venerdì 6 novembre 2026

Serbia, tra proteste studentesche e nuovi equilibri geopolitici. Intervista di Luca Bagatin a Vladimir Kolarić

 

Vladimir Kolarić è uno scrittore serbo, teorico della cultura, commentatore politico e traduttore. Ha conseguito un dottorato di ricerca presso la Facoltà di Arti Drammatiche di Belgrado e lavora presso l'Istituto per la Ricerca sullo Sviluppo Culturale. È autore di oltre venti libri di narrativa, saggi e opere sulla teoria dell'arte, la teoria della cultura e le politiche culturali.

Vladimir è peraltro anche un caro amico, che ha tradotto e pubblicato alcuni dei miei articoli in prestigiose testate giornalistiche serbe e ho qui la possibilità di intervistarlo sull'attuale situazione del suo Paese, alla luce in particolare del recente esito elettorale.

Luca Bagatin: Le elezioni in Serbia del 25 ottobre hanno visto la vittoria della Lista degli Studenti, mentre il sostegno alla coalizione di Aleksandar Vučić, «Serbia Unita», è crollato. Qual è la tua opinione al riguardo? Che cosa cambierà in Serbia?

Vladimir Kolarić: La vittoria della Lista degli Studenti è il risultato di due anni di proteste, innescate dalla tragedia verificatasi alla stazione ferroviaria di Novi Sad, nella quale hanno perso la vita 16 persone. La tragedia è stata interpretata come una conseguenza della negligenza e della corruzione da parte delle autorità, la cui propaganda si era basata in larga misura sulla costruzione di edifici e strade.

A ciò aveva fatto seguito il malcontento dell'opinione pubblica per i dolorosi compromessi raggiunti dal governo sulla questione del Kosovo e Metochia, ovvero per la sua incapacità di opporre una resistenza più forte alle pressioni occidentali. L'obiettivo di queste pressioni è ottenere il riconoscimento da parte della Serbia della provincia occupata dalla NATO durante la guerra del 1999. Tali compromessi hanno ridotto significativamente l'influenza della Serbia in Kosovo e Metochia e peggiorato la posizione della popolazione serba che continua a vivere in quei territori. Hanno inoltre accresciuto le minacce nei confronti del ricco patrimonio culturale serbo della regione, che gli albanesi del Kosovo cercano di distruggere o di appropriarsi, presentandolo come proprio: un'affermazione storicamente assurda.

Il malcontento è stato ulteriormente alimentato dalla decisione dei governi precedenti di consentire alla società Rio Tinto di aprire miniere ad alto impatto ambientale in una delle zone più belle della Serbia. Il Partito Progressista Serbo, guidato dall'ex presidente della Repubblica Aleksandar Vučić e principale componente della coalizione «Serbia Unita», era al potere da 14 anni. I principali problemi del suo governo sono stati l'elevato livello di corruzione e il controllo dei media, la frammentazione dei partiti di opposizione, la costruzione di un culto della personalità attorno al presidente e la volgarizzazione del dibattito pubblico.

Tra gli aspetti positivi del suo operato figuravano una relativa stabilità economica ed energetica, nonché una politica estera improntata all'equilibrismo. L'obiettivo strategico del Paese era l'adesione all'Unione Europea, mantenendo al contempo un elevato livello di cooperazione con la Russia e la Cina. Durante il mandato di Vučić, la Serbia ha quindi resistito alle pressioni affinché imponesse sanzioni alla Russia e interrompesse la cooperazione tecnologica con la Cina. Inoltre, nonostante le eccessive concessioni, il governo Vučić non ha mai riconosciuto formalmente l'indipendenza del Kosovo e Metochia.

Le proteste in Serbia hanno avuto dimensioni imponenti e sono state radicate nel sincero malcontento di un'ampia parte della popolazione. La loro caratteristica distintiva è stata il fatto che le iniziative degli studenti universitari e degli alunni delle scuole, con l'occupazione e il blocco delle facoltà universitarie e degli istituti scolastici, sono diventate il fulcro delle proteste. Gli studenti si sono organizzati nei cosiddetti «plenumi», attraverso il cui coordinamento hanno diretto il movimento di protesta. La Lista degli Studenti con cui hanno partecipato alle elezioni, tuttavia, non era composta da studenti, bensì da intellettuali, artisti e personaggi pubblici candidati dagli studenti stessi, nessuno dei quali aveva precedenti esperienze politiche.

Considerata la composizione estremamente eterogenea della Lista degli Studenti e l'incertezza che circonda la formazione del futuro governo, è difficile prevedere le conseguenze di queste elezioni. Quel che è certo è che anche l'adesione all'Unione Europea sarà un obiettivo del nuovo governo e che quest'ultimo dovrà affrontare notevoli pressioni affinché imponga sanzioni alla Russia, riduca la portata della cooperazione con la Cina e riconosca l'indipendenza del Kosovo e Metochia.

Luca Bagatin: Entrambe le coalizioni che si sono confrontate alle elezioni sono composte da forze politiche molto eterogenee. Vučić – che rappresenta la destra liberal-conservatrice – ha ricevuto il sostegno anche di esponenti dell'area socialista e comunista. Lo stesso si può dire della Lista degli Studenti. Che cosa puoi dirci a questo proposito?

Vladimir Kolarić: Si può affermare, con le dovute precisazioni, che il partito di Aleksandar Vučić appartiene alla destra liberal-conservatrice. In realtà, tuttavia, si trattava di un'ampia «coalizione arcobaleno», priva di qualsiasi fondamento ideologico coerente: più un gruppo d'interesse che un vero e proprio partito politico. Si tratta, in ogni caso, di una tendenza sempre più diffusa in Europa e nel resto del mondo.

Anche il movimento studentesco e la Lista degli Studenti sono estremamente eterogenei dal punto di vista ideologico e sono accomunati poco più che dal desiderio di un cambiamento di governo. Tra gli attivisti associati alla lista vi sono anarchici, anarco-sindacalisti, (neo)comunisti, socialdemocratici, liberali, conservatori, monarchici e persino rappresentanti della destra radicale.

Il coinvolgimento della sinistra nell'organizzazione del movimento studentesco è stato chiaramente visibile. Lo stesso modello organizzativo, basato sui cosiddetti «plenumi», si ispira alle pratiche di autorganizzazione della sinistra e ha inoltre ricordato a molte persone il principio dell'autogestione socialista, che costituiva l'ideologia ufficiale della Jugoslavia socialista. Gli attivisti di sinistra hanno considerato la propria opposizione al governo una lotta contro il capitalismo e l'autoritarismo.

D'altra parte, il governo è stato sostenuto da settori della sinistra anticoloniale e patriottica, che hanno considerato le proteste una «rivoluzione colorata», organizzata dall'Occidente e finalizzata ad ampliare l'influenza del liberalismo e, di conseguenza, del capitalismo. Questi ambienti non ignorano il profilo ideologico né le pratiche sociali problematiche del governo precedente, ma hanno dato la priorità alle considerazioni geopolitiche. A loro giudizio, la Lista degli Studenti allontanerebbe ulteriormente la Serbia dalla Russia, dalla Cina e dai Paesi del Terzo Mondo.

La sinistra che ha sostenuto il precedente governo dispone di una scarsa forza politica e di un consenso limitato presso la popolazione nel suo complesso. Ciononostante, riunisce diversi giovani intellettuali le cui argomentazioni hanno attirato un certo grado di attenzione da parte dell'opinione pubblica.

Luca Bagatin: Qual è l'attuale situazione politica, sociale ed economica in Serbia?

Vladimir Kolarić: Come ho già detto, il precedente governo è riuscito a preservare un relativo grado di stabilità economica e mantenerlo rappresenterà una delle principali sfide per il nuovo governo. Un'altra sfida sarà superare l'estrema polarizzazione politica, della quale è responsabile il governo precedente, ma anche gli elementi radicali presenti all'interno del movimento studentesco e dell'opposizione.

Molti critici del precedente governo tendevano a sminuire la storia e la cultura serbe e a sostenere con eccessiva disinvoltura gli interessi occidentali (della NATO). È quindi estremamente importante che il nuovo governo resista alle pressioni volte a compromettere le relazioni con la Russia e la Cina, così come a quelle dirette a compiere ulteriori passi verso il riconoscimento dell'indipendenza del cosiddetto «Kosovo».

Non si tratta soltanto di una questione ideologica e identitaria: riguarda la sopravvivenza economica ed energetica del nostro Paese e, di conseguenza, la sua sicurezza nazionale.

Luca Bagatin: Esiste ancora oggi in Serbia un'eredità politico-culturale dell'epoca di Tito e del socialismo jugoslavo?

Vladimir Kolarić: Gli atteggiamenti dei cittadini della Serbia odierna nei confronti di Josip Broz Tito e della Jugoslavia socialista sono diversi e dipendono dalle loro posizioni ideologiche, nonché dalle esperienze personali e familiari vissute durante quel periodo, che non sono state sempre positive.

È comprensibile che un certo numero di persone provi nostalgia per quell'epoca, considerandola un periodo di pace e relativa stabilità sociale. È altrettanto comprensibile che molti altri abbiano una visione negativa di quel periodo, considerata l'esistenza di una repressione sistematica, di un'ingegneria identitaria diretta contro il popolo serbo e il fatto che le fondamenta della Jugoslavia contenessero, fin dall'inizio, i germi della sua futura disintegrazione.

Per quanto riguarda l'eredità di quel periodo, essa si riflette principalmente nelle elevate aspettative sociali dei nostri cittadini. Anche dopo 35 anni di duro capitalismo, in Serbia le persone continuano a considerare l'istruzione e l'assistenza sanitaria gratuite come qualcosa di scontato. Le autorità ne sono ben consapevoli, ed è per questo che il livello degli investimenti pubblici nel settore pubblico è molto elevato rispetto agli standard capitalistici.

Inoltre, a livello internazionale, la Serbia ha beneficiato in una certa misura della reputazione di cui godeva la Jugoslavia socialista nei Paesi del Terzo Mondo, essendo stata uno dei membri fondatori del Movimento dei Paesi Non Allineati. Questi benefici sono stati sia economici sia politici, dal momento che alcuni di quei Paesi non hanno riconosciuto l'indipendenza del cosiddetto «Kosovo».

Inoltre, negli ambienti di sinistra esiste un notevole interesse per l'esperienza peculiare dell'autogestione socialista jugoslava, in particolare in America Latina.

Luca Bagatin: A tuo avviso, quale futuro attende la Serbia? Ritieni possibile che la Serbia si avvicini ai Paesi BRICS?

Vladimir Kolarić: Il futuro della Serbia dipenderà principalmente dagli interessi delle grandi potenze. È chiaro che continueranno ad aumentare le pressioni affinché la Serbia aderisca alle sanzioni contro la Russia e riduca la portata della propria cooperazione con la Cina. L'Occidente politico ha sempre considerato la Serbia un potenziale alleato della Russia e questo rimarrà senza dubbio una fonte di ulteriori pressioni.

È quasi certo che l'obiettivo del nuovo governo, proprio come quello del suo predecessore, sarà l'adesione all'Unione Europea. Di conseguenza, un eventuale avvicinamento ai BRICS difficilmente potrà rappresentare una prospettiva realistica nel prossimo futuro. Il precedente governo si è comunque impegnato a mantenere le migliori relazioni possibili con i Paesi BRICS, mentre resta incerto se il nuovo governo seguirà la stessa politica.

Un'altra questione importante che influenzerà il futuro della Serbia sarà la ricostruzione del suo sistema partitico, considerato che in Parlamento sono entrati soltanto il partito di Vučić e la Lista degli Studenti. Il futuro del partito di Vučić è incerto, mentre la Lista degli Studenti non è un partito politico, bensì una possibile base per la nascita di diverse organizzazioni politiche molto differenti tra loro e persino reciprocamente antagoniste.

La maggioranza dei cittadini serbi è contraria all'ingresso nella NATO e all'imposizione di sanzioni alla Russia, così come all'adesione all'Unione Europea qualora ciò dovesse comportare la rinuncia al Kosovo e Metochia.

Mi auguro che il nuovo governo rappresenti la volontà e gli interessi del popolo serbo e riesca a resistere alle pressioni provenienti dai centri di potere occidentali e dalle organizzazioni non governative che sostengono gli interessi della NATO.

Mi auguro inoltre che il nuovo governo mantenga le promesse di migliorare lo Stato di diritto e la giustizia sociale, ma non a scapito dell'indipendenza del nostro Paese né della tutela dei diritti dei cittadini della Serbia e dei serbi che vivono nella regione.

Luca Bagatin

https://amoreeliberta.blogspot.com

Intervista pubblicata anche in Serbia nelle seguenti prestigiose testate, fra cui "Iskra", fondata e diretta dal celebre regista Emir Kusturica:

https://iskra.co/srbija/srbija-izmedju-studentskih-protesta-i-nove-geopoliticke-ravnoteze-intervju-luka-bagatina-sa-vladimirom-kolaricem/ 

https://srafzine.wordpress.com/2026/11/06/%D1%81%D1%80%D0%B1%D0%B8%D1%98%D0%B0-%D0%B8%D0%B7%D0%BC%D0%B5%D1%92%D1%83-%D1%81%D1%82%D1%83%D0%B4%D0%B5%D0%BD%D1%82%D1%81%D0%BA%D0%B8%D1%85-%D0%BF%D1%80%D0%BE%D1%82%D0%B5%D1%81%D1%82%D0%B0-%D0%B8/ 

mercoledì 4 novembre 2026

Ciao Tinto, Re dell'Eros e della trasgressione!

Ciao Tinto, Re dell'Eros e della trasgressione!

Il tuo cinema, fumettistico, surreale, eretico ed erotico, ha contribuito molto alla mia formazione intellettuale, insegnandomi a guardare oltre il politicamente corretto e l'eticamente corrotto.

È così che voglio ricordarti, anche per le tue incursioni nel mondo politico, dove hai dimostrato che è sempre meglio un culo (femminile) che una faccia da culo di un politico nostrano!

Luca Bagatin 

 

martedì 3 novembre 2026

Pier Paolo Pasolini, profeta contro il capitalismo assoluto e la società dei consumi. Articolo di Luca Bagatin

A 51 anni dal barbarico assassinio di Pier Paolo Pasolini, mai a sufficienza indagato e troppo facilmente liquidato, vorrei ricordarlo con un mio lungo articolo, contenuto anche nel mio saggio - uscito nel 2019 - "Amore e Libertà - Manifesto per la Civiltà dell'Amore" (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/490308/amore-e-liberta/).

Un articolo nel quale cerco di mettere in luce gli aspetti anti-borghesi e anti-liberali, ovvero anti-fascisti, di un Pasolini che denunciò, già 50 anni fa, il mutamento in senso liberal-capitalista di tanto "sinistrismo borghese" e di tanto "liberal-radicalismo" italico, oggi sostenitore, come le destre al governo, del regime a Stelle e Strisce e di un europeismo oligarchico, autoreferenziale, ipocrita e antidemocratico.

Luca Bagatin 


Pier Paolo Pasolini fu un intellettuale marxista contro la modernità, i cui insegnamenti e le cui previsioni oggi, a distanza di numerosi decenni dalla sua morte violenta, sono più che mai attuali.

La sua denuncia dell'avvento del capitalismo assoluto; del consumismo; di una sinistra e di una classe intellettuale tanto progressista quanto liberal-capitalista, che si disinteressa degli sfruttati e difende piuttosto gli sfruttatori; della perdita della sacralità dei sentimenti in nome del "laicismo consumistico", sono oggi, drammaticamente, il pane quitidiano di una Italia e di una Europa senza più prospettive sociali, ovvero senza più prospettive socialiste.

Ecco che le parole del Pasolini che scriveva su "Le Vie Nuove" del 18 ottobre 1962, ci presentano la sua idea di recupero della tradizione, che è una tradizione marxista e rivoluzionaria, ma, in quanto tradizione, profondamente anti-moderna, e, come tale, critica nei confronti dei tradizionalisti e dei borghesi: "E' un'idea sbagliata - dovuta come sempre alla mistificazione giornalistica - quella che io sia un...'modernista'. Anche i miei più seri sperimentalismi non prescindono mai da un determinante amore per la grande tradizione italiana e europea. Bisogna strappare ai tradizionalisti il Monopolio della tradizione, non le pare ? Solo la rivoluzione può salvare la tradizione: solo i marxisti amano il passato: i borghesi non amano nulla, le loro affermazioni retoriche di amore per il passato sono semplicemente ciniche e sacrileghe: comunque, nel migliore dei casi, tale amore è decorativo, o 'monumentale', come diceva Schopenhauer, non certo storicistico, cioè reale e capace di nuova storia".
Ed ecco come Pasolini qui parli già del concetto di amore, che esplica ancor meglio nel numero de "Le Vie Nuove" del successivo 22 novembre 1962, ove peraltro spiega il connubio fra i concetti di "tradizione" e di "marxismo": "Tradizione e marxismo. Sì, insisto: solo il marxismo salva la tradizione. Oh, ma capiscimi bene ! Per tradizione intendo la grande tradizione: la storia degli stili. Per amare questa tradizione occorre un grande amore per la vita. La borghesia non ama la vita: la possiede. E ciò implica cinismo, volgarità, mancanza reale di rispetto per una tradizione intesa come tradizione di privilegio e come blasone. Il marxismo, nel fatto stesso di essere critico e rivoluzionario, implica amore per la vita, e, con questo, la revisione rigenerante, energica, amorosa della storia dell'uomo, del suo passato".
Pasolini è dunque un intellettuale marxista antimoderno dall'impostazione romantica e sentimentale e lo si comprenderà ancor meglio nel 1976, con le sue "Lettere luterane", scritte dalle colonne del "Corriere della Sera" e de "Il Mondo", ove egli critica il progresso, che considera un falso progresso; il conformismo; il consumismo e l'avvento della televisione. In particolare una frase contenuta nelle sue "Lettere" è, a parer mio, particolarmente significativa: "Nell'insegnamento che ti impartirò io ti sospingerò a tutte le sconsacrazioni possibili, alla mancanza di ogni rispetto per ogni sentimento istitutivo. Tuttavia il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci".
Il fulcro dell'insegnamento pasoliniano - anticlericale sì, ma non antispirituale - è dunque la ricerca del Sacro e del Sentimento, oltre la fredda ragione, oltre quel "laicismo consumistico" che ha trasformato gli esseri umani in adoratori della materia, del danaro, del consumo.
E se andiamo a rileggere il testo dell'intervento che Pier Paolo Pasolini avrebbe dovuto tenere al Congresso del Partito Radicale del 4 novembre 1975 (testo che fu letto postumo, in quanto Pasolini fu barbaramente ucciso due giorni prima), scorgiamo delle frasi di una profondità e lungimiranza politico-economica sbalorditiva. Oltre a fare l'elogio delle persone che Pasolini definisce "adorabili", ovvero quelle che non sanno di avere dei diritti, nel "Paragrafo Quinto" il Nostro - fra le altre cose - scrive: "I bisogni indotti dal vecchio capitalismo erano in fondo molto simili ai bisogni primari. I bisogni invece che il nuovo capitalismo può indurre sono totalmente e perfettamente inutili e artificiali. Ecco perché, attraverso essi, il nuovo capitalismo non si limiterebbe a cambiare storicamente un tipo d'uomo: ma l'umanità stessa. Va aggiunto che il consumismo può creare dei "rapporti sociali" immodificabili, sia creando, nel caso peggiore, al posto del vecchio clerico-fascismo un nuovo tecno-fascismo (che potrebbe comunque realizzarsi solo a patto di chiamarsi anti-fascismo); sia, com'è ormai più probabile, creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili. In ambedue i casi lo spazio per una reale alterità rivoluzionaria verrebbe ristretto all'utopia o al ricordo: riducendo quindi la funzione dei partiti marxisti ad una funzione socialdemocratica, sia pure, dal punto di vista storico, completamente nuova".
E qui, in queste poche righe, sembra di leggere la profezia di un Pasolini che sembra anticipare il mutamento in senso liberal-capitalista (o "socialdemocratico", come lo definisce Pasolini) dei partiti un tempo marxisti e socialisti europei: dagli eredi del PCI, oggi PD, finanche sino al PS francese e al PSOE spagnolo e non solo, ormai partiti in difesa del capitalismo assoluto e spesso più di destra della destra liberale (si pensi anche ai recenti elogi della sinistra al Senatore USA della destra guerrafondaia John McCain).
Ecco che al "Paragrafo Sesto" del discorso che non potè tenere, Pasolini, rivolgendosi a Pannella e Spadaccia, scrive: "Dunque, bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne di cultura".
E nel "Paragrafo Settimo", parlando dei diritti civili, dell'aborto e del divorzio, il Nostro, scrive fra l'altro: "(...) A proposito delle difesa generica dell'alterità, a proposito del divorzio, a proposito dell'aborto, avete ottenuto dei grandi successi. Ciò - e voi lo sapete benissmo - costituisce un grande pericolo. Per voi - e voi sapete benissimo come reagire - ma anche per tutto il paese che invece, specialmente ai livelli culturali che dovrebbero essere più alti, reagisce regolarmente male (...)".
E prosegue nel "Paragrafo Ottavo, con frasi di una attualità incredibili: "(...) Io vi prospetto - in un momento di giusta euforia delle sinistre - quello che per me è il maggiore e peggiore pericolo che attende specialmente noi intellettuali nel prossimo futuro. Una nuova "trahison del clercs": una nuova accettazione; una nuova adesione; un nuovo cedimento al fatto compiuto; un nuovo regime sia pure ancora soltanto come nuova cultura e nuova qualità di vita.
Vi richiamo a quanto dicevo alla fine del paragrafo quinto: il consumismo può rendere immodificabili i nuovi rapporti sociali espressi dal nuovo modo di produzione "creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili".
Ora, la massa degli intellettuali che ha mutuato da voi, attraverso una marxistizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto della bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità. Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando una invisibile tessera".
E' il Pasolini in dialogo con Pannella, ma anche critico nei confronti dei radicali che, se allora sembravano difendere i diritti di chi non sapeva di avere diritti, via via diventeranno partito del capitalismo assoluto, senza aver compreso o avendo del tutto dimenticato la lezione pasoliniana che poneva al centro la contrapposizione fra lo sfruttato e lo sfruttatore e, il Nostro, prenderà sempre le difese dello sfruttato e lo farà, forse fra i pochi intellettuali marxisti finanche del suo tempo - assieme al filosofo comunista francese Michel Clouscard - denunciando l'avvento di quel "nuovo fascismo" che nei fatti sarebbe stato il consumismo, l'edonismo, il materialismo borghese, il capitalismo assoluto.
In tal senso Pasolini nel 1963 disse: "Noi ci troviamo alle origini di quella che sarà probabilmente la più brutta epoca della storia dell'uomo: l'epoca dell'alienazione industriale. Lei ne è già una vittima, in quanto il suo giudizio non è libero proprio nell'atto in cui crede di meglio attuare la propria libertà; io sono un'altra vittima in quanto la mia libera espressione viene fatta passare per 'altra da quella che essa è'. Il mondo si incammina per una strada orribile: il neocapitalismo illuminato e socialdemocratico, in realtà più duro e feroce che mai.".
Le parole di Pier Paolo Pasolini - queste e molte altre - poeta, intellettuale anticonformista, regista, narratore e cantore delle periferie, degli sconciati, dei diseredati, della civiltà dell'innocenza e di quella contadina, sono ancora oggi le uniche che ci guidano, illiminandoci, nella fitta nebbia del finto progresso, della finta libertà, del Capitale.
Pier Paolo non è mai morto. Perché Pier Paolo parla ancora al nostro cuore.

Luca Bagatin

lunedì 2 novembre 2026

Bulgaria, Iliana Yotova vince le presidenziali: socialismo patriottico, sovranità nazionale e pace contro il liberalismo bellicista. Articolo di Luca Bagatin

 

Iliana Yotova, giornalista e rappresentante del Partito Socialista Bulgaro, ex eurodeputata socialista dal 2007 al 2017 e Vice Presidente della Bulgaria dal 2017 al 2026 sotto la Presidenza del socialista Rumen Radev (attuale Premier bulgaro), ha trionfato alle elezioni presidenziali del 1 novembre 2026.

Yotova, dopo essersi classificata al primo posto al primo turno con il 34,76%, ha sconfitto al ballottaggio il candidato indipendente di area liberale Andrey Gyurov, ottenendo il 57,57% dei voti contro il 39,48% del suo avversario.

La Yotova, prima donna Presidente della Repubblica in Bulgaria, sostenuta dal Premier Rumen Radev, dal partito di sinistra patriottica Bulgaria Progressista, oltre che dal Partito Socialista Bulgaro, si è candidata su posizioni pragmatiche, pacifiste e volte alla risoluzione pacifica della crisi ucraina, promuovendo una linea di dialogo con la Russia.

Rappresentante di un socialismo patriottico, promotore di giustizia sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica, Iliana Yotova ha dichiarato: “Sarò una presidente bulgara della pace, perché senza pace non vi è né sicurezza né prosperità”. Ed ha prospettato un futuro di stabilità per la Bulgaria.

Ha peraltro espresso ringraziamenti nei confronti del Premier Rumen Radev e del partito Bulgaria Progressista per il sostegno ricevuto.

Si è detta ad ogni modo preoccupata per la bassa affluenza e si è posta come obiettivo quello di incoraggiare sempre più persone a prendere parte attiva al processo elettorale. Si è peraltro pronunciata in favore di una modifica alla Costituzione della Repubblica di Bulgaria.

Le elezioni presidenziali si sono svolte in un clima particolarmente turbolento, segnato anche dalla serie di attacchi con droni contro navi mercantili nel Mar Nero, al largo delle coste bulgare e rumene. Secondo le ricostruzioni pubblicate il 30 ottobre, cinque navi mercantili erano state attaccate al largo della Bulgaria dall'inizio di ottobre, quattro delle quali erano affondate, mentre 21 marinai risultavano dispersi.

Il governo Radev si era rifiutato di attribuire gli attacchi dei droni alla Russia, spiegando che non vi era alcuna prova in merito.

La Bulgaria, che già alle elezioni parlamentari aveva visto trionfare il leader di Bulgaria Progressista (coalizione di sinistra patriottica, socialista democratica e populista di sinistra) Radev, conferma la sua linea fondata sulla pace, la cooperazione, la sovranità nazionale e la giustizia sociale.

Iliana Yotova, che ha sempre sostenuto, come Radev, l'invio di aiuti umanitari all'Ucraina, si è opposta a quelli militari, ritenendo che “più investiamo nella fornitura di armi, più tempo ci vorrà per la fine della guerra”.

Il governo bulgaro, peraltro, come quello socialista slovacco, si è sempre detto favorevole a una ripresa del dialogo con la Russia e contro le sanzioni ad essa.

Il Premier Rumen Radev, nel congratularsi con Yotova per la vittoria, ha affermato, fra le altre cose: “Oggi i bulgari hanno scelto il futuro rispetto al passato. I bulgari hanno scelto la pace, la stabilità, la normalità, la sostenibilità e una chiara prospettiva”.

A congratularsi con Yotova anche il leader dei socialisti moldavi, Igor Dodon, il quale ha sottolineato come “Il risultato elettorale conferma che il popolo bulgaro ha compiuto una scelta decisa a favore della difesa degli interessi nazionali, della salvaguardia della sovranità e del sostegno ai valori tradizionali”.

Iliana Yotova dimostra come sia possibile coniugare socialismo, europeismo, sovranità nazionale, pragmatismo e pacifismo.

Sono questi i valori di una sinistra autenticamente popolare, patriottica e attenta alla giustizia sociale.

Una tradizione politica che continua a vivere in diverse esperienze internazionali: dall'America Latina, con figure come Lula da Silva, all'Europa orientale, con esperienze quali quelle bulgara e slovacca e con forze politiche come i socialisti moldavi, fino alla Cina, pur nella diversità dei rispettivi sistemi politici e delle loro tradizioni ideologiche.

Valori profondamente distanti da quell'autoproclamato “riformismo” liberal-capitalista che si è progressivamente diffuso, a partire dagli Anni '90, in larga parte dell'Europa occidentale, tradendo le aspettative e gli interessi delle classi popolari.

Un “riformismo” che, anziché difendere e ampliare i diritti sociali, ha spesso contribuito al loro indebolimento, promuovendo piuttosto – in maniera spesso propagandistica - i diritti civili LGBT. Rinunciando, peraltro, alla visione di un'Europa realmente sovrana, cooperante, aperta al mondo multipolare e protagonista di una politica internazionale fondata sulla diplomazia e non sulla contrapposizione militare e su anti-storiche contrapposizioni da Guerra Fredda.

È anche in questa prospettiva che la vittoria di Iliana Yotova assume un significato politico che va oltre i confini bulgari.

Luca Bagatin

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sabato 31 ottobre 2026

Samhain/Halloween: quando il regno dei morti e dei vivi si incontrano. Articolo di Luca Bagatin

 

La notte fra il 31 ottobre e il 1 novembre si celabra la festività che preferisco e che sento più vicina.
Perché Samhain rappresenta il passaggio dall'estate all'inverno (la mia stagione preferita, adatta alla meditazione) ed è un ponte di comunicazione fra i vivi e i morti.
La morte, in questa festa, non è vista come un aspetto negativo, ma come una nuova e più profonda forma di vita.
In realtà, senza la morte, che è Rinascita, non esiste alcuna vita.
Tale festa si contrappone peraltro alla superstizione, portatrice di menzogne, delle religioni abramitiche mediorientali (che non a caso si fanno la guerra fra loro da secoli e portano distruzione e putrefazione spirituale, lontane da qualsiasi forma di logica, buonsenso e amore per la Natura).
Buon Samhain a tutti coloro i quali, nell'Oscurità, sono capaci di vedere la Luce.

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 Luca Bagatin

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 Samhain/Halloween: quando il regno dei morti e dei vivi si incontrano. 

Articolo di Luca Bagatin

Le origini dell'Europa affondano le loro radici negli antichi culti misterici.

Si trattava infatti di rituali misterici, spesso di origine contadina, aventi come fondamento la Natura, i suoi spiriti invisibili, le sue regole millenarie.

Culti peraltro esistenti in ogni cultura del mondo, dall'Europa all'Asia sino all'Africa ed alle Americhe, solo declinati in modo diverso.

Culti politeistici, che in Europa saranno prevalentemente di origine celtica.

Fra questi, ancora oggi, nella notte fra il 31 ottobre e il 1 novembre, molti celebrano il cosiddetto Capodanno celtico, ovvero Samhain (il cui significato potrebbe intendersi, secondo l'antico idioma irlandese, “fine dell'estate” o, dal gaelico, “Novembre”), conosciuto anche come Halloween (“Notte di tutti gli Spiriti Sacri”), festività diffusa negli Stati Uniti d'America dai migranti provenienti dalle isole britanniche, in particolare irlandesi, gallesi e scozzesi, anticamente popolate dai Celti.

Tale festività segna il passaggio dalla stagione luminosa a quella più oscura e buia, inaugurando così un nuovo anno. Diversamente, secondo il Calendario celtico, il passaggio dalla stagione oscura a quella luminosa si celebra nelle notti fra il 30 aprile ed il 1 maggio ed è detta festa di Beltane (nella tradizione irlandese e scozzese), o “Notte di Valpurga” o Ostara nella tradizione germanica.

Samahin celebra dunque la morte simbolica della natura, ma nella tradizione pagana la morte è semplicemente una nuova rinascita, un passaggio a un nuovo stato della Natura. Per questo si dice che in quella notte il mondo dei morti interferisce con quello dei vivi, ma, a differenza delle religioni monoteiste – cristianesimo in primis – il mondo dei morti non è affatto contrapposto a quello dei vivi e non è affatto, per così dire, “malvagio”. Bensì è il momento nel quale i morti entrano in comunicazione con i vivi.

Ad ogni modo, il cristianesimo, ha fatto sua questa tradizione – cercando di camuffarla - ideando la festività di Ognissanti, che, pur celebrandosi – secondo il calendario cristiano – il 2 novembre, nei fatti viene festeggiata il 1 novembre, proprio perché rimane radicata, nel patrimonio ancestrale europeo, la tradizione originaria della festività di Samhain.

Spiritualmente, la festa di Samhain, è una festa di contemplazione. Per i Celti era il momento più magico dell'anno, nel quale il tempo era sospeso, ovvero cessava di esistere.

Sotto il profilo materiale era il momento nel quale le tribù celtiche raccoglievano e immagazzinavano il cibo per i lunghi e freddi mesi invernali.

Il simbolo più popolare di Samhain/Halloween è una zucca intagliata con all'interno una candela e questa sembra derivare sempre da una antica leggenda irlandese, probabilmente medievale, avente per protagonista Jack 'O Lantern.

Jack era un astuto fabbro che incontrò – in un pub – il Diavolo, il quale voleva a tutti i costi la sua anima. Purtuttavia, il furbo Jack, in cambio della sua anima, invitò il Diavolo a tramutarsi in una moneta. Una volta che il Diavolo divenne una moneta, Jack la fece lestamente finire nel suo borsellino, accanto ad una croce d'argento, in modo che potesse essere “esorcizzata” e dunque non nuocere più. Il Diavolo convinse Jack a farsi liberare e gli assicurò che, per i successivi dieci anni, non gli avrebbe dato più noie, né chiesto in cambio la sua anima. Dieci anni dopo, ad ogni modo, il Diavolo si ripresentò, reclamando l'anima del fabbro. Questa volta Jack gli chiese prima di raccogliere una mela dall'albero e il Diavolo acconsentì. Ma, quando il Diavolo salì sull'albero per raccoglierla, Jack incise una croce sul tronco e, in questo modo, lo esorcizzò e imprigionò di nuovo. Il Diavolo allora, in cambio della sua liberazione, promise che non gli avrebbe mai dato più noie né fastidi per l'eternità.

Jack, negli anni seguenti, commise così tanti peccati che non fu accettato in Paradiso, ma, a causa del patto con il Diavolo, questi non lo volle accettare nemmeno all'Inferno e gli tirò un tizzone ardente, che Jack utilizzò per posizionarlo all'interno della zucca che portava con sé, al fine di scaldarsi e farsi luce nel lungo cammino che lo avrebbe atteso, costretto a vagare per l'eternità, in un eterno limbo.

Questa la ragione per la quale il simbolo popolare di Halloween è proprio “Jack O'Lantern” (Jack Il Lanternino), intagliato in una zucca con all'interno una candela accesa.

Festività peraltro diffusa, anticamente, persino nel mondo agreste in alcune zone della Sardegna, ove la notte del 30 novembre (non ottobre !), durante la notte di Sant'Andrea, i ragazzini girano per le strade con zucche vuote intagliate a forma di teschio e illuminate, all'interno, con una candela.

Tradizioni simili erano e in parte rimangono peraltro presenti in Calabria, a Serra San Bruno; in Puglia, a Ostara di Puglia, a San Nicandro Garganico e a Massafra; in Veneto e in Friuli; Abruzzo ed Emilia Romagna.

Purtroppo tutto ciò, con l'avvento del dogma cristiano che ha dichiarato “eretico” e assurdamente “satanico” (Satana, in realtà, non è altro che una figura simbolica) tutto ciò che non era una invenzione cristiana (la quale ha attinto a piene mani dagli antichi culti misterici, stravolgendoli e/utilizzandone i simboli, a suo esclusivo uso e consumo) o è scomparso o è praticato, comunque, molto meno, oppure ci si rifà alla festività commerciale e holliwoodyana dell'Halloween statunitense, quando, invece, tale festività è parte integrante delle radici spirituali e culturali dell'Europa antica e della Penisola italiana, dal Nord al Sud sino alle Isole.

Fa sorridere che, ancora oggi, vi siano preti, imam o rabbini, che affibbiano etichette negative alla festività di Samhain/Halloween. Evidentemente non conoscono per nulla la Storia o, meglio, preferiscono stravolgerla a uso e consumo delle loro superstizioni religiose.

Una Storia che le nuove generazioni dovrebbero invece imparare, conoscere e amare.

Perché senza passato, senza radici spirituali, senza antiche tradizioni autentiche, misteriche e ancestrali, non vi è alcun presente e, men che meno, alcun futuro.

Luca Bagatin

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venerdì 30 ottobre 2026

Il PCC e il futuro della Cina: autogoverno del Partito, lotta alla corruzione e sviluppo del socialismo con caratteristiche cinesi. Articolo di Luca Bagatin

 

Dal 26 al 29 ottobre 2026 si è tenuta la Quinta Sessione Plenaria del XX Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (PCC).

Evento rilevante per la vita politica e istituzionale del Partito e della Repubblica Popolare Cinese, al quale hanno partecipato 162 membri e 117 membri supplenti del Comitato Centrale.

Il Segretario Generale del PCC e Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, ha pronunciato il suo discorso di apertura, sottolineando la necessità di preservare l'autogoverno del Partito in modo rigoroso e completo, al fine di promuovere il socialismo con caratteristiche cinesi e mantenere la leadership del PCC nel Paese.

Il Comitato Centrale (C.C.) ha sottolineato che il PCC ha conseguito una vittoria dopo l'altra grazie in particolare alla dedizione nella ricerca degli ideali comunisti, cercando di perseguire la felicità del popolo cinese e il rinnovamento del Paese, rendendolo sempre più grande.

Il C.C. ha altresì rilevato che il Partito ha avuto, in ogni periodo storico, il coraggio di correggere i suoi errori, cercando di risolvere i problemi interni e ponendosi al servizio del popolo.

I partecipanti alla sessione hanno peraltro espresso un giudizio positivo relativamente ai risultati ottenuti dal PCC, anche per la sua capacità di autogoverno e autocontrollo, attraverso misure severe e rigorose, al fine di arginare le tendenze malsane al suo interno. In particolare si è puntato il dito contro la corruzione, che danneggia tanto la classe lavoratrice quanto il popolo cinese, nel suo complesso.

Il C.C. ha altresì sottolineato l'importanza del Pensiero di Xi Jinping relativamente alla costruzione e al rinnovamento del Partito e dell'arricchimento e sviluppo della teoria marxista che lo guida.

E' stato sottolineato come il Partito, in questo periodo di cambiamenti e turbolenze globali, sia impegnato nella promozione delle riforme, nello sviluppo, nel mantenimento dell'armonia e della salvaguardia della sovranità e sicurezza del Paese.

E' stato peraltro ribadito il sostegno al marxismo-leninismo, al Pensiero di Mao Tse-Tung, alla teoria di Deng Xiaoping e dei loro successori, ovvero a quello che definirei lo sviluppo di un socialismo con caratteristiche cinesi che ha saputo coniugare – nel corso della sua Storia - giustizia sociale, indipendenza economica, armonia, mercato, riforme e Stato di diritto.

In tal senso il C.C. ha incoraggiato i membri e i funzionari del PCC a sostenere la natura e gli scopi del Partito e osservato che il centralismo democratico è quel principio organizzativo e il sistema di leadership fondamentale per il funzionamento del Partito stesso.

Si è peraltro parlato di rendere i servizi pubblici sempre più inclusivi e volti a soddisfare le necessità delle persone più bisognose, cercando al contempo di ottenere migliori risultati in materia di sicurezza sul lavoro, prevenzione, soccorso in caso di calamità, sicurezza alimentare e farmaceutica e stabilità sociale.

Il Comitato Centrale ha infine deciso che il PCC convocherà il suo XXI Congresso Nazionale a Pechino, nella seconda metà del 2027.

Luca Bagatin

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lunedì 26 ottobre 2026

La vittoria di Lula, il ritorno del socialismo trabalhista: giustizia sociale, sovranità nazionale e sfida al liberal-capitalismo. Articolo di Luca Bagatin

 

Erede della tradizione trabalhista (laburista) brasiliana, rappresentata da figure come Getúlio Vargas (1882-1954) e Leonel Brizola (1922-2004), Luiz Inácio Lula da Silva, detto Lula, già lustrascarpe, operaio e sindacalista, è stato rieletto Presidente del Brasile domenica 25 ottobre 2026, con il 51,79% dei voti contro il 48,21% dell'estremista di destra liberal-conservatore Flávio Bolsonaro. Circa 4 milioni e mezzo in più rispetto all'avversario.

Ha vinto la vita contro la morte. Ha vinto l'amore, la giustizia sociale, la sovranità nazionale, contro l'odio, la violenza, la corruzione, la barbarie liberal-capitalista al servizio di Washington.

Lula, arzillo ottantunenne leader del Partito dei Lavoratori (PT), che si appresta a guidare il suo quarto mandato non consecutivo, forte delle sue conquiste sociali (non ultima la riforma costituzionale sulla riduzione dell'orario di lavoro, sostenuta dal suo governo e promulgata durante il suo mandato), ha affermato che porrà al primo posto le politiche di assistenza agli anziani e che darà maggior rilevanza alle politiche in favore delle donne.

Egli, ribadendo il suo rispetto per la laicità dello Stato, ha altresì dichiarato: “Non ho preferenze per nessuna religione. Ho una preferenza per la fede del popolo brasiliano”, ribadendo anche che la sua vittoria segna “una sconfitta delle menzogne” diffuse dal suo avversario.

Egli ha altresì annunciato di voler regolamentare le piattaforme digitali, chiedendo che i crimini commessi online siano equiparati a quelli commessi nella vita reale.

Lula ha puntato il dito contro le grandi aziende che evadono le imposte, tentando al contempo di influenzare il voto e ha anche denunciato le interferenze esterne che hanno tentato di influenzare la campagna elettorale.

Il Presidente Lula ha promesso anche di universalizzare la scuola a tempo pieno fino al termine dell'istruzione secondaria e ampliare i programmi di sostegno economico agli studenti, affinché nessuno sia costretto ad abbandonare gli studi per lavorare.

Egli ha annunciato massicci investimenti nell'insegnamento della matematica e dell'ingegneria, al fine di creare un'Intelligenza Artificiale interamente brasiliana, sfruttando anche le energie rinnovabili del Paese.

Lula ha altresì promesso una riduzione della deforestazione per i prossimi quattro anni.

Investimenti in scuola, tecnologia, assistenza agli anziani, ambiente.

Queste le parole d'ordine del leader del Partito dei Lavoratori (PT), sostenuto in questa tornata elettorale da pressoché tutta la sinistra brasiliana socialista, socialista democratica, comunista e verde.

Fa piuttosto sorridere che il PD e la sedicente “sinistra” nostrana esaltino Lula, pur rappresentando l'esatto opposto della sua politica, sia interna che internazionale.

Lula è, infatti, sempre stato dalla parte del popolo brasiliano. Dalla parte della giustizia sociale, della sovranità nazionale, dell'indipendenza economica. E' sempre stato dalla parte del popolo palestinese e contro i crimini di Netanyahu. Sulla crisi ucraina ha spesso speso parole critiche nei confronti di Zelenksy e nel suo non voler scendere a compromessi e ricercare la pace. Ha sempre lavorato, assieme alla Repubblica Popolare Cinese, nell'ambito del gruppo degli “Amici per la pace sulla crisi ucraina” per una soluzione pacifica del conflitto, insistendo sulla necessità di un accordo che coinvolga entrambe le parti ed evitato qualsiasi forma di imposizione di sanzioni alla Russia. Nel 2023 ha peraltro suggerito a Kiev di prendere in considerazione la cessione della Crimea (già annessa alla Russia nel 2014, con un referendum) nell'ambito di un accordo di pace, precisando successivamente che la questione territoriale avrebbe dovuto comunque essere affrontata direttamente da Russia e Ucraina.

Un leader come Lula, in realtà, in Europa manca da moltissimi decenni. Non parliamo poi dell'Italia, ove sono da anni onnipresenti due schieramenti liberal-capitalisti e pressoché entrambi di destra, agli ordini dei desiderata di Bruxelles e Washington.

Lula vince perché è coerente, pragmatico, perché viene dal basso senza dimenticare i suoi Maestri politici, Vargas e Brizola.

In pochi, in Italia, conoscono Leonel Brizola, Sindaco di Porto Alegre e Governatore dello Stato di Rio Grande do Sul e dello Stato di Rio de Janeiro, oltre che molto amico dell'ex Presidente del Consiglio socialista Bettino Craxi e figura di punta dell'Internazionale Socialista di quegli anni.

Egli fu uno di quei socialisti autentici, populisti di sinistra nel senso più positivo del termine, che promosse in Brasile le nazionalizzazioni dei settori chiave dell'economia e politiche in favore delle classi più povere della popolazione, entrando in politica guidando l'ala giovanile del Partito Laburista Brasiliano dell'allora Presidente Getúlio Vargas.

Fondatore del Partito Democratico Laburista (PDT), fu inizialmente in competizione con Lula, ma, dal 1998 in poi lo sostenne.

Personalmente, pur avendo una forte coscienza politica e avendo militato in passato in formazioni socialiste e repubblicane mazziniane, non voto da moltissimi anni e, nella mia vita, mi sono recato alle urne piuttosto di rado. Purtuttavia, come ho spesso avuto modo di dire ad amici brasiliani militanti del PT e del PDT, non avrei alcuna esitazione, se fossi brasiliano, a militare nei loro partiti e a votare per Lula, uno dei migliori leader al mondo, a mio avviso, accanto al Presidente cinese Xi Jinping, al Premier slovacco Robert Fico e al Premier bulgaro Rumen Radev.

Non a caso, la sua vittoria è stata salutata con favore da esponenti della cultura e della politica socialista autentica, dall'ex leader dei Pink Floyd Roger Waters, passando per l'ex leader laburista e deputato britannico Jeremy Corbyn, fino al leader della sinistra francese Jean-Luc Mélenchon.

Reazioni molto positive anche dalla Repubblica Popolare Cinese, i cui organi di stampa hanno sottolineato come la rielezione di Lula possa garantire una continuità dei rapporti fra Brasile e Cina e dare nuovo slancio alla cooperazione nel Sud del mondo.

Luca Bagatin

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