L'azione dei socialisti
democratici del PSLI – poi ribattezzato PSDI – fu fondamentale
nella ricostruzione dell'Italia nel secondo dopoguerra, come ricordai
in un recente articolo, rifacendomi al saggio del prof. Michele Donno
“Socialisti democratici”, edito da Rubbettino
(https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/10/il-contributo-socialista-democratico.html).
Il prof. Donno ha
proseguito le sue ricerche attraverso il suo “I socialisti
democratici italiani e il centro-sinistra”, edito sempre da
Rubbettino, nel quale viene spiegato come il Partito Socialista
Democratico Italiano diede un forte contributo quale traghettatore
del Partito Socialista Italiano di Pietro Nenni nei governi
presieduti dalla DC, dal PRI e dallo stesso PSDI.
Nel solco della ricerca
di una riunificazione socialista, consumatasi nel 1947, il PSDI, non
sempre concorde con la DC e spesso rissoso nei confronti del PLI,
fece il possibile per staccare il PSI dall'abbraccio mortale con il
PCI e portarlo nell'area di governo, in modo da costituire un
centro-sinistra organico, atto a portare avanti quelle riforme sociali che
attendevano l'Italia da lungo tempo.
E ciò accadde nel
dicembre del 1963, con il governo Moro, sostenuto, oltre che dalla
DC, dai socialisti, dai socialisti democratici e dai repubblicani.
Un governo che vide il
leader socialista Pietro Nenni alla Vicepresidenza del Consiglio e il
leader socialista democratico Giuseppe Saragat al Ministero degli
Esteri.
Un governo che si
porponeva, fra le altre cose, di far eleggere il Parlamento europeo a
suffragio universale, di sostenere il processo di distensione fra USA
e URSS e, con il socialista democratico Roberto Tremelloni al
Ministero delle Finanze, di razionalizzare la spesa pubblica,
alleggerire la burocrazia e rilanciare produzione e occupazione.
Le basi di un
riavvicinamento fra il PSDI e il PSI e di un avvicinamento di
quest'ultimo, all'area governativa centrista, si videro già nel
XXXII Congresso del PSI di Venezia nel febbraio 1957 e nel plauso
verso i partiti socialisti dell'allora Papa Giovanni XXIII, il quale
aprì la Chiesa cattolica alle istanze dei più deboli,
all'emancipazione delle classi lavoratrici e alla distensione a
livello internazionale fra le superpotenze.
Un PSI che, pur non
riuniciando affatto alla sua base anticapitalista, divenne critico
nei confronti di un PCI sempre più eterodiretto da Mosca e sempre
meno alla ricerca di una sua autonomia.
L'autonomismo socialista
divenne, infatti, la bandiera di Nenni e il PSDI si adoperò quale
“cerniera” fra il PSI e una DC che, pur conservatrice su molte
tematiche, veniva tenuta a bada proprio dalle posizioni più avanzate
dei socialisti, sia in ambito economico-sociale che civile e
democratico.
Come ricorda il prof.
Donno nel suo saggio, l'azione dei socialisti democratici già nei
governi De Gasperi e Fanfani fu molto avanzata e portò alla
nazionalizzazione dell'energia elettrica; a una legge
antimonopolistica; al potenziamento della Cassa del Mezzogiorno; a
una più equa e rigorosa politica fiscale; alla lotta contro la
speculazione in Borsa; a un programma di edilizia popolare; a una
riforma del sistema previdenziale; a una riforma agraria in favore
della piccola proprietà contadina; all'obbligo scolastico fino al
quattordicesimo anno di età e all'affermazione della scuola laica.
Tutto ciò pur fra mille
difficoltà, considerando la politica spesso clientelare e poco
rigorosa operata dalla DC, che molto spesso mise in crisi il
rigorosissimo Ministro socialista democratico Tremelloni, il quale
occupò spesso, in quegli anni, ministeri a carattere economico e,
nel terzo governo Moro, il ruolo di Ministro della Difesa.
Tremelloni, infatti,
puntò molto sulla stabilità monetaria, la razionalizzazione della
spesa pubblica, la sburocratizzazione e la programmazione economica e
l'efficienza della pubblica amministrazione fu, per tutta la sua vita
di Ministro e politico, la sua vera missione.
Non a caso, come ricorda
il prof. Donno, Tremelloni si allontanò dalla vita politica in un
periodo in cui osservò che il clientelismo e la “finanza allegra”
tendevano a prevalere rispetto al pragmatismo e alla buona
amministrazione.
Gli Anni '60 saranno,
peraltro, periodo in cui il PSDI aumenterà i suoi consensi, passando
dal 4,5% degli Anni '50, al 6%.
E, come ricorda il saggio
del prof. Donno, gli anni del primo centro-sinistra organico, furono
anche l'epoca del sostegno dell'Italia ai Paesi africani e del Terzo
Mondo; della ricerca di una distensione a livello geopolitico fra le
potenze; di ricerca di un policentrismo (oggi si direbbe
multipolarismo) che garantisse equilibrio e benessere per tutti.
Il 28 dicembre 1964, per
Saragat, giunse l'elezione a Presidente della Repubblica, facendo
convergere – dopo numerose peripezie politiche - i voti, non solo
dei socialisti democratici, ma anche del PSI, del PRI, della DC e del
PCI.
Saragat, nonostante il
nuovo ruolo ricoperto, non abbandonò mai l'idea di riunificare il
PSI e il PSDI, anche per contrastare da una parte l'azione governativa
conservatrice della DC al governo e quella del PCI all'opposizione,
evitando che quest'ultimo si ponesse a capo del movimento operaio in
Italia.
Fu così che, il 30
ottobre 1966, a Roma, nacque il Partito Socialista Unificato (PSU),
ovvero il PSI-PSDI Unificati, unendo, nello stesso simbolo, quello
del PSI con il libro aperto, la falce e martello e il sole nascente e
quello del PSDI con il sole nascente.
Il nuovo partito, ad ogni
modo, percorso comunque da continui contrasti fra i due partiti, alle
successive elezioni del 1968 conquistò appena il 14,4% alla Camera e
il 15,2% al Senato, ovvero meno della somma dei due elettorati
storici (e infatti vennero persi ben 29 seggi, molti dei quali
conquistati dal neonato Partito Socialista di Unità Proletaria, che
ottenne il 4,45%).
Inutile dire che, tale
sconfitta, portò allo scioglimento di tale partito e al ritorno nei
ranghi dei rispettivi partiti socialisti.
Occasione mancata che,
probabilmente, sarà sanata dall'elezione di Bettino Craxi a
Segretario del PSI nel 1976. Questi, infatti, propose al contempo una
politica di riformismo, senza rinunciare ai valori fondanti del
socialismo originario. Occasione colta da molti esponenti del PSDI
che, alla fine degli Anni '80, confluiranno nel PSI di Craxi, fra i
quali Pier Luigi Romita e Pietro Longo.
Ma di questa storia,
probabilmente, mi auguro parlerà un futuro saggio dell'ottimo prof.
Michele Donno, a conclusione delle sue ottime ricerche sul socialismo
democratico italiano.
Il Partito Socialista
Democratico Italiano (PSDI) fu un piccolo partito di sinistra e
d'opinione, protagonista più volte nella Storia politica italiana, ma troppo
spesso dimenticato e bistrattato, fra le pieghe della Storia.
Come dimenticati furono
molti dei suoi protagonisti.
Nel recente passato, ho
avuto modo di ripercorrere la storia di questo interessante partito e
alcuni dei suoi esponenti più significativi, grazie anche agli
ottimi saggi del prof. Michele Donno, editi da Rubbettino
(“Socialisti democratici. Giuseppe Saragat e il PSLI (1945 –
1952)" e “I socialisti democratici e il centro-sinistra (1956
– 1968)”); grazie alla raccolta di discorsi e scritti dell'On.
Pietro Longo (edita da Sugarco negli Anni '80, dal titolo “Il
socialismo della coerenza”) e grazie all'ottimo saggio di Mattia
Granata, edito da Rubbettino, sul Ministro Roberto Tremelloni,
“Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico” .
Con “L'Alternativa
impossibile – L'Idea socialdemocratica di Antonio Cariglia tra
Italia e Europa negli anni della “prima” Repubblica”, edito da
Marsilio e ottimamente scritto da Simone Visciola, si potrà
aggiungere un ulteriore tassello a questa Storia gloriosa e
dimenticata.
Ciò che colpisce, del
corposo saggio di Visciola, è la grande mole di informazioni sul
PSDI, in particolare dagli Anni '70 alla sua scomparsa, almeno come
partito serio e storico, nel 1992-1993, oltre che sull'On. Antonio
Cariglia, che guidò il partito dal 1988 sino al 1992.
Cariglia, nato a Vieste
nel 1924, si trasferì, nel 1937, a Pistoia, con la famiglia, in
quanto il padre, Matteo, aveva vinto il concorso per un posto di
comandante nei vigili urbani.
Egli iniziò il suo
percorso politico in forma clandestina, come molti antifascisti della
prima ora.
Come spiega Visciola, nel
suo saggio, Cariglia si avvicinò al marxismo (ma non nella
declinazione leninista) grazie alla lettura – ai tempi del liceo –
degli scritti del filosofo socialista Rodolfo Mondolfo.
Da lì, il passo
nell'entrare nel Partito Socialista Italiano di Filippo Turati, fu
breve. Partito marxista “gradualista” e che detestava il più
vago e annacquato termine “riformista” (oggi finanche troppo
abusato).
Ben presto, Cariglia, si
ritroverà sulle posizioni di Giuseppe Saragat, ovvero su un marxismo
umanitario, promotore di libertà, giustizia sociale e democrazia,
contro ogni forma di totalitarismo, fosse esso fascista o comunista
totalitario.
Con Saragat e moltissimi
altri, del resto, condivise la storica scissione socialista di
Palazzo Barberini, del 1947, nell'ambito della quale nacque il
Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), che riprendeva il
nome dallo storico partito fondato da Turati e Anna Kuliscioff, nel
1892 (primo partito politico italiano).
Un partito che
contemplava un socialismo largo, che andava dai gradualisti fino ai
trotzkisti e che, in ogni caso, come ricordò lo storico e politico
socialista Gaetano Arfè, citato da Simone Visciola, mai si definì
“moderato” e per il quale il marxismo rimaneva la dottrina di
riferimento.
Come ricorda Visciola,
nel suo saggio, del resto, il PSLI non abbandonò dal suo simbolo la
storica falce e martello e lo storico inno rimase “L'Internazionale”.
Il PSLI segnò, dunque,
un distacco da un PCI che guardava a Stalin e da un PSI che,
all'epoca, lo seguiva a ruota.
A 25 anni, Cariglia,
iniziò la sua carriera di partito impegnandosi nel sindacato e molto
attive furono le sue collaborazioni anche con il sindacato
statunitense e, con Saragat, iniziò a far sì che il partito
iniziasse a collaborare anche con gli altri socialisti all'estero, in
particolare con i laburisti britannici, oltre che con i
socialdemocratici tedeschi.
Nel corso degli anni,
Cariglia, divenne, come lo definisce Visciola, una sorta di
“termometro” del Partito Socialista Unitario (PSU) e, quindi, del
PSDI (evoluzioni successiva del PSLI a partire dal 1948 in poi, che
abbandonò la falce e martello per il simbolo del Sole Nascente di
garibaldina e turatiana memoria).
Egli non amava le
correnti, ma cercava, per quel che gli era possibile, di mantenere un
equilibrio fra le varie posizioni interne al partito.
A lui, del resto, si deve
l'invenzione, nel 1966, della cosiddetta “bicicletta” fra PSDI e
PSI, simbolo di un tentativo, quantomeno elettorale, di riunificare
il socialismo italiano, pur per un breve periodo.
Del resto, come spiegato
ampiamente dal saggio di Visciola, fin dal titolo stesso, l'obiettivo
principale di Cariglia fu sempre quello di ricercare l'unità delle
forze laico-socialiste, in modo da poter creare una alternativa
socialista democratica repubblicana alla DC, alle destre e a un PCI
fondamentalmente conservatore.
In questo senso lavorò
per tutta la vita, proponendo un apparentamento fra il PSDI, il PSI
(che con Craxi, alla fine degli Anni '70, si era smarcato dal
marxismo-leninismo, per sviluppare l'idea di un socialismo largo e
libertario), il PRI e il Partito Radicale.
Un apparentamento che, a
parere di Cariglia, doveva essere favorito da una nuova legge
elettorale con appositi sbarramenti e premi di maggioranza, pur
mantenendo un assetto proporzionale.
Nel 1985 trovò
favorevole in particolare il Partito Radicale guidato da Giovanni
Negri che, con altri radicali, prese la doppia tessera al PSDI e
nelle cui fila si candidò, qualche anno dopo.
Peraltro in quegli anni
si costituirono anche liste unitarie PSDI-PSI-Partito Radicale, nelle
cui fila Cariglia fu peraltro rieletto.
Un progetto lungimirante
e terzaforzista e che peraltro, diciamolo, auspicarono, decenni
prima, anche quegli “Amici de “Il Mondo”” guidati da Mario
Pannunzio e Ernesto Rossi e che, in parte, trovò ragione nella
presentazione della lista Unità Socialista, alle elezioni del 1948,
raccogliendo il 7% dei consensi.
Alla fine degli Anni '80,
il PSDI di Cariglia promosse riforme molto avanzate, quali la
riduzione dell'orario lavorativo a 35 ore settimanali; una riforma
istituzionale che permettesse al Parlamento di scegliere il premier e
che questi avesse maggiori poteri e promosse la costituzione di
coalizioni prima delle elezioni, sulla base di un programma
concordato.
Fra le altre cose,
peraltro, annunciò che il PSDI avrebbe rinunciato al finanziamento
pubblico e promosse un progetto di legge che prevedesse il
finanziamento volontario ai partiti, attraverso la denuncia dei
redditi, sul modello dell'8 per mille alle confessioni religiose.
Tutti aspetti, assieme a
moltissimi altri, molto probabilmente, sconosciuti ai più e che
trovano ampia trattazione ne “L'alternativa impossibile” di
Simone Visciola che, in appendice, presenta anche un'ampia selezione
di interventi parlamentari dell'On. Antonio Cariglia, dal 1965 al
1993.
Giorgio Pizzol, classe 1942, già insegnante di
lettere, avvocato e giudice di pace, fu Sindaco di Vittorio Veneto
dal 1975 al 1982, reggendo forse una delle poche giunte di sinistra a
quei tempi, composta da PCI, PSI, PSDI e PRI.
Nel 1987 fu eletto Senatore, nelle fila del PSI e,
nel 1990, in contrasto con i vertici del partito, passò prima al
gruppo misto e, successivamente, al PSDI, come indipendente,
concludendo la legislatura nel 1992.
Giornalista pubblicista, dal 1995, ha collaborato
con “La Tribuna di Treviso” e “La Nuova Ferrara”.
Oltre a due raccolte di liriche (“Le stagioni del
presente” e “Versi sciolti”), ha pubblicato tre saggi
sull'importanza della comunicazione: “Uno e molteplice” (1990);
“Pensiero del limite e limite del pensiero” (1998” e “Il
Pensiero Riflessivo” (2023).
Sempre a proposito dell'importanza della comunicazione, nel
1992, ha fondato la rivista “Dia Logo” ed è molto attivo nelle
battaglie per la difesa della Costituzione Italiana.
Ho qui avuto l'amichevole possibilità di
intervistarlo.
Cosa puoi dirci,
innanzitutto, dell'ultimo scorcio della Prima Repubblica, avendo tu
ricoperto la carica di Senatore nella X legislatura (1987- 1992) nel
PSI e poi nel PSDI ?
Parto dal Messaggio alle Camere del
Presidente della Repubblica Cossiga del 26 giugno 1991. Un atto
eversivo.
Perché eversivo?
Mi spiego. L’Art. 87 attribuisce
al Presidente il potere di inviare messaggi alle Camere al fine di
garantire il rispetto della Costituzione.
In questo messaggio Cossiga,
esorbitando clamorosamente dai suoi poteri, formulava una proposta di
stravolgimento del dettato costituzionale. In sintesi, proponeva di
annullare le funzioni del Parlamento, di trasferire il potere
decisionale al Governo, di abolire i partiti come previsti dall’Art.
49 della Costituzione. Un colpo di stato bianco.
Sei stato fra i
pochissimi, peraltro, a denunciare l'incostituzionalità del
referendum per l'elezione del Senato, del 1993, che introdusse il
sistema maggioritario nel nostro ordinamento. Cosa puoi dirci, in
merito?
Il Referendum Segni-Pannella del
1993. Fu l’attuazione concreta del colpo di stato. La Corte
costituzionale non avrebbe dovuto ammetterlo. Ad opporsi furono
pochissimi davvero.
Il popolo fu ubriacato da una
massiccia campagna di propaganda a favore del “sistema
maggioritario all’inglese”. Segni e Pannella vinsero
trionfalmente con l’82,74%.
Paradosso di un popolo che vota
contro la sua sovranità.
L'incostituzionalità
delle leggi elettorali maggioritarie, introdotte dopo il 1993, hanno
fortemente ridotto la democrazia nel nostro Paese, impedendo a
milioni di elettori di eleggere i propri rappresentanti (perché,
introducendo maggioritario e sbarramenti vari, è quanto nei fatti è
accaduto). Ciò ha prodotto l’astensionismo di massa e la sfiducia
nel sistema politico. Che ne pensi?
Hai detto bene. Tutti i sistemi
maggioritari sono in contrasto insanabile con gli Articoli 3, 48, 49,
e 51 della Costituzione. Questi prescrivono un sistema
elettorale proporzionale puro: senza premi di maggioranza e senza
sbarramenti. Ogni lista deve poter ottenere un numero di seggi in
proporzione esatta ai voti ricevuti. Le leggi maggioritarie, sono
palesemente incostituzionali, leggi truffa.
A che cosa potrebbe
portare il riconoscimento ufficiale dell'incostituzionalità di tali
leggi elettorali? Pensi che sia una battaglia giusta e percorribile?
Temo che questo riconoscimento non
ci sarà. Le leggi maggioritarie sono passate con l’avallo della
Corte costituzionale e col consenso della stragrande maggioranza del
popolo.
Nel 2020 il Movimento Cinque Stelle
promosse un altro referendum sul taglio dei seggi del Parlamento da
945 a 600. Ottenne il SI' dal 69% dei votanti. Sempre con l’avallo
della Corte. Trai tu stesso le conclusioni.
Che cosa pensi della
scomparsa dei partiti socialisti in Italia, a partire dal 1993?
Ho vissuto, in prima persona, questa
scomparsa.
Torniamo alla fine del 1989. Da
molto tempo avevo osservato che nel Psi non vi era democrazia
interna. I capi corrente prendevano decisioni a nome del partito
senza alcun rispetto delle norme statutarie.
Il 2 gennaio 1990 comunicai al
Segretario Bettino Craxi le mie dimissioni dal PSI e dal Gruppo
socialista. Esposi la mia dissociazione dai comportamenti sopra
descritti. Assicurai tuttavia il mio appoggio agli obiettivi di fondo
del partito, come riportato anche da “La Repubblica” del 5
gennaio 1990.
Mi iscrissi, quindi, al Gruppo misto
del Senato.
Dopo una decina di giorni mi
contattò Antonio Cariglia, segretario del PSDI. E mi fece questo
discorso.
“Caro Pizzol conosco il tuo
impegno per l’unità dei partiti di sinistra. Bettino Craxi ha in
testa un’idea sciagurata. Vuole assorbire il PSDI nel PSI. Ha
convinto due Senatori PSDI a entrare nel Gruppo socialista. Il Gruppo
PSDI è rimasto con quattro membri, sotto il minimo di cinque
richiesto dal regolamento del Senato. Dammi una mano a salvare il
Gruppo”.
Accettai. Il PSDI conservò il suo
gruppo per il resto della legislatura.
Ma poi i partiti della
sinistra italiana non solo non si unirono, ma scomparvero...
Ciò avvenne in conseguenza del
colpo di stato Cossiga-Segni-Pannella che fondò, appunto, la Seconda
Repubblica. Per mezzo delle leggi maggioritarie, mise fuori
combattimento tutti i partiti fondatori della Costituzione.
Cosa mi dici dei
partiti socialisti del resto dell'UE, i quali ebbero una mutazione in
senso liberal capitalista e spesso guerrafondaio?
Il colpo di stato in Italia fu a sua
volta conseguenza dello sconvolgimento geopolitico prodotto dalla
caduta del Muro di Berlino.
L’intera politica europea fu
condizionata dalla politica degli Stati Uniti vincitori della Guerra
Fredda.
I partiti socialisti dell’UE, per
rendersi “presentabili” a Washington si convertirono al
neoliberismo e si allinearono alle politiche militari dell’Occidente.
Descrivimi, in poche
parole, la differenza fra Prima e Seconda Repubblica
La Prima era, con tutti i suoi
difetti e le sue tragedie, “Una Repubblica democratica fondata sul
lavoro”; la Seconda è “Una Repubblica oligarchica fondata sul
capitale”.
Recentemente ho avuto
modo di ritrovare una raccolta di discorsi parlamentari e scritti
politici dell'On. Pietro Longo, già ex Segretario del Partito
Socialista Democratico Italiano ed ex Ministro del Bilancio e della
Programmazione Economica del primo governo Craxi.
Una raccolta dal titolo
“Il socialismo della coerenza”, edito da Sugarco nel 1984, con
prefazione di Giuseppe Saragat e curato dal saggista e storico
Antonio G. Casanova.
Pietro Longo, oggi, ha
quasi 90 anni, ma nessuno parla più di lui, né lo si è più visto
in giro, da moltissimo tempo.
Vittima illustre del
falso scandalo P2 (come lo definì il prof. Aldo A Mola) e della
falsa rivoluzione di Tangentopoli (come la definì Bettino Craxi), fu
fra quei politici di lungo corso che finirono per ritirarsi, dal 1993
in poi, a vita privata.
Dall'anno orribile, 1993.
L'anno a partire dal
quale verranno sdoganate, al governo, le estreme destre e le estreme
sinistre, le leghe, i comici in politica, le grande imprese e i
Poteri forti nazionali e internazionali. L'anno che segnerà, per
sempre, la fine di quasi cinquant'anni di democrazia in Italia,
fondata sull'asse fra le forze della democrazia cristiana e quelle
della democrazia laica e socialista.
Esponente di spicco di
queste ultime, proprio Pietro Longo.
Nato a Roma, classe 1935,
figlio della partigiana socialista molisana Rosa Fazio Longo (una
delle prime attiviste femministe e una delle prime a seguire Pietro
Nenni nella scelta di condanna dell'invasione sovietica in Ungheria,
nel 1956), iscritto alla Federazione Giovanile Socialista nel 1951 e
partecipe, da quel periodo, alle lotte di lavoratori delle campagne
per la riforma agraria contro il latifondo nel Mezzogiorno.
Laureato in
giurisprudenza, fu fra i fondatori, nel 1964, del CENSIS, importante
istituto di ricerca socio-economica.
Segretario particolare
del leader socialista Pietro Nenni, Longo fu nominato capo della sua
Segreteria politica, dal 1964 al 1968, gli anni nei quali Nenni
ricoprì la carica di Vicepresidente del Consiglio e fu eletto
deputato, per la prima volta, nel 1968, nelle file del Partito
Socialista Unitario (PSI – PSDI Unificati).
Nel 1969, alla scissione
del PSU, partecipò alla ricostruzione del PSDI (nella corrente di
sinistra denominata “Democrazia socialista) del quale, nel 1972, fu
eletto Vicesegretario nazionale e, dal 1978 al 1985, fu eletto
Segretario nazionale, con Giuseppe Saragat Presidente del partito.
Nel febbraio 1989,
assieme ad altri esponenti del PSDI favorevoli ad una fusione con il
PSI di Bettino Craxi, fra i quali Pier Luigi Romita, diede vita al
movimento Unità e Democrazia Socialista (UDS) che, nell'ottobre
dello stesso anno, confluì nel PSI e Craxi fece entrare Longo nella
Direzione Nazionale del partito.
Il saggio che ho
ritrovato - “Il socialismo della coerenza” - è particolarmente
interessante in quanto ricorda – attraverso le note introduttive
del prof. Casanova e le parole di Pietro Longo - ciò che fu il
socialismo italiano ed europeo degli anni d'oro, quando ancora
esisteva.
Si parte dagli esordi
istituzionali di Pietro Longo, quando negli Anni '60 scelse di aderire alla
corrente autonomista di Nenni, autonoma e contrapposta tanto alla
“chiesa” democristiana che a quella comunista. Per la costruzione
di un socialismo democratico che andasse oltre i blocchi
contrapposti, capace di divenire leader non solo delle forze di
democrazia laica dell'epoca, ma anche di una sinistra democratica e
riformista, comprendente tanto i socialisti, che i socialisti
democratici e i repubblicani, capace di garantire il diritto alla
casa, alla pensione, alla scuola e alla sanità pubblica gratuita per
tutti e al contempo di snellire l'apparato burocratico statale.
E' particolarmente
interessante un passaggio di Longo, al XV Congresso del PSDI del
1971, nel quale egli parla di salario minimo garantito. E'
interessante, perché di questa scottante tematica già si parlava
cinquant'anni fa e a parlarne furono, per primi, i socialisti.
In quel passaggio, Longo,
spiega come il primo a proporre il salario minimo garantito (che
molti, ancora oggi, vorrebbero negare, in Italia!), fu il Segretario
del PSU Mauro Ferri (nominato poi giudice costituzionale dal
Presidente della Repubblica Francesco Cossiga nel 1987), nel 1969.
Nello stesso discorso
congressuale, Longo, parla – nell'ambito della riforma delle
Regioni - di introdurre forme di democrazia diretta in modo da
garantire “una più consapevole partecipazione di tutti i
cittadini alle scelte degli indirizzi politici, dei partiti e degli
uomini che li rappresentano”.
Molto interessante
l'articolo “Questioni di dottrina socialista”, riportato nel
testo, che risale al numero speciale della rivista “Ragionamenti”,
del 1975.
In tale articolo, Pietro
Longo, illustra ed esalta i valori umanistici e libertari del
marxismo, ma li contrappone ai principi leninisti e stalinisti, che
portarono l'URSS e molti Paesi del Patto di Varsavia a negare le
libertà necessarie allo sviluppo di un socialismo effettivo e
realizzato.
Non mancano le critiche
di Longo al capitalismo e in particolare egli scrive: “il
capitalismo presenta inadempienze clamorose nella ripartizione delle
ricchezze e dei consumi, nella soddisfazione dei bisogni e nella
politica sociale”.
Egli esalta, nello stesso
articolo, le conquiste sociali del periodo, quali il divorzio e
l'avanzare della libertà sessuale, nonostante il clericalismo
culturale imperante in Italia. Purtroppo riscontra anche due
mancanze: il fatto che la famiglia “non è interamente fondata
sulla permanente libertà di scelta” e che “siamo ancora
molto indietro nell'attuazione istituzionalizzata delle forme di
democrazia diretta”.
Questo punto, rimarcato
più volte negli scritti e discorsi di Pietro Longo, è
particolarmente importante, in quanto – nonostante nella Storia
della Repubblica italiana nessuno sia riuscito a introdurre effettive
forme di democrazia diretta (e sicuramente non lo sono i pastrocchi
online proposti dai Cinque Stelle) – i primi a volerle promuovere e
introdurre furono proprio i socialisti.
E, accanto alla
democrazia diretta, Pietro Longo, nei suoi scritti, parla spesso di
un altro principio democratico e sociale, ovvero di autogestione
economica (sull'esempio della Svezia e della Jugoslavia dell'epoca),
cioè la necessità che i lavoratori diventino proprietari effettivi
del proprio lavoro, come peraltro prevede da sempre la dottrina
socialista, per l'emancipazione della classe lavoratrice.
In tal senso egli
scrisse, nel 1978: “La lotta che noi conduciamo attualmente in
Italia è la lotta per reintrodurre nella società e nella realtà
economica il momento della responsabilità, dopo che l'ipertrofia
dell'assistenzialismo e l'esplosione del rivendicazionismo hanno
portato all'attuale deresponsabilizzazione. Quando noi studiamo i
possibili progetti di “autogestione”, di “cogestione”, sulla
scia di sperimentazioni condotte in altri Paesi europei, non facciamo
altro che cercare le vie di un disegno di responsabilizzazione di
tutta la società civile, quindi anche a livello della classe
lavoratrice, anche delle categorie del lavoro manuale. Noi ci
battiamo, cioè, perché, in un quadro di libertà, tutte le
componenti della società diventino in un certo senso “ceto medio”.
Pietro Longo, nei suoi
scritti e discorsi, peraltro, ricorda come i socialisti democratici –
pur ancorati all'Occidente - abbiano sempre promosso un mondo
pacifico e multipolare e come avessero un ottimo rapporto con quei
Paesi socialisti non appiattiti nei confronti dell'URSS, quali la
Romania socialista di Nicolae Ceausescu e la Jugoslavia del
Maresciallo Josip Tito Broz, che Longo ricorda per aver saputo
“difendere l'indipendenza e la sovranità nazionale creando le basi
di un interessante tipo di sviluppo della società, verso la quale è
viva la nostra attenzione”.
Da non dimenticare anche
la stretta amicizia fra Longo e il leader socialdemocratico tedesco
Willy Brandt, di cui egli scrive: “La relazione e l'opera di
Willy Brandt si collocano sulla scia di questa grande tradizione che
dal punto di vista dei principi discende dal socialismo riformista e
democratico che si è sviluppato nei decenni passati soprattutto in
alcune nazioni dell'Europa occidentale. (…). Un socialismo
democratico e libertario che ha sempre denunciato e combattuto gli
egoismi e gli avventurismi del sistema capitalistico, contro le
dittature militari e fasciste, contro il colonialismo economico e
contro il sistema internazionale fondato sullo sfruttamento di alcuni
popoli a vantaggio di altri”.
Un socialismo che,
aggiungerei, non esiste più dal 1993, in tutta Europa.
Perché non esistono più
quei grandi leader, che furono, a vario titolo, defenestrati (come
Craxi, lo stesso Longo e molti altri) o sono morti (come Brandt e
Mitterrand).
Ci rimangono le
testimonianze, gli scritti, i libri e la memoria di chi avrà il
piacere della ricerca di un'epoca che, almeno in Europa, non tornerà
purtroppo mai più.
Perché è importante per un socialista democratico ricordare il Presidente Nicolae Ceausescu, barbaramente ucciso in questo giorno, nel 1989 (perché troppo autonomo dalla Mosca gorbacioviana e dai desiderata atlantisti di Washington)? Perché fu un amico del PSDI, del PSI e, dunque, del Socialismo Italiano e fu, anche in questo senso, fra i primi, in Europa (se non il primo) a parlare di un nuovo ordine mondiale multipolare e pacifico. Nelle foto qui presentate, il Presidente Ceausescu e l'allora Segretario del PSDI Pietro Longo, oltre che con Bettino Craxi, Segretario del PSI e una raccolta di scritti di Ceausescu, che fu presentata, in Italia, presso l'Accademia di Romania, nel 1979, oltre che dal prefatore, prof. Giancarlo Elia Valori (già biografo di Ceausescu in Italia), anche dagli Onorevoli del PSDI Longo e Enrico Ferri. Abbiamo bisogno, oggi, di uomini di pace, socialisti, oltre i blocchi contrapposti e le sciocche tifoserie! Un mondo multipolare, pacifico e più giusto è possibile e doveroso!
I politici italiani, dal
1994 ad oggi – in particolare quelli degli ultimi anni –
dovrebbero rendere omaggio all'ex Ministro Pietro Longo e all'ex
deputato alla Camera Robinio Costi, anziché togliere loro il
vitalizio, come è stato fatto dal 2015 e come è stato recentemente
confermato.
Pietro Longo e Robinio
Costi. Socialisti democratici seri. Figli del miglior antifascismo di
Giacomo Matteotti e Giuseppe Saragat.
Non ladri o delinquenti,
come si vorrebbe farli passare, dal 1993 ad oggi.
Ho apprezzato molto
l'articolo del 25 luglio scorso di Piero Sansonetti, su “l'Unità”,
nel quale ha ricordato Pietro Longo.
Figlio della partigiana
Rosa Fazio Longo, collaboratrice del leader socialista Pietro Nenni
(e lo stesso Longo diverrà Segretario particolare di Nenni), erede
del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e di come egli, nel
1971, abbia promosso per primo un disegno di legge che avrebbe
istituito il salario minimo (antica battaglia socialista, peraltro!).
Certo, Sansonetti ricorda
di come Longo finì in tribunale e fu condannato a due anni e qualche
mese per via di una tangente con la quale finanziò, non sé sesso,
ma il suo partito! Un partito che, dal 1947 al 1993 aveva difeso la
democrazia in questo Paese. Difeso la democrazia. Ovvero non l'aveva
né affossata, né vilipesa, come fecero o tentarono di fare ben
altri.
Sansonetti, peraltro,
nell'articolo fa presente come Longo, oggi 89enne, non possa più da
tempo lavorare e non abbia reddito. E di come sia stata pessima la
scelta del giornale “Il Fatto Quotidiano” di esultare alla
decisione della Camera di non dare la pensione a Longo e al suo
collega di partito, Robinio Costi.
Recentemente – oltre
alla storia del PSDI - avevo ricostruito, in un lungo articolo,
pubblicato da diverse testate, la storia politica di Pietro Longo,
attraverso i suoi discorsi parlamentari e i suoi scritti, raccolti
nel bellissimo quanto dimenticato volume “Il socialismo della
coerenza”, pubblicato negli Anni '80 da SugarCo
(https://amoreeliberta.blogspot.com/2024/03/il-socialismo-della-coerenza-di-pietro.html).
Pietro Longo parlava, non
solo di salario minimo, ma anche di autogestione delle imprese e di
democrazia diretta. Altro che Cinque Stelle! Altro che pseudo
sinistra europea e italiana di oggi!
E l'ha fatto da Ministro
del Bilancio e della Programmazione Economica, da Segretario del
Partito Socialista Democratico Italiano e poi anche da componente
della direzione nazionale del Partito Socialista Italiano di Bettino
Craxi.
Quando il socialismo, in
Italia e in Europa, esisteva ancora. Ovvero non si era annacquato in
un indistinto liberal-capitalismo para progressista, utile a quei
Poteri forti economico-finanziari che hanno distrutto la democrazia
in Italia e in Europa, ovvero hanno annientato l'unico vero
Centro-Sinistra (DC – PSI – PSDI – PRI) che aveva governato,
con vicende alterne, ma stabilmente e democraticamente, dal 1948 al
1993 (talvolta anche con l'appoggio del PLI).
Come ebbe a denunciare
Bettino Craxi in Parlamento, il finanziamento illegale ai partiti
riguardava tutti i partiti. Ma andava distinto il finanziamento al
partito e il finanziamento al singolo deputato, per arricchimento
personale.
Così come andava tenuto
conto della situazione del nostro Paese, ovvero degli equilibri
nazionali e internazionali, che la falsa rivoluzione definita
“Tangentopoli” hanno finito per distruggere. Sdoganando le
estreme destre, le estreme sinistre (ormai svuotate da ogni forma di
ideale), i Poteri forti nazionali e internazionali e aprendo le porte
a una UE autoreferenziale e autocratica, totalmente al servizio dei
Presidenti USA di turno e totalmente irresponsabile sotto il profilo
geopolitico.
Qualche giorno fa, grazie
all'amico Marco Gianfranceschi, Presidente della Fondazione Giuseppe
Saragat, ho avuto modo di vedere un video del 2018, con protagonista
Pietro Longo, che da molti anni non appariva in pubblico, alla
commemorazione delle targa di Palazzo Barberini, a Roma.
Nel video, che ho postato
anche sul mio blog, Longo parla della necessità di un socialismo che
guardi ai problemi attuali, ripercorrendo le antiche lezioni dei
Maestri, ovvero quelle di Filippo Turati, Anna Kuliscioff e Giuseppe
Saragat. E fa presente come, oggi, le campagne elettorali siano
condotte da “chi le spara più grosse”. Nel video, Longo,
si rivolge anche ai giovani, invitandoli a studiare la Storia e a
guardare ai problemi attuali, riprendendo in mano quelle
progettualità che hanno caratterizzato i grandi leader del passato e
a non cadere nelle fake news diffuse sul web.
Pietro Longo e i deputati
e senatori del PSDI e del PSI, dovrebbero essere ricordati anche e
soprattutto come rappresentanti di quella sinistra democratica e
libertaria che non esiste più, né nel nostro Paese, né nel resto
d'Europa, salvo rarissime eccezioni.
Una sinistra che di Marx
rigettava gli aspetti materialistici e dogmatici, ma ne esaltava gli
aspetti umanitari e libertari e che si bettè, sempre, contro ogni
totalitarismo ed ogni deriva violenta.
Lunga vita al Compagno
Pietro Longo e tutti i socialisti democratici del passato e senza
tessera, che sempre si batteranno contro ogni sopruso e contro una
politica – quella attuale - sempre più decadente, sempre meno
lungimirante e sempre meno rispettosa della Storia.
Ormai da trent'anni, i
partiti storici e democratici, in Italia, sono scomparsi. Per
lasciare spazio a gruppi parolai, di destra e sinistra, che, dalla
“falsa rivoluzione di Tangentopoli”, come ebbe a definirla il
leader socialista Bettino Craxi, hanno ottenuto quella legittimazione
che giustamente – dal 1945 – era stata loro negata.
Fra i difensori
dell'ordine democratico costituzionale, nato dopo la caduta del
fascismo e la nascita dell'Italia repubblicana, un esponente assai
poco approfondito, ovvero quell'Alberto Simonini, socialista
democratico, che – da operaio – divenne nel corso degli anni,
Ministro della Repubblica.
E' a lui, emiliano doc,
nato nel 1896, che è dedicato l'agile volume storico e commemorativo
del prof. Michele Donno, edito da Rubbettino, con prefazione di
Giuseppe Amadei, già collaboratore di Simonini e deputato
socialdemocratico.
Avente per simbolo il
Sole Nascente, di ispirazione garibaldina e turatiana, quello che
diverrà il Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI), nel 1951,
sarà partito di sinistra di ispirazione marxista democratica, che si
porrà quale argine agli opposti estremismi, di destra e sinistra,
nel corso della Prima Repubblica.
Alberto Simonini, figlio
di un ferroviere e di una contadina, autodidatta, iniziò la sua
carriera professionale come operaio meccanico a Reggio Emilia.
Negli Anni '10,
affascinato dal socialismo umanitario del deputato del PSI, Camillo
Prampolini (1859 – 1930), costituì un circolo giovanile socialista
e divenne fervente antimilitarista e, per questo, fu spesso
condannato.
Nel 1914 divenne
collaboratore del giornale fondato da Prampolini, “La Giustizia”
e, pur rimanendo affascinato dall'esperienza della rivoluzione russa
degli anni successivi e collocandosi su posizioni “comuniste
unitarie” all'interno del PSI, si schierò presto dalla parte dei
riformisti di Filippo Turati, Giacomo Matteotti e dello stesso
Prampolini, contro lo spirito violento dei massimalisti.
Secondo Simonini, come
secondo Prampolini, Turati e gli altri riformisti, compito dei
socialisti doveva essere quello di diffondere - fra contadini e
operai – idee cooperativistiche e di emancipazione sociale, nel
solco della democrazia. Senza cedere a illusioni massimalistiche e
alla violenza.
Sarà questo aspetto che
lo porterà, assieme anche a Giuseppe Saragat, a scegliere di
rimanere nel PSI, quando nel 1921, una parte dei massimalisti,
deciderà di abbandonare il partito per fondare il Partito Comunista
d'Italia (PCd'I).
Nel 1922 aderirà al
Partito Socialista Unitario (PSU), assieme a Turati, Prampolini,
Matteotti, Buozzi e Treves.
Saranno quelli gli anni
dell'intensa attività sindacale di Simonini, il quale – a
differenza dei comunisti e dei massimalisti – riteneva che il
sindacato dovesse essere indipendente da ogni influenza partitica ed
accettare che vi aderissero lavoratori di ogni tendenza politica.
E, in qualità di
socialista e sindacalista, fu attivo nel respongere - fisicamente -
gli assalti dei fascisti contro le sedi politiche e sindacali nella
città di Parma.
Quando il fascismo
dissolverà i partiti socialisti, Simonini e gli altri entreranno nel
Comitato di Liberazione Nazionale (CLN).
Dopo la caduta del regime
fascista si ripropose, in ambito socialista, la possibilità di
riunificare le due anime, quella massimalista del PSI (più
conciliante nei confronti del Partito Comunista), guidata da Pietro
Nenni e quella riformista, comprendente – fra gli altri - Simonini,
Saragat e Ludovico d'Aragona.
La prospettiva riformista
guardava all'idea di una sorta di “terza forza”, centrista,
secondo la quale l'Europa dovesse rimanere indipendente dai due
blocchi, USA e URSS, promuovendo un socialismo democratico, che
richiamasse l'esperienza originaria di Marx e l'idea dei primi
Soviet, ovvero consigli democratici diretti, formati da operai e
contadini, privi di quelle tendenze burocratiche e statolatriche
degli anni successivi al 1917.
Fu così che, lungi dal
riunificare le due anime socialiste, nel 1947, i riformisti – con
Simonini Segretario nazionale e ormai deputato – daranno vita al
Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), al quale peraltro
aderirà anche la già rivoluzionaria russa Angelica Balabanoff (1878
– 1965).
Fu così che, il PSLI,
entrerà a far parte del Governo De Gasperi, dando vita al
Quadripartito, assieme a repubblicani, liberali e democristiani, in
modo da arginare – nella visione di Simonini e del suo partito –
ogni pericolo totalitario, provenisse esso da destra o da sinistra.
Nel 1950, Alberto
Simonini sarà nominato Ministro della Marina Mercantile e, l'anno
successivo, il PSLI cambierà nome in Partito Socialista Democratico
Italiano (PSDI) e tale rimarrà il nome sino alla sua dissoluzione,
in particolare a causa della già citata falsa rivoluzione di
Tangentopoli, nel corso degli Anni '90.
Della storia del PSDI, ad
ogni modo, il prof. Michele Donno ha scritto altri interessanti
saggi, le cui recensioni vorrei rimandare ad altro articolo.
Alberto Simonini,
divenuto nel 1958 Ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni del
governo Fanfani, morirà improvvisamente, di attacco cardiaco a
Strasburgo, nel 1960, ove si trovava per prendere parte ai lavori
dell'Assemblea parlamentare europea.
Fu promotore, a Reggo
Emilia, dell'Opera benefica “Camillo Prampolini”, alla quale
volle imprimere le sue idee sindacali di emancipazione dei lavoratori
e dei loro figli e, ancora oggi, è attiva la Fondazione Alberto
Simonini, con sede a Reggio Emilia, rivolta al mondo del lavoro ed
alla formazione professionale.
La storia che
racconteremo, riassumendola, è quella di un politico onesto, di un
servitore della comunità, attraverso lo Stato democratico italiano
di una Repubblica che non esiste più.
Quella Prima Repubblica,
nella quale, governavano partiti di autentico Centro-Sinistra.
E' la storia di un
socialista democratico, raccontata in primis da Mattia Granata, nel
suo “Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, edito
da Rubbettino, con il contributo del Centro per la cultura d'impresa.
Di Roberto Tremelloni
(1900 – 1987), che ricoprì i Ministeri dell'Industria e del
Commercio; del Tesoro, delle Finanze e della Difesa, Enrico Mattei
ebbe a scrivere, a proposito del suo modo di fare politica:
“Socialista genuino, uomo di cultura moderna, l'On. Tremelloni
ha indicato, senza demagogia, quello che un governo socialista deve
fare (…), un dirigista, certo, ma un dirigista serio, non un
facilone né un demagogo”.
Tremelloni nacque a
Milano, in una famiglia povera e questo ha formato profondamente il
suo carattere e il suo modo retto di fare politica.
Come riporta Granata, nel
suo saggio, Tremelloni scrisse di sé: “Mi sembra molto
importante, nel lungo andare della mia vita, il fatto di essere nato
povero. Ciò ha giovato alla formazione del mio carattere. Io
benedico spesso di essere stato allevato in un ambiente di difficoltà
e ristrettezze materiali. Benedico questa scuola perché le
difficoltà e le ristrettezze non mi fanno più paura. Perché lo
sforzo per superarle diventa abitudine”.
Economista serio, fuori
da ogni ideologismo e dogmatismo e sempre dalla parte della
collettività, Tremelloni riteneva che fosse “Il proletariato
che può e deve alzare la bandiera dello sviluppo economico
nell'interesse di tutta la collettività”.
La sua politica fu sempre
in contrasto con quella dei conservatori di ogni colore “anche
se sono mascherati da etichette progressiste dei più vari movimenti
di destra e sinistra”, affermava.
Da adolescente aderì al
Partito Repubblicano Italiano di mazziniana e risorgimentale memoria,
così come Pietro Nenni. Partito della trasparenza e della
rettitudine per eccellenza, oltre che collocato all'estrema sinistra
democratica e laica.
Tremelloni si definiva,
già da allora, un risorgimentale fabiano, un umanitarista socialista
mazziniano e patriottico e tali idee si rafforzarono anche grazie
all'amicizia con il liberalsocialista Carlo Rosselli e il padre del
Socialismo italiano, Filippo Turati.
Idee che guardavano a un
libero mercato regolato a beneficio della collettività e non
dell'egoismo privato. Oltre ogni visione classista di matrice
marxista-leninista e contro ogni autarchismo di matrice fascista, che
Tremelloni avversò con tutto sé stesso, in particolare quando fu
chiamato ai suoi primi incarichi di governo, nella ricostruzione
dell'Italia, nel dopoguerra.
Un socialismo
municipalista e gradualista, il suo, che lo porterà a sostenere,
così come il liberalsocialista e amico Ernesto Rossi, la lotta ai
monopoli e la promozione della nazionalizzazione dei settori chiave
dell'economia, a partire dal settore energetico.
Un socialismo che lo farà
approdare, nel 1922, al Partito Socialista Unitario di Turati e
Treves e, nel dopoguerra, al Partito Socialista di Unità Proletaria
di Nenni e al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani di Giuseppe
Saragat, successivamente Partito Socialista Unitario e, infine,
Partito Socialista Democratico Italiano.
Si occupò, in gioventù,
di giornalismo, sia sportivo che di cronaca e, nel 1919 fondò, con
il fratello Attilio, la Casa Editrice Aracne e diresse la rivista
della Confederazione Generale Del Lavoro, “Battaglie sindacali”,
fino alla soppressione, durante il fascismo.
Nel 1926 fondò,
peraltro, con Rosselli e Pietro Nenni, la rivista socialista “Quarto
Stato”, anch'essa presto soppressa dal regime.
Ma la sua vera passione
sarà sempre l'economia. Laureatosi nel 1924 in Scienze economiche,
nel 1930, iniziò ad insegnare Economia politica presso l'Università
di Ginevra.
Furono quelli gli anni in
cui si dedicò maggiormente agli studi economici e meno all'impegno
politico, purtuttavia rimase sempre un antifascista della prima ora,
non mancando mai di rivolgere critiche alla politica economica del
governo mussoliniano, come fa presente il saggio di Granata.
Egli fu, peraltro, fra i
fondatori del giornale economico “Il Sole 24 Ore”.
Nel 1931, a Milano, fondò
il GAR, ovvero il Gruppo Amici della Razionalizzazione, ovvero una
sorta di centro studi economico, fortemente critico nei confronti
dell'economia autarchica del regime.
Riuscì, ad ogni modo, a
sfuggire alla condanna al confino, grazie al supporto della rete
antifascista.
Nel dopoguerra,
Tremelloni tornerà ad essere politicamente attivo, sebbene – come
ricorda Mattia Granata - considerasse gran parte dei programmi dei
partiti italiani piuttosto vaghi, nebulosi, poco concreti. Alla
ricerca più del consenso o di non perdere consensi, piuttosto che
fondati sulla ricostruzione del Paese, in favore della comunità.
Già allora egli mostrava
il suo carattere pragmatico e non ideologico e, con questo spirito,
contribuirà, nel 1947, a dare vita, con Saragat, al Partito
Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI).
Partito di sinistra
laica, socialista democratico e oltre i blocchi contrapposti DC –
PCI.
All'indomani della
Liberazione, fu incaricato di ricoprire il ruolo di Vicepresidente
del Consiglio Industriale per l’Alta Italia, ove si occupò di
gestire e riattivare le strutture dell'economia produttiva.
E' in questo ruolo che
ebbe modo di applicare la sua visione economica, basata sulla
razionalizzazione della produzione, contro ogni forma di parassitismo
e di spreco di danaro e energie pubbliche, oltre che contro ogni
forma di protezionismo economico.
Ampliamento dei mercati e
produzione economica di massa di beni utili e non voluttuari, erano
le sue linee guida, per garantire una diffusa prosperità.
Il tutto, secondo
Tremelloni, era possibile attraverso un “ordinato e funzionante”
intervento pubblico nell'economia del Paese.
In questo senso, fu un
sostenitore della nazionalizzazione di ferrovie, compagnie
telefoniche e elettriche; dell'abolizione di ogni forma di monopolio
e della promozione della meritocrazia in ambito occupazionale.
La politica di
Tremelloni, in ambito economico, che era il cuore del programma del
socialismo democratico dell'epoca, rifuggiva, dunque, da ogni forma
di collettivismo classista e da ogni forma di liberalismo economico,
come ottimamente sottolineato dall'autore del saggio biografico.
E questa sarà la
politica che egli sempre porterà avanti, anche nei successivi
incarichi di governo, all'Industria e commercio (1947), al Tesoro
(1962), alle Finanze (1963) e alla Difesa (1966).
Una politica improntata
alla buona amministrazione, all'evitare sperperi e sprechi, al
risanamento dei conti pubblici ed alla razionalizzazione della spesa,
ma all'insegna dello spendere meno, ma meglio, in particolare in
settori importantissimi quali sanità e istruzione, sui quali
Tremelloni intese investire maggiormente.
Inutile dire che si
scontrò moltissimo con i politici della sua epoca, in tal senso.
Fu, come moltissimi
esponenti del suo partito, un sostenitore dell'adesione dell'Italia
al Patto Atlantico, ma allo stesso tempo fu, come tutti i socialisti
democratici, un sostenitore della pace, del disarmo e del dialogo e
della cooperazione internazionale con tutti i Paesi del mondo, oltre
che dell'autonomia decisionale dell'Italia.
Fu, da Ministro delle
Finanze, un sostenitore non solo della progressività delle imposte e
dell'abolizione dell'esenzione fiscale a deputati e senatori, ma
anche della lotta all'evasione fiscale e ciò gli attirò numerose
critiche, da destra e sinistra.
La sua linea rigorosa era
comprensibilmente giustificata proprio dal fatto che, grazie alle
imposte progressive, non solo le classi meno abbienti avrebbero
pagato meno, ma i servizi pubblici potevano essere resi più
efficienti, se tutti avessero pagato ciò che a ciascuno competeva.
Come fa presente Mattia
Granata nel suo saggio, Tremelloni mirava a moralizzare la vita
pubblica e politica e spesso si trovò a scontrarsi con una dura
realtà, fatta di malcostume diffuso, che spesso gli causò non poche
delusioni e persino problemi di salute.
Egli detestava
l'inefficienza, il malaffare, il trasformismo, la superficialità, la
degenerazione partitocratica.
Tutte cose che
riscontrerà anche da Ministro della Difesa, incarico che egli mai
avrebbe voluto assumere.
Pacifista della prima
ora, anche in quel caso, con grandi difficoltà, cercò di
razionalizzare la spesa militare, pur non riuscendovi e trovandosi
difronte a una realtà clientelare diffusa.
Tentò di riformare il
SIFAR, trasformandolo in SID e tentando di correggere quelle
deviazioni dei servizi segreti che stavano portando il Paese a subire
un colpo di stato di estrema destra, durante la crisi del governo
Moro-Nenni, nel 1964.
All'epoca, Tremelloni, fu
lasciato solo persino da molti suoi compagni di partito, essendosi
ormai inimicato gran parte dei poteri forti che si stavano
sostituendo allo Stato.
Nel saggio “Roberto
Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, Mattia Granata
riporta alcune significative annotazioni di Tremelloni, relative a
quel periodo: “Mi trovai intorno una cerchia abbastanza ampia di
nemici giurati. Non solo i colpiti (evidentemente
quelli del Sifar), ma anche i loro sovvenzionati (…)
legati da vincoli di complicità e omertà, mi attaccarono e fecero
attaccare con insolita durezza e con la diffusione delle più varie
calunnie contro di me attraverso la mafia solidale degli informatori
Sifar, che i servizi segreti avevano in ogni partito, in ogni agenzia
giornalistica, in ogni centro di informazione o centro politico. (…).
“Il Sifar si vendicava rabbiosamente (…) tutto lo Stato nello
Stato si ribellava contro chi aveva osato mettersi contro di lui”.
Da
allora, inizierà il declino politico di Tremelloni, sempre più
isolato anche all'interno di un un PSDI che stava perdendo gran parte
del suo glorioso passato socialista ed era in inevitabile calo di
consensi da parte dell'opinione pubblica.
Così
scriveva Tremelloni, all'indomani dell'esperienza al Ministero della
Difesa: “Il partito non mi difese dagli attacchi e dalle
calunnie, non fece quadrato attorno a me nella difficile e
spericolata traversia che mi aveva attirato gli odii di tutti gli
amici dei potentissimi servizi segreti (…) anche nei partiti di
sinistra”.
In un
PSDI guidato da Mario Tanassi, le personalità di alto profilo come
Tremelloni erano sempre più tenute ai margini (la stessa pasionaria
del socialismo, Angelica Balabanoff, negli anni, rimase sempre più
delusa dai vertici del partito dei socialisti democratici e non mancò
di sottolinearlo, nelle sue memorie).
Tremelloni
non venne più considerato in seno al PSDI e gli veniva preferita,
nel 1968, il sostegno – nel suo stesso collegio milanese - alla
candidatura di Eugenio Scalfari alle elezioni politiche e, solamente
grazie al ripescaggio dei resti, e all'interessamento di Pietro
Nenni, sarà rieletto, come fa presente il saggio di Granata.
Tremelloni, ad ogni modo,
non smise mai di scrivere, studiare e battersi contro il fenomeno
dell'inflazione, sottovalutatissimo dalla gran parte dei politici
dell'epoca. E ciò di pari passo con la denuncia tremelloniana di un
aumento degli sprechi nel settore pubblico.
Aspetti, entrambi,
peraltro, che porteranno alla crisi della Prima Repubblica, alcuni
decenni dopo e sui quali soffieranno sia gli opposti estremismi, che
i poteri forti internazionali e un'opinione pubblica manipolata dal
sistema mediatico. Portando, dunque, al crollo dei partiti
democratici di governo e alla fine dell'Italia per come l'avevamo
conosciuta.
L'ultimo atto politico di
Tremelloni fu la partecipazione al convegno milanese del PSDI “Una
politica contro l'inflazione: per lo sviluppo nella stabilità”,
del 1973 (degli atti di tale convegno, che conservo nella mia
biblioteca, parlerò in un successivo articolo, fra qualche tempo).
Dopo di allora, come
ricorda l'ottimo Granata, Tremelloni si allontanò dalla vita
pubblica. Continuò a vivere una vita molto frugale (cibandosi, come
sempre, di riso in bianco, una mela e acqua naturale) e a vivere
un'esistenza molto ritirata, fra i suoi libri, i suoi studi, la
compagnia della moglie Emma e della figlia Laura.
Molto lo aveva deluso la
politica del tempo, che aveva accantonato una personalità di
altissimo livello, che aveva dato molto al Paese e veniva ripagato
con l'oblio e l'isolamento. Specialmente da coloro i quali avrebbero
dovuto tenerlo in palmo di mano.
Come, del resto, accadde
nel Risorgimento all'Eroe dei due Mondi Giuseppe Garibaldi (che si
ritirò a Caprera, molto deluso, dimettendosi da deputato) e anche al
grande leader e partigiano Repubblicano Randolfo Pacciardi, altro
importante Ministro degli Anni d'oro dell'Italia del dopoguerra e che
da tempo denunciava la degenerazione della partitocrazia italiana,
sempre meno al servizio alla comunità. Ma che il PRI dell'epoca mise
in un canto.
Dei migliori, del resto,
pensiamo al Ministro socialista della Sanità, Luigi Mariotti, che
fece chiudere i manicomi e si adoperò molto per il welfare, era
meglio scordarsi, per lasciare spazio alla “mafia dei
professionisti di partito”, come la chiamò lo stesso
Tremelloni.
Se vogliamo comprendere
le ragioni del disastro politico di oggi, italiano, Europeo e
Occidentale, della totale irresponsabilità e perdita di qualità del
personale politico degli ultimi trent'anni, non possiamo non
ragionare guardando al nostro passato.
E non possiamo non
onorare non solo la memoria di leader politici come Roberto
Tremelloni, ma anche apprenderne gli insegnamenti, i percorsi, la
lungimiranza e intelligenza.
Sono fra coloro i quali,
pur socialista fin da ragazzino, non credono assolutamente a una
rinascita del socialismo in Italia e Europa (e sicuramente non
considero socialisti i partitini che si dicono, oggi, tali). E ne ho
spiegato le ragioni, più e più volte. Molte di queste le ravvisò
già Tremelloni. Molte di queste le ravvisò comunque anche Bettino
Craxi, il cui PSI (l'ultimo dei partiti socialisti italiani, esistito
fino al 1992) raccolse gran parte dell'eredità socialista
democratica, ormai allo sbando.
Ciò che è possibile e
necessario fare è studiare, approfondire, ricercare, agire in modo
retto, austero, senza pregiudizi, senza tornaconti personali. Elevare
ed elevarsi oltre una massa e una politica resa incolta e arida.
“Roberto Tremelloni,
riformismo e sviluppo economico”, di Mattia Granata, scritto
benissimo e altrettanto ottimamente documentato, è, in questo senso,
un saggio preziosissimo.
Un documento raro,
fondamentale, non solo per gli storici, ma anche e soprattutto per le
nuove generazioni, siano esse formate da economisti, studiosi,
militanti politici, socialisti democratici (se ancora ne esistono,
specie fuori da partiti ormai senza alcun valore e fuori da elezioni
ormai totalmente inutili), giovani, meno giovani e quanti vorranno
recuperare il pensiero e l'azione di un grande uomo quale fu Roberto
Tremelloni.
Di cui, chi vi scrive,
parlerà ancora, in altri articoli, nei mesi a venire.
Oggi, gli italiani, lo
dimostrano anche le recenti elezioni amministrative, non vanno più a
votare, per la gran parte.
Non si riconoscono,
infatti, in contenitori pressoché uguali e sempre più uguali, con
il passare degli anni.
Contenutori volti a
distruggere i diritti dei lavoratori; lo stato sociale; la sanità
pubblica; a non fare nulla per i diritti degli anziani; delle donne e
dei bambini; a non far nulla contro le baby gang e mantenere l'ordine
pubblico.
Contenitori lontani tanto
a livello nazionale, quanto a livello locale, dalle necessità dei cittadini e della comunità.
Contenitori che
preferiscono piegarsi ai desiderata, sempre più sconsiderati e
guerrafondai, di Bruxelles e Washington. Che fanno di tutto per
distruggere un Occidente alla deriva.
La storia che racconterò
e che ho già raccontato in altri articoli e video, riassumendola, è
quella di un politico onesto, di un servitore della comunità,
attraverso lo Stato democratico italiano di una Repubblica che non
esiste più.
Quella Prima Repubblica,
nella quale, governavano partiti di autentico Centro-Sinistra. E non
gli eredi degli opposti estremismi, approdati al liberal capitalismo
assoluto e al fondamentalismo senza costrutto, che si dicono
“riformisti” senza esserlo mai stati.
E' la storia di un
socialista democratico, raccontata in primis da Mattia Granata, nel
suo “Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, edito
da Rubbettino, con il contributo del Centro per la cultura d'impresa.
Di Roberto Tremelloni
(1900 – 1987), che ricoprì i Ministeri dell'Industria e del
Commercio; del Tesoro, delle Finanze e della Difesa, Enrico Mattei
ebbe a scrivere, a proposito del suo modo di fare politica:
“Socialista genuino, uomo di cultura moderna, l'On. Tremelloni
ha indicato, senza demagogia, quello che un governo socialista deve
fare (…), un dirigista, certo, ma un dirigista serio, non un
facilone né un demagogo”.
Tremelloni nacque a
Milano, in una famiglia povera e questo ha formato profondamente il
suo carattere e il suo modo retto di fare politica.
Come riporta Granata, nel
suo saggio, Tremelloni scrisse di sé: “Mi sembra molto
importante, nel lungo andare della mia vita, il fatto di essere nato
povero. Ciò ha giovato alla formazione del mio carattere. Io
benedico spesso di essere stato allevato in un ambiente di difficoltà
e ristrettezze materiali. Benedico questa scuola perché le
difficoltà e le ristrettezze non mi fanno più paura. Perché lo
sforzo per superarle diventa abitudine”.
Economista serio, fuori
da ogni ideologismo e dogmatismo e sempre dalla parte della
collettività, Tremelloni riteneva che fosse “Il proletariato
che può e deve alzare la bandiera dello sviluppo economico
nell'interesse di tutta la collettività”.
La sua politica fu sempre
in contrasto con quella dei conservatori di ogni colore “anche
se sono mascherati da etichette progressiste dei più vari movimenti
di destra e sinistra”, affermava.
Da adolescente aderì al
Partito Repubblicano Italiano di mazziniana e risorgimentale memoria,
così come Pietro Nenni. Partito della trasparenza e della
rettitudine per eccellenza, oltre che collocato all'estrema sinistra
democratica e laica.
Tremelloni si definiva,
già da allora, un risorgimentale fabiano, un umanitarista socialista
mazziniano e patriottico e tali idee si rafforzarono anche grazie
all'amicizia con il liberalsocialista Carlo Rosselli e il padre del
Socialismo italiano, Filippo Turati.
Idee che guardavano a un
libero mercato regolato a beneficio della collettività e non
dell'egoismo privato. Oltre ogni visione classista di matrice
marxista-leninista e contro ogni autarchismo di matrice fascista, che
Tremelloni avversò con tutto sé stesso, in particolare quando fu
chiamato ai suoi primi incarichi di governo, nella ricostruzione
dell'Italia, nel dopoguerra.
Un socialismo
municipalista e gradualista, il suo, che lo porterà a sostenere,
così come il liberalsocialista e amico Ernesto Rossi, la lotta ai
monopoli e la promozione della nazionalizzazione dei settori chiave
dell'economia, a partire dal settore energetico.
Un socialismo che lo farà
approdare, nel 1922, al Partito Socialista Unitario di Turati e
Treves e, nel dopoguerra, al Partito Socialista di Unità Proletaria
di Nenni e al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani di Giuseppe
Saragat, successivamente Partito Socialista Unitario e, infine,
Partito Socialista Democratico Italiano.
Si occupò, in gioventù,
di giornalismo, sia sportivo che di cronaca e, nel 1919 fondò, con
il fratello Attilio, la Casa Editrice Aracne e diresse la rivista
della Confederazione Generale Del Lavoro, “Battaglie sindacali”,
fino alla soppressione, durante il fascismo.
Nel 1926 fondò,
peraltro, con Rosselli e Pietro Nenni, la rivista socialista “Quarto
Stato”, anch'essa presto soppressa dal regime.
Ma la sua vera passione
sarà sempre l'economia. Laureatosi nel 1924 in Scienze economiche,
nel 1930, iniziò ad insegnare Economia politica presso l'Università
di Ginevra.
Furono quelli gli anni in
cui si dedicò maggiormente agli studi economici e meno all'impegno
politico, purtuttavia rimase sempre un antifascista della prima ora,
non mancando mai di rivolgere critiche alla politica economica del
governo mussoliniano, come fa presente il saggio di Granata.
Egli fu, peraltro, fra i
fondatori del giornale economico “Il Sole 24 Ore”.
Nel 1931, a Milano, fondò
il GAR, ovvero il Gruppo Amici della Razionalizzazione, ovvero una
sorta di centro studi economico, fortemente critico nei confronti
dell'economia autarchica del regime.
Riuscì, ad ogni modo, a
sfuggire alla condanna al confino, grazie al supporto della rete
antifascista.
Nel dopoguerra,
Tremelloni tornerà ad essere politicamente attivo, sebbene – come
ricorda Mattia Granata - considerasse gran parte dei programmi dei
partiti italiani piuttosto vaghi, nebulosi, poco concreti. Alla
ricerca più del consenso o di non perdere consensi, piuttosto che
fondati sulla ricostruzione del Paese, in favore della comunità.
Già allora egli mostrava
il suo carattere pragmatico e non ideologico e, con questo spirito,
contribuirà, nel 1947, a dare vita, con Saragat, al Partito
Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI).
Partito di sinistra
laica, socialista democratico e oltre i blocchi contrapposti DC –
PCI.
All'indomani della
Liberazione, fu incaricato di ricoprire il ruolo di Vicepresidente
del Consiglio Industriale per l’Alta Italia, ove si occupò di
gestire e riattivare le strutture dell'economia produttiva.
E' in questo ruolo che
ebbe modo di applicare la sua visione economica, basata sulla
razionalizzazione della produzione, contro ogni forma di parassitismo
e di spreco di danaro e energie pubbliche, oltre che contro ogni
forma di protezionismo economico.
Ampliamento dei mercati e
produzione economica di massa di beni utili e non voluttuari, erano
le sue linee guida, per garantire una diffusa prosperità.
Il tutto, secondo
Tremelloni, era possibile attraverso un “ordinato e funzionante”
intervento pubblico nell'economia del Paese.
In questo senso, fu un
sostenitore della nazionalizzazione di ferrovie, compagnie
telefoniche e elettriche; dell'abolizione di ogni forma di monopolio
e della promozione della meritocrazia in ambito occupazionale.
La politica di
Tremelloni, in ambito economico, che era il cuore del programma del
socialismo democratico dell'epoca, rifuggiva, dunque, da ogni forma
di collettivismo classista e da ogni forma di liberalismo economico,
come ottimamente sottolineato dall'autore del saggio biografico.
E questa sarà la
politica che egli sempre porterà avanti, anche nei successivi
incarichi di governo, all'Industria e commercio (1947), al Tesoro
(1962), alle Finanze (1963) e alla Difesa (1966).
Una politica improntata
alla buona amministrazione, all'evitare sperperi e sprechi, al
risanamento dei conti pubblici ed alla razionalizzazione della spesa,
ma all'insegna dello spendere meno, ma meglio, in particolare in
settori importantissimi quali sanità e istruzione, sui quali
Tremelloni intese investire maggiormente.
Inutile dire che si
scontrò moltissimo con i politici della sua epoca, in tal senso.
Fu, come moltissimi
esponenti del suo partito, un sostenitore dell'adesione dell'Italia
al Patto Atlantico, ma allo stesso tempo fu, come tutti i socialisti
democratici, un sostenitore della pace, del disarmo e del dialogo e
della cooperazione internazionale con tutti i Paesi del mondo, oltre
che dell'autonomia decisionale dell'Italia.
Fu, da Ministro delle
Finanze, un sostenitore non solo della progressività delle imposte e
dell'abolizione dell'esenzione fiscale a deputati e senatori, ma
anche della lotta all'evasione fiscale e ciò gli attirò numerose
critiche, da destra e sinistra.
La sua linea rigorosa era
comprensibilmente giustificata proprio dal fatto che, grazie alle
imposte progressive, non solo le classi meno abbienti avrebbero
pagato meno, ma i servizi pubblici potevano essere resi più
efficienti, se tutti avessero pagato ciò che a ciascuno competeva.
Come fa presente Mattia
Granata nel suo saggio, Tremelloni mirava a moralizzare la vita
pubblica e politica e spesso si trovò a scontrarsi con una dura
realtà, fatta di malcostume diffuso, che spesso gli causò non poche
delusioni e persino problemi di salute.
Egli detestava
l'inefficienza, il malaffare, il trasformismo, la superficialità, la
degenerazione partitocratica.
Tutte cose che
riscontrerà anche da Ministro della Difesa, incarico che egli mai
avrebbe voluto assumere.
Pacifista della prima
ora, anche in quel caso, con grandi difficoltà, cercò di
razionalizzare la spesa militare, pur non riuscendovi e trovandosi
difronte a una realtà clientelare diffusa.
Tentò di riformare il
SIFAR, trasformandolo in SID e tentando di correggere quelle
deviazioni dei servizi segreti che stavano portando il Paese a subire
un colpo di stato di estrema destra, durante la crisi del governo
Moro-Nenni, nel 1964.
All'epoca, Tremelloni, fu
lasciato solo persino da molti suoi compagni di partito, essendosi
ormai inimicato gran parte dei poteri forti che si stavano
sostituendo allo Stato.
Nel saggio “Roberto
Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, Mattia Granata
riporta alcune significative annotazioni di Tremelloni, relative a
quel periodo: “Mi trovai intorno una cerchia abbastanza ampia di
nemici giurati. Non solo i colpiti (evidentemente
quelli del Sifar), ma anche i loro sovvenzionati (…)
legati da vincoli di complicità e omertà, mi attaccarono e fecero
attaccare con insolita durezza e con la diffusione delle più varie
calunnie contro di me attraverso la mafia solidale degli informatori
Sifar, che i servizi segreti avevano in ogni partito, in ogni agenzia
giornalistica, in ogni centro di informazione o centro politico. (…).
“Il Sifar si vendicava rabbiosamente (…) tutto lo Stato nello
Stato si ribellava contro chi aveva osato mettersi contro di lui”.
Da
allora, inizierà il declino politico di Tremelloni, sempre più
isolato anche all'interno di un un PSDI che stava perdendo gran parte
del suo glorioso passato socialista ed era in inevitabile calo di
consensi da parte dell'opinione pubblica.
Così
scriveva Tremelloni, all'indomani dell'esperienza al Ministero della
Difesa: “Il partito non mi difese dagli attacchi e dalle
calunnie, non fece quadrato attorno a me nella difficile e
spericolata traversia che mi aveva attirato gli odii di tutti gli
amici dei potentissimi servizi segreti (…) anche nei partiti di
sinistra”.
In un
PSDI guidato da Mario Tanassi, le personalità di alto profilo come
Tremelloni erano sempre più tenute ai margini (la stessa pasionaria
del socialismo, Angelica Balabanoff, negli anni, rimase sempre più
delusa dai vertici del partito dei socialisti democratici e non mancò
di sottolinearlo, nelle sue memorie).
Tremelloni
non venne più considerato in seno al PSDI e gli veniva preferita,
nel 1968, il sostegno – nel suo stesso collegio milanese - alla
candidatura di Eugenio Scalfari alle elezioni politiche e, solamente
grazie al ripescaggio dei resti, e all'interessamento di Pietro
Nenni, sarà rieletto, come fa presente il saggio di Granata.
Tremelloni, ad ogni modo,
non smise mai di scrivere, studiare e battersi contro il fenomeno
dell'inflazione, sottovalutatissimo dalla gran parte dei politici
dell'epoca. E ciò di pari passo con la denuncia tremelloniana di un
aumento degli sprechi nel settore pubblico.
Aspetti, entrambi,
peraltro, che porteranno alla crisi della Prima Repubblica, alcuni
decenni dopo e sui quali soffieranno sia gli opposti estremismi, che
i poteri forti internazionali e un'opinione pubblica manipolata dal
sistema mediatico. Portando, dunque, al crollo dei partiti
democratici di governo e alla fine dell'Italia per come l'avevamo
conosciuta.
L'ultimo atto politico di
Tremelloni fu la partecipazione al convegno milanese del PSDI “Una
politica contro l'inflazione: per lo sviluppo nella stabilità”,
del 1973 (degli atti di tale convegno, che conservo nella mia
biblioteca, parlerò in un successivo articolo, fra qualche tempo).
Dopo di allora, come
ricorda l'ottimo Granata, Tremelloni si allontanò dalla vita
pubblica. Continuò a vivere una vita molto frugale (cibandosi, come
sempre, di riso in bianco, una mela e acqua naturale) e a vivere
un'esistenza molto ritirata, fra i suoi libri, i suoi studi, la
compagnia della moglie Emma e della figlia Laura.
Molto lo aveva deluso la
politica del tempo, che aveva accantonato una personalità di
altissimo livello, che aveva dato molto al Paese e veniva ripagato
con l'oblio e l'isolamento. Specialmente da coloro i quali avrebbero
dovuto tenerlo in palmo di mano.
Come, del resto, accadde
nel Risorgimento all'Eroe dei due Mondi Giuseppe Garibaldi (che si
ritirò a Caprera, molto deluso, dimettendosi da deputato) e anche al
grande leader e partigiano Repubblicano Randolfo Pacciardi, altro
importante Ministro degli Anni d'oro dell'Italia del dopoguerra e che
da tempo denunciava la degenerazione della partitocrazia italiana,
sempre meno al servizio alla comunità. Ma che il PRI dell'epoca mise
in un canto.
Dei migliori, del resto,
pensiamo al Ministro socialista della Sanità, Luigi Mariotti, che
fece chiudere i manicomi e si adoperò molto per il welfare, era
meglio scordarsi, per lasciare spazio alla “mafia dei
professionisti di partito”, come la chiamò lo stesso
Tremelloni.
Se vogliamo comprendere
le ragioni del disastro politico di oggi, italiano, Europeo e
Occidentale, della totale irresponsabilità e perdita di qualità del
personale politico degli ultimi trent'anni, non possiamo non
ragionare guardando al nostro passato.
E non possiamo non
onorare non solo la memoria di leader politici come Roberto
Tremelloni, ma anche apprenderne gli insegnamenti, i percorsi, la
lungimiranza e intelligenza.
Sono fra coloro i quali,
pur socialista fin da ragazzino, non credono assolutamente a una
rinascita del socialismo in Italia e Europa (e sicuramente non
considero socialisti i partitini che si dicono, oggi, tali). E ne ho
spiegato le ragioni, più e più volte. Molte di queste le ravvisò
già Tremelloni. Molte di queste le ravvisò comunque anche Bettino
Craxi, il cui PSI (l'ultimo dei partiti socialisti italiani, esistito
fino al 1992) raccolse gran parte dell'eredità socialista
democratica, ormai allo sbando.
Ciò che è possibile e
necessario fare è studiare, approfondire, ricercare, agire in modo
retto, austero, senza pregiudizi, senza tornaconti personali. Elevare
ed elevarsi oltre una massa e una politica resa incolta e arida.
“Roberto Tremelloni,
riformismo e sviluppo economico”, di Mattia Granata, scritto
benissimo e altrettanto ottimamente documentato, è, in questo senso,
un saggio preziosissimo.
Un documento raro,
fondamentale, non solo per gli storici, ma anche e soprattutto per le
nuove generazioni, siano esse formate da economisti, studiosi,
militanti politici, socialisti democratici (se ancora ne esistono,
specie fuori da partiti ormai senza alcun valore e fuori da elezioni
ormai totalmente inutili), giovani, meno giovani e quanti vorranno
recuperare il pensiero e l'azione di un grande uomo quale fu Roberto
Tremelloni.