venerdì 31 luglio 2026
Intervista relativa al saggio "Ritratti del Socialismo" con l'Autore Luca Bagatin e l''Editore Mario Michele Pascale sul canale YouTube "Rosso Fastidio"
mercoledì 29 luglio 2026
Il Parlamento cubano: "L'embargo è un'aggressione genocida. Cuba non rinuncerà alla sua sovranità". Articolo di Luca Bagatin
L'Assemblea Nazionale del Potere Popolare di Cuba, ovvero il Parlamento cubano, ha emesso – mercoledì 29 luglio - una dichiarazione congiunta che – riferendosi all'inasprimento dell'embargo economico, finanziario ed energetico contro l'Isola - condanna quella che viene definita “aggressione genocida del governo degli Stati Uniti contro Cuba”.
Un'aggressione volta a “rompere con la forza la volontà sovrana del popolo cubano”.
Secondo i deputati cubani, l'autodeterminazione, l'indipendenza e la determinazione nella costruzione del socialismo di Cuba, sono “pilastri solidamente costituiti e non negoziabili”.
In particolare, nella dichiarazione si specifica che “Le ripetute minacce di aggressione militare costituiscono un crimine internazionale, come sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. Qualora un simile atto irresponsabile si concretizzasse, incontrerebbe la resistenza incrollabile e irremovibile del popolo cubano, che non cederà un solo centimetro del proprio territorio, né la minima delle proprie prerogative sovrane. Causerebbe morte e distruzione, e porterebbe a un bagno di sangue, ma non raggiungerebbe l'obiettivo di subordinare Cuba ai dettami neocoloniali degli Stati Uniti, instaurando una condizione di dipendenza da quel Paese, né di riportare Cuba alla società corrotta, brutalmente ineguale e socialmente arretrata in cui una potenza straniera deteneva la ricchezza nazionale e interferiva negli affari politici interni del Paese”.
Nel documento si sottolineano le terribili conseguenze dell'ideologico embargo statunitense: “Il popolo cubano subisce quotidianamente le devastanti conseguenze di questa guerra, in ogni aspetto della vita, mentre il governo statunitense, agendo da boia, misura i propri successi in base alla morte di un bambino per mancanza di cure adeguate; agli interventi chirurgici annullati o rinviati a causa di interruzioni di corrente o carenza di materiali; all'angoscia familiare causata dalla mancanza di elettricità e acqua o dall'impossibilità di conservare il cibo”
I parlamentari cubani hanno ringraziato anche la comunità internazionale per il sostegno ricevuto “nonostante le numerose pressioni esercitate dal governo statunitense per impedire che la questione venisse affrontata”.
In particolare, l'Assemblea Nazionale del Potere Popolare ha ribadito ciò che aveva affermato il Presidente della Repubblica di Cuba, Miguel Díaz-Canel, il 26 luglio scorso, ovvero: “Cuba non rappresenta una minaccia, né per gli Stati Uniti né per nessun altro Paese al mondo. Siamo un popolo nobile, che salva vite dove altri distruggono, che manda medici e insegnanti dove altri mandano bombe”.
I parlamentari cubani, nel ribadire la loro ferma contrarietà alle minacce di aggressione del regime statunitense e al loro criminale embargo, hanno ricordato le parole dell'Eroe cubano e Libero Muratore José Martì (1853 – 1895): “Cuba non va in giro per il mondo a fare la mendicante: vi cammina da sorella, agendo con la dignità che le spetta. Salvando se stessa, salva il mondo”.
Luca Bagatin
martedì 28 luglio 2026
I socialisti moldavi guidano la protesta contro il governo Sandu, il caro-energia e il costo della vita. Articolo di Luca Bagatin
Il Partito Socialista della Repubblica di Moldavia (PSRM) ha partecipato, martedì 28 luglio, a una manifestazione dell'opposizione al governo liberal-conservatore retto da Maia Sandu.
La manifestazione ha riunito sia rappresentanti dell'opposizione parlamentare che extraparlamentare e numerosi cittadini, che, davanti al Parlamento moldavo, hanno protestato contro le politiche antisociali del governo; contro l'aumento delle tariffe del gas e contro il peggioramento della situazione socio-economica del Paese.
Il Presidente del PSRM, Igor Dodon, già Presidente della Repubblica di Moldavia dal 2016 al 2020, ha sottolineato come il malcontento abbia ormai coinvolto tutte le categorie sociali: imprenditori, pensionati e giovani famiglie, che si trovano a lottare contro i continui aumenti dei prezzi e un tenore di vita sempre più basso.
In particolare egli ha puntato il dito contro l'aumento delle tariffe del gas, destinato a tradursi in un ulteriore aumento dei prezzi in autunno. Dodon ha, inoltre, criticato la decisione del governo di destinare 2 miliardi di lei di fondi europei al finanziamento di organizzazioni non governative e di organi di informazione filo-governativi.
Finanziamenti che, diversamente, avrebbero potuto essere meglio impiegati – secondo il leader dell'opposizione socialista – per sostenere i cittadini, riducendo le tariffe del gas di circa 3 lei al metro cubo.
Il Vicepresidente del Parlamento, il deputato socialista Vlad Batrîncea, ha altresì sottolineato che alla protesta hanno partecipato persone provenienti da ogni parte della Moldavia e ha annunciato che uno dei primi risultati delle proteste è stata la decisione del Parlamento di convocare i vertici dell'Agenzia Nazionale per la Regolamentazione dell'Energia (ANRE); del Ministero dell'Energia e della società Energocom, per la definizione di nuove tariffe del gas.
Secondo Batrîncea, i rappresentanti dell'opposizione incalzeranno il governo su tale tema, richiedendo un rapporto dettagliato su ogni componente tariffaria e chiederanno spiegazioni sugli stipendi dei dirigenti e sull'improvviso aumento delle spese amministrative e logistiche, incluse nelle tariffe e a carico dei cittadini.
Egli, inoltre, ha sottolineato che l'opposizione intende chiedere le dimissioni dei vertici di Energocom, principale società statale moldava incaricata dell'approvvigionamento del gas e che tutti i responsabili che hanno leso gli interessi dei cittadini siano chiamati a risponderne.
Nel corso della manifestazione sono state richieste le dimissioni del governo in carica, con slogan quali “Abbasso il PAS!” (ovvero il partito al governo, di centro-destra, Partito di Azione e Solidarietà) e “Maia Sandu, dimettiti!”.
Luca Bagatin
lunedì 27 luglio 2026
Il Presidente socialista Lula contro i regimi di Trump e Milei: "I dazi USA sono un'ingerenza nelle elezioni brasiliane". Articolo di Luca Bagatin
Il Presidente socialista del Brasile, Luiz Inacio Lula da Silva, punta ancora una volta il dito contro la politica tariffaria del regime statunitense.
Egli, in un articolo sul Washington Post, ha respinto l'imposizione di dazi che vanno dal 12,5% al 37,5%, sottolineando come tali misure siano state introdotte al solo scopo di interferire nelle elezioni presidenziali che si terranno il prossimo ottobre e che, secondo i sondaggi, vedono ad oggi in netto vantaggio Lula, rispetto al candidato dell'estrema destra Flavio Bolsonaro, sostenuto dal regime di Trump.
“Oltre ad essere ingiuste, le nuove tariffe rappresentano un errore strategico: danneggiano l'economia statunitense e la partnership con il Brasile. Diversi settori industriali statunitensi dipendono da componenti brasiliani. Cibo, calzature, tessuti, mobili, ricambi auto e molti altri prodotti diventeranno più costosi per i consumatori americani”, ha spiegato Lula.
E, su X, ha aggiunto: “Il riferimento all'ex presidente Jair Bolsonaro (condannato l'anno scorso e oggi agli arresti domiciliari per il tentativo di colpo di Stato in Brasile) ha reso esplicita la motivazione politica del provvedimento”.
Egli ha anche rilevato che, gli scambi commerciali con gli USA, sono diminuiti del 12,8% nella prima metà del 2026 rispetto al 2025, mentre gli scambi con l'UE sono cresciuti del 6,1% e, con la Cina, del 15,9%.
“Nel medio termine, queste tariffe porteranno alla disorganizzazione delle catene produttive attualmente fortemente integrate, e le aziende brasiliane sostituiranno i fornitori nordamericani con altri partner”, ha spiegato il Presidente Lula.
Il Presidente Lula da Silva ha puntato il dito anche contro le dichiarazioni del Segretario di Stato USA Marco Rubio, il quale ha rimosso il Brasile dalla lista dei “Paesi amici”.
Il Presidente Lula ha affermato, in merito: “I tentativi di imporre restrizioni ideologiche al partenariato bilaterale, o di sfruttarlo a fini elettorali, sono insostenibili. Mai prima d'ora un Segretario di Stato statunitense ha definito il Brasile un paese ostile. Nessuno ci sconfiggerà con le menzogne”.
Egli ha altresì ribadito la sovranità del suo Paese di fronte alle interferenze e pressioni esterne.
Il governo brasiliano, inoltre, ha convocato, domenica 26 luglio scorsa, l'Ambasciatore argentino a seguito degli insulti rivolti dal Presidente argentino Milei contro Lula, in territorio brasiliano.
Durante il suo discorso, infatti, Milei ha definito il Presidente Lula un “detenuto” e un “ladro”.
Il Ministero degli Esteri brasiliano ha dichiarato che si tratta di un episodio senza precedenti, in quanto mai prima d'ora un Presidente straniero avrebbe approfittato di una visita in Brasile per promuovere “aggressioni e offese” contro il capo dello Stato, le istituzioni del Paese che lo ospita e contro il popolo brasiliano.
Numerosi rappresentanti del peronismo argentino, ovvero del Partito Giustizialista, del movimento La Cámpora e del Frente Renovado, all'opposizione del regime di Milei, hanno voluto esprimere il loro sostegno al Presidente brasiliano.
I peronisti argentini hanno peraltro sottolineato come l'irresponsabile e incivile comportamento di Milei possa avere un impatto sulle relazioni diplomatiche fra i due Paesi e conseguenze sulle imprese e le esportazioni.
Il governatore della provincia di Buenos Aires, Axel Kicillof, del Partito Giustizialista, ha affermato: “Ieri abbiamo assistito con sgomento alle offese e agli insulti rivolti dal presidente Milei al governo brasiliano, al suo presidente e al suo popolo. In Argentina, rispettiamo le nazioni vicine e sorelle”. Egli ha accusato peraltro Milei di vicinanza al regime di Trump e di Netanyahu, entrambi di estrema destra tanto quanto quello di Milei.
Il presidente del Frente Renovador, movimento peronista di centro, Diego Giuliano, puntando il dito contro Milei ha affermato: “Un presidente viaggia per difendere gli interessi dell'Argentina, non per fare campagna elettorale né per insultare il capo di Stato del nostro principale partner commerciale. Ogni scontro diplomatico provocato da Milei finisce per essere pagato dalla nostra industria, dalle nostre esportazioni e dai nostri lavoratori”.
E il Partito Giustizialista, presieduto dalla peronista di sinistra Cristina Kirchner, ex Presidente argentina, ha definito vergognose le dichiarazioni di Milei, che rappresentano “la pagina più nera della politica estera e delle relazioni bilaterali con il nostro popolo fratello”.
L'organizzazione peronista di sinistra La Cámpora ha sottolineato come Milei “Nel frattempo, domani riceverà con tutti gli onori i predatori del Fondo Monetario Internazionale” e lo ha definito “il presidente più anti-Argentina che esista”.
Milei nei suoi sproloqui aveva addirittura accusato il Brasile, il Messico e il Partito Democratico statunitense di aver orchestrato una campagna “anti-Argentina”.
Luca Bagatin
sabato 25 luglio 2026
A 243 anni dalla nascita di Simón Bolívar: l'eredità del Socialismo del XXI secolo. Articolo di Luca Bagatin
In questi giorni, il Socialismo del XXI Secolo latinoamericano, dal Venezuela passando per la Colombia, celebra il “Garibaldi dell'America Latina”, ovvero i 243 anni dalla nascita di Simon Bolivar.
Bolivar, detto anche “El Libertador”, fu colui il quale, in epoca Romantica, ovvero agli inizi dell'Ottocento, contribuì all'indipendenza di gran parte dell'America Latina dal giogo spagnolo e fu Presidente delle Repubbliche di Venezuela, Colombia, Bolivia, Ecuador, Panama e Perù.
Fu il 15 agosto del 1805 che Bolivar – ventiduenne - giurò solennemente, a Roma, sul Monte Aventino (o Monte Sacro) e pronunciò le seguenti parole: “Giuro per il Dio dei miei genitori, giuro per il mio onore e per la mia Patria, che non darò riposo al mio braccio né pace alla mia anima finché non avrò rotto le catene che ci opprimono per volontà del potere spagnolo”.
E, a vent'anni da quel giuramento, l'Impero spagnolo crollò.
Simon Bolivar nacque in una famiglia agiata, di possidenti terrieri, temprato sin da ragazzino dal fuoco della ribellione contro l'oppressione. A ciò contribuì anche il suo precettore - Simon Rodriguez – libero pensatore e figlio dell'Illuminismo, il quale fu anche cospiratore contro l'Impero di Spagna che occupava la terra di Venezuela e gran parte dell'America Latina.
Bolivar non fu uno studente modello, purtuttavia diventò presto un valente combattente e spadaccino. Si sposò molto giovane con Maria Teresa Rodriguez del Toro, la quale contrasse la febbre gialla e morì presto, lasciandolo vedovo a soli vent'anni.
Simon Bolivar viaggiò molto in Europa ed anche a causa della sofferenza per la perdita prematura della moglie il suo spirito ribelle crebbe sempre più. Fu in questo contesto che il futuro El Libertador pronuncerà quel fatidico giuramento a Roma, sul Monte Aventino.
Fu così che inizierà la sua avventura di combattente per la libertà e l'emancipazione del suo popolo ed iniziò così ad organizzare il suo esercito di liberazione contro gli spagnoli, i quali saranno alleati di Napoleone, considerato da Bolivar un traditore dei principi di Libertà, Eguaglianza e Fratellanza enunciati dal conte Alessandro Cagliostro, quale motto sia spirituale che politico e diffusi nelle Logge massoniche dell'epoca.
Bolivar, in quegli anni, a Parigi, entrò, non a caso, in Massoneria e divenne, nel 1806, Gran Maestro della Loggia Madre di San Alessandro di Scozia all'Oriente di Parigi.
Forte dei suoi principi libertari, l'anno seguente, rientrò in Venezuela e da allora inizierà quella rivoluzione che porterà, nel corso degli anni – dal 1811 sino al 1830 – all'indipendenza di gran parte dell'America Latina ed alla proclamazione delle Repubbliche di Venezuela, Colombia, Perù e Bolivia (così chiamata in suo onore).
Nel 1812 Simon Bolivar scrisse il “Manifesto di Cartagena” in cui analizzò le prime sconfitte che portarono alla caduta della Prima Repubblica del Venezuela (1810 – 1812); mentre nel 1815 con la “Carta de Jamaica” gettò le basi per il suo progetto di emancipazione sociale dell'America del Sud, fondato su principi repubblicani, libertari, anti-imperialisti ed egalitari. Principi, peraltro, validi tutt'oggi, come validi sono stati i principi enunciati nella nostra Italia da personalità quali Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi, i quali contribuirono alla fondazione della Prima Internazionale dei Lavoratori nel 1864.
Come Presidente della Repubblica di Venezuela, Colombia, Bolivia, Ecuador, Panama e Perù, Bolivar abolì la schiavitù, confiscò le terre ai possidenti e le ridistribuì agli indigeni, costruì istituti e scuole per donne, bambini indigeni e figli degli schiavi. Le azioni militari che realizzò, in sostanza, spianarono la strada all'emancipazione sociale.
Fu un peccato, purtuttavia, che il progetto di Bolivar per l'integrazione e l'unità dell'America Latina sfumò ben presto e ciò portò - nei decenni successivi alla sua morte (1830) - al saccheggio delle terre latinoamericane da parte degli Stati Uniti d'America, i quali sin da allora rinnegarono i principi di libertà ed emancipazione propugnati dal loro Padre fondatore, ovvero da George Washington e dal Marchese de Lafayette (che tanto aveva fatto per la causa statunitense ai tempi della Guerra d'Indipendenza), il quale peraltro fu amico personale e Fratello - in senso massonico - di Bolivar. In questo senso Bolivar scrisse: “Gli Stati Uniti sembrano destinati dalla Provvidenza a riempire l'America di miseria in nome della Libertà”.
Si pensi peraltro che il figlio di Washington – George Washington Parke Custis – fece avere in dono a Bolivar, nel 1826, il medaglione del padre, in segno di ammirazione e comunanza ideale. Ah, se i principi di Libertà, Fratellanza e Uguaglianza propugnati da Cagliostro, Washington, Lafayette e Bolivar avessero prevalso sul saccheggio e sull'imperialismo, come sarebbero andate diversamente le cose e come i popoli sarebbero potuti crescere in spirito d'armonia e fratellanza!
Fu fra il 1825 ed il 1830 che il progetto di Simon Bolivar si frantumò definitivamente a causa del fatto che le terre che aveva liberato finirono presto nelle mani degli oligarchi e dei ricchi proprietari terrieri, i quali aprirono alla prima ondata di imperialismo nordamericano.
El Libertador morì nel 1830, a soli 47 anni, completamente povero ed il suo corpo fu coperto da una semplice camicia presa in prestito, in quanto quella che possedeva era ormai ridotta in brandelli.
Ci vorranno molti secoli prima che i suoi compatrioti venezuelani possano tornare a conoscere la sua opera ed abbiano, in carne ed ossa, un nuovo Libertador ed un nuovo emancipatore sociale. E ciò avverrà solo negli Anni '90 del XXesimo secolo nella persona del Tenente colonnello Hugo Chavez Frias.
Hugo Chavez, profondo conoscitore dei discorsi e dell'opera di Simon Bolivar, oltre che del nostro Giuseppe Garibaldi, nel 1992, si ribellò alla corruzione dilagante in Venezuela. Ovvero alla corruzione dei partiti e della politica dominante e progettò un golpe, non già autoritario, bensì basato su prospettive bolivariane, fondando appunto il Movimento Bolivariano Rivoluzionario e l'Esercito Bolivariano di Liberazione. Un golpe che purtuttavia fallirà, ma che consacrerà Chavez quale nuovo eroe dell’America Latina per la lotta contro l'oligarchia politica ed economica.
Fra il '94 ed il '95 Chavez lanciò una campagna astensionista contro la corruzione della classe politica venezuelana, compiendo così un atto di rottura con il sistema, ma solo nel 1998 - con il Movimento Quinta Repubblica - diventerà Presidente del Venezuela con il 56% dei voti e – vincendo tutte le successive elezioni alla presidenza - sarà confermato a tale carica sino alla sua prematura morte avvenuta nel 2013.
Ciò permetterà a Chavez di scrivere una nuova Costituzione basata e fondata sugli insegnamenti di Bolivar, ovvero ponendo al centro i diritti umani e via via introducendo norme per la lotta alla povertà ed all’analfabetismo.
La politica neo-bolivariana portata avanti da Chavez sarà appunto una politica che porterà il Venezuela ad uscire dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, fonti massime dello sfruttamento speculativo del Paese, oltre che promuoverà una democrazia sempre più diretta.
Il neo-bolivarismo chavista diventerà dunque il cosiddetto Socialismo del XXIesimo secolo, secondo una felice definizione dello studioso tedesco Heinz Dieterich, ovvero una nuova prospettiva di emancipazione sociale che contagerà, via via, tutta l'America Latina nelle sue varie declinazioni e che vedranno nuovamente unite sensibilità politiche simili, ma pur diverse: il bolivarismo venezuelano, il peronismo argentino, il sandinismo nicaraguense e così via. Sensibilità che fanno riferimento proprio ai grandi Libertadores di quelle terre: liberatori dall'ingerenza straniera e dalla povertà ed esclusione sociale.
Nonostante le continue aggressioni (non ultimo il rapimento del Presidente socialista venezuelano Nicolas Maduro, già compagno di lotta di Hugo Chavez, il 3 gennaio scorso) da parte dei regimi liberal capitalisti a guida statunitense.
Luca Bagatin
India: progressi fra luci ed ombre. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori
Molti guardano all’economia indiana solo in base a una serie di cifre impressionanti: un’elevata crescita del PIL, le continue e forti esportazioni di servizi e tecnologie informatiche, le scoperte nel campo delle nuove energie, l’economia a bassa quota, la produzione manifatturiera di alta gamma e una quota in costante aumento di produttività di nuovo tipo.
Dal punto di vista dei conti nazionali,
l’India sembra aver portato a termine ancora una volta un notevole
ammodernamento industriale, rimanendo salda, nonostante le incertezze
globali.
Ma una volta che si entra in contatto con la gente
comune indiana, si scopre una realtà agghiacciante: più i dati
macroeconomici sono impressionanti, più la realtà per la gente comune è
dura.
Da un lato, il Paese sta compiendo grandi passi avanti,
mentre dall’altro il potere d’acquisto delle famiglie comuni continua a
indebolirsi, le aspettative di ricchezza della classe media sono in calo
e la pressione occupazionale sui giovani è in costante aumento.
Perché
c’è una differenza così grande? Questa divergenza non è un fenomeno
esclusivo dell’India. Molte economie nel corso della storia hanno
vissuto situazioni simili durante i periodi di transizione: i dati
macroeconomici sono positivi, ma la vita delle persone si fa più
difficile.
La differenza risiede in due punti: se si
tratta semplicemente di un problema ciclico, il divario si ridurrà
gradualmente con la ripresa economica; ma se la logica di allocazione
delle risorse è completamente cambiata, questa divisione persisterà a
lungo e potrebbe persino ampliarsi. L’India odierna appartiene a
quest’ultima categoria.
Quando una grande potenza sposta il focus
del proprio sviluppo sulla sicurezza industriale, l’autosufficienza
tecnologica, la competitività globale e le innovazioni nei settori
strategici, i capitali, i talenti, il credito e i sussidi statali
confluiranno sistematicamente, come una marea, verso le industrie di
fascia alta, le imprese leader e i settori orientati all’esportazione.
Di conseguenza, le risorse destinate ai beni di consumo, alle piccole e
medie imprese private, alle industrie ad alta intensità di lavoro e ai
settori dei servizi di base diminuiranno naturalmente.
Ciò ha
portato a una situazione in cui il Paese sta acquisendo sempre maggiore
potere, ma il senso di benessere della gente comune non è cresciuto di
pari passo. La crescita non è più inclusiva, bensì strutturale e
stratificata.
Questa è la caratteristica principale dell’economia
indiana nel 2026: la macroeconomia è in forte espansione, mentre la
microeconomia sta attraversando un periodo arduo.
Per comprendere l’India del 2026, bisogna ripercorrere la logica del suo sviluppo negli ultimi decenni.
L’India
ha seguito un percorso di grande successo: facendo leva sulla sua vasta
popolazione (la più numerosa al mondo: 1.470.000.000 abitanti), sui
mercati aperti, sull’esternalizzazione dei servizi e sull’economia
digitale, si è rapidamente integrata nella divisione globale del lavoro.
I suoi settori: IT (Information Technology è l’insieme dei metodi, dei
sistemi e delle tecnologie utilizzati per archiviare, proteggere,
elaborare e trasmettere dati digitali; questi includono sia le
componenti fisiche-hardware, come computer e server, sia i
programmi-software e le reti), farmaceutico e dell’esternalizzazione dei
servizi hanno raggiunto livelli di eccellenza a livello mondiale. I
pagamenti digitali e le piattaforme internet locali, hanno spinto i
costi all’estremo, creando un vantaggio di scala che i Paesi più piccoli
semplicemente non possono replicare.
All’epoca, l’India fece tre
cose cruciali nel modo giusto: 1. aprì gradualmente le sue porte al
mercato globale; 2. deregolamentò il settore privato per liberare
maggiore vitalità; e 3. protesse i diritti di proprietà e incoraggiò la
creazione di ricchezza. Questi tre punti sostennero il periodo di rapida
crescita che l’India ha conosciuto per decenni. Però negli ultimi anni
la logica è completamente cambiata.
Mentre l’attenzione strategica
del Paese si sposta verso scoperte di alto livello, autosufficienza e
controllo, e concentrazione di imprese di vertice, l’economia indiana
sta lentamente cadendo in una trappola strutturale da cui è difficile
uscire: la crescita ad alta intensità di capitale.
I settori
industriali più dinamici e supportati dell’India al momento –
informatica, biomedicina, energie rinnovabili, produzione di alta gamma,
intelligenza artificiale, automazione industriale – condividono una
caratteristica comune: dipendono fortemente da capitali, tecnologia e
talenti, e sono al contempo estremamente indipendenti dalla manodopera
ordinaria.
Questi settori possono generare una produzione
sbalorditiva, incrementare il PIL e migliorare il prestigio di un Paese,
ma non possono creare occupazione su larga scala né aumentare
significativamente il reddito delle persone comuni.
Ciò porta a
un tipico effetto sifone: le risorse migliori vengono sottratte dalle
industrie di vertice, mentre le piccole e medie imprese, i settori di
sussistenza, il commercio al dettaglio, i servizi e l’industria
manifatturiera tradizionale sono al contempo marginalizzati. Il potere
nazionale sta crescendo in modo esponenziale, ma la stragrande
maggioranza delle persone non è profondamente coinvolta in questa
crescita.
Ciò crea in definitiva una situazione paradossale:
povertà in mezzo all’abbondanza. Il Paese vanta industrie di livello
mondiale, eppure la gente comune si trova ad affrontare una crescita dei
redditi lenta, una forte concorrenza per il lavoro e consumi prudenti.
Questo
non accade perché il Paese non sia abbastanza forte, ma perché il
modello di crescita non ha più come unico obiettivo il miglioramento del
benessere della popolazione.
Quali settori industriali in India
rimarranno solidi nel 2026? Quali dovrebbero evitare assolutamente i
cittadini comuni? Quali offrono ancora opportunità?
1. Servizi
IT, outsourcing di software, biomedicina, produzione di alta gamma e
settori di vertice dell’economia digitale. Questi settori sono
estremamente competitivi a livello globale e rimarranno insostituibili
per i prossimi due o tre anni. Il problema è che le barriere
all’ingresso sono estremamente elevate, c’è un monopolio nelle mani dei
principali operatori e le risorse sono altamente concentrate. Le persone
comuni, coloro che dispongono di un capitale limitato e i nuovi
arrivati non hanno praticamente alcuna possibilità di sopravvivenza;
affrettarsi nell’ingresso li porterà molto probabilmente a diventare i
prossimi a perdere denaro, a trovarsi in una concorrenza spietata e a
subire perdite.
2. Il settore di nuove energie, fotovoltaico ed
eolico, è fortemente dipendente dai mercati internazionali e dal
contesto geopolitico . La domanda europea è relativamente stabile,
mentre la regione Asia-Pacifico è soggetta a maggiori rischi di
volatilità. Sebbene il settore nel suo complesso sia in crescita, i
significativi rischi politici e le forti fluttuazioni cicliche lo
rendono inadatto alle piccole e medie imprese.
3. Il settore
trasporto ferroviario, infrastrutture e progetti su larga scala, spinto
dalla cooperazione estera e dalle esportazioni, si basa sull’economia
ancora in fase di crescita nel breve termine. Tuttavia, è fondato su
progetti, dominati da aziende leader e caratterizzati da risorse
concentrate, pertanto ha poco a che fare con la gente comune.
4.
Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, robot industriali,
automazione, la direzione di crescita più chiara per il 2026 è un
continuo aumento della quota di mercato globale. Tuttavia, questa
crescita rimarrà ad alta intensità tecnologica e di capitale, con un
impatto molto limitato sull’occupazione ordinaria.
Da ciò si
scopre una dura verità: tutti i grandi progetti nazionali dell’India
sono irrilevanti per la stragrande maggioranza della popolazione.
Possono anche accrescere il prestigio del Paese, ma non sono in grado di
migliorare la vita della gente.
Lo spazio per i capitali privati
si è ridotto in modo significativo. Con i principali attori del mercato
in continua espansione, le piccole e medie imprese private si
contendono le quote di mercato esistenti in un luogo economico sempre
più ristretto; sarebbe anomalo se non vi partecipassero.
Inoltre
bisogna affermare che i bilanci familiari si stanno riducendo. In
passato, la ricchezza di molte famiglie si basava sull’apprezzamento del
valore degli immobili . Quando la liquidità del mercato immobiliare
diminuirà e i rendimenti degli investimenti diventeranno instabili,
l’intera società adotterà un approccio unitario: niente debiti, niente
investimenti, niente espansione e niente consumi se non strettamente
necessari. Con la contrazione dei consumi, la strategia di distribuzione
interna si trasforma direttamente in una lotta per le quote di mercato
esistenti.
Le imprese abbassano i prezzi per sopravvivere, ne
consegue che i profitti si riducono, per cui i salari non aumentano e le
persone sono ancora più restie a spendere denaro; da qui inizia il
ciclo dell’involuzione.
Inoltre, il costo della vita è in
costante aumento, con spese crescenti per utenze, trasporti, istruzione e
assistenza sanitaria, esercitando una pressione continua sul flusso di
cassa delle famiglie comuni.
Nel 2026 fare affari sarà più
difficile; i profitti saranno più esigui; gli aumenti di stipendio
saranno più rari; trovare un buon lavoro sarà sempre più competitivo; e
anche il minimo rischio potrebbe rivelarsi disastroso. Non si tratta di
un problema a breve termine, ma di un periodo prolungato di bassa
pressione, causato dal cambiamento dei modelli di crescita.
La
parola chiave più realistica per il mondo del lavoro indiano nel 2026 si
può riassumere in una sola frase: aumento della produzione senza
aumento dei redditi. La produzione industriale è in aumento, le
dimensioni delle aziende crescono e il costo della vita aumenta, ma i
salari e il senso di sicurezza non crescono di pari passo.
I
percorsi professionali dei giovani si stanno concentrando sempre di più:
o si affannano per entrare nel settore pubblico e ottenere un lavoro
stabile, oppure competono ferocemente nei settori della consegna di cibo
a domicilio, dei corrieri e dei servizi di base; i posti di lavoro di
alta qualità nel settore privato, che offrono concrete possibilità di
avanzamento, stanno diventando sempre più rari.
Non è che i
giovani non si impegnino, ma piuttosto che la struttura determina
l’assegnazione delle opportunità. I settori di fascia alta richiedono
meno manodopera di base e i settori tradizionali sono in contrazione,
quindi le ricompense per il duro lavoro si riducono costantemente e i
canali di mobilità sociale ascendente si restringono sempre di più. A
questo punto si evince che il tasso di crescita del PIL non è poi così
importante. Se la crescita non si traduce in più posti di lavoro,
redditi più elevati e una maggiore mobilità sociale, allora per la gente
comune si tratta di una crescita visibile ma intangibile.
Attualmente
chi vive, lavora o sta avviando un’attività in India, deve rendersi
conto che alcuni passi da intraprendere sono più importanti di qualsiasi
analisi macroeconomica.
1. È necessario abbandonare la fantasia
di arricchirsi in fretta. Bisogna evitare un elevato indebitamento, un
portafoglio di asset oneroso e un’espansione indiscriminata.
2.
C’è da stare alla larga dai settori già monopolizzati dai giganti. Ciò
che per gli altri è una tendenza potrebbe rivelarsi una trappola per il
cittadino comune.
3. Va data priorità alle attività che generano
flusso di denaro contante, ed evitato il processo di investimento su
progetti vaghi di lungo periodo e speculativi. Più si è vicini a un
introito sicuro per il sostentamento personale e della famiglie, e più
si è al sicuro.
4. Escludere di seguire senza esperienza le
tendenze negli investimenti immobiliari e in attività ad alto rischio.
La liquidità di oggi è più importante del teorico e labile rendimento di
domani.
5. Su un posto di lavoro già assicurato dare spazio a
stabilità, rapidità di iniziativa personale e flusso di cassa,
rafforzando la propria reputazione. Non vale la pena sacrificare un
reddito reale e la sicurezza economica per un aleatorio cambiamento di
posizione.
6. Vanno ridotti i desideri, tagliate le spese e
salvaguardati i bisogni primari della famiglia. La sopravvivenza, la
stabilità e la capacità di evitare disastri sono le chiavi per bypassare
le questioni anzidette relative a progressi solo verticistici
dell’economia indiana.
La cinica realtà è che la nazione indiana
continua a crescere, mentre i singoli individui continuano a sopportarne
il peso. La gloria di una grande potenza è scritta nei notiziari, nei
dati e nella storia; le vite della gente comune sono nascoste tra le
buste paga, le bollette e ogni notte insonne.
Mantenere una situazione stabile e prendersi cura della propria famiglia sono le vittorie più grandi.
Giancarlo Elia Valori
venerdì 24 luglio 2026
Addio a Wang Quanying, ultima eroina della Lunga Marcia. Articolo di Luca Bagatin
E' scomparsa, all'età di 105 anni, Wang Quanying, ultima donna sopravvissuta ad aver partecipato alla Lunga Marcia, epica ritirata del 1934-1936, che permise all'Armata Rossa Cinese dei Lavoratori e dei Contadini di sottrarsi all'accerchiamento delle truppe nazionaliste del Kuomintang.
Wang Quanying nacque nel 1921 nella contea di Jinchuan, nel Sichuan, da una povera famiglia tibetana.
Rimasta orfana a un anno, fu cresciuta dallo zio fino ai cinque anni. Successivamente lavorò come bracciante agricola presso un proprietario terriero e, nel 1935, a soli quattordici anni, si unì al Reggimento Indipendente Femminile della Quarta Armata del Fronte, impiegata come infermiera e addetta alla logistica.
Nel 1936 attraversò a piedi le montagne innevate, cibandosi di piante selvatiche e perdendo un dito del piede sinistro a causa delle temperature estremamente rigide.
Fu ufficialmente riconosciuta come veterana dell'Armata Rossa Cinese negli Anni '80 e, fino al maggio scorso, continuò a tessere cuscini per futon per donarli alle scuole locali.
Sua figlia maggiore, Liu Guihua, così l'ha voluta ricordare: “Un'eroica soldatessa che ha attraversato montagne innevate durante la Lunga Marcia; ha celato i suoi successi ed è rimasta fedele alla sua aspirazione originale per tutta la vita”.
Il suo unico rimpianto, secondo la famiglia, sarebbe stato quello di non aver vissuto abbastanza a lungo per assistere al novantesimo anniversario della Lunga Marcia, che si celebrerà, nella Repubblica Popolare Cinese, il 16 ottobre prossimo.
Luca Bagatin





