La remigrazione,
storicamente, fu un progetto promosso dal sindacalista e scrittore
giamaicano Marcus Garvey (1887 - 1940).
Garvey fu fra i primi
promotori del movimento panafricano, fondato sull'unità dei popoli
di origine africana e sulla ricerca della loro autodeterminazione e
emancipazione, sotto il profilo culturale, politico e economico,
affrancandosi dal colonialismo e dal razzismo europeo e statunitense.
Il suo slogan, “L'Africa
agli Africani”, andava inquadrato in questo senso ed egli fu
fra i primi a teorizzare la nascita di una nazione africana, forte,
sovrana e indipendente.
E' in tale ambito che
nasce il suo concetto di remigrazione o di “ritorno in Africa”
(Back to Africa), ovvero incoraggiare il ritorno volontario in
Africa dei popoli che l'avevano dovuta lasciare, in modo da
affrancarsi dalle società occidentali e lavorare per costruire una
nazione africana nella terra d'origine.
Un progetto spesso
boicottato dai governi occidentali, che dal colonialismo e dallo
sfruttamento degli africani traevano linfa.
Il panafricanismo di matrice nazionalista di Garvey, ma anche quello
di matrice socialista di W. E. B. Du Bois,
ad ogni modo, influenzarono molto i movimenti per i diritti civili e
personalità politiche quali Thomas Sankara, Kwame
Nkrumah, Mu'Ammar Gheddafi e, più recentemente, Kemi Seba.
Fa un certo effetto sentire certa estrema destra
italiana parlare di “remigrazione”, utilizzando il termine in
chiave propagandistica e ignorandone il significato originario.
Nei suoi programmi e progetti non si fa infatti il minimo accenno
alle responsabilità occidentali, né alle guerre di invasione e di
rapina condotte ai danni dei popoli del Terzo e Quarto Mondo, che
sono tra le principali cause dell'immigrazione di massa.
Aspetto che, peraltro,
non viene minimamente trattato nemmeno dalla destra di governo e
dalla sedicente sinistra di opposizione, in Italia.
Forse perché
l'immigrazione fa comodo alle imprese, che così pagano meno i loro
dipendenti immigrati. Forse perché continuiamo ad essere amici di
governi che, quelle guerre di esportazione di morte e di rapina,
continuano a farle o, come la Francia e/o gli Stati Uniti d'America,
continuano ad andare orgogliose del loro passato coloniale e del loro
presente neo-coloniale.
Dovrebbe, diversamente,
scandalizzare che ci siano ancora forze politiche che agitano
spauracchi propagandistici, senza andare al nocciolo della questione.
E sono, purtroppo, la
maggioranza assoluta.
Stupisce che si gridi
allo scandalo quando a compiere un reato sia un immigrato, ma ci si
guardi bene dal farlo quando a commetterlo sia un connazionale.
E così si sottovaluta il
pericolosissimo fenomeno delle baby gang, degli stupri, delle violenze domestiche o nelle case di riposo,
dei femminicidi. Si pensa di risolvere tutto con misure ridicole come
il braccialetto elettronico o gli arresti domiciliari, anziché
introdurre e applicare pene severe ed esemplari, che possano
prevedere anche la perdita della cittadinanza e l'ergastolo senza
appello, per gli stessi cittadini italiani che commettono reati
contro la persona, specie se contro minori o anziani o persone non in
grado di difendersi.
Si parla a sproposito di
“remigrazione”, ma ci si guarda bene dal parlare di difesa dei
diritti umani di ogni vittima di violenza. Una violenza sempre più
dilagante nelle strade e che non viene minimamente arginata da una
classe politica che, propaganda a parte durante il periodo
elettorale, si guarda bene dall'intervenire e dal sollevare,
seriamente, la questione, ponendola come primo punto dell'agenda
politica.
E' mai possibile che
esistano Paesi nei quali, se un minore delinque e commette atti di
violenza contro una persona, questo va in galera anche a partire dai
12 anni (e, a mio avviso, sarebbe giusto venisse anche inquadrato
nell'esercito, al 18esimo anno di età, in modo da potersi rendere
utile alla società a vita e imparare la disciplina) e anche i
genitori sono puniti con un'ammenda e un percorso di rieducazione,
mentre in Italia ciò non avviene?
Senza una società
moralizzata e ordinata, non si andrà lontano e le violazioni dei
diritti umani delle vittime non faranno che aumentare a dismisura, ma
questo, la politica, non lo vuole comprendere né vuole minimamente
farsi carico di questo.
Al centro dell'agenda
politica vi dovrebbero essere pochi ma seri punti fondamentali, di
cui al momento nessuno parla, in questo povero Paese: giustizia
sociale, sovranità nazionale, indipendenza economica, ordine e
rispetto per il prossimo.
E tutto ciò non è né
di destra, né di sinistra, ma, a mio avviso, dovrebbe essere al
servizio della comunità.
Una comunità che
dovrebbe essere posta, finalmente, al centro. Non in senso
politico/ideologico (anche perché ormai, chi si dice di centro,
guarda verso la destra estrema), ma pratico e pragmatico.
Luca Bagatin
https://amoreeliberta.blogspot.com