venerdì 10 aprile 2026

Socialismo o... barbarie. Articolo di Luca Bagatin

 

Fu la socialista rivoluzionaria Rosa Luxemburg, molto critica nei confronti dell'ipocrisia della revisionista “socialdemocrazia” tedesca, la prima a parlare di “Socialismo o barbarie”.

Con questa frase ella riassunse ottimamente un aspetto difficilmente confutabile.

L'unico sistema razionale è quello socialista, non certo quello liberal capitalista.

Per evitare disoccupazione, sotto-occupazione, sfruttamento, il lavoro va organizzato a monte.

Per evitare una distribuzione iniqua delle risorse, che potrebbe generare squilibri economici, psicologici e sociali nella società, è necessario che nessuno disponga di più degli altri. Ovvero occorre che nessuno sottragga risorse alla comunità, per accaparrarsele, egoisticamente.

Il socialismo è quando non esistono né ricchi, né poveri. Quando non esistono né disoccupati, né sfruttati. Quando non esistono ladri, né criminali, né corrotti.

E' quando l'economia e la società vengono, razionalmente e pragmaticamente, pianificate, in modo condiviso e democratico.

Il liberal capitalismo, diversamente, genera squilibri, perché non prevede un'organizzazione razionale dell'economia e della società.

Questo perché il liberal capitalismo sdogana e alimenta l'ego, che andrebbe visto come una patologia congenita dell'anima, in quanto esso sdogana e alimenta una mentalità fondata sull'accumulo e sulla ricchezza individuale, anziché sull'uso razionale e pragmatico delle risorse.

Il liberal capitalismo è una patologia, non propriamente una ideologia. Perché fonda tutto sull'esteriorità e sulla materialità dell'esistenza.

Ben poca cosa, considerando che le risorse e la vita umana, sono entrambe estremamente limitate.

Una persona, nonostante le moderne follie transumaniste, non potrà fisicamente mai essere immortale e quindi non potrà mai arrivare a mantenere, per sempre, le sue ricchezze. E, anche quando lo facesse... che cosa ne trarrebbe? Alla sua morte potrebbe, al massimo, cederle agli eredi o ad altri oligarchi. Continuando, comunque, a sottrarre risorse alla comunità nel suo insieme. Sfruttandola, anziché facendola crescere.

Si dirà che il socialismo rettamente inteso non promuove la libertà. In realtà, rimuove le basi della falsa “libertà”.

Quella, appunto, fondata su ego e accumulo. Ovvero su quegli aspetti patologici della psiche umana materialista. Che generano, peraltro, alienazione, noia, nuova necessità di accumulare, in un ciclo di insoddisfazione continuo.

Droga, prostituzione, abusi sui minori, sfruttamento dei più deboli, sono aspetti perpetrati proprio da soggetti annoiati e abietti, nell'ambito di una società insana e fondata su ego e accumulo.

La libertà, diversamente, non ha nulla a che vedere con il possesso o con l'accumulo. Men che meno con la noia o la degenerazione. Essa è aspetto interiore.

Una persona libera è tale anche in una prigione. Perché dentro di lei c'è un mondo sconfinato, a confronto del quale, quello esteriore, è ben poca cosa.

Purtroppo, la mentalità materialistico-borghese e liberal capitalista, spesso, non è in grado di vedere questo mondo, perché limitata all'esteriorità.

Ogni sistema economico, a mio avviso, va approfondito e studiato anche e soprattutto alla luce della psicologia umana, dell'antropologia, della mentalità e della spiritualità, affinché ne esca un'analisi completa, approfondita e razionale.

Il socialismo, dunque, non andrebbe visto né applicato come una ideologia, ma ricercato, studiato e approfondito come una via razionale da percorrere, per la crescita e lo sviluppo di una società sana e armoniosa, fondata su una libertà assoluta da ogni condizionamento e da ogni forma di ego.

Chi pensava che il socialismo, nella Storia, avesse fallito, ha drammaticamente sbagliato.

Perché non in grado di osservare il socialismo depurato dall'ideologia, analizzandolo nella pratica.

Molti si riferiscono al cosiddetto crollo dell'URSS per affermare che il socialismo ha fallito.

Posto che l'URSS è “crollata” per cause esterne e di tradimenti interni dell'allora classe dirigente, costoro non osservano che l'URSS si allontanò dal socialismo già quando i Soviet, intesi come consigli di base di operai e contadini, furono presto abbandonati. Per trasformare l'URSS in una realtà burocratica e revisionista del socialismo stesso.

Diversamente, realtà come la Cina, ma anche molte realtà del Terzo Mondo (inteso come Mondo fuori dai due blocchi contrapposti), pensiamo ad esempio a realtà latinoamericane, panafricane e panarabe, oltre che dell'Estremo Oriente, hanno saputo costruire un socialismo razionale, non ideologico, non burocratico, imparando dagli errori, aprendosi al mondo, attingendo dalla propria cultura, Storia e tradizione.

E così hanno mostrato e stanno mostrando che il socialismo, se rettamente inteso, come via per l'evoluzione dell'essere umano e della comunità nel suo complesso (nazionale e internazionale), può non solo resistere, ma essere una forma di resilienza alle sfide del presente e del futuro.

Diversamente, il liberal capitalismo, mostra che la “libertà” esteriore conduce dritta dritta verso la degenerazione della società. Verso il consumismo degli annoiati, verso lo sfruttamento del lavoro, verso la manipolazione delle menti (pubblicità commerciale) e dei corpi (l'uso smodato e insensato della chirurgia estetica), oltre che lo sfruttamento dei corpi stessi (Onlyfans, per citare un esempio). Senza contare l'abbassamento del livello culturale della società (causato dai tagli al settore scolastico, ma anche da un voluto abbassamento degli standard del livello di istruzione) e un imbarbarimento della società stessa, con stupri e violenze di ogni genere, spesso commesse da minori.

In tutto ciò, stupisce sempre meno un insensato ricorso alla violenza verbale da parte della classe politica liberal capitalista (che si riverbera anche nella società) e una rincorsa agli armamenti, in un circo bellicista che vede il nemico in chiunque non inneggi alla “libertà” esteriore o al suprematismo del ricco e del bianco.

Si potrebbe dunque parlare, non tanto e non solo di socialismo VS liberal capitalismo, ma di comunità VS individualismo o, meglio ancora, di razionalità VS irrazionalità e tutto ciò lo si può comprendere meglio alla luce dell'approfondimento della Storia, dell'economia, della psicologia e dell'antropologia dei popoli.

Abbiamo dunque molto da imparare da Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Michail Bakunin, Karl Marx, Friedrich Engels, Pierre Leroux, così come da Carl Gustav Jung, Marcel Mauss e molti altri, il cui pensiero è, ancora oggi, ricco di insegnamenti.

Luca Bagatin

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martedì 7 aprile 2026

Intervista a Luca Bagatin su Juan Domingo Peron e il Peronismo sul canale YouTube "Rosso Fastidio"

 

Dialogo fra la leader dell'opposizione di Taiwan e la Repubblica Popolare Cinese. Articolo di Luca Bagatin

 

La Presidente del Kuomintang (KMT), Cheng Li-wun, con una delegazione di 14 componenti del suo partito, è giunta nella Cina continentale, su invito del Presidente Xi Jinping e del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (PCC).

Il dialogo fra la Cina continentale e Taiwan è dunque aperto. O, meglio, non è mai stato interrotto.

La Presidente Cheng e il suo partito, a differenza dell'attuale Partito Progressista Democratico al governo di Taiwan, che promuove attività separatiste, si sono sempre opposti all'indipendenza di Taiwan e Cheng Li-wun ha dichiarato, orgogliosamente “Io sono cinese”.

La visita della Presidente Cheng è stata intitolata “Viaggio di Pace 2026” ed è volta al dialogo e al riaffermare il principio di “una sola Cina”, sancito anche dal cosiddetto “Consenso del 1992”, stabilito nel 1992 fra i rappresentanti del Partito Comunista Cinese, in rappresentanza della Repubblica Popolare Cinese e quelli del Kuomintang, partito nazionalista della Repubblica di Cina (Taiwan).

La visita dei rappresentanti del Kuomintang, dunque, è volta a stigmatizzare ogni forma di attività separatista in seno a Taiwan, contrastando ogni interferenza esterna, ovvero a elevare le relazioni fra le due sponde dello Stretto, fondate sullo sviluppo pacifico.

Secondo i dati, i residenti di Taiwan hanno effettuato, lo scorso anno, 4,8918 milioni di visite nella Cina continentale, con un aumento del 21,6% rispetto all'anno precedente e, i residenti della Cina continentale, hanno effettuato 557.700 viaggi a Taiwan, ovvero un incremento del 47,4% rispetto all'anno precedente.

Tanto la Cina continentale, quanto Taiwan, hanno legami storici profondi, fondati su cooperazione, legami economici e commerciali, che negli ultimi anni si sono intensificati.

La Cina ritiene che la questione Taiwan sia una questione esclusivamente interna e, in tale ottica vanno visti i dialoghi fra Kumintang e Partito Comunista Cinese.

Il Kuomintang fu fondato nel 1894 dal riformatore sociale Sun Yat-sen, primo Presidente della Cina moderna nel 1912 e leader della Rivoluzione democratica del 1911 che pose fine alla dinastia imperiale Quing.

Il Kuomintang governò, come unico partito, la Cina dal 1928 al 1949, anno in cui sarà sconfitto dai comunisti guidati da Mao Tse-Tung, che fondarono la Repubblica Popolare Cinese.

Da allora esponenti del Kuomintang governeranno unicamente Taiwan, ovvero la Repubblica di Cina, ininterrottamente, fino al 2000, anno nel quale le elezioni furono vinte dal Partito Democratico Progressista (DPP), partito con il quale si alternerà, nel corso degli anni, al governo.

Il DPP, partito di orientamento nazionalista liberale e i cui esponenti spesso sono stati condannati per corruzione e appropriazione indebita di danaro pubblico, a differenza del KMT, ha sempre promosso attività secessioniste e separatiste, rispetto alla Cina, spesso sostenute dagli Stati Uniti d'America.

La Presidente del Kuomintang (KMT), Cheng Li-wun, avvocato, classe 1969, in gioventù fu attivista indipendentista e deputata del Partito Democratico Progressista dal 1996 al 2000.

Si allontanò da tale partito nel 2002, anche a causa dei vari scandali di corruzione che colpirono il partito e entrò, nel 2005, nel Kuomintang.

Abbracciò così il principio di “una sola Cina” e definì “fascista” l'indipendentismo di Taiwan.

Nonostante sostenga relazioni più strette fra Taiwan e gli USA, ritiene che l'isola non debba divenire “una pedina di scambio di Trump”.

In un'intervista, Cheng Li-wun, ha dichiarato che il conflitto russo-ucraino ha avuto origine a causa dell'allargamento ad Est della NATO, affermando altresì che Taiwan non deve diventare “una nuova Ucraina”. Ed ha fatto presente che “Potrebbe essere che gli Stati Uniti stiano trattando Taiwan come un pezzo degli scacchi, una pedina, per provocare strategicamente il Partito Comunista Cinese nei momenti opportuni”.

Luca Bagatin

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giovedì 2 aprile 2026

Ritrovare i sentieri perduti del mondo, riunire ciò che è sparso. Articolo di Paola Bergamo e Luca Bagatin

 

Di fronte alla destabilizzazione globale, alla quale ha ampiamente contribuito Donald Trump, nel solco dei suoi predecessori, ma in modo ancora più smaccatamente evidente e invasivo, oggi accade pure che quest'ultimo minacci l’uscita degli USA dalla NATO, colpevolizzando i Paesi europei di non assecondarlo nella sua “crociata” contro l’Iran.

Un ennesimo colpo di teatro, perché Trump sa perfettamente di non poter certo decidere da solo di uscire dall’Alleanza Atlantica, visto che ci vuole la maggioranza di 2/3 del Congresso degli Stati Uniti.
Ma l’atteggiamento del Presidente Trump è due volte paradossale, perché la guerra in Iran è di fatto illegale, nasce come “preemptive strike”, manca del coinvolgimento delle Nazioni Unite imposto dalla Carta dell’ONU e, in fondo, non si vede perché i Paesi membri della NATO dovrebbero farsi coinvolgere, posto che l’Alleanza è nata con natura difensiva.

E’ proprio questa fondamentale caratteristica ad aver permesso che l’Italia, nel 1949, potesse aderire in perfetta coerenza e conformità, all’Art. 11 della nostra Costituzione, che mette un punto fermo tra i Principi Fondamentali: noi si “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Trump cerca di coinvolgere gli alleati nella sua battaglia per mantenere un unipolarismo “manu militari”, al fine di ostacolare e impedire il transito verso il multipolarismo che vedrebbe prevalere la visione del “Land Power” sul “Sea Power”.

L’attacco all’Iran non risponde semplicemente al desiderio statunitense di supportare e sostenere Israele. Forse addirittura il regime statunitense sta sfruttando la questione di Israele per attaccare un perno fondamentale per il ricompattamento euroasiatico, qual è l’Iran e in funzione proprio anti-cinese.

E’ tale tesi che induce a riflettere che l’Iran non sarà mai abbandonato al proprio destino e che la guerra scatenata congiuntamente da USA e Israele, non solo ha messo ko il mercato globale, ma potrebbe scatenare, in ipotesi di escalation, un conflitto di dimensioni mondiali.

Detto questo, se Trump trasformasse la minaccia di uscirsene dalla NATO in fatto compiuto, probabilmente potrebbe anche rendere i Paesi membri più indipendenti da una entità, gli USA, che ha sempre più spesso operato per la destabilizzazione e divisione – nel solco del “Divide et Impera” – piuttosto che per la concordia e la cooperazione.

Concordia e cooperazione, in questi anni, è stata invece invocata, praticata e promossa dalla Repubblica Popolare Cinese, all'avanguardia in moltissimi settori economici e strategici e che si appresta a diventare la prima potenza mondiale.

La Cina sta offrendo un modello su cui riflettere: si può diventare grandi e prosperare, sia individualmente che collettivamente, attraverso la cooperazione, la logica “win-win”, ovvero attraverso il mutuo vantaggio, con pragmatismo, non ingerenza e non uso della forza.

E, del resto, il Presidente Xi Jinping non solo più volte ha richiamato il principio di “Armonia” di confuciana memoria come pilastro della politica interna al proprio Paese, ma anche come fondamento della diplomazia cinese in contrapposizione al sistema colonialista, egemonico, prevaricatore e d’interferenza dell’Occidente nelle relazioni internazionali.

Nel 2023, a San Francisco, nel suo vertice negli States con l’allora Presidente Joe Biden, il Presidente cinese sottolineava che “Planet Earth is big enought for the two countries to succeed!”, sancendo cioè il rifiuto del gioco a somma zero; la propensione a una coesistenza pacifica; la tensione a garantire la stabilità globale; la consapevolezza che nel mondo siamo interconnessi e interdipendenti.

Dunque, se ci si chiedesse che cosa hanno in comune l’Iran e il Venezuela, è più che evidente che si tratti del petrolio. Di qui la decisione di prendersi, con l’uso della forza, materie prime che servono al mondo.

Ma non solo.

Colpire il Venezuela socialista, significa anche colpire Cuba socialista, in modo da soffocarla ulteriormente, impedendole l'approvvigionamento di petrolio venezuelano. E, quindi destabilizzare anche il socialismo cubano e via via quello latinoamericano, che ha fatto dell'autogestione, della cooperazione e della democrazia diretta, dagli Anni '90 ad oggi, un modello alternativo a quello predatorio degli USA e di un Occidente sconsiderato, liberal turbo-capitalista e pseudo-democratico.

Quanto all'Iran, tanto quanto il Venezuela, è Paese partner e amico della Repubblica Popolare Cinese e non dimentichiamoci che è Paese BRICS dal 2024. Colpirlo significa voler destabilizzare i BRICS e tentare di destabilizzare la Repubblica Popolare Cinese, che ha un sistema alternativo a quello statunitense. Un sistema socialista di mercato, pragmatico e volto tanto alla realizzazione della persona, quanto allo sviluppo della comunità nel suo insieme.

Profondamente alternativo e diverso rispetto a quello di un Occidente a guida anglofona, sia esso a guida britannica (come avveniva ai tempi della potenza coloniale della Gran Bretagna) o statunitense. Realtà che hanno fatto della prevaricazione sugli altri popoli, del suprematismo e dell'esportazione dei propri sistemi politico-economici, la loro bandiera, facendola diventare anche la nostra e facendoci credere che quella fosse la “bandiera della libertà”.

Di quale “libertà”?

Non certo quella fondata su giustizia sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica. Ovvero di quella propugnata dall'Illuminismo francese; dalla Repubblica Romana mazziniana e garibaldina del 1849; dalla Comune di Parigi del 1871, primo governo socialista al mondo; dalla Carta del Carnaro di Alceste De Ambris e promulgata da Gabriele d’Annunzio del 1920 o della Repubblica di Montebelluna del 1919/1921, fondata da Mario, Guido e dal padre Luigi Bergamo, ma potremmo dire anche della Rivoluzione russa del 1905 e per molti versi di quella del 1917, con particolare riferimento all'esperienza della Comune di Kronstadt, quando ancora si difendevano i Soviet originari, ovvero i Consigli degli operai e dei contadini, lontani da ogni autoritarismo e burocratismo, solo per citare alcuni dei fenomeni libertari della Storia europea.

La “bandiera della libertà” a guida statunitense appare piuttosto quella di reprimere le peculiarità dei popoli. Quella di uccidere le differenze, di omologare a un pensiero unico privato di ogni identità originaria.

Una “libertà” fondata sul glamour, sulla sessualizzazione (che non è certo l'erotismo decantato da D'Annunzio!), persino dei minori. Sulla prevaricazione/abuso dei più deboli.

Una “libertà” appannaggio dei più ricchi, dei più furbi, dei più spregiudicati.

Una “libertà” che ignora il principio di uguaglianza.

Una “libertà” che porta dritta ai Peter Thiel di turno, che promuovono un uso completamente distorto e oligarchico/monopolista della tecnologia e che potremmo dire corporativo, nel senso di fondato sulle Corporation, che è il sistema oligarchico sul quale gli USA si reggono.

Una “libertà” e una tecnologia, nella fattispecie, che sfugga a ogni controllo pubblico, ovvero della comunità, ma sia di esclusiva proprietà di pochi “eletti”, capaci di plasmare il destino di una umanità alla quale non sarà permessa alcuna voce in capitolo. Il tutto, ovviamente, sfidando ogni regola naturale. Ecco, dunque, manifestata, la famosa religione dei transumanisti, dove “Technè” viene elevata a nuova “dea” e le masse sono considerate un insieme di gente inutile.

In tutto ciò, costoro, novelli oscurantisti ma, sarebbe preferibile chiamarli “Oscuri”, ritirano fuori la figura biblica dell'Anticristo che, nella loro visione, sarebbe chiunque promuova un ordine mondiale fondato su pace, sicurezza, stabilità, controllo pubblico e quindi consapevole delle tecnologie.

Chiunque, insomma, controlli l’indole dietro la tecnologia fonte della loro ricchezza e ponga fine alla loro “libertà”, quella di distruggere la Natura e di plasmare l'essere umano a loro immagine e somiglianza.

In tutto ciò, se dalla NATO gli USA dovessero andarsene davvero, sarebbe il momento di aprire l'Alleanza a altri player, magari proprio a Cina e Russia e ciò andrebbe visto non come una provocazione, ma come aspetto pragmatico, volto a un mondo sempre più multipolare, fondato su cooperazione e stabilità, trasformando la NATO in qualcosa di molto diverso e molto più potente come avrebbe potuto essere fin dal 1994, quando la Russia aveva già aderito al PfP, Partnership For Peace della NATO, anticamera per una successiva adesione all’Alleanza, che invece subì una voluta battuta d’arresto per parte statunitense, step by step, costruendo un sistema espansivo ad est percepito dai russi una minaccia esistenziale.

Una nuova NATO intercontinentale, sicuramente europea, anche considerando che la Russia è Europa e che entrambe sono Eurasia e, a tutti gli effetti, non solo rappresenterebbero il ricompattamento dell’Heartland che spaventa a morte gli statunitensi, ma di fatto sia Russia che Cina, assieme, hanno combattuto e stanno combattendo l'Islam radicale.

Cosa che non si può dire degli USA, che spesso lo hanno fomentato e sostenuto. Afghanistan, Libia, Siria, “Primavere” Arabe restano lì come memento e ci si augura monito!

Paola Bergamo e Luca Bagatin

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Lettera aperta di un ebreo errante a Benjamin Netanyahu di Dominique Intini

Signor Primo Ministro,
Le scrivo con gravità.
Questa gravità è intima. Sono ebreo. Sono legato all’esistenza dello Stato d’Israele, alla sua sicurezza e alla sua legittimità.
So cosa significa, nella storia, essere privati di una terra, di una protezione, del diritto stesso di esistere.

L’esistenza dello Stato d’Israele non è, per me, un dato astratto: è il compimento di una storia tragica e la condizione concreta di una sicurezza a lungo negata agli ebrei. Ha permesso di rompere con una vulnerabilità secolare. Ha reso possibile ciò che, per secoli, non lo è stato: non dipendere più dal buon volere, né unicamente dalla protezione degli altri, per sopravvivere.

Durante la Rivoluzione francese, Stanislas de Clermont-Tonnerre affermava che bisognava «rifiutare tutto agli ebrei come nazione e concedere tutto agli ebrei come individui». Questa frase riassume una lunga storia: quella di un popolo al quale si riconoscevano talvolta dei diritti, ma al quale si negava il diritto di esistere collettivamente.
E per molti, ancora oggi, questa idea sembra persistere — non più come una dottrina esplicita, ma come un riflesso, un presupposto implicito dei giudizi rivolti a Israele, anche da parte di coloro che non ne conoscono né l’origine né l’autore.
Lo Stato d’Israele è nato anche da questa negazione. Ha posto fine ad essa.
Ma proprio per questo, Israele non può che essere uno Stato esemplare nel suo rapporto con il diritto, con la vita umana e con la giustizia.

Nessuno contesta l’orrore del 7 ottobre 2023. Nessuno contesta il diritto di Israele a difendersi, né a difendere il proprio diritto di esistere come nazione. Ma ciò che è stato fatto da allora sotto la sua autorità eccede questo diritto. A Gaza, la guerra è diventata distruzione. Ha causato decine di migliaia di morti, ha devastato città, ha distrutto le strutture essenziali alla sopravvivenza di una popolazione civile. Ha imposto la fame, lo sfollamento, la paura permanente.
Spingendo questa logica fino alle sue estreme conseguenze, le cose si rovesciano contro l’obiettivo iniziale. Ciò che doveva proteggere Israele lo espone. Ciò che doveva garantire la sua sicurezza ne compromette la legittimità.
Una politica può essere militarmente potente e strategicamente distruttiva.
Questa deriva è anche politica.

Lei governa un Paese profondamente diviso, mentre è personalmente coinvolto in diversi procedimenti penali.
Si mantiene al potere in un momento in cui la fiducia si sgretola, in cui la guerra sembra prolungare una necessità politica tanto quanto una strategia militare, confondendo pericolosamente il confine tra l’interesse di un uomo e quello di uno Stato.

Allo stesso tempo, il suo governo sostiene e promuove testi volti ad estendere il ricorso alla pena di morte nei confronti dei palestinesi.
Un simile orientamento, fondato su una differenziazione di trattamento in base all’origine o all’appartenenza, fa emergere l’idea di un diritto d’eccezione.
Per chi conosce la storia, esso richiama quei dispositivi giuridici che assegnavano agli ebrei uno status particolare, distinto, sempre a scapito dei loro diritti.
Non è così che si difende uno Stato di diritto. È così che se ne alterano le fondamenta.

Mai, nella sua storia recente, Israele era stato così isolato. Sono stati avviati procedimenti davanti alla Corte internazionale di giustizia. È stato emesso un mandato di arresto dalla Corte penale internazionale. Al di là dei dibattiti giuridici, un fatto resta: l’immagine di Israele è colpita come non lo era mai stata.
Ed è qui che il pericolo diventa ancora più profondo.
Perché questo scivolamento non riguarda solo un governo. Agli occhi di una parte crescente del mondo, è Israele nel suo insieme — e, per un inquietante slittamento, gli ebrei stessi — ad essere ritenuti responsabili.
Questa confusione è ingiusta. È pericolosa. Alimenta amalgami di cui la storia ha già mostrato le conseguenze più tragiche.

Il popolo ebraico, nel corso dei secoli, ha invece portato una tradizione intellettuale e morale di straordinaria ricchezza.
Ha contribuito in modo decisivo al pensiero, al diritto, alla scienza, alla medicina, alla filosofia, alla letteratura.
Da Baruch Spinoza a Albert Einstein, da Sigmund Freud a Hannah Arendt, da Franz Kafka a Claude Lévi-Strauss, ha spesso opposto alla violenza del mondo un’esigenza di lucidità, di giustizia e di dignità — nonostante persecuzioni, espulsioni e massacri.
È proprio questa storia che rende oggi la situazione insostenibile.

Rifiuto che questa tradizione venga deformata.
Rifiuto che la memoria ebraica venga invocata per giustificare politiche che espongono nuovamente gli ebrei del mondo alla confusione, all’ostilità e all’odio.
Rifiuto che il nome di Israele sia associato all’idea che una democrazia possa sopravvivere alla distruzione illimitata di un altro popolo senza distruggere se stessa.

Non capisco più come Lei possa ancora governare. Non capisco più come un leader così contestato, perseguito e isolato possa continuare a impegnare il
destino di un Paese di cui compromette ogni giorno di più la credibilità, la sicurezza a lungo termine e l’onore.
Ci sono momenti in cui il potere non protegge più uno Stato, ma lo espone.
Ci sono momenti in cui restare diventa una colpa.
Ci sono momenti in cui andarsene diventa un’esigenza.
Questo momento è arrivato.

Se ne vada!

Dominique Intini

https://www.centrostudimb2.eu/2026/04/02/lettera-aperta-di-un-ebreo-errante-a-benjamin-netanyahou-di-dominique-intini/ 

Dominique Intini, calsse 1958, è avvocato e vive a Parigi. Di origini ebraiche da parte di madre, Nevski Landau, scrive qui a titolo personale.

martedì 31 marzo 2026

Un piano di pace promosso da Cina e Pakistan per la pace in Medio Oriente e nel Golfo. Articolo di Luca Bagatin

Ancora una volta in prima linea per promuovere accordi di pace, in un'epoca in cui l'Occidente sembra aver perduto ogni logica e lume della ragione, la Repubblica Popolare Cinese.

A Pechino si sono infatti tenuti colloqui fra il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il Vice Primo Ministro e Ministro degli Esteri del Pakistan Mohammad Ishaq Dar.

Entrambe le parti hanno presentato cinque punti per il ripristino della pace e della stabilità nell'area del Golfo e in Medio Oriente.

Proposte che comprendono: cessazione immediata delle ostilità; avvio urgente dei colloqui di pace; garanzia di sicurezza degli obiettivi non militari; garanzia della sicurezza della navigazione e salvaguardia dei principi della Carta delle Nazioni Unite.

Nel corso dell'incontro il Ministro Wang ha affermato che “Gli sforzi del Pakistan per mediare tra le parti al fine di promuovere la pace e porre fine ai combattimenti dimostrano il suo fermo impegno a salvaguardare la pace regionale e globale. La tempestiva comunicazione strategica tra Cina e Pakistan sulle principali questioni internazionali e regionali e l'approfondimento del coordinamento strategico incarnano l'essenza della comunità sino-pakistana con un futuro condiviso. La Cina sostiene e auspica che il Pakistan svolga un ruolo unico e importante nella de-escalation delle tensioni e nel ripristino dei colloqui di pace. Questo processo non sarà facile, ma gli sforzi di mediazione del Pakistan sono in linea con gli interessi comuni di tutte le parti”.

Cina e Pakistan hanno sottolineato la necessità di rispettare la sovranità, integrità territoriale, indipendenza e sicurezza dell'Iran e dei Paesi del Golfo. Esortando le parti a cessare ogni attacco contro i civili e gli obiettivi non militari, a dialogare e a rispettare il diritto internazionale.

Entrambi i Paesi hanno peraltro sostenuto la necessità di rafforzare il ruolo dell'ONU e dei suoi principi fondamentali, al fine di promuovere pace e stabilità a livello globale.

Luca Bagatin

amoreeliberta.blogspot.it

Sull'ultimo numero di "Critica Sociale" un articolo di Luca Bagatin sulla Rivoluzione bolivariana che resiste, nonostante il rapimento del Presidente Maduro

 

Per info e abbonamenti alla prestigiosa rivista del Socialismo italiano, fondata da Filippo Turati nel 1891: