Visualizzazione post con etichetta prima internazionale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta prima internazionale. Mostra tutti i post

mercoledì 3 dicembre 2025

Cos'è il socialismo? Articolo di Luca Bagatin

 

Il socialismo è sinonimo di giustizia sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica.

E' sinonimo di autogoverno, autogestione e razionalità.

E' qualcosa che, pur nato in Europa, sviluppatosi in particolare grazie alla Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864 (e grazie a Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Pierre Joseph-Proudhon, Michail Bakunin, Karl Marx e Friedrich Engels), in Europa abbiamo perduto da tempo, ma che altrove, dall'America Latina socialista, a molte realtà africane e panafricane e dell'estremo oriente, è ben presente e non ha mai smesso di svilupparsi, modernizzarsi ed evolversi, di pari passo con le esigenze della comunità.

Perché socialismo è sviluppo delle forze produttive della comunità a beneficio della comunità.

Non è ideologia stantia, dogmatica, settaria.

E finanche le varie divisioni storiche fra mazziniani, garibaldini, anarchici e marxisti (e aggiungerei anche bonapartisti, rimandando ad altri articoli che in merito ho scritto, anche su riviste storiche francesi, proprio sul socialismo bonapartista), hanno ben poco senso e sono state sanate proprio in gran parte delle realtà extraeuropee di cui sopra.

Sulla base del trinomio, tanto caro all'indimenticato Presidente argentino Juan Domingo Peron: giustizia sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica.

E, fra i socialismi più seri e pragmatici, diffusi nel mondo, vi è quello con caratteristiche cinesi, la cui teoria fu elaborata dal comunista riformista Deng Xiaoping, il quale sviluppò il Pensiero di Mao Tse-Tung, adattandolo alla modernità, introducendo riforme e apertura e si è rafforzato grazie alle generazioni di socialisti successivi: Jiang Zemin, Hu Jintao, Xi Jinping.

Sostegno al socialismo con caratteristiche cinesi, quale baluardo di concretezza e lungimiranza, è giunto recentemente dal Presidente nazionale del Partito Comunista d'Australia (CPA), Vinnie Molina, il quale, in una intervista a Global Times, ha affermato cose molto interessanti, che meritano di essere riportate.

Molina afferma, fra le altre cose: “Il socialismo può essere raggiunto solo attraverso azioni concrete e di base per affrontare i problemi della gente e ottenendo il sostegno della popolazione” e che “I leader devono mantenere uno stretto contatto con la base. Chi ricopre posizioni di responsabilità deve impegnarsi a fondo per guadagnarsi la fiducia del popolo e non separarsi mai da esso”.

In particolare egli ha sostenuto che “Il Partito Comunista Cinese utilizza il metodo della critica e dell'autocritica nella costruzione del partito a tutti i livelli, dalla leadership alla base, per rafforzare l'unità dell'organizzazione e il suo posto nella società cinese. (…). Il Partito realizza ciò che è irraggiungibile in sistemi capitalistici disorganizzati, con istituzioni in rovina e partiti distaccati dal popolo. Infrange il mito secondo cui dimensioni maggiori significhino inevitabilmente maggiore disorganizzazione, dimostrando invece che la sua crescita ha alimentato maggiore coesione ed efficacia”.

Vinnie Molina ha altresì sottolineato come “Possiamo imparare dal PCC, un partito comunista al potere, che ha adattato la concezione ortodossa e classica del marxismo in modo flessibile alle complesse circostanze della società cinese. Comprendere la società cinese e il modo in cui la teoria è stata adattata a queste condizioni specifiche offre lezioni preziose. (…). Dobbiamo lavorare con le comunità, non contro di esse, guadagnandoci la fiducia della gente, anche di coloro che non sono politicamente impegnati, e affrontando sempre le questioni di base che contano davvero, come strade più sicure, infrastrutture più accessibili e trasporti migliori. Queste sono le preoccupazioni che contano per i comunisti. Non possiamo pensare in grande senza pensare anche alla base. Questo è stato l'approccio adottato dal PCC in passato e rimarrà il nostro obiettivo centrale negli anni a venire. In definitiva, noi comunisti dobbiamo cambiare in meglio la vita delle persone”.

Personalmente non sono comunista (non ho nemmeno simpatia per la storia del PCI e delle sue involuzioni successive, perché lo considero all'origine degli equivoci a sinistra e all'origine della fine del socialismo in Italia), ma ho una tradizione differente, ma affine. Una tradizione socialista mazziniana, risorgimentale, ma anche bonapartista e peronista. Non marxista, ma non per questo cieca nei confronti delle analisi marxiste e non per questo cieca nei confronti dell'evoluzione in senso lungimirante, pragmatico e riformista del socialismo cinese.

Da sempre e in particolare di questi tempi, vanno di moda le etichette e gli slogan.

Le etichette, gli slogan e le vuote ideologie lasciano il tempo che trovano e sono sempre dannose. Perché ottenebrano la mente, che invece dovrebbe abbeverarsi di conoscenza, virtù e approfondimento.

Ed è proprio attraverso questi aspetti che si possono sanare le vecchie divisioni e ricomporre ciò che è stato drammaticamente sparso.

Perché gli ideali di emancipazione civile e sociale della Prima Internazionale rimangono validi e lo possono essere se adattati, con concretezza, alla situazione odierna e declinati, ciascuno nel proprio contesto nazionale. Come fa il socialismo con caratteristiche cinesi, ad esempio.

Fra i promotori di questi ideali, nel nostro Paese, personalità spesso volutamente dimenticate e accantonate.

Mario Bergamo, antifascista, Segretario del Partito Repubblicano Italiano, promotore dell'unità fra repubblicani e socialisti. Roberto Tremelloni, già mazziniano e successivamente degno ministro dell'Economia e della Difesa, nelle fila del socialismo democratico.

Ma potremmo citare anche Gabriele d'Annunzio, Alceste De Ambris, Alfredo Bottai, Giulio Andrea Belloni e prima di loro i Padri Nobili, Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Arcangelo Ghisleri.

Figure da recuperare, da onorare, ma soprattutto da studiare e le cui volontà si intrecciano con la spiritualità laica e teosofica, con gli ideali cagliostriani e massonici di Fratellanza, Uguaglianza e Libertà, che hanno un significato spirituale, prima ancora che politico. E che non sono parole vuote e prive di significato. 

Esse non significano né livellamento verso il basso, né edonismo liberale, che ha fatto degenerare le società liberal capitaliste, in una spirale di consumismo sfrenato, violenza gratuita e indifferenza verso il prossimo.

Il socialismo, dunque, non è dogma, ma spirito. 

E' il sole dell'avvenire che illumina le menti. E' la falce che rappresenta l'Opera e il martello, che rappresenta la Volontà.

Il socialismo non è chiesa, ma tempio interiore.

Un tempio da edificare, incessantemente, nel corso delle ere, nel corso dei secoli, nel corso delle vite, seguendo e costruendo la Storia, che è poi la storia di ciascun componente della comunità umana, alla ricerca dell'emancipazione e della giustizia.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

mercoledì 20 marzo 2024

18 marzo 1871. A Parigi nasceva la "Comune", ovvero il primo governo socialista della Storia. Articolo di Luca Bagatin

Louise Michel

Il 18 marzo 1871, i quartieri popolari di Parigi insorsero e istituirono, per la prima volta nella Storia, un governo socialista autogestionario. Ovvero il primo tentativo di istituire un autogoverno operaio, edificato direttamente dalla classe proletaria per la classe proletaria medesima.

Fu, in sostanza, il primo esempio di rivoluzione proletaria e operaia della Storia. Il primo governo comunista, potremmo dire.

Lontana dalla liberale Rivoluzione Francese del 1789, che pose al governo la classe borghese e liberal-capitalista, la Comune di Parigi anticipò la Rivoluzione Russa del 1905 e la grande Rivoluzione Sovietica del 1917.

Rivoluzione e rivoluzioni che, per la prima volta nella Storia, si contrapposero non solo all'oligarchia monarchica, ma anche alla borghesia sfruttatrice e al totalitarismo liberale, ancora oggi imperante in tutta Europa e nei Paesi capitalisti.

La Parigi del 1871, già provata dall'insensata guerra franco-prussiana che vide la sconfitta di Napoleone III, insorse e organizzò le prime barricate armate.

Per la prima volta nella Storia, i cittadini presero così il potere, scacciando il governo liberal-borghese di Adolphe Thiers, adottando il colore rosso quale propria bandiera e dichiarando costituita una Repubblica socialista. La Comune di Parigi, appunto, il cui Consiglio fu eletto il 28 marzo.

La Comune, fondata su principi di democrazia sociale e municipale, proclamò – fra le altre cose - la parità di salario fra uomini e donne; promosse l'istruzione femminile; garantì un alloggio per tutti; introdusse norme a tutela del lavoro; garantì libertà di stampa e di parola e la laicità assoluta dell'autogoverno costituitosi.

Purtroppo, come l'esperienza mazziniana della Repubblica Romana del 1849 e quella d'annunziana di Fiume del 1920, altri esempi di profonda democrazia diretta e socialismo autogestionario e laico, anche la Comune di Parigi ebbe vita breve e fu soppressa nel sangue nel maggio 1871, da parte del governo francese, causando un eccidio di almeno 20.000 comunardi in una settimana.

Fra gli eroi della Comune, merita un particolare ricordo l'anarchica e socialista Louise Michel (1830 – 1905). Insegnante e scrittrice, Louise Michel, fu infatti una delle più fervide combattenti fra le barricate.

Con l'accusa di istigazione alla guerra civile e al colpo di Stato, Loiuse fu successivamente condannata alla deportazione e incarcerata per vent'anni.

Tornò in Francia nel 1880 e non smise mai di fare politica, sostenendo l'ideale socialista autogestionario. Nel 1904, un anno prima di morire, sarà iniziata in Massoneria nella Loggia di Rito Scozzese Antico ed Accettato “La Philosophie Sociale”.

E' ancora oggi ricordata, come la Comune di Parigi stessa, da tutti i movimenti di ispirazione socialista, autogestionaria e anticapitalista del mondo.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

Louise Michel

domenica 3 marzo 2024

Prima Internazionale quale base per un socialismo democratico e libertario. Riflessione di Luca Bagatin

 

Fra le varie Internazionali socialiste, quella in cui mi sono sempre riconosciuto è la Prima Internazionale del 1864, che vide dialogare socialisti, anarchici, mazziniani, garibaldini e marxisti.
Purtroppo fu sciolta nel 1876, ma a mio avviso rimane l'unica seria base per la costituzione di un socialismo al contempo nazionale (non nazionalista, ovvero non sciovinista) e internazionale (non internazionalista, ovvero non per l'omologazione universalista), ancorato a valori egualitari, libertari e democratici.
La Seconda Internazionale fu interessante in particolare alla sua fondazione, nel 1889, e univa socialisti e marxisti, in una sorta di centro marxista, orientato alle riforme.
La Terza Internazionale del 1919, marxista-leninista, invece, mi è abbastanza estranea, ma la comprendo se attuata e adattata alla realtà dei Paesi in Via di Sviluppo o del Terzo Mondo ed è stata molto utile all'emancipazione di molti di quei Paesi, in particolare in Asia.
La Quarta Internazionale del 1938, invece, per me rimane una assurdità confusa, dogmatica e poco degna di nota.
Negli Anni 2000 si è iniziato a parlare, in particolare grazie a Hugo Chavez, di Quinta Internazionale. Se questa guardasse a una sintesi fra le prime tre, se ne potrebbe anche discutere.
 
Luca Bagatin
 

sabato 7 agosto 2021

Il Partito Comunista di Ravenna ricorda Anita Garibaldi, Eroina proletaria. Articolo di Luca Bagatin

A commemorare Anita Garibaldi, l'Eroina dei Due Mondi, rivoluzionaria e moglie del primo socialista e repubblicano senza tessera di partito, ovvero Giuseppe Garibaldi, nel 172esimo anniversario della sua morte, il Partito Comunista di Ravenna.

Il 4 agosto scorso, infatti, i militanti del PC ravennate, il loro candidato a Sindaco Lorenzo Ferri, in testa, hanno voluto celebrarla, presentando anche un suggestivo video che la ricorda.

Un video, peraltro, consegnato in dono alle Ambasciate di Venezuela e Palestina.

Anita Garibaldi era una donna del popolo, una donna coraggiosa, proletaria ed extracomunitaria che combatteva con le armi in pugno in difesa dei popoli oppressi e per la giustizia sociale”, così la ricordano i comunisti ravennati.

Nel video si ricorda come, sull'onda delle battaglie del Libertador Simon Bolivar, sia lei che Garibaldi, combatteranno “contro l'Impero del Brasile, per la giustizia sociale, contro lo schiavismo e i privilegi”.

Nel video, peraltro, si ricordano le doti di Anita, “abile cavallerizza e brava nel maneggio delle armi, fu sempre al fianco del Generale Giuseppe Garibaldi e alle sue Camicie Rosse” e come combattè sui campi di battaglia sudamericani e, sul Gianicolo, contro i Francesi di Napoleone III, alleati del Papa Re, difendendo la rivoluzione e la Repubblica Romana. Impresa nella quale morì, a soli 28 anni, a Mandriole di Ravenna, il 4 agosto 1849.

I comunisti ravennati hanno ricordato, inoltre, come il colore rosso delle divise di Anita e Giuseppe Garibaldi e dei loro prodi, sia stato e sia diventato “il colore delle tante battaglie condotte dal popolo italiano per ottenere diritti e giustizia negati dal potere reazionario e gattopardesco che ha tradito lo spirito rivoluzionario del Risorgimento popolare. Rosso era il colore delle prime cooperative, rosso era il colore della Rivoluzione Russa e delle Brigate Garibaldi. Rosso è il colore del socialismo, rossa è la bandiera che unisce i popoli di tutto il mondo”.

Rosso, peraltro, era il simbolo della Rivoluzione Bolivariana di Hugo Chavez, che utilizzò spesso la camicia rossa proprio in onore e ricordo di Anita e Giuseppe Garibaldi, come rammentato anche in diversi suoi discorsi pubblici.

Anita Garibaldi avrebbe lottato a fianco di tutti i popoli oppressi, ancora oggi, per il socialismo popolare. Assieme ai chavisti venezuelani e al popolo palestinese.

Personalmente, tengo a sottolinearlo anche da ex iscritto al PRI ed ex collaboratore de “La Voce Repubblicana” e de “L'Iniziativa Repubblicana” (prima di essere censurato da entrambe), molto pentito. Un PRI che, ancora oggi, muove polemiche inutili, a Ravenna, contro il PC, pur non rappresentando affatto ideali mazziniani e garibaldini, ma unicamente borghesi e capitalisti, tipici della destra liberale peggiore. Realtà che nulla hanno a che vedere con le lotte di emancipazione sociale e civile condotte dai Garibaldi e da Mazzini, fra i fondatori – peraltro – della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864, assieme a Marx, Engels, Bakunin e Proudhon.

Anita e Giuseppe Garibaldi, come giustamente dicono nel video gli amici del PC di Ravenna, vorrebbero, ancora oggi, che fosse “il popolo a comandare e non i banchieri di Wall Street o dell'Unione Europea, o gli italianissimi pescecani predatori del lavoro”.

Oggi più che mai, in un'epoca di sfruttamento del lavoro e del precariato, in un'epoca di disvalori e in cui tutto è in vendita (persino menti e corpi), ci sarebbe la necessità di una nuova, ma questa volta unitaria, Prima Internazionale dei Lavoratori. Capace di mettere da parte le vecchie divisioni e le vecchie polemiche Mazzini contro Marx.

Proprio nel nome di Anita Garibaldi.

Hasta la Victoria Siempre, Anita !

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

domenica 4 luglio 2021

Nato il 4 luglio. Giuseppe Garibaldi, l'amico degli umili e dei popoli. Articolo di Luca Bagatin

La figura di Giuseppe Garibaldi (1807 - 1882) è ancora oggi poco conosciuta, in quanto poco studiata ed approfondita, specie attraverso gli scritti di coloro i quali vissero e combatterono con lui e ne descrissero le gesta. Prima fra tutti la biografa e giornalista, oltre che patriota Jessie White Mario (1832 – 1906), le cui opere dell'epoca non risultano più essere state di recente ripubblicate.

Purtroppo sulla figura di Garibaldi, salvo gli storici contemporanei Denis Mack Smith e Aldo A. Mola, pochi sono coloro i quali hanno scritto del Generale in modo obiettivo, senza livore complottistico ed antirisorgimentale tipico di coloro i quali hanno preferito seguire certa storiografia clericale, anziché la realtà storica e le gesta dell'Eroe senza macchia, che visse e morì povero, senza onori, che peraltro rifiutò.

Giuseppe Garibaldi fu fra i fondatori, con Mazzini, Marx, Engels e Bakunin, della Prima Internazionale dei Lavoratori (1864) e questo certa storiografia preferisce dimenticarlo, forse perché il Generale fu socialista libertario, sansimoniano e umanitario. E Friedrich Engels (1820 - 1895), grande sostenitore dell'impresa dei Mille (1860), ebbe sempre per lui parole di stima, come quando, a proposito di tale azione militare, scrisse: “Garibaldi ha dimostrato di essere non soltanto un capo coraggioso, ma anche un generale dotato di una buona preparazione scientifica. L'attacco aperto a una catena di forti costieri è un'impresa che richiede non soltanto talento militare, ma anche scienza militare”.

Pochi sanno che il Generale Giuseppe Garibaldi scrisse peraltro due romanzi, ripubblicati nel 2006 dalla casa editrice Kaos, ovvero “Cantoni il volontario” e “Il governo dei preti”, entrambi pubblicati per la prima volta nel 1870, prima della Breccia di Porta Pia. Scrive in proposito il prof. Giorgio Galli nella prefazione ad uno dei romanzi di Garibaldi, ovvero “Cantoni il volontario”, riedito dalla casa editrice Kaos nel 2006: “Tra le righe di “Cantoni il volontario”, così come del “Governo dei preti”, si possono leggere i tratti del profilo di Garibaldi. Socialista libertario ingenuo ma non incolto, generale guerrigliero ma non militarista né guerrafondaio, eroe popolare vittorioso ma schivo, anticlericale eppure non insensibile alla fede e alla spiritualità. Solidale con le condizioni delle classi subalterne, rispettoso della figura e del ruolo della donna, cosmpolita e terzomondista ante litteram, perfino dotato di una sensibilità ambientalista (…)”.

Ritango che tale descrizione fatta dal prof. Galli sia davvero emblematica e riassuntiva del personaggio che fu eroe di tutte le cause – dall'America Latina all'Italia – d'emancipazione popolare e sociale.

Eroe che richiese sempre precisi impegni ai suoi interlocutori e, non a caso, rifiutò di combattere a fianco dei nordisti nella Guerra Civile Americana o Guerra di Secessione Americana (1861 – 1865) in quanto Lincoln non prese mai un impegni pubblico per l'abolizione della schiavitù.

Fu amante dell'ambiente e degli animali, tanto che fondò l'Ente Nazionale Protezione Animali (ENPA) tutt'oggi attivo. Fu ingenuo, certo, in quanto si fidò del Re e di Casa Savoia pur di fare l'Italia.

Un'Italia che però non nacque come egli e Mazzini auspicavano: onesta, laica, indipendente, sovrana. Ma corrotta e ben presto clericale, al punto che Garibaldi – coerentemente con i suoi principi e le sue idee – il 27 settembre 1880 si dimise da deputato al Parlamento scrivendo sul giornale “La Capitale” di non voler essere “tra i legislatori di un Paese dove la libertà è calpastata e la legge non serve nella sua applicazione che a garantire la libertà ai gesuiti ed ai nemici dell'unità d'Italia. Tutt'altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa, miserabile all'interno e umiliata all'estero”. Dopo di ciò il Generale tornò nella sua Caprera a fare il mestiere di sempre, ovvero l'agricoltore.

Garibaldi fu massone e teosofo e lo rimase per tutta la vita nel suo cuore, anche allorquando, in polemica con i massoni della sua epoca assai poco massoni, si dimise da ogni carica. Ricoprì la carica di Gran Maestro dell'Umanità (mai data a nessun altro massone) e, in Italia, la carica di Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia e fu il primo ad iniziare le donne in Massoneria, iniziando, pare, anche l'occultista russa Helena Petrovna Blavatsky (1831 - 1891), fondatrice della Società Teosofica e che fu sempre una sua sostenitrice, anche durante la battaglia di Mentana (1867) alla quale prese parte.

Molte cose potrebbero essere dette su Garibaldi, come sui suoi amori. Il più grande fu quello per la rivoluzionaria brasiliana Anita, ovvero per Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva (1821 - 1849), la quale combattè al suo fianco sia in America Latina che in Italia, in particolare durante la Repubblica Romana (1849), ove morì poco dopo a causa della malaria a soli 28 anni.

Giuseppe Garibaldi è e rimane una figura centrale nel panorama non solo risorgimentale, ma anche degli Eroi di tutti i tempi. Giuseppe Garibaldi fu infatti prima di tutto l'amico degli uomini e dei popoli per eccellenza e, come al conte Alessandro Cagliostro, sembrò toccare la stessa sorte: amato dagli umili, vilipeso da coloro i quali erano e sono in malafede.

Ma ciò non può toccare il cuore di coloro i quali ricercano, intimamente, il bene dell'umanità e credono nel valore dell'amore e della fratellanza universale. Senza distinzioni.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

domenica 1 marzo 2020

Quarto Stato, Prima Internazionale, Terzo Mondo: ovvero AMORE E LIBERTA'

Amo i folli, le persone trasgressive, gli estremisti.
Diffido dei "normali", mi disgustano i moralisti, temo i moderati

 (Luca Bagatin)

Negli ultimi anni abbiamo sentito soffiare, ovunque nel mondo, l'onda del cosiddetto “populismo”. Pensiamo ad esempio al fenomeno dei Gilet Gialli francesi o dello spagnolo Podemos, oppure delle recenti rivolte in Ecuador e Cile.
Ma che cos'è, davvero, il populismo? Originariamente, il populismo, fu un movimento di origine contadina e socialista, nato in Russia alla fine dell'800, in opposizione allo zarismo e all'industrialismo occidentale. Successivamente si sviluppò negli USA con il People's Party e in America Latina con i vari movimenti socialisti di origine popolare, proletaria e contadina, i quali traevano peraltro ispirazione anche dai moti risorgimentali e socialisti dei nostri Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini, ma finanche dall'anarchismo di Bakunin e di Proudhon.
Di questo e molto altro, ovvero di tematiche di scottante attualità politica (dall'economia globale ai temi etici) – pur attingendo al passato storico ed al presente dell'Eurasia, dell'America Latina e dell'Africa – parla l'ultimo saggio di Luca Bagatin, scrittore e collaboratore di numerose testate nazionali online, dal titolo “Amore e Libertà – Manifesto per la Civiltà dell'Amore”, edito da IlMioLibro (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/490308/amore-e-liberta) e con prefazione del principe A. Tiberio di Dobrynia.
L'unico anti-totalitarismo, l'unico anti-capitalismo e anti-liberalismo possibile è il populismo” - spiega Bagatin, rifacendosi al pensiero populista e socialista originario - “Ovvero la politica di popolo e per il popolo; l'autogestione della comunità; la ripartizione equa delle risorse e il superamento dell'ideologia del danaro, del progresso, del lavoro, del piacere effimero, dell'elettoralismo e della rappresentanza. Il punto di arrivo, che è anche quello di partenza, è l'unione tra l'Amore e la Libertà. Ovvero una società di persone emancipate, che si autogestiscono e si autogovernano, senza necessità di sovrastrutture fondate sull'egoismo. Persone che recuperino l'amore per la Natura e per la semplicità del vivere con poco, che è l'essenza di ogni autentica libertà”.
“Amore e Libertà”, prima di essere un saggio, è un pensatoio che Bagatin ha fondato nel 2013 e che è anche il suo blog www.amoreeliberta.blogspot.it. Ha come simbolo (presente anche nella copertina del saggio) la figura centrale di Anita Garibaldi, “una rivoluzionaria moglie del primo Socialista e Repubblicano senza tessera di partito della Storia”, come scrive l'Autore nel saggio.
“Amore e Libertà” è dunque una critica al liberal capitalismo, ovvero all'ideologia oggi dominante in Europa, contrapposta alla visione comunitaria, sociale, emancipatoria e socialista tipica di pensatori, filosofi e politici che Bagatin cita nel suo saggio, approfondendone il pensiero: da Giuseppe Garibaldi ad Alain de Benoist; da Pier Paolo Pasolini a Thomas Sankara; da Eduard Limonov a Aleksandr Dugin; da Jean-Claide Michéa a Mu Ammar Gheddafi, Evo Morales, Hugo Chavez, Evita e Juan Peron, José “Pepe” Mujica e molte altre figure storiche che hanno incarnato valori di eguaglianza, sovranità, indipendenza ed amore per i rispettivi popoli.

 
Prefazione di A. Tiberio di Dobrynia
Eretico. Nel senso “che sceglie”. Atto di colui che non cede alle opinioni e alle ideologie comuni.
Eretico, perché libero di scegliere: vincolato solo al suo pensiero e a una via che non conosce bivi incerti, perché pur dentro sentieri battuti è capace di aprirsi piste non convenzionali, nuove quanto ovvie, semplici, ma per ciò stesso incomprese ai molti.
Eretico: così si definisce Luca Bagatin nell’incipit di questo suo nuovo saggio. E lo è, senza finzioni o maschere di compiacenza, tanto da farne della sua eresia intellettuale un sistemico progetto.
Tra etica ed estetica sospesa, forma e sostanza possono riorganizzarsi nell’energia più rivoluzionaria che si possa immaginare: Amore. Amore quale atto di volontà (la “scelta”) e da questo la Libertà, che è fenomeno del primo, perché dall’uno scaturisce l’altra e non viceversa.
Da qui sorge l’idea da parte dell’Autore di fondare il movimento Amore e Libertà – eresia per eccellenza! – un pensatoio fuori dai luoghi comuni, da rotte sclerotizzate, che scorre irrefrenabile su nuove carte nautiche dell’anima. Coniugando costellazioni politiche, storiche, massoniche, sentimentali, erotiche, spirituali, laiche, creative, visionarie, in alternative alchimie antisistema che possano approdare a quell’isola felice (che ancora non c’è) della “Internazionale dell’Amore”, contrapposta alle terre morte e devastate della perdente ideologia materialista del “Lavoro”, da superare con formule e algoritmi spaventosamente semplificati, in una sola definizione: con la “Civiltà dell’Amore”.
Se vogliamo risalire alle idee di liberazione della coscienza alla base del pensiero di Luca Bagatin, a ritroso nel tempo occorre andare sulle tracce di quella cultura underground newyorkese degli anni ’50-’60 che nel fenomeno della Beat Generation trovò il massimo esponente nello scrittore Jack Kerouac, le cui opere hanno segnato un tempo mitico, insieme a Ginsberg, Corso, Ferlinghetti, scuotendo le certezze di un mondo in decadimento con versi forti urlati dalla strada, dagli inchiostri acidi, sui ritmi esistenziali di musiche affacciate all’immaginario, e restituendo all’individuo un valore altro d’indipendenza interiore, e sostituendo all’abbattimento psicologico provocato da un marcio sistema politico e finanziario, un’alternativa e sana follia: capace di ribaltare sterili dogmi e riconquistarsi e riconoscere le proprie stelle.
Da qui, l’Autore percorre esperienze sociopolitiche e di libera creatività che attraversano i momenti più importanti della sua vita, da adolescente prima a maturo pensatore oggi. Ed eccolo negli entusiasmi del primo impegno, vicino ai giovani comunisti, ai verdi, ai circoli ambientalisti, ai radicali, ai repubblicani e liberalsocialisti, ai movimenti laici, spiritualisti, e delle pornostar. E poi ad introspezionarsi e vergare pagine d’argute riflessioni sui temi controversi del capitalismo borghese e del materialismo proletario, sugli aspetti migliori di grandi personaggi più vicini al suo intimo sentire, più vicini al cuore del popolo.
Allora, pagina dopo pagina di Amore e Libertà – critico e irriverente pamphlet sociopolitico – l’Autore evoca con magistrali incantesimi emozionali le rarefatte figure della Triade più emblematica delle principali incarnazioni di Libertà, Uguaglianza e Fratellanza: Casanova, Garibaldi, Cagliostro. A questi s’alza un coro d’armonia suggestiva, intramontabile di pensiero e idee. Da Mazzini a Simon Bolivar, da Peron a Evita, Chavez, Anita Garibaldi, la Blavatsky e così a seguire…
L’anima dei Popoli ribolle ma l’evoluzione è ribelle. La politica dell’America Latina ha saputo affrancarsi dalle logiche partitocratiche, dai poteri forti che annientano le società civili; da qui dall’oceano, per contro, l’Europa ancora soggiace allo sguardo dell’invisibile Medusa, e l’unione delle genti da tanti intellettuali auspicata, è ancor miraggio nella desertica schiavitù morale ed economica degli stati sopraffattori. Nella letteratura anti sistema, l’Autore non dimentica di argomentare anche con il filosofo francese Alain De Benoist e il suo J’accuse al mostro dalle mille facce del potere bancario e di certa mala politica che lo sostiene, che domina incontrastato il mercato, il libero commercio, la speculazione internazionale, il debito pubblico, controllando e lucrando sulla moneta di scambio come fosse sua esclusiva proprietà, così conducendo gli stati privati della loro sovranità nazionale a perire sotto una montagna di debiti insanabili, e spingendo i popoli inconsapevoli verso il baratro di crisi economiche spesso volute a tavolino, individui da tartassare, dissanguare e distruggere alle fondamenta della loro libertà, dignità, diritti umani.
Una terza via possibile, verso la dorata Civiltà dell’Amore è necessario ricercare, ma interclassista, e non più di scontro di ideologie perverse franate ormai sotto i colpi di una mutata realtà che anela riprendersi sé stessa, interamente, libera d’orpelli di cattivi pensatori e dommatiche zavorre, sì che possa risvegliarsi libera ed evolvere, dal cencio imprigionato d’ogni Adamo, una Umanità Nuova.
A. Tiberio di Dobrynia

Per acquisti del saggio: https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/490308/amore-e-liberta/
Per contatti con l'Autore: burroughs279@yahoo.it 

domenica 10 dicembre 2017

"Riflessioni socialiste e repubblicane flash" di Luca Bagatin

La tradizione non consiste nel conservare le ceneri, ma nel mantenere viva una fiamma.
(Jean Jaurès)

Non capisco perché un politico guadagni più di un professore.
(Josè Pepe Mujica, ex presidente dell' Uruguay, che si ridusse lo stipendio a meno di 1000 euro mensili).

La frase più sbagliata che possa esistere, ma che ti inculcano sin da bambino è: "Non si fa mai niente per niente".
Questo concetto è alla base della mercificazione delle menti e dei corpi.
Cambiamola in: "Si fa tutto ciò che può essere utile e lo si fa per il puro piacere e dovere di farlo, e questo in favore del prossimo e della comunità intera".
Il lavoro salariato stesso è una forma di schiavitù. Quello autogestito una forma di libertà.

Rispettare le opinioni di tutti sempre.
Provare almeno ad ascoltarle.
Una regola difficile.
Un sentimento direi.
Che pochissimi conoscono.
Allora meglio soprassedere, andarsene con il sorriso piuttosto che perdersi in discussioni inutili con gli intolleranti.

C'è un motivo ben preciso se ho smesso di parlare e scrivere di politica italiana e dei vari partiti e partitini italiani e continuerò a non parlarne o scriverne.
È una totale perdita di tempo.
Le cose serie e importanti, nella vita delle persone, fra sofferenze e amore, fra dolore e gioia, sono altre.
Per cui, personalmente, preferisco dar voce a questi aspetti e parlare di socialismo, quello originario, dei poveri e degli oppressi.

Se oggi molti di noi hanno scelto l'antipolitica è perché la politica si è rivelata inutile, costosa, autoreferenziale e persino dannosa.
Le parole d'ordine dovrebbero essere: autogestione popolare e formazione culturale, intellettuale, spirituale e morale.
Lo dico da una vita, ma ci credo poco, francamente. Perché di sordi è pieno il mondo.

La libertà dei liberaldemocratici è la "libertà da". La "libertà" dalle radici, dai legami, dalle tradizioni, dai sentimenti, dai vincoli economici ed è una falsa idea di libertà, assai lontana dalla "libertà di" dei socialisti, quelli originari, autentici, anticapitalisti e conservatori.
Filosoficamente quello liberale è un sistema che tende a distruggere, non a costruire. Che disaggrega, creando atomi, che alimenta l'ego e l'edonismo e, conseguentemente, la divisione (di classe, di cultura ecc...), passando sopra ad ogni differenza, ad ogni sentimento, ad ogni forma di intimità e di spiritualità.

Per me il Partito Repubblicano storico rimane rappresentato da una eroina e da un eroe rivoluzionari, senza alcuna tessera: Anita e Giuseppe Garibaldi.
Perché gli eroi rivoluzionari non hanno bisogno né di tessere né di voti.
Le loro gesta, la loro vita, è il loro insegnamento.
Ed è un insegnamento d'amore.

Luca Bagatin

giovedì 13 luglio 2017

Per la rinascita del Socialismo. Articolo di Luca Bagatin

Leggo sempre con interesse gli editoriali del Direttore di Pensalibero.it Nicola Cariglia che, da oltre dieci anni, propone e sostiene il progetto di riunificazione socialista, anche se non li ho mai condivisi.
Come ebbi modo credo già una decina di anni fa di dirgli, il socialismo italiano per come lo abbiamo conosciuto, è morto con la fine del PSI di Bettino Craxi.
Da allora, peraltro, il socialismo europeo, ha subito via via una mutazione in senso globalista e liberal capitalista che lo ha portato ad abbracciare in toto, attraverso i vari Blair e seguaci della cosiddetta "Terza Via", il capitalismo assoluto, foriero di diseguaglianze sociali, oltre che di totale perdita di sovranità deglo Stati ed incoraggiamento di guerre di vera e propria occupazione (dall'Iraq alla Libia sino alla Siria, Paesi peraltro a guida laica e socialista).
In questo senso, ogni possibile rinascita del socialismo autentico ed originario, non può che passare attraverso una radicale critica del sistema dominante, attraverso una radicale critica del socialismo europeo, oltre che attraverso una radicale critica della sinistra cosmopolita, liberale, progressista e capitalista.
Innanzitutto la differenza abissale fra la sinistra ed il socialismo, in linea con quanto affermato dal filosofo orwelliano francese Jean-Claude Michéa. Coloro i quali si rifanno alla sinistra, sono infatti completamente estranei agli ideali sociali, socialisti, popolari e populisti portati avanti dai propugnatori della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864 e questo per il fatto che, mentre i socialisti, gli anarchici, i mazziniani ed i garibaldini della Prima Internazionale erano persone provenienti dalle file del popolo e proponevano riforme sociali che andavano sostanzialmente a superare il sistema capitalisitico-borghese, le sinistre europee e le liberal-social-burocrazie progressiste non fanno che perpetrare politiche di deregolamentazione dei mercati, politiche precarieggianti, cosmopolitico-immigrazioniste e di sfruttamento della manodopera a basso costo. Lo notiamo da tutte le politiche portate avanti in questi anni dal PD, ma anche dai vari e già citati Blair, Hollande and Company: privatizzazioni selvagge; austerità; flessibilità del lavoro attraverso i vari Jobs Act e Loi Travail; rafforzamento delle élite e conseguente perdita di sovranità popolare; apertura indiscriminata delle frontiere e conseguente sfruttamento della manodopera straniera a basso costo; rafforzamento delle istituzioni europee a scapito delle diversità di ogni nazione e dei rispettivi popoli; politica estera invasiva nei confronti di Stati sovrani – che peraltro ha favorito il terrorismo internazionale come nel caso libico (ciò vale in particolare per la Gran Bretagna di Blair - colpevole peraltro di aver mentito al suo stesso popolo nella faccenda delle armi di distruzioni di massa in Iraq rivelatisi inesistenti – e per la Francia di Sarkozy e Hollande, rea non solo di aver barbaramente fatto uccidere Gheddafi, ma anche di sostenere Paesi legati al terrorismo come l'Arabia Saudita e di aver tentato di rovesciare il governo laico siriano di Assad).

Il socialismo, diversamente, da Pierre Leroux, Marx, Engels, Proudhon, Garibaldi, sino a Craxi, Hugo Chavez e Pepe Mujica, è altra cosa. Mentre infatti in Europa ha trionfato il capitalismo assoluto, sostenuto dalla sinistra borghese pur contrastata da partiti quali il Front National di Marine Le Pen, La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, dal laburista britannico Corbyn e dallo spagnolo Podemos, in America Latina abbiamo assistito ad un fenomeno opposto.
Ovvero abbiamo assistito al trionfo del Socialismo del XXI secolo, portato avanti da Chavez, Morales, i coniugi Kirchner, Mujica, Correa, Lula e Ortega. Forme differenti di socialismo fondate purtuttavia su una radice comune, ovvero la matrice latina, con influenze indios ed arcaiche, ma anche cristiane, garibaldine, sandiniste, proudhoniane e libertarie. Un socialismo che ha emancipato popoli per secoli sfruttati dal colonialismo e dal neo-colonialismo.
Il socialismo è dunque populismo autentico ed originario, se rammentiamo che il movimento populista russo è sorto alla metà del XIX secolo a tutela e per l'emancipazione dei contadini e dei servi della gleba sulla base di un programma socialista e comunitario.
Ispiratosi al populismo russo sorgerà non a caso, sul finire dell'800, negli Stati Uniti d'America, il Populist Party, ovvero il Partito del Popolo, a rappresentanza delle classi contadine, operaie e meno abbienti, che proponeva la nazionalizzazione dei mezzi di comunicazione, l'elezione popolare diretta ed era in generale ostile alle élite ed al sistema bancario.
Ecco che invece oggi, grazie al Ministero della Verità liberal-capitalista, il termine "populista" ha acquisito una ingiusta valenza negativa. Quando invece non è altro che socialismo allo stato puro.
Non a caso, come ha rilevato il filosofo francese Alain De Benoist più volte, scrivendoci addirittura un saggio che sarà mia cura prossimamente recensire essendo da poco stato edito in Italia dalla Arianna Editrice, quello che viviamo si profila quale il momento populista, ovvero la crisi dell'ideologia liberal-capitalista, ormai percepita dai cittadini come totalitaria e totalizzante e la crisi della democrazia cosiddetta rappresentativa, laddove i cittadini, che non si riconoscono più negli speculari partiti della destra e della sinistra, vorrebbero sempre più avere la possiblità di auto-rappresentarsi e di qui la richiesta di una democrazia sempre più diretta, partecipativa e referendaria.
Ecco dunque che il socialismo può rinascere da qui: non già dall'elettoralismo, ma dalle origini. Dalla lotta per la rappresentanza diretta dei ceti popolari e meno abbienti, capace di scardinare le élite oggi al governo in tutto l'Occidente attanagliato da una crisi endemica che genera disoccupazione, suicidi, disgregazione delle famiglie, insicurezza sociale e civile, immigrazione senza controllo e tutt'altro che positiva in quanto gli immigrati sono oggi costretti dal sistema capitalista e dalle politiche del Fondo Monetario Internazionale, a sradicarsi per approdare ad una realtà a loro estranea e ad entrare nel circolo vizioso dello sfruttamento.
Ecco dunque, a parer mio, la necessità della rinascita di un socialismo né di destra né di sinistra, ma unicamente dalla parte dei popoli e dei poveri, così come peraltro portato avanti da anni dalla francese Organizzazione Socialista Rivoluzionaria Europea (OSRE) che edita l'ottima rivista bimestrale “Rébellion” (http://rebellion-sre.fr/) e di cui parlai in un altro articolo dell'estate scorsa: http://amoreeliberta.blogspot.it/2016/08/rebellion-e-lorganizzazione-socialista.html ed alla quale sono orgogliosamente iscritto da due anni, avendo peraltro smesso da tempo di fare politica in Italia.
Un socialismo, dunque, autogestionario ed antitotalitario, ovvero anticapitalista, che faccia sventolare le bandiere dell'amore e della libertà !

Luca Bagatin

venerdì 10 marzo 2017

Giuseppe Garibaldi: l'amico degli umili e dei popoli. Articolo di Luca Bagatin

La figura di Giuseppe Garibaldi (1807 - 1882) è ancora oggi poco conosciuta, in quanto poco studiata ed approfondita, specie attraverso gli scritti di coloro i quali vissero e combatterono con lui e ne descrissero le gesta. Prima fra tutti la biografa e giornalista, oltre che patriota Jessie White Mario (1832 – 1906), le cui opere dell'epoca non risultano più essere state di recente ripubblicate.
Purtroppo sulla figura di Garibaldi, salvo gli storici contemporanei Denis Mack Smith ed Aldo A. Mola, pochi sono coloro i quali hanno scritto del Generale in modo obiettivo, senza livore complottistico ed antirisorgimentale tipico di coloro i quali hanno preferito seguire certa storiografia clericale e marxista anziché la realtà storica e le gesta dell'Eroe senza macchia, che visse e morì povero, senza onori, che peraltro rifiutò.
Giuseppe Garibaldi fu fra i fondatori, con Mazzini, Marx, Engels e Bakunin, della Prima Internazionale dei Lavoratori (1864) e questo certa storiografia preferisce dimenticarlo, forse perché il Generale, lungi dall'essere marxista, fu socialista libertario, sansimoniano e umanitario. E Friedrich Engels (1820 - 1895), grande sostenitore dell'impresa dei Mille (1860), ebbe sempre per lui parole di stima, come quando, a proposito di tale azione militare, scrisse: “Garibaldi ha dimostrato di essere non soltanto un capo coraggioso, ma anche un generale dotato di una buona preparazione scientifica. L'attacco aperto a una catena di forti costieri è un'impresa che richiede non soltanto talento militare, ma anche scienza militare”.
Pochi sanno che il Generale Giuseppe Garibaldi scrisse peraltro due romanzi, ripubblicati nel 2006 dalla casa editrice Kaos, ovvero “Cantoni il volontario” e “Il governo dei preti”, entrambi pubblicati per la prima volta nel 1870, prima della Breccia di Porta Pia. Scrive in proposito il prof. Giorgio Galli nella prefazione ad uno dei romanzi di Garibaldi, ovvero “Cantoni il volontario”, riedito dalla casa editrice Kaos nel 2006: “Tra le righe di “Cantoni il volontario”, così come del “Governo dei preti”, si possono leggere i tratti del profilo di Garibaldi. Socialista libertario ingenuo ma non incolto, generale guerrigliero ma non militarista né guerrafondaio, eroe popolare vittorioso ma schivo, anticlericale eppure non insensibile alla fede e alla spiritualità. Solidale con le condizioni delle classi subalterne, rispettoso della figura e del ruolo della donna, cosmpolita e terzomondista ante litteram, perfino dotato di una sensibilità ambientalista (…)”.
Ritango che tale descrizione fatta dal prof. Galli sia davvero emblematica e riassuntiva del personaggio che fu eroe di tutte le cause – dall'America Latina all'Italia – d'emancipazione popolare e sociale. Eroe che richiese sempre precisi impegni ai suoi interlocutori e, non a caso, rifiutò di combattere a fianco dei nordisti nella Guerra Civile Americana o Guerra di Secessione Americana (1861 – 1865) in quanto Lincoln non prese mai un impegni pubblico per l'abolizione della schiavitù.
Fu amante dell'ambiente e degli animali, tanto che fondò l'Ente Nazionale Protezione Animali (ENPA) tutt'oggi attivo. Fu ingenuo, certo, in quanto si fidò del Re e di Casa Savoia pur di fare l'Italia. Un'Italia che però non nacque come egli e Mazzini auspicavano: onesta, laica, indipendente, sovrana. Ma corrotta e ben presto clericale, al punto che Garibaldi – coerentemente con i suoi principi e le sue idee – il 27 settembre 1880 si dimise da deputato al Parlamento scrivendo sul giornale “La Capitale” di non voler essere “tra i legislatori di un Paese dove la libertà è calpastata e la legge non serve nella sua applicazione che a garantire la libertà ai gesuiti ed ai nemici dell'unità d'Italia. Tutt'altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa, miserabile all'interno e umiliata all'estero”.
Dopo di ciò il Generale tornò nella sua Caprera a fare il mestiere di sempre, ovvero l'agricoltore.
Garibaldi fu massone e teosofo e lo rimase per tutta la vita nel suo cuore, anche allorquando, in polemica con i massoni della sua epoca assai poco massoni, si dimise da ogni carica. Ricoprì la carica di Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia e fu il primo ad iniziare le donne in Massoneria, iniziando, pare, anche l'occultista russa Helena Petrovna Blavatsky (1831 - 1891), fondatrice della Società Teosofica e che fu sempre una sua sostenitrice, anche durante la battaglia di Mentana (1867) alla quale prese parte.
Molte cose potrebbero essere dette su Garibaldi, come sui suoi amori. Il più grande fu quello per la rivoluzionaria brasiliana Anita, ovvero per Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva (1821 - 1849), la quale combattè al suo fianco sia in America Latina che in Italia, in particolare durante la Repubblica Romana (1849), ove morì poco dopo a causa della malaria a soli 28 anni. Di Anita, ad ogni modo, parlai già in un altro articolo di qualche tempo fa (http://amoreeliberta.blogspot.it/2016/01/anita-garibaldi-eroina-dei-due-mondi.html).
Giuseppe Garibaldi è e rimane una figura centrale nel panorama non solo risorgimentale, ma anche degli Eroi di tutti i tempi. Giuseppe Garibaldi fu infatti prima di tutto l'amico degli uomini e dei popoli per eccellenza e, come al conte Alessandro Cagliostro, sembrò toccare la stessa sorte: amato dagli umili, vilipeso da coloro i quali erano e sono in malafede.
Ma ciò non può toccare il cuore di coloro i quali ricercano, intimamente, il bene dell'umanità e credono nel valore dell'amore e della fratellanza universale. Senza distinzioni.

Luca Bagatin

lunedì 6 marzo 2017

Jessie White Mario: eroina garibaldina d'amore e libertà.

Jessie White Mario (1832 - 1906) fu filantropa inglese e patriota che combattè al fianco del Generale Giuseppe Garibaldi e prestò il
servizio di infermiera nelle stesse.
Fu soprannominata da Giuseppe Mazzini la "Giovanna D'Arco della causa italiana".
Fu giornalista e scrittrice molto prolifica, anche relativamente ai problemi delle classi meno abbienti del Mezzogiorno.
Mi chiedo perché le sue opere, anche sulla vita e l'opera di Garibaldi, non siano più state pubblicate e diffuse.
Se così fosse ci sarebbe certamente meno ignoranza e ci sarebbe meno disinformazione (spesso di matrice neoborbonica) nei confronti dell'Eroe dei Due Mondi.
VIVA JESSIE WHITE MARIO, EROINA D'AMORE E LIBERTA' ! 

(Luca Bagatin)