Ci sono più modi per analizzare i conflitti del mondo: la cosa che li
accomuna tutti è che ciascun contendente ritiene di giocare la partita
della propria sopravvivenza.
La battaglia in atto non è più solo quella tra talassocrazie e
tellurocrazie (secondo le celebri teorie del Rimland di Spykman e
dell’Heartland di Mackinder) ma è lotta di civiltà e allora ecco che
cambiano gli orizzonti del mondo!
Alcuni attori se ne sono resi conto e si ergono ad artefici del
cambiamento epocale, anche attraverso l’intransigenza dei loro “no”.
Penso al Presidente Putin, forse finalmente compreso dal Presidente
Trump, come è apparso ad Anchorage, ma anche alla ponderata prudenza con
cui si muove, sullo scacchiere mondiale, il Presidente Xi Jinping.
Altri, invece, europei compresi, faticano a cogliere i cambi di paradigma restando ancorati a un mondo che è passato.
È piuttosto interessante che Sir Halford Mackinder, l’inventore
dell’Heartland, “fortezza naturale della Terra”, fondatore della
geopolitica, abbia formulato la sua teoria proprio dopo essere stato
Alto Commissario dell’Intesa per l’Ucraina, che, assieme a Polonia e ai
Paesi dell’Europa orientale, faceva parte del “cordon sanitaire2 di Inghilterra e Francia, all’epoca alleate.
Allora si comprendono meglio certe aspirazioni dei così detti “Volenterosi”
della nostra contemporaneità, quasi una replica storica, simile ma mai
uguale a sé stessa, come sosterrebbe Parmenide col suo realismo
metafisico.
Ebbene, potrei spingermi a sostenere che vi è un qualcosa di metafisico anche nell’Heartland Theory, disvelandosi non un semplice elemento nell’ampia scacchiera internazionale, bensì un cuore pulsante con funzione quasi di “Catechon” geopolitico,
come ha intuito il Professor Lorenzo Maria Pacini, filosofo, sociologo
esperto di cratesiologia, bioetica e geopolitica, guardando in ispecie
al pensiero di Aleksandr Gel’evič Dugin a proposito di Heartland.
Premesso che la Russia è sempre stata oggetto di conquista da parte
delle potenze colonialiste anche per l’appetibilità delle enormi
quantità di ricchezze nel suo sottosuolo, ecco che accerchiarla,
isolarla, frammentarla, indebolirla è sempre stato l’obiettivo delle
Potenze del Mare (Sea Power) per garantire a sé stesse l’egemonia nella
politica mondiale.
La complessa, tortuosa e conflittuale transizione in atto da un mondo
unipolare, cioè egemonizzato soprattutto da un’unica potenza verso un
mondo multipolare, ci obbliga a riflettere sugli orizzonti del mondo.
La geopolitica si occupa dei fattori geografici che condizionano le
interazioni tra i diversi player dello scacchiere mondiale e la loro
azione politica.
Chi si occupa di geopolitica, di solito, riesce a svolgere una certa
attività predittiva, riuscendo a leggere in anticipo gli eventi, forte
delle tracce inscritte nella storia, fondendoli con gli elementi nuovi
che emergono magmaticamente, come, per esempio, le nuove forme di
sovranità.
Mi riferisco a quel sistema di sovranità identitaria fatta di
cultura, cioè lingua, tradizione, religioni e valori che oggi esprimono
un senso di rifiuto verso la visione occidentale imposta come
preminente, puntando, invece, su una qualità civilizzazionale per cui
ogni civiltà ha il diritto di essere quello che è e di seguire un
proprio percorso storico.
Se nel passato il Sea Power, fosse Inghilterra o fosse America, ha
prevalso e, per quello che concerne noi europei relegati in una sorta di
terra di mezzo, è riuscito a bloccare il potere dell’Heartland
attraverso il contenimento della Russia, oggi questo non è più possibile
in un mondo in viaggio verso la multipolarità.
Ma è altrettanto vero che, se di multipolarità si tratta, la Russia, a
sua volta, non può più essere considerato l’unico Heartland della
terra.
Aleksander Dugin, non a caso, ha parlato di “Heartland distribuito”.
Non più, quindi, un’unica area pivot, ma più perni: quello russo,
quello europeo, quello cinese, quello islamico, quello sudamericano,
quello africano e, infine, quello americano.
L’Heartland distribuito è quindi una rete di poli che sfidano
l’egemonia occidentale secondo una geopolitica che promuove il
multipolarismo culturale e politico, non solo territoriale.
La costruzione di una realtà mondiale multipolare richiede, quindi, nuove tabelle di marcia.
La multipolarità è, ad un tempo, strategia e progetto per il futuro,
orientata a costruire qualcosa di completamente nuovo,
multidimensionale, a geometrie variabili ed eterogenee, dove entrano in
relazione e si sovrappongono tra loro matrici identificative diverse:
non più solo popoli e nazioni, siamo ben oltre il secondo e terzo nomos
della terra, per dirla alla Carl Smith.
La multipolarità sostituisce presente e passato, è un “quarto nomos”, come “quarta”
è la Via di Dugin, dove le grandi narrazioni non reggono più nell’epoca
della post-modernità. Si affermano le identità locali, muta lo stesso
concetto di “limes”.
A ogni società, nel contesto multipolare, si deve quindi riconoscere
il diritto inalienabile di essere ciò che vuole anche se a noi
occidentali ciò infastidisse o addirittura inorridisse.
Se la cartografia non deve quindi più scoprire nulla del nostro pianeta, vi è un nuovo spazio inesplorato, la Multipolarità, in cui agiscono non più solo gli attori di sempre ma anche nuove entità non statali.
Se il mio punto d’osservazione resta quello di una europea italiana,
quello che accade sta comunque sconvolgendo tutto il mondo: lo scopo
della mia analisi è, quindi, di intrecciare l’Heartland di Mackinder
con la Quarta Teoria Politica di Dugin, partendo dall’assunto che le
cose in atto originano da un crocevia storico ma necessitano di una
comprensione etno-sociologica che riguarda i popoli, le loro volontà, i
loro obiettivi.
Nella multipolarità vi è una multidimensionalità, eppure taluni
ripropongono il tentativo anacronistico di perpetrare ancora un Sea
Power con lo scopo di circondare un Heartland non più contenibile se,
per l’appunto, ora è “distribuito”, come sostiene Dugin.
La comparazione del Heartland di Mackinder con la Quarta Teoria
Politica di Dugin diventa perciò utile strumento interpretativo nel
contesto del riordino mondiale multipolare per comprendere tra fatto
geografico e aspetto ideologico, le guerre in corso, in special modo con
riguardo al conflitto in Ucraina e Medio Oriente.
Se per Mackinder, la potenza mondiale dipende dal controllo
dell’Heartland, il cuore dell’Eurafrasia (Eurasia + Africa), enorme
spazio continentale incredibilmente ricco di risorse naturali e
strategicamente protetto dalle coste, e la geopolitica è, quindi,
analisi strategica volta a cogliere il conflitto tra poteri terrestri
(land power) e poteri marittimi (sea power), Dugin va oltre e sostiene,
ideologicamente, che la geopolitica non è solo scontro di poteri ma
conflitto di civiltà e modelli esistenziali.
La sua visione è evidente che sia fortemente influenzata dal Tradizionalismo Spirituale (Heidegger, Evola, Guénon), con una profonda critica all’Occidente liberale e un rifiuto radicale dell’universalismo.
Dugin sostiene che il mondo contemporaneo stia passando da un ordine
unipolare, dominato dagli Stati Uniti e dall’Occidente liberale, a un
ordine multipolare in cui diverse civiltà (e non solo gli Stati)
costituiscono poli autonomi e pretendono pari dignità e giustizia.
Questa visione si radica nell’eurasianismo e nella critica al liberalismo come ideologia totalitaria globale.
Tuttavia, per Dugin, la multipolarità non è semplicemente equilibrio
di poteri tra Hertland distribuiti, cioè tra superpotenze in
competizione tra loro, ma è una controstoria rispetto alla civiltà
occidentale: ogni civiltà deve quindi poter mantenere la propria
identità culturale e modelli politici propri.
Il fondamento ideologico sta nel suo libro “The Fourth Political Theory”,
dove propone il superamento delle tre grandi correnti della modernità:
Liberalismo, Comunismo e Fascismo che hanno dominato (e spesso fallito)
nel regolare i conflitti e creare stabilità duratura.
La quarta teoria politica cerca di risignificare il soggetto politico attorno all’esistenza collettiva (Dasein, cioè l’esserci heideggeriano collettivizzato, però, da Dugin) e alla sovranità culturale.
In questa prospettiva, lo Stato – nazione e la civiltà diventano
soggetti storici autonomi: ogni cultura ha il diritto di decidere il
proprio destino politico, lontano dall’universalismo occidentale e
dall’egemonia globale.
Alla luce di quanto detto, la Multipolarità per non essere
conflittuale, pur nella competitività di ciascun contendente sullo
scacchiere mondiale, necessita di accettazione e cooperazione. Là dove
non c’è cooperazione e accettazione c’è guerra e il conflitto in Ucraina
è “guerra multipolare”. Mosca non combatte solo contro Kiev ma contro
il sistema egemonico occidentale per il riconoscimento di un ordine
internazionale non unipolare.
Se dal punto di vista di Mackinder, il conflitto è interpretabile
come scontro per il controllo geopolitico dell’Eurasia e l’Ucraina,
posta al confine tra l’Heartland e la “periferia” europea, diventa il
teatro di una lotta simbolica e materiale tra pretendenti alla
leadership continentale, nel linguaggio di Dugin, l’Ucraina è molto più
di un oggetto geografico: è teatro di un conflitto di civilizzazione
contro il dominio liberale-atlantico, e la Russia è vista come difensore
di modelli culturali alternativi.
La retorica ufficiale russa è intrisa delle idee di Dugin, filosofo e
stratega che ispira e nel contempo interpreta lo spirito politico
russo, come un “termometro ideologico” delle élite russe. Ma anche le
tensioni e le guerre in Medio Oriente possono essere lette attraverso
queste lenti.
Se secondo l’approccio geopolitico classico, il controllo delle vie
energetiche, il posizionamento di alleanze e basi militari e la
competizione tra potenze marittime e terrestri sono parte di una storia
strategica coerente con Mackinder, Spykman e i loro successori, per
Dugin e la sua “Quarta Teoria Politica”, le battaglie in Medio
Oriente rappresentano la resistenza a modelli di ordine internazionale
imposti dall’esterno – siano essi occidentalisti o qualsiasi altro
universalismo – e l’affermazione del diritto civile e identitario delle
culture locali.
In questa cornice, Stati come Iran o poteri regionali vengono spesso
interpretati come poli di contro-egemonia nel mondo multipolare, non
semplici pedine. Ed è sull’onda di questa riflessione che appare chiaro
che l’Iran non sarà lasciato solo dalla Russia.
L’integrazione tra l’Heartland di Mackinder e quello “distribuito”
di Dugin porta quindi a una visione duale: Mackinder offre un quadro
analitico e geopolitico, centrato sul territorio, sulle risorse e sugli
equilibri di potenza (mare contro terra).
Dugin propone una narrazione incentrata sul conflitto tra civiltà,
dove la multipolarità è non solo spaziale ma culturale per una nuova
ontologia politica con culture diverse che non devono lasciarsi
schiacciare dal progetto unipolare occidentale ma poter vivere in un
ordine globale che riconosca la pluralità dei mondi, o meglio dei tanti “orizzonti” del mondo.
Non più solo conflitti per il controllo geopolitico della terra (e
delle sue risorse) ma lotta per permettere la convivenza di modelli
multipolari, poliedrici in difesa delle differenze culturali in quella
che possiamo definire “sovranità delle civiltà”.
Paola Bergamo
Paola
Bergamo è imprenditrice di formazione classico giuridica, scrittrice e
opinionista, si occupa di cultura e politica. Presidente del Centro Studi
MB2, Animatore perpetuo del Circolo Culturale La Caduta, è Presidente del Premio
Mario e Guido Bergamo e del Premio Scoiattolo d’Oro.