Il modo migliore per comprendere il presente è studiare il passato.
E, senza tornare alla disgregazione dell'Unione Sovietica, avvenuta per ragioni sia interne che esterne e molto favorita da un Occidente liberale, ma molto poco democratico, non si può comprendere ciò che sta accadendo, oggi, nell'Est europeo.
Devo dire che sono riuscito a reperire, in lingua italiana, solamente due saggi, che parlano di quel periodo, ovvero della Russia post-sovietica: “La Russia di Eltsin” di Antonio Rubbi (Editori Riuniti) e “La Russia post-sovietica” di Roj Medvedev (edito da Einaudi).
Li ho reperiti online, su ebay, praticamente nuovi e ancora incellofanati, anche se risultano, da anni, fuori catalogo. Il che, peraltro, da bibliofilo e ricercatore di saggi e libri di vario genere, mi ha fatto pensare e chiedere: quante copie di questi due libri, editi entrambi nel 2002, saranno effettivamente state distribuite?
Entrambi i saggi sono molto interessanti e meriterebbero di essere non solo conosciuti, ma soprattutto ripubblicati.
Perché spiegano le origini del presente. Un presente molto poco conosciuto dal lettore/cittadino medio “occidentale”, per così dire.
Nel saggio di Antonio Rubbi, a pagina 259, si parla dell'allargamento ad Est della NATO, fortemente voluta – nel 1992-93 - dagli USA guidati da Bill Clinton. Una decisione che trovò contrari molti membri del Congresso statunitense e di vari Paesi europei, visto che non era giustificata da nulla, poiché la NATO era sorta nel 1949 per contenere una minaccia sovietica che, ormai, non esisteva più.
Nel saggio di Rubbi, a pagina 260, si fa riferimento a un articolo del Corriere della Sera, a firma Enrico Iacchia, nel quale si evidenziava come l'idea di spostare i confini della NATO alle frontiere della Russia, potesse essere molto pericolosa. Nell'articolo, riportato da Rubbi, vi è scritto: “Fate entrare la Polonia e immediatamente si porrà la questione dell'Ucraina. E se si fa entrare l'Ucraina – come vorrebbe Brzezinski – si può tener fuori la Russia?”.
Nel saggio si riporta anche il testo della lettera scritta da 18 diplomatici statunitensi, quasi tutti ex ambasciatori a Mosca o in altre capitali dell'Est europeo, inviata al sottosegretario agli esteri Talbott.
In essa, fra le altre cose, è scritto: “Siamo preoccupati per le potenziali conseguenze della politica del governo che promette di estendere la NATO alla Repubblica Ceca, all'Ungheria e alla Polonia. Secondo noi questo indirizzo rischia di danneggiare la vitalità a lungo termine della NATO, di esacerbare in misura considerevole l'instabilità già oggi esistente nella zona che sta fra la Germania e la Russia e di convincere i russi che gli Stati Uniti e l'occidente tentano di isolarli, accerchiarli e subordinarli, piuttosto che di integrarli in un sistema di sicurezza collettiva in Europa”.
Tra i firmatari, riporta Rubbi nel suo saggio, Paul Nitze, Sam Nunn e Bill Bradley. Tutti ex ambasciatori di alto rango all'epoca. Nel saggio è riportata anche la dichiarazione dell'ex ambasciatore a Mosca, George Kennan, relativamente all'espansione della NATO ad Est: “l'errore più fatale della politica americana nell'intera era post guerra fredda”.
Ecco come, gli errori di allora, vengono pagati oggi. E non per colpa dei “cattivi russi” o dei “putiniani”, ma di cattive scelte fatte all'epoca, che ancora oggi vengono tanto ignorate quanto non approfondite.
Molto interessante e approfondito il saggio dello storico Roj Medvevev, già comunista dissidente espulso dal Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS) da Breznev e reintegrato da Gorbaciov, oltre che co-Presidente del Partito Socialista dei Lavoratori, fondato nel 1991 e di orientamento socialista democratico (e avente per simbolo un garofano rosso e una falce e martello, infondo non così diverso dal Partito Socialista Italiano degli Anni '80).
Nel suo “La Russia post-sovietica – Un viaggio nell'era Eltsin”, in Italia pubblicato nel 2002 da Einaudi, Medvedev illustra tutta la politica della Russia a partire da quando, nel 1990, Boris Eltsin, fu eletto Presidente del Soviet Supremo e successivamente Presidente della Federazione Russa e, con lui, salirono al potere una cricca di soggetti ultra-liberali quali Barbulis, Cubajs, Gajdar e altri.
Egor Gajdar, in particolare, fu giovane economista che, come spiega il saggio, non aveva alcuna esperienza nell'industria e nell'amministrazione. Cresciuto in una famiglia benestante egli – se in gioventù sostenne il socialismo di mercato – ben presto divenne il massimo promotore della liberalizzazione e deregolamentazione economica più assoluta.
Gajdar, nominato Primo Ministro da Eltsin, fu il fautore della cosiddetta “terapia d'urto” o “shockterapia”, che trasformò la Russia da realtà a economia socialista pianificata, a terra di nessuno, attuando una liberalizzazione selvaggia che nessun Paese capitalista aveva mai attuato in quel modo.
E fu così che, fra liberalizzazione dei prezzi e cessione – attraverso “vaucher” - del patrimonio pubblico per pochi rubli, la Russia sprofonderà in una crisi economica senza precedenti.
La terapia di Gajdar, sostenuta da Eltsin, trovò, come da copione, l'approvazione piena del Fondo Monetario Internazionale e degli “esperti” occidentali. Ben felici di veder sprofondare la Russia nella crisi più nera.
Come spiega Medvedev “Nel primo trimestre del 1992 i prezzi, lasciati “fluttuare liberamente”, aumentarono dell'800-900% (…). I salari, invece, nel primo trimestre si limitarono a raddoppiare”.
Egli spiega anche che, conseguentemente, vi fu una diminuzione della produttività del lavoro e un aumento di tutti i costi di produzione.
Tutto ciò costrinse la popolazione a vendere, in piazza, qualsiasi cosa, creando giganteschi bazar, per tentare di sopravvivere.
Colui il quale iniziò a protestare e ad alzare la voce per primo contro il governo Eltsin-Gajdar fu Aleksandr Ruckoj, Vicepresidente della Federazione Russa e leader dei Comunisti per la Democrazia.
Egli, peraltro, fu successivamente uno dei leader del cosiddetto Fronte di Salvezza Nazionale, che comprendeva vari movimenti di ispirazione comunista, socialista, patriottica, nazionalista, che si opponeva alle contro-riforme di Eltsin e puntava a ricostituire l'Unione Sovietica, attraverso riforme di matrice socialista democratica e patriottica.
Altra personalità di spicco degli oppositori alle contro-riforme di Eltsin fu il Presidente del Soviet Supremo, Ruslan Khasbulatov.
Il prof. Khasbulatov, fu un economista inizialmente sostenitore del nuovo corso eltsiniano, quando questo sembrava promuovere una forma di socialismo democratico e di mercato, ma, resosi conto che Eltsin stava, diversamente, portando avanti una squadra e un'agenda di ultra liberisti, divenne immediatamente un loro oppositore.
E' molto interessante l'appunto di Roj Medvedev, a pagina 86, in cui sottolinea come Khasbulatov e molti altri leader di quella che nel 1989 veniva chiamata “opposizione democratica” non erano affatto dei liberali e men che meno dei liberisti. Costoro, infatti, recuperando il vecchio slogan “Tutto il potere ai Soviet”, inneggiavano sì alla fine del monopolio del PCUS, ma anche al socialismo democratico.
Fra i loro slogan, ricorda Medvedev: “Potere al popolo”; “Le fabbriche ai collettivi di lavoro”; “La terra ai contadini”; “La proprietà a tutti”.
Molti di costoro si ritrovarono, nel 1990, eletti al Congresso dei deputati del popolo, ma mai avrebbero immaginato che Eltsin – che all'epoca si definiva “radicale di sinistra” e a volte “socialdemocratico” (ma mai liberale) e la sua cricca avessero deciso di distruggere la Russia dall'interno, liberalizzando ogni cosa e tradendo ogni ideale socialista democratico.
Medvedev spiega come l'ideologo di Eltsin fosse Gennady Barbulis, il quale parlava di “libertà dell'individuo” da ottenersi anche a scapito della giustizia sociale. E, sulla base di questo assunto, saranno introdotte le contro-riforme del duo Eltsin-Gajdar.
A pagina 92, Roj Medvedev riporta le interessanti dichiarazioni/ammissioni dell'economista statunitense Jeffrey Sachs, che all'epoca ricoprì il ruolo di consulente economico del governo Eltsin: “Quando abbiamo intrapreso le riforme ci sentivamo come dottori chiamati al capezzale di un malato. Ma quando abbiamo messo il paziente sul tavolo operatorio e lo abbiamo aperto, ci siamo accorti che la sua struttura anatomica e i suoi organi interni erano di un tipo tutto particolare, che non avevamo mai incontrato nelle scuole di medicina”.
Si pretendeva, insomma, di introdurre il liberal capitalismo selvaggio in una realtà come la Russia, ad essa totalmente estraneo.
Sachs lo comprese. Tardi, ma lo comprese. Eltsin e la sua cricca, no. E infatti continuarono a premere l'acceleratore sulle contro-riforme, dettagliatamente spiegate nel saggio di Medvedev, con tanto di conseguenze nefaste sia per la popolazione russa che per le casse dello Stato.
Tutto ciò, naturalmente, favorirà il proliferare di oligarchi senza scrupoli e mafie di ogni genere.
Medvedev spiega molto bene un evento cruciale della Storia di quegli anni, ovvero la cosiddetta Crisi costituzionale russa del 1993.
Egli racconta come, nell'estate del 1993, la tensione salì alle stelle e Ruckoj e Khasbulatov erano diventati ormai i leader dell'opposizione e guidarono l'opposizione di sinistra al grido “Tutto il potere ai Soviet”.
Eltsin, come spiega Medvedev, da tempo si stava preparando ad abolire il Parlamento esistente, perché gli era di ostacolo alle sue “riforme”. Egli, con il famoso decreto 1400 del 21 settembre 1993, dichiarò – in modo incostituzionale - sciolto il Soviet Supremo e il Congresso dei deputati del popolo.
Con tale atto, Eltsin decadde da Presidente e, secondo la Costituzione, gli sarebbe dovuto succedere il Vicepresidente, ovvero Ruckoj, il quale cominciò ad adempiere ai suoi primi atti da Presidente.
La Corte costituzionale, peraltro, dichiarò incostituzionale il decreto 1400.
Fu così che Ruckoj, Khasbulatov, numerosi cittadini russi e una parte delle forze armate iniziarono a difendere la Casa Bianca, ovvero la sede del Parlamento, dai commandos inviati il 3 e 4 ottobre da Eltsin a bombardarlo, con i deputati chiusi all'interno.
I grandi media, nel frattempo, sostenevano Eltsin, il quale peraltro cercò di corrompere vari deputati, in modo che passassero dalla sua parte.
Il golpe di Eltsin, purtroppo, ebbe successo. Ruckoj e gli altri dovettero arrendersi e furono arrestati. Numerose le vittime sul campo. Una ferita profonda per una democrazia mai nata, nella Russia di quegli anni.
Roj Medvedev racconta, nel suo saggio, che gli uomini dell'OMON e della polizia pestarono a sangue i deputati che avevano osato ribellarsi al regime eltsiniano. A quel regime osannato dai soliti ipocriti Stati Uniti d'America e dalla Comunità Economica Europea.
Nuove elezioni parlamentari, ad ogni modo, saranno indette nel 1993 e con una nuova legge elettorale.
Fra i partiti sostenitori del regime di Eltsin, Scelta della Russia di Gajdar, il quale prese appena il 12% dei voti e il Partito dell'Unità e Concordia Russa che prese il 7%.
Il vincitore fu il Partito Liberal Democratico di Žirinovskij, con il 22%. Partito nazionalista e spesso compromissorio con il governo di Eltsin. Un buon risultato lo ottenne anche il Partito Comunista della Federazione Russa che ottenne, come ricorda Medvedev, il 14% e il 9% lo ottenne il Partito Agrario, altro partito con posizioni social-comuniste.
Eltsin comunque, che non aveva un partito alle spalle, continuò a governare facendosi forte dell'apparato burocratico che, come sottolinea Medvedev, era ancora più forte e presente rispetto all'era sovietica.
Ne “La Russia post-sovietica”, Roj Medvedev, prosegue nello spiegare tutti i processi di ulteriore liberalizzazione e privatizzazione selvaggia del regime di Eltsin, che sarebbe qui molto lungo descrivere. Egli entra nel merito delle scellerate scelte di soggetti come Čubajs e Černomyrdin, profondamente detestati dalla popolazione russa e che ancora oggi li ricorda con disprezzo.
Scelte che portarono alla svendita del patrimonio pubblico sovietico e alla de-industrializzazione del Paese. Senza alcun beneficio per lo Stato, ma unicamente per il tornaconto di pochi oligarchi senza scrupoli.
E' storia nota. Ma che andrebbe approfondita e studiata.
Nel saggio un intero capitolo è dedicato al leader del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF), Gennady Zjuganov. Che, ancora oggi, guida quel partito, che è il maggior partito di opposizione.
Medvedev ricorda il successo della sinistra russa alle elezioni parlamentari del 1995 e, in particolare, l'affermazione del KPRF, che prese il 22%, diventando il primo partito.
Egli racconta di come Zjuganov sia persona non molto carismatica, ma capace di ascoltare il prossimo ed ha una visione che unisce idee socialiste a prospettive nazional-patriottiche. Egli, in sostanza, promuove un socialismo democratico – non totalitario come quello ai tempi della vecchia URSS - capace di unire giustizia sociale a sovranità nazionale e vorrebbe la ricostituzione geopolitica dell'Unione Sovietica, quale stato forte nel quale convivevano, armonicamente e nel socialismo, nazionalità diverse. E che si contrapponga all'egemonia Occidentale a guida statunitense che, secondo Zjuganov, mira ad eliminare la Russia dalla scena storica.
Ed è con questo programma che Zjuganov si presenterà alle Presidenziali del 1996 contro Eltsin, sconfitto dai brogli di quest'ultimo. Ma questa è un'altra storia ancora.
Il saggio di Roj Medvedev prosegue ancora, fino alla scelta di Eltsin di proporre un allora sconosciuto Vladimir Putin quale candidato alle Presidenziali del 2000.
Il resto è forse storia nota.
Qui ho cercato, attraverso questi preziosi saggi, di ricostruire una Storia, come scrivevo, poco conosciuta. Volutamente distorta, dalla propaganda liberale e mainstream.
Una Storia, quella della Russia post-sovietica che è storia attuale, di questi ultimi anni, di questi ultimi giorni.
E che va letta e affrontata senza pregiudizi, senza russofobia, senza le lenti di un liberal capitalismo che tutto ha messo in vendita. Anche le menti, che ormai, stanno sempre più smettendo di pensare, in modo aperto, in modo libero, in modo scevro da una propaganda anti-storica e fuori dalla realtà.
Luca Bagatin








