Più che un evento
artistico e musicale, sembra essere sempre stato un evento mediatico
di massa, di propaganda politica, peggio ancora se quest'anno fosse
di guerra, in un'epoca in cui abbiamo bisogno di pace,
ragionevolezza, lotta alla povertà, come ha recentemente
sottolineato anche il Presidente socialista del Brasile Lula da
Silva.
Il Festival di Sanremo
merita di essere ricordato per un solo e unico evento, ovvero quando
è stato messo a nudo, nel senso artistico e politico del termine,
nel 1992, da Cavallo Pazzo, al secolo Mario Appignani.
La sua incursione fuori
programma, volta a interrompere la kermesse mediatica baudiana, fu
memorabile e, forse, compresa da pochi.
Con il suo “Sono
Cavallo Pazzo, questo Festival è truccato”, Mario Appignani fu
emblematico e mise a nudo il sistema televisivo-mediatico che è
truccato in quanto lontano dalla realtà delle persone; volto a
illudere il pubblico della bontà o meno di certe cose, in modo da
far dimenticare i veri problemi che affliggono questo povero Paese,
sempre più povero.
Cavallo Pazzo,
personaggio pasoliniano sia per la sua amicizia con Pasolini che per
il suo stile provocatorio, aveva già “smascherato”,
goliardicamente, nel 1977, Gandalf il Viola, personaggio mascherato
che si era autoproclamato leader degli Indiani Metropolitani, mentre
faceva propaganda per il PCI (partito più conformista che comunista)
- in una fantomatica conferenza stampa - accanto a un giovane Massimo
d'Alema (ne possiamo ritrovare ancora traccia su YouTube a questo
link: https://www.youtube.com/watch?v=0B7Y9iUsJ9Y)
Cavallo Pazzo, lui sì
vero leader anticonformista degli Indiani Metropolitani, aveva saputo
– per tutta la sua pur breve vita – mettere alla berlina – in
modo goliardico e scanzonato - il potere politico e mediatico,
esattamente come fecero gli scrittori e attivisti Hunter S. Thompson
e Eduard Limonov.
Per questo vorrei
ricordarlo con un articolo che scrissi nel 2015, che fu pubblicato da
diverse testate e finanche, recentemente, nel saggio “Sbatti il
matto in prima pagina” (Donzelli Editore) del prof. Pier Maria
Furlan, ordinario di psichiatria all'Università di Torino.
E vorrei farlo perché
Cavallo Pazzo, dalla sua infanzia nei brefotrofi lager, nei quali
ebbe a soffrire ciò che nessun bambino dovrebbe mai soffrire, sino
alla sua maturità (nella quale divenne amico di Bettino Craxi, che
peraltro lo sostenne – anche dal suo esilio di Hammamet - negli
anni in cui fu colpito da AIDS), dimostrò sempre di essere un
dissidente integrale, un artista poliedrico, un attivista politico
come pochissimi ce ne sono stati ce ne saranno, nella Storia.
MARIO APPIGNANI: UN
RAGAZZO ALL'INFERNO
articolo di Luca
Bagatin dell'11 maggio 2015
Molti si ricorderanno di
Mario Appignani detto “Cavallo Pazzo” per le sue incursioni
televisive al Festival di Sanremo o a quello di Venezia, tentando di
arraffare il microfono ed interrompere un compassato Pippo Baudo.
Oppure le sue incursioni allo stadio le domeniche pomeriggio degli
Anni '90.
Mario è morto di AIDS
nel 1996 ed allora Pippo Baudo, che non conosceva la storia di
Appignani, disse che era affetto da “una complessa forma di
esibizionismo” che “non aveva niente da dire”.
In realtà Mario
Appignani, romano, classe 1954, sin dal 1975, ebbe molto da dire,
forse anche più di quanto l'emblema della mediaticità
nazional-popolare baudiana, intrisa, questa sì, di esibizionismo
catodico, abbia mai avuto da dire dal dopoguerra sino ad oggi.
Quando aveva appena 19
anni, Mario Appignani, scrisse infatti un bellissimo libro
autobiografico che non è più distribuito da tempo: “Un ragazzo
all'inferno”. Il saggio è edito da Roberto Napoleone, con
l'introduzione di Lamberto Antonelli e con prefazione di Marco
Pannella, l'unico politico che diede voce a questo ragazzo
emarginato, senza famiglia, che visse sin dall'età di 6 anni fra
brefotrofi, orfanotrofi, manicomi, case di cura e di “rieducazione”.
Il piccolo Mario,
infatti, è figlio di Tina, una prostituta - avviata a sua volta alla
prostituzione dalla madre - che non lo può mantenere e così lo
lascia sui gradini di una chiesa. E' così che passerà sotto la
“tutela” dello Stato, con i suoi istituti che fanno parte
dell'Opera Nazionale Maternità ed Infanzia (OMNI), istituita dal
fascismo e gestite materialmente dalla Chiesa cattolica, ricevendo
sovvenzioni statali.
Istituti che, in realtà,
sono dei veri e propri lager che, proprio grazie alle denunce di
Mario Appignani ed all'intervento di Pannella e dei radicali, sono
state chiuse definitivamente nel 1975.
“Un ragazzo
all'inferno” è un libro toccante e brutale, a tratti tenero come
tenero è il cuore di Mario, ragazzo che è diventato uno
“scapestrato” (bisognerebbe poi capire se lo è stato per davvero
però!) dopo anni di abusi e sevizie da parte delle suore, dei suoi
compagni, dei direttori, delle forze di polizia e della politica
dell'epoca - dalla clerico-fascista DC sino all'indifferente e
connivente sinistra - sorda di fronte all'esistenza di bambini e
ragazzi poveri e senza famiglia.
E' agghiacciante pensare
che, quanto accaduto a Mario ed ai suoi compagni, accadeva
nell'Italia “repubblicana” di solo quarant'anni fa ! E'
agghiacciante pensare che anche l'Italia “repubblicana” e
“antifascista” abbia avuto i suoi lager e che in essi ci
finissero i “reietti” della società, ancorché bambini (sarebbe
da chiedersi se questo i vari Pippo Baudo ed i vari Bruno Vespa,
sostenitori strenui della DC lo sapessero!).
Mario ci racconta di
quando entrò per la prima volta in un brefotrofio, all'età di soli
sei anni. E' gestito da suore tutt'altro che buone cristiane, che fra
le altre cose somministrano ai bambini dei pasti scarsissimi – al
limite della denutrizione – e spesso pieni di insetti. Le
punizioni, poi, sono da lager nazista: i bambini sono spesso
costretti a rimanere sul balcone, all'esterno, in pieno inverno, con
le sole mutandine addosso.
E' in una situazione come
questa che Mario conosce Francesco, un bambino di 8 anni. Francesco e
Mario si incontrano sul balcone dell'istituto e si riscaldano
abbracciandosi vicendevolmente. La punizione di Mario termina prima
di quella di Francesco e così quest'ultimo è costretto a rimanere
da solo al freddo. Da allora di Francesco non se ne saprà più nulla
sino a che, un anno dopo, il giardiniere ne troverà il cadavere
nell'orto, putrefatto ed irriconoscibile. Un caso che sarà
insabbiato per sempre anche dai carabinieri, per non far ricadere lo
scandalo sull'intero istituto, sovvenzionato dall'OMNI (sic !).
Mario, sarà
successivamente trasferito in un altro istituto, diretto da quella
suor Diletta Pagliuca che finirà in carcere proprio grazie alle
denunce di Mario, anni dopo. Qui i bambini sono spesso legati ai loro
letti con dei lucchetti, costretti a defecarsi ed urinarsi addosso,
privi di lenzuola e coperte.
Con il passare degli anni
Mario, da un'istituto all'altro, da una punizione all'altra come le
docce fredde ed i sassolini sotto alle ginocchia, impara a non fare
la spia e spesso è costretto anche a soccombere agli appetiti
sessuali dei suoi compagni, a mentire, a rubare gli indumenti degli
altri come gli altri rubano i suoi: a prevalere è la legge del più
forte, la legge della giungla.
E' così che tenterà il
suicidio all'età di dodici anni e sarà trasferito alla Neuro,
ovvero l'anticamera del manicomio.
Isolandosi sempre di più,
Mario, ad ogni modo, scoprirà l'interesse per la lettura: dai
fumetti passa a letture impegnate come Balzac, Kafka, Proust,
Flaubert, Boudelaire, Dumas, Stevenson, Jack London, Palazzeschi,
Moravia e Marinetti. E poi alla passione per l'ascolto della musica
classica, in particolare di Beethoven.
Il suo è un modo per
emanciparsi, per elevarsi da quella vita di dolore e vessazioni. Ma
ci sarà spazio anche per l'amore. Amore omosessuale per un suo
compagno, Cesare, che Mario descrive teneramente nel suo libro e che
deve essere “nascosto” perché i costumi ipocriti dell'epoca –
impregnati di bigotto cattolicesimo - impongono che sia così, sia
per gli omosessuali, ma anche per gli eterosessuali.
Mario trova tutto ciò
assurdo, così come è assurdo il comportamento delle suore e dei
preti degli orfanotrofi. E' un comportamento che stride con il
messaggio di Cristo, che Mario ama moltissimo ed infatti egli scrive:
“L'idea del Cristo che è
morto per noi, nella sua infinita bontà, mi esalta, mi affascina, mi
turba. Ma tutto viene spazzato via (…) da questa cerimonia
stucchevole, da questa finzione”. Ed ancora Mario
ricorda che il Cristo diceva
“Amatevi come fratelli”. Cosa che di rado accade negli
orfanotrofi...
Mario ritiene poi –
come sostenevano anche gli intellettuali omosessuali Dario Bellezza e
Massimo Consoli - che l'omosessualità negli orfanotrofi sia spesso
una conseguenza della natura sessuofoba della nostra società, che
rende estremamente difficili i rapporti fra un ragazzo ed una
ragazza. Aspetto appunto tipico delle comunità ristrette come gli
orfanotrofi, che sono delle comunità omosessuali per eccellenza in
quanto composte da persone dello stesso sesso.
Nel momento in cui avrà
modo di prestare servizio volontario presso la Croce Rossa, Mario
avrà quindi anche la possibilità di uscire dall'istituto nel quale
è recluso. E si innamorerà di Katia, che purtuttavia scoprirà
essere una prostituta e ciò lo deluderà moltissimo.
Nel frattempo finirà
anche in galera, accusato di un furto che non aveva mai commesso in
realtà e, una volta uscito, per mantenersi, assieme ad un suo ex
compagno di collegio, inizierà a prostituirsi, ma finirà in galera
ancora allorquando deciderà di tenersi una tessera appartenente ad
un componente della Guardia di Finanza che aveva trovato a terra,
solo per non pagare il cinema e che la polizia gli troverà addosso.
Curioso a dirsi, ma Mario
scoprirà persino di avere un fratellastro, Giulio, il quale tenterà
di metterlo in contatto con il patrigno, che purtuttavia lo rifiuterà
e con la madre, Tina, che per la prima volta Mario incontrerà al
Policlinico, al capezzale della sorellastra quattordicenne, la quale
aveva appena tentato il suicidio. Ma, fondamentalmente, rimarrà
deluso nell'apprendere che lei l'aveva abbandonato e che lo Stato
italiano, anziché fornire un assegno mensile alla madre per il suo
mantenimento, ha preferito affidarlo agli istituti dell'OMNI.
Solo l'incontro con Don
Mario Picchi, che dirige il Centro Italiano di Solidarietà, gli
permetterà di avere una sistemazione degna di questo nome e sarà
proprio questo buon prete che lo esorterà a scrivere, appunto, la
sua storia.
Mario, come scrive
all'inizio ed alla fine di “Un ragazzo all'inferno”, è
disilluso. Non pensa che il racconto della sua storia serva a
qualcuno ed invece... Ed invece, grazie a Marco Pannella ed al
Partito Radicale nel quale il giovane Mario militerà per alcuni
anni, le cose inizieranno presto a cambiare, per quanto concerne gli
istituti, gli orfanotrofi, i brefotrofi e parecchie persone saranno
portate alla sbarra, fra cui la terribile suor Diletta Pagliuca.
Mario Appignani, nel
corso degli Anni '70, grazie alla sua “cultura stramba”, come
amava definirla, fu anche rappresentante degli Indiani Metropolitani,
un gruppo libertario che, in Italia, si ispirò alla Beat Generation
di Kerouac e Ginsberg e la sua vicenda politica e controculturale è
raccontata da un suo compagno di militanza – Marco Erler – nel
saggio “Assalto alla diligenza. Quando Appignani rinacque Cavallo
Pazzo” edito da Memori alcuni anni fa (e riedito da Curcio nel
2018 n.d.A.).
Come Marco Erler, penso
anch'io che la vicenda di Mario Appignani non vada dimenticata.
E penso che anche le sue
scorribande televisive, negli Anni '90, pochi anni prima di morire,
siano emblematiche. Era il suo modo goliardico ed irriverente per
denunciare la società dello spettacolo e dei media, retti dall'uomo
simbolo di una DC che pur stava tramontando per lasciare spazio alla
sua continuità inculturale, ovvero al berlusconismo: Pippo Baudo.
Oggi i tempi sono per
molti versi cambiati, ma penso che “Un ragazzo all'inferno”, di
cui saranno anche scaduti i diritti editoriale da tempo, dovrebbe
essere ripubblicato, a beneficio dei più e dei meno giovani.
Affinché sappiano che cosa accadeva agli emarginati, appena
quarant'anni fa in Italia. Affinché ciò non accada mai più, perché
non c'è peggior olocausto, non c'è peggior genocidio di quello
compiuto da uno Stato che si autoproclama “democratico” o
“repubblicano” e nei fatti non lo è.
Uno Stato, quello
italiano che, ad ogni modo, i poveri e gli emarginati – tanto cari
a Pasolini ma non alle destre ed alle sinistre - non li ha mai potuti
sopportare.
E che, grazie ad
Appignani, intellettuale e politico autodidatta che sulla sua pelle e
sulla sua anima ha pagato un prezzo altissimo, hanno avuto, per una
volta, una pur timida voce.
Luca Bagatin
www.amoreeliberta.blogspot.it