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domenica 24 maggio 2026

La Bolivia insorge contro il neoliberalismo del governo Paz. Articolo di Luca Bagatin

 

Proseguono da giorni, in Bolivia, le mobilitazioni contro il governo della destra democristiana di Rodrigo Paz Pereira.

Le proteste sono guidate da gruppi agrari e sindacali legati al sindacato COB (Central Obrera Boliviana), i quali hanno denunciato l'intenzione del governo di privatizzare ampi settori del comparto pubblico boliviano, ai tempi fiore all'occhiello dei governi socialisti del Presidente Evo Morales.

Tali privatizzazioni causerebbero aumenti dei prezzi di elettricità, acqua potabile, GPL e gas naturale.

Da oltre venti giorni, operai, contadini, indigeni, autotrasportatori e insegnanti del COB e della Federazione Contadina di La Paz “Tupac Katari”, chiedono il blocco delle privatizzazioni, aumenti salariali, la stabilizzazione dell'economia e le dimissioni del Presidente Paz, insediatosi nel novembre scorso.

Il dirigente nazionale del COB, Mario Argollo, ricercato dalla Procura boliviana, ha dichiarato, sui social, che il governo non ha fornito alcuna risposta chiara alla popolazione, a parte definire le proteste una forma di provocazione vandalica.

Anche un altro sindacato boliviano, ovvero il Comitato Esecutivo Nazionale della Confederazione Unificata dei Lavoratori Contadini della Bolivia ha chiesto, sabato scorso, di intensificare i blocchi stradali e le proteste, a livello nazionale.

Proteste che mirano, sottolineano i sindacati boliviani, a difendere l'economia popolare, le risorse naturali e la sovranità del Paese, messe a rischio dalle privatizzazioni che il governo ultra-liberale vorrebbe imporre, in barba alla stessa Costituzione del Paese.

Il Presidente Paz, che ha ricevuto la solidarietà da parte del regime statunitense (il Segretario di Stato di Trump Marco Rubio ha addirittura definito i manifestanti dei “criminali e trafficanti di droga”), ha dichiarato di voler avviare un dialogo con le parti sociali, ma affermando che “ogni cosa ha un limite”.

L'ex Presidente socialista Evo Morales, vittima del golpe del 2019 e leader del partito “EVO Pueblo” — unico a denunciare le politiche oligarchiche delle destre, intenzionate a spartirsi il potere in barba alla popolazione, e al quale alle ultime elezioni fu impedito di presentarsi — si è immediatamente schierato dalla parte delle proteste dei lavoratori, condannando le violenze e le uccisioni perpetrate dalle autorità nei confronti dei manifestanti.

Egli, fra le altre cose, ha dichiarato: “La patria non è solo costituita dagli interessi economici che questo governo protegge; la patria è fatta dagli umili uomini e donne che resistono sulle strade rivendicando condizioni di vita dignitose per il popolo boliviano”.

Da non dimenticare che, i governi guidati da Evo Morales, dal 2006 al 2019, riuscirono ad ottenere successi senza precedenti, con una crescita economica del 5% annuo; un surplus fiscale; furono accumulati 15,5 miliardi di dollari in riserve internazionali; mezzo milione di persone uscirono dalla povertà e l'Unesco dichiarò la Bolivia Paese libero dall'analfabetismo.

Dopo di allora, tanto i traditori del socialismo del suo ex partito (il Movimento per il Socialismo), quanto i liberal capitalisti delle destre golpiste o legalitarie, sono riusciti a riportare indietro la Bolivia di decenni.

Ma il popolo boliviano, ancora una volta, è sceso in piazza. Deciso a rivendicare i suoi diritti.

Luca Bagatin

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martedì 19 agosto 2025

L'ex Presidente socialista Evo Morales commenta i risultati delle elezioni in Bolivia. Articolo di Luca Bagatin

 

L'ex Presidente socialista della Bolivia, Evo Morales, ha commentato i tristi risultati delle elezioni generali che si sono tenute, in Bolivia, lo scorso 17 agosto.

Le elezioni hanno infatti visto prevalere i candidati della destra liberal capitalista, Rodrigo Paz Pereira, candidato del Partito Democratico Cristiano, che ha ottenuto il 32% e Jorge Quiroga Ramírez, del partito LIBRE, che ha ottenuto il 27%.

Evo Morales ha dichiarato: “Rispetto i risultati, siamo un movimento politico democratico, ieri siamo andati a votare e non a eleggere (...) dobbiamo riconoscere umilmente i risultati”. Ed ha aggiunto – riferendosi al candidato del partito socialista al governo, non riconosciuto da Morales, ovvero Andrónico Rodríguez (che ha ottenuto appena il 3% dei voti) - che tale risultato è stato “un voto di punizione per il tradimento e per la corruzione”.

Tradimento e corruzione nei confronti dei ceti più umili, che Morales ha sempre sostenuto, mentre il suo predecessore, Luis Arce, sostenitore di Andrónico Rodríguez, sembra avere tradito.

Morales, fondatore del partito socialista “EVO Pueblo”, nelle settimane precedenti, aveva invitato al voto nullo, per protestare contro l'impossibilità di essere candidato, in quanto aveva già governato la Bolivia per tre mandati, dal 2006 al 2019, ottenendo peraltro ottimi risultati in termini sia economici che sociali.

L'ex Presidente Morales, ha affermato che, se i voti delle schede nulle e bianche fosse considerato e così anche il numero degli astenuti, lui si collocherebbe fra il primo e il secondo posto.

I voti nulli sono stati oltre 1.200.000, quelli bianchi circa 160.000. Gli astenuti oltre 1.400.000.

Egli, su Facebook, ha scritto: “Esprimiamo profondo rispetto e ammirazione alle compagne e ai compagni militanti del nostro movimento politico che, in meno di due settimane di campagna per il voto nullo, hanno ottenuto un risultato storico. La nostra protesta si è fatta sentire: abbiamo votato, ma non abbiamo eletto, e il popolo ha chiarito che la democrazia non può essere ridotta a una semplice procedura amministrativa.

Inoltre, il popolo ha dato un messaggio chiaro a coloro che si sono corrotti nell'esercizio politico e hanno tradito i più umili. La Bolivia non vuole privatizzazione o persecuzione con una giustizia prebendalizzata; la Bolivia chiede ripresa economica, stabilità, crescita e più democrazia”.

Luca Bagatin

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giovedì 7 agosto 2025

L'ex Presidente socialista della Bolivia, Evo Morales, in prima linea contro la destra liberal-capitalista, invita all'astensione. Articolo di Luca Bagatin

L'ex Presidente socialista boliviano, Evo Morales, non potrà candidarsi alle elezioni generali previste per il 17 agosto prossimo, in quanto la Corte costituzionale della Bolivia ha stabilito che non si può candidare chi è stato in carica per più di due mandati.

Morales ha sempre ritenuto ingiusta e politica tale sentenza e, celebrando i 200 anni dell'Indipendenza della Bolivia, ha sottolineato il rischio di un ritorno della destra oligarchica al potere.

Per questo ha invitato il popolo boliviano all'astensione di massa.

Egli, nell'ambito di una conferenza organizzata dal suo partito, “EVO Pueblo”, e circondato da leader indigeni e contadini, ha sottolineato che la Bolivia non dovrà più essere sottomessa agli interessi dell'imperialismo e, con il contributo di donne, comunità indigene, contadini e afrodiscendenti, dovrà continuare ad essere libera, così come riuscì nel passato a liberarsi dal colonialismo spagnolo.

Il pericolo che egli intravede è un ritorno del neoliberalismo al potere, ovvero il pericolo che le élite oligarchiche e anti-sociali tornino a governare.

Non potendo il suo partito essere presente, ha lanciato la campagna del “voto nullo”, quale forma di ribellione democratica, dichiarando dunque illegittima la prossima tornata elettorale, trasformando l'astensionismo in un “referendum elettorale”.

Torneremo più forti, con maggiore consapevolezza e con maggiore unità, perché ancora una volta non si tratta solo di resistere, ma di vincere ancora e ancora”, ha sottolineato l'ex Presidente Morales.

Egli ha ricordato che, durante i suoi anni di governo, dal 2006 al 2019, le aziende strategiche sono state nazionalizzate; il PIL crebbe da 9 miliardi di dollari a oltre 42 miliardi di dollari; gli investimenti pubblici aumentarono da 600 milioni di dollari a oltre 8 miliardi di dollari.

Ciò portò alla costruzione di infrastrutture e edifici scolastici e sanitari e all'eradicamento della povertà e dell'analfabetismo.

Egli è stato anche profondamente critico nei confronti dei governi degli ultimi anni, che a suo dire hanno tradito gli ideali socialisti, indebolendo lo status democratico del Paese.

Evo Morales, pur avendo vinto le elezioni nel 2019, fu vittima di un golpe – che lo costrinse all'esilio in Messico - che portò al governo la liberale Jeanine Anez, la quale, nel 2021, fu arrestata e condannata a dieci anni di reclusione, per il suo coinvolgimento nel golpe e per le violente repressioni contro i manifestanti, durante il suo breve mandato.

Indette nuove elezioni, nel 2020, vinse il socialista Luis Arce, in un primo tempo sostenuto da Morales, ma, nel corso del suo mandato, i rapporti fra i due divennero sempre più burrascosi, essendo Arce più tecnocratico ed avendo tradito molti punti del programma del Movimento per il Socialismo (MAS).

Nel marzo 2025, Evo Morales, ha fondato “EVO Pueblo”, nuovo partito socialista nato dalla scissione del Movimento per il Socialismo e i cui valori fondanti sono la lotta per la Natura, la pace e il socialismo autentico, antimperialista e anticapitalista.

I governi guidati da Evo Morales, effettivamente, ottennero successi senza precedenti, con una crescita economica del 5% annuo; un surplus fiscale; furono accumulati 15,5 miliardi di dollari in riserve internazionali; mezzo milione di persone uscirono dalla povertà e l'Unesco dichiarò la Bolivia Paese libero dall'analfabetismo.

Luca Bagatin

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lunedì 17 febbraio 2025

Il valore della Greater BRICS Corporation a favore dei Paesi del Sud del mondo. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori

Il 1° gennaio, Kazakistan, Malaysia, Cuba, Bolivia, Uganda e altri Paesi sono diventati partner dei BRICS; il 6 gennaio, l’Indonesia è diventata membro ufficiale dei BRICS e per la prima volta i BRICS si sono espansi nel Sud-est asiatico. Il 16 gennaio, il presidente indonesiano Prabowo Subianto ha affermato che l’Indonesia è molto onorata di diventare un membro dei BRICS.
La prima espansione dei BRICS nel Sud-est asiatico non è solo un’estensione georegionale, ma anche un’interpretazione di apertura e un’innovazione nella promozione della globalizzazione e dell’integrazione economica. Le prospettive di cooperazione economica tra i Paesi BRICS sono ampie. Questi Paesi hanno forti dotazioni di risorse, grande potenziale di sviluppo e forte volontà di partecipare alla governance globale. Otterranno più risultati nella cooperazione economica, inclusi ma non limitati a cooperazione finanziaria, all’economia digitale, allo sviluppo verde, agli investimenti, all’industria, ecc.
L’Indonesia è il Paese in cui fu proposta per la prima volta la Via della seta marittima del XXI secolo. Negli ultimi anni, la costruzione congiunta di alta qualità della Belt and Road tra Repubblica Popolare della Cina e India è diventata sempre più approfondita e pratica, e la cooperazione commerciale e di investimento tra i due Paesi è stata costantemente migliorata e potenziata con molti punti salienti. La cooperazione in infrastrutture, produzione, parchi industriali, energia e estrazione mineraria, agricoltura e pesca, finanza e altri settori ha continuato ad approfondirsi. Sono stati implementati uno dopo l’altro numerosi progetti epocali e progetti di sostentamento popolare, e la cooperazione in settori emergenti come lo sviluppo verde, l’economia digitale e l’economia blu sono in pieno svolgimento.
Oltre all’adesione dell’Indonesia alla famiglia BRICS, le economie emergenti sono sempre più interessate ad aderire al meccanismo di cooperazione BRICS. Il meccanismo di cooperazione dei BRICS continua ad attrarre l’adesione del “Sud del mondo” e la struttura del potere globale sta subendo una trasformazione più ampia.
I BRICS sono un’organizzazione internazionale composta da Paesi emergenti. I suoi membri fondatori sono Brasile, Repubblica Popolare della Cina, India e Russia. Nel 2011, la Repubblica Sudafricana è entrata ufficialmente a far parte del meccanismo BRICS. La composizione attuale dei BRICS è la seguente:
Oltre ai primi cinque: Egitto (2024), Etiopia (2024), Iran (2024), Emirati Arabi Uniti (2024), Indonesia (2025);
Stati partner: Bielorussia (2023), Bolivia (2023), Cuba (2023), Kazakistan (2024), Malaysia (2024), Nigeria (2024), Thailandia (2024), Uganda (2024), Uzbekistan (2024);
Paesi che hanno richiesto l’adesione: Bangladesh (2023), Senegal (2023), Azerbaigian (2024), Myanmar (Birmania) (2024), Pakistan (2024), Sri Lanka (2024), Siria 2024 (ma non è nota l’intenzione dell’attuale governo), Venezuela (2024);
Osservatori: Algeria, Turchia, Vietnam.
Il 6 gennaio, il Ministero degli Affari Esteri brasiliano ha emesso un comunicato in cui si afferma che i Paesi BRICS hanno concordato all’unanimità che l’Indonesia aderirà al meccanismo di cooperazione BRICS in conformità con i principi guida, gli standard e le procedure per il processo di espansione concordati durante il 15° incontro dei leader BRICS tenutosi a Johannesburg, in Sudafrica, il 22-24 agosto 2023.
Il meccanismo di cooperazione BRICS ha un forte fascino e influenza. Questo cartello sta diventando come una calamita, con una forte attrazione e forza centripeta, che attrae un gran numero di Paesi ad unirsi. In secondo luogo, questa è una manifestazione della multipolarizzazione del mondo. Attualmente, i Paesi in via di sviluppo sono più propensi a migliorare la governance globale e molti fra esso sperano di realizzare le loro ambizioni unendosi al meccanismo di cooperazione BRICS. Inoltre, l’apertura, il multilateralismo e l’umanesimo dimostrati dai Paesi BRICS hanno spinto Paesi da tutto il mondo ad aderire e stanno dando vita a una nuova tendenza che si distingue dalle altre organizzazioni internazionali. Infine, il “Sud del mondo” è unito e spera di raccogliere forza attraverso i Paesi BRICS.
L’Indonesia è il quarto Paese più popoloso al mondo, il più grande del Sud-est asiatico e l’unico membro del Sud-est asiatico del G20. L’adesione dell’Indonesia al meccanismo di cooperazione BRICS è di grande importanza.
L’Indonesia ha buone basi per la cooperazione con gli altri Paesi BRICS. Nel 2023, il volume degli scambi bilaterali tra Indonesia e Paesi BRICS ha raggiunto 173,29 miliardi di dollari, coprendo il 36,1% del commercio estero dell’Indonesia. Tra questi, la Repubblica Popolare della Cina è sempre rimasta il principale partner commerciale dell’Indonesia dal 2011 e le strutture economiche dei due Paesi sono fortemente complementari. L’Indonesia è ricca di risorse. Nei settori del legno e dei prodotti tali, dei prodotti minerali, della polpa di cellulosa (di carta), le esportazioni indonesiane e le importazioni dei Paesi BRICS dall’Indonesia sono altamente complementari nei settori tessile e delle materie prime, dei prodotti in pelle e da viaggio, della plastica e della gomma.
Inoltre, la strategia di sviluppo economico del governo indonesiano può essere efficacemente collegata al meccanismo di cooperazione BRICS. Il nuovo presidente indonesiano Prabowo Subianto (dal 2024) si è impegnato a continuare la direzione politica dell’era di Joko Widodo (2014-2024). Aree chiave come energia, economia verde, economia blu e sviluppo dell’economia digitale sono tutte in linea con l’area “Greater BRICS Cooperation”, che può espandere lo spazio di sviluppo per le aziende indonesiane e promuovere il reciproco vantaggio tra l’Indonesia e gli altri membri BRICS. Essendo la più grande economia dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN), l’adesione dell’Indonesia aiuterà il meccanismo di cooperazione dei BRICS a consolidare ulteriormente le basi della cooperazione economica, a meglio diffondere la regione del Sud-Est asiatico e a migliorare la rappresentatività del Gruppo. L’espansione dei BRICS riflette il fatto che sempre più economie emergenti desiderano integrarsi nel sistema di “circolazione economica interna” delle economie emergenti e cercare iniziative per apportare cambiamenti nel panorama politico ed economico internazionale.
Il meccanismo di cooperazione BRICS è nato nel contesto storico dell’ascesa collettiva dei Paesi emergenti e dei Paesi in via di sviluppo ed è in linea con le aspettative della comunità internazionale di mantenere la pace nel mondo, promuovere uno sviluppo comune e migliorare la governance globale. Nei quindici anni dalla loro fondazione, i Paesi BRICS hanno rappresentato quasi la metà della popolazione mondiale, più del 30% della produzione economica mondiale e il loro contributo alla crescita economica mondiale ha superato il 50%. La rappresentatività, l’attrattiva e l’influenza del meccanismo di cooperazione BRICS sono state costantemente migliorate. Il Gruppo è diventato un’importante piattaforma per promuovere l’unità e la cooperazione nel “Sud globale” e una forza importante nel promuovere cambiamenti nell’ordine politico ed economico mondiale.
Al momento la situazione politica ed economica internazionale ha subìto grandi cambiamenti. Le principali economie sviluppate stanno promuovendo attivamente il “rimpatrio della catena industriale” e la reindustrializzazione e hanno adottato misure restrittive nei confronti di Repubblica Popolare della Cina, Russia e altri Paesi nei principali settori dell’alta tecnologia, il che ha avuto un impatto importante sullo sviluppo economico e sulla sicurezza industriale dei Paesi BRICS. I Paesi BRICS condividono un destino comune. Per raggiungere uno sviluppo e una pace e stabilità a lungo termine, è imperativo approfondire ulteriormente la costruzione del sistema di cooperazione economica.
Nello specifico, in settori tradizionali come minerali, energia, agricoltura, infrastrutture, automobili e tessili, i Paesi BRICS hanno diverse condizioni di dotazione di base e differenti focus nelle loro strutture economiche. Mostrano caratteristiche bilanciate in termini di vitalità del mercato, struttura industriale, capitale umano e vantaggi delle risorse. Soddisfano i prerequisiti per la cooperazione di capacità, ottengono vantaggi complementari e forniscono maggiore spazio per lo sviluppo industriale. Nei settori emergenti come la nuova energia, i nuovi materiali, la biomedicina, l’economia verde, l’aerospaziale, ecc., i Paesi BRICS attribuiscono grande importanza allo sviluppo economico a basse emissioni di carbonio e alle questioni di protezione ambientale. Si prevede che i Paesi rafforzeranno la cooperazione nell’innovazione scientifica e tecnologica e promuoveranno le innovazioni tecnologiche nei settori emergenti.
Negli ultimi anni il baricentro dell’economia mondiale ha accelerato il suo spostamento dalle economie sviluppate al “Sud del mondo”. Dal 2000 al 2023, il PIL del “Sud del mondo” è aumentato da 5,6 trilioni di dollari a 40,0 trilioni di dollari, contribuendo al 56,4% alla crescita economica globale e superando il contributo del 46,6% delle economie sviluppate.
I Paesi del “Sud del mondo” presentano grandi differenze e diversità in termini di fase di sviluppo economico, struttura industriale, dotazione di risorse, ecc. Queste differenze forniscono una solida base ai Paesi del “Sud del mondo” per rompere l’attuale modello di divisione internazionale del lavoro “centro-periferia” e approfondire la cooperazione economica regionale. Esiste un enorme potenziale di cooperazione tra economie ad alta intensità di risorse e Paesi produttori industriali, e tra Paesi in fase di decollo industriale e Paesi produttori industriali maturi, nonché tra Paesi in transizione economica e altri tipi di Paesi del “Sud globale”. I Paesi del “Sud del mondo” possono realizzare una cooperazione economica e commerciale approfondita basandosi sui loro vantaggi in termini di dotazione e costruire un sistema di cooperazione economica reciprocamente vantaggioso per tutti i molteplici settori quali commercio, investimenti, tecnologia e finanza.
In questo processo il meccanismo di cooperazione dei BRICS è in grado di dare pieno sfogo alla sua efficacia nel guidare il “Sud del mondo” e plasmare il modello globale, promuovere ulteriormente l’approfondimento delle relazioni e ricercare la convergenza di interessi tra il meccanismo BRICS e le regioni chiave.
Durante il mandato del Brasile come presidenza di turno dei BRICS nel 2025, i lavori si concentreranno su due linee principali: il rafforzamento della cooperazione nel “Sud del mondo” e la promozione della riforma della governance globale. Quest’anno si prevede che la “Greater BRICS Cooperation” verrà ulteriormente approfondita.
Secondo un comunicato del Palazzo presidenziale brasiliano, i temi di lavoro prioritari del Brasile durante il suo mandato di presidenza di turno dei BRICS includono: lo sviluppo di un sistema di pagamento più efficiente per promuovere il commercio e gli investimenti tra i Paesi BRICS; l’incoraggiamento di una governance dell’intelligenza artificiale inclusiva e responsabile per promuovere lo sviluppo; la collaborazione con le parti interessate alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2025 che si terrà in Brasile, convocata per migliorare la struttura di finanziamento onde affrontare i cambiamenti climatici; il rafforzamento dei progetti di cooperazione tra gli Stati membri, concentrandosi sul miglioramento del sistema sanitario pubblico, ecc.
Ci sono molti punti salienti nella prossima “cooperazione BRICS”. Il ruolo del Brasile come presidenza di turno dei BRICS, avrà un ruolo di enorme supporto nella “Greater BRICS Cooperation”, e questo potrebbe consentire l’adesione di altri Paesi latinoamericani, accrescere notevolmente l’influenza del “Sud del mondo” nella politica internazionale e conferire maggiore forza alla governance globale. I punti salienti della “Greater BRICS Cooperation” sono l’approfondimento della cooperazione economica e del sistema commerciale multilaterale. I Paesi BRICS hanno compiuto nuovi progressi nella promozione del libero scambio, dei flussi di investimento, della cooperazione energetica e di altri aspetti.
In più vi saranno progetti e studi sullo sviluppo sostenibile e l’economia verde. Poiché la questione del cambiamento climatico sta diventando sempre più importante, i Paesi BRICS potrebbero aumentare la collaborazione e svolgere un ruolo importante nell’affrontare il cambiamento climatico. Inoltre, il rafforzamento degli investimenti verdi e della cooperazione tecnologica e la promozione dell’innovazione nei settori dell’economia a basse emissioni di carbonio e dell’energia pulita potrebbero diventare uno dei temi chiave della “Greater BRICS Cooperation”.
Ulteriore punto riguarda la riforma e l’innovazione del sistema finanziario. Negli ultimi anni, i Paesi BRICS hanno compiuto sforzi costanti per promuovere la diversificazione del sistema finanziario globale e riformare la struttura di voto di istituzioni come il Fondo monetario internazionale (FMI) e la Banca mondiale. In futuro, potrà anche svolgere un ruolo attivo nella promozione dello sviluppo delle istituzioni finanziarie dei Paesi BRICS (come la Nuova Banca di Sviluppo), nell’espansione degli aiuti esteri e dei progetti di cooperazione, ecc.
Quarto punto è il rafforzarzamento della cooperazione nell’innovazione tecnologica e nell’economia digitale. L’economia digitale sta diventando una forza chiave che guida lo sviluppo economico a livello globale. In settori quali la sicurezza informatica, l’intelligenza artificiale, la valuta digitale e il flusso di dati, i Paesi BRICS possono realizzare una cooperazione più ampia, rafforzare la condivisione e l’innovazione tecnologica, promuovere lo sviluppo scientifico e tecnologico nei Paesi dei mercati emergenti e ridurre il divario tecnologico globale.
Quinto: rafforzare la cooperazione nello sviluppo sociale e nella riduzione della povertà. Il “Sud globale” affronta generalmente sfide di povertà, disuguaglianza e sviluppo sociale. I Paesi BRICS collaborano per migliorare le condizioni di vita delle persone e promuovere una crescita socialmente inclusiva attraverso la condivisione di esperienze, il sostegno finanziario e l’assistenza tecnica.
Guardando al futuro, ci sono anche attese per la liquidazione della valuta locale e la cooperazione monetaria tra i Paesi BRICS. C’è speranza che il “Sud globale” svolga un ruolo maggiore nel nuovo ordine mondiale, promuova la riforma delle istituzioni internazionali e favorisca uno sviluppo globale più equo, inclusivo e sostenibile. Il “Sud globale” può realizzare una cooperazione più stretta in più settori, rafforzare la cooperazione nell’energia tradizionale e nelle nuove energie, nella filiera industriale e nella filiera di fornitura, nello sviluppo verde, nell’innovazione scientifica e tecnologica, negli scambi culturali e in altri campi, e promuovere il progresso economico, sociale e culturale del “Sud del mondo”.

Giancarlo Elia Valori

lunedì 6 gennaio 2025

Cuba festeggia i suoi 66 anni di Rivoluzione socialista entrando nei BRICS. Articolo di Luca Bagatin


Cuba, nel 66esimo anniversario del trionfo della Rivoluzione socialista, che la liberò da oppressione e corruzione, entra a far parte dei BRICS, ovvero l'alleanza economica guidata da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.

Alleanza che comprende, dal 2024, anche Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia ed Iran e che, dal 1 gennaio 2025, si allarga, oltre che a Cuba, anche a Bolivia, Bielorussia, Indonesia, Kazakistan, Malesia, Thailandia, Uganda e Uzbekistan.

Soddisfazione da parte del Presidente Miguel Diaz-Canel, il quale ha dichiarato che tale alleanza offre “una grande speranza per i Paesi del Sud nella loro lotta per un ordine internazionale più giusto e democratico”, rappresentando anche un modo per aggirare l'assurdo e ingiusto embargo statunitense, che da decenni causa problemi economici all'Isola caraibica.

In tal modo, Cuba, potrà aprirsi a nuovi mercati e ridurre la sua dipendenza dal dollaro USA.

Recentemente, peraltro, Cuba ha ricevuto in dono dalla Repubblica Popolare Cinese quasi 70 tonnellate di componenti e accessori per i generatori di energia dell'Isola, che si trova spesso ad affrontare gravi crisi energetiche causate anche dall'embargo statunitense.

La Cina sta infatti collaborando con Cuba, aiutandola a modernizzare la propria infrastruttura energetica, sviluppando fonti energetiche rinnovabili, come il fotovoltaico, che la porteranno a risparmiare fino a sette milioni di dollari USA.

Certo, sarebbe interessante e auspicabile se anche i Paesi UE valutassero la possibile entrata nei BRICS, uscendo da ambiguità neocoloniali e irresponsabilità geopolitiche, che li attanagliano da troppo tempo.

Di tutto ciò e da molti anni, ne parla solo il prof. Giancarlo Elia Valori, autorevole manager e analista geopolitico di lunghissimo corso.

Egli propone, peraltro, la creazione di un tavolo/organismo di confronto europeo fondato proprio sullo studio e l'applicazione delle prospettive dei BRICS.

Prospettive fondate su pace, sicurezza, sviluppo, cooperazione, prosperità, modernizzazione e collaborazione con un Sud del mondo in crescita e che rappresenta il futuro di un Pianeta che non può più essere governato da un unilateralismo protezionista, sanzionatorio e omologato alle vecchie logiche della Guerra Fredda.

Luca Bagatin

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venerdì 4 novembre 2022

L'America Latina punta all'integrazione dal basso con un incontro in Argentina. Articolo di Luca Bagatin

Il 5 e 6 novembre si terrà a Buenos Aires, l'Assemblea per un'America Latina Plurinazionale, ovvero per la costituzione dell'”Unasur de Los Pueblos” (l'Unione delle Nazioni Sudamericane dei Popoli, che sarà chiamato Runasur), iniziativa fortemente voluta dall'ex Presidente socialista della Bolivia Evo Morales.

Nel 2019, infatti, Morales formulò la proposta di emancipazione dei popoli latinoamericani, fondata sulla difesa della democrazia, della pace, dell'identità culturale, della sovranità, dell'anticolonialismo, dell'anticapitalismo e dell'antimperialismo di tutti i popoli indigeni, afro-discendenti, delle organizzazioni sociali, sindacali, territoriali e di tutti i movimenti sociali nel continente.

Morales ha avuto tale intuizione al fine di “risolvere il debito storico che i popoli devono affrontare in un contesto di crisi economica, sociale, culturale e, soprattutto, di vita”.

Tale Assemblea si terrà presso la sede del Club Atletico Banco Nación, nel dipartimento Vicente López, provincia di Buenos Aires ed è prevista la presenza di oltre cento rappresentanti di movimenti sociali, sindacali, indigeni e afrodiscendenti di Venezuela, Argentina, Bolivia , Ecuador, Cile, Perù, Uruguay, Paraguay, Brasile, oltre a Guatemala, Panama, Nicaragua e Messico.

L'ex Presidente Morales incontrerà, inoltre, il Presidente peronista argentino Alberto Fernández e la Vicepresidente Cristina Kirchner e per questo si è detto “Molto grato e onorato per questa possibilità di rafforzare ulteriormente i legami di amicizia, lavoro e solidarietà con le autorità di un Paese fratello”.

Luca Bagatin

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sabato 18 dicembre 2021

L'Avana. Summit dell'ALBA-TCP per rafforzare l'alleanza caraibico-latinoamericana opposta all'imperialismo. Articolo di Luca Bagatin

Il 14 dicembre scorso si è tenuto, a L'Avana, Capitale di Cuba, il XX Simmut dell'ALBA-TCP (Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America – Trattato Commerciale dei Popoli).

Presenti, fra gli altri, il Presidente di Cuba Miguel Diaz-Canel; quello del Venezuela, Nicolas Maduro; della Bolivia, Luis Arce e del Nicaragua, Daniel Ortega.

Tale Alleanza politico-commerciale, di ispirazione bolivariana e socialista, fondata nel 2004 da Venezuela e Cuba, per volontà dell'allora Presidende venezuelano Hugo Chavez, comprende, oltre a Venezuela e Cuba, anche Bolivia, Nicaragua, Grenada, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine e Dominica.

Nel Summit del 14 dicembre scorso, i Paesi membri hanno ribadito la volontà di rafforzare tale accordo politico-commerciale, a diciassette anni dalla sua fondazione, allo scopo di rafforzare l'integrazione latinoamericana e caraibica e i suoi meccanismi di difesa della pace e della cooperazione.

Rinnoviamo il nostro impegno a rafforzare questo meccanismo di accordo politico, basato sui principi di solidarietà, giustizia sociale, cooperazione e complementarietà economica, come risultato della volontà politica dei suoi fondatori, i comandanti Fidel Castro Ruz (di Cuba) e Hugo Rafael Chávez Frías (del Venezuela)”, ha indicato la dichiarazione finale del suddetto incontro.

Allo stesso tempo, i Paesi membri dell'ALBA-TCP, hanno ribadito la necessità di contrastare “le rivendicazioni del dominio e dell'egemonia imperialista e le crescenti minacce alla pace e alla stabilità regionali”, ribadendo la necessità di sostenere un ordine internazionale “trasparente, democratico, giusto ed equo, basato sul multilateralismo, il rispetto e i principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale”.

Il documento finale del Summit ha condannato il blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli USA contro Cuba e ha respinto le “misure coercitive unilaterali contro il popolo e il governo del Venezuela”. Denunciando, altresì, “l'uso di strategie di guerra non convenzionali contro i governi e i leader progressisti della regione”, oltre che rifiutando ogni forma di criminalizzazione della migrazione irregolare, di razzismo, di discriminazione razziale, di xenofobia e di incitamento all'odio nei confronti dei migranti.

In tema di migrazioni, il documento finale del Summit, ha espresso l'impegno a voler proteggere i diritti umani delle persone che migrano, secondo “i principi di una migrazione responsabile, sicura, ordinata e regolare, lavorando per sradicare le cause della migrazione irregolare”.

Il Summit ha, inoltre, posto l'accento sul cambiamento climatico, definito “una delle principai minacce per l'umanità” e, pertanto, il documento finale, chiede “un'azione concertata per la piena attuazione degli impegni delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e dell'Accordo di Parigi sulla base dell'equità e del principio delle responsabilità comuni, ma differenziate”, riaffermando, peraltro, l'impegno da parte dei Paesi che compongono l'ALBA-TCP, di promuovere i “diritti inviolabili di Madre Terra e della sua interrelazione con l'essere umano in armonia con la natura”.

Il documento, infine, ha voluto mettere in evidenza gli ottimi risultati ottenuti da Cuba nello sviluppo di tre vaccini contro il Covid 19 e riconosciuto il lavoro “umanistico e altruistico svolto dal contingente medico Henry Reeve e il suo contributo contro il Covid 19 in varie nazioni” (fra le quali, non dimentichiamo, l'Italia).

Luca Bagatin

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lunedì 18 ottobre 2021

Parlamento Europeo. L'estrema destra candida al premio per i diritti umani la golpista boliviana Jeanine Añez. Articolo di Luca Bagatin


Già nell'aprile 2021, il Parlamento Europeo, attraverso una mozione presentata e sostenuta dall'estrema destra, ovvero dal Partito Popolare, dai liberali e dai conservatori (in primis il partito spagnolo VOX) avrebbe voluto il rilascio di Jeanine Añez, ex senatrice liberale, condannata in Bolivia con l'accusa di golpe, cospirazione e associazione a delinquere.

Oggi, VOX e l'estrema destra del Parlamento Europeo (il gruppo dei Conservatori e Riformisti, di cui fa parte anche il partito della Meloni), propongono addirittura di assegnare alla Añez, il “Premio Andrei Sacharov” per i diritti umani.

Jeanine Añez, autoproclamatasi – nell'autunno 2019 - Presidente ad interim della Bolivia, a seguito del golpe violento che ha portato all'esilio del Presidente eletto Evo Morales, secondo un rapporto dettagliato del Parlamento boliviano, è accusata di genocidio, essendo responsabile dei massacri avvenuti a Senkata e Sacaba, durante le relative proteste contro il suo governo illegittimo. Massacri che hanno colpito in particolare la popolazione di origine indigena.

Fra i nominati al “Premio Andrei Sacharov”, da parte del Partito Popolare, l'oppositore russo di destra Alexei Navalny; da parte dei socialisti e dei verdi, le 11 donne afgane che hanno combattuto per i diritti nel loro Paese; mentre, da parte della Sinistra Unitaria Europea, è stata candidata Sultana Khaya, attivista dei diritti umani nel Sahara occidentale.

Il “Premio Sacharov per la libertà di pensiero”, istituito dal Parlamento Europeo, sin da tempi non sospetti, ha più una valenza politica che di riconoscimento effettivo dell'attivismo nell'ambito dei diritti umani.

Spesso sono infatti stati premiati, nel recente passato, esponenti dichiaratamente filo statunitensi, anticomunisti o di destra, come ad esempio i controrivoluzionari cubani o l'opposizione antisocialista in Venezuela.

Luca Bagatin

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venerdì 14 maggio 2021

Il popolo colombiano viene represso, ma il Parlamento Europeo vorrebbe fare pressione sulla Bolivia.... Articolo di Luca Bagatin

Il popolo colombiano protesta – dal 28 aprile scorso - contro il governo conservatore retto da Ivan Duque, che continua a reprimere le rivolte popolari con la violenza, come denunciato anche da diverse organizzazioni per i diritti umani.

Le proteste sono nate a seguito delle riforme introdotte dal governo, che andranno a penalizzare i ceti medi e poveri. Tali riforme prevedono un aumento delle tasse, a iniziare dall'IVA, mentre la riforma sanitaria sarà ispirata al modello statunitense, con l'introduzione di polizze private e prezzi differenti a seconda delle patologie delle persone.

Mentre le proteste del popolo colombiano vengono represse nella violenza, la Vicepresidente del Parlamento Europeo, la liberal conservatrice Dita Charazová, vuole fare pressione non già sulla Colombia, bensì sulla Bolivia, che si appresta a condannare l'ex presidente golpista Jeanine Añez e i suoi complici.

Il Parlamento Europeo, infatti, nelle scorse settimane ha votato a maggioranza una mozione dell'estrema destra, nella quale si vorrebbe invitare il governo socialista della Bolivia - retto da Luis Arce - a rilasciare i golpisti che – nell'autunno del 2019 – con un golpe, presero il potere nel Paese, attuando politiche di macelleria sociale e di repressione del dissenso.

Il governo Arce – da parte sua - ha respinto ogni forma di interferenza da parte del Parlamento Europeo in merito al processo che vedrà imputata la Añez e i suoi complici.

Luca Bagatin

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venerdì 30 aprile 2021

Il Parlamento Europeo, con i voti dell'estrema destra, vuole la liberazione della golpista Jeanine Anez. Articolo di Luca Bagatin

Proprio negli scorsi giorni, il Presidente del Senato della Bolivia, Adronico Rodriguez, aveva presentato il sesto atto d'accusa contro Jeanine Añez, ex senatrice liberale e auto proclamatasi Presidente a seguito del golpe militare contro il Presidente eletto Evo Morales, nell'autunno 2019.

Sul capo della Añez pendono anche ben quattro cause legali, promosse dall'attuale governo socialista, presieduto da Luis Arce.

La Añez, agli arresti da marzo, è infatti accusata di sedizione, di aver represso le manifestazioni anti-golpiste, di cospirazione e di associazione a delinquere, oltre ad essersi autoproclamata Presidente del Paese, senza averne alcun legale titolo o diritto.

Nonostante ciò, il Parlamento Europeo, con 396 voti favorevoli, 267 contrari e 28 astenuti, ha condannato la detenzione della Añez, invitando le autorità boliviane a rilasciarla, assieme ai suoi ex Ministri. Ritirando, oltretutto, le accuse a loro carico.

La mozione è stata presentata e sostenuta dall'estrema destra, ovvero dal Partito Popolare, dai liberali e dai conservatori. Fra i principali promotori, il partito di estrema destra spagnolo, VOX (fondato da ex aderenti al Partito Popolare).

La Añez fu arrestata, nel marzo scorso, con mandato di cattura del Procuratore del Dipertimento di La Paz, assieme ai suoi ex Ministri Arturo Murillo, Luis Fernando Lopez, Alvaro Coimbra e Rodrigo Guzman.

Medesimo ordine di cattura fu spiccato contro numerosi militari all'epoca in carica, fra i quali, in particolare, l'ex comandante in capo delle forze armate Williams Kaliman, per la sua partecipazione al golpe.

Il golpe militare della Añez aveva provocato un'escalation di violenza nel Paese e l'avvento al governo di elementi razzisti e fondamentalisti religiosi.

In ambito economico, l'autoproclamato governo della Añez, aveva distrutto tutte le conquiste sociali ed economiche portate avanti dai governi socialisti di Evo Morales, il quale, a seguito del golpe, fu costretto all'esilio.

Solo la vittoria del socialista Luis Arce, con il 55% dei voti, alle presidenziali dell'ottobre 2020, ha permesso a Morales di rientrare in patria e alla Bolivia di tornare alla democrazia.

Luca Bagatin

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giovedì 29 aprile 2021

Bolivia. Sesto capo d'accusa contro l'ex senatrice liberale Jeanine Anez, per golpe e associazione a delinquere. Articolo di Luca Bagatin

Il Presidente del Senato della Bolivia, Adronico Rodriguez, ha presentato, nei giorni scorsi, una formale denuncia contro Jeanine Anez, ex senatrice liberale e auto proclamatasi Presidente a seguito del golpe militare contro il Presidente eletto Evo Morales, nell'autunno 2019.

Ho formalmente presentato questa denuncia contro l'ex senatrice Jeanine Anez a causa degli atti commessi dagli imputati l'8, 9, 10, 11 e 12 novembre 2019”, ha affermato il socialista Adronico Rodriguez in conferenza stampa.

Secondo le indagini effettuate, la Anez, attualmente agli arresti, sarebbe accusata di “sedizione delle truppe”, di aver represso le manifestazioni anti-golpiste, oltre che di cospirazione e di associazione a delinquere. Ciò assieme ad ex parlamentari e a rappresentanti internazionali. Oltre, naturalmente, essersi arrogata il diritto di autoproclamarsi Presidente del Paese, senza averne alcun legale titolo o diritto.

La denuncia del Presidente del Senato Rodriguez sarebbe il sesto atto d'accusa contro la Anez, agli arresti dal marzo scorso e in attesa del processo per il golpe del novembre 2019.

Oltre a ciò, l'ex senatrice Jeanine Anez, dovrà affrontare ben quattro cause legali – promosse dall'attuale governo socialista, regolarmente eletto nel'autunno 2020 e presieduto da Luis Arce - per i crimini commessi durante la sua autoproclamata presidenza.

Luca Bagatin

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sabato 24 aprile 2021

Elezioni Perù. In testa il candidato socialista populista Castillo, sostenuto anche dall'ex Presidente Boliviano Evo Morales. Articolo di Luca Bagatin

Al primo turno delle elezioni presidenziali del Perù, tenutesi l'11 aprile scorso, il maestro elementare di orientamento socialista e populista Pedro Castillo, si è posizionato al primo posto, conquistando il 19% dei consensi.

Castillo, che guida il partito Perù Libre, dovrà vedersela al ballottaggio del 6 giugno prossimo con la candidata liberal conservatrice di Forza Popolare, Keiko Fujimori, figlia dell'ex dittatore Alberto Fujimori, che ha conquistato il 13% dei consensi. Sia lei che il padre, peraltro, sono stati più volte accusati e condannati per reati di corruzione.

Nei giorni scorsi, in favore della candidatura di Castillo, si è speso anche l'ex Presidente socialista boliviano Evo Morales, il quale ha dichiarato: “Salutiamo ed esprimiamo rispetto e ammirazione per Pedro Castillo dal Perù, che ha un programma simile al nostro: rivoluzione pacifica, democratica e culturale, difesa delle risorse naturali e promozione di un'Assemblea Costituente, a beneficio del popolo in modo che ci sia giustizia sociale”.

Il programma di Castillo – che si ispira sia a valori marxisti-leninisti che socialisti populisti - comprende, fra le altre cose, la costituzione di un'Assemblea Costituente e la redazione di una nuova Costituzione democratica; un piano anticorruzione; maggiore intervento pubblico in economia; rafforamento del sistema sanitario pubblico e gratuito; forte politica di ispirazione ambientalista e lotta al precariato ed allo sfruttamento lavorativo.

Un recente sondaggio lo darebbe vincente, al secondo turno, con il 42% dei consensi, mentre la Fujimori si fermerebbe al 31%. Il 16% degli elettori voterebbe scheda bianca e l'11% non ha voluto dichiarare per chi voterebbe.

Luca Bagatin

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sabato 13 marzo 2021

Bolivia. Arrestata la golpista Jeanine Añez e i suoi ex collaboratori. Articolo di Luca Bagatin

Il colpo di Stato in Bolivia del novembre 2019, che ha obbligato il Presidente eletto Evo Morales all'esilio e che aveva portato al governo la liberale Jeanine Añez, sostenuta dagli USA con l'avallo dell'Unione Europea, non è rimasto impunito.

Il Ministro Eduardo Del Castillo, neoministro del governo socialista presieduto da Luis Arce, ha comunicato al popolo boliviano su Twitter che “La signora Jeanine Añez è stata arrestata ed è attualmente nelle mani della Polizia”.

Il Procuratore del Dipartimento di La Paz ha infatti emesso un mandato di cattura nei confronti della Añez, con l'accusa di “terrorismo, sequestro e cospirazione”, assieme ai suoi ex Ministri Arturo Murillo; Luis Fernando Lopez; Alvaro Coimbra e Rodrigo Guzman.

Medesimo ordine di cattura è stato spiccato contro numerosi militari all'epoca in carica, fra i quali, in particolare, l'ex comandante in capo delle forze armate Williams Kaliman, per la sua partecipazione al golpe.

Il golpe militare della Añez aveva provocato un'escalation di violenza nel Paese, l'avvento al governo di elementi razzisti e fondamentalisti religiosi e, in ambito economico, aveva distrutto tutte le conquiste sociali ed economiche portate avanti dai governi socialisti di Evo Morales.

Con la recente vittoria alle elezioni di Luis Arce, ex Ministro di Morales, il vento della democrazia, in Bolivia, ha ricominciato a soffiare.

Luca Bagatin

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mercoledì 25 novembre 2020

Bolivia. La neo-Ministra della Cultura Sabina Orellana Cruz: "Lotta al razzismo e al patriarcato". Articolo di Luca Bagatin

Grandi cambiamenti in Bolivia, dopo la vittoria alle elezioni del socialista Luis Arce, con oltre il 50% dei consensi, al primo turno, tenutesi il 18 ottobre scorso.

Introdotte le prime misure sociali e il ritorno alla normalizzazione del Paese, dopo il golpe bianco liberale che, un anno fa, aveva costretto l'ex Presidente socialista Evo Morales all'esilio e gettato la Bolivia nel caos e nello sfacelo economico e sociale.

Evo Morales ha potuto rientrare, nelle scorse settimane, dal suo esilio in Argentina e un altro importante cambiamento è giunto.

Sabina Orellana Cruz, di origine indigena e leader della Confederazione Femminile, ha prestato giuramento come Ministro delle Culture, della Decolonizzazione e della Depatriarcalizzazione e ha già affermato che intende portare avanti misure atte a combattere il razzismo, i residui di colonialismo e di cultura patriarcale presenti nel Paese, riaffermatesi purtroppo dopo l'avvento al potere dei golpisti liberali e di estrame destra.

Sono una donna orgogliosa delle mie radici, perché sono quechua e tutti dovremmo essere orgogliosi di avere radici indigene”, ha dichiarato la neo Ministra Orellana, nell'ambito della cerimonia di investitura, che ha avuto luogo presso la Casa Grande del Popolo.

Lavoreremo tra arte e cultura, est e ovest, campagna e città. Lavoreremo insieme e vi chiedo di darmi l'opportunità di lavorare per la gestione culturale collettiva, a beneficio del nostro popolo di Bolivia”, ha dichiarato.

E ha altresì aggiunto: “La fine del razzismo è una responsabilità che incombe su tutti noi, che vogliamo attuare una pacifica convivenza, nella quale nessuno possa vedere una donna o un uomo inferiori perché diversi. Siamo diversi come i colori della nostra wiphala”. La wiphala è la bandiera rappresentativa di tutti i popoli Nativi che vivono nei territori andini, che il governo golpista liberale, suprematista bianco e fondamentalista evangelico, aveva proibito.

La Ministra Sabina Orellana Cruz, ha concluso il suo discorso affermando che la Bolivia socialista vuole costruire “un Paese decolonizzato, depatriarcalizzato, orgoglioso delle sue radici e della sua grande ricchezza culturale”.

Diritti sociali e lotta al patriarcato sono da sempre cavalli di battaglia dei movimenti sociali, socialisti e peronisti in America Latina, almeno sin dagli Anni '50. Fra le pasionarie di tali diritti, ricordiamo Evita Peron, la quale, assieme al marito, il Presidente argentino Juan Domingo Peron, molto si è battuta, sia per l'emancipazione delle donne argentine, che per il diritto di voto alle donne.

Luca Bagatin

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sabato 7 novembre 2020

Bolivia. Si riparte dalle misure sociali, nonostante la violenza di piazza dell'estrema destra liberale. Articolo di Luca Bagatin

 

Eletto il 18 ottobre scorso con il 55% dei voti, al primo turno, il nuovo Presidente della Bolivia, il socialista Luis Arce, ha subito annunciato le misure economiche che intenderà adottare già a inizio del suo mandato.

Egli ha infatti annunciato che intende introdurre un “buono contro la fame” di 1000 boliviani (circa 150 dollari). Oltre a ciò ha proposto un disegno di legge che prevede la riduzione dell'IVA per i pagamenti con carte di credito, che passerà dal 13% all'8% e il recupero dell'IVA per le persone con redditi bassi.

Altre misure saranno inoltre adottate al fine di rivalutare il peso boliviano.

Nell'ambito della politica estera, la Bolivia, rinsalderà i suoi rapporti con altri importanti Paesi socialisti limitrofi, ovvero Cuba e il Venezuela.

Presidente del Senato boliviano è stato poi eletto il Senatore Andrónico Rodríguez, del Movimento per il Socialismo (MAS), ovvero il partito di governo. Andrónico Rodríguez, 32 anni, è un giovane sindacalista cocalero ed è considerato uno dei rappresentanti dell'ala più rivoluzionaria del MAS.

Una cattiva notizia, ad ogni modo, ha offuscato nei giorni scorsi la vittoria socialista alle presidenziali e il ritorno del Paese alla democrazia. Sebastian Michel, portavoce del MAS, ha infatti denunciato, giovedì scorso, un tentativo di attentato contro il Presidente Arce attraverso un attacco dinamitardo nel corso di una riunione presso la sede del partito a La Paz.

Fortinatamente non vi sono stati feriti.
L'attacco è avvenuto il giorno in cui gruppi di estrema destra, sostenitori del passato regime liberale, hanno scioperato a Santa Cruz, contestando il risultato elettorale del 18 ottobre scorso.

Nei giorni precedenti, peraltro, si erano registrati altri episodi di violenza e attacchi contro organizzazioni sindacali e sociali, sostenitrici dei socialisti.

Il 28 ottobre, a seguito di tali violenze, morì peraltro il Segretario della Federazione Sindacale dei Lavoratori Minerari della Bolivia, Orlando Gutierrez, attivo sostenitore del Movimento per il Socialismo e del Presidente Arce.

Il governo di Luis Arce non consentirà nessun gruppo armato irregolare in Bolivia, né l'uso di armi”, ha dichiarato il portevoce del MAS ai media boliviani.

Luca Bagatin

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giovedì 22 ottobre 2020

Bolivia. Luis Arce rinsalda i rapporti con Cuba e il Venezuela e promette nuove misure sociali. Articolo di Luca Bagatin

Domenica 18 ottobre scorsa è stato eletto, alla Presidenza della Bolivia, l'economista Luis Arce, con oltre il 50% dei consensi.

Arce ha dichiarato che, come primo atto di governo, oltre a rinsaldare i rapporti di amicizia con Cuba, il Venezuela, la Russia e la Cina, intende introdurre un “buono contro la fame”, per tutti coloro i quali detengono un basso reddito.

Il nuovo Presidente ha altresì promesso di non tagliare la spesa pubblica e di voler rilanciare l'economia rafforzando la domanda interna.

Ho le mie idee da quando avevo 14 anni, quando ho iniziato a leggere Karl Marx. Da allora ho mantenuto la stessa posizione ideologica e non ho intenzione di cambiarla”, ha dichiarato nei giorni scorsi Arce all'agenzia di stampa britannica Reuters.

Già Ministro dell'Economia durante i governi socialisti di Evo Morales, nel corso degli Anni 2000, Arce è considerato l'artefice della crescita boliviana e colui il quale ha risollevato la popolazione dalla povertà.

Durante i suoi mandati ha lavorato per nazionalizzare i settori chiave dell'economia, garantendo così un tasso di crescita medio annuo di quasi il 5%. Uno dei migliori dell'America Latina.

Egli ha studiato economia presso la prestigiosa Universidad Mayor de San Andrés in Bolivia e successivamente presso l'Università di Warwick in Inghilterra.

La sua formazione è prettamente accademica e, a differenza di Evo Morales, che pur lo sostiene, non è un leader sindacale.

Luca Bagatin

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lunedì 19 ottobre 2020

Elezioni presidenziali in Bolivia. Trionfa il socialismo e la democrazia. Articolo di Luca Bagatin

 

Nonostante i numerosi tentativi di rinvio delle elezioni, nonostante i tentativi di golpe, in realtà non ancora sopiti, il candidato del Movimento per il Socialismo, Luis Arce - coadiuvato dal suo vice, David Choquehuanca - ha vinto le elezioni presidenziali in Bolivia, tenutesi domenica 18 ottobre 2020, con il 52,4% dei consensi.

Arce, candidato sostenuto anche dall'ex Presidente Evo Morales, costretto un anno fa all'esilio da un golpe bianco liberale, evita così il ballottaggio con il suo avversario, ovvero con il candidato di centrosinistra Carlos Mesa, che si ferma al 31,5%.

Terzo in lizza il candidato di estrema destra, Fernando Camacho, con il 14,1%. Seguono il cristiano democratico Chi Hyun Chung con l'1,6% e il candidato del Partito Azione Nazionale della Bolivia, Feliciano Mamani con lo 0,4%.

Il risultato elettorale è stato riconosciuto anche dalla Presidente ad interim Jeanine Añez, la quale, un anno fa, aveva defenestrato Evo Morales con il contributo delle forze armate, dichiarando illegale la sua vittoria di allora.

I nuovi risultati elettorali, in realtà, hanno confermato una vittoria del socialismo e sconfitto la strana alleanza trasversale – molto simile a quella che sostiene Juan Guaidò in Venezuela - fra settori liberali (Añez), di estrema destra (Camacho) e di centrosinistra liberale (Mesa) per distruggere le conquiste socialiste attuate da Evo Morales nel corso dei decenni.

Conquiste che avevano portato la Bolivia ad una crescita del 5% annuo; a un surplus fiscale; a far uscire mezzo milione di persone dalla povertà; a garantire sussidi per bambini e anziani e a liberare il Paese dall'analfabetismo e a farlo uscire dalle nefaste influenze degli USA e del Fondo Monetario Internazionale.

Luis Arce, 57 anni, nuovo Presidente della Bolivia, economista, ricoprì la carica di Ministro dell'Economia durante i governi di Morales dal 2006 al 2017 e, ringraziando il popolo boliviano, ha dichiarato, in conferenza stampa: “Ora in Bolivia è tornata la democrazia !”.

La sua vittoria è stata salutata anche dall'ex Presidente Evo Morales, nel suo esilio in Argentina (dal quale probabilmente ora potrà tornare), che ha dichiarato: “Siamo tornati, ora restituiremo dignità e libertà al popolo”.

Luca Bagatin

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domenica 23 agosto 2020

Ecuador. Dopo l'esilio forzato, l'ex Presidente socialista Rafael Correa è candidato alla vicepresidenza. Articolo di Luca Bagatin

All'inizio di questo mese, l'ex Presidente socialista dell'Ecuador, Rafael Correa, rifugiato politico in Belgio, ha incassato il rifiuto da parte dell'Interpol di essere arrestato, come richiesto dal governo ecuadoriano, con l'accusa – mai provata – di “corruzione aggravata”.
Correa fu condannato a 8 anni di carcere, ma è chiaro che le accuse fossero funzionali ad evitare la sua ricandidatura alle elezioni, che in Ecuador si terranno il 7 febbraio 2021.
L'Interpol ha riconosciuto che, quella contro Correa, è un caso di persecuzione politica da parte del governo liberale presieduto da Lenin Moreno (definito da Correa “un corrotto, il più grande traditore della storia dell'Ecuador e dell'America Latina”, essendo peraltro stato, in passato, suo vicepresidente).
E' di pochi giorni fa l'annuncio che Correa si presenterà ad ogni modo alle elezioni di febbraio in qualità di vicepresidente, con candidato Presidente il giovane Andres Arauz, sostenuti dalla coalizione “Movimento Unione Nazionale per la Speranza”, costituita dai partiti “Rivoluzione Cittadina” (socialista) e “Centro Democratico” (centrosinistra).
Andres Arauz, classe 1985, fu Ministro del Patrimonio e della Cultura sotto la presidenza di Correa, nel 2017. E' economista e nel 2009 fu direttore generale della Banca Centrale dell'Ecuador e, durante la Presidenza Correa, ha ricoperto importanti incarichi all'interno dell'Amministrazione.
E' inoltre componente del Consiglio esecutivo di “Progressive International”, un'organizzazione di politici, pensatori, accademici e attivisti di ispirazione progressista e socialista.
Numerosi gli altri candidati alle elezioni, i quali saranno: Guilermo Celi, candidato sostenuto dal Presidente Lenin Moreno e candidato del partito liberale “Società Unita più Azione (SUMA); Lucio Gutierrez, candidato nazionalista di destra con il partito “Società Patriottica”; Cesar Montufar Macheno del partito centrista “Movimento Concertazione”; Ferdando Balda sarà il candidato di “Libertà è Popolo” (partito di Gary Moreno, fratello del Presidente in carica, Lenin Moreno); Paul Carrasco, candidato del partito di sinistra “Insieme possiamo”; Abdalá Bucaram, candidato del partito di centrodestra “Forza Ecuador”; Isidoro Romero per il partito di centrosinistra “Avanza”; Guillermo Lasso per il partito liberale “Credo”; Yaku Perez, candidato indigenista per il partito “Pachakutik”, anticapitalista, indigenista e socialista, ma da sempre fortemente critico con la Presidenza di Correa. Possibile anche la candidatura dell'imprenditore Otto Sonnenholzner, vicepresidente di Lenin Moreno.
Ad oggi la coalizione di Arauz e Correa gode del maggior consenso popolare e, probabilmente per questo, vi sono stati ripetuti tentativi di negare loro la partecipazione alle elezioni.
I governi presieduti da Rafael Correa, dal 2007 al 2017, erano riusciti a liberare il Paese dalla nefasta infuenza del Fondo Monetario Internazionale, oltre che a ridurre drasticamente povertà e analfabetismo. Attraverso il sistema economico socialista e indigenista definito “Buen Vivir”, sono peraltro riusciti a introdurre il diritto all'istruzione e alla sanità pubblica e gratuita per tutti, oltre che i diritti di cittadinanza e il riconoscimento delle unioni di fatto.
Oltre a ciò, va ricordato che fu grazie a Correa se al giornalista e attivista libertario Julian Assange, fondatore di WikiLeaks, fu concessa l'immuntà diplomatica, garantendogli ospitalità presso l'Ambasciata ecuadoriana di Londra. E ciò per sette anni, sino a che il Presidente Lenin Moreno decise di consegnarlo alle autorità britanniche per farlo arrestare. Al punto che, ancora oggi, Assange, vessa in condizioni disumane nelle carceri di Sua Maestà Britannica.
Il 7 febbraio 2021 deciderà, dunque, le sorti dell'Ecuador. Un Paese che, con Lenin Moreno, ha visto distruggere tutto quanto era stato costruito nei dieci anni precedenti.

Luca Bagatin

martedì 18 agosto 2020

Bolivia. Muore di Coronavirus Esther Morales Ayma, sorella del Presidente Evo. Articolo di Luca Bagatin

E' deceduta nella sua Bolivia, Esther Morales Ayma, all'età di 70 anni, per aver contratto il Coronavirus.
Sorella del Presidente legittimo della Bolivia, Evo Morales, Esther era ricoverata in un ospedale di Oruro.
Evo Morales, in esilio in Argentina dopo il colpo di Stato dell'autunno scorso, che lo ha costretto alla fuga, ha dichiarato: “Mi dispiace non poter dare l'ultimo saluto a mia sorella, che era per me come una madre, per ringraziarla per il suo amore, la sua onestà”.
E ha ricordato come, durante il golpe, le avessero vigliaccamente incendiato la casa nella quale viveva: “Non ha mai avuto incarichi pubblici, ma nonostante questo nel golpe del 2019 hanno incendiato la sua casa. Perché tanto odio, razzismo e persecuzione politica mi impediscono di vedere per l'ultima volta la mia unica sorella ? Giudicherà la Storia”.
La Bolivia, dall'autunno scorso, è – di fatto - un regime di matrice liberale, razzista, evangelico fondamentalista, guidato da Jeanine Anez, che sta facendo di tutto per evitare che vengano indette nuove elezioni. Ovviamente l'Unione Europea e gli Stati Uniti d'America, si guardano bene dal sanzionarla, come hanno fatto – invece - contro tutti i governi legittimi socialisti (sic !).
Elezioni che, per quanto continuamente rinviata, nei sondaggi, vedono prevalere il candidato socialista sostenuto da Evo Morales, Luis Arce.
La Anez, da quando si è insediata, ha distrutto ogni conquista sociale portata avanti dai governi socialisti di Morales.
Anche il settore sanitario è allo sbando, al punto che i dati ufficiali parlano di oltre 100.000 casi di Coronavirus e oltre 4.000 morti.

Luca Bagatin