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giovedì 30 aprile 2026

Primo Maggio oltre il mito del lavoro: una lettura socialista. Articolo di Luca Bagatin

 

Lavorare rende schiavi, avrebbe detto – provocatoriamente - Paul Lafargue (1842 - 1911), genero di Karl Marx, rivoluzionario, massone e saggista, ribaltando l'aberrante motto nazifascista, presente all'ingresso dei lager, secondo il quale “lavorare rende liberi” (sic!).

Lafargue, sostenitore della Comune di Parigi del 1871, direttore de “La Défense nationale” di Bordeaux, fondatore del Partito Operaio Francese e deputato nel 1891, pur trovandosi in prigione, a causa della sua attività rivoluzionaria, scrisse, infatti, un ottimo saggio: “Il diritto all'ozio”.

Saggio comprendente sue analisi e articoli, in esso, fra le altre cose, egli sostiene: “Una strana follia possiede le classi operaie delle nazioni dove regna la civiltà capitalista. Questa follia trascina al suo seguito miserie individuali e sociali che da secoli torturano la triste umanità. Questa follia è l'amore per il lavoro, la passione nociva del lavoro, spinta fino all'esaurimento delle forze vitali dell'individuo e della sua progenie.

Nella società capitalista il lavoro è la causa di tutta la degenerazione intellettuale, di tutta la deformazione organica.

I Greci dell'epoca d'oro non avevano che disprezzo nei confronti del lavoro: agli schiavi solamente era permesso di lavorare, l'uomo libero conosceva soltanto gli esercizi fisici ed i giochi d'intelligenza.

I filosofi dell'antichità insegnavano il disprezzo del lavoro, forma di degradazione dell'uomo libero; i poeti cantavano l'ozio, dono degli dèi: O Meliboe, Deus nobis hæ cotia fecit.
Nella nostra società quali sono le classi che amano il lavoro per il lavoro? I contadini proprietari e i piccoli borghesi; i primi chini sulla terra, gli altri rintanati nelle loro botteghe, si muovono come la talpa nella sua galleria sotterranea e mai alzano il capo per contemplare a proprio piacimento la natura.
Il proletariato tradendo i suoi istinti e misconoscendo la sua missione storica, si è lasciato pervertire dal dogma del lavoro. Dura e terribile è stata la sua punizione. Tutte le miserie individuali e sociali sono sorte dalla sua passione per il lavoro.
Le officine moderne sono diventate delle case ideali di correzione dove si incarcerano le masse operaie, dove si condannano ai lavoro forzati per dodici o quattordici ore non solo gli uomini, ma anche le donne e i bambini.
Se le sofferenze del lavoro forzato, se le torture della fame si sono abbattute sul proletariato più numerose delle cavallette della Bibbia, è il proletariato che le ha chiamate.
La nostra epoca, si dice, è il secolo del lavoro, in realtà è il secolo del dolore, della miseria e della corruzione.

(…). Introducete il lavoro salariato e addio gioia, salute, libertà: addio a tutto ciò che rende la vita bella e degna di essere vissuta.
Lavorate, lavorate proletari per accrescere la ricchezza sociale e le vostre miserie individuali. Lavorate, lavorate, perché diventando più poveri avrete più ragioni per lavorare e per essere miserabili. Questa è la legge inesorabile della produzione capitalista.”

Lafargue interpreta e incarna, dunque, la lotta socialista per eccellenza, purtroppo andata perdendosi nel tempo: la liberazione degli esseri umani dal lavoro salariato, ovvero dall'origine stessa dello sfruttamento.

L'ex Presidente socialista dell'Uruguay, José “Pepe” Mujica (1935 - 2025), portò avanti la medesima prospettiva anticapitalista e spiegò che “La vita non è fatta solo per lavorare, ma ha bisogno di tempo libero per l’esercizio della libertà. Non si può vivere oppressi dal mercato che ci obbliga a comprare, comprare, perché non paghi con i soldi, ma con il tempo della tua vita”.

Mujica, non diversamente da Lafague, immagina - come ebbe modo di dire - “un cammino di lotta al servizio e in solidarietà con gli altri esseri umani”; “una politica permanente a favore di chi ha la volontà di lavorarla”, ad esempio organizzando “colonie di terra pubblica in cui si paga un affitto”

Invero, esempi di questo tipo, li abbiamo avuti nella Jugoslavia socialista di Tito, fondata sull'autogestione delle imprese e nella Libia di Mu'Ammar Gheddafi (ovvero nella Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista), ove all'autogestione si coniugavano aspetti di democrazia diretta, attraverso Congressi e Comitati popolari aperti a tutti i cittadini.

Quella che, peraltro, era l'idea dei Soviet originari, propugnati dal Partito Socialista Rivoluzionario russo, di matrice prevalentemente agraria e che si ispirava al populismo del filosofo Aleksandr Herzen (1812 – 1870), grande amico e estimatore dei nostri Mazzini e Garibaldi i quali, a loro volta, erano propugnatori di una visione democratico-repubblicano-socialista volta all'emancipazione delle classi proletarie e contadine.

Giuseppe Mazzini, nel suo saggio “Condizioni e avvenire dell'Europa”, del 1871, scrisse, non a caso: “Il grande pensiero sociale che ferve oggi in Europa può così definirsi: abolizione del proletariato: emancipazione dei lavoratori dalla tirannide del capitale concentrato in un piccolo numero d'individui: riparto dei prodotti, o del valore che n'esce, a seconda del lavoro compito: educazione morale e intellettuale degli operai: associazione volontaria tra gli operai, sostituita pacificamente, progressivamente e quanto è possibile, al lavoro individuale salariato ad arbitrio del capitalista”.

Associazionismo operaio, dunque, fu la parola d'ordine delle correnti della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864, a mio avviso l'esempio più puro delle lotte di emancipazione sociale e nella quale vi sarebbe potuta essere davvero una sintesi sincretica fra il repubblicanesimo sociale, l'umanesimo marxista, l'anarchismo sociale e il populismo democratico, che poi sarà meglio sviluppato, in particolare in Russia, alla fine dell'800 e che contribuirà a gettare le basi della Rivoluzione Russa del 1905 (guidata dal Partito Socialista Rivoluzionario e dal Partito Operaio Socialidemocratico Russo) e, successivamente, di quella del 1917 che, purtroppo, vedrà presto prevalere la corrente bolscevica, la quale soffocherà troppo presto gli esempi di democrazia diretta e di socialismo autogestionario che si stavano sviluppando (vedi ad esempio l'esperienza della Comune di Kronstadt del 1921, il cui motto fu “Tutto il potere ai Soviet, non ai partiti!”, contrapponendo i consigli operai e contadini e l'autogestione socialista al burocratismo partitocratico).

Gheddafi, a torto ritenuto un dittatore, anziché un riformatore sociale, peraltro studioso e estimatore di Rousseau, nel suo “Libro Verde”, ovvero il suo saggio sociale e politico fondamentale, scrisse, in merito all'organizzazione sociale e del lavoro: “Nella società socialista non ci sono infatti possibilità di produzione individuale al di sopra del soddisfacimento dei bisogni personali. In essa non è permesso di soddisfare i propri bisogni a spese degli altri. Le istituzioni socialiste lavorano per soddisfare i bisogni della società. (…). A ciascun individuo è consentito di risparmiare ciò che vuole, soltanto nell’ambito del proprio fabbisogno, in quanto l’accumulo di risparmio in misura maggiore, è a detrimento della ricchezza collettiva. La gente abile e intelligente non ha il diritto di appropriarsi delle unità di ricchezza altrui per via della propria abilità e intelligenza, tuttavia può utilizzare quelle qualità per soddisfare i deficienti e gli incapaci non perciò devono essere privati di quella stessa parte della ricchezza sociale di cui godono i sani”.

Egli ritenne, dunque, in concordia con il socialismo delle origini (da Saint-Simon, a Marx, sino a Pierre Leroux, Proudhon e così via), che i lavoratori dovessero essere considerati produttori, non più dei salariati, ovvero degli sfruttati. E dunque, ciò che loro producono, dovesse essere considerato di loro stessa proprietà.

Il salario, per Gheddafi (e in realtà per tutti i socialisti, sin dalla fondazione della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864), è indice di sfruttamento e un lavoratore/produttore non può essere schiavo di nessun padrone. Sia esso un padrone privato o statale.

Oltre a ciò, il Raìs, ritenne che nessuno potesse possedere più di quanto gli fosse necessario per vivere. Ciò perché – non essendo le risorse illimitate - l'accumulazione della ricchezza da parte di alcuni è fonte di ingiustizia, corruzione e segna il sorgere della società dello sfruttamento.

Visione peraltro non dissimile da quella del peronismo argentino, che fondava i suoi principi su “giustizia sociale; sovranità nazionale; indipendenza economica” e quella portata avanti nella Cuba del Che e Fidel Castro, nell'Egitto nasseriano e via via nei modelli più recenti del Socialismo del XXI Secolo latinoamericano, che propongono, dunque, un nuovo modello di sviluppo.

Uno modello volto a superare, da una parte il produttivismo e dall'altra il capitalismo. Proponendo che il cittadino/lavoratore viva del necessario e lavori a beneficio della società e dei bisognosi e non già per un salario. E che ciascuno sia proprietario del proprio lavoro, nell'ambito di attività economiche socialiste autogestite.

Moltissima strada vi è da fare, se pensiamo che con il Primo Maggio, festa sacrosanta e nobile, si festeggia “il lavoro”, quando purtuttavia, per essere precisi, bisognerebbe festeggiare la “liberazione dal lavoro”, o, meglio, “la liberazione dallo sfruttamento del giogo del salario”.

Lavoro che toglie tempo libero; che lega a un datore di lavoro (e ad eventuali ricatti); che è utile solo a generare profitto e conseguente sfruttamento delle risorse economiche, sociali, ambientali e non già per aiutare la comunità stessa e le sue necessità primarie e fondamentali.

Necessità che non sono legate al vil danaro, che è uno strumento per sua natura schiavista, in quanto rappresenta un debito nei confronti di qualcuno (ed è il maggiore e più perverso strumento di perdita di sovranità dei cittadini e dei Paesi).

Una società sana, socialista, autogestita, libera e libertaria, è una società che supera i vincoli imposti dall'egoismo umano.

Per mettere il capitale nelle mani di chi lavora, se vogliamo, secondo la visione socialista mazziniana sviluppata nel 1908 dal sindacalista rivoluzionario Alfredo Bottai (1874 – 1965), esponente della sinistra del Partito Repubblicano Italiano.

Una visione ispirata all'etica del “dovere” (nei confronti della comunità e, quindi, dell'umanità) e che, con Giulio Andrea Belloni, allievo politico di Bottai e in sintonia con i suoi sodali di partito Guido e Mario Bergamo, puntava a: abolizione del salario; abolizione del proletariato; abolizione della borghesia, del capitalismo e della delinquenza plutocratica; democrazia diretta e cooperativismo operaio, in modo che i lavoratori potessero essere i beneficiari diretti degli utili dell'impresa.

Una visione che sembra antica, ma in realtà è quanto mai attuale, per quanto oscurata, vilipesa, manipolata dalle plutocrazie economico sociali di matrice liberale o liberal-capitalista che, in realtà, l'unica libertà che conoscono è quella del menzognero e aberrante motto “lavorare rende liberi” o dell'altrettanto aberrante concetto del “meglio un lavoro pagato poco che nessun lavoro”.

Aspetti che ci hanno condotti dritti dritti verso il precariato, lo sfruttamento di massa legalizzato, la mancanza di sicurezza sul posto di lavoro, che per molte generazioni è diventato la regola, la normalità.

Come la regola e la normalità, per molti anni, è stata l'austerità imposta dall'UE e come, fra un po', rischieranno di diventare “normali” anche eventuali lockdown energetici, a causa di sanzioni sconsiderate, masochiste e folli.

La democrazia è quando i cittadini riprendono in mano il controllo della propria comunità. Non quando subiscono scelte dall'alto.

Democrazia è autogestione della propria comunità, è associazionismo, è socialismo.

Lo scrittore e politico russo Eduard Limonov, il 1 maggio del 2015, scrisse: “La festa del Primo Maggio non ha perso la sua rilevanza.

Il Primo Maggio è il giorno dell'operaio, come lo chiamavamo negli anni '90, il giorno del quarto potere, che presta la sua opera per conto terzi.

I lavoratori sono la maggioranza delle persone sul pianeta, quindi questa festività appartiene a una specie di esercito di angeli dell'inferno, su cui tutto poggia”.

Luca Bagatin

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sabato 20 settembre 2025

Socialismo è promuovere il potere del popolo. Ovvero è Democrazia.

Le alleanze andrebbero fatte con il popolo, non con i partiti. E non andrebbero fatte per rappresentarlo, ma per servirlo.
Rompendo e rovesciando l'ordine borghese e liberale. Promuovendo il potere del popolo, ovvero del Socialismo, che, in quanto tale, è il fondamento della Democrazia (che è potere del popolo, non dei partiti, non dei padroni, non degli oligarchi).

(Luca Bagatin)
https://ilmiolibro.kataweb.it/.../ritratti-del-socialismo/

 

giovedì 23 gennaio 2025

Se le destre vincono è perché il sinistrismo borghese (che ad esse finge di contrapporsi) non è socialismo. Articolo di Luca Bagatin


Stupisce che molti si stupiscano dell'avanzare delle estreme destre in un Occidente liberal capitalista da tempo sempre più irresponsabile, sempre meno democratico, sempre più guerrafondaio e reso così dalle varie maggioranze Ursula, dai vari Biden, dai finti socialisti, finti verdi e vere destre, benché si presentino come “moderate”.

Ovvero da un “sinistrismo” borghese che, da una trentina d'anni, ha affossato il socialismo, la giustizia sociale, la sovranità nazionale, per smantellare progressivamente lo stato sociale e i diritti dei lavoratori (vedi i vari Jobs Act); sdoganare le più assurde culture “woke”; promuovere i diritti e le libertà per i più ricchi (come i vari uteri in affitto); promuovere le esportazioni di democrazia a suon di bombe e imporre embarghi a Paesi sovrani, solo perché non allineati ai desiderata degli USA o delle multinazionali europee.

Un sinistrismo borghese (in Italia ampiamente rappresentato da PD; Cinque Stelle; Bonelli e Fratoianni; Calenda, Renzi e Bonino) niente affatto diverso da quelle destre liberal capitaliste (di cui la Meloni, Salvini e Tajani sono i più celebri esponenti, in Italia), più o meno estreme, alle quali finge di contrapporsi.

Da almeno una decina di anni scrivo, sia in articoli che saggi, che occorre un sano ritorno al socialismo originario, ovvero a un sano populismo di sinistra, che recuperi gli ideali e i valori della Prima Internazionale dei Lavoratori (sintesi fra pensiero socialista umanitario, repubblicanesimo, marxismo e anarchismo) e che guardi a esperienze moderne e vincenti, quali il Socialismo Latinoamericano del XXI Secolo (di cui il Presidente brasiliano Lula è uno dei più noti esponenti); il socialismo con caratteristiche cinesi di Xi Jinping (ovvero economia socialista di mercato); quello slovacco di Robert Fico e Peter Pellegrini e alle proposte della tedesca Sahra Wagenknecht, dell'irlandese Mick Wallace; del francese Mélenchon e del britannico Jeremy Corbyn.

Un socialismo (un tempo, in Italia, rappresentato in particolare dal Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi, ma anche dal PRI di Mario Bergamo e Randolfo Pacciardi e dal PSDI di Pietro Longo), che abbia valori antichi e promuova scelte moderne; che rompa con l'egemonia liberal capitalista; che ponga al centro il cittadino e la comunità; che riporti nelle mani pubbliche i settori chiave dell'economia (società energetiche; telecomunicazioni; trasporti; settore bancario, siderurgico e militare); che apra all'autogestione delle imprese da parte dei lavoratori; che getti le basi per una società ordinata, senza sconti nei confronti di una criminalità sempre più dilagante; che punti alla costruzione di un mondo multipolare, portando l'UE nei BRICS; riduca le spese militari, anziché irresponsabilmente volerle aumentare, come vorrebbero le destre e il “sinistrismo” borghese europeo; investa massicciamente in ricerca, sanità e istruzione; promuova il dialogo e la cooperazione internazionale.

Tutto ciò a me pare anche più che evidente. Che ciò sarà possibile, in un momento storico come quello attuale, in cui il socialismo è stato totalmente affossato nei Paesi liberal capitalisti (e non solo, pensiamo anche alla recente detronizzazione del socialismo laico in Siria, nel silenzio più assordante dei sedicenti “laici” e “democratici” di casa nostra), non mi illudo affatto lo sia.

Luca Bagatin

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martedì 3 settembre 2024

La necessità del ritorno del socialismo in Europa. Articolo di Luca Bagatin

E' piuttosto interessante il risultato ottenuto dal partito della populista/socialista di sinistra di Sahra Wagenknecht alle recenti elezioni in Turingia (15,6%) e in Sassonia (11%), così come il suo partito, Bündnis Sahra Wagenknecht, ottenne già un buon risultato alle recenti elezioni europee, con il 6,2% dei consensi.

Sahra Wagenknecht è una socialista vecchio stile, come quelli che in Europa non esistono più da circa trent'anni, salvo i rarissimi casi di Jean-Luc Mélenchon, dei britannici Jeremy Corbyn e George Galloway, dell'irlandese Mick Wallace e dei socialisti slovacchi di Robert Fico e quelli di Peter Pellegrini.

Una socialista e populista di sinistra, nel senso originario e positivo del termine (populisti/socialisti furono anche gli amici dei nostri Mazzini e Garibaldi e populista/socialista è tutto il filone della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864), che mette al centro la lotta allo sfruttamento, al divario fra ricchi e poveri, attraverso politiche sociali forti e che lotta per la pace nel mondo, ovvero per un ritorno alla ragionevolezza.

Dall'altra parte è intransigente nei confronti di un'immigrazione che è più utile alle classi imprenditoriali e al sistema della crescita economica, che può seguitare – così - a sfruttare manodopera a basso costo, anziché lavorare per l'emancipazione del Terzo e del Quarto Mondo, con il quale dialogare e commerciare, pacificamente.

Questa non si chiama politica di sinistra unita a idee di destra, ma recupero del socialismo da Pierre Leroux a Proudhon, da Garibaldi al repubblicanesimo mazziniano, passando per il socialismo democratico più moderno, che, pur rigettando il materialismo marxista, non ha dimenticato il valore liberatorio delle tesi di Marx ed Engels e lo ha rinnovato, in varie forme, anche grazie ai pensatori e leader socialisti che sono venuti dopo, nelle varie parti del mondo.

Del resto, i nostri Pietro Nenni e Giuseppe Saragat, i nostri Pietro Longo e Bettino Craxi, non furono altro che dei modernizzatori del socialismo, che hanno portato avanti battaglie quali il salario minimo (i primi a proporlo furono i socialisti democratici, infatti); la difesa dei ceti meno abbienti; delle pensioni; una democrazia sempre più partecipativa; un'economia che tutelasse la proprietà, ma senza favorire le classi più agiate e il padronato.

Oltre a promuovere una società ordinata, in cui tutti rispettassero le leggi e si evitassero le degenerazioni bombarole di piazza, oltre che gli opposti estremismi, sia nel Paese che a livello internazionale.

Oggi, in un'epoca in cui si parla di “crescita economica” (che non è limitata e che genera sfruttamento di ogni risorsa, sia umana che energetica e ambientale) e ove si produce più di ciò che si può effettivamente consumare, vediamo dilagare nelle strade violenza, criminalità, noia, abulia e il fenomeno pericolosissimo delle baby gang, oltre che nuovi fenomeni terroristici.

Vediamo una scuola pubblica che non forma più, ma, al massimo, avvia al lavoro, sempre più precario.

Vediamo una sanità allo sbando con personale sanitario che, addirittura, subisce criminali aggressioni.

Vediamo e abbiamo visto, negli anni, la sistematica privatizzazione dei settori chiave e strategici dell’economia italiana (che furono costruiti e difesi da socialisti e repubblicani nella Prima Repubblica)

Vediamo poi, il dilagare dei fondamentalismi.

Del fondamentalismo guerrafondaio e atlantista (senza la lungimiranza, moderazione e visione dei pur già atlantisti, ma non guerrafondai della Prima Repubblica); il dilagare del fondamentalismo pseudo “ecologista”; il dilagare del fondamentalismo del politicamente corretto; il dilagare del fondamentalismo di un’ “onestà” più sbandierata a parole che nei fatti; il dilagare di un nuovo e pericoloso fondamentalismo antisemita e filo nazista.

Difronte a tutto ciò occorre porre un argine, che sia autenticamente socialista e democratico allo stesso tempo. Che è cosa assente, come dicevo, da troppo tempo, in Europa e ciò rischia di portarci molto indietro.

Perché le pseudo sinistre post-comuniste, pseudo-socialiste e pseudo-ecologiste (diventate sostenitrici delle classi più abbienti) e le pericolose destre (più o meno estreme) hanno fatto, dal 1993 ad oggi, anche troppo danno a questo continente, che ha perso i suoi eroi socialisti o li ha lasciati andare alla deriva o dimenticati. Pensiamo ad alcuni nomi fra tutti: Garibaldi, Mazzini, Craxi, Mitterrand.

Luca Bagatin

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giovedì 29 luglio 2021

Perù. Si insedia il neo-eletto Presidente Pedro Castillo, oroglioso delle sue radici popolari. Articolo di Luca Bagatin

E' la prima volta che, in Perù, viene eletto alla carica di Presidente un maestro elementare figlio di contadini e orgoglioso delle sue radici popolari.

Così si è insediato Pedro Castillo, neo eletto Presidente del Perù con il 50,12% dei consensi, il quale, nel suo primo discorso da Capo di Stato, ha salutato tutti gli appartenenti ai popoli originali.

Il Presidente Castillo ha infatti dedicato la sua vittoria “ai miei fratelli 'ronderos' (autodifese contadine), ai miei fratelli maestri, ai fratelli quechua, aymara e agli afro-peruviani”.

Ed ha proseguito spiegando come “Oggi è un giorno di cambiamenti storici per il Perù” dopo che - per secoli - “prima la colonizzazione spagnola, poi una serie di governi ingiusti seguiti al colpo di stato del 1992 (quello del dittatore Alberto Fujimori) hanno defraudato la popolazione. Ma ora, nel giorno del duecentesimo anniversario della nostra Indipendenza, c'è un governo per il popolo e con il popolo”, ha affermato Carrillo.

Pedro Castillo, socialista populista e marxista-leninista, si è presentato agli elettori con un programma di lotta alla corruzione; per la redazione di una nuova Costituzione democratica inclusiva e per l'introduzione di programmi sociali, in particolare in grado di sostenere le famiglie rurali; oltre che un piano di finanziamento di prestiti a basso tasso d'interesse per i piccoli e medi imprenditori ed un piano per la tutela dell'ambiente.

Pedro Castillo ha ricevuto immediato plauso per la sua elezione da parte dei governi socialisti di Cuba, Messico, Nicaragua, Bolivia, Venezuela e Argentina.

L'America Latina socialista sembra pian piano rinascere e ritrovare una nuova prospettiva unitaria, indigenista e antimperialista.

Luca Bagatin

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martedì 20 luglio 2021

Perù. Il maestro elementare marxista-leninista Pedro Castillo è il nuovo Presidente. Articolo di Luca Bagatin

Non c'è più alcun dubbio.

Dopo il riconteggio dei voti – a più di un mese dal secondo turno elettorale - è confermata la vittoria alle elezioni presidenziali del maestro elementare marxista-leninista Pedro Castillo, che sarà il nuovo Presidente del Perù.

Castillo, 51 anni, leader della coalizione socialista populista “Perù Libre”, ha ottenuto il 50,12% dei consensi e batte la conservatrice di destra Keiko Fujimori, figlia dell'ex dittatore Alberto Fujimori, che – con “Forza Popolare” - ha ottenuto il 49,87%.

A decretarlo è stata l'autorità elettorale competente per l'esame dei ricorsi, il cui esito è stato accettato anche dalla stessa Fujimori, che aveva fatto ricorso.

Pedro Castillo entrerà in carica il 28 luglio prossimo e ha promesso l'istituzione di un'Assemblea Costituente e la redazione di una nuova Costituzione, democratica e inclusiva. Oltre a ciò ha in programma un'agenda di lotta alla corruzione, che ha dilaniato il Paese nei decenni, oltre che un programma di rafforzamento del sistema sanitario pubblico, di lotta al precariato e contro lo sfruttamento lavorativo, oltre che politiche in favore dell'ambiente.

Pedro Castillo, sindacalista e insegnante, è un uomo del popolo. Nato da genitori contadini analfabeti, ha lavorato e lottato sin da ragazzo per pagarsi gli studi e laurearsi in psicologia dell'educazione. E' insegnante di scuola primaria dal 1995, oltre che cuoco della mensa e bidello e ha sempre vissuto in un villaggio rurale.

Da anni impegnato in politica, si definisce marxista-leninista e conservatore di sinistra, nel solco del Socialismo del XXI Secolo dei Paesi latinoamericani, che uniscono tradizioni arcaiche e indigene al socialismo originario di ispirazione marxista e socialista.

Quella di Castillo, in sostanza, è una sinistra molto diversa da quella alla quale siamo purtroppo abituati a vedere da decenni in Europa e in Nordamerica, la quale sembra essere sempre più simile alla destra per quanto concerne la tutela dei ceti borghesi e più abbienti.

La sinistra populista latinoamericana, molto simile peraltro a quella asiatica, eurasiatica e panafricana (pensiamo ai vari partiti socialisti e comunisti di Russia, Asia e Africa), unisce infatti anticapitalismo, lotta all'oligarchia e alla borghesia e recupero delle tradizioni arcaiche e comunitarie e ricorda molto i valori del socialismo otto-novecentesco europeo.

Una sinistra purtroppo invisa, da sempre, dalle élite borghesi di matrice liberale e capitalista che approfittano sempre per tentare di screditarla o destabilizzare i Paesi ove essa governa, vedi i casi di Cuba e Venezuela, ingiustamente bollate dalle élite liberali come delle “dittature” (pur essendo delle democrazie popolari, peraltro molto diverse fra loro).

Il nuovo corso del Perù potrà geopoliticamente avvicinarlo a Paesi fratelli quali la Bolivia, l'Argentina, il Venezuela, Cuba e il Nicaragua. Con una probabile prossima vittoria alle elezioni in Brasile di Lula e della sinistra socialista in Cile, probabilmente anche a questi altri due Paesi.

Luca Bagatin

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sabato 15 maggio 2021

Presente e futuro del populismo (di sinistra). Articolo di Luca Bagatin

Interessante l'articolo del prof. Marco Tarchi, politologo e studioso in particolare di populismo, sul quotidiano “Domani” del 14 maggio scorso, dal titolo “Il sogno del populismo di sinistra si è scontrato con la realtà”.

Il prof. Tarchi si riferisce, in particolare, alla fine politica dell'ex politico Pablo Iglesias ed alla china presa dal suo movimento Podemos che, una volta andato al governo con il Partito Socialista di Sanchez (consentendo a Iglesias di divenire Vicepremier), ha finito per perdere consensi e annacquare il suo programma rivoluzionario.

Ciò, ha portato al ritiro dalla scena politica di Sanchez, dopo la sconfitta alle amministrative di Madrid e, già nel 2019, portò alla scissione di Podemos ed alla formazione del movimento populista-socialista Mas Pais.

Il prof. Tarchi, nel suo articolo, fa un'analisi interessante dei fasti passati di Podemos e del suo più recente declino, spiegando come anche questo movimento, come Syriza di Tsipras in Grecia, la France Insoumise in Francia e Die Linke in Germania, finendo per abbracciare il “liberalismo sociale” - esattamente come tutti i sedicenti partiti “socialisti” europei, - abbiano finito per annacquarsi e perdere la loro essenza originaria.

In realtà, si potrebbe dire che, in Europa, non esista ancora un autentico “populismo” o “populismo di sinistra”, salvo i tentativi di cui sopra, falliti proprio perché si è tradito alla base il concetto stesso di populismo, che è politica socialista di popolo, senza alcun compromesso con le élite liberali, siano esse di sinistra o di destra.

Qui è necessaria una piccola premessa storica. Ovvero occorre tenere presente che il populismo nacque fra il 1860 e il 1880, in Russia, ad opera dei narodniki (da narod = popolo), ovvero dei socialisti russi che vollero alfabetizzare le masse contadine e oppresse e proposero una riforma agraria in senso socialista, in quanto ritennero che i contadini fossero l'unica classe rivoluzionaria in grado di opporsi all'occidentalizzazione della Russia e all'espansione del capitalismo.

Un filo rosso lega il socialismo originario, in particolare le battaglie della Prima Internazionale dei Lavoratori (1864 - 1876), di matrice socialista, mazziniana, garibaldina e anarchica e il populismo - rettamente inteso - ovvero privo delle falsificazioni linguistiche e concettuali operate dal linguaggio mediatico corrente, influenzato dall'ideologia liberale e borghese.

Fatta tale doverosa premessa, possiamo dire, con i filosofi Alain de Benoist, Jean-Claude Michéa e Christopher Lasch, che il populismo è, in sostanza, una delle più moderne forme di democrazia attiva e partecipativa. Potremmo dire che è una delle forme più pure di socialismo conservatore, ovvero di rottura con la modernità liberale e capitalista, che tutto ha messo in vendita. Dagli elettrodomestici agli embrioni, oltre che i corpi e le menti dei lavoratori e delle prostitute.

Va da sé che, il cosiddetto “populismo di destra”, tanto sbandierato dalla stampa e dai media quando si parla o si parlava di Salvini, Trump, la Meloni, Bolsonaro e compagnia, non è affatto populismo, ma liberal-conservatorismo. In quanto volto a conservare l'attuale sistema economico-sociale fondato essenzialmente su: crescita economica; sfruttamento delle risorse; sostegni agli imprenditori (ma non ai lavoratori o ai precari); conservatorismo nell'ambito dei diritti civili.

Quanto al populismo autentico (che potrebbe anche essere definito “populismo di sinistra” o “nazionalismo di sinistra”), che è ed è stato la base dei movienti del Socialismo del XXI secolo latinoamericani (dal socialismo del venezuelano Hugo Chavez al peronismo argentino dei coniugi Kirchner, passando per il correismo ecuadoriano al sandinismo nicaraguense, sino alla Bolivia di Evo Morales e all'Uruguay di “Pepe” Mujica), ma lo è anche del nazionalbolscevismo russo, dei vari partiti comunisti russi e - per moltissimi versi - del movimento trasversale e civico dei Gilet Gialli francesi, è un'altra cosa.

Ed è un'altra cosa perché, innanzitutto, ha un progetto di società e di economia radicalmente diverso rispetto al modello liberal-capitalista, fondato sulla crescita e sullo sfruttamento delle risorse e del lavoro. Ovvero si fonda sul superamento del capitalismo; sulla ricerca del lavoro in comune (la famosa unione del capitale e del lavoro predicata anche dal nostro Giuseppe Mazzini in epoca risorgimentale); sulla redistribuzione delle risorse e sulla valorizzazione delle risorse naturali e dell'ecosistema. Oltre che su partecipazione più diretta dei cittadini e dei lavoratori alle decisioni politiche.

E' chiaro che, per attuare progetti di questo tipo, è fondamentale non scendere a compromessi con alcun partito di governo. O si arriva da soli al governo, oppure si continua la lotta.

In questo senso, l'ex Presidente venezuelano Hugo Chavez, fu un chiaro esempio.

Dopo il tentativo di insurrezione popolare - contro i governanti corrotti - nel 1992 e anni di invito all'astensionismo elettorale, si candidò, nel 1998, con un suo movimento – il Movimento Bolivariano Quinta Republica – e, ottenendo il 56% dei consensi, fu eletto Presidente. Senza scendere a compromessi con nessuno.

E' chiaro che, se Podemos scende a compromessi con i sedicenti “socialisti” di Sanchez, che hanno un programma fondamentalmente liberal-capitalista, non possono che dover rinunciare ai loro progetti rivoluzionari e socialisti autentici E, dunque, finire per perdere consensi, come infatti è accaduto.

Che è esattamente quanto successo al Movimento Cinque Stelle (benché non fosse né sia né populista, né socialista), alleandosi prima con la Lega e poi con il PD. Cosa ne è rimasto dei loro programmi originari ? Nulla. Cosa sta rimanendo del loro partito ? E' in caduta libera in tutti i sondaggi.

E' chiaro, dunque, che il presente e il futuro del populismo, ovvero del socialismo originario, è una radicale rottura con il sistema attuale. Ma ciò presuppone, in Europa, un radicale modo di pensare che, per molti versi, solo il movimento civico dei Gilet Gialli francesi è riuscito – in questi anni - a comprendere.

Rottura con l'Unione Europea - utile solo ai ricchi investitori – e con il Fondo Monetario Internazionale (e le sue politiche di austerità, fra cui il probabile ritorno dell'IMU sulla prima casa in Italia...sic !).

Rottura con il capitalismo e con il sistema della crescita economica, che genera sfruttamento del lavoro, precariato sociale e insicurezza.

Promozione di un sistema sociale e socialista fondato sul lavoro in comune (lavorare meno e il necessario a soddisfare i bisogni primari), l'autogestione delle risorse, la sicurazza economica e sociale per tutti (nessuno escluso), investimenti massicci in sanità, ricerca e valorizzazione dell'ambiente e dell'ecosistema.

Comprendere tali necessità, in una realtà abituata all'ideologia liberal-capitalista (lastricata di “buone intenzioni”, ma in realtà portatrice del contrario), non sarà certo facile.

Ma sarebbe già molto se si riuscisse ad aprire un dibattito in merito.

Luca Bagatin

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venerdì 7 maggio 2021

Perù. Socialisti populisti e centrosinistra uniti contro il liberal-conservatorismo fujimorista. Articolo di Luca Bagatin

Alle elezioni presidenziali dello scorso 11 aprile, Pedro Castillo, maestro elementare e leader del partito socialista e populista Perù Libre, si è posizionato al primo posto, conquistando il 19% dei consensi.

Il 6 giugno dovrà vedersela al ballottaggio con la candidata liberal-conservatrice Keiki Fujimori, figlia dell'ex dittatore Alberto che, candidata di Forza Popolare, si è piazzata al secondo posto con il 13% dei voti.

Castillo, nei giorni scorsi, in vista del ballottaggio, ha siglato un accordo elettorale con Veronika Mendoza, candidata alla presidenza per il partito di sinistra e centrosinistra patriottici Uniti per il Perù.

Voglio invitare tutte le forze democratiche del Paese, i giovani, le donne, le organizzazioni sociali, i sindacati, i collettivi, a unire le forze in modo che insieme possiamo ricostruire la nostra patria. In modo che, insieme, possiamo finalmente scrivere una Costituzione fatta dalle persone per le persone”, ha dichiarato la Mendoza ad accordo siglato.

Aggiungendo: “In questo 2021 stiamo rispondendo alla chiamata del prof. Castillo, stiamo rispondendo alla chiamata del popolo e siamo chiamati a costruire una vera democrazia e a unire le forze”.

L'accordo elettorale fra Perù Libre e Uniti per il Perù prevede di “realizzare un governo del popolo e promuovere i profondi cambiamenti di cui il Perù ha bisogno, per sbarrare la strada all'autoritarismo ed alle forze corrotte e inaugurare una nuova era, nella quale tutte le voci vengano ascoltate e la sovranità venga rivendicata, al fine di costruire un nuovo patto sociale attraverso un'Assemblea popolare costituente”.

Quattro sono i punti rilevanti dell'accordo siglato: affrontare la crisi sanitaria, sociale ed economica causata dalla pandemia Covid19, rafforzando il sistema sanitario pubblico; necessità di creare posti di lavoro abbandonando il modello economico liberale, imposto dalla dittatura di Fujimori, che ha favorito solamente i pochi ceti privilegiati; lotta alla corruzione e all'impunità per coloro i quali derubano il Paese; l'ultimo punto riguarda la ricostituzione dello Stato, il rafforzamento della democrazia e la garanzia dei diritti di tutti e per tutti, in piena eguaglianza e senza alcuna forma di discriminazione.

Luca Bagatin

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sabato 24 aprile 2021

Elezioni Perù. In testa il candidato socialista populista Castillo, sostenuto anche dall'ex Presidente Boliviano Evo Morales. Articolo di Luca Bagatin

Al primo turno delle elezioni presidenziali del Perù, tenutesi l'11 aprile scorso, il maestro elementare di orientamento socialista e populista Pedro Castillo, si è posizionato al primo posto, conquistando il 19% dei consensi.

Castillo, che guida il partito Perù Libre, dovrà vedersela al ballottaggio del 6 giugno prossimo con la candidata liberal conservatrice di Forza Popolare, Keiko Fujimori, figlia dell'ex dittatore Alberto Fujimori, che ha conquistato il 13% dei consensi. Sia lei che il padre, peraltro, sono stati più volte accusati e condannati per reati di corruzione.

Nei giorni scorsi, in favore della candidatura di Castillo, si è speso anche l'ex Presidente socialista boliviano Evo Morales, il quale ha dichiarato: “Salutiamo ed esprimiamo rispetto e ammirazione per Pedro Castillo dal Perù, che ha un programma simile al nostro: rivoluzione pacifica, democratica e culturale, difesa delle risorse naturali e promozione di un'Assemblea Costituente, a beneficio del popolo in modo che ci sia giustizia sociale”.

Il programma di Castillo – che si ispira sia a valori marxisti-leninisti che socialisti populisti - comprende, fra le altre cose, la costituzione di un'Assemblea Costituente e la redazione di una nuova Costituzione democratica; un piano anticorruzione; maggiore intervento pubblico in economia; rafforamento del sistema sanitario pubblico e gratuito; forte politica di ispirazione ambientalista e lotta al precariato ed allo sfruttamento lavorativo.

Un recente sondaggio lo darebbe vincente, al secondo turno, con il 42% dei consensi, mentre la Fujimori si fermerebbe al 31%. Il 16% degli elettori voterebbe scheda bianca e l'11% non ha voluto dichiarare per chi voterebbe.

Luca Bagatin

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giovedì 1 aprile 2021

Contro il riformismo. Per il socialismo originario.


Da tempo capisco perché il cosiddetto "riformismo" fu contrastato storicamente, dai socialisti originari e massimalisti e dai comunisti.
Lo capisco in particolare quando leggo sedicenti "socialisti" di oggi osannare Draghi.
Il "riformismo" non è altro che l'anticamera della borghesia. Non è altro che il compromesso al ribasso con le classi produttiviste, più abbienti, moderniste e sfruttatrici.
Il "riformismo" è una forma di compromesso funzionale a quel totalitarismo liberale che imprigiona l'essere umano, l'ecosistema, la società. 
Che imprigiona tutto ciò in una gabbia fondata sul consumo, sullo sfruttamento del lavoro, delle risorse e sulla totale messa in vendita di ogni cosa, di ogni valore, di ogni mente e di ogni corpo.
Riformismo e liberalismo sono i nemici di una società fondata sulla comunità, sulla decenza comune, sull'emancipazione sociale e sugli autentici diritti di libertà, fondati sui doveri verso il prossimo.
Aspetti che solo il socialismo originario, autentico, democratico diretto, anticapitalista e antimoderno, possono promuovere e garantire.
 
(Luca Bagatin)

lunedì 8 marzo 2021

Ricordiamo ora e sempre tre eroine: Anita, Evita e Moana. Perché non è il "femminismo" che libera le donne dal patriarcato. Ma il superamento e la distruzione dell'attuale sistema economico

Bisognerebbe avere presente che, il cosiddetto "femminismo", lungi dal voler liberare le donne dal sistema economico e sociale, distruggendolo, mira semplicemente a collocare ancora di più la donna all'interno del sistema, pretendendo che lei diventi semplicemente uguale all'uomo. Senza liberarla affatto dal sistema patriarcale.

Nel corso della Storia sono esistite tre donne, trasgressive, eretiche, eroiche, che sono morte fra i 28 ed i 33 anni ed hanno lasciato, nel ricordo di chi le ha amate, un vuoto incolmabile.
Tutte e tre si sono battute, spesso accanto agli uomini che hanno amato, per l'emancipazione sociale e civile dei Popoli e dell'Umanità. Donne che mai si sono dette "femministe" o avrebbero voluto esserlo.
I loro nomi: Ana Maria (detta Anita), Eva (detta Evita) e Anna Moana Rosa (detta Moana).
Anita Garibaldi, Eva Peron e Moana Pozzi sono quelle tre donne che, una volta accettato il ruolo di eroine (anti)politiche lo hanno assolto sino infondo e sino alla fine dei loro giorni.
 
Contro l'odio, la violenza, il liberal-capitalismo ed il Potere.
Per l'Amore e la Libertà.

(Luca Bagatin)



martedì 9 febbraio 2021

9 febbraio 1849: nasceva la Repubblica Romana, l'unica vera Repubblica italiana

Le vere Repubbliche sono fondate su Dio e sul Popolo, ove l'uno e l'altro sono espressione massima di DEMOCRAZIA SOCIALISTA, SPIRITUALISTA, SENTIMENTALE E REPUBBLICANA.
Dio rappresenta la Divinità che è in tutti gli Esseri, mentre il Popolo rappresenta il fondamento di ogni Democrazia.

(Luca Bagatin) 
 
 
 

lunedì 11 gennaio 2021

Riflessioni gnostico-socialiste sul presente e non solo. Di Luca Bagatin

Il mondo della materia è il prodotto della mente razionale. Chi crede in una dimensione spirituale dell'esistenza (terrena/ultraterrena) sa che questo concetto sta alla base.

Il passato, il presente e il futuro, dunque, sono aspetti della materia e quindi illusori, come la mente stessa che li ha prodotti. Passato, presente e futuro si fondono e confondono, oniricamente.

David Lynch lo spiega molto bene nella terza serie dello sceneggiato “Twin Peaks”, che contiene profonde riflessioni filosofiche, oltre che spirituali. “Siamo come il sognatore che sogna e vive nel sogno. Ma chi è il sognatore ?”

(Luca Bagatin)

La libertà di espressione sul web dovrebbe essere garantita al 100%, così come la trasparenza.

Per questo la rete dovrebbe essere al 100% di proprietà di chi la utilizza, ovvero degli utenti stessi. E dunque completamente gratuita.

Tutto ciò, ad ogni modo, non sarà possibile sino a che il web sarà uno strumento come la televisione. Il cui scopo è commerciale e appannaggio delle società private di telecomunicazione. Le quali replicano il medesimo modello volto ad omologare chiunque ne fruisca, in una sorta di religione mediatica.

La libertà non può risiedere nel privato (ego individuale), né in un ente pubblico (sorta di Moloch o divinità alla quale inchinarsi o immolare, metaforicamente, sacrifici).

La libertà può essere solo interiore e dunque appannaggio delle coscienze risvegliate (Spirito).

Ciò significa che le cause della mancanza di tale libertà di espressione, non risiedono tanto nelle sovrastrutture, quanto piuttosto negli utenti stessi, i quali non hanno ancora raggiunto un livello di evoluzione morale, spirituale e culturale tale da poter ambire ad essere liberi e autogestirsi.

Non a caso, costoro, preferiscono usare il web per acquistare, consumare, sfogarsi. Raramente per elevarsi o per elevare le loro stesse coscienze.

 (Luca Bagatin)

Spesso ho notato che, il compito del politico, è fare, consapevolmente o meno, il male della comunità.

Il politico non è ancora un essere risvegliato, in quanto legato da una parte all'ego individuale e dall'altra a interessi meramente materiali.

(Luca Bagatin) 

Il limite di comunismo occidentale è aver considerato il fascismo un crimine e non il fascismo come una delle degenerazioni confuse del capitalismo.

Il limite del comunismo occidentale è non aver colto il carattere nazionale, populista e patriottico del socialismo sovietico e aver dunque tentato di adattarlo alla realtà occidentale.

Il limite del comunismo occidentale è non aver considerato il capitalismo borghese un crimine e, quindi, aver rifiutato alla radice i valori borghesi e materialisti della Rivoluzione Francese.

Opposti alle rivoluzioni socialiste, populiste e sovietiche russe del 1905 e del 1917, che hanno posto alla guida i valori proletari e del Quarto Stato.

Tali valori sono tipici delle comunità arcaiche e spiritualmente più evolute, ovvero meno legate alla materia, o che ambiscono a rifiutare del tutto la materia e le sue implicazioni involutive.

(Luca Bagatin)

Siamo nel 2021 e nella tv italiana si glorificano ancora le alleanze geopolitiche con gli USA e si trasmettono film e speciali intrisi di cattolicesimo. Ovvero tematiche che erano care al partito clericofascista chiamato Democrazia Cristiana.

Quello che ha sdoganato i crimini peggiori, pur facendo credere di essere un partito democratico e persino cristiano.

La Democrazia Cristiana formalmente non esiste più.

In realtà non ha mai smesso di esistere, perché rappresenta ancora oggi, appieno, la società nella quale viviamo. 

(Luca Bagatin) 

Le immagini sono realizzazioni artistiche del collettivo artistico Doping-Pong (https://www.dopingpong.info)

martedì 15 settembre 2020

Populismo, socialismo e democrazia partecipativa. Un mio contributo al quinto numero della rivista "Il Guastatore"

Sono a segnalarvi con entusiasmo l'uscita del quinto numero della rivista "Il Guastatore", diretta da Clemente Ultimo e coordinata da Luca Lezzi.
Aperta a varie riflessioni politiche e a vari orientamenti, anche contrapposti.
Se nei numeri precedenti ho scritto di decrescita economica, ecosistema, Jean Thiriart e Impero Euro-Sovietico e di NazionalBolscevismo da Niekisch a Limonov, in questo ultimo numero - dedicato, appunto, al tema del populismo - scrivo di populismo, socialismo e democrazia partecipativa.
Buona lettura agli abbonati e ai lettori che decideranno di acquistarlo in libreria !

sabato 4 luglio 2020

Nato il 4 luglio: Giuseppe Garibaldi, l'amico degli umili e dei popoli

Giuseppe Garibaldi: l'amico degli umili e dei popoli. Articolo di Luca Bagatin del 10 marzo 2017
La figura di Giuseppe Garibaldi (1807 - 1882) è ancora oggi poco conosciuta, in quanto poco studiata ed approfondita, specie attraverso gli scritti di coloro i quali vissero e combatterono con lui e ne descrissero le gesta. Prima fra tutti la biografa e giornalista, oltre che patriota Jessie White Mario (1832 – 1906), le cui opere dell'epoca non risultano più essere state di recente ripubblicate.
Purtroppo sulla figura di Garibaldi, salvo gli storici contemporanei Denis Mack Smith ed Aldo A. Mola, pochi sono coloro i quali hanno scritto del Generale in modo obiettivo, senza livore complottistico ed antirisorgimentale tipico di coloro i quali hanno preferito seguire certa storiografia clericale e marxista anziché la realtà storica e le gesta dell'Eroe senza macchia, che visse e morì povero, senza onori, che peraltro rifiutò.
Giuseppe Garibaldi fu fra i fondatori, con Mazzini, Marx, Engels e Bakunin, della Prima Internazionale dei Lavoratori (1864) e questo certa storiografia preferisce dimenticarlo, forse perché il Generale, lungi dall'essere marxista, fu socialista libertario, sansimoniano e umanitario. E Friedrich Engels (1820 - 1895), grande sostenitore dell'impresa dei Mille (1860), ebbe sempre per lui parole di stima, come quando, a proposito di tale azione militare, scrisse: “Garibaldi ha dimostrato di essere non soltanto un capo coraggioso, ma anche un generale dotato di una buona preparazione scientifica. L'attacco aperto a una catena di forti costieri è un'impresa che richiede non soltanto talento militare, ma anche scienza militare”.
Pochi sanno che il Generale Giuseppe Garibaldi scrisse peraltro due romanzi, ripubblicati nel 2006 dalla casa editrice Kaos, ovvero “Cantoni il volontario” e “Il governo dei preti”, entrambi pubblicati per la prima volta nel 1870, prima della Breccia di Porta Pia. Scrive in proposito il prof. Giorgio Galli nella prefazione ad uno dei romanzi di Garibaldi, ovvero “Cantoni il volontario”, riedito dalla casa editrice Kaos nel 2006: “Tra le righe di “Cantoni il volontario”, così come del “Governo dei preti”, si possono leggere i tratti del profilo di Garibaldi. Socialista libertario ingenuo ma non incolto, generale guerrigliero ma non militarista né guerrafondaio, eroe popolare vittorioso ma schivo, anticlericale eppure non insensibile alla fede e alla spiritualità. Solidale con le condizioni delle classi subalterne, rispettoso della figura e del ruolo della donna, cosmpolita e terzomondista ante litteram, perfino dotato di una sensibilità ambientalista (…)”.
Ritango che tale descrizione fatta dal prof. Galli sia davvero emblematica e riassuntiva del personaggio che fu eroe di tutte le cause – dall'America Latina all'Italia – d'emancipazione popolare e sociale. Eroe che richiese sempre precisi impegni ai suoi interlocutori e, non a caso, rifiutò di combattere a fianco dei nordisti nella Guerra Civile Americana o Guerra di Secessione Americana (1861 – 1865) in quanto Lincoln non prese mai un impegni pubblico per l'abolizione della schiavitù.
Fu amante dell'ambiente e degli animali, tanto che fondò l'Ente Nazionale Protezione Animali (ENPA) tutt'oggi attivo. Fu ingenuo, certo, in quanto si fidò del Re e di Casa Savoia pur di fare l'Italia. Un'Italia che però non nacque come egli e Mazzini auspicavano: onesta, laica, indipendente, sovrana. Ma corrotta e ben presto clericale, al punto che Garibaldi – coerentemente con i suoi principi e le sue idee – il 27 settembre 1880 si dimise da deputato al Parlamento scrivendo sul giornale “La Capitale” di non voler essere “tra i legislatori di un Paese dove la libertà è calpastata e la legge non serve nella sua applicazione che a garantire la libertà ai gesuiti ed ai nemici dell'unità d'Italia. Tutt'altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa, miserabile all'interno e umiliata all'estero”. Dopo di ciò il Generale tornò nella sua Caprera a fare il mestiere di sempre, ovvero l'agricoltore.
Garibaldi fu massone e teosofo e lo rimase per tutta la vita nel suo cuore, anche allorquando, in polemica con i massoni della sua epoca assai poco massoni, si dimise da ogni carica. Ricoprì la carica di Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia e fu il primo ad iniziare le donne in Massoneria, iniziando, pare, anche l'occultista russa Helena Petrovna Blavatsky (1831 - 1891), fondatrice della Società Teosofica e che fu sempre una sua sostenitrice, anche durante la battaglia di Mentana (1867) alla quale prese parte.
Molte cose potrebbero essere dette su Garibaldi, come sui suoi amori. Il più grande fu quello per la rivoluzionaria brasiliana Anita, ovvero per Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva (1821 - 1849), la quale combattè al suo fianco sia in America Latina che in Italia, in particolare durante la Repubblica Romana (1849), ove morì poco dopo a causa della malaria a soli 28 anni. Di Anita, ad ogni modo, parlai già in un altro articolo di qualche tempo fa (http://amoreeliberta.blogspot.it/2016/01/anita-garibaldi-eroina-dei-due-mondi.html).
Giuseppe Garibaldi è e rimane una figura centrale nel panorama non solo risorgimentale, ma anche degli Eroi di tutti i tempi. Giuseppe Garibaldi fu infatti prima di tutto l'amico degli uomini e dei popoli per eccellenza e, come al conte Alessandro Cagliostro, sembrò toccare la stessa sorte: amato dagli umili, vilipeso da coloro i quali erano e sono in malafede.
Ma ciò non può toccare il cuore di coloro i quali ricercano, intimamente, il bene dell'umanità e credono nel valore dell'amore e della fratellanza universale. Senza distinzioni.
Luca Bagatin

domenica 1 marzo 2020

Quarto Stato, Prima Internazionale, Terzo Mondo: ovvero AMORE E LIBERTA'

Amo i folli, le persone trasgressive, gli estremisti.
Diffido dei "normali", mi disgustano i moralisti, temo i moderati

 (Luca Bagatin)

Negli ultimi anni abbiamo sentito soffiare, ovunque nel mondo, l'onda del cosiddetto “populismo”. Pensiamo ad esempio al fenomeno dei Gilet Gialli francesi o dello spagnolo Podemos, oppure delle recenti rivolte in Ecuador e Cile.
Ma che cos'è, davvero, il populismo? Originariamente, il populismo, fu un movimento di origine contadina e socialista, nato in Russia alla fine dell'800, in opposizione allo zarismo e all'industrialismo occidentale. Successivamente si sviluppò negli USA con il People's Party e in America Latina con i vari movimenti socialisti di origine popolare, proletaria e contadina, i quali traevano peraltro ispirazione anche dai moti risorgimentali e socialisti dei nostri Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini, ma finanche dall'anarchismo di Bakunin e di Proudhon.
Di questo e molto altro, ovvero di tematiche di scottante attualità politica (dall'economia globale ai temi etici) – pur attingendo al passato storico ed al presente dell'Eurasia, dell'America Latina e dell'Africa – parla l'ultimo saggio di Luca Bagatin, scrittore e collaboratore di numerose testate nazionali online, dal titolo “Amore e Libertà – Manifesto per la Civiltà dell'Amore”, edito da IlMioLibro (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/490308/amore-e-liberta) e con prefazione del principe A. Tiberio di Dobrynia.
L'unico anti-totalitarismo, l'unico anti-capitalismo e anti-liberalismo possibile è il populismo” - spiega Bagatin, rifacendosi al pensiero populista e socialista originario - “Ovvero la politica di popolo e per il popolo; l'autogestione della comunità; la ripartizione equa delle risorse e il superamento dell'ideologia del danaro, del progresso, del lavoro, del piacere effimero, dell'elettoralismo e della rappresentanza. Il punto di arrivo, che è anche quello di partenza, è l'unione tra l'Amore e la Libertà. Ovvero una società di persone emancipate, che si autogestiscono e si autogovernano, senza necessità di sovrastrutture fondate sull'egoismo. Persone che recuperino l'amore per la Natura e per la semplicità del vivere con poco, che è l'essenza di ogni autentica libertà”.
“Amore e Libertà”, prima di essere un saggio, è un pensatoio che Bagatin ha fondato nel 2013 e che è anche il suo blog www.amoreeliberta.blogspot.it. Ha come simbolo (presente anche nella copertina del saggio) la figura centrale di Anita Garibaldi, “una rivoluzionaria moglie del primo Socialista e Repubblicano senza tessera di partito della Storia”, come scrive l'Autore nel saggio.
“Amore e Libertà” è dunque una critica al liberal capitalismo, ovvero all'ideologia oggi dominante in Europa, contrapposta alla visione comunitaria, sociale, emancipatoria e socialista tipica di pensatori, filosofi e politici che Bagatin cita nel suo saggio, approfondendone il pensiero: da Giuseppe Garibaldi ad Alain de Benoist; da Pier Paolo Pasolini a Thomas Sankara; da Eduard Limonov a Aleksandr Dugin; da Jean-Claide Michéa a Mu Ammar Gheddafi, Evo Morales, Hugo Chavez, Evita e Juan Peron, José “Pepe” Mujica e molte altre figure storiche che hanno incarnato valori di eguaglianza, sovranità, indipendenza ed amore per i rispettivi popoli.

 
Prefazione di A. Tiberio di Dobrynia
Eretico. Nel senso “che sceglie”. Atto di colui che non cede alle opinioni e alle ideologie comuni.
Eretico, perché libero di scegliere: vincolato solo al suo pensiero e a una via che non conosce bivi incerti, perché pur dentro sentieri battuti è capace di aprirsi piste non convenzionali, nuove quanto ovvie, semplici, ma per ciò stesso incomprese ai molti.
Eretico: così si definisce Luca Bagatin nell’incipit di questo suo nuovo saggio. E lo è, senza finzioni o maschere di compiacenza, tanto da farne della sua eresia intellettuale un sistemico progetto.
Tra etica ed estetica sospesa, forma e sostanza possono riorganizzarsi nell’energia più rivoluzionaria che si possa immaginare: Amore. Amore quale atto di volontà (la “scelta”) e da questo la Libertà, che è fenomeno del primo, perché dall’uno scaturisce l’altra e non viceversa.
Da qui sorge l’idea da parte dell’Autore di fondare il movimento Amore e Libertà – eresia per eccellenza! – un pensatoio fuori dai luoghi comuni, da rotte sclerotizzate, che scorre irrefrenabile su nuove carte nautiche dell’anima. Coniugando costellazioni politiche, storiche, massoniche, sentimentali, erotiche, spirituali, laiche, creative, visionarie, in alternative alchimie antisistema che possano approdare a quell’isola felice (che ancora non c’è) della “Internazionale dell’Amore”, contrapposta alle terre morte e devastate della perdente ideologia materialista del “Lavoro”, da superare con formule e algoritmi spaventosamente semplificati, in una sola definizione: con la “Civiltà dell’Amore”.
Se vogliamo risalire alle idee di liberazione della coscienza alla base del pensiero di Luca Bagatin, a ritroso nel tempo occorre andare sulle tracce di quella cultura underground newyorkese degli anni ’50-’60 che nel fenomeno della Beat Generation trovò il massimo esponente nello scrittore Jack Kerouac, le cui opere hanno segnato un tempo mitico, insieme a Ginsberg, Corso, Ferlinghetti, scuotendo le certezze di un mondo in decadimento con versi forti urlati dalla strada, dagli inchiostri acidi, sui ritmi esistenziali di musiche affacciate all’immaginario, e restituendo all’individuo un valore altro d’indipendenza interiore, e sostituendo all’abbattimento psicologico provocato da un marcio sistema politico e finanziario, un’alternativa e sana follia: capace di ribaltare sterili dogmi e riconquistarsi e riconoscere le proprie stelle.
Da qui, l’Autore percorre esperienze sociopolitiche e di libera creatività che attraversano i momenti più importanti della sua vita, da adolescente prima a maturo pensatore oggi. Ed eccolo negli entusiasmi del primo impegno, vicino ai giovani comunisti, ai verdi, ai circoli ambientalisti, ai radicali, ai repubblicani e liberalsocialisti, ai movimenti laici, spiritualisti, e delle pornostar. E poi ad introspezionarsi e vergare pagine d’argute riflessioni sui temi controversi del capitalismo borghese e del materialismo proletario, sugli aspetti migliori di grandi personaggi più vicini al suo intimo sentire, più vicini al cuore del popolo.
Allora, pagina dopo pagina di Amore e Libertà – critico e irriverente pamphlet sociopolitico – l’Autore evoca con magistrali incantesimi emozionali le rarefatte figure della Triade più emblematica delle principali incarnazioni di Libertà, Uguaglianza e Fratellanza: Casanova, Garibaldi, Cagliostro. A questi s’alza un coro d’armonia suggestiva, intramontabile di pensiero e idee. Da Mazzini a Simon Bolivar, da Peron a Evita, Chavez, Anita Garibaldi, la Blavatsky e così a seguire…
L’anima dei Popoli ribolle ma l’evoluzione è ribelle. La politica dell’America Latina ha saputo affrancarsi dalle logiche partitocratiche, dai poteri forti che annientano le società civili; da qui dall’oceano, per contro, l’Europa ancora soggiace allo sguardo dell’invisibile Medusa, e l’unione delle genti da tanti intellettuali auspicata, è ancor miraggio nella desertica schiavitù morale ed economica degli stati sopraffattori. Nella letteratura anti sistema, l’Autore non dimentica di argomentare anche con il filosofo francese Alain De Benoist e il suo J’accuse al mostro dalle mille facce del potere bancario e di certa mala politica che lo sostiene, che domina incontrastato il mercato, il libero commercio, la speculazione internazionale, il debito pubblico, controllando e lucrando sulla moneta di scambio come fosse sua esclusiva proprietà, così conducendo gli stati privati della loro sovranità nazionale a perire sotto una montagna di debiti insanabili, e spingendo i popoli inconsapevoli verso il baratro di crisi economiche spesso volute a tavolino, individui da tartassare, dissanguare e distruggere alle fondamenta della loro libertà, dignità, diritti umani.
Una terza via possibile, verso la dorata Civiltà dell’Amore è necessario ricercare, ma interclassista, e non più di scontro di ideologie perverse franate ormai sotto i colpi di una mutata realtà che anela riprendersi sé stessa, interamente, libera d’orpelli di cattivi pensatori e dommatiche zavorre, sì che possa risvegliarsi libera ed evolvere, dal cencio imprigionato d’ogni Adamo, una Umanità Nuova.
A. Tiberio di Dobrynia

Per acquisti del saggio: https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/490308/amore-e-liberta/
Per contatti con l'Autore: burroughs279@yahoo.it 

domenica 29 dicembre 2019

Venezuela. Il governo socialista presieduto da Maduro consegna 3 milioni di abitazioni popolari. Articolo di Luca Bagatin

Resistendo alle sanzioni USA e dei loro alleati (Unione Europea compresa), il governo socialista venezuelano, presieduto da Nicolas Maduro, va avanti. Raggiungendo un nuovo traguardo che si era prefissato già un anno fa, ovvero la consegna di 3 milioni di abitazioni popolari.
Il 15 novembre 2018 il governo bolivariano aveva infatti consegnato 2 milioni e 300 mila alloggi, con la promessa che sarebbe giunto alla consegna di 3 milioni di alloggi entro la fine del 2019.
Il Presidente ha così dichiarato, il 26 dicembre scorso: “Nonostante il blocco economico, commerciale e finanziario imperialista, che ci ha derubato di così tante risorse nel 2019, l’industria delle costruzioni non si è fermata”, sottolineando peraltro come in Paesi non socialisti come la Colomba, l'Ecuador e il Cile, un risultato di questo tipo non è stato ottenuto né attuato.
Una grande vittoria per il governo socialista e per la Grande Missione per l'Edilizia Abitativa Venezuelana (GMVV), ovvero il progetto governativo atto a fornire alloggi popolari ai residenti che non possono permettersi di acquistare una casa.
La cerimonia di consegna della 3milionesima abitazione è avvenuta nello Stato di La Guaira, alla presenza del Presidente Maduro, accompagnato dalla moglie Cilia Flores e dal Ministro del Potere Popolare per l'Alloggio e l'Habitat, Ildemaro Villaroel.
Nel corso della cerimonia – nel complesso residenziale di Los Corales II, nel quartiere di Caraballeda - è stata scoperta una targa commemorativa della Grande Missione Per l'Edilizia Abitativa Venezuelana e il Presidente ha annunciato che il prossimo obiettivo sarà la consegna di 5 milioni di alloggi popolari entro il 2025.
“Oggi si realizza un sogno, alcuni nell'opposizione dicevano che era impossibile, che erano solo dei modellini finti, invece è una realtà. Stiamo andando sempre più avanti, verso i 5 milioni di consegne e ancora più case per le persone”, ha dichiarato Maduro. “Consegneremo la terra alla gente in modo che possa essere coinvolta nella costruzione di case”, ha spiegato il Presidente, il quale ha altersì affermato che il 70% delle abitazioni sarà costruito attraverso un modello di costruzione fondato sulla comunità e che il sistema bancario elargirà maggiori prestiti per l'acquisto ai abitazioni, la loro costruzione e il loro miglioramento.
L'economista e ex Ministro del Commercio Estero, Jesus Faria, ha dichiarato – in una intervista all'agenzia Xinhua - che il settore edilizio è oggi trainante nell'ambito dell'economia venezuelana e ritiene che il 2020 sarà un anno migliore sotto il profilo economico. Ciò sia perché gli attori economici privati hanno iniziato a utilizzare risorse in valuta estera per svolgere le loro attività commerciali e produttive; sia perché l'attività petrolifera si è stabilizzata; sia perché i movimenti sociali e operai stanno favorendo un periodo di pace sociale. In questo modo, di fatto, il Venezuela sta riuscendo ad aggirare il blocco economoco imposto dagli USA e dai loro alleati e, quindi, a favorire il benessere della popolazione venezuelana.

Luca Bagatin