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lunedì 6 novembre 2023

I socialisti democratici italiani e il centro-sinistra. Articolo di Luca Bagatin

 

L'azione dei socialisti democratici del PSLI – poi ribattezzato PSDI – fu fondamentale nella ricostruzione dell'Italia nel secondo dopoguerra, come ricordai in un recente articolo, rifacendomi al saggio del prof. Michele Donno “Socialisti democratici”, edito da Rubbettino (https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/10/il-contributo-socialista-democratico.html).

Il prof. Donno ha proseguito le sue ricerche attraverso il suo “I socialisti democratici italiani e il centro-sinistra”, edito sempre da Rubbettino, nel quale viene spiegato come il Partito Socialista Democratico Italiano diede un forte contributo quale traghettatore del Partito Socialista Italiano di Pietro Nenni nei governi presieduti dalla DC, dal PRI e dallo stesso PSDI.

Nel solco della ricerca di una riunificazione socialista, consumatasi nel 1947, il PSDI, non sempre concorde con la DC e spesso rissoso nei confronti del PLI, fece il possibile per staccare il PSI dall'abbraccio mortale con il PCI e portarlo nell'area di governo, in modo da costituire un centro-sinistra organico, atto a portare avanti quelle riforme sociali che attendevano l'Italia da lungo tempo.

E ciò accadde nel dicembre del 1963, con il governo Moro, sostenuto, oltre che dalla DC, dai socialisti, dai socialisti democratici e dai repubblicani.

Un governo che vide il leader socialista Pietro Nenni alla Vicepresidenza del Consiglio e il leader socialista democratico Giuseppe Saragat al Ministero degli Esteri.

Un governo che si porponeva, fra le altre cose, di far eleggere il Parlamento europeo a suffragio universale, di sostenere il processo di distensione fra USA e URSS e, con il socialista democratico Roberto Tremelloni al Ministero delle Finanze, di razionalizzare la spesa pubblica, alleggerire la burocrazia e rilanciare produzione e occupazione.

Le basi di un riavvicinamento fra il PSDI e il PSI e di un avvicinamento di quest'ultimo, all'area governativa centrista, si videro già nel XXXII Congresso del PSI di Venezia nel febbraio 1957 e nel plauso verso i partiti socialisti dell'allora Papa Giovanni XXIII, il quale aprì la Chiesa cattolica alle istanze dei più deboli, all'emancipazione delle classi lavoratrici e alla distensione a livello internazionale fra le superpotenze.

Un PSI che, pur non riuniciando affatto alla sua base anticapitalista, divenne critico nei confronti di un PCI sempre più eterodiretto da Mosca e sempre meno alla ricerca di una sua autonomia.

L'autonomismo socialista divenne, infatti, la bandiera di Nenni e il PSDI si adoperò quale “cerniera” fra il PSI e una DC che, pur conservatrice su molte tematiche, veniva tenuta a bada proprio dalle posizioni più avanzate dei socialisti, sia in ambito economico-sociale che civile e democratico.

Come ricorda il prof. Donno nel suo saggio, l'azione dei socialisti democratici già nei governi De Gasperi e Fanfani fu molto avanzata e portò alla nazionalizzazione dell'energia elettrica; a una legge antimonopolistica; al potenziamento della Cassa del Mezzogiorno; a una più equa e rigorosa politica fiscale; alla lotta contro la speculazione in Borsa; a un programma di edilizia popolare; a una riforma del sistema previdenziale; a una riforma agraria in favore della piccola proprietà contadina; all'obbligo scolastico fino al quattordicesimo anno di età e all'affermazione della scuola laica.

Tutto ciò pur fra mille difficoltà, considerando la politica spesso clientelare e poco rigorosa operata dalla DC, che molto spesso mise in crisi il rigorosissimo Ministro socialista democratico Tremelloni, il quale occupò spesso, in quegli anni, ministeri a carattere economico e, nel terzo governo Moro, il ruolo di Ministro della Difesa.

Tremelloni, infatti, puntò molto sulla stabilità monetaria, la razionalizzazione della spesa pubblica, la sburocratizzazione e la programmazione economica e l'efficienza della pubblica amministrazione fu, per tutta la sua vita di Ministro e politico, la sua vera missione.

Non a caso, come ricorda il prof. Donno, Tremelloni si allontanò dalla vita politica in un periodo in cui osservò che il clientelismo e la “finanza allegra” tendevano a prevalere rispetto al pragmatismo e alla buona amministrazione.

Gli Anni '60 saranno, peraltro, periodo in cui il PSDI aumenterà i suoi consensi, passando dal 4,5% degli Anni '50, al 6%.

E, come ricorda il saggio del prof. Donno, gli anni del primo centro-sinistra organico, furono anche l'epoca del sostegno dell'Italia ai Paesi africani e del Terzo Mondo; della ricerca di una distensione a livello geopolitico fra le potenze; di ricerca di un policentrismo (oggi si direbbe multipolarismo) che garantisse equilibrio e benessere per tutti.

Il 28 dicembre 1964, per Saragat, giunse l'elezione a Presidente della Repubblica, facendo convergere – dopo numerose peripezie politiche - i voti, non solo dei socialisti democratici, ma anche del PSI, del PRI, della DC e del PCI.

Saragat, nonostante il nuovo ruolo ricoperto, non abbandonò mai l'idea di riunificare il PSI e il PSDI, anche per contrastare da una parte l'azione governativa conservatrice della DC al governo e quella del PCI all'opposizione, evitando che quest'ultimo si ponesse a capo del movimento operaio in Italia.

Fu così che, il 30 ottobre 1966, a Roma, nacque il Partito Socialista Unificato (PSU), ovvero il PSI-PSDI Unificati, unendo, nello stesso simbolo, quello del PSI con il libro aperto, la falce e martello e il sole nascente e quello del PSDI con il sole nascente.

Il nuovo partito, ad ogni modo, percorso comunque da continui contrasti fra i due partiti, alle successive elezioni del 1968 conquistò appena il 14,4% alla Camera e il 15,2% al Senato, ovvero meno della somma dei due elettorati storici (e infatti vennero persi ben 29 seggi, molti dei quali conquistati dal neonato Partito Socialista di Unità Proletaria, che ottenne il 4,45%).

Inutile dire che, tale sconfitta, portò allo scioglimento di tale partito e al ritorno nei ranghi dei rispettivi partiti socialisti.

Occasione mancata che, probabilmente, sarà sanata dall'elezione di Bettino Craxi a Segretario del PSI nel 1976. Questi, infatti, propose al contempo una politica di riformismo, senza rinunciare ai valori fondanti del socialismo originario. Occasione colta da molti esponenti del PSDI che, alla fine degli Anni '80, confluiranno nel PSI di Craxi, fra i quali Pier Luigi Romita e Pietro Longo.

Ma di questa storia, probabilmente, mi auguro parlerà un futuro saggio dell'ottimo prof. Michele Donno, a conclusione delle sue ottime ricerche sul socialismo democratico italiano.

Luca Bagatin

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martedì 21 gennaio 2025

L'alternativa socialista democratica di Antonio Cariglia. Articolo di Luca Bagatin


Il Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI) fu un piccolo partito di sinistra e d'opinione, protagonista più volte nella Storia politica italiana, ma troppo spesso dimenticato e bistrattato, fra le pieghe della Storia.

Come dimenticati furono molti dei suoi protagonisti.

Nel recente passato, ho avuto modo di ripercorrere la storia di questo interessante partito e alcuni dei suoi esponenti più significativi, grazie anche agli ottimi saggi del prof. Michele Donno, editi da Rubbettino (“Socialisti democratici. Giuseppe Saragat e il PSLI (1945 – 1952)" e “I socialisti democratici e il centro-sinistra (1956 – 1968)”); grazie alla raccolta di discorsi e scritti dell'On. Pietro Longo (edita da Sugarco negli Anni '80, dal titolo “Il socialismo della coerenza”) e grazie all'ottimo saggio di Mattia Granata, edito da Rubbettino, sul Ministro Roberto Tremelloni, “Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico” .

Con “L'Alternativa impossibile – L'Idea socialdemocratica di Antonio Cariglia tra Italia e Europa negli anni della “prima” Repubblica”, edito da Marsilio e ottimamente scritto da Simone Visciola, si potrà aggiungere un ulteriore tassello a questa Storia gloriosa e dimenticata.

Ciò che colpisce, del corposo saggio di Visciola, è la grande mole di informazioni sul PSDI, in particolare dagli Anni '70 alla sua scomparsa, almeno come partito serio e storico, nel 1992-1993, oltre che sull'On. Antonio Cariglia, che guidò il partito dal 1988 sino al 1992.

Cariglia, nato a Vieste nel 1924, si trasferì, nel 1937, a Pistoia, con la famiglia, in quanto il padre, Matteo, aveva vinto il concorso per un posto di comandante nei vigili urbani.

Egli iniziò il suo percorso politico in forma clandestina, come molti antifascisti della prima ora.

Come spiega Visciola, nel suo saggio, Cariglia si avvicinò al marxismo (ma non nella declinazione leninista) grazie alla lettura – ai tempi del liceo – degli scritti del filosofo socialista Rodolfo Mondolfo.

Da lì, il passo nell'entrare nel Partito Socialista Italiano di Filippo Turati, fu breve. Partito marxista “gradualista” e che detestava il più vago e annacquato termine “riformista” (oggi finanche troppo abusato).

Ben presto, Cariglia, si ritroverà sulle posizioni di Giuseppe Saragat, ovvero su un marxismo umanitario, promotore di libertà, giustizia sociale e democrazia, contro ogni forma di totalitarismo, fosse esso fascista o comunista totalitario.

Con Saragat e moltissimi altri, del resto, condivise la storica scissione socialista di Palazzo Barberini, del 1947, nell'ambito della quale nacque il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), che riprendeva il nome dallo storico partito fondato da Turati e Anna Kuliscioff, nel 1892 (primo partito politico italiano).

Un partito che contemplava un socialismo largo, che andava dai gradualisti fino ai trotzkisti e che, in ogni caso, come ricordò lo storico e politico socialista Gaetano Arfè, citato da Simone Visciola, mai si definì “moderato” e per il quale il marxismo rimaneva la dottrina di riferimento.

Come ricorda Visciola, nel suo saggio, del resto, il PSLI non abbandonò dal suo simbolo la storica falce e martello e lo storico inno rimase “L'Internazionale”.

Il PSLI segnò, dunque, un distacco da un PCI che guardava a Stalin e da un PSI che, all'epoca, lo seguiva a ruota.

A 25 anni, Cariglia, iniziò la sua carriera di partito impegnandosi nel sindacato e molto attive furono le sue collaborazioni anche con il sindacato statunitense e, con Saragat, iniziò a far sì che il partito iniziasse a collaborare anche con gli altri socialisti all'estero, in particolare con i laburisti britannici, oltre che con i socialdemocratici tedeschi.

Nel corso degli anni, Cariglia, divenne, come lo definisce Visciola, una sorta di “termometro” del Partito Socialista Unitario (PSU) e, quindi, del PSDI (evoluzioni successiva del PSLI a partire dal 1948 in poi, che abbandonò la falce e martello per il simbolo del Sole Nascente di garibaldina e turatiana memoria).

Egli non amava le correnti, ma cercava, per quel che gli era possibile, di mantenere un equilibrio fra le varie posizioni interne al partito.

A lui, del resto, si deve l'invenzione, nel 1966, della cosiddetta “bicicletta” fra PSDI e PSI, simbolo di un tentativo, quantomeno elettorale, di riunificare il socialismo italiano, pur per un breve periodo.

Del resto, come spiegato ampiamente dal saggio di Visciola, fin dal titolo stesso, l'obiettivo principale di Cariglia fu sempre quello di ricercare l'unità delle forze laico-socialiste, in modo da poter creare una alternativa socialista democratica repubblicana alla DC, alle destre e a un PCI fondamentalmente conservatore.

In questo senso lavorò per tutta la vita, proponendo un apparentamento fra il PSDI, il PSI (che con Craxi, alla fine degli Anni '70, si era smarcato dal marxismo-leninismo, per sviluppare l'idea di un socialismo largo e libertario), il PRI e il Partito Radicale.

Un apparentamento che, a parere di Cariglia, doveva essere favorito da una nuova legge elettorale con appositi sbarramenti e premi di maggioranza, pur mantenendo un assetto proporzionale.

Nel 1985 trovò favorevole in particolare il Partito Radicale guidato da Giovanni Negri che, con altri radicali, prese la doppia tessera al PSDI e nelle cui fila si candidò, qualche anno dopo.

Peraltro in quegli anni si costituirono anche liste unitarie PSDI-PSI-Partito Radicale, nelle cui fila Cariglia fu peraltro rieletto.

Un progetto lungimirante e terzaforzista e che peraltro, diciamolo, auspicarono, decenni prima, anche quegli “Amici de “Il Mondo”” guidati da Mario Pannunzio e Ernesto Rossi e che, in parte, trovò ragione nella presentazione della lista Unità Socialista, alle elezioni del 1948, raccogliendo il 7% dei consensi.

Alla fine degli Anni '80, il PSDI di Cariglia promosse riforme molto avanzate, quali la riduzione dell'orario lavorativo a 35 ore settimanali; una riforma istituzionale che permettesse al Parlamento di scegliere il premier e che questi avesse maggiori poteri e promosse la costituzione di coalizioni prima delle elezioni, sulla base di un programma concordato.

Fra le altre cose, peraltro, annunciò che il PSDI avrebbe rinunciato al finanziamento pubblico e promosse un progetto di legge che prevedesse il finanziamento volontario ai partiti, attraverso la denuncia dei redditi, sul modello dell'8 per mille alle confessioni religiose.

Tutti aspetti, assieme a moltissimi altri, molto probabilmente, sconosciuti ai più e che trovano ampia trattazione ne “L'alternativa impossibile” di Simone Visciola che, in appendice, presenta anche un'ampia selezione di interventi parlamentari dell'On. Antonio Cariglia, dal 1965 al 1993.

Luca Bagatin

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mercoledì 19 novembre 2025

Intervista di Luca Bagatin all'ex Senatore del PSI e del PSDI Giorgio Pizzol

 

Giorgio Pizzol, classe 1942, già insegnante di lettere, avvocato e giudice di pace, fu Sindaco di Vittorio Veneto dal 1975 al 1982, reggendo forse una delle poche giunte di sinistra a quei tempi, composta da PCI, PSI, PSDI e PRI.

Nel 1987 fu eletto Senatore, nelle fila del PSI e, nel 1990, in contrasto con i vertici del partito, passò prima al gruppo misto e, successivamente, al PSDI, come indipendente, concludendo la legislatura nel 1992.

Giornalista pubblicista, dal 1995, ha collaborato con “La Tribuna di Treviso” e “La Nuova Ferrara”.

Oltre a due raccolte di liriche (“Le stagioni del presente” e “Versi sciolti”), ha pubblicato tre saggi sull'importanza della comunicazione: “Uno e molteplice” (1990); “Pensiero del limite e limite del pensiero” (1998” e “Il Pensiero Riflessivo” (2023).

Sempre a proposito dell'importanza della comunicazione, nel 1992, ha fondato la rivista “Dia Logo” ed è molto attivo nelle battaglie per la difesa della Costituzione Italiana.

Ho qui avuto l'amichevole possibilità di intervistarlo.

Cosa puoi dirci, innanzitutto, dell'ultimo scorcio della Prima Repubblica, avendo tu ricoperto la carica di Senatore nella X legislatura (1987- 1992) nel PSI e poi nel PSDI ?

Parto dal Messaggio alle Camere del Presidente della Repubblica Cossiga del 26 giugno 1991. Un atto eversivo.

Perché eversivo?

Mi spiego. L’Art. 87 attribuisce al Presidente il potere di inviare messaggi alle Camere al fine di garantire il rispetto della Costituzione.

In questo messaggio Cossiga, esorbitando clamorosamente dai suoi poteri, formulava una proposta di stravolgimento del dettato costituzionale. In sintesi, proponeva di annullare le funzioni del Parlamento, di trasferire il potere decisionale al Governo, di abolire i partiti come previsti dall’Art. 49 della Costituzione. Un colpo di stato bianco.

Sei stato fra i pochissimi, peraltro, a denunciare l'incostituzionalità del referendum per l'elezione del Senato, del 1993, che introdusse il sistema maggioritario nel nostro ordinamento. Cosa puoi dirci, in merito?

Il Referendum Segni-Pannella del 1993. Fu l’attuazione concreta del colpo di stato. La Corte costituzionale non avrebbe dovuto ammetterlo. Ad opporsi furono pochissimi davvero.

Il popolo fu ubriacato da una massiccia campagna di propaganda a favore del “sistema maggioritario all’inglese”. Segni e Pannella vinsero trionfalmente con l’82,74%.

Paradosso di un popolo che vota contro la sua sovranità.

L'incostituzionalità delle leggi elettorali maggioritarie, introdotte dopo il 1993, hanno fortemente ridotto la democrazia nel nostro Paese, impedendo a milioni di elettori di eleggere i propri rappresentanti (perché, introducendo maggioritario e sbarramenti vari, è quanto nei fatti è accaduto). Ciò ha prodotto l’astensionismo di massa e la sfiducia nel sistema politico. Che ne pensi?

Hai detto bene. Tutti i sistemi maggioritari sono in contrasto insanabile con gli Articoli 3, 48, 49, e 51 della Costituzione. Questi prescrivono un sistema elettorale proporzionale puro: senza premi di maggioranza e senza sbarramenti. Ogni lista deve poter ottenere un numero di seggi in proporzione esatta ai voti ricevuti. Le leggi maggioritarie, sono palesemente incostituzionali, leggi truffa.

A che cosa potrebbe portare il riconoscimento ufficiale dell'incostituzionalità di tali leggi elettorali? Pensi che sia una battaglia giusta e percorribile?

Temo che questo riconoscimento non ci sarà. Le leggi maggioritarie sono passate con l’avallo della Corte costituzionale e col consenso della stragrande maggioranza del popolo.

Nel 2020 il Movimento Cinque Stelle promosse un altro referendum sul taglio dei seggi del Parlamento da 945 a 600. Ottenne il SI' dal 69% dei votanti. Sempre con l’avallo della Corte. Trai tu stesso le conclusioni.

Che cosa pensi della scomparsa dei partiti socialisti in Italia, a partire dal 1993?

Ho vissuto, in prima persona, questa scomparsa.

Torniamo alla fine del 1989. Da molto tempo avevo osservato che nel Psi non vi era democrazia interna. I capi corrente prendevano decisioni a nome del partito senza alcun rispetto delle norme statutarie.

Il 2 gennaio 1990 comunicai al Segretario Bettino Craxi le mie dimissioni dal PSI e dal Gruppo socialista. Esposi la mia dissociazione dai comportamenti sopra descritti. Assicurai tuttavia il mio appoggio agli obiettivi di fondo del partito, come riportato anche da “La Repubblica” del 5 gennaio 1990.

Mi iscrissi, quindi, al Gruppo misto del Senato.

Dopo una decina di giorni mi contattò Antonio Cariglia, segretario del PSDI. E mi fece questo discorso.

Caro Pizzol conosco il tuo impegno per l’unità dei partiti di sinistra. Bettino Craxi ha in testa un’idea sciagurata. Vuole assorbire il PSDI nel PSI. Ha convinto due Senatori PSDI a entrare nel Gruppo socialista. Il Gruppo PSDI è rimasto con quattro membri, sotto il minimo di cinque richiesto dal regolamento del Senato. Dammi una mano a salvare il Gruppo”.

Accettai. Il PSDI conservò il suo gruppo per il resto della legislatura.

Ma poi i partiti della sinistra italiana non solo non si unirono, ma scomparvero...

Ciò avvenne in conseguenza del colpo di stato Cossiga-Segni-Pannella che fondò, appunto, la Seconda Repubblica. Per mezzo delle leggi maggioritarie, mise fuori combattimento tutti i partiti fondatori della Costituzione.

Cosa mi dici dei partiti socialisti del resto dell'UE, i quali ebbero una mutazione in senso liberal capitalista e spesso guerrafondaio?

Il colpo di stato in Italia fu a sua volta conseguenza dello sconvolgimento geopolitico prodotto dalla caduta del Muro di Berlino.

L’intera politica europea fu condizionata dalla politica degli Stati Uniti vincitori della Guerra Fredda.

I partiti socialisti dell’UE, per rendersi “presentabili” a Washington si convertirono al neoliberismo e si allinearono alle politiche militari dell’Occidente.

Descrivimi, in poche parole, la differenza fra Prima e Seconda Repubblica

La Prima era, con tutti i suoi difetti e le sue tragedie, “Una Repubblica democratica fondata sul lavoro”; la Seconda è “Una Repubblica oligarchica fondata sul capitale”.

Luca Bagatin

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giovedì 21 marzo 2024

Il socialismo della coerenza di Pietro Longo. Un ricordo di un'epoca che non esiste più. Articolo di Luca Bagatin

 

Recentemente ho avuto modo di ritrovare una raccolta di discorsi parlamentari e scritti politici dell'On. Pietro Longo, già ex Segretario del Partito Socialista Democratico Italiano ed ex Ministro del Bilancio e della Programmazione Economica del primo governo Craxi.

Una raccolta dal titolo “Il socialismo della coerenza”, edito da Sugarco nel 1984, con prefazione di Giuseppe Saragat e curato dal saggista e storico Antonio G. Casanova.

Pietro Longo, oggi, ha quasi 90 anni, ma nessuno parla più di lui, né lo si è più visto in giro, da moltissimo tempo.

Vittima illustre del falso scandalo P2 (come lo definì il prof. Aldo A Mola) e della falsa rivoluzione di Tangentopoli (come la definì Bettino Craxi), fu fra quei politici di lungo corso che finirono per ritirarsi, dal 1993 in poi, a vita privata.

Dall'anno orribile, 1993.

L'anno a partire dal quale verranno sdoganate, al governo, le estreme destre e le estreme sinistre, le leghe, i comici in politica, le grande imprese e i Poteri forti nazionali e internazionali. L'anno che segnerà, per sempre, la fine di quasi cinquant'anni di democrazia in Italia, fondata sull'asse fra le forze della democrazia cristiana e quelle della democrazia laica e socialista.

Esponente di spicco di queste ultime, proprio Pietro Longo.

Nato a Roma, classe 1935, figlio della partigiana socialista molisana Rosa Fazio Longo (una delle prime attiviste femministe e una delle prime a seguire Pietro Nenni nella scelta di condanna dell'invasione sovietica in Ungheria, nel 1956), iscritto alla Federazione Giovanile Socialista nel 1951 e partecipe, da quel periodo, alle lotte di lavoratori delle campagne per la riforma agraria contro il latifondo nel Mezzogiorno.

Laureato in giurisprudenza, fu fra i fondatori, nel 1964, del CENSIS, importante istituto di ricerca socio-economica.

Segretario particolare del leader socialista Pietro Nenni, Longo fu nominato capo della sua Segreteria politica, dal 1964 al 1968, gli anni nei quali Nenni ricoprì la carica di Vicepresidente del Consiglio e fu eletto deputato, per la prima volta, nel 1968, nelle file del Partito Socialista Unitario (PSI – PSDI Unificati).

Nel 1969, alla scissione del PSU, partecipò alla ricostruzione del PSDI (nella corrente di sinistra denominata “Democrazia socialista) del quale, nel 1972, fu eletto Vicesegretario nazionale e, dal 1978 al 1985, fu eletto Segretario nazionale, con Giuseppe Saragat Presidente del partito.

Nel febbraio 1989, assieme ad altri esponenti del PSDI favorevoli ad una fusione con il PSI di Bettino Craxi, fra i quali Pier Luigi Romita, diede vita al movimento Unità e Democrazia Socialista (UDS) che, nell'ottobre dello stesso anno, confluì nel PSI e Craxi fece entrare Longo nella Direzione Nazionale del partito.

Il saggio che ho ritrovato - “Il socialismo della coerenza” - è particolarmente interessante in quanto ricorda – attraverso le note introduttive del prof. Casanova e le parole di Pietro Longo - ciò che fu il socialismo italiano ed europeo degli anni d'oro, quando ancora esisteva.

Si parte dagli esordi istituzionali di Pietro Longo, quando negli Anni '60 scelse di aderire alla corrente autonomista di Nenni, autonoma e contrapposta tanto alla “chiesa” democristiana che a quella comunista. Per la costruzione di un socialismo democratico che andasse oltre i blocchi contrapposti, capace di divenire leader non solo delle forze di democrazia laica dell'epoca, ma anche di una sinistra democratica e riformista, comprendente tanto i socialisti, che i socialisti democratici e i repubblicani, capace di garantire il diritto alla casa, alla pensione, alla scuola e alla sanità pubblica gratuita per tutti e al contempo di snellire l'apparato burocratico statale.

E' particolarmente interessante un passaggio di Longo, al XV Congresso del PSDI del 1971, nel quale egli parla di salario minimo garantito. E' interessante, perché di questa scottante tematica già si parlava cinquant'anni fa e a parlarne furono, per primi, i socialisti.

In quel passaggio, Longo, spiega come il primo a proporre il salario minimo garantito (che molti, ancora oggi, vorrebbero negare, in Italia!), fu il Segretario del PSU Mauro Ferri (nominato poi giudice costituzionale dal Presidente della Repubblica Francesco Cossiga nel 1987), nel 1969.

Nello stesso discorso congressuale, Longo, parla – nell'ambito della riforma delle Regioni - di introdurre forme di democrazia diretta in modo da garantire “una più consapevole partecipazione di tutti i cittadini alle scelte degli indirizzi politici, dei partiti e degli uomini che li rappresentano”.

Molto interessante l'articolo “Questioni di dottrina socialista”, riportato nel testo, che risale al numero speciale della rivista “Ragionamenti”, del 1975.

In tale articolo, Pietro Longo, illustra ed esalta i valori umanistici e libertari del marxismo, ma li contrappone ai principi leninisti e stalinisti, che portarono l'URSS e molti Paesi del Patto di Varsavia a negare le libertà necessarie allo sviluppo di un socialismo effettivo e realizzato.

Non mancano le critiche di Longo al capitalismo e in particolare egli scrive: “il capitalismo presenta inadempienze clamorose nella ripartizione delle ricchezze e dei consumi, nella soddisfazione dei bisogni e nella politica sociale”.

Egli esalta, nello stesso articolo, le conquiste sociali del periodo, quali il divorzio e l'avanzare della libertà sessuale, nonostante il clericalismo culturale imperante in Italia. Purtroppo riscontra anche due mancanze: il fatto che la famiglia “non è interamente fondata sulla permanente libertà di scelta” e che “siamo ancora molto indietro nell'attuazione istituzionalizzata delle forme di democrazia diretta”.

Questo punto, rimarcato più volte negli scritti e discorsi di Pietro Longo, è particolarmente importante, in quanto – nonostante nella Storia della Repubblica italiana nessuno sia riuscito a introdurre effettive forme di democrazia diretta (e sicuramente non lo sono i pastrocchi online proposti dai Cinque Stelle) – i primi a volerle promuovere e introdurre furono proprio i socialisti.

E, accanto alla democrazia diretta, Pietro Longo, nei suoi scritti, parla spesso di un altro principio democratico e sociale, ovvero di autogestione economica (sull'esempio della Svezia e della Jugoslavia dell'epoca), cioè la necessità che i lavoratori diventino proprietari effettivi del proprio lavoro, come peraltro prevede da sempre la dottrina socialista, per l'emancipazione della classe lavoratrice.

In tal senso egli scrisse, nel 1978: “La lotta che noi conduciamo attualmente in Italia è la lotta per reintrodurre nella società e nella realtà economica il momento della responsabilità, dopo che l'ipertrofia dell'assistenzialismo e l'esplosione del rivendicazionismo hanno portato all'attuale deresponsabilizzazione. Quando noi studiamo i possibili progetti di “autogestione”, di “cogestione”, sulla scia di sperimentazioni condotte in altri Paesi europei, non facciamo altro che cercare le vie di un disegno di responsabilizzazione di tutta la società civile, quindi anche a livello della classe lavoratrice, anche delle categorie del lavoro manuale. Noi ci battiamo, cioè, perché, in un quadro di libertà, tutte le componenti della società diventino in un certo senso “ceto medio”.

Pietro Longo, nei suoi scritti e discorsi, peraltro, ricorda come i socialisti democratici – pur ancorati all'Occidente - abbiano sempre promosso un mondo pacifico e multipolare e come avessero un ottimo rapporto con quei Paesi socialisti non appiattiti nei confronti dell'URSS, quali la Romania socialista di Nicolae Ceausescu e la Jugoslavia del Maresciallo Josip Tito Broz, che Longo ricorda per aver saputo “difendere l'indipendenza e la sovranità nazionale creando le basi di un interessante tipo di sviluppo della società, verso la quale è viva la nostra attenzione”.

Da non dimenticare anche la stretta amicizia fra Longo e il leader socialdemocratico tedesco Willy Brandt, di cui egli scrive: “La relazione e l'opera di Willy Brandt si collocano sulla scia di questa grande tradizione che dal punto di vista dei principi discende dal socialismo riformista e democratico che si è sviluppato nei decenni passati soprattutto in alcune nazioni dell'Europa occidentale. (…). Un socialismo democratico e libertario che ha sempre denunciato e combattuto gli egoismi e gli avventurismi del sistema capitalistico, contro le dittature militari e fasciste, contro il colonialismo economico e contro il sistema internazionale fondato sullo sfruttamento di alcuni popoli a vantaggio di altri”.

Un socialismo che, aggiungerei, non esiste più dal 1993, in tutta Europa.

Perché non esistono più quei grandi leader, che furono, a vario titolo, defenestrati (come Craxi, lo stesso Longo e molti altri) o sono morti (come Brandt e Mitterrand).

Ci rimangono le testimonianze, gli scritti, i libri e la memoria di chi avrà il piacere della ricerca di un'epoca che, almeno in Europa, non tornerà purtroppo mai più.

Luca Bagatin

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Bettino Craxi e Pietro Longo

mercoledì 25 dicembre 2024

Perché un socialista democratico dovrebbe ricordare Nicolae Ceausescu?

 

Perché è importante per un socialista democratico ricordare il Presidente Nicolae Ceausescu, barbaramente ucciso in questo giorno, nel 1989 (perché troppo autonomo dalla Mosca gorbacioviana e dai desiderata atlantisti di Washington)?
Perché fu un amico del PSDI, del PSI e, dunque, del Socialismo Italiano e fu, anche in questo senso, fra i primi, in Europa (se non il primo) a parlare di un nuovo ordine mondiale multipolare e pacifico.
Nelle foto qui presentate, il Presidente Ceausescu e l'allora Segretario del PSDI Pietro Longo, oltre che con Bettino Craxi, Segretario del PSI e una raccolta di scritti di Ceausescu, che fu presentata, in Italia, presso l'Accademia di Romania, nel 1979, oltre che dal prefatore, prof. Giancarlo Elia Valori (già biografo di Ceausescu in Italia), anche dagli Onorevoli del PSDI Longo e Enrico Ferri.
Abbiamo bisogno, oggi, di uomini di pace, socialisti, oltre i blocchi contrapposti e le sciocche tifoserie! Un mondo multipolare, pacifico e più giusto è possibile e doveroso!

 Nicolae Ceausescu, un socialista oltre i blocchi contrapposti. Articolo di Luca Bagatin (clikka qui per leggerlo)

Presentazione libro di Ceausescu con Giancarlo Elia Valori, Pietro Longo, Enrico Ferri e altri (per visualizzarlo clikka qui)


 

sabato 27 luglio 2024

Solidarietà ai socialisti democratici Pietro Longo e Robinio Costi. Articolo di Luca Bagatin


I politici italiani, dal 1994 ad oggi – in particolare quelli degli ultimi anni – dovrebbero rendere omaggio all'ex Ministro Pietro Longo e all'ex deputato alla Camera Robinio Costi, anziché togliere loro il vitalizio, come è stato fatto dal 2015 e come è stato recentemente confermato.

Pietro Longo e Robinio Costi. Socialisti democratici seri. Figli del miglior antifascismo di Giacomo Matteotti e Giuseppe Saragat.

Non ladri o delinquenti, come si vorrebbe farli passare, dal 1993 ad oggi.

Ho apprezzato molto l'articolo del 25 luglio scorso di Piero Sansonetti, su “l'Unità”, nel quale ha ricordato Pietro Longo.

Figlio della partigiana Rosa Fazio Longo, collaboratrice del leader socialista Pietro Nenni (e lo stesso Longo diverrà Segretario particolare di Nenni), erede del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e di come egli, nel 1971, abbia promosso per primo un disegno di legge che avrebbe istituito il salario minimo (antica battaglia socialista, peraltro!).

Certo, Sansonetti ricorda di come Longo finì in tribunale e fu condannato a due anni e qualche mese per via di una tangente con la quale finanziò, non sé sesso, ma il suo partito! Un partito che, dal 1947 al 1993 aveva difeso la democrazia in questo Paese. Difeso la democrazia. Ovvero non l'aveva né affossata, né vilipesa, come fecero o tentarono di fare ben altri.

Sansonetti, peraltro, nell'articolo fa presente come Longo, oggi 89enne, non possa più da tempo lavorare e non abbia reddito. E di come sia stata pessima la scelta del giornale “Il Fatto Quotidiano” di esultare alla decisione della Camera di non dare la pensione a Longo e al suo collega di partito, Robinio Costi.

Recentemente – oltre alla storia del PSDI - avevo ricostruito, in un lungo articolo, pubblicato da diverse testate, la storia politica di Pietro Longo, attraverso i suoi discorsi parlamentari e i suoi scritti, raccolti nel bellissimo quanto dimenticato volume “Il socialismo della coerenza”, pubblicato negli Anni '80 da SugarCo (https://amoreeliberta.blogspot.com/2024/03/il-socialismo-della-coerenza-di-pietro.html).

Pietro Longo parlava, non solo di salario minimo, ma anche di autogestione delle imprese e di democrazia diretta. Altro che Cinque Stelle! Altro che pseudo sinistra europea e italiana di oggi!

E l'ha fatto da Ministro del Bilancio e della Programmazione Economica, da Segretario del Partito Socialista Democratico Italiano e poi anche da componente della direzione nazionale del Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi.

Quando il socialismo, in Italia e in Europa, esisteva ancora. Ovvero non si era annacquato in un indistinto liberal-capitalismo para progressista, utile a quei Poteri forti economico-finanziari che hanno distrutto la democrazia in Italia e in Europa, ovvero hanno annientato l'unico vero Centro-Sinistra (DC – PSI – PSDI – PRI) che aveva governato, con vicende alterne, ma stabilmente e democraticamente, dal 1948 al 1993 (talvolta anche con l'appoggio del PLI).

Come ebbe a denunciare Bettino Craxi in Parlamento, il finanziamento illegale ai partiti riguardava tutti i partiti. Ma andava distinto il finanziamento al partito e il finanziamento al singolo deputato, per arricchimento personale.

Così come andava tenuto conto della situazione del nostro Paese, ovvero degli equilibri nazionali e internazionali, che la falsa rivoluzione definita “Tangentopoli” hanno finito per distruggere. Sdoganando le estreme destre, le estreme sinistre (ormai svuotate da ogni forma di ideale), i Poteri forti nazionali e internazionali e aprendo le porte a una UE autoreferenziale e autocratica, totalmente al servizio dei Presidenti USA di turno e totalmente irresponsabile sotto il profilo geopolitico.

Qualche giorno fa, grazie all'amico Marco Gianfranceschi, Presidente della Fondazione Giuseppe Saragat, ho avuto modo di vedere un video del 2018, con protagonista Pietro Longo, che da molti anni non appariva in pubblico, alla commemorazione delle targa di Palazzo Barberini, a Roma.

Nel video, che ho postato anche sul mio blog, Longo parla della necessità di un socialismo che guardi ai problemi attuali, ripercorrendo le antiche lezioni dei Maestri, ovvero quelle di Filippo Turati, Anna Kuliscioff e Giuseppe Saragat. E fa presente come, oggi, le campagne elettorali siano condotte da “chi le spara più grosse”. Nel video, Longo, si rivolge anche ai giovani, invitandoli a studiare la Storia e a guardare ai problemi attuali, riprendendo in mano quelle progettualità che hanno caratterizzato i grandi leader del passato e a non cadere nelle fake news diffuse sul web.

Pietro Longo e i deputati e senatori del PSDI e del PSI, dovrebbero essere ricordati anche e soprattutto come rappresentanti di quella sinistra democratica e libertaria che non esiste più, né nel nostro Paese, né nel resto d'Europa, salvo rarissime eccezioni.

Una sinistra che di Marx rigettava gli aspetti materialistici e dogmatici, ma ne esaltava gli aspetti umanitari e libertari e che si bettè, sempre, contro ogni totalitarismo ed ogni deriva violenta.

Lunga vita al Compagno Pietro Longo e tutti i socialisti democratici del passato e senza tessera, che sempre si batteranno contro ogni sopruso e contro una politica – quella attuale - sempre più decadente, sempre meno lungimirante e sempre meno rispettosa della Storia.

Luca Bagatin

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martedì 12 settembre 2023

Alberto Simonini, socialista democratico d'altri tempi. Articolo di Luca Bagatin

 

Ormai da trent'anni, i partiti storici e democratici, in Italia, sono scomparsi. Per lasciare spazio a gruppi parolai, di destra e sinistra, che, dalla “falsa rivoluzione di Tangentopoli”, come ebbe a definirla il leader socialista Bettino Craxi, hanno ottenuto quella legittimazione che giustamente – dal 1945 – era stata loro negata.

Fra i difensori dell'ordine democratico costituzionale, nato dopo la caduta del fascismo e la nascita dell'Italia repubblicana, un esponente assai poco approfondito, ovvero quell'Alberto Simonini, socialista democratico, che – da operaio – divenne nel corso degli anni, Ministro della Repubblica.

E' a lui, emiliano doc, nato nel 1896, che è dedicato l'agile volume storico e commemorativo del prof. Michele Donno, edito da Rubbettino, con prefazione di Giuseppe Amadei, già collaboratore di Simonini e deputato socialdemocratico.

Avente per simbolo il Sole Nascente, di ispirazione garibaldina e turatiana, quello che diverrà il Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI), nel 1951, sarà partito di sinistra di ispirazione marxista democratica, che si porrà quale argine agli opposti estremismi, di destra e sinistra, nel corso della Prima Repubblica.

Alberto Simonini, figlio di un ferroviere e di una contadina, autodidatta, iniziò la sua carriera professionale come operaio meccanico a Reggio Emilia.

Negli Anni '10, affascinato dal socialismo umanitario del deputato del PSI, Camillo Prampolini (1859 – 1930), costituì un circolo giovanile socialista e divenne fervente antimilitarista e, per questo, fu spesso condannato.

Nel 1914 divenne collaboratore del giornale fondato da Prampolini, “La Giustizia” e, pur rimanendo affascinato dall'esperienza della rivoluzione russa degli anni successivi e collocandosi su posizioni “comuniste unitarie” all'interno del PSI, si schierò presto dalla parte dei riformisti di Filippo Turati, Giacomo Matteotti e dello stesso Prampolini, contro lo spirito violento dei massimalisti.

Secondo Simonini, come secondo Prampolini, Turati e gli altri riformisti, compito dei socialisti doveva essere quello di diffondere - fra contadini e operai – idee cooperativistiche e di emancipazione sociale, nel solco della democrazia. Senza cedere a illusioni massimalistiche e alla violenza.

Sarà questo aspetto che lo porterà, assieme anche a Giuseppe Saragat, a scegliere di rimanere nel PSI, quando nel 1921, una parte dei massimalisti, deciderà di abbandonare il partito per fondare il Partito Comunista d'Italia (PCd'I).

Nel 1922 aderirà al Partito Socialista Unitario (PSU), assieme a Turati, Prampolini, Matteotti, Buozzi e Treves.

Saranno quelli gli anni dell'intensa attività sindacale di Simonini, il quale – a differenza dei comunisti e dei massimalisti – riteneva che il sindacato dovesse essere indipendente da ogni influenza partitica ed accettare che vi aderissero lavoratori di ogni tendenza politica.

E, in qualità di socialista e sindacalista, fu attivo nel respongere - fisicamente - gli assalti dei fascisti contro le sedi politiche e sindacali nella città di Parma.

Quando il fascismo dissolverà i partiti socialisti, Simonini e gli altri entreranno nel Comitato di Liberazione Nazionale (CLN).

Dopo la caduta del regime fascista si ripropose, in ambito socialista, la possibilità di riunificare le due anime, quella massimalista del PSI (più conciliante nei confronti del Partito Comunista), guidata da Pietro Nenni e quella riformista, comprendente – fra gli altri - Simonini, Saragat e Ludovico d'Aragona.

La prospettiva riformista guardava all'idea di una sorta di “terza forza”, centrista, secondo la quale l'Europa dovesse rimanere indipendente dai due blocchi, USA e URSS, promuovendo un socialismo democratico, che richiamasse l'esperienza originaria di Marx e l'idea dei primi Soviet, ovvero consigli democratici diretti, formati da operai e contadini, privi di quelle tendenze burocratiche e statolatriche degli anni successivi al 1917.

Fu così che, lungi dal riunificare le due anime socialiste, nel 1947, i riformisti – con Simonini Segretario nazionale e ormai deputato – daranno vita al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), al quale peraltro aderirà anche la già rivoluzionaria russa Angelica Balabanoff (1878 – 1965).

Fu così che, il PSLI, entrerà a far parte del Governo De Gasperi, dando vita al Quadripartito, assieme a repubblicani, liberali e democristiani, in modo da arginare – nella visione di Simonini e del suo partito – ogni pericolo totalitario, provenisse esso da destra o da sinistra.

Nel 1950, Alberto Simonini sarà nominato Ministro della Marina Mercantile e, l'anno successivo, il PSLI cambierà nome in Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI) e tale rimarrà il nome sino alla sua dissoluzione, in particolare a causa della già citata falsa rivoluzione di Tangentopoli, nel corso degli Anni '90.

Della storia del PSDI, ad ogni modo, il prof. Michele Donno ha scritto altri interessanti saggi, le cui recensioni vorrei rimandare ad altro articolo.

Alberto Simonini, divenuto nel 1958 Ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni del governo Fanfani, morirà improvvisamente, di attacco cardiaco a Strasburgo, nel 1960, ove si trovava per prendere parte ai lavori dell'Assemblea parlamentare europea.

Fu promotore, a Reggo Emilia, dell'Opera benefica “Camillo Prampolini”, alla quale volle imprimere le sue idee sindacali di emancipazione dei lavoratori e dei loro figli e, ancora oggi, è attiva la Fondazione Alberto Simonini, con sede a Reggio Emilia, rivolta al mondo del lavoro ed alla formazione professionale.

Luca Bagatin

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giovedì 26 dicembre 2024

Roberto Tremelloni, socialista democratico al servizio della comunità. Articolo di Luca Bagatin

La storia che racconteremo, riassumendola, è quella di un politico onesto, di un servitore della comunità, attraverso lo Stato democratico italiano di una Repubblica che non esiste più.

Quella Prima Repubblica, nella quale, governavano partiti di autentico Centro-Sinistra.

E' la storia di un socialista democratico, raccontata in primis da Mattia Granata, nel suo “Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, edito da Rubbettino, con il contributo del Centro per la cultura d'impresa.

Di Roberto Tremelloni (1900 – 1987), che ricoprì i Ministeri dell'Industria e del Commercio; del Tesoro, delle Finanze e della Difesa, Enrico Mattei ebbe a scrivere, a proposito del suo modo di fare politica: “Socialista genuino, uomo di cultura moderna, l'On. Tremelloni ha indicato, senza demagogia, quello che un governo socialista deve fare (…), un dirigista, certo, ma un dirigista serio, non un facilone né un demagogo”.

Tremelloni nacque a Milano, in una famiglia povera e questo ha formato profondamente il suo carattere e il suo modo retto di fare politica.

Come riporta Granata, nel suo saggio, Tremelloni scrisse di sé: “Mi sembra molto importante, nel lungo andare della mia vita, il fatto di essere nato povero. Ciò ha giovato alla formazione del mio carattere. Io benedico spesso di essere stato allevato in un ambiente di difficoltà e ristrettezze materiali. Benedico questa scuola perché le difficoltà e le ristrettezze non mi fanno più paura. Perché lo sforzo per superarle diventa abitudine”.

Economista serio, fuori da ogni ideologismo e dogmatismo e sempre dalla parte della collettività, Tremelloni riteneva che fosse “Il proletariato che può e deve alzare la bandiera dello sviluppo economico nell'interesse di tutta la collettività”.

La sua politica fu sempre in contrasto con quella dei conservatori di ogni colore “anche se sono mascherati da etichette progressiste dei più vari movimenti di destra e sinistra”, affermava.

Da adolescente aderì al Partito Repubblicano Italiano di mazziniana e risorgimentale memoria, così come Pietro Nenni. Partito della trasparenza e della rettitudine per eccellenza, oltre che collocato all'estrema sinistra democratica e laica.

Tremelloni si definiva, già da allora, un risorgimentale fabiano, un umanitarista socialista mazziniano e patriottico e tali idee si rafforzarono anche grazie all'amicizia con il liberalsocialista Carlo Rosselli e il padre del Socialismo italiano, Filippo Turati.

Idee che guardavano a un libero mercato regolato a beneficio della collettività e non dell'egoismo privato. Oltre ogni visione classista di matrice marxista-leninista e contro ogni autarchismo di matrice fascista, che Tremelloni avversò con tutto sé stesso, in particolare quando fu chiamato ai suoi primi incarichi di governo, nella ricostruzione dell'Italia, nel dopoguerra.

Un socialismo municipalista e gradualista, il suo, che lo porterà a sostenere, così come il liberalsocialista e amico Ernesto Rossi, la lotta ai monopoli e la promozione della nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia, a partire dal settore energetico.

Un socialismo che lo farà approdare, nel 1922, al Partito Socialista Unitario di Turati e Treves e, nel dopoguerra, al Partito Socialista di Unità Proletaria di Nenni e al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani di Giuseppe Saragat, successivamente Partito Socialista Unitario e, infine, Partito Socialista Democratico Italiano.

Si occupò, in gioventù, di giornalismo, sia sportivo che di cronaca e, nel 1919 fondò, con il fratello Attilio, la Casa Editrice Aracne e diresse la rivista della Confederazione Generale Del Lavoro, “Battaglie sindacali”, fino alla soppressione, durante il fascismo.

Nel 1926 fondò, peraltro, con Rosselli e Pietro Nenni, la rivista socialista “Quarto Stato”, anch'essa presto soppressa dal regime.

Ma la sua vera passione sarà sempre l'economia. Laureatosi nel 1924 in Scienze economiche, nel 1930, iniziò ad insegnare Economia politica presso l'Università di Ginevra.

Furono quelli gli anni in cui si dedicò maggiormente agli studi economici e meno all'impegno politico, purtuttavia rimase sempre un antifascista della prima ora, non mancando mai di rivolgere critiche alla politica economica del governo mussoliniano, come fa presente il saggio di Granata.

Egli fu, peraltro, fra i fondatori del giornale economico “Il Sole 24 Ore”.

Nel 1931, a Milano, fondò il GAR, ovvero il Gruppo Amici della Razionalizzazione, ovvero una sorta di centro studi economico, fortemente critico nei confronti dell'economia autarchica del regime.

Riuscì, ad ogni modo, a sfuggire alla condanna al confino, grazie al supporto della rete antifascista.

Nel dopoguerra, Tremelloni tornerà ad essere politicamente attivo, sebbene – come ricorda Mattia Granata - considerasse gran parte dei programmi dei partiti italiani piuttosto vaghi, nebulosi, poco concreti. Alla ricerca più del consenso o di non perdere consensi, piuttosto che fondati sulla ricostruzione del Paese, in favore della comunità.

Già allora egli mostrava il suo carattere pragmatico e non ideologico e, con questo spirito, contribuirà, nel 1947, a dare vita, con Saragat, al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI).

Partito di sinistra laica, socialista democratico e oltre i blocchi contrapposti DC – PCI.

All'indomani della Liberazione, fu incaricato di ricoprire il ruolo di Vicepresidente del Consiglio Industriale per l’Alta Italia, ove si occupò di gestire e riattivare le strutture dell'economia produttiva.

E' in questo ruolo che ebbe modo di applicare la sua visione economica, basata sulla razionalizzazione della produzione, contro ogni forma di parassitismo e di spreco di danaro e energie pubbliche, oltre che contro ogni forma di protezionismo economico.

Ampliamento dei mercati e produzione economica di massa di beni utili e non voluttuari, erano le sue linee guida, per garantire una diffusa prosperità.

Il tutto, secondo Tremelloni, era possibile attraverso un “ordinato e funzionante” intervento pubblico nell'economia del Paese.

In questo senso, fu un sostenitore della nazionalizzazione di ferrovie, compagnie telefoniche e elettriche; dell'abolizione di ogni forma di monopolio e della promozione della meritocrazia in ambito occupazionale.

La politica di Tremelloni, in ambito economico, che era il cuore del programma del socialismo democratico dell'epoca, rifuggiva, dunque, da ogni forma di collettivismo classista e da ogni forma di liberalismo economico, come ottimamente sottolineato dall'autore del saggio biografico.

E questa sarà la politica che egli sempre porterà avanti, anche nei successivi incarichi di governo, all'Industria e commercio (1947), al Tesoro (1962), alle Finanze (1963) e alla Difesa (1966).

Una politica improntata alla buona amministrazione, all'evitare sperperi e sprechi, al risanamento dei conti pubblici ed alla razionalizzazione della spesa, ma all'insegna dello spendere meno, ma meglio, in particolare in settori importantissimi quali sanità e istruzione, sui quali Tremelloni intese investire maggiormente.

Inutile dire che si scontrò moltissimo con i politici della sua epoca, in tal senso.

Fu, come moltissimi esponenti del suo partito, un sostenitore dell'adesione dell'Italia al Patto Atlantico, ma allo stesso tempo fu, come tutti i socialisti democratici, un sostenitore della pace, del disarmo e del dialogo e della cooperazione internazionale con tutti i Paesi del mondo, oltre che dell'autonomia decisionale dell'Italia.

Fu, da Ministro delle Finanze, un sostenitore non solo della progressività delle imposte e dell'abolizione dell'esenzione fiscale a deputati e senatori, ma anche della lotta all'evasione fiscale e ciò gli attirò numerose critiche, da destra e sinistra.

La sua linea rigorosa era comprensibilmente giustificata proprio dal fatto che, grazie alle imposte progressive, non solo le classi meno abbienti avrebbero pagato meno, ma i servizi pubblici potevano essere resi più efficienti, se tutti avessero pagato ciò che a ciascuno competeva.

Come fa presente Mattia Granata nel suo saggio, Tremelloni mirava a moralizzare la vita pubblica e politica e spesso si trovò a scontrarsi con una dura realtà, fatta di malcostume diffuso, che spesso gli causò non poche delusioni e persino problemi di salute.

Egli detestava l'inefficienza, il malaffare, il trasformismo, la superficialità, la degenerazione partitocratica.

Tutte cose che riscontrerà anche da Ministro della Difesa, incarico che egli mai avrebbe voluto assumere.

Pacifista della prima ora, anche in quel caso, con grandi difficoltà, cercò di razionalizzare la spesa militare, pur non riuscendovi e trovandosi difronte a una realtà clientelare diffusa.

Tentò di riformare il SIFAR, trasformandolo in SID e tentando di correggere quelle deviazioni dei servizi segreti che stavano portando il Paese a subire un colpo di stato di estrema destra, durante la crisi del governo Moro-Nenni, nel 1964.

All'epoca, Tremelloni, fu lasciato solo persino da molti suoi compagni di partito, essendosi ormai inimicato gran parte dei poteri forti che si stavano sostituendo allo Stato.

Nel saggio “Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, Mattia Granata riporta alcune significative annotazioni di Tremelloni, relative a quel periodo: “Mi trovai intorno una cerchia abbastanza ampia di nemici giurati. Non solo i colpiti (evidentemente quelli del Sifar), ma anche i loro sovvenzionati (…) legati da vincoli di complicità e omertà, mi attaccarono e fecero attaccare con insolita durezza e con la diffusione delle più varie calunnie contro di me attraverso la mafia solidale degli informatori Sifar, che i servizi segreti avevano in ogni partito, in ogni agenzia giornalistica, in ogni centro di informazione o centro politico. (…). “Il Sifar si vendicava rabbiosamente (…) tutto lo Stato nello Stato si ribellava contro chi aveva osato mettersi contro di lui”.

Da allora, inizierà il declino politico di Tremelloni, sempre più isolato anche all'interno di un un PSDI che stava perdendo gran parte del suo glorioso passato socialista ed era in inevitabile calo di consensi da parte dell'opinione pubblica.

Così scriveva Tremelloni, all'indomani dell'esperienza al Ministero della Difesa: “Il partito non mi difese dagli attacchi e dalle calunnie, non fece quadrato attorno a me nella difficile e spericolata traversia che mi aveva attirato gli odii di tutti gli amici dei potentissimi servizi segreti (…) anche nei partiti di sinistra”.

In un PSDI guidato da Mario Tanassi, le personalità di alto profilo come Tremelloni erano sempre più tenute ai margini (la stessa pasionaria del socialismo, Angelica Balabanoff, negli anni, rimase sempre più delusa dai vertici del partito dei socialisti democratici e non mancò di sottolinearlo, nelle sue memorie).

Tremelloni non venne più considerato in seno al PSDI e gli veniva preferita, nel 1968, il sostegno – nel suo stesso collegio milanese - alla candidatura di Eugenio Scalfari alle elezioni politiche e, solamente grazie al ripescaggio dei resti, e all'interessamento di Pietro Nenni, sarà rieletto, come fa presente il saggio di Granata.

Tremelloni, ad ogni modo, non smise mai di scrivere, studiare e battersi contro il fenomeno dell'inflazione, sottovalutatissimo dalla gran parte dei politici dell'epoca. E ciò di pari passo con la denuncia tremelloniana di un aumento degli sprechi nel settore pubblico.

Aspetti, entrambi, peraltro, che porteranno alla crisi della Prima Repubblica, alcuni decenni dopo e sui quali soffieranno sia gli opposti estremismi, che i poteri forti internazionali e un'opinione pubblica manipolata dal sistema mediatico. Portando, dunque, al crollo dei partiti democratici di governo e alla fine dell'Italia per come l'avevamo conosciuta.

L'ultimo atto politico di Tremelloni fu la partecipazione al convegno milanese del PSDI “Una politica contro l'inflazione: per lo sviluppo nella stabilità”, del 1973 (degli atti di tale convegno, che conservo nella mia biblioteca, parlerò in un successivo articolo, fra qualche tempo).

Dopo di allora, come ricorda l'ottimo Granata, Tremelloni si allontanò dalla vita pubblica. Continuò a vivere una vita molto frugale (cibandosi, come sempre, di riso in bianco, una mela e acqua naturale) e a vivere un'esistenza molto ritirata, fra i suoi libri, i suoi studi, la compagnia della moglie Emma e della figlia Laura.

Molto lo aveva deluso la politica del tempo, che aveva accantonato una personalità di altissimo livello, che aveva dato molto al Paese e veniva ripagato con l'oblio e l'isolamento. Specialmente da coloro i quali avrebbero dovuto tenerlo in palmo di mano.

Come, del resto, accadde nel Risorgimento all'Eroe dei due Mondi Giuseppe Garibaldi (che si ritirò a Caprera, molto deluso, dimettendosi da deputato) e anche al grande leader e partigiano Repubblicano Randolfo Pacciardi, altro importante Ministro degli Anni d'oro dell'Italia del dopoguerra e che da tempo denunciava la degenerazione della partitocrazia italiana, sempre meno al servizio alla comunità. Ma che il PRI dell'epoca mise in un canto.

Dei migliori, del resto, pensiamo al Ministro socialista della Sanità, Luigi Mariotti, che fece chiudere i manicomi e si adoperò molto per il welfare, era meglio scordarsi, per lasciare spazio alla “mafia dei professionisti di partito”, come la chiamò lo stesso Tremelloni.

Se vogliamo comprendere le ragioni del disastro politico di oggi, italiano, Europeo e Occidentale, della totale irresponsabilità e perdita di qualità del personale politico degli ultimi trent'anni, non possiamo non ragionare guardando al nostro passato.

E non possiamo non onorare non solo la memoria di leader politici come Roberto Tremelloni, ma anche apprenderne gli insegnamenti, i percorsi, la lungimiranza e intelligenza.

Sono fra coloro i quali, pur socialista fin da ragazzino, non credono assolutamente a una rinascita del socialismo in Italia e Europa (e sicuramente non considero socialisti i partitini che si dicono, oggi, tali). E ne ho spiegato le ragioni, più e più volte. Molte di queste le ravvisò già Tremelloni. Molte di queste le ravvisò comunque anche Bettino Craxi, il cui PSI (l'ultimo dei partiti socialisti italiani, esistito fino al 1992) raccolse gran parte dell'eredità socialista democratica, ormai allo sbando.

Ciò che è possibile e necessario fare è studiare, approfondire, ricercare, agire in modo retto, austero, senza pregiudizi, senza tornaconti personali. Elevare ed elevarsi oltre una massa e una politica resa incolta e arida.

“Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, di Mattia Granata, scritto benissimo e altrettanto ottimamente documentato, è, in questo senso, un saggio preziosissimo.

Un documento raro, fondamentale, non solo per gli storici, ma anche e soprattutto per le nuove generazioni, siano esse formate da economisti, studiosi, militanti politici, socialisti democratici (se ancora ne esistono, specie fuori da partiti ormai senza alcun valore e fuori da elezioni ormai totalmente inutili), giovani, meno giovani e quanti vorranno recuperare il pensiero e l'azione di un grande uomo quale fu Roberto Tremelloni.

Di cui, chi vi scrive, parlerà ancora, in altri articoli, nei mesi a venire.

Luca Bagatin

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lunedì 13 ottobre 2025

Roberto Tremelloni, un socialista democratico, un servitore della Repubblica democratica. Articolo di Luca Bagatin

Oggi, gli italiani, lo dimostrano anche le recenti elezioni amministrative, non vanno più a votare, per la gran parte.

Non si riconoscono, infatti, in contenitori pressoché uguali e sempre più uguali, con il passare degli anni.

Contenutori volti a distruggere i diritti dei lavoratori; lo stato sociale; la sanità pubblica; a non fare nulla per i diritti degli anziani; delle donne e dei bambini; a non far nulla contro le baby gang e mantenere l'ordine pubblico.

Contenitori lontani tanto a livello nazionale, quanto a livello locale, dalle necessità dei cittadini e della comunità.

Contenitori che preferiscono piegarsi ai desiderata, sempre più sconsiderati e guerrafondai, di Bruxelles e Washington. Che fanno di tutto per distruggere un Occidente alla deriva.

La storia che racconterò e che ho già raccontato in altri articoli e video, riassumendola, è quella di un politico onesto, di un servitore della comunità, attraverso lo Stato democratico italiano di una Repubblica che non esiste più.

Quella Prima Repubblica, nella quale, governavano partiti di autentico Centro-Sinistra. E non gli eredi degli opposti estremismi, approdati al liberal capitalismo assoluto e al fondamentalismo senza costrutto, che si dicono “riformisti” senza esserlo mai stati.

E' la storia di un socialista democratico, raccontata in primis da Mattia Granata, nel suo “Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, edito da Rubbettino, con il contributo del Centro per la cultura d'impresa.

Di Roberto Tremelloni (1900 – 1987), che ricoprì i Ministeri dell'Industria e del Commercio; del Tesoro, delle Finanze e della Difesa, Enrico Mattei ebbe a scrivere, a proposito del suo modo di fare politica: “Socialista genuino, uomo di cultura moderna, l'On. Tremelloni ha indicato, senza demagogia, quello che un governo socialista deve fare (…), un dirigista, certo, ma un dirigista serio, non un facilone né un demagogo”.

Tremelloni nacque a Milano, in una famiglia povera e questo ha formato profondamente il suo carattere e il suo modo retto di fare politica.

Come riporta Granata, nel suo saggio, Tremelloni scrisse di sé: “Mi sembra molto importante, nel lungo andare della mia vita, il fatto di essere nato povero. Ciò ha giovato alla formazione del mio carattere. Io benedico spesso di essere stato allevato in un ambiente di difficoltà e ristrettezze materiali. Benedico questa scuola perché le difficoltà e le ristrettezze non mi fanno più paura. Perché lo sforzo per superarle diventa abitudine”.

Economista serio, fuori da ogni ideologismo e dogmatismo e sempre dalla parte della collettività, Tremelloni riteneva che fosse “Il proletariato che può e deve alzare la bandiera dello sviluppo economico nell'interesse di tutta la collettività”.

La sua politica fu sempre in contrasto con quella dei conservatori di ogni colore “anche se sono mascherati da etichette progressiste dei più vari movimenti di destra e sinistra”, affermava.

Da adolescente aderì al Partito Repubblicano Italiano di mazziniana e risorgimentale memoria, così come Pietro Nenni. Partito della trasparenza e della rettitudine per eccellenza, oltre che collocato all'estrema sinistra democratica e laica.

Tremelloni si definiva, già da allora, un risorgimentale fabiano, un umanitarista socialista mazziniano e patriottico e tali idee si rafforzarono anche grazie all'amicizia con il liberalsocialista Carlo Rosselli e il padre del Socialismo italiano, Filippo Turati.

Idee che guardavano a un libero mercato regolato a beneficio della collettività e non dell'egoismo privato. Oltre ogni visione classista di matrice marxista-leninista e contro ogni autarchismo di matrice fascista, che Tremelloni avversò con tutto sé stesso, in particolare quando fu chiamato ai suoi primi incarichi di governo, nella ricostruzione dell'Italia, nel dopoguerra.

Un socialismo municipalista e gradualista, il suo, che lo porterà a sostenere, così come il liberalsocialista e amico Ernesto Rossi, la lotta ai monopoli e la promozione della nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia, a partire dal settore energetico.

Un socialismo che lo farà approdare, nel 1922, al Partito Socialista Unitario di Turati e Treves e, nel dopoguerra, al Partito Socialista di Unità Proletaria di Nenni e al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani di Giuseppe Saragat, successivamente Partito Socialista Unitario e, infine, Partito Socialista Democratico Italiano.

Si occupò, in gioventù, di giornalismo, sia sportivo che di cronaca e, nel 1919 fondò, con il fratello Attilio, la Casa Editrice Aracne e diresse la rivista della Confederazione Generale Del Lavoro, “Battaglie sindacali”, fino alla soppressione, durante il fascismo.

Nel 1926 fondò, peraltro, con Rosselli e Pietro Nenni, la rivista socialista “Quarto Stato”, anch'essa presto soppressa dal regime.

Ma la sua vera passione sarà sempre l'economia. Laureatosi nel 1924 in Scienze economiche, nel 1930, iniziò ad insegnare Economia politica presso l'Università di Ginevra.

Furono quelli gli anni in cui si dedicò maggiormente agli studi economici e meno all'impegno politico, purtuttavia rimase sempre un antifascista della prima ora, non mancando mai di rivolgere critiche alla politica economica del governo mussoliniano, come fa presente il saggio di Granata.

Egli fu, peraltro, fra i fondatori del giornale economico “Il Sole 24 Ore”.

Nel 1931, a Milano, fondò il GAR, ovvero il Gruppo Amici della Razionalizzazione, ovvero una sorta di centro studi economico, fortemente critico nei confronti dell'economia autarchica del regime.

Riuscì, ad ogni modo, a sfuggire alla condanna al confino, grazie al supporto della rete antifascista.

Nel dopoguerra, Tremelloni tornerà ad essere politicamente attivo, sebbene – come ricorda Mattia Granata - considerasse gran parte dei programmi dei partiti italiani piuttosto vaghi, nebulosi, poco concreti. Alla ricerca più del consenso o di non perdere consensi, piuttosto che fondati sulla ricostruzione del Paese, in favore della comunità.

Già allora egli mostrava il suo carattere pragmatico e non ideologico e, con questo spirito, contribuirà, nel 1947, a dare vita, con Saragat, al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI).

Partito di sinistra laica, socialista democratico e oltre i blocchi contrapposti DC – PCI.

All'indomani della Liberazione, fu incaricato di ricoprire il ruolo di Vicepresidente del Consiglio Industriale per l’Alta Italia, ove si occupò di gestire e riattivare le strutture dell'economia produttiva.

E' in questo ruolo che ebbe modo di applicare la sua visione economica, basata sulla razionalizzazione della produzione, contro ogni forma di parassitismo e di spreco di danaro e energie pubbliche, oltre che contro ogni forma di protezionismo economico.

Ampliamento dei mercati e produzione economica di massa di beni utili e non voluttuari, erano le sue linee guida, per garantire una diffusa prosperità.

Il tutto, secondo Tremelloni, era possibile attraverso un “ordinato e funzionante” intervento pubblico nell'economia del Paese.

In questo senso, fu un sostenitore della nazionalizzazione di ferrovie, compagnie telefoniche e elettriche; dell'abolizione di ogni forma di monopolio e della promozione della meritocrazia in ambito occupazionale.

La politica di Tremelloni, in ambito economico, che era il cuore del programma del socialismo democratico dell'epoca, rifuggiva, dunque, da ogni forma di collettivismo classista e da ogni forma di liberalismo economico, come ottimamente sottolineato dall'autore del saggio biografico.

E questa sarà la politica che egli sempre porterà avanti, anche nei successivi incarichi di governo, all'Industria e commercio (1947), al Tesoro (1962), alle Finanze (1963) e alla Difesa (1966).

Una politica improntata alla buona amministrazione, all'evitare sperperi e sprechi, al risanamento dei conti pubblici ed alla razionalizzazione della spesa, ma all'insegna dello spendere meno, ma meglio, in particolare in settori importantissimi quali sanità e istruzione, sui quali Tremelloni intese investire maggiormente.

Inutile dire che si scontrò moltissimo con i politici della sua epoca, in tal senso.

Fu, come moltissimi esponenti del suo partito, un sostenitore dell'adesione dell'Italia al Patto Atlantico, ma allo stesso tempo fu, come tutti i socialisti democratici, un sostenitore della pace, del disarmo e del dialogo e della cooperazione internazionale con tutti i Paesi del mondo, oltre che dell'autonomia decisionale dell'Italia.

Fu, da Ministro delle Finanze, un sostenitore non solo della progressività delle imposte e dell'abolizione dell'esenzione fiscale a deputati e senatori, ma anche della lotta all'evasione fiscale e ciò gli attirò numerose critiche, da destra e sinistra.

La sua linea rigorosa era comprensibilmente giustificata proprio dal fatto che, grazie alle imposte progressive, non solo le classi meno abbienti avrebbero pagato meno, ma i servizi pubblici potevano essere resi più efficienti, se tutti avessero pagato ciò che a ciascuno competeva.

Come fa presente Mattia Granata nel suo saggio, Tremelloni mirava a moralizzare la vita pubblica e politica e spesso si trovò a scontrarsi con una dura realtà, fatta di malcostume diffuso, che spesso gli causò non poche delusioni e persino problemi di salute.

Egli detestava l'inefficienza, il malaffare, il trasformismo, la superficialità, la degenerazione partitocratica.

Tutte cose che riscontrerà anche da Ministro della Difesa, incarico che egli mai avrebbe voluto assumere.

Pacifista della prima ora, anche in quel caso, con grandi difficoltà, cercò di razionalizzare la spesa militare, pur non riuscendovi e trovandosi difronte a una realtà clientelare diffusa.

Tentò di riformare il SIFAR, trasformandolo in SID e tentando di correggere quelle deviazioni dei servizi segreti che stavano portando il Paese a subire un colpo di stato di estrema destra, durante la crisi del governo Moro-Nenni, nel 1964.

All'epoca, Tremelloni, fu lasciato solo persino da molti suoi compagni di partito, essendosi ormai inimicato gran parte dei poteri forti che si stavano sostituendo allo Stato.

Nel saggio “Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, Mattia Granata riporta alcune significative annotazioni di Tremelloni, relative a quel periodo: “Mi trovai intorno una cerchia abbastanza ampia di nemici giurati. Non solo i colpiti (evidentemente quelli del Sifar), ma anche i loro sovvenzionati (…) legati da vincoli di complicità e omertà, mi attaccarono e fecero attaccare con insolita durezza e con la diffusione delle più varie calunnie contro di me attraverso la mafia solidale degli informatori Sifar, che i servizi segreti avevano in ogni partito, in ogni agenzia giornalistica, in ogni centro di informazione o centro politico. (…). “Il Sifar si vendicava rabbiosamente (…) tutto lo Stato nello Stato si ribellava contro chi aveva osato mettersi contro di lui”.

Da allora, inizierà il declino politico di Tremelloni, sempre più isolato anche all'interno di un un PSDI che stava perdendo gran parte del suo glorioso passato socialista ed era in inevitabile calo di consensi da parte dell'opinione pubblica.

Così scriveva Tremelloni, all'indomani dell'esperienza al Ministero della Difesa: “Il partito non mi difese dagli attacchi e dalle calunnie, non fece quadrato attorno a me nella difficile e spericolata traversia che mi aveva attirato gli odii di tutti gli amici dei potentissimi servizi segreti (…) anche nei partiti di sinistra”.

In un PSDI guidato da Mario Tanassi, le personalità di alto profilo come Tremelloni erano sempre più tenute ai margini (la stessa pasionaria del socialismo, Angelica Balabanoff, negli anni, rimase sempre più delusa dai vertici del partito dei socialisti democratici e non mancò di sottolinearlo, nelle sue memorie).

Tremelloni non venne più considerato in seno al PSDI e gli veniva preferita, nel 1968, il sostegno – nel suo stesso collegio milanese - alla candidatura di Eugenio Scalfari alle elezioni politiche e, solamente grazie al ripescaggio dei resti, e all'interessamento di Pietro Nenni, sarà rieletto, come fa presente il saggio di Granata.

Tremelloni, ad ogni modo, non smise mai di scrivere, studiare e battersi contro il fenomeno dell'inflazione, sottovalutatissimo dalla gran parte dei politici dell'epoca. E ciò di pari passo con la denuncia tremelloniana di un aumento degli sprechi nel settore pubblico.

Aspetti, entrambi, peraltro, che porteranno alla crisi della Prima Repubblica, alcuni decenni dopo e sui quali soffieranno sia gli opposti estremismi, che i poteri forti internazionali e un'opinione pubblica manipolata dal sistema mediatico. Portando, dunque, al crollo dei partiti democratici di governo e alla fine dell'Italia per come l'avevamo conosciuta.

L'ultimo atto politico di Tremelloni fu la partecipazione al convegno milanese del PSDI “Una politica contro l'inflazione: per lo sviluppo nella stabilità”, del 1973 (degli atti di tale convegno, che conservo nella mia biblioteca, parlerò in un successivo articolo, fra qualche tempo).

Dopo di allora, come ricorda l'ottimo Granata, Tremelloni si allontanò dalla vita pubblica. Continuò a vivere una vita molto frugale (cibandosi, come sempre, di riso in bianco, una mela e acqua naturale) e a vivere un'esistenza molto ritirata, fra i suoi libri, i suoi studi, la compagnia della moglie Emma e della figlia Laura.

Molto lo aveva deluso la politica del tempo, che aveva accantonato una personalità di altissimo livello, che aveva dato molto al Paese e veniva ripagato con l'oblio e l'isolamento. Specialmente da coloro i quali avrebbero dovuto tenerlo in palmo di mano.

Come, del resto, accadde nel Risorgimento all'Eroe dei due Mondi Giuseppe Garibaldi (che si ritirò a Caprera, molto deluso, dimettendosi da deputato) e anche al grande leader e partigiano Repubblicano Randolfo Pacciardi, altro importante Ministro degli Anni d'oro dell'Italia del dopoguerra e che da tempo denunciava la degenerazione della partitocrazia italiana, sempre meno al servizio alla comunità. Ma che il PRI dell'epoca mise in un canto.

Dei migliori, del resto, pensiamo al Ministro socialista della Sanità, Luigi Mariotti, che fece chiudere i manicomi e si adoperò molto per il welfare, era meglio scordarsi, per lasciare spazio alla “mafia dei professionisti di partito”, come la chiamò lo stesso Tremelloni.

Se vogliamo comprendere le ragioni del disastro politico di oggi, italiano, Europeo e Occidentale, della totale irresponsabilità e perdita di qualità del personale politico degli ultimi trent'anni, non possiamo non ragionare guardando al nostro passato.

E non possiamo non onorare non solo la memoria di leader politici come Roberto Tremelloni, ma anche apprenderne gli insegnamenti, i percorsi, la lungimiranza e intelligenza.

Sono fra coloro i quali, pur socialista fin da ragazzino, non credono assolutamente a una rinascita del socialismo in Italia e Europa (e sicuramente non considero socialisti i partitini che si dicono, oggi, tali). E ne ho spiegato le ragioni, più e più volte. Molte di queste le ravvisò già Tremelloni. Molte di queste le ravvisò comunque anche Bettino Craxi, il cui PSI (l'ultimo dei partiti socialisti italiani, esistito fino al 1992) raccolse gran parte dell'eredità socialista democratica, ormai allo sbando.

Ciò che è possibile e necessario fare è studiare, approfondire, ricercare, agire in modo retto, austero, senza pregiudizi, senza tornaconti personali. Elevare ed elevarsi oltre una massa e una politica resa incolta e arida.

“Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, di Mattia Granata, scritto benissimo e altrettanto ottimamente documentato, è, in questo senso, un saggio preziosissimo.

Un documento raro, fondamentale, non solo per gli storici, ma anche e soprattutto per le nuove generazioni, siano esse formate da economisti, studiosi, militanti politici, socialisti democratici (se ancora ne esistono, specie fuori da partiti ormai senza alcun valore e fuori da elezioni ormai totalmente inutili), giovani, meno giovani e quanti vorranno recuperare il pensiero e l'azione di un grande uomo quale fu Roberto Tremelloni.

Luca Bagatin

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