martedì 21 aprile 2026

Cuba resiste e lo fa anche con l'iniziativa "La mia firma per la Patria", rivolta alla società civile di tutto il mondo. Articolo di Luca Bagatin

 

Cuba resiste. Nonostante l'inasprimento dell'embargo e le continue minacce del regime di Trump.

E resiste anche in modo simbolico, coinvolgendo la società civile e promuovendo la raccolta di firme “La mia firma per la Patria”, che vuole ribadire il sostegno alla Rivoluzione socialista cubana, alla sovranità dell'Isola e il suo impegno per la pace e l'emancipazione sociale.

Il Presidente di Cuba, Miguel Díaz-Canel, ha apposto la sua firma a Playa Giron, durante la commemorazione del 65esimo anniversario della vittoria di Cuba contro l'invasione del regime statunitense, nell'aprile 1961.

Riferendosi ai valorosi eroi cubani del '61, il Presidente Díaz-Canel, ha affermato, sui social: “Oggi, lì (a Girón), abbiamo deposto fiori bianchi, in onore del loro eroismo, e abbiamo firmato la dichiarazione inequivocabile secondo cui la Rivoluzione cubana non scenderà mai a compromessi sui suoi principi”.

L'iniziativa “La mia firma per la Patria” sostiene l'appello del Presidente cubano alle organizzazione cubane e di tutto il mondo, allo scopo di sensibilizzare la comunità internazionale relativamente al dramma che sta subendo Cuba a causa delle misure coercitive in ambito commerciale, finanziaro ed economico imposte dagli USA, per ragioni meramente ideologiche.

Gli USA, infatti, non hanno mai sopportato l'idea che, a pochi passi da casa loro possa esistere una realtà nella quale la comunità, attraverso il socialismo, venga messa al primo posto e che in quell'Isola si investa in sanità e istruzione, piuttosto che in armi di distruzione di massa.

Non occorre essere comunisti o socialisti per sostenere Cuba. Basta la logica, il buonsenso, l'umantià.

Luca Bagatin

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lunedì 20 aprile 2026

Nuova primavera socialista per la Bulgaria e l'Europa. Articolo di Luca Bagatin

 

E' e sarà una nuova primavera per la Bulgaria e l'Europa, con la vittoria, alle elezioni parlamentari di domenica 19 aprile, della coalizione socialista democratica e populista di sinistra Bulgaria Progressista (PB) di Rumen Radev che, con quasi il 45% dei consensi, ha ottenuto la maggioranza dei seggi in Parlamento e battuto la coalizione liberale e democristiana di centro-destra GERB (Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria) - SDS (Unione delle Forze Democratiche), di Bojko Borisov, ferma al 13,39%. Al terzo posto i liberal-europeisti di Continuiamo il Cambiamento, con il 12,6%; a seguire i liberali del Movimento per i Diritti e le Libertà, con il 7,1% e, infine, l'estrema destra di Revival, che ha ottenuto appena il 4,2% dei voti.

Le forze di destra e ultra-destra, liberal-capitaliste e filo UE, in sostanza, sono state ampiamente sconfitte e hanno perso numerosi seggi, lasciando spazio alla neonata Bulgaria Progressista, composta da socialisti democratici, nazionalisti e populisti di sinistra, nella piena tradizione del socialismo originario e patriottico europeo, la cui storia – malamente oscurata e vilipesa dall'ideologia liberale e capitalista – ha origini che vanno da Giuseppe Garibaldi ad Aleksandr Herzen, sino a giungere alla Comune di Parigi e i primi Soviet operai e contadini e che unisce tanto la tradizione socialista-repubblicano sociale latina che quella eurasiatica.

Il leader della coalizione vincente, Rumen Radev, classe 1963, Generale dell'Aeronautica, fu aderente al Partito Comunista Bulgaro dal 1985 al 1990 e, nel 2016, fu il candidato eletto alla Presidenza della Bulgaria, sostenuto dal Partito Socialista Bulgaro e dalla socialista democratica Alternativa per la Rinascita Bulgara, coalizione con la quale vinse con quasi il 60% dei voti, battendo la candidata dei liberali di centro-destra.

Radev è sempre stato critico nei confronti del governo liberale di centro-destra di Bojko Borisov, che ha spesso accusato di essere autoritario, oligarchico e corrotto e si è schierato contro di lui, con un programma fondato sulla lotta alla corruzione e all'oligarchia; maggiore presenza dello Stato in economia; maggiore giustizia e stato sociale e promozione della sovranità nazionale.

Nel 2017 fu fra i primi politici europei a condannare le sanzioni imposte dall'UE contro la Russia e si è sempre espresso contro la fornitura di armi al governo di Kiev, ritenendo che la Bulgaria dovesse tenersi fuori dal conflitto russo-ucraino e, come il suo omologo slovacco, il socialista democratico Robert Fico, ha sempre invitato ai negoziati fra le due parti.

Si è sempre detto, inoltre, molto critico nei confronti della costituzione di un fondo di riarmo, come proposto dai vertici dell'UE e criticò anche l'UE quando questa volle riconoscere il golpista Juan Guaidò che, nel 2019, senza averne alcun titolo, si autoproclamò Presidente del Venezuela in funzione anti-socialista e filo-statunitense.

E' emblematico il silenzio della sedicente “sinistra” italiana (o “campo largo) difronte al risultato delle elezioni in Bulgaria, che hanno visto il trionfo di una coalizione socialista e di sinistra autentica, senza equivoci.

Il caravanserraglio del PD and Co., invece, fino a pochi giorni fa ha preferito esultare per il destrorso Magyar, ovvero per la controfigura più glamour di Orban, peraltro suo ex sodale di partito.

Del resto, come scrivevo pochi giorni fa in un articolo dal titolo “Il tramonto della politica e la crisi dell'Occidente liberale” (https://amoreeliberta.blogspot.com/2026/04/il-tramonto-della-politica-e-la-crisi.html), esordivo con questo ragionamento: “Francamente si fa davvero fatica a definire “sinistra” il PD e i suoi alleati o potenziali tali, da Renzi, passando per Calenda, Bonelli, Fratoianni e Conte.

In che cosa si differenziano dal campo meloniano?

Nel voler mettere al centro la comunità, magari investendo massicciamente in istruzione, sanità, ricerca e sicurezza pubblica?

Nel voler nazionalizzare i settori chiave dell'economia, in favore, appunto, della comunità stessa?

Nel voler riaprire un dialogo con la Russia, ritornando a commerciare con essa, riaprire i canali energetici e abbandonare il sostegno all'autocrazia corrotta né UE né NATO, retta da un comico irresponsabile?

Nel voler ripristinare la democrazia rappresentativa, ritornando al sistema proporzionale puro, come previsto dalla Costituzione?

Nel voler ridiscutere l'alleanza con gli USA che, sempre di più, spingono l'acceleratore verso la destabilizzazione mondiale?”

Il socialismo autentico e senza equivoci, in Europa, quello di Radev, Robert Fico, Pedro Sanchez, Jeremy Corbyn e George Galloway in Gran Bretagna, Jean-Luc Mélenchon in Francia, Sahra Wagenknecht in Germania, pur nelle peculiarità nazionali di ciascun leader socialista, pone infatti al centro la comunità; è critico nei confronti del liberal-capitalismo, ovvero dell'edonismo e egoismo imperante; promuove il dialogo e il multilateralismo; promuove una società ordinata e volta al servizio delle persone, non della criminalità e delle oligarchie economiche.

Esattamente come il socialismo latinoamericano del Presidente brasiliano Lula, di quello colombiano Petro, di quello della Presidente messicana Sheinbaum e non li cito a caso, perché sono stati i veri protagonisti del IV Vertice in Difesa della Democrazia, tenutosi a Barcellona lo scorso 18 aprile.

Leader socialisti che hanno e non da oggi: condannato l'embargo contro Cuba da parte dell'imperialismo statunitense; che hanno condannato gli attacchi illegali dei regimi di Trump e Netanyahu contro l'Iran; che hanno condannato i crimini contro i palestinesi commessi dal regime di Netanyahu; che hanno condannato l'attacco del regime statunitense contro il Venezuela socialista e il rapimento del suo legittimo Presidente, Nicolas Maduro e della First Lady, Clia Flores e che hanno promosso: giustizia sociale; sovranità nazionale; indipendenza economica; rispetto del diritto internazionale; dialogo fra ogni parte in conflitto, comprendendo le ragioni di ogni parte in causa.

E Sanchez ha fatto benissimo a riaprire un amichevole canale con le realtà socialista dell'America Latina, grazie al vertice di Barcellona, oltre che rinnovare la sinergia economica con la Repubblica Popolare Cinese e non aver rotto, dal punto di vista energetico, con la Russia, risultando il primo importatore di gas russo in UE.

Socialismo senza equivoci è pragmatismo, logica, democrazia, comunità.

Ed è estraneo al sinistrismo borghese, liberal-capitalista (o “riformista” come si usa dire oggi, termine che ricordo essere stato criticato anche da Saragat, nel 1947), che insegue la destra divenendo esso stesso una forma indistinta di destra. Egualmente ideologico, censorio, anti-economico, anti-sociale e persino anti-europeista, visto che, senza dialogo, senza multilateralismo, senza il porre al centro gli interessi dei cittadini europei, l'idea stessa di Europa unita è destinata a implodere, disgregarsi, finire nelle mani dell'estremismo di destra nazionalista e sciovinista, sempre agli ordini dei desiderata di Washington o delle élite di Bruxelles (vedi Maggioranza Ursula, sostenuta tanto dalle destre liberal-democristiane, quando dagli pseudo “socialisti” e dagli pseudo “verdi”, ovvero da quel sinistrismo borghese liberal-capitalista di cui sopra).

Una Europa unita, sociale, sovrana, indipendente, in sinergia con l'Asia, l'Africa e l'America Latina, è ancora tutta da costruire.

Ma ciò sarà possibile solo guardando ad un socialismo senza equivoci, comunitario e autogestionario, come la Storia ci ha ampiamente insegnato.

Luca Bagatin

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Crisi energetiche e declino europeo: il costo geopolitico dell'avidità. Articolo di Paola Bergamo

 

L’essere umano, ancora una volta, si dimostra indifferente all’unicità del valore della vita.
I potenti della terra, nel nome dell’avidità, sembrano percepire come un proprio diritto quello di mandare a morire i propri simili, dimenticando la natura transitoria dell’esistenza e la fragilità del sistema che li sostiene.
Il pianeta che abitiamo assomiglia a una navicella sufficientemente fornita di risorse per garantire a tutti una vita dignitosa. Eppure, mentre la ricchezza globale continua a crescere, essa si concentra progressivamente nelle mani di pochi, ampliando le disuguaglianze e trascinando nella vulnerabilità anche aree storicamente prospere come l’Europa.

In questo contesto, le guerre a noi più prossime, in Ucraina come in Medio Oriente, non possono essere interpretate esclusivamente come conflitti regionali o ideologico-religiosi. Esse rappresentano l’espressione di una competizione sistemica per il controllo delle risorse, delle rotte energetiche e delle leve economiche globali, divenendo strumento per un dominio energetico sul mondo.

Nel sistema internazionale contemporaneo, l’energia è il principale vettore di potere. Il controllo delle fonti, delle infrastrutture e dei corridoi di transito determina la capacità degli Stati di influenzare gli equilibri globali dove i conflitti in Ucraina e Medio Oriente possono essere letti come momenti di una più ampia ristrutturazione dell’ordine energetico mondiale.
La rottura del legame tra Europa e Russia, culminata nel sabotaggio del Nord Stream 2, espressione del conflitto tra Sea Power versus  Land Power, è stato centrale nel ridisegnare le catene di approvvigionamento, favorendo nuovi attori e nuove dipendenze. Parallelamente, l’instabilità mediorientale esercita una pressione costante sui mercati petroliferi globali, mantenendo elevata la volatilità e rafforzando il valore strategico delle rotte marittime.

Non si tratta di guerre pianificate per il solo controllo delle risorse, ma di conflitti in cui la dimensione energetica costituisce un fattore strutturale centrale, capace di orientare decisioni politiche e militari.

Le guerre contemporanee evidenziano una dinamica ricorrente: mentre distruggono valore in termini sociali e materiali nel contempo generano opportunità di profitto per specifici settori.

L’aumento della spesa militare, la volatilità dei mercati e la riorganizzazione delle catene di approvvigionamento favoriscono i grandi gruppi energetici globali, l’industria della difesa e gli operatori finanziari attivi nei mercati delle materie prime suggerendo l’esistenza di una convergenza strutturale tra conflitto e profitto. In tale contesto, la guerra diventa non solo una tragedia politica, ma anche un fenomeno integrato nei meccanismi di accumulazione globale.
Il risultato è una crescente asimmetria tra gli ingenti costi umani, sociali ed economici di fronte a benefici che tendono a concentrarsi.

In questo panorama l’Europa appare la principale vittima sistemica perché se alcuni attori globali traggono vantaggio dalla riorganizzazione geopolitica, l’Europa emerge come uno dei principali perdenti e in Ucraina, sostenuta al prezzo della propria competitività/benessere e nel contempo in Medioriente, risultando vittima predestinata degli effetti della chiusura dello stretto di Hormuz e della distruzione dei centri di raffineria del petrolio.

La fine dell’accesso a energia a basso costo ha colpito al cuore il modello industriale europeo, costruito sull’equilibrio tra competitività manifatturiera ed efficienza energetica. La sostituzione di tali forniture con fonti più costose produce un aumento permanente dei costi industriali, accelera nuovi processi di delocalizzazione e perdita di competitività.
Se a ciò si aggiungono il rialzo dell’inflazione, la compressione dei salari, l’aumento della spesa pubblica per sussidi e difesa, il risultato è un indebolimento simultaneo della base industriale, della stabilità sociale e della capacità fiscale degli Stati europei.
Non esente da gravi responsabilità è la Ue che, con  scelte ideologiche spesso in danno all’economia reale ha evidenziato la  propria incapacità di elaborare una risposta atta a contenere i danni.
Ciò comporta una inevitabile frammentazione interna e il ritorno degli Stati nazionali che tendono a privilegiare soluzioni il più possibile in proprio, soprattutto in ambito energetico e industriale, riducendo la coerenza stessa del mercato unico.
La cosa non è secondaria perché la Ue è stata generata e si è sviluppata con natura mercatale a discapito di una necessaria natura politica. La mancanza di soggettività politica e la dinamica in atto condanna gli europei a un potenziale arretramento storico: da progetto di integrazione sovranazionale a sistema di Stati nuovamente in competizione tra loro, sempre più fragili, via via meno determinanti nello scacchiere mondiale e, nella competizione tra Stati Uniti e Cina, trasformati da attore globale unitario a spazio economico subordinato e vulnerabile.

In tale contesto il ruolo degli Stati Uniti mira a ridefinire l’equilibrio occidentale al prezzo dell’occidente europeo.

Gli Stati Uniti, non hanno mai inteso ritrarsi dal sistema internazionale e il MAGA, implica piuttosto un loro intervento sempre più selettivo volto a massimizzarne l’influenza riducendo i costi diretti.
Ma vi è una contraddizione di fondo: gli USA di Trump, ma anche prima con Biden, hanno posto in capo all’Europa lo scotto economico dei conflitti e vorrebbero tuttavia un maggior coinvolgimento militare degli alleati con lo scopo di rafforzare la  posizione americana nei mercati energetici globali attraverso l’utilizzo combinato di strumenti militari, economici e finanziari. Una manovra a tenaglia in cui l’Europa si è lasciata imbrigliare per la propria miopia strategica, ritrovandosi progressivamente marginale nel ridisegno di un sistema di gerarchie tra potenze.
In questo processo l’Europa è vittima sistemica, economicamente indebolita, energeticamente dipendente e politicamente più frammentata.

Il paradosso è evidente. In un mondo dotato di risorse sufficienti che garantirebbero una vita dignitosa per tutti, la competizione per il controllo di tali risorse continua a generare distruzione, instabilità e disuguaglianza. La guerra, lungi dall’essere un’eccezione, rischia di diventare una componente strutturale dell’economia globale in un mondo dove l’idea unipolare americana si scontra con la realtà multipolare che si va consolidando.

Se la conflittualità che accompagna questo cambio di paradigma non verrà invertita, il vero esito di questa fase storica non sarà soltanto la ridefinizione degli equilibri di potere, ma la normalizzazione di un sistema in cui il valore della vita umana viene subordinato alla logica dell’accumulazione e del dominio.

E in questo sistema, l’Europa – un tempo centro di equilibrio e prosperità – rischia di scoprirsi progressivamente impotente.

Ma vi è di più: le guerre in Ucraina e Medio Oriente si inseriscono in una competizione che va oltre la dimensione regionale e riguarda l’architettura stessa del sistema economico globale.
Al centro di questa competizione fondamentale è il confronto tra il dollaro statunitense e il crescente tentativo cinese di internazionalizzare lo yuan.
Il predominio del dollaro rappresenta uno dei pilastri fondamentali della potenza americana. Esso consente agli Stati Uniti di finanziare il proprio debito a costi relativamente bassi, esercitare influenza attraverso il sistema finanziario internazionale, utilizzare strumenti come sanzioni e accesso ai circuiti di pagamento globali.
In questo contesto, il mantenimento della centralità del dollaro non è solo una questione economica, ma un obiettivo strategico e di sopravvivenza degli Usa.

Parallelamente, la Cina sta perseguendo una strategia graduale ma strutturata di riduzione della dipendenza dal dollaro e di costruzione di un sistema finanziario alternativo, sposata dai BRICS. Negli ultimi anni, Pechino ha promosso l’utilizzo dello yuan nei pagamenti commerciali internazionali, sistemi di pagamento alternativi a quelli dominati dall’Occidente e promosso accordi bilaterali per l’uso della propria valuta negli scambi

Secondo analisi recenti, la Cina utilizza ormai lo yuan in una quota crescente delle transazioni internazionali, arrivando a superare il 50% nei propri flussi transfrontalieri, mentre la quota del dollaro nelle sue operazioni è diminuita significativamente. Allo stesso tempo, Pechino sta accelerando l’internazionalizzazione della propria valuta attraverso infrastrutture finanziarie e digitali, con l’obiettivo dichiarato di costruire un sistema monetario più multipolare.

Tuttavia, il dollaro mantiene una posizione dominante: rappresenta ancora circa il 48% dei pagamenti globali, contro una quota molto più ridotta dello yuan. Questo squilibrio evidenzia come la competizione sia ancora aperta e di lungo periodo dove l’Europa si trova schiacciata tra due strategie divergenti.

Da un lato c’è la politica statunitense (Sea Power) – soprattutto nel contesto delle guerre in Ucraina e Medio Oriente – con effetti che, se non intenzionali (ma il Fuck the Ue di Victoria Nuland non lascerebbe dubbi) risultano strutturalmente penalizzanti per l’Europa concretizzandosi in aumento dei costi energetici, rafforzamento della dipendenza dal LNG americano, maggiore subordinazione strategica in ambito militare.

Dall’altro lato, c’è l’interesse strategico della Cina (Land Power)  che appare, almeno sul piano economico, differente. Pechino ha costruito la propria crescita sull’espansione commerciale e sull’integrazione nei mercati globali. In questa logica, un’Europa economicamente solida rappresenta per la Cina un mercato di sbocco fondamentale per le proprie esportazioni, un partner tecnologico e industriale rilevante, un nodo centrale nelle catene del valore globali.

Studi recenti sulle catene globali del valore mostrano come la Cina abbia rafforzato la propria integrazione economica con Europa e Asia anche durante le crisi geopolitiche, consolidando il proprio ruolo nei segmenti produttivi intermedi.

Ne deriva una tensione strutturale: mentre la dinamica geopolitica occidentale tende a indebolire l’Europa nel breve periodo, la logica economica cinese presuppone invece un’Europa prospera e integrata, funzionale alla propria espansione commerciale.

Se si osservano le dinamiche in corso in una prospettiva più ampia, emerge un quadro chiaro: le guerre regionali sono sempre più intrecciate con una competizione globale per il controllo non solo delle risorse, ma anche delle regole del sistema economico internazionale.

Il confronto tra dollaro e yuan rappresenta quindi uno dei fronti principali di questa trasformazione. Non si tratta ancora di una sostituzione imminente, ma di un processo graduale verso un ordine monetario più frammentato e multipolare.

In questo scenario, che si preannuncia perciò sempre più conflittuale, l’Europa appare come l’anello più fragile, colpita da shock energetici, attraversata da tensioni interne, priva di una piena autonomia strategica, rischia di trovarsi in una posizione subordinata in entrambe le traiettorie: dipendente dagli Stati Uniti sul piano della sicurezza e dell’energia, esposta alla penetrazione economica cinese sul piano commerciale.

Il paradosso finale è che, mentre le grandi potenze competono per ridefinire l’ordine globale, l’Europa rischia di perdere progressivamente la capacità di influenzarlo.

E così, in un mondo in cui la ricchezza aumenta ma si concentra, e in cui la guerra diventa sempre più integrata nei meccanismi economici, la questione fondamentale resta aperta: se il sistema globale è abbastanza ricco da sostenere tutti, perché continua a produrre conflitti che impoveriscono molti per rafforzare pochi?
La risposta, forse, non risiede nella scarsità delle risorse, ma nella struttura del potere che ne governa la distribuzione.

Paola Bergamo

www.centrostudimb2.eu 

venerdì 17 aprile 2026

Il tramonto della politica e la crisi dell’Occidente liberale. Articolo di Luca Bagatin

 

Francamente si fa davvero fatica a definire “sinistra” il PD e i suoi alleati o potenziali tali, da Renzi, passando per Calenda, Bonelli, Fratoianni e Conte.

In che cosa si differenziano dal campo meloniano?

Nel voler mettere al centro la comunità, magari investendo massicciamente in istruzione, sanità, ricerca e sicurezza pubblica?

Nel voler nazionalizzare i settori chiave dell'economia, in favore, appunto, della comunità stessa?

Nel voler riaprire un dialogo con la Russia, ritornando a commerciare con essa, riaprire i canali energetici e abbandonare il sostegno all'autocrazia corrotta né UE né NATO, retta da un comico irresponsabile?

Nel voler ripristinare la democrazia rappresentativa, ritornando al sistema proporzionale puro, come previsto dalla Costituzione?

Nel voler ridiscutere l'alleanza con gli USA che, sempre di più, spingono l'accelaratore verso la destabilizzazione mondiale?

Leggo che si fa un gran parlare di Silvia Salis quale candidato del cosiddetto “campo largo”.

Si vorrebbe, dunque, candidare, ancora una volta, una persona estranea alla politica, che potrebbe avere, però, un certo “appeal” mediatico.

Perché si sono candidati e non solo in Italia, nel corso degli anni, attori, comici, sportivi e, al contempo si è spoliticizzato il Paese (e l'UE nel suo complesso)?

Perché non si parla più di “socialismo” e si criticano i Paesi socialisti? Perché si parla, al massimo, genericamente, di vuoto “riformismo”? Vorrei peraltro far presente che il termine “riformista” fu rifiutato persino da Giuseppe Saragat che, nel 1947, nel suo celebre discorso di fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, esaltando la democrazia in seno al proletariato, dichiarò: “Quanto più il proletariato sarà democratico, tanto più troverà alleati, tanto più sarà forte. Oggi si pensa che l'ultima parola della saggezza politica sia il riformismo anti-democratico. Noi pensiamo invece che debba essere la democrazia anti-riformista”.

Ecco, forse il problema sta proprio lì. Dalle nostre parti, in Italia, in UE, nell'Occidente liberal capitalista, si è perseguitato o svuotato, dall'interno, il socialismo ed al contempo si è svuotata di significato la democrazia. Che, come diceva Saragat, è anti-riformista. Ovvero è anti-borghese e anti-individualista.

Perché la democrazia è volontà e sovranità del popolo, nel suo complesso. Non è l'ideologia dell'individualismo, non è l'ideologia della finanza e della speculazione economica, bensì le fondamenta di una comunità organizzata, che si fonda su doveri e diritti.

Doveri, come diceva Giuseppe Mazzini, che vanno anteposti ai diritti, che ne sono conseguenza.

Tutto ciò sembra perduto da tempo.

Dalla metà degli Anni '90, in Italia e Europa (Russia compresa), abbiamo assistito alla disgregazione di ogni forma di valore civile e umano, sostituito dall'ideologia del mercato, dell'individualismo, dell'edonismo.

I partiti e relativi candidati sono diventati di plastica. Imprenditori, comici, attori.... Un po' come già accadeva da tempo negli USA (Ronald Reagan il primo degli esempi).

Questa edonizzazione, spoliticizzazione della società, ha coinciso con l'abbattimento con ogni mezzo dei valori comunitari; di ogni idea socialista; di ogni “decenza comune”, come ebbe spesso a scrivere il filosofo francese Jean-Claude Michéa, che pone in particolare sul banco degli imputati la trasformazione in senso borghese e liberal capitalista (o “riformista”) della “sinistra” euro-occidentale.

Una “sinistra” euro-occidentale che insegue e ha inseguito la destra, in nome della “crescita economica” e dell'atomizzazione della società, cavalcando l'onda delle nuove tecnologie, anziché regolamentarle adeguatamente, rendendo la comunità partecipe di questo processo di regolamentazione, in modo democratico.

La politica, dunque, diventata un eterno “reality show”, ha smesso il suo ruolo educativo e pedagogico, per diventare mero intrattenimento.

Come la televisione, come i social, che sono poi i mezzi da cui provengono (o in cui ritornano o ritorneranno, magari partecipando a qualche reality televisivo o diventando conduttori tv) i politici di turno, o che i politici di turno usano e abusano per qualsivoglia dichiarazione.

Dichiarazione che non è ragionamento, ma slogan. Perché si pensa che le persone non capiscano o non meritino altro che essere trattate come tifosi da stadio.

In modo da far credere che esistano, peraltro, due o tre schieramenti contrapposti quando, in realtà, ne esiste solo uno: anti-comunitario, non democratico, autoreferenziale, anti-socialista. Spesso rispondente a poteri internazionali e quindi nemmeno autonomo.

Schieramento o schieramenti che sono votati con sistemi elettorali sempre meno rappresentativi, fatti di maggioritari e sbarramenti. Contribuendo, peraltro, all'astensionismo di massa, visto che le persone, ormai, hanno compreso da tempo che le regole sono truccate a monte.

Oggi vediamo impennarsi i prezzi a causa di guerre e sanzioni sconsiderate, non volute dalla maggioranza dei cittadini, che non ha alcuna voce in capitolo in merito.

Vediamo nuove generazioni sempre più lasciate allo sbando, violente, pronte a fare attentati, a uccidere, vilipendere, violentare chiunque, senza che vi sia alcuna pena severa e esemplare, atta ad educarle.

Vediamo una società edonista, instagrammata e instagrammabile che, all'approfondimento, preferisce il tifo da stadio, l'accumulo di beni materiali, l'esteriorità.

Vediamo un mondo più diviso, come non mai, nemmeno ai tempi della Guerra Fredda.

Eppure la soluzione sarebbe semplice, ma non vi è nessun partito dalle nostre parti che abbia il coraggio di porre al centro la comunità, le sue necessità, che abbia la capacità di ricostruirla dalle fondamenta.

Manca, probabilmente, come dice spesso la mia cara amica Paola Bergamo, lo spazio politico.

In tutto ciò vediamo Paesi che ci hanno ampiamente superati, ma che, nel nostro “suprematismo liberale”, consideriamo “dittature”.

Anziché ammirare e approfondire la Storia, cultura e mentalità cinese (realtà con il più basso tasso di criminalità al mondo e con livelli di modernizzazione e di organizzazione altissimi), la denigriamo, pensando di esserle superiori.

L'incapacità di fare autocritica e di riorganizzarci, ci seppellirà. L'incapacità di modificare i paradigmi e i nostri modelli, sia di pensiero che di comportamento, ci seppelliranno.

E, quando accadrà, non avremo nemmeno il tempo di rendercene conto.

Luca Bagatin

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mercoledì 15 aprile 2026

La Repubblica Popolare Cinese prosegue nel cammino verso pace, cooperazione e multilateralismo. Articolo di Luca Bagatin

 

Mentre gli USA di Trump proseguono nelle loro guerre e nei loro attacchi gratuiti, verbali e militari, contro mezzo mondo; mentre l'UE rimane a guardare (e intanto i suoi vertici ancora non comprendono che, se non si riaprono i canali diplomatici, commerciali e energetici con la Federazione Russa, le cose saranno destinate a peggiorare), la Repubblica Popolare Cinese prosegue nella sua azione pacificatrice, pragmatica, lungimirante e lo fa promuovendo un ordine mondiale autenticamente multilaterale e pacifico, dialogando e stringendo partnership con chiunque sia disposto a cooperare e dialogare.

A dimostrarlo anche il recente incontro fra il Presidente Xi Jinping e il Primo Ministro spagnolo Pedro Sanchez, in visita ufficiale in Cina.

Un legame rafforzato, costruito negli anni, sulla base della promozione dei comuni interessi.

Il Presidente Sanchez ha ribadito che la Spagna riconosce il principio di un'unica Cina e che considera strategico il rapporto con la Repubblica Popolare Cinese.

Gli scambi bilaterali di merci fra i due Paesi, nel 2025, del resto, hanno superato i 55 miliardi di dollari, con una crescita del 9,8% rispetto al 2024.

Il Presidente Xi non solo ha auspicato che la Spagna rafforzi la sua partnership con la Cina in ambito commerciale, energetico, degli investimenti e degli scambi fra i cittadini dei reciproci Paesi, ma anche promuovendo valori universali quali la giustizia, la promozione del diritto internazionale, respingendo ogni “legge della giungla” e contribuendo a costruire un mondo multipolare equo e ordinato, ove la globalizzazione economica possa essere universalmente vantaggiosa e inclusiva.

Sanchez si è detto concorde con il suo omologo cinese e ha ribadito che la Spagna si oppone a una nuova Guerra Fredda e sostiene una maggiore comunicazione e cooperazione fra UE e Cina, contribuendo così alla pace e alla stabilità mondiale, lottando contro il protezionismo commerciale, i cambiamenti climatici e la promozione di un autentico multilateralismo.

Nei giorni scorsi, peraltro, vi era stato un incontro a Pechino fra il Presidente del Parlamento cinese, Zhao Leji e il Presidente del Parlamento portoghese, José Pedro Aguiar-Branco, per rafforzare la partnership fra i due Paesi. Anche il Portogallo, peraltro, aderisce al principio di un'unica Cina e Aguiar-Branco ha sottolineato anche che il Portogallo apprezza il principio “un Paese, due sistemi” attuato a Macao, ex colonia portoghese.

Oltre all'amichevole visita del Ministro degli Esteri cinese Wang Yi nella Repubblica Popolare Democratica di Corea, si è tenuto anche un importante e recente incontro, a Pechino, fra il Presidente Xi Jinping e il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, ove le due parti hanno riaffermato la solidità delle loro relazioni e la necessità di salvaguardare l'unità dei Paesi del Sud del mondo, oltre che proseguire nel rafforzamento della cooperazione commerciale, degli investimenti e degli scambi culturali.

Il Ministro Lavrov ha inoltre fatto presente che, la Russia, è in grado di compensare la carenza di risorse energetiche affrontata dalla Cina e da altri Paesi, a causa del blocco dello Stretto di Hormuz.

Relativamente alla situazione in Iran, la Cina, pur condannando gli attacchi illegali di USA e Israele, attraverso l'Ambasciatore Fu Cong aveva ribadito, in sede ONU, che “La Cina non condivide gli attacchi dell’Iran contro gli Stati del Golfo e il blocco dello Stretto di Hormuz. Come tutte le parti, la Cina auspica che la pace e la stabilità vengano ripristinate nello Stretto il prima possibile e che la navigazione riprenda”.

La Repubblica Popolare Cinese, del resto, ha presentato un piano di pace che prevede il rispetto della sovranità, integrità territoriale, indipendenza e sicurezza dell'Iran e dei Paesi del Golfo. Esortando le parti a cessare ogni attacco contro i civili e gli obiettivi non militari, a dialogare e a rispettare il diritto internazionale. 

Ho molto apprezzato il recente articolo dell'amico prof. Giancarlo Elia Valori, dal titolo “Verso un nuovo ordine politico ed economico mondiale”, pubblicato su varie testate e anche sul mio blog (https://amoreeliberta.blogspot.com/2026/04/verso-un-nuovo-ordine-politico-ed.html), che del resto racchiude il pensiero e l'analisi che il prof. Valori porta avanti dagli Anni '70 ad oggi..

Egli fu, del resto, fra i primi ad osservare e a sottolineare la portata storica, pacifica e di sviluppo socio-economico promossa dalla Repubblica Popolare Cinese. Realtà che merita rispetto, studio, approfondimento e attenzione e non denigrazione da sciocchi frequentatori del Bar dello Sport.

Nell'articolo del prof. Valori vi è tutto ciò che occorre per comprendere e costruire un vero ordine mondiale multilaterale e ovviare all'attuale disordine globale, fondato su diseguaglianze, irragionevolezza, guerre e destabilizzazioni.

Vi, è in particolare, un concetto del suo articolo che vorrei qui riportare, proprio a conclusione di questo mio pezzo: Il nuovo ordine economico mondiale si riferisce a un nuovo insieme di regole globali (…). Nel contesto attuale, esso rappresenta l’impegno dei mercati emergenti nel promuovere riforme della governance economica globale, nel sostenere la cooperazione Sud-Sud e la cooperazione nell’economia digitale, e nel costruire un sistema equo, ordinato e diversificato, incentrato su una comunità con un futuro condiviso per l’umanità.

Concetti chiave e prospettive sono l’enfatizzazione dell’uguaglianza sovrana e il diritto di ogni Paese di scegliere il proprio modello di sviluppo economico, e promuovere riforme delle norme finanziarie e commerciali internazionali che oggi risultano dannose per i Paesi in via di sviluppo. Le aree chiave da affrontare sono: la riforma della governance finanziaria, del commercio equo e solidale delle materie prime e della cooperazione internazionale nell’era dell’economia digitale, nel cercare di fronteggiare l’ascesa dell’unilateralismo e del protezionismo, nonché l’inadeguatezza dei meccanismi multilaterali tradizionali”.

Abbiamo noi una classe politica italiana e in sede UE all'altezza di comprendere, assimilare e attuare tutto ciò? Al momento risulta non pervenuta.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

martedì 14 aprile 2026

"Celebrità e misteri" di Paola Giovetti, saggio fra Storia, scienza, psicologia, mistero e paranormale. Articolo di Luca Bagatin

 

Con “Celebrità e misteri”, edito dalle Edizioni Mediterranee, la giornalista e scrittrice Paola Giovetti, ci sorprende ancora una volta.

E lo fa sempre con il rigore e il rispetto della studiosa appassionata.

Ancora una volta ci conduce nel mondo della misteriosofia e della parapsicologia, presentandoci aneddoti, curiosità ed eventi, spesso misconosciuti, nei quali si sono imbattuti scienziati, artisti, filosofi, scrittori, musicisti e altre celebrità.

Da Cristina di Svezia a Swedenborg; da Sir. Artur Conan Doyle a Gabriele D'Annunzio, passando per Kafka, Mark Twain, i coniugi Curie, Victor Hugo, Jung, Freud, Gustavo Rol, Federico Fellini e moltissimi altri, il libro è una carrellata di collegamenti fra numerosi personaggi della Storia e il paranormale.

Molti sono gli eventi curiosi, a partire dalla nascita ufficiale dello “spiritismo”, ad opera delle sorelle Kate, Margaret e Leah Fox, celebri medium del XIX secolo, passando per la Società Teosofica di Madame Blavatsky, che influenzò moltissimo anche gli eroi del nostro Risorgimento, Mazzini e Garibaldi, che credevano nel mondo degli spiriti e nella reincarnazione, così come Maria Montessori e il suo Medoto educativo.

Ed ancora, nel saggio, si parla della fondazione della Società per la Ricerca Psichica, nel 1882, allo scopo di investigare, con metodo scientifico, i fenomeni inspiegati dalla scienza ufficiale.

E, fra gli scienziati più illustri che studiarono tali fenomeni, ci fu il chimico russo Mendeleev, oltre che un insospettabile Albert Einstein, i coniugi Curie, Thomas Edison, Guglielmo Marconi e molti altri.

L'800 e il '900 – come si potrà notare nell'agile saggio di Paola Giovetti - è costellato da figure più o meno celebri, che entrarono in contatto diretto con l'ignoto ed ebbero modo di indagarlo e di raccontare le loro esperienze.

Fra questi Goethe, Victor Hugo, il padre letterario di Sherlock Holmes, Sir. Arthur Conan Doyle, Thomas Mann, Luigi Pirandello, Antonio Fogazzaro e moltissimi altri.

Così come accadde a politici a cavallo fra il XIX ed il XX secolo, fra i quali Massimo D'Azeglio, Napoleone Bonaparte, Hitler e Mussolini.

Molte sono le figure, anche contemporanee, le cui esperienze dirette con il paranormale sono tratteggiate da Paola Giovetti.

Fra queste l'imprenditore e fisico Federico Faggin (che dopo una sua esperienza extrasensoriale ha avuto modo di elaborare teorie a carattere scientifico che studiano la coscienza e la reincarnazione); l'attore Enzo Decaro; il duo artistico Battisti-Mogol i testi delle cui canzoni, assieme a quelle di Franco Battiato, sono un inno alla Tradizione esoterica e spirituale.

“Celebrità e misteri” è dunque un saggio che apre molte porte sull'ignoto e ci svela aspetti della Storia, ma anche della scienza e della psicologia (non solo della parapsicologia!), che non conoscevamo o che, probabilmente, ignoravamo.

Uno dei padri della psicanalisi, Carl Gustav Jung, disse che “La nostra concezione del mondo corrisponde alla realtà soltanto se in essa trova posto anche l'improbabile”.

E il mondo che ci circonda, così come la sua millenaria Storia, è molto probabilmente il frutto più di aspetti che sfuggono alla nostra ragione, piuttosto che il contrario.

La scienza stessa, ma anche la politica, del resto, hanno spesso voluto indagare in tal senso. In particolare se pensiamo che le più grandi potenze al mondo hanno investito e probabilmente ancora investono, ingenti somme nello studio dei fenomeni cosiddetti paranormali.

Il mondo della materia, dunque, difronte a tutto ciò, sembra ben poca cosa, così come la paura della fine, che non è altro che un nuovo inizio, secondo le conclusioni di molti dei personaggi citati nel saggio di Paola Giovetti.

Non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi”, scrisse Antoine de Saint-Exupéry ne “Il Piccolo Principe”, che può essere considerato un romanzo esoterico-iniziatico, un percorso di ricerca dell'Amore, dell'Amicizia, della Rinascita (perché non esiste alcuna fine dopo la morte), contrapposto alla materialità del “mondo adulto”, privo di innocenza e purezza e fatto di apparenze.

Curiosità nella curiosità: il corpo di Antoine de Saint-Exupéry, il cui aereo fu abbattuto nel 1944 da un pilota dell'aviazione tedesca, non sarà mai ufficialmente ritrovato....

Il Mistero è e rimane tale, racchiuso e celato nell'Anima/Coscienza di ciascuno.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

lunedì 13 aprile 2026

Verso un nuovo ordine politico ed economico mondiale. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori

 

Mentre il mondo attraversa profondi cambiamenti senza precedenti dagli inizi degli anni Duemila, anche la tendenza verso la multipolarità sta accelerando. Tuttavia, in questo nuovo periodo di turbolenza e trasformazione, la multipolarità sta mostrando nuove caratteristiche: la disuguaglianza e il disordine si stanno aggravando, la competizione spietata tra le grandi potenze si fa più evidente e crescono i timori di una nuova guerra mondiale. Superpotenze infrangono il diritto internazionale e trattano i territori di Paesi indipendenti come il loro cortile di casa, a dir poco. La soluzione migliore a questa situazione è promuovere lo sviluppo della multipolarità in una direzione più equa e ordinata, con i tentativi di erigere un nuovo ordine politico ed economico mondiale.

Al contempo, un fattore positivo – manifestazione più significativa di questa trasformazione – è l’ascesa del Sud globale e la sua crescente consapevolezza politica: maggiore indipendenza e autonomia, e una sfida alle potenti potenze egemoniche e aggressive. Il Sud globale, insieme ad altri Paesi non “occidentali”, costituisce l’Oriente, determinando un netto spostamento degli equilibri di potere tra Oriente e Occidente, con l’ascesa dell’Oriente e il declino dell’Occidente.

Tuttavia, nel quadro più ampio dell’ascesa dell’Oriente e del declino dell’Occidente, Repubblica Popolare della Cina (Stato tellurocratico di pace) e Stati Uniti d’America (Stato talassocratico di guerra) rivestono un’importanza particolare. Tra le potenze globali emergenti, la RP della Cina spicca in modo particolare. Sfruttando i suoi punti di forza come grande potenza, e soprattutto il suo rapido sviluppo negli ultimi quarant’anni, la forza nazionale cinese è cresciuta esponenzialmente, rendendola la seconda economia più grande dopo quella degli Stati Uniti d’America. Nel frattempo, nel mondo occidentale in declino, gli Stati Uniti d’America, in quanto potenza e leader mondiale, hanno registrato il declino più lento, con un conseguente ampliamento del divario di potere con gli altri Paesi occidentali. Pertanto, l’alternarsi di momenti di forza e di debolezza tra Pechino e Washington è diventato uno dei temi più dibattuti nella politica internazionale. Alcuni studiosi ritengono che l’ordine mondiale si sia spostato dalla multipolarità alla bipolarità, come una volta lo era fra la Casa Bianca e il Cremlino.

A prescindere dalle motivazioni di chi sostiene la bipolarità, l’unilateralità di questa argomentazione è evidente. Il fattore decisivo nell’ordine mondiale è il confronto della forza delle grandi potenze. Attualmente, gli Stati Uniti d’America sono in testa in termini di forza complessiva, seguiti a ruota dalla RP della Cina, ma il divario tra le forze dell’Impero di mezzo, degli Stati Uniti d’America e delle altre grandi potenze è molto meno significativo di quello tra Washington e Mosca durante la guerra fredda. Dal punto di vista economico, il PIL dell’UE è paragonabile a quello della RP della Cina; considerando il ruolo dell’euro come seconda valuta mondiale, la forza economica dell’UE dovrebbe essere ulteriormente enfatizzata. Dal punto di vista militare, la Russia è da tempo considerata la seconda potenza militare al mondo. Nonostante le battute d’arresto nella crisi ucraina, ha resistito da sola alla pressione dell’intera alleanza NATO, dimostrando una notevole forza. Per quanto riguarda il soft power, come la cultura e la diplomazia, l’UE, il Regno Unito, l’India e il Giappone sono tutti attori importanti che non vanno sottovalutati.

Dal crollo dell’Unione Sovietica e dalla fine dell’ordine mondiale bipolare, mentre gli Stati Uniti d’America hanno promosso con vigore l’unipolarismo, si è silenziosamente affermata una tendenza multipolare. «Una superpotenza e molteplici potenze forti» è un mantra classico utilizzato nel dibattito accademico per descrivere l’ordine mondiale a partire dagli anni Novanta, l’èra delle illusioni fukuyamesche e della pace universale kantiana dell’Unione Europea.

Oggi è innegabile che la superpotenza unica a stelle e strisce si stia indebolendo, non per nulla la sua ricerca di nuovi teatri di guerra, non è una trovata del cattivo Trump – come la pensano le ingenue teste di alcuni innocui e sprovveduti politici italiani e non – ma un’esigenza del capitale finanziario, quale fusione tra capitale bancario e industriale e la crescente ingerenza dello Stato nell’economia in un processo di sviluppo nell’investire nella proliferazione e produzione bellica. I presidenti degli Stati Uniti d’America, qualsiasi colore siano, sono meramente un prodotto delle tesi di Hilferding.

Al contempo le “altre” molteplici potenze forti, tra cui RP della Cina, Russia, Unione Europea e Giappone, si stanno generalmente rafforzando. In particolare, con l’ascesa del Sud globale, la composizione delle molteplici potenze forti ha subìto sottili cambiamenti, con l’India, di oltre 1,4 miliardi di abitanti, che sta sostituendo il Giappone. Pertanto, in questo ordine mondiale multipolare in evoluzione, i membri non occidentali stanno superato quelli occidentali.

Di fronte a tale realtà, sempre più forze internazionali riconoscono la multipolarità, sebbene le opinioni divergano su quali Paesi dovrebbero farne parte. Dall’inizio del XXI secolo, la RP della Cina ha costantemente integrato la sua diplomazia con Stati Uniti d’America, Russia ed Europa nel quadro della sua diplomazia di grande potenza.

Il tema della 61ª Conferenza sulla Sicurezza di Monaco del 14 al 16 febbraio 2025 è stato la multipolarità che ogni giorno sta diventando reale. Di particolare rilievo è il fatto che gli Stati Uniti d’America, che hanno costantemente perseguito l’egemonia unipolare – e si sono opposti alla multipolarità dalla fine della guerra fredda – hanno iniziato a modificare la loro percezione dell’ordine mondiale. La dichiarazione di Trump, nel gennaio 2025, secondo cui gli Stati Uniti d’America non erano più la potenza leader mondiale significa di fatto riconoscere che Washington ha perso il suo status di egemonia unipolare e cerca di riguadagnare terreno attraverso la produzione bellica. Ricordo che gli Stati Uniti d’America per la loro posizione geografica – salvo che la guerra anglo-statunitense del lontano 1812, e il bombardamento giapponese nella periferica Pearl Harbor il 7 dicembre 1941 – non conoscono la guerra con stranieri in casa, per cui in quanto talassocratici è molto meglio esportarla all’estero.

Mentre il mondo attraversa rapidi cambiamenti, è entrato in una nuova èra di turbolenza e trasformazione. Questi sconvolgimento e trasformazione hanno un impatto su tutti gli aspetti del mondo esistente. Nell’ambito della tendenza generale verso un ordine mondiale rapidamente multipolare, le nuove tendenze negative della multipolarità si manifestano principalmente in due aspetti: in primo luogo, i comportamenti egemonici e prepotenti sono più gravi che in passato e la tendenza alla disuguaglianza è più marcata; in secondo luogo, il fenomeno del disprezzo dell’ordine internazionale vigente e dello jus gentium è più evidente che in passato e il mondo multipolare rischia di precipitare nel disordine.

In un auspicabile nuovo ordine globale politico ed economico posto in mondo multipolare, la parità di trattamento tra le grandi potenze, e persino tra le grandi potenze e gli Stati non potenti, è la pietra angolare per il mantenimento di normali scambi e della pace mondiale. Dopo la guerra fredda, sebbene gli Stati Uniti d’America – sotto presidenti democratici e repubblicani (ricordo la tentata invasione di Cuba organizzata dal democratico Kennedy, e il colpo di Stato preparato con il concorso dei servizi segreti statunitensi e con l’avallo formale del suddetto Kennedy, che portò alla morte del presidente vietnamita Ngô Đình Diệm e al successivo intervento militare di Washington) – abbiano perseguito l’egemonia e la politica di potenza, spesso ricorrendo a comportamenti impositivi e autoritari, hanno cercato l’egemonia istituzionale, considerandosi “leader mondiali” e sempre attenti alla propria immagine attraverso leader sorridenti e democratici. Tuttavia, durante la presidenza Trump, i comportamenti dispotici degli Stati Uniti d’America nei confronti di altri Paesi sono diventati dilaganti, ignorando completamente l’opposizione della maggior parte dei Paesi e delle Nazioni Unite, e trascurando la condanna internazionale. Persino tra le grandi potenze, gli Stati Uniti d’America hanno dimostrato una crescente tendenza a giudicare il bene e il male in base ai loro propri interessi.

La creazione delle Nazioni Unite ha dato origine a un sistema e a un ordine internazionale incentrati sull’ONU. È grazie a questo sistema e a questo ordine che il mondo ha mantenuto la pace generale e compiuto progressi significativi in vari aspetti della governance globale. Sebbene questo sistema e ordine presentino molti problemi, è necessario affrontarli e migliorarli continuamente attraverso riforme. Dopo la guerra fredda, gli Stati Uniti d’America e l’Occidente hanno tentato di costruire un ordine internazionale liberale, il cui pilastro centrale era un sistema di alleanze incentrato sulla Casa Bianca. Tuttavia, ciò non ha escluso completamente il sistema e l’ordine delle Nazioni Unite, ma piuttosto ha integrato al suo interno l’ONU e altre organizzazioni ib meccanismi internazionali di bilanciamento. Per cui gli Stati Uniti d’America e i loro alleati, in particolare la NATO, hanno spesso violato i principi della Carta delle Nazioni Unite, lo hanno fatto spesso sotto la copertura dell’ONU o fuori dell’ONU. Ad esempio la “Coalizione dei volenterosi” (Coalition of the Willing), ossia l’alleanza multinazionale guidata da Washington che ha invaso l’Iraq nel marzo 2003, rimuovendo il regime di Saddam Hussein, senza uno specifico mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ecc.

Le altre grandi potenze si sono vantate di aderire ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Però, negli ultimi anni, la situazione è cambiata significativamente. Le violazioni della Carta delle Nazioni Unite sono aumentate notevolmente, soprattutto con la crisi ucraina, che riflette la rivalità strategica tra Stati Uniti d’America, Russia ed Unione Europaa, portando a dubbi sulla sopravvivenza stessa dell’ordine internazionale. Queste azioni sfidano apertamente l’autorità delle Nazioni Unite, indebolendo significativamente il sistema e l’ordine mondiale, e mettendoli persino a rischio di collasso. Il mondo potrebbe scivolare in un’èra di disordine.

La disuguaglianza e il disordine hanno avuto un grave impatto negativo sulle relazioni tra le grandi potenze, con una competizione spietata che si è intensificata al punto che le preoccupazioni per una guerra mondiale e una guerra nucleare sono più forti che mai. La multipolarità rischia di deviare dalla retta via.

Perciò, nei tentativi di stabilire un nuovo ordine mondiale, la strada da seguire è lo sviluppo della multipolarità paritaria. Solo quando la multipolarità si svolgerà lungo un percorso equo e ordinato, le relazioni tra le grandi potenze potranno rimanere sane e stabili; le grandi potenze e la stragrande maggioranza dei Paesi di piccole e medie dimensioni potranno sentirsi sicuri e concentrare i propri sforzi principali sul proprio sviluppo, la cooperazione internazionale a tutti i livelli potrà essere attuata efficacemente; la governance globale in tutti i suoi aspetti potrà progredire continuamente; l’ordine internazionale potrà essere costantemente migliorato; la pace mondiale potrà essere veramente garantita; e l’umanità potrà affrontare efficacemente le diverse sfide e i rischi e la civiltà umana potrà continuare a progredire.

Cosa significa dunque un mondo multipolare equo e ordinato? Significa sostenere l’uguaglianza di tutti i Paesi, indipendentemente dalle loro dimensioni, opporsi all’egemonismo e alla politica di potenza e promuovere concretamente la democratizzazione delle relazioni internazionali. Queste sono precisamente le norme internazionali e i principi fondamentali che è necessario costantemente sostenere e seguire, e che sono riconosciuti anche dalla stragrande maggioranza dei Paesi del mondo. Tali norme non sono affatto superate nel mondo odierno, caratterizzato da grandi sconvolgimenti e cambiamenti; al contrario, per mantenere la pace mondiale, necessitano di essere rafforzate. Pertanto, tutti i Paesi devono aderire congiuntamente agli scopi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite, sostenere congiuntamente le norme fondamentali universalmente riconosciute delle relazioni internazionali e praticare un autentico multilateralismo. Solo in questo modo si può garantire la stabilità complessiva e la natura costruttiva del processo di un mondo multipolare.

Per quanto riguarda l’economia, all’inizio del secolo XXI, molti osservatori prevedevano una società globalizzata ideale, piatta e senza ostacoli. Quest’idea è stata ora gravemente smentita. Le persone si rendono conto che enormi ingiustizie si annidano nel commercio globale, spesso non riuscendo a frenare il dumping e i dazi, e danneggiando il contratto sociale all’interno dei Paesi, portando a crisi notevoli.

Il nuovo ordine economico mondiale si riferisce a un nuovo insieme di regole globali (come la Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1974 sull’istituzione di un nuovo ordine economico internazionale) volte a modificare la vecchia struttura economica internazionale dominata dall’Occidente e a stabilire regole eque e reciprocamente vantaggiose che riflettano gli interessi dei Paesi in via di sviluppo.

Nel contesto attuale, esso rappresenta l’impegno dei mercati emergenti nel promuovere riforme della governance economica globale, nel sostenere la cooperazione Sud-Sud e la cooperazione nell’economia digitale, e nel costruire un sistema equo, ordinato e diversificato, incentrato su una comunità con un futuro condiviso per l’umanità.

Concetti chiave e prospettive sono l’enfatizzazione dell’uguaglianza sovrana e il diritto di ogni Paese di scegliere il proprio modello di sviluppo economico, e promuovere riforme delle norme finanziarie e commerciali internazionali che oggi risultano dannose per i Paesi in via di sviluppo. Le aree chiave da affrontare sono: la riforma della governance finanziaria, del commercio equo e solidale delle materie prime e della cooperazione internazionale nell’era dell’economia digitale, nel cercare di fronteggiare l’ascesa dell’unilateralismo e del protezionismo, nonché l’inadeguatezza dei meccanismi multilaterali tradizionali.

In conclusione vanno aggiunte alcune riflessioni sui nuovi ordini mondiali che si sono succeduti almeno dal secolo XIX. Dopo l’epopea delle grandi guerre napoleoniche, successive alla Grande Rivoluzione, il Congresso di Vienna nel 1815 stabilì un ordine che durò sino al 1848, la cosiddetta Primavera dei Popoli che principiò da Palermo il 12 gennaio di quell’anno. Da allora le turbolenze dei nazionalismi romantici o meno si protrassero sino a che Italia e Germania raggiunsero l’unità nazionale nel 1871 (Roma capitale ufficializzata con legge 3 febbraio 1871). Questo nuovo ordine di quarantatré anni giunse sino al 1914. Quella che era chiamata belle époque fu ingoiata dalla Prima Guerra Mondiale. Però l’ordine imposto dalla Conferenza di Versailles non resse, cadendo nel 1939 a causa della Seconda Guerra Mondiale. Dal 1945 – o per meglio dire dal telegramma lungo di George Kennan da Mosca a Washington il 22 febbraio 1946 – l’ordine della guerra fredda si prolungò fino al crollo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (26 dicembre 1991). Allora le menti semplici e i poveri di spirito immaginarono il paradiso in terra, non comprendendo che il katechon paolino era proprio l’Unione Sovietica. Lo dimostrò l’11 settembre 2001 quando, a katechon caduto, i Quattro Cavalieri dell’Apocalisse hanno avuto briglia sciolta.

Come abbiamo visto un nuovo ordine mondiale – dai tempi dell’Impero Romano ad oggi – presuppone una deflagrazione globale oppure un cedimento strutturale di uno dei piloni. Noi, per un auspicato cambiamento, non ci auguriamo questo, e possiamo solo sperare nella buona volontà di pace di tutti gli attori internazionali e nelle loro migliori espressioni. Le conferenze internazionali sono arene fondamentali per plasmare il nuovo ordine mondiale, determinando l’evoluzione delle regole geopolitiche ed economiche e dei modelli di cooperazione internazionale. Sono cruciali per stabilire nuove norme internazionali, bilanciare gli interessi dei Paesi in via di sviluppo e di quelli sviluppati e affrontare le crisi ambientali ed economiche. In tempi di crisi, le conferenze contribuiscono a costruire alleanze multilaterali per, non dico creare un nuovo ordine, ma almeno prevenire il crollo del vecchio stabilito dalle Nazioni Unite. Per cui o queste o una guerra mondiale per un nuovo ordine mondiale: dipende meramente dalle volontà dei decisori.

Giancarlo Elia Valori