Dario Rivolta, esperto di politica internazionale, saggista e editorialista, fu deputato di Forza Italia dal 1996 al 2008 e, dal 2001 al 2008, fu responsabile della politica estera del partito guidato da Silvio Berlusconi.
Nel 2008 ricoprì il ruolo di Consigliere per l'Iraq dell'allora Vice Ministro con delega al commercio estero Adolfo Urso.
Dopo un'esperienza nel settore esportazioni di alcune aziende italiane e rappresentante in Algeria per il gruppo Finsider, fu chiamato alla Fininvest come capo della segreteria di Silvio Berlusconi. Fu l'artefice delprimo sviluppo internazionale del gruppo. Nel 1991 lasciò Berlusconi per fondare con alcuni amici una società di consulenza internazionale.
Verso la metà del 1993 collaborò alla fondazione di Forza Italia. Nel 1980 era stato già attivo in politica per un breve periodo quale Segretario del Movimento Liberale Democratico, un'organizzazione liberale che traeva ispirazione dal pensiero di Piero Gobetti ed era federata con il Partito Radicale dell'epoca.
Pur avendo abbandonato la politica attiva nel 2008, continua ad occuparsi di politica estera attraverso editoriali e conferenze, in Italia e in Europa, ed è stato visiting professor presso l’Università Bicocca a Milano e allo IESEG (Business School of Management) a Parigi e a Lille.
E' autore, insieme a Eric Jozsef, della seconda edizione del libro-intervista “Al fianco di Berlusconi – Da Cavaliere a Presidente” (FAS Editore).
Sono onorato di avere avuto la possibilità di intervistarlo, ponendogli domande di scottante attualità politica internazionale e non solo.
Luca Bagatin: In qualità di analista geopolitico, esperto di relazioni internazionali e commerciali, oltre che da ex parlamentare, lei ha spesso criticato – e non da oggi – le scelte dei dirigenti dell'UE, i quali, seguendo supinamente le direttive di Washington e Londra – in particolare appoggiando il governo ucraino - hanno finito per danneggiare gli interessi dell'UE stessa. Cosa può dirci in merito?
Dario Rivolta: Che l’atteggiamento assunto dalla Commissione e da quasi tutti gli Stati membri costituisca un grande errore politico ed economico mi sembra oramai evidente per tutti. Purtroppo, ora è difficile, se non impossibile, fare marcia indietro, soprattutto perché gli europei, visto il voltafaccia americano sulla questione, si sentono messi in un angolo e temono di diventare oggetto di scambio in un possibile accordo tra Washington e Mosca. Dire oggi che tutti seguirono pedissequamente le scelte politiche degli USA e della Gran Bretagna in merito al confronto con la Russia è vero ma solo parziale. Dentro l’Unione alcuni Stati hanno spinto sin dall’inizio per rompere con la Russia ogni forma di collaborazione e gli altri non hanno saputo o avuto il coraggio di contrapporvisi. Penso alla Polonia, ai Baltici e alla Svezia che già nel 2008 avevano chiesto e ottenuto di dar vita alla Eastern Partnership, una organizzazione ufficialmente creata per occuparsi di visti, di libero scambio economico e più in generale di “partneriato strategico”. Si indirizzava, non a caso, a stati post-sovietici quali Armenia, Azerbaigian, Georgia, Moldavia e Ucraina. Si capì da subito che, in realtà, era un modo “europeo” di “contenere” la Russia. Esattamente ciò che gli americani perseguivano sin dalla caduta dell’Unione Sovietica e che si intensificò quando fu evidente che Putin non aveva alcuna intenzione di trasformare il suo Paese in un protettorato anglo-americano. Già nel 2007, durante la “Conferenza di Monaco sulla politica di sicurezza” Putin avvertì americani ed europei che l’allargamento della NATO già avvenuto era vissuto a Mosca come un atto aggressivo e che un ulteriore allargamento avrebbe costituito una linea rossa superata la quale avrebbe richiesto una reazione russa. Ciò nonostante si sottovalutò quell’avvertimento, contando su una Russia debole che sarebbe stata costretta ad accettare, seppur di malavoglia, il fatto compiuto.
Luca Bagatin: Lei, in particolare, in un suo articolo (https://www.ore12.net/un-passo-nella-storia-da-quando-esiste-lucraina/), ha smentito – con profonde argomentazioni - il dogma dei cosiddetti governi occidentali che ritengono “intangibili in modo assoluto” i confini dell'Ucraina. Può spiegare ai lettori, brevemente, questo aspetto, che ha sia implicazioni storiche che geopolitiche?
Dario Rivolta: Ci sono due aspetti da considerare. Il primo riguarda il cosiddetto “diritto internazionale” che dovrebbe garantire la sovranità interna di ogni Paese e l’intangibilità dei confini. Questo concetto è usato dall’Occidente per condannare l’invasione russa dell’Ucraina, dimenticando però che i primi a violare tale assunto sono stati proprio gli Occidentali. Basterebbe ricordare il bombardamento della NATO contro la Serbia che fu condotto contro l’atteggiamento dell’ONU e dopo una finta negoziazione tenutasi in Francia a Rambouillet. L’allora nostro Ministro degli Esteri Lamberto Dini, che partecipò all’evento, mi disse che a lui fu subito evidente che si trattava di un finto tentativo di affrontare, negoziandolo, il problema della coesistenza di kossovari e serbi nella regione serba del Kossovo. Ciò a cui gli americani puntavano era in realtà ottenere da Milosevic un rifiuto alle condizioni, inaccettabili per ogni Stato sovrano, che gli venivano poste e giustificare così l’intervento bellico. Va inoltre aggiunto che tutta la stampa fu indottrinata per parlare di un “genocidio” in corso contro i kossovari, cosa già smentita dagli osservatori OCSE sul posto e poi definitivamente sconfessata dai medici internazionali inviati in loco a fine guerra per raccogliere possibili prove utili a processare i presunti responsabili. Altri esempi di violazioni da parte dell’Occidente del “diritto internazionale” precedenti all’invasione russa dell’Ucraina sono ciò che è stato fatto in Iraq e in Siria senza l’avallo dell’ONU. Dove stavano lì la “sacralità dei confini” e la non intromissione negli affari interni altrui? E i bombardamenti contro l’Iran? Il secondo aspetto riguarda proprio quanto, con lettura puramente storica, descrivo nell’articolo che lei cita. L’Ucraina come appare sulle carte geografiche fu inventata dai sovietici. Fino a quel momento si trattava di un territorio senza alcuna unica identità nazionale che ospitava popolazioni etnicamente e culturalmente diverse. Fu una politica staliniana quella di creare “repubbliche” composte da genti di varia nazionalità proprio per impedire che nascessero sentimenti nazionalistici comuni. La proibizione dell’uso della lingua russa in un Paese ove la “minoranza” è di almeno il 30% che si dichiara di etnia russa come la si vuol considerare?
Luca Bagatin: Coerentemente con le posizioni sostenute dal suo Presidente, Silvio Berlusconi, ma anche di moltissimi analisti geopolitici, fin dal 2014, lei ha sostenuto che l'allargamento della NATO ad Est e i tentativi di inglobare l'Ucraina nell'orbita occidentale, avrebbero finito per provocare la Russia. Così in effetti è stato. Come mai, secondo lei, moltissimi esponenti sia della politica che del mondo dei grandi media, ignorano o fingono di ignorare questo aspetto?
Dario Rivolta: Il conformismo per pavidità o per opportunismo non è nuovo tra i giornalisti e perfino tra i politici e non c’è da stupirsi. Se qualcuno volesse meglio capire come funziona nel concreto il fenomeno dovrebbe leggere un libro di un importante giornalista tedesco, Udo Ulfkotte: “Giornalisti comprati, Come i politici, i servizi segreti e l’alta finanza dirigono i mass media tedeschi” (ed. Zambon 2020). Il suo resoconto è focalizzato su ciò che accade in Germania ma il meccanismo è lo stesso anche da noi e negli altri Paesi europei. Purtroppo, dopo aver annunciato un secondo libro sull’argomento, quel giornalista è morto in età non certo avanzata.
Luca Bagatin: Come si immagina il futuro del conflitto russo-ucraino?
Dario Rivolta: Non sono preveggente ma tutto mi porterebbe a pensare che, qualora Trump riuscisse a superare gli ostacoli che i vari elementi del deep-State gli frappongono, chiuderà un accordo con Mosca imponendo le dimissioni di Zelensky, il controllo russo sul Donbass e la garanzia che l’Ucraina non entrerà mai nella NATO. È evidente che, qualora le cose andassero così, tale intesa sarà fatta sulle teste di noi europei e dobbiamo solo sperare che il risultato non sia che dovremo prenderci ciò che resta dell’Ucraina dentro l’Unione Europea. È il quadro peggiore per noi e capisco il perché a Bruxelles si cerchi di scongiurare l’intesa a due fingendo di voler davvero finanziare e nutrire la guerra “sino all’ultimo ucraino”. Nessuno crede davvero che la Russia possa essere sconfitta, ma Bruxelles sta cercando in questo modo di ritagliarsi un posto al tavolo della pace.
Luca Bagatin: E il futuro dell'UE? Ci potrebbe essere un rinnovato dialogo con la Russia?
Dario Rivolta: Ovviamente me lo auguro perché la Russia è un Paese culturalmente europeo ed economicamente converrebbe sia a noi che a loro. Tuttavia, il fatto che alla Commissione ci sia una Presidente molto moralmente discutibile, una responsabile dei rapporti internazionali che nessuno stima per l’intelligenza e uno pseudo- ministro della difesa che, come lei, proviene da Paesi totalmente marginali e noti solo per la loro russofobia non lascia sperare che i russi accettino alcuna trattativa con costoro. Purtroppo, se anche diventerà possibile, temo che non avvenga in un futuro molto vicino. Dal punto di vista politico molto dipenderà da chi saranno i politici che guideranno i Paesi europei nel prossimo futuro. Occorrono persone coraggiose e lungimiranti. Oggi non ne vedo agli alti livelli.
Luca Bagatin: Come mai, a suo avviso, mentre i politici della Prima Repubblica, quali ad esempio Bettino Craxi e Giulio Andreotti, avevano una visione multipolare e multilaterale, volta al dialogo e alla cooperazione con tutti i Paesi, pur mantenendo l'Italia nell'area Atlantica, quelli degli ultimi decenni (in particolare i post-comunisti, la sinistra DC e i post-missini) hanno finito per diventare una sorta di ultrà dell'Atlantismo, peraltro senza una visione pragmatica e lungimirante?
Dario Rivolta: Ricorda che fine hanno fatto Craxi e Andreotti? E Berlusconi? Noi europei siamo di fatto un “protettorato” americano. Distinguersi dai disegni politici di Washington è permesso solo per piccole cose e per breve tempo. Anche Meloni lo ha capito e così si spiegano i suoi comportamenti ben diversi da quelli annunciati ancor prima della campagna elettorale e, parzialmente, durante la stessa. Inoltre non va dimenticato che, Trump permettendo, gli USA sono il nostro secondo mercato di esportazione, subito dopo l’Unione Europea.
Luca Bagatin: Rispetto a solo qualche anno fa, per non parlare di qualche decennio fa, oggi il panorama informativo e il dibattito culturale sembra piuttosto votato alla censura e all'omologazione. Non so se lo percepisce tale anche lei. Sembra che oggi su alcuni argomenti, in particolare a livello internazionale, la si debba pensare tutti allo stesso modo e/o secondo un'unica narrazione. Il tifo da stadio, poi, sembra farla da padrone. Che ne pensa in merito?
Dario Rivolta: È esattamente ciò che lei dice. E non solo sui temi di politica internazionale, ma anche su questioni come il cambiamento climatico o il COVID.
Luca Bagatin: In gioventù lei fu liberale, legato al pensiero di Piero Gobetti. Oggi sembra che quel liberalismo, gobettiano, ma anche alla Ernesto Rossi, oltre ad essere spesso sconosciuto, si sia trasformato in qualcosa di lontano dal liberalismo classico. Penso a chi oggi si dice liberale, come alcuni noti esponenti politici, che mi appaiono più dei tifosi che dei liberali. Che ne pensa?
Dario Rivolta: Ho sempre ammirato la figura di Piero Gobetti e l’intelligenza di ciò che scriveva. Non sono però un liberale “liberista”. Credo piuttosto ad un liberalismo quale quello di Croce o, per molti aspetti, di Dahrendorf. Mi sento più vicino a Popper che a Von Mises e ho apprezzato la lettura di Socialismo Liberale di Carlo Rosselli. D’altra parte lei ha ragione nel ritenere che alcuni esponenti politici appaiono più “tifosi” che dei veri liberali. Mi domando anche se costoro sappiano davvero cos’è il liberalismo e se abbiano mai letto qualcuno dei testi considerati “classici”.
Luca Bagatin: Lei fu stretto collaboratore di Silvio Berlusconi fin dai tempi di Fininvest e, anni dopo, contribuì a far nascere Forza Italia. Cosa può dirci, sia di Silvio Berlusconi come uomo e politico, oltre che della stagione iniziale di Forza Italia?
Dario Rivolta: Berlusconi fu un eccezionale imprenditore, un uomo simpatico, intelligente e carismatico. Lavorare al suo fianco per me fu meraviglioso e professionalmente molto arricchente. Lui non fu mai un vero politico perché non ne aveva né la preparazione né la vocazione. Era però un “capo naturale”, sapeva affascinare i suoi interlocutori e ciò gli consentì di essere un Presidente del Consiglio piuttosto popolare nonostante gli italiani si divisero: o si stava “per lui” o “contro di lui”. Da “padrone” d’impresa sottovalutò la complessità di gestire uno Stato, realtà che, dovette scoprirlo, era molto più complicata che gestire dei dipendenti. Ciò nonostante, pur mancando su molte cose in politica interna, fece dei capolavori in politica estera proprio per il suo essere rimasto, in fondo, un imprenditore. Durante i suoi mandati le esportazioni italiane si moltiplicarono e il nostro Paese assunse una statura internazionale che mancava da un po’.
Luca Bagatin: Il suo libro “Al fianco di Berlusconi”, edito da FAS Editore, ha l'introduzione, oltre che dell'Ambasciatore Carlo Marsili, anche di Gianni De Michelis, che fu consigliere di Berlusconi, negli Anni 2000 e che anch'io ebbi modo di conoscere e di diventarne amico, in quegli anni. Pensa che una politica estera lungimirante come quella promossa da De Michelis, multilaterale e cooperante, sarà ancora possibile nel futuro, quantomeno per l'Europa?
Dario Rivolta: Come dicevo poco sopra, molto dipenderà dagli uomini che ci troveremo a guidare i nostri Paesi. Non ho però alcuna fiducia in questa Europa per nulla democratica che non è né carne né pesce. Non è una Federazione e nemmeno una Confederazione e, ancora peggio, si parla ora di togliere il vincolo dell’unanimità anche per decisioni importanti. Per un’organizzazione che non è affatto democratica ciò costituisce solo un rischio di ancora maggiore lontananza dalla popolazione. Una vera Europa Unita è una condizione sine qua non affinché Stati come il nostro (e perfino la Germania) non diventino dei paria mondiali. Occorrerebbe, invece, formare davvero una Federazione, su basi di sussidiarietà, che unifichi non solo i mercati, ma anche la finanza, gli esteri e la Difesa. Ciò è tuttavia impossibile, almeno per ora, a 27 componenti. È meglio tornare a 6, massimo 7 Stati. E avere politici intelligenti e lungimiranti.
Luca Bagatin






