sabato 25 luglio 2026

A 243 anni dalla nascita di Simón Bolívar: l'eredità del Socialismo del XXI secolo. Articolo di Luca Bagatin

 

In questi giorni, il Socialismo del XXI Secolo latinoamericano, dal Venezuela passando per la Colombia, celebra il “Garibaldi dell'America Latina”, ovvero i 243 anni dalla nascita di Simon Bolivar.

Bolivar, detto anche “El Libertador”, fu colui il quale, in epoca Romantica, ovvero agli inizi dell'Ottocento, contribuì all'indipendenza di gran parte dell'America Latina dal giogo spagnolo e fu Presidente delle Repubbliche di Venezuela, Colombia, Bolivia, Ecuador, Panama e Perù.

Fu il 15 agosto del 1805 che Bolivar – ventiduenne - giurò solennemente, a Roma, sul Monte Aventino (o Monte Sacro) e pronunciò le seguenti parole: “Giuro per il Dio dei miei genitori, giuro per il mio onore e per la mia Patria, che non darò riposo al mio braccio né pace alla mia anima finché non avrò rotto le catene che ci opprimono per volontà del potere spagnolo”.

E, a vent'anni da quel giuramento, l'Impero spagnolo crollò.

Simon Bolivar nacque in una famiglia agiata, di possidenti terrieri, temprato sin da ragazzino dal fuoco della ribellione contro l'oppressione. A ciò contribuì anche il suo precettore - Simon Rodriguez – libero pensatore e figlio dell'Illuminismo, il quale fu anche cospiratore contro l'Impero di Spagna che occupava la terra di Venezuela e gran parte dell'America Latina.

Bolivar non fu uno studente modello, purtuttavia diventò presto un valente combattente e spadaccino. Si sposò molto giovane con Maria Teresa Rodriguez del Toro, la quale contrasse la febbre gialla e morì presto, lasciandolo vedovo a soli vent'anni.

Simon Bolivar viaggiò molto in Europa ed anche a causa della sofferenza per la perdita prematura della moglie il suo spirito ribelle crebbe sempre più. Fu in questo contesto che il futuro El Libertador pronuncerà quel fatidico giuramento a Roma, sul Monte Aventino.

Fu così che inizierà la sua avventura di combattente per la libertà e l'emancipazione del suo popolo ed iniziò così ad organizzare il suo esercito di liberazione contro gli spagnoli, i quali saranno alleati di Napoleone, considerato da Bolivar un traditore dei principi di Libertà, Eguaglianza e Fratellanza enunciati dal conte Alessandro Cagliostro, quale motto sia spirituale che politico e diffusi nelle Logge massoniche dell'epoca.

Bolivar, in quegli anni, a Parigi, entrò, non a caso, in Massoneria e divenne, nel 1806, Gran Maestro della Loggia Madre di San Alessandro di Scozia all'Oriente di Parigi.

Forte dei suoi principi libertari, l'anno seguente, rientrò in Venezuela e da allora inizierà quella rivoluzione che porterà, nel corso degli anni – dal 1811 sino al 1830 – all'indipendenza di gran parte dell'America Latina ed alla proclamazione delle Repubbliche di Venezuela, Colombia, Perù e Bolivia (così chiamata in suo onore).

Nel 1812 Simon Bolivar scrisse il “Manifesto di Cartagena” in cui analizzò le prime sconfitte che portarono alla caduta della Prima Repubblica del Venezuela (1810 – 1812); mentre nel 1815 con la “Carta de Jamaica” gettò le basi per il suo progetto di emancipazione sociale dell'America del Sud, fondato su principi repubblicani, libertari, anti-imperialisti ed egalitari. Principi, peraltro, validi tutt'oggi, come validi sono stati i principi enunciati nella nostra Italia da personalità quali Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi, i quali contribuirono alla fondazione della Prima Internazionale dei Lavoratori nel 1864.

Come Presidente della Repubblica di Venezuela, Colombia, Bolivia, Ecuador, Panama e Perù, Bolivar abolì la schiavitù, confiscò le terre ai possidenti e le ridistribuì agli indigeni, costruì istituti e scuole per donne, bambini indigeni e figli degli schiavi. Le azioni militari che realizzò, in sostanza, spianarono la strada all'emancipazione sociale.

Fu un peccato, purtuttavia, che il progetto di Bolivar per l'integrazione e l'unità dell'America Latina sfumò ben presto e ciò portò - nei decenni successivi alla sua morte (1830) - al saccheggio delle terre latinoamericane da parte degli Stati Uniti d'America, i quali sin da allora rinnegarono i principi di libertà ed emancipazione propugnati dal loro Padre fondatore, ovvero da George Washington e dal Marchese de Lafayette (che tanto aveva fatto per la causa statunitense ai tempi della Guerra d'Indipendenza), il quale peraltro fu amico personale e Fratello - in senso massonico - di Bolivar. In questo senso Bolivar scrisse: “Gli Stati Uniti sembrano destinati dalla Provvidenza a riempire l'America di miseria in nome della Libertà”.

Si pensi peraltro che il figlio di Washington – George Washington Parke Custis – fece avere in dono a Bolivar, nel 1826, il medaglione del padre, in segno di ammirazione e comunanza ideale. Ah, se i principi di Libertà, Fratellanza e Uguaglianza propugnati da Cagliostro, Washington, Lafayette e Bolivar avessero prevalso sul saccheggio e sull'imperialismo, come sarebbero andate diversamente le cose e come i popoli sarebbero potuti crescere in spirito d'armonia e fratellanza!

Fu fra il 1825 ed il 1830 che il progetto di Simon Bolivar si frantumò definitivamente a causa del fatto che le terre che aveva liberato finirono presto nelle mani degli oligarchi e dei ricchi proprietari terrieri, i quali aprirono alla prima ondata di imperialismo nordamericano.

El Libertador morì nel 1830, a soli 47 anni, completamente povero ed il suo corpo fu coperto da una semplice camicia presa in prestito, in quanto quella che possedeva era ormai ridotta in brandelli.

Ci vorranno molti secoli prima che i suoi compatrioti venezuelani possano tornare a conoscere la sua opera ed abbiano, in carne ed ossa, un nuovo Libertador ed un nuovo emancipatore sociale. E ciò avverrà solo negli Anni '90 del XXesimo secolo nella persona del Tenente colonnello Hugo Chavez Frias.

Hugo Chavez, profondo conoscitore dei discorsi e dell'opera di Simon Bolivar, oltre che del nostro Giuseppe Garibaldi, nel 1992, si ribellò alla corruzione dilagante in Venezuela. Ovvero alla corruzione dei partiti e della politica dominante e progettò un golpe, non già autoritario, bensì basato su prospettive bolivariane, fondando appunto il Movimento Bolivariano Rivoluzionario e l'Esercito Bolivariano di Liberazione. Un golpe che purtuttavia fallirà, ma che consacrerà Chavez quale nuovo eroe dell’America Latina per la lotta contro l'oligarchia politica ed economica.

Fra il '94 ed il '95 Chavez lanciò una campagna astensionista contro la corruzione della classe politica venezuelana, compiendo così un atto di rottura con il sistema, ma solo nel 1998 - con il Movimento Quinta Repubblica - diventerà Presidente del Venezuela con il 56% dei voti e – vincendo tutte le successive elezioni alla presidenza - sarà confermato a tale carica sino alla sua prematura morte avvenuta nel 2013.

Ciò permetterà a Chavez di scrivere una nuova Costituzione basata e fondata sugli insegnamenti di Bolivar, ovvero ponendo al centro i diritti umani e via via introducendo norme per la lotta alla povertà ed all’analfabetismo. 

La politica neo-bolivariana portata avanti da Chavez sarà appunto una politica che porterà il Venezuela ad uscire dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, fonti massime dello sfruttamento speculativo del Paese, oltre che promuoverà una democrazia sempre più diretta.

Il neo-bolivarismo chavista diventerà dunque il cosiddetto Socialismo del XXIesimo secolo, secondo una felice definizione dello studioso tedesco Heinz Dieterich, ovvero una nuova prospettiva di emancipazione sociale che contagerà, via via, tutta l'America Latina nelle sue varie declinazioni e che vedranno nuovamente unite sensibilità politiche simili, ma pur diverse: il bolivarismo venezuelano, il peronismo argentino, il sandinismo nicaraguense e così via. Sensibilità che fanno riferimento proprio ai grandi Libertadores di quelle terre: liberatori dall'ingerenza straniera e dalla povertà ed esclusione sociale.

Nonostante le continue aggressioni (non ultimo il rapimento del Presidente socialista venezuelano Nicolas Maduro, già compagno di lotta di Hugo Chavez, il 3 gennaio scorso) da parte dei regimi liberal capitalisti a guida statunitense.

Luca Bagatin

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India: progressi fra luci ed ombre. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori


Molti guardano all’economia indiana solo in base a una serie di cifre impressionanti: un’elevata crescita del PIL, le continue e forti esportazioni di servizi e tecnologie informatiche, le scoperte nel campo delle nuove energie, l’economia a bassa quota, la produzione manifatturiera di alta gamma e una quota in costante aumento di produttività di nuovo tipo.

Dal punto di vista dei conti nazionali, l’India sembra aver portato a termine ancora una volta un notevole ammodernamento industriale, rimanendo salda, nonostante le incertezze globali.

Ma una volta che si entra in contatto con la gente comune indiana, si scopre una realtà agghiacciante: più i dati macroeconomici sono impressionanti, più la realtà per la gente comune è dura.

Da un lato, il Paese sta compiendo grandi passi avanti, mentre dall’altro il potere d’acquisto delle famiglie comuni continua a indebolirsi, le aspettative di ricchezza della classe media sono in calo e la pressione occupazionale sui giovani è in costante aumento.

Perché c’è una differenza così grande? Questa divergenza non è un fenomeno esclusivo dell’India. Molte economie nel corso della storia hanno vissuto situazioni simili durante i periodi di transizione: i dati macroeconomici sono positivi, ma la vita delle persone si fa più difficile.

La differenza risiede in due punti: se si tratta semplicemente di un problema ciclico, il divario si ridurrà gradualmente con la ripresa economica; ma se la logica di allocazione delle risorse è completamente cambiata, questa divisione persisterà a lungo e potrebbe persino ampliarsi. L’India odierna appartiene a quest’ultima categoria.

Quando una grande potenza sposta il focus del proprio sviluppo sulla sicurezza industriale, l’autosufficienza tecnologica, la competitività globale e le innovazioni nei settori strategici, i capitali, i talenti, il credito e i sussidi statali confluiranno sistematicamente, come una marea, verso le industrie di fascia alta, le imprese leader e i settori orientati all’esportazione. Di conseguenza, le risorse destinate ai beni di consumo, alle piccole e medie imprese private, alle industrie ad alta intensità di lavoro e ai settori dei servizi di base diminuiranno naturalmente.

Ciò ha portato a una situazione in cui il Paese sta acquisendo sempre maggiore potere, ma il senso di benessere della gente comune non è cresciuto di pari passo. La crescita non è più inclusiva, bensì strutturale e stratificata.

Questa è la caratteristica principale dell’economia indiana nel 2026: la macroeconomia è in forte espansione, mentre la microeconomia sta attraversando un periodo arduo.

Per comprendere l’India del 2026, bisogna ripercorrere la logica del suo sviluppo negli ultimi decenni.

L’India ha seguito un percorso di grande successo: facendo leva sulla sua vasta popolazione (la più numerosa al mondo: 1.470.000.000 abitanti), sui mercati aperti, sull’esternalizzazione dei servizi e sull’economia digitale, si è rapidamente integrata nella divisione globale del lavoro. I suoi settori: IT (Information Technology è l’insieme dei metodi, dei sistemi e delle tecnologie utilizzati per archiviare, proteggere, elaborare e trasmettere dati digitali; questi includono sia le componenti fisiche-hardware, come computer e server, sia i programmi-software e le reti), farmaceutico e dell’esternalizzazione dei servizi hanno raggiunto livelli di eccellenza a livello mondiale. I pagamenti digitali e le piattaforme internet locali, hanno spinto i costi all’estremo, creando un vantaggio di scala che i Paesi più piccoli semplicemente non possono replicare.

All’epoca, l’India fece tre cose cruciali nel modo giusto: 1. aprì gradualmente le sue porte al mercato globale; 2. deregolamentò il settore privato per liberare maggiore vitalità; e 3. protesse i diritti di proprietà e incoraggiò la creazione di ricchezza. Questi tre punti sostennero il periodo di rapida crescita che l’India ha conosciuto per decenni. Però negli ultimi anni la logica è completamente cambiata.
Mentre l’attenzione strategica del Paese si sposta verso scoperte di alto livello, autosufficienza e controllo, e concentrazione di imprese di vertice, l’economia indiana sta lentamente cadendo in una trappola strutturale da cui è difficile uscire: la crescita ad alta intensità di capitale.

I settori industriali più dinamici e supportati dell’India al momento – informatica, biomedicina, energie rinnovabili, produzione di alta gamma, intelligenza artificiale, automazione industriale – condividono una caratteristica comune: dipendono fortemente da capitali, tecnologia e talenti, e sono al contempo estremamente indipendenti dalla manodopera ordinaria.

Questi settori possono generare una produzione sbalorditiva, incrementare il PIL e migliorare il prestigio di un Paese, ma non possono creare occupazione su larga scala né aumentare significativamente il reddito delle persone comuni.

Ciò porta a un tipico effetto sifone: le risorse migliori vengono sottratte dalle industrie di vertice, mentre le piccole e medie imprese, i settori di sussistenza, il commercio al dettaglio, i servizi e l’industria manifatturiera tradizionale sono al contempo marginalizzati. Il potere nazionale sta crescendo in modo esponenziale, ma la stragrande maggioranza delle persone non è profondamente coinvolta in questa crescita.

Ciò crea in definitiva una situazione paradossale: povertà in mezzo all’abbondanza. Il Paese vanta industrie di livello mondiale, eppure la gente comune si trova ad affrontare una crescita dei redditi lenta, una forte concorrenza per il lavoro e consumi prudenti.
Questo non accade perché il Paese non sia abbastanza forte, ma perché il modello di crescita non ha più come unico obiettivo il miglioramento del benessere della popolazione.

Quali settori industriali in India rimarranno solidi nel 2026? Quali dovrebbero evitare assolutamente i cittadini comuni? Quali offrono ancora opportunità?

1. Servizi IT, outsourcing di software, biomedicina, produzione di alta gamma e settori di vertice dell’economia digitale. Questi settori sono estremamente competitivi a livello globale e rimarranno insostituibili per i prossimi due o tre anni. Il problema è che le barriere all’ingresso sono estremamente elevate, c’è un monopolio nelle mani dei principali operatori e le risorse sono altamente concentrate. Le persone comuni, coloro che dispongono di un capitale limitato e i nuovi arrivati non hanno praticamente alcuna possibilità di sopravvivenza; affrettarsi nell’ingresso li porterà molto probabilmente a diventare i prossimi a perdere denaro, a trovarsi in una concorrenza spietata e a subire perdite.

2. Il settore di nuove energie, fotovoltaico ed eolico, è fortemente dipendente dai mercati internazionali e dal contesto geopolitico . La domanda europea è relativamente stabile, mentre la regione Asia-Pacifico è soggetta a maggiori rischi di volatilità. Sebbene il settore nel suo complesso sia in crescita, i significativi rischi politici e le forti fluttuazioni cicliche lo rendono inadatto alle piccole e medie imprese.

3. Il settore trasporto ferroviario, infrastrutture e progetti su larga scala, spinto dalla cooperazione estera e dalle esportazioni, si basa sull’economia ancora in fase di crescita nel breve termine. Tuttavia, è fondato su progetti, dominati da aziende leader e caratterizzati da risorse concentrate, pertanto ha poco a che fare con la gente comune.

4. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, robot industriali, automazione, la direzione di crescita più chiara per il 2026 è un continuo aumento della quota di mercato globale. Tuttavia, questa crescita rimarrà ad alta intensità tecnologica e di capitale, con un impatto molto limitato sull’occupazione ordinaria.

Da ciò si scopre una dura verità: tutti i grandi progetti nazionali dell’India sono irrilevanti per la stragrande maggioranza della popolazione. Possono anche accrescere il prestigio del Paese, ma non sono in grado di migliorare la vita della gente.

Lo spazio per i capitali privati si è ridotto in modo significativo. Con i principali attori del mercato in continua espansione, le piccole e medie imprese private si contendono le quote di mercato esistenti in un luogo economico sempre più ristretto; sarebbe anomalo se non vi partecipassero.

Inoltre bisogna affermare che i bilanci familiari si stanno riducendo. In passato, la ricchezza di molte famiglie si basava sull’apprezzamento del valore degli immobili . Quando la liquidità del mercato immobiliare diminuirà e i rendimenti degli investimenti diventeranno instabili, l’intera società adotterà un approccio unitario: niente debiti, niente investimenti, niente espansione e niente consumi se non strettamente necessari. Con la contrazione dei consumi, la strategia di distribuzione interna si trasforma direttamente in una lotta per le quote di mercato esistenti.

Le imprese abbassano i prezzi per sopravvivere, ne consegue che i profitti si riducono, per cui i salari non aumentano e le persone sono ancora più restie a spendere denaro; da qui inizia il ciclo dell’involuzione.

Inoltre, il costo della vita è in costante aumento, con spese crescenti per utenze, trasporti, istruzione e assistenza sanitaria, esercitando una pressione continua sul flusso di cassa delle famiglie comuni.

Nel 2026 fare affari sarà più difficile; i profitti saranno più esigui; gli aumenti di stipendio saranno più rari; trovare un buon lavoro sarà sempre più competitivo; e anche il minimo rischio potrebbe rivelarsi disastroso. Non si tratta di un problema a breve termine, ma di un periodo prolungato di bassa pressione, causato dal cambiamento dei modelli di crescita.

La parola chiave più realistica per il mondo del lavoro indiano nel 2026 si può riassumere in una sola frase: aumento della produzione senza aumento dei redditi. La produzione industriale è in aumento, le dimensioni delle aziende crescono e il costo della vita aumenta, ma i salari e il senso di sicurezza non crescono di pari passo.

I percorsi professionali dei giovani si stanno concentrando sempre di più: o si affannano per entrare nel settore pubblico e ottenere un lavoro stabile, oppure competono ferocemente nei settori della consegna di cibo a domicilio, dei corrieri e dei servizi di base; i posti di lavoro di alta qualità nel settore privato, che offrono concrete possibilità di avanzamento, stanno diventando sempre più rari.

Non è che i giovani non si impegnino, ma piuttosto che la struttura determina l’assegnazione delle opportunità. I settori di fascia alta richiedono meno manodopera di base e i settori tradizionali sono in contrazione, quindi le ricompense per il duro lavoro si riducono costantemente e i canali di mobilità sociale ascendente si restringono sempre di più. A questo punto si evince che il tasso di crescita del PIL non è poi così importante. Se la crescita non si traduce in più posti di lavoro, redditi più elevati e una maggiore mobilità sociale, allora per la gente comune si tratta di una crescita visibile ma intangibile.

Attualmente chi vive, lavora o sta avviando un’attività in India, deve rendersi conto che alcuni passi da intraprendere sono più importanti di qualsiasi analisi macroeconomica.

1. È necessario abbandonare la fantasia di arricchirsi in fretta. Bisogna evitare un elevato indebitamento, un portafoglio di asset oneroso e un’espansione indiscriminata.

2. C’è da stare alla larga dai settori già monopolizzati dai giganti. Ciò che per gli altri è una tendenza potrebbe rivelarsi una trappola per il cittadino comune.

3. Va data priorità alle attività che generano flusso di denaro contante, ed evitato il processo di investimento su progetti vaghi di lungo periodo e speculativi. Più si è vicini a un introito sicuro per il sostentamento personale e della famiglie, e più si è al sicuro.

4. Escludere di seguire senza esperienza le tendenze negli investimenti immobiliari e in attività ad alto rischio. La liquidità di oggi è più importante del teorico e labile rendimento di domani.

5. Su un posto di lavoro già assicurato dare spazio a stabilità, rapidità di iniziativa personale e flusso di cassa, rafforzando la propria reputazione. Non vale la pena sacrificare un reddito reale e la sicurezza economica per un aleatorio cambiamento di posizione.

6. Vanno ridotti i desideri, tagliate le spese e salvaguardati i bisogni primari della famiglia. La sopravvivenza, la stabilità e la capacità di evitare disastri sono le chiavi per bypassare le questioni anzidette relative a progressi solo verticistici dell’economia indiana.

La cinica realtà è che la nazione indiana continua a crescere, mentre i singoli individui continuano a sopportarne il peso. La gloria di una grande potenza è scritta nei notiziari, nei dati e nella storia; le vite della gente comune sono nascoste tra le buste paga, le bollette e ogni notte insonne.

Mantenere una situazione stabile e prendersi cura della propria famiglia sono le vittorie più grandi.

Giancarlo Elia Valori

venerdì 24 luglio 2026

Addio a Wang Quanying, ultima eroina della Lunga Marcia. Articolo di Luca Bagatin

 

E' scomparsa, all'età di 105 anni, Wang Quanying, ultima donna sopravvissuta ad aver partecipato alla Lunga Marcia, epica ritirata del 1934-1936, che permise all'Armata Rossa Cinese dei Lavoratori e dei Contadini di sottrarsi all'accerchiamento delle truppe nazionaliste del Kuomintang.

Wang Quanying nacque nel 1921 nella contea di Jinchuan, nel Sichuan, da una povera famiglia tibetana.

Rimasta orfana a un anno, fu cresciuta dallo zio fino ai cinque anni. Successivamente lavorò come bracciante agricola presso un proprietario terriero e, nel 1935, a soli quattordici anni, si unì al Reggimento Indipendente Femminile della Quarta Armata del Fronte, impiegata come infermiera e addetta alla logistica.

Nel 1936 attraversò a piedi le montagne innevate, cibandosi di piante selvatiche e perdendo un dito del piede sinistro a causa delle temperature estremamente rigide.

Fu ufficialmente riconosciuta come veterana dell'Armata Rossa Cinese negli Anni '80 e, fino al maggio scorso, continuò a tessere cuscini per futon per donarli alle scuole locali.

Sua figlia maggiore, Liu Guihua, così l'ha voluta ricordare: “Un'eroica soldatessa che ha attraversato montagne innevate durante la Lunga Marcia; ha celato i suoi successi ed è rimasta fedele alla sua aspirazione originale per tutta la vita”.

Il suo unico rimpianto, secondo la famiglia, sarebbe stato quello di non aver vissuto abbastanza a lungo per assistere al novantesimo anniversario della Lunga Marcia, che si celebrerà, nella Repubblica Popolare Cinese, il 16 ottobre prossimo.

Luca Bagatin

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giovedì 23 luglio 2026

Colombia. Il Presidente uscente Gustavo Petro rilancia le accuse di frode e chiede l'annullamento delle elezioni. Articolo di Luca Bagatin

 

Il Presidente uscente della Colombia, Gustavo Petro, ha annunciato che è stato presentato un ricorso al Consiglio di Stato per chiedere l'annullamento delle elezioni presidenziali che hanno visto vincere, per soli 250.000 voti, il candidato dell'estrema destra, Abelardo de la Espriella.

Il Presidente Petro ha parlato di manipolazione algoritmica dei voti espressi all'estero, nell'ambito del ballottaggio tenutosi il 21 giugno scorso e ne ha richiesto il riconteggio.

Egli ha altresì denunciato che il sito web sul quale aveva presentato le prove della frode è stato oggetto di un attacco informatico.

Il Presidente Petro ha scritto su X che “Hanno appena rimosso la pagina dove si trovavano le prove che avevo presentato sulla frode elettorale algoritmica negli Stati Uniti. Non appena pubblicheremo nuovamente le prove, chiunque sia in possesso del materiale dovrebbe registrarlo, in modo che la rimozione della pagina diventi inutile. Questo dimostra che c'è stata effettivamente una frode elettorale”.

Egli ha insistito sul fatto che “l'insieme delle prove e la causa sono stati presentati ai tribunali, ma saranno presentati pubblicamente, attraverso i social media, a tutto il Paese” aggiungendo che “Il movimento dei testimoni digitali ha realizzato dei video in un linguaggio semplice, così che anche io possa capire come è stata commessa la frode elettorale dalla Registraduría Nacional e dai fratelli Bautista, che dovrebbero finire in carcere, se in Colombia esiste davvero la giustizia”.

Egli si riferisce a Felipe, Camilo e Fernando Bautista Palacio, amministratori del gruppo imprenditoriale Thomas Greg & Sons, azienda privata che, per conto dello Stato colombiano, lavora in settori particolarmente sensibili quali la stampa di sicurezza, la gestione dei documenti di identità e la logistica elettorale.

Petro ha puntato il dito in particolare contro Trump e Netanyahu, dichiarando, in merito: “Non credo che Trump ignori di aver fornito supporto: lo ha fatto e lo ha ammesso, e abbiamo scoperto come Netanyahu abbia appoggiato la manipolazione della legittima volontà della maggioranza del popolo colombiano”.

In merito ha sostenuto che il popolo colombiano avrebbe eletto, in realtà, Ivan Cepeda, leader della coalizione di sinistra, socialista democratica Pacto Historico, che, secondo i dati ufficiali, avrebbe ottenuto il 48,7%, ovvero solamente 250.000 voti in meno rispetto al candidato dell'estrema destra.

Petro ha sottolineato che, se fosse confermata la vittoria dell'estrema destra, il nuovo governo della Colombia avrebbe sede “a Miami e Washington”. E, in merito, ha dichiarato: “Siamo passati dallo status di repubblica a quello di vicereame, proprio come 216 anni fa… È tempo di alzare di nuovo la voce per l'indipendenza”.

Ivan Cepeda, nel ricordare la fine del mandato presidenziale di Gustavo Petro, ha voluto sottolineare come egli rimarrà sempre una figura importante del Pacto Historico e della sinistra colombiana. In tal senso ha dichiarato: “Con la conclusione del suo mandato presidenziale, salutiamo un capo di Stato, ma non il principale leader del progressismo in Colombia, che, fortunatamente per la nostra società, continuerà a servire il nostro popolo per molti altri anni.
Per tutte queste ragioni, oggi propongo che Gustavo Petro assuma la presidenza del Pacto Historico come nuovo partito politico.
Con questa decisione, che non dubito verrà accettata all'unanimità, continueremo a rafforzare il nostro progetto politico e invieremo un messaggio inequivocabile al Paese: continueremo a progredire nella trasformazione sociale affinché la Colombia diventi una potenza mondiale di vita, pace, equità e democrazia”.

Luca Bagatin

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La talassocrazia delle potenze nell’Oceano Pacifico. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori

 

L’Oceano Pacifico, l’Oceano Atlantico e l’Oceano Indiano sono le principali aree di attività militari marittime. Tra questi, l’Oceano Pacifico presenta le caratteristiche geopolitiche più complesse, soprattutto nella zona occidentale, e pertanto influenza le strategie navali delle principali potenze. La formulazione e l’attuazione della strategia navale sono profondamente vincolate dalle caratteristiche geopolitiche dell’Oceano Pacifico; tali vincoli derivano dalla natura e non sono soggetti alla volontà soggettiva umana o allo sviluppo della scienza e della tecnologia. D’altro canto, le attività navali nell’Oceano Indiano sono sempre state correlate all’Oceano Pacifico. Pertanto, pur evidenziando appieno il tema dell’Oceano Pacifico, anche la situazione geopolitica dell’Oceano Indiano va rammentata.

L’Oceano Pacifico è lungo circa 19.800 chilometri da nord a sud e largo 15.500 chilometri da est a ovest, con una superficie di 179.550.000 chilometri quadrati. La profondità media è di 4.189 metri (escludendo i mari marginali), mentre la profondità massima si trova nella Fossa delle Marianne e raggiunge i 10.984±25 metri.

Il contorno generale dell’Oceano Pacifico è approssimativamente circolare.

È delimitato dall’Oceano Indiano a 107 gradi di longitudine est (Perth, Australia) a sud-ovest e dall’Oceano Atlantico a 86 gradi di longitudine ovest a sud-est. È collegato all’Oceano Artico attraverso lo Stretto di Bering a nord, all’Oceano Atlantico attraverso il Canale di Panamà, lo Stretto di Magellano e il Passaggio di Drake a est e all’Oceano Indiano attraverso lo Stretto di Malacca e lo Stretto della Sonda a ovest. Le isole dell’Oceano Pacifico sono innumerevoli e ampiamente distribuite.

La superficie complessiva di queste isole è di circa 4,4 milioni di chilometri quadrati, pari al 45% della superficie insulare totale del mondo. Tra queste, la sola Indonesia conta 13.667 isole di tutte le dimensioni, mentre le Filippine ne hanno 7.107. Al contrario, nell’Oceano Atlantico e nell’Oceano Indiano le isole sono relativamente poche e più concentrate.

I principali gruppi di isole sono: Isole del Pacifico settentrionale, Isole giapponesi, Isole del Pacifico occidentale, Isole del Mar Cinese Meridionale, Arcipelago malese, Isole Filippine, Isole del Pacifico meridionale, Isole della Polinesia, della Melanesia e della Micronesia. Quasi tutte le isole più piccole si trovano tra i 30 gradi di latitudine nord e i 30 gradi di latitudine sud. Le isole continentali sono distribuite principalmente nell’Oceano Pacifico occidentale, come le isole giapponesi, l’isola di Kalimantan, l’isola della Nuova Guinea, ecc. L’Australia – l’antica Nuova Olanda – a meridione, è allo stesso tempo l’isola più grande e il ‘Continente’ più piccolo del globo.

Nella regione del Pacifico ci sono più di quaranta Paesi ed entità sovrane. I Paesi o le entità sovrane dell’Oceania sono spesso di piccole dimensioni e deboli in termini di forza, ma il loro valore geopolitico non può essere sottovalutato. Storicamente, sono stati famosi campi di battaglia in cui le potenze marittime si sono confrontate o hanno combattuto tra loro. Esistono più di trenta stretti principali collegati all’Oceano Pacifico o al suo interno (tra cui il Canale di Panamà), che possono essere suddivisi grossolanamente in due categorie: quelli che collegano gli oceani e quelli che collegano le regioni.

Tra le battaglie navali che hanno avuto luogo nella regione del Pacifico, principale è la Guerra del Pacifico nel corso del secondo conflitto mondiale.

I maggiori combattenti erano le marine e le forze dell’aviazione navale giapponese e statunitense; i metodi di combattimento erano o navali con la partecipazione di forze di terra e aeree, o terrestri e aeree con la partecipazione delle flotte da guerra.

Ovviamente, gli eserciti statunitense e giapponese hanno la più vasta esperienza nella guerra navale nel Pacifico, mentre la marina cinese è chiaramente carente di esperienza. Per quanto riguarda gli scontri navali interstatali più rigorosi, la Repubblica Popolare della Cina ha avuto solo due battaglie navali su piccola scala in mare aperto con il Vietnam nel Mar Cinese Meridionale e non ha esperienza in operazioni di spedizione marittima su larga scala.

Le basi navali particolarmente importanti della Repubblica Popolare della Cina sono: Lushunkou, Qingdao-Dalian, Shanghai e Hainan. Invece quelle degli Stati Uniti d’America e dei suoi alleati sono – Cerchio esterno: Alaska-Aleutine, Washington State Coastal Base Group, California Coastal Base Group, Guantánamo, Canale di Panamà, Nuova Zelanda, Sydney-Melbourne, Perth, Stretto della Sonda, Diego Garcia, Malacca, Subic, Taiwan, Okinawa, Sasebo, Yokosuka, Busan-Maizuru – Cerchio interno: Isole Midway, Pearl Harbor, Tonga-Figi, Moresby, Darwin, Guam. Inoltre, la parte meridionale è l’area di missione del Southern Command dell’esercito intende un’area specifica con geo-funzioni relativamente indipendenti. La sua struttura interna ha una connessione organica strategica; il suo problema fondamentale è la sua inscindibile integrità; il suo intrinseco pericolo nascosto è che può essere posseduta esclusivamente da un singolo Paese potente e non può essere condivisa con altri Paesi. Ad esempio, il Golfo del Messico e il Mar dei Caraibi formano insieme un’unità geopolitica di proprietà esclusiva degli Stati Uniti d’America (Cuba è compresa ma non dipendente da Washington).

Da una prospettiva geopolitica, la crisi missilistica cubana del 1962 significò che l’Unione Sovietica tentò di condividere questa unità con Washington, il che portò quasi allo scoppio di una guerra nucleare. La situazione si calmò in seguito dopo che i missili sovietici furono ritirati da Cuba e l’integrità dell’unità tornò alla Casa Bianca.

Come unità geopolitica strutturalmente completa, lo Stretto di Taiwan è di proprietà esclusiva della Repubblica Popolare della Cina e di Taiwan.

Se l’unità venisse fatta a pezzi, sarebbe inaccettabile per entrambe le parti dello stretto. Tuttavia, se una delle due parti volesse possedere autonomamente questa unità, dovrebbe stabilire una presenza militare affidabile dall’altra parte dello stretto, altrimenti potrebbe possedere solo metà dell’unità.

Questo tipo di ‘mezza proprietà’ significherebbe che l’integrità dell’unità sia stata divisa. A meno che l’integrità non venga ripristinata, il problema non può essere completamente risolto senza una guerra.

I piccoli regimi che partecipano alla costruzione di unità geopolitiche hanno difficoltà a beneficiare dell’assistenza di Paesi potenti provenienti da lontano. Durante la predetta crisi missilistica, Cuba non avrebbe dovuto contare sull’Unione Sovietica. Altrimenti, una volta scoppiato un conflitto tra Stati Uniti d’America e Unione Sovietica nei Caraibi, Cuba non avrebbe avuto altro futuro se non quello di recitare il ruolo di vittima con funerali a buon mercato, ossa affidarsi ad alleati deboli ed essere facilmente sconfitta da uno forte, e ciò vorrebbe che dire abbandonarsi a salvataggi a distanza e sottovalutare i nemici vicini, non porta alcun beneficio.

Per cui la connotazione di una linea strategica include:

1) una direzione generale piuttosto che una rotta specifica rigida;

2) la linea strategica non è una ‘linea del fronte’ che spinge in avanti, o una ‘linea di difesa’ dispiegata lungo la costa, ma una rotta che è approssimativamente perpendicolare alla linea del fronte o alla linea di difesa o ha un angolo significativo per indicare la direzione dell’attacco;

3) per la marina, la linea strategica può essere suddivisa

in linea strategica di attacco e linea strategica di ritorno. Nella maggior parte dei casi, le due si sovrappongono approssimativamente. In altre parole, la flotta si muove avanti e indietro lungo la linea strategica. Ora trattiamo le basi offshore.

Con queste s’intendono, invece, basi di livello strategico che sono geologicamente indistruttibili, hanno un’area sufficiente, e sono opportunamente ubicate e lontane. La loro connotazione include:

1) Indistruttibilità geologica. Entità geologiche che non vengono facilmente distrutte da esplosioni nucleari ad alta potenza. Le Hawaii hanno questo tipo di ‘indistruttibilità geologica’: sono così grandi che perfino un attacco nucleare di vasta portata avrebbe difficoltà ad affondarle. Mentre le isole Senkaku (cin. Diaoyu: attualmente sotto amministrazione giapponese, e sono reclamate sia dalla Repubblica Popolare Cinese sia da Taiwan) sono anch’esse un’entità geologica, ma piccole e fragili tali da essere completamente distrutte o affondate da un attacco nucleare di piccola potenza. In breve, il fascino fondamentale dell’‘indistruttibilità geologica’ è che non può essere annichilita.

2) Area sufficiente. Atta a costruire uno o più grandi porti o aeroporti militari, varie strutture ausiliarie o di supporto (basi missilistiche, riserve di materiali, campi di addestramento, strutture di manutenzione, strutture radar, strutture di monitoraggio, comunicazioni e navigazione, centri di comando di combattimento, caserme, comunità familiari, ospedali e scuole, ecc.); e l’economia e la produzione locali possono essere autosufficienti fino a un certo punto. E se la zona lo consente, si potrebbe costruire un cantiere navale di grandi dimensioni. Esempi di ciò si possono trovare a Guam e Okinawa.

3) Posizione corretta – A. Requisiti di traffico: la soluzione migliore è occupare una posizione hub per rotte civili marittime (trasporto merci e passeggeri), seguita da posizioni lungo, sui fianchi o nelle vicinanze di rotte civili marittime. – B. Requisiti di deterrenza: la capacità di esercitare una pressione strategica sul nemico e, quando necessario, di condurre operazioni di risposta rapida su larga scala contro il territorio nemico. – C. Requisiti

di sistema: la capacità di formare una rete di basi che sia

reciprocamente interdipendente ed efficacemente collegata alle proprie basi correlate.

  1. Livello strategico. La posizione geografica è estremamente importante. Ne abbiamo il possesso a lungo termine o addirittura permanente, il che rende conveniente stazionare o assemblare forze armate su larga scala in tutti i servizi militari. Ha la capacità di lanciare guerre a livello strategico (ad esempio, capacità di combattimento di base) e ha una capacità di autodifesa sistematica e potente (ad esempio, capacità di autodifesa di base).

  2. 5) Oltremare. La sovranità risiede nelle enclave ultramarine. La forma migliore è un arcipelago, seguito da una zona costiera continentale (ad esempio, ‘ripristinando’ la Repubblica di Lan Fang1 o, per ipotesi la RP della d’America, tuttavia, la strategia navale dell’amm. Alfred Thayer Mahan (1840-1914) gettò solide basi per la dottrina di base della Marina statunitense. In seguito, durante la guerra del Pacifico, i vari rami delle forze armate statunitensi utilizzarono innumerevoli basi oltremare nella regione del Pacifico. In altre parole, l’esercito statunitense non solo aveva una ‘flotta d’acciaio’ mobile, ma anche una ‘flotta di basi’ inaffondabile.

Fino ad oggi la situazione non è cambiata sostanzialmente.

Una storia delle battaglie navali nel Pacifico, che iniziarono con Pearl Harbor, ci dice che gli scontri navali tra giapponesi e statunitensi ruotarono attorno alla competizione per le isole, e si conclusero con la grande battaglia di Okinawa (1º aprile-22 giugno 1945) che contrappose i l’Impero nipponico da solo (105.000~110.000 morti), contro Stati Uniti d’America, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda e Canada (76.000~84.000 morti). Di conseguenza un arcipelago naturale con immortalità geologica non può essere creato artificialmente. In precedenza abbiamo affermato che le attività navali nell’Oceano Indiano sono spesso collegate a quello dell’Oceano Pacifico. Da quando l’avventuriero spagnolo Miguel Lopez de Legazpi (1511-72) iniziò la sua spedizione in Asia a metà del sec. XVI, la maggior parte delle rotte europee prevedeva di partire dall’Europa, oltrepassare il Capo di Buona Speranza, dirigersi verso nord-est, attraversare l’equatore e navigare attraverso

l’Oceano Indiano fino alla Cina e all’Asia nord-orientale.

Le imprese di navigazione di Cristoforo Colombo (1451-1506), Fernão de Magalhães (1480-1521: Ferdinando Magellano), Legazpi e di James Cook (1728-79) diedero un contributo immortale all’espansione dei loro rispettivi imperi, cambiando così il corso della civiltà. L’Oceano Indiano non era solo una delle mete delle potenze marittime europee del tempo, ma anche la loro principale tappa prima di dirigersi verso la loro destinazione finale più importante, la Cina. Per circa cinquecento anni, da Legazpi fino alla guerra del Pacifico, l’area contigua Oceano Indiano settentrionale-Oceano Pacifico occidentale fu spesso campo di battaglia per le grandi potenze. Attualmente, la posizione migliore per una base navale nell’Oceano Indiano settentrionale sono le isole Maldive. Le loro posizione geografica e struttura geologica sono addirittura migliori di quelle dell’isola Diego Garcia. Tuttavia, poiché il riscaldamento globale provoca l’innalzamento del livello del mare, le Maldive, con un’altitudine media di 1,2 metri, rischiano di essere sommerse; a quel punto, la predetta Diego Garcia non potrà sfuggire alla stessa sorte.

In questo caso, la posizione della base, che possa evitare la sfortuna dell’innalzamento del livello del mare e dell’inabbissamento della terraferma e ha un valore geopolitico alternativo, è l’insulare Repubblica Democratica Socialista dello Śrī Lańkā (Ceylon fino al 1972). L’isola si estende su una superficie di 65.610 chilometri quadrati e ha una struttura geologica stabile. L’isola è circondata dal mare, dove il tradizionale porto navale strategico è Trincomalee, menzionato da Mahan nel suo Naval Strategy: Compared and Contrasted with the Principles and Practice of Military Operations on Land2.

Sebbene Trincomalee sia attualmente scarsamente attrezzata, il suo valore geografico è infinito. Durante il dominio neerlandese, Trincomalee era il porto principale dello Śrī Lańkā e fu descritta sia da Claudio Tolomeo (ca. 100-ca 168) che da Marco Polo (1254-1324). Durante la seconda guerra mondiale, Trincomalee divenne il quartier generale di Lord Mountbatten (1900-79), comandante supremo alleato del Comando del sud-est asiatico.

Per quanto riguarda la ‘posizione centrale’ menzionata nella Naval Strategy di Mahan, Trincomalee (quindi lo Śrī Lańkā) si trova in una posizione centrale tra il Golfo di Aden e Malacca; e lo stesso vale per lo Śrī Lańkā tra il Golfo Persico e Malacca.

Altro punto è la questione rifornimenti. Prendendo ad esempio le portaerei, e le armi pesanti trasportate da navi quali aerei militari, hovercraft3, mezzi da sbarco e carri armati anfibi, questi sono tutte tigri che hanno bisogno di petrolio. Una flotta che traina una grande squadra di navi-rifornimento è destinata a trovarsi nel dilemma di dover combattere e al contempo scortare la propria squadra, per cui la sua effettiva efficacia in combattimento

è destinata a ridursi notevolmente. Durante la battaglia russo-giapponese di Tsushima del 27-28 maggio 1905, la flotta russa del Pacifico guidata dall’amm. Zinovij Petrovič Rožestvenskij (1848-1909) apprese una dolorosa lezione in merito. Quando le navi, comprese le portaerei, subiscono gravi danni in combattimento, trovare una base affidabile nelle vicinanze in cui ancorare è una scelta inevitabile per evitare l’affondamento e riparare e ripristinare la nave.

Tutto questo induce a pensare che una guerra nell’Oceano Pacifico può essere vinta solo da chi ha più isole, e di conseguenza più basi militari.

Giancarlo Elia Valori

mercoledì 22 luglio 2026

La Rivoluzione Sandinista: la rivoluzione che cambiò il Nicaragua. Articolo di Luca Bagatin

 

Lo scorso 19 luglio il Nicaragua ha commemorato il 47esimo anniversario della Rivoluzione Sandinista che, nel nostro Paese, in pochi conoscono.

La Rivoluzione Sandinista trionfò il 19 luglio 1979, ponendo fine alla dittatura sanguinaria del liberal-conservatore Anastasio Somoza Debayle, sostenuto dagli USA.

Il sandinismo, come il peronismo argentino, è una corrente del socialismo, la quale favorì la partecipazione dei lavoratori all'economia nazionale, ridandogli nuova linfa vitale.

Esso fu ispirato al rivoluzionario nicaraguense Augusto Cesar Sandino (1895 - 1934), massone e teosofo, capace di coniugare valori spirituali teosofici (votati alla povertà assoluta e al sacrificio) e socialismo.

Sandino fu una sorta di Giuseppe Garibaldi nicaraguense, il quale fu il primo che, nel 1927, si ribellò all'occupazione statunitense del Nicaragua, infliggendo numerose sconfitte agli USA ed ai loro marines, pur senza riuscire a liberare il Paese.

L'ideologia sandinista fu ripresa nel 1962 dal dirigente del FSLN Carlos Fonseca Amador (1936 - 1976), oppositore di quel dittatore Somoza che il Presidente a Stelle e Strisce Roosevelt pare considerasse “il nostro figlio di puttana”. Quel Somoza che, nel 1934, fece assassinare Sandino, dando vita a una lunga dittatura, che durò dal 1936 al 1979.

La piattaforma del sandinismo, ovvero del FSLN, era votata alla lotta armata alla dittatura sostenuta dall'imperialismo statunitense e, dunque, alla liberazione del Paese dall'oppressore ed all'instaurazione di un socialismo spirituale, non materialista, in un contesto capitalista.

Fu solo nel luglio 1979 che i sandinisti, guidati, fra gli altri, da un giovane Daniel Ortega e sostenuti dall'esterno da Cuba, dal Messico, dai Paesi del Patto di Varsavia e dalla Libia socialista di Gheddafi, sconfissero e fecero fuggire Somoza, dando vita a un governo provvisorio, capace di coniugare valori democratici, spirituali, teosofici, cristiani, marxisti e socialisti.

50.000 i morti nicaraguensi nel conflitto. 120.000 quelli fuggiti nei Paesi limitrofi.

Il nuovo governo sandinista riuscì a risollevare le sorti del Paese e a garantire quei diritti umani prima negati, ricevendo l'appoggio persino di parte della Chiesa cattolica (quella che diventerà la corrente denominata “Chiesa dei Poveri” e della cosiddetta “teologia della liberazione”). Si pensi che persino dei sacerdoti furono chiamati a ricoprire la carica di Ministro del nuovo governo sandinista.

Fra le prime riforme, l'abolizione della pena di morte; l'introduzione dello Statuto dei diritti e garanzie dei nicaraguensi; fu sancita l'uguaglianza di tutti i cittadini, la libertà religiosa e di coscienza e di organizzazione politica. Sul piano economico vennero confiscati i beni della famiglia del dittatore Somoza e dei suoi complici; fu nazionalizzato il sistema del commercio con l'estero e quello finanziario; fu sancito il controllo statale sulle risorse naturali; furono ridotti gli affitti, creato un fondo contro la disoccupazione e introdotta una riforma agraria, con la redistribuzione dei terreni ai contadini.

Sul piano dell'istruzione fu dichiarata gratuita l'istruzione universitaria e il processo di alfabetizzazione portò a una riduzione dell'analfabetismo dal 50% al 12%.

Nel 1983 il Nicaragua fu elogiato, dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, per quanto riguarda il comparto sanitario.

Nel corso degli Anni '80, gli USA di Reagan tornarono a interferire nella politica del Nicaragua, finanziando i summenzionati Contras, ovvero i gruppi armati controrivoluzionari, i quali compirono numerosi attacchi contro ospedali, chiese, fattorie e massacrarono la popolazione civile. Tale situazione terminò solo nel 1988, con la dichiarazione del “cessate il fuoco” fra Contras e governo sandinista.

Solo nel 1990 il FSLN fu sconfitto alle elezioni e subì una battuta d'arresto, portando al potere la liberal conservatrice Violeta Chamorro, sostenuta dagli USA, la quale avviò riforme liberiste che riportarono indietro il Paese e a nuove diseguaglianze.

Solo nel 2006, guidati da Daniel Ortega, il quale fu peraltro un grande amico del nostro Presidente del Consiglio socialista Bettino Craxi, che molto si spese per la causa sandinista, i sandinisti ripresero la guida del Paese e sconfissero definitivamente i liberali.

Ancora oggi il governo è guidato dal FSLN di Ortega e della moglie Rosario Murillo, entrambi co-Presidenti del Paese.

In occasione del 47esimo anniversario il co-Presidente Ortega ha affermato, fra le altre cose, che Il principio che il popolo è presidente deve essere formalmente sancito nella Costituzione. Il popolo come presidente, i giovani come presidente, i lavoratori come presidente, i contadini come presidente”.

Egli ha denunciato l'aggressione del regime statunitense contro il Venezuela, ricordando l'eredità del Comandante e Presidente socialista Hugo Chavez ed ha ribadito il suo sostegno a Cuba, contro l'embargo statunitense, sempre più inasprito dal regime di Trump.

Egli ha anche aggiunto che gli USA “organizzano e cercano costantemente di formare partiti per vincere le elezioni a cui dovrebbero partecipare” ed ha spiegato che l'Assemblea Nazionale “lavorerà nell'elaborare le leggi necessarie, perché dobbiamo approvare leggi che erigano un muro, un argine contro i golpisti e i traditori, affinché, per quanto denaro gli yankee possano dar loro, non possano, non possano, non possano riuscire nei loro intenti”.

Egli, facendo riferimento al tentato golpe del 2018 per rovesciare il governo sandinista, ha aggiunto: “Ricordiamoci di come, nel 2018, quando avevamo raggiunto accordi con gli imprenditori, i sostenitori di Somoza che erano essi stessi imprenditori, avevamo un eccellente accordo di pace che stava procedendo molto bene. Poi, all'improvviso, è arrivata la pugnalata alle spalle: hanno organizzato il colpo di Stato, hanno utilizzato fondi degli Stati Uniti per reclutare giovani e adulti, prepararli, addestrarli, armarli e rovesciare il governo legittimo del Fronte Sandinista”.

La co-Presidente Rosario Murillo, salutando la manifestazione popolare tenutasi in Plaza Juan Pablo II, in ricordo della Rivoluzione Sandinista, ha altresì affermato: “Continuiamo il nostro cammino, rafforzandoci nella comunione e nella liberazione, con una coscienza che cresce e diventa anima e cuore. Proclamiamo di essere un unico popolo di pace”.

Luca Bagatin

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martedì 21 luglio 2026

Il socialismo perduto e la crisi della democrazia europea. Articolo di Luca Bagatin

 

Jeremy Corbyn, ex leader laburista, alla conferenza del suo nuovo partito socialista, Your Party, nel Galles, tenutasi domenica 19 luglio scorso, ha detto ancora una volta parole emblematiche.

Puntando il dito contro la destra peggiore che, in Gran Bretagna, è rappresentata dallo pseudo laburismo di Starmer, da decenni infiltrato dal peggior liberal capitalismo che ha distrutto e annacquato tutto il socialismo e la sinistra euro-occidentale.

Uno pseudo laburismo che ha segnato un profondo aumento delle diseguaglianze, come sottolineato da Corbyn, oggi deputato al Parlamento britannico.

Guardate la società che abbiamo in questo Paese, il numero di banche alimentari e il crescente numero di persone in povertà”, ha affermato.

Le politiche finanziarie perseguite da Reeves e Starmer hanno portato a livelli di disuguaglianza enormi nella nostra società, dove 150 miliardari detengono il 22% della nostra ricchezza nazionale”, ha aggiunto.

Relativamente al successore di Starmer, Andy Burnham, Corbyn ha affermato: “Burnham diventa Primo Ministro senza elezioni, senza dibattiti, senza dichiarazioni programmatiche, ed è una parodia di qualsiasi processo democratico”.

E, esortando il nuovo governo a interrompere immediatamente le forniture di armi al regime di estrema destra di Netanyahu, ha ricordato che “Stiamo assistendo a un genocidio e Israele è in grado di perpetrarlo grazie alle strutture militari fornite dalla Gran Bretagna, insieme alla fornitura di informazioni sulla sicurezza. Sabato abbiamo avuto la 36esima manifestazione nazionale per la Palestina, e il mio messaggio è stato che saremo qui finché sarà necessario”.

Egli ha altresì aggiunto di battersi per un sistema di assistenza sociale universale, indipendentemente dal reddito e di volere la proprietà pubblica del settore idrico.

Spiegando che “Il nostro compito è quello di costruire azione, forza e partecipazione a livello comunitario, che alla fine portano al successo elettorale”.

Perché le parole di Corbyn sono importanti, anche nel dibattito italiano e, più in generale, europeo?

Perché egli è il rappresentante di quel socialismo autentico, comunitario e senza equivoci che è e viene ancora perseguitato in gran parte d'Europa, se non addirittura infiltrato da settori liberal capitalisti che hanno snaturato socialismo e sinistra, facendoli diventare il cane da guardia del capitalismo assoluto, come ampiamente dimostrato anche dal filosofo francese Jean Claude-Michéa.

Ho scritto moltissimo di questi aspetti, in numerosi articoli e nel mio ultimo saggio, con prefazione di Ananda Craxi, “Ritratti del Socialismo” (Mario Pascale Editore).

Trovo tutto ciò di profonda attualità, se penso che ancora oggi c'è chi nel nostro Paese si dice “socialista”, ma fa discorsi da liberale e spesso si definisce “riformatore” o “riformista”. Quando nemmeno il sempre purtroppo dimenticato Giuseppe Saragat amava quel termine e, nel 1947, nel suo celebre discorso di fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, esaltando la democrazia in seno al proletariato, dichiarò: “Quanto più il proletariato sarà democratico, tanto più troverà alleati, tanto più sarà forte. Oggi si pensa che l'ultima parola della saggezza politica sia il riformismo anti-democratico. Noi pensiamo invece che debba essere la democrazia anti-riformista”.

Ho scritto recentemente un commento a un intervento abbastanza generico di Bobo Craxi, che qui vorrei riportare.

La sinistra italiana e europea, se escludiamo i socialisti Slovacchi, Bulgari e Moldavi e il movimento di Corbyn, Mélenchon, Galloway, Sanchez e pochi altri, non esiste più.
Infiltrata e annacquata dal liberal capitalismo a partire dalla metà degli Anni '90, ha perduto ogni volontà di giustizia sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica.
Ha perduto proprio quel sano POPULISMO – da molti ingiustamente criticato - che era all’origine del socialismo originario, come ricorda l’ottimo Jean Claude-Michéa.
Nel mio ultimo saggio, Ritratti del Socialismo, punto il dito proprio contro questo sinistrismo borghese, beceramente liberale e anti popolare, di cui tutti voi siete diventati preda.
Ma ancora parlate di “sinistra”, di “socialismo”, senza conoscere né avere mai frequentato le classi popolari e senza esservi mai confrontati con realtà socialiste latinoamericane, eurasiatiche, panafricane.
Al vostro convegno
(mi riferisco al convegno in ricordo dei 50 anni dell'elezione di Bettino Craxi al Midas, tenutosi a Roma il 16 luglio scorso a Roma e organizzato dalla lista Avanti) c’ero anch’io l’altro giorno e mi sono annoiato a morte.
Solite parole vuote che sento da decenni.
Che a me, personalmente, non incantano più, ma penso non incantino nemmeno la gran parte degli elettori e chi si richiama al socialismo e al repubblicanesimo sociale.
Avrei voluto fare un intervento, che mi ero preparato. Ma il convegno era interamente autoreferenziale.
Ho trovato ad ogni modo molto interessante l’intervento storico di Saro Freni, giovane ricercatore storico, con il quale ho passato il pomeriggio a chiacchierare al bar, al centro di Roma, confrontandoci sul passato e il presente, pur da posizioni politiche differenti”.

Se ce ne fosse stata l'opportunità, a quel convegno, avrei voluto dire quanto segue, a proposito dell'assenza di una forza socialista che si ponga quale rappresentante della comunità e critichi quel sinistrismo borghese che, nei fatti, ha spostato l'asse politico italiano (e dell'UE) sempre più verso destra. Quella destra che preoccupa tanto questi “socialisti”, senza che si siano resi conto che la destra è forte proprio... a causa dell'assenza di politiche socialiste!!!

Francamente si fa davvero fatica a definire “sinistra” il PD e i suoi alleati o potenziali tali, da Renzi, passando per Calenda, Bonelli, Fratoianni e Conte.

In che cosa si differenziano dal campo meloniano?

Nel voler mettere al centro la comunità, magari investendo massicciamente in istruzione, sanità, ricerca e sicurezza pubblica?

Nel voler nazionalizzare i settori chiave dell'economia, in favore, appunto, della comunità stessa?

Nel voler riaprire un dialogo con la Russia, ritornando a commerciare con essa, riaprire i canali energetici e abbandonare il sostegno all'autocrazia corrotta né UE né NATO, retta da un comico irresponsabile?

Nel voler ripristinare la democrazia rappresentativa, ritornando al sistema proporzionale puro, come previsto dalla Costituzione?

Nel voler ridiscutere l'alleanza con gli USA che, sempre di più, spingono l'acceleratore verso la destabilizzazione mondiale?

(...) Perché non si parla più di “socialismo” e si criticano i Paesi socialisti? Perché si parla, al massimo, genericamente, di vuoto “riformismo”? (…).

Ecco, forse il problema sta proprio lì. Dalle nostre parti, in Italia, in UE, nell'Occidente liberal capitalista, si è perseguitato o svuotato, dall'interno, il socialismo ed al contempo si è svuotata di significato la democrazia. Che, come diceva Saragat, è anti-riformista. Ovvero è anti-borghese e anti-individualista.

Perché la democrazia è volontà e sovranità del popolo, nel suo complesso. Non è l'ideologia dell'individualismo, non è l'ideologia della finanza e della speculazione economica, bensì le fondamenta di una comunità organizzata, che si fonda su doveri e diritti.

Doveri, come diceva Giuseppe Mazzini, che vanno anteposti ai diritti, che ne sono conseguenza.

Tutto ciò sembra perduto da tempo.

Dalla metà degli Anni '90, in Italia e Europa (Russia compresa), abbiamo assistito alla disgregazione di ogni forma di valore civile e umano, sostituito dall'ideologia del mercato, dell'individualismo, dell'edonismo.

I partiti e relativi candidati sono diventati di plastica. Imprenditori, comici, attori.... Un po' come già accadeva da tempo negli USA (Ronald Reagan il primo degli esempi).

Questa edonizzazione, spoliticizzazione della società, ha coinciso con l'abbattimento con ogni mezzo dei valori comunitari; di ogni idea socialista; di ogni “decenza comune”, come ebbe spesso a scrivere il filosofo francese Jean-Claude Michéa, che pone in particolare sul banco degli imputati la trasformazione in senso borghese e liberal capitalista (o “riformista”) della “sinistra” euro-occidentale.

Una “sinistra” euro-occidentale che insegue e ha inseguito la destra, in nome della “crescita economica” e dell'atomizzazione della società, cavalcando l'onda delle nuove tecnologie, anziché regolamentarle adeguatamente, rendendo la comunità partecipe di questo processo di regolamentazione, in modo democratico.

La politica, dunque, diventata un eterno “reality show”, ha smesso il suo ruolo educativo e pedagogico, per diventare mero intrattenimento.

Come la televisione, come i social, che sono poi i mezzi da cui provengono (o in cui ritornano o ritorneranno, magari partecipando a qualche reality televisivo o diventando conduttori tv) i politici di turno, o che i politici di turno usano e abusano per qualsivoglia dichiarazione.

Dichiarazione che non è ragionamento, ma slogan. Perché si pensa che le persone non capiscano o non meritino altro che essere trattate come tifosi da stadio.

In modo da far credere che esistano, peraltro, due o tre schieramenti contrapposti quando, in realtà, ne esiste solo uno: anti-comunitario, non democratico, autoreferenziale, anti-socialista. Spesso rispondente a poteri internazionali e quindi nemmeno autonomo.

Schieramento o schieramenti che sono votati con sistemi elettorali sempre meno rappresentativi, fatti di maggioritari e sbarramenti. Contribuendo, peraltro, all'astensionismo di massa, visto che le persone, ormai, hanno compreso da tempo che le regole sono truccate a monte.

Oggi vediamo impennarsi i prezzi a causa di guerre e sanzioni sconsiderate, non volute dalla maggioranza dei cittadini, che non ha alcuna voce in capitolo in merito.

Vediamo nuove generazioni sempre più lasciate allo sbando, violente, pronte a fare attentati, a uccidere, vilipendere, violentare chiunque, senza che vi sia alcuna pena severa e esemplare, atta ad educarle.

Vediamo una società edonista, instagrammata e instagrammabile che, all'approfondimento, preferisce il tifo da stadio, l'accumulo di beni materiali, l'esteriorità.

Vediamo un mondo più diviso, come non mai, nemmeno ai tempi della Guerra Fredda.

Eppure la soluzione sarebbe semplice, ma non vi è nessun partito dalle nostre parti che abbia il coraggio di porre al centro la comunità, le sue necessità, che abbia la capacità di ricostruirla dalle fondamenta.

Manca, probabilmente, come dice spesso la mia cara amica Paola Bergamo, lo spazio politico.

In tutto ciò vediamo Paesi che ci hanno ampiamente superati, ma che, nel nostro “suprematismo liberale”, consideriamo “dittature”.

Anziché ammirare e approfondire la Storia, cultura e mentalità cinese (realtà con il più basso tasso di criminalità al mondo e con livelli di modernizzazione e di organizzazione altissimi), la denigriamo, pensando di esserle superiori.

L'incapacità di fare autocritica e di riorganizzarci, ci seppellirà. L'incapacità di modificare i paradigmi e i nostri modelli, sia di pensiero che di comportamento, ci seppelliranno.

E, quando accadrà, non avremo nemmeno il tempo di rendercene conto.

Esattamente un anno fa, rispondendo a un articolo di Marco Gervasoni, sull'Huffington Post, dal titolo “Eutanasia del socialismo riformista”, scrivevo, nelle mie conclusioni:

Avremmo necessità di socialismo, ma rettamente inteso e senza equivoci liberal capitalisti e/o guerrafondai.

Un socialismo come quello di Bettino Craxi, di Giuseppe Saragat (…), di Roberto Tremelloni, di Mario Bergamo, di Luigi Mariotti, di Pietro Longo, di Hugo Chavez, di Lula, di Jeremy Corbyn e così via, come vado scrivendo da un bel po' di annetti.

Altro che aggiungere una “s” alla “d” del PD!

Occorre riannodare i fili di ciò che è stato volutamente distrutto (pensiamo anche alla tragica defenestrazione del socialista Gheddafi in Libia e a quella del laico-socialista Assad in Siria, per lasciare spazio al caos e agli islamisti...ma amici di un Occidente che il socialismo non lo ha mai amato né voluto). (Oggi, peraltro, avrei anche aggiunto: pensiamo alla tragica fine fatta fare al Presidente socialista del Venezuela, Nicolas Maduro, da parte del regime di Trump!).

Che un socialismo autentico, in Europa, possa rinascere, ci credo molto poco. Che sia presente, in molti Paesi del mondo, invece, è una realtà.

Forse perché Paesi che hanno imparato dalla loro Storia e cultura, oltre che dalle disavventure dei rispettivi popoli. E, chi impara dalla propria Storia e dall'esperienza, ha in mano il presente e futuro.

Oggi, a parte i Corbyn e gli altri soggetti che ho citato, non vedo socialisti in Europa. Né vedo sinistra.

In Italia guardo con interesse al progetto di Angelo D'Orsi, che pur ha una storia molto diversa e lontana dalla mia, “Agorà per l'Italia”.

Altro non vedo.

Vedo fondamentalisti censori che si dicono “di centro”. Vedo destre parolaie e inconcludenti. Vedo pseudo sinistre liberal draghiane.

Vedo il livello che abbiamo raggiunto.

E la misura mi appare colma.

Luca Bagatin

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