giovedì 21 maggio 2026

Raul Castro nel mirino. Cuba denuncia la nuova aggressione politica da parte del regime statunitense. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 20 maggio, il governo socialista e rivoluzionario di Cuba ha espresso ferma condanna per le accuse mosse dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti d'America contro uno dei più celebri leader della Rivoluzione cubana, già Presidente di Cuba, dal 2008 al 2018 e Primo Segretario del Partito Comunista Cubano dal 2011 al 2021, ovvero Raul Castro Ruz.

Oggi quasi 95enne, l'ex Presidente e Generale viene accusato in modo provocatorio, dal regime statunitense, di aver fatto abbattere, nel febbraio 1996, due aerei legati a un'associazione anti-castrista, nei quali morirono tre cittadini statunitensi.

Il governo di Cuba ha definito tale azione una “provocazione politica” priva di legittimità e giurisdizione. Spiegando come, la sentenza statunitense, stia manipolando quell'incidente. Incidente avvenuto nello spazio aereo cubano, che – secondo il governo di Cuba - rappresentò un atto di legittima autodifesa, garantito dalla Carta delle Nazioni Unite, dalla Convenzione di Chicago del 1944 relativa all'aviazione civile internazionale e dai principi relativi alla sovranità aerea.

Il governo di Cuba ha denunciato il regime di Washington per aver distorto i fatti storici e ignorato gli avvertimenti che il governo di allora, tra il 1994 e il 1996, diramò al Dipartimento di Stato statunitense, alla Federal Aviation Administration e all'Organizzazione Internazionale dell'Aviazione Civile.

Nei rapporti, ha ricordato il governo cubano, erano dettagliatamente descritte oltre 25 violazioni dello spazio aereo cubano da parte di queste organizzazioni.

Secondo le autorità cubane, il governo statunitense dell’epoca ignorò i rapporti ufficiali inviati da L’Avana, mostrando una sostanziale complicità nelle violazioni dello spazio aereo dell'Isola.

Il governo di Cuba ha altresì affermato che gli USA, recentemente, hanno ucciso quasi 200 persone e distrutto 57 imbarcazioni nelle acque internazionali dei Caraibi e del Pacifico orientale, con il pretesto di presunti legami con il narcotraffico, tutti mai provati. Violando, ancora una volta, il diritto internazionale.

Le autorità cubane hanno sottolineato come tali accuse provocatorie contro l'ex Presidente e Generale Raul Castro Ruz siano parte dei tentativi di “costruire una narrazione fraudolenta che giustifichi il rafforzamento delle misure coercitive unilaterali, del blocco energetico e delle minacce di aggressione armata” contro Cuba.

Già da tempo messe in atto dal regime di Donald Trump.

Regime che, con Raul Castro, sembra voglia comportarsi come ha fatto con il Presidente socialista del Venezuela Nicolas Maduro, che ha rapito il 3 gennaio scorso, con accuse mai provate e in territorio venezuelano.

La Repubblica Popolare Cinese è stata fra le prime realtà geopolitiche, attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri Guo Jiakun, a condannare le azioni statunitensi e a sostenere, ancora una volta, Cuba, affermando: “Gli Stati Uniti dovrebbero cessare di usare le sanzioni e l'apparato giudiziario come strumenti di oppressione contro Cuba e astenersi dal fare minacce di forza in qualsiasi momento”.

Cuba, con i suoi medici e la sua sanità, rinomata a livello internazionale, cura il mondo. Gli Stati Uniti, con i loro “leader”, il mondo – da tempi immemorabili - lo bombardano, lo invadono, lo colonizzano. E, al loro interno, distruggono la sanità pubblica e ogni forma di giustizia sociale, minando anche le basi della convivenza civile.

Luca Bagatin

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Recensione di Paola Bergamo al libro di Piero di Nepi dal titolo: Flegrei 260XII – “Sette braccia in fondo al Tevere” e “Caravaggio all’Oratorio.

“... Don Calogero lo avrebbero preso, forse...Se e quando. Hanno deciso di servirlo in salsa Caravaggio e ci sarà pure un motivo”...

“... E’ da dieci anni almeno che si applica ai parametri geochimici dei Flegrei il calcolo statistico delle probabilità con i metodi dell’algebra bayesiana”...

Flegrei 260 XII – “Sette braccia in fondo al Tevere” è il titolo del nuovo libro del ProfessorPiero di Nepi, edito da Futura Libri di Perugia, 180 pagine che scorrono via veloci tra intrecci e intrighi che catapultano tra inquietudini del passato presente e futuro. 

Ci sono libri che scelgono il genere del giallo per intrattenere, e altri che usano il mistero come chiave per attraversare le preoccupazioni del nostro tempo. Flegrei 260XII – “Sette braccia in fondo al Tevere” e “Caravaggio all’Oratorio”appartengono decisamente alla seconda categoria. Piero Di Nepi costruisce due racconti avvincenti, tesi e perfetti per una sceneggiatura cinematografica, che scorrono con il ritmo di un thriller internazionale ma custodiscono, sotto la superficie dell’indagine, una riflessione profonda sulla memoria, sulle persecuzioni, sulla fragilità del mondo contemporaneo e sul destino dei popoli.
La protagonista, Lisa Calderasi, è una figura intensa e modernissima: tormentata, brillante, ironica, fragile e insieme determinata. Attraverso lei, Di Nepi mette in scena non soltanto un’indagine criminale, ma anche un viaggio identitario che tocca le radici ebraiche, quelle romanì, il peso della storia, il bisogno di giustizia e la difficoltà di trovare equilibrio in un tempo dominato dall’incertezza.

In Caravaggio all’Oratorio, tutto prende avvio da una vicenda che richiama la grande tradizione del noir italiano: un omicidio, la mafia, un frammento della celebre Natività di Caravaggio rubata a Palermo nel 1969, messaggi criptici e piste che si intrecciano tra arte, potere e memoria. Ma il romanzo non si limita al gioco investigativo. Di Nepi utilizza il mistero per interrogarsi sull’ossessione del controllo, sull’ambiguità delle istituzioni e sul rapporto mai risolto tra verità e potere.

In Flegrei 260XII, invece, la tensione si sposta su uno scenario ancora più inquietante: i Campi Flegrei, gigantesca caldera vulcanica che incombe come una minaccia silenziosa sul presente. Qui il thriller si intreccia con la storia, la scienza, la geopolitica e persino con i fantasmi del Novecento. Tra antichi manoscritti, servizi segreti, documenti occultati e richiami alla Shoah, il racconto assume un respiro sorprendentemente ampio, quasi visionario.

Uno degli aspetti più affascinanti del libro è proprio questa capacità di fondere registri differenti: il ritmo del romanzo d’azione, la precisione storica, la curiosità scientifica e una forte tensione etica. 
Di Nepi dimostra una rara abilità nel trasformare materiali complessi — dalla vulcanologia alla questione ebraica, dalla memoria delle persecuzioni ai conflitti contemporanei — in narrazione viva, senza mai appesantire il racconto.

La scrittura è elegante, accurata e scorrevole, ricca di immagini è costruita con un forte senso cinematografico di un Di Nepi regista della contemporaneità. Le scene sembrano spesso montate come sequenze di un film: inseguimenti, interrogatori, rivelazioni improvvise e salti temporali si alternano in un equilibrio narrativo che tiene il lettore costantemente dentro la storiae con il fiato sospeso.

Ma forse il vero cuore del libro è un altro: la necessità di ricordare. Ricordare le tragedie del passato, gli odi mai davvero scomparsi, le discriminazioni che mutano forma ma non sostanza. Il fatto che la Storia si ripresenti simile ma mai la medesima. Dietro il thriller, infatti, pulsa continuamente una domanda morale che ancora non ha adeguata risposta: cosa resta dell’umanità quando dimentica il dolore degli altri?

È per questo che Flegrei 260XII – “Sette braccia in fondo al Tevere” e “Caravaggio all’Oratorio”riesce ad andare oltre il semplice romanzo di genere. È un libro che intrattiene, certo, ma soprattutto inquieta, interroga e costringe il lettore a guardare dentro le crepe del presente. E forse è proprio qui la sua forza più autentica: nel trasformare il mistero in uno specchio del nostro tempo.
La vita di ognuno di noi, proprio come la protagonista Lisa, spesso è soggetta a un ribaltamento integrale di vita e destino, sulla scia di rovine lasciate da eventi durissimi, dalla pericolosità di una natura spesso imprevedibile a di rado amichevole tanto che, vulcani all’apparenza da secoli addormentati mettono i decisori politici innanzi alla difficoltà di decisioni impopolari per eventi che certamente stanno per accadere ma non è dato di sapere quando...

Paola Bergamo

Presidente Centro Studi MB2 Monte Bianco – Mario Bergamo per dare un tetto all'Europa

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mercoledì 20 maggio 2026

Cina e Russia rilanciano la cooperazione strategica contro l’unilateralismo. Articolo di Luca Bagatin

 

Molto atteso l'incontro fra il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping e il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, avvenuto il 20 maggio.

Per quest'ultimo è stata la 25esima visita, considerando anche che, negli ultimi trent'anni, il livello delle relazioni fra Russia e Cina si è molto rafforzato, in un quadro di partnership strategica globale.

Il Presidente Xi ha sottolineato come, entrambe le parti, dovrebbero continuare a sostenersi, nella tutela dei reciproci interessi e rafforzare la comunicazione e lo scambio strategico, ad ogni livello.

Egli ha ribadito la necessità di un rafforzamento della cooperazione e del coordinamento, volti allo sviluppo reciprocamente vantaggioso, in particolare in organismi quali le Nazioni Unite, l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), i BRICS e l'APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), contribuendo anche a salvaguardare l'ordine ed il diritto internazionale e ad unire il Sud del mondo.

Il Presidente cinese ha spiegato come, tanto la Cina quanto la Russia, dovrebbero approfondire l'allineamento fra il Quindicesimo Piano Quinquennale cinese (2026 – 2030) e la strategia di sviluppo russa ed ha esortato a cogliere l'iniziativa di scambio studentesco bilaterale come occasione di ulteriore approfondimento nell'ambito della cooperazione fra università e istituti di ricerca.

Il Presidente Xi ha poi ricordato come, entrambi i Paesi, dovrebbero opporsi ad ogni forma di “prepotenza unilaterale” e ad ogni azione “volta ad invertire il corso della Storia”, facendo particolarmente riferimento a quelle provocazioni volte a negare gli esiti della Seconda Guerra Mondiale, che vorrebbero far rivivere un oscuro passato, fatto di fascismo e militarismo, che entrambi i Paesi hanno contribuito, a prezzo di milioni di vite, ad eradicare (la Russia nella Grande Guerra Patriottica; la Cina nella Guerra di Resistenza Popolare cinese contro l'aggressione giapponese).

Il Presidente Putin ha affermato come la cooperazione fra i due Paesi non sia né influenzata dai cambiamenti geopolitici odierni, né rivolta contro altri soggetti ed ha espresso soddisfazione per il livello raggiunto dai rapporti fra i due Paesi, fondati su rispetto reciproco e cooperazione bilaterale.

Entrambe le parti hanno concordato di mantenere uno stretto coordinamento strategico e di continuare a collaborare al fine di sostenere scopi e principi della Carta delle Nazioni Unite e di salvaguardare sicurezza e stabilità globali.

In quanto membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e importanti Paesi leader a livello mondiale, Cina e Russia dovrebbero adottare una prospettiva strategica e di lungo termine, promuovere lo sviluppo e la rivitalizzazione dei rispettivi Paesi attraverso un coordinamento strategico globale di qualità ancora superiore e adoperarsi per rendere il sistema di governance globale più giusto e ragionevole”, ha dichiarato il Presidente Xi Jinping.

Relativamente alla situazione in Medio Oriente, il Presidente cinese ha affermato, ancora una volta, che tutte le ostilità devono cessare e che solo una risoluzione rapida del conflitto potrebbe attenuare le interruzioni energetiche e commerciali a livello globale, causate dal conflitto in corso.

Entrambe le parti hanno, ancora una volta, fermamente condannato l'attacco contro l'Iran da parte di USA e Israele e anche il rapimento del Presidente socialista venezuelano Nicolas Maduro da parte degli USA.

Entrambe palesi violazioni del diritto internazionale e causa di “danni irreparabili alle fondamenta dell'ordine mondiale formatosi dopo la Seconda Guerra Mondiale, nonché alle basi civili della comunicazione interstatale”, ha spiegato il Presidente Xi.

Putin, da parte sua, ha spiegato di voler collaborare con la Cina per promuovere la diversità delle civiltà e favorire un ordine internazionale equo, giusto e multipolare, salvaguardando l'autorità delle Nazioni Unite.

Luca Bagatin

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martedì 19 maggio 2026

“Ritratti del Socialismo” di Luca Bagatin: oltre le divisioni della Storia, un’alternativa al liberal-capitalismo

 

È uscita per la Mario Pascale Editore la seconda edizione, riccamente ampliata, del saggio “Ritratti del Socialismo” di Luca Bagatin, con prefazione di Ananda Craxi, nipote dell’ex Presidente del Consiglio Bettino Craxi.

Il volume, come si legge nel retro di copertina, “ricostruisce l’evoluzione del pensiero e dell’azione socialista attraverso una vasta galleria di profili storici e politici”. Un percorso che attraversa due secoli di Storia, partendo dalle radici risorgimentali e sansimoniane di Giuseppe Garibaldi e Napoleone III, sino a giungere alle esperienze contemporanee del socialismo latinoamericano e del modello cinese.

L’autore si cimenta in una complessa operazione di chiarificazione storica e culturale, cercando di distinguere il socialismo delle origini – caratterizzato da una forte impronta comunitaria, patriottica e autogestionaria – dalla moderna sinistra liberale e progressista. Attraverso l’analisi di figure centrali come Bettino Craxi, descritto come “l’ultimo dei socialisti europei” e critico anticipatore della globalizzazione, così come di pensatori eterodossi quali Jean-Claude Michéa, Bagatin delinea una possibile alternativa al capitalismo assoluto contemporaneo.

In tutti i suoi scritti, così come nel suo approccio alla quotidianità, Luca Bagatin appare animato da un principio spirituale preciso: “riunire ciò che è sparso”. Un principio che, nella tradizione alchemico-iniziatica, rimanda al ritorno all’unità primordiale e all’integrità spirituale, ma che, nel linguaggio politico e culturale contemporaneo, assume il significato del superamento delle polarizzazioni ideologiche e della ricostruzione di legami storici e umani interrotti.

In “Ritratti del Socialismo” questo approccio anti-dogmatico e anti-confessionale costituisce l’ossatura stessa del saggio. In particolare, le correnti della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864 – socialista, mazziniana, garibaldina, anarchica e marxista – vengono raccontate con la volontà di ricucire ciò che la Storia, le divisioni ideologiche e i conflitti politici hanno separato.

Ciò che accomuna tali esperienze, secondo la prospettiva dell’autore, è infatti un nucleo condiviso fondato sulla giustizia sociale, sull’emancipazione civile, sulla sovranità nazionale e sull’indipendenza economica: elementi che Bagatin ritiene siano stati progressivamente erosi tanto dal dogmatismo ideologico quanto dalla globalizzazione liberal-capitalista.

Per l’autore, il vero conflitto non risiede tanto nelle differenti tradizioni del socialismo, quanto nei processi di sopraffazione, sfruttamento e mercificazione che investono non soltanto la sfera economica, ma anche quella culturale e umana.

Numerose sono le figure e le epoche storiche affrontate nel volume, trattate con un approccio che rifugge tanto la retorica quanto il pregiudizio. Accanto a Giuseppe e Anita Garibaldi, Luigi Napoleone Bonaparte, Paul Lafargue, Edmondo De Amicis e Alceste De Ambris, trovano spazio figure quali Camillo Berneri, Angelica Balabanoff, l’esperienza dannunziana e quella machnovista. Ampio spazio è inoltre dedicato alla storia del PSDI, con particolare riferimento a Roberto Tremelloni, Alberto Simonini, Pietro Longo e Antonio Cariglia; al liberalsocialismo dei fratelli Rosselli; all’anarchismo di Errico Malatesta; al repubblicanesimo sociale di Mario e Guido Bergamo; sino al nazionalbolscevismo di Ernst Niekisch ed Eduard Limonov.

La ricca bibliografia del saggio invita inoltre all’approfondimento di tematiche raramente affrontate nel dibattito contemporaneo. Fra queste, il socialismo con caratteristiche cinesi, analizzato dalle origini del Partito Comunista Cinese – attraverso la figura del democratico e antimperialista Chen Duxiu – sino alla Repubblica Popolare Cinese contemporanea, approfondita e letta dall’Autore come una realtà pragmatica e orientata a coniugare modernizzazione e centralità della comunità.

Il volume affronta inoltre, attraverso le testimonianze di esponenti del PCUS come il riformista leninista Egor Ligaciov, le ragioni della dissoluzione dell’URSS e le possibili prospettive di riforma del socialismo sovietico che avrebbero potuto evitare le profonde fratture geopolitiche emerse nello spazio post-sovietico, oggi percorso da conflitti.

Ampi capitoli sono dedicati anche a figure come Gianni De Michelis, Paolo Pillitteri – dei quali Bagatin fu amico – Bettino Craxi, Lucio Colletti, François Mitterrand, Nicolae Ceaușescu (grazie in particolare a un saggio del prof. Giancarlo Elia Valori, che del leader rumeno fu amico), così come al Peronismo, al Sandinismo e al Socialismo del XXI Secolo latinoamericano, esperienze nelle quali l’autore individua ancora oggi tracce della lezione risorgimentale italiana, trasmessa attraverso l’emigrazione mazziniana e garibaldina e influenzata anche da ambienti massonici e teosofici.

In un’epoca in cui, dagli anni Novanta ad oggi, il socialismo europeo e occidentale appare progressivamente snaturato e dissolto - come ampiamente viene spiegato nel saggio stesso - Luca Bagatin ripercorre dunque Storia, idee e protagonisti di una tradizione di emancipazione civile, umana e sociale che il saggio considera tuttora attuale.

“Ritratti del Socialismo” si propone così non soltanto come ricostruzione del passato, ma anche come strumento di riflessione critica sul presente e sulle trasformazioni economiche, politiche e sociali dell’età contemporanea.

Luca Bagatin ha già pubblicato saggi dedicati alla Storia della Massoneria, al mondo femminile, al socialismo-populismo democratico e a figure della controcultura e del dissenso come Eduard Limonov. 

Suoi articoli sono stati pubblicati in Francia, Belgio, Serbia, Brasile e Nicaragua, nonché tradotti in tedesco e spagnolo. È inoltre redattore della rivista di geopolitica “BRICS & Friends”, anch’essa edita da Mario Pascale Editore.

Il saggio è acquistabile in tutti i maggiori store: 

https://www.amazon.it/Ritratti-del-socialismo-Luca-Bagatin/dp/B0GYVGYTPG

https://www.ibs.it/ritratti-del-socialismo-libro-luca-bagatin/e/9791282370158

https://www.lafeltrinelli.it/ritratti-del-socialismo-libro-luca-bagatin/e/9791282370158

lunedì 18 maggio 2026

L’Europa di Draghi non è l’Europa dei popoli. Articolo di Paola Bergamo e Luca Bagatin

 

Sarà forse un caso, oppure no, ma il Premio Carlo Magno, conferito nel 2025 alla baronessa Ursula Von Der Leyen, sembra risultare perfettamente funzionale, nel 2026, a un rilancio politico di Mario Draghi, la cui corsa si era arrestata proprio quando una sua ascesa al Colle appariva imminente.

Colpisce come Mario Draghi, ogni volta che interviene, riesca ad affermare concetti che, nell’immediatezza e grazie alla sua indiscutibile abilità espositiva, possono apparire ragionevoli a taluni, ma che finiscono inevitabilmente per turbare chi non ha memoria corta e conserva ben presenti i corsi e ricorsi della nostra Storia.

Tanto che, a ben vedere, certi suoi discorsi sembrano talvolta rasentare l’assurdo.

In effetti, come ha rilevato il bravissimo Gianandrea Gaiani su “La Penna nel Fianco”, il messaggio di Draghi da Aquisgrana sembra piuttosto contorsionistico, per non dire contorto.

Se il celebre economista insiste sul fatto che è necessario rafforzare l’integrazione europea come risposta alla crisi industriale, energetica e strategica del Continente, non si avvede che molte delle difficoltà attuali sono anche il risultato delle politiche sostenute dalle élite europee, di cui egli è, a pieno titolo, esponente.

Stessa cosa dicasi della profonda crisi dell’Italia, di cui fu Presidente del Consiglio dal febbraio 2021 all'ottobre 2022.

È dall’inizio della crisi russo-ucraina che l’Europa è divenuta meno competitiva, ma il termine è un eufemismo, perché il rischio reale è la de-industrializzazione. Il deserto industriale per mancanza di energia.

Nel suo discorso, Draghi, pur rinnovando la propria fede nell’Atlantismo, definisce gli Stati Uniti un “partner ostile” sul piano economico e industriale. Un’espressione che appare quantomeno contraddittoria: o si è partner oppure si è ostili.

L’accostamento dei due termini può anche rappresentare un efficace esercizio retorico, ma non si può dimenticare che gli USA di allora — quelli che contribuirono ad alimentare la crisi ucraina — erano gli stessi nel cui contesto Victoria Nuland arrivò a pronunciare il celebre “Fuck the EU”.

Ed erano anche gli stessi ai quali Mario Draghi, insieme agli altri leader europei, finì per allinearsi, aderendo a uno storytelling che, secondo molti critici, ha trascinato l’Europa verso una crisi economica e industriale senza precedenti.

Mario Draghi fu il principale sostenitore dell’allineamento dell’Italia alla NATO che Papa Francesco criticò con l’indimenticabile espressione “siete andati ad abbaiare alle porte di Mosca”.

Non pago, proprio da Aquisgrana, Mario Draghi invoca una difesa europea, ma il paradosso è che un'Europa politica è ancora tutta da costruire e suggerisce maggiori investimenti nell’industria militare, quando l'UE - secondo alcune stime aggregate - già investe più della Russia.

Se abbiamo ben compreso, il succo del discorso sarebbe questo: aumentando gli investimenti nella difesa renderemmo più soddisfatto il socio di maggioranza della NATO, gli Stati Uniti, definiti però allo stesso tempo un “partner ostile”. E dovremmo farlo perché il pericolo proverrebbe dalla Russia, un Paese che non solo non ci ha mai attaccati né minacciati direttamente, ma che per anni ci ha fornito gas via gasdotto a prezzi convenienti, mentre oggi acquistiamo gas liquefatto - sia statunitense sia russo - a costi enormemente superiori, con pesanti conseguenze per l’economia europea.

Si potrebbe quindi concludere che chi ha sostenuto l’allineamento a Washington abbia contribuito a provocare una crisi senza precedenti e oggi si proponga di uscirne convertendo parte della nostra industria automobilistica in industria bellica. Il problema è che, per costruire carri armati, servono materie prime — a partire dall’acciaio — e grandi quantità di energia, risorse di cui l’UE dispone sempre meno.

Non sarebbe però giusto dimenticare che, Mario Draghi, fu quello del “Whatever it takes”.
Allora era il 2012, Draghi era a capo della BCE e si era distinto nell’ambito della crisi del debito sovrano impegnandosi a salvare l’Euro dai processi di speculazione in atto, che poi avrebbero messo in ginocchio l’anello debole della catena europea, l’Italia, troppo grande per fallire, troppo piccola per resistere da sola alle intemperie della speculazione finanziaria.

All'epoca, noi facevamo parte dei PIIGS, stritolati tra spread e famelici appetiti d’oltre Manica e soprattutto d’oltre Oceano.

Ai tempi Draghi disse sostanzialmente a tutti di calmarsi, i mercati si rasserenarono e passò alla Storia come il “salvatore di baracca e burattini”, certo facendo storcere il naso ai nostri amici frugali, che speravano di farsi un boccone di noi, di fare il bis, dopo aver soddisfatto - poco tempo prima - i loro appetiti in Grecia.
Draghi, che è un economista formatosi per lo più in Goldman Sachs, è espressione del fenomeno delle “revolving doors”, ma è in ottima compagnia in tal senso, ed è passato alla Storia anche per essere, guarda caso, uno dei protagonisti del Britannia, il panfilo reale inglese, nel quale, il 2 giugno 1992, si tenne un importante convegno sulle privatizzazioni dell’economia italiana.

Perché l’Italia si diede alle privatizzazioni, dismettendo importanti asset anche strategici?
Un po’ per ridurre il peso dello Stato nell’economia, un po’ per aprire i mercati alla concorrenza, ma soprattutto perché, tra sprechi e ruberie che caratterizzano la politica, il nostro Bel Paese aveva bisogno di far quattrini e, si sa, che da noi i soldi nel pubblico non bastano mai.

Si iniziò a vendere, ma c’è chi dice svendere, partecipazioni pubbliche con l’intento, allora spacciato per lodevole, di modernizzare il sistema economico italiano, anche in vista dei vincoli europei di Maastricht. E’ così che IRI, Telecom, ENI, ENEL, Credito Italiano e altri colossi furono privatizzati.
Draghi ne fu l’artefice. Il contesto economico-politico di allora era esplosivo.

L’Italia era sotto attacco della finanza, tanto per cambiare, e la Lira - noi ancora battevamo moneta - era sotto scacco speculativo. Ma era anche l'epoca della falsa rivoluzione di Tangentopoli, non certo un caso, durante la quale si epurarono i partiti storici democratici e un'intera classe politica che, più nel bene che nel male, aveva governato dal 1946.

Il debito pubblico era enorme e di lì a poco saremmo persino dovuti uscire dallo SME. Insomma, avevamo l’acqua alla gola, come spesso accade al nostro splendido, ma peculiare Paese.

E' apparso piuttosto singolare, per non dire allarmante, che alti funzionari italiani discutessero di privatizzazioni con banchieri internazionali a bordo di uno yacht inglese, anche perché, a conti fatti, abbiamo disperso la nostra ricchezza, della quale si sono avvantaggiati Paesi in concorrenza con noi.

Questo è uno dei motivi per i quali il Presidente Francesco Cossiga ebbe più che delle perplessità, anzi, fu piuttosto duro con il Mario nazionale.
Draghi, ad Aquisgrana, il 14 maggio scorso, ha lamentato il fatto che l'UE, per la prima volta, sarebbe sola. E questo perché Trump avrebbe da essa preso le distanze.

Draghi, dunque, anziché rallegrarsi per questa presa di distanza da parte di un regime che, storicamente, anche ben prima di Trump, ha più volte violato il diritto internazionale, sottomesso e invaso popoli liberi e sovrani, lamenta che ci avrebbe “lasciati soli”.

Anziché cogliere l'opportunità per costruire, finalmente, un'Europa sovrana, nel solco degli eroi antifascisti, di matrice repubblicana mazziniana e azionista Mario Bergamo, Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, ma anche Charles De Gaulle, magari allargata alla Russia, con la quale occorrerebbe ricucire i rapporti, lamenta il fatto che Trump sta prendendo le distanze dall'UE.
Da una UE, peraltro, che continua ad auto-sabotarsi con sanzioni controproducenti contro la Russia e sostenendo un'autocrazia corrotta, né UE, né NATO.

Il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista”, dice Draghi.

In realtà mercantilista e anti-europeo, quel mondo, ovvero gli USA, è sempre stato. Che abbiamo ricevuto aiuti è vero ai tempi del Piano Marshall, che fu gestito e pianificato, in Italia, dall'ottimo Ministro socialista democratico Roberto Tremelloni. Ma che, da allora e sempre di più negli ultimi decenni, siamo diventati più che altro una specie di colonia statunitense, è altrettanto vero. Ma questo, Draghi, ovviamente, omette di dirlo.

Draghi, in sostanza, non prende atto che è il mondo ad essere cambiato e da molti anni, mentre la dirigenza UE e lui compreso, sembrano non essersene accorti, rimanendo ancorati a vecchie logiche da Guerra Fredda, adottando peraltro le medesime misure ed il medesimo linguaggio di quei tempi andati.

L'unica sicurezza da garantire ai cittadini dell'UE dovrebbe essere quella dai loro stessi sconsiderati governanti. Il pericolo non viene dall'esterno, perché, a quanto consta, nessuno, salvo gli USA, ha intenzione di colonizzarci una volta ancora.

Draghi poi afferma che “nemmeno la Cina offre ancora un'alternativa”.

E perché mai ci dovrebbe essere una alternativa agli USA? Perché mai l'Europa, che non è l'UE, non potrebbe iniziare a camminare con le proprie gambe, in un mondo multipolare?

La Repubblica Popolare Cinese rappresenta, più che una alternativa, un modello di intelligenza, pragmatismo, sviluppo. La Cina è una realtà che ha saputo imparare dai suoi errori, che ha utilizzato il capitalismo a beneficio della comunità, attraverso il socialismo e la pianificazione oculata, aprendosi allo Stato di diritto e mantenendo saldi nelle mani pubbliche (cosa che non hanno fatto i Paesi UE) i settori chiave dell'economia. Investendo in ricerca, formazione, sviluppo, tecnologia ed ecologia.

Ovvero l'esatto opposto di quanto fatto dai governanti e dirigenti UE.

Draghi, ovviamente, tutto ciò non lo dice. Ma dice, ancora una volta, un'assurdità, ovvero che la Cina “sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia”.

Innanzitutto la Cina è partner della Russia, anche nell'ambito dei BRICS, che è cosa diversa dal “sostenere direttamente”. Si tenga conto che la dirigenza cinese, a differenza della sconsiderata dirigenza UE, ha sempre lavorato, in ogni conflitto, per la risoluzione pacifica delle controversie, attraverso il dialogo, la diplomazia, la ricerca della verità dei fatti, tenendo conto dei punti di vista di tutte le parti in conflitto.

In secondo luogo, la Russia probabilmente è un avversario secondo Draghi, ma non dovrebbe esserlo di una UE, che – prima di mettersi a sostenere un'autocrazia né UE, né NATO, seguendo i desiderata del Presidente USA di turno (Biden), dalla Russia dipendeva energeticamente e con la quale dovrebbe, ancora oggi, essere in dialogo costante e, come la Cina, lavorare per la pace e la cooperazione internazionale.

L'unica cosa corretta che Draghi ha affermato, nel suo discorso, è che l'UE dovrebbe “riportare la partnership con Washington su basi più eque”. Che è ciò che l'UE avrebbe dovuto fare, ma molti decenni fa, anziché diventare una succursale di Washington.

Lasciamo stare, poi, le considerazioni di Draghi relative al fatto che non siamo stati in grado di costruire un mercato interno sufficientemente profondo. L'UE, semplicemente, è un burosauro, una holding finanziaria, una entità non realmente democratica e piuttosto lontana dai cittadini che in Europa vivono, ovvero dalle loro necessità, dalle loro aspettative, dalle loro prospettive e richieste.

Draghi, con artificio retorico, ricorda che i cittadini europei vogliono che “l'Europa agisca” che “l’Unione europea difenda la loro libertà, prosperità e solidarietà”. Afferma che i leader dell'UE dovrebbero fare “un passo in più” e così via. Parole sentite e risentite nel corso dei decenni.

Il punto è che l'Europa non c'è. Deve ancora essere costruita. Quanto alla libertà, l'abbiamo ceduta prima agli USA e poi alla sconsiderata dirigenza UE.

La prosperità e la solidarietà, invece, sono in declino da molti anni.

In conclusione, riprendendo i concetti espressi all'inizio dell'articolo, Mario Draghi è tra coloro i quali tradirono Bettino Craxi, nel 1992, contribuendo a liquidare il patrimonio pubblico italiano, che proprio il socialista Craxi tentava invece di salvare, invano, dato che, poco dopo, la democratica Prima Repubblica crollò, implose, con il beneplacito dei poteri forti internazionali sorosiani e liberal capitalisti in combutta con post-comunisti, leghisti e post-fascisti, anni dopo – guarda un po' - tutti al governo e persino a sostenere il governo Draghi.

Storia nota. Che è all'origine dei mali italiani ed europei del presente e della perdita di democrazia sostanziale in queste realtà.

Paola Bergamo

Presidente Centro Studi MB2 Monte Bianco – Mario Bergamo per dare un tetto all'Europa

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Luca Bagatin

Blogger, scrittore, ideatore del pensatoio socialista e mazziniano “Amore e Libertà”

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Paola Bergamo, imprenditrice italiana, esperta di relazioni pubbliche e internazionali è apprezzata scrittrice e opinionista. E’ presidente del Centro Studi MB2 Monte Bianco-Mario Bergamo per dare un tetto all’Europa (www.centrostudimb2.eu) attraverso il quale tiene vivo il pensiero politico filosofico di suo nonno, Mario Bergamo, politico del ‘900, perseguitato dalla dittatura fascista e grande europeista. E’ Presidente del Circolo Culturale “La Caduta”, think thank che si occupa di politica, geopolitica, temi di natura filosofica, culturale e di attualità. E’ Presidente del Premio Italiano Mario e Guido Bergamo e del Premio Scoiattolo d’Oro.

Luca Bagatin, blogger dal 2004, in passato collaboratore del quotidiano nazionale “L’Opinione delle Libertà” e de “La Voce Repubblicana”, oltre che di riviste di cultura esoterica e Risorgimentale. Ha fondato nel maggio 2013 il pensatoio (anti)politico e (contro)culturale “Amore e Libertà (amoreeliberta.blogspot.it). Suoi articoli sono stati pubblicati in Francia, Belgio, Serbia, Brasile e Nicaragua e tradotti anche in tedesco e spagnolo. Ha scritto saggi sulla Storia della Massoneria, sul mondo femminile, sul Socialismo e su figure della controcultura e dissidenti come Eduard Limonov.

sabato 16 maggio 2026

Contro l’embargo USA, anche la Russia rilancia il sostegno a Cuba. Articolo di Luca Bagatin

 

Mentre il regime di Trump continua a voler soffocare Cuba, inasprendo l'ideologico embargo che dura dal 1962, imponendo dazi ai Paesi che le vendono petrolio e introducendo misure restrittive alle banche straniere che collaborano con essa, oltre che agli operatori economici che vorrebbero investire a Cuba, la Russia ribadisce la sua volontà di continuare ad assistere l'Isola caraibica.

Un sostegno che si aggiunge a quello già garantito da Cina, Brasile, Messico, Colombia e Spagna.

Il Ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, incontrando il suo omologo cubano Bruno Rodriguez, alla riunione dei Ministri degli Esteri del gruppo BRICS a Nuova Delhi, ha ribadito la disponibilità della Russia di fornire a L'Avana il “necessario sostegno politico, diplomatico e materiale in un contesto di escalation senza precedenti”, confermando inoltre la posizione russa favorevole alla cessazione immediata dell'embargo economico, commerciale e finanziario statunitense imposto a Cuba. Una posizione sostenuta da tempo anche da Repubblica Popolare Cinese, Brasile, Messico, Colombia e Spagna.

Durante la riunione dei Ministri degli Esteri dei Paesi BRICS, il Ministro Rodriguez ha denunciato il regime statunitense anche per la minaccia di attacco militare diretto contro il Paese.

Secondo il rapporto del Ministero degli Esteri cubano, i danni causati dall'embargo statunitense hanno superato i 170 miliardi di dollari.

Luca Bagatin

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giovedì 14 maggio 2026

Trump a Pechino: il tramonto dell’unilateralismo statunitense. Articolo di Luca Bagatin

E alla fine Trump – sconfitto da un Iran che resiste; non in grado nemmeno di far cambiare governo al Venezuela (nonostante il rapimento del suo legittimo Presidente) e alle prese – come ricorda l'ottimo Pino Arlacchi nel suo articolo su Il Fatto Quotidiano - “con un deficit commerciale bilaterale di quasi mille miliardi di dollari, dazi che hanno aumentato i prezzi americani senza ridurre le importazioni cinesi, e un apparato militare che i wargames del Pentagono descrivono come perdente in una guerra contro la Cina”, andò a Pechino e elogiò, giustamente, il Presidente cinese Xi Jinping, definendolo, più volte, un “grande leader”.

La Repubblica Popolare Cinese, del resto, è sempre stata aperta al dialogo e alla cooperazione e, dunque, dialoga anche con Trump e di buon grado, offrendogli anche un banchetto di benvenuto nella Grande Sala del Popolo.

Il Presidente Xi ha sottolineato che la relazione fra Cina e Stati Uniti è la più importante nel mondo di oggi e ha sottolineato, in merito: “Dobbiamo farla funzionare e non rovinarla mai”, spiegando che ogni possibile scontro fra entrambe le parti porterebbe alla sconfitta di entrambe, mentre la cooperazione fra le due parti garantisce, a entrambe, mutuo vantaggio.

Xi ha sottolineato, ancora una volta, come le parti debbano assumersi la responsabilità storica e guidare la nave delle relazioni sino-statunitensi in modo fermo, volto a garantire pace, stabilità, prosperità e progresso nel mondo.

Trump, del resto, si è trovato concorde su tutta la linea.

Relativamente all'incontro fra i due leader, è intervenuto anche il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, il quale, in conferenza stampa, interpellato dai giornalisti, ha spiegato le linee guida della stabilità nelle relazioni sino-statunitensi: “”Stabilità strategica costruttiva” significa stabilità positiva con la cooperazione come pilastro, stabilità sana con competizione entro limiti appropriati, stabilità costante con divergenze gestibili e stabilità duratura con una pace auspicabile”.

Relativamente alla questione di Taiwan, il portavoce ha spiegato come il Presidente Xi, durante i colloqui con Trump, abbia sottolineato che essa deve essere gestita in modo corretto, in caso contrario i due Paesi potrebbero scontrarsi ed entrare in conflitto.

Egli ha spiegato come la salvaguardia di pace e stabilità nello Stretto di Taiwan rappresenti il comune denominatore fra Cina e Stati Uniti.

Taiwan, del resto, storicamente e come stabilito anche dalla risoluzione ONU nr. 2759 del 25 ottobre 1971, votata ad ampia maggioranza, è parte integrante della Repubblica Popolare Cinese, che ne è l'unica legittima rappresentante.

Tale incontro sembra, una volta di più, mostrare al mondo come siamo entrati a pieno titolo nell'era multipolare, ovvero alla fine del dominio unilaterale dell'Impero statunitense e dei suoi alleati e satelliti in UE e non solo.

Un Impero che, ancora oggi, vorrebbe fare la voce grossa, usando i soliti vecchi strumenti suprematisti bianchi e neo-colonialisti, ma che ormai si scontrano con popolazioni e Paesi con sistemi differenti e che rappresentano la maggioranza del mondo e che non accettano più di essere sottomessi al suprematismo bianco occidentale liberale e capitalista.

Paesi che, con la loro capacità di resilienza/resistenza, oculatezza nella gestione politica e economica e con la capacità di usare il sistema capitalista non già per l'egoismo di pochi, ma a beneficio delle comunità, come sta facendo da decenni la Repubblica Popolare Cinese, oggi stanno ampiamente surclassando il cosiddetto Occidente.

Occidente che, nel corso degli ultimi decenni, in particolare, ha fatto di tutto per auto-sabotarsi, con sanzioni controproducenti e controproducenti sostegni a autocrazie corrotte, nazionaliste, colonialiste e separatiste.

I fatti stanno parlando da tempo e Trump, che in un primo tempo pensava di mettere i bastoni fra le ruote alla Cina e ai BRICS, con le sue assurde e controproducenti mosse in Venezuela, Iran e dazi vari, si sta ritrovando con il cerino in mano e, probabilmente, visto l'esito dell'incontro a Pechino, ne sta prendendo atto.

Del resto, se da una parte abbiamo una potenza – la Cina – che ha saputo imparare dai suoi errori, nel corso della sua Lunga Marcia, dal 1949 ad oggi, pianificando, ragionando, creando sinergie, partnership, cooperazione e lavorando a beneficio della comunità, nazionale e globale, dall'altra abbiamo Paesi liberal capitalisti che ragionano come ai tempi della Guerra Fredda. Che economicamente arrancano, si auto-sabotano, elevano muri, sanzionano chi non la pensa come loro, si deindustrializzano, non sono in grado né soprattutto vogliono dialogare e porre attenzione alle ragioni di tutte le parti in causa nei conflitti. Conflitti spesso iniziati e innescati da loro stessi.

Mentre la Cina, da decenni, cerca di guidare e emancipare i Paesi del Sud del mondo (cooperando con essi, togliendo i dazi), nei Paesi liberal capitalisti si esalta l'immigrazione come fenomeno positivo, perché gli immigrati fanno lavori che “gli europei non vogliono più fare” (ma, in realtà, sarebbe bene che ricomincino a fare e che siano anche pagati adeguatamente e non sottopagati come avviene ora!).

Senza comprendere che l'immigrazione e il conseguente sfruttamento degli immigrati è fenomeno drammatico, causato spessissimo da guerre fomentate da un Occidente guerrafondaio e colonialista. Fenomeno che di positivo non ha proprio nulla.

L'unico aspetto positivo dovrebbe essere l'emancipazione dei Paesi del Terzo e Quarto Mondo e la cooperazione internazionale. Così come un'economia fondata sulla produzione e lo scambio di beni reali (e non sulla finanza internazionale e l'oligarchia di pochi) ed un settore pubblico efficiente, che pianifichi e che ponga la comunità al primo posto, ovvero che investa in formazione, ricerca, sanità e istruzione pubbliche. Non in sciocchi riarmi che servono solo a chi si rifiuta di fare i conti con la propria Storia e con il proprio suprematismo bianco “liberale”, ma che con la libertà non ha nulla a che spartire e che sicuramente è opposto alla democrazia, che è il primato della comunità, della sovranità, indipendenza e eguaglianza di tutti i cittadini che la compongono.

Luca Bagatin

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