lunedì 13 luglio 2026

Capire il presente attraverso il passato: la Russia post-sovietica e le origini della crisi tra Russia e Occidente. Articolo di Luca Bagatin

 

Il modo migliore per comprendere il presente è studiare il passato.

E, senza tornare alla disgregazione dell'Unione Sovietica, avvenuta per ragioni sia interne che esterne e molto favorita da un Occidente liberale, ma molto poco democratico, non si può comprendere ciò che sta accadendo, oggi, nell'Est europeo.

Devo dire che sono riuscito a reperire, in lingua italiana, solamente due saggi, che parlano di quel periodo, ovvero della Russia post-sovietica: “La Russia di Eltsin” di Antonio Rubbi (Editori Riuniti) e “La Russia post-sovietica” di Roj Medvedev (edito da Einaudi).

Li ho reperiti online, su ebay, praticamente nuovi e ancora incellofanati, anche se risultano, da anni, fuori catalogo. Il che, peraltro, da bibliofilo e ricercatore di saggi e libri di vario genere, mi ha fatto pensare e chiedere: quante copie di questi due libri, editi entrambi nel 2002, saranno effettivamente state distribuite?

Entrambi i saggi sono molto interessanti e meriterebbero di essere non solo conosciuti, ma soprattutto ripubblicati.

Perché spiegano le origini del presente. Un presente molto poco conosciuto dal lettore/cittadino medio “occidentale”, per così dire.

Nel saggio di Antonio Rubbi, a pagina 259, si parla dell'allargamento ad Est della NATO, fortemente voluta – nel 1992-93 - dagli USA guidati da Bill Clinton. Una decisione che trovò contrari molti membri del Congresso statunitense e di vari Paesi europei, visto che non era giustificata da nulla, poiché la NATO era sorta nel 1949 per contenere una minaccia sovietica che, ormai, non esisteva più.

Nel saggio di Rubbi, a pagina 260, si fa riferimento a un articolo del Corriere della Sera, a firma Enrico Iacchia, nel quale si evidenziava come l'idea di spostare i confini della NATO alle frontiere della Russia, potesse essere molto pericolosa. Nell'articolo, riportato da Rubbi, vi è scritto: “Fate entrare la Polonia e immediatamente si porrà la questione dell'Ucraina. E se si fa entrare l'Ucraina – come vorrebbe Brzezinski – si può tener fuori la Russia?”.

Nel saggio si riporta anche il testo della lettera scritta da 18 diplomatici statunitensi, quasi tutti ex ambasciatori a Mosca o in altre capitali dell'Est europeo, inviata al sottosegretario agli esteri Talbott.

In essa, fra le altre cose, è scritto: “Siamo preoccupati per le potenziali conseguenze della politica del governo che promette di estendere la NATO alla Repubblica Ceca, all'Ungheria e alla Polonia. Secondo noi questo indirizzo rischia di danneggiare la vitalità a lungo termine della NATO, di esacerbare in misura considerevole l'instabilità già oggi esistente nella zona che sta fra la Germania e la Russia e di convincere i russi che gli Stati Uniti e l'occidente tentano di isolarli, accerchiarli e subordinarli, piuttosto che di integrarli in un sistema di sicurezza collettiva in Europa”.

Tra i firmatari, riporta Rubbi nel suo saggio, Paul Nitze, Sam Nunn e Bill Bradley. Tutti ex ambasciatori di alto rango all'epoca. Nel saggio è riportata anche la dichiarazione dell'ex ambasciatore a Mosca, George Kennan, relativamente all'espansione della NATO ad Est: “l'errore più fatale della politica americana nell'intera era post guerra fredda”.

Ecco come, gli errori di allora, vengono pagati oggi. E non per colpa dei “cattivi russi” o dei “putiniani”, ma di cattive scelte fatte all'epoca, che ancora oggi vengono tanto ignorate quanto non approfondite.

Molto interessante e approfondito il saggio dello storico Roj Medvevev, già comunista dissidente espulso dal Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS) da Breznev e reintegrato da Gorbaciov, oltre che co-Presidente del Partito Socialista dei Lavoratori, fondato nel 1991 e di orientamento socialista democratico (e avente per simbolo un garofano rosso e una falce e martello, infondo non così diverso dal Partito Socialista Italiano degli Anni '80).

Nel suo “La Russia post-sovietica – Un viaggio nell'era Eltsin”, in Italia pubblicato nel 2002 da Einaudi, Medvedev illustra tutta la politica della Russia a partire da quando, nel 1990, Boris Eltsin, fu eletto Presidente del Soviet Supremo e successivamente Presidente della Federazione Russa e, con lui, salirono al potere una cricca di soggetti ultra-liberali quali Barbulis, Cubajs, Gajdar e altri.

Egor Gajdar, in particolare, fu giovane economista che, come spiega il saggio, non aveva alcuna esperienza nell'industria e nell'amministrazione. Cresciuto in una famiglia benestante egli – se in gioventù sostenne il socialismo di mercato – ben presto divenne il massimo promotore della liberalizzazione e deregolamentazione economica più assoluta.

Gajdar, nominato Primo Ministro da Eltsin, fu il fautore della cosiddetta “terapia d'urto” o “shockterapia”, che trasformò la Russia da realtà a economia socialista pianificata, a terra di nessuno, attuando una liberalizzazione selvaggia che nessun Paese capitalista aveva mai attuato in quel modo.

E fu così che, fra liberalizzazione dei prezzi e cessione – attraverso “vaucher” - del patrimonio pubblico per pochi rubli, la Russia sprofonderà in una crisi economica senza precedenti.

La terapia di Gajdar, sostenuta da Eltsin, trovò, come da copione, l'approvazione piena del Fondo Monetario Internazionale e degli “esperti” occidentali. Ben felici di veder sprofondare la Russia nella crisi più nera.

Come spiega Medvedev “Nel primo trimestre del 1992 i prezzi, lasciati “fluttuare liberamente”, aumentarono dell'800-900% (…). I salari, invece, nel primo trimestre si limitarono a raddoppiare”.

Egli spiega anche che, conseguentemente, vi fu una diminuzione della produttività del lavoro e un aumento di tutti i costi di produzione.

Tutto ciò costrinse la popolazione a vendere, in piazza, qualsiasi cosa, creando giganteschi bazar, per tentare di sopravvivere.

Colui il quale iniziò a protestare e ad alzare la voce per primo contro il governo Eltsin-Gajdar fu Aleksandr Ruckoj, Vicepresidente della Federazione Russa e leader dei Comunisti per la Democrazia.

Egli, peraltro, fu successivamente uno dei leader del cosiddetto Fronte di Salvezza Nazionale, che comprendeva vari movimenti di ispirazione comunista, socialista, patriottica, nazionalista, che si opponeva alle contro-riforme di Eltsin e puntava a ricostituire l'Unione Sovietica, attraverso riforme di matrice socialista democratica e patriottica.

Altra personalità di spicco degli oppositori alle contro-riforme di Eltsin fu il Presidente del Soviet Supremo, Ruslan Khasbulatov.

Il prof. Khasbulatov, fu un economista inizialmente sostenitore del nuovo corso eltsiniano, quando questo sembrava promuovere una forma di socialismo democratico e di mercato, ma, resosi conto che Eltsin stava, diversamente, portando avanti una squadra e un'agenda di ultra liberisti, divenne immediatamente un loro oppositore.

E' molto interessante l'appunto di Roj Medvedev, a pagina 86, in cui sottolinea come Khasbulatov e molti altri leader di quella che nel 1989 veniva chiamata “opposizione democratica” non erano affatto dei liberali e men che meno dei liberisti. Costoro, infatti, recuperando il vecchio slogan “Tutto il potere ai Soviet”, inneggiavano sì alla fine del monopolio del PCUS, ma anche al socialismo democratico.

Fra i loro slogan, ricorda Medvedev: “Potere al popolo”; “Le fabbriche ai collettivi di lavoro”; “La terra ai contadini”; “La proprietà a tutti”.

Molti di costoro si ritrovarono, nel 1990, eletti al Congresso dei deputati del popolo, ma mai avrebbero immaginato che Eltsin – che all'epoca si definiva “radicale di sinistra” e a volte “socialdemocratico” (ma mai liberale) e la sua cricca avessero deciso di distruggere la Russia dall'interno, liberalizzando ogni cosa e tradendo ogni ideale socialista democratico.

Medvedev spiega come l'ideologo di Eltsin fosse Gennady Barbulis, il quale parlava di “libertà dell'individuo” da ottenersi anche a scapito della giustizia sociale. E, sulla base di questo assunto, saranno introdotte le contro-riforme del duo Eltsin-Gajdar.

A pagina 92, Roj Medvedev riporta le interessanti dichiarazioni/ammissioni dell'economista statunitense Jeffrey Sachs, che all'epoca ricoprì il ruolo di consulente economico del governo Eltsin: “Quando abbiamo intrapreso le riforme ci sentivamo come dottori chiamati al capezzale di un malato. Ma quando abbiamo messo il paziente sul tavolo operatorio e lo abbiamo aperto, ci siamo accorti che la sua struttura anatomica e i suoi organi interni erano di un tipo tutto particolare, che non avevamo mai incontrato nelle scuole di medicina”.

Si pretendeva, insomma, di introdurre il liberal capitalismo selvaggio in una realtà come la Russia, ad essa totalmente estraneo.

Sachs lo comprese. Tardi, ma lo comprese. Eltsin e la sua cricca, no. E infatti continuarono a premere l'acceleratore sulle contro-riforme, dettagliatamente spiegate nel saggio di Medvedev, con tanto di conseguenze nefaste sia per la popolazione russa che per le casse dello Stato.

Tutto ciò, naturalmente, favorirà il proliferare di oligarchi senza scrupoli e mafie di ogni genere.

Medvedev spiega molto bene un evento cruciale della Storia di quegli anni, ovvero la cosiddetta Crisi costituzionale russa del 1993.

Egli racconta come, nell'estate del 1993, la tensione salì alle stelle e Ruckoj e Khasbulatov erano diventati ormai i leader dell'opposizione e guidarono l'opposizione di sinistra al grido “Tutto il potere ai Soviet”.

Eltsin, come spiega Medvedev, da tempo si stava preparando ad abolire il Parlamento esistente, perché gli era di ostacolo alle sue “riforme”. Egli, con il famoso decreto 1400 del 21 settembre 1993, dichiarò – in modo incostituzionale - sciolto il Soviet Supremo e il Congresso dei deputati del popolo.

Con tale atto, Eltsin decadde da Presidente e, secondo la Costituzione, gli sarebbe dovuto succedere il Vicepresidente, ovvero Ruckoj, il quale cominciò ad adempiere ai suoi primi atti da Presidente.

La Corte costituzionale, peraltro, dichiarò incostituzionale il decreto 1400.

Fu così che Ruckoj, Khasbulatov, numerosi cittadini russi e una parte delle forze armate iniziarono a difendere la Casa Bianca, ovvero la sede del Parlamento, dai commandos inviati il 3 e 4 ottobre da Eltsin a bombardarlo, con i deputati chiusi all'interno.

I grandi media, nel frattempo, sostenevano Eltsin, il quale peraltro cercò di corrompere vari deputati, in modo che passassero dalla sua parte.

Il golpe di Eltsin, purtroppo, ebbe successo. Ruckoj e gli altri dovettero arrendersi e furono arrestati. Numerose le vittime sul campo. Una ferita profonda per una democrazia mai nata, nella Russia di quegli anni.

Roj Medvedev racconta, nel suo saggio, che gli uomini dell'OMON e della polizia pestarono a sangue i deputati che avevano osato ribellarsi al regime eltsiniano. A quel regime osannato dai soliti ipocriti Stati Uniti d'America e dalla Comunità Economica Europea.

Nuove elezioni parlamentari, ad ogni modo, saranno indette nel 1993 e con una nuova legge elettorale.

Fra i partiti sostenitori del regime di Eltsin, Scelta della Russia di Gajdar, il quale prese appena il 12% dei voti e il Partito dell'Unità e Concordia Russa che prese il 7%.

Il vincitore fu il Partito Liberal Democratico di Žirinovskij, con il 22%. Partito nazionalista e spesso compromissorio con il governo di Eltsin. Un buon risultato lo ottenne anche il Partito Comunista della Federazione Russa che ottenne, come ricorda Medvedev, il 14% e il 9% lo ottenne il Partito Agrario, altro partito con posizioni social-comuniste.

Eltsin comunque, che non aveva un partito alle spalle, continuò a governare facendosi forte dell'apparato burocratico che, come sottolinea Medvedev, era ancora più forte e presente rispetto all'era sovietica.

Ne “La Russia post-sovietica”, Roj Medvedev, prosegue nello spiegare tutti i processi di ulteriore liberalizzazione e privatizzazione selvaggia del regime di Eltsin, che sarebbe qui molto lungo descrivere. Egli entra nel merito delle scellerate scelte di soggetti come Čubajs e Černomyrdin, profondamente detestati dalla popolazione russa e che ancora oggi li ricorda con disprezzo.

Scelte che portarono alla svendita del patrimonio pubblico sovietico e alla de-industrializzazione del Paese. Senza alcun beneficio per lo Stato, ma unicamente per il tornaconto di pochi oligarchi senza scrupoli.

E' storia nota. Ma che andrebbe approfondita e studiata.

Nel saggio un intero capitolo è dedicato al leader del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF), Gennady Zjuganov. Che, ancora oggi, guida quel partito, che è il maggior partito di opposizione.

Medvedev ricorda il successo della sinistra russa alle elezioni parlamentari del 1995 e, in particolare, l'affermazione del KPRF, che prese il 22%, diventando il primo partito.

Egli racconta di come Zjuganov sia persona non molto carismatica, ma capace di ascoltare il prossimo ed ha una visione che unisce idee socialiste a prospettive nazional-patriottiche. Egli, in sostanza, promuove un socialismo democratico – non totalitario come quello ai tempi della vecchia URSS - capace di unire giustizia sociale a sovranità nazionale e vorrebbe la ricostituzione geopolitica dell'Unione Sovietica, quale stato forte nel quale convivevano, armonicamente e nel socialismo, nazionalità diverse. E che si contrapponga all'egemonia Occidentale a guida statunitense che, secondo Zjuganov, mira ad eliminare la Russia dalla scena storica.

Ed è con questo programma che Zjuganov si presenterà alle Presidenziali del 1996 contro Eltsin, sconfitto dai brogli di quest'ultimo. Ma questa è un'altra storia ancora.

Il saggio di Roj Medvedev prosegue ancora, fino alla scelta di Eltsin di proporre un allora sconosciuto Vladimir Putin quale candidato alle Presidenziali del 2000.

Il resto è forse storia nota.

Qui ho cercato, attraverso questi preziosi saggi, di ricostruire una Storia, come scrivevo, poco conosciuta. Volutamente distorta, dalla propaganda liberale e mainstream.

Una Storia, quella della Russia post-sovietica che è storia attuale, di questi ultimi anni, di questi ultimi giorni.

E che va letta e affrontata senza pregiudizi, senza russofobia, senza le lenti di un liberal capitalismo che tutto ha messo in vendita. Anche le menti, che ormai, stanno sempre più smettendo di pensare, in modo aperto, in modo libero, in modo scevro da una propaganda anti-storica e fuori dalla realtà.

Luca Bagatin

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sabato 11 luglio 2026

Cuba rende omaggio al Partito Comunista Cinese: un fronte socialista contro l'embargo statunitense. Articolo di Luca Bagatin

 

Anche Cuba, l'Isola dei Caraibi assediata dall'egoista e imperialista regime statunitense, oggi ancor più di ieri, celebra i 105 anni del più grande partito socialista del mondo, ovvero il Partito Comunista Cinese, oltre al 90esimo anniversario della vittoria della Lunga Marcia, che gettò le basi per la costruzione della Repubblica Popolare Cinese.

Il 29 giugno scorso, a L'Avana, presso il Palazzo della Rivoluzione, si è tenuta infatti un'importante cerimonia, alla presenza del Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, oltre ai membri del Politburo e ai dirigenti del Partito, dello Stato e delle organizzazioni istituzionali e civili di Cuba.

Presente l'Ambasciatore cinese Hua Xin, studenti cinesi e rappresentanti di aziende cinesi che hanno sede nell'Isola.

Il Partito Comunista Cinese sarà sempre al fianco del Partito Comunista di Cuba”, ha affermato l'Ambasciatore cinese, aggiungendo: “Il 1° luglio celebreremo il 105° anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese. A nome dell'Ambasciata cinese a Cuba, ringrazio il Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba per aver organizzato questo evento commemorativo ed esprimo i miei più sinceri saluti e la mia gratitudine al Partito, al Governo e agli amici di tutti i settori di Cuba che hanno costantemente sostenuto l'amicizia tra i nostri partiti e i nostri Paesi”.

Egli ha altresì ricordato la missione storica che il Partito Comunista Cinese si è assunto, aderendo ai principi di sacrificio, lealtà e impegno nei confronti del popolo cinese.

L'Ambasciatore ha sottolineato che – nell'edificazione del Partito - è stata realizzata una “profonda sintesi di oltre un secolo di esperienze, integrando idee, approcci e strategie innovative”, alle quali ha contribuito, ultimo, ma non ultimo, il Pensiero di Xi Jinping, inserito a pieno titolo nell'eredità ideale spirituale del PCC e del socialismo con caratteristiche cinesi.

L'Ambasciatore Hua Xin ha voluto denunciare con fermezza le ingerenze e minacce statunitensi contro Cuba, affermando: “Oggi, di fronte all’escalation del blocco imposto dagli Stati Uniti, nonché alle sue minacce militari, il Partito, il Governo e il popolo cubano restano saldi nelle loro convinzioni, non cederanno alle pressioni e difenderanno risolutamente la sovranità nazionale e la causa socialista”. Ed ha aggiunto: “Ci opponiamo categoricamente alle sanzioni unilaterali illegali e a qualsiasi forma di intervento militare; chiediamo che gli Stati Uniti pongano immediatamente fine al blocco e a ogni forma di coercizione, e che cessino di violare il diritto del popolo cubano alla sopravvivenza e allo sviluppo. Sosteniamo fermamente Cuba nell'esplorazione di un percorso di sviluppo socialista, in accordo con le sue condizioni nazionali; e apprezziamo molto la decisione del Partito Comunista di Cuba di promuovere con coraggio misure di trasformazione economica e sociale. Siamo fiduciosi che, sotto la guida del Partito Comunista di Cuba, l'eroico popolo cubano supererà le difficoltà attuali e conseguirà nuove vittorie nella costruzione del socialismo”.

Emilio Lozada Garcia, membro del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba, nel suo discorso di commemorazione del Partito Comunista Cinese, ha ricordato: “Quei 50 coraggiosi militanti comunisti si sono moltiplicati e oggi contano più di cento milioni di membri, rendendoli il più grande Partito Comunista del mondo”. Egli ha altresì sottolineato come “nell'arena internazionale, i comunisti cinesi hanno promosso la pace, il multilateralismo, la difesa del diritto internazionale e gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite”. E aggiunto che “Le iniziative promosse negli ultimi anni dal Segretario Generale del Partito, il compagno Xi Jinping, riguardanti la Nuova Via della Seta, la costruzione di una comunità dal futuro condiviso per l'umanità, nonché le iniziative in materia di sicurezza globale, sviluppo, civiltà e governance, sono state particolarmente rilevanti”.

Emilio Lozada, nel ringraziare il sostegno del Partito Comunista Cinese e della Repubblica Popolare Cinese nel denunciare l'illegale e ideologico embargo statunitense, in ambito economico, commerciale, finanziario e energetico contro Cuba, ha dichiarato: “Il Partito Comunista Cinese è oggi un punto di riferimento indispensabile nel processo di costruzione del socialismo e ha dimostrato che il sistema socialista è una valida alternativa al capitalismo selvaggio che stanno cercando di imporci dal Nord. Il suo impegno per la realizzazione di un ordine internazionale più giusto, democratico ed equo ribadisce che un mondo migliore è possibile”.

Luca Bagatin

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venerdì 10 luglio 2026

Oltre la Guerra Fredda: il dialogo tra Italia e Cina, una prospettiva geopolitica dal saggio di Daniela Caruso. Articolo di Luca Bagatin

 

Parlare di Cina, in quest'epoca turbolenta, percorsa da nuovi scenari geopolitici internazionali improntati all'instabilità, all'irresponsabilità delle nuove generazioni politiche occidentali, incapaci di anteporre la logica del dialogo e della Storia a sciocche e anti-storiche ideologie retaggio della Guerra Fredda, è la priorità.

E' la priorità, sia per conoscere una realtà solo apparentemente distante dalla nostra, sia per stare dalla parte giusta della Storia, che è fondata su comprensione, armonia, condivisione, cooperazione, pace.

E proprio questi sono stati i temi centrali del simposio tenutosi giovedì 9 luglio scorso, a Roma, presso la Sala del Carroccio del Campidoglio.

Protagonista l'ultimo saggio della prof. Daniela Caruso “Tra Italia e Cina cinquantacinque anni di relazioni bilaterali” (Eurilink University Press), che ha visto presenti, oltre all'autrice, fra il pubblico l'ex Ministro degli Esteri Vincenzo Scotti e, fra i relatori, il Ministro Incaricato d'Affari ad Interim della Repubblica Popolare Cinese Li Xiaoyong; Paolo Giordani, Presidente dell'Istituto Diplomatico Internazionale; Antonio Virgili, Presidente del Centro Studi Internazionali e l'Ambasciatore Riccardo Sessa, Presidente della Società Italiana Organizzazione Internazionale.

Il convegno, moderato da Michele De Gasperis, Presidente dell'OBOR (One Belt One Road), è stato introdotto dai saluti della Presidente dell'Assemblea Capitolina, Svetlana Celli, la quale ha spiegato come i rapporti bilaterali fra Italia e Cina contribuiscano a costruire ponti e ad abbattere muri, promuovendo scambi che arricchiscono e contribuiscono a rafforzare i legami fra queste due antiche civiltà.

L'Incaricato d'Affari della Repubblica Popolare Cinese, Li Xiaoyong, ha fatto presente come Cina e Italia siano i pilastri della civiltà globale e debbano fare tesoro delle rispettive saggezze, al fine di affrontare le sfide del presente.

Sfide che possono essere affrontate solamente attraverso il dialogo e il superamento delle divergenze, ha osservato Li Xiaoyong.

Egli ha altresì aggiunto che i 55 anni di relazioni bilaterali fra i due Paesi sono un traguardo importante, come lo è il recente anniversario dei 105 anni del Partito Comunista Cinese, che ha cambiato il destino del popolo cinese e contribuito a ringiovanirlo, edificando una realtà, la Repubblica Popolare Cinese, che ha deciso di intraprendere la via del progresso e della stabilità del mondo, ha sottolineato Li Xiaoyong.

Egli ha affermato come, nei conflitti geopolitici, la Cina si ponga sempre dalla parte della volontà dei popoli, ovvero dalla parte della pace, dello sviluppo, della cooperazione e del mutuo vantaggio, per contribuire a garantire lo sviluppo globale.

Il prof. Michele De Gasperis ha sottolineato come la Via della Seta sia, nei fatti, la via della pace e che la conoscenza delle civiltà è alla base dell'abbattimento di ogni barriera.

Egli, nel presentare l'opera della prof. Caruso, ha voluto sottolineare che in essa sono raccontati i contributi di tre grandi uomini di Stato italiani: Pietro Nenni, Aldo Moro e Enrico Mattei, che per primi intuirono la necessità di costruire un ponte verso la Cina.

Egli ha precisato come le considerazioni del Presidente Aldo Moro e quelle del Presidente Xi Jinping, ovvero di un cattolico italiano e di un marxista cinese, relativamente alla pace e allo sviluppo delle civiltà, siano concordanti.

In particolare riferendosi alle parole del Presidente Xi, laddove egli sottolinea che occorre ricercare un'armonia senza uniformità, ovvero ricercare ciò che unisce, senza stravolgere le identità di ciascun popolo.

Il prof. Paolo Giordani ha spiegato che la diplomazia è l'arte della comprensione e che, laddove non c'è comprensione, c'è unicamente competizione.

Il diplomatico, dunque, è colui il quale, ha spiegato il prof. Giordani, ricerca una via d'uscita onorevole per l'avversario.

Egli ha ricordato l'allora Ministro degli Esteri socialista Pietro Nenni che, nel 1968, si adoperò per primo per il riconoscimento di Pechino, forte dei suoi buoni e solidi rapporti con Mao Tse-Tung e Zhou Enlai.

Egli ha ricordato come tale processo di riconoscimento ufficiale della Repubblica Popolare Cinese, fu portato a termine il 5 novembre 1970 dal successore di Nenni, Aldo Moro, permettendo così a Pechino di uscire dall'isolamento internazionale, facendo seguito al riconoscimento francese della Repubblica Popolare Cinese voluto da De Gaulle, nel 1964.

Il prof. Giordani, in merito, ha sottolineato come ancora oggi ci sarebbe la necessità della lungimiranza di quei grandi statisti, al fine di prepararci alle sfide future.

La prof. Daniela Caruso ha spiegato come la cultura della pace trascenda le ideologie e si fondi sull'apertura mentale. Apertura mentale ampiamente dimostrata dalla Cina, della quale lei è studiosa da decenni. 

La prof. Caruso ha sottolineato come nel suo saggio si parli molto di comprensione e dialogo di civiltà, attraverso un inedito filo che collega il mondo cattolico e socialista italiano al mondo marxista cinese. Visioni di grande apertura che, ha spiegato Daniela Caruso, non esistono più nelle classi dirigenti odierne.

La prof. ha spiegato come la Cina fondi le sue relazioni internazionali attraverso la mediazione, senza entrare a gamba tesa nelle relazioni con gli altri Paesi, promuovendo pace e sviluppo. Lei ha altresì aggiunto come, tale carattere pacifico, quanto il carattere comunitario della Cina, abbia radici antichissime e sia tutt'altro che un retaggio moderno.

Molto interessanti anche gli interventi del prof. Antonio Virgili, il quale ha ricordato il carattere lungimirante del mondo politico cattolico della Prima Repubblica, relativamente allo sguardo aperto verso la Cina e quello dell'Ambasciatore Riccardo Sessa, già Ambasciatore d'Italia a Pechino.

Quello di Daniela Caruso è certamente il suo ennesimo saggio utile a porre un ulteriore tassello verso la comprensione di una realtà pragmatica, sociale, comunitaria e armoniosa, come quella cinese.

Personalmente sono un grande estimatore dei suoi saggi, che ho recensito e spesso citato nei miei articoli, oltre che nel mio ultimo saggio, “Ritratti del Socialismo”.

La Cina (ma anche i BRICS e il Sud del mondo, che essa sta guidando), come sottolineavo all'inizio dell'articolo, è la chiave di quel futuro che ancora non c'è, ma che potrà garantire una nuova luce a questo mondo piombato nelle tenebre dell'ignoranza, del razzismo, dell'ultra atlantismo (fuori tempo massimo) e di un nuovo oscurantismo geopolitico e culturale.

Luca Bagatin

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Paolo Giordani, Michele De Gasperis e Daniela Caruso
 

  

Daniela Caruso e Luca Bagatin

Luca Bagatin e Li Xiaoyong

martedì 7 luglio 2026

Il Presidente socialista colombiano Gustavo Petro denuncia brogli, annuncia ricorso e convoca una mobilitazione il 20 luglio. Articolo di Luca Bagatin

 

Il Presidente uscente della Colombia, il socialista Gustavo Petro, ha dichiarato di non riconoscere la legittimità del nuovo governo dell'estrema destra guidata da Abelardo Da la Espriella.

Il Presidente Petro ha scritto in merito, su X, che “Gli algoritmi che hanno falsato i risultati elettorali sono stati utilizzati con le liste elettorali di coloro che non votano mai, sostituendole con elettori che potevano votare più volte o con elettori assenti nei seggi con giurie omogenee”.

Egli ha spiegato che nei seggi elettorali all'estero, ove il candidato dell'estrema destra ha ottenuto 177.000 voti in più rispetto al candidato della sinistra, Ivan Cepeda, i giurati provenivano dalla Colombia e non erano residenti negli USA o in Spagna. Situazione che il Presidente Petro ha definito “illegale”.

Il Presidente uscente ha altresì aggiunto che alcuni elettori, trasferiti per i Mondiali di calcio, avrebbero votato fino a sette volte, utilizzando l'identità di cittadini assenti.

Egli ha poi indicato la società di intelligence privata israeliana BlackCube come fornitrice di algoritmi difettosi e ha accusato la società di lobbying Balart di aver ricevuto milioni di dollari per promuovere l'immagine di De la Espriella e convincere Trump a sostenerlo.

Su Facebook, il Presidente Petro ha affermato, fra le altre cose:

“Ciò che sta arrivando è il fascismo, e il fascismo non è qualcosa con cui si può trattare, ma qualcosa da sconfiggere.

Non stiamo esagerando quando diciamo che il governo di Abelardo è stato eletto dall'estero, con voti inesistenti, in una percentuale automaticamente aggiustata da algoritmi creati da società private israeliane con l'approvazione del loro governo genocida, e gestiti dalla società che io stesso ho pubblicamente denunciato, ma che il Consiglio di Stato aveva già ordinato di rimuovere con una sentenza definitiva nel 2018.
Oggi abbiamo illustrato ai rappresentanti eletti l'arsenale di prove raccolte e presenteremo ricorso per l'annullamento delle elezioni, come è nostro dovere.

L'umanità conoscerà i fatti perché ciò che è accaduto in Colombia è già accaduto in altri Paesi, anche europei, e continuerà ad accadere. Non stiamo solo affrontando l'imminenza del fascismo in Colombia, ma forse il più grande attacco alla democrazia globale dai tempi di Hitler”.

Gustavo Petro, prima di lasciare il suo incarico, ha indetto, per il prossimo 20 luglio, giornata dell'indipendenza della Colombia, una mobilitazione per difendere le riforme sociali del Paese. Alla manifestazione parteciperà anche il candidato dell'opposizione Ivan Cepeda, sostenuto da Petro alle elezioni presidenziali.

Luca Bagatin

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lunedì 6 luglio 2026

Mutamenti geopolitici e nuovi scenari internazionali. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori

 

Attualmente, il mondo è entrato in una nuova fase di turbolenza e trasformazione, con numerosi cambiamenti che emergono nel panorama geopolitico globale. La lenta crescita economica, unita allo sviluppo della rivoluzione tecnologica (leggi anche: passi in avanti dell’intelligenza artificiale), hanno portato a un contesto geopolitico globale più instabile e incerto; la perdita dell’egemonia statunitense e il disordine dell’incertezza degli schieramenti internazionali hanno ulteriormente frammentato e disordinato il panorama geopolitico mondiale.

Quanto più complessa e interconnessa diventa la situazione, tanto più la comunità internazionale deve collaborare in solidarietà e mutuo soccorso, attenendosi alla logica del progresso storico e alla tendenza dei tempi. Di fronte a questo intricato scenario geopolitico, contribuire con determinazione alla pace e allo sviluppo mondiale attraverso una governance accettata da tutte le parti, e stabilizzare un mondo incerto con la sicurezza riveste una grande importanza strategica. L’attuale governo statunitense ha ripetutamente minacciato di annettere la Groenlandia con il pretesto della cosiddetta “sicurezza nazionale” e ha dichiarato di non escludere la possibilità di ricorrere alla forza. Addirittura pure i pacifici cittadini danesi hanno marciato e manifestato nella piazza del Municipio di Copenaghen il 17 gennaio 2026, protestando contro tale tentativo.

Il mondo sta attraversando rapidi cambiamenti, con la Casa Bianca e alcuni altri Paesi occidentali che apportano modifiche strategiche e si impegnano in una competizione per il potere e nuove regole, e tutto questo sta determinando un profondo rimodellamento del panorama geopolitico e introducendo una nuova fase storica caratterizzata da cambiamenti interconnessi e da una crescente instabilità.

L’equilibrio e la distribuzione del potere geopolitico stanno subendo una rapida ristrutturazione, con l’indebolimento della superpotenza “unipolare” e la differenziazione di molteplici potenze forti che si evolvono parallelamente. Il modello emerso dopo la guerra fredda ha subìto cambiamenti fondamentali a causa dell’ampliamento delle differenze di sviluppo tra i Paesi, diventando il filo conduttore dell’evoluzione dello scenario. Da un lato, il potere e lo status degli Stati Uniti d’America sono relativamente diminuiti e la loro egemonia unipolare è insostenibile. La quota di Washington nell’economia globale è scesa da circa il 40% al suo apice negli anni Sessanta a circa il 26% negli ultimi tempi, con problemi quali una struttura industriale squilibrata e un pesante debito federale che scuotono le fondamenta del suo potere nazionale. Dall’insediamento dell’attuale amministrazione statunitense, la sua posizione unilaterale e aggressiva si è intensificata, ed il suo soft power è stato gravemente danneggiato; le crepe all’interno del suo sistema di alleanze si sono allargate e la sua capacità di dominare l’agenda è diminuita.

D’altro canto, il mondo si sta evolvendo in una direzione multipolare sempre più marcata, con le potenze tradizionali e i Paesi emergenti – quali, ad esempio i BRICS – che divergono nei loro percorsi di sviluppo, dando luogo a una struttura di potere differenziata. Le difficoltà economiche e di sicurezza dell’Unione Euripea si sono aggravate e la dipendenza strategica di Tokyo da Washington rimane invariata, creando disequilibrio in Estremo Oriente. Allo stesso tempo, il Sud del mondo è cresciuto significativamente, rappresentando oltre il 40% dell’economia globale e diventando una forza indispensabile e importante nel processo di multipolarizzazione mondiale.

Nel frattempo, la Repubblica Popolare della Cina ha continuato a compiere dei passi in avanti, rafforzando notevolmente la sua influenza internazionale; la Russia, nonostante le sanzioni occidentali, ha dimostrato una forte resilienza strategica facendo leva sulle sue risorse energetiche e su altri vantaggi; i Paesi emergenti come India, Brasile e Repubblica Sudafricana sono attivamente alla ricerca di opportunità e stanno diventando forze sempre più importanti che influenzano il panorama internazionale.

Le alleanze geopolitiche si stanno frammentando e riorganizzando sempre più, con la competizione e l’autonomia strategiche le quali che assumono un ruolo sempre più rilevante. Le interazioni geopolitiche globali stanno attraversando una complessa evoluzione, con gli Stati Uniti d’America e alcuni altri Paesi occidentali ad essi legati, che continuano a fomentare il confronto tra alleanze.

Molti Paesi mostrano una crescente propensione all’autonomia e all’indipendenza de facto, rendendo la coesistenza di confronto una caratteristica saliente del mutevole panorama geopolitico. Il confronto è una caratteristica chiave. Per mantenere la loro precaria egemonia e reprimere l’ascesa delle potenze emergenti, alcuni Paesi occidentali, e non, stanno intensificando la loro competizione, che si sta estendendo dalle tradizionali regioni chiave come Europa ed Asia-Pacifico ad altre aree.

La crisi ucraina e la situazione in Vicino e Medio Oriente continuano senza sosta, la divergenza tra le posizioni di Stati Uniti d’America e Israele e Stati Uniti ed Unione Europea si sta ampliando e il confronto tra Europa e Russia si approfondisce e consolida.

La Casa Bianca sta mobilitando gli alleati regionali per promuovere la cosiddetta “strategia indo-pacifica”, aumentando i rischi per la sicurezza nella regione estremo-orientale e, al contempo, adattando la propria strategia intercontinentale, esercitando maggiore pressione su regioni e Paesi dell’America Latina (per tutti la questione venezuelana), del Medio Oriente (Israele, Gaza e Libano) e dell’Africa (guerre intestine al Continente). Sempre più Paesi, di fronte a imposizioni e comportamenti autoritari da parte di potenze egemoniche, stanno vivendo un risveglio strategico e cercando di svincolarsi, con la maggiore esigenza di superare i tradizionali scontri tra alleanze, promuovere la multipolarità e migliorare la governance globale.

La competizione geopolitica si sta intensificando, con una crescente rivalità per le vie navigabili strategiche (fra queste, la ben nota questione degli stretti) e le principali risorse minerarie. Con i rapidi progressi tecnologici e i cambiamenti nel panorama globale delle risorse e dell’energia, le roccaforti geopolitiche, le vie navigabili chiave e i minerali critici sono diventati punti nevralgici della competizione.

Le posizioni geografiche e gli snodi strategici hanno sempre rivestito un’importanza fondamentale nella geopolitica globale. Gli Stati Uniti d’America, come abbiamo detto supra, puntano alla Groenlandia, non per l’apparente “vicinanza” al Continente America, ma in quanto ricca di minerali delle terre rare, e per i passaggi che controllano le rotte marittime artiche.

Una questione poco affrontata è il porto australiano di Darwin, che potrebbe essere foriero di una situazione d’instabilità. Quell’approdo è di vitale importanza per gli Stati Uniti d’America grazie alla sua posizione strategica nell’Indo-Pacifico e al suo ruolo nelle operazioni militari alleate. Situato all’estremità settentrionale dell’Australia, funge da snodo logistico cruciale per la Marine Rotational Force-Darwin (base staunitense dei Marine). I pianificatori della difesa statunitensi considerano il porto e la circostante base della Royal Australian Air Force di Darwin essenziali per il mantenimento della sicurezza e per una rapida risposta alle crisi. La sua vicinanza al Sud-Est Asiatico consente alle forze congiunte statunitensi e australiane di condurre addestramenti e dispiegare rapidamente risorse.

Esso è considerato di potenziale importanza militare, impiegando tattiche sia morbide che dure nella loro offensiva, anche a costo di violare la sovranità di altri Paesi. Le vie navigabili chiave sono la linfa vitale del commercio globale e del trasporto di energia. La crisi marittima del Mar Rosso del 2023 e l’attuale di Homuz hanno gravemente colpito le catene di approvvigionamento globali, evidenziando l’estrema importanza delle vie navigabili strategiche. Le recenti azioni di Trump, come il tentativo di assumere il controllo del Canale di Panama, preannunciano una nuova fase di competizione per queste vie navigabili. Minerali chiave come litio, cobalto, nichel e terre rare sono la forza trainante delle energie pulite e di settori emergenti come l’intelligenza artificiale. Assicurarsi l’approvvigionamento di questi minerali chiave è una condizione necessaria per guidare le rivoluzioni industriali in tali àmbiti. Gli Stati Uniti d’America e altri Paesi occidentali hanno costantemente alimentato dispute geopolitiche sui minerali chiave, tentando di promuovere il “disaccoppiamento” delle catene di approvvigionamento di questi minerali chiave da importanti Paesi di quella zona. (Il “disaccoppiamento” è la strategia economica e geopolitica volta a separare o ridurre la dipendenza dai mercati esteri.)

La competizione geostrategica si è ampliata notevolmente, con nuovi àmbiti che sono diventati frontiere a causa delle quali tutti i Paesi cercano di proteggere, rafforzando il loro parco militare. Gli abissi marini, le regioni polari, lo spazio extra-atmosferico e il cyberspazio sono tutti elementi legati alla sicurezza strategica di ogni Stato e influenzano il futuro assetto del potere globale, diventando nuove frontiere su cui potrebbero scatenarsi lotte nella competizione geopolitica internazionale.

I predetti abissi marini, ricchi di risorse minerarie, biologiche ed energetiche, stanno attirando sempre più l’attenzione strategica di diversi Paesi: vedi la questione delle ampie Zone Economiche Esclusive del Pacifico, la cui formale sovranità è esercitata anche da Stati che hanno meno abitanti di un quartiere romano.

Attualmente, le scoperte nella tecnologia di estrazione mineraria in acque profonde ed il relativo vuoto normativo nel diritto internazionale, stanno innescando controversie sull’allocazione delle risorse, con alcuni Paesi che stanno mettendo alla prova i limiti dell’ordine internazionale. Vedi anche la lotta tra Stati Uniti d’America, Russia, Canada e altri per il controllo delle rotte marittime artiche rimane irrisolta e la competizione strategica negli abissi marini polari e caldi si sta intensificando.

Va pure rammentato lo spazio extra-atmosferico il quale è un’area chiave della moderna competizione militare e tecnologica. Gli Stati Uniti d’America, attraverso il progetto Starlink, mirano a prendere l’iniziativa e a scatenare una battaglia per le risorse spaziali, che porterà a un’intensificazione della competizione per i diritti spaziali internazionali. Ma non c’è solo lo spazio atmosferico, ma pure quello cyber, che rappresenta un nuovo palcoscenico per l’interazione geopolitica mondiale. La governance dell’ecosistema cibernetico è fondamentale per lo sviluppo e la sicurezza nazionali. Sempre più Paesi stanno aumentando gli investimenti per potenziare le proprie capacità offensive e difensive nel cyberspazio, e la lotta per il dominio e il controllo dello spazio cibernetico si sta facendo sempre più aspra, con una crescente tendenza alla geopoliticizzazione di quest’ultimo. Tanti sono i nuovi scenari che non vengono appronditi dai mass-media.

Giancarlo Elia Valori 

domenica 5 luglio 2026

Contro la logica della guerra: la scelta della Slovacchia del socialista democratico Robert Fico. Articolo di Luca Bagatin

 

Ancora una volta, in UE, l'unico governo responsabile e pragmatico si dimostra quello del socialista democratico slovacco Robert Fico, leader di SMER-Direzione Socialdemocrazia.

La Slovacchia, infatti, non sosterrà ulteriori finanziamenti militari all'Ucraina al prossimo vertice NATO di Ankara del 7 e 8 luglio.

Se altri Paesi vogliono prepararsi alla guerra, probabilmente non possiamo impedirlo. Ma la Slovacchia è un Paese pacifico ed è per questo che lo dico in anticipo: condurrò tutti i negoziati in modo tale che la delegazione che andrà ad Ankara non abbia la possibilità di coinvolgere la Slovacchia in questi prestiti di guerra”, ha affermato nei giorni scorsi il Premier slovacco Robert Fico.

Egli ha altresì spiegato che il conflitto russo-ucraino non può avere una soluzione militare, ma solamente diplomatica e ha ribadito che continuerà a fornire unicamente assistenza umanitaria all'Ucraina e a lavorare per i negoziati fra le parti.

Il Premier Fico, nel sottolineare che la Slovacchia non parteciperà ad alcun meccanismo finanziario per sostenere militarmente l'Ucraina, ha spiegato che non parteciperà nemmeno al prestito di 90 miliardi di euro che l'Ucraina riceve dall'UE.

Ci fossero altri governi responsabili, in UE, come il suo, forse la fine del conflitto sarebbe più vicina. Ma a prevalere, ad oggi, solo insane ideologie che, se da una parte creano un clima da nuova Guerra Fredda, dall'altro fanno crescere i consensi dell'estrema destra.

Dalla padella alla brace.

Luca Bagatin

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mercoledì 1 luglio 2026

Celebrazione del 105º anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese: il discorso del Presidente Xi Jinping. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 1 luglio 2026, in occasione del 105° anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese (PCC), si è tenuta – nella Grande Sala del Popolo, a Pechino – la cerimonia di celebrazione di tale importante evento, che ha visto la partecipazione di membri del Partito, attivisti e organizzazioni di base provenienti da tutta la Repubblica Popolare Cinese (3.000 persone circa).

Il Segretario Generale del PCC e Presidente della Repubblica, Xi Jinping, ha sottolineato, durante l'evento, che quella che sta vivendo la nazione cinese è “l'epopea più magnifica” e, in tal senso, ha esortato i membri del Partito, a continuare nella costruzione di un Paese socialista moderno e prospero.

Egli ha ricordato come il PCC, fondato il 1 luglio 1921 e composto allora da appena 50 membri, sia diventato il più grande partito di governo al mondo, con oltre 100 milioni di iscritti e con un'enorme influenza a livello globale.

Il Presidente Xi ha esortato i membri del PCC a “rimanere impassibili di fronte alle nubi che passano e mantenere la rotta attraverso il vento e le onde”, proseguendo nella via tracciata.

Egli ha ricordato come il Partito fondi le sue radici nel popolo e sia al servizio di esso e come solo attraverso il suo “spirito imprenditoriale” esso potrà continuare a realizzare imprese storiche.

Lo sviluppo della Cina si trova ora in un periodo in cui le opportunità strategiche coesistono con rischi e sfide, e in cui i fattori incerti e imprevedibili sono in aumento. Dobbiamo essere sempre pronti a resistere alle grandi prove di forti venti e onde impetuose, e persino a violente tempeste”, ha avvertito il Presidente Xi.

Ed ha rimarcato le fondamenta del suo pensiero ovvero: “Dobbiamo promuovere continuamente la costruzione di una comunità con un futuro condiviso per l'umanità”.
Il Presidente Xi Jinping ha altresì sottolineato la necessità di promuovere l'autogoverno del Partito, in modo rigoroso, senza mai abbassare la guardia contro la corruzione.

È imperativo che tutti noi nel Partito non dimentichiamo mai la nostra aspirazione originaria e la nostra missione fondativa, che restiamo sempre modesti, prudenti e laboriosi, e che abbiamo il coraggio e la capacità di portare avanti la nostra lotta”, ha aggiunto.
Durante la cerimonia, il Presidente Xi ha assegnato la più alta onorificenza del Partito - la “Medaglia del 1 luglio” - a otto membri: un mediatore di base, un veterano, un funzionario del Partito di un villaggio, un medico rurale, un operatore sociale, uno specialista in agricoltura, un esperto in ingegneria meccanica e un esperto in ingegneria della raffinazione del petrolio.

Nel suo discorso, il Presidente Xi ha ricordato che il PCC, sotto la cui guida la Cina è divenuta la seconda economia mondiale, è un partito fondato sull'eccellenza e sulla meritocrazia. Ha inoltre affermato che esso rappresenta una chiara dimostrazione della vitalità del marxismo e della sua capacità di influenzare profondamente il corso della Storia mondiale.

Egli ha altresì ricordato come il PCC abbia modernizzato e innovato il Paese, innalzando l'aspettativa di vita media a 79 anni, istituito sistemi di istruzione, previdenza sociale e assistenza sanitaria all'avanguardia e eliminato la povertà assoluta.

Nel suo intervento, il Presidente Xi, ha sottolineato che il PCC ha delineato un piano al fine di realizzare una sostanziale modernizzazione del Paese entro il 2035, giungendo a costruire “un grande Paese socialista moderno sotto tutti gli aspetti” entro il 2050.

Il Presidente Xi Jinping ha invitato i militari cinesi a difendere con risolutezza sovranità, sicurezza e gli interessi della Cina, dando un maggiore contributo alla pace e allo sviluppo globali.

Egli ha, infine, promesso azioni risolute contro i secessionisti di Taiwan e auspicato in tempi brevi la completa riunificazione pacifica del Paese.

Luca Bagatin

https://amoreeliberta.blogspot.com