giovedì 1 ottobre 2026

Il socialismo prospero e pacifico a 77 anni dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 1 ottobre 2026 ricorre il 77esimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, festeggiata in Cina con alzabandiera e spettacoli, fra patriottismo e orgoglio.

“La grande rinascita della nazione cinese è inarrestabile”, aveva affermato nei giorni scorsi il Presidente Xi Jinping, aggiungendo che “Siamo immensamente orgogliosi degli straordinari risultati ottenuti dalla Nuova Cina e abbiamo piena fiducia nelle brillanti prospettive della modernizzazione cinese”.

Una Cina che conduce una politica estera indipendente e di pace e che ha ribadito, nei giorni scorsi, all'ONU, attraverso le parole del Vicepresidente Han Zheng, le sue prospettive.

Egli ha spiegato che occorre salvaguardare l'ordine internazionale del dopoguerra e promuovere una pace duratura, fondata sulla sicurezza comune, respingendo la mentalità della Guerra Fredda e il confronto fra i blocchi.

Il Vicepresidente cinese ha in particolare sottolineato che “La Cina chiede di promuovere la governance della Cisgiordania e la ricostruzione post-conflitto di Gaza secondo il principio del governo palestinese (...)” e ha proseguito affermando che “La Cina esorta il Paese interessato a cessare immediatamente l'uso della minaccia della forza contro Cuba e a revocare immediatamente e completamente il blocco e le sanzioni contro Cuba”.

Egli ha rammentato come la politica della Repubblica Popolare Cinese sia volta a promuovere la prosperità globale, attraverso l'apertura e la cooperazione. Ed ha esortato a lavorare per dare priorità alla riduzione della povertà, alla sicurezza alimentare, alla transizione energetica, rafforzando il sostegno ai Paesi del Sud del mondo.

Han Zheng ha anche rammentato come occorra lavorare per respingere ogni pregiudizio ideologico, rispettando i percorsi di sviluppo che i popoli di ciascun Paese hanno deciso di darsi e come occorra rimanere fedeli al multilateralismo, adottando misure volte a salvaguardare equità e giustizia.

Egli ha anche fatto presente che, negli ultimi 55 anni, la Cina è stata “una forza stabilizzatrice in tempi di instabilità” e “ha realizzato due miracoli in patria, ovvero una rapida crescita economica e una stabilità sociale a lungo termine, e nel corso degli anni ha contribuito per circa il 30% alla crescita globale”.

Il Vicepresidente cinese ha aggiunto che la Cina è stata anche “una forza progressista” che “si è sempre fatta “portavoce del Sud del mondo, ha difeso i diritti e gli interessi legittimi dei Paesi in via di sviluppo e ha continuato a lavorare per un sistema di governance globale più giusto ed equo”.

Ed ha concluso affermando che “La Cina collaborerà con tutti gli altri Paesi per costruire una comunità dal futuro condiviso per l'umanità e rendere il mondo un posto migliore per tutti noi”.

Negli scorsi giorni, peraltro, il settimanale politico cinese Beijing Review ha pubblicato un'interessante intervista all'ex deputato laburista britannico George Galloway, oggi leader del Workers Party of Britain (WPB), ovvero il Partito dei Lavoratori della Gran Bretagna, a proposito del socialismo con caratteristiche cinesi e di come tale modello andrebbe studiato, per essere applicato in Occidente.

Galloway ha spiegato che, mentre “il capitalismo occidentale si basa sull'"io" e sul "presente", “i piani quinquennali cinesi si basano sul "noi" e sul "per sempre"”. E ciò ha permesso alla Cina di coniugare “la forza rivoluzionaria del mercato con una strategia di sviluppo a lungo termine definita dal Partito Comunista Cinese e dallo Stato” creando così “qualcosa di nuovo, qualcosa che il mondo non aveva mai visto prima”.

Il politico britannico ha spiegato come “il sistema politico occidentale è incompatibile con la pianificazione a lungo termine, perché alla fine ciò che conta sono solo le elezioni. La classe politica ha un obiettivo primario: rimanere tale, perché è un lavoro molto redditizio. E se si pensa solo a quattro anni nel futuro, si commettono inevitabilmente degli errori, anche se si hanno le migliori intenzioni, cosa che purtroppo accade nella maggior parte dei casi”.

Egli ha raccontato che recentemente si è recato nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang, un tempo estremamente povera, mentre oggi “vanta nuove infrastrutture, un nuovo sviluppo e servizi pubblici paragonabili a quelli di aree molto più ricche” ed ha aggiunto che “In molti Paesi occidentali, una regione come lo Xinjiang verrebbe semplicemente lasciata al degrado”.

Il leader del WPB ha rilevato anche come la Cina abbia una forma di democrazia popolare integrale, molto più democratica rispetto a quella occidentale, in quanto fornisce ai cittadini un modo per comunicare direttamente con la dirigenza. “Spero che la Cina continui a perfezionare questo sistema, e tutto ciò che sento suggerisce che gli sviluppi compiuti dalla Cina stiano andando nella giusta direzione”, ha affermato Galloway.

Relativamente all'economia cinese, l'ex deputato laburista ha affermato che “La Cina ha iniziato producendo beni a basso costo, ma si è poi evoluta fino a diventare un produttore di prodotti sofisticati, realizzando articoli che oggi sono spesso più avanzati di quelli offerti da molti produttori e rivenditori occidentali”. Ed ha fatto presente che “il sistema economico cinese è qualcosa che molti in Occidente faticano ad accettare. L'Occidente ha inventato il capitalismo. Per centinaia di anni lo ha usato per conquistare il mondo. E ora faticano ad accettare che qualcuno che un tempo disprezzavano sia diventato più ricco di loro e abbia costruito una società che, per molti aspetti, funziona meglio della loro”.

Confrontando l'economia occidentale e quella cinese, Galloway ha affermato che la debolezza delle industrie occidentali “sta nel fatto che il nostro sistema politico e il nostro sistema economico non sono più adatti al XXI secolo. Il sistema cinese, invece, lo è”.

E, in tal senso, ha aggiunto che il Partito dei Lavoratori della Gran Bretagna propone da sempre di voler “essere come la Cina, ma con caratteristiche britanniche” ed è convinto che presto ci si arriverà.

Relativamente alla situazione internazionale George Galloway ha affermato che “Ci troviamo ad affrontare un periodo molto pericoloso. L'avventatezza di alcuni leader politici in materia di guerra e pace è qualcosa che raramente ho visto nella mia vita”.

Ed ha aggiunto che “In un contesto del genere, può sembrare difficile immaginare che i Paesi cooperino, investendo nelle reciproche economie e lavorando insieme in settori come lo spazio e l'intelligenza artificiale. Ma non c'è altra via per il progresso dell'umanità. Se i Paesi continueranno a guardarsi con sospetto e a considerarsi nemici permanenti, non saremo in grado di risolvere le sfide che l'umanità si trova ad affrontare”.

Egli ha anche raccontato un episodio che gli è capitato direttamente, in questo periodo da “caccia alle streghe”: “Quando sono stato eletto al Parlamento l'ultima volta, solo due anni fa, sono stato interrogato dagli agenti di polizia all'aeroporto di Gatwick. Mi hanno chiesto: "La Cina ti ha detto di tornare in Parlamento? Facevi la spia per la Cina in Parlamento?". Questa è la domanda più volgare e ridicola che qualcuno mi abbia mai fatto in tutta la mia vita, ho detto all'agente”, ha sottolineato Galloway, il quale ha concluso affermando: “Se attraversi il mondo con questa mentalità, non raggiungerai mai l'auto che ti precede. E l'auto che ti precede è la Cina”.

Luca Bagatin

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lunedì 28 settembre 2026

Il socialismo che non c'è più e la sinistra che serve all'Italia. Cacciari ha ragione. Articolo di Luca Bagatin

 

Massimo Cacciari ha assolutamente ragione.

Una sinistra moderata fa vincere la destra.

E' storicamente sempre stato così. Già ai tempi del fascismo montante ad avere ragione erano i fiumani, i dannunziani, i sindacalisti e i socialisti rivoluzionari, non i gradualisti turatiani, che, con la loro moderazione finirono per rendere alle masse più credibile uno scalmanato Mussolini che, partendo dalla sinistra socialista, finì per costituire un movimento social-confuso, imperialista, razzista, traditore nei confronti delle masse ed in favore del padronato industriale.

Avevano e avrebbero ragione, dunque, coloro i quali, come giustamente afferma Cacciari, propongono riforme radicali.

E in questo Paese e continente ce ne vorrebbero di riforme radicali.

Dalla nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia a investimenti massicci in sanità, ricerca, istruzione e in ordine pubblico (il fenomeno delle baby gang è purtroppo sottovalutato e ancora poco preso sul serio); da un nuovo primato in politica estera, ricucendo i rapporti con la Russia e valutando l'entrata nei BRICS, alla costruzione di una nuova Europa, sovrana, indipendente e economicamente giusta, ponte e trait-d'union fra Ovest ed Est, Nord e Sud del mondo.

Non sarà certo con un nuovo e peraltro sedicente “riformismo” (o con un becero “liberalismo”) che si batteranno le destre e le estreme destre di cui, peraltro, il PD e i suoi alleati (che negli anni hanno contribuito a smantellare lo Stato sociale e ad attuare tutte le politiche di deregolamentazione economica e del mercato del lavoro) fanno ampiamente parte.

Tutti aspetti di cui ho scritto in moltissimi articoli e anche nel mio ultimo saggio “Ritratti del Socialismo” (Mario Pascale Editore).

Alla fine di agosto, nel mio articolo dal titolo “Ma quale riformismo? Dov'è finito il socialismo? (https://amoreeliberta.blogspot.com/2026/08/ma-quale-riformismo-dove-finito-il.html) scrivevo, fra le altre cose: “Quella che, nel mondo Occidentale, un tempo era sinistra o rappresentava ideali socialisti (giustizia e emancipazione sociale, sovranità nazionale, indipendenza economica), ha finito, dalla metà degli Anni '90 in poi, per annacquarsi nel liberalismo o liberal capitalismo, che, in certa misura, sembra essere esaltato proprio da Taddio nel suo articolo.

Liberal capitalismo che, insinuandosi e annacquando il socialismo, ha finito per distruggere i diritti sociali (dallo svuotamento di alcune delle principali conquiste dello Statuto dei lavoratori, alla promozione delle liberalizzazioni), fino al sostegno incondizionato alle guerre di aggressione a guida statunitense e NATO, dalla Jugoslavia al conflitto russo-ucraino, tutti aspetti ampiamente sostenuti in particolare dal PD e in gran parte dai suoi alleati.

Questo è avvenuto, in Italia, in particolare grazie ai vari Prodi, D'Alema, Bersani, Letta, Renzi e la Schlein non sembra più di tanto discostarsene.

In altri Paesi è avvenuto grazie agli pseudo laburisti alla Tony Blair e alla Keir Starmer; grazie agli pseudo socialdemocratici tedeschi alla Schulz; agli pseudo socialisti francesi alla Hollande e così via. Tutta gente che, guarda caso, ha perso inesorabilmente voti... in favore dell'estrema destra!

Anche negli USA, sedicenti progressisti come Clinton, Obama e Biden, hanno spinto sull'acceleratore delle guerre di aggressione. Bombardando peraltro Paesi laico-socialisti come la Siria e la Libia e inasprendo le sanzioni al Venezuela e a Cuba.

Dove sarebbe, dunque, questo presunto socialismo e questa presunta sinistra nelle file del “progressismo” Occidentale, che ha, anzi, ampiamente contribuito all'avvento dell'estrema destra?”.

E concludevo spiegando che ciò che oggi manca in Italia e in gran parte d'Europa, è “un'area socialista e di sinistra, come quella in Spagna con Pedro Sanchez e Pablo Iglesias; in Francia con Jean-Luc Mélenchon e i bonapartisti di sinistra; in Germania con Sahra Wagenknecht; in Gran Bretagna con Jeremy Corbyn, Zack Polanski e George Galloway; in Slovacchia con Robert Fico e Peter Pellegrini; in Bulgaria con Rumen Radev; in Moldavia con Igor Dodon e i socialisti moldavi...

Un'area che spazzi via ogni forma di liberal capitalismo, di servilismo nei confronti di Paesi stranieri, di ipocrisia. E che ricostruisca forme, come già ho spesso scritto, di comunità organizzata e ordinata, giustizia e emancipazione sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica”.

In sostanza spiegavo ciò che afferma oggi Cacciari.

E, in un altro articolo successivo, dei primi di settembre, dal titolo “Da Monti a Vannacci: quando le élite alimentano ciò che dicono di voler combattere” (https://amoreeliberta.blogspot.com/2026/09/da-monti-vannacci-quando-le-elite.html), ricordavo che “Un tempo a denunciare le oligarchie europee e la crisi dello Stato liberale, come poco fa scrivevo, solo i D'Annunzio, i De Ambris, i Bergamo e pochi altri.
Ancora oggi lo fanno solo piccole minoranze illuminate (come Angelo D’Orsi e pochi altri), che hanno compreso che la causa del nuovo fascismo è il liberal capitalismo e i sepolcri imbiancati alla Monti e alla Draghi, oltre ad una maggioranza e ad una opposizione, in Italia, in linea con l’irresponsabile Agenda Ursula.
Ci sarà un futuro roseo?
Negli Anni '20 e successivi di roseo non ci fu proprio nulla.
Era già troppo tardi”.
E ho concluso scrivendo: “Personalmente continuo a credere al buonsenso di persone come D'Orsi, Alessandro Di Battista, l'On. Dario Rivolta, il prof. Giancarlo Elia Valori, Paola Bergamo (nipote di Mario Bergamo) e a pochi altri.

Diversi fra loro per storia e orientamento politico, ma le cui lucide analisi fotografano una realtà che, fra qualche tempo, potrebbe essere ancor più tragica”.

Purtroppo mi dispiace dire che è ormai troppo tardi.

Perché in Italia il socialismo e una sinistra in grado di proporre riforme radicali non esiste più e da molti decenni. Oltre al fatto che non esiste più da molti decenni una classe politica seria, lungimirante e al servizio della comunità.

Non abbiamo più né un Partito Socialista Italiano, né un Partito Repubblicano Italiano degni di questo nome, quando erano all'estrema sinistra finanche dei comunisti. Parliamo dei tempi di De Ambris, Mario e Guido Bergamo, Chiostergi, Belloni e Bottai.

Oggi un'estrema sinistra repubblicana e socialista, fondata su giustizia sociale, sovranità nazionale, indipendenza economica e società moralizzata e ordinata, servirebbe come l'acqua per un assetato.

Così come servirebbero personalità non necessariamente estreme, ma lungimiranti, serie e pragmatiche, come furono Bettino Craxi, Gianni De Michelis, Giulio Andreotti e in parte anche Silvio Berlusconi.

Ovviamente tutto ciò è un'utopia, ma sentire Cacciari che afferma ciò che afferma, almeno un po', fa bene alla mente e al cuore, in quest'epoca oscura e composta in gran parte da sconsiderati, ignoranti e irresponsabili.

Luca Bagatin

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venerdì 25 settembre 2026

La Cina socialista tende la mano agli USA: Xi, pragmatismo, pace e cooperazione. Articolo di Luca Bagatin

 

La Cina socialista, lo ha dimostrato più volte, fonda la sua politica interna sullo sviluppo delle forze produttive a beneficio della comunità e su una società ordinata, stabile e armoniosa.

Per quanto riguarda la politica estera, essa lavora per il multilateralismo, la cooperazione win-win, il libero commercio, l'inclusività, lo sviluppo del Sud del mondo e la risoluzione pacifica delle controversie internazionali.

Il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, ricevuto da Trump con tutti gli onori, in questi giorni, incarna perfettamente questa tradizione di lungimiranza politica, socialista e democratica.

Nel suo discorso tenuto alla cena offerta da Trump, alla Casa Bianca, il 24 settembre 2026, il Presidente cinese ha teso una mano agli USA e spiegato come la sua politica sia e sarà volta a sostenere un'ulteriore crescita dei legami bilaterali fra i due Paesi.

“Oggi, il Presidente Trump e io abbiamo avuto scambi sinceri e approfonditi e abbiamo raggiunto un'intesa comune su molte questioni”, ha affermato Xi Jinping.

Egli, come nella tradizione cinese, ha fatto riferimento alla Storia comune fra i due Paesi, ricordando che “Più di 200 anni fa, subito dopo la sua indipendenza, gli Stati Uniti hanno rivolto lo sguardo alla Cina. I nostri due Paesi hanno iniziato a commerciare tra loro, scambiandosi beni per soddisfare le reciproche esigenze e attingere ai rispettivi punti di forza complementari. Di fatto, il Presidente George Washington aveva acquisito personalmente un'ampia collezione di porcellane cinesi”. Ed ha ricordato quando il popolo cinese e statunitense si sono trovati fianco a fianco, nella lotta “Oltre 80 anni fa, il popolo cinese e quello americano si sono trovati fianco a fianco nella lotta contro gli aggressori militaristi giapponesi. Insieme abbiamo aperto la famosa rotta aerea "The Hump" sopra l'Himalaya. Durante la Guerra di Resistenza contro l'aggressione giapponese, i soldati e i civili cinesi hanno salvato centinaia di piloti americani a costo di centinaia di migliaia di vite cinesi. Un'amicizia simile, forgiata nel sangue e nel fuoco, vivrà sicuramente attraverso le generazioni”.

Xi ha anche ricordato la politica di normalizzazione dei rapporti fra i due Paesi, avviata da Mao e Nixon.

Ed ha concluso il suo discorso ricordando come i due Paesi abbiano compiuto passi significativi e che occorre coltivare “i bellissimi fiori dell'amicizia tra Cina e Stati Uniti”, per scrivere “un nuovo capitolo” delle relazioni amichevoli fra i due Paesi.

Un sincero discorso di pragmatismo e pace, in quest'epoca di divisioni e tumulti, promosso dal leader di ormai pressoché la maggiore potenza al mondo, che fonda il suo successo proprio sulla pace, il pragmatismo e la volontà di costruire una “comunità dal futuro condiviso per l'umanità”.

Non stupisce, anzi, che Melania Trump, nata e cresciuta nella Jugoslavia socialista di Tito, nel 1970, abbia dichiarato a Fox News: “Sono cresciuta sotto il comunismo e, onestamente, non mi è mancato niente. Ho avuto un'infanzia bellissima”. Anche se, certo, aggiunge che “Non si era liberi come qui negli Stati Uniti oggi”.

Ma questo significa però anche che non c'erano ragazzi armati che, come purtroppo accade negli USA, possono arrivare a compiere stragi nelle scuole: alla faccia della "libertà" di oggi! Anche questo andrebbe detto e ricordato.

Melania finisce per contraddire, ad ogni modo e in sostanza, la retorica propagandistica di suo marito e di settori della politica statunitense, spesso suprematista e di destra, che bollerebbero chiunque non la pensi come loro o sia vagamente “di sinistra”, come “comunista”.

Il comunismo e il socialismo, in sostanza, non sono un insulto. Spesso la Storia ha dimostrato che sono pragmatismo, sovranità nazionale e giustizia sociale al servizio della comunità.

La Cina ce lo ricorda praticamente ogni giorno.

Luca Bagatin

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giovedì 24 settembre 2026

ONU, Lula sfida Trump: sovranità, Palestina e riforma dell'ordine internazionale. Cuba e Venezuela si schierano contro Washington. Articolo di Luca Bagatin

 

Negli scorsi giorni il Presidente del Brasile, il socialista Lula da Silva, ha tenuto il discorso di apertura dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York.

Nel suo discorso ha sottolineato come oggi il mondo sia percorso da profondi conflitti, ma nessuno si stia adoperando per risolverli.

In particolare, ha affermato come il Consiglio di Sicurezza dell'ONU non si assuma le proprie responsabilità in merito, ovvero dovrebbe riunirsi al fine di lavorare per perseguire la pace nel mondo.

Egli ha ribadito, inoltre, la necessità di far entrare in tale organismo Paesi quali il Brasile e il Messico.

Lula, senza mai nominare Trump direttamente, ha replicato alle accuse secondo le quali il Brasile non sarebbe autosufficiente in materia di sicurezza e narcotraffico. Oltre a ciò ha contrastato le argomentazioni trumpiane sull'Amazzonia, la quale, attualmente, sta invece ottenendo una protezione senza precedenti.

Egli ha altresì affermato che la guerra è la negazione della politica in ogni forma ed ha anche sottolineato come ciò che sta accadendo in Palestina - da parte del regime di Netanyahu - è un genocidio ed ha condannato gli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

Ha inoltre esortato a risolvere pacificamente la questione di Hormuz, condannato l'embargo statunitense contro Cuba e si è detto preoccupato per le possibili interferenze alle elezioni presidenziali brasiliane, visto che l'opposizione di destra difende “interessi di potenze esterne al Brasile” (chiaro il riferimento al regime di Trump).

Nei giorni scorsi anche il governo di Cuba, presieduto da Miguel Diaz-Canel, ha reagito alle dichiarazioni imperialiste di Trump, affermando che Cuba non rappresenta affatto una minaccia per gli USA e che ogni guerra economica contro di essa e il suo popolo è ingiustificata e genocida.

Il Presidente Diaz-Canel ha affermato che il Paese continuerà a difendere la sua sovranità e il Ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodriguez, ha sottolineato che il governo statunitense è incapace di riconoscere Cuba come Paese indipendente e sovrano.

La delegazione cubana parteciperà all'Assemblea Generale dell'ONU sabato 26 settembre prossimo.

La Presidente incaricata del Venezuela, la socialista Delcy Rodriguez, parlando mercoledì 23 settembre scorso, davanti all'Assemblea, ha invece sottolineato l'impegno per la pace e il dialogo del suo Paese, nella risoluzione di ogni conflitto e dei suoi rapporti con gli USA.

La Presidente Rodriguez ha parlato di “sviluppo inclusivo, fondato sulla giustizia sociale”, quale antidoto contro la povertà di centinaia di milioni di persone nel Sud del mondo, sottolineando come le sanzioni “minano le libertà economiche e finanziarie e ritardano lo sviluppo umano”.

Ha successivamente parlato di sicurezza energetica, spiegando come il Venezuela svolge e svolgerà un ruolo molto importante in questo contesto internazionale, evidenziando come “il recente accordo bilaterale tra Stati Uniti e Venezuela è uno dei più importanti mai firmati e contribuirà all'equilibrio energetico dell'emisfero e a livello internazionale”.

La Presidente del Venezuela ha sottolineato come il Paese, nel 2026, sia stato colpito da due prove molto dolorose, ovvero l'intensificarsi dello scontro con gli USA (culminato con l'arresto illegale del Presidente Nicolas Maduro e di sua moglie, Cilia Flores, da parte del regime statunitense, il 3 gennaio scorso) e il doppio terremoto del 24 giugno scorso.

Delcy Rodriguez ha spiegato, ad ogni modo, che il Venezuela sta rinascendo e intende rinascere, sulla base di relazioni fondate sul rispetto e l'uguaglianza.

“Mi presento a quest'Assemblea come un'altra figlia del Venezuela per presentare le aspirazioni di un Paese che cerca di costruire il proprio destino dopo conflitti politici che hanno chiuso gli spazi alle diverse correnti, impedendo loro di trovare un luogo dove risolvere le proprie divergenze, e nel mezzo di un duro blocco economico che ha rovinato il modello di sviluppo basato sull'inclusione e sull'uguaglianza”, ha dichiarato la Presidente Rodriguez.

Rievocando l'appello del Libertador Simon Bolivar, la Presidente ha chiamato il suo Paese all'unità, affermando: “Non una sola persona potente. Non un solo partito, non una sola fazione: uniamo tutti insieme i nostri sforzi per la rinascita della patria prospera che i nostri figli e le nostre figlie meritano”.

Luca Bagatin

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mercoledì 23 settembre 2026

"La Confederazione vittoriosa". La Guerra Civile Americana secondo Michele Angelini. Articolo di Luca Bagatin

 

La Guerra Civile Americana (1861 – 1865) scoppiò per ragioni ben più complesse rispetto alla questione dello schiavismo e, a spiegarcelo, l'agile e interessante saggio di Michele Angelini, “La Confederazione vittoriosa”, edito da Mattioli 1885/Archivio Storia (https://mattioli1885.com).

Nel saggio, oltre a fornire ipotesi su un possibile esito alternativo del conflitto, è chiaramente spiegato come il conflitto fra gli Stati dell'Unione del Nord e quelli ribelli del Sud, affondasse su molteplici ragioni.

Gli Stati del Nord erano industrializzati e, per favorire il proprio settore produttivo, erano protezionisti, mentre quelli del Sud erano fondamentalmente agricoli, basavano la loro economia sulle esportazioni di cotone e, dunque, avevano un orientamento liberista.

Oltre a ciò, gli Stati del Sud che andranno nel 1861 a fondare, con il Presidente Jefferson Davis, la Confederazione, avevano una concezione arcaica, aristocratica e pre-capitalistica della società. Fondavano sì la loro economia sulla barbarica pratica dello schiavismo (gli schiavi, come spiegato nel saggio di Angelini, erano comunque venduti dai mercanti del Nord), ma allo stesso tempo avevano una concezione patriarcale degli schiavi e anelavano all'indipendenza da degli Stati Uniti d'America diventati centralisti, che lasciavano poca autonomia ai singoli Stati e che, nella loro visione borghese, vessavano l'economia e non concepivano l'anti-modernità delle popolazioni sudiste.

Tutti aspetti profondamente spiegati nel saggio in questione.

Un saggio che non è necessariamente apologetico della Confederazione, ma cerca di inquadrarla sotto il profilo storico puro, oltre le banalità prodotte da tanta cinematografia, che ha finito per elogiare i vincitori, gettando discredito sui perdenti.

Angelini analizza la Confederazione sotto vari punti di vista. Spiega gli errori commessi dai Generali nel corso di alcune battaglie. Spiega come l'economia sudista, fondata sull'agricoltura, l'abbia sì penalizzata, ma allo stesso tempo spiega anche come la guerra abbia favorito un settore manifatturiero, in particolare bellico, posto sotto il controllo pubblico.

Una Confederazione, dunque, liberista nelle esportazioni, ma orientata al pubblico in economia interna. Con poche tasse (il che però l'ha penalizzata, come spiegato dall'Autore) e con molta autonomia fra gli Stati che la componevano.

Un'autonomia e una ricerca dell'indipendenza dall'Unione che, per molti versi, l'ha fatta entrare nell'immaginario romantico di molti e che portò anche molte tribù Native a combattere nelle fila della Confederazione, spesso per uno stile di vita agrario simile e un senso di rivalsa nei confronti dei Nordisti.

Pochi sanno, peraltro, come spiega l'Autore, che la Confederazione, anche se tardivamente, permise agli schiavi di colore di servire nell'esercito confederato. Fu proprio l'aspetto tardivo di tale scelta a pesare, visto che, come spiega Angelini, se tale riforma fosse stata introdotta prima, molto probabilmente l'esercito confederato sarebbe stato più numeroso e, allo stesso tempo, se la Confederazione avesse abolito la schiavitù, avrebbe potuto ricevere il tanto agognato sostegno europeo.

Eh sì, perché i seguaci di Jefferson Davis confidavano proprio in Gran Bretagna e Francia, affinchè scendessero nell'agone bellico al loro fianco.

Queste due potenze, come spiegato nel saggio, infatti, si rifornivano del cotone degli Stati del Sud e, allo stesso tempo, salvo lo schiavismo, avevano una visione simile.

Come ben sappiamo, ad ogni modo, il tanto ricercato sostegno dall'Europa, non arrivò mai.

Le conseguenze della sconfitta della Confederazione?

Come spiega Angelini, innanzitutto l'impoverimento degli Stati del Sud, sfruttati dalla borghesia profittatrice del Nord; lo sfruttamento dei Nordisti, a scopi propagandistici, dell'abolizione della schiavitù dei neri, i quali ad ogni modo finiranno per essere o ghettizzati o sfruttati dai capitalisti del Nord nelle loro fabbriche; la radicalizzazione del razzismo in un Sud impoverito, con conseguente fondazione del Ku Klux Klan.

“La Confederazione vittoriosa” di Michele Angelini ci offre un punto di vista diverso sulla Guerra Civile Americana e ci costringe a riflettere e a rivalutare la Storia, così come sarebbe sempre giusto accadesse, per chi la ama e la vuole approfondire senza pregiudizi.

Un saggio che ci presenta, peraltro, un Abraham Lincoln molto meno “epico” di quello che viene tramandato dai film o dai fumetti. In realtà politicamente molto debole, sostenuto solo da una parte del Partito Repubblicano e molto meno convinto di Jefferson Davis e dei suoi “soldati grigi”, al punto che, se questi avessero ottenuto qualche vittoria in più, Angelini sostiene che Lincoln avrebbe potuto probabilmente perdere il secondo mandato presidenziale contro il Democratico Gen. McClellan, il quale avrebbe ben presto firmato la pace con la Confederazione.

La Storia, dunque, avrebbe preso una piega molto diversa.

Luca Bagatin

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martedì 22 settembre 2026

Lula incontra Bernie Sanders a New York: multilateralismo, IA e interferenze elettorali al centro del confronto. Articolo di Luca Bagatin

 

Lo scorso 21 settembre 2026, a New York, il Presidente del Brasile, il socialista Luiz Inácio Lula da Silva, ha incontrato il Senatore statunitense Bernie Sanders.

Fra gli argomenti toccati dai due il multilateralismo, la pace, la democrazia, la governance dell'Intelligenza Artificiale e l'attuale situazione politica statunitense.

Entrambi hanno condiviso le medesime opinioni in merito al rischio di aumento della spesa militare a livello globale; alla crescente diseguaglianza fra ricchi e poveri; alla precarietà lavorativa in varie parti del mondo. Inoltre, hanno concordato sulla necessità di riformare il Consiglio di Sicurezza dell'ONU e espresso preoccupazione per il crescente estremismo, nonché ritengono che occorra urgentemente una governance multilaterale dell'Intelligenza Artificiale ed una maggiore partecipazione dei giovani e delle donne in politica.

Il Sen. Sanders ha espresso interesse nel voler conoscere l'esperienza sanitaria brasiliana, che ha introdotto il Sistema Sanitario Unificato.

Il Presidente Lula si è detto preoccupato relativamente a possibili interferenze statunitensi nelle prossime elezioni brasiliane, visto che è entrato nel mirino del regime di Trump, il quale sostiene apertamente il candidato della destra, Flavio Bolsonaro.

Egli ha altresì espresso particolari preoccupazioni per le posizioni del Segretario di Stato USA, Marco Rubio, il quale è particolarmente vicino alla famiglia Bolsonaro.

Il Presidente Lula, che si trova a New York per partecipare alla settimana di alto livello dell'81ª sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, aveva incontrato anche il Presidente dell'Uruguay Yamandú Orsi ed il Sindaco di New York, Zohran Mamdani.

Relativamente alla governance sull'IA, il Brasile ha già aderito all'Organizzazione Mondiale per la Cooperazione sull'Intelligenza Artificiale (WAICO) promossa dalla Repubblica Popolare Cinese, con la quale condivide le medesime posizioni in materia di multilateralismo, stabilità, equità e giustizia internazionale.

Luca Bagatin

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lunedì 21 settembre 2026

Elezioni legislative in Russia 2026: la destra avanza, la sinistra (purtroppo) arretra. Zjuganov (KPRF): "Occorre una politica orientata al sociale". Articolo di Luca Bagatin

Le elezioni legislative per il rinnovo della Duma, tenutesi dal 18 al 20 settembre 2026, hanno visto, purtroppo, un netto aumento delle forze di destra, sia liberali, sia nazionaliste.

Il partito liberal capitalista al governo, Russia Unita, ha ottenuto il 57,8% dei voti, rispetto al 49,8% del 2021; al secondo posto si conferma maggiore partito di opposizione il Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF), con il 13,7% (nel 2021 aveva il 18,9%); al terzo posto i nazionalisti del Partito LiberalDemocratico, che ottengono il 9% (nel 2021 avevano il 7,5%); al quarto il partito liberale di centrodestra Nuovo Popolo, con il 7,9% (nel 2021 aveva il 5,3%) e, ultimo partito a ottenere seggi alla Duma è il socialdemocratico Una Russia Giusta, che ottiene il 5% (nel 2021 aveva il 7,4%). L'altro partito comunista presente, quello più rivoluzionario, ovvero i “Comunisti di Russia”, ha ottenuto lo 0,85% (nel 2021 aveva l'1,27%).

Complessivamente, la sinistra russa – comunista e socialdemocratica - presente alle elezioni, ottiene circa il 20% e perde consensi.

Si tenga conto, ad ogni modo, che numerose sono le liste di sinistra che hanno invitato all'astensionismo, sia quelle favorevoli all'intervento militare in Ucraina, che quelle contrarie.

Fra le liste di sinistra astensioniste per protesta e che hanno ritenuto che nessuno dei partiti presenti alle elezioni rappresentasse una reale alternativa: il partito nazionalbolscevico “L'Altra Russia di Eduard Limonov”, l'Organizzazione dei Comunisti e il Partito Comunista Russo.

Il Segretario Generale del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF), Gennady Zjuganov, ha dichiarato, a commento del risultato elettorale, fra le altre cose, che per vincere è necessaria non solo una società unita, ma anche un “programma concreto a sostegno dell'alta tecnologia”.

Egli ha spiegato come esista una profonda spaccatura nella società, che non può essere ignorata, che troppe persone in Russia vivono in povertà e che i prezzi sono aumentati, mentre “l'oligarchia si è accaparrata un trilione e mezzo di rubli in soli sei mesi. E non sono riusciti a trovare i soldi per sostenere gli agricoltori, per comprare da loro il grano a un prezzo ragionevole. Né sono riusciti a mantenere famiglie numerose”.

Zjuganov ha spiegato come tale situazione richieda “una politica orientata al sociale”, che attualmente non esiste.

Fra le altre cose, il leader comunista russo ha affermato: “Mi dicono che Russia Unita ha vinto. In una guerra, nessun partito può vincere. Possono vincere solo il popolo, una nuova rotta e un politico molto efficace e coraggioso”. Ed ha aggiunto che “Dobbiamo unire tutti e lavorare per la vittoria”.

Al momento, ad ogni modo, la sinistra russa rimane piuttosto divisa e, anche se nel cosiddetto Occidente in pochissimi vorrebbero ammetterlo, anche in Russia la fanno da padroni – a livello parlamentare - partiti di orientamento liberal capitalista, centrista e di centrodestra, come in gran parte dei Paesi dell'UE e oltre Oceano.

Partiti che stanno sistematicamente distruggendo lo Stato sociale e facendo inesorabilmente aumentare le diseguaglianze sociali in seno alla popolazione.

Luca Bagatin

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