Lavorare rende schiavi,
avrebbe detto – provocatoriamente - Paul Lafargue (1842 - 1911),
genero di Karl Marx, rivoluzionario, massone e saggista, ribaltando
l'aberrante motto nazifascista, presente all'ingresso dei lager,
secondo il quale “lavorare rende liberi” (sic!).
Lafargue, sostenitore
della Comune di Parigi del 1871, direttore de “La Défense
nationale” di Bordeaux, fondatore del Partito Operaio Francese e
deputato nel 1891, pur trovandosi in prigione, a causa della sua
attività rivoluzionaria, scrisse, infatti, un ottimo saggio: “Il
diritto all'ozio”.
Saggio comprendente sue
analisi e articoli, in esso, fra le altre cose, egli sostiene: “Una
strana follia possiede le classi operaie delle nazioni dove regna la
civiltà capitalista. Questa follia trascina al suo seguito miserie
individuali e sociali che da secoli torturano la triste umanità.
Questa follia è l'amore per il lavoro, la passione nociva del
lavoro, spinta fino all'esaurimento delle forze vitali dell'individuo
e della sua progenie.
Nella società
capitalista il lavoro è la causa di tutta la degenerazione
intellettuale, di tutta la deformazione organica.
I Greci dell'epoca
d'oro non avevano che disprezzo nei confronti del lavoro: agli
schiavi solamente era permesso di lavorare, l'uomo libero conosceva
soltanto gli esercizi fisici ed i giochi d'intelligenza.
I filosofi
dell'antichità insegnavano il disprezzo del lavoro, forma di
degradazione dell'uomo libero; i poeti cantavano l'ozio, dono degli
dèi: O Meliboe, Deus nobis hæ cotia fecit.
Nella nostra società
quali sono le classi che amano il lavoro per il lavoro? I contadini
proprietari e i piccoli borghesi; i primi chini sulla terra, gli
altri rintanati nelle loro botteghe, si muovono come la talpa nella
sua galleria sotterranea e mai alzano il capo per contemplare a
proprio piacimento la natura.
Il proletariato tradendo i suoi
istinti e misconoscendo la sua missione storica, si è lasciato
pervertire dal dogma del lavoro. Dura e terribile è stata la sua
punizione. Tutte le miserie individuali e sociali sono sorte dalla
sua passione per il lavoro.
Le officine moderne sono diventate
delle case ideali di correzione dove si incarcerano le masse operaie,
dove si condannano ai lavoro forzati per dodici o quattordici ore non
solo gli uomini, ma anche le donne e i bambini.
Se le sofferenze
del lavoro forzato, se le torture della fame si sono abbattute sul
proletariato più numerose delle cavallette della Bibbia, è il
proletariato che le ha chiamate.
La nostra epoca, si dice, è il
secolo del lavoro, in realtà è il secolo del dolore, della miseria
e della corruzione.
(…). Introducete il
lavoro salariato e addio gioia, salute, libertà: addio a tutto ciò
che rende la vita bella e degna di essere vissuta.
Lavorate,
lavorate proletari per accrescere la ricchezza sociale e le vostre
miserie individuali. Lavorate, lavorate, perché diventando più
poveri avrete più ragioni per lavorare e per essere miserabili.
Questa è la legge inesorabile della produzione capitalista.”
Lafargue interpreta e
incarna, dunque, la lotta socialista per eccellenza, purtroppo andata
perdendosi nel tempo: la liberazione degli esseri umani dal lavoro
salariato, ovvero dall'origine stessa dello sfruttamento.
L'ex Presidente
socialista dell'Uruguay, José “Pepe” Mujica (1935 - 2025), portò
avanti la medesima prospettiva anticapitalista e spiegò che “La
vita non è fatta solo per lavorare, ma ha bisogno di tempo libero
per l’esercizio della libertà. Non si può vivere oppressi dal
mercato che ci obbliga a comprare, comprare, perché non paghi con i
soldi, ma con il tempo della tua vita”.
Mujica, non diversamente
da Lafague, immagina - come ebbe modo di dire - “un cammino di
lotta al servizio e in solidarietà con gli altri esseri umani”;
“una politica permanente a favore di chi ha la volontà di
lavorarla”, ad esempio
organizzando “colonie di terra pubblica in cui si paga un
affitto”
Invero, esempi di questo
tipo, li abbiamo avuti nella Jugoslavia socialista di Tito, fondata
sull'autogestione delle imprese e nella Libia di Mu'Ammar Gheddafi
(ovvero nella Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista), ove
all'autogestione si coniugavano aspetti di democrazia diretta,
attraverso Congressi e Comitati popolari aperti a tutti i cittadini.
Quella che, peraltro, era
l'idea dei Soviet originari, propugnati dal Partito Socialista
Rivoluzionario russo, di matrice prevalentemente agraria e che si
ispirava al populismo del filosofo Aleksandr Herzen (1812 – 1870),
grande amico e estimatore dei nostri Mazzini e Garibaldi i quali, a
loro volta, erano propugnatori di una visione
democratico-repubblicano-socialista volta all'emancipazione delle
classi proletarie e contadine.
Giuseppe Mazzini, nel suo
saggio “Condizioni e avvenire dell'Europa”, del 1871, scrisse,
non a caso: “Il grande pensiero sociale che ferve oggi in Europa
può così definirsi: abolizione del proletariato: emancipazione dei
lavoratori dalla tirannide del capitale concentrato in un piccolo
numero d'individui: riparto dei prodotti, o del valore che n'esce, a
seconda del lavoro compito: educazione morale e intellettuale degli
operai: associazione volontaria tra gli operai, sostituita
pacificamente, progressivamente e quanto è possibile, al lavoro
individuale salariato ad arbitrio del capitalista”.
Associazionismo operaio,
dunque, fu la parola d'ordine delle correnti della Prima
Internazionale dei Lavoratori del 1864, a mio avviso l'esempio più
puro delle lotte di emancipazione sociale e nella quale vi sarebbe
potuta essere davvero una sintesi sincretica fra il repubblicanesimo
sociale, l'umanesimo marxista, l'anarchismo sociale e il populismo
democratico, che poi sarà meglio sviluppato, in particolare in
Russia, alla fine dell'800 e che contribuirà a gettare le basi della
Rivoluzione Russa del 1905 (guidata dal Partito Socialista
Rivoluzionario e dal Partito Operaio Socialidemocratico Russo) e,
successivamente, di quella del 1917 che, purtroppo, vedrà presto
prevalere la corrente bolscevica, la quale soffocherà troppo presto
gli esempi di democrazia diretta e di socialismo autogestionario che
si stavano sviluppando (vedi ad esempio l'esperienza della Comune di
Kronstadt del 1921, il cui motto fu “Tutto il potere ai Soviet, non
ai partiti!”, contrapponendo i consigli operai e contadini e
l'autogestione socialista al burocratismo partitocratico).
Gheddafi, a torto
ritenuto un dittatore, anziché un riformatore sociale, peraltro
studioso e estimatore di Rousseau, nel suo “Libro Verde”, ovvero
il suo saggio sociale e politico fondamentale, scrisse, in merito
all'organizzazione sociale e del lavoro: “Nella società
socialista non ci sono infatti possibilità di produzione individuale
al di sopra del soddisfacimento dei bisogni personali. In essa non è
permesso di soddisfare i propri bisogni a spese degli altri. Le
istituzioni socialiste lavorano per soddisfare i bisogni della
società. (…). A ciascun individuo è consentito di risparmiare ciò
che vuole, soltanto nell’ambito del proprio fabbisogno, in quanto
l’accumulo di risparmio in misura maggiore, è a detrimento della
ricchezza collettiva. La gente abile e intelligente non ha il diritto
di appropriarsi delle unità di ricchezza altrui per via della
propria abilità e intelligenza, tuttavia può utilizzare quelle
qualità per soddisfare i deficienti e gli incapaci non perciò
devono essere privati di quella stessa parte della ricchezza sociale
di cui godono i sani”.
Egli ritenne, dunque, in
concordia con il socialismo delle origini (da Saint-Simon, a Marx,
sino a Pierre Leroux, Proudhon e così via), che i lavoratori
dovessero essere considerati produttori, non più dei salariati,
ovvero degli sfruttati. E dunque, ciò che loro producono, dovesse
essere considerato di loro stessa proprietà.
Il salario, per Gheddafi
(e in realtà per tutti i socialisti, sin dalla fondazione della
Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864), è indice di
sfruttamento e un lavoratore/produttore non può essere schiavo di
nessun padrone. Sia esso un padrone privato o statale.
Oltre a ciò, il Raìs,
ritenne che nessuno potesse possedere più di quanto gli fosse
necessario per vivere. Ciò perché – non essendo le risorse
illimitate - l'accumulazione della ricchezza da parte di alcuni è
fonte di ingiustizia, corruzione e segna il sorgere della società
dello sfruttamento.
Visione peraltro non
dissimile da quella del peronismo argentino, che fondava i suoi
principi su “giustizia sociale; sovranità nazionale; indipendenza
economica” e quella portata avanti nella Cuba del Che e Fidel
Castro, nell'Egitto nasseriano e via via nei modelli più recenti
del Socialismo del XXI Secolo latinoamericano, che propongono, dunque, un nuovo modello di sviluppo.
Uno modello volto a
superare, da una parte il produttivismo e dall'altra il capitalismo.
Proponendo che il cittadino/lavoratore viva del necessario e lavori a
beneficio della società e dei bisognosi e non già per un salario. E
che ciascuno sia proprietario del proprio lavoro, nell'ambito di
attività economiche socialiste autogestite.
Moltissima strada vi è
da fare, se pensiamo che con il Primo Maggio, festa sacrosanta e nobile,
si festeggia “il lavoro”, quando purtuttavia, per essere precisi,
bisognerebbe festeggiare la “liberazione dal lavoro”, o, meglio,
“la liberazione dallo sfruttamento del giogo del salario”.
Lavoro che toglie tempo
libero; che lega a un datore di lavoro (e ad eventuali ricatti); che
è utile solo a generare profitto e conseguente sfruttamento delle
risorse economiche, sociali, ambientali e non già per aiutare la
comunità stessa e le sue necessità primarie e fondamentali.
Necessità che non sono
legate al vil danaro, che è uno strumento per sua natura schiavista,
in quanto rappresenta un debito nei confronti di qualcuno (ed è il
maggiore e più perverso strumento di perdita di sovranità dei
cittadini e dei Paesi).
Una società sana,
socialista, autogestita, libera e libertaria, è una società che
supera i vincoli imposti dall'egoismo umano.
Per mettere il capitale
nelle mani di chi lavora, se vogliamo, secondo la visione socialista
mazziniana sviluppata nel 1908 dal sindacalista rivoluzionario
Alfredo Bottai (1874 – 1965), esponente della sinistra del Partito
Repubblicano Italiano.
Una visione ispirata
all'etica del “dovere” (nei confronti della comunità e, quindi,
dell'umanità) e che, con Giulio Andrea Belloni, allievo politico di
Bottai e in sintonia con i suoi sodali di partito Guido e Mario
Bergamo, puntava a: abolizione del salario; abolizione del
proletariato; abolizione della borghesia, del capitalismo e della
delinquenza plutocratica; democrazia diretta e cooperativismo
operaio, in modo che i lavoratori potessero essere i beneficiari
diretti degli utili dell'impresa.
Una visione che sembra
antica, ma in realtà è quanto mai attuale, per quanto oscurata,
vilipesa, manipolata dalle plutocrazie economico sociali di matrice
liberale o liberal-capitalista che, in realtà, l'unica libertà che
conoscono è quella del menzognero e aberrante motto “lavorare
rende liberi” o dell'altrettanto aberrante concetto del “meglio
un lavoro pagato poco che nessun lavoro”.
Aspetti che ci hanno
condotti dritti dritti verso il precariato, lo sfruttamento di massa
legalizzato, la mancanza di sicurezza sul posto di lavoro, che per
molte generazioni è diventato la regola, la normalità.
Come la regola e la
normalità, per molti anni, è stata l'austerità imposta dall'UE e
come, fra un po', rischieranno di diventare “normali” anche
eventuali lockdown energetici, a causa di sanzioni sconsiderate,
masochiste e folli.
La democrazia è quando i
cittadini riprendono in mano il controllo della propria comunità.
Non quando subiscono scelte dall'alto.
Democrazia è
autogestione della propria comunità, è associazionismo, è
socialismo.
Lo scrittore e politico
russo Eduard Limonov, il 1 maggio del 2015, scrisse: “La festa
del Primo Maggio non ha perso la sua rilevanza.
Il Primo Maggio è il
giorno dell'operaio, come lo chiamavamo negli anni '90, il giorno del
quarto potere, che presta la sua opera per conto terzi.
I lavoratori sono la
maggioranza delle persone sul pianeta, quindi questa festività
appartiene a una specie di esercito di angeli dell'inferno, su cui
tutto poggia”.
Luca Bagatin
www.amoreeliberta.blogspot.it