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venerdì 3 febbraio 2023

Celebriamo la memoria di "Cavallo Pazzo" Mario Appignani, non il Festival di Sanremo. Articolo di Luca Bagatin

Più che un evento artistico e musicale, sembra essere sempre stato un evento mediatico di massa, di propaganda politica, peggio ancora se quest'anno fosse di guerra, in un'epoca in cui abbiamo bisogno di pace, ragionevolezza, lotta alla povertà, come ha recentemente sottolineato anche il Presidente socialista del Brasile Lula da Silva.

Il Festival di Sanremo merita di essere ricordato per un solo e unico evento, ovvero quando è stato messo a nudo, nel senso artistico e politico del termine, nel 1992, da Cavallo Pazzo, al secolo Mario Appignani.

La sua incursione fuori programma, volta a interrompere la kermesse mediatica baudiana, fu memorabile e, forse, compresa da pochi.

Con il suo “Sono Cavallo Pazzo, questo Festival è truccato”, Mario Appignani fu emblematico e mise a nudo il sistema televisivo-mediatico che è truccato in quanto lontano dalla realtà delle persone; volto a illudere il pubblico della bontà o meno di certe cose, in modo da far dimenticare i veri problemi che affliggono questo povero Paese, sempre più povero.

Cavallo Pazzo, personaggio pasoliniano sia per la sua amicizia con Pasolini che per il suo stile provocatorio, aveva già “smascherato”, goliardicamente, nel 1977, Gandalf il Viola, personaggio mascherato che si era autoproclamato leader degli Indiani Metropolitani, mentre faceva propaganda per il PCI (partito più conformista che comunista) - in una fantomatica conferenza stampa - accanto a un giovane Massimo d'Alema (ne possiamo ritrovare ancora traccia su YouTube a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=0B7Y9iUsJ9Y)

Cavallo Pazzo, lui sì vero leader anticonformista degli Indiani Metropolitani, aveva saputo – per tutta la sua pur breve vita – mettere alla berlina – in modo goliardico e scanzonato - il potere politico e mediatico, esattamente come fecero gli scrittori e attivisti Hunter S. Thompson e Eduard Limonov.

Per questo vorrei ricordarlo con un articolo che scrissi nel 2015, che fu pubblicato da diverse testate e finanche, recentemente, nel saggio “Sbatti il matto in prima pagina” (Donzelli Editore) del prof. Pier Maria Furlan, ordinario di psichiatria all'Università di Torino.

E vorrei farlo perché Cavallo Pazzo, dalla sua infanzia nei brefotrofi lager, nei quali ebbe a soffrire ciò che nessun bambino dovrebbe mai soffrire, sino alla sua maturità (nella quale divenne amico di Bettino Craxi, che peraltro lo sostenne – anche dal suo esilio di Hammamet - negli anni in cui fu colpito da AIDS), dimostrò sempre di essere un dissidente integrale, un artista poliedrico, un attivista politico come pochissimi ce ne sono stati ce ne saranno, nella Storia.

MARIO APPIGNANI: UN RAGAZZO ALL'INFERNO

articolo di Luca Bagatin dell'11 maggio 2015

Molti si ricorderanno di Mario Appignani detto “Cavallo Pazzo” per le sue incursioni televisive al Festival di Sanremo o a quello di Venezia, tentando di arraffare il microfono ed interrompere un compassato Pippo Baudo. Oppure le sue incursioni allo stadio le domeniche pomeriggio degli Anni '90.

Mario è morto di AIDS nel 1996 ed allora Pippo Baudo, che non conosceva la storia di Appignani, disse che era affetto da “una complessa forma di esibizionismo” che “non aveva niente da dire”.

In realtà Mario Appignani, romano, classe 1954, sin dal 1975, ebbe molto da dire, forse anche più di quanto l'emblema della mediaticità nazional-popolare baudiana, intrisa, questa sì, di esibizionismo catodico, abbia mai avuto da dire dal dopoguerra sino ad oggi.

Quando aveva appena 19 anni, Mario Appignani, scrisse infatti un bellissimo libro autobiografico che non è più distribuito da tempo: “Un ragazzo all'inferno”. Il saggio è edito da Roberto Napoleone, con l'introduzione di Lamberto Antonelli e con prefazione di Marco Pannella, l'unico politico che diede voce a questo ragazzo emarginato, senza famiglia, che visse sin dall'età di 6 anni fra brefotrofi, orfanotrofi, manicomi, case di cura e di “rieducazione”.

Il piccolo Mario, infatti, è figlio di Tina, una prostituta - avviata a sua volta alla prostituzione dalla madre - che non lo può mantenere e così lo lascia sui gradini di una chiesa. E' così che passerà sotto la “tutela” dello Stato, con i suoi istituti che fanno parte dell'Opera Nazionale Maternità ed Infanzia (OMNI), istituita dal fascismo e gestite materialmente dalla Chiesa cattolica, ricevendo sovvenzioni statali.

Istituti che, in realtà, sono dei veri e propri lager che, proprio grazie alle denunce di Mario Appignani ed all'intervento di Pannella e dei radicali, sono state chiuse definitivamente nel 1975.

“Un ragazzo all'inferno” è un libro toccante e brutale, a tratti tenero come tenero è il cuore di Mario, ragazzo che è diventato uno “scapestrato” (bisognerebbe poi capire se lo è stato per davvero però!) dopo anni di abusi e sevizie da parte delle suore, dei suoi compagni, dei direttori, delle forze di polizia e della politica dell'epoca - dalla clerico-fascista DC sino all'indifferente e connivente sinistra - sorda di fronte all'esistenza di bambini e ragazzi poveri e senza famiglia.

E' agghiacciante pensare che, quanto accaduto a Mario ed ai suoi compagni, accadeva nell'Italia “repubblicana” di solo quarant'anni fa ! E' agghiacciante pensare che anche l'Italia “repubblicana” e “antifascista” abbia avuto i suoi lager e che in essi ci finissero i “reietti” della società, ancorché bambini (sarebbe da chiedersi se questo i vari Pippo Baudo ed i vari Bruno Vespa, sostenitori strenui della DC lo sapessero!).

Mario ci racconta di quando entrò per la prima volta in un brefotrofio, all'età di soli sei anni. E' gestito da suore tutt'altro che buone cristiane, che fra le altre cose somministrano ai bambini dei pasti scarsissimi – al limite della denutrizione – e spesso pieni di insetti. Le punizioni, poi, sono da lager nazista: i bambini sono spesso costretti a rimanere sul balcone, all'esterno, in pieno inverno, con le sole mutandine addosso.

E' in una situazione come questa che Mario conosce Francesco, un bambino di 8 anni. Francesco e Mario si incontrano sul balcone dell'istituto e si riscaldano abbracciandosi vicendevolmente. La punizione di Mario termina prima di quella di Francesco e così quest'ultimo è costretto a rimanere da solo al freddo. Da allora di Francesco non se ne saprà più nulla sino a che, un anno dopo, il giardiniere ne troverà il cadavere nell'orto, putrefatto ed irriconoscibile. Un caso che sarà insabbiato per sempre anche dai carabinieri, per non far ricadere lo scandalo sull'intero istituto, sovvenzionato dall'OMNI (sic !).

Mario, sarà successivamente trasferito in un altro istituto, diretto da quella suor Diletta Pagliuca che finirà in carcere proprio grazie alle denunce di Mario, anni dopo. Qui i bambini sono spesso legati ai loro letti con dei lucchetti, costretti a defecarsi ed urinarsi addosso, privi di lenzuola e coperte.

Con il passare degli anni Mario, da un'istituto all'altro, da una punizione all'altra come le docce fredde ed i sassolini sotto alle ginocchia, impara a non fare la spia e spesso è costretto anche a soccombere agli appetiti sessuali dei suoi compagni, a mentire, a rubare gli indumenti degli altri come gli altri rubano i suoi: a prevalere è la legge del più forte, la legge della giungla.

E' così che tenterà il suicidio all'età di dodici anni e sarà trasferito alla Neuro, ovvero l'anticamera del manicomio.

Isolandosi sempre di più, Mario, ad ogni modo, scoprirà l'interesse per la lettura: dai fumetti passa a letture impegnate come Balzac, Kafka, Proust, Flaubert, Boudelaire, Dumas, Stevenson, Jack London, Palazzeschi, Moravia e Marinetti. E poi alla passione per l'ascolto della musica classica, in particolare di Beethoven.

Il suo è un modo per emanciparsi, per elevarsi da quella vita di dolore e vessazioni. Ma ci sarà spazio anche per l'amore. Amore omosessuale per un suo compagno, Cesare, che Mario descrive teneramente nel suo libro e che deve essere “nascosto” perché i costumi ipocriti dell'epoca – impregnati di bigotto cattolicesimo - impongono che sia così, sia per gli omosessuali, ma anche per gli eterosessuali.

Mario trova tutto ciò assurdo, così come è assurdo il comportamento delle suore e dei preti degli orfanotrofi. E' un comportamento che stride con il messaggio di Cristo, che Mario ama moltissimo ed infatti egli scrive: “L'idea del Cristo che è morto per noi, nella sua infinita bontà, mi esalta, mi affascina, mi turba. Ma tutto viene spazzato via (…) da questa cerimonia stucchevole, da questa finzione”. Ed ancora Mario ricorda che il Cristo diceva “Amatevi come fratelli”. Cosa che di rado accade negli orfanotrofi...

Mario ritiene poi – come sostenevano anche gli intellettuali omosessuali Dario Bellezza e Massimo Consoli - che l'omosessualità negli orfanotrofi sia spesso una conseguenza della natura sessuofoba della nostra società, che rende estremamente difficili i rapporti fra un ragazzo ed una ragazza. Aspetto appunto tipico delle comunità ristrette come gli orfanotrofi, che sono delle comunità omosessuali per eccellenza in quanto composte da persone dello stesso sesso.

Nel momento in cui avrà modo di prestare servizio volontario presso la Croce Rossa, Mario avrà quindi anche la possibilità di uscire dall'istituto nel quale è recluso. E si innamorerà di Katia, che purtuttavia scoprirà essere una prostituta e ciò lo deluderà moltissimo.

Nel frattempo finirà anche in galera, accusato di un furto che non aveva mai commesso in realtà e, una volta uscito, per mantenersi, assieme ad un suo ex compagno di collegio, inizierà a prostituirsi, ma finirà in galera ancora allorquando deciderà di tenersi una tessera appartenente ad un componente della Guardia di Finanza che aveva trovato a terra, solo per non pagare il cinema e che la polizia gli troverà addosso.

Curioso a dirsi, ma Mario scoprirà persino di avere un fratellastro, Giulio, il quale tenterà di metterlo in contatto con il patrigno, che purtuttavia lo rifiuterà e con la madre, Tina, che per la prima volta Mario incontrerà al Policlinico, al capezzale della sorellastra quattordicenne, la quale aveva appena tentato il suicidio. Ma, fondamentalmente, rimarrà deluso nell'apprendere che lei l'aveva abbandonato e che lo Stato italiano, anziché fornire un assegno mensile alla madre per il suo mantenimento, ha preferito affidarlo agli istituti dell'OMNI.

Solo l'incontro con Don Mario Picchi, che dirige il Centro Italiano di Solidarietà, gli permetterà di avere una sistemazione degna di questo nome e sarà proprio questo buon prete che lo esorterà a scrivere, appunto, la sua storia.

Mario, come scrive all'inizio ed alla fine di “Un ragazzo all'inferno”, è disilluso. Non pensa che il racconto della sua storia serva a qualcuno ed invece... Ed invece, grazie a Marco Pannella ed al Partito Radicale nel quale il giovane Mario militerà per alcuni anni, le cose inizieranno presto a cambiare, per quanto concerne gli istituti, gli orfanotrofi, i brefotrofi e parecchie persone saranno portate alla sbarra, fra cui la terribile suor Diletta Pagliuca.

Mario Appignani, nel corso degli Anni '70, grazie alla sua “cultura stramba”, come amava definirla, fu anche rappresentante degli Indiani Metropolitani, un gruppo libertario che, in Italia, si ispirò alla Beat Generation di Kerouac e Ginsberg e la sua vicenda politica e controculturale è raccontata da un suo compagno di militanza – Marco Erler – nel saggio “Assalto alla diligenza. Quando Appignani rinacque Cavallo Pazzo” edito da Memori alcuni anni fa (e riedito da Curcio nel 2018 n.d.A.).

Come Marco Erler, penso anch'io che la vicenda di Mario Appignani non vada dimenticata.

E penso che anche le sue scorribande televisive, negli Anni '90, pochi anni prima di morire, siano emblematiche. Era il suo modo goliardico ed irriverente per denunciare la società dello spettacolo e dei media, retti dall'uomo simbolo di una DC che pur stava tramontando per lasciare spazio alla sua continuità inculturale, ovvero al berlusconismo: Pippo Baudo.

Oggi i tempi sono per molti versi cambiati, ma penso che “Un ragazzo all'inferno”, di cui saranno anche scaduti i diritti editoriale da tempo, dovrebbe essere ripubblicato, a beneficio dei più e dei meno giovani. Affinché sappiano che cosa accadeva agli emarginati, appena quarant'anni fa in Italia. Affinché ciò non accada mai più, perché non c'è peggior olocausto, non c'è peggior genocidio di quello compiuto da uno Stato che si autoproclama “democratico” o “repubblicano” e nei fatti non lo è.

Uno Stato, quello italiano che, ad ogni modo, i poveri e gli emarginati – tanto cari a Pasolini ma non alle destre ed alle sinistre - non li ha mai potuti sopportare.

E che, grazie ad Appignani, intellettuale e politico autodidatta che sulla sua pelle e sulla sua anima ha pagato un prezzo altissimo, hanno avuto, per una volta, una pur timida voce.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

lunedì 29 agosto 2022

"Sbatti il matto in prima pagina", interessante saggio sulla questione psichiatrica prima della legge Basaglia, di Pier Maria Furlan

Desidero segnalare questo interessante saggio di Pier Maria Furlan (1943 -2022), già ordinario di psichiatria dell’Università di Torino.

Probabilmente presto o tardi lo recensirò anche. 

Il libro contiene, peraltro, anche un mio articolo dedicato a Mario Appignani detto "Cavallo Pazzo", artista e leader del movimento politico e controculturale degli "Indiani Metropolitani".

Un saggio molto importante, per non dimenticare i maltrattamenti subiti dagli ultimi. 

Affinché ciò non accada mai più.

Luca Bagatin 

In dieci anni, tra il 1968 e il 1978, matura il clima che porterà l’Italia, primo paese al mondo, alla chiusura dei manicomi. In questo contesto il ruolo dei quotidiani è fondamentale: grazie alle loro inchieste e alle interviste, cronisti, inviati e opinionisti contribuiscono a sensibilizzare l’opinione pubblica sugli orrori nascosti dentro le mura degli ospedali psichiatrici, dove poveri, anziani, omosessuali e bambini disabili vengono di rado curati e quasi sempre segregati e maltrattati, sino a far perdere loro ogni dignità umana. 

Attraverso gli articoli delle maggiori testate giornalistiche nazionali, questo lavoro ricostruisce la storia di quegli anni così significativi: a raccontarla sono i protagonisti della cultura del tempo, da Indro Montanelli ad Angelo Del Boca, da Dacia Maraini a Natalia Aspesi, ma anche intellettuali internazionali come Michel Foucault, Noam Chomsky e Jean-Paul Sartre. 

Migliaia di personaggi e oltre mille articoli di giornale per ricostruire la cultura dell’epoca, l’ignavia e le controversie attorno alla malattia mentale: medici che non vedono, sindacati che proteggono i propri iscritti, partiti attenti a non urtare gli elettori e lo stesso Franco Basaglia contrario alla legge che porta il suo nome. 

Emerge uno scenario diverso da quello generalmente immaginato, nel quale diventano evidenti i retroscena dei controversi atteggiamenti dei politici, che contrastano le aperture progressiste di innovatori ormai dimenticati. 

Nel 1978, dopo anni di dibattito intensissimo, anche grazie alla diffusione dei quotidiani, la situazione non può più essere ignorata: quelli che il Ministro della Sanità, Luigi Mariotti, nel 1965 aveva definito «lager», chiudono finalmente i battenti.

Autore

Pier Maria Furlan
Pier Maria Furlan, ordinario di psichiatria dell’Università di Torino, è stato vicerettore, preside della II Facoltà di medicina, vicepresidente della Conferenza nazionale presidi. Primo direttore universitario di un Dipartimento di salute mentale e patologia delle dipendenze, ha chiuso il manicomio di Collegno. Presidente e consigliere di numerose società scientifiche internazionali e nazionali, è distinguished fellow dell’American Psychological Association (Apa). È stato consigliere del Ministero dell’Istruzione, segretario generale dell’Università italo-francese, membro della Fondazione San Patrignano, esperto Anvur. È autore di circa trecento titoli, tra pubblicazioni scientifiche e libri. 

da: https://www.donzelli.it/libro/9788868434823

domenica 12 maggio 2019

Ancora un ricordo di Mario Appignani, Cavallo Pazzo


Questa è una foto storica.
Fra Marco Pannella e Oriana Fallaci c'è Mario Appignani, al XX secolo Cavallo Pazzo.
Fra un politico di razza e una fine giornalista c'è un freak, uno "sconciato", uno di noi, che forse meglio di altri ha incarnato, per averle vissute sulla sua pelle, molte lotte di liberAzione.
Figlio di una prostituta, cresciuto in un brefotrofio fra violenze e umiliazioni di ogni genere, Appignani divenne il simbolo e il portavoce della lotta contro gli orfanotrofi lager.
Con il suo spirito autodidatta e battagliero fu uno dei leader degli Indiani Metropolitani.
Primo dei disturbatori televisivi. Romanista incallito.
Nel mio imminente saggio "Amore e Libertà - Manifesto per la Civiltà dell'Amore" un intero capitolo è dedicato a lui (il mio pezzo è riportato anche alla voce di Wikipedia "Mario Appignani", tratto dal quotidiano "L'Opinione delle Libertà"), come anche a lui è dedicato il pensatoio da me fondato, "Amore e Libertà", appunto.
Cavallo Pazzo è nei nostri (bianchi) cuori perché è uno di noi. Un fricchettone che molto ha sofferto e che ha sempre pensato con la sua testa.

Luca Bagatin

giovedì 20 settembre 2018

L'assalto alla diligenza di Cavallo Pazzo al XX secolo Mario Appignani. Un ex ragazzo all'inferno, oggi in Paradiso. Articolo di Luca Bagatin

"Mamma, mi ammazzano !" queste le ultime parole di Pier Paolo Pasolini prima di essere barbaramente ucciso all'Idroscalo di Ostia quel tragico 2 novembre 1975.
Il cantore dell'innocenza, il fustigatore della società dello spettacolo e dei consumi, il profeta contro il capitalismo assoluto, il poeta, non c'era più.
Quel poeta che fu, per Cavallo Pazzo, al XX secolo Mario Appignani, un padre ideale.
Di Mario scrissi in un mio lungo articolo, nel maggio 2015 (http://amoreeliberta.blogspot.com/2015/05/in-ricordo-di-mario-appignani-un.html), pubblicato anche dal quotidiano nazionale "L'Opinione", quando ancora vi scrivevo, raccontandone la straziante vicenda giovanile. Figlio di Tina, una prostituta, vivrà sin quasi alla maggiore età negli istituti-lager dell'Opera Nazionale Maternità e Infanzia (OMNI), seviziato e torturato, come tutti i bambini orfani della sua generazione affidati a quelle assai poco amorevoli cure statali, retaggio del regime clericofascista.
Istituti che proprio lui, grazie al libro denuncia "Un ragazzo all'inferno", contribuirà - nel 1975, a far chiudere, facendo arrestare la suora-aguzzina Diletta Pagliuca.
Quello fu, possiamo dirlo, il suo primo e coraggioso atto politico.
Tutta la vita di Mario Appignani fu, nei fatti, una manifestazione politica vissuta in prima persona.
E la sua vicenda è raccontata dal suo amico e compagno militante di sempre, ovvero Marco Erler detto "Nuvola Rossa", che ha dato alle stampe per la Armando Curcio Editore una riedizione cresciuta di due capitoli, considerata definitiva dall'autore - con tanto di fotografie - del suo romanzo biografico "Assalto alla Diligenza", con prefazioni e ricordi di Lucia Visca, Carlo Caracciolo, Renato Nicolini, Marco Grispigni, Nicola Caracciolo e postfazioni di Massimo Tosti e Tinto Brass.
Ringrazio Marco Erler per avermi regalato questo suo romanzo, che è un documento preziosissimo per chiunque volesse conoscere meglio la storia politica, umana e controculturale di Cavallo Pazzo, romano, classe 1954, leader degli Indiani Metropolitani di Roma o, meglio, di Piazza Navona.
"Assalto alla Diligenza" è peraltro uno spaccato di Storia patria che va dalla metà degli Anni '70 alla metà degli Anni '90. Dagli Anni della Contestazione agli Anni di Fango, per cosi dire.
E' la storia di Cavallo Pazzo e Nuvola Rossa, più giovane di lui di soli quattro anni, i due indiani che assaltano la diligenza del Potere e lo fanno con tutta la passione del loro essere neanche maggiorenni e proseguiranno negli anni a venire, con nel cuore D'Annunzio, Garibaldi e quel loro immortale maestro: Pier Paolo Pasolini.
E' il settembre 1973 quando i due si conoscono, casualmente, al funerale di Anna Magnani. Mario, appena diciottenne, è elegantissimo, con un mazzo di rose rosse in mano. Marco, invece, ha marinato la scuola, la quinta ginnasio. E' un minorenne timido, di estrazione borghese, a differenza di Mario. Mario gli offre un superalcolico e da quel giorno, i due, diverranno inseparabili per i successivi ventitrè anni, sino alla prematura morte di Mario, a soli quarantun anni.
Mario bazzica il Partito Radicale di Marco Pannella, il quale gli scrisse anche la prefazione al suo "Un ragazzo all'inferno" e fa subito in modo di coinvolgere Marco - allora appena sulla soglia degli ambienti della Federazione Giovanile Comunista, pur di estrazione borghese, di cui non era affatto entusiasta - in quel caravanserraglio colorato e anticonformista, almeno in apparenza, che pur già da subito sembra mal sopportare l'esuberanza e l'attivismo di Mario Appignani.
Mario cerca nelle persone amore, comprensione e amicizia incondizionate, offrendo tutto ciò a sua volta, con grande spontaneità, forse proprio perché gli sono mancate da bambino, quando era legato al letto e, come i suoi compagni d'orfanotrofio, costretto a urinarsi e defecarsi addosso, spesso senza lenzuola e coperte. E' con questo spirito che coinvolge Marco nella sua prima impresa, ovvero quella di preparare il pranzo, con dei panini farciti, per i barboni che sono riuniti a congresso a Roma e lo fa spendendo tutto ciò che ha a disposizione. Successivamente, gli presenta il poeta Dario Bellezza, che vede in Appignani un italico Genet, come amico diverrà di Pasolini, considerandolo da sempre un maestro e un padre.
I due, Mario e Marco, daranno dunque vita, nel 1977, alla più esplosiva e intrisa di ironia corrosiva tribù di Indiani Metropolitani d'Italia, prendendo i nomi, rispettivamente di "Cavallo Pazzo" e "Nuvola Rossa", guidando la contestazione a Luciano Lama alla Sapienza di Roma; ispirandosi alla Beat Generation di Kerouac, Burroughs e Ginsberg, al situazionismo di Guy Debord, al futurismo di Marinetti e al fiumanesimo dannunziano; raggruppando un popolo colorato di figli dei fiori, animalisti, buddisti, coniando slogan dissacranti - anche nei confronti dei sessantottini e dei radical chic - quanto buffi (fra i più celebri "Sarà un risotto che vi seppellirà"); proponendo la costruzione di un laghetto dei cigni al posto dell'Altare della Patria, la legalizzazione della cannabis, oltre che guidando le manifestazioni antinucleariste a Montalto di Castro. Forme di contestazioni nonviolente e libertarie in un'epoca che stava scivolando verso il terrorismo degli Anni di Piombo. Forme che affascineranno persino alcuni militanti più libertari della destra, fra i quali l'amico Luciano Lanna, oggi noto giornalista.
Forme di contestazione che Cavallo Pazzo e Nuvola Rossa proseguiranno anche alla Mostra del Cinema di Venezia, con incursioni fuori programma atte a contestare l'americanizzazione del cinema, con tanto di vilipendio alla bandiera degli USA, che costerà a Cavallo Pazzo-Appignani, a soli 25 anni, il suo primo arresto.
Ma quelle contestazioni saranno rivolte via via anche contro il Partito Radicale, dal quale Cavallo Pazzo e Nuvola Rossa, dopo sei anni di militanza, usciranno sdegnati ravvisandone cinismo e poco interesse per le tematiche riguardanti gli emarginati e la lotta al Potere.
Appignani, in un intervento fiume nel Congresso radicale di Genova del 1979, pur molto contestato dalla presidenza e dalla platea, denuncerà presunti ammanchi di bilancio da parte del gruppo parlamentare radicale, nonché il problema dell'eroina - di cui egli stesso era vittima - proponendo la somministrazione controllata della stessa. E ciò anticipando i tempi di almeno vent'anni sull'esperimento svizzero in tal senso. Mentre Marco, a sua volta, propone il MANTRA (Movimento Alternativo Normative Tossicodipendenze Radicali Associati), ovvero il primo movimento federativo radicale antiproibizionista, precedente e alternativo rispetto al nascente movimento antiproibizionista di Taradash.
Ma molte, moltissime altre furono le "irruzioni" giovanili di Cavallo Pazzo sulla scena pubblica, raccontate nel romanzo biografico di Erler: dallo schiaffo ad Alberto Moravia sino allo "smascheramento" di Gandalf il Viola (personaggio che Cavallo Pazzo - alla presenza di un giovanissimo Massimo d'Alema - non riconoscerà come Indiano Metropolitano); passando per quella al teatro Caio Melisso per contestare la rappresentazione de "Il lebbroso" di Giancarlo Menotti, nel quale Appignani apparve in scena nei panni del lebbroso, sino a quella in cui - ventenne - si finse per alcuni mesi un insegnante, a Spoleto.
Le capacità camaleontiche e di travestimento di Cavallo Pazzo, atte a suscitare scandalo, erano davvero impressionanti, ma tutte avevano lo scopo di contestare il Potere costituito o di denunciare il malaffare, sino a quelle più celebri nelle quali, pochi anni prima di morire, negli Anni '90, arrivò a togliere il microfono a Pippo Baudo in diretta tv alla consegna dei Leoni d'oro alla 48esima Mostra internazionale del Cinema di Venezia e, successivamente, al Festival di Sanremo del 1992, nella quale dichiarò chi lo avrebbe vinto.
Per finire, nel 1994, già malato di tumore, invase per l'ennesima volta - da tifoso sfegatato della Roma - lo Stadio Olimpico per denunciare il malaffare nel mondo del calcio.
Per anni e anni queste sue incursioni gli costeranno continue entrate e uscite dagli istituti carcerari. Nel romanzo biografico di Erler sono infatti contenuti molti dei suoi scritti e lettere ai politici provenienti proprio dal carcere di Rebibbia e fatti recapitare all'amico di sempre. Nei suoi scritti denuncia le condizioni inumane del sistema carcerario e giudiziario e, negli anni della falsa rivoluzione di Tangentopoli, esprime vicinanza e profonda commozione per i tristi suicidi di Gabriele Cagliari e Sergio Moroni e difenderà sempre a spada tratta quella Prima Repubblica che il ciclone di Tangentopoli spazzerà via per sempre, colpendo in particolare quel Bettino Craxi che sempre sarà amico di Cavallo Pazzo e sempre avrà una parola buona per lui, finanche dal suo esilio di Hammamet.
E proprio ad Hammamet Marco Erler si recherà - nel 1994 - nel periodo della malattia di Mario, per tentare in extremis di convincere Craxi a pagare un trapianto di fegato che potesse salvare la vita al suo amico. Craxi si adopererà in tal senso, pur non avendo grande possiblità di manovra, per ragioni contingenti. Un ex potente, per così dire, che pur aveva saputo essere amico di un emarginato, di un beatnik, di un figlio di una prostituta e contestatore integrale, ma intellettualmente onesto, come Mario Appignani. E di questo Appignani gli fu sempre riconoscente, tanto che negli anni - dopo la parentesi radicale - si era avvicinato al Partito Socialista Italiano.
Questo era Cavallo Pazzo-Mario Appignani. Un ragazzo che ha conosciuto la disperazione e è diventato un uomo, meritando di essere ricordato con un nome di battaglia legato ai Nativi d'America e che, il giorno prima di morire (il 13 aprile 1996), in ospedale, farà festa ballando a perdifiato con le sue infermiere preferite.
Un ragazzo, Mario Appignani, che, catapultato dall'inferno, oggi abita in Paradiso.

Luca Bagatin

venerdì 27 luglio 2018

Civiltà dell'Amore contro Società dello Spettacolo

A Mario Appignani Cavallo Pazzo
Pier Paolo Pasolini e Mario Appignani

E' chiaro che, nella Società dello Spettacolo, ovvero nella Inciviltà della Morte Civile, anche una manifestazione che utilizzi il linguaggio dello spettacolo, clownesca, goliardica, boccaccesca, può essere utile. Lo comprese il d'Annunzio di Fiume e così l'Asso di Cuori Guido Keller. Lo compresero i radicali degli Anni '70 e gli Indiani Metropolitani: primo fra tutti Mario Appigniani Cavallo Pazzo. Lo comprese lo Schicchi di Diva Futura, lo compresero le Femen e i Nazionalbolscevichi di Limonov.
Usare la spettacolarizzazione per farsi beffe della Società dello Spettacolo, del consumismo, del capitale, del liberalismo, dell'autoritarismo e di tutta la merda che tutto ciò si porta dietro.


(Luca Bagatin) 

lunedì 11 maggio 2015

In ricordo di Mario Appignani: un ragazzo all'inferno. Articolo di Luca Bagatin (tratto da www.lucabagatin.ilcannocchiale.it)

Molti si ricorderanno di Mario Appignani detto “Cavallo Pazzo” per le sue incursioni televisive al Festival di Sanremo o a quello di Venezia, tentando di arraffare il microfono ed interrompere un compassato Pippo Baudo. Oppure le sue incursioni allo stadio le domeniche pomeriggio degli Anni '90.
Mario è morto di AIDS nel 1996 ed allora Pippo Baudo, che non conosceva la storia di Appignani, disse che era affetto da “una complessa forma di esibizionismo” che “non aveva niente da dire”.
In realtà Mario Appignani, romano, classe 1954, sin dal 1975, ebbe molto da dire, forse anche più di quanto l'emblema della mediaticità nazional-popolare baudiana, intrisa, questa sì, di esibizionismo catodico, abbia mai avuto da dire dal dopoguerra sino ad oggi.
Quando aveva appena 19 anni, Mario Appignani, scrisse infatti un bellissimo libro autobiografico che non è più distribuito da tempo: “Un ragazzo all'inferno”. Il saggio è edito da Roberto Napoleone, con l'introduzione di Lamberto Antonelli e con prefazione di Marco Pannella, l'unico politico che diede voce a questo ragazzo emarginato, senza famiglia, che visse sin dall'età di 6 anni fra brefotrofi, orfanotrofi, manicomi, case di cura e di “rieducazione”.
Il piccolo Mario, infatti, è figlio di Tina, una prostituta - avviata a sua volta alla prostituzione dalla madre - che non lo può mantenere e così lo lascia sui gradini di una chiesa. E' così che passerà sotto la “tutela” dello Stato, con i suoi istituti che fanno parte dell'Opera Nazionale Maternità ed Infanzia (OMNI), istituita dal fascismo e gestite materialmente dalla Chiesa cattolica, ricevendo sovvenzioni statali.
Istituti che, in realtà, sono dei veri e propri lager che, proprio grazie alle denunce di Mario Appignani ed all'intervento di Pannella e dei radicali, sono state chiuse definitivamente nel 1975.
“Un ragazzo all'inferno” è un libro toccante e brutale, a tratti tenero come tenero è il cuore di Mario, ragazzo che è diventato uno “scapestrato” (bisognerebbe poi capire se lo è stato per davvero però !) dopo anni di abusi e sevizie da parte delle suore, dei suoi compagni, dei direttori, delle forze di polizia e della politica dell'epoca - dalla clerico-fascista Dc sino all'indifferente e connivente sinistra - sorda di fronte all'esistenza di bambini e ragazzi poveri e senza famiglia.
E' agghiacciante pensare che, quanto accaduto a Mario ed ai suoi compagni, accadeva nell'Italia “repubblicana” di solo quarant'anni fa ! E' agghiacciante pensare che anche l'Italia “repubblicana” e “antifascista” abbia avuto i suoi lager e che in essi ci finissero i “reietti” della società, ancorché bambini (sarebbe da chiedersi se questo i vari Pippo Baudo ed i vari Bruno Vespa, sostenitori strenui della DC lo sapessero !).
Mario ci racconta di quando entrò per la prima volta in un brefotrofio, all'età di soli sei anni. E' gestito da suore tutt'altro che buone cristiane, che fra le altre cose somministrano ai bambini dei pasti scarsissimi – al limite della denutrizione – e spesso pieni di insetti. Le punizioni, poi, sono da lager nazista: i bambini sono spesso costretti a rimanere sul balcone, all'esterno, in pieno inverno, con le sole mutandine addosso.
E' in una situazione come questa che Mario conosce Francesco, un bambino di 8 anni. Francesco e Mario si incontrano sul balcone dell'istituto e si riscaldano abbracciandosi vicendevolmente. La punizione di Mario termina prima di quella di Francesco e così quest'ultimo è costretto a rimanere da solo al freddo. Da allora di Francesco non se ne saprà più nulla sino a che, un anno dopo, il giardiniere ne troverà il cadavere nell'orto, putrefatto ed irriconoscibile. Un caso che sarà insabbiato per sempre anche dai carabinieri, per non far ricadere lo scandalo sull'intero istituto, sovvenzionato dall'OMNI (sic !).
Mario, sarà successivamente trasferito in un altro istituto, diretto da quella suor Diletta Pagliuca che finirà in carcere proprio grazie alle denunce di Mario, anni dopo. Qui i bambini sono spesso legati ai loro letti con dei lucchetti, costretti a defecarsi ed urinarsi addosso, privi di lenzuola e coperte.
Con il passare degli anni Mario, da un'istituto all'altro, da una punizione all'altra come le docce fredde ed i sassolini sotto alle ginocchia, impara a non fare la spia e spesso è costretto anche a soccombere agli appetiti sessuali dei suoi compagni, a mentire, a rubare gli indumenti degli altri come gli altri rubano i suoi: a prevalere è la legge del più forte, la legge della giungla.
E' così che tenterà il suicidio all'età di dodici anni e sarà trasferito alla Neuro, ovvero l'anticamera del manicomio.
Isolandosi sempre di più, Mario, ad ogni modo, scoprirà l'interesse per la lettura: dai fumetti passa a letture impegnate come Balzac, Kafka, Proust, Flaubert, Boudelaire, Dumas, Stevenson, Jack London, Palazzeschi, Moravia e Marinetti. E poi alla passione per l'ascolto della musica classica, in particolare di Beethoven.
Il suo è un modo per emanciparsi, per elevarsi da quella vita di dolore e vessazioni. Ma ci sarà spazio anche per l'amore. Amore omosessuale per un suo compagno, Cesare, che Mario descrive teneramente nel suo libro e che deve essere “nascosto” perché i costumi ipocriti dell'epoca – impregnati di bigotto cattolicesimo - impongono che sia così, sia per gli omosessuali, ma anche per gli eterosessuali.
Mario trova tutto ciò assurdo, così come è assurdo il comportamento delle suore e dei preti degli orfanotrofi. E' un comportamento che stride con il messaggio di Cristo, che Mario ama moltissimo ed infatti egli scrive: “L'idea del Cristo che è morto per noi, nella sua infinita bontà, mi esalta, mi affascina, mi turba. Ma tutto viene spazzato via (…) da questa cerimonia stucchevole, da questa finzione”. Ed ancora Mario ricorda che il Cristo diceva “Amatevi come fratelli”. Cosa che di rado accade negli orfanotrofi...
Mario ritiene poi – come sostenevano anche gli intellettuali omosessuali Dario Bellezza e Massimo Consoli - che l'omosessualità negli orfanotrofi sia spesso una conseguenza della natura sessuofoba della nostra società, che rende estremamente difficili i rapporti fra un ragazzo ed una ragazza. Aspetto appunto tipico delle comunità ristrette come gli orfanotrofi, che sono delle comunità omosessuali per eccellenza in quanto composte da persone dello stesso sesso.
Nel momento in cui avrà modo di prestare servizio volontario presso la Croce Rossa, Mario avrà quindi anche la possibilità di uscire dall'istituto nel quale è recluso. E si innamorerà di Katia, che purtuttavia scoprirà essere una prostituta e ciò lo deluderà moltissimo.
Nel frattempo finirà anche in galera, accusato di un furto che non aveva mai commesso in realtà e, una volta uscito, per mantenersi, assieme ad un suo ex compagno di collegio, inizierà a prostituirsi, ma finirà in galera ancora allorquando deciderà di tenersi una tessera appartenente ad un componente della Guardia di Finanza che aveva trovato a terra, solo per non pagare il cinema e che la polizia gli troverà addosso.
Curioso a dirsi, ma Mario scoprirà persino di avere un fratellastro, Giulio, il quale tenterà di metterlo in contatto con il patrigno, che purtuttavia lo rifiuterà e con la madre, Tina, che per la prima volta Mario incontrerà al Policlinico, al capezzale della sorellastra quattordicenne, la quale aveva appena tentato il suicidio. Ma, fondamentalmente, rimarrà deluso nell'apprendere che lei l'aveva abbandonato e che lo Stato italiano, anziché fornire un assegno mensile alla madre per il suo mantenimento, ha preferito affidarlo agli istituti dell'OMNI.
Solo l'incontro con Don Mario Picchi, che dirige il Centro Italiano di Solidarietà, gli permetterà di avere una sistemazione degna di questo nome e sarà proprio questo buon prete che lo esorterà a scrivere, appunto, la sua storia.
Mario, come scrive all'inizio ed alla fine di “Un ragazzo all'inferno”, è disilluso. Non pensa che il racconto della sua storia serva a qualcuno ed invece... Ed invece, grazie a Marco Pannella ed al Partito Radicale nel quale il giovane Mario militerà per alcuni anni, le cose inizieranno presto a cambiare, per quanto concerne gli istituti, gli orfanotrofi, i brefotrofi e parecchie persone saranno portate alla sbarra, fra cui la terribile suor Diletta Pagliuca.
Mario Appignani, nel corso degli Anni '70, grazie alla sua “cultura stramba”, come amava definirla, fu anche rappresentante degli Indiani Metropolitani, un gruppo libertario che, in Italia, si ispirò alla Beat Generation di Kerouac e Ginsberg e la sua vicenda politica e controculturale è raccontata da un suo compagno di militanza – Marco Erler – nel saggio “Assalto alla diligenza. Quando Appignani rinacque Cavallo Pazzo” edito da Memori alcuni anni fa.
Come Marco Erler, penso anch'io che la vicenda di Mario Appignani non vada dimenticata.
E penso che anche le sue scorribande televisive, negli Anni '90, pochi anni prima di morire, siano emblematiche. Era il suo modo goliardico ed irriverente per denunciare la società dello spettacolo e dei media, retti dall'uomo simbolo di una DC che pur stava tramontando per lasciare spazio alla sua continuità inculturale, ovvero al berlusconismo: Pippo Baudo.
Oggi i tempi sono per molti versi cambiati, ma penso che “Un ragazzo all'inferno”, di cui saranno anche scaduti i diritti editoriale da tempo, dovrebbe essere ripubblicato, a beneficio dei più e dei meno giovani. Affinché sappiano che cosa accadeva agli emarginati, appena quarant'anni fa in Italia. Affinché ciò non accada mai più, perché non c'è peggior olocausto, non c'è peggior genocidio di quello compiuto da uno Stato che si autoproclama “democratico” o “repubblicano” e nei fatti non lo è.
Uno Stato, quello italiano che, ad ogni modo, i poveri e gli emarginati – tanto cari a Pasolini ma non alle destre ed alle sinistre - non li ha mai potuti sopportare.
E che, grazie ad Appignani, intellettuale e politico autodidatta che sulla sua pelle e sulla sua anima ha pagato un prezzo altissimo, hanno avuto, per una volta, una pur timida voce.

Luca Bagatin