giovedì 14 maggio 2026

Trump a Pechino: il tramonto dell’unilateralismo statunitense. Articolo di Luca Bagatin

E alla fine Trump – sconfitto da un Iran che resiste; non in grado nemmeno di far cambiare governo al Venezuela (nonostante il rapimento del suo legittimo Presidente) e alle prese – come ricorda l'ottimo Pino Arlacchi nel suo articolo su Il Fatto Quotidiano - “con un deficit commerciale bilaterale di quasi mille miliardi di dollari, dazi che hanno aumentato i prezzi americani senza ridurre le importazioni cinesi, e un apparato militare che i wargames del Pentagono descrivono come perdente in una guerra contro la Cina”, andò a Pechino e elogiò, giustamente, il Presidente cinese Xi Jinping, definendolo, più volte, un “grande leader”.

La Repubblica Popolare Cinese, del resto, è sempre stata aperta al dialogo e alla cooperazione e, dunque, dialoga anche con Trump e di buon grado, offrendogli anche un banchetto di benvenuto nella Grande Sala del Popolo.

Il Presidente Xi ha sottolineato che la relazione fra Cina e Stati Uniti è la più importante nel mondo di oggi e ha sottolineato, in merito: “Dobbiamo farla funzionare e non rovinarla mai”, spiegando che ogni possibile scontro fra entrambe le parti porterebbe alla sconfitta di entrambe, mentre la cooperazione fra le due parti garantisce, a entrambe, mutuo vantaggio.

Xi ha sottolineato, ancora una volta, come le parti debbano assumersi la responsabilità storica e guidare la nave delle relazioni sino-statunitensi in modo fermo, volto a garantire pace, stabilità, prosperità e progresso nel mondo.

Trump, del resto, si è trovato concorde su tutta la linea.

Relativamente all'incontro fra i due leader, è intervenuto anche il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, il quale, in conferenza stampa, interpellato dai giornalisti, ha spiegato le linee guida della stabilità nelle relazioni sino-statunitensi: “”Stabilità strategica costruttiva” significa stabilità positiva con la cooperazione come pilastro, stabilità sana con competizione entro limiti appropriati, stabilità costante con divergenze gestibili e stabilità duratura con una pace auspicabile”.

Relativamente alla questione di Taiwan, il portavoce ha spiegato come il Presidente Xi, durante i colloqui con Trump, abbia sottolineato che essa deve essere gestita in modo corretto, in caso contrario i due Paesi potrebbero scontrarsi ed entrare in conflitto.

Egli ha spiegato come la salvaguardia di pace e stabilità nello Stretto di Taiwan rappresenti il comune denominatore fra Cina e Stati Uniti.

Taiwan, del resto, storicamente e come stabilito anche dalla risoluzione ONU nr. 2759 del 25 ottobre 1971, votata ad ampia maggioranza, è parte integrante della Repubblica Popolare Cinese, che ne è l'unica legittima rappresentante.

Tale incontro sembra, una volta di più, mostrare al mondo come siamo entrati a pieno titolo nell'era multipolare, ovvero alla fine del dominio unilaterale dell'Impero statunitense e dei suoi alleati e satelliti in UE e non solo.

Un Impero che, ancora oggi, vorrebbe fare la voce grossa, usando i soliti vecchi strumenti suprematisti bianchi e neo-colonialisti, ma che ormai si scontrano con popolazioni e Paesi con sistemi differenti e che rappresentano la maggioranza del mondo e che non accettano più di essere sottomessi al suprematismo bianco occidentale liberale e capitalista.

Paesi che, con la loro capacità di resilienza/resistenza, oculatezza nella gestione politica e economica e con la capacità di usare il sistema capitalista non già per l'egoismo di pochi, ma a beneficio delle comunità, come sta facendo da decenni la Repubblica Popolare Cinese, oggi stanno ampiamente surclassando il cosiddetto Occidente.

Occidente che, nel corso degli ultimi decenni, in particolare, ha fatto di tutto per auto-sabotarsi, con sanzioni controproducenti e controproducenti sostegni a autocrazie corrette, nazionaliste, colonialiste e separatiste.

I fatti stanno parlando da tempo e Trump, che in un primo tempo pensava di mettere i bastoni fra le ruote alla Cina e ai BRICS, con le sue assurde e controproducenti mosse in Venezuela, Iran e dazi vari, si sta ritrovando con il cerino in mano e, probabilmente, visto l'esito dell'incontro a Pechino, ne sta prendendo atto.

Del resto, se da una parte abbiamo una potenza – la Cina – che ha saputo imparare dai suoi errori, nel corso della sua Lunga Marcia, dal 1949 ad oggi, pianificando, ragionando, creando sinergie, partnership, cooperazione e lavorando a beneficio della comunità, nazionale e globale, dall'altra abbiamo Paesi liberal capitalisti che ragionano come ai tempi della Guerra Fredda. Che economicamente arrancano, si auto-sabotano, elevano muri, sanzionano chi non la pensa come loro, si deindustrializzano, non sono in grado né soprattutto vogliono dialogare e porre attenzione alle ragioni di tutte le parti in causa nei conflitti. Conflitti spesso iniziati e innescati da loro stessi.

Mentre la Cina, da decenni, cerca di guidare e emancipare i Paesi del Sud del mondo (cooperando con essi, togliendo i dazi), nei Paesi liberal capitalisti si esalta l'immigrazione come fenomeno positivo, perché gli immigrati fanno lavori che “gli europei non vogliono più fare” (ma, in realtà, sarebbe bene che ricomincino a fare e che siano anche pagati adeguatamente e non sottopagati come avviene ora!).

Senza comprendere che l'immigrazione e il conseguente sfruttamento degli immigrati è fenomeno drammatico, causato spessissimo da guerre fomentate da un Occidente guerrafondaio e colonialista. Fenomeno che di positivo non ha proprio nulla.

L'unico aspetto positivo dovrebbe essere l'emancipazione dei Paesi del Terzo e Quarto Mondo e la cooperazione internazionale. Così come un'economia fondata sulla produzione e lo scambio di beni reali (e non sulla finanza internazionale e l'oligarchia di pochi) ed un settore pubblico efficiente, che pianifichi e che ponga la comunità al primo posto, ovvero che investa in formazione, ricerca, sanità e istruzione pubbliche. Non in sciocchi riarmi che servono solo a chi si rifiuta di fare i conti con la propria Storia e con il proprio suprematismo bianco “liberale”, ma che con la libertà non ha nulla a che spartire e che sicuramente è opposto alla democrazia, che è il primato della comunità, della sovranità, indipendenza e eguaglianza di tutti i cittadini che la compongono.

Luca Bagatin

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lunedì 11 maggio 2026

Dall'Iran all’Africa: la strategia cinese contro l’unilateralismo statunitense. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 6 maggio scorso, a Pechino, il Ministro degli Esteri iraniano Seyyed Abbas Araghchi ha incontrato il Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi.

Il Ministro Araghchi ha spiegato che l'Iran intende tutelare fermamente la sua sovranità e dignità nazionale e ha condannato l'attacco illegale di Stati Uniti e Israele contro il suo Paese, spiegando come le crisi politiche vadano affrontate con mezzi pacifici e non militari.

Egli ha altresì affermato di condividere le proposte del Presidente cinese Xi Jinping, volte a promuovere pace e stabilità in Medio Oriente e ha elogiato la Repubblica Popolare Cinese per essersi posta dalla parte giusta della Storia e per il suo atteggiamento costruttivo, volto a risolvere pacificamente la crisi in atto.

Il Ministro iraniano ha, inoltre, affermato come la Cina sia partner strategico dell'Iran e tale continuerà ad essere.

Il Ministro cinese Wang Yi ha sottolineato la posizione della Cina, volta alla promozione della pace e alla facilitazione dei colloqui fra le parti, ribadendo come sia una priorità il cessate il fuoco e il rispetto dei negoziati, volti a salvaguardare sovranità e sicurezza nazionale dell'Iran.

Egli ha altresì ricordato le preoccupazioni della comunità internazionale relative alla necessità del ripristino del normale e sicuro passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz ed ha apprezzato l'impegno iraniano di non sviluppare armi nucleari, pur ritenendo legittimo diritto dell'Iran l'utilizzo pacifico dell'energia nucleare.

Il Ministro Wang ha anche esortato al dialogo fra Iran e Paesi del Golfo, volto a raggiungere rapporti di buon vicinato e alla creazione di una regione pacifica, sicura e stabile.

In tal senso ha spiegato come le proposte del Presidente Xi Jinping siano dirette in tal senso e mirino alla costruzione di “quattro patrie condivise”, in dialogo fra loro.

Egli ha, inoltre, ulteriormente criticato l'aggressione militare degli Stati Uniti e di Israele contro l'Iran che è avvenuta in aperta violazione del diritto internazionale.

La Repubblica Popolare Cinese, rafforzando ulteriormente la cooperazione e la sinergia con i Paesi del Sud del mondo, dal 1 maggio scorso, ha deciso di applicare un trattamento tariffario pari a zero nei confronti dei 53 Paesi africani con i quali intrattiene relazioni diplomatiche.

Una politica, dunque, diametralmente opposta rispetto a quella che il regime statunitense riserva ai suoi partner europei.

Luca Bagatin

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sabato 9 maggio 2026

Il 9 maggio 1945 e la memoria dimenticata dell’Europa. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 9 maggio 1945, data che segnò la vittoria dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche contro il nazifascismo hitleriano e fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa, dovrebbe essere celebrata e ricordata non solo in tutte le Repubbliche post-sovietiche, ma anche in tutto il resto d'Europa.

E ciò per ricordare e celebrare il contributo dato dai 27 milioni di cittadini sovietici, ma anche di altre nazionalità dei Paesi dell'Est europeo, fra civili e soldati, che diedero la loro vita per abbattere una delle più sanguinarie e genocide dittature al mondo.

La Giornata della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica, oggi celebrata particolarmente in Russia, ma anche in Slovacchia, Bulgaria, Serbia, Montenegro, Bosnia e Erzegovina, Israele e Bielorussia, dovrebbe unire e non dividere.

Il neo Premier bulgaro, Rumen Radev, trionfatore delle elezioni di aprile, con il partito di ispirazione socialista democratica e populista di sinistra “Bulgaria Progressista”, sui social, ha dichiarato, riferendosi ai caduti bulgari in quell'occasione:Il 9 maggio è soprattutto una giornata di omaggio alla memoria dei soldati bulgari della Seconda Guerra Mondiale, alle milioni di vittime che, con la loro morte, hanno fermato l'avanzata del nazismo in Europa. Il conflitto più sanguinoso del XX secolo ha segnato la vita di intere generazioni e la sua fine ha aperto la strada al rifiuto dell'uso della forza nel Vecchio Continente. Il Giorno della Vittoria ha aperto le porte alla Giornata dell'Europa e alla speranza di uno sviluppo pacifico dei Paesi europei. Pertanto, l'Unione Europea ha oggi l'enorme responsabilità di fermare lo spargimento di sangue in Ucraina e in Medio Oriente. L'UE deve avere non solo una leadership morale, ma anche la volontà di essere un fattore di pace in Europa e nelle regioni limitrofe”.

Dello stesso tenore anche il socialista democratico slovacco Robert Fico, il quale, ricordando i caduti slovacchi, si è recato anche a Mosca per le celebrazioni.

Tale ricorrenza, assieme a quella del 27 gennaio 1945, giornata nella quale i soldati sovietici liberarono il campo di sterminio nazifascista di Auschwitz, dovrebbe essere scolpita nella Storia europea.

Non essere pretesto, come fa oggi Berlino, per vietare simboli e canti sovietici, aspetto che purtroppo richiama a un tragico passato.

Occorre “riunire ciò che è sparso”, scrivevo di recente, assieme all'amica Paola Bergamo in un lungo articolo (https://amoreeliberta.blogspot.com/2026/04/ritrovare-i-sentieri-perduti-del-mondo.html) nel quale, fra le altre cose, auspicavamo la nascita di “Una nuova NATO intercontinentale, sicuramente europea”, capace di includere sia la Russia che la Cina, “anche considerando che la Russia è Europa e che entrambe sono Eurasia e, a tutti gli effetti, non solo rappresenterebbero il ricompattamento dell’Heartland che spaventa a morte gli statunitensi, ma di fatto sia Russia che Cina, assieme, hanno combattuto e stanno combattendo l'Islam radicale”.

Male, molto male, ha fatto l'UE a non porsi quale cerniera fra l'Est e l'Ovest, includendo la Russia nel sistema europeo come peraltro già a suo tempo caldeggiato dall'ex Ministro degli Esteri Gianni De Michelis in tempi non sospetti e, successivamente, forse anche consigliato dallo stesso De Michelis, da Silvio Berlusconi.

Male, molto male, ha fatto l'UE a non porsi quale cerniera di dialogo e di diplomazia, anziché cedere ai desiderata dei Presidenti statunitensi di turno, troppo spesso russofobi e così i loro Paesi satellite in Europa.

Male, molto male, ha fatto l'UE a sanzionare la Russia, di fatto, auto-sanzionandosi, specie nel settore energetico.

Molte vite si sarebbero risparmiate e si risparmierebbero, se si ricercasse, senza pregiudizio, la verità dei fatti, tanto dal punto di vista storico che geopolitico e a partire dal drammatico crollo dell'URSS (realtà pluri-nazionale nella quale convivevano, pacificamente e nel socialismo, popoli differenti), causato tanto dall'esterno quanto dall'interno.

In proposito, è molto interessante il punto di vista di Egor Ligaciov, che fu figura chiave del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS) nel periodo gorbacioviano e del cui saggio fondamentale ho scritto diffusamente in un articolo, leggibile anche a questo link: https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/02/egor-ligaciov-il-riformista-leninista.html

Ligaciov, nel suo saggio pubblicato in Italia nel 1993, dal titolo “L'enigma Gorbaciov”, ravvisa già allora la diffusione dei nazionalismi di estrema destra, a seguito della disgregazione dell'URSS: “Il Paese è a un bivio. Il problema è questo: o tutto ciò che è stato raggiunto, con sforzi enormi di tante generazioni, sarà conservato e sviluppato sulla base del vero socialismo, o l'Unione Sovietica cesserà di esistere e al suo posto si formeranno decine di Stati con regimi diversi.

In Lituania i nazionalisti borghesi hanno preso il sopravvento, la repubblica sta andando alla deriva e si avvicina all'occidente. Nella stessa direzione vogliono andare Estonia e Lettonia. In alcune regioni occidentali dell'Ucraina il potere è passato nelle mani dei nazionalisti. Nel Caucaso è in corso una guerra fratricida. L'alleanza socialista in Europa si è spezzata, il paese perde i suoi amici mentre si rafforzano le posizioni dell'imperialismo.

I conflitti etnici, gli scioperi, le forze disgregatrici non tengono conto delle leggi, del Soviet supremo e dei decreti del presidente, rendendo impossibile la realizzazione della riforma economica.

Bisogna convocare il Plenum del Partito e elaborare misure urgenti e concrete per battere le forze antisocialiste e separatiste, riordinare le fila dei comunisti e rafforzare l'integrità territoriale dell'URSS”.

Da dire anche che Ligaciov era ben consapevole e fu fra i primi a ravvisarlo, che era necessario sviluppare un socialismo democratico in URSS, che l'avrebbe definitivamente salvata. In tal senso egli scrisse: “Sono convinto che il socialismo sia una delle vie che conducono al progresso universale. Come intendo io il socialismo? Una società in cui si dà priorità all'uomo e alla democrazia. La base economica del socialismo è la proprietà sociale dei mezzi di produzione, ma in forme differenziate: l'uomo vi diventa comproprietario, e vi convivono pianificazione e libero mercato.

La base politica di questo regime sono i Soviet a tutti i livelli e uno Stato di diritto. Sul piano morale è una società in cui nei valori socialisti trovano posto sublimandosi i valori individuali; sul piano sociale è un regime di giustizia sociale, privo di oppressioni e ingiustizie, una società in cui non esiste la disoccupazione e in cui a ciascuno viene garantito il diritto al lavoro”.

Sappiamo bene come sono andate le cose. Sappiamo bene che hanno prevalso i traditori del socialismo e che, nonostante la maggioranza dei cittadini sovietici avesse votato per la conservazione dell'URSS, al referendum del marzo 1991, essa ha finito per disgregarsi, andando in pasto a mafie, oligarchie, lacchè ultra-liberali, nazionalismi vari. Le popolazioni ne furono ulteriormente impoverite, lasciate in balia di tali forze e spesso spinte le une contro le altre.

E siamo ancora lì. Ma non abbiamo fatto i conti con la Storia.

La Storia è importante perché da essa si può e si dovrebbe imparare. Essa non andrebbe mai sostituita dall'ipocrisia, dall'ideologia, dal razzismo, dalla convenienza economica dei pochi.

Sarebbe, infatti, il momento di riunire ciò che è stato sparso. Di riunire ciò che è stato diviso. Di ricominciare a parlare, anche in Europa, al posto di censure, sanzioni e lockdown energetici, di socialismo e di democrazia.

Utopia, forse?

Luca Bagatin

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venerdì 8 maggio 2026

La fine dello pseudo laburismo: la Gran Bretagna punisce Starmer e cerca una nuova sinistra. Articolo di Luca Bagatin

 

Come volevasi dimostrare, per l'ennesima volta, quando i socialisti/laburisti sono infiltrati o annacquati da programmi, propositi o candidati di matrice liberal capitalista e guerrafondaia, vengono clamorosamente sconfitti.

Ciò accade da tempo ormai in tutta Europa e, in Gran Bretagna, questa è da tempo diventata la regola.

Non stupisce, dunque, la sonora batosta del Partito Laburista del Premier Keir Starmer alle elezioni amministrative britanniche del 7 maggio, che ha perduto oltre 700 consiglieri.

Elezioni che hanno visto primeggiare il partito sovranista e euroscettico Reform Party di Nigel Farage (oltre 900 consiglieri in più) e ottenere ottimi risultati anche ai Verdi di Zack Polanski (oltre 200 consiglieri in più) e qualche seggio in più lo hanno conquistato anche i Liberaldemocratici (85 seggi in più).

Pessimi nei risultati, assieme ai “laburisti”, anche i Conservatori, che hanno perso oltre 400 consiglieri.

Farage ha parlato di “svolta storica”, Starmer, pur deluso, ha dichiarato – democristianamente - di non volersene andare dal governo.

Soddisfazione da parte di Zack Polanski, leader verde eco-populista (nel senso più positivo del termine), il quale ha dichiarato che il sistema bipartitico è morto e sepolto. La sua piattaforma, fondata su difesa dell'ambiente; tasse sulle ricchezze; equa distribuzione delle risorse; critica nei confronti dei crimini del regime di Netanyahu contro il popolo palestinese; richiesta di uscita dalla NATO della Gran Bretagna e priorità alla diplomazia per la risoluzione delle controversie internazionali, sta ormai da tempo occupando il posto di quella che un tempo era la politica socialista/laburista autentica.

Soddisfazione anche da parte del Partito dei Lavoratori della Gran Bretagna (WPB) di George Galloway (ex laburista), che – pur non essendo considerato fra i maggiori partiti - è riuscito ad ottenere alcuni eletti alla carica di consigliere.

Si è dichiarato soddisfatto anche l'ex leader laburista, Jeremy Corbyn, oggi deputato indipendente e fondatore del socialista Your Party, il quale aveva invitato a sostenere i candidati socialisti indipendenti che si fossero battuti contro i tagli alla spesa pubblica, contro gli speculatori edilizi e in favore della causa del popolo palestinese.

Al momento, in Gran Bretagna, posto che il Partito Laburista non è più laburista da tempo, esistono almeno tre piattaforme di sinistra che hanno programmi molto simili e convergenti.

Quella di Polanski, quella di Galloway e quella di Corbyn.

Se riuscissero ad unirsi potrebbero, non solo surclassare le politiche ultra liberali e guerrafondaie di Starmer e dei Conservatori, sempre più in caduta libera, ma diventare una seria alternativa al Reform Party, che di sociale non ha proprio nulla.

La Gran Bretagna, dunque, punendo “laburisti” e conservatori, ha scelto per la sovranità e l'indipendenza.

Ora occorrerà capire se vorrà scegliere anche di stare dalla parte della giustizia sociale e, se questa, sarà rappresentata da una voce unica, di ispirazione ecologista, democratico-populista e socialista.

Luca Bagatin

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giovedì 7 maggio 2026

Evita Peron, a 107 anni dalla nascita: amore, giustizia sociale e rivoluzione popolare. Articolo di Luca Bagatin

 

Sono passati 107 anni dalla nascita di Maria Eva Duarte de Peron, per tutti e per sempre Evita. Soprattutto per coloro i quali l'hanno amata. Il popolo dei descamisados argentini in primis.

E così, ancora oggi, la ricordano e celebrano.

Figlia illegittima di Juana Ibarguren, nata poverissima il 7 maggio 1919 a Los Toldos, estrema periferia argentina, Evita imparò presto a conoscere le difficoltà della vita e a pagare il prezzo dell'essere poveri nell'Argentina degli Anni '30.

Nel 1936 esordirà in teatro e da allora intraprenderà, pur con scarso successo, la carriera di attrice e, con maggiore successo, negli Anni '40, l'attività radiofonica.

Solo l'incontro con il Generale Juan Domingo Peron, nel 1944, le permetterà di comprendere la sua vera vocazione. Quella per la politica e per le attività sociali. E da allora la sua vita cambierà per sempre, assieme a quella dei suoi descamisados, ovvero i più poveri fra i poveri d'Argentina.

Con la vittoria alle elezioni del 1946 di Peron con il 53,7% dei consensi, nelle fila del Partito Laburista, Evita si insedierà al Ministero del Lavoro e si occuperà di diritti degli anziani, delle donne, dei bambini e, attraverso la Fondazione da lei istituita (e ancora oggi attivissima), si occuperà di assistenza sociale, oltre che dei problemi sindacali dei lavoratori argentini, acquistando e dirigendo, fra l'altro, il giornale “Democracia” e fondando il Partito Peronista Femminile.

La sua vita fu purtuttavia di brevissima durata. Evita morì infatti nel 1952, ad appena 33 anni, lasciandoci purtuttavia un documento fondamentale, che racchiude il suo amore per il popolo e per Peron, oltre che il suo testamento politico e spirituale: “La ragione della mia vita”, pubblicato nel 1951 e divenuto poi testo fondamentale nelle scuole dell'obbligo sino all'avvento delle dittature militari nel 1955, che cacciarono Peron e abolirono il Partito Giustizialista o Partito Peronista, da lui fondato e i cui fondamenti si sostanziavano (e si sostanziano, ancora oggi) in: giustizia sociale, sovranità nazionale, indipendenza economica.

“La ragione della mia vita” è un inno al popolo ed alla dottrina giustizialista avviata da Peron per un'Argentina libera, economicamente giusta e politicamente sovrana attraverso la cooperazione fra il capitale ed il lavoro, in chiave alternativa al capitalismo imperialista ed al comunismo collettivista.

Nelle sue pagine Evita riporta frasi significative, spesso piene di amarezza nei confronti dell'esistenza delle diseguaglianze sociali: “Ricordo nitidamente la tristezza provata nello scoprire che nel mondo c'erano i poveri e i ricchi; e la cosa strana è che non mi addolorava tanto l'esistenza dei poveri quanto il fatto di sapere che, al tempo stesso, esistevano i ricchi"; oppure piene d'amore e sentimento: "...ho capito che non deve essere molto difficile morire per una causa che si ama. O più semplicemente: morire per amore”.

Ed ancora: “Quando sarà fatta giustizia non ci sarà più nessun povero” e, ricordando una celebre frase di Peron a proposito del messaggio d'amore del Cristo ed al cristianesimo praticato dagli uomini, scrisse: “Non è il cristianesimo ad essere fallito. Sono gli uomini che hanno sbagliato applicandolo male. Il cristianesimo non è ancora stato applicato rettamente dagli uomini perché il mondo non è mai stato giusto...il cristianesimo sarà una realtà quando l'amore regnerà tra gli uomini e tra i popoli; ma l'amore giungerà solo quando gli uomini e i popoli saranno giustizialisti”.

La terza parte de “La ragione della mia vita” è invece dedicata alle donne ed al messaggio di emancipazione che Evita vuole loro impartire, denigrando la figura delle “femministe” inglesi, che si fanno uomini per tentare di emanciparsi.

Evita, diversamente, spiega alle donne che non devono affatto rinunciare alla propria femminilità, dolcezza, altruismo, amore per la propria famiglia e quindi all'orgoglio di essere donne. E vorrebbe che le casalinghe ricevessero una retribuzione, pagata da tutti i lavoratori e dalle donne medesime, che consentisse loro di essere economicamente indipendenti dagli uomini e vedessero così ricompensate le faccende domestiche e la cura dei propri figli, perché – ella afferma – la missione delle donne è quella di creare e non di sacrificarsi.

In questo senso Evita scrive, nel suo saggio: “Non disprezzo l'uomo, né la sua intelligenza. Mi chiedo però: se in molti luoghi del mondo abbiamo creato insieme famiglie felici, perché non possiamo creare insieme un'umanità felice? Questo deve essere il nostro obiettivo: guadagnarci il diritto di creare, insieme all'uomo, un'umanità migliore”.

Ed ancora, ella scrive, a proposito degli stereotipi secondo i quali la donna viene dipinta: “...la donna non è vacua, leggera, superficiale, vanitosa....egoista, fatale, romantica (…) la donna autentica si rifugia nelle famiglie del popolo, di cui l'umanità si fa eterna. Questa donna non è esaltata dagli intellettuali. Non ha storia. Non dà ricevimenti. Non gioca a bridge. Non fuma. Non va all'ippodromo. E' l'eroina che nessuno conosce. Neppure suo marito. Neppure i suoi figli ! Di lei non si dirà mai nulla di raffinato, nulla di spiritoso. Al massimo, dopo che sarà morta, i suoi figli diranno: “Ora ci rendiamo conto di cosa era per noi”.

Parole forti, toccanti, che Evita scrive per descrivere donne come lei, donne del popolo, dimenticate persino dai propri uomini, ma che meritano riscatto. Proprio quel riscatto che lei fornirà loro attraverso il diritto di voto alle donne e con il Partito Peronista Femminile, composto da sole donne ed espressione degli ideali di suo marito, Juan Domingo Peron, l'uomo che ama e che fu una guida per coloro i quali, negli anni precedenti al suo avvento al governo, erano sfruttati dagli oligarchi e dagli imperialisti statunitensi ed europei.

Evita Peron, pur non avendo avuto figli ed essendo morta molto giovane, è stata una vera madre per il suo popolo e lo è anche oggi, se pensiamo che l'ex Presidentessa dell'Argentina Cristina Fernandez de Kirchner si ispira lei, così come numerosi movimenti e partiti peronisti ancora presenti e oggi, purtroppo, all'opposizione di un governo neo-oligarchico e liberal capitalista, quello di Javier Milei.

E proprio quei movimenti peronisti chiedono oggi, nel nome di Evita, la liberazione dell'ex Presidentessa Kirchner, attualmente agli arresti domiciliari, condannata per presunta corruzione, nell'ambito di un processo politico contro di lei, e che ha ricevuto la solidarietà e il sostegno anche da parte di numerosi leader socialisti latinoamericani, fra i quali quella del Presidente Brasiliano Lula.

Vorrei concludere questo ricordo di Evita – lei che rinunciò ad ogni onore e anche alla Vicepresidenza dell'Argentina, preferendo rimanere una guida spirituale - con l'ultima frase del suo testamento al popolo argentino, estremamente toccante e commovente: “Le mie ultime parole sono le stesse del principio: voglio vivere eternamente con Peron e con il mio popolo. Dio mi perdonerà se preferisco restare con loro, perché anche lui è tra gli umili; in ogni descamisado ho sempre visto Dio che mi chiedeva un po' d'amore e non gliel'ho mai negato”.

Luca Bagatin

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mercoledì 6 maggio 2026

Cina e Intelligenza Artificiale: tra inclusione e equilibrio nella tutela dei lavoratori. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 4 maggio scorso, la Missione Permanente della Repubblica Popolare Cinese (RPC), quella dello Zambia e l'Associazione cinese per la scienza e la tecnologia, hanno organizzato, presso la sede delle Nazioni Unite di New York, un forum per discutere di Intelligenza Artificiale, che ha visto la partecipazione di 120 rappresentanti provenienti da oltre 50 Paesi e organizzazioni internazionali.

Al forum è intervenuto l'Ambasciatore cinese presso l'ONU, Fu Cong, il quale ha sottolineato, in particolare, l'importanza di garantire che ogni Paese, particolarmente quelli del Sud del mondo, possano partecipare, in modo inclusivo, alla governance globale, in modo che l'IA non diventi un “gioco” riservato solo ai Paesi ricchi o a ristretti circoli per ricchi.

In tal senso, egli ha spiegato che la Cina sta promuovendo numerose iniziative quali il Piano d'azione per lo sviluppo delle capacità in materia di IA per il bene comune, il Piano d'azione globale per la governance dell'IA e l'Iniziativa di cooperazione internazionale AI+, al fine di garantire i benefici dello sviluppo dell'IA in modo “ampio ed equo in tutto il mondo”.

Intervenendo al forum, il Viceministro della Scienza e della Tecnologia della RPC, Chen Jiachang, ha spiegato come l'IA sia diventata una forza trainante fondamentale della nuova rivoluzione tecnologica e della trasformazione industriale e che la Cina è pronta a collaborare con i Paesi dei tutto il mondo per cooperare in materia; promuovere lo sviluppo responsabile dell'IA; stimolare la crescita economica globale e migliorare, attraverso di essa, il benessere delle persone. 

Egli ha affermato che la Cina aderisce ad un percorso di open source e open innovation in materia di IA ed ha aggiunto che la RPC, grazie all'adozione di modelli open source, serve 20 milioni di sviluppatori in tutto il mondo ed è il maggior contributore mondiale di brevetti nel campo dell'IA.

I modelli open source cinesi, proprio per la loro evoluzione ed inclusività, consentono a sempre più persone di poter accedere, in tutto il mondo, all'utilizzo di un'IA avanzata e a basso costo.
Da dire, ad ogni modo che, anche in Cina, l'avvento e lo sviluppo dell'IA ha creato e sta creando la necessità di tutelare i posti di lavoro, spesso da essa minacciati.

E proprio il 30 aprile scorso un tribunale cinese si è pronunciato in favore di un dipendente, nell'ambito di una controversia lavorativa causata dalla sua sostituzione con l'IA.

La causa riguardava un'azienda tecnologica operante proprio nel settore dell'IA, la quale aveva licenziato un dirigente tecnico di alto livello, rifiutando di corrispondergli una maggiore indennità, come egli aveva richiesto.

Il Tribunale Intermedio del Popolo di Hangzhou, nella provincia di Zhejiang, ha dato ragione al dipendente, considerando illegittimo il licenziamento.

Anche la Cina socialista, all'avanguardia nel settore dell'IA, si trova dunque, come molti Paesi avanzati, a cercare un equilibrio fra la necessità di tutelare i diritti dei lavoratori e l'introduzione dell'IA nel mondo dell'industria e, dunque, a introdurre legislazioni ad hoc.

Proprio recentemente, l'Assemblea Nazionale del Popolo, ha votato una legge per rafforzare l'assistenza sociale, per fornire una rete di sicurezza ai gruppi sociali più vulnerabili.

Wang Tianyu, ricercatore presso l'Accademia cinese delle scienze sociali, ha affermato, relativamente all'adozione dell'IA nel processo industriale che “Il progresso tecnologico può essere irreversibile, ma non può esistere al di fuori di un quadro giuridico”.

I diritti dei lavoratori e la loro dignità, in sostanza, in particolare in una società autenticamente socialista, devono venire prima di ogni altra cosa e le istituzioni cinesi dovranno lavorare seriamente in tal senso.

Luca Bagatin

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lunedì 4 maggio 2026

Sandino e la Giornata della Dignità Nazionale: alle origini della resistenza nicaraguense. Articolo di Luca Bagatin

 

Il Nicaragua Sandinista, guidato da Daniel Ortega e dalla moglie, Rosario Murillo, ha commemorato, il 4 maggio, la Giornata della Dignità Nazionale, in onore del rivoluzionario Augusto Cesar Sandino, il quale, il 4 maggio 1927, respinse il cosiddetto Patto di Espino Negro, ovvero un accordo che gli Stati Uniti d'America imposero per mantenere il governo conservatore al potere.

Fu questo l'inizio della lotta armata sandinista, che portò alla sconfitta dell'esercito statunitense, sei anni dopo e alla fine dell'occupazione statunitense del Nicaragua.

Gli USA, infatti, occupavano il Nicaragua sin dal 1912 e lo consideravano un loro protettorato. Protettorato di strategico interesse per gli yankee e per due ragioni: la prima l'influenza degli Stati Uniti d'America sul Canale di Panama; la seconda i forti interessi economici nella produzione di tabacco, banane, zucchero di canna che l'impresa statunitense United Friut Company deteneva nel Paese.

Ne conseguiva che, i governi del Nicaragua, conservatori, erano – sin da allora - sostenuti e decisi a tavolino dagli USA.

Augusto Cesar Sandino era un umile bracciante agricolo e si pose a capo della resistenza contro l'oppressore statunitense, che disponeva addirittura di aerei in grado di bombardare vaste aree del Paese.

La lotta sandinista, per molti versi, anticipò la guerra del Vietnam. Un popolo oppresso in lotta contro un colosso. Un popolo di descamisados, fiero delle proprie origini e desideroso di emanciparsi, contro una dittatura (che si finge “democrazia”) fondata – ieri come oggi - sul danaro, la sopraffazione, lo sfruttamento del prossimo e sul business.

Un popoli che finirà, dunque, per trionfare.

Quella di Sandino, influenzato dagli ideali anarcosindacalisti e antimperialisti, sarà sempre una lotta di liberazione nazionale e mai ideologica. Rifiuterà sempre di essere riconosciuto quale marxista. Egli, come peraltro affermerà in alcune delle interviste rilasciate, non appartenne nemmeno ad alcuna religione, ma la sua fu una fede teosofica (la Società Teosofica fu fondata dall'occultista russa Madame Blavatsky nel 1875) e questa lo porterà anche a farsi iniziare in Massoneria.

La fede nella teosofia è alla base non solo del suo credo, ma anche dei principi che infonde nel suo stesso esercito.

Sandino infatti, il 15 febbraio 1931, redige un manifesto che intitola “Luce e Verità”, nel quale spiega che è un “impulso divino quello che anima e protegge il nostro esercito”. E spiega che “il principio di tutte le cose è l'Amore, cioè Dio” e che “l'unica figlia dell'Amore è la Giustizia Divina”.

Egli infatti, secondo i principi teosofici, considera tutti gli esseri fratelli e così i suoi compagni di lotta. Pur avendo un'istruzione da autodidatta, Sandino, come riportato anche dai giornalisti che lo intervistarono, è dotato di profonda sensibilità interiore e di una grande fede nella trascendenza.

Egli identifica la sua battaglia per spezzare le catene del suo popolo dall'oppressione come una battaglia Divina contro l'ingiustizia. Una battaglia non carica di astio e di odio contro l'avversario, ma carica di Amore e di senso di Giustizia.

La medesima visione spirituale e politica, peraltro, la ebbe, decenni prima, il nostro Giuseppe Garibaldi, teosofo e massone anch'egli (oltre che amico di Madame Blavatsky, che iniziò egli stesso in Massoneria) e anch'egli Generale in lotta contro gli oppressori. Sia in America Latina che in Italia.

E, come Garibaldi, anche Sandino rifiutò sempre di essere definito un marxista e sicuramente mai fu tale, né mai fu materialista. Ma, come Garibaldi, si ispirerà a una sorta di socialismo spirituale e teosofico, che ha animato spesso i condottieri e i leader latini (pensiamo anche a Juan Domingo Peron e a Hugo Chavez).

In una delle ultime interviste che gli venne fatta, nel 1933, contenuta nel saggio, alla domanda se egli creda o meno nella trasformazione della società a opera dello Stato, egli risponde: “La riforma è interiore. Lo Stato può cambiare l'esterno, la facciata apparente. Noi sosteniamo che ciascuno deve avere il necessario, che ciascuno deve essere fratello e non lupo. Il resto è pressione meccanica esteriore e superficiale. Naturalmente anche l'intervento dello Stato è necessario”.

Sandino uscì dunque vittorioso nella sua lotta, conclusasi nel 1933, con il ritiro delle truppe statunitensi e un accordo di pace con il nuovo Presidente liberale Juan Batista Sacasa.

L'anno successivo fu purtuttavia assassinato - assieme ai generali Estrada e Umanzon - su ordine di Anastasio Somoza Garcia, capo della Guardia Nacional e nuovo dittatore del Paese.

Il figlio di Somoza, Anastasio Somoza Debayle sarà, ad ogni modo, sconfitto dagli eredi politici di Sandino, nel 1979. Da quel Frente Sandinista di Liberazione Nazionale che, ancora oggi, governa pacificamente il Nicaragua, guidato da Daniel Ortega e Rosario Murillo.

Il governo sandinista odierno, in occasione del ricordo della lotta di Sandino, ha ribadito di voler promuovere un modello di sviluppo fondato sulla giustizia sociale, il rispetto reciproco, la non ingerenza e la sovranità nazionale.

Luca Bagatin

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