Ho avuto modo di leggere
l'articolo di Bobo Craxi su “Il Riformista” e Pensalibero del 26 agosto, dal
titolo “Il riformismo oltre il Novecento”
(https://www.pensalibero.it/il-riformismo-oltre-il-novecento/),
che a sua volta si rifà all'editoriale del filosofo Luca Taddio (con
il quale ebbi modo spesso di chiacchierare una ventina di anni fa
circa, di persona, a Udine) del 21 agosto, apparso su “Il
Riformista”
(https://www.ilriformista.it/il-pd-e-il-problema-della-sua-identita-ocasio-cortez-scarica-la-prima-stagione-woke-schlein-e-il-cerchio-magico-adesso-cosa-saranno-526947/).
Gli articoli in questione
nascono dalla discussione aperta negli USA relativamente alla cultura
woke, sollevata da Alexandria Ocasio-Cortez e gli Autori allargano
la riflessione al panorama italiano.
Entrambi gli Autori,
innanzitutto, sembrano dare per scontato che, in Italia, il PD sia di
sinistra e socialista.
Aspetti a mio avviso
niente affatto scontati.
Anzi, il problema del
woke nasce proprio da lì, ovvero dalla sostituzione della questione
sociale con una concezione individualistica dell'emancipazione.
Quella che, nel mondo
Occidentale, un tempo era sinistra o rappresentava ideali socialisti
(giustizia e emancipazione sociale, sovranità nazionale,
indipendenza economica), ha finito, dalla metà degli Anni '90 in
poi, per annacquarsi nel liberalismo o liberal capitalismo, che, in
certa misura, sembra essere esaltato proprio da Taddio nel suo
articolo.
Liberal capitalismo che,
insinuandosi e annacquando il socialismo, ha finito per distruggere i
diritti sociali (dallo svuotamento di alcune delle principali
conquiste dello Statuto dei lavoratori, alla promozione delle
liberalizzazioni), fino al sostegno incondizionato alle guerre di
aggressione a guida statunitense e NATO, dalla Jugoslavia al
conflitto russo-ucraino, tutti aspetti ampiamente sostenuti in
particolare dal PD e in gran parte dai suoi alleati.
Questo è avvenuto, in
Italia, in particolare grazie ai vari Prodi, D'Alema, Bersani, Letta,
Renzi e la Schlein non sembra più di tanto discostarsene.
In altri Paesi è
avvenuto grazie agli pseudo laburisti alla Tony Blair e alla Keir
Starmer; grazie agli pseudo socialdemocratici tedeschi alla Schulz;
agli pseudo socialisti francesi alla Hollande e così via. Tutta
gente che, guarda caso, ha perso inesorabilmente voti... in favore
dell'estrema destra!
Anche negli USA,
sedicenti progressisti come Clinton, Obama e Biden, hanno spinto
sull'acceleratore delle guerre di aggressione. Bombardando peraltro
Paesi laico-socialisti come la Siria e la Libia e inasprendo le
sanzioni al Venezuela e a Cuba.
Dove sarebbe, dunque,
questo presunto socialismo e questa presunta sinistra nelle file del
“progressismo” Occidentale, che ha, anzi, ampiamente contribuito
all'avvento dell'estrema destra?
Si dirà che sì, quel
“progressismo” ha promosso i diritti civili, la cultura woke...
tutte cose con le quali non si mangia; non ci si emancipa socialmente
(perché un lavoratore si emancipa prima di tutto quando è
proprietario del suo lavoro); non si costruisce una società evoluta
e organizzata (perché sono state tagliate sanità, scuola, ricerca);
non si fanno gli interessi del proprio Paese (specie quando si
distruggono realtà come la Jugoslavia e la Libia, con le quali
avevamo storici e ottimi rapporti e quando si rompono i rapporti con
la Russia, sanzionandola e mandando armi all'autocrazia corrotta che
vorrebbe combatterla).
In tutto ciò, come penso
andavo dicendo a Taddio già vent'anni fa, Silvio Berlusconi fu
infinitamente più di sinistra rispetto al caravanserraglio
ulivista-piddino. Egli infatti,
pur dichiarandosi liberale e anticomunista, ebbe spesso posizioni di
politica estera, mediterranea, energetica e di rapporto con la
Russia, molto più pragmatiche e vicine ad alcune componenti della
tradizione nazionale e sociale del Centro-Sinistra storico della
Prima Repubblica.
Peccato che nemmeno la
classe dirigente che Berlusconi ha fatto crescere e alla quale ha
dato un mestiere... abbia saputo e voluto seguirne le orme!
Taddio peraltro
sottolinea come il PD sia partito nato principalmente “dall’incontro
tra gli eredi del PCI
e la cultura cattolico-democratica”. Due
componenti che, direi, da molto tempo, avevano non solo abbandonato
ogni parvenza di comunismo e di cattolicesimo di sinistra, ma avevano
preferito avvicinarsi a un ultra-atlantismo fuori tempo massimo, pur
di diventare alternative ad un PSI, quello di Bettino Craxi, che pur
essendo storicamente atlantista, trattava con gli Stati Uniti
d'America da pari e non come se l'Italia fosse una colonia.
Ciò, ovviamente, costò
caro a Craxi... come peraltro ebbe per molti versi a scrivere nel suo
“Parigi-Hammamet”, edito postumo da Mondadori, nel 2020.
Bobo Craxi, nel suo
articolo, ribadisce che “il PD appartiene a pieno titolo oggi
alla famiglia del socialismo europeo”, per quanto faccia notare
che “L’ingresso del Partito Democratico nel Partito del
Socialismo Europeo avvenne nel 2014, durante la segreteria di Matteo
Renzi, e risolse in maniera forse troppo semplice una questione
politica e culturale che veniva da molto più lontano”.
Ed aggiunge: “Dopo
la caduta del Muro di Berlino, infatti, il problema si era già posto
per gli eredi del Partito Comunista Italiano. Mio padre partecipò
direttamente alla costruzione di quel passaggio: dopo la fine del
comunismo sovietico sembrò naturale individuare nel socialismo
europeo il terreno sul quale potesse avvenire l’incontro tra
tradizioni che per decenni erano state divise”.
Diciamo innanzitutto che,
già nel 2014, il Partito del Socialismo Europeo, nei fatti e nei
programmi, di socialista non aveva pressoché più nulla.
Quanto
a Matteo Renzi, le sue principali politiche sono la dimostrazione di
come egli appartenga al fronte di quel liberalismo economico che
subordina la politica sociale alle dinamiche del mercato e concepisce
l'individuo prevalentemente come soggetto economico e consumatore,
piuttosto che a quello del socialismo. E ciò in
particolare con l'introduzione di quel Jobs Act che svuotò di
significato il socialista Statuto dei Lavoratori promosso da
Brodolini e introdusse maggiore flessibilità nel mercato del lavoro,
incentivando ulteriormente la precarietà dei lavoratori.
Vero che Bettino Craxi si
adoperò affinché l'allora PDS entrasse nel PSE e, con il PSI,
andasse a costituire il partito dell'”Unità Socialista”. Cosa
che nei fatti non avvenne. Anzi, sappiamo bene come il PDS si sia
posto ancora una volta sul fronte della caccia al socialista, al
craxiano, a quello che da costoro veniva definito “ladro”, con
tanto di lancio di monetine.
Dove stia, dunque, nei
fatti, il socialismo nelle fila del post-comunismo italiano,
rivendutosi al liberal capitalismo e all'ultra atlantismo, davvero
non sappiamo.
Bobo Craxi, nel suo
articolo scrive poi: “È anche dentro questa storia irrisolta
che nasce, molti anni dopo, il Partito Democratico. Taddio pone
un’alternativa difficile da eludere: o il PD sceglie di essere un
partito socialista o socialdemocratico, oppure deve tornare
all’ambizione originaria di essere la casa di un riformismo capace
di andare oltre i confini tradizionali del socialismo”. E
aggiunge: “È questa seconda possibilità che mi sembra
oggi la più interessante”.
E qui, mi permetterei di dire: ma questo fantomatico “riformismo”
di cui parlate (termine rifiutato tanto da Filippo Turati quanto da
Giuseppe Saragat – che parlavano di gradualismo - e che non ho mai
sentito spesso pronunciare nemmeno da Bettino Craxi), non sarà
esattamente il liberal capitalismo assoluto di cui ho precedentemente
fatto menzione? Ovvero il trionfo dell'individualismo borghese,
magari al guinzaglio degli USA, in luogo dell'emancipazione sociale,
della sovranità nazionale e dell'indipendenza economica, ovvero del
socialismo (rettamente inteso e senza equivoci)?
Bobo Craxi prosegue
affermando anche “dobbiamo chiederci se l’elaborazione teorica
del socialismo novecentesco sia ancora sufficiente per comprendere e
governare il mondo nel quale siamo entrati”.
Quindi,
il socialismo, non sarebbe più valido? Dobbiamo sostituirlo con il
liberal capitalismo individualista?
Nel
suo articolo parla del digitale, dell'intelligenza artificiale,
dell'automazione che “stanno trasformando il lavoro e i rapporti
di produzione”.
Vero.
E da molto tempo questi fenomeni vanno e andrebbero governati. Non
come fanno in un Occidente, senza criterio e lasciando tutto in mano
alle multinazionali private dei social, delle app, delle IA, ma
proprio attraverso il SOCIALISMO.
Come
fa la Repubblica Popolare Cinese, con pragmatismo e razionalità,
come ci ha spesso ricordato il prof. Giancarlo Elia Valori, forse fra
i primi in Italia e Europa a parlare sia di intelligenza artificiale
che delle conquiste economiche e sociali della Cina socialista, che
da tempo ha gettato le basi per un uso inclusivo e controllato
dell'IA.
Cina
socialista, peraltro, già esaltata dall'ottimo Ministro degli Esteri
Gianni De Michelis, che aveva individuato, come Bettino Craxi del
resto, che il futuro sarebbe stato l'economia socialista di mercato
promossa in Cina da Deng Xiaoping.
Quindi?
Il socialismo non va più bene? La Cina e le altre realtà dell'Asia
dell'Africa e dell'America Latina, non hanno affatto abbandonato il
socialismo novecentesco. Non hanno introdotto sciocchezze woke, non
hanno abdicato alla loro sovranità nazionale, ma hanno semplicemente
adottato un'economia di mercato sottomettendola alle esigenze della
comunità.
Ovvero
hanno applicato i principi del socialismo. Con pragmatismo e
razionalità.
Senza
perdersi in ideologismi individualistico egoistici, tipici di un
Occidente che è sempre più allo sbando e in cui la politica e il
settore pubblico hanno abdicato il loro ruolo e lasciato spazio a
gente come Musk e Peter Thiel. E a un'UE che dà credito a soggetti
come Mario Draghi e Ursula Von Der Leyen, che ci hanno condotti verso
una nuova guerra e verso nuovi dazi e che ha finito per innalzare
muri, anziché promuovere dialogo, cooperazione, sviluppo, come fanno
i Paesi BRICS e in particolare leader lungimiranti quali il
brasiliano Lula da Silva e Xi Jinping.
Negli
USA l'area che si definisce socialista democratica sembra, forse,
aver compreso tutto ciò. E i giovani statunitensi sembrano guardare
a una qualche idea di socialismo. Un socialismo che nel loro Paese è
storicamente pressoché perseguitato, mascherato, vilipeso, come sta
accadendo da molto tempo anche in Europa.
Di
questo, penso, occorrerebbe parlare.
Non
di fantomatici “riformismi” o di “liberalismi” che parlano di
libertà astratte e esteriori, dimenticando che, senza
responsabilità, senza comunità, senza giustizia sociale, senza
indipendenza economica, non ci può essere alcuna libertà.
Quanto
al PD, stenderei un velo pietosissimo, come sempre. Le sue proposte
liberal capitaliste alimentano unicamente i voti nei confronti
dell'estrema destra. Il PD e i suoi alleati non sono né di sinistra,
né socialisti.
Che
è quanto manca all'Italia dal 1993 ad oggi: un'area socialista e di
sinistra, come quella in Spagna con Pedro Sanchez e Pablo Iglesias;
in Francia con Jean-Luc Mélenchon e i bonapartisti di sinistra; in
Germania con Sahra Wagenknecht; in Gran Bretagna con Jeremy Corbyn,
Zack Polanski e George Galloway; in Slovacchia con Robert Fico e
Peter Pellegrini; in Bulgaria con Rumen Radev; in Moldavia con Igor
Dodon e i socialisti moldavi...
Un'area
che spazzi via ogni forma di liberal capitalismo, di servilismo nei
confronti di Paesi stranieri, di ipocrisia. E che ricostruisca forme,
come già ho spesso scritto, di comunità organizzata e ordinata,
giustizia e emancipazione sociale, sovranità nazionale e
indipendenza economica.
Ciò
sarà possibile? La vedo dura e pressoché impossibile, specie in
questi tempi oscuri e di tetra censura.
Luca
Bagatin
https://amoreeliberta.blogspot.com