martedì 30 giugno 2026

Dai BRICS al Partito Comunista Cinese: il ruolo della Cina tra multilateralismo e sviluppo. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 23 giugno scorso, a Nuova Delhi, si è tenuto un importante incontro dei consiglieri per la sicurezza nazionale dei BRICS.

In tale occasione, nella capitale dell'India, il Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, che ricopre anche la carica di membro del Politburo del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (PCC), ha tenuto un importante discorso, nel quale ha ricordato che la cooperazione dei BRICS è un punto di forza fondamentale per la salvaguardia della pace globale, della promozione dello sviluppo e della difesa della giustizia.

Dobbiamo tenere alta la bandiera del multilateralismo, salvaguardare con fermezza gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e opporci inequivocabilmente all'unilateralismo e al protezionismo. In quanto avanguardia del Sud del mondo, i Paesi BRICS dovrebbero assumere un ruolo guida nel promuovere la giustizia e agire con equità, rafforzando il loro status e il loro ruolo negli affari internazionali”, ha sottolineato il Ministro Wang, il quale ha altresì aggiunto: “Dobbiamo combattere con fermezza ogni forma di terrorismo, opporci inequivocabilmente alla militarizzazione dello spazio extra-atmosferico, affrontare efficacemente le sfide globali in materia di energia e sicurezza alimentare, rafforzare la cooperazione sulle risorse minerarie strategiche e unirci per rispondere all'epidemia di Ebola in Africa”.

Nel suo discorso, il Ministro Wang ha spiegato come la centralità dei BRICS risiede nell'uguaglianza e nel mutuo vantaggio, mentre la sua forza risiede nell'unità e nell'assistenza reciproca.

Egli ha in particolare rimarcato come i BRICS e il Sud del mondo, in generale, “dovrebbero difendere la propria indipendenza, rafforzare la solidarietà e l'assistenza reciproca, condividere una maggiore conoscenza collettiva e coordinare azioni congiunte più incisive”.

Nel far presente che sarà la Cina, l'anno prossimo, ad assumere la presidenza dei BRICS, il Ministro Wang ha sottolineato l'importanza di rispettare sempre le norme internazionali, evitando “la legge della giungla”, come ha insegnato anche il conflitto in Iran e gli attacchi illegali di USA e Israele contro di esso.

Nel frattempo, la Repubblica Popolare Cinese, il 1 luglio si prepara a celebrare il 105esimo anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese (PCC).

Partito che fonda la propria organizzazione sul merito e sulla formazione politica, culturale e morale e che fu co-fondato dal riformatore sociale antimperialista Chen Duxiu (della cui biografia ho scritto nell'articolo leggibile a questo link: https://amoreeliberta.blogspot.com/2025/07/chen-duxiu-1879-1942-co-fondatore-e.html).

Un rapporto pubblicato in questi giorni dal Dipartimento dell'Organizzazione del Comitato Centrale del Partito, ha rilevato che nel 2025 gli iscritti ad esso contavano 101,28 milioni. Ovvero vi è stato un aumento di circa 1 milione di iscritti rispetto al 2024.

Nel rapporto si evidenzia che il 54,8% dei nuovi iscritti nel 2025 è in possesso di laurea o diploma di scuola superiore e l'84% ha un'età pari o inferiore a 35 anni.

Dal rapporto si evince anche che il numero delle donne è pari al 31,5% del totale (oltre 31,91 milioni di donne); che la percentuale degli iscritti appartenenti a minoranze etniche è del 7,8% (7,88 milioni di iscritti) e che il numero di operai e agricoltori rappresenta il 32,4% del totale.

Il Segretario Generale del PCC e Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, in questi anni, si è battuto con determinazione contro la corruzione interna al Partito, quale primo punto del suo mandato.

Egli ha altresì ricordato che il compito dei comunisti cinesi è quello di lavorare per la felicità del popolo cinese, porsi al servizio della comunità e rinnovare il Paese.

Luca Bagatin

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Soldi, scommesse, speculazione: il potere che governa il mondo e il declino della politica in Occidente. Articolo di Paola Bergamo

 

La politica, in Europa e non solo, attraversa una delle crisi più profonde della sua storia recente. Non è soltanto crisi di consenso, ma di leadership, trasparenza e autonomia.

Le recenti polemiche nate attorno alle presunte chat tra alcuni leader europei, tra cui spiccano Zelensky e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, finiti al centro dell’attenzione del Mediatore Europeo per questioni legate alla trasparenza istituzionale, rappresentano soltanto la punta dell’iceberg. Al di là dell’esito delle verifiche e delle responsabilità effettive, emerge un dato politico inquietante: l’impressione di un ristretto circuito decisionale nel quale pochi attori si confrontano, come membri di un club esclusivo, lontano dagli occhi dei cittadini, mentre le grandi questioni del continente vengono sottratte al dibattito democratico.

E del resto sono passati soli pochi anni dal Qatar-gate per cui la magistratura belga avviò una vasta operazione su gravi  episodi di corruzione, riciclaggio, e associazione criminale legati a tentativi di influenzare anche quelle poche decisioni che sono in capo al Parlamento Europeo. Fu scandalo che mise in risalto non tanto la corruttibilità e amoralità sempre dietro l’angolo di una singola persona, quanto piuttosto che vi è una criticità strutturale rapportabile al peso delle lobby, ai meccanismi di trasparenza e controllo interno nella stessa Unione Europea.

La prima domanda che mi sovviene, e che attiene al ruolo della stessa EU, è che se il Parlamento che dovrebbe rappresentare cinquecento milioni di cittadini può essere vulnerabile alle pressioni degli stati esteri, ai grandi interessi economici, alle speculazioni finanziarie, chi tutela davvero l’autonomia della politica in Europa?
Esiste ancora la politica?
E ancor più: è la politica a governare l’economia o ne è diventato un semplice braccio amministrativo?

L’Europa appare sempre più governata da una tecnocrazia che comunica con sé stessa, autoreferenziale, distante dai bisogni reali delle popolazioni.

Nel frattempo, la gente comune sperimenta un progressivo impoverimento materiale, culturale ed esistenziale. Crescono l’incertezza, la precarietà, il disagio sociale e l’infelicità collettiva. Eppure, questi fenomeni sembrano occupare spazio marginale nelle priorità delle classi dirigenti.

Viene allora spontanea una domanda: chi detta realmente l’agenda politica dell’Occidente contemporaneo?

Molti osservatori individuano nel capitalismo finanziario globale una forza capace di influenzare profondamente le scelte dei governi. Non più soltanto il tradizionale conflitto tra destra e sinistra, ma il predominio di interessi economici sovranazionali che attraversano indistintamente i diversi schieramenti politici.

Questo è il vero motivo per cui anche in Italia la disertazione delle urne è fenomeno in costante crescita, espressione di un cattivo stato di salute della democrazia.
Il voto di protesta premia l’urlatore di turno, il presunto rompi schema e anti-sistema, che si presenta puntuale a ogni tornata elettorale con promesse demagogiche. Si tratta di personaggi che promettono di sortire un cambiamento ma, una volta raggiunto il potere (che è stato permesso loro scalare), poi si inchinano e si adattano alle logiche dei grandi interessi economici e finanziari che dominano la scena globale e rinnegano quanto con sagace pseudo-pathos si è promesso poco prima dal palco del comizio plateale.

Le parole volano e lasciano spazio alla continuità delle politiche mentre quello che appariva come il coraggio della rottura si trasforma in prudenza e conformismo.
Urlatori di mestiere, imbonitori con più o meno classe, spesso in deficit di competenza e costrutti, una volta ascesa la scala del palazzo “scoprono” che esistono gerarchie invisibili alle quali occorre rendere “omaggio”.
Si possono forse ignorare in buona fede le cose?

Dietro i grandi gruppi industriali, siano essi attivi nel settore della difesa, della farmaceutica o dell’energia, compaiono spesso gli stessi grandi investitori istituzionali. Colossi come BlackRock, Vanguard e State Street, figurano tra i principali azionisti di numerosissime multinazionali operanti nei comparti strategici dell’economia mondiale.
Non si tratta necessariamente di un centro di comando unitario né di una regia occulta, ma certamente di una straordinaria concentrazione di capitale, di influenza e di potere che pone interrogativi democratici enormi sul nostro presente e futuro.

L’industria degli armamenti, ad esempio, beneficia di enormi flussi finanziari provenienti da fondi di investimento, ETF specializzati, fondi pensione e investitori istituzionali. L’aumento delle spese militari europee e della NATO ha generato nuove opportunità di profitto per i mercati finanziari.
Ma lo stesso fenomeno si osserva nel settore farmaceutico e in quello energetico. Gli stessi grandi gestori patrimoniali detengono partecipazioni significative nelle principali aziende dei tre comparti, creando una rete di interessi che travalica i confini delle singole industrie.

È qui che nasce la figura simbolica da me immaginata dei “Signori delle Tre S”: Soldi, Scommessa e Speculazione. Sono i Signori che governano i destini del mondo.
Per costoro la società non rappresenta una comunità da far prosperare, bensì un enorme mercato sul quale allocare capitali, massimizzare rendimenti e trasformare ogni crisi in opportunità economica per sé stessi.
Anche la guerra, in questa prospettiva, appare un gigantesco laboratorio, un ricco affare.
L’Ucraina, ad esempio, non è soltanto il teatro di un dramma umano e geopolitico immenso; è anche il contesto nel quale si sperimentano nuove tecnologie militari, sistemi di difesa avanzati, droni, satelliti, intelligenza artificiale applicata al combattimento e nuovi modelli industriali.

Gli Stati Uniti, del resto, non costituiscono un blocco monolitico. Esistono molte Americhe: quella della democrazia costituzionale, quella dell’innovazione scientifica, quella della società civile, ma anche quella del potente establishment finanziario e lobbistico che ruota attorno al complesso militare-industriale. Tutte queste Americhe hanno un solo Presidente e quello attuale sembra fantasioso, bizzarro nelle sue affermazioni contraddittorie, ma ogni qual volta proferisce verbo, convintosi di una missione anche messianica, sta di fatto che le borse volano e premiano questo o quel  magnate, magari pure amico.
Un sistema di interessi e cointeressenze che, come denunciava già Eisenhower nel suo celebre discorso del 1961, possiede una capacità di influenza enorme sulle decisioni pubbliche e sulla postura dei leader.

Chi per esempio trae profitto dalla produzione di armamenti e dalla loro continua evoluzione tecnologica difficilmente può considerare irrilevante un conflitto che offre possibilità di sviluppo, sperimentazione e mercato senza precedenti. Ecco quindi la difficoltà della Pace.

Naturalmente, ridurre la complessità del mondo contemporaneo a un’unica spiegazione sarebbe un errore. La realtà è sempre più articolata delle narrazioni ideologiche. Tuttavia, ignorare il peso crescente della grande finanza nelle dinamiche politiche sarebbe altrettanto ingenuo.

La vera questione resta un’altra: quale società immaginano i Signori delle Tre S?

Una società fondata sulla giustizia sociale, sulla solidarietà, sul benessere diffuso e sulla partecipazione democratica, oppure una società nella quale ogni aspetto dell’esistenza umana diventa oggetto di investimento, scommessa e speculazione?

Se la politica rinuncia alla propria autonomia e si limita a gestire gli interessi dei grandi flussi finanziari globali, allora la democrazia rischia di trasformarsi in una semplice procedura, svuotata della sua funzione originaria quel “non aggiungere al natural dolore” che Mario Bergamo, si affannava a predicare e perseguire con la propria azione politica di repubblicano sociale antifascista del ‘900.
Rapportando questo pensiero politico filosofico all’oggi significa che la politica deve rappresentare i bisogni, le speranze e le sofferenze delle persone comuni e agire in tal senso.

Forse la crisi della leadership in Occidente nasce dalla progressiva sostituzione della politica con la finanza, del cittadino con l’investitore, della comunità con il mercato.
Quando la politica smette di occuparsi della prosperità collettiva per inseguire esclusivamente gli imperativi della redditività, quando la politica rinuncia a essere lei a guidare l’economia e si limita a gestire ciò che i mercati ritengono conveniente, smette di immaginare il futuro e si limita a amministrare il presente.

La politica storicamente era lo spazio delle grandi visioni collettive: la costruzione dello Stato sociale, della scuola pubblica, dei diritti del lavoro, di una sanità universale, dei grandi progetti infrastrutturali, persino dell’idea stessa di Europa.
Oggi tutto si è invertito: non più la finanza al servizio di un progetto politico ma la politica a dover rassicurare continuamente i mercati, gli investitori, le agenzie di rating, i grandi flussi di capitale, gli speculatori.

Il problema quindi non è solo politico- sociale-economico ma è antropologico e culturale.
Se ogni decisione viene valutata in termini di rendimento, efficienza e competitività allora scompaiono domande profonde sul tipo di società da costruire, quale tipo di felicità umana si persegua, quale posto assegnare a lavoro, famiglia e cultura ma soprattutto quale eredità vogliamo lasciare alle generazioni future.

Forse la più tragica vittoria della finanza globale non consiste nell’aver conquistato i governi, ma nell’aver ristretto l’orizzonte dell’immaginabile. La politica non progetta più il domani: gestisce vincoli, rispetta parametri, rassicura investitori. Non costruisce il futuro, lo contabilizza.
E’ un continuo attentare all’utopia, alla filosofia e alla speranza collettiva.
Allora diventa essenziale porre una domanda aperta e che attraversa tutto il nostro tempo: chi ha il diritto di immaginare il futuro? I cittadini attraverso la politica o i grandi flussi di capitale attraverso la logica del rendimento?
E’ proprio quì che si gioca la crisi della democrazia contemporanea.

Paola Bergamo

https://www.centrostudimb2.eu 

domenica 28 giugno 2026

Nasce "Agorà", il movimento di Angelo D'Orsi, per dare una voce democratica al Paese. Articolo di Luca Bagatin

 

Amo i gatti neri. Ne avevo uno, Mirtillo, che per me è stato come un fratello.

I gatti neri sono simbolo di ribellione, anarchia, ma anche, sotto il profilo spirituale, di protezione e esplorazione del proprio inconscio.

Quando, sul manifesto della prima assemblea nazionale di "Agorà per l'Italia", il neo-movimento del prof. Angelo D'Orsi, tenutasi a Roma il 27 giugno scorso, ho visto che c'era disegnato un gatto nero con dei begli occhi rossi, avevo deciso che non sarei potuto mancare.

Non sono pertanto rimasto stupito nell'ascoltare – nel corso dell'assemblea - parole che risuonano dentro di me, fin da quando ero molto piccolo, la prima delle quali è “democrazia”.

E non sono rimasto stupito nel vedere – nella numerosissima platea - volti puliti e fieri e ritrovare amici quali Paolo Di Mizio, ex caporedattore e fra i fondatori del TG5 e Fabio Massimo Parenti, esperto di Repubblica Popolare Cinese, che spesso ho citato nei miei articoli e saggi.

Mi ha colpito molto ascoltare il prof. D'Orsi spiegare come egli sia stato ispirato, nella fondazione di questo movimento, da una sua amica scomparsa.

Il prof. D'Orsi ha una formazione politica molto diversa dalla mia. Lui si rifà a Gramsci, io mi rifaccio alla tradizione mazziniana, garibaldina, dannunziana, ma non meno eretica. Anzi. Forse anche di più.

E' forse per questo che, le sue parole e prospettive, non sono così distanti dalle mie. Ed è per questo che, forse, una nuova sintesi fra antichi valori sociali, non è così impossibile. Se si riparte dello studio e dall'approfondimento, senza pregiudizi, della Storia.

E questo egli ha detto: “Ho pensato di costruire un partito fondato sullo studio”.

Che è la base di tutto, direi.

Ma non solo.

Il prof. D'Orsi ha spiegato come, nelle sue brevi esperienze politiche come candidato di partiti di sinistra radicale, egli abbia ravvisato spesso egocentrismo e settarismo. Aspetti che anche io, nei partiti nei quali ho militato (molti anni fa), d'area verde, socialista e repubblicana, ho parimenti ravvisato.

Aspetti che hanno portato non solo noi, ma la stragrande maggioranza degli italiani, ad allontanarsi dalla politica partitica.

Occorre conoscere le ragioni della Storia”, ha spiegato il prof. D'Orsi. Ed ha ragione.

Senza la Storia non si può comprendere, ad esempio, le origini dell'attuale conflitto russo-ucraino, che, come ho spesso scritto, hanno origine dal crollo dell'URSS, causata da elementi interni ed esterni e che ha fatto ampiamente comodo a un Occidente liberale, ma molto poco democratico.

Senza conoscere le ragioni della Storia “si rischia di subire passivamente le scelte dall'alto”, ha giustamente spiegato il prof. D'Orsi.

E così, come è di fatto avvenuto e avviene da decenni, si finisce per rimanere sottomessi ai desiderata della dirigenza UE e a quella degli Stati Uniti d'America e dei loro Stati satellite, ad Est e in Medio Oriente.

Per cui, ha rilevato il prof. D'Orsi, si sanziona ampiamente la Russia, ma si tace sul massacro perpetrato dal governo israeliano contro la popolazione di Gaza.

Si danno armi a governi corrotti né UE, né NATO, ma, pur non dicendosi co-belligeranti, di fatto lo si è.

Il tutto in barba alla volontà popolare e, dunque, alla democrazia, come peraltro costituzionalmente la conosciamo o dovremmo conoscere.

Il prof. D'Orsi si è detto stupito da come tanti, a sinistra (o nella cosiddetta sinistra) si siano resi complici di ciò. Personalmente, di ciò, sono meno stupito, avendo abbandonato (e per sempre) il sedicente e pseudo centro-sinistra italiano nel 1999, quando il governo D'Alema autorizzò il bombardamento NATO contro la Repubblica Federale di Jugoslavia. Ultimo baluardo di socialismo nel Balcani. Socialismo completamente sconosciuto e estraneo al sedicente centro-sinistra italiano. E ricordo ancora come, diversamente, l'ex Ministro socialdemocratico, Luigi Preti, allora sostenitore di Silvio Berlusconi, si oppose fermamente allo smembramento della Jusoslavia, per la solita volontà di Bruxelles e Washington, come egli stesso ricordò e denunciò, sulle pagine di “Critica Sociale”, nel 1999.

Il prof. D'Orsi si è detto stupito della russofobia diffusa da tanti media, che arrivò persino a proibire corsi di russo e la possibilità di parlare di scrittori russi. E qui, a stupirci, credo, fra chi è autenticamente democratico e ha un pensiero completamente libero, siamo stati in tanti, nel 2022.

Egli ha anche spiegato come grande responsabilità la ebbe l'antistorica risoluzione del Parlamento Europeo del 2019, che volle equiparare nazismo e comunismo. Dimenticando gli oltre 20 milioni di sovietici che hanno liberato l'Europa dalla barbarie hitleriana.

Il prof. D'Orsi ha anche spiegato come, “grazie” (si fa per dire) alle autolesionistiche sanzioni contro la Russia volute dalla dirigenza UE, ci troviamo a pagare il gas più caro, importandolo dagli USA.

Come se non bastasse, ha aggiunto, il bilancio della difesa, in Italia è UE, è in aumento, a discapito di quello sanitario, sempre più privatizzato e smembrato, nel corso degli anni. Siamo passati, in sostanza, dal welfare al warfare.

E così egli ha spiegato, a mio avviso giustamente e con grande lungimiranza (ma anche profondo buonsenso e pragmatismo), che occorre invertire la rotta e puntare al benessere della comunità. Salvare vite, non diffondere morte.

Egli ha spiegato come la decisione di fondare il suo movimento, su sollecitazione di quella sua amica scomparsa, sia nata proprio dallo sdegno e dall'indignazione nei confronti di tutto ciò.

Di come sia diventata l'Europa e l'Italia a causa dei Draghi, delle Von Der Leyen e delle Lagarde.

E di come occorra, diversamente, recuperare quella democrazia autentica perduta, liberandoci dalla sudditanza dei potentati economici internazionali e dall'ingerenza di potenze straniere; lavorando per sostenere il mondo multipolare, promosso dai BRICS.

Restituendo, così, lo Stato al cittadino, come previsto dalla Costituzione della Repubblica italiana fin dal suo Primo Articolo.

Devo dire che il prof. D'Orsi mi ha commosso. Perché ciò che ha detto, lo penso e lo scrivo anch'io, da oltre dieci anni. Spesso censurato, da chi si erge a “liberale”, ma che probabilmente non ha mai letto Mario Pannunzio, Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini, Carlo e Nello Rosselli. Che furono i miei maestri nelle mie letture da diciottenne, ancora idealista.

Del prof. D'Orsi ho condiviso anche i punti nei quali ha parlato del manifesto di "Agorà", fra i quali la nazionalizzazione degli asset strategici del Paese (altro punto sul quale ho sempre spesso scritto); sull'abolizione del Jobs Act (che fu un vero insulto alla memoria delle riforme sociali del grande Ministro socialista Giacomo Brodolini) e dell'abolizione del finanziamento pubblico ai giornali.

Forse condivido meno l'idea di uscire dall'UE e dalla NATO. Nel senso che, come ho spesso rilevato, il problema non è tanto una unione di popoli europei in sé, quanto la sua dirigenza UE e il fatto che tale entità, non democratica, rappresenta una holding finanziaria ed è slegata, se non addirittura opposta, dalla volontà popolare e dalle necessità della popolazione europea.

L'UE, a mio avviso, in sostanza, andrebbe completamente riformata e democratizzata. Uscirne ha molto poco senso.

Quanto alla NATO, che dovrebbe in ogni caso avere esaurito il suo ruolo storico nei primi Anni '90, in realtà potrebbe – se anch'essa completamente riformata - diventare una alleanza militare globale, comprendente anche Russia e Cina e volta alla sicurezza e alla pace internazionale di tutti i popoli del mondo.

Su questo, penso, pragmaticamente, avrebbe invece senso discutere e lavorare.

L'impostazione di Angelo D'Orsi, in generale, il quale ha affermato che “Agorà non sarà l'ennesimo partitino di sinistra”, in generale, mi è piaciuta e mi ha ricordato per molti versi il piano sociale promosso da Giuseppe Saragat negli Anni '50: “Case, scuole e ospedali”, quando il PSDI aveva ancora una visione ancorata al socialismo autentico, vi era ancora l'oculata e onesta visione del Ministro Roberto Tremelloni e tutto non si era ancora annacquato nella partitocrazia e nella furberia.

Ho apprezzato molto anche l'intervento in video del prof. Franco Cardini, il quale ha affermato che, in questi tempi oscuri, occorrono due cose: il ritorno alla politica e alla moralità sociale.

Egli ha rimarcato il concetto che l'UE non rappresenta l'autentico progetto per la costruzione degli Stati Uniti d'Europa, i quali, diversamente, fuori da ogni subalternità, dovrebbero diventare l'ago della bilancia degli equilibri mondiali.

Il prof. Cardini ha rilevato anche che l'Italia ha perduto il senso del “vivere civicamente”, ovvero ha smesso di pensare alla propria comunità. E nel frattempo il mondo occidentale si sta sempre più impoverendo, con da una parte pochi ricchi e dall'altra moltitudini di comunità impoverite, anche culturalmente e intellettualmente.

Il prof. Cardini ha sottolineato anche come il sistema di potere occidentale stia franando, ma non ce ne rendiamo conto. Un sistema di potere gestito da una minoranza, che non rappresenta affatto la maggioranza dei cittadini che, infatti, non vanno più a votare.

Debbo dire che ho sottoscritto ogni sua parola, essendo fra coloro i quali, pressoché da vent'anni, non vanno più a votare. Il penultimo voto lo diedi ai "Socialisti Uniti" dell'amico Gianni De Michelis, per il quale feci campagna elettorale, alle europee del 2004. Presero il 2% ed ebbero due eletti. Ma, allora, non erano ancora stati introdotti gli antidemocratici sbarramenti.

Da quando, nel 2009, furono introdotti gli sbarramenti, smisi di andare a votare. Lo feci solo alle scorse europee, ma per dare un segnale, votando "Pace, Terra e Dignità" di Michele Santoro, che prese comunque il 2% (non ebbe eletti, causa sbarramento al 4%), con una prospettiva democratica e socialista, molto simile a quella di "Agorà".

E ho condiviso le sue riflessioni sull'Europa e sul fatto che la comunità non viene posta al centro, ma rimane attore passivo, passivizzato e marginalizzato. Utile solo a ratificare decisioni altrui e manipolata continuamente da media monolitici.

Molto interessante anche l'intervento dell'amico Paolo Di Mizio, il quale ha rilevato, da giornalista di lungo corso, come, quando iniziò la guerra russo-ucraina, iniziarono ad essere diffuse, da parte dei mass-media, un sacco di menzogne russofobiche e stravolgimenti della realtà dei fatti e ciò lo indignò e inquietò molto, al punto che mai si sarebbe aspettato che ciò potesse accadere. Il tutto come se fosse una cosa normale. Paolo ha spiegato anche come i mass media abbiano trattato in modo deformato e disinformativo anche la situazione a Gaza, in Medio Oriente e in Iran, il tutto ad uso e consumo della narrazione delle élite occidentali e dei loro alleati.

Altro intervento che ho apprezzato molto è stato quello dell'amico Fabio Massimo Parenti, che ha esordito con una frase emblematica: “L'unica cosa che ci è rimasta di collettivo è il disagio”. Quando, invece, ha aggiunto, occorre uscire dall'omologazione e ricostruire relazioni fra le persone, ma anche fra tutti i Paesi, a partire dalla centralità del Mediterraneo.

In tal senso ha portato l'esempio della Repubblica Popolare Cinese, una realtà geopolitica che fonda la sua politica estera su “cooperazione, coesistenza pacifica e rispetto”.

Ora, personalmente non aderisco né aderirò ad “Agorà”, come a nessun movimento politico/partitico. Purtuttavia penso che meriti ascolto e sostegno.

Penso che arriverei anche a votarlo, pur consapevole che, andare a votare, in presenza di regole truccate a monte (leggi elettorali incostituzionali dal 1993 ad oggi, come rilevato dall'amico Sen. Giorgio Pizzol e sistema mediatico disinformativo e che non da spazio a chi la pensa diversamente) è - nella migliore delle ipotesi - una cosa inutile, nelle peggiori una presa in giro.

Ma, ad ogni modo, penso che qualche segnale di democrazia, di libertà di pensiero, di emancipazione civile e sociale, difronte al fondamentalismo liberal-capitalista e ultra-atlantista, all'ignoranza e all'ipocrisia diffusa, meritino sempre di essere dati.

Per il resto penso comunque occorra lavorare a livello culturale, formativo e di discussione pubblica.

Proprio perché gli spazi di libertà di pensiero e democrazia sono sempre più ridotti. 

Mancanza di leggi elettorali costituzionalmente democratiche, ovvero che permettano a chiunque di avere dei propri rappresentanti e sistema mediatico pluralista e indipendente, sono già due aspetti importanti e sui quali riflettere e discutere.

Occorre, in sostanza, essere quel gatto nero che, sul manifesto, aveva catturato la mia attenzione.

Rimanere spiriti liberi, inquieti, eretici e magici, che attraversano l'oscurità, senza mai abbassare lo sguardo.

Luca Bagatin

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Luca Bagatin e Paolo Di Mizio

venerdì 26 giugno 2026

Colombia: la sinistra annuncia una ferma opposizione al governo di estrema destra e rilancia la difesa di riforme e diritti dei cittadini. Articolo di Luca Bagatin

 

Le elezioni presidenziali, in Colombia, si sono concluse con la vittoria per pochissimi punti percentuali, del candidato dell'estrema destra, Abelardo de la Espriella, che ha ottenuto il 49,66% contro il candidato della sinistra, Iván Cepeda, che – con la coalizione Alleanza per la Vita - ha ottenuto il 48,7%.

Il gruppo parlamentare del Patto Storico, di cui fa parte Iván Cepeda, partito di ispirazione socialista democratica e bolivariana, ha rilasciato una dichiarazione ufficiale nella quale ha annunciato la sua ferma opposizione al governo di de la Espriella.

Forte di 43 deputati e 26 senatori, la coalizione di sinistra intende riaffermare il suo impegno a difendere le riforme sociali e i diritti acquisiti dai cittadini attraverso il governo presieduto da Gustavo Petro.

La coalizione socialista intende dunque intraprendere un'opposizione “ferma, democratica e mobilitata”, al fine di bloccare qualsiasi azione legislativa o amministrativa volta a “smantellare i progressi compiuti dal popolo colombiano”.

In particolare, l'attuale opposizione socialista intende concentrarsi sulla tutela della riforma agraria, sui diritti dei lavoratori e dei pensionati, sull'istruzione pubblica, sulla promozione della pace e sul rispetto delle libertà democratiche.

Tutti aspetti messi a rischio dall'estrema destra – fortemente sostenuta dal regime statunitense - oggi al governo.

Il gruppo parlamentare del Patto Storico ha espresso la sua gratitudine per i settori che si sono mobilitati in favore della giustizia sociale, dai giovani alle donne, dagli agricoltori ai popoli indigeni.

Il gruppo parlamentare della sinistra ha anche annunciato la costruzione – attraverso un Primo Congresso Nazionale - di un Fronte Ampio per la Vita, ovvero un'iniziativa volta a riunire forze progressiste e popolari, che avrà come scopo la difesa della dignità e delle conquiste democratiche del popolo colombiano.

Luca Bagatin

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giovedì 25 giugno 2026

Doppio terremoto in Venezuela. Il governo socialista si mobilita. Articolo di Luca Bagatin

 

La Repubblica Bolivariana del Venezuela è stata colpita da due terremoti di magnitudo 7.2 e 7.5.

164 persone morte e quasi 1000 i feriti, secondo quanto riferito dalla Presidente incaricata Delcy Rodriguez, la quale, inoltre, ha annunciato la creazione di un fondo di 200 milioni di dollari, utilizzando risorse del Fondo Monetario Internazionale, per la ricostruzione delle infrastrutture vitali. Verrà, inoltre, istituito un fondo al fine di fornire assistenza immediata alle vittime e saranno attivate linee di credito speciali attraverso banche pubbliche e private, per coloro i quali hanno perduto la loro principale fonte di reddito.

La Presidente Rodriguez ha affermato, inoltre, che vi sarà un ulteriore stanziamento di fondi attraverso il sistema pubblico “Patria per i lavoratori”, per coloro i quali hanno perduto il loro lavoro.

La Presidente incaricata ha altresì riferito che lo stato più colpito è La Guaira, con decine di edifici crollati ed ha sottolineato che sono in corso le operazioni di soccorso, aggiungendo che sono stati resi disponibili hotel e rifugi per le persone che hanno perduto le loro case o le cui abitazioni hanno subito danni strutturali.

La Presidente Rodriguez ha anche esortato i cittadini ad utilizzare l'applicazione VenApp, al fine di segnalare situazioni abitative pericolanti o la scomparsa dei loro parenti.

Delcy Rodriguez ha altresì ringraziato tutti i popoli e i governi del mondo, per la loro solidarietà e vicinanza.

Fra i primi Paesi a mobilitarsi in soccorso del Paese, fra gli altri, attraverso aiuti umanitari, il Brasile di Lula e la Repubblica Popolare Cinese, oltre a Cuba, che ha inviato personale medico.

Anche il Presidente costituzionale del Venezuela, Nicolas Maduro, dal carcere di New York nel quale è illegalmente detenuto dal regime statunitense, dal 3 gennaio scorso, assieme a sua moglie Cilia Rodriguez, ha voluto esprimere solidarietà e vicinanza al suo Paese.

Attraverso i social, il Presidente Maduro ha scritto, fra le altre cose: “Di fronte al potente terremoto che ha colpito la nostra nazione, le nostre preghiere sono rivolte alle famiglie venezuelane colpite. In questo momento difficile, invochiamo l'unità nazionale, la serenità e l'amore. Il nostro cuore è con tutto il Venezuela! (…) Oggi la parola è una sola: massima unione, massima solidarietà e massima azione! (…) Che Dio benedica e protegga il Venezuela!”.

Luca Bagatin

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mercoledì 24 giugno 2026

Il Senato USA prende le distanze da Trump, mentre Cina e Iran rilanciano la via diplomatica. Articolo di Luca Bagatin

 

Negli USA, un Senato a maggioranza repubblicana, finalmente, rompe con le politiche irresponsabili e guerrafondaie del regime di Trump, votando, con 50 voti a favore e 48 contrari, una risoluzione per limitarne i poteri di guerra in Iran e chiedere la fine del conflitto.

Un voto simbolico, a conferma di quanto, negli USA, il Congresso abbia poteri limitati, ma significativo.

Nel frattempo, il Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha incontrato, nei giorni scorsi, a Nuova Delhi, a margine della XVI riunione dei Consiglieri per la Sicurezza Nazionale dei BRICS, il Vicesegretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell'Iran, Qadir Nizamipour.

Il Ministro Wang ha sottolineato che la Cina accoglie con favore l'avvio delle consultazioni – con l'assistenza di Pakistan e Qatar - fra Iran e USA, sulla base del Memorandum d'intesa fra i due Paesi.

Disposizioni che prevedono – fra le altre cose - la cessazione immediata e permanente delle ostilità; il rispetto reciproco della sovranità e integrità territoriale di ciascun Paese e la non ingerenza negli affari interni altrui.

La Cina, partner strategico dell'Iran, ha sostenuto e sostiene ogni sforzo volto alla pace e alla salvaguardia della sua sovranità e sicurezza nazionale.

Il Vicesegretario Qadir Nizamipour ha ringraziato la Repubblica Popolare Cinese per il suo ruolo costruttivo alla risoluzione del conflitto e sottolineato la validità delle proposte del Presidente Xi Jinping per la promozione della pace e stabilità del Medio Oriente (fondate su coesistenza pacifica; rispetto della sovranità nazionale; rispetto del diritto internazionale; promozione di sviluppo e sicurezza), ricordando come le relazioni fra Iran e Cina siano di fondamentale importanza per affrontare, congiuntamente, le sfide comuni.

Luca Bagatin

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martedì 23 giugno 2026

Addio a Ramiro Valdés Menéndez, storico Eroe della Rivoluzione cubana. Articolo di Luca Bagatin

 

Cuba piange la scomparsa di uno dei più valenti Eroi della Rivoluzione ancora in vita.

Ramiro Valdes Menendez (1932 – 2026) è scomparso domenica 21 giugno scorso.

Fra i principali collaboratori di Ernesto Che Guevara durante la Rivoluzione Cubana, fu promosso a Comandante dal Lider maximo Fidel Castro, che lo nominò, alla fine della Rivoluzione, Ministro dell'Interno e Vicepresidente del Consiglio dei Ministri. Successivamente fu nominato anche Ministro dell'Informatica e delle Comunicazioni.

Ramiro Valdes Menendez, oggi celebrato e ricordato dal popolo e dalle istituzioni cubane, fu, sin da giovane, impegnato nella lotta per la giustizia sociale, l'indipendenza e la sovranità di Cuba, contro la dittatura filo-statunitense di Fulgencio Batista, negli Anni '50.

Egli viene in particolare ricordato per la partecipazione diretta all'assalto alla caserma Moncada, il 26 luglio 1953 e la successiva spedizione a bordo dell'imbarcazione Granma, nel 1956.

Eventi chiave ed eroici della storica Rivoluzione, che ebbe il sostegno anche delle logge massoniche locali, come ricordò anche l'allora giovane rivoluzionario e massone cubano Ramón Pez Ferro, ai tempi Guida Perfetta (leader) dell'Asociación de Jóvenes Esperanza de la Fraternità.

Ramiro Valdes Menendez, peraltro, fu protagonista anche della celebre battaglia di Santa Clara, a fianco del Comandante Ernesto Che Guevara.

Il Presidente di Cuba, Miguel Diaz-Canel, ha espresso il suo profondo dolore per la scomparsa di Menendez, sottolineando la sua disciplina militare e i suoi saggi consigli, elargiti al popolo cubano.

Il Ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodriguez Parrilla, ha altresì espresso il suo cordoglio e ricordato la profonda fedeltà di Ramiro Valdes Menendez a Fidel e Raul Castro e agli ideali del socialismo.

Luca Bagatin

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