lunedì 26 ottobre 2026

La vittoria di Lula, il ritorno del socialismo trabalhista: giustizia sociale, sovranità nazionale e sfida al liberal-capitalismo. Articolo di Luca Bagatin

 

Erede della tradizione trabalhista (laburista) brasiliana, rappresentata da figure come Getúlio Vargas (1882-1954) e Leonel Brizola (1922-2004), Luiz Inácio Lula da Silva, detto Lula, già lustrascarpe, operaio e sindacalista, è stato rieletto Presidente del Brasile domenica 25 ottobre 2026, con il 51,79% dei voti contro il 48,21% dell'estremista di destra liberal-conservatore Flávio Bolsonaro. Circa 4 milioni e mezzo in più rispetto all'avversario.

Ha vinto la vita contro la morte. Ha vinto l'amore, la giustizia sociale, la sovranità nazionale, contro l'odio, la violenza, la corruzione, la barbarie liberal-capitalista al servizio di Washington.

Lula, arzillo ottantunenne leader del Partito dei Lavoratori (PT), che si appresta a guidare il suo quarto mandato non consecutivo, forte delle sue conquiste sociali (non ultima la riforma costituzionale sulla riduzione dell'orario di lavoro, sostenuta dal suo governo e promulgata durante il suo mandato), ha affermato che porrà al primo posto le politiche di assistenza agli anziani e che darà maggior rilevanza alle politiche in favore delle donne.

Egli, ribadendo il suo rispetto per la laicità dello Stato, ha altresì dichiarato: “Non ho preferenze per nessuna religione. Ho una preferenza per la fede del popolo brasiliano”, ribadendo anche che la sua vittoria segna “una sconfitta delle menzogne” diffuse dal suo avversario.

Egli ha altresì annunciato di voler regolamentare le piattaforme digitali, chiedendo che i crimini commessi online siano equiparati a quelli commessi nella vita reale.

Lula ha puntato il dito contro le grandi aziende che evadono le imposte, tentando al contempo di influenzare il voto e ha anche denunciato le interferenze esterne che hanno tentato di influenzare la campagna elettorale.

Il Presidente Lula ha promesso anche di universalizzare la scuola a tempo pieno fino al termine dell'istruzione secondaria e ampliare i programmi di sostegno economico agli studenti, affinché nessuno sia costretto ad abbandonare gli studi per lavorare.

Egli ha annunciato massicci investimenti nell'insegnamento della matematica e dell'ingegneria, al fine di creare un'Intelligenza Artificiale interamente brasiliana, sfruttando anche le energie rinnovabili del Paese.

Lula ha altresì promesso una riduzione della deforestazione per i prossimi quattro anni.

Investimenti in scuola, tecnologia, assistenza agli anziani, ambiente.

Queste le parole d'ordine del leader del Partito dei Lavoratori (PT), sostenuto in questa tornata elettorale da pressoché tutta la sinistra brasiliana socialista, socialista democratica, comunista e verde.

Fa piuttosto sorridere che il PD e la sedicente “sinistra” nostrana esaltino Lula, pur rappresentando l'esatto opposto della sua politica, sia interna che internazionale.

Lula è, infatti, sempre stato dalla parte del popolo brasiliano. Dalla parte della giustizia sociale, della sovranità nazionale, dell'indipendenza economica. E' sempre stato dalla parte del popolo palestinese e contro i crimini di Netanyahu. Sulla crisi ucraina ha spesso speso parole critiche nei confronti di Zelenksy e nel suo non voler scendere a compromessi e ricercare la pace. Ha sempre lavorato, assieme alla Repubblica Popolare Cinese, nell'ambito del gruppo degli “Amici per la pace sulla crisi ucraina” per una soluzione pacifica del conflitto, insistendo sulla necessità di un accordo che coinvolga entrambe le parti ed evitato qualsiasi forma di imposizione di sanzioni alla Russia. Nel 2023 ha peraltro suggerito a Kiev di prendere in considerazione la cessione della Crimea (già annessa alla Russia nel 2014, con un referendum) nell'ambito di un accordo di pace, precisando successivamente che la questione territoriale avrebbe dovuto comunque essere affrontata direttamente da Russia e Ucraina.

Un leader come Lula, in realtà, in Europa manca da moltissimi decenni. Non parliamo poi dell'Italia, ove sono da anni onnipresenti due schieramenti liberal-capitalisti e pressoché entrambi di destra, agli ordini dei desiderata di Bruxelles e Washington.

Lula vince perché è coerente, pragmatico, perché viene dal basso senza dimenticare i suoi Maestri politici, Vargas e Brizola.

In pochi, in Italia, conoscono Leonel Brizola, Sindaco di Porto Alegre e Governatore dello Stato di Rio Grande do Sul e dello Stato di Rio de Janeiro, oltre che molto amico dell'ex Presidente del Consiglio socialista Bettino Craxi e figura di punta dell'Internazionale Socialista di quegli anni.

Egli fu uno di quei socialisti autentici, populisti di sinistra nel senso più positivo del termine, che promosse in Brasile le nazionalizzazioni dei settori chiave dell'economia e politiche in favore delle classi più povere della popolazione, entrando in politica guidando l'ala giovanile del Partito Laburista Brasiliano dell'allora Presidente Getúlio Vargas.

Fondatore del Partito Democratico Laburista (PDT), fu inizialmente in competizione con Lula, ma, dal 1998 in poi lo sostenne.

Personalmente, pur avendo una forte coscienza politica e avendo militato in passato in formazioni socialiste e repubblicane mazziniane, non voto da moltissimi anni e, nella mia vita, mi sono recato alle urne piuttosto di rado. Purtuttavia, come ho spesso avuto modo di dire ad amici brasiliani militanti del PT e del PDT, non avrei alcuna esitazione, se fossi brasiliano, a militare nei loro partiti e a votare per Lula, uno dei migliori leader al mondo, a mio avviso, accanto al Presidente cinese Xi Jinping, al Premier slovacco Robert Fico e al Premier bulgaro Rumen Radev.

Non a caso, la sua vittoria è stata salutata con favore da esponenti della cultura e della politica socialista autentica, dall'ex leader dei Pink Floyd Roger Waters, passando per l'ex leader laburista e deputato britannico Jeremy Corbyn, fino al leader della sinistra francese Jean-Luc Mélenchon.

Reazioni molto positive anche dalla Repubblica Popolare Cinese, i cui organi di stampa hanno sottolineato come la rielezione di Lula possa garantire una continuità dei rapporti fra Brasile e Cina e dare nuovo slancio alla cooperazione nel Sud del mondo.

Luca Bagatin

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Fmi, Repubblica Popolare della Cina: la resilienza dell’economia mondiale. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori

 

Dal 12 al 18 ottobre si sono tenute a Bangkok, in Thailandia, le riunioni annuali 2026 del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e del Gruppo della Banca Mondiale. Gli incontri si sono concentrati sulle prospettive di crescita economica globale, sui rischi del debito, sull’impatto dell’intelligenza artificiale e sui conflitti geopolitici, ponendo il futuro dell’economia mondiale al centro del dibattito globale. Durante le riunioni sono stati pubblicati due importanti rapporti, il World Economic Outlook e il Global Financial Stability Report, che illustrano in modo approfondito i cambiamenti in atto nell’economia mondiale: lo «shock negativo sull’offerta energetica» e lo «shock positivo sulla domanda derivante dall’intelligenza artificiale» sono in una sorta di braccio di ferro, con divergenze crescenti e rischi interconnessi. Ma la resilienza della crescita permane nonostante i cambiamenti. 

L’economia mondiale si trova attualmente all’incrocio di due forze: da un lato, i ricorrenti conflitti geopolitici, dall’altro, la rapida evoluzione tecnologica. La tensione tra queste due forze sta rimodellando i modelli di crescita e ampliando il divario tra i Paesi.

I conflitti geopolitici continuano ad intensificarsi, con le catene di approvvigionamento energetico che risultano le più colpite. Dal 2026, l’evoluzione della situazione in Medio Oriente ha ripetutamente interrotto le forniture energetiche, causando significative fluttuazioni dei prezzi del petrolio, che si mantengono elevati. L’aumento dei prezzi dell’energia ha spinto al rialzo l’inflazione globale, incrementando i costi di produzione per le imprese, comprimendo il potere d’acquisto dei consumatori e, di conseguenza, frenando investimenti e consumi. Questo impatto è particolarmente diretto per i mercati emergenti e le economie in via di sviluppo che dipendono dalle importazioni di energia. E con gli effetti del fenomeno de El Niño gli oceani cambiano colore, il Pacifico diventa più blu e tutto questo è senza precedenti. L’Organizzazione meteorologica mondiale prevede anomalie fino a 3,8 gradi nel Pacifico equatoriale tra novembre 2026 e gennaio 2027. Il responsabile umanitario Tom Fletcher avverte: possibili ripercussioni su economia globale, conflitti e sfollamenti.

Intanto i prezzi dell’energia, dei fertilizzanti e dei prodotti alimentari sono aumentati a loro volta, rendendo l’inflazione più persistente del previsto e frenando ulteriormente la crescita. L’avversione al rischio ha inoltre esacerbato la volatilità nei mercati finanziari internazionali, portando a un significativo aumento del premio di rischio per l’economia globale.

Sia il FMI che la Banca Mondiale hanno ripetutamente avvertito che il protezionismo commerciale è diventato un fattore eloquente che ostacola la crescita del commercio globale e gli investimenti transfrontalieri. Non si tratta di una novità.

La direttrice generale del FMI, Kristalina Georgieva, vicepresidente della Commissione europea, ha sottolineato durante la riunione annuale che «le prime stime suggeriscono che la frammentazione commerciale ed economica potrebbe costare al PIL globale fino al 7%». Ha inoltre evidenziato che «ciò che è veramente preoccupante non sono solo le perdite dirette, ma anche i costi opportunità persi a causa della mancanza di cooperazione». Tuttavia, alcune economie sviluppate continuano a generalizzare eccessivamente il concetto di “sicurezza economica” e l’incertezza del contesto commerciale e politico globale è aumentata significativamente, bloccando direttamente il percorso dei Paesi in via di sviluppo verso la riduzione della povertà e la creazione di posti di lavoro attraverso il commercio.

Dopo i significativi aumenti dei tassi di interesse nelle principali economie, l’inflazione si è in qualche modo attenuata. Nella sua riunione annuale, il FMI ha pubblicato una nuova previsione, stimando che l’inflazione globale salirà al 4,7% a fine 2026, proseguendo la sua ascesa dal 4,1% del 2025, a dimostrazione di una forte resistenza all’inflazione. Inoltre, il debito pubblico globale raggiungerà circa il 100% del PIL, gravando pesantemente sui Paesi sviluppati. I tassi di interesse nelle economie sviluppate sono generalmente superiori ai tassi di crescita economica, lasciando poco margine per l’assorbimento naturale del debito attraverso la crescita. Ancora più importante, nell’agosto 2026 il debito statunitense ha superato storicamente i 40 trilioni di dollari, mentre il rendimento dei titoli del Tesoro statunitensi a 30 anni ha continuato a salire, raggiungendo il massimo degli ultimi 24 anni. In questo contesto di tassi di interesse elevati, inflazione alta e prezzi del petrolio elevati, la probabilità di ulteriori aumenti dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve continua ad aumentare. Ciò significa che l’impatto del debito statunitense e dei problemi relativi ai tassi di interesse si sta propagando dagli Stati Uniti d’America ad altri Paesi del mondo, potenzialmente evolvendosi in un rischio sistemico globale. La combinazione di inflazione persistente e pressione del debito rappresenta una sfida maggiore per la sostenibilità del debito delle economie in via di sviluppo.

Un cambiamento strutturale più profondo risiede nella trasformazione dei vecchi e nuovi motori della crescita. La produttività di nuova generazione, incentrata sull’intelligenza artificiale, sta rimodellando la logica della crescita, ma si tratta essenzialmente di una rivoluzione altamente disomogenea in termini di produttività ed efficienza. Barriere tecnologiche, ristrutturazione delle catene di approvvigionamento, accumulazione di capitale e differenze politiche stanno amplificando collettivamente il divario Nord-Sud a livello globale, così come la differenziazione all’interno delle economie in via di sviluppo. I settori tradizionali dell’energia, della manifattura ad alta intensità di lavoro e delle risorse naturali si trovano contemporaneamente ad affrontare molteplici pressioni derivanti da shock energetici, rallentamento della domanda e sostituzione tecnologica. Questa trasformazione sta procedendo tra mercati sviluppati ed emergenti, e tra diverse economie in via di sviluppo, a velocità e con benefici variabili, ampliando ulteriormente il divario di crescita.

Il recente rapporto del FMI sulle prospettive economiche mondiali prevede che la crescita economica globale rallenterà al 3,1% nel 2026, rispetto al 3,5% del 2025, per poi risalire al 3,4% nel 2027. La comunità economica ritiene in generale che la resilienza economica rimanga intatta. Da dove proviene principalmente questa resilienza?

L’attuale boom di investimenti e scambi commerciali legati all’intelligenza artificiale è diventato un importante motore della crescita economica globale. L’economista capo del FMI, Silvana Tenreiro, sottolinea che la forte domanda trainata dalla tecnologia IA ha ampiamente compensato gli impatti negativi e le difficoltà provenienti dal mercato energetico. Si stima che il boom degli investimenti in IA potrebbe contribuire dallo 0,5 all’1% alla crescita delle economie asiatiche sviluppate e dallo 0,2 allo 0,8% a quelle emergenti asiatiche. Pertanto, la nuova rivoluzione tecnologica non porta solo sconvolgimenti, ma anche la capacità di stabilizzare la crescita nei momenti critici.

La resilienza deriva anche dalle imprese. Essendo i principali motori dell’economia, la capacità delle imprese di adattarsi e adeguarsi rappresenta il fondamento microeconomico più solido per la resilienza. Di fronte a molteplici rischi, le imprese profondamente radicate in prima linea sono le più vulnerabili; per sopravvivere, devono adattarsi. Grazie al potenziamento offerto dalle nuove tecnologie come i big data e l’IA, le imprese stanno ora adottando una serie di contromisure più rapidamente, come la ristrutturazione delle catene di approvvigionamento, l’ottimizzazione delle strategie di esportazione e il rafforzamento della gestione delle scorte. Queste misure combinate hanno efficacemente mitigato l’impatto. La velocità di risposta e di adattamento delle imprese è stata più rapida del previsto e questa reattività del mercato ha concesso ai governi un prezioso margine di tempo per attuare le politiche macroeconomiche. Pertanto, il FMI afferma che è proprio grazie ai rapidi aggiustamenti effettuati dalle imprese che l’economia globale si è, in una certa misura, «liberata dalle interferenze commerciali e tariffarie».

La risposta del settore energetico ha superato le aspettative di molti. I conflitti geopolitici hanno fatto aumentare i prezzi dell’energia, ma la transizione globale verso le energie rinnovabili, le scorte esistenti e la diversificazione dell’offerta hanno contribuito a mitigarne l’impatto diretto. Inoltre, le tempestive misure fiscali adottate da diversi Paesi hanno protetto i gruppi vulnerabili e i settori chiave. L’insieme di questi fattori ha impedito una recessione potenzialmente ben più grave a livello globale.

Allo stesso tempo, non si possono ignorare le preoccupazioni di fondo relative alla resilienza. Attualmente, la spinta alla crescita è concentrata in pochi settori ed economie, come il predetto dell’IA. Una volta che le aspettative di investimento diminuiranno o l’impatto di crisi come quella energetica si intensificherà, la resilienza potrebbe essere messa a dura prova. I rapporti sulla stabilità finanziaria globale del FMI mettono in guardia dal rischio di una correzione degli asset legati all’IA e invita a limitare l’eccessivo indebitamento e a rafforzare la resilienza sistemica.

La crisi è tutt’altro che finita e la capacità di gestire questi rischi determinerà se l’attuale resilienza potrà essere trasformata in una crescita di qualità superiore.

Il 9 settembre, la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) ha pubblicato il suo Rapporto sul Commercio e lo Sviluppo 2026, prevedendo che l’Asia contribuirà per circa il 59% alla crescita economica globale nel 2026. Anche il FMI ha rivisto al rialzo le sue previsioni sul tasso di crescita economica delle economie emergenti e in via di sviluppo in Asia, stimandolo ora al 5,1% nel 2026, un valore significativamente superiore al tasso di crescita economica globale e anche al 3,7% previsto per le economie emergenti e in via di sviluppo a livello mondiale nel 2026. Pertanto, gli economisti sono costretti a riconoscere che il centro dell’economia mondiale si sta spostando verso est.

In Asia, la Repubblica Popolare della Cina svolge un ruolo cruciale. La Tenreiro sottolinea esplicitamente che, in quanto economia centrale della regione, la RP della Cina rimane un enorme motore di crescita per l’area. La spinta alla crescita deriva dal significativo contributo della RP della Cina all’economia globale dell’IA. La RP della Cina ha guidato la crescita sostenuta delle esportazioni legate all’IA, modernizzando la propria struttura di commercio estero e mantenendo la stabilità della catena di approvvigionamento globale attraverso la fornitura di beni intermedi, consentendo a tutti i Paesi di condividere i benefici della tecnologia. La RP della Cina aderisce a un approccio «tecnologico per tutti», supportando i Paesi del Sud del mondo nel rafforzamento delle loro capacità in materia di IA e accelerando la costruzione di centri di cooperazione internazionale per l’applicazione dell’IA per i Paesi di Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, Lega Araba, Unione Africana, Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e BRICS, permettendo alle tecnologie emergenti di illuminare il cammino verso la prosperità comune. L’apertura proattiva della RP della Cina di capacità fondamentali come i modelli su larga scala ha ridotto significativamente le barriere all’uso della tecnologia, rompendo il monopolio tecnologico di poche aziende e Paesi e consentendo a molti Stati del Sud del mondo di accedere all’IA avanzata senza ingenti investimenti.

La stabilità energetica è un altro aspetto fondamentale del ruolo della RP della Cina. Quando lo Stretto di Hormuz è stato bloccato e il panico sui mercati ha fatto impennare i prezzi del petrolio, la RP della Cina non si è unita alla “corsa al petrolio” globale. Al contrario, ha ridotto proattivamente gli acquisti a breve termine, disinnescando il panico e fornendo un periodo di raffreddamento quanto mai necessario al mercato del petrolio greggio surriscaldato. Contemporaneamente, la RP della Cina ha accelerato la costruzione di un sistema energetico pulito e a basse emissioni di carbonio, con la sua capacità installata di energia eolica e solare leader a livello mondiale. Le sue esportazioni dei «nuovi tre pilastri» (veicoli elettrici, batterie agli ioni di litio, pannelli fotovoltaici-celle solari) hanno fornito soluzioni accessibili e convenienti per la transizione energetica globale, contribuendo efficacemente a tale passaggio e compensando gli effetti negativi a cascata degli shock energetici.

Di fronte alle sfide poste dall’elevato debito pubblico globale e dalla riduzione dello spazio fiscale in diversi Paesi, la RP della Cina persegue un elevato livello di apertura, condividendo con altri Paesi il suo enorme mercato di oltre 1,4 miliardi di persone e il potenziale di consumo sostenuto da una classe media di oltre 400 milioni di cittadini. Ciò non solo ha contribuito per circa il 30% alla crescita economica globale, ma ha anche oggettivamente aiutato le economie coinvolte a migliorare la sostenibilità del proprio debito.

Il predetto incontro annuale è servito a ricordare a tutte le parti che l’economia globale è fortemente interconnessa e che i rischi hanno un significativo effetto a catena: nessun Paese può rimanere indenne. Di fronte a sfide comuni, anziché affrontarle individualmente, dovremmo lavorare insieme e promuovere il coordinamento delle politiche e la cooperazione con un atteggiamento aperto. In futuro, la RP della Cina continuerà ad ampliare la sua apertura ad alto livello, a condividere il suo enorme mercato con altri Paesi e a promuovere vantaggi reciproci e risultati vantaggiosi per tutti attraverso piattaforme come la Belt and Road Initiative, infondendo maggiore stabilità nell’economia globale.

Giancarlo Elia Valori 

sabato 24 ottobre 2026

Dalla Lunga Marcia cinese alla Moldavia odierna: il comunismo tra continuità storica e nuove sfide politiche. Articolo di Luca Bagatin

 

In questi giorni si sono svolte due importanti celebrazioni nel mondo comunista internazionale.

Nella Repubblica Popolare Cinese, alla presenza di circa 3.000 persone, il 22 ottobre 2026, presso la Grande Sala del Popolo di Pechino, si è celebrato il 90esimo anniversario della vittoria della Lunga Marcia dell'Armata Rossa cinese del 1934-1936.

Si tratta di una ricorrenza importante, legata a un evento che contribuì a consacrare Mao Tse-Tung quale leader indiscusso del Partito Comunista Cinese.

In un articolo dello scorso anno, il prof. Giancarlo Elia Valori, importante analista geopolitico e caro amico, ricordando i 98 anni dell'Esercito di Liberazione Cinese, così scrisse: “Mao Zedong una volta sottolineò: “Chi ha reso la Lunga Marcia un successo? È stato il Partito Comunista. Senza il Partito Comunista, una Lunga Marcia del genere sarebbe impensabile”. Senza il Partito Comunista, aggiunge il sottoscritto, la Cina sarebbe alla mercé di imperialisti occidentali e spacciatori di droga inglesi, come è avvenuto dal sec. XIX alla prima metà del XX”.

Il 22 ottobre scorso, il Presidente cinese Xi Jinping, ricordando che l'Armata Rossa attraversò più di 10 province durante la Lunga Marcia, aprendo un nuovo capitolo nella rivoluzione cinese, ha affermato: “Questa impresa rivoluzionaria epocale riveste un grande significato nella storia del nostro Partito, del nostro Paese e del nostro esercito, e ha un profondo impatto sul nostro cammino verso la rinascita della nazione cinese”.

In tal senso, il Presidente Xi ha sottolineato come la chiave di volta della modernizzazione cinese risieda nell'integrazione dei principi fondamentali del marxismo con le specificità della Cina, al fine di affrontare le problematiche del Paese.

Ed ha parlato dei nuovi traguardi della Cina: “Nel nostro nuovo cammino, ci impegniamo ora a realizzare il Secondo Obiettivo del Centenario, ovvero trasformare la Cina in un grande Paese socialista moderno sotto ogni aspetto, e a promuovere il rinnovamento della nazione cinese su tutti i fronti attraverso un percorso di modernizzazione cinese”.

Egli ha altresì spiegato come sia necessario promuovere tanto uno sviluppo di alta qualità, quanto favorire la prosperità comune di tutti i cittadini, facendo affidamento sul popolo e sugli obiettivi del Partito Comunista Cinese.

Altro evento, tenutosi sempre il 22 ottobre scorso, è stato l'anniversario dei 33 anni della fondazione del Partito Comunista della Repubblica di Moldavia (PCRM), importante partito della sinistra patriottica moldava, che alle elezioni generali si è presentato in coalizione – fra gli altri - ai socialisti di Igor Dodon, i quali hanno spesso guardato con interesse al modello cinese, fondato sull'economia socialista di mercato,

Il Presidente del PCRM, Vladimir Voronin, in occasione dell'anniversario, ha dichiarato, fra le altre cose, che il Partito è sopravvissuto alla disgregazione dell'URSS, “Quando i simboli comunisti furono messi al bando e il Partito Comunista fu dichiarato illegale”, nonostante avesse lottato per liberare la Moldavia e l'URSS dai nazisti.

Voronin ha altresì dichiarato che tanto l'ideale comunista quanto la morale cristiana sono radicate nel popolo moldavo e sono entrambe fondate sulla condivisione del pane con gli affamati, la protezione dei più deboli e le giuste ricompense ai lavoratori.

Egli ha ricordato che, nel 1993, quando tutto sembrava perduto, un gruppo di comunisti si riunì per far rinascere, in Moldavia, un partito che rischiava di essere posto, per sempre, fuorilegge.

Un Partito che riuscì a tornare al governo nel 2001, ha ricordato Voronin, quando i comunisti ottennero il 50,07% alle elezioni parlamentari, battendo il centro-sinistra e la destra e lo stesso Voronin divenne Presidente della Moldavia, fino al 2009, primo Capo di Stato comunista eletto in Europa.

In proposito, il leader comunista moldavo ha ricordato: “Saliti al potere nel 2001 in un Paese in bancarotta con un debito pari all'85% dell'intera economia, abbiamo salutato con calma gli emissari del FMI e gli altri neo-saccheggiatori del Paese. E abbiamo fatto una svolta: dal 2001 al 2009, il PIL è quadruplicato, il bilancio è sestuplicato e gli investimenti sociali sono cresciuti di nove volte! Il gas ha raggiunto 921 villaggi e il porto di Giurgiulesti è stato costruito sulle sponde spoglie del Danubio. Abbiamo completato la nuova testa di ponte di Serpeni e il Memoriale dell'Eternità, e abbiamo acceso la Fiamma Eterna!” Ed ha aggiunto: “Abbiamo negoziato ad armi pari a Mosca e Pechino, a Washington e a Bruxelles. Stavamo costruendo un ponte affidabile tra Oriente e Occidente, e su un ponte del genere non ci può essere spazio per convogli di armi straniere!”.

Durante la sua Presidenza, infatti, i massicci investimenti in sanità, istruzione, l'aumento delle pensioni e degli stipendi, permisero una sostanziale riduzione della povertà cronica in Moldavia.

I comunisti della Moldavia, oggi in coalizione con i socialisti del PSRM, nel Blocco Elettorale Patriottico (o Blocco Elettorale Patriottico di Socialisti, Comunisti, Cuore e Futuro della Moldavia), sono impegnati in prima linea, nel Parlamento e nelle piazze moldave, per contrastare le politiche di austerità, macelleria sociale e aumento delle imposte portate avanti dal governo liberal-conservatore di centrodestra del Partito di Azione e Solidarietà (PAS).

Luca Bagatin

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venerdì 23 ottobre 2026

Russia ed Ecuador: due casi di "giustizia a orologeria" contro l'opposizione di sinistra. Articolo di Luca Bagatin

 

Due casi emblematici di quella che potrebbe essere definita “giustizia ad orologeria” contro esponenti di sinistra e dell'opposizione a governi liberal capitalisti e conservatori. Uno in Russia e uno in Ecuador.

Il 21 ottobre 2026, l'ex deputato della Duma di Stato (dal 2021 al 2026), nonché responsabile della sezione del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF) della Repubblica dei Komi, Oleg Mikhailov, è stato arrestato a Mosca, con l'accusa di “apologia del terrorismo”.

Ennesimo tentativo, da parte delle autorità russe, di mettere il bavaglio a un oppositore di sinistra.

L'accusa, infatti, si basa su un post pubblicato sui social, nel 2024, nel quale l'ex deputato comunista esprimeva sostegno sia al leader del Fronte di Sinistra, Sergey Udaltsov, che al sociologo marxista Boris Kagarlitsky.

Entrambi, a loro volta, condannati dalle autorità per “apologia del terrorismo”, solamente per aver espresso le loro posizioni politiche.

Delle accuse contro Udaltsov, peraltro, mi ero già occupato in un articolo, appena fu condannato (https://amoreeliberta.blogspot.com/2025/12/loppositore-di-sinistra-sergey-udaltsov.html). Articolo peraltro presente anche nel mio ultimo saggio “Ritratti del Socialismo” (Mario Pascale Editore) e che dimostra come, la sinistra russa, comunista, socialista e nazionalbolscevica, sia da molto tempo perseguitata dalle autorità.

Oleg Mikhailov ha denunciato, peraltro, ripetutamente le irregolarità durante le elezioni per il rinnovo della Duma di Stato, tenutesi dal 18 al 20 settembre scorsi.

L'esponente comunista russo aveva infatti dichiarato che, secondo lui, i voti sono stati manipolati in favore del partito di governo Russia Unita e non rispecchiano affatto la volontà politica dei cittadini russi.

Egli, peraltro, aveva invitato la cittadinanza della città di Syktyvkar a manifestare in favore di elezioni eque. Manifestazione, organizzata dal comunista Vyacheslav Kochev, poi vietata dalle autorità.

Mikhailov, alle ultime elezioni, era stato sconfitto – secondo i risultati diffusi dalle autorità – da un rappresentante di Russia Unita.

Egli era molto noto per il suo impegno in favore della pace e contro la guerra, per il suo contributo all'ambiente e contro la costruzione di una discarica, nella regione di Arkhangelsk.

Egli, peraltro, aveva più volte tentato di candidarsi alla carica di governatore della Repubblica dei Komi (Repubblica autonoma situata nel nord-est della parte europea della Russia), ma, sia nel 2020 che nel 2025, gli è stato impedito di candidarsi.

Il Partito Comunista della Federazione Russa, attraverso la deputata Nina Ostanina, ha denunciato l'arresto di Mikhailov, che ha definito “politico scomodo”, in particolare per il suo impegno ambientalista, che lo ha portato a scontrarsi con l'ex governatore della Repubblica dei Komi, Vladimir Uiba, esponente di Russia Unita.

La deputata comunista ha affermato che il suo arresto potrebbe essere legato al tentativo di voler “eliminare una figura di spicco dell'opposizione dalla scena politica”.

Il KPRF ha presentato, pertanto, ricorso contro il suo arresto. In caso di condanna definitiva, Mikhailov rischia fino a sette anni di carcere.

Il suo caso, peraltro, ricorda quello del molto popolare ex deputato comunista e youtuber Nikolay Bondarenko, anch'egli più volte arrestato ed al quale è stato impedito di presentarsi alle ultime elezioni (vedi il mio articolo relativo qui: https://amoreeliberta.blogspot.com/2026/09/russia-nikolay-bondarenko-kprf-il.html

Altro caso di “giustizia ad orologeria”, ma questa volta in Ecuador, appare quello dell'ex candidata di sinistra Luisa González alle elezioni Presidenziali ecuadoriane del 2023 e leader dell'opposizione al governo liberal conservatore di Daniel Noboa.

Luisa González, il 22 ottobre 2026, è stata arrestata nell'ambito di un'indagine su presunte irregolarità nel finanziamento della campagna elettorale del 2023 e su un presunto riciclaggio di denaro.

L'ex Presidente socialista Rafael Correa e i vertici del partito socialista e populista di sinistra, Movimiento Revolución Ciudadana, con il quale González si era candidata, hanno immediatamente denunciato il suo arresto come un atto illegale e una sorta di “sequestro di persona”.

In un post su X, Luisa González ha dichiarato: “Oggi tocca a me essere detenuta sulla base di un'accusa assurda. Risponderò con la dignità di quegli ecuadoriani che non hanno commesso alcun illecito e che si impegnano a garantire la libertà per l'Ecuador e un futuro migliore per il Paese”. Ed ha poi richiamato l'attenzione relativamente ai maltrattamenti subiti dai prigionieri politici detenuti dall'attuale amministrazione governativa e al declino socioeconomico che sta vivendo il Paese.
González ha altresì aggiunto: “Ai miei compagni della Revolución Ciudadana e a tutte le forze progressiste, dico: questo è il momento dell'unità — unità, e ancora unità — per ottenere la libertà e la democrazia nel nostro Paese”.

Tutto ciò avviene a sole cinque settimane dalle elezioni amministrative del 29 novembre, tornata elettorale nella quale ai candidati del Movimiento Revolución Ciudadana, principale partito di opposizione nel Paese, non è consentito presentare candidati con il proprio simbolo, in quanto, a seguito dell'indagine per presunto riciclaggio e finanziamento irregolare, il partito è stato sospeso per 9 mesi.

Un caso di “giustizia ad orologeria” che riporta alla mente vicende simili e che hanno colpito, ancora una volta, esponenti socialisti e di sinistra (di cui, peraltro, parlo diffusamente nel mio saggio “Ritratti del Socialismo”).

Pensiamo al caso che vide coinvolto l'attuale Presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, arrestato per corruzione e rimasto in carcere per ben 580 giorni e solo poi prosciolto dalle accuse contro di lui, al punto che la Corte Suprema decretò che il giudice che lo aveva condannato aveva agito con “parzialità” e motivazioni politiche nei confronti dell'imputato.

E riporta alla mente anche il caso dell'ex Presidente peronista di sinistra dell'Argentina, Cristina Fernández de Kirchner, attualmente agli arresti domiciliari e interdetta a vita dai pubblici uffici, sulla quale pendono le medesime accuse di presunta corruzione.

Il golpe contro il socialismo, in tutto il mondo liberal capitalista, continua e ha, purtroppo, origini molto antiche e profonde.

Ma, come disse Bettino Craxi, presto o tardi “la verità si farà strada”.

Luca Bagatin

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giovedì 22 ottobre 2026

Jeffrey Sachs e Dario Rivolta, due testimoni e analisti del nostro tempo per un'Europa autonoma e orientata alla pace. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 14 ottobre 2026, al Parlamento europeo, l'importante economista statunitense Jeffrey Sachs, presentato dal deputato indipendente cipriota Fidias Panayiotou e dal deputato del Movimento Cinque Stelle Danilo Della Valle, ha tenuto un discorso di estrema profondità, pragmatismo e attualità.

Un discorso che Sachs ha intitolato, significativamente, “Come fare la pace in un mondo folle” e che si può leggere integralmente anche sul suo sito ufficiale a questo link: https://www.jeffsachs.org/recorded-lectures/sfyp6ea3p6sb4996yhxha755ar4m5l.

Non posso, dunque, che riassumerne qui i punti salienti, perché meritano tutti attenta lettura e riflessione.

Sachs ha esordito facendo presente che, in quest'epoca “strana”, nella quale gli USA e l'Europa sono “in una profonda crisi politica”, “può succedere di tutto”.

Egli ha fatto presente che “La retorica bellica che ha travolto l'Europa è scioccante ed estremamente pericolosa” e “a questo si aggiunge una politica americana completamente fallimentare, in un Paese che dovrebbe essere un vostro alleato”.

Riferendosi a Trump, peraltro, ha sottolineato che “non abbiamo mai avuto un Presidente peggiore nella nostra storia, nessuno più incompetente, instabile, stupido e pericoloso dal punto di vista del carattere. È una figura patologica, oltre a tutti i suoi altri limiti”.

Sachs ha poi spiegato come, oggi, l'Asia sia diventata sempre più centrale, nella geopolitica ed economia globale.

In merito alla Repubblica Popolare Cinese e all'India, in particolare, ha affermato, fra le altre cose, che “Ho lavorato in Cina per oltre 40 anni e in India, a intermittenza, per più di 40 anni. Per me, assistere alla fine della povertà e all'affermarsi dello sviluppo economico è una grande storia di successo. Posso affermare con certezza, per esperienza diretta, che il popolo cinese ha lavorato senza sosta per 40 anni per raggiungere questo obiettivo”.

Si è detto scandalizzato del fatto che gli USA vedano questo come un aspetto negativo e che vorrebbero una guerra con la Cina.

“Perché?”, si è chiesto l'economista statunitense. “Perché la Cina è cresciuta ancora una volta. Anzi, ha avuto l'incredibile sfrontatezza di avere un'economia più grande di quella degli Stati Uniti. Riuscite a immaginarlo? Questa è l'insolenza della Cina. Certo, hanno quattro volte più abitanti, quindi l'unico modo in cui avrebbero potuto avere un'economia più piccola sarebbe stato quello di rimanere a meno di un quarto del nostro reddito pro capite. Hanno deciso di non farlo. Hanno deciso di voler vivere una vita normale. E guarda un po', se moltiplichiamo una vita normale per 1,4 miliardi di persone e la confrontiamo con gli Stati Uniti e i loro 340 milioni di abitanti, la Cina risulta essere più grande in termini assoluti”.

La crescita economica cinese viene spesso percepita, negli ambienti strategici statunitensi, come una sfida alla tradizionale posizione di preminenza americana. Sachs interpreta dunque tale dinamica come uno dei fattori alla base delle tensioni fra Washington e Pechino.

Egli ha poi aggiunto che gli USA considerano negativamente anche la Russia e, ironicamente, ha affermato che – per gli USA - “il crimine più grande della Russia è quello di avere 17 milioni di chilometri quadrati”. “Perché lo dico?”, si è chiesto Sachs, “Perché con 17 milioni di chilometri quadrati, la Russia è diventata nemica dell'Impero britannico già nel 1840, ed è diventata nemica degli Stati Uniti d'America quando gli Stati Uniti hanno preso il posto dell'Impero britannico nel 1945. Non importa cosa facciano la Russia o l'Unione Sovietica, rimangono sempre un nemico. E se ci si comporta in questo modo abbastanza a lungo, si finisce con la guerra in Ucraina”.

Sachs ha altresì affermato che “Quello che ho appena detto mi rende un apologeta di Putin, un vile portavoce della propaganda russa e ogni altro insulto che potrebbe essermi affibbiato. Ma lavoro lì in prima persona da 37 anni. Non sono l'apologeta di nessuno. Tra l'altro, non sono mai stato stipendiato da nessuno, nel caso qualcuno sentisse mai qualcosa di contrario. Ho adottato questa politica 40 anni fa, quando ho iniziato a fornire consulenza alla Bolivia e qualcuno mi ha attaccato politicamente per essere un consulente esterno. Ho deciso in quel preciso istante che non avrei mai accettato un centesimo da un governo e ho fornito consulenza a decine di governi senza altro che il mio stipendio accademico. Quindi, per essere assolutamente chiari, nulla di ciò che sto dicendo è dovuto al fatto che io sia un consulente o un dipendente retribuito di qualcuno. Non lo sono mai stato e non ho nemmeno bisogno di controllare i conti, perché questa è stata la mia politica per tutta la mia carriera”.

Sachs ha poi spiegato che Gorbaciov, di cui fu consigliere del team economico nel 1990, parlò per primo di “patria comune europea”.

Ricordando quegli anni, nei quali fu consigliere anche del governo polacco, nel 1989, Sachs ha affermato che “Avevamo la pace tra le mani per un secolo a venire, se l'avessimo voluta, perché i russi erano piuttosto esausti dopo settant'anni di bolscevismo. Non era certo il sistema economico più efficiente. Volevano uscirne. Volevano pace, cooperazione e amicizia”.

Sachs ricorda poi come in quegli anni propose vari pacchetti economici per risollevare le sorti economiche della Polonia e dell''Unione Sovietica ma... “Quando proposi la stessa cosa per l'Unione Sovietica, fu respinta senza mezzi termini”, ha affermato l'economista.

L'economista statunitense ha poi proseguito illustrando un passaggio fondamentale: “Il grande crimine della Russia è stato quello di essere grande, proprio come il grande crimine della Cina. Ho appena pubblicato un libro in tedesco, uscito ieri, sulla russofobia in Europa. Nel primo capitolo racconto uno splendido studio dello storico John Howes Gleason, pubblicato nel 1950, intitolato " La genesi della russofobia in Gran Bretagna" . Gleason pose una domanda toccante, di assoluta attualità. Gran Bretagna e Russia erano alleate nella Sesta Coalizione che sconfisse Napoleone nel 1813 e nel 1814. Circa venticinque anni dopo, erano nemiche. Cosa accadde? Perché gli inglesi arrivarono a odiare i russi? Così studiò gli atti parlamentari (Hansard) e ogni altro documento pubblicato. Lesse tutto ciò che fu detto alla Camera dei Comuni e ogni discorso. La sua conclusione in questo splendido libro è che la Russia non fece nulla. La Gran Bretagna si convinse semplicemente che la Russia fosse così grande da rappresentare una minaccia per l'India, per l'Impero britannico in India, e che avrebbe invaso l'India attraverso il Passo Khyber. Quello fu il Grande Gioco, qualcosa che, tra l'altro, non balenò mai nella mente dello Zar. Ma la Gran Bretagna si lasciò trasportare dall'entusiasmo, e nel 1840 la Russia era diventata il nemico. Nel 1854 la Gran Bretagna entrò in guerra in Crimea, con Palmerston, l'imperialista per eccellenza, come principale sostenitore del conflitto e, dal 1855, come Primo Ministro. Perché? È una lunga storia, ma in sostanza l'obiettivo era quello di schiacciare la Russia nel Mar Nero. Nel 1853 la Russia aveva accettato la Nota di Vienna, una soluzione diplomatica alla crisi di Valacchia e Moldavia, e non c'era motivo di entrare in guerra. Eppure la Gran Bretagna insistette, e Palmerston disse: "Andiamo avanti verso Sebastopoli". Il motivo era che voleva ridurre la Russia a un'entità insignificante, in modo che non potesse più minacciare l'Impero britannico. Questo, tra l'altro, si chiama valori occidentali. Seguì una sanguinosa guerra di tre anni, la guerra di Crimea”.

Tornando al presente, Jeffrey Sachs ha spiegato che “Questa non è la guerra di Putin. Questa è la nostra guerra, signore e signori. È nata in un modo leggermente diverso, ma molto simile. I nostri strateghi negli anni '90 si sono convinti che gli Stati Uniti fossero la principale potenza mondiale. Scegliete voi l'espressione: siamo l'unica superpotenza mondiale; siamo la nazione indispensabile; siamo, come disse una delle mie segretarie di Stato meno preferite, Madeleine Albright, il paese che vede più lontano di ogni altro. Cercate cosa dice l'America di se stessa. Tutto ciò a cui gli strateghi americani riuscivano a pensare era: quali sono le nostre minacce? Beh, in realtà nessuna. Siamo così potenti che nessuno può affrontarci. L'unica che riusciamo a vedere è la Russia. La Russia è grande, quindi dobbiamo solo assicurarci che rimanga una potenza di terzo livello, o che si disintegri, come voleva Brzezinski”.

Egli ha poi aggiunto come, nel gennaio e febbraio 1990 “si decise di circondare la Russia con la NATO e con i sistemi missilistici Aegis. (…) Nel 1994 Clinton aveva deciso che la NATO si sarebbe espansa. Persino il suo Segretario alla Difesa, William Perry, un vero gentiluomo, pensò di dimettersi perché considerava questa decisione terribile. Il nostro statista di spicco, George Kennan, scrisse nel 1997 che l'espansione della NATO sarebbe stato l'errore più fatale della politica americana in tutta l'era post-Guerra Fredda. Kissinger, che non era certo un uomo affabile, partecipò a un dibattito nel 1994 che dovreste assolutamente guardare, perché vi aiuterà a comprendere meglio la guerra. Discusse con Jack Matlock, il nostro ambasciatore in Unione Sovietica negli ultimi anni del conflitto. Un tempo, nei media americani, si parlava davvero di informazione; si poteva assistere a un dibattito serio, di mezz'ora, su una questione importante. Oggi non abbiamo più niente del genere. Nel 1994 Robert MacNeil intervistò Kissinger e Matlock sull'allargamento della NATO. MacNeil chiese a Matlock se la NATO dovesse espandersi, e Matlock rispose di no: stavamo costruendo relazioni migliori con la Russia, non c'era alcun rischio e non c'era motivo di provocare nulla. Poi si rivolge a Kissinger: "Signor Kissinger, la NATO dovrebbe allargarsi?" "Sì, la NATO dovrebbe allargarsi." "Perché? La Russia è una minaccia?" "No, no, la Russia non è una minaccia." "Beh, questi paesi che chiedono l'adesione alla NATO sono in pericolo?" "No, non sono affatto in pericolo." "Beh, signor Kissinger, questo non inimicherà la Russia?" "Sì, lo farà." "Allora perché, signor Kissinger, la NATO dovrebbe allargarsi, se inimicherebbe la Russia?" E Kissinger risponde: se non si può inimicarsi la Russia quando è debole, cosa si farà quando è forte? Questa è la logica”.

Sachs ha poi elencato i numerosi passaggi relativi all'allargamento ad Est della NATO, sostenuti da tutti i Presidenti statunitensi che si sono succeduti.

Egli si è poi soffermato a spiegare che “Nel 2008 si tenne il vertice NATO di Bucarest e il primo giorno Bush affermò la necessità di impegnarsi per l'allargamento della NATO a Ucraina e Georgia. La cancelliera Merkel replicò: "George, non credo sia una buona idea. È una linea rossa per la Russia. Non è affatto sicuro". "Angela, Angela, dai. Dobbiamo trovare un accordo. Siamo l'alleanza occidentale. Non trattenerti". Esercitarono pressione e il secondo giorno raggiunsero un compromesso. Annunciarono l'allargamento della NATO a Ucraina e Georgia, ma senza fissare una data. Leggendo le memorie della Merkel, pubblicate nel 2024, si evince che in Russia questo annuncio sarebbe stato percepito come una vera e propria dichiarazione di guerra”.

Relativamente a ciò, Sachs ha affermato che, arrivati a questo punto, “L'Europa avrebbe dovuto alzarsi e dire: questa è una sciocchezza, questa è una provocazione, questa è completamente inutile. L'Europa avrebbe dovuto fermarla di colpo. Invece la Merkel ha ceduto, i francesi hanno ceduto, e quella è stata l'ultima volta che abbiamo sentito parlare di politica estera europea”.

Ironicamente, l'economista statunitense ha aggiunto che, da allora, nessuno nell'UE ha più protestato contro gli USA, salvo per dire “"Per favore, papà, non invadere la Groenlandia. Ti daremo tutte le basi che vuoi. Puoi fare quello che vuoi. Puoi avere tutti i minerali. Basta che non invadi". E in secondo luogo: "Per favore, non concludere l'accordo sul diesel", l'accordo di Trump con Putin per revocare le sanzioni sulle esportazioni di diesel russo”

In merito a Trump, Sachs ha affermato che “è la persona più idiota e incompetente che abbia mai ricoperto la presidenza, semplicemente perché non riesce a sostenere un'idea coerente per un giorno intero”.

Il problema, ad ogni modo, è che l'UE non ha fatto nulla, in tutti questi anni, per arginare le politiche sconsiderate di Washington, ha affermato Sachs.

Egli ha poi spiegato quanto accaduto in Ucraina a partire dal 2014. Ha spiegato come l'allora Presidente Yanukovych “Sostenne che l'Ucraina dovesse rimanere neutrale, e aveva ragione, e l'opinione pubblica ucraina, con una maggioranza schiacciante (circa il 60% contro il 20%), si oppose all'ingresso della NATO nel Paese. Gli Stati Uniti dissero che dovevamo sbarazzarci di quest'uomo. Potete chiamarla Rivoluzione della Dignità di Maidan, se volete. Io la chiamo colpo di stato. Potreste chiamarla operazione di cambio di regime, o rivoluzione colorata; usate il nome che preferite. Ma la mia collega Victoria Nuland distribuì biscotti a Maidan, e gli Stati Uniti avevano speso circa 5 miliardi di dollari per contribuire a realizzarla. Dovevamo sbarazzarci di lui, perché l'allargamento della NATO ha bisogno di Paesi che chiedano l'alleanza occidentale, non di Paesi che chiedono la neutralità”.

Ed ha aggiunto che “Si arriva quindi a un colpo di stato, e naturalmente tutto il resto ne consegue. La Russia interviene in Crimea e nel Donbass. Certo che interviene; sa cosa l'aspetta. E propone, nel febbraio successivo, qualcosa che in realtà non era male, ovvero gli accordi di Minsk. Gli accordi di Minsk sono molto interessanti, perché non si trattava di una rivendicazione territoriale russa. Non era il presidente Putin che si atteggiava a Pietro il Grande per ricostruire l'Impero russo, né nessuna delle altre assurde propaganda che si sentono a Bruxelles, a Berlino, a Washington e soprattutto a Londra. Non era niente del genere. Diceva: concedete l'autonomia alla regione a maggioranza russa. E sapete da dove è nata l'idea, in larga parte? È nata a Bolzano, in Alto Adige, perché la Merkel conosceva l'esperienza della minoranza germanofona in Alto Adige, che aveva avuto un grande successo ed era molto prospera. Abbiamo parlato con il sindaco di Bolzano, che ci ha detto che la Merkel veniva spesso e pensava che sarebbe stato un ottimo modello per Minsk II. E lo sarebbe stato, se non fosse che gli Stati Uniti hanno detto di no: l'Ucraina è uno stato unitario. Questo nonostante l'accordo di Minsk II fosse stato firmato e poi approvato all'unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti e l'Ucraina hanno rifiutato, e l'Europa si è allineata. C'è stato il processo di Normandia, ricorderete, in cui Germania e Francia avrebbero dovuto essere garanti dell'accordo di Minsk II, e sono rimaste completamente in silenzio. La stessa Merkel ha poi affermato che si trattava solo di una fase transitoria e non di un vero accordo. Non credo, tra l'altro, che intendesse questo all'inizio. È una persona migliore di così. Ma questo è ciò che le è stato detto di dire a posteriori, e questo è ciò che è successo. Così l'accordo di Minsk II è scomparso”.

Jeffrey Sachs ha sottolineato, dunque, che la guerra in Ucraina si sarebbe assolutamente potuta evitare, anche perché “Nel dicembre 2021 il presidente Putin ha presentato delle bozze di accordi con la NATO e con gli Stati Uniti in materia di sicurezza. Il punto centrale era il divieto di un ulteriore allargamento della NATO. C'erano anche altre rivendicazioni che, a mio avviso, la NATO non avrebbe mai dovuto accettare, né avrebbe mai potuto accettare, ma il fulcro era: fermare l'allargamento della NATO. Così ho chiamato la Casa Bianca, la Casa Bianca di Biden. Pensavo che fossero miei amici. Ho parlato con Jake Sullivan, il consigliere per la sicurezza nazionale, e gli ho detto: "Jake, accetta l'accordo. Prendi la via d'uscita. Evita una guerra". Lui ha risposto: "No, Jeffrey. La NATO ha una politica di porte aperte. Non possiamo dichiarare che la NATO non si allargherà". Ho replicato: "Jake, stai scherzando? Davvero? Il Messico ha una politica di porte aperte per ospitare una base cinese? Il Canada ha una politica di porte aperte per ospitare una base russa a Windsor? Cos'è questa porta aperta?". Lui ha risposto: "Oh, Jeffrey, non preoccuparti. La NATO non si allargherà all'Ucraina". Ho detto: "Jake, è davvero interessante. Perché non lo dici pubblicamente?" "Oh, no, non possiamo dirlo pubblicamente, Jeffrey. Abbiamo una politica di porte aperte." Allora ho detto: "Jake, state per scatenare una guerra per qualcosa che non accadrà nemmeno." E lui ha risposto: "Jeff, non preoccuparti. Non ci sarà nessuna guerra." Click.”

Jeffrey Sachs ha dunque aggiunto che non c'è alcun motivo di una guerra, né contro la Russia, né contro la Cina, né contro l'Iran o altri Paesi. E, relativamente alla situazione a Gaza, ha affermato che “Gli Stati Uniti e Israele sono complici di un genocidio, perché gli Stati Uniti pongono il veto allo Stato di Palestina. Questo è tutto, e ha una sua storia. Il partito di Netanyahu afferma dal 1977 che tutto il territorio dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo sarà sotto la sovranità israeliana. Quindi lo slogan che sta causando l'arresto dei miei studenti, "dal fiume al mare", è lo slogan di Netanyahu, tra l'altro. È lo slogan del Likud, non quello palestinese”.

Relativamente all'UE, Sachs ha affermato di non comprendere né amare l'attuale leadership che la guida.

Ha sottolineato, in merito, che “L'Europa un tempo aveva una voce, pur nella sua dipendenza dagli Stati Uniti. C'erano leader che facevano la differenza: Willy Brandt, Helmut Schmidt, Helmut Kohl, Gerhard Schröder e, direi, Angela Merkel fino al primo giorno del vertice NATO di Bucarest. E Mitterrand; potrei continuare all'infinito. Erano persone reali. Pensavano, discutevano, dibattevano e difendevano i valori europei del dopoguerra. Non sono sempre stati i valori dell'Europa, ma erano i valori appresi e promossi dopo la Seconda Guerra Mondiale, attingendo al meglio della civiltà occidentale, aggiungerei. Quindi erano valori occidentali, semplicemente non quelli che erano sempre stati applicati. Erano persone straordinarie che si sono espresse apertamente, che si sono opposte alla guerra in Iraq, che hanno difeso l'Ostpolitik, che hanno sconsigliato questo o quello, che volevano l'Atto finale di Helsinki, l'OSCE e la sicurezza indivisibile”.

Ed ha auspicato un ritorno a quel tipo di leadership che probabilmente è anche nel desiderio fra i cittadini europei e il fatto che molti giovani stiano scendendo in piazza, in particolare in Francia, contro il governo Macron, lo sta a dimostrare.

Relativamente alla leadership tedesca ha affermato che “Merz dev'essere il cancelliere meno efficace e meno apprezzato della storia moderna tedesca, perché è un guerrafondaio. Perché lo sia, non lo capisco. Avrebbe dovuto prendere il telefono, chiamare il suo omologo a Mosca e dire: "Presidente Putin, è ora di parlare". Avrebbe dovuto fare la prima cosa il suo primo giorno di mandato. Forse sarebbe stato deludente, ma ci avrebbe provato. Non ci ha mai provato”.

Relativamente alla crisi ucraina e alle prese di posizione della leadership dell'UE, l'economista statunitense ha sottolineato che “L'Europa non sta difendendo l'Ucraina. L'Europa sta uccidendo l'Ucraina. Moriranno moltissime persone; non ci sarà acqua potabile. La Russia sta combattendo la guerra per vincere ora perché ogni giorno l'Europa dice di combattere anche lei la guerra per vincere. Questo tipo di retorica è pura follia nell'era nucleare, e follia viste le poste in gioco”.

Ed ha spiegato che “non si tratta di un cessate il fuoco. Si tratta di un politico europeo che si alza e dice: "Signor Putin, la NATO non si allargherà all'Ucraina o alla Georgia. Ora fermiamo la guerra". Questo è il punto, e la guerra finirà su questa base. Ci saranno disaccordi sui confini, perché non avremo una soluzione giuridica. Avremo una linea di armistizio e una linea di controllo amministrativo, come in molti altri luoghi del mondo, e questo potrebbe durare anni o addirittura decenni. Ma i combattimenti finiranno, la follia finirà e la marcia verso la guerra nucleare si fermerà. Questo non richiede di ripetere ogni giorno che dobbiamo avere un cessate il fuoco, ma piuttosto che dobbiamo avere la pace e una sicurezza indivisibile. E questo è facile da realizzare, perché la ragione di questa guerra è assolutamente chiara”

Il discorso di Jeffrey Sachs – al quale peraltro sono seguite svariate domande con risposte altrettanto interessanti e che si possono leggere al link sul suo sito personale e che ho riportato - è stato lucido, come solo il discorso di un esperto in materia, che ha affrontato in prima persona gli ultimi trent'anni della politica dell'Est europeo, potrebbe essere.

Un discorso di buonsenso, di logica, che stupisce non sia compreso dai vertici UE, che, o sono davvero molto sciocchi, oppure - potrebbe venire il sospetto - sembrano lavorare più per la disgregazione e la distruzione dell'UE e dell'Europa, che per un suo rafforzamento e per una politica estera, economica e sociale, comune e indipendente.

L'ho scritto tantissime volte e condivido, una volta di più, le posizioni dell'On. Dario Rivolta, già responsabile della politica estera di Forza Italia ai tempi di Silvio Berlusconi e che ho recentemente intervistato (https://amoreeliberta.blogspot.com/2026/08/dario-rivolta-serve-una-vera-europa.html). Egli, nell'intervista, ha riassunto molti dei concetti espressi da Sachs nel suo intervento, peraltro.

In particolare sono tre i passaggi dell'intervista che vorrei qui riportare, per meglio ricollegarli ai concetti espressi da Sachs e all'attualità geopolitica di questi giorni:

Luca Bagatin: Come si immagina il futuro del conflitto russo-ucraino?

Dario Rivolta: Non sono preveggente ma tutto mi porterebbe a pensare che, qualora Trump riuscisse a superare gli ostacoli che i vari elementi del deep-State gli frappongono, chiuderà un accordo con Mosca imponendo le dimissioni di Zelensky, il controllo russo sul Donbass e la garanzia che l’Ucraina non entrerà mai nella NATO. È evidente che, qualora le cose andassero così, tale intesa sarà fatta sulle teste di noi europei e dobbiamo solo sperare che il risultato non sia che dovremo prenderci ciò che resta dell’Ucraina dentro l’Unione Europea. È il quadro peggiore per noi e capisco il perché a Bruxelles si cerchi di scongiurare l’intesa a due fingendo di voler davvero finanziare e nutrire la guerra “sino all’ultimo ucraino”. Nessuno crede davvero che la Russia possa essere sconfitta, ma Bruxelles sta cercando in questo modo di ritagliarsi un posto al tavolo della pace.

Luca Bagatin: E il futuro dell'UE? Ci potrebbe essere un rinnovato dialogo con la Russia?

Dario Rivolta: Ovviamente me lo auguro perché la Russia è un Paese culturalmente europeo ed economicamente converrebbe sia a noi che a loro. Tuttavia, il fatto che alla Commissione ci sia una Presidente molto moralmente discutibile, una responsabile dei rapporti internazionali che nessuno stima per l’intelligenza e uno pseudo- ministro della difesa che, come lei, proviene da Paesi totalmente marginali e noti solo per la loro russofobia non lascia sperare che i russi accettino alcuna trattativa con costoro. Purtroppo, se anche diventerà possibile, temo che non avvenga in un futuro molto vicino. Dal punto di vista politico molto dipenderà da chi saranno i politici che guideranno i Paesi europei nel prossimo futuro. Occorrono persone coraggiose e lungimiranti. Oggi non ne vedo agli alti livelli.

Luca Bagatin: Come mai, a suo avviso, mentre i politici della Prima Repubblica, quali ad esempio Bettino Craxi e Giulio Andreotti, avevano una visione multipolare e multilaterale, volta al dialogo e alla cooperazione con tutti i Paesi, pur mantenendo l'Italia nell'area Atlantica, quelli degli ultimi decenni (in particolare i post-comunisti, la sinistra DC e i post-missini) hanno finito per diventare una sorta di ultrà dell'Atlantismo, peraltro senza una visione pragmatica e lungimirante?

Dario Rivolta: Ricorda che fine hanno fatto Craxi e Andreotti? E Berlusconi? Noi europei siamo di fatto un “protettorato” americano. Distinguersi dai disegni politici di Washington è permesso solo per piccole cose e per breve tempo. Anche Meloni lo ha capito e così si spiegano i suoi comportamenti ben diversi da quelli annunciati ancor prima della campagna elettorale e, parzialmente, durante la stessa. Inoltre non va dimenticato che, Trump permettendo, gli USA sono il nostro secondo mercato di esportazione, subito dopo l’Unione Europea.

Penso che non ci sia null'altro da aggiungere, perché parlano, ancora una volta, i fatti. E i fatti parleranno ancora.

Luca Bagatin

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mercoledì 21 ottobre 2026

Raúl Castro nel mirino di Washington: il caso giudiziario che riaccende lo scontro con Cuba. Articolo di Luca Bagatin

Le autorità giudiziarie della Florida hanno emesso, il 19 ottobre 2026, un mandato di arresto contro l'ex Presidente di Cuba e Generale dell'esercito, Raúl Castro, oggi 95enne.

Già lo scorso 20 maggio il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti d'America mosse, contro l'ex Presidente cubano, l'accusa di aver fatto abbattere, nel febbraio 1996, due aerei legati a un'associazione anti-castrista, nei quali morirono tre cittadini statunitensi e un quarto, residente negli USA.

Il Presidente di Cuba, Miguel Diaz-Canel, ha definito tale mandato d'arresto un'“azione riprovevole” ordita dal “patetico circo di Miami” a scopi elettorali.

Il Presidente cubano ha rispedito al mittente tali accuse contro il suo predecessore, spiegando che sono totalmente prive di senso, sia sotto il punto di vista legale che pratico.

Egli in particolare ha affermato che “Questa manovra legale orchestrata da politici anti-cubani contro Raúl e contro Cuba merita la nostra ferma condanna”, sottolineando altresì come tale manovra sia l'ennesima giustificazione per imporre l'embargo che – ulteriormente inasprito dal regime di Trump - danneggia da moltissimi decenni il popolo cubano.

Anche il Ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodriguez, ha condannato tale azione unilaterale, bollandola come “sterile” e promossa da politici anti-cubani “provenienti dalla Florida meridionale contro il leader a capo della Rivoluzione, che essi aggiungono ad altre accuse trite e infondate contro Cuba”.

Tale provvedimento contro l'ex Presidente Castro è stato annunciato dal Procuratore generale della Florida, James Uthmeir, accusando l'ex leader cubano di cospirazione finalizzata all'omicidio di primo grado, riferendosi all'abbattimento di due aerei anti-castristi.

Il governo cubano ha sempre sostenuto di aver agito, in merito, per legittima difesa, a seguito di ripetute violazioni dello spazio aereo da parte dell'organizzazione anti-castrista “Brothers to the Rescue”, considerata, dal governo cubano, organizzazione terroristica.

Violazioni che, il governo cubano, avrebbe più volte denunciato ai tempi dell'amministrazione Clinton, senza ricevere però, in merito, alcuna risposta.

Il governo cubano ha denunciato tale azione legale da parte statunitense contro l'ex Presidente Castro quale tentativo per giustificare un'aggressione militare contro l'Isola caraibica.

Condanne immediate all'azione statunitense sono giunte dai governi di Messico, Cina, Russia e Iran.

La Presidente del Messico, Claudia Sheinbaum, ha definito tale azione una “manovra elettorale”, in vista delle elezioni di midterm, che Trump rischia di perdere. Ed ha sostenuto la legittimità della difesa della sovranità e dello spazio aereo cubano.

La Repubblica Popolare Cinese, attraverso la portavoce del Ministero degli Esteri, Mao Ning, ha affermato che l'ex Presidente Raúl Castro “è un leader rivoluzionario cubano di grande prestigio e rispetto, che gode di un'enorme autorità a livello internazionale”. Ha esortato gli USA a porre fine all'embargo contro Cuba e di “smettere di violare il diritto del popolo cubano ad esistere e a svilupparsi”. Inoltre, la portavoce cinese, ha aggiunto che la Cina si oppone all'“abuso dei mezzi giudiziari” per fare pressione su Cuba, affinché cambi sistema politico.

Il Ministero degli Esteri russo ha bollato la questione come un “rozzo atto di vendetta promosso da settori dell'estrema destra asserviti a Washington” e ha ribadito il suo sostegno al popolo e al governo cubano.

Anche l'Iran, attraverso il Ministero degli Esteri, ha espresso solidarietà all'ex leader cubano, definendo “criminale e illegale” il mandato di arresto contro di lui.

Luca Bagatin

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martedì 20 ottobre 2026

Rumen Radev, Premier bulgaro di sinistra patriottica, sfida Bruxelles: la guerra in Ucraina mette a rischio la prosperità europea. Articolo di Luca Bagatin

 

E mentre in diversi Paesi UE divampano le proteste contro il carovita e per il peggioramento delle condizioni sociali, il Premier della Bulgaria – leader della coalizione socialista democratica, populista e nazionalista di sinistra - Rumen Radev, mantiene una posizione responsabile e critica nei confronti dei vertici UE.

Su Facebook, il Premier bulgaro ha dichiarato, fra le altre cose, che “Diversi sono i fattori che hanno portato il malcontento dei cittadini europei a riversarsi nelle strade: la migrazione incontrollata, il fallimento delle politiche d'integrazione, il Green Deal, la deindustrializzazione e la perdita di posti di lavoro. ”.

In merito ha spiegato che: “Esiste tuttavia un altro fattore importante, sul quale insisto da tempo: la guerra in Ucraina sta logorando i nostri sistemi economici, alimentando tensioni sociali e instabilità politica. È proprio ciò a cui stiamo assistendo in questo momento. Sarà sempre più difficile, sul piano politico, giustificare il fatto che il benessere dei cittadini europei venga sacrificato per questa guerra, anziché essere impiegato per risolvere i loro stessi problemi”.

Radev, già Generale dell'aeronautica, ha altresì aggiunto che “la guerra in Ucraina deve finire il prima possibile. L'anno scorso l'UE ha deciso di concedere all'Ucraina un prestito da 90 miliardi di euro, garantito dall'Europa. Al Consiglio europeo, conclusosi venerdì scorso, il presidente Zelensky ha chiesto altri 70 miliardi di euro. Come si può giustificare una simile richiesta alla luce di tutto ciò che sta accadendo in Europa?”.

Egli ha fatto presente che “non ci si può aspettare che la Bulgaria possa partecipare al finanziamento di questi 70 miliardi di euro. Sempre più persone si rendono conto che ogni giorno in più di guerra non rappresenta soltanto un rischio per la pace, ma anche una minaccia per il benessere dei cittadini europei e per la stabilità sociale e politica dell'Europa”.

Il Premier bulgaro, così come da tempo sta facendo il suo omologo slovacco, il socialista democratico Robert Fico, ha fatto un appello al buon senso e auspicato che “si cerchi una soluzione pacifica attraverso la diplomazia, tanto più che la linea del fronte è ormai congelata da oltre due anni”.

Negli scorsi giorni il Premier bulgaro ha peraltro incontrato il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi e riaffermato le reciproche relazioni di amicizia e discusso relativamente alle possibilità della Bulgaria di poter attrarre investimenti cinesi nella produzione di veicoli elettrici e nel settore agricolo ed energetico.

Luca Bagatin

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