lunedì 3 agosto 2026

La Cina ribadisce all'ONU il sostegno ai diritti del popolo palestinese. Articolo di Luca Bagatin

 

La Repubblica Popolare Cinese, attraverso l'Ambasciatore Sun Lei, nella seduta del Consiglio di Sicurezza dell'ONU del 28 luglio scorso, è nuovamente intervenuta a sostegno dei diritti del popolo palestinese.

L'Ambasciatore cinese ha dichiarato che “La questione palestinese rimane al centro della questione mediorientale e non deve essere ignorata o marginalizzata. Solo raggiungendo una soluzione globale, giusta e duratura alla questione palestinese si potrà spezzare il circolo vizioso dei conflitti ricorrenti in Medio Oriente e far sorgere veramente l'alba della pace”.

Egli ha poi posto all'attenzione tre punti fondamentali:

1) “la sofferenza dei civili non può continuare e la pace e la stabilità a Gaza devono essere ripristinate. Sono trascorsi più di nove mesi dall'accordo di cessate il fuoco a Gaza, eppure i bombardamenti, gli attacchi, i blocchi e gli assedi non si sono fermati e oltre due milioni di persone continuano a non poter sfuggire alla minaccia di morte e sfollamento (…). Israele deve adempiere ai suoi obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario, revocare le restrizioni all'ingresso di aiuti umanitari a Gaza e garantire che le agenzie umanitarie, inclusa l'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), possano svolgere le loro operazioni di soccorso”;

2) “lo stato di diritto internazionale non deve essere minato e le tensioni in Cisgiordania devono essere tenute sotto controllo”. In tal senso, l'Ambasciatore Sun Lei ha spiegato che “La violenza dei coloni in Cisgiordania è spaventosa e causa numerose vittime civili e la distruzione diffusa di abitazioni. La potenza occupante continua ad accelerare l'espansione degli insediamenti e a invadere il territorio palestinese. Nonostante i forti appelli della comunità internazionale, la situazione in Cisgiordania continua a deteriorarsi.(...) Esortiamo Israele a cessare immediatamente tutte le attività di insediamento, ad adottare misure concrete per arginare la violenza e a garantire una seria responsabilità per tutti gli attacchi. L'economia della Cisgiordania è già in gravi difficoltà. Israele dovrebbe restituire al più presto le entrate fiscali trattenute e revocare le sue irragionevoli restrizioni sulla Cisgiordania”.

3) equità e giustizia non devono mancare e la soluzione dei due Stati deve essere attuata.(...) La comunità internazionale deve rimanere fermamente impegnata nella soluzione dei due Stati, intensificare i propri sforzi e intraprendere azioni irreversibili. Qualsiasi accordo o nuovo meccanismo deve aderire al principio del "governo palestinese", rispettare la volontà del popolo palestinese e promuovere, anziché minare, la soluzione dei due Stati. Qualsiasi tentativo di alterare il territorio o la composizione demografica della Palestina minerebbe seriamente le fondamenta della soluzione dei due Stati e deve essere fermamente respinto. La Cina sostiene la rapida creazione di uno Stato di Palestina indipendente basato sui confini del 1967, con Gerusalemme Est come capitale e con piena sovranità”.

L'Ambasciatore Sun Lei si è espresso anche relativamente all'escalation delle tensioni nell'area del Golfo, sottolineando che “Il compito più urgente è quello di rimanere impegnati nella risoluzione delle controversie attraverso il negoziato e di tornare ad attuare il consenso raggiunto nel Memorandum d'intesa. La Cina continuerà a sostenere gli sforzi di mediazione del Pakistan e delle altre parti, a promuovere la rapida ripresa del dialogo e dei negoziati tra le parti interessate, il rapido ripristino del normale e sicuro passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz, il miglioramento delle relazioni tra i paesi vicini e il perseguimento della sicurezza collettiva per gli Stati del Golfo”.

Egli ha altresì aggiunto che “La Cina continuerà ad agire nello spirito della proposta in quattro punti del Presidente Xi Jinping per la promozione della pace e della stabilità in Medio Oriente, a collaborare con la comunità internazionale per promuovere soluzioni politiche alle questioni critiche della regione, a sostenere i Paesi della regione nel perseguimento dell'indipendenza, a ricostruire la fiducia reciproca e a costruire una nuova architettura di sicurezza regionale adeguata alle realtà in evoluzione, al fine di raggiungere una pace e una stabilità durature in Medio Oriente”.

Luca Bagatin

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sabato 1 agosto 2026

Nell'ultimo viaggio da Presidente, Gustavo Petro al fianco di Cuba contro embargo e minacce. Articolo di Luca Bagatin

Il Presidente uscente della Colombia, Gustavo Petro, nel suo ultimo viaggio ufficiale all'estero, ha deciso di visitare Cuba.

Scopo del viaggio, quello di sostenere l'Isola, che sta subendo un'aggressione da parte del regime statunitense e promuovere un dialogo internazionale che scongiuri l'embargo e un intervento armato contro di essa.

Cuba è sotto attacco ed è vitale garantirne la sovranità nazionale e sostenerne la lotta per la sopravvivenza nei Caraibi”, aveva dichiarato il Presidente socialista colombiano, prima di recarsi a L'Avana, nei giorni scorsi.

Egli ha aggiunto che Cuba – in questi anni - ha formato 2.000 medici colombiani e ha contribuito a salvare “centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo con il suo vaccino contro il COVID-19”.

Il Presidente Petro è stato accolto, venerdì 31 luglio scorso, dalla Vice Ministro degli Esteri cubano, Josefina Vidal, prima di recarsi in Plaza de la Revolución all'Avana per deporre una corona al Memoriale di José Martí e successivamente incontrare il Presidente cubano Miguel Díaz-Canel.

Il Presidente colombiano, nel suo incontro con le autorità cubane, ha sottolineato come il suo mandato e la Costituzione colombiana del 1991 lo abbiano sempre obbligato a lavorare per la pace, sottolineando l'importante ruolo della Colombia nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU.

E ha dichiarato: “Sono venuto per chiedere all'umanità di mostrare solidarietà a Cuba, affinché non ci sia un'invasione né un lancio di missili, e per proporre come alternativa, anche all'attuale governo degli Stati Uniti, al signor Rubio e al signor Trump, che si instauri un dialogo tra civiltà che devono essere uguali pur essendo diverse.”
Egli, riferendosi a quanto sta accadendo a Gaza, ha altresì aggiunto che “È tempo di dialogo. Ciò che sta accadendo in Medio Oriente non è motivo di festa; potrebbe essere il preludio a un olocausto globale, a una barbarie diffusa, ed è preferibile che il popolo degli Stati Uniti e il suo attuale governo reagiscano”.
In particolare ha puntato il dito contro il governo israeliano spiegando che “abbiamo un uomo come Netanyahu che pensa solo a salvare se stesso, cercando di perpetuare il suo potere in Israele, conducendo guerre al di fuori di Israele, cercando di intensificare le guerre al di fuori di Israele per salvarsi da un processo internazionale che, come i nazisti al processo di Norimberga, merita per essere un genocida”.

Il Presidente Petro ha aggiunto che “il popolo degli Stati Uniti non può essere complice di tutto ciò, e nelle mie conversazioni da Capo di Stato con i funzionari statunitensi, incluso il Presidente Trump, ho sempre detto loro che non possono essere complici di un regime genocida se riconoscono la storia degli Stati Uniti nel XIX e XX secolo”.

Egli ha spiegato che questo è il momento del dialogo fra le civiltà e che occorre costruire un ponte “per l'umanità nella diversità, per la vita e per la libertà”, riferendosi anche alla necessità di costruire un dialogo fra gli USA e Cuba.

Il Presidente cubano, Diaz-Canel, nel ringraziare il Presidente Petro, ha aggiunto: “Abbiamo apprezzato la sua profonda solidarietà e il fermo sostegno al nostro Paese di fronte alle minacce di aggressione, al blocco energetico e all'intensificarsi dell'embargo economico statunitense. Ribadiamo l'incrollabile impegno del nostro Governo per la pace in Colombia”.

Nel frattempo, in Colombia, il Presidente eletto, Abelardo de la Espriella, rappresentante dell'estrema destra, ha affermato di voler chiudere l'Ambasciata colombiana all'Avana e di voler interrompere ogni rapporto con Cuba, secondo i desiderata del regime statunitense.

Luca Bagatin

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mercoledì 29 luglio 2026

Il Parlamento cubano: "L'embargo è un'aggressione genocida. Cuba non rinuncerà alla sua sovranità". Articolo di Luca Bagatin

 

L'Assemblea Nazionale del Potere Popolare di Cuba, ovvero il Parlamento cubano, ha emesso – mercoledì 29 luglio - una dichiarazione congiunta che – riferendosi all'inasprimento dell'embargo economico, finanziario ed energetico contro l'Isola - condanna quella che viene definita “aggressione genocida del governo degli Stati Uniti contro Cuba”.

Un'aggressione volta a “rompere con la forza la volontà sovrana del popolo cubano”.

Secondo i deputati cubani, l'autodeterminazione, l'indipendenza e la determinazione nella costruzione del socialismo di Cuba, sono “pilastri solidamente costituiti e non negoziabili”.

In particolare, nella dichiarazione si specifica che “Le ripetute minacce di aggressione militare costituiscono un crimine internazionale, come sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. Qualora un simile atto irresponsabile si concretizzasse, incontrerebbe la resistenza incrollabile e irremovibile del popolo cubano, che non cederà un solo centimetro del proprio territorio, né la minima delle proprie prerogative sovrane. Causerebbe morte e distruzione, e porterebbe a un bagno di sangue, ma non raggiungerebbe l'obiettivo di subordinare Cuba ai dettami neocoloniali degli Stati Uniti, instaurando una condizione di dipendenza da quel Paese, né di riportare Cuba alla società corrotta, brutalmente ineguale e socialmente arretrata in cui una potenza straniera deteneva la ricchezza nazionale e interferiva negli affari politici interni del Paese”.

Nel documento si sottolineano le terribili conseguenze dell'ideologico embargo statunitense: “Il popolo cubano subisce quotidianamente le devastanti conseguenze di questa guerra, in ogni aspetto della vita, mentre il governo statunitense, agendo da boia, misura i propri successi in base alla morte di un bambino per mancanza di cure adeguate; agli interventi chirurgici annullati o rinviati a causa di interruzioni di corrente o carenza di materiali; all'angoscia familiare causata dalla mancanza di elettricità e acqua o dall'impossibilità di conservare il cibo”

I parlamentari cubani hanno ringraziato anche la comunità internazionale per il sostegno ricevuto “nonostante le numerose pressioni esercitate dal governo statunitense per impedire che la questione venisse affrontata”.

In particolare, l'Assemblea Nazionale del Potere Popolare ha ribadito ciò che aveva affermato il Presidente della Repubblica di Cuba, Miguel Díaz-Canel, il 26 luglio scorso, ovvero: “Cuba non rappresenta una minaccia, né per gli Stati Uniti né per nessun altro Paese al mondo. Siamo un popolo nobile, che salva vite dove altri distruggono, che manda medici e insegnanti dove altri mandano bombe”.

I parlamentari cubani, nel ribadire la loro ferma contrarietà alle minacce di aggressione del regime statunitense e al loro criminale embargo, hanno ricordato le parole dell'Eroe cubano e Libero Muratore José Martì (1853 – 1895): Cuba non va in giro per il mondo a fare la mendicante: vi cammina da sorella, agendo con la dignità che le spetta. Salvando se stessa, salva il mondo”.

Luca Bagatin

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martedì 28 luglio 2026

I socialisti moldavi guidano la protesta contro il governo Sandu, il caro-energia e il costo della vita. Articolo di Luca Bagatin

 

Il Partito Socialista della Repubblica di Moldavia (PSRM) ha partecipato, martedì 28 luglio, a una manifestazione dell'opposizione al governo liberal-conservatore retto da Maia Sandu.

La manifestazione ha riunito sia rappresentanti dell'opposizione parlamentare che extraparlamentare e numerosi cittadini, che, davanti al Parlamento moldavo, hanno protestato contro le politiche antisociali del governo; contro l'aumento delle tariffe del gas e contro il peggioramento della situazione socio-economica del Paese.

Il Presidente del PSRM, Igor Dodon, già Presidente della Repubblica di Moldavia dal 2016 al 2020, ha sottolineato come il malcontento abbia ormai coinvolto tutte le categorie sociali: imprenditori, pensionati e giovani famiglie, che si trovano a lottare contro i continui aumenti dei prezzi e un tenore di vita sempre più basso.

In particolare egli ha puntato il dito contro l'aumento delle tariffe del gas, destinato a tradursi in un ulteriore aumento dei prezzi in autunno. Dodon ha, inoltre, criticato la decisione del governo di destinare 2 miliardi di lei di fondi europei al finanziamento di organizzazioni non governative e di organi di informazione filo-governativi.

Finanziamenti che, diversamente, avrebbero potuto essere meglio impiegati – secondo il leader dell'opposizione socialista – per sostenere i cittadini, riducendo le tariffe del gas di circa 3 lei al metro cubo.

Il Vicepresidente del Parlamento, il deputato socialista Vlad Batrîncea, ha altresì sottolineato che alla protesta hanno partecipato persone provenienti da ogni parte della Moldavia e ha annunciato che uno dei primi risultati delle proteste è stata la decisione del Parlamento di convocare i vertici dell'Agenzia Nazionale per la Regolamentazione dell'Energia (ANRE); del Ministero dell'Energia e della società Energocom, per la definizione di nuove tariffe del gas.

Secondo Batrîncea, i rappresentanti dell'opposizione incalzeranno il governo su tale tema, richiedendo un rapporto dettagliato su ogni componente tariffaria e chiederanno spiegazioni sugli stipendi dei dirigenti e sull'improvviso aumento delle spese amministrative e logistiche, incluse nelle tariffe e a carico dei cittadini.

Egli, inoltre, ha sottolineato che l'opposizione intende chiedere le dimissioni dei vertici di Energocom, principale società statale moldava incaricata dell'approvvigionamento del gas e che tutti i responsabili che hanno leso gli interessi dei cittadini siano chiamati a risponderne.

Nel corso della manifestazione sono state richieste le dimissioni del governo in carica, con slogan quali “Abbasso il PAS!” (ovvero il partito al governo, di centro-destra, Partito di Azione e Solidarietà) e “Maia Sandu, dimettiti!”.

Luca Bagatin

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lunedì 27 luglio 2026

Il Presidente socialista Lula contro i regimi di Trump e Milei: "I dazi USA sono un'ingerenza nelle elezioni brasiliane". Articolo di Luca Bagatin

 

Il Presidente socialista del Brasile, Luiz Inacio Lula da Silva, punta ancora una volta il dito contro la politica tariffaria del regime statunitense.

Egli, in un articolo sul Washington Post, ha respinto l'imposizione di dazi che vanno dal 12,5% al 37,5%, sottolineando come tali misure siano state introdotte al solo scopo di interferire nelle elezioni presidenziali che si terranno il prossimo ottobre e che, secondo i sondaggi, vedono ad oggi in netto vantaggio Lula, rispetto al candidato dell'estrema destra Flavio Bolsonaro, sostenuto dal regime di Trump.

Oltre ad essere ingiuste, le nuove tariffe rappresentano un errore strategico: danneggiano l'economia statunitense e la partnership con il Brasile. Diversi settori industriali statunitensi dipendono da componenti brasiliani. Cibo, calzature, tessuti, mobili, ricambi auto e molti altri prodotti diventeranno più costosi per i consumatori americani”, ha spiegato Lula.

E, su X, ha aggiunto: “Il riferimento all'ex presidente Jair Bolsonaro (condannato l'anno scorso e oggi agli arresti domiciliari per il tentativo di colpo di Stato in Brasile) ha reso esplicita la motivazione politica del provvedimento”.

Egli ha anche rilevato che, gli scambi commerciali con gli USA, sono diminuiti del 12,8% nella prima metà del 2026 rispetto al 2025, mentre gli scambi con l'UE sono cresciuti del 6,1% e, con la Cina, del 15,9%.

Nel medio termine, queste tariffe porteranno alla disorganizzazione delle catene produttive attualmente fortemente integrate, e le aziende brasiliane sostituiranno i fornitori nordamericani con altri partner”, ha spiegato il Presidente Lula.

Il Presidente Lula da Silva ha puntato il dito anche contro le dichiarazioni del Segretario di Stato USA Marco Rubio, il quale ha rimosso il Brasile dalla lista dei “Paesi amici”.

Il Presidente Lula ha affermato, in merito: “I tentativi di imporre restrizioni ideologiche al partenariato bilaterale, o di sfruttarlo a fini elettorali, sono insostenibili. Mai prima d'ora un Segretario di Stato statunitense ha definito il Brasile un paese ostile. Nessuno ci sconfiggerà con le menzogne”.

Egli ha altresì ribadito la sovranità del suo Paese di fronte alle interferenze e pressioni esterne.

Il governo brasiliano, inoltre, ha convocato, domenica 26 luglio scorsa, l'Ambasciatore argentino a seguito degli insulti rivolti dal Presidente argentino Milei contro Lula, in territorio brasiliano.

Durante il suo discorso, infatti, Milei ha definito il Presidente Lula un “detenuto” e un “ladro”.

Il Ministero degli Esteri brasiliano ha dichiarato che si tratta di un episodio senza precedenti, in quanto mai prima d'ora un Presidente straniero avrebbe approfittato di una visita in Brasile per promuovere “aggressioni e offese” contro il capo dello Stato, le istituzioni del Paese che lo ospita e contro il popolo brasiliano.

Numerosi rappresentanti del peronismo argentino, ovvero del Partito Giustizialista, del movimento La Cámpora e del Frente Renovado, all'opposizione del regime di Milei, hanno voluto esprimere il loro sostegno al Presidente brasiliano.

I peronisti argentini hanno peraltro sottolineato come l'irresponsabile e incivile comportamento di Milei possa avere un impatto sulle relazioni diplomatiche fra i due Paesi e conseguenze sulle imprese e le esportazioni.

Il governatore della provincia di Buenos Aires, Axel Kicillof, del Partito Giustizialista, ha affermato: “Ieri abbiamo assistito con sgomento alle offese e agli insulti rivolti dal presidente Milei al governo brasiliano, al suo presidente e al suo popolo. In Argentina, rispettiamo le nazioni vicine e sorelle”. Egli ha accusato peraltro Milei di vicinanza al regime di Trump e di Netanyahu, entrambi di estrema destra tanto quanto quello di Milei.

Il presidente del Frente Renovador, movimento peronista di centro, Diego Giuliano, puntando il dito contro Milei ha affermato: “Un presidente viaggia per difendere gli interessi dell'Argentina, non per fare campagna elettorale né per insultare il capo di Stato del nostro principale partner commerciale. Ogni scontro diplomatico provocato da Milei finisce per essere pagato dalla nostra industria, dalle nostre esportazioni e dai nostri lavoratori”.

E il Partito Giustizialista, presieduto dalla peronista di sinistra Cristina Kirchner, ex Presidente argentina, ha definito vergognose le dichiarazioni di Milei, che rappresentano “la pagina più nera della politica estera e delle relazioni bilaterali con il nostro popolo fratello”.

L'organizzazione peronista di sinistra La Cámpora ha sottolineato come Milei “Nel frattempo, domani riceverà con tutti gli onori i predatori del Fondo Monetario Internazionale” e lo ha definito “il presidente più anti-Argentina che esista”.

Milei nei suoi sproloqui aveva addirittura accusato il Brasile, il Messico e il Partito Democratico statunitense di aver orchestrato una campagna “anti-Argentina”.

Luca Bagatin

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sabato 25 luglio 2026

A 243 anni dalla nascita di Simón Bolívar: l'eredità del Socialismo del XXI secolo. Articolo di Luca Bagatin

 

In questi giorni, il Socialismo del XXI Secolo latinoamericano, dal Venezuela passando per la Colombia, celebra il “Garibaldi dell'America Latina”, ovvero i 243 anni dalla nascita di Simon Bolivar.

Bolivar, detto anche “El Libertador”, fu colui il quale, in epoca Romantica, ovvero agli inizi dell'Ottocento, contribuì all'indipendenza di gran parte dell'America Latina dal giogo spagnolo e fu Presidente delle Repubbliche di Venezuela, Colombia, Bolivia, Ecuador, Panama e Perù.

Fu il 15 agosto del 1805 che Bolivar – ventiduenne - giurò solennemente, a Roma, sul Monte Aventino (o Monte Sacro) e pronunciò le seguenti parole: “Giuro per il Dio dei miei genitori, giuro per il mio onore e per la mia Patria, che non darò riposo al mio braccio né pace alla mia anima finché non avrò rotto le catene che ci opprimono per volontà del potere spagnolo”.

E, a vent'anni da quel giuramento, l'Impero spagnolo crollò.

Simon Bolivar nacque in una famiglia agiata, di possidenti terrieri, temprato sin da ragazzino dal fuoco della ribellione contro l'oppressione. A ciò contribuì anche il suo precettore - Simon Rodriguez – libero pensatore e figlio dell'Illuminismo, il quale fu anche cospiratore contro l'Impero di Spagna che occupava la terra di Venezuela e gran parte dell'America Latina.

Bolivar non fu uno studente modello, purtuttavia diventò presto un valente combattente e spadaccino. Si sposò molto giovane con Maria Teresa Rodriguez del Toro, la quale contrasse la febbre gialla e morì presto, lasciandolo vedovo a soli vent'anni.

Simon Bolivar viaggiò molto in Europa ed anche a causa della sofferenza per la perdita prematura della moglie il suo spirito ribelle crebbe sempre più. Fu in questo contesto che il futuro El Libertador pronuncerà quel fatidico giuramento a Roma, sul Monte Aventino.

Fu così che inizierà la sua avventura di combattente per la libertà e l'emancipazione del suo popolo ed iniziò così ad organizzare il suo esercito di liberazione contro gli spagnoli, i quali saranno alleati di Napoleone, considerato da Bolivar un traditore dei principi di Libertà, Eguaglianza e Fratellanza enunciati dal conte Alessandro Cagliostro, quale motto sia spirituale che politico e diffusi nelle Logge massoniche dell'epoca.

Bolivar, in quegli anni, a Parigi, entrò, non a caso, in Massoneria e divenne, nel 1806, Gran Maestro della Loggia Madre di San Alessandro di Scozia all'Oriente di Parigi.

Forte dei suoi principi libertari, l'anno seguente, rientrò in Venezuela e da allora inizierà quella rivoluzione che porterà, nel corso degli anni – dal 1811 sino al 1830 – all'indipendenza di gran parte dell'America Latina ed alla proclamazione delle Repubbliche di Venezuela, Colombia, Perù e Bolivia (così chiamata in suo onore).

Nel 1812 Simon Bolivar scrisse il “Manifesto di Cartagena” in cui analizzò le prime sconfitte che portarono alla caduta della Prima Repubblica del Venezuela (1810 – 1812); mentre nel 1815 con la “Carta de Jamaica” gettò le basi per il suo progetto di emancipazione sociale dell'America del Sud, fondato su principi repubblicani, libertari, anti-imperialisti ed egalitari. Principi, peraltro, validi tutt'oggi, come validi sono stati i principi enunciati nella nostra Italia da personalità quali Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi, i quali contribuirono alla fondazione della Prima Internazionale dei Lavoratori nel 1864.

Come Presidente della Repubblica di Venezuela, Colombia, Bolivia, Ecuador, Panama e Perù, Bolivar abolì la schiavitù, confiscò le terre ai possidenti e le ridistribuì agli indigeni, costruì istituti e scuole per donne, bambini indigeni e figli degli schiavi. Le azioni militari che realizzò, in sostanza, spianarono la strada all'emancipazione sociale.

Fu un peccato, purtuttavia, che il progetto di Bolivar per l'integrazione e l'unità dell'America Latina sfumò ben presto e ciò portò - nei decenni successivi alla sua morte (1830) - al saccheggio delle terre latinoamericane da parte degli Stati Uniti d'America, i quali sin da allora rinnegarono i principi di libertà ed emancipazione propugnati dal loro Padre fondatore, ovvero da George Washington e dal Marchese de Lafayette (che tanto aveva fatto per la causa statunitense ai tempi della Guerra d'Indipendenza), il quale peraltro fu amico personale e Fratello - in senso massonico - di Bolivar. In questo senso Bolivar scrisse: “Gli Stati Uniti sembrano destinati dalla Provvidenza a riempire l'America di miseria in nome della Libertà”.

Si pensi peraltro che il figlio di Washington – George Washington Parke Custis – fece avere in dono a Bolivar, nel 1826, il medaglione del padre, in segno di ammirazione e comunanza ideale. Ah, se i principi di Libertà, Fratellanza e Uguaglianza propugnati da Cagliostro, Washington, Lafayette e Bolivar avessero prevalso sul saccheggio e sull'imperialismo, come sarebbero andate diversamente le cose e come i popoli sarebbero potuti crescere in spirito d'armonia e fratellanza!

Fu fra il 1825 ed il 1830 che il progetto di Simon Bolivar si frantumò definitivamente a causa del fatto che le terre che aveva liberato finirono presto nelle mani degli oligarchi e dei ricchi proprietari terrieri, i quali aprirono alla prima ondata di imperialismo nordamericano.

El Libertador morì nel 1830, a soli 47 anni, completamente povero ed il suo corpo fu coperto da una semplice camicia presa in prestito, in quanto quella che possedeva era ormai ridotta in brandelli.

Ci vorranno molti secoli prima che i suoi compatrioti venezuelani possano tornare a conoscere la sua opera ed abbiano, in carne ed ossa, un nuovo Libertador ed un nuovo emancipatore sociale. E ciò avverrà solo negli Anni '90 del XXesimo secolo nella persona del Tenente colonnello Hugo Chavez Frias.

Hugo Chavez, profondo conoscitore dei discorsi e dell'opera di Simon Bolivar, oltre che del nostro Giuseppe Garibaldi, nel 1992, si ribellò alla corruzione dilagante in Venezuela. Ovvero alla corruzione dei partiti e della politica dominante e progettò un golpe, non già autoritario, bensì basato su prospettive bolivariane, fondando appunto il Movimento Bolivariano Rivoluzionario e l'Esercito Bolivariano di Liberazione. Un golpe che purtuttavia fallirà, ma che consacrerà Chavez quale nuovo eroe dell’America Latina per la lotta contro l'oligarchia politica ed economica.

Fra il '94 ed il '95 Chavez lanciò una campagna astensionista contro la corruzione della classe politica venezuelana, compiendo così un atto di rottura con il sistema, ma solo nel 1998 - con il Movimento Quinta Repubblica - diventerà Presidente del Venezuela con il 56% dei voti e – vincendo tutte le successive elezioni alla presidenza - sarà confermato a tale carica sino alla sua prematura morte avvenuta nel 2013.

Ciò permetterà a Chavez di scrivere una nuova Costituzione basata e fondata sugli insegnamenti di Bolivar, ovvero ponendo al centro i diritti umani e via via introducendo norme per la lotta alla povertà ed all’analfabetismo. 

La politica neo-bolivariana portata avanti da Chavez sarà appunto una politica che porterà il Venezuela ad uscire dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, fonti massime dello sfruttamento speculativo del Paese, oltre che promuoverà una democrazia sempre più diretta.

Il neo-bolivarismo chavista diventerà dunque il cosiddetto Socialismo del XXIesimo secolo, secondo una felice definizione dello studioso tedesco Heinz Dieterich, ovvero una nuova prospettiva di emancipazione sociale che contagerà, via via, tutta l'America Latina nelle sue varie declinazioni e che vedranno nuovamente unite sensibilità politiche simili, ma pur diverse: il bolivarismo venezuelano, il peronismo argentino, il sandinismo nicaraguense e così via. Sensibilità che fanno riferimento proprio ai grandi Libertadores di quelle terre: liberatori dall'ingerenza straniera e dalla povertà ed esclusione sociale.

Nonostante le continue aggressioni (non ultimo il rapimento del Presidente socialista venezuelano Nicolas Maduro, già compagno di lotta di Hugo Chavez, il 3 gennaio scorso) da parte dei regimi liberal capitalisti a guida statunitense.

Luca Bagatin

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