giovedì 27 agosto 2026

Dario Rivolta: "Serve una vera Europa unita, capace di dialogare con la Russia". Intervista di Luca Bagatin all’On. Dario Rivolta

 

Dario Rivolta, esperto di politica internazionale, saggista e editorialista, fu deputato di Forza Italia dal 1996 al 2008 e, dal 2001 al 2008, fu responsabile della politica estera del partito guidato da Silvio Berlusconi.

Nel 2008 ricoprì il ruolo di Consigliere per l'Iraq dell'allora Vice Ministro con delega al commercio estero Adolfo Urso.

Dopo un'esperienza nel settore esportazioni di alcune aziende italiane e rappresentante in Algeria per il gruppo Finsider, fu chiamato alla Fininvest come capo della segreteria di Silvio Berlusconi. Fu l'artefice delprimo sviluppo internazionale del gruppo. Nel 1991 lasciò Berlusconi per fondare con alcuni amici una società di consulenza internazionale.

Verso la metà del 1993 collaborò alla fondazione di Forza Italia. Nel 1980 era stato già attivo in politica per un breve periodo quale Segretario del Movimento Liberale Democratico, un'organizzazione liberale che traeva ispirazione dal pensiero di Piero Gobetti ed era federata con il Partito Radicale dell'epoca.

Pur avendo abbandonato la politica attiva nel 2008, continua ad occuparsi di politica estera attraverso editoriali e conferenze, in Italia e in Europa, ed è stato visiting professor presso l’Università Bicocca a Milano e allo IESEG (Business School of Management) a Parigi e a Lille.

E' autore, insieme a Eric Jozsef, della seconda edizione del libro-intervista “Al fianco di Berlusconi – Da Cavaliere a Presidente” (FAS Editore).

Sono onorato di avere avuto la possibilità di intervistarlo, ponendogli domande di scottante attualità politica internazionale e non solo.

Luca Bagatin: In qualità di analista geopolitico, esperto di relazioni internazionali e commerciali, oltre che da ex parlamentare, lei ha spesso criticato – e non da oggi – le scelte dei dirigenti dell'UE, i quali, seguendo supinamente le direttive di Washington e Londra – in particolare appoggiando il governo ucraino - hanno finito per danneggiare gli interessi dell'UE stessa. Cosa può dirci in merito?

Dario Rivolta: Che l’atteggiamento assunto dalla Commissione e da quasi tutti gli Stati membri costituisca un grande errore politico ed economico mi sembra oramai evidente per tutti. Purtroppo, ora è difficile, se non impossibile, fare marcia indietro, soprattutto perché gli europei, visto il voltafaccia americano sulla questione, si sentono messi in un angolo e temono di diventare oggetto di scambio in un possibile accordo tra Washington e Mosca. Dire oggi che tutti seguirono pedissequamente le scelte politiche degli USA e della Gran Bretagna in merito al confronto con la Russia è vero ma solo parziale. Dentro l’Unione alcuni Stati hanno spinto sin dall’inizio per rompere con la Russia ogni forma di collaborazione e gli altri non hanno saputo o avuto il coraggio di contrapporvisi. Penso alla Polonia, ai Baltici e alla Svezia che già nel 2008 avevano chiesto e ottenuto di dar vita alla Eastern Partnership, una organizzazione ufficialmente creata per occuparsi di visti, di libero scambio economico e più in generale di “partneriato strategico”. Si indirizzava, non a caso, a stati post-sovietici quali Armenia, Azerbaigian, Georgia, Moldavia e Ucraina. Si capì da subito che, in realtà, era un modo “europeo” di “contenere” la Russia. Esattamente ciò che gli americani perseguivano sin dalla caduta dell’Unione Sovietica e che si intensificò quando fu evidente che Putin non aveva alcuna intenzione di trasformare il suo Paese in un protettorato anglo-americano. Già nel 2007, durante la “Conferenza di Monaco sulla politica di sicurezza” Putin avvertì americani ed europei che l’allargamento della NATO già avvenuto era vissuto a Mosca come un atto aggressivo e che un ulteriore allargamento avrebbe costituito una linea rossa superata la quale avrebbe richiesto una reazione russa. Ciò nonostante si sottovalutò quell’avvertimento, contando su una Russia debole che sarebbe stata costretta ad accettare, seppur di malavoglia, il fatto compiuto.

Luca Bagatin: Lei, in particolare, in un suo articolo (https://www.ore12.net/un-passo-nella-storia-da-quando-esiste-lucraina/), ha smentito – con profonde argomentazioni - il dogma dei cosiddetti governi occidentali che ritengono “intangibili in modo assoluto” i confini dell'Ucraina. Può spiegare ai lettori, brevemente, questo aspetto, che ha sia implicazioni storiche che geopolitiche?

Dario Rivolta: Ci sono due aspetti da considerare. Il primo riguarda il cosiddetto “diritto internazionale” che dovrebbe garantire la sovranità interna di ogni Paese e l’intangibilità dei confini. Questo concetto è usato dall’Occidente per condannare l’invasione russa dell’Ucraina, dimenticando però che i primi a violare tale assunto sono stati proprio gli Occidentali. Basterebbe ricordare il bombardamento della NATO contro la Serbia che fu condotto contro l’atteggiamento dell’ONU e dopo una finta negoziazione tenutasi in Francia a Rambouillet. L’allora nostro Ministro degli Esteri Lamberto Dini, che partecipò all’evento, mi disse che a lui fu subito evidente che si trattava di un finto tentativo di affrontare, negoziandolo, il problema della coesistenza di kossovari e serbi nella regione serba del Kossovo. Ciò a cui gli americani puntavano era in realtà ottenere da Milosevic un rifiuto alle condizioni, inaccettabili per ogni Stato sovrano, che gli venivano poste e giustificare così l’intervento bellico. Va inoltre aggiunto che tutta la stampa fu indottrinata per parlare di un “genocidio” in corso contro i kossovari, cosa già smentita dagli osservatori OCSE sul posto e poi definitivamente sconfessata dai medici internazionali inviati in loco a fine guerra per raccogliere possibili prove utili a processare i presunti responsabili. Altri esempi di violazioni da parte dell’Occidente del “diritto internazionale” precedenti all’invasione russa dell’Ucraina sono ciò che è stato fatto in Iraq e in Siria senza l’avallo dell’ONU. Dove stavano lì la “sacralità dei confini” e la non intromissione negli affari interni altrui? E i bombardamenti contro l’Iran? Il secondo aspetto riguarda proprio quanto, con lettura puramente storica, descrivo nell’articolo che lei cita. L’Ucraina come appare sulle carte geografiche fu inventata dai sovietici. Fino a quel momento si trattava di un territorio senza alcuna unica identità nazionale che ospitava popolazioni etnicamente e culturalmente diverse. Fu una politica staliniana quella di creare “repubbliche” composte da genti di varia nazionalità proprio per impedire che nascessero sentimenti nazionalistici comuni. La proibizione dell’uso della lingua russa in un Paese ove la “minoranza” è di almeno il 30% che si dichiara di etnia russa come la si vuol considerare?

Luca Bagatin: Coerentemente con le posizioni sostenute dal suo Presidente, Silvio Berlusconi, ma anche di moltissimi analisti geopolitici, fin dal 2014, lei ha sostenuto che l'allargamento della NATO ad Est e i tentativi di inglobare l'Ucraina nell'orbita occidentale, avrebbero finito per provocare la Russia. Così in effetti è stato. Come mai, secondo lei, moltissimi esponenti sia della politica che del mondo dei grandi media, ignorano o fingono di ignorare questo aspetto?

Dario Rivolta: Il conformismo per pavidità o per opportunismo non è nuovo tra i giornalisti e perfino tra i politici e non c’è da stupirsi. Se qualcuno volesse meglio capire come funziona nel concreto il fenomeno dovrebbe leggere un libro di un importante giornalista tedesco, Udo Ulfkotte: “Giornalisti comprati, Come i politici, i servizi segreti e l’alta finanza dirigono i mass media tedeschi” (ed. Zambon 2020). Il suo resoconto è focalizzato su ciò che accade in Germania ma il meccanismo è lo stesso anche da noi e negli altri Paesi europei. Purtroppo, dopo aver annunciato un secondo libro sull’argomento, quel giornalista è morto in età non certo avanzata.

Luca Bagatin: Come si immagina il futuro del conflitto russo-ucraino?

Dario Rivolta: Non sono preveggente ma tutto mi porterebbe a pensare che, qualora Trump riuscisse a superare gli ostacoli che i vari elementi del deep-State gli frappongono, chiuderà un accordo con Mosca imponendo le dimissioni di Zelensky, il controllo russo sul Donbass e la garanzia che l’Ucraina non entrerà mai nella NATO. È evidente che, qualora le cose andassero così, tale intesa sarà fatta sulle teste di noi europei e dobbiamo solo sperare che il risultato non sia che dovremo prenderci ciò che resta dell’Ucraina dentro l’Unione Europea. È il quadro peggiore per noi e capisco il perché a Bruxelles si cerchi di scongiurare l’intesa a due fingendo di voler davvero finanziare e nutrire la guerra “sino all’ultimo ucraino”. Nessuno crede davvero che la Russia possa essere sconfitta, ma Bruxelles sta cercando in questo modo di ritagliarsi un posto al tavolo della pace.

Luca Bagatin: E il futuro dell'UE? Ci potrebbe essere un rinnovato dialogo con la Russia?

Dario Rivolta: Ovviamente me lo auguro perché la Russia è un Paese culturalmente europeo ed economicamente converrebbe sia a noi che a loro. Tuttavia, il fatto che alla Commissione ci sia una Presidente molto moralmente discutibile, una responsabile dei rapporti internazionali che nessuno stima per l’intelligenza e uno pseudo- ministro della difesa che, come lei, proviene da Paesi totalmente marginali e noti solo per la loro russofobia non lascia sperare che i russi accettino alcuna trattativa con costoro. Purtroppo, se anche diventerà possibile, temo che non avvenga in un futuro molto vicino. Dal punto di vista politico molto dipenderà da chi saranno i politici che guideranno i Paesi europei nel prossimo futuro. Occorrono persone coraggiose e lungimiranti. Oggi non ne vedo agli alti livelli.

Luca Bagatin: Come mai, a suo avviso, mentre i politici della Prima Repubblica, quali ad esempio Bettino Craxi e Giulio Andreotti, avevano una visione multipolare e multilaterale, volta al dialogo e alla cooperazione con tutti i Paesi, pur mantenendo l'Italia nell'area Atlantica, quelli degli ultimi decenni (in particolare i post-comunisti, la sinistra DC e i post-missini) hanno finito per diventare una sorta di ultrà dell'Atlantismo, peraltro senza una visione pragmatica e lungimirante?

Dario Rivolta: Ricorda che fine hanno fatto Craxi e Andreotti? E Berlusconi? Noi europei siamo di fatto un “protettorato” americano. Distinguersi dai disegni politici di Washington è permesso solo per piccole cose e per breve tempo. Anche Meloni lo ha capito e così si spiegano i suoi comportamenti ben diversi da quelli annunciati ancor prima della campagna elettorale e, parzialmente, durante la stessa. Inoltre non va dimenticato che, Trump permettendo, gli USA sono il nostro secondo mercato di esportazione, subito dopo l’Unione Europea.

Luca Bagatin: Rispetto a solo qualche anno fa, per non parlare di qualche decennio fa, oggi il panorama informativo e il dibattito culturale sembra piuttosto votato alla censura e all'omologazione. Non so se lo percepisce tale anche lei. Sembra che oggi su alcuni argomenti, in particolare a livello internazionale, la si debba pensare tutti allo stesso modo e/o secondo un'unica narrazione. Il tifo da stadio, poi, sembra farla da padrone. Che ne pensa in merito?

Dario Rivolta: È esattamente ciò che lei dice. E non solo sui temi di politica internazionale, ma anche su questioni come il cambiamento climatico o il COVID.

Luca Bagatin: In gioventù lei fu liberale, legato al pensiero di Piero Gobetti. Oggi sembra che quel liberalismo, gobettiano, ma anche alla Ernesto Rossi, oltre ad essere spesso sconosciuto, si sia trasformato in qualcosa di lontano dal liberalismo classico. Penso a chi oggi si dice liberale, come alcuni noti esponenti politici, che mi appaiono più dei tifosi che dei liberali. Che ne pensa?

Dario Rivolta: Ho sempre ammirato la figura di Piero Gobetti e l’intelligenza di ciò che scriveva. Non sono però un liberale “liberista”. Credo piuttosto ad un liberalismo quale quello di Croce o, per molti aspetti, di Dahrendorf. Mi sento più vicino a Popper che a Von Mises e ho apprezzato la lettura di Socialismo Liberale di Carlo Rosselli. D’altra parte lei ha ragione nel ritenere che alcuni esponenti politici appaiono più “tifosi” che dei veri liberali. Mi domando anche se costoro sappiano davvero cos’è il liberalismo e se abbiano mai letto qualcuno dei testi considerati “classici”.

Luca Bagatin: Lei fu stretto collaboratore di Silvio Berlusconi fin dai tempi di Fininvest e, anni dopo, contribuì a far nascere Forza Italia. Cosa può dirci, sia di Silvio Berlusconi come uomo e politico, oltre che della stagione iniziale di Forza Italia?

Dario Rivolta: Berlusconi fu un eccezionale imprenditore, un uomo simpatico, intelligente e carismatico. Lavorare al suo fianco per me fu meraviglioso e professionalmente molto arricchente. Lui non fu mai un vero politico perché non ne aveva né la preparazione né la vocazione. Era però un “capo naturale”, sapeva affascinare i suoi interlocutori e ciò gli consentì di essere un Presidente del Consiglio piuttosto popolare nonostante gli italiani si divisero: o si stava “per lui” o “contro di lui”. Da “padrone” d’impresa sottovalutò la complessità di gestire uno Stato, realtà che, dovette scoprirlo, era molto più complicata che gestire dei dipendenti. Ciò nonostante, pur mancando su molte cose in politica interna, fece dei capolavori in politica estera proprio per il suo essere rimasto, in fondo, un imprenditore. Durante i suoi mandati le esportazioni italiane si moltiplicarono e il nostro Paese assunse una statura internazionale che mancava da un po’.

Luca Bagatin: Il suo libro “Al fianco di Berlusconi”, edito da FAS Editore, ha l'introduzione, oltre che dell'Ambasciatore Carlo Marsili, anche di Gianni De Michelis, che fu consigliere di Berlusconi, negli Anni 2000 e che anch'io ebbi modo di conoscere e di diventarne amico, in quegli anni. Pensa che una politica estera lungimirante come quella promossa da De Michelis, multilaterale e cooperante, sarà ancora possibile nel futuro, quantomeno per l'Europa?

Dario Rivolta: Come dicevo poco sopra, molto dipenderà dagli uomini che ci troveremo a guidare i nostri Paesi. Non ho però alcuna fiducia in questa Europa per nulla democratica che non è né carne né pesce. Non è una Federazione e nemmeno una Confederazione e, ancora peggio, si parla ora di togliere il vincolo dell’unanimità anche per decisioni importanti. Per un’organizzazione che non è affatto democratica ciò costituisce solo un rischio di ancora maggiore lontananza dalla popolazione. Una vera Europa Unita è una condizione sine qua non affinché Stati come il nostro (e perfino la Germania) non diventino dei paria mondiali. Occorrerebbe, invece, formare davvero una Federazione, su basi di sussidiarietà, che unifichi non solo i mercati, ma anche la finanza, gli esteri e la Difesa. Ciò è tuttavia impossibile, almeno per ora, a 27 componenti. È meglio tornare a 6, massimo 7 Stati. E avere politici intelligenti e lungimiranti.

Luca Bagatin

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mercoledì 26 agosto 2026

Ma quale riformismo? Dov'è finito il socialismo? Articolo di Luca Bagatin

  

Ho avuto modo di leggere l'articolo di Bobo Craxi su “Il Riformista” e Pensalibero del 26 agosto, dal titolo “Il riformismo oltre il Novecento” (https://www.pensalibero.it/il-riformismo-oltre-il-novecento/), che a sua volta si rifà all'editoriale del filosofo Luca Taddio (con il quale ebbi modo spesso di chiacchierare una ventina di anni fa circa, di persona, a Udine) del 21 agosto, apparso su “Il Riformista” (https://www.ilriformista.it/il-pd-e-il-problema-della-sua-identita-ocasio-cortez-scarica-la-prima-stagione-woke-schlein-e-il-cerchio-magico-adesso-cosa-saranno-526947/).

Gli articoli in questione nascono dalla discussione aperta negli USA relativamente alla cultura woke, sollevata da Alexandria Ocasio-Cortez e gli Autori allargano la riflessione al panorama italiano.

Entrambi gli Autori, innanzitutto, sembrano dare per scontato che, in Italia, il PD sia di sinistra e socialista.

Aspetti a mio avviso niente affatto scontati.

Anzi, il problema del woke nasce proprio da lì, ovvero dalla sostituzione della questione sociale con una concezione individualistica dell'emancipazione.

Quella che, nel mondo Occidentale, un tempo era sinistra o rappresentava ideali socialisti (giustizia e emancipazione sociale, sovranità nazionale, indipendenza economica), ha finito, dalla metà degli Anni '90 in poi, per annacquarsi nel liberalismo o liberal capitalismo, che, in certa misura, sembra essere esaltato proprio da Taddio nel suo articolo.

Liberal capitalismo che, insinuandosi e annacquando il socialismo, ha finito per distruggere i diritti sociali (dallo svuotamento di alcune delle principali conquiste dello Statuto dei lavoratori, alla promozione delle liberalizzazioni), fino al sostegno incondizionato alle guerre di aggressione a guida statunitense e NATO, dalla Jugoslavia al conflitto russo-ucraino, tutti aspetti ampiamente sostenuti in particolare dal PD e in gran parte dai suoi alleati.

Questo è avvenuto, in Italia, in particolare grazie ai vari Prodi, D'Alema, Bersani, Letta, Renzi e la Schlein non sembra più di tanto discostarsene.

In altri Paesi è avvenuto grazie agli pseudo laburisti alla Tony Blair e alla Keir Starmer; grazie agli pseudo socialdemocratici tedeschi alla Schulz; agli pseudo socialisti francesi alla Hollande e così via. Tutta gente che, guarda caso, ha perso inesorabilmente voti... in favore dell'estrema destra!

Anche negli USA, sedicenti progressisti come Clinton, Obama e Biden, hanno spinto sull'acceleratore delle guerre di aggressione. Bombardando peraltro Paesi laico-socialisti come la Siria e la Libia e inasprendo le sanzioni al Venezuela e a Cuba.

Dove sarebbe, dunque, questo presunto socialismo e questa presunta sinistra nelle file del “progressismo” Occidentale, che ha, anzi, ampiamente contribuito all'avvento dell'estrema destra?

Si dirà che sì, quel “progressismo” ha promosso i diritti civili, la cultura woke... tutte cose con le quali non si mangia; non ci si emancipa socialmente (perché un lavoratore si emancipa prima di tutto quando è proprietario del suo lavoro); non si costruisce una società evoluta e organizzata (perché sono state tagliate sanità, scuola, ricerca); non si fanno gli interessi del proprio Paese (specie quando si distruggono realtà come la Jugoslavia e la Libia, con le quali avevamo storici e ottimi rapporti e quando si rompono i rapporti con la Russia, sanzionandola e mandando armi all'autocrazia corrotta che vorrebbe combatterla).

In tutto ciò, come penso andavo dicendo a Taddio già vent'anni fa, Silvio Berlusconi fu infinitamente più di sinistra rispetto al caravanserraglio ulivista-piddino. Egli infatti, pur dichiarandosi liberale e anticomunista, ebbe spesso posizioni di politica estera, mediterranea, energetica e di rapporto con la Russia, molto più pragmatiche e vicine ad alcune componenti della tradizione nazionale e sociale del Centro-Sinistra storico della Prima Repubblica.

Peccato che nemmeno la classe dirigente che Berlusconi ha fatto crescere e alla quale ha dato un mestiere... abbia saputo e voluto seguirne le orme!

Taddio peraltro sottolinea come il PD sia partito nato principalmente “dall’incontro tra gli eredi del PCI e la cultura cattolico-democratica”. Due componenti che, direi, da molto tempo, avevano non solo abbandonato ogni parvenza di comunismo e di cattolicesimo di sinistra, ma avevano preferito avvicinarsi a un ultra-atlantismo fuori tempo massimo, pur di diventare alternative ad un PSI, quello di Bettino Craxi, che pur essendo storicamente atlantista, trattava con gli Stati Uniti d'America da pari e non come se l'Italia fosse una colonia.

Ciò, ovviamente, costò caro a Craxi... come peraltro ebbe per molti versi a scrivere nel suo “Parigi-Hammamet”, edito postumo da Mondadori, nel 2020.

Bobo Craxi, nel suo articolo, ribadisce che “il PD appartiene a pieno titolo oggi alla famiglia del socialismo europeo”, per quanto faccia notare che “L’ingresso del Partito Democratico nel Partito del Socialismo Europeo avvenne nel 2014, durante la segreteria di Matteo Renzi, e risolse in maniera forse troppo semplice una questione politica e culturale che veniva da molto più lontano”.

Ed aggiunge: “Dopo la caduta del Muro di Berlino, infatti, il problema si era già posto per gli eredi del Partito Comunista Italiano. Mio padre partecipò direttamente alla costruzione di quel passaggio: dopo la fine del comunismo sovietico sembrò naturale individuare nel socialismo europeo il terreno sul quale potesse avvenire l’incontro tra tradizioni che per decenni erano state divise”.

Diciamo innanzitutto che, già nel 2014, il Partito del Socialismo Europeo, nei fatti e nei programmi, di socialista non aveva pressoché più nulla.

Quanto a Matteo Renzi, le sue principali politiche sono la dimostrazione di come egli appartenga al fronte di quel liberalismo economico che subordina la politica sociale alle dinamiche del mercato e concepisce l'individuo prevalentemente come soggetto economico e consumatore, piuttosto che a quello del socialismo. E ciò in particolare con l'introduzione di quel Jobs Act che svuotò di significato il socialista Statuto dei Lavoratori promosso da Brodolini e introdusse maggiore flessibilità nel mercato del lavoro, incentivando ulteriormente la precarietà dei lavoratori.

Vero che Bettino Craxi si adoperò affinché l'allora PDS entrasse nel PSE e, con il PSI, andasse a costituire il partito dell'”Unità Socialista”. Cosa che nei fatti non avvenne. Anzi, sappiamo bene come il PDS si sia posto ancora una volta sul fronte della caccia al socialista, al craxiano, a quello che da costoro veniva definito “ladro”, con tanto di lancio di monetine.

Dove stia, dunque, nei fatti, il socialismo nelle fila del post-comunismo italiano, rivendutosi al liberal capitalismo e all'ultra atlantismo, davvero non sappiamo.

Bobo Craxi, nel suo articolo scrive poi: “È anche dentro questa storia irrisolta che nasce, molti anni dopo, il Partito Democratico. Taddio pone un’alternativa difficile da eludere: o il PD sceglie di essere un partito socialista o socialdemocratico, oppure deve tornare all’ambizione originaria di essere la casa di un riformismo capace di andare oltre i confini tradizionali del socialismo”. E aggiunge: “È questa seconda possibilità che mi sembra oggi la più interessante”.

E qui, mi permetterei di dire: ma questo fantomatico “riformismo” di cui parlate (termine rifiutato tanto da Filippo Turati quanto da Giuseppe Saragat – che parlavano di gradualismo - e che non ho mai sentito spesso pronunciare nemmeno da Bettino Craxi), non sarà esattamente il liberal capitalismo assoluto di cui ho precedentemente fatto menzione? Ovvero il trionfo dell'individualismo borghese, magari al guinzaglio degli USA, in luogo dell'emancipazione sociale, della sovranità nazionale e dell'indipendenza economica, ovvero del socialismo (rettamente inteso e senza equivoci)?

Bobo Craxi prosegue affermando anche “dobbiamo chiederci se l’elaborazione teorica del socialismo novecentesco sia ancora sufficiente per comprendere e governare il mondo nel quale siamo entrati”.

Quindi, il socialismo, non sarebbe più valido? Dobbiamo sostituirlo con il liberal capitalismo individualista?

Nel suo articolo parla del digitale, dell'intelligenza artificiale, dell'automazione che “stanno trasformando il lavoro e i rapporti di produzione”.

Vero. E da molto tempo questi fenomeni vanno e andrebbero governati. Non come fanno in un Occidente, senza criterio e lasciando tutto in mano alle multinazionali private dei social, delle app, delle IA, ma proprio attraverso il SOCIALISMO.

Come fa la Repubblica Popolare Cinese, con pragmatismo e razionalità, come ci ha spesso ricordato il prof. Giancarlo Elia Valori, forse fra i primi in Italia e Europa a parlare sia di intelligenza artificiale che delle conquiste economiche e sociali della Cina socialista, che da tempo ha gettato le basi per un uso inclusivo e controllato dell'IA.

Cina socialista, peraltro, già esaltata dall'ottimo Ministro degli Esteri Gianni De Michelis, che aveva individuato, come Bettino Craxi del resto, che il futuro sarebbe stato l'economia socialista di mercato promossa in Cina da Deng Xiaoping.

Quindi? Il socialismo non va più bene? La Cina e le altre realtà dell'Asia dell'Africa e dell'America Latina, non hanno affatto abbandonato il socialismo novecentesco. Non hanno introdotto sciocchezze woke, non hanno abdicato alla loro sovranità nazionale, ma hanno semplicemente adottato un'economia di mercato sottomettendola alle esigenze della comunità.

Ovvero hanno applicato i principi del socialismo. Con pragmatismo e razionalità.

Senza perdersi in ideologismi individualistico egoistici, tipici di un Occidente che è sempre più allo sbando e in cui la politica e il settore pubblico hanno abdicato il loro ruolo e lasciato spazio a gente come Musk e Peter Thiel. E a un'UE che dà credito a soggetti come Mario Draghi e Ursula Von Der Leyen, che ci hanno condotti verso una nuova guerra e verso nuovi dazi e che ha finito per innalzare muri, anziché promuovere dialogo, cooperazione, sviluppo, come fanno i Paesi BRICS e in particolare leader lungimiranti quali il brasiliano Lula da Silva e Xi Jinping.

Negli USA l'area che si definisce socialista democratica sembra, forse, aver compreso tutto ciò. E i giovani statunitensi sembrano guardare a una qualche idea di socialismo. Un socialismo che nel loro Paese è storicamente pressoché perseguitato, mascherato, vilipeso, come sta accadendo da molto tempo anche in Europa.

Di questo, penso, occorrerebbe parlare.

Non di fantomatici “riformismi” o di “liberalismi” che parlano di libertà astratte e esteriori, dimenticando che, senza responsabilità, senza comunità, senza giustizia sociale, senza indipendenza economica, non ci può essere alcuna libertà.

Quanto al PD, stenderei un velo pietosissimo, come sempre. Le sue proposte liberal capitaliste alimentano unicamente i voti nei confronti dell'estrema destra. Il PD e i suoi alleati non sono né di sinistra, né socialisti.

Che è quanto manca all'Italia dal 1993 ad oggi: un'area socialista e di sinistra, come quella in Spagna con Pedro Sanchez e Pablo Iglesias; in Francia con Jean-Luc Mélenchon e i bonapartisti di sinistra; in Germania con Sahra Wagenknecht; in Gran Bretagna con Jeremy Corbyn, Zack Polanski e George Galloway; in Slovacchia con Robert Fico e Peter Pellegrini; in Bulgaria con Rumen Radev; in Moldavia con Igor Dodon e i socialisti moldavi...

Un'area che spazzi via ogni forma di liberal capitalismo, di servilismo nei confronti di Paesi stranieri, di ipocrisia. E che ricostruisca forme, come già ho spesso scritto, di comunità organizzata e ordinata, giustizia e emancipazione sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica.

Ciò sarà possibile? La vedo dura e pressoché impossibile, specie in questi tempi oscuri e di tetra censura.

Luca Bagatin

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lunedì 24 agosto 2026

«Liberate Bogdan Syrotiuk»: l'appello dell'attivista pro-Assange Maxine Walker per il giovane socialista ucraino. Articolo di Luca Bagatin

  

Come avevo già scritto alcuni giorni fa (https://amoreeliberta.blogspot.com/2026/08/bogdan-syrotiuk-15-anni-di-carcere-in.html), il giornale socialista statunitense World Socialist Web Site (WSWS) ha lanciato una petizione (https://www.wsws.org/en/special/pages/freebogdan.html) e un appello per la liberazione di Bogdan Syrotiuk, giovane attivista socialista ucraino, membro dell'organizzazione giovanile trotskista Giovane Guardia dei Bolscevichi-Leninisti (Young Guard of Bolshevik-Leninists (YGBL), condannato in Ucraina a 15 anni di carcere.

In merito, come riportato dal WSWS, è intervenuta anche Maxine Walker, socialista britannica già membro di spicco del Julian Assange Defence Committee, ove ha svolto un ruolo di primo piano nella campagna internazionale a sostegno della liberazione del giornalista libertario Julian Assange, fondatore di WikiLeaks.

Maxine Walker, nel suo appello (https://www.wsws.org/en/articles/2026/08/23/vqmz-a23.html), fra le altre cose, ha scritto: La condanna a 15 anni di reclusione di Bogdan Syrotiuk deve essere condannata da tutti i socialisti, gli antimperialisti e coloro che combattono per la verità e la giustizia. Dobbiamo lottare per la sua liberazione e mobilitare il sostegno a suo favore. È stato condannato per alto tradimento per sei articoli pubblicati sul World Socialist Web Site in cui si opponeva alla guerra in Ucraina istigata dalla NATO”.

Ed ha aggiunto: “Il caso di Bogdan offre una rara opportunità di sbirciare dietro l'impenetrabile muro di silenzio e propaganda che le nazioni della NATO hanno eretto attorno al regime corrotto e fascista dell'Ucraina. Questo regime è stato instaurato dagli Stati Uniti e da altre nazioni occidentali con il colpo di stato del 2014 contro il governo eletto democraticamente dell'Ucraina. Le potenze della NATO hanno celebrato l'Ucraina come una coraggiosa democrazia. Quando la Russia, dopo anni di negoziati falliti e numerose provocazioni da parte della NATO, ha avviato la sua operazione militare nel 2022, la narrativa anti-russa è stata alimentata in modo isterico e miliardi di dollari sono stati investiti per armare e sostenere l'Ucraina. Attualmente, gli attacchi con droni e missili in profondità nel territorio russo, con armi fornite dalla Gran Bretagna e da altre potenze della NATO, rappresentano una pericolosa escalation”.

Maxine Walker ha spiegato come Bogdan Syrotiuk abbia preso una posizione “di principio e coraggiosa” opponendosi sia “all'imperialismo della NATO” che “al regime fantoccio di Zelensky”, che “all'offensiva militare di Putin, contrapponendo alla guerra e al nazionalismo l'unità di classe dei lavoratori ucraini e russi”.

L'attivista socialista britannica ha altresì aggiunto che “La tanto decantata "democrazia" ucraina non ha tenuto elezioni dal 2019; si è ritirata dagli obblighi previsti dall'articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che tutela la libertà di espressione; nel 2019 ha istituito una nuova festa nazionale in onore del fascista Stepan Bandera, che aveva guidato un'organizzazione i cui membri combatterono al fianco dei nazisti contro l'Armata Rossa sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale e furono responsabili dell'Olocausto nazista, massacrando decine di migliaia di ebrei e polacchi; nel 2022 ha messo al bando 11 partiti di opposizione, tra cui il partito maggiore e diverse organizzazioni di sinistra, e ha privato molti sindacati dei loro diritti”. E, ricordando la vicenda Assange ha sottolineato che “I governanti delle nazioni occidentali stanno intensificando l'attacco ai diritti democratici contro le proprie popolazioni. Abbiamo avuto un assaggio di ciò che sarebbe accaduto quando Julian Assange e WikiLeaks hanno smascherato i crimini di guerra degli Stati Uniti e di altri paesi imperialisti. Assange fu braccato senza sosta, sorvegliato illegalmente nell'ambasciata ecuadoriana dove in precedenza aveva cercato rifugio, perseguitato e infine imprigionato nell'inferno del carcere di Belmarsh. Rischiava l'estradizione negli Stati Uniti e una possibile condanna a 175 anni. La sua salute era quasi compromessa. I media lo diffamavano e lo deridevano incessantemente. Abbiamo fatto campagna per Assange nelle strade e abbiamo scoperto che la classe operaia aveva una chiara comprensione del suo caso e delle ingiustizie che aveva subito. Abbiamo sentito ripetutamente dire: "È stato incastrato". La campagna avvertiva che Assange era il canarino nella miniera di carbone e che chiunque si opponesse seriamente e danneggiasse gli interessi imperialisti avrebbe subito un trattamento altrettanto illegale. Assange ha infine ottenuto la libertà grazie a una dura campagna e a ottimi avvocati. Ma quell'avvertimento di una repressione sempre più profonda si è rapidamente avverato”.

Maxine Walker ha concluso il suo appello sottolineando come Il mese scorso, il 66% degli ucraini intervistati da Gallup ha dichiarato che il Paese dovrebbe cercare una pace negoziata. Finora, questo sentimento è stato in gran parte messo a tacere politicamente dalla messa al bando dell'opposizione e dal timore di violente rappresaglie. Con il protrarsi della guerra, le voci di dissenso si faranno più forti. Bogdan, in quanto rara e coraggiosa voce socialista che si esprime pubblicamente, ha subito le conseguenze dell'insicurezza e della rabbia del regime. È un prigioniero politico e occorre mobilitare una vasta campagna a suo sostegno. Ha messo a repentaglio la sua vita e l'obiettivo deve essere la sua liberazione. Non ci si può accontentare di meno”.

Luca Bagatin

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mercoledì 19 agosto 2026

Bogdan Syrotiuk, 15 anni di carcere in Ucraina: la repressione del dissenso socialista nello spazio post-sovietico. Articolo di Luca Bagatin

 

Bogdan Syrotiuk è un giovane socialista, membro dell'organizzazione giovanile trotskista Giovane Guardia dei Bolscevichi-Leninisti (Young Guard of Bolshevik-Leninists (YGBL)).

Organizzazione politica socialista, anticapitalista, anti-stalinista e anti-autoritaria, attiva in molte repubbliche post-sovietiche fra le quali l'Ucraina e la Russia.

Bogdan Syrotiuk fu arrestato il 25 aprile 2024 dai servizi di sicurezza ucraini, accusato di “alto tradimento” per: “mancato riconoscimento della leadership politica ucraina legittimamente eletta e dei processi democratici”, “valutazioni negative delle forze armate ucraine” e “reinterpretazione di eroi nazionali e figure storiche”.

Il 10 agosto scorso egli è stato condannato a 15 anni di carcere, alla confisca dei suoi beni e dei documenti programmatici del movimento socialista di cui è membro.

Bogdan Syrotiuk viene sostanzialmente condannato perché – nei suoi articoli, pubblicati sul World Socialist Web Site (WSWS), quotidiano d'informazione marxista e trotskista statunitense – ha criticato apertamente il Presidente ucraino Zelensky, il cui mandato è formalmente scaduto nel maggio 2024 (Presidente che, peraltro, ha disposto la sospensione e successivamente il divieto di numerosi partiti di opposizione, tra cui diverse formazioni socialiste e di sinistra, ovvero il Partito Socialista d'Ucraina, i Socialisti, il Partito Socialista Progressista, l'Unione delle Forze di Sinistra e l'Opposizione di Sinistra, accusandoli di essere “filo-russi”, oltre al fatto che il Partito Comunista era già stato messo al bando nel 2015); si è detto non d'accordo con la guerra in corso e per aver scritto che i cosiddetti “eroi nazionali” sono, come nei fatti effettivamente sono, figure e organizzazioni dell'ultra-nazionalismo ucraino del periodo della Seconda Guerra Mondiale, che collaborarono con la Germania nazista e furono coinvolte, in misura e con responsabilità differenti, nella violenza contro civili, ebrei e polacchi.

Da aggiungere, peraltro, che gli articoli oggetto della condanna penale a Syrotiuk - come evidenziato anche dalla documentazione pubblicata dal WSWS - condannano esplicitamente sia il regime di Putin che l'intervento militare russo in Ucraina.

Esattamente in linea con le posizioni della Giovane Guardia dei Bolscevichi-Leninisti, che pongono sullo stesso piano il nazionalismo ucraino e il regime putiniano. Entrambi, peraltro, di destra, più o meno estrema.

Il World Socialist Web Site (https://www.wsws.org), il cui Presidente del comitato editoriale è David North, Segretario del Socialist Equality Party – partito socialista trotskista statunitense - ha lanciato una campagna di mobilitazione per la liberazione di Bogdan Syrotiuk.

David North ha peraltro scritto al New York Times, chiedendo di occuparsi del caso, ma è rimasto ancora senza risposta.

Se la repressione dell'attività politica contro la guerra in Russia merita un'ampia copertura giornalistica – e certamente la merita – allora la condanna di un socialista ucraino a 15 anni di carcere per attività che includono la pubblicazione di articoli contro la guerra merita un esame altrettanto approfondito”, ha scritto North, come si legge sulle pagine del WSWS del 17 agosto scorso, riferendosi ai servizi giornalistici del New York Times, che non hanno minimamente parlato del caso di Bogdan Syrotiuk.

Come, del resto, non ne hanno parlato nemmeno gli organi di stampa nostrani e dell'UE (sic!).

L'arresto e la condanna di Bogdan Syrotiuk ricordano molto il caso di Sergey Udaltsov, leader del Fronte di Sinistra che venne condannato in Russia, a 6 anni di carcere, il 25 dicembre 2025.

Ironia della sorte, condannato proprio nei giorni che ricordano la dissoluzione dell'URSS, quel tragico 25 dicembre 1991, che trasformò la Russia e le Repubbliche post-sovietiche nella terra delle oligarchie, delle mafie e dell'estremismo e ultra-nazionalismo di destra.

Sergey Udaltsov venne condannato con l'accusa di aver pubblicato, sul sito del Fronte di Sinistra, nel 2023, due articoli dal titolo “Come i marxisti sono diventati terroristi. Gli attivisti di Ufa languiscono in prigione da un anno con accuse assurde” e “Smettete di perseguitare i comunisti! Il Fronte di Sinistra ha tenuto una manifestazione a Mosca in difesa dei prigionieri politici”.

Entrambi articoli in difesa del circolo marxista di Ufa, i cui componenti sono stati arrestati e condannati a pene detentive dai 16 ai 22 anni, con l'accusa di “terrorismo”.

Egli, durante l'udienza in tribunale, aveva dichiarato, relativamente ai suoi articoli in difesa dei componenti del circolo marxista di Ufa che: “C'è stata una sostituzione di concetti. Non sono per un'assoluzione, ma rilevo dubbi sulla loro colpevolezza: questo è ciò che contengono tutte le mie pubblicazioni. E ora dubito della loro colpevolezza e ho il diritto di farlo, perché il verdetto non è ancora entrato in vigore”.

Nel mondo post-sovietico, diventato liberal-capitalista, tanto quanto in quello Occidentale, dunque, la caccia al socialista e al comunista rimane sempre presente.

A vario titolo, a vario modo.

In gran parte delle Repubbliche post-sovietiche, dai Paesi Baltici all'Ucraina (ma anche in Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca), i Partiti Comunisti e in generale di sinistra, sono stati pressoché messi al bando o marginalizzati (e gli attivisti spesso perseguitati). In Russia vengono spesso perseguitati o, quantomeno, tenuti a bada. Anche se, a differenza dell'Ucraina, possono quasi tutti presentarsi alle elezioni (tranne, purtroppo, “L'Altra Russia di Eduard Limonov”, come ho spesso avuto modo di scrivere).

Tutto ciò, ai nostri organi di stampa e al personale politico, sembra non importare.

La “libertà” e la “democrazia” vanno sempre bene... a parole. Purché non ci siano di mezzo socialisti e/o comunisti. Perché giustizia e emancipazione sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica, sono tutte considerate delle bestemmie in contrasto con il dogma liberal capitalista e guerrafondaio!

Luca Bagatin

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martedì 18 agosto 2026

La Repubblica Popolare Cinese contro il neo-militarismo giapponese. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 15 agosto scorso, esponenti del governo giapponese, fra i quali il Ministro della Difesa, Shinjiro Koizumi, si sono recati presso il santuario di Yasukuni - nel quale sono commemorati anche 14 criminali di guerra di classe A - proprio il giorno nel quale ricorreva l'81esimo anniversario della resa del Giappone militarista e nazionalista nella Seconda Guerra Mondiale.

Il Primo Ministro del Giappone Sanae Takaichi, che ha spesso visitato il santuario prima di diventare Premier, ha peraltro inviato un'offerta rituale.

Tali eventi hanno suscitato le proteste della Repubblica Popolare Cinese, espresse anche attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri, Lin Jian.

Evitando di riflettere sulle lezioni della Storia nel suo discorso e minimizzando la responsabilità dell'aggressione, Sanae Takaichi ha fatto un grave passo indietro sulle questioni storiche, rivelando ancora una volta le sinistre intenzioni dell'amministrazione Takaichi di insabbiare, distorcere e ripulire la storia dell'aggressione, il che ha suscitato forti condanne e un'ampia opposizione da diverse parti”, ha dichiarato il portavoce cinese.

Egli ha stigmatizzato la commemorazione del governo giapponese, in particolare perché ha reso omaggio a figure che hanno commesso crimini di guerra. Crimini che, non va dimenticato, sono paragonabili a quelli del Terzo Reich, contro i popoli occupati e aggrediti, fra i quali quello cinese.

Lin Jian ha sottolineato come quest'anno, non solo ricorra l'81esimo anniversario della vittoria nella Guerra di Resistenza del Popolo Cinese contro l'Aggressione Giapponese e nella Guerra Antifascista Mondiale, ma anche l'80esimo anniversario dell'apertura del Processo di Tokyo.

Processo che, dal 1946 al 1948, fu chiamato a giudicare i crimini di guerra e contro l'umanità commessi dall'Impero del Giappone.

Egli ha fatto presente come occorra affrontare la Storia e trarne insegnamento, anziché ripetere gli errori del passato, dissuadendo il governo giapponese dall'imboccare la via di un nuovo militarismo.

Esortiamo ancora una volta i responsabili politici giapponesi ad ascoltare seriamente le voci di giustizia provenienti dal Giappone e dalla comunità internazionale, a riflettere profondamente sulle proprie responsabilità, a rompere definitivamente con il militarismo e ad astenersi dal proseguire sulla strada sbagliata”, ha affermato il portavoce del Ministero degli Esteri cinese.

Luca Bagatin

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lunedì 17 agosto 2026

I 100 anni di Jiang Zemin: Xi Jinping ne rilancia l'eredità riformista. Articolo di Luca Bagatin

 

Lunedì 17 agosto, il Presidente della Repubblica Popolare Cinese e Segretario del Partito Comunista Cinese (PCC), Xi Jinping, ha reso omaggio all'ex Segretario Generale del Partito Comunista Cinese (PCC) e Presidente della Repubblica Popolare Cinese Jiang Zemin, che avrebbe compiuto 100 anni.

Presso la Grande Sala del Popolo, a Pechino, il Presidente Xi ha affermato “Rendiamo grande omaggio ai suoi straordinari successi e impariamo dal suo nobile comportamento”.

Egli ha elogiato la dedizione di Jiang Zemin agli ideali comunisti e ha sottolineato come il suo punto di vista contribuì a forgiare il cammino di riforme e apertura e a sviluppare l'economia cinese.

Xi ha altresì sottolineato come l'opera di Jiang Zemin sia stata volta ad elevare il tenore di vita dei cittadini cinesi e ha elogiato i suoi sforzi nel promuovere innovazioni in ambito istituzionale, teorico, scientifico, culturale e tecnologico.

Egli ha altresì spiegato che la sua guida ha permesso l'entrata della Cina nell'Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001 (grazie anche al ruolo decisivo del premier Zhu Rongji) e contribuito a promuovere lo sviluppo di un mondo multipolare e una globalizzazione economica inclusiva.

Jiang Zemin, morto a Shanghai il 30 novembre 2022, a 96 anni, fu Segretario Generale del Partito Comunista Cinese (PCC) dal 1989 al 2002 e Presidente della Repubblica Popolare Cinese dal 1993 al 2003.

Erede politico della stagione di riforme inaugurata da Deng Xiaoping, Jiang Zemin fu il principale esponente della terza generazione della leadership cinese.

Nato nel 1926 a Yangzhou, nel 2000 elaborò la teoria delle “Tre Rappresentatività”, che delineò il nuovo ruolo del PCC, rendendolo, sostanzialmente, un partito interclassista e aperto a tutte le categorie della società, comprese le forze produttive, culturali e artistiche.

Nel corso degli Anni '90 introdusse riforme fiscali, che stabilirono una distinzione fra imposte locali e nazionali, oltre che rafforzò la legislazione in ambito societario, rafforzando lo spirito imprenditoriale delle imprese, adeguandolo al management moderno.

Durante i suoi mandati venne ulteriormente rafforzato il ruolo dell'economia privata all'interno della “economia socialista di mercato”, mentre la tutela costituzionale della proprietà privata sarebbe stata ulteriormente rafforzata nel 2004. Tutto ciò, frenando le spinte all'individualismo selvaggio e correggendo gli aspetti più deleteri dell'economia capitalista occidentale, in primis la disoccupazione.

Nel 1998 lanciò la campagna delle “Tre Attenzioni”, ovvero: “prestare attenzione allo studio”; “prestare attenzione alla politica”; “prestare attenzione alla rettitudine”, campagna che avrebbe dovuto ulteriormente modernizzare il “socialismo con caratteristiche cinesi” lanciato da Deng Xiaoping nel corso degli Anni '80, oltre che frenare le spinte all'immoralità e alla corruzione, generate dall'individualismo, causato dall'eccessivo benessere economico che stava pervadendo la Cina di quegli anni.

La lotta alla corruzione fu, infatti, uno degli aspetti fondanti della politica portata avanti dall'amministrazione guidata da Jiang Zemin.

In politica estera, Jiang Zemin lanciò la prospettiva di un mondo multipolare che, nel rispetto delle reciproche differenze, cooperasse al fine di mantenere equilibrio all'interno della comunità internazionale. Un sistema atto, in sostanza, a mantenere pace e prosperità nel mondo. Tale posizione è peraltro ancora oggi alla base della politica estera della Cina guidata da Xi Jinping.

Nell'ambito della commemorazione, il Presidente Xi Jinping ha affermato: “Nel nuovo cammino, dobbiamo essere pronti a resistere a forti venti, acque agitate e persino a tempeste pericolose, salvaguardare con fermezza la sovranità nazionale, la sicurezza e gli interessi di sviluppo e continuare a scrivere un nuovo capitolo nei miracoli della rapida crescita economica e della stabilità sociale a lungo termine”.

Luca Bagatin

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Un ricordo di Zemfira Sulejmanova, attivista de "L'Altra Russia di Eduard Limonov". Articolo di Luca Bagatin

 

Il 15 agosto è ricorso il quarto anniversario della tragica morte di Zemfira Sulejmanova, militante del partito nazionalbolscevico “L'Altra Russia di Eduard Limonov”, fondato dallo scrittore dissidente russo Eduard Limonov (1943 - 2020), dalle ceneri del Partito NazionalBolscevico, unico partito politico ad essere stato ingiustamente messo fuorilegge in Russia, nel 2007, con l'infondata accusa di “teppismo”. Accusa e messa al bando sconfessata dalla sentenza del 2021 della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo, che ha considerato la messa al bando del partito di Limonov una violazione dei diritti umani.

Nata nel 1997, Zemfira Sulejmanova, era un'attivista di Nižnij Novgorod, oltre che aspirante giornalista.

Stava portando aiuti umanitari e seguendo, da reporter, il conflitto russo-ucraino, per il canale WarGonzo, fondato da alcuni militanti del partito di Eduard Limonov e chiaramente ispirato al “giornalismo Gonzo”, ideato dal giornalista e scrittore statunitense Hunter S. Thompson (1937 - 2005).

Il minibus sul quale Zemfira viaggiava, è esploso sopra a una mina anticarro ucraina, sganciata da un drone, nei pressi di Donetsk, il 15 agosto 2022.

Non c'è stato più nulla da fare per la ragazza, che, senza un braccio e le gambe, è sopravvissuta solo altre cinque ore.

Zemfira Sulejmanova, come la gran parte degli attivisti del partito di Limonov, non solo era giovane e affascinante, ma era anche un'artista.

E' sempre stata molto attiva nelle campagne anti-governative e, con vari video ironici e artisticamente accattivanti, sui social network (in particolare TikTok) – molto visualizzati - aveva denunciato il regime di Putin e la mancanza di elezioni effettivamente libere (A “L'Altra Russia di Eduard Limonov”, partito di sinistra patriottica, ad esempio, è sempre stato vietato di presentare liste elettorali ed ancora oggi i suoi attivisti vengono arrestati).

Allo stesso tempo, come Limonov denunciò a partire dal 1992, puntava il dito contro il nazionalismo ucraino e quello di tutte le repubbliche post-sovietiche, animato dall'odio nei confronti dei russi.

Limonov, che peraltro visse in gioventù nelle zone dell'attuale conflitto, come scrisse nel saggio “Anatomia dell’Eroe”, pubblicato nel 1997, temeva (e fu profetico) che in Ucraina sarebbe accaduta una situazione simile al conflitto nell’ex Jugoslavia, ove i nazionalismi di estrema destra sarebbero scoppiati e i russi, in quei territori, sarebbero stati repressi.

Limonov, nel voler proteggere i russi nelle Repubbliche post-sovietiche (non solo in Ucraina, ma anche in Kazakistan, Estonia, Lettonia, Lituania, Bielorussia ecc…), auspicava anche delle rivoluzioni popolari di matrice socialista, che avrebbero dovuto rovesciare il regime liberal-capitalista di Vladimir Putin, a Mosca.

E avrebbe voluto ricostituire l'URSS, attraverso il socialismo popolare, non burocratico, dal basso, come nelle idee dei primissimi Soviet leninisti.

In famiglia, Zemafira, che è sempre stata una ragazza estremamente coraggiosa, era chiamata “Xena”, in onore della regina guerriera della celebre, omonima, serie televisiva.

Le ultime immagini, prima della scomparsa, la ritraggono con un cane randagio che aveva incontrato nel corso del suo breve reportage e che stava salvando dalla guerra.

Aveva 25 anni. E li avrà per sempre.

Luca Bagatin

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