stata soffocata tanto dalle correnti liberali che da quelle marxiste, oltre che da quelle fasciste o post-fasciste che dir si voglia.

Il 2 giugno dovrebbe essere la festa degli eroi che ho qui descritto, ma così non è.

E non lo è perché, la Repubblica sognata e delineata da Mazzini, Garibaldi, Bergamo, Pacciardi, Bottai, Belloni non è quella fondata su giustizia sociale, sovranità nazionale, indipendenza economica. Ma su partiti/schieramenti liberal capitalisti che fingono di contrapporsi, i cui esponenti sono eletti peraltro con leggi elettorali incostituzionali dal 1994 ad oggi.

Una Repubblica che investe in armi, da dare anche a Paesi a noi totalmente estranei, anziché investire in sanità, scuola, ricerca.

Una Repubblica nella quale le baby gang e la violenza dilagano nelle strade e in cui l'educazione e l'elevazione morale mazziniana è tanto sconosciuta quanto ignorata o calpestata.

Una Repubblica che va completamente ricostruita, a partire dal rispetto e dall'applicazione della Costituzione e nella quale dovrebbero essere posti al centro i valori di giustizia e democrazia, purtroppo ampiamente accantonati da molti, troppi anni.

Luca Bagatin

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venerdì 29 maggio 2026

Da Craxi a Sanchez: quando politica e democrazia finiscono sotto assedio. Articolo di Luca Bagatin

 

Molto interessanti e condivisibili le parole di Angioletta Massimino su Pensalibero.it del 29 maggio scorso (https://www.pensalibero.it/lassedio-a-sanchez-e-leco-di-una-storia-gia-vista/), relativamente all'inchiesta che sta colpendo il Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE) di Pedro Sanchez e l'ex Primo Ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero.

Angioletta Massimino così esordisce e scrive: “Pedro Sánchez sta vivendo ciò che in Italia abbiamo già visto, già respirato, già pagato: un assedio che non nasce dalla politica ma da quel punto cieco dove giustizia, apparati e narrazione pubblica si muovono all’unisono senza bisogno di parlarsi.

È la stessa dinamica che trent’anni fa ha travolto un intero sistema: non per giudicare il passato, ma per capire il presente.

In Spagna la sequenza è chirurgica: prima l’indagine sulla moglie, poi quella sul fratello, poi gli inquirenti che entrano nella sede del PSOE proprio mentre Sánchez è a Roma a parlare di Pace con il Papa.

Non è una perquisizione, ripetono, ma l’immagine è quella: un Partito sotto accusa, un Premier accerchiato, un sistema che stringe la morsa come se avesse ricevuto un segnale.

E il parallelo con l’Italia degli anni Novanta diventa inevitabile: anche allora non serviva una regia occulta, bastava la convergenza di interessi, la convinzione che un ciclo politico fosse finito e che andasse demolito.

Anche allora la politica veniva spinta fuori dal campo, sostituita da un giudizio morale delegato ai tribunali.

Anche allora la narrazione era sempre la stessa: non importa se sei colpevole, importa che sei nel mirino.

E, più avanti nel testo, l'ottima Massimino aggiunge un ragionamento emblematico: “E mentre tutto questo accade, Sánchez è uno dei pochi leader europei che ha osato alzare la testa: ha criticato Netanyahu, ha riconosciuto lo Stato di Palestina, ha detto che la Pace non si costruisce “con i missili”, ha provato a ritagliarsi un margine di autonomia sulla guerra in Ucraina, ha parlato di migranti senza usare la grammatica della paura.

Non è un Premier allineato, e questo in Europa non passa mai indenne”.

L'Espresso” aveva, il giorno precedente, fatto presente come l'inchiesta contro Zapatero sia sostenuta, non a caso, dall'Homeland Security statunitense. L'articolo de “L'Espresso” si conclude, emblematicamente, con queste parole: “E il caso Zapatero-Sánchez viene ormai interpretato da molti diplomatici come il primo grande avvertimento continentale dell’era Trump 2.0.”.

Chi non si allinea al regime di Washington e dei suoi sodali, dunque, ieri come oggi, rischia grosso.

Del resto ne scrisse già Bettino Craxi – vittima illustre della falsa rivoluzione di Tangentopoli - nel suo romanzo-verità, uscito postumo, per Mondadori, “Parigi-Hammamet”, nel quale spiegò anche perché egli divenne il bersaglio dei poteri forti internazionali.

Di quel romanzo ho parlato in varie interviste e scritto sia nel mio saggio “Ritratti del Socialismo”, riedito dalla Mario Pascale Editore, che a questo link: https://amoreeliberta.blogspot.com/2020/02/parigi-hammamet-il-thriller-inedito-di.html

Così come ho spesso scritto, in molti articoli e anche nel mio saggio, come tutto ciò sia già avvenuto e stia avvenendo, in particolar modo contro quei leader socialisti democratici che si sono opposti alle oligarchie liberal capitaliste: dal già citato Craxi, passando per i socialisti brasiliani Lula e Dilma Roussef; la peronista argentina Cristina Kirchner; i socialisti ecuadoriani Rafael Correa e Jorge Glas; il rapimento – da parte degli USA - del Presidente socialista venezuelano Nicolas Maduro e di sua moglie, con accuse mai provate...

In un mio articolo aggiunsi anche: “E' una storia vista – anche se in forme diverse - anche ai tempi di Juan Domingo Peron e al golpe che lo colpì nel 1955; ai tempi della detronizzazione di Nicolae Ceausescu (primo in Europa a parlare di nuovo ordine multilaterale) e, in tempi più recenti, di Gheddafi e Assad. Entrambi laico-socialisti, contro ogni fondamentalismo e destabilizzazione”.

E, nel mio saggio “Ritratti del Socialismo”, oltre che in un mio articolo (https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/02/egor-ligaciov-il-riformista-leninista.html), ricordai come anche Egor Ligaciov, numero due del PCUS, riformista leninista e fra i primi a promuovere la cosiddetta Perestrojka, fu coinvolto nella “tangentopoli sovietica”, lanciata dai giudici Gdlian e Ivanov.

Perché? Perché, pur essendo il primo a puntare il dito contro la corruzione politica in Uzbekistan e nonostante nel Politburo avesse iniziato a lanciare una campagna anti-corruzione, fu anche colui il quale voleva mettere i bastoni fra le ruote ai progetti di deregolamentazione promossi da Jakovlev e Gorbaciov, che avrebbero portato, con Eltsin, alla definitiva implosione e disgregazione dell'URSS e alla distruzione di ogni forma di socialismo ad Est, ovvero all'avvento del capitalismo assoluto, delle mafie e delle oligarchie nello spazio post-sovietico.

Tutti aspetti ampiamente graditi alle oligarchie liberal capitaliste occidentali. E che, peraltro, sono all'origine del conflitto russo-ucraino e di molte questioni irrisolte nelle ex Repubbliche sovietiche.

E siamo ancora lì e siamo sempre lì.

Il Re è Nudo da quel dì.

Ma, come fece presente Bettino Craxi: La storia di questi anni sarà riscritta bene. In tutti i suoi aspetti, in tutti i suoi capitoli, in tutti i suoi personaggi, in tutti i suoi falsi eroi. E si farà l’operazione verità. La battaglia della storia non gliela faccio vincere”.

La verità, dunque, si farà, presto o tardi, strada.

Luca Bagatin

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martedì 26 maggio 2026

L’UE su Cuba ancora al servizio di Washington. Articolo di Luca Bagatin

 

Il Ministro degli Esteri di Cuba, Bruno Rodriguez, il 25 maggio scorso, ha criticato la posizione dell'esponente della destra estone, Kaja Kallas, che ricopre la posizione di Alto rappresentante dell'UE per gli affari esteri (senza essere mai stata eletta democraticamente dai cittadini dell'UE, va precisato).

Il Ministro Rodriguez ha accusato la Kallas di usare “doppi standard” relativamente a Cuba, in quanto la rappresentante dell'UE non ha criticato le misure coercitive imposte dal regime statunitense al popolo cubano, oltre che non si è pronunciata relativamente alle minacce di aggressione militare dell'isola da parte di Trump.

Il Ministro Rodriguez ha criticato il fatto che la Kallas non abbia espresso alcun tipo di preoccupazione in merito e nessun sostegno alle aziende ed ai cittadini dell'UE minacciati e danneggiati dalle misure statunitensi imposte a Cuba.

Egli ha inoltre spiegato come le riforme introdotte a Cuba, nel corso dei decenni, godano di ampio consenso popolare.

La Kallas, diversamente, nota per le sue posizioni anti-socialiste, ha criticato la presunta “repressione politica” che avverrebbe a Cuba e il sistema socialista cubano, considerandolo la causa della situazione attuale nella quale si trova il Paese caraibico.

In sostanza, la Kallas, ha offerto un assist a Trump per ciò che sta facendo all'Isola, dimostrando ancora una volta il carattere anti-sociale e colonialista dell'UE, oltre che il suo servilismo nei confronti degli USA, dai quali è totalmente incapace di recidere ogni rapporto, rendendo così l'UE, una volta di più, sia marginale che drammaticamente complice delle nefandezze dei governi suprematisti e colonialisti a Stelle e Strisce.

Il governo socialista cubano, ad ogni modo, ha apprezzato gli aiuti umanitari che stanno giungendo a Cuba dall'UE e da diversi suoi Paesi membri e il contributo allo sviluppo della cooperazione bilaterale sancito dall'Accordo di dialogo politico e cooperazione.

La settimana scorsa, inoltre, oltre venti eurodeputati della Sinistra Europea si erano pronunciati in difesa della sovranità di Cuba, contro l'embargo imperialista e la minaccia di aggressione da parte del regime di Trump.

Auspichiamo che la politica estera dell'UE, nelle complesse circostanze che il mondo sta vivendo, in cui si tenta di imporre l'uso della forza e il dominio imperialista, esprima l'indipendenza e i valori tradizionali europei e multilaterali, come richiesto dai suoi cittadini”, ha sottolineato il Ministro Bruno Rodriguez.

Luca Bagatin

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domenica 24 maggio 2026

La Bolivia insorge contro il neoliberalismo del governo Paz. Articolo di Luca Bagatin

 

Proseguono da giorni, in Bolivia, le mobilitazioni contro il governo della destra democristiana di Rodrigo Paz Pereira.

Le proteste sono guidate da gruppi agrari e sindacali legati al sindacato COB (Central Obrera Boliviana), i quali hanno denunciato l'intenzione del governo di privatizzare ampi settori del comparto pubblico boliviano, ai tempi fiore all'occhiello dei governi socialisti del Presidente Evo Morales.

Tali privatizzazioni causerebbero aumenti dei prezzi di elettricità, acqua potabile, GPL e gas naturale.

Da oltre venti giorni, operai, contadini, indigeni, autotrasportatori e insegnanti del COB e della Federazione Contadina di La Paz “Tupac Katari”, chiedono il blocco delle privatizzazioni, aumenti salariali, la stabilizzazione dell'economia e le dimissioni del Presidente Paz, insediatosi nel novembre scorso.

Il dirigente nazionale del COB, Mario Argollo, ricercato dalla Procura boliviana, ha dichiarato, sui social, che il governo non ha fornito alcuna risposta chiara alla popolazione, a parte definire le proteste una forma di provocazione vandalica.

Anche un altro sindacato boliviano, ovvero il Comitato Esecutivo Nazionale della Confederazione Unificata dei Lavoratori Contadini della Bolivia ha chiesto, sabato scorso, di intensificare i blocchi stradali e le proteste, a livello nazionale.

Proteste che mirano, sottolineano i sindacati boliviani, a difendere l'economia popolare, le risorse naturali e la sovranità del Paese, messe a rischio dalle privatizzazioni che il governo ultra-liberale vorrebbe imporre, in barba alla stessa Costituzione del Paese.

Il Presidente Paz, che ha ricevuto la solidarietà da parte del regime statunitense (il Segretario di Stato di Trump Marco Rubio ha addirittura definito i manifestanti dei “criminali e trafficanti di droga”), ha dichiarato di voler avviare un dialogo con le parti sociali, ma affermando che “ogni cosa ha un limite”.

L'ex Presidente socialista Evo Morales, vittima del golpe del 2019 e leader del partito “EVO Pueblo” — unico a denunciare le politiche oligarchiche delle destre, intenzionate a spartirsi il potere in barba alla popolazione, e al quale alle ultime elezioni fu impedito di presentarsi — si è immediatamente schierato dalla parte delle proteste dei lavoratori, condannando le violenze e le uccisioni perpetrate dalle autorità nei confronti dei manifestanti.

Egli, fra le altre cose, ha dichiarato: “La patria non è solo costituita dagli interessi economici che questo governo protegge; la patria è fatta dagli umili uomini e donne che resistono sulle strade rivendicando condizioni di vita dignitose per il popolo boliviano”.

Da non dimenticare che, i governi guidati da Evo Morales, dal 2006 al 2019, riuscirono ad ottenere successi senza precedenti, con una crescita economica del 5% annuo; un surplus fiscale; furono accumulati 15,5 miliardi di dollari in riserve internazionali; mezzo milione di persone uscirono dalla povertà e l'Unesco dichiarò la Bolivia Paese libero dall'analfabetismo.

Dopo di allora, tanto i traditori del socialismo del suo ex partito (il Movimento per il Socialismo), quanto i liberal capitalisti delle destre golpiste o legalitarie, sono riusciti a riportare indietro la Bolivia di decenni.

Ma il popolo boliviano, ancora una volta, è sceso in piazza. Deciso a rivendicare i suoi diritti.

Luca Bagatin

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venerdì 22 maggio 2026

Oltre venti eurodeputati, Cina e Russia sostengono la sovranità di Cuba contro le minacce USA. Articolo di Luca Bagatin

 

Il Ministro degli Esteri di Cuba, Bruno Rodriguez e il Presidente dell'Assemblea Nazionale cubana, Esteban Lazo, hanno espresso la loro gratitudine agli oltre venti deputati del Parlamento Europeo che, il 19 maggio, hanno manifestato il loro sostegno in difesa della sovranità dell'Isola, contro ogni embargo imperialista e ogni minaccia di aggressione da parte del regime di Trump.

Le autorità cubane hanno espresso il loro plauso anche per il sostegno all'accordo di dialogo politico e cooperazione fra Cuba e UE.

Nell'ambito della discussione al Parlamento Europeo, i deputati, in particolare del gruppo della Sinistra Europea, hanno definito le misure statunitensi quali forme di “politica crudele e illegale”, che arrecano gravi danni alla vita quotidiana della popolazione cubana.

Fra i deputati europei che maggiormente si sono distinti per la loro condanna nei confronti del regime statunitense relativamente alle politiche contro Cuba: Leila Chaibi, Anthony Smith, Emma Fourreau de La France Insoumise, partito di Jean-Luc Mélenchon (uno dei maggiori partiti di opposizione, in Francia, a Macron), oltre a Maria Zacharia (sindacalista e populista di sinistra greca), Rudi Kennes (sindacalista, Partito dei Lavoratori del Belgio), Pernando Barrena (nazionalista di sinistra spagnolo di origine basca) e Özlem Demirel (esponente di origine curda della tedesca Die Linke).

Gli eurodeputati hanno sostenuto una politica fondata sul dialogo costruttivo, la cooperazione, la difesa della pace ed il rispetto della sovranità delle nazioni.

Anche Cina e Russia hanno più volte espresso ferma condanna verso i tentativi di aggressione contro Cuba, l'inasprimento dell'embargo e il tentativo di incriminazione dell'ex Presidente cubano Raul Castro.

Nel loro incontro, avvenuto il 20 maggio scorso, i Presidenti di Cina e Russia, Xi Jinping e Vladimir Putin – riferendosi alle azioni del regime di Trump - avevano peraltro denunciato: “attacchi militari traditori contro altri Paesi, l'uso ipocrita dei negoziati come copertura per preparare tali attacchi, l'assassinio di leader di Stati sovrani, la destabilizzazione della situazione politica interna in questi Stati e la provocazione di un cambio di regime, nonché il rapimento sfacciato di leader nazionali per processarli”.

La Repubblica Popolare Cinese, che con Cuba mantiene un rapporto storico, peraltro, si è impegnata a costruire, a Cuba, 92 parchi solari entro il 2028 e più della metà è già operativa. Inoltre è stato approvato, già dal gennaio scorso, uno stanziamento cinese di 80 milioni di dollari in aiuti di emergenza per apparecchiature elettriche e una donazione di 60.000 tonnellate di riso, oltre alla fornitura di 10.000 impianti fotovoltaici per cliniche, reparti di maternità e abitazioni isolate.

Il leader della Rivoluzione cubana, Fidel Castro, nella sua visita in Cina nel 1994 disse: “Se vogliamo parlare di socialismo, non dimentichiamo ciò che il socialismo ha realizzato in Cina. Un tempo era una terra di fame, povertà e disastri. Oggi non c'è più niente di tutto questo. Oggi la Cina è in grado di nutrire, vestire, istruire e curare la salute di 1,2 miliardi di persone. Credo che la Cina sia un paese socialista, e anche il Vietnam lo è. Entrambi sostengono di aver introdotto tutte le riforme necessarie per incentivare lo sviluppo nazionale e continuare a perseguire gli obiettivi del socialismo”.

Il socialismo salva, fa progredire e avanzare, con razionalità e pragmatismo. Tutto il resto è sopraffazione, ruberia, violenza, ipocrisia, irrazionalità.

Luca Bagatin

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