“Sulle tracce della
Socialdemocrazia”, pubblicato da Pensa Multimedia, è una raccolta
di articoli del prof. Michele Donno, pubblicati su riviste
scientifiche, dal 2006 al 2024.
Storia pressoché
ampiamente trascurata, quella del Partito Socialista dei Lavoratori
Italiani (PSLI), poi Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI) e
troppo frettolosamente archiviata come la storia di “quelli che
facevano la stampella della Democrazia Cristiana”.
Nulla di più falso e il
prof. Donno ne spiega ampiamente le ragioni.
Il socialismo democratico
si sviluppa con le lotte e i propositi di Filippo Turati e Anna
Kuliscioff, ma, potremmo dire, anche con Arcangelo Ghisleri, che, nel
1887 diede vita a “Cuore e Critica”, prima rivista che volle
unire la coscienza sociale, socialista e repubblicana mazziniana
dell'Italia e che, diverrà successivamente, “Critica Sociale”,
rivista del Socialismo italiano.
Un filo rosso lega il
repubblicanesimo sociale al socialismo democratico italiano, entrambi
figli delle lotte Risorgimentali di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe
Garibaldi, oltre che della Prima Internazionale dei Lavoratori del
1864 e delle influenze marxiste umanitarie.
E, proprio
quell'umanesimo marxista sarà il faro che condurrà, prima Turati e
la Kuliscioff e, durante e dopo il fascismo, nell'esilio e nella
lotta, personalità quali Giuseppe Saragat, Ugo Guido Mondolfo,
Giuseppe Faravelli, Roberto Tremelloni (già repubblicano mazziniano,
in gioventù) e altri, verso lo sviluppo politico dell'emancipazione
sociale e civile delle classi lavoratrici e sfruttate dell'Italia
dell'epoca.
Emancipazione sociale e
civile nel solco di una democrazia minacciata e vilipesa tanto dal
fascismo, quanto dal clerico-fascismo della DC e del MSI, quanto dal
conservatorismo dogmatico del PCI, che pur attirò in un primo tempo
il PSI nenniano, avvolto da un idealismo assai poco pragmatico.
Il prof. Donno ci parla
di tutto ciò. Ci parla della ricostruzione dell'Italia dalle macerie
del fascismo, attraverso l'esperienza dei socialisti democratici e
mettendo in luce, in particolare, figure volutamente oscurate dalla
storiografia e da tanta pessima politica nostrana.
Fra queste la figura
dell'ex Ministro delle Finanze Roberto Tremelloni.
Personalità dalla
specchiata moralità, che lavorò assai alacremente per
razionalizzare la spesa pubblica, alleggerire la burocrazia e
rilanciare produzione e occupazione.
Efficienza e
programmazione economica, infatti, saranno le linee guida del PSLI,
poi PSDI, almeno fino agli Anni '60.
Ovvero gli anni d'oro
dell'unico vero Centro-Sinistra che l'Italia abbia mai conosciuto,
fondato sull'equilibrio fra la DC e i partiti laici di estrazione
socialista e repubblicana; sulla pianificazione strategica,
nell'ambito dell'economia sociale di mercato; sulla ricerca di un equilibrio
internazionale, oltre i blocchi contrapposti.
Il socialismo
democratico, in particolare, diede un forte impulso alla ricerca di
un “terzaforzismo” laico, sia in politica interna, che in
politica internazionale.
“Terzaforzismo” che,
nel solco della tradizione mazziniana, garibaldina e salveminiana,
con influenze marxiste umanitarie, avrebbe potuto unire le forze
laiche, oltre i conservatorismi DC-PCI e oltre e contro i blocchi
contrapposti USA-URSS. Alla ricerca di un policentrismo, come si
diceva allora (e che oggi chiamiamo multipolarismo), che avrebbe
potuto garantire benessere e equità per tutti.
Un “terzaforzismo”
che proponeva la nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia e
guardava a un'Europa unita, sovrana e affratellata.
Sebbene tutto ciò sarà
ottenuto solamente in parte (nazionalizzazioni di alcuni settori sì,
Europa unita, sovrana e affratellata decisamente meno) e l'idea di
“terza forza” social-repubblicana naufragherà ben presto, dopo
le elezioni del 1948, con la lista “Unità Socialista” che
ottenne appena il 7% dei voti, la via giusta da seguire era
tracciata.
Una via che porterà, nel
corso degli anni, al riavvicinamento del PSI nenniano all'area di
governo e che lo porterà ad abbandonare l'abbraccio mortale con il PCI e contribuirà
a far nascere il Centro-Sinistra organico, nel 1963.
L'affascinante narrazione
del prof. Donno si conclude con l'elezione a Presidente della
Repubblica di Giuseppe Saragat, che avrà il pieno appoggio di
Pietro Nenni.
Un saggio
interessantissimo, quello del prof. Donno e che apre a numerose
riflessioni e approfondimenti che dovrebbero incuriosire soprattutto
i più giovani.
Ciò, direi,
principalmente perché non avranno mai sentito parlare, nel nostro
Paese, di socialismo.
Ideale vilipeso, nel
corso degli ultimi trent'anni e ampiamente perseguitato nel mondo e,
spesso, infiltrato da settori liberal capitalisti e destabilizzatori,
in gran parte dei Paesi UE.
Ma la Storia si può fare
in un solo modo. Recuperando ciò che si è volutamente cercato di
oscurare e far dimenticare.
Ciò che, a vario titolo
e a vario modo, è ancora vivo in gran parte del mondo, laddove il
pensiero mazziniano, garibaldino, socialista democratico,
repubblicano sociale non è stato dimenticato e non è ancora
scomparso. Magari ha intrapreso altre vie, ha incrociato altre
Storie.
Ma la giustizia sociale,
la democrazia realizzata, l'emancipazione sociale e civile, non sono
cose che possono così facilmente essere cancellate. E sono aspetti
che avremmo assoluta necessità di recuperare, anche in questo povero
Paese e continente, ormai alla deriva.
Il socialismo è sinonimo
di giustizia sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica.
E' sinonimo di
autogoverno, autogestione e razionalità.
E' qualcosa che, pur nato
in Europa, sviluppatosi in particolare grazie alla Prima
Internazionale dei Lavoratori del 1864 (e grazie a Giuseppe Mazzini,
Giuseppe Garibaldi, Pierre Joseph-Proudhon, Michail Bakunin, Karl
Marx e Friedrich Engels), in Europa abbiamo perduto da tempo, ma che
altrove, dall'America Latina socialista, a molte realtà africane e
panafricane e dell'estremo oriente, è ben presente e non ha mai
smesso di svilupparsi, modernizzarsi ed evolversi, di pari passo con
le esigenze della comunità.
Perché socialismo è
sviluppo delle forze produttive della comunità a beneficio della
comunità.
Non è ideologia stantia,
dogmatica, settaria.
E finanche le varie
divisioni storiche fra mazziniani, garibaldini, anarchici e marxisti
(e aggiungerei anche bonapartisti, rimandando ad altri articoli che
in merito ho scritto, anche su riviste storiche francesi, proprio sul
socialismo bonapartista), hanno ben poco senso e sono state sanate
proprio in gran parte delle realtà extraeuropee di cui sopra.
Sulla base del trinomio,
tanto caro all'indimenticato Presidente argentino Juan Domingo Peron:
giustizia sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica.
E, fra i socialismi più
seri e pragmatici, diffusi nel mondo, vi è quello con
caratteristiche cinesi, la cui teoria fu elaborata dal comunista
riformista Deng Xiaoping, il quale sviluppò il Pensiero di Mao
Tse-Tung, adattandolo alla modernità, introducendo riforme e
apertura e si è rafforzato grazie alle generazioni di socialisti
successivi: Jiang Zemin, Hu Jintao, Xi Jinping.
Sostegno al socialismo
con caratteristiche cinesi, quale baluardo di concretezza e
lungimiranza, è giunto recentemente dal Presidente nazionale del
Partito Comunista d'Australia (CPA), Vinnie Molina, il quale, in una
intervista a Global Times, ha affermato cose molto interessanti, che
meritano di essere riportate.
Molina afferma, fra le
altre cose: “Il socialismo può essere raggiunto solo attraverso
azioni concrete e di base per affrontare i problemi della gente e
ottenendo il sostegno della popolazione” e che “I leader
devono mantenere uno stretto contatto con la base. Chi ricopre
posizioni di responsabilità deve impegnarsi a fondo per guadagnarsi
la fiducia del popolo e non separarsi mai da esso”.
In particolare egli ha
sostenuto che “Il Partito Comunista Cinese utilizza il metodo
della critica e dell'autocritica nella costruzione del partito a
tutti i livelli, dalla leadership alla base, per rafforzare l'unità
dell'organizzazione e il suo posto nella società cinese. (…). Il
Partito realizza ciò che è irraggiungibile in sistemi capitalistici
disorganizzati, con istituzioni in rovina e partiti distaccati dal
popolo. Infrange il mito secondo cui dimensioni maggiori significhino
inevitabilmente maggiore disorganizzazione, dimostrando invece che la
sua crescita ha alimentato maggiore coesione ed efficacia”.
Vinnie Molina ha altresì
sottolineato come “Possiamo imparare dal PCC, un partito
comunista al potere, che ha adattato la concezione ortodossa e
classica del marxismo in modo flessibile alle complesse circostanze
della società cinese. Comprendere la società cinese e il modo in
cui la teoria è stata adattata a queste condizioni specifiche offre
lezioni preziose. (…). Dobbiamo lavorare con le comunità, non
contro di esse, guadagnandoci la fiducia della gente, anche di coloro
che non sono politicamente impegnati, e affrontando sempre le
questioni di base che contano davvero, come strade più sicure,
infrastrutture più accessibili e trasporti migliori. Queste sono le
preoccupazioni che contano per i comunisti. Non possiamo pensare in
grande senza pensare anche alla base. Questo è stato l'approccio
adottato dal PCC in passato e rimarrà il nostro obiettivo centrale
negli anni a venire. In definitiva, noi comunisti dobbiamo cambiare
in meglio la vita delle persone”.
Personalmente non sono
comunista (non ho nemmeno simpatia per la storia del PCI e delle sue
involuzioni successive, perché lo considero all'origine degli
equivoci a sinistra e all'origine della fine del socialismo in
Italia), ma ho una tradizione differente, ma affine. Una tradizione
socialista mazziniana, risorgimentale, ma anche bonapartista e
peronista. Non marxista, ma non per questo cieca nei confronti delle
analisi marxiste e non per questo cieca nei confronti dell'evoluzione
in senso lungimirante, pragmatico e riformista del socialismo cinese.
Da sempre e in
particolare di questi tempi, vanno di moda le etichette e gli slogan.
Le etichette, gli slogan
e le vuote ideologie lasciano il tempo che trovano e sono sempre
dannose. Perché ottenebrano la mente, che invece dovrebbe
abbeverarsi di conoscenza, virtù e approfondimento.
Ed è proprio attraverso
questi aspetti che si possono sanare le vecchie divisioni e
ricomporre ciò che è stato drammaticamente sparso.
Perché gli ideali di
emancipazione civile e sociale della Prima Internazionale rimangono
validi e lo possono essere se adattati, con concretezza, alla
situazione odierna e declinati, ciascuno nel proprio contesto
nazionale. Come fa il socialismo con caratteristiche cinesi, ad
esempio.
Fra i promotori di questi
ideali, nel nostro Paese, personalità spesso volutamente dimenticate
e accantonate.
Mario Bergamo,
antifascista, Segretario del Partito Repubblicano Italiano, promotore
dell'unità fra repubblicani e socialisti. Roberto Tremelloni, già
mazziniano e successivamente degno ministro dell'Economia e della
Difesa, nelle fila del socialismo democratico.
Ma potremmo citare anche
Gabriele d'Annunzio, Alceste De Ambris, Alfredo Bottai, Giulio Andrea
Belloni e prima di loro i Padri Nobili, Giuseppe Mazzini, Giuseppe
Garibaldi, Arcangelo Ghisleri.
Figure da recuperare, da
onorare, ma soprattutto da studiare e le cui volontà si intrecciano
con la spiritualità laica e teosofica, con gli ideali cagliostriani
e massonici di Fratellanza, Uguaglianza e Libertà, che hanno un
significato spirituale, prima ancora che politico. E che non sono
parole vuote e prive di significato.
Esse non significano né
livellamento verso il basso, né edonismo liberale, che ha fatto
degenerare le società liberal capitaliste, in una spirale di
consumismo sfrenato, violenza gratuita e indifferenza verso il
prossimo.
Il socialismo, dunque,
non è dogma, ma spirito.
E' il sole dell'avvenire che illumina le
menti. E' la falce che rappresenta l'Opera e il martello, che
rappresenta la Volontà.
Il socialismo non è
chiesa, ma tempio interiore.
Un tempio da edificare,
incessantemente, nel corso delle ere, nel corso dei secoli, nel corso
delle vite, seguendo e costruendo la Storia, che è poi la storia di
ciascun componente della comunità umana, alla ricerca
dell'emancipazione e della giustizia.
Oggi, gli italiani, lo
dimostrano anche le recenti elezioni amministrative, non vanno più a
votare, per la gran parte.
Non si riconoscono,
infatti, in contenitori pressoché uguali e sempre più uguali, con
il passare degli anni.
Contenutori volti a
distruggere i diritti dei lavoratori; lo stato sociale; la sanità
pubblica; a non fare nulla per i diritti degli anziani; delle donne e
dei bambini; a non far nulla contro le baby gang e mantenere l'ordine
pubblico.
Contenitori lontani tanto
a livello nazionale, quanto a livello locale, dalle necessità dei cittadini e della comunità.
Contenitori che
preferiscono piegarsi ai desiderata, sempre più sconsiderati e
guerrafondai, di Bruxelles e Washington. Che fanno di tutto per
distruggere un Occidente alla deriva.
La storia che racconterò
e che ho già raccontato in altri articoli e video, riassumendola, è
quella di un politico onesto, di un servitore della comunità,
attraverso lo Stato democratico italiano di una Repubblica che non
esiste più.
Quella Prima Repubblica,
nella quale, governavano partiti di autentico Centro-Sinistra. E non
gli eredi degli opposti estremismi, approdati al liberal capitalismo
assoluto e al fondamentalismo senza costrutto, che si dicono
“riformisti” senza esserlo mai stati.
E' la storia di un
socialista democratico, raccontata in primis da Mattia Granata, nel
suo “Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, edito
da Rubbettino, con il contributo del Centro per la cultura d'impresa.
Di Roberto Tremelloni
(1900 – 1987), che ricoprì i Ministeri dell'Industria e del
Commercio; del Tesoro, delle Finanze e della Difesa, Enrico Mattei
ebbe a scrivere, a proposito del suo modo di fare politica:
“Socialista genuino, uomo di cultura moderna, l'On. Tremelloni
ha indicato, senza demagogia, quello che un governo socialista deve
fare (…), un dirigista, certo, ma un dirigista serio, non un
facilone né un demagogo”.
Tremelloni nacque a
Milano, in una famiglia povera e questo ha formato profondamente il
suo carattere e il suo modo retto di fare politica.
Come riporta Granata, nel
suo saggio, Tremelloni scrisse di sé: “Mi sembra molto
importante, nel lungo andare della mia vita, il fatto di essere nato
povero. Ciò ha giovato alla formazione del mio carattere. Io
benedico spesso di essere stato allevato in un ambiente di difficoltà
e ristrettezze materiali. Benedico questa scuola perché le
difficoltà e le ristrettezze non mi fanno più paura. Perché lo
sforzo per superarle diventa abitudine”.
Economista serio, fuori
da ogni ideologismo e dogmatismo e sempre dalla parte della
collettività, Tremelloni riteneva che fosse “Il proletariato
che può e deve alzare la bandiera dello sviluppo economico
nell'interesse di tutta la collettività”.
La sua politica fu sempre
in contrasto con quella dei conservatori di ogni colore “anche
se sono mascherati da etichette progressiste dei più vari movimenti
di destra e sinistra”, affermava.
Da adolescente aderì al
Partito Repubblicano Italiano di mazziniana e risorgimentale memoria,
così come Pietro Nenni. Partito della trasparenza e della
rettitudine per eccellenza, oltre che collocato all'estrema sinistra
democratica e laica.
Tremelloni si definiva,
già da allora, un risorgimentale fabiano, un umanitarista socialista
mazziniano e patriottico e tali idee si rafforzarono anche grazie
all'amicizia con il liberalsocialista Carlo Rosselli e il padre del
Socialismo italiano, Filippo Turati.
Idee che guardavano a un
libero mercato regolato a beneficio della collettività e non
dell'egoismo privato. Oltre ogni visione classista di matrice
marxista-leninista e contro ogni autarchismo di matrice fascista, che
Tremelloni avversò con tutto sé stesso, in particolare quando fu
chiamato ai suoi primi incarichi di governo, nella ricostruzione
dell'Italia, nel dopoguerra.
Un socialismo
municipalista e gradualista, il suo, che lo porterà a sostenere,
così come il liberalsocialista e amico Ernesto Rossi, la lotta ai
monopoli e la promozione della nazionalizzazione dei settori chiave
dell'economia, a partire dal settore energetico.
Un socialismo che lo farà
approdare, nel 1922, al Partito Socialista Unitario di Turati e
Treves e, nel dopoguerra, al Partito Socialista di Unità Proletaria
di Nenni e al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani di Giuseppe
Saragat, successivamente Partito Socialista Unitario e, infine,
Partito Socialista Democratico Italiano.
Si occupò, in gioventù,
di giornalismo, sia sportivo che di cronaca e, nel 1919 fondò, con
il fratello Attilio, la Casa Editrice Aracne e diresse la rivista
della Confederazione Generale Del Lavoro, “Battaglie sindacali”,
fino alla soppressione, durante il fascismo.
Nel 1926 fondò,
peraltro, con Rosselli e Pietro Nenni, la rivista socialista “Quarto
Stato”, anch'essa presto soppressa dal regime.
Ma la sua vera passione
sarà sempre l'economia. Laureatosi nel 1924 in Scienze economiche,
nel 1930, iniziò ad insegnare Economia politica presso l'Università
di Ginevra.
Furono quelli gli anni in
cui si dedicò maggiormente agli studi economici e meno all'impegno
politico, purtuttavia rimase sempre un antifascista della prima ora,
non mancando mai di rivolgere critiche alla politica economica del
governo mussoliniano, come fa presente il saggio di Granata.
Egli fu, peraltro, fra i
fondatori del giornale economico “Il Sole 24 Ore”.
Nel 1931, a Milano, fondò
il GAR, ovvero il Gruppo Amici della Razionalizzazione, ovvero una
sorta di centro studi economico, fortemente critico nei confronti
dell'economia autarchica del regime.
Riuscì, ad ogni modo, a
sfuggire alla condanna al confino, grazie al supporto della rete
antifascista.
Nel dopoguerra,
Tremelloni tornerà ad essere politicamente attivo, sebbene – come
ricorda Mattia Granata - considerasse gran parte dei programmi dei
partiti italiani piuttosto vaghi, nebulosi, poco concreti. Alla
ricerca più del consenso o di non perdere consensi, piuttosto che
fondati sulla ricostruzione del Paese, in favore della comunità.
Già allora egli mostrava
il suo carattere pragmatico e non ideologico e, con questo spirito,
contribuirà, nel 1947, a dare vita, con Saragat, al Partito
Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI).
Partito di sinistra
laica, socialista democratico e oltre i blocchi contrapposti DC –
PCI.
All'indomani della
Liberazione, fu incaricato di ricoprire il ruolo di Vicepresidente
del Consiglio Industriale per l’Alta Italia, ove si occupò di
gestire e riattivare le strutture dell'economia produttiva.
E' in questo ruolo che
ebbe modo di applicare la sua visione economica, basata sulla
razionalizzazione della produzione, contro ogni forma di parassitismo
e di spreco di danaro e energie pubbliche, oltre che contro ogni
forma di protezionismo economico.
Ampliamento dei mercati e
produzione economica di massa di beni utili e non voluttuari, erano
le sue linee guida, per garantire una diffusa prosperità.
Il tutto, secondo
Tremelloni, era possibile attraverso un “ordinato e funzionante”
intervento pubblico nell'economia del Paese.
In questo senso, fu un
sostenitore della nazionalizzazione di ferrovie, compagnie
telefoniche e elettriche; dell'abolizione di ogni forma di monopolio
e della promozione della meritocrazia in ambito occupazionale.
La politica di
Tremelloni, in ambito economico, che era il cuore del programma del
socialismo democratico dell'epoca, rifuggiva, dunque, da ogni forma
di collettivismo classista e da ogni forma di liberalismo economico,
come ottimamente sottolineato dall'autore del saggio biografico.
E questa sarà la
politica che egli sempre porterà avanti, anche nei successivi
incarichi di governo, all'Industria e commercio (1947), al Tesoro
(1962), alle Finanze (1963) e alla Difesa (1966).
Una politica improntata
alla buona amministrazione, all'evitare sperperi e sprechi, al
risanamento dei conti pubblici ed alla razionalizzazione della spesa,
ma all'insegna dello spendere meno, ma meglio, in particolare in
settori importantissimi quali sanità e istruzione, sui quali
Tremelloni intese investire maggiormente.
Inutile dire che si
scontrò moltissimo con i politici della sua epoca, in tal senso.
Fu, come moltissimi
esponenti del suo partito, un sostenitore dell'adesione dell'Italia
al Patto Atlantico, ma allo stesso tempo fu, come tutti i socialisti
democratici, un sostenitore della pace, del disarmo e del dialogo e
della cooperazione internazionale con tutti i Paesi del mondo, oltre
che dell'autonomia decisionale dell'Italia.
Fu, da Ministro delle
Finanze, un sostenitore non solo della progressività delle imposte e
dell'abolizione dell'esenzione fiscale a deputati e senatori, ma
anche della lotta all'evasione fiscale e ciò gli attirò numerose
critiche, da destra e sinistra.
La sua linea rigorosa era
comprensibilmente giustificata proprio dal fatto che, grazie alle
imposte progressive, non solo le classi meno abbienti avrebbero
pagato meno, ma i servizi pubblici potevano essere resi più
efficienti, se tutti avessero pagato ciò che a ciascuno competeva.
Come fa presente Mattia
Granata nel suo saggio, Tremelloni mirava a moralizzare la vita
pubblica e politica e spesso si trovò a scontrarsi con una dura
realtà, fatta di malcostume diffuso, che spesso gli causò non poche
delusioni e persino problemi di salute.
Egli detestava
l'inefficienza, il malaffare, il trasformismo, la superficialità, la
degenerazione partitocratica.
Tutte cose che
riscontrerà anche da Ministro della Difesa, incarico che egli mai
avrebbe voluto assumere.
Pacifista della prima
ora, anche in quel caso, con grandi difficoltà, cercò di
razionalizzare la spesa militare, pur non riuscendovi e trovandosi
difronte a una realtà clientelare diffusa.
Tentò di riformare il
SIFAR, trasformandolo in SID e tentando di correggere quelle
deviazioni dei servizi segreti che stavano portando il Paese a subire
un colpo di stato di estrema destra, durante la crisi del governo
Moro-Nenni, nel 1964.
All'epoca, Tremelloni, fu
lasciato solo persino da molti suoi compagni di partito, essendosi
ormai inimicato gran parte dei poteri forti che si stavano
sostituendo allo Stato.
Nel saggio “Roberto
Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, Mattia Granata
riporta alcune significative annotazioni di Tremelloni, relative a
quel periodo: “Mi trovai intorno una cerchia abbastanza ampia di
nemici giurati. Non solo i colpiti (evidentemente
quelli del Sifar), ma anche i loro sovvenzionati (…)
legati da vincoli di complicità e omertà, mi attaccarono e fecero
attaccare con insolita durezza e con la diffusione delle più varie
calunnie contro di me attraverso la mafia solidale degli informatori
Sifar, che i servizi segreti avevano in ogni partito, in ogni agenzia
giornalistica, in ogni centro di informazione o centro politico. (…).
“Il Sifar si vendicava rabbiosamente (…) tutto lo Stato nello
Stato si ribellava contro chi aveva osato mettersi contro di lui”.
Da
allora, inizierà il declino politico di Tremelloni, sempre più
isolato anche all'interno di un un PSDI che stava perdendo gran parte
del suo glorioso passato socialista ed era in inevitabile calo di
consensi da parte dell'opinione pubblica.
Così
scriveva Tremelloni, all'indomani dell'esperienza al Ministero della
Difesa: “Il partito non mi difese dagli attacchi e dalle
calunnie, non fece quadrato attorno a me nella difficile e
spericolata traversia che mi aveva attirato gli odii di tutti gli
amici dei potentissimi servizi segreti (…) anche nei partiti di
sinistra”.
In un
PSDI guidato da Mario Tanassi, le personalità di alto profilo come
Tremelloni erano sempre più tenute ai margini (la stessa pasionaria
del socialismo, Angelica Balabanoff, negli anni, rimase sempre più
delusa dai vertici del partito dei socialisti democratici e non mancò
di sottolinearlo, nelle sue memorie).
Tremelloni
non venne più considerato in seno al PSDI e gli veniva preferita,
nel 1968, il sostegno – nel suo stesso collegio milanese - alla
candidatura di Eugenio Scalfari alle elezioni politiche e, solamente
grazie al ripescaggio dei resti, e all'interessamento di Pietro
Nenni, sarà rieletto, come fa presente il saggio di Granata.
Tremelloni, ad ogni modo,
non smise mai di scrivere, studiare e battersi contro il fenomeno
dell'inflazione, sottovalutatissimo dalla gran parte dei politici
dell'epoca. E ciò di pari passo con la denuncia tremelloniana di un
aumento degli sprechi nel settore pubblico.
Aspetti, entrambi,
peraltro, che porteranno alla crisi della Prima Repubblica, alcuni
decenni dopo e sui quali soffieranno sia gli opposti estremismi, che
i poteri forti internazionali e un'opinione pubblica manipolata dal
sistema mediatico. Portando, dunque, al crollo dei partiti
democratici di governo e alla fine dell'Italia per come l'avevamo
conosciuta.
L'ultimo atto politico di
Tremelloni fu la partecipazione al convegno milanese del PSDI “Una
politica contro l'inflazione: per lo sviluppo nella stabilità”,
del 1973 (degli atti di tale convegno, che conservo nella mia
biblioteca, parlerò in un successivo articolo, fra qualche tempo).
Dopo di allora, come
ricorda l'ottimo Granata, Tremelloni si allontanò dalla vita
pubblica. Continuò a vivere una vita molto frugale (cibandosi, come
sempre, di riso in bianco, una mela e acqua naturale) e a vivere
un'esistenza molto ritirata, fra i suoi libri, i suoi studi, la
compagnia della moglie Emma e della figlia Laura.
Molto lo aveva deluso la
politica del tempo, che aveva accantonato una personalità di
altissimo livello, che aveva dato molto al Paese e veniva ripagato
con l'oblio e l'isolamento. Specialmente da coloro i quali avrebbero
dovuto tenerlo in palmo di mano.
Come, del resto, accadde
nel Risorgimento all'Eroe dei due Mondi Giuseppe Garibaldi (che si
ritirò a Caprera, molto deluso, dimettendosi da deputato) e anche al
grande leader e partigiano Repubblicano Randolfo Pacciardi, altro
importante Ministro degli Anni d'oro dell'Italia del dopoguerra e che
da tempo denunciava la degenerazione della partitocrazia italiana,
sempre meno al servizio alla comunità. Ma che il PRI dell'epoca mise
in un canto.
Dei migliori, del resto,
pensiamo al Ministro socialista della Sanità, Luigi Mariotti, che
fece chiudere i manicomi e si adoperò molto per il welfare, era
meglio scordarsi, per lasciare spazio alla “mafia dei
professionisti di partito”, come la chiamò lo stesso
Tremelloni.
Se vogliamo comprendere
le ragioni del disastro politico di oggi, italiano, Europeo e
Occidentale, della totale irresponsabilità e perdita di qualità del
personale politico degli ultimi trent'anni, non possiamo non
ragionare guardando al nostro passato.
E non possiamo non
onorare non solo la memoria di leader politici come Roberto
Tremelloni, ma anche apprenderne gli insegnamenti, i percorsi, la
lungimiranza e intelligenza.
Sono fra coloro i quali,
pur socialista fin da ragazzino, non credono assolutamente a una
rinascita del socialismo in Italia e Europa (e sicuramente non
considero socialisti i partitini che si dicono, oggi, tali). E ne ho
spiegato le ragioni, più e più volte. Molte di queste le ravvisò
già Tremelloni. Molte di queste le ravvisò comunque anche Bettino
Craxi, il cui PSI (l'ultimo dei partiti socialisti italiani, esistito
fino al 1992) raccolse gran parte dell'eredità socialista
democratica, ormai allo sbando.
Ciò che è possibile e
necessario fare è studiare, approfondire, ricercare, agire in modo
retto, austero, senza pregiudizi, senza tornaconti personali. Elevare
ed elevarsi oltre una massa e una politica resa incolta e arida.
“Roberto Tremelloni,
riformismo e sviluppo economico”, di Mattia Granata, scritto
benissimo e altrettanto ottimamente documentato, è, in questo senso,
un saggio preziosissimo.
Un documento raro,
fondamentale, non solo per gli storici, ma anche e soprattutto per le
nuove generazioni, siano esse formate da economisti, studiosi,
militanti politici, socialisti democratici (se ancora ne esistono,
specie fuori da partiti ormai senza alcun valore e fuori da elezioni
ormai totalmente inutili), giovani, meno giovani e quanti vorranno
recuperare il pensiero e l'azione di un grande uomo quale fu Roberto
Tremelloni.
Chen Yun (1905 – 1995),
fu importante statista e rivoluzionario che contribuì a edificare
l'economia socialista nella Repubblica Popolare Cinese, a
modernizzarla e a guidarla verso il progresso.
Quest'anno ricorrono i
120 anni dalla sua nascita e il Presidente cinese Xi Jinping ha
voluto onorarne la memoria, presso la Grande Sala del Popolo di
Pechino, il 13 giugno scorso.
Iscritto al Partito
Comunista Cinese (PCC) dal 1924, Chen Yun venne eletto, nel 1930,
membro aggiuntivo del Comitato centrale del PCC. Quattro anni dopo
entrò nell'Ufficio politico del partito e, successivamente, nel
Comitato Permanente.
Negli Anni '40 fu
nominato responsabile economico delle aree occupate dai comuniste e,
una volta edificata la Repubblica Popolare, nel 1949, fu nominato
Vice Primo Ministro fino al 1966, e si occupò dei settori relativi
all'economia, alle finanze e alle infrastrutture e, dal 1956 al 1958,
ricoprì la carica di Ministro del Commercio.
Chen Yun, per il suo
pragmatismo e le sue capacità economiche, potrebbe, a mio avviso,
essere definito il “Roberto Tremelloni cinese”. Peraltro ricoprì,
pressoché negli stessi anni, gli stessi ruoli del nostro ottimo
Ministro dell'economia socialdemocratico.
A differenza di Mao, Chen
Yun, riteneva che il socialismo potesse svilupparsi solamente grazie
all'economia di mercato e ad una maggiore decentralizzazione. I
fatti, con il tempo, del resto, gli daranno ragione.
Chen Yun, infatti,
criticato per le sue idee nel periodo della Rivoluzione Culturale,
sarà sostenitore di Deng Xiaoping negli anni successivi alla morte
di Mao e, con lui, fra i promotori del nuovo corso socialista
riformista cinese.
Nel 1979 fu nuovamente
nominato Vice Primo Ministro e, con Deng Xiaoping alla guida del
Paese e del PCC, avvierà le riforme economiche che porteranno la
Cina ad aprirsi al mercato, pur mantenendo salde nelle mani pubbliche
i settori chiave e mantenendo salda la pianificazione dell'economia.
Sarà la ricetta del
successo della Repubblica Popolare Cinese, ovvero non già il
passaggio al capitalismo, ma il rinnovamento e il rafforzamento del
socialismo attraverso la liberazione delle forze produttive del
Paese.
L'azione di Chen Yun fu e
rimane ispirazione per le generazioni successive di dirigenti
comunisti cinesi, da Jiang Zemin a Hu Jintao, sino all'attuale
Presidente Xi Jinping.
Il Presidente Xi, nel suo
discorso di commemorazione dei 120 anni dalla nascita di Chen Yun, ha
ricordato il suo ardore di rivoluzionario operaio e marxista, che
contribuì a liberare la Cina dall'oppressione e dal caos.
In particolare egli ha
sottolineato che “Il compagno Chen Yun ha consolidato e
mantenuto ideali e convinzioni saldi, un forte spirito e principi di
partito, uno stile pragmatico e di ricerca della verità, un semplice
senso di servizio pubblico e lo spirito di studio diligente che ha
coltivato e mantenuto nella sua lunga carriera rivoluzionaria,
incarnando le nobili qualità dei comunisti. Egli ha affermato: “La cosa più piacevole per una
persona è partecipare alla rivoluzione e lottare per gli interessi
del popolo. Chiunque abbandoni il popolo e il partito non può
realizzare nulla”. Nei momenti critici, ha sempre mantenuto la
corretta posizione politica e ha mostrato chiaramente il suo
atteggiamento. Quando lo sviluppo della causa del partito ha
incontrato difficoltà, è sempre stato in grado di mantenere la
lucidità, ha avanzato opinioni originali sulla base di un'attenta
riflessione e ha trovato modi efficaci per risolvere i problemi”.
La Cina di oggi, del
resto, guarda con orgoglio e fiducia al suo socialismo con
caratteristiche cinesi, che ha radici antiche e solide ed è frutto
degli sforzi di coloro i quali hanno contribuito ad edificarlo. Essa
è, peraltro, in prima linea per la pace, la cooperazione e il mutuo
vantaggio fra i Paesi, in questo mondo alla deriva e sempre più
sconsiderato.
Come ha scritto l'amico
prof. Giancarlo Elia Valori, grande amico della Cina e della
cooperazione internazionale, in un recente articolo: “Nel 2023,
il Presidente Xi Jinping ha solennemente proposto l’Iniziativa per
la Civiltà Globale, sostenendo la promozione dei valori comuni di
tutta l’umanità, attribuendo importanza all’eredità e
all’innovazione delle civiltà e rafforzando gli scambi e la
cooperazione internazionale nelle discipline umanistiche. (…) In
primo luogo, difendere l’uguaglianza delle civiltà, affinché non
ci siano attuali etnie verticistiche con capelli biondi e occhi
azzurri che dominino sulle altre, in quanto non c’è superiorità o
inferiorità nelle civiltà. Si devono rispettare i percorsi di
sviluppo e i sistemi sociali scelti indipendentemente dai Popoli di
tutti i Paesi; rifiutare i conflitti tra civiltà; opporsi alle
interferenze negli affari interni; resistere alle prepotenze
unilaterali; salvaguardare l’equità e la giustizia; e condividere
pari dignità. È un dovere sostenere il vero multilateralismo;
sostenere le Nazioni Unite nel loro ruolo importante nel promuovere
il dialogo tra le civiltà; sostituire il confronto con la
cooperazione; sostituire che il sistema win-win subentri a quello a
somma zero; e aderire al percorso della coesistenza pacifica tra
diverse civiltà. In secondo luogo, si deve essere promotori di
scambi di civiltà. La comunità internazionale dovrebbe rafforzare
gli scambi e l’apprendimento reciproco; trarre saggezza dal dialogo
di civiltà per risolvere i problemi globali e ampliare il percorso
di modernizzazione mondiale. (…) In terzo luogo,
si deve essere promotori del progresso della civiltà.(...) Solo il
dialogo compone la melodia dell’integrazione e può edificare una
migliore civiltà umana che sia la sintesi di ogni realtà etnica e
culturale dell’unico pianeta che abitiamo”.
Parole
sagge in un'epoca nella quale la saggezza – dalle “nostre parti”
- sembra scomparsa. Sostituita da un assordante vuoto fatto di
ideologia, tifoseria, ignoranza, irresponsabilità, pregiudizio,
odio, violenza.
Francesco Cossiga, come
ricordato e descritto dall'ottima Clio Pedone nella biografia “L'uomo
che guardò oltre il muro”, edita da Rubbettino (e da me recensita
recentemente a questo link
https://amoreeliberta.blogspot.com/2024/11/luomo-che-guardo-oltre-il-muro-di-clio.html),
fu politico democristiano di lunghissimo corso, il quale ricoprì
innumerevoli incarichi istituzionali.
Nato a Sassari nel 1928,
laureatosi a vent'anni nel 1948 e successivamente docente di diritto
costituzionale all'Università di Sassari.
Uomo coltissimo e
curioso, divenne deputato nel 1958, a trent'anni.
Stimatissimo dal Ministro
della Difesa socialdemocratico, Roberto Tremelloni, persona nobile e
dalla specchiatissima moralità, divenne suo Sottosegretario dal 1966
al 1970 e con lui collaborò alla riforma del SIFAR e alla sua
trasformazione in SID. Fu proprio allora che, Cossiga, inizierà ad
appassionarsi alla politica estera e all'intelligence.
E proprio di tale tema si
occupa l'interessante saggio “Cossiga e l'intelligence”, edito
sempre da Rubbettino, che è poi una raccolta di interventi di
studiosi e analisti, a cura di Mario Caligiuri, Professore di
Pedagogia generale all’Università della Calabria e Presidente
della Società Italiana di Intelligence.
Un saggio nel quale è
rimarcata la passione del Presidente Cossiga per l'intelligence,
quale strumento di difesa della democrazia, invitando il mondo della
politica, della cultura e dell'opinione pubblica a confrontarsi con
tale tema, auspicando che il tema dell'intelligence possa e potesse
divenire oggetto di studio nelle Università italiane.
“Cossiga e
l'intelligence”, come dicevo, è una raccolta di interventi (di
Giorgio Galli, Rosario Priore, Giulio Cazzella, Carlo Jean, Pino
Arlacchi, Paolo Savona e Carlo Mosca), nei quali, ciascuno degli
intervenuti descrive che cosa ha rappresentato per il Presidente
Cossiga l'intelligence, sia durante il periodo della Guerra Fredda,
che successivamente, durante le numerosi crisi internazionali, non
ultima quella legata ai fatti terroristici dell'11 settembre 2001.
Come spiega Giorgio
Galli, ogni democrazia ha il suo “governo visibile e invisibile”,
con tutte le sue contraddizioni e Cossiga, che si adoperò per
salvare, pur senza riuscirvi, il suo amico Aldo Moro (al punto da
uscirne profondamente provato, anche sotto il profilo psicologico),
ne era ben consapevole.
L'allora Prefetto Giorgio
Cazzella illustra la visione di Cossiga durante i cosiddetti Anni di
Piombo, che è una visione di rafforzamento degli apparati pubblici e
di una legislazione antiterrorismo, nel pieno rispetto della
Costituzione.
Il Generale Carlo Jean
analizza il periodo del crollo del Muro di Berlino e quello del
crollo del sistema dei partiti democratici in Italia, oltre che
l'interesse e il rispetto di Cossiga per le forze armate e la sua
visione in politica estera, fondata sull'equilibrio.
Il prof. Paolo Savona
tratta il periodo della fine della Guerra Fredda e delinea il nuovo
ruolo dell'intelligence, atto a fronteggiare i nuovi rischi legati
alla sicurezza dello Stato e di come Cossiga sia stato, nel 2007, con
la riforma dei servizi di sicurezza, profondamente lungimirante.
Pino Arlacchi racconta
della sua amicizia con Cossiga, pur nella differenza di opinioni. Ne
scaturisce un profilo di un politico colto, che dice ciò che pensa
al limite della provocazione, profondo conoscitore del mondo
dell'intelligence e della sua utilità per difendere la democrazia e
la sicurezza dei cittadini.
L'ex Prefetto Carlo Mosca
illustra, invece, l'intelligence, sotto il profilo giuridico e
storico.
Nel saggio sono presenti
anche interventi del prof. Caligiuri, che ricorda come il Presidente
Cossiga, per la sua profonda conoscenza del mondo dell'intelligence,
fosse ritenuto, all'estero, un membro dell'intelligence stesso, al
punto che gli fu dato, simpaticamente, il nome in codice “Cesare”.
E il Presidente Cossiga, per far conoscere al grande pubblico quel
mondo scrisse anche il suo “Abecedario”, edito da Rubbettino, nel
quale spiegò i rudimenti dei servizi di sicurezza a difesa degli
interessi nazionali.
In “Cossiga e
l'intelligence” non mancano, inoltre, interventi dello stesso
Cossiga, molti dei quali sottoforma di interviste realizzate dal nipote e
biografo Paolo Testoni.
Un saggio interessante e
non scontato. Su un politico di altissimo profilo della Prima
Repubblica che, comunque la si pensi, merita non solo rispetto, ma
anche di essere studiato e ristudiato per il carattere profondamente
lungimirante e democratico che seppe rappresentare.
Un politico come lui,
come Tremelloni, Craxi e molti altri, manca profondamente al nostro
sempre più triste e sempre meno lungimirante Paese.
A
una UE sempre più di estrema destra, più o meno camuffata - fra pericolose maggioranze Ursula e Kaje Kallas varie - che soffia sui conflitti e che vorrebbe aumentare la spesa militare, anziché investire in istruzione, sanità e politiche sociali e che vorrebbe
mettere al bando la Falce e Martello (peraltro simbolo di derivazione
esoterica e massonica, prima ancora che socialista, a indicare i valori
di Forza e Sapienza), vorremmo rispondere con il simbolo e i valori del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI) di Giuseppe
Saragat, Angelica Balabanoff, Ludovico D'Aragona, Bianca Bianchi, Roberto Tremelloni e molti altri. Il futuro dovrebbe essere socialista democratico, per una Europa dei diritti sociali, della pace, dell'amore e delle libertà da ogni blocco contrapposto e da ogni fondamentalismo.
La storia che
racconteremo, riassumendola, è quella di un politico onesto, di un
servitore della comunità, attraverso lo Stato democratico italiano
di una Repubblica che non esiste più.
Quella Prima Repubblica,
nella quale, governavano partiti di autentico Centro-Sinistra.
E' la storia di un
socialista democratico, raccontata in primis da Mattia Granata, nel
suo “Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, edito
da Rubbettino, con il contributo del Centro per la cultura d'impresa.
Di Roberto Tremelloni
(1900 – 1987), che ricoprì i Ministeri dell'Industria e del
Commercio; del Tesoro, delle Finanze e della Difesa, Enrico Mattei
ebbe a scrivere, a proposito del suo modo di fare politica:
“Socialista genuino, uomo di cultura moderna, l'On. Tremelloni
ha indicato, senza demagogia, quello che un governo socialista deve
fare (…), un dirigista, certo, ma un dirigista serio, non un
facilone né un demagogo”.
Tremelloni nacque a
Milano, in una famiglia povera e questo ha formato profondamente il
suo carattere e il suo modo retto di fare politica.
Come riporta Granata, nel
suo saggio, Tremelloni scrisse di sé: “Mi sembra molto
importante, nel lungo andare della mia vita, il fatto di essere nato
povero. Ciò ha giovato alla formazione del mio carattere. Io
benedico spesso di essere stato allevato in un ambiente di difficoltà
e ristrettezze materiali. Benedico questa scuola perché le
difficoltà e le ristrettezze non mi fanno più paura. Perché lo
sforzo per superarle diventa abitudine”.
Economista serio, fuori
da ogni ideologismo e dogmatismo e sempre dalla parte della
collettività, Tremelloni riteneva che fosse “Il proletariato
che può e deve alzare la bandiera dello sviluppo economico
nell'interesse di tutta la collettività”.
La sua politica fu sempre
in contrasto con quella dei conservatori di ogni colore “anche
se sono mascherati da etichette progressiste dei più vari movimenti
di destra e sinistra”, affermava.
Da adolescente aderì al
Partito Repubblicano Italiano di mazziniana e risorgimentale memoria,
così come Pietro Nenni. Partito della trasparenza e della
rettitudine per eccellenza, oltre che collocato all'estrema sinistra
democratica e laica.
Tremelloni si definiva,
già da allora, un risorgimentale fabiano, un umanitarista socialista
mazziniano e patriottico e tali idee si rafforzarono anche grazie
all'amicizia con il liberalsocialista Carlo Rosselli e il padre del
Socialismo italiano, Filippo Turati.
Idee che guardavano a un
libero mercato regolato a beneficio della collettività e non
dell'egoismo privato. Oltre ogni visione classista di matrice
marxista-leninista e contro ogni autarchismo di matrice fascista, che
Tremelloni avversò con tutto sé stesso, in particolare quando fu
chiamato ai suoi primi incarichi di governo, nella ricostruzione
dell'Italia, nel dopoguerra.
Un socialismo
municipalista e gradualista, il suo, che lo porterà a sostenere,
così come il liberalsocialista e amico Ernesto Rossi, la lotta ai
monopoli e la promozione della nazionalizzazione dei settori chiave
dell'economia, a partire dal settore energetico.
Un socialismo che lo farà
approdare, nel 1922, al Partito Socialista Unitario di Turati e
Treves e, nel dopoguerra, al Partito Socialista di Unità Proletaria
di Nenni e al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani di Giuseppe
Saragat, successivamente Partito Socialista Unitario e, infine,
Partito Socialista Democratico Italiano.
Si occupò, in gioventù,
di giornalismo, sia sportivo che di cronaca e, nel 1919 fondò, con
il fratello Attilio, la Casa Editrice Aracne e diresse la rivista
della Confederazione Generale Del Lavoro, “Battaglie sindacali”,
fino alla soppressione, durante il fascismo.
Nel 1926 fondò,
peraltro, con Rosselli e Pietro Nenni, la rivista socialista “Quarto
Stato”, anch'essa presto soppressa dal regime.
Ma la sua vera passione
sarà sempre l'economia. Laureatosi nel 1924 in Scienze economiche,
nel 1930, iniziò ad insegnare Economia politica presso l'Università
di Ginevra.
Furono quelli gli anni in
cui si dedicò maggiormente agli studi economici e meno all'impegno
politico, purtuttavia rimase sempre un antifascista della prima ora,
non mancando mai di rivolgere critiche alla politica economica del
governo mussoliniano, come fa presente il saggio di Granata.
Egli fu, peraltro, fra i
fondatori del giornale economico “Il Sole 24 Ore”.
Nel 1931, a Milano, fondò
il GAR, ovvero il Gruppo Amici della Razionalizzazione, ovvero una
sorta di centro studi economico, fortemente critico nei confronti
dell'economia autarchica del regime.
Riuscì, ad ogni modo, a
sfuggire alla condanna al confino, grazie al supporto della rete
antifascista.
Nel dopoguerra,
Tremelloni tornerà ad essere politicamente attivo, sebbene – come
ricorda Mattia Granata - considerasse gran parte dei programmi dei
partiti italiani piuttosto vaghi, nebulosi, poco concreti. Alla
ricerca più del consenso o di non perdere consensi, piuttosto che
fondati sulla ricostruzione del Paese, in favore della comunità.
Già allora egli mostrava
il suo carattere pragmatico e non ideologico e, con questo spirito,
contribuirà, nel 1947, a dare vita, con Saragat, al Partito
Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI).
Partito di sinistra
laica, socialista democratico e oltre i blocchi contrapposti DC –
PCI.
All'indomani della
Liberazione, fu incaricato di ricoprire il ruolo di Vicepresidente
del Consiglio Industriale per l’Alta Italia, ove si occupò di
gestire e riattivare le strutture dell'economia produttiva.
E' in questo ruolo che
ebbe modo di applicare la sua visione economica, basata sulla
razionalizzazione della produzione, contro ogni forma di parassitismo
e di spreco di danaro e energie pubbliche, oltre che contro ogni
forma di protezionismo economico.
Ampliamento dei mercati e
produzione economica di massa di beni utili e non voluttuari, erano
le sue linee guida, per garantire una diffusa prosperità.
Il tutto, secondo
Tremelloni, era possibile attraverso un “ordinato e funzionante”
intervento pubblico nell'economia del Paese.
In questo senso, fu un
sostenitore della nazionalizzazione di ferrovie, compagnie
telefoniche e elettriche; dell'abolizione di ogni forma di monopolio
e della promozione della meritocrazia in ambito occupazionale.
La politica di
Tremelloni, in ambito economico, che era il cuore del programma del
socialismo democratico dell'epoca, rifuggiva, dunque, da ogni forma
di collettivismo classista e da ogni forma di liberalismo economico,
come ottimamente sottolineato dall'autore del saggio biografico.
E questa sarà la
politica che egli sempre porterà avanti, anche nei successivi
incarichi di governo, all'Industria e commercio (1947), al Tesoro
(1962), alle Finanze (1963) e alla Difesa (1966).
Una politica improntata
alla buona amministrazione, all'evitare sperperi e sprechi, al
risanamento dei conti pubblici ed alla razionalizzazione della spesa,
ma all'insegna dello spendere meno, ma meglio, in particolare in
settori importantissimi quali sanità e istruzione, sui quali
Tremelloni intese investire maggiormente.
Inutile dire che si
scontrò moltissimo con i politici della sua epoca, in tal senso.
Fu, come moltissimi
esponenti del suo partito, un sostenitore dell'adesione dell'Italia
al Patto Atlantico, ma allo stesso tempo fu, come tutti i socialisti
democratici, un sostenitore della pace, del disarmo e del dialogo e
della cooperazione internazionale con tutti i Paesi del mondo, oltre
che dell'autonomia decisionale dell'Italia.
Fu, da Ministro delle
Finanze, un sostenitore non solo della progressività delle imposte e
dell'abolizione dell'esenzione fiscale a deputati e senatori, ma
anche della lotta all'evasione fiscale e ciò gli attirò numerose
critiche, da destra e sinistra.
La sua linea rigorosa era
comprensibilmente giustificata proprio dal fatto che, grazie alle
imposte progressive, non solo le classi meno abbienti avrebbero
pagato meno, ma i servizi pubblici potevano essere resi più
efficienti, se tutti avessero pagato ciò che a ciascuno competeva.
Come fa presente Mattia
Granata nel suo saggio, Tremelloni mirava a moralizzare la vita
pubblica e politica e spesso si trovò a scontrarsi con una dura
realtà, fatta di malcostume diffuso, che spesso gli causò non poche
delusioni e persino problemi di salute.
Egli detestava
l'inefficienza, il malaffare, il trasformismo, la superficialità, la
degenerazione partitocratica.
Tutte cose che
riscontrerà anche da Ministro della Difesa, incarico che egli mai
avrebbe voluto assumere.
Pacifista della prima
ora, anche in quel caso, con grandi difficoltà, cercò di
razionalizzare la spesa militare, pur non riuscendovi e trovandosi
difronte a una realtà clientelare diffusa.
Tentò di riformare il
SIFAR, trasformandolo in SID e tentando di correggere quelle
deviazioni dei servizi segreti che stavano portando il Paese a subire
un colpo di stato di estrema destra, durante la crisi del governo
Moro-Nenni, nel 1964.
All'epoca, Tremelloni, fu
lasciato solo persino da molti suoi compagni di partito, essendosi
ormai inimicato gran parte dei poteri forti che si stavano
sostituendo allo Stato.
Nel saggio “Roberto
Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, Mattia Granata
riporta alcune significative annotazioni di Tremelloni, relative a
quel periodo: “Mi trovai intorno una cerchia abbastanza ampia di
nemici giurati. Non solo i colpiti (evidentemente
quelli del Sifar), ma anche i loro sovvenzionati (…)
legati da vincoli di complicità e omertà, mi attaccarono e fecero
attaccare con insolita durezza e con la diffusione delle più varie
calunnie contro di me attraverso la mafia solidale degli informatori
Sifar, che i servizi segreti avevano in ogni partito, in ogni agenzia
giornalistica, in ogni centro di informazione o centro politico. (…).
“Il Sifar si vendicava rabbiosamente (…) tutto lo Stato nello
Stato si ribellava contro chi aveva osato mettersi contro di lui”.
Da
allora, inizierà il declino politico di Tremelloni, sempre più
isolato anche all'interno di un un PSDI che stava perdendo gran parte
del suo glorioso passato socialista ed era in inevitabile calo di
consensi da parte dell'opinione pubblica.
Così
scriveva Tremelloni, all'indomani dell'esperienza al Ministero della
Difesa: “Il partito non mi difese dagli attacchi e dalle
calunnie, non fece quadrato attorno a me nella difficile e
spericolata traversia che mi aveva attirato gli odii di tutti gli
amici dei potentissimi servizi segreti (…) anche nei partiti di
sinistra”.
In un
PSDI guidato da Mario Tanassi, le personalità di alto profilo come
Tremelloni erano sempre più tenute ai margini (la stessa pasionaria
del socialismo, Angelica Balabanoff, negli anni, rimase sempre più
delusa dai vertici del partito dei socialisti democratici e non mancò
di sottolinearlo, nelle sue memorie).
Tremelloni
non venne più considerato in seno al PSDI e gli veniva preferita,
nel 1968, il sostegno – nel suo stesso collegio milanese - alla
candidatura di Eugenio Scalfari alle elezioni politiche e, solamente
grazie al ripescaggio dei resti, e all'interessamento di Pietro
Nenni, sarà rieletto, come fa presente il saggio di Granata.
Tremelloni, ad ogni modo,
non smise mai di scrivere, studiare e battersi contro il fenomeno
dell'inflazione, sottovalutatissimo dalla gran parte dei politici
dell'epoca. E ciò di pari passo con la denuncia tremelloniana di un
aumento degli sprechi nel settore pubblico.
Aspetti, entrambi,
peraltro, che porteranno alla crisi della Prima Repubblica, alcuni
decenni dopo e sui quali soffieranno sia gli opposti estremismi, che
i poteri forti internazionali e un'opinione pubblica manipolata dal
sistema mediatico. Portando, dunque, al crollo dei partiti
democratici di governo e alla fine dell'Italia per come l'avevamo
conosciuta.
L'ultimo atto politico di
Tremelloni fu la partecipazione al convegno milanese del PSDI “Una
politica contro l'inflazione: per lo sviluppo nella stabilità”,
del 1973 (degli atti di tale convegno, che conservo nella mia
biblioteca, parlerò in un successivo articolo, fra qualche tempo).
Dopo di allora, come
ricorda l'ottimo Granata, Tremelloni si allontanò dalla vita
pubblica. Continuò a vivere una vita molto frugale (cibandosi, come
sempre, di riso in bianco, una mela e acqua naturale) e a vivere
un'esistenza molto ritirata, fra i suoi libri, i suoi studi, la
compagnia della moglie Emma e della figlia Laura.
Molto lo aveva deluso la
politica del tempo, che aveva accantonato una personalità di
altissimo livello, che aveva dato molto al Paese e veniva ripagato
con l'oblio e l'isolamento. Specialmente da coloro i quali avrebbero
dovuto tenerlo in palmo di mano.
Come, del resto, accadde
nel Risorgimento all'Eroe dei due Mondi Giuseppe Garibaldi (che si
ritirò a Caprera, molto deluso, dimettendosi da deputato) e anche al
grande leader e partigiano Repubblicano Randolfo Pacciardi, altro
importante Ministro degli Anni d'oro dell'Italia del dopoguerra e che
da tempo denunciava la degenerazione della partitocrazia italiana,
sempre meno al servizio alla comunità. Ma che il PRI dell'epoca mise
in un canto.
Dei migliori, del resto,
pensiamo al Ministro socialista della Sanità, Luigi Mariotti, che
fece chiudere i manicomi e si adoperò molto per il welfare, era
meglio scordarsi, per lasciare spazio alla “mafia dei
professionisti di partito”, come la chiamò lo stesso
Tremelloni.
Se vogliamo comprendere
le ragioni del disastro politico di oggi, italiano, Europeo e
Occidentale, della totale irresponsabilità e perdita di qualità del
personale politico degli ultimi trent'anni, non possiamo non
ragionare guardando al nostro passato.
E non possiamo non
onorare non solo la memoria di leader politici come Roberto
Tremelloni, ma anche apprenderne gli insegnamenti, i percorsi, la
lungimiranza e intelligenza.
Sono fra coloro i quali,
pur socialista fin da ragazzino, non credono assolutamente a una
rinascita del socialismo in Italia e Europa (e sicuramente non
considero socialisti i partitini che si dicono, oggi, tali). E ne ho
spiegato le ragioni, più e più volte. Molte di queste le ravvisò
già Tremelloni. Molte di queste le ravvisò comunque anche Bettino
Craxi, il cui PSI (l'ultimo dei partiti socialisti italiani, esistito
fino al 1992) raccolse gran parte dell'eredità socialista
democratica, ormai allo sbando.
Ciò che è possibile e
necessario fare è studiare, approfondire, ricercare, agire in modo
retto, austero, senza pregiudizi, senza tornaconti personali. Elevare
ed elevarsi oltre una massa e una politica resa incolta e arida.
“Roberto Tremelloni,
riformismo e sviluppo economico”, di Mattia Granata, scritto
benissimo e altrettanto ottimamente documentato, è, in questo senso,
un saggio preziosissimo.
Un documento raro,
fondamentale, non solo per gli storici, ma anche e soprattutto per le
nuove generazioni, siano esse formate da economisti, studiosi,
militanti politici, socialisti democratici (se ancora ne esistono,
specie fuori da partiti ormai senza alcun valore e fuori da elezioni
ormai totalmente inutili), giovani, meno giovani e quanti vorranno
recuperare il pensiero e l'azione di un grande uomo quale fu Roberto
Tremelloni.
Di cui, chi vi scrive,
parlerà ancora, in altri articoli, nei mesi a venire.