giovedì 30 aprile 2026

Primo Maggio oltre il mito del lavoro: una lettura socialista. Articolo di Luca Bagatin

 

Lavorare rende schiavi, avrebbe detto – provocatoriamente - Paul Lafargue (1842 - 1911), genero di Karl Marx, rivoluzionario, massone e saggista, ribaltando l'aberrante motto nazifascista, presente all'ingresso dei lager, secondo il quale “lavorare rende liberi” (sic!).

Lafargue, sostenitore della Comune di Parigi del 1871, direttore de “La Défense nationale” di Bordeaux, fondatore del Partito Operaio Francese e deputato nel 1891, pur trovandosi in prigione, a causa della sua attività rivoluzionaria, scrisse, infatti, un ottimo saggio: “Il diritto all'ozio”.

Saggio comprendente sue analisi e articoli, in esso, fra le altre cose, egli sostiene: “Una strana follia possiede le classi operaie delle nazioni dove regna la civiltà capitalista. Questa follia trascina al suo seguito miserie individuali e sociali che da secoli torturano la triste umanità. Questa follia è l'amore per il lavoro, la passione nociva del lavoro, spinta fino all'esaurimento delle forze vitali dell'individuo e della sua progenie.

Nella società capitalista il lavoro è la causa di tutta la degenerazione intellettuale, di tutta la deformazione organica.

I Greci dell'epoca d'oro non avevano che disprezzo nei confronti del lavoro: agli schiavi solamente era permesso di lavorare, l'uomo libero conosceva soltanto gli esercizi fisici ed i giochi d'intelligenza.

I filosofi dell'antichità insegnavano il disprezzo del lavoro, forma di degradazione dell'uomo libero; i poeti cantavano l'ozio, dono degli dèi: O Meliboe, Deus nobis hæ cotia fecit.
Nella nostra società quali sono le classi che amano il lavoro per il lavoro? I contadini proprietari e i piccoli borghesi; i primi chini sulla terra, gli altri rintanati nelle loro botteghe, si muovono come la talpa nella sua galleria sotterranea e mai alzano il capo per contemplare a proprio piacimento la natura.
Il proletariato tradendo i suoi istinti e misconoscendo la sua missione storica, si è lasciato pervertire dal dogma del lavoro. Dura e terribile è stata la sua punizione. Tutte le miserie individuali e sociali sono sorte dalla sua passione per il lavoro.
Le officine moderne sono diventate delle case ideali di correzione dove si incarcerano le masse operaie, dove si condannano ai lavoro forzati per dodici o quattordici ore non solo gli uomini, ma anche le donne e i bambini.
Se le sofferenze del lavoro forzato, se le torture della fame si sono abbattute sul proletariato più numerose delle cavallette della Bibbia, è il proletariato che le ha chiamate.
La nostra epoca, si dice, è il secolo del lavoro, in realtà è il secolo del dolore, della miseria e della corruzione.

(…). Introducete il lavoro salariato e addio gioia, salute, libertà: addio a tutto ciò che rende la vita bella e degna di essere vissuta.
Lavorate, lavorate proletari per accrescere la ricchezza sociale e le vostre miserie individuali. Lavorate, lavorate, perché diventando più poveri avrete più ragioni per lavorare e per essere miserabili. Questa è la legge inesorabile della produzione capitalista.”

Lafargue interpreta e incarna, dunque, la lotta socialista per eccellenza, purtroppo andata perdendosi nel tempo: la liberazione degli esseri umani dal lavoro salariato, ovvero dall'origine stessa dello sfruttamento.

L'ex Presidente socialista dell'Uruguay, José “Pepe” Mujica (1935 - 2025), portò avanti la medesima prospettiva anticapitalista e spiegò che “La vita non è fatta solo per lavorare, ma ha bisogno di tempo libero per l’esercizio della libertà. Non si può vivere oppressi dal mercato che ci obbliga a comprare, comprare, perché non paghi con i soldi, ma con il tempo della tua vita”.

Mujica, non diversamente da Lafague, immagina - come ebbe modo di dire - “un cammino di lotta al servizio e in solidarietà con gli altri esseri umani”; “una politica permanente a favore di chi ha la volontà di lavorarla”, ad esempio organizzando “colonie di terra pubblica in cui si paga un affitto”

Invero, esempi di questo tipo, li abbiamo avuti nella Jugoslavia socialista di Tito, fondata sull'autogestione delle imprese e nella Libia di Mu'Ammar Gheddafi (ovvero nella Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista), ove all'autogestione si coniugavano aspetti di democrazia diretta, attraverso Congressi e Comitati popolari aperti a tutti i cittadini.

Quella che, peraltro, era l'idea dei Soviet originari, propugnati dal Partito Socialista Rivoluzionario russo, di matrice prevalentemente agraria e che si ispirava al populismo del filosofo Aleksandr Herzen (1812 – 1870), grande amico e estimatore dei nostri Mazzini e Garibaldi i quali, a loro volta, erano propugnatori di una visione democratico-repubblicano-socialista volta all'emancipazione delle classi proletarie e contadine.

Giuseppe Mazzini, nel suo saggio “Condizioni e avvenire dell'Europa”, del 1871, scrisse, non a caso: “Il grande pensiero sociale che ferve oggi in Europa può così definirsi: abolizione del proletariato: emancipazione dei lavoratori dalla tirannide del capitale concentrato in un piccolo numero d'individui: riparto dei prodotti, o del valore che n'esce, a seconda del lavoro compito: educazione morale e intellettuale degli operai: associazione volontaria tra gli operai, sostituita pacificamente, progressivamente e quanto è possibile, al lavoro individuale salariato ad arbitrio del capitalista”.

Associazionismo operaio, dunque, fu la parola d'ordine delle correnti della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864, a mio avviso l'esempio più puro delle lotte di emancipazione sociale e nella quale vi sarebbe potuta essere davvero una sintesi sincretica fra il repubblicanesimo sociale, l'umanesimo marxista, l'anarchismo sociale e il populismo democratico, che poi sarà meglio sviluppato, in particolare in Russia, alla fine dell'800 e che contribuirà a gettare le basi della Rivoluzione Russa del 1905 (guidata dal Partito Socialista Rivoluzionario e dal Partito Operaio Socialidemocratico Russo) e, successivamente, di quella del 1917 che, purtroppo, vedrà presto prevalere la corrente bolscevica, la quale soffocherà troppo presto gli esempi di democrazia diretta e di socialismo autogestionario che si stavano sviluppando (vedi ad esempio l'esperienza della Comune di Kronstadt del 1921, il cui motto fu “Tutto il potere ai Soviet, non ai partiti!”, contrapponendo i consigli operai e contadini e l'autogestione socialista al burocratismo partitocratico).

Gheddafi, a torto ritenuto un dittatore, anziché un riformatore sociale, peraltro studioso e estimatore di Rousseau, nel suo “Libro Verde”, ovvero il suo saggio sociale e politico fondamentale, scrisse, in merito all'organizzazione sociale e del lavoro: “Nella società socialista non ci sono infatti possibilità di produzione individuale al di sopra del soddisfacimento dei bisogni personali. In essa non è permesso di soddisfare i propri bisogni a spese degli altri. Le istituzioni socialiste lavorano per soddisfare i bisogni della società. (…). A ciascun individuo è consentito di risparmiare ciò che vuole, soltanto nell’ambito del proprio fabbisogno, in quanto l’accumulo di risparmio in misura maggiore, è a detrimento della ricchezza collettiva. La gente abile e intelligente non ha il diritto di appropriarsi delle unità di ricchezza altrui per via della propria abilità e intelligenza, tuttavia può utilizzare quelle qualità per soddisfare i deficienti e gli incapaci non perciò devono essere privati di quella stessa parte della ricchezza sociale di cui godono i sani”.

Egli ritenne, dunque, in concordia con il socialismo delle origini (da Saint-Simon, a Marx, sino a Pierre Leroux, Proudhon e così via), che i lavoratori dovessero essere considerati produttori, non più dei salariati, ovvero degli sfruttati. E dunque, ciò che loro producono, dovesse essere considerato di loro stessa proprietà.

Il salario, per Gheddafi (e in realtà per tutti i socialisti, sin dalla fondazione della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864), è indice di sfruttamento e un lavoratore/produttore non può essere schiavo di nessun padrone. Sia esso un padrone privato o statale.

Oltre a ciò, il Raìs, ritenne che nessuno potesse possedere più di quanto gli fosse necessario per vivere. Ciò perché – non essendo le risorse illimitate - l'accumulazione della ricchezza da parte di alcuni è fonte di ingiustizia, corruzione e segna il sorgere della società dello sfruttamento.

Visione peraltro non dissimile da quella del peronismo argentino, che fondava i suoi principi su “giustizia sociale; sovranità nazionale; indipendenza economica” e quella portata avanti nella Cuba del Che e Fidel Castro, nell'Egitto nasseriano e via via nei modelli più recenti del Socialismo del XXI Secolo latinoamericano, che propongono, dunque, un nuovo modello di sviluppo.

Uno modello volto a superare, da una parte il produttivismo e dall'altra il capitalismo. Proponendo che il cittadino/lavoratore viva del necessario e lavori a beneficio della società e dei bisognosi e non già per un salario. E che ciascuno sia proprietario del proprio lavoro, nell'ambito di attività economiche socialiste autogestite.

Moltissima strada vi è da fare, se pensiamo che con il Primo Maggio, festa sacrosanta e nobile, si festeggia “il lavoro”, quando purtuttavia, per essere precisi, bisognerebbe festeggiare la “liberazione dal lavoro”, o, meglio, “la liberazione dallo sfruttamento del giogo del salario”.

Lavoro che toglie tempo libero; che lega a un datore di lavoro (e ad eventuali ricatti); che è utile solo a generare profitto e conseguente sfruttamento delle risorse economiche, sociali, ambientali e non già per aiutare la comunità stessa e le sue necessità primarie e fondamentali.

Necessità che non sono legate al vil danaro, che è uno strumento per sua natura schiavista, in quanto rappresenta un debito nei confronti di qualcuno (ed è il maggiore e più perverso strumento di perdita di sovranità dei cittadini e dei Paesi).

Una società sana, socialista, autogestita, libera e libertaria, è una società che supera i vincoli imposti dall'egoismo umano.

Per mettere il capitale nelle mani di chi lavora, se vogliamo, secondo la visione socialista mazziniana sviluppata nel 1908 dal sindacalista rivoluzionario Alfredo Bottai (1874 – 1965), esponente della sinistra del Partito Repubblicano Italiano.

Una visione ispirata all'etica del “dovere” (nei confronti della comunità e, quindi, dell'umanità) e che, con Giulio Andrea Belloni, allievo politico di Bottai e in sintonia con i suoi sodali di partito Guido e Mario Bergamo, puntava a: abolizione del salario; abolizione del proletariato; abolizione della borghesia, del capitalismo e della delinquenza plutocratica; democrazia diretta e cooperativismo operaio, in modo che i lavoratori potessero essere i beneficiari diretti degli utili dell'impresa.

Una visione che sembra antica, ma in realtà è quanto mai attuale, per quanto oscurata, vilipesa, manipolata dalle plutocrazie economico sociali di matrice liberale o liberal-capitalista che, in realtà, l'unica libertà che conoscono è quella del menzognero e aberrante motto “lavorare rende liberi” o dell'altrettanto aberrante concetto del “meglio un lavoro pagato poco che nessun lavoro”.

Aspetti che ci hanno condotti dritti dritti verso il precariato, lo sfruttamento di massa legalizzato, la mancanza di sicurezza sul posto di lavoro, che per molte generazioni è diventato la regola, la normalità.

Come la regola e la normalità, per molti anni, è stata l'austerità imposta dall'UE e come, fra un po', rischieranno di diventare “normali” anche eventuali lockdown energetici, a causa di sanzioni sconsiderate, masochiste e folli.

La democrazia è quando i cittadini riprendono in mano il controllo della propria comunità. Non quando subiscono scelte dall'alto.

Democrazia è autogestione della propria comunità, è associazionismo, è socialismo.

Lo scrittore e politico russo Eduard Limonov, il 1 maggio del 2015, scrisse: “La festa del Primo Maggio non ha perso la sua rilevanza.

Il Primo Maggio è il giorno dell'operaio, come lo chiamavamo negli anni '90, il giorno del quarto potere, che presta la sua opera per conto terzi.

I lavoratori sono la maggioranza delle persone sul pianeta, quindi questa festività appartiene a una specie di esercito di angeli dell'inferno, su cui tutto poggia”.

Luca Bagatin

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sabato 25 aprile 2026

Storico incontro, a Caracas, fra i Presidenti socialisti di Colombia e Venezuela, Gustavo Petro e Delcy Rodriguez. Articolo di Luca Bagatin

 

Si è tenuto, venerdì 24 aprile scorso, a Caracas, presso Palazzo Miraflores, sede del governo venezuelano, un importante incontro fra il Presidente della Colombia, Gustavo Petro e la Presidente incaricata del Venezuela, Delcy Rodriguez.

Entrambi i Paesi, oltre ad essere vicini geograficamente, hanno in comune la medesima Storia di liberazione nazionale, guidata da Simon Bolivar, negli Anni '20 del XIX Secolo e i rispettivi governi sono attualmente guidati da leader socialisti democratici e di ispirazione, appunto, bolivariana.

Entrambi i governi hanno concordato una serie di misure relative all'interconnessione di energia elettrica e gas; la promozione del turismo e la lotta contro la criminalità organizzata e transnazionale.

La Presidente Rodriguez ha elogiato l'ascesa al governo del Presidente Petro, nel 2022, sottolineando come essa abbia riaperto i canali diplomatici fra i due Paesi e ciò abbia permesso di rafforzare i rapporti commerciali ed economici, prima impediti dai governi di destra e filo-statunitensi.

L'agenda politica dei due Paesi intende dare priorità all'integrazione energetica, turistica e alimentare e entrambe le parti hanno concordato, altresì, di elaborare piani militari e di intelligence per arginare le bande criminali che imperversano in entrambi i Paesi.

Il Presidente Gustavo Petro, che ha solidarizzato con il Venezuela e il suo governo per l'attacco illegale subito dal Paese il 3 gennaio scorso, da parte del regime statunitense, culminato con il sequestro del Presidente Nicolas Maduro e della First Lady, Cilia Flores, ha sottolineato la necessità di sviluppare un progetto volto a promuovere pace globale e democrazia e che sia contrapposto ai modelli che sostengono autoritarismo e conflitti.

Oltre a ciò, ha rammentato la necessità di riprendere il progetto bolivariano della Grande Patria, che promuova unità, integrazione economica, sociale e politica fra Colombia e Venezuela, rispettando le relative autonomie nazionali.

Egli ha altresì sottolineato la necessità di adottare strategie volte alla lotta contro il narcotraffico, l'estrazione illegale di oro e minerali rari e la tratta di esseri umani.

Quella del Presidente Petro è la prima visita di un capo di Stato in Venezuela dopo il rapimento del Presidente Nicolas Maduro ed entrambe le parti si sono dette molto soddisfatte.

Nel frattempo, sempre venerdì 24 aprile scorso, il tribunale federale statunitense ha permesso al Presidente del Venezuela Maduro e a sua moglie, Cilia Flores, di utilizzare le risorse dello Stato venezuelano per potersi difendere nel procedimento che li vede coinvolti a New York, con l'infondata accusa di narcotraffico.

Il Presidente Maduro e la moglie sono attualmente reclusi in un carcere di New York, dopo il rapimento illegale del 3 gennaio scorso, che ha completamente violato il diritto internazionale e l'integrità territoriale del Venezuela.

Fra i maggiori sostenitori della loro liberazione, a livello internazionale, lo storico cofondatore dei Pink Floyd, Roger Waters, da sempre attivista per i diritti civili, contro il capitalismo e noto per le sue posizioni socialiste libertarie.

Luca Bagatin

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Il 25 aprile con mio padre tra tradizione e libertà. Articolo di Paola Bergamo

Paola Bergamo e il suo cagnolino Napoleone

 
Con mio Padre, Giorgio Mario, mi piaceva passeggiare tra i sentieri dolomitici. Nel verde del sottobosco, tra l’intreccio di linfa e corteccia ancora umida per la pioggia, ci soffermavamo a riflettere sulla libertà.

I tronchi degli alberi mi apparivano colonne portanti di cattedrali naturali. La quiete del bosco, tra il digradare delle sfumature dei verdi e i colori brillanti dei fiori di montagna impollinati dalle api, ci era sempre parso il luogo ideale per pensare, solleticati dai profumi che esalavano dalle foglie in dissolvenza, in una miscellanea di resina, muschi e licheni.

Lungo quei pendii, proprio un 25 aprile di tanti anni fa, mi raccontava una volta ancora del suo esilio iniziato nel 1926. Mio Padre aveva solo quattro anni quando fu catapultato a Parigi per raggiungere, con mia Nonna Ermelinda, sua Madre, la Francia e riunirsi tutti a mio Nonno, Mario Bergamo, ultimo Segretario Nazionale del PRI. Perseguitato politico, fu costretto a espatriare per non venir ucciso dagli squadristi fascisti che ne avevano decretato la soppressione quale avversario irriducibile della dittatura.
Mario Bergamo, uomo tutto d’un pezzo, dedicò la vita a difendere la libertà. Lottò per trasformare l’Italia monarchica e dittatoriale in una repubblica democratica ma, quando questo accadde, attraverso la Liberazione , decise di non farvi ritorno addirittura scrivendo dei versi – era anche un poeta –  che indirizzò al primo Presidente della Repubblica Italiana, definendo la nascente Repubblica, che pur aveva cercato e per la quale aveva lottato, “concetta in dolore non nascerà al vituperio ...” e poco oltre continuando “sottoscrivente pace oltraggiosa, peccato mortale contro lo spirito …. sè danna e condanna figli dei figli ….”.
Il Nonno, quale Aventiniano, – già Deputato alla Camera del Regno – aveva diritto alla sedia di Senatore che tuttavia rifiutò preferendo trasformare il suo esilio, dapprima necessario, in un esilio volontario che si protrasse fino al giorno della sua morte nel 1963.
Una scelta dolorosa che per moltissimi anni feci fatica a comprendere e sulla quale mi sono interrogata, intrattenendomi a lungo sul tema con mio Padre, durante i nostri dialoghi. Il Nonno era persuaso che la Repubblica che stava nascendo non era quella che aveva sognato: la Nazione contraeva debiti che ai suoi occhi equivalevano a una dannazione, condannando sé stessa, e le generazioni future, per molto tempo a venire.

Il filosofo e politico Mario Bergamo, ultimo segretario nazionale del Partito Repubblicano Italiano (PRI) prima dello scioglimento imposto dal regime fascista nel 1926.

Per quelle strane coincidenze che possono far pensare a sincronismi legati a cose più grandi di noi, sono nata quando il Nonno si spegneva per un aggressivo cancro al polmone di cui complici furono quei maledetti pacchetti di Gauloises, d’un paradossale azzurro all’apparenza innocente, il cui slogan, ironia della sorte, era “Liberté Toujours”. Il Nonno fumava probabilmente esorcizzando così le tante amarezze, le persecuzioni e le profonde delusioni, ignaro di riempire i suoi polmoni di veleno.

Il 25 Aprile, per noi di Venezia, coincide anche con il giorno di San Marco, rallegrando le donne con quel bocciolo di rosa rossa donato in segno d’ amore, passione e devozione, antica tradizione in onore del patrono della nostra città.
Quando giunge questa data celebrativa, che però è prima di tutto festa nazionale,  non posso non pensare al Nonno, alle sue sofferte scelte e alle lunghe chiacchierate con mio Padre quando mi insegnava, fuori dal coro, che “un popolo non diventa libero per decreto o per vittoria altrui, ma quando sente la libertà come una propria necessità” e ancora che “se l’Italia non manca di momenti eroici, manca di continuità morale”.La libertà non può essere ridotta soltanto a un evento storico da celebrare -la liberazione appunto- , essendo una conquista interiore e collettiva che richiede consapevolezza, responsabilità e durata nel tempo.

La Libertà, proprio come sosteneva il Nonno con il suo Repubblicanesimo Sociale, è prima di tutto figlia della Giustizia Sociale e la portata di verità di tale postulato è anche più evidente oggi, nel convulso tempo della nostra contemporaneità scompaginata che declina inesorabilmente verso immani tragedie in un mondo che mi pare sempre più ingiusto, avido e conflittuale.

Se il 25 aprile con la Festa della Liberazione è uno dei momenti più significativi della storia contemporanea italiana celebrando la fine dell’occupazione nazifascista, la caduta del regime, rimane tuttavia una ricorrenza che, a distanza di decenni, continua a suscitare sentimenti contrapposti sul significato stesso di “Liberazione” e “Libertà”.

Liberazione e libertà non sono sinonimi.
La liberazione è un evento, un passaggio storico: indica la rimozione di un’oppressione, che, nel nostro caso è avvenuto grazie a un intervento esterno in una combinazione di forze interne ed esterne.
La libertà, invece, è una condizione più ampia e complessa: è la capacità di autodeterminarsi, di costruire istituzioni, valori e responsabilità condivise.

La liberazione del 1945 fu il risultato dell’avanzata degli Alleati e della Resistenza, un fenomeno che ha più anime e su cui è bene soffermarsi.
Non vi fu solo la componente civile e popolare partigiana nelle sue diverse colorazioni – peraltro andò partigiano, anche mio Zio Guido, fratello del Nonno Mario, comandando l’Insurrezione a Mestre – ma parteciparono alla Resistenza, e ne parlavo qualche giorno fa con il Generale di Corpo d’Armata Antonio Bettelli,  pure i soldati sopravvissuti all’8 settembre, fedeli ai valori e alle istanze libertarie cui si aggiunse la componente militare e istituzionale rappresentata dal Corpo Italiano di Liberazione (poi evolutasi nei Gruppi di Combattimento).  Infine, vi fu una componente silenziosa, in parte ancora negletta, cioè quei seicentocinquantamila internati militari italiani che, incarcerati in Germania e in Polonia, dopo l’8 settembre rifiutarono, per la gran parte, la libertà loro concessa se avessero aderito alla RSI.
 
C’è perciò differenza tra essere liberati e liberarsi.
Nel primo caso, la libertà appare come qualcosa di “concesso”, fonte di obblighi e obbligazioni che ne limitano la portata; nel secondo, come una conquista pienamente consapevole e collettiva, totale e totalizzante.
La Resistenza, che pur da sola non sarebbe stata in grado di conquistare la Libertà, ha permesso di dare alla Liberazione il carattere anche di una conquista in proprio che, come scriveva Hannah Arendt a proposito di libertà, “non è semplicemente l’assenza di oppressione, ma la partecipazione attiva (alla vita pubblica).”

La Resistenza fu quindi un fenomeno complesso e plurale, attraversato da diverse ideologie e visioni politiche. Tuttavia, nel racconto pubblico, essa è stata spesso interpretata attraverso una lente prevalentemente ideologica, che ha finito per enfatizzare solo alcune componenti a discapito di altre.
La verità è che vi fu un popolo che si spese spesso anche con azioni silenziose per sostenere lo sforzo di libertà della Nazione: chi protesse i più deboli, chi coadiuvò lo sforzo bellico, chi rifiutò di collaborare con gli occupanti e i loro fiancheggiatori fascisti.
A distanza di 80 anni però si fatica ancora a metabolizzare quello che fu un dramma collettivo, il Fascismo. Si fatica a comprendere che vi fu chi era in buona fede anche se stava dalla parte sbagliata e che fino a poco prima era considerata quella giusta da un popolo che, si era smarrito, era uscito sconfitto e umiliato dal secondo conflitto mondiale, precipitando in una tremenda e cruenta guerra civile i cui echi e spettri non paiono talora ancora sedati.
Questo ha contribuito a una memoria non sempre condivisa e si stenta a raccontare la Resistenza come un fenomeno nazionale composito e unitario tra civili e militari, popolo e istituzioni.
Spero che un giorno si possa riuscire a vivere il 25 aprile come un simbolo fondativo per tutti nella ritrovata libertà ponendo fine a divisioni che non leniscono le sofferenze che furono di tutti.

Norberto Bobbio osservava: “La democrazia vive di dissenso, ma ha bisogno di memoria comune.”

Perché resta una festa divisiva? Le ragioni sono molteplici.
Il 25 Aprile è espressione di memoria selettiva ad excludendum intrisa di eredità ideologiche che la Guerra Fredda e le contrapposizioni politiche del dopoguerra hanno acuito lasciando tracce profonde nella lettura della Resistenza in una realtà come l’Italia dove è ancora fragile l’identità nazionale. L’Italia, storicamente, ha avuto difficoltà a costruire una narrazione compartecipata dei propri momenti fondativi.

Come ricordava Indro Montanelli: “Gli italiani non hanno fatto i conti con la propria storia: l’hanno archiviata, non compresa.”

Serve allora andare verso una memoria meno retorica e meno selettiva.
Riconoscere che liberazione e libertà non coincidono non significa sminuire il valore del 25 aprile, piuttosto approfondirlo.
Significa interrogarsi su cosa sia davvero la libertà oggi: non solo un’eredità del passato, ma una responsabilità presente.

Il 25 aprile dovrebbe essere non solo il ricordo di una liberazione foriera di libertà, ma un’occasione per discutere, in modo plurale, di cosa significhi essere liberi davvero.
In fondo, come scriveva Piero Calamandrei: “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare.”

Paola Bergamo

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martedì 21 aprile 2026

Cuba resiste e lo fa anche con l'iniziativa "La mia firma per la Patria", rivolta alla società civile di tutto il mondo. Articolo di Luca Bagatin

 

Cuba resiste. Nonostante l'inasprimento dell'embargo e le continue minacce del regime di Trump.

E resiste anche in modo simbolico, coinvolgendo la società civile e promuovendo la raccolta di firme “La mia firma per la Patria”, che vuole ribadire il sostegno alla Rivoluzione socialista cubana, alla sovranità dell'Isola e il suo impegno per la pace e l'emancipazione sociale.

Il Presidente di Cuba, Miguel Díaz-Canel, ha apposto la sua firma a Playa Giron, durante la commemorazione del 65esimo anniversario della vittoria di Cuba contro l'invasione del regime statunitense, nell'aprile 1961.

Riferendosi ai valorosi eroi cubani del '61, il Presidente Díaz-Canel, ha affermato, sui social: “Oggi, lì (a Girón), abbiamo deposto fiori bianchi, in onore del loro eroismo, e abbiamo firmato la dichiarazione inequivocabile secondo cui la Rivoluzione cubana non scenderà mai a compromessi sui suoi principi”.

L'iniziativa “La mia firma per la Patria” sostiene l'appello del Presidente cubano alle organizzazione cubane e di tutto il mondo, allo scopo di sensibilizzare la comunità internazionale relativamente al dramma che sta subendo Cuba a causa delle misure coercitive in ambito commerciale, finanziaro ed economico imposte dagli USA, per ragioni meramente ideologiche.

Gli USA, infatti, non hanno mai sopportato l'idea che, a pochi passi da casa loro possa esistere una realtà nella quale la comunità, attraverso il socialismo, venga messa al primo posto e che in quell'Isola si investa in sanità e istruzione, piuttosto che in armi di distruzione di massa.

Non occorre essere comunisti o socialisti per sostenere Cuba. Basta la logica, il buonsenso, l'umantià.

Luca Bagatin

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lunedì 20 aprile 2026

Nuova primavera socialista per la Bulgaria e l'Europa. Articolo di Luca Bagatin

 

E' e sarà una nuova primavera per la Bulgaria e l'Europa, con la vittoria, alle elezioni parlamentari di domenica 19 aprile, della coalizione socialista democratica e populista di sinistra Bulgaria Progressista (PB) di Rumen Radev che, con quasi il 45% dei consensi, ha ottenuto la maggioranza dei seggi in Parlamento e battuto la coalizione liberale e democristiana di centro-destra GERB (Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria) - SDS (Unione delle Forze Democratiche), di Bojko Borisov, ferma al 13,39%. Al terzo posto i liberal-europeisti di Continuiamo il Cambiamento, con il 12,6%; a seguire i liberali del Movimento per i Diritti e le Libertà, con il 7,1% e, infine, l'estrema destra di Revival, che ha ottenuto appena il 4,2% dei voti.

Le forze di destra e ultra-destra, liberal-capitaliste e filo UE, in sostanza, sono state ampiamente sconfitte e hanno perso numerosi seggi, lasciando spazio alla neonata Bulgaria Progressista, composta da socialisti democratici, nazionalisti e populisti di sinistra, nella piena tradizione del socialismo originario e patriottico europeo, la cui storia – malamente oscurata e vilipesa dall'ideologia liberale e capitalista – ha origini che vanno da Giuseppe Garibaldi ad Aleksandr Herzen, sino a giungere alla Comune di Parigi e i primi Soviet operai e contadini e che unisce tanto la tradizione socialista-repubblicano sociale latina che quella eurasiatica.

Il leader della coalizione vincente, Rumen Radev, classe 1963, Generale dell'Aeronautica, fu aderente al Partito Comunista Bulgaro dal 1985 al 1990 e, nel 2016, fu il candidato eletto alla Presidenza della Bulgaria, sostenuto dal Partito Socialista Bulgaro e dalla socialista democratica Alternativa per la Rinascita Bulgara, coalizione con la quale vinse con quasi il 60% dei voti, battendo la candidata dei liberali di centro-destra.

Radev è sempre stato critico nei confronti del governo liberale di centro-destra di Bojko Borisov, che ha spesso accusato di essere autoritario, oligarchico e corrotto e si è schierato contro di lui, con un programma fondato sulla lotta alla corruzione e all'oligarchia; maggiore presenza dello Stato in economia; maggiore giustizia e stato sociale e promozione della sovranità nazionale.

Nel 2017 fu fra i primi politici europei a condannare le sanzioni imposte dall'UE contro la Russia e si è sempre espresso contro la fornitura di armi al governo di Kiev, ritenendo che la Bulgaria dovesse tenersi fuori dal conflitto russo-ucraino e, come il suo omologo slovacco, il socialista democratico Robert Fico, ha sempre invitato ai negoziati fra le due parti.

Si è sempre detto, inoltre, molto critico nei confronti della costituzione di un fondo di riarmo, come proposto dai vertici dell'UE e criticò anche l'UE quando questa volle riconoscere il golpista Juan Guaidò che, nel 2019, senza averne alcun titolo, si autoproclamò Presidente del Venezuela in funzione anti-socialista e filo-statunitense.

E' emblematico il silenzio della sedicente “sinistra” italiana (o “campo largo) difronte al risultato delle elezioni in Bulgaria, che hanno visto il trionfo di una coalizione socialista e di sinistra autentica, senza equivoci.

Il caravanserraglio del PD and Co., invece, fino a pochi giorni fa ha preferito esultare per il destrorso Magyar, ovvero per la controfigura più glamour di Orban, peraltro suo ex sodale di partito.

Del resto, come scrivevo pochi giorni fa in un articolo dal titolo “Il tramonto della politica e la crisi dell'Occidente liberale” (https://amoreeliberta.blogspot.com/2026/04/il-tramonto-della-politica-e-la-crisi.html), esordivo con questo ragionamento: “Francamente si fa davvero fatica a definire “sinistra” il PD e i suoi alleati o potenziali tali, da Renzi, passando per Calenda, Bonelli, Fratoianni e Conte.

In che cosa si differenziano dal campo meloniano?

Nel voler mettere al centro la comunità, magari investendo massicciamente in istruzione, sanità, ricerca e sicurezza pubblica?

Nel voler nazionalizzare i settori chiave dell'economia, in favore, appunto, della comunità stessa?

Nel voler riaprire un dialogo con la Russia, ritornando a commerciare con essa, riaprire i canali energetici e abbandonare il sostegno all'autocrazia corrotta né UE né NATO, retta da un comico irresponsabile?

Nel voler ripristinare la democrazia rappresentativa, ritornando al sistema proporzionale puro, come previsto dalla Costituzione?

Nel voler ridiscutere l'alleanza con gli USA che, sempre di più, spingono l'acceleratore verso la destabilizzazione mondiale?”

Il socialismo autentico e senza equivoci, in Europa, quello di Radev, Robert Fico, Pedro Sanchez, Jeremy Corbyn e George Galloway in Gran Bretagna, Jean-Luc Mélenchon in Francia, Sahra Wagenknecht in Germania, pur nelle peculiarità nazionali di ciascun leader socialista, pone infatti al centro la comunità; è critico nei confronti del liberal-capitalismo, ovvero dell'edonismo e egoismo imperante; promuove il dialogo e il multilateralismo; promuove una società ordinata e volta al servizio delle persone, non della criminalità e delle oligarchie economiche.

Esattamente come il socialismo latinoamericano del Presidente brasiliano Lula, di quello colombiano Petro, di quello della Presidente messicana Sheinbaum e non li cito a caso, perché sono stati i veri protagonisti del IV Vertice in Difesa della Democrazia, tenutosi a Barcellona lo scorso 18 aprile.

Leader socialisti che hanno e non da oggi: condannato l'embargo contro Cuba da parte dell'imperialismo statunitense; che hanno condannato gli attacchi illegali dei regimi di Trump e Netanyahu contro l'Iran; che hanno condannato i crimini contro i palestinesi commessi dal regime di Netanyahu; che hanno condannato l'attacco del regime statunitense contro il Venezuela socialista e il rapimento del suo legittimo Presidente, Nicolas Maduro e della First Lady, Clia Flores e che hanno promosso: giustizia sociale; sovranità nazionale; indipendenza economica; rispetto del diritto internazionale; dialogo fra ogni parte in conflitto, comprendendo le ragioni di ogni parte in causa.

E Sanchez ha fatto benissimo a riaprire un amichevole canale con le realtà socialista dell'America Latina, grazie al vertice di Barcellona, oltre che rinnovare la sinergia economica con la Repubblica Popolare Cinese e non aver rotto, dal punto di vista energetico, con la Russia, risultando il primo importatore di gas russo in UE.

Socialismo senza equivoci è pragmatismo, logica, democrazia, comunità.

Ed è estraneo al sinistrismo borghese, liberal-capitalista (o “riformista” come si usa dire oggi, termine che ricordo essere stato criticato anche da Saragat, nel 1947), che insegue la destra divenendo esso stesso una forma indistinta di destra. Egualmente ideologico, censorio, anti-economico, anti-sociale e persino anti-europeista, visto che, senza dialogo, senza multilateralismo, senza il porre al centro gli interessi dei cittadini europei, l'idea stessa di Europa unita è destinata a implodere, disgregarsi, finire nelle mani dell'estremismo di destra nazionalista e sciovinista, sempre agli ordini dei desiderata di Washington o delle élite di Bruxelles (vedi Maggioranza Ursula, sostenuta tanto dalle destre liberal-democristiane, quando dagli pseudo “socialisti” e dagli pseudo “verdi”, ovvero da quel sinistrismo borghese liberal-capitalista di cui sopra).

Una Europa unita, sociale, sovrana, indipendente, in sinergia con l'Asia, l'Africa e l'America Latina, è ancora tutta da costruire.

Ma ciò sarà possibile solo guardando ad un socialismo senza equivoci, comunitario e autogestionario, come la Storia ci ha ampiamente insegnato.

Luca Bagatin

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Crisi energetiche e declino europeo: il costo geopolitico dell'avidità. Articolo di Paola Bergamo

 

L’essere umano, ancora una volta, si dimostra indifferente all’unicità del valore della vita.
I potenti della terra, nel nome dell’avidità, sembrano percepire come un proprio diritto quello di mandare a morire i propri simili, dimenticando la natura transitoria dell’esistenza e la fragilità del sistema che li sostiene.
Il pianeta che abitiamo assomiglia a una navicella sufficientemente fornita di risorse per garantire a tutti una vita dignitosa. Eppure, mentre la ricchezza globale continua a crescere, essa si concentra progressivamente nelle mani di pochi, ampliando le disuguaglianze e trascinando nella vulnerabilità anche aree storicamente prospere come l’Europa.

In questo contesto, le guerre a noi più prossime, in Ucraina come in Medio Oriente, non possono essere interpretate esclusivamente come conflitti regionali o ideologico-religiosi. Esse rappresentano l’espressione di una competizione sistemica per il controllo delle risorse, delle rotte energetiche e delle leve economiche globali, divenendo strumento per un dominio energetico sul mondo.

Nel sistema internazionale contemporaneo, l’energia è il principale vettore di potere. Il controllo delle fonti, delle infrastrutture e dei corridoi di transito determina la capacità degli Stati di influenzare gli equilibri globali dove i conflitti in Ucraina e Medio Oriente possono essere letti come momenti di una più ampia ristrutturazione dell’ordine energetico mondiale.
La rottura del legame tra Europa e Russia, culminata nel sabotaggio del Nord Stream 2, espressione del conflitto tra Sea Power versus  Land Power, è stato centrale nel ridisegnare le catene di approvvigionamento, favorendo nuovi attori e nuove dipendenze. Parallelamente, l’instabilità mediorientale esercita una pressione costante sui mercati petroliferi globali, mantenendo elevata la volatilità e rafforzando il valore strategico delle rotte marittime.

Non si tratta di guerre pianificate per il solo controllo delle risorse, ma di conflitti in cui la dimensione energetica costituisce un fattore strutturale centrale, capace di orientare decisioni politiche e militari.

Le guerre contemporanee evidenziano una dinamica ricorrente: mentre distruggono valore in termini sociali e materiali nel contempo generano opportunità di profitto per specifici settori.

L’aumento della spesa militare, la volatilità dei mercati e la riorganizzazione delle catene di approvvigionamento favoriscono i grandi gruppi energetici globali, l’industria della difesa e gli operatori finanziari attivi nei mercati delle materie prime suggerendo l’esistenza di una convergenza strutturale tra conflitto e profitto. In tale contesto, la guerra diventa non solo una tragedia politica, ma anche un fenomeno integrato nei meccanismi di accumulazione globale.
Il risultato è una crescente asimmetria tra gli ingenti costi umani, sociali ed economici di fronte a benefici che tendono a concentrarsi.

In questo panorama l’Europa appare la principale vittima sistemica perché se alcuni attori globali traggono vantaggio dalla riorganizzazione geopolitica, l’Europa emerge come uno dei principali perdenti e in Ucraina, sostenuta al prezzo della propria competitività/benessere e nel contempo in Medioriente, risultando vittima predestinata degli effetti della chiusura dello stretto di Hormuz e della distruzione dei centri di raffineria del petrolio.

La fine dell’accesso a energia a basso costo ha colpito al cuore il modello industriale europeo, costruito sull’equilibrio tra competitività manifatturiera ed efficienza energetica. La sostituzione di tali forniture con fonti più costose produce un aumento permanente dei costi industriali, accelera nuovi processi di delocalizzazione e perdita di competitività.
Se a ciò si aggiungono il rialzo dell’inflazione, la compressione dei salari, l’aumento della spesa pubblica per sussidi e difesa, il risultato è un indebolimento simultaneo della base industriale, della stabilità sociale e della capacità fiscale degli Stati europei.
Non esente da gravi responsabilità è la Ue che, con  scelte ideologiche spesso in danno all’economia reale ha evidenziato la  propria incapacità di elaborare una risposta atta a contenere i danni.
Ciò comporta una inevitabile frammentazione interna e il ritorno degli Stati nazionali che tendono a privilegiare soluzioni il più possibile in proprio, soprattutto in ambito energetico e industriale, riducendo la coerenza stessa del mercato unico.
La cosa non è secondaria perché la Ue è stata generata e si è sviluppata con natura mercatale a discapito di una necessaria natura politica. La mancanza di soggettività politica e la dinamica in atto condanna gli europei a un potenziale arretramento storico: da progetto di integrazione sovranazionale a sistema di Stati nuovamente in competizione tra loro, sempre più fragili, via via meno determinanti nello scacchiere mondiale e, nella competizione tra Stati Uniti e Cina, trasformati da attore globale unitario a spazio economico subordinato e vulnerabile.

In tale contesto il ruolo degli Stati Uniti mira a ridefinire l’equilibrio occidentale al prezzo dell’occidente europeo.

Gli Stati Uniti, non hanno mai inteso ritrarsi dal sistema internazionale e il MAGA, implica piuttosto un loro intervento sempre più selettivo volto a massimizzarne l’influenza riducendo i costi diretti.
Ma vi è una contraddizione di fondo: gli USA di Trump, ma anche prima con Biden, hanno posto in capo all’Europa lo scotto economico dei conflitti e vorrebbero tuttavia un maggior coinvolgimento militare degli alleati con lo scopo di rafforzare la  posizione americana nei mercati energetici globali attraverso l’utilizzo combinato di strumenti militari, economici e finanziari. Una manovra a tenaglia in cui l’Europa si è lasciata imbrigliare per la propria miopia strategica, ritrovandosi progressivamente marginale nel ridisegno di un sistema di gerarchie tra potenze.
In questo processo l’Europa è vittima sistemica, economicamente indebolita, energeticamente dipendente e politicamente più frammentata.

Il paradosso è evidente. In un mondo dotato di risorse sufficienti che garantirebbero una vita dignitosa per tutti, la competizione per il controllo di tali risorse continua a generare distruzione, instabilità e disuguaglianza. La guerra, lungi dall’essere un’eccezione, rischia di diventare una componente strutturale dell’economia globale in un mondo dove l’idea unipolare americana si scontra con la realtà multipolare che si va consolidando.

Se la conflittualità che accompagna questo cambio di paradigma non verrà invertita, il vero esito di questa fase storica non sarà soltanto la ridefinizione degli equilibri di potere, ma la normalizzazione di un sistema in cui il valore della vita umana viene subordinato alla logica dell’accumulazione e del dominio.

E in questo sistema, l’Europa – un tempo centro di equilibrio e prosperità – rischia di scoprirsi progressivamente impotente.

Ma vi è di più: le guerre in Ucraina e Medio Oriente si inseriscono in una competizione che va oltre la dimensione regionale e riguarda l’architettura stessa del sistema economico globale.
Al centro di questa competizione fondamentale è il confronto tra il dollaro statunitense e il crescente tentativo cinese di internazionalizzare lo yuan.
Il predominio del dollaro rappresenta uno dei pilastri fondamentali della potenza americana. Esso consente agli Stati Uniti di finanziare il proprio debito a costi relativamente bassi, esercitare influenza attraverso il sistema finanziario internazionale, utilizzare strumenti come sanzioni e accesso ai circuiti di pagamento globali.
In questo contesto, il mantenimento della centralità del dollaro non è solo una questione economica, ma un obiettivo strategico e di sopravvivenza degli Usa.

Parallelamente, la Cina sta perseguendo una strategia graduale ma strutturata di riduzione della dipendenza dal dollaro e di costruzione di un sistema finanziario alternativo, sposata dai BRICS. Negli ultimi anni, Pechino ha promosso l’utilizzo dello yuan nei pagamenti commerciali internazionali, sistemi di pagamento alternativi a quelli dominati dall’Occidente e promosso accordi bilaterali per l’uso della propria valuta negli scambi

Secondo analisi recenti, la Cina utilizza ormai lo yuan in una quota crescente delle transazioni internazionali, arrivando a superare il 50% nei propri flussi transfrontalieri, mentre la quota del dollaro nelle sue operazioni è diminuita significativamente. Allo stesso tempo, Pechino sta accelerando l’internazionalizzazione della propria valuta attraverso infrastrutture finanziarie e digitali, con l’obiettivo dichiarato di costruire un sistema monetario più multipolare.

Tuttavia, il dollaro mantiene una posizione dominante: rappresenta ancora circa il 48% dei pagamenti globali, contro una quota molto più ridotta dello yuan. Questo squilibrio evidenzia come la competizione sia ancora aperta e di lungo periodo dove l’Europa si trova schiacciata tra due strategie divergenti.

Da un lato c’è la politica statunitense (Sea Power) – soprattutto nel contesto delle guerre in Ucraina e Medio Oriente – con effetti che, se non intenzionali (ma il Fuck the Ue di Victoria Nuland non lascerebbe dubbi) risultano strutturalmente penalizzanti per l’Europa concretizzandosi in aumento dei costi energetici, rafforzamento della dipendenza dal LNG americano, maggiore subordinazione strategica in ambito militare.

Dall’altro lato, c’è l’interesse strategico della Cina (Land Power)  che appare, almeno sul piano economico, differente. Pechino ha costruito la propria crescita sull’espansione commerciale e sull’integrazione nei mercati globali. In questa logica, un’Europa economicamente solida rappresenta per la Cina un mercato di sbocco fondamentale per le proprie esportazioni, un partner tecnologico e industriale rilevante, un nodo centrale nelle catene del valore globali.

Studi recenti sulle catene globali del valore mostrano come la Cina abbia rafforzato la propria integrazione economica con Europa e Asia anche durante le crisi geopolitiche, consolidando il proprio ruolo nei segmenti produttivi intermedi.

Ne deriva una tensione strutturale: mentre la dinamica geopolitica occidentale tende a indebolire l’Europa nel breve periodo, la logica economica cinese presuppone invece un’Europa prospera e integrata, funzionale alla propria espansione commerciale.

Se si osservano le dinamiche in corso in una prospettiva più ampia, emerge un quadro chiaro: le guerre regionali sono sempre più intrecciate con una competizione globale per il controllo non solo delle risorse, ma anche delle regole del sistema economico internazionale.

Il confronto tra dollaro e yuan rappresenta quindi uno dei fronti principali di questa trasformazione. Non si tratta ancora di una sostituzione imminente, ma di un processo graduale verso un ordine monetario più frammentato e multipolare.

In questo scenario, che si preannuncia perciò sempre più conflittuale, l’Europa appare come l’anello più fragile, colpita da shock energetici, attraversata da tensioni interne, priva di una piena autonomia strategica, rischia di trovarsi in una posizione subordinata in entrambe le traiettorie: dipendente dagli Stati Uniti sul piano della sicurezza e dell’energia, esposta alla penetrazione economica cinese sul piano commerciale.

Il paradosso finale è che, mentre le grandi potenze competono per ridefinire l’ordine globale, l’Europa rischia di perdere progressivamente la capacità di influenzarlo.

E così, in un mondo in cui la ricchezza aumenta ma si concentra, e in cui la guerra diventa sempre più integrata nei meccanismi economici, la questione fondamentale resta aperta: se il sistema globale è abbastanza ricco da sostenere tutti, perché continua a produrre conflitti che impoveriscono molti per rafforzare pochi?
La risposta, forse, non risiede nella scarsità delle risorse, ma nella struttura del potere che ne governa la distribuzione.

Paola Bergamo

www.centrostudimb2.eu 

venerdì 17 aprile 2026

Il tramonto della politica e la crisi dell’Occidente liberale. Articolo di Luca Bagatin

 

Francamente si fa davvero fatica a definire “sinistra” il PD e i suoi alleati o potenziali tali, da Renzi, passando per Calenda, Bonelli, Fratoianni e Conte.

In che cosa si differenziano dal campo meloniano?

Nel voler mettere al centro la comunità, magari investendo massicciamente in istruzione, sanità, ricerca e sicurezza pubblica?

Nel voler nazionalizzare i settori chiave dell'economia, in favore, appunto, della comunità stessa?

Nel voler riaprire un dialogo con la Russia, ritornando a commerciare con essa, riaprire i canali energetici e abbandonare il sostegno all'autocrazia corrotta né UE né NATO, retta da un comico irresponsabile?

Nel voler ripristinare la democrazia rappresentativa, ritornando al sistema proporzionale puro, come previsto dalla Costituzione?

Nel voler ridiscutere l'alleanza con gli USA che, sempre di più, spingono l'accelaratore verso la destabilizzazione mondiale?

Leggo che si fa un gran parlare di Silvia Salis quale candidato del cosiddetto “campo largo”.

Si vorrebbe, dunque, candidare, ancora una volta, una persona estranea alla politica, che potrebbe avere, però, un certo “appeal” mediatico.

Perché si sono candidati e non solo in Italia, nel corso degli anni, attori, comici, sportivi e, al contempo si è spoliticizzato il Paese (e l'UE nel suo complesso)?

Perché non si parla più di “socialismo” e si criticano i Paesi socialisti? Perché si parla, al massimo, genericamente, di vuoto “riformismo”? Vorrei peraltro far presente che il termine “riformista” fu rifiutato persino da Giuseppe Saragat che, nel 1947, nel suo celebre discorso di fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, esaltando la democrazia in seno al proletariato, dichiarò: “Quanto più il proletariato sarà democratico, tanto più troverà alleati, tanto più sarà forte. Oggi si pensa che l'ultima parola della saggezza politica sia il riformismo anti-democratico. Noi pensiamo invece che debba essere la democrazia anti-riformista”.

Ecco, forse il problema sta proprio lì. Dalle nostre parti, in Italia, in UE, nell'Occidente liberal capitalista, si è perseguitato o svuotato, dall'interno, il socialismo ed al contempo si è svuotata di significato la democrazia. Che, come diceva Saragat, è anti-riformista. Ovvero è anti-borghese e anti-individualista.

Perché la democrazia è volontà e sovranità del popolo, nel suo complesso. Non è l'ideologia dell'individualismo, non è l'ideologia della finanza e della speculazione economica, bensì le fondamenta di una comunità organizzata, che si fonda su doveri e diritti.

Doveri, come diceva Giuseppe Mazzini, che vanno anteposti ai diritti, che ne sono conseguenza.

Tutto ciò sembra perduto da tempo.

Dalla metà degli Anni '90, in Italia e Europa (Russia compresa), abbiamo assistito alla disgregazione di ogni forma di valore civile e umano, sostituito dall'ideologia del mercato, dell'individualismo, dell'edonismo.

I partiti e relativi candidati sono diventati di plastica. Imprenditori, comici, attori.... Un po' come già accadeva da tempo negli USA (Ronald Reagan il primo degli esempi).

Questa edonizzazione, spoliticizzazione della società, ha coinciso con l'abbattimento con ogni mezzo dei valori comunitari; di ogni idea socialista; di ogni “decenza comune”, come ebbe spesso a scrivere il filosofo francese Jean-Claude Michéa, che pone in particolare sul banco degli imputati la trasformazione in senso borghese e liberal capitalista (o “riformista”) della “sinistra” euro-occidentale.

Una “sinistra” euro-occidentale che insegue e ha inseguito la destra, in nome della “crescita economica” e dell'atomizzazione della società, cavalcando l'onda delle nuove tecnologie, anziché regolamentarle adeguatamente, rendendo la comunità partecipe di questo processo di regolamentazione, in modo democratico.

La politica, dunque, diventata un eterno “reality show”, ha smesso il suo ruolo educativo e pedagogico, per diventare mero intrattenimento.

Come la televisione, come i social, che sono poi i mezzi da cui provengono (o in cui ritornano o ritorneranno, magari partecipando a qualche reality televisivo o diventando conduttori tv) i politici di turno, o che i politici di turno usano e abusano per qualsivoglia dichiarazione.

Dichiarazione che non è ragionamento, ma slogan. Perché si pensa che le persone non capiscano o non meritino altro che essere trattate come tifosi da stadio.

In modo da far credere che esistano, peraltro, due o tre schieramenti contrapposti quando, in realtà, ne esiste solo uno: anti-comunitario, non democratico, autoreferenziale, anti-socialista. Spesso rispondente a poteri internazionali e quindi nemmeno autonomo.

Schieramento o schieramenti che sono votati con sistemi elettorali sempre meno rappresentativi, fatti di maggioritari e sbarramenti. Contribuendo, peraltro, all'astensionismo di massa, visto che le persone, ormai, hanno compreso da tempo che le regole sono truccate a monte.

Oggi vediamo impennarsi i prezzi a causa di guerre e sanzioni sconsiderate, non volute dalla maggioranza dei cittadini, che non ha alcuna voce in capitolo in merito.

Vediamo nuove generazioni sempre più lasciate allo sbando, violente, pronte a fare attentati, a uccidere, vilipendere, violentare chiunque, senza che vi sia alcuna pena severa e esemplare, atta ad educarle.

Vediamo una società edonista, instagrammata e instagrammabile che, all'approfondimento, preferisce il tifo da stadio, l'accumulo di beni materiali, l'esteriorità.

Vediamo un mondo più diviso, come non mai, nemmeno ai tempi della Guerra Fredda.

Eppure la soluzione sarebbe semplice, ma non vi è nessun partito dalle nostre parti che abbia il coraggio di porre al centro la comunità, le sue necessità, che abbia la capacità di ricostruirla dalle fondamenta.

Manca, probabilmente, come dice spesso la mia cara amica Paola Bergamo, lo spazio politico.

In tutto ciò vediamo Paesi che ci hanno ampiamente superati, ma che, nel nostro “suprematismo liberale”, consideriamo “dittature”.

Anziché ammirare e approfondire la Storia, cultura e mentalità cinese (realtà con il più basso tasso di criminalità al mondo e con livelli di modernizzazione e di organizzazione altissimi), la denigriamo, pensando di esserle superiori.

L'incapacità di fare autocritica e di riorganizzarci, ci seppellirà. L'incapacità di modificare i paradigmi e i nostri modelli, sia di pensiero che di comportamento, ci seppelliranno.

E, quando accadrà, non avremo nemmeno il tempo di rendercene conto.

Luca Bagatin

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