martedì 8 settembre 2026

Russia. Nikolay Bondarenko (KPRF), il comunista escluso dalle elezioni. Il KPRF accusa il potere di temere la sua popolarità. Articolo di Luca Bagatin

 

Il candidato del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF), Nikolay Bondarenko, è stato escluso, il 7 settembre 2026, dalla partecipazione alle prossime elezioni parlamentari russe che si terranno dal 18 al 20 settembre prossimi.

L'esclusione sarebbe conseguenza di una condanna amministrativa per la pubblicazione di materiale considerato dalla legge russa come simbolo estremista. Si tratterebbe, nella fattispecie, di una foto di Alexei Navalny, defunto oppositore di centrodestra al regime di Putin.

Gli avvocati di Bondarenko hanno sostenuto che il canale Telegram dal quale sarebbe stata pubblicata la fotografia non appartenga a lui e che, pertanto, non vi siano elementi sufficienti per attribuirgli la pubblicazione.

Bondarenko, ex deputato comunista regionale di Saratov è molto popolare su YouTube e ha oltre 2 milioni di iscritti. La presunta pubblicazione della foto di Navalny, oltre all'esclusione dalle elezioni – approvata con 12 voti favorevoli e uno contrario dalla Commissione Elettorale Centrale - gli è costata una multa da 1.000 rubli e un fermo di polizia.

Il Partito Comunista della Federazione Russa ha dichiarato che i funzionari hanno bloccato la candidatura di Bondarenko in quanto considerato, dal potere, molto temuto a causa della sua popolarità.

Nel febbraio 2021, come peraltro avevo già scritto (https://amoreeliberta.blogspot.com/2021/02/russia-deputato-comunista-arrestato.html), fu arrestato per aver partecipato, come osservatore e videoblogger, alle proteste antigovernative non autorizzate del 31 gennaio precedente, nella zona del Volga.

All'epoca – il suo canale YouTube “Il diario di un deputato”- era seguito da oltre 1 milione di followers.

Nikolay Bondarenko collegò il suo arresto al fatto che avrebbe voluto candidarsi alla Duma di Stato nella stessa regione nella quale fu candidato il Presidente della Camera Bassa, Vyacheslav Volodin, esponente di “Russia Unita” (il partito di governo), spesso attaccato politicamente da Bondarenko.

Anche all'epoca il KPRF e il Presidente del Comitato Centrale del partito, Gennady Zjuganov, si mobilitarono in difesa del deputato, chiedendo il suo immediato rilascio.

Bondarenko divenne molto popolare nel 2018, quando attaccò l'impopolare riforma delle pensioni, introdotta dal governo.

Nel 2022 fu privato del suo seggio nell'assemblea regionale di Saratov in quanto i pubblici ministeri lo accusarono di non aver dichiarato i ricavi pubblicitari e le donazioni ricevute attraverso il suo canale YouTube.

Alle prossime elezioni parlamentari russe, oltre al KPRF, ci saranno altri due partiti di sinistra patriottica presenti, ovvero i “Comunisti di Russia” di Sergey Malinkovich e il socialdemocratico “Una Russia Giusta” di Sergey Mironov.

Tre partiti determinati a battersi per i diritti sociali nel Paese, fortemente compromessi dal governo, in tutti questi anni.

Unico partito di sinistra patriottica al quale, ancora una volta, non sarà possibile partecipare alle elezioni è “L'Altra Russia di Eduard Limonov” (fondato dallo scrittore dissidente nazionalbolscevico Eduard Limonov, morto nel 2020 a 77 anni), il cui Consiglio politico ha dichiarato, polemicamente, su Instagram: “Nel 2026, l’istituzione del parlamentarismo in Russia è completamente fallita. La Duma di Stato non è espressione né del potere legislativo né di alcun’altra forma di potere. Di fronte agli idioti disegni di legge presentati dai deputati, ormai diventati proverbiali, riscuoterebbe probabilmente il maggior consenso popolare un partito che promettesse di far trascorrere alla propria intera frazione parlamentare tutto il mandato elettorale comodamente seduta nella buvette della Duma, senza mai entrare in aula. Nel 2023 avevamo constatato la morte delle elezioni come istituzione politica in Russia. Non sprechiamo altre parole”.

Luca Bagatin

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domenica 6 settembre 2026

Da Monti a Vannacci: quando le élite alimentano ciò che dicono di voler combattere. Articolo di Luca Bagatin

 

Mi permetto qualche riflessione relativamente all'incontro fra Mario Monti e Roberto Vannacci a Cernobbio, una delle tante kermesse delle élite, che poco interessano ai cittadini, ma molto più accattivanti per i grandi media e la politica da salotto.

Questo incontro-scontro-confronto mi ha comunque fatto pensare al fatto che è proprio gente come Monti (e Draghi) che ha fatto crescere il fenomeno Vannacci.
Un po’ come la crisi dello Stato liberale e il clima politico del primo dopoguerra alimentarono quell'humus che portò all'avvento del fascismo mussoliniano, “grazie” alla sua incapacità di comprendere le esigenze popolari, marginalizzando le autentiche forze socialiste e di sinistra.

Fascismo mussoliniano che, nei fatti, come il vannaccismo, non è altro che l'altra faccia del liberal capitalismo e delle élite.
Gabriele D’Annunzio (colui il quale sognava "un comunismo senza dittatura") e Alceste De Ambris all’epoca lo compresero. E lo comprese il repubblicano mazziniano Mario Bergamo che, mettendo al centro del suo progetto la questione sociale e proponendo un'alleanza fra repubblicani e socialisti, ovvero le due forze dell'estrema sinistra dell'epoca, si pose fra i primi quale argine tanto allo Stato liberale, quanto al fascismo.
I Monti, i Draghi e i vari cosiddetti “liberaldemocratici”, “riformisti” del centro, della sedicente sinistra e del centrodestra, continuano a non comprendere che proprio le loro ricette euro-oligarchiche non fanno che far aumentare i consensi dell'estrema destra.

Per anni la dirigenza UE ha imposto austerità e tagli alla spesa pubblica e sociale. Si è tagliato in sanità, welfare e istruzione. Oggi ci chiedono danari per riarmarci contro un nemico che vedono solo loro. La Russia. Che è anch'essa Europa. Solo perché si sono messi in testa di sostenere, “fino all'ultimo ucraino”, un'autocrazia corrotta né aderente all'UE né alla NATO. Seguendo i desiderata dei Presidenti USA di turno.

E parlano di un atlantismo anti-storico e che nulla ha a che fare con l'atlantismo responsabile della Prima Repubblica, attraverso il quale mai siamo ricorsi alle armi contro altre potenze. Con le quali dialogavamo e spesso commerciavamo.

I Monti, i Draghi, i Merz, i Macron, le von der Leyen che parlano di arginare il fascismo (che Paesi come Russia e Cina hanno peraltro sempre combattuto) e di un'Europa unita (sì, ma non parlano di una Europa sociale), da tempo hanno gettato le basi per l'ascesa dei Vannacci, delle Le Pen, delle AfD, ecc...
La Storia, dunque, sembra ripetersi.

Un tempo a denunciare le oligarchie europee e la crisi dello Stato liberale, come poco fa scrivevo, solo i D'Annunzio, i De Ambris, i Bergamo e pochi altri.
Ancora oggi lo fanno solo piccole minoranze illuminate (come Angelo D’Orsi e pochi altri), che hanno compreso che la causa del nuovo fascismo è il liberal capitalismo e i sepolcri imbiancati alla Monti e alla Draghi, oltre ad una maggioranza e ad una opposizione, in Italia, in linea con l’irresponsabile Agenda Ursula.
Ci sarà un futuro roseo?
Negli Anni '20 e successivi di roseo non ci fu proprio nulla.
Era già troppo tardi.

Personalmente continuo a credere al buonsenso di persone come D'Orsi, Alessandro Di Battista, l'On. Dario Rivolta, il prof. Giancarlo Elia Valori, Paola Bergamo (nipote di Mario Bergamo) e a pochi altri.

Diversi fra loro per storia e orientamento politico, ma le cui lucide analisi fotografano una realtà che, fra qualche tempo, potrebbe essere ancor più tragica.

Luca Bagatin

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sabato 5 settembre 2026

I socialisti Fico e Radev: un'altra idea di Europa tra pragmatismo, energia, pace e sovranità. Articolo di Luca Bagatin

 

Il Primo Ministro della Repubblica Slovacca, il socialista democratico Robert Fico, ha visitato, il 4 settembre 2026, la Bulgaria e ha avuto un fruttuoso colloquio con il suo omologo Rumen Radev, anch'egli di orientamento socialista patriottico, a Sofia.

Piena intesa fra i due, sia sotto il profilo energetico che geopolitico.

Per quanto riguarda il primo aspetto, entrambi i leader hanno manifestato la necessità di cooperare e scambiarsi competenze ed esperienze nel settore dei reattori nucleari, pianificando una partnership con la società statunitense Westinghouse e istituendo una commissione congiunta atta allo scopo.

I benefici forniti dalle aziende bulgare nella fornitura di gas da altre fonti sono vitali per la Slovacchia e i nostri operatori nella regione e in questo settore devono cooperare in modo significativo e più intenso”, ha sottolineato il Premier slovacco.

Egli ha altresì apprezzato il sostegno della Bulgaria nei confronti della Slovacchia, proponendo la sua candidatura a membro non permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per gli anni 2028/2029. A sua volta la Slovacchia intende promuovere la Bulgaria quale membro dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE).

Il Premier Fico ha altresì dichiarato che la Slovacchia è fra i principali oppositori del regolamento REPowerEU, che prevede la progressiva cessazione delle importazioni di gas russo, fino al loro completo stop entro il 2027.

In proposito egli ha dichiarato con fermezza: “Ci sarà un enorme problema con il gas. Lo acquisteremo a prezzi mai visti prima. Questo è il risultato della politica dell'UE, che ha dimostrato una totale incomprensione della realtà in materia di politica energetica”.

Egli ha inoltre puntato il dito anche contro il bilancio UE per il periodo 2028-2034 e in merito ha spiegato che: “Vorremmo chiarire che eliminare le disparità regionali, per le quali la Commissione europea intende stanziare fondi significativamente inferiori, non è qualcosa che va contro la competitività. Si tratta semplicemente di definire progetti e criteri. Non possiamo accettare un taglio così drastico al fondo per la coesione e certamente non possiamo accettare una riduzione di tale importo per la politica agricola comune”.

Anche su questo punto, il Premier bulgaro Radev si è detto d'accordo.

Robert Fico ha anche informato il Premier bulgaro relativamente ai tentativi di alcuni Paesi UE di limitare il diritto di veto in alcuni settori quali le imposte, il bilancio, la difesa, l'immigrazione e la politica estera. In merito ha sottolineato che: “Non riesco a immaginare che ci presentiamo a Bruxelles come un Paese che riceve ordini e istruzioni da altri. I Paesi più grandi saranno d'accordo e quelli più piccoli dovranno obbedire? Questa non è la visione dell'UE”.

Altro punto affrontato nell'incontro, sul quale i due premier hanno espresso una posizione comune, è la questione relativa alla guerra in Ucraina.

Il Premier slovacco ha affermato: “Non sono entusiasta del modo in cui l'UE sta sostenendo la guerra. L'UE ha bisogno di più diplomazia, non di più armi. Sarei molto infelice se i vincitori della battaglia per il bilancio europeo 2028-2034 non fossero i cittadini degli Stati membri dell'UE, ma le aziende produttrici di armi”.

Dello stesso avviso anche il Premier bulgaro, Rumen Radev, che ha sottolineato: “Sono lieto che condividiamo una visione comune dell'Europa, un'Europa di pace e prosperità, un'Europa di unità, ed è per questo che stiamo seguendo con molta attenzione quanto sta accadendo in Ucraina. Siamo convinti che una soluzione militare sia fuori discussione. Invitiamo tutti a sedersi al tavolo e a risolvere questo conflitto per via diplomatica”.

Robert Fico ha apprezzato anche l'attenzione riservata dal governo bulgaro alla minoranza slovacca nel Paese e ha auspicato scambi studenteschi più intensi.

Il Premier Fico, successivamente, ha incontrato la Presidente della Bulgaria, la socialista Iliana Yotova. Anche lei ha sottolineato che il conflitto in Ucraina non ha alcuna soluzione militare, ma unicamente diplomatica e che solo i negoziati possono portare a una sua rapida fine.

Il Premier Fico, trovandosi concorde, ha replicato: “Ci sono pochissimi politici nell’Unione Europea che parlano della pace tanto quanto lei e il Primo Ministro bulgaro”.

I due leader hanno inoltre discusso del Quadro Finanziario Pluriennale dell'UE e hanno sottolineato il positivo sviluppo delle relazioni fra Bulgaria e Slovacchia, nonché la loro cooperazione costruttiva all'interno dell'UE.

Mentre gran parte dei Paesi UE e la Gran Bretagna, i cui leader si dicono liberali, popolari e alcuni “socialisti” o “laburisti” (senza esserlo nemmeno un po') vorrebbero uno scontro con la Russia, anziché gettare ponti, Slovacchia e Bulgaria, rette da leadership pragmatiche e autenticamente socialiste e patriottiche, costruiscono partnership e guardano al presente e al futuro dei rispettivi popoli e Paesi.

Se il resto dell'UE seguisse il loro esempio, forse potrebbe finalmente nascere un rinnovato e serio spirito europeista. Diversamente, continueranno a crescere i profitti delle industrie degli armamenti, mentre l'autocrazia corrotta che non fa parte né dell'UE né della NATO continuerà a ricevere sostegno e l'estrema destra continuerà a trionfare nelle urne. Uno scenario davvero tragico e desolante.

Luca Bagatin

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giovedì 3 settembre 2026

Vertice SCO, Xi Jinping rilancia cooperazione e multilateralismo per un nuovo ordine globale. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 1 settembre 2026 si è tenuto a Bishkek, capitale del Kirghizistan, il 26esimo vertice dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO).

Il summit, che ha visto la presenza del Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres, è stato presieduto dal Presidente del Kirghizistan, Sadyr Zhaparov e ha visto protagonisti i leader degli Stati membri di tale organizzazione, fra i quali il Presidente della Bielorussia Aleksandr Lukashenko; il Primo Ministro indiano Narendra Modi; il Presidente dell'Iran Masoud Pezeshkian; il Presidente del Kazakistan Kassym-Jomart Tokayev; il Primo Ministro del Pakistan Muhammad Shehbaz Sharif; il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin; il Presidente del Tagikistan Emomali Rahmon; il Presidente dell'Uzbekistan Shavkat Mirziyoyev; il Segretario Generale della SCO Nurlan Yermekbayev e il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping.

Quest'ultimo ha pronunciato un importante discorso, nel quale ha sottolineato, fra le altre cose, che quest'anno ricorre il 25esimo anniversario della SCO e ha delineato le sue prospettive presenti e future: “Quest'anno ricorre il 25° anniversario dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Venticinque anni fa, facendo i conti con le dure lezioni della Guerra Fredda, affrontando le reali minacce provenienti da forze terroristiche, separatiste ed estremiste e ascoltando le sincere aspirazioni del mondo alla pace e allo sviluppo, i Paesi della nostra regione giunsero a un consenso generale sulla necessità di collaborare per tutelare la sovranità, la sicurezza e gli interessi di sviluppo. La nostra organizzazione è nata in questo contesto e ha dimostrato un vigore e una vitalità sempre maggiori.

Negli ultimi 25 anni, l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) ha compiuto un percorso straordinario. Il suo più grande successo è stato quello di crescere costantemente fino a diventare un nuovo tipo di organizzazione di cooperazione regionale, con la più vasta estensione territoriale e la maggiore popolazione, e un enorme potenziale di sviluppo. Il suo patrimonio spirituale più prezioso è stato quello di aver introdotto e da allora di aver costantemente seguito lo Spirito di Shanghai, basato su fiducia reciproca, mutuo vantaggio, uguaglianza, consultazione, rispetto per la diversità delle civiltà e ricerca dello sviluppo comune. La sua esperienza più importante in materia di cooperazione è stata quella di aver trovato la giusta via di coesistenza, caratterizzata da non alleanza, non scontro e senza prendere di mira terze parti, consentendo ai paesi della regione di costruire insieme una casa comune.

Venticinque anni dopo, una trasformazione senza precedenti da un secolo sta accelerando in tutto il mondo. Si intensifica la rivalità tra dialogo e confronto, tra strategia vincente per tutti e gioco a somma zero, tra multilateralismo e unilateralismo. L'ombra della guerra continua a incombere sul mondo. In un momento così cruciale, con il futuro dell'umanità in gioco, l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) dovrebbe farsi avanti per assumersi la propria responsabilità storica e guidare il corso degli eventi”, ha spiegato il Presidente Xi.

Egli, in particolare, ha presentato quattro linee guida da seguire: 1)“promuovere una globalizzazione economica inclusiva e universalmente vantaggiosa”, consolidando e migliorando al contempo la cooperazione regionale; 2) “contrastare con fermezza le tre forze del terrorismo, del separatismo e dell'estremismo, della criminalità organizzata transnazionale, del traffico di droga e delle frodi nel settore delle telecomunicazioni”; 3) “rimanere fedeli a un approccio incentrato sulle persone e consolidare le basi per un'amicizia duratura (…) apprezzare appieno le peculiarità di ogni Paese nella sua storia, cultura, sistema sociale e fase di sviluppo, e costruire reti di cooperazione tra parlamenti, partiti politici, istituzioni educative, think tank, imprese e media, al fine di promuovere gli scambi non governativi e rafforzare il buon vicinato e l'amicizia tra gli Stati membri; 4) “adoperarci per una governance più equa e ordinata. Dobbiamo sempre sostenere che tutti i Paesi, indipendentemente dalle loro dimensioni, sono uguali e che le questioni regionali devono essere discusse da tutti i Paesi per colmare le divergenze e costruire un consenso, gestire adeguatamente le divergenze attraverso il dialogo e la consultazione e affrontare le sfide comuni attraverso la collaborazione multilaterale”.

Per quanto riguarda i conflitti in corso nel mondo, il Presidente cinese, nel suo discorso, ha spiegato che: “Per quanto riguarda l'Ucraina, il Medio Oriente, l'Afghanistan e altre questioni critiche a livello internazionale e regionale, la Cina si dichiara pronta a rafforzare la comunicazione e il coordinamento con tutte le parti, a continuare ad affrontare sia i sintomi che le cause profonde di tali problematiche e a promuovere una soluzione politica”.

Gli Stati membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) hanno, in conclusione, delineato una visione di maggiore cooperazione in un contesto internazionale segnato da conflitti, instabilità economica, crisi energetiche e alimentari, cambiamenti climatici e nuove sfide tecnologiche.
Al centro della dichiarazione conclusiva c’è il sostegno al multilateralismo e al ruolo delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di promuovere un sistema internazionale più rappresentativo, equo e multipolare.

I Paesi della SCO hanno dichiarato di opporsi alle logiche di contrapposizione e alle misure unilaterali, sostenendo la soluzione diplomatica delle controversie e il principio di una sicurezza indivisibile.

Gli Stati membri hanno dichiarato di voler rafforzare la cooperazione contro terrorismo, separatismo, estremismo, criminalità organizzata e traffico di droga, anche attraverso il potenziamento delle strutture permanenti della SCO e delle esercitazioni congiunte.
Particolare attenzione è stata dedicata alle nuove dimensioni della sicurezza: cyberspazio, infrastrutture digitali e intelligenza artificiale.

La SCO, nel documento sottoscritto dagli Stati membri, chiede una maggiore cooperazione internazionale per contrastare la criminalità informatica, difendere la sovranità degli Stati nel cyberspazio e sostenere un uso sicuro e responsabile dell’IA.
La dichiarazione ha ribadito, inoltre, l’opposizione alla militarizzazione dello spazio e alla corsa agli armamenti spaziali, sostenendo nuovi strumenti internazionali giuridicamente vincolanti.

Sul nucleare, gli Stati membri confermano il sostegno al Trattato di non proliferazione e al disarmo, insieme al diritto di tutti i Paesi di sviluppare l’energia nucleare per scopi pacifici.
Relativamente alla situazione in Medio Oriente, la SCO ha condannato gli attacchi militari contro l’Iran, ribadendo il principio della sovranità e dell’integrità territoriale iraniana e chiedendo una soluzione politica e diplomatica delle tensioni.
La dichiarazione sottolinea, inoltre, che una soluzione “completa ed equa” della questione palestinese è considerata indispensabile per la stabilità del Medio Oriente.
Per quanto concerne l’Afghanistan, la SCO conferma il sostegno a un Paese indipendente, neutrale e pacifico, libero da terrorismo, guerra e droga, sottolineando che la formazione di un governo realmente inclusivo rappresenta una condizione essenziale per una stabilità duratura.
Sul fronte economico, la SCO punta a rafforzare il commercio multilaterale, le catene di approvvigionamento regionali e la cooperazione economica tra i Paesi membri.

Tra le priorità figurano infrastrutture, trasporti, corridoi logistici, commercio elettronico, dogane, industria, agricoltura ed energia.
Gli Stati membri sostengono, inoltre, la costruzione della Belt and Road Initiative e il suo coordinamento con l’Unione Economica Eurasiatica. Viene dato spazio anche all'aumento dei pagamenti in valute locali, alla cooperazione finanziaria e alla riforma delle istituzioni finanziarie internazionali, con l’obiettivo di aumentare il peso dei Paesi in via di sviluppo.
Altro aspetto oggetto della dichiarazione è stato il
progetto della futura Banca di sviluppo della SCO, la cui istituzione resta oggetto di consultazioni tra gli Stati membri.
La cooperazione fra i Paesi membri, inoltre, viene estesa anche alle questioni ambientali e sociali.

I Paesi della SCO intendono intensificare gli interventi contro il cambiamento climatico, la tutela della biodiversità, la gestione delle emergenze e la ricostruzione dopo le calamità.
Nel settore sanitario vengono indicate come priorità la medicina d’urgenza, la telemedicina, la prevenzione delle malattie infettive e una maggiore condivisione delle competenze. Anche istruzione, ricerca scientifica, innovazione e formazione dei giovani assumono un ruolo crescente.
La dichiarazione dedica, infine, ampio spazio alla cooperazione culturale e agli scambi tra i popoli, attraverso iniziative nel campo della letteratura, del patrimonio culturale, dello sport e delle attività giovanili. 

L'obiettivo dichiarato per la nuova fase è proseguire nell'attuazione della Strategia di sviluppo della SCO fino al 2035, consolidando la pace e la stabilità regionale e promuovendo uno sviluppo più equilibrato e multipolare

Luca Bagatin

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mercoledì 2 settembre 2026

È morto Raif Dizdarević, l’antifascista che dedicò la vita alla Jugoslavia socialista. Articolo di Luca Bagatin

 

Si è spento, nel centesimo anno di età, il 2 settembre a Sarajevo, l'antifascista, politico, diplomatico ed ex Presidente della Presidenza della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, Raif Dizdarević.

Egli nacque il 9 dicembre 1926 a Fojnica, in Bosnia, in una famiglia antifascista nella quale sette dei suoi fratelli parteciparono alla Guerra di Liberazione Nazionale contro il fascismo, dei quali tre persero la vita durante la Seconda Guerra Mondiale.

Suo fratello maggiore, Zija Dizdarević (1916 - 1942), celebre scrittore di prosa, fu ucciso nel campo di concentramento ustascia di Jasenovac; mentre gli altri fratelli, Nusret, leader della gioventù comunista jugoslava (SKOJ) e Hasan Dizdarević, persero la vita in battaglia, combattendo contro i nazifascisti ustascia.

Raif Dizdarević si iscrisse al Partito Comunista di Jugoslavia (KPJ) nel 1945, fu sostenitore di Josip Broz Tito e lavorò prima negli organismi di sicurezza e successivamente, nel 1951, nel servizio diplomatico della Repubblica Federale di Jugoslavia, lavorando nelle ambasciate della Repubblica Popolare di Bulgaria (1951-1954), dell'URSS (1956-1959) e della Cecoslovacchia (1963-1967). Nel 1972 divenne assistente del Segretario Federale per gli Affari Esteri, Miloš Minič.

Successivamente ricoprì l''incarico di Presidente dell'Assemblea della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia dal 1982 al 1984; dal 1984 al 1987 fu Segretario Federale per gli Affari Esteri della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia e, dal maggio 1988 al maggio 1989, fu Presidente della Presidenza della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.
Dizdarević lavorò sempre per mantenere la Jugoslavia unita e, ancora oggi, è ricordato dal suo popolo – spesso nostalgico dei vecchi tempi - come fedele agli ideali unitari, antifascisti e socialisti di un tempo.

Negli Anni 2000 pubblicò due libri di memorie: “Dalla morte di Tito alla morte della Jugoslavia: testimonianze” e “Tempi da ricordare: eventi e personalità” (“Od smrti Tita do smrti Jugoslavije: svjedočenja” (2000) e “Vrijeme koje se pamti: događaji i ličnosti” (2006).

Luca Bagatin

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lunedì 31 agosto 2026

"Ritratti del socialismo", ovvero ritrovare il filo rosso di una idea smarrita. Recensione di Paola Bergamo al saggio di Luca Bagatin

 

Ci sono libri che raccontano una dottrina e libri che cercano di restituirle un’anima.
Ritratti del Socialismo di Luca Bagatin, edito da Mario Pascale appartiene alla seconda categoria.

Il suo approccio neutrale” – scrive Ananda Craxi, nella prefazione al testo, “ci regala una miccia per accendere il fuoco di una riflessione sana e necessaria verso il pensiero costruttivo”.

Non è una storia sistematica del socialismo, nè pretende di esserlo.
È piuttosto una lunga traversata attraverso uomini, idee, rivoluzioni, sconfitte, eresie e tentativi politici che l’autore riconduce a una domanda ancora irrisolta: che cosa resta del socialismo quando il socialismo cessa di essere soltanto un partito, un apparato o un’ideologia?

La risposta di Bagatin è chiara fin dalle prime pagine: socialismo significa anzitutto giustizia sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica. Non una formula consegnata al Novecento, dunque, ma una tensione che si nutre del tempo e va al di là del tempo, permanendo come una bussola inossidabile verso l’emancipazione dell’uomo e delle comunità.

Forse questa è la chiave più interessante dell’intero volume, tanto più pensando alla nostra contemporaneità dove globalizzazione, tecno-turbo capitalismo, privatizzazioni sconsiderate, hanno contribuito a mettere in ginocchio l’Italia complice una politica che ha sacrificato il bene comune per garantirsi privilegi di casta.

Ma, le idee restano: si possono uccidere le persone o silenziarle – tante sono le “damnatio memoriae” ricordate nel libro e applicate sistematicamente a intelligenze politiche ritenute eretiche.
Però le idee immortali sopravvivono ai loro sicari.

Bagatin rompe una delle semplificazioni più radicate nella cultura politica contemporanea: l’identificazione del socialismo con il solo marxismo e, ancor più, con la storia dei partiti novecenteschi.
Il suo socialismo è ampio, “inquieto” e attraversa Mazzini e Garibaldi, Proudhon e Marx, Bakunin, i fratelli Rosselli, Berneri, Craxi, il peronismo, Chávez, fino alle esperienze socialiste extraeuropee, e quindi guarda alla Cina contemporanea che ci costringe a fare i conti con noi stessi perché ci mette innanzi al fatto che non esiste un solo modello possibile di modernizzazione e prosperità: quello liberal-capitalista. Il “socialismo con caratteristiche cinesi” – espressione che Bagatin mutua da Deng Xiaoping dimostra che è possibile coniugare mercato, sviluppo economico, controllo politico, giustizia sociale, apertura internazionale, difesa della sovranità nazionale, cooperazione internazionale, non ingerenza e multilateralismo nel multipolarismo.

Ne nasce una raccolta del pensiero sociale, una sorta di atlante delle sfumature e delle “eresie” socialiste.

Ed è precisamente qui che il libro diventa anche più interessante, perché costringe il lettore ad abbandonare categorie troppo comode.
Bagatin recupera figure dimenticate, oppure imprigionate dalla storiografia dentro definizioni incapaci di restituirne la complessità.
Nel suo racconto il socialismo non coincide necessariamente con l’internazionalismo che dissolve la nazione; al contrario, può incontrare il patriottismo. Non coincide con lo statalismo; può incontrare l’autogestione e il cooperativismo. Non coincide necessariamente con il materialismo; può incontrare una concezione spirituale dell’uomo e della comunità.

Il libro incontra una figura per me inevitabilmente particolare: Mario Bergamo, mio Nonno.

Bagatin ha il merito di riportarlo dentro la storia delle correnti sociali e repubblicane del Novecento, ricordandone la battaglia antifascista, la corrente da lui fondata “Repubblica Sociale” che si imposenel Partito Repubblicano Italiano, il progetto di unificazione delle forze repubblicane e socialiste e soprattutto quella singolare elaborazione che Mario Bergamo chiamò Nazionalcomunismo.

Bagatin ha ragione nel definire Mario Bergamo il “Mazziniano Nazionalcomunista” e su questo punto, tuttavia, è d’obbligo una precisazione storica e filosofica. Il Nazionalcomunismo di Mario Bergamo non va ricondotto al Nazionalbolscevismo. Possono esistere consonanze legate al tempo e alle questioni sociali del ‘900: la critica dell’ordine liberal-borghese, la centralità della sovranità nazionale, la ricerca di una sintesi capace di oltrepassare le categorie politiche consolidate. Ma la matrice di Mario Bergamo non è il Bolscevismo, non c’è identità genealogica.
Il “nazionale” di Mario Bergamo riassume i valori ideali e il “comunista” i valori sociali positivi. Il termine “comunismo” di Mario Bergamo non equivale a una adesione al comunismo di matrice marxista-leninista, è piuttosto appropriazione della questione sociale in chiave mazziniana repubblicana.

Mario Bergamo però si esprime compiutamente sul bolscevismo e dice “Il Bolscevismo è una sintesi, il Fascismo è l’aspetto del tentativo di una sintesi” ma per mio Nonno era necessaria una nuova sintesi tra “il politico e il sociale” e cioè tra Fascismo e Bolscevismo. Le questioni sociali non possono venir compresse dalle questioni politiche nè essere subordinate alle questioni economiche.
Mario Bergamo riconosce però la valenza storica del Bolscevismo e lo supera con una sintesi social repubblicana mazziniana, peraltro ancora attuale e di grande potenza quando invita a : Occidentalizzare il comunismo!”
La “forma” russa è storica, effimera (!)
cioè destinata a non durare, – e fu quindi anche profetico- mentre  […] Occidentalizzare  è un invito alla tutela della libertà individuale e senso critico”.
E ancora Non si rinasce all’idea universale che attraverso l’idea nazionale”
“Nazionalismo di civiltà, non di razza”.

( Ref. Stralci da L’Italia che resta)


Il Repubblicanesimo Sociale di Mario Bergamo radica perciò in Giuseppe Mazzini, dall’idea cooperativa e autogestionaria, dal Risorgimento democratico, dalla centralità del popolo come comunità politica e morale e dalla convinzione che emancipazione nazionale ed emancipazione sociale siano inseparabili.

Del bolscevismo poteva interessargli la rottura dell’ordine economico oligarchico, l’irruzione delle masse nella storia, la critica radicale al dominio del capitale e la capacità della rivoluzione di trasformare la questione sociale in questione politica. Ma ciò non faceva di lui un bolscevico: il suo orizzonte rimase repubblicano, mazziniano, socialista.
Nazione e socialità, dunque.
Patria e internazionalismo.
Libertà politica e giustizia economica.
Giustizia Sociale e Laicismo Integrale. Non la subordinazione dell’una all’altra, ma il tentativo di comporle.

In questo senso il Nazionalcomunismo bergamino è una grande sintesi storica: il tentativo, audace, di ricomporre ciò che il Novecento aveva progressivamente separato. La questione nazionale dalla questione sociale; la Repubblica dal socialismo; l’individuo dalla comunità; l’indipendenza dei popoli dalla solidarietà internazionale.

Questa mia precisazione non diminuisce il valore di Ritratti del Socialismo.
Al contrario, ne dimostra la capacità di provocare discussione e ringrazio l’autore perché non consegna al lettore un “catechismo”. Consegna delle tesi.

E la sua tesi più provocatoria è che il socialismo sia stato tradito in Europa non perché sconfitto definitivamente dalla storia, ma perché progressivamente abbandonato proprio da una parte consistente di coloro che continuarono e continuano a chiamarsi socialisti o di sinistra.

Il libro allora diventa inevitabilmente politico.

La critica dell’autore investe il progressivo arretramento dello Stato sociale, le privatizzazioni, la precarizzazione del lavoro, la subordinazione della politica all’economia finanziaria e quella globalizzazione nella quale la libertà del capitale ha finito spesso per essere assai più tutelata della libertà degli uomini.

Il merito di Bagatin consiste nell’obbligarci a tornare sulla domanda fondamentale: ma oggi chi governa chi?

È la politica democratica a governare l’economia oppure è il mercato a determinare progressivamente lo spazio del possibile entro il quale la politica è autorizzata a muoversi?

È una domanda antica e tragicamente contemporanea visto come vanno le cose.

Ed è forse qui che i tanti ritratti raccolti nel volume smettono di essere soltanto storia. Garibaldi, Mazzini, Berneri, i Rosselli, Craxi, Mario Bergamo, Perón, Chávez e gli altri protagonisti non vengono convocati semplicemente per ricordare ciò che furono, ma per interrogare ciò che siamo diventati.

Bagatin ha il merito di porre una domanda che attraversa l’intero volume: può esistere una democrazia sostanziale quando la diseguaglianza economica diventa diseguaglianza di potere?

È questa, in fondo, la questione socialista.
Non il colore di una bandiera. Non la nostalgia di un regime. Non l’archeologia delle ideologie novecentesche.
La domanda, molto più radicale, sul rapporto fra libertà e giustizia.

Perché una libertà senza giustizia rischia di diventare privilegio; una giustizia senza libertà può trasformarsi in oppressione. Fra questi due abissi si è consumata gran parte della storia del Novecento.

Il senso più profondo di Ritratti del Socialismo sta nel ricordarci che quella ricerca non è conclusa.

Il socialismo che attraversa queste pagine non è allora un mausoleo nel quale custodire le spoglie di un’idea sconfitta. È una domanda ancora aperta.

E le domande, a differenza delle ideologie, non muoiono finché la Storia continua a produrre le ragioni per formularle.

Paola Bergamo

https://www.centrostudimb2.eu/2026/08/30/ritratti-del-socialismo-ovvero-ritorvare-il-filo-rosso-di-una-idea-smarrita/ 

Il Presidente Maduro: "Il Venezuela rinascerà". E Caracas apre una nuova fase con gli USA. Articolo di Luca Bagatin

 

Il Presidente del Venezuela, il socialista Nicolas Maduro, rapito il 3 gennaio scorso, assieme alla moglie, Cilia Flores, su mandato di Trump e detenuto illegalmente negli Stati Uniti d'America, tramite i suoi canali social ha diffuso nei giorni scorsi un messaggio al popolo venezuelano e alcune sue fotografie.

Fotografie che lo mostrano sereno e sorridente, con le mani che fanno il segno “V”, di “Vittoria”.

Questo il messaggio del Presidente Maduro:

Un piccolo dono d'amore e speranza.
Invio queste foto come un piccolo dono a tutti i miei nipoti, ai ragazzi e alle ragazze, e a tutte le persone gentili che ci amano. Voglio che sappiate che restiamo saldi, con il cuore colmo del vostro amore, un amore che ci giunge trasformato in preghiera, azione costante, solidarietà e vero sostegno. Grazie infinite per ogni parola, ogni gesto, ogni benedizione.
Assaporate questo piccolo dono con gioia e speranza. Io e Cilia vi abbracciamo per sempre, con le nostre anime rivolte a voi e la nostra fede in Dio incrollabile. Come dice l'apostolo Paolo: "Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per mezzo di colui che ci ha amati" (Romani 8:37). Rimarremo forti, sereni e fiduciosi: Dio è con noi. Dio provvederà. Il Venezuela rinascerà”.

Nel frattempo, la Presidente facente funzioni, Delcy Rodriguez, in un messaggio diffuso negli scorsi giorni, ha dichiarato che l'accordo energetico venticinquennale, raggiunto con gli USA, permetterà al Paese di trasformare la ricchezza del sottosuolo in benessere sociale, posti di lavoro, sviluppo industriale e stabilità economica a lungo termine.

Tutte cose non possibili quando gli USA mantenevano le sanzioni contro il Venezuela.

La Presidente Rodriguez ha sottolineato che il Venezuela manterrà la proprietà e la sovranità sulle proprie risorse naturali e che l'obiettivo del governo socialista è di trasformare la ricchezza petrolifera in prosperità, servizi pubblici migliori, assistenza sanitaria, istruzione e infrastrutture all'avanguardia.

Abbiamo scelto la via della diplomazia con gli Stati Uniti per trasformare le nostre divergenze in cooperazione” ha sottolineato la Presidente facente funzioni.

L'accordo, secondo le stime del governo, consentirà al Venezuela di incassare circa 209 miliardi di dollari quale gettito fiscale, che sarà reinvestito in welfare e sviluppo nazionale.

La Presidente Delcy Rodriguez ha sottolineato che il governo socialista intende fare del Venezuela una potenza esportatrice, non solo di greggio, ma anche di gas e intende rafforzare il settore petrolchimico nazionale.

Luca Bagatin

https://amoreeliberta.blogspot.com