Sarà forse un caso, oppure no, ma il Premio Carlo
Magno, conferito nel 2025 alla baronessa Ursula Von Der Leyen, sembra
risultare perfettamente funzionale, nel 2026, a un rilancio politico
di Mario Draghi, la cui corsa si era arrestata proprio quando una sua
ascesa al Colle appariva imminente.
Colpisce come Mario Draghi, ogni volta che
interviene, riesca ad affermare concetti che, nell’immediatezza e
grazie alla sua indiscutibile abilità espositiva, possono apparire
ragionevoli a taluni, ma che finiscono inevitabilmente per turbare
chi non ha memoria corta e conserva ben presenti i corsi e ricorsi
della nostra Storia.
Tanto che, a ben vedere, certi suoi discorsi
sembrano talvolta rasentare l’assurdo.
In effetti, come ha
rilevato il bravissimo Gianandrea Gaiani su “La Penna nel Fianco”,
il messaggio di Draghi da Aquisgrana sembra piuttosto
contorsionistico, per non dire contorto.
Se il celebre economista
insiste sul fatto che è necessario rafforzare l’integrazione
europea come risposta alla crisi industriale, energetica e strategica
del Continente, non si avvede che molte delle difficoltà attuali
sono anche il risultato delle politiche sostenute dalle élite
europee, di cui egli è, a pieno titolo, esponente.
Stessa cosa dicasi della
profonda crisi dell’Italia, di cui fu Presidente del Consiglio dal
febbraio 2021 all'ottobre 2022.
È dall’inizio della
crisi russo-ucraina che l’Europa è divenuta meno competitiva, ma
il termine è un eufemismo, perché il rischio reale è la
de-industrializzazione. Il deserto industriale per mancanza di
energia.
Nel suo discorso, Draghi, pur rinnovando la propria
fede nell’Atlantismo, definisce gli Stati Uniti un “partner
ostile” sul piano economico e industriale. Un’espressione che
appare quantomeno contraddittoria: o si è partner oppure si è
ostili.
L’accostamento dei due termini può anche
rappresentare un efficace esercizio retorico, ma non si può
dimenticare che gli USA di allora — quelli che contribuirono ad
alimentare la crisi ucraina — erano gli stessi nel cui contesto
Victoria Nuland arrivò a pronunciare il celebre “Fuck the EU”.
Ed erano anche gli stessi ai quali Mario Draghi,
insieme agli altri leader europei, finì per allinearsi, aderendo a
uno storytelling che, secondo molti critici, ha trascinato l’Europa
verso una crisi economica e industriale senza precedenti.
Mario Draghi fu il
principale sostenitore dell’allineamento dell’Italia alla NATO
che Papa Francesco criticò con l’indimenticabile espressione
“siete andati ad abbaiare alle porte di Mosca”.
Non pago, proprio da
Aquisgrana, Mario Draghi invoca una difesa europea, ma il paradosso è
che un'Europa politica è ancora tutta da costruire e suggerisce
maggiori investimenti nell’industria militare, quando l'UE -
secondo alcune stime aggregate - già investe più della Russia.
Se abbiamo ben compreso,
il succo del discorso sarebbe questo: aumentando gli investimenti
nella difesa renderemmo più soddisfatto il socio di maggioranza
della NATO, gli Stati Uniti, definiti però allo stesso tempo un
“partner ostile”. E dovremmo farlo perché il pericolo
proverrebbe dalla Russia, un Paese che non solo non ci ha mai
attaccati né minacciati direttamente, ma che per anni ci ha fornito
gas via gasdotto a prezzi convenienti, mentre oggi acquistiamo gas
liquefatto - sia statunitense sia russo - a costi enormemente
superiori, con pesanti conseguenze per l’economia europea.
Si potrebbe quindi
concludere che chi ha sostenuto l’allineamento a Washington abbia
contribuito a provocare una crisi senza precedenti e oggi si proponga
di uscirne convertendo parte della nostra industria automobilistica
in industria bellica. Il problema è che, per costruire carri armati,
servono materie prime — a partire dall’acciaio — e grandi
quantità di energia, risorse di cui l’UE dispone sempre meno.
Non sarebbe però giusto
dimenticare che, Mario Draghi, fu quello del “Whatever it
takes”.
Allora era il 2012, Draghi era a capo della BCE e si era
distinto nell’ambito della crisi del debito sovrano impegnandosi a
salvare l’Euro dai processi di speculazione in atto, che poi
avrebbero messo in ginocchio l’anello debole della catena europea,
l’Italia, troppo grande per fallire, troppo piccola per resistere
da sola alle intemperie della speculazione finanziaria.
All'epoca, noi facevamo
parte dei PIIGS, stritolati tra spread e famelici appetiti d’oltre
Manica e soprattutto d’oltre Oceano.
Ai tempi Draghi disse
sostanzialmente a tutti di calmarsi, i mercati si rasserenarono e
passò alla Storia come il “salvatore di baracca e burattini”,
certo facendo storcere il naso ai nostri amici frugali, che speravano
di farsi un boccone di noi, di fare il bis, dopo aver soddisfatto -
poco tempo prima - i loro appetiti in Grecia.
Draghi, che è un
economista formatosi per lo più in Goldman Sachs, è espressione del
fenomeno delle “revolving doors”, ma è in ottima compagnia in
tal senso, ed è passato alla Storia anche per essere, guarda caso,
uno dei protagonisti del Britannia, il panfilo reale inglese, nel
quale, il 2 giugno 1992, si tenne un importante convegno sulle
privatizzazioni dell’economia italiana.
Perché l’Italia si
diede alle privatizzazioni, dismettendo importanti asset anche
strategici?
Un po’ per ridurre il peso dello Stato
nell’economia, un po’ per aprire i mercati alla concorrenza, ma
soprattutto perché, tra sprechi e ruberie che caratterizzano la
politica, il nostro Bel Paese aveva bisogno di far quattrini e, si
sa, che da noi i soldi nel pubblico non bastano mai.
Si iniziò a vendere, ma
c’è chi dice svendere, partecipazioni pubbliche con l’intento,
allora spacciato per lodevole, di modernizzare il sistema economico
italiano, anche in vista dei vincoli europei di Maastricht. E’ così
che IRI, Telecom, ENI, ENEL, Credito Italiano e altri colossi furono
privatizzati.
Draghi ne fu l’artefice. Il contesto
economico-politico di allora era esplosivo.
L’Italia era sotto
attacco della finanza, tanto per cambiare, e la Lira - noi ancora
battevamo moneta - era sotto scacco speculativo. Ma era anche l'epoca
della falsa rivoluzione di Tangentopoli, non certo un caso, durante
la quale si epurarono i partiti storici democratici e un'intera
classe politica che, più nel bene che nel male, aveva governato dal
1946.
Il debito pubblico era
enorme e di lì a poco saremmo persino dovuti uscire dallo SME.
Insomma, avevamo l’acqua alla gola, come spesso accade al nostro
splendido, ma peculiare Paese.
E' apparso piuttosto
singolare, per non dire allarmante, che alti funzionari italiani
discutessero di privatizzazioni con banchieri internazionali a bordo
di uno yacht inglese, anche perché, a conti fatti, abbiamo disperso
la nostra ricchezza, della quale si sono avvantaggiati Paesi in
concorrenza con noi.
Questo è uno dei motivi
per i quali il Presidente Francesco Cossiga ebbe più che delle
perplessità, anzi, fu piuttosto duro con il Mario nazionale.
Draghi,
ad Aquisgrana, il 14 maggio scorso, ha lamentato il fatto che l'UE,
per la prima volta, sarebbe sola. E questo perché Trump avrebbe da
essa preso le distanze.
Draghi, dunque, anziché
rallegrarsi per questa presa di distanza da parte di un regime che,
storicamente, anche ben prima di Trump, ha più volte violato il
diritto internazionale, sottomesso e invaso popoli liberi e sovrani,
lamenta che ci avrebbe “lasciati soli”.
Anziché cogliere l'opportunità per costruire,
finalmente, un'Europa sovrana, nel solco degli eroi antifascisti, di
matrice repubblicana mazziniana e azionista Mario Bergamo, Ernesto
Rossi, Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, ma anche Charles De Gaulle,
magari allargata alla Russia, con la quale occorrerebbe ricucire i
rapporti, lamenta il fatto che Trump sta prendendo le distanze
dall'UE.
Da una UE, peraltro, che continua ad auto-sabotarsi con
sanzioni controproducenti contro la Russia e sostenendo un'autocrazia
corrotta, né UE, né NATO.
“Il mondo che un tempo aiutava l’Europa a
generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più
frammentato e più mercantilista”, dice Draghi.
In realtà mercantilista e anti-europeo, quel mondo,
ovvero gli USA, è sempre stato. Che abbiamo ricevuto aiuti è vero
ai tempi del Piano Marshall, che fu gestito e pianificato, in Italia,
dall'ottimo Ministro socialista democratico Roberto Tremelloni. Ma
che, da allora e sempre di più negli ultimi decenni, siamo diventati
più che altro una specie di colonia statunitense, è altrettanto
vero. Ma questo, Draghi, ovviamente, omette di dirlo.
Draghi, in sostanza, non prende atto che è il mondo
ad essere cambiato e da molti anni, mentre la dirigenza UE e lui
compreso, sembrano non essersene accorti, rimanendo ancorati a
vecchie logiche da Guerra Fredda, adottando peraltro le medesime
misure ed il medesimo linguaggio di quei tempi andati.
L'unica sicurezza da garantire ai cittadini dell'UE
dovrebbe essere quella dai loro stessi sconsiderati governanti. Il
pericolo non viene dall'esterno, perché, a quanto consta, nessuno,
salvo gli USA, ha intenzione di colonizzarci una volta ancora.
Draghi poi afferma che “nemmeno la Cina offre
ancora un'alternativa”.
E perché mai ci dovrebbe essere una alternativa
agli USA? Perché mai l'Europa, che non è l'UE, non potrebbe
iniziare a camminare con le proprie gambe, in un mondo multipolare?
La Repubblica Popolare Cinese rappresenta, più che
una alternativa, un modello di intelligenza, pragmatismo, sviluppo.
La Cina è una realtà che ha saputo imparare dai suoi errori, che ha
utilizzato il capitalismo a beneficio della comunità, attraverso il
socialismo e la pianificazione oculata, aprendosi allo Stato di
diritto e mantenendo saldi nelle mani pubbliche (cosa che non hanno
fatto i Paesi UE) i settori chiave dell'economia. Investendo in
ricerca, formazione, sviluppo, tecnologia ed ecologia.
Ovvero l'esatto opposto di quanto fatto dai
governanti e dirigenti UE.
Draghi, ovviamente, tutto ciò non lo dice. Ma dice,
ancora una volta, un'assurdità, ovvero che la Cina “sta
sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia”.
Innanzitutto la Cina è partner della Russia, anche
nell'ambito dei BRICS, che è cosa diversa dal “sostenere
direttamente”. Si tenga conto che la dirigenza cinese, a differenza
della sconsiderata dirigenza UE, ha sempre lavorato, in ogni
conflitto, per la risoluzione pacifica delle controversie, attraverso
il dialogo, la diplomazia, la ricerca della verità dei fatti,
tenendo conto dei punti di vista di tutte le parti in conflitto.
In secondo luogo, la Russia probabilmente è un
avversario secondo Draghi, ma non dovrebbe esserlo di una UE, che –
prima di mettersi a sostenere un'autocrazia né UE, né NATO,
seguendo i desiderata del Presidente USA di turno (Biden), dalla
Russia dipendeva energeticamente e con la quale dovrebbe, ancora
oggi, essere in dialogo costante e, come la Cina, lavorare per la
pace e la cooperazione internazionale.
L'unica cosa corretta che Draghi ha affermato, nel
suo discorso, è che l'UE dovrebbe “riportare la partnership con
Washington su basi più eque”. Che è ciò che l'UE avrebbe
dovuto fare, ma molti decenni fa, anziché diventare una succursale
di Washington.
Lasciamo stare, poi, le considerazioni di Draghi
relative al fatto che non siamo stati in grado di costruire un
mercato interno sufficientemente profondo. L'UE, semplicemente, è un
burosauro, una holding finanziaria, una entità non realmente
democratica e piuttosto lontana dai cittadini che in Europa vivono,
ovvero dalle loro necessità, dalle loro aspettative, dalle loro
prospettive e richieste.
Draghi, con artificio retorico, ricorda che i
cittadini europei vogliono che “l'Europa agisca” che
“l’Unione europea difenda la loro libertà, prosperità e
solidarietà”. Afferma che i leader dell'UE dovrebbero fare “un
passo in più” e così via. Parole sentite e risentite nel corso
dei decenni.
Il punto è che l'Europa non c'è. Deve ancora
essere costruita. Quanto alla libertà, l'abbiamo ceduta prima agli
USA e poi alla sconsiderata dirigenza UE.
La prosperità e la solidarietà, invece, sono in
declino da molti anni.
In conclusione, riprendendo i concetti espressi
all'inizio dell'articolo, Mario Draghi è tra coloro i quali
tradirono Bettino Craxi, nel 1992, contribuendo a liquidare il
patrimonio pubblico italiano, che proprio il socialista Craxi tentava
invece di salvare, invano, dato che, poco dopo, la democratica Prima
Repubblica crollò, implose, con il beneplacito dei poteri forti
internazionali sorosiani e liberal capitalisti in combutta con
post-comunisti, leghisti e post-fascisti, anni dopo – guarda un
po' - tutti al governo e persino a sostenere il governo Draghi.
Storia nota. Che è
all'origine dei mali italiani ed europei del presente e della perdita
di democrazia sostanziale in queste realtà.
Paola Bergamo
Presidente Centro Studi
MB2 Monte Bianco – Mario Bergamo per dare un tetto all'Europa
www.centrostudimb2.eu
Luca Bagatin
Blogger, scrittore,
ideatore del pensatoio socialista e mazziniano “Amore e Libertà”
https://amoreeliberta.blogspot.com
Paola Bergamo,
imprenditrice italiana, esperta di relazioni pubbliche e
internazionali è apprezzata scrittrice e opinionista. E’
presidente del Centro Studi MB2 Monte Bianco-Mario Bergamo per dare
un tetto all’Europa (www.centrostudimb2.eu) attraverso il quale
tiene vivo il pensiero politico filosofico di suo nonno, Mario
Bergamo, politico del ‘900, perseguitato dalla dittatura fascista e
grande europeista. E’ Presidente del Circolo Culturale “La
Caduta”, think thank che si occupa di politica, geopolitica, temi
di natura filosofica, culturale e di attualità. E’ Presidente del
Premio Italiano Mario e Guido Bergamo e del Premio Scoiattolo d’Oro.
Luca Bagatin, blogger dal 2004, in passato
collaboratore del quotidiano nazionale “L’Opinione delle Libertà”
e de “La Voce Repubblicana”, oltre che di riviste di cultura
esoterica e Risorgimentale. Ha fondato nel maggio 2013 il pensatoio
(anti)politico e (contro)culturale “Amore e Libertà
(amoreeliberta.blogspot.it). Suoi articoli sono stati pubblicati in
Francia, Belgio, Serbia, Brasile e Nicaragua e tradotti anche in
tedesco e spagnolo. Ha scritto saggi sulla Storia della Massoneria,
sul mondo femminile, sul Socialismo e su figure della controcultura e
dissidenti come Eduard Limonov.