Il 17 luglio, il
Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, ha aperto la
Conferenza mondiale sull'Intelligenza Artificiale di Shanghai, che si
concluderà il 20 luglio prossimo.
All'evento erano
presenti, oltre a esponenti del mondo dell'industria e dell'accademia
provenienti da oltre 100 Paesi, anche il Segretario Generale delle
Nazioni Unite Antonio Guterres; il Primo Ministro del Regno di
Cambogia, Hun Manet; il Primo Ministro del Regno di Thailandia,
Anutin Charnvirakul e il Presidente del Kazakistan, Kassym-Jomart
Tokayev.
Il Presidente Xi ha
formulato quattro osservazioni relative allo sviluppo e alla
governance dell'IA.
Innanzitutto egli ha
sottolineato l'importanza di promuovere l'open source, la
trasparenza, la condivisione e la collaborazione, al fine di
facilitare l'innovazione tecnologica, lo sviluppo industriale e
l'applicazione dell'IA in appositi contesti.
In secondo luogo ha
sottolineato la necessità di rafforzare la consapevolezza dei rischi
che si possono correre attraverso l'IA. Egli ha spiegato come sia
necessario che essa sia sempre supervisionata dall'essere umano e ha
esortato a opporsi congiuntamente a un'eccessiva estensione del
concetto di “sicurezza nazionale nel campo dell'IA” o a
privilegiare la sicurezza di un Paese rispetto a quella degli altri.
Il Presidente Xi, come
terza osservazione, ha esortato a incoraggiare l'inclusione,
promuovendo, attraverso l'IA, l'apprendimento reciproco fra le
civiltà, evitando che questa possa minare le diversità e unicità
delle culture.
Infine, la sua quarta
osservazione è relativa alla promozione della solidarietà e della
governance globale. Xi ha esortato a riconoscere l'importante ruolo
delle Nazioni Unite e ha auspicato un maggiore coordinamento e
allineamento globale sulle strategie di sviluppo dell'IA, attraverso
regole e standard tecnici condivisi.
Egli, sostenendo la
costituzione dell'Organizzazione Mondiale per l'Intelligenza
artificiale (WAICO), che riunisce 29 Paesi, molti dei quali
appartenenti al Sud del mondo, oltre a due Paesi europei quali Serbia
e Russia, ha affermato in particolare che “Dobbiamo attuare
un'ampia cooperazione internazionale e aiutare i Paesi del Sud del
mondo a rafforzare le proprie capacità per colmare il divario
digitale e dell'IA, promuovere lo sviluppo sostenibile e prevenire la
creazione di nuove ingiustizie storiche nel campo dell'IA”.
E alla fine Trump –
sconfitto da un Iran che resiste; non in grado nemmeno di far
cambiare governo al Venezuela (nonostante il rapimento del suo
legittimo Presidente) e alle prese – come ricorda l'ottimo Pino
Arlacchi nel suo articolo su Il Fatto Quotidiano - “con un
deficit commerciale bilaterale di quasi mille miliardi di dollari,
dazi che hanno aumentato i prezzi americani senza ridurre le
importazioni cinesi, e un apparato militare che i wargames del
Pentagono descrivono come perdente in una guerra contro la Cina”,
andò a Pechino e elogiò, giustamente, il Presidente cinese Xi
Jinping, definendolo, più volte, un “grande leader”.
La Repubblica Popolare
Cinese, del resto, è sempre stata aperta al dialogo e alla
cooperazione e, dunque, dialoga anche con Trump e di buon grado,
offrendogli anche un banchetto di benvenuto nella Grande Sala del
Popolo.
Il Presidente Xi ha
sottolineato che la relazione fra Cina e Stati Uniti è la più
importante nel mondo di oggi e ha sottolineato, in merito: “Dobbiamo
farla funzionare e non rovinarla mai”, spiegando che ogni
possibile scontro fra entrambe le parti porterebbe alla sconfitta di
entrambe, mentre la cooperazione fra le due parti garantisce, a
entrambe, mutuo vantaggio.
Xi ha sottolineato,
ancora una volta, come le parti debbano assumersi la responsabilità
storica e guidare la nave delle relazioni sino-statunitensi in modo
fermo, volto a garantire pace, stabilità, prosperità e progresso
nel mondo.
Trump, del resto, si è
trovato concorde su tutta la linea.
Relativamente
all'incontro fra i due leader, è intervenuto anche il portavoce del
Ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, il quale, in conferenza
stampa, interpellato dai giornalisti, ha spiegato le linee guida
della stabilità nelle relazioni sino-statunitensi: “”Stabilità
strategica costruttiva” significa stabilità positiva con la
cooperazione come pilastro, stabilità sana con competizione entro
limiti appropriati, stabilità costante con divergenze gestibili e
stabilità duratura con una pace auspicabile”.
Relativamente alla
questione di Taiwan, il portavoce ha spiegato come il Presidente Xi,
durante i colloqui con Trump, abbia sottolineato che essa deve essere
gestita in modo corretto, in caso contrario i due Paesi potrebbero
scontrarsi ed entrare in conflitto.
Egli ha spiegato come la
salvaguardia di pace e stabilità nello Stretto di Taiwan rappresenti
il comune denominatore fra Cina e Stati Uniti.
Taiwan, del resto,
storicamente e come stabilito anche dalla risoluzione ONU nr. 2759
del 25 ottobre 1971, votata ad ampia maggioranza, è parte integrante
della Repubblica Popolare Cinese, che ne è l'unica legittima
rappresentante.
Tale incontro sembra, una
volta di più, mostrare al mondo come siamo entrati a pieno titolo
nell'era multipolare, ovvero alla fine del dominio unilaterale
dell'Impero statunitense e dei suoi alleati e satelliti in UE e non
solo.
Un Impero che, ancora
oggi, vorrebbe fare la voce grossa, usando i soliti vecchi strumenti
suprematisti bianchi e neo-colonialisti, ma che ormai si scontrano
con popolazioni e Paesi con sistemi differenti e che rappresentano la
maggioranza del mondo e che non accettano più di essere sottomessi
al suprematismo bianco occidentale liberale e capitalista.
Paesi che, con la loro
capacità di resilienza/resistenza, oculatezza nella gestione
politica e economica e con la capacità di usare il sistema
capitalista non già per l'egoismo di pochi, ma a beneficio delle
comunità, come sta facendo da decenni la Repubblica Popolare Cinese,
oggi stanno ampiamente surclassando il cosiddetto Occidente.
Occidente che, nel corso
degli ultimi decenni, in particolare, ha fatto di tutto per
auto-sabotarsi, con sanzioni controproducenti e controproducenti
sostegni a autocrazie corrotte, nazionaliste, colonialiste e
separatiste.
I fatti stanno parlando
da tempo e Trump, che in un primo tempo pensava di mettere i bastoni
fra le ruote alla Cina e ai BRICS, con le sue assurde e
controproducenti mosse in Venezuela, Iran e dazi vari, si sta
ritrovando con il cerino in mano e, probabilmente, visto l'esito
dell'incontro a Pechino, ne sta prendendo atto.
Del resto, se da una
parte abbiamo una potenza – la Cina – che ha saputo imparare dai
suoi errori, nel corso della sua Lunga Marcia, dal 1949 ad oggi,
pianificando, ragionando, creando sinergie, partnership, cooperazione
e lavorando a beneficio della comunità, nazionale e globale,
dall'altra abbiamo Paesi liberal capitalisti che ragionano come ai
tempi della Guerra Fredda. Che economicamente arrancano, si
auto-sabotano, elevano muri, sanzionano chi non la pensa come loro,
si deindustrializzano, non sono in grado né soprattutto vogliono
dialogare e porre attenzione alle ragioni di tutte le parti in causa
nei conflitti. Conflitti spesso iniziati e innescati da loro stessi.
Mentre la Cina, da
decenni, cerca di guidare e emancipare i Paesi del Sud del mondo
(cooperando con essi, togliendo i dazi), nei Paesi liberal
capitalisti si esalta l'immigrazione come fenomeno positivo, perché
gli immigrati fanno lavori che “gli europei non vogliono più fare”
(ma, in realtà, sarebbe bene che ricomincino a fare e che siano
anche pagati adeguatamente e non sottopagati come avviene ora!).
Senza comprendere che
l'immigrazione e il conseguente sfruttamento degli immigrati è
fenomeno drammatico, causato spessissimo da guerre fomentate da un
Occidente guerrafondaio e colonialista. Fenomeno che di positivo non
ha proprio nulla.
L'unico aspetto positivo
dovrebbe essere l'emancipazione dei Paesi del Terzo e Quarto Mondo e
la cooperazione internazionale. Così come un'economia fondata sulla
produzione e lo scambio di beni reali (e non sulla finanza
internazionale e l'oligarchia di pochi) ed un settore pubblico
efficiente, che pianifichi e che ponga la comunità al primo posto,
ovvero che investa in formazione, ricerca, sanità e istruzione
pubbliche. Non in sciocchi riarmi che servono solo a chi si rifiuta
di fare i conti con la propria Storia e con il proprio suprematismo
bianco “liberale”, ma che con la libertà non ha nulla a che
spartire e che sicuramente è opposto alla democrazia, che è il
primato della comunità, della sovranità, indipendenza e eguaglianza
di tutti i cittadini che la compongono.
Il Presidente socialista
del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, ha convocato, nei giorni
scorsi, un vertice virtuale del gruppo dei BRICS (comprendente, oltre
al Brasile, Cina, Russia, Sudafrica, India, Egitto, Emirati Arabi
Uniti, Etiopia, Indonesia, Iran e Arabia Saudita).
Durante il vertice, egli
ha promosso un sistema volto alla cooperazione, capace di superare
ogni forma di rivalità e di difendere il multilateralismo.
Lula ha affermato che i
fondamenti dell'ordine internazionale, costituito nel 1945, sono
stati rapidamente e irresponsabilmente minacciati dall'unilateralismo
(USA, anche se Lula, nel suo discorso, non li ha voluti nominare
direttamente) e che l'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) è
paralizzata da anni.
“In poche settimane,
misure unilaterali hanno trasformato in lettera morta i principi
fondamentali del libero scambio come le clausole della nazione più
favorita e del trattamento nazionale. Ora assistiamo alla sepoltura
formale di questi principi. I nostri Paesi sono diventati vittime di
pratiche commerciali ingiustificate e illegali”, ha
sottolineato il Presidente Lula.
“Dividere per
conquistare è la strategia dell'unilateralismo”, ha affermato
Lula, aggiungendo che “Il ricatto tariffario si sta
normalizzando come strumento per conquistare i mercati e interferire
con questioni interne. L'imposizione di misure extraterritoriali
minaccia le nostre istituzioni”.
Il gruppo dei BRICS, il
suo sistema di commercio e l'integrazione finanziaria dei vari Paesi
che lo compongono, ad ogni modo, stanno attenuando gli effetti del
protezionismo, ha ricordato il Presidente brasiliano.
“Abbiamo la
legittimità necessaria per guidare la rifondazione del sistema
commerciale multilaterale su basi moderne, flessibili e orientate
alle nostre esigenze di sviluppo. Per questo dobbiamo andare uniti
alla 14a conferenza ministeriale dell'OMC, il prossimo anno in
Camerun”, ha proseguito.
Egli, ha inoltre spiegato
come l'impatto dell'unilateralismo sia grave anche in ambito
ambientale, ricordando come i Paesi in via di sviluppo siano i più
colpiti dal cambiamento climatico.
In merito ha sottolineato
che “Oltre a lavorare per la decarbonizzazione pianificata
dell'economia globale, possiamo utilizzare i combustibili fossili per
finanziare la transizione ecologica. Abbiamo bisogno di una
governance climatica più forte, in grado di esercitare una
supervisione efficace”.
Egli, ha inoltre fatto
presente come i Paesi del Sud del Mondo possano creare le condizioni
per promuovere un nuovo paradigma di sviluppo, volto ad arginare una
nuova Guerra Fredda.
In tal senso, ha concluso
affermando che: “L'unilateralismo non porterà mai alla
realizzazione degli scopi di pace, giustizia e prosperità che i
nostri antenati hanno delineato nel 1945 (... ). BRICS è già il
nuovo nome della difesa del multilateralismo”.
Negli scorsi giorni, a
Cuba, è stato commemorato l'80esimo anniversario della vittoria
della Guerra di Resistenza del Popolo Cinese contro l'aggressione
giapponese, nell'ambito della guerra mondiale antifascista.
Nell'ambito delle
celebrazioni, il Ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez
Parrilla, ha affermato che “Cina e Cuba sono unite in un cammino
comune di lotta rivoluzionaria per raggiungere la piena indipendenza
e sovranità, affrontando aggressioni di ogni tipo”.
Il Ministro Parrilla ha
sottolineato come il popolo cinese si sia opposto all'avanzata delle
truppe nipponiche sul suo territorio e abbia loro impedito di
raggiungere l'allora URSS, nel momento in cui la Germania
nazifascista la stava invadendo.
Egli ha sottolineato
come, tale vittoria, “Ha anche segnato la prima vittoria
completa della Cina dopo quasi un secolo di aggressioni esterne.
Questo grande trionfo ha anche aperto la strada alla rinascita
nazionale”.
Una rinascita che ha
avuto, come sottolineato dal Ministro Parrilla, il suo coronamento
attraverso la fondazione della Repubblica Popolare Cinese, nel 1949,
guidata da Mao e dai rivoluzionari cinesi, che le hanno garantito
indipendenza e sovranità popolare.
Egli ha sottolineato come
sia, da allora “stato forgiato un gigante”, “anche
per la saggia decisione di costruire un futuro prospero, con il
sostegno collettivo degli uomini e delle donne del popolo”.
“Sviluppo, pace e
giustizia” dovrebbero essere, a parere del Ministro degli
Esteri cubano, i punti cardine che oggi - un mondo ancora
drammaticamente preda di “interessi guerrafondai” e
“tendenze neofasciste” - dovrebbe seguire.
“Sebbene le sfide e le difficoltà incontrate
lungo il cammino del suo sviluppo siano state notevoli, il gigante
asiatico ha perseverato nel difendere un modello socialista con
caratteristiche uniche, che promuove la pace, il rispetto e la
solidarietà come valori fondamentali”, ha sottolineato il
Ministro cubano, facendo presente come Cuba sia stata il primo Paese
dell'emisfero occidentale a riconoscere il governo della Repubblica
Popolare Cinese.
Ed ha fatto presente come, da 65 anni, i legami
diplomatici fra Cuba e Cina siano ininterrotti e come quest'ultima
avrà sempre il sostegno della Rivoluzione cubana, nella costruzione
di “un futuro più giusto ed equo per tutte le nazioni”.
Il Ministro ha peraltro ringraziato la Cina per la
sua ferma opposizione al blocco economico, commerciale e finanziario
imposto dagli USA, oltre all'assurda decisione del regime di
Washington di aver inserito Cuba nella lista dei sedicenti “sponsor
del terrorismo”.
L'Ambasciatore cinese Hua Xin, da parte sua, ha
ricordato il sacrificio di oltre 35 milioni di cinesi contro gli
invasori del Giappone militarista ed ha sottolineato come, oggi, la
Storia dovrebbe andare avanti e non tornare indietro. Ovvero, il
mondo dovrebbe unirsi, anziché dividersi e ha esortato la comunità
internazionale ad imparare dalla Storia e ad opporsi con fermezza ad
ogni forma di egemonia, aderendo al vero multilateralismo,
promuovendo una comunità con un futuro condiviso per l'umanità,
secondo il principio enunciato dal Presidente Xi Jinping.
Egli ha concluso affermando che Cina e Cuba sono
forze importanti del Sud del mondo e che “resteremo fermi dalla
parte giusta della Storia, rafforzando l'unità e la cooperazione,
per dare insieme maggiori contributi alla pace e allo sviluppo
globali e alla difesa dell'equità e della giustizia internazionale”.
Il Partito Comunista Cubano, attualmente guidato dal
Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista e
Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, peraltro,
proprio in questi giorni, festeggia i suoi primi 100 anni.
Fu infatti fondato clandestinamente, da meno di 20
partecipanti, fra il 15 e il 17 agosto 1925.
Il suo primo Segretario
fu José Miguel Pérez (1896 – 1936) e fu ispirato alle lotte del
rivoluzionario e massone cubano José Martí (1853 – 1995).
Domenica 6 luglio scorsa
si è aperto, a Rio de Janeiro, il vertice dei BRICS, alla presenza
dei capi di Stato e di governo e dei Ministri degli Esteri dei Paesi
membri (Brasile, Cina, Sudafrica, Arabia Saudita, Egitto, Emirati
Arabi Uniti, Etiopia, Indonesia, India, Iran e Russia) e di quelli
associati (Bielorussia, Bolivia, Kazakistan, Cuba, Malesia, Nigeria,
Thailandia, Uganda, Uzbekistan e Vietnam).
Il Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, che ha ospitato il vertice, ha criticato la decisione
della NATO di aumentare le spese militari, in particolare in un
momento storico nel quale il mondo ha assoluta necessità di
investire risorse nella lotta alla povertà e alla disuguaglianza.
Egli ha, inoltre,
criticato il regime di Netanyahu, affermando che “Non possiamo
rimanere indifferenti al genocidio compiuto da Israele a Gaza,
all'uccisione indiscriminata di civili innocenti e all'uso della fame
come arma di guerra”.
Relativamente alla crisi
ucraina, ha invitato a sostenere il dialogo fra Russia e Ucraina,
fortemente incoraggiato dal Gruppo degli Amici per la Pace,
costituito da Cina e Brasile, con il sostegno dei Paesi del Sud del
mondo.
Egli, inoltre, ha
criticato il ruolo del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la
Banca Mondiale, in quanto le loro politiche hanno ridotto l'afflusso
degli aiuti internazionali, mentre il debito dei Paesi poveri, nei
confronti di tali istituzioni, è aumentato.
In tal senso ha chiesto
di aumentare il potere contrattuale dei BRICS nell'ambito del FMI,
passando dall'attuale 18%, almeno al 25%, corrispondente al peso
economico che i Paesi BRICS effettivamente detengono.
Il Presidente socialista
Lula ha altresì puntato il dito contro il liberal capitalismo,
responsabile dell'aumento delle diseguaglianze nel mondo e ha
spiegato che è necessario che i più ricchi paghino più tasse e che
la lotta all'evasione fiscale sia posta al primo posto.
Egli ha inoltre affermato
che i BRICS si stanno impegnando per adottare una governance per
l'Intelligenza Artificiale, in modo che essa agisca nell'ambito di un
modello equo ed inclusivo e non divenga privilegio di
pochi Paesi ricchi o venga manipolata ad uso e consumo di qualche
miliardario, per i suoi scopi personali.
Un Lula a tutto campo,
che ha riaffermato valori socialisti autentici, di buonsenso, di
cooperazione, pace e sicurezza internazionale, ripresi poi da tutto
il gruppo dei BRICS.
Il gruppo dei BRICS, nel
suo complesso, ha inoltre sollevato serie preoccupazioni
relativamente all'aumento dei dazi da parte degli USA, che negano le
regole dell'Organizzazione Mondiale del Commercio e “minacciano
di ridurre il commercio globale, interrompere le catene di
approvvigionamento globali e introdurre incertezza”.
I BRICS stanno dunque
rappresentando sempre più una seria alternativa all'egemonia liberal
capitalista che rappresenta un Occidente a guida USA (con l'UE al
traino) in decadenza, senza prospettive di ampio respiro e sempre
pronto a far parlare le armi, anziché la ragionevolezza, la logica,
l'equità, la giustizia e l'inclusivismo.
L'indimenticato
Presidente argentino Juan Domingo Peron, di cui ho molto scritto, in
particolare alcuni anni fa, anche nei miei più recenti saggi
socio-politici quali “Amore e Libertà” e “Ritratti del
Socialismo”, è, come ho sempre sottolineato, figura emblematica
per comprendere il presente.
Presente, in particolare,
di un Sud del mondo che chiede riscatto e emancipazione.
Un Sud del mondo, oltre i
blocchi contrapposti, già teorizzato dai promotori della Conferenza
di Bandung e del Movimento dei Non Allineati, quali l'allora Premier
cinese Zhou Enlai, quello indiano Nehru, il Presidente indonesiano
Sukarno, quello jugoslavo Tito e il Premier egiziano Nasser.
Un Sud del mondo che, a
differenza del Primo e del Secondo Mondo, ha saputo trarre spesso
insegnamento da un socialismo adatto ai tempi, riformatore, adattato
alle circostanze e alla mentalità dei popoli nei quali si stava
edificando.
Fosse esso socialismo con
caratteristiche cinesi; l'autogestione jugoslava e libica; il
giustizialismo peronista; il modello dei kibbutz israeliani o altre
vie nazionali e democratiche al socialismo.
Il Presidente Peron, che
governò l'Argentina, anche con il determinante supporto della moglie
Evita - dal 1946 al 1955 – seppe garantire al Paese risultati
concreti, togliendo la proprietà terriera ai ricchi oligarchi e
distribuendola ai ceti più poveri; nazionalizzando i settori chiave
dell'economia (dalle banche alle ferrovie sino alla flotta mercantile
ed alla produzione di petrolio, riuscendo a far cedere il controllo
dell'economia dalla Gran Bretagna - che di fatto ne muoveva i fili -
al governo argentino stesso, il quale, fra l'altro, incoraggiò molto
il cooperativismo agricolo).
In tal modo i ceti
proletari videro aumentare il loro reddito del 55%; si ebbe un
aumento del PIL del 4% ed il passaggio del debito pubblico dal 68%
al 57%, nei dieci anni di governo di Juan Domingo Peron.
L'Argentina peronista
smise dunque di dipendere dall'estero, evitò di indebitarsi con le
potenze straniere, aumentò le esportazioni ed avviò una politica
estera di equidistanza sia dagli Stati Uniti d'America che dall'URSS
(la famosa Terza Posizione antimperialista rilanciata più volte da
Peron, da non confondere con insane forme di fascismo, totalmente
estranee al pensiero di Peron e Evita, la quale fu peraltro molto
amica della Premier laburista israeliana Golda Meir).
Molto importanti anche
l'introduzione delle leggi sul divorzio (molti decenni prima rispetto
all'Italia) e volte a sopprimere l'educazione religiosa nelle scuole
e a legalizzare la prostituzione.
Il carattere
profondamente laico di Peron (che pur fu sempre profondamente
cristiano), peraltro, gli costò la scomunica da parte del Papa dei
cattolici Pio XII.
Purtroppo, poco dopo la
morte prematura di Evita, che gli causò forte sofferenza, le
conquiste sociali e civili del peronismo, invise al clero, alla casta
militare conservatrice e agli USA, saranno distrutte da un golpe
guidato, nel settembre 1955, dal generale Pedro Eugenio Aramburu, che
costrinse il Presidente Peron a fuggire in esilio in Spagna, sino al
1972, anno nel quale tornerà in Argentina, peraltro accompagnato –
fra gli altri - dal prof. Giancarlo Elia Valori, suo portavoce in
Italia e grande manager e analista internazionale.
In Spagna, ad ogni modo,
non si diede mai per vinto e scrisse persino un ottimo libro, nel
1967, dal titolo “L'ora dei popoli” (e di cui ho ampiamente
scritto nei miei saggi), ove inizia a elaborare le sue teorie sul
riscatto sociale e civile del Terzo Mondo, sfruttato
dall'imperialismo capitalista e a teorizzare la nascita e lo
sviluppo di un nuovo ordine multipolare, peraltro in sintonia con
quanto promosso – nel corso degli Anni '70 e '80 - dal Presidente
comunista rumeno Nicolae Ceausescu, già autonomo da Mosca e molto
amico, in Italia, dei socialisti di Bettino Craxi e del PSDI di
Pietro Longo e che incontrerà Peron nel marzo 1974, pochi mesi prima
della sua scomparsa.
In tale testo, fra le
altre cose, egli scrisse: “Il giustizialismo si fonda su tre
grandi premesse: 1) La necessità di promuovere una riforma che il
mondo dei nostri giorni, con la sua inarrestabile evoluzione, stava
segnalando come un imperativo ineludibile. 2) La necessità di una
integrazione latino-americana per creare, grazie ad un mercato
ampliato, senza frontiere interne, le condizioni più favorevoli al
nostro sviluppo; per migliorare il tenore di vita dei nostri 200
milioni di abitanti; per creare le basi dei futuri Stati Uniti
Latino-Americani, posto che spetta all'America Latina nelle questioni
mondiali. 3) L'opportunità di realizzare un'integrazione storica che
permetta di consolidare quella liberazione per la quale lottano oggi
quasi tutti i popoli sottomessi.
La lotta in favore dei
popoli sottomessi, infatti, fu la costante del pensiero e dell'azione
di Juan Domingo Peron. La sua posizione politica, infatti, coincideva con
quel Terzo Mondo sfruttato e depredato dagli USA e, in tal proposito,
scriveva, anche riferendosi alla dittatura antiperonista che stava in
quegli anni martoriando l'Argentina: “I governi usurpatori di
quelle dittature che pretendono di affermare la propria esistenza con
la protezione straniera non possono durare. I governi militari e
imposti dal Pentagono e dal Fondo Monetario Internazionale,
incorreranno nella stessa sorte in Vietnam come in America Latina, in
quanto nulla di stabile può essere fondato sull'infamia”.
Un messaggio che è di
grande attualità, perché parla, fra le altre cose, di
decolonizzazione, di sovranità, autodeterminazione dei popoli, di
andare oltre i blocchi contrapposti e soprattutto di difesa
dell'ambiente e di lotta contro la distruzione delle risorse
naturali.
Ne vorrei riportare,
tradotti, alcuni stralci:
“Quasi trent'anni
fa, quando il processo di decolonizzazione contemporanea non era
ancora iniziato, abbiamo annunciato la Terza Posizione in difesa
della sovranità e dell'autodeterminazione delle piccole nazioni, di
fronte ai blocchi in cui erano divisi i vincitori della Seconda
Guerra Mondiale.
Oggi, quando queste piccole nazioni sono
cresciute di numero e costituiscono il gigantesco e multitudinario
Terzo Mondo, un pericolo più grande - che colpisce tutta l'umanità e
mette in pericolo la sua stessa sopravvivenza - ci costringe a porre
la questione in termini nuovi, che vanno al di là di quelli
strettamente politici, che superano le divisioni partigiane o
ideologiche ed entrano nella sfera delle relazioni dell'umanità
con la natura. Crediamo che sia giunto il momento per tutti i
popoli e i governi del mondo di prendere coscienza della marcia
suicida che l'umanità ha intrapreso attraverso l'inquinamento
dell'ambiente e della biosfera, lo sperpero delle risorse
naturali, la crescita sfrenata della popolazione e la
sopravvalutazione della tecnologia, e la necessità di invertire
immediatamente la direzione di questa marcia, attraverso un'azione
internazionale congiunta. (...) Le cosiddette "Società
dei Consumi" sono, in realtà, sistemi sociali di spreco
massiccio, basati sulla spesa, per il piacere che il profitto
produce. Viene sperperata attraverso la produzione di beni
necessari o superflui, e tra questi, a quelli che dovrebbero
essere di consumo durevole, viene intenzionalmente assegnata una
certa vita perché il rinnovamento produce profitti. Milioni
vengono spesi in investimenti per cambiare l'aspetto degli
oggetti, ma non per sostituire i beni dannosi per la salute umana,
e anche nuove procedure tossiche vengono utilizzate per soddisfare
la vanità umana. Ad esempio, bastano le auto attuali che avrebbero
dovuto essere sostituite da altre con motori elettrici, o il piombo
tossico che viene aggiunto alla benzina semplicemente per
aumentarne l'irritazione. Non meno grave è il fatto che i
sistemi sociali dispendiosi dei paesi tecnologicamente più
avanzati funzionano attraverso il consumo di enormi risorse
naturali fornite dal Terzo Mondo. In questo modo, il problema
delle relazioni all'interno dell'umanità è paradossalmente
duplice: alcune classi sociali – quella dei Paesi a bassa
tecnologia in particolare – subiscono gli effetti della fame,
dell'analfabetismo e delle malattie, ma allo stesso tempo le
classi sociali e i paesi che basano il loro eccesso di consumo
sulla fame. Né sono nutriti razionalmente, né godono di una
cultura autentica o di una vita spiritualmente o fisicamente sana.
Lottano in mezzo all'ansia e alla noia, e ai vizi prodotti
dall'ozio mal usato.
(…)”
Discorso profondamente
attuale e lungimirante.
Spiace che l'Argentina di
oggi sia finita nelle mani di pericolosi liberal capitalisti dal
piglio folle e fondamentalista come Javier Milei, che – con le sue
politiche antiperoniste e antisociali - la sta riportando indietro
di decenni.
Spiace che l'ex
Presidentessa peronista Cristina Kirchner – degna erede di Peron e
Evita e grande promotrice dei diritti sociali e civili - sia messa,
ancora oggi, alla gogna mediatico-giudiziaria... come accadde già
con l'ottimo Presidente brasiliano Lula Da Silva e con il nostro
Bettino Craxi.
Evita Peron, ad ogni
modo, disse: “Volveré y seré millones”. “Tornerò e sarò
milioni”.
Milioni di popoli
sfruttati, in marcia, per il loro riscatto sociale, civile, morale,
spirituale.
Il Presidente socialista
del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, è in visita nella
Repubblica Popolare Cinese, dal 10 al 14 maggio.
Brasile e Cina sono
entrambi membri del gruppo dei BRICS del Sud del mondo, oltre che
promotori di un ordine internazionale pacifico, giusto e multipolare,
nonché votati entrambi alla risoluzione delle crisi ucraina e
mediorientale, che tengano conto di tutti i punti di vista, senza
gettare benzina sul fuoco.
In particolare, per
quanto riguarda la situazione mediorientale, sia Brasile che Cina
hanno sempre sostenuto la necessità del riconoscimento del diritti
umani della popolazione palestinese e il riconoscimento dello Stato
della Palestina.
Quella di Lula è la
sesta visita in Cina e la seconda, dal 2023.
Egli ha sottolineato
l'importanza della cooperazione fra Brasile e Cina, in particolare in
settori chiave quali le infrastrutture e le nuove fonti energetiche
pulite. Sottolineando come il Brasile voglia liberarsi dalla
dipendenza delle materie prime di cui necessita e intenda investire
massicciamente, secondo l'esperienza cinese, nell'ambito della
formazione di ingegneri, matematici e esperti di intelligenza
artificiale.
In tal senso, egli
intende promuovere la possibilità che studenti brasiliani possano
studiare in Cina e viceversa.
Entrambi i Paesi, ha
sottolineato Lula, hanno la stessa visione, sia nella necessità di
sradicare la povertà dei rispettivi Paesi, sia quella di garantire
un equilibrio multipolare del mondo, contro ogni forma di
protezionismo, che storicamente ha sempre causato guerre e catastrofi
economiche.
Multilateralismo, libero
scambio, risoluzione pacifica dei conflitti nel mondo, dunque, le
parole d'ordine del socialismo brasiliano e cinese del XXI Secolo,
volto allo sviluppo tecnologico, a beneficio della comunità e delle
comunità nel loro complesso.
Concetti, peraltro,
ribaditi anche dall'Ambasciatore cinese Zhang Hanhui, il 23 aprile
scorso, alla Conferenza Internazionale Antifascista organizzata, a Mosca, dal
Partito Comunista della Federazione Russa, maggior partito
d'opposizione russo, guidato da Gennady Zjuganov.
Nell'ambito di tale
incontro, al quale hanno preso parte oltre 400 partecipanti di
partiti comunisti, socialisti e di sinistra, provenienti da 91 Paesi
– in quali hanno sottolineato la necessità di contrastare ogni
forma di colonialismo e nazifascismo, promuovendo principi di
giustizia e imparzialità internazionale - Zhang Hanhui, oltre a
commemorare l'80esimo anniversario della vittoria dell'URSS contro la
Germania nazista; quello relativo alla vittoria del popolo cinese
nella Guerra di Resistenza contro il Giappone fascista e l'80esimo
anniversario della fondazione dell'ONU, ha sottolineato l'importanza
di attuare un autentico multilateralismo, che ponga al centro il
ruolo dell'ONU e i principi della Carta delle Nazioni Unite,
sostenendo un mondo “equo e ordinato” e una
globalizzazione economica “accessibile e inclusiva”, che
promuova la “democratizzazione delle relazioni internazionali”,
volta a favorire “un nuovo modello di governance globale più
giusto e ragionevole”.
In questi giorni ricorre
il 70esimo anniversario della Conferenza di Bandung, storico
avvenimento che riunì, per la prima volta, il cosiddetto Sud del
mondo e che si tenne dal 18 al 25 aprile 1955, a Bandung, appunto, in
Indonesia.
Conferenza che vide
protagonisti e promotori, in particolare, il Premier cinese Zhou
Enlai, quello indiano Nehru, Presidente indonesiano Sukarno, quello
jugoslavo Tito e il Premier egiziano Nasser e che fu incoraggiata
moltissimo dal sociologo, saggista, massone e attivista panafricano
William Edward Burghardt Du Bois (1869 – 1963), molto amico di Mao
Tse-Tung, oltre che membro del Partito Laburista Americano (ottenne
il 4% dei consensi candidandosi alla carica di Senatore, nello Stato
di New York) e successivamente, da anziano, aderente al Partito
Comunista degli Stati Uniti d'America, pur sempre critico nei
confronti dell'URSS, ma fervente sostenitore del ruolo terzomondista
della Cina socialista.
A Du Bois fu, purtroppo,
antidemocraticamente impedito, dal maccartista e anti-socialista
governo USA, di partecipare alla Conferenza di Bandung, che permise
il dialogo fra i Paesi Non Allineati (in gran parte a guida
socialista come la Cina, la Jugoslavia, l'Egitto e l'India), gettando
le basi per l’unione di quel Sud del mondo sfruttato dalla
colonizzazione e dagli imperialismi dei blocchi contrapposti USA-URSS
Qualche anno dopo, peraltro, nel 1959, Du Bois tenne
una conferenza presso l’Università di Pechino, in cui sostenne il
miglioramento dei legami fra le comunità afroamericane statunitensi
e la Cina. E sostenendo che l’Africa e la Cina avrebbero dovuto
camminare assieme, unite entrambe dalla lotta al colonialismo e allo
sfruttamento.
Nel
novembre 2023, un importante manager e analista geopolitico quale il
prof. Giancarlo Elia Valori, in un articolo pubblicato anche dal
Nuovo Giornale Nazionale, dal titolo “La Cina e il mondo
contemporaneo”
(https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/14579-la-cina-e-il-mondo-contemporaneo.html),
scriveva, a proposito della Conferenza di Bandung e dell'approccio
socialista cinese, rispetto a quello occidentale liberale: “Oggi,
lo ripetiamo, la differenza più significativa è tra la prospettiva
internazionale cinese e quella liberale occidentale. Il socialismo in
sé ha contenuti ideologici, storici, e tradizionali di integrazione
ed è dedicato alla ricerca della cooperazione e della liberazione di
tutti i popoli secondo i cinque principi della Conferenza di Bandung
(18-24 aprile 1955), sui quali la Repubblica Popolare della Cina ha
sempre basato la sua politica estera con coerenza:
i) rispetto
reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale;
ii)
non-aggressione reciproca;
iii) non
interferenza reciproca negli affari interni di ciascuno;
iv)
uguaglianza e reciproco beneficio;
v)
coesistenza pacifica.
La
prospettiva liberale, invece, persegue la globalizzazione in
superficie, ma in realtà essa è guidata dai Paesi
liberal-capitalisti occidentali al servizio dei loro interessi e
delle proprie multinazionali. Al momento, i Paesi occidentali
sviluppati a coda degli Stati Uniti d’America stanno apparendo come
una forza antiglobalizzazione, il motivo è che scoprono che la
globalizzazione si discosta sempre più dai desideri di colui che li
domina”.
Nel ricordo di tale importante Conferenza, nei
giorni scorsi, il Presidente cinese Xi Jinping ha visitato Vietnam,
Malesia e Cambogia. Rafforzando i legami sia di amicizia che di mutua
collaborazione economica, con queste importanti realtà del Sud-Est
asiatico, nel solco dell'equità, della giustizia, del
multilateralismo e della lotta all'unipolarismo statunitense,
ideologico e volto a danneggiare l'economia mondiale e a rendere il
mondo meno stabile e sicuro.
Vietnam, Malesia e Cambogia attribuiscono, peraltro,
grande importanza al ruolo dei BRICS. La Malesia ne è già Paese
partner, mentre il Vietnam ha richiesto formale adesione.
Il Sud del mondo è più vivo che mai e lotta per un
mondo più unito, stabile, pacifico e votato alla cooperazione.
È assurdo e oserei dire
pazzesco come, dopo la pandemia di Covid-19, il mondo Occidentale,
anziché cogliere l'occasione per lavorare per un mondo più unito e
più sicuro, approfittando della ricostruzione post-pandemica,
rafforzando il sistema sanitario, lottando contro eventuali future (e
tutt'altro che improbabili) pandemie e gettando le basi per
rispondere alle crisi economiche globali e alle destabilizzazioni di
vario genere, abbia – all'opposto - gettato le basi per la
divisione del mondo.
Prima in due blocchi,
oggi forse in tre o quattro.
L'inadeguatezza,
impreparazione e scarsa lungimiranza delle leadership di UE e USA (e
non da oggi) sono oltremodo evidenti.
I dazi danneggiano
l'economia di tutti. Il sostenere una autocrazia né UE, né NATO,
guidata da un soggetto totalmente impreparato, che peraltro ha
bandito l'opposizione e congelato le elezioni; imponendo sanzioni
alla Russia, anziché dialogare e cooperare con essa, è stato
altrettanto dannoso e assurdo.
Le borse crollano. La
stabilità vacilla.
Dove vogliamo arrivare?
La logica dovrebbe
seguire due strade, entrambe percorribili e necessarie.
Il dialogo con tutti e la
contrattazione.
Ad oggi a dialogare e
contrattare con tutti c'è, in prima linea, la Cina socialista
guidata dal riformista Xi Jinping. E non è poco.
Cina, peraltro, ad essere
stata minacciata per prima, in tempi non sospetti, dai dazi dei nuovi
USA di Trump. Dazi che Trump sta estendendo all'UE. Forse ignorando,
peraltro, che tutto ciò potrebbe rivelarsi un boomerang per gli USA
stessi.
Come ricordato da
Giuseppe Gagliano, su Notizie Geopolitiche, Xi Jinping si muove con
pragmatismo. Tessendo alleanze non solo in Asia (in primis con
Vietnam, Malesia e Cambogia), ma anche verso l'Europa. Lo spagnolo
Sanchez sarà infatti presto atteso a Pechino e così Macron.
Il buonsenso e la logica
guidano la Repubblica Popolare Cinese. E così il Brasile di Lula,
altro Paese BRICS volto a pace (sia nella crisi ucraina che in Medio
Oriente) e cooperazione, che adotterà tutte le misure necessarie a
difendere imprese e lavoratori brasiliani.
La logica e il buonsenso
vorrebbero che l'UE, se fosse guidata da responsabili, anziché da
cosiddetti “volenterosi” (volenterosi di riarmarsi e di
proseguire un conflitto nel cuore dell'Europa?), iniziasse a
dialogare con i BRICS e a ragionare verso un percorso comune.
Nel novembre scorso,
riallacciandomi - con un articolo (https://amoreeliberta.blogspot.com/2024/11/per-un-possibile-tavolo-di-confronto.html) - a un interessante convegno organizzato, a Roma, dalla
Fondazione di Studi Internazionali e Geopolitica, presieduta dal
prof. Giancarlo Elia Valori, condividevo con quest'ultimo, con il
prof. Oliviero Diliberto e con il prof. Paolo Savona, la necessità
di costituire un organismo/tavolo di confronto, che dovrebbe ricevere
una “spinta dal basso” e volto a lavorare in sinergia con i BRICS
e con il Sud del mondo (42% del mondo e 37% del PIL globale).
Come scrissi allora:
“Un tavolo di confronto europeo, in tal senso, potrebbe aprire
spiragli a uno scenario in grado non solo di riequilibrare l'attuale
situazione internazionale, ma anche di aprire a nuove prospettive,
per un'Europa che politicamente si è chiusa in sé stessa e che
rischia, ancora una volta, di rimanere passiva spettatrice delle
vecchie logiche dei blocchi contrapposti”.
Del resto, aggiungevo,
“Le nuove tecnologie, Intelligenza Artificiale in primis, ci
obbligano, pragmaticamente, a costruire un mondo sempre più
interconnesso e fondato sulla fiducia reciproca e sulla
collaborazione”.
Il prof. Giancarlo Elia
Valori, il 9 aprile e 10 aprile prossimi, sempre a Roma, sempre in
collaborazione con la Camera di Commercio di Roma, organizzerà un
nuovo convegno nel quale si parlerà ancora una volta di tali
aspetti, di scottantissima attualità.
Il titolo:
“Mondializzazione nuovo paradigma di sviluppo multipolare”. Fra i
relatori, oltre al prof. Valori, il prof. Oliviero Diliberto, che lo
presiederà, il Cav. Del Lavoro Dr. Marco Tronchetti Provera, il
prof. Gregorio De Felice Chief Economist di Intesa San Paolo, una
rappresentanza del Centro di Ricerca per lo sviluppo del Consiglio di
Stato della Repubblica Popolare Cinese e molti altri autorevoli
relatori.
Nell'ambito di tale
convegno, si tratterà della nuova fase di cooperazione
Cina-Europa-Italia e ritengo che proprio tali iniziative vadano
nella direzione giusta e “volino alto”, rispetto alla mediocrità
e improvvisazione delle nostre attuali classi dirigenti. Preda più
delle opposte tifoserie e degli ideologismi, piuttosto che votate
alla concretezza e al pragmatismo.
Un pragmatismo che, come
scrivevo nel mio articolo del novembre scorso, dovrebbe basarsi su
“Prospettive fondate su pace, sicurezza, sviluppo, cooperazione,
prosperità, modernizzazione e collaborazione con un Sud del mondo in
crescita e che rappresenta il futuro di un Pianeta che non può più
essere governato da un unilateralismo protezionista, sanzionatorio e
omologato alle vecchie logiche della Guerra Fredda”.
Il 1° gennaio, Kazakistan, Malaysia, Cuba, Bolivia, Uganda e altri Paesi
sono diventati partner dei BRICS; il 6 gennaio, l’Indonesia è diventata
membro ufficiale dei BRICS e per la prima volta i BRICS si sono espansi
nel Sud-est asiatico. Il 16 gennaio, il presidente indonesiano Prabowo
Subianto ha affermato che l’Indonesia è molto onorata di diventare un
membro dei BRICS.
La prima espansione dei BRICS nel Sud-est asiatico non è solo
un’estensione georegionale, ma anche un’interpretazione di apertura e
un’innovazione nella promozione della globalizzazione e
dell’integrazione economica. Le prospettive di cooperazione economica
tra i Paesi BRICS sono ampie. Questi Paesi hanno forti dotazioni di
risorse, grande potenziale di sviluppo e forte volontà di partecipare
alla governance globale. Otterranno più risultati nella cooperazione
economica, inclusi ma non limitati a cooperazione finanziaria,
all’economia digitale, allo sviluppo verde, agli investimenti,
all’industria, ecc.
L’Indonesia è il Paese in cui fu proposta per la prima volta la Via
della seta marittima del XXI secolo. Negli ultimi anni, la costruzione
congiunta di alta qualità della Belt and Road tra Repubblica Popolare
della Cina e India è diventata sempre più approfondita e pratica, e la
cooperazione commerciale e di investimento tra i due Paesi è stata
costantemente migliorata e potenziata con molti punti salienti. La
cooperazione in infrastrutture, produzione, parchi industriali, energia e
estrazione mineraria, agricoltura e pesca, finanza e altri settori ha
continuato ad approfondirsi. Sono stati implementati uno dopo l’altro
numerosi progetti epocali e progetti di sostentamento popolare, e la
cooperazione in settori emergenti come lo sviluppo verde, l’economia
digitale e l’economia blu sono in pieno svolgimento.
Oltre all’adesione dell’Indonesia alla famiglia BRICS, le economie
emergenti sono sempre più interessate ad aderire al meccanismo di
cooperazione BRICS. Il meccanismo di cooperazione dei BRICS continua ad
attrarre l’adesione del “Sud del mondo” e la struttura del potere
globale sta subendo una trasformazione più ampia.
I BRICS sono un’organizzazione internazionale composta da Paesi
emergenti. I suoi membri fondatori sono Brasile, Repubblica Popolare
della Cina, India e Russia. Nel 2011, la Repubblica Sudafricana è
entrata ufficialmente a far parte del meccanismo BRICS. La composizione
attuale dei BRICS è la seguente:
Oltre ai primi cinque: Egitto (2024), Etiopia (2024), Iran (2024), Emirati Arabi Uniti (2024), Indonesia (2025);
Stati partner: Bielorussia (2023), Bolivia (2023), Cuba (2023),
Kazakistan (2024), Malaysia (2024), Nigeria (2024), Thailandia (2024),
Uganda (2024), Uzbekistan (2024);
Paesi che hanno richiesto l’adesione: Bangladesh (2023), Senegal (2023),
Azerbaigian (2024), Myanmar (Birmania) (2024), Pakistan (2024), Sri
Lanka (2024), Siria 2024 (ma non è nota l’intenzione dell’attuale
governo), Venezuela (2024);
Osservatori: Algeria, Turchia, Vietnam.
Il 6 gennaio, il Ministero degli Affari Esteri brasiliano ha emesso un
comunicato in cui si afferma che i Paesi BRICS hanno concordato
all’unanimità che l’Indonesia aderirà al meccanismo di cooperazione
BRICS in conformità con i principi guida, gli standard e le procedure
per il processo di espansione concordati durante il 15° incontro dei
leader BRICS tenutosi a Johannesburg, in Sudafrica, il 22-24 agosto
2023.
Il meccanismo di cooperazione BRICS ha un forte fascino e influenza.
Questo cartello sta diventando come una calamita, con una forte
attrazione e forza centripeta, che attrae un gran numero di Paesi ad
unirsi. In secondo luogo, questa è una manifestazione della
multipolarizzazione del mondo. Attualmente, i Paesi in via di sviluppo
sono più propensi a migliorare la governance globale e molti fra esso
sperano di realizzare le loro ambizioni unendosi al meccanismo di
cooperazione BRICS. Inoltre, l’apertura, il multilateralismo e
l’umanesimo dimostrati dai Paesi BRICS hanno spinto Paesi da tutto il
mondo ad aderire e stanno dando vita a una nuova tendenza che si
distingue dalle altre organizzazioni internazionali. Infine, il “Sud del
mondo” è unito e spera di raccogliere forza attraverso i Paesi BRICS.
L’Indonesia è il quarto Paese più popoloso al mondo, il più grande del
Sud-est asiatico e l’unico membro del Sud-est asiatico del G20.
L’adesione dell’Indonesia al meccanismo di cooperazione BRICS è di
grande importanza.
L’Indonesia ha buone basi per la cooperazione con gli altri Paesi BRICS.
Nel 2023, il volume degli scambi bilaterali tra Indonesia e Paesi BRICS
ha raggiunto 173,29 miliardi di dollari, coprendo il 36,1% del
commercio estero dell’Indonesia. Tra questi, la Repubblica Popolare
della Cina è sempre rimasta il principale partner commerciale
dell’Indonesia dal 2011 e le strutture economiche dei due Paesi sono
fortemente complementari. L’Indonesia è ricca di risorse. Nei settori
del legno e dei prodotti tali, dei prodotti minerali, della polpa di
cellulosa (di carta), le esportazioni indonesiane e le importazioni dei
Paesi BRICS dall’Indonesia sono altamente complementari nei settori
tessile e delle materie prime, dei prodotti in pelle e da viaggio, della
plastica e della gomma.
Inoltre, la strategia di sviluppo economico del governo indonesiano può
essere efficacemente collegata al meccanismo di cooperazione BRICS. Il
nuovo presidente indonesiano Prabowo Subianto (dal 2024) si è impegnato a
continuare la direzione politica dell’era di Joko Widodo (2014-2024).
Aree chiave come energia, economia verde, economia blu e sviluppo
dell’economia digitale sono tutte in linea con l’area “Greater BRICS
Cooperation”, che può espandere lo spazio di sviluppo per le aziende
indonesiane e promuovere il reciproco vantaggio tra l’Indonesia e gli
altri membri BRICS. Essendo la più grande economia dell’Associazione
delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN), l’adesione dell’Indonesia
aiuterà il meccanismo di cooperazione dei BRICS a consolidare
ulteriormente le basi della cooperazione economica, a meglio diffondere
la regione del Sud-Est asiatico e a migliorare la rappresentatività del
Gruppo. L’espansione dei BRICS riflette il fatto che sempre più economie
emergenti desiderano integrarsi nel sistema di “circolazione economica
interna” delle economie emergenti e cercare iniziative per apportare
cambiamenti nel panorama politico ed economico internazionale.
Il meccanismo di cooperazione BRICS è nato nel contesto storico
dell’ascesa collettiva dei Paesi emergenti e dei Paesi in via di
sviluppo ed è in linea con le aspettative della comunità internazionale
di mantenere la pace nel mondo, promuovere uno sviluppo comune e
migliorare la governance globale. Nei quindici anni dalla loro
fondazione, i Paesi BRICS hanno rappresentato quasi la metà della
popolazione mondiale, più del 30% della produzione economica mondiale e
il loro contributo alla crescita economica mondiale ha superato il 50%.
La rappresentatività, l’attrattiva e l’influenza del meccanismo di
cooperazione BRICS sono state costantemente migliorate. Il Gruppo è
diventato un’importante piattaforma per promuovere l’unità e la
cooperazione nel “Sud globale” e una forza importante nel promuovere
cambiamenti nell’ordine politico ed economico mondiale.
Al momento la situazione politica ed economica internazionale ha subìto
grandi cambiamenti. Le principali economie sviluppate stanno promuovendo
attivamente il “rimpatrio della catena industriale” e la
reindustrializzazione e hanno adottato misure restrittive nei confronti
di Repubblica Popolare della Cina, Russia e altri Paesi nei principali
settori dell’alta tecnologia, il che ha avuto un impatto importante
sullo sviluppo economico e sulla sicurezza industriale dei Paesi BRICS. I
Paesi BRICS condividono un destino comune. Per raggiungere uno sviluppo
e una pace e stabilità a lungo termine, è imperativo approfondire
ulteriormente la costruzione del sistema di cooperazione economica.
Nello specifico, in settori tradizionali come minerali, energia,
agricoltura, infrastrutture, automobili e tessili, i Paesi BRICS hanno
diverse condizioni di dotazione di base e differenti focus nelle loro
strutture economiche. Mostrano caratteristiche bilanciate in termini di
vitalità del mercato, struttura industriale, capitale umano e vantaggi
delle risorse. Soddisfano i prerequisiti per la cooperazione di
capacità, ottengono vantaggi complementari e forniscono maggiore spazio
per lo sviluppo industriale. Nei settori emergenti come la nuova
energia, i nuovi materiali, la biomedicina, l’economia verde,
l’aerospaziale, ecc., i Paesi BRICS attribuiscono grande importanza allo
sviluppo economico a basse emissioni di carbonio e alle questioni di
protezione ambientale. Si prevede che i Paesi rafforzeranno la
cooperazione nell’innovazione scientifica e tecnologica e promuoveranno
le innovazioni tecnologiche nei settori emergenti.
Negli ultimi anni il baricentro dell’economia mondiale ha accelerato il
suo spostamento dalle economie sviluppate al “Sud del mondo”. Dal 2000
al 2023, il PIL del “Sud del mondo” è aumentato da 5,6 trilioni di
dollari a 40,0 trilioni di dollari, contribuendo al 56,4% alla crescita
economica globale e superando il contributo del 46,6% delle economie
sviluppate.
I Paesi del “Sud del mondo” presentano grandi differenze e diversità in
termini di fase di sviluppo economico, struttura industriale, dotazione
di risorse, ecc. Queste differenze forniscono una solida base ai Paesi
del “Sud del mondo” per rompere l’attuale modello di divisione
internazionale del lavoro “centro-periferia” e approfondire la
cooperazione economica regionale. Esiste un enorme potenziale di
cooperazione tra economie ad alta intensità di risorse e Paesi
produttori industriali, e tra Paesi in fase di decollo industriale e
Paesi produttori industriali maturi, nonché tra Paesi in transizione
economica e altri tipi di Paesi del “Sud globale”. I Paesi del “Sud del
mondo” possono realizzare una cooperazione economica e commerciale
approfondita basandosi sui loro vantaggi in termini di dotazione e
costruire un sistema di cooperazione economica reciprocamente
vantaggioso per tutti i molteplici settori quali commercio,
investimenti, tecnologia e finanza.
In questo processo il meccanismo di cooperazione dei BRICS è in grado di
dare pieno sfogo alla sua efficacia nel guidare il “Sud del mondo” e
plasmare il modello globale, promuovere ulteriormente l’approfondimento
delle relazioni e ricercare la convergenza di interessi tra il
meccanismo BRICS e le regioni chiave.
Durante il mandato del Brasile come presidenza di turno dei BRICS nel
2025, i lavori si concentreranno su due linee principali: il
rafforzamento della cooperazione nel “Sud del mondo” e la promozione
della riforma della governance globale. Quest’anno si prevede che la
“Greater BRICS Cooperation” verrà ulteriormente approfondita.
Secondo un comunicato del Palazzo presidenziale brasiliano, i temi di
lavoro prioritari del Brasile durante il suo mandato di presidenza di
turno dei BRICS includono: lo sviluppo di un sistema di pagamento più
efficiente per promuovere il commercio e gli investimenti tra i Paesi
BRICS; l’incoraggiamento di una governance dell’intelligenza artificiale
inclusiva e responsabile per promuovere lo sviluppo; la collaborazione
con le parti interessate alla Conferenza delle Nazioni Unite sui
cambiamenti climatici del 2025 che si terrà in Brasile, convocata per
migliorare la struttura di finanziamento onde affrontare i cambiamenti
climatici; il rafforzamento dei progetti di cooperazione tra gli Stati
membri, concentrandosi sul miglioramento del sistema sanitario pubblico,
ecc.
Ci sono molti punti salienti nella prossima “cooperazione BRICS”. Il
ruolo del Brasile come presidenza di turno dei BRICS, avrà un ruolo di
enorme supporto nella “Greater BRICS Cooperation”, e questo potrebbe
consentire l’adesione di altri Paesi latinoamericani, accrescere
notevolmente l’influenza del “Sud del mondo” nella politica
internazionale e conferire maggiore forza alla governance globale. I
punti salienti della “Greater BRICS Cooperation” sono l’approfondimento
della cooperazione economica e del sistema commerciale multilaterale. I
Paesi BRICS hanno compiuto nuovi progressi nella promozione del libero
scambio, dei flussi di investimento, della cooperazione energetica e di
altri aspetti.
In più vi saranno progetti e studi sullo sviluppo sostenibile e
l’economia verde. Poiché la questione del cambiamento climatico sta
diventando sempre più importante, i Paesi BRICS potrebbero aumentare la
collaborazione e svolgere un ruolo importante nell’affrontare il
cambiamento climatico. Inoltre, il rafforzamento degli investimenti
verdi e della cooperazione tecnologica e la promozione dell’innovazione
nei settori dell’economia a basse emissioni di carbonio e dell’energia
pulita potrebbero diventare uno dei temi chiave della “Greater BRICS
Cooperation”.
Ulteriore punto riguarda la riforma e l’innovazione del sistema
finanziario. Negli ultimi anni, i Paesi BRICS hanno compiuto sforzi
costanti per promuovere la diversificazione del sistema finanziario
globale e riformare la struttura di voto di istituzioni come il Fondo
monetario internazionale (FMI) e la Banca mondiale. In futuro, potrà
anche svolgere un ruolo attivo nella promozione dello sviluppo delle
istituzioni finanziarie dei Paesi BRICS (come la Nuova Banca di
Sviluppo), nell’espansione degli aiuti esteri e dei progetti di
cooperazione, ecc.
Quarto punto è il rafforzarzamento della cooperazione nell’innovazione
tecnologica e nell’economia digitale. L’economia digitale sta diventando
una forza chiave che guida lo sviluppo economico a livello globale. In
settori quali la sicurezza informatica, l’intelligenza artificiale, la
valuta digitale e il flusso di dati, i Paesi BRICS possono realizzare
una cooperazione più ampia, rafforzare la condivisione e l’innovazione
tecnologica, promuovere lo sviluppo scientifico e tecnologico nei Paesi
dei mercati emergenti e ridurre il divario tecnologico globale.
Quinto: rafforzare la cooperazione nello sviluppo sociale e nella
riduzione della povertà. Il “Sud globale” affronta generalmente sfide di
povertà, disuguaglianza e sviluppo sociale. I Paesi BRICS collaborano
per migliorare le condizioni di vita delle persone e promuovere una
crescita socialmente inclusiva attraverso la condivisione di esperienze,
il sostegno finanziario e l’assistenza tecnica.
Guardando al futuro, ci sono anche attese per la liquidazione della
valuta locale e la cooperazione monetaria tra i Paesi BRICS. C’è
speranza che il “Sud globale” svolga un ruolo maggiore nel nuovo ordine
mondiale, promuova la riforma delle istituzioni internazionali e
favorisca uno sviluppo globale più equo, inclusivo e sostenibile. Il
“Sud globale” può realizzare una cooperazione più stretta in più
settori, rafforzare la cooperazione nell’energia tradizionale e nelle
nuove energie, nella filiera industriale e nella filiera di fornitura,
nello sviluppo verde, nell’innovazione scientifica e tecnologica, negli
scambi culturali e in altri campi, e promuovere il progresso economico,
sociale e culturale del “Sud del mondo”.
Se il mondo liberal
capitalista - sempre più preda della destra economica (anche quando
si dice “sinistra”, pur non essendolo, almeno dal 1993 ad oggi) -
continua a premere l'acceleratore sulle guerre, ad Est e in Medio
Oriente, armando e appoggiando governi sconsiderati e folli, il mondo
socialista democratico autentico e serio, cerca di spegnere questi
incendi geopolitici
Pensiamo a realtà
socialiste come Cina, Brasile e molti altri Paesi del Sud del mondo,
che promuovono ormai dall'inizio dei conflitti, piani di pace e
investono in sanità, istruzione e ricerca.
“In un mondo segnato
da conflitti armati e tensioni geopolitiche, Cina e Brasile mettono
al centro la pace, la diplomazia e il dialogo”, ha affermato
recentemente il Presidente socialista brasiliano Lula, incontrando il
suo omologo cinese Xi Jinping.
Il Presidente socialista
cinese, da parte sua, ha ribadito la necessità di dare sempre più
spazio a voci che promuovano la pace, sottolineando che il mondo
attuale è “tutt'altro che pacifico”. “Solo adottando una
visione di sicurezza globale, cooperativa e sostenibile sarà
possibile tracciare un percorso verso la sicurezza universale”, ha
affermato il Presidente Xi.
Nel Venezuela socialista,
guidato da Nicolas Maduro, peraltro, si è concluso recentemente il
Congresso Mondiale della Gioventù degli Studenti Antifascisti.
Un Congresso – tenutosi
nella capitale, Caracas - avente per simbolo, non a caso, un garofano
rosso – simbolo storico del socialismo sin dai tempi della Comune
di Parigi del 1871 – e una matita, simbolo dell'istruzione, che ha
annunciato la creazione di un Grande Movimento Giovanile
Antifascista, il cui scopo è promuovere l'unità fra i giovani e i
popoli del pianeta e realizzare un mondo diverso rispetto a quello
fondamentalista, egoista e guerrafondaio di oggi.
Un Congresso che ha
denunciato con forza l'imperialismo statunitense, che vuole imporre
le sue idee al mondo intero, come ha sottolineato il Presidente
Maduro.
Secondo Nicolas Maduro,
occorre creare nuove forme di comunità e promuovere strategie di
resistenza, al fine di contribuire a costruire un nuovo ordine
mondiale multipolare.
Il Presidente socialista,
ha altresì denunciato sia il fascismo storico, che nuove forme di
genocidio, come quello che sta avvenendo oggi contro il popolo
palestinese e gli attacchi contro il Libano, oltre che contro Siria,
Iraq e Iran e le ingiuste sanzioni dei Paesi liberal capitalisti
contro il Venezuela.
Il Presidente Maduro, ha
peraltro dato mandato al Vicepresidente degli affari internazionali
del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), Rander Peña, di
far tradurre in tutte le lingue il “Libro Blu” scritto dal
comandante Hugo Chavez nel 1990.
Un libro in cui sono
contenute le idee fondamentali della rivoluzione socialista
bolivariana del XXI Secolo in Venezuela.
Oggi l'unica alternativa sembra essere, ancora una volta, quel
“Socialismo o barbarie” lanciato da Rosa Luxemburg nel 1916 e
poi ripreso da quei marxisti libertari - come Cornelius Castoriadis
- che, seguendo le orme della Luxemburg, dal 1948 al 1967 -
promossero quel socialismo consiliarista e autogestionario, che
criticò il burocratismo e verticismo del marxismo-leninismo
dogmatico e la piega intrapresa dall'URSS negli anni successivi alla
Rivoluzione d'Ottobre.
Un socialismo che si
coniuga alla perfezione con le correnti mazziniane, garibaldine e
anarchiche della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864 e, i
cui valori democratici e libertari, meritano di essere recuperati e rivitalizzati.
Margaret Kimberly è una
scrittrice, giornalista (già editorialista di Black Agenda Report) e
attivista panafricana statunitense, molto attiva nei movimenti per la
pace, la giustizia sociale, i diritti civili e umani, nonché
sostenitrice, alle ultime elezioni presidenziali USA, della candidata
verde Jill Stain.
Lo scorso 29 settembre,
ha partecipato all'incontro organizzato dall'associazione “Friends
of Socialist China”, tenutosi a New York, in occasione del 75esimo
anniversario della nascita della Repubblica Popolare Cinese e ha
tenuto un interessante discorso.
Molto interessanti
diversi passaggi, in cui, nel solco del grande intellettuale
panafricano W.E.B. Bois (1868 – 1963) – socialista che per primo
incoraggiò, nel 1955, la Conferenza di Bandung, che riuniì il
cosiddetto Sud del mondo per la prima volta - che ha citato anche nel
suo discorso, ha tratteggiato le attuali relazioni fra Africa e Cina:
“Ho visto di persona perché la Cina ha scavalcato il resto del
mondo nel suo sviluppo economico, la dedizione ai principi del
socialismo e un impegno per la cooperazione mondiale che ha reso le
relazioni con la Cina attraenti per l'intero continente africano. Di
recente 53 nazioni, ci sono 54 nazioni in Africa, quindi significa
che tutte le nazioni tranne una hanno partecipato al recente Forum
sulla cooperazione Cina-Africa, noto come Forum di Pechino. Perché
dovrebbero partecipare tutte? Beh, immagino che una domanda migliore
sia, perché non dovrebbero, considerando i modi in cui le nazioni
africane sono trattate dall'Occidente capitalista. Ed ecco un
esempio. Sappiamo tutti che gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni
alla Russia due anni fa, ma non hanno pensato alle relazioni, alle
esigenze, al commercio tra le nazioni africane e la Russia per il
grano, per il fertilizzante, e hanno semplicemente detto, “Beh, ti
sanzioneremo se continui ad acquistarlo””.
C'erano accordi già elaborati. Ma la
rappresentante dell'ONU, Linda Thomas Greenfield, stava agitando il
dito contro gli africani, e se vi discostate da questo, vi
sanzioneremo tutti. Quindi perché le nazioni africane non vorrebbero
allontanarsi da quelle relazioni tossiche? La Cina è devota alla
cooperazione, fornendo la cancellazione del debito, le nazioni
occidentali, la Banca Mondiale e il FMI, condonano mai i debiti? Non
credo”.
Ed ha proseguito sottolineando: “Ora, ci sono
delle contraddizioni, ovviamente, perché queste 50 e passa nazioni
africane sono tutte molto diverse. Quindi, per esempio, si sono
presentati tutti questi Capi di Stato, quindi ci sarebbero stati
Ruanda e Uganda, ma hanno trascorso decenni a saccheggiare
violentemente la Repubblica Democratica del Congo. Ma tutti e tre
erano lì. C'è una nuova alleanza di stati del Sahel, Mali, Niger,
Burkina Faso, sono stati attaccati da alcuni dei loro vicini nella
Comunità economica degli stati dell'Africa occidentale, ECOWAS, che
dovrebbe essere un raggruppamento economico, ma è sotto il controllo
degli Stati Uniti che hanno persino minacciato un intervento militare
contro quegli stessi Paesi.
Quindi abbiamo le nazioni fantoccio occidentali e
quelle che cercano l'indipendenza che erano tutte presenti. E voglio
sottolineare, se parlo di nazioni africane, penso che dovremmo sempre
menzionare l'Eritrea, l'unico Paese che ha mantenuto il suo impegno
per il socialismo, motivo per cui è sempre sotto attacco. Ecco
perché è considerato un insulto. È chiamata la Corea del Nord
dell'Africa, sai, come se la Corea del Nord, la DPRK, fosse una
specie di strano insulto. L'Eritrea è solo un Paese che ha mantenuto
la sua indipendenza che non vuole prendere prestiti dalla Banca
Mondiale e soffre a causa delle sanzioni”.
Relativamente ai
rapporti economici Africa-Cina, Kimberly ha sottolineato che: “E'
importante, molto importante, che la Cina mantenga il suo impegno ad
avere relazioni più eque e non sia come voi, gli Stati Uniti, il
Canada e l'Europa, che si limitano a estrarre. Le società di
costruzioni cinesi nella RDC, nella Repubblica Democratica del Congo,
ad esempio, hanno accettato di investire fino a 7 miliardi di dollari
in progetti infrastrutturali come parte dei loro accordi per
l'attività mineraria nella RDC, il che è molto importante, sapete,
quello che succede nella RDC è una catastrofe per i diritti umani.
Abbiamo tutti visto le immagini di uomini, donne e bambini piccoli
con solo un secchio e una pala che estraggono minerali e risorse che
altre persone usano per arricchirsi”.
E relativamente ai
BRICS e al futuro del Sud del mondo, Margaret Kimberly ha fatto
presente che: "Unire le mani per far progredire la
modernizzazione e costruire una comunità Cina-Africa di alto livello
con un futuro condiviso" è un titolo fantastico e riassume il modo
in cui la Cina si sta avvicinando alle nazioni del Sud del mondo e
questo spiega perché le nazioni africane vogliono unirsi ai BRICS.
Parole di grande
ispirazione e auspicio, nel solco di un mondo multipolare, pacifico,
cooperante, in grado di superare i blocchi contrapposti e le vecchie
logiche da Guerra Fredda, le cui origini affondano proprio nella
Conferenza di Bandung e nel lavoro di grandi leader storici di vari
Paesi del mondo: Pietro Nenni, Zhou Enlai, Josip Broz Tito, Jawaharal Neru, Gamal Abd Al-Nasser, Nicolae Ceausescu, Juan
Domingo Peron e gli attuali Lula Da Silva e Xi Jinping, per citare i
più celebri e attivi.
Il vertice BRICS, che si
è tenuto dal 22 al 24 ottobre a Kazan, Capitale della Repubblica del
Tatarstan, nella Federazione Russa, si è concluso.
I BRICS sono un
importante meccanismo di cooperazione nato nel 2009, che vede
protagonisti Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e oggi anche
Egitto, Emirati Arabi Uniti, Iran e Etiopia e numerosi sono gli altri
importanti Paesi del Sud e dell'Est del mondo, che ne hanno chiesto
l'adesione.
Al recente convegno,
organizzato dal prof. Giancarlo Elia Valori, a Roma, dal titolo
“Mondializzazione, confini, identità”, il prof. Oliviero
Diliberto ha affermato come il gruppo dei BRICS possa rappresentare
un tentativo di riequilibrio del mondo d'oggi, preda di conflitti e
fondamentalismi di ogni genere.
Lo stesso prof. Valori,
impegnato almeno sin dagli Anni '70 nella promozione di un mondo
multipolare, ha affermato come i Paesi aderenti ai BRICS stiano
lavorando per la costruzione di una “comunità dal futuro
condiviso, fondata sulla solidarietà e la cooperazione, per la
costruzione di un mondo migliore”
L'incontro di Kazan ha
visto la partecipazione di leader di ben 36 Paesi, fra i quali 22
capi di Stato, oltre al Segretario Generale dell'ONU Antonio
Guterres.
Importante è stato
l'intervento del Presidente cinese Xi Jinping, il quale, fra le altre
cose ha affermato: “Mentre il mondo entra in un nuovo periodo
definito da turbolenza e trasformazione, ci troviamo di fronte a
scelte cruciali che plasmeranno il nostro futuro. Dovremmo permettere
al mondo di sprofondare nell'abisso del disordine e del caos, o
dovremmo impegnarci per riportarlo sulla strada della pace e dello
sviluppo? Questo mi ricorda un romanzo di Nikolay Chernyshevsky
intitolato “Che fare?” La determinazione incrollabile e la spinta
appassionata del protagonista sono esattamente il tipo di forza di
volontà di cui abbiamo bisogno oggi. Più i nostri tempi diventano
tumultuosi, più dobbiamo rimanere fermi in prima linea, esibendo
tenacia, dimostrando l'audacia di essere pionieri e mostrando la
saggezza di adattarci. Dobbiamo lavorare insieme per trasformare i
BRICS in un canale primario per rafforzare la solidarietà e la
cooperazione tra le nazioni del Sud del mondo e un'avanguardia per
promuovere la riforma della governance globale”.
Nello specifico, il
Presidente cinese ha sottolineato la necessità lavorare per la pace
e di agire “come difensori della sicurezza comune”.
A tal proposito, ha
ricordato come Cina e Brasile, in collaborazione con altri Paesi del
Sud del mondo, abbiano avviato il gruppo “Amici per la pace”, al
fine di affrontare sia la crisi ucraina che il conflitto in Medio
Oriente.
In tal senso, il Presidente Xi, ha ricordato i tre
principi sui quali occorre muoversi: “nessuna espansione dei
campi di battaglia; nessuna escalation delle ostilità e non gettare
benzina sul fuoco, ovvero impegnarci per una rapida de-escalation
della situazione”.
In merito alla questione
in Medio Oriente egli ha affermato che: “Mentre la situazione
umanitaria a Gaza continua a deteriorarsi, le fiamme della guerra
sono state nuovamente riaccese in Libano e i conflitti tra le parti
stanno aumentando. Dobbiamo promuovere un cessate il fuoco immediato
e la fine delle uccisioni. Dobbiamo compiere sforzi incessanti verso
una risoluzione completa, giusta e duratura della questione
palestinese”.
Il Presidente Xi Jinping ha ricordato come la Cina
sia, peraltro, impegnata nella cooperazione e nello sviluppo
nell'ambito dell'Intelligenza Artificiale, oltre che nell'ambito
dello sviluppo ecologico e sostenibile e come stia lavorando per la
“riforma della governance globale”.
Ha sottolineato, inoltre, come occorra “unire
le forze dei Paesi del Sud del mondo nella costruzione di una
comunità con un futuro condiviso per l’umanità”.
Unione del Sud del mondo, pace, sicurezza
internazionale, sviluppo, cooperazione, prosperità comune e
modernizzazione. Queste, in sostanza, le prospettive della Cina
socialista odierna che, dalla Conferenza afroasiatica di Bandung del
1955 – che riunì gli allora Paesi Non Allineati, oltre gli opposti
imperialismi USA-URSS – si sta adoperando per l'emancipazione del
Terzo e Quarto Mondo.
Come peraltro insegnarono grandi leader socialisti
della Storia quali i cinesi Mao-Tse Tung e Zhou Enlai, oltre che il
Presidente rumeno Nicolae Ceausescu e quello argentino Juan Domingo
Peron (vorrei ricordare, in merito, il suo importante saggio, scritto
nel suoi anni d'esilio in Spagna, nel 1967, dal titolo “L'ora dei
popoli”, in cui trattò, nello specifico, della necessità
dell'emancipazione e unione del Terzo Mondo) e i nostri grandi
statisti socialisti quali Bettino Craxi e l'allora Ministro degli
Esteri Gianni De Michelis.
Quando il mondo aveva politici di spessore al
governo. Quando l'Europa era ancora un continente serio, ragionevole,
civile, privo di omologazione e di fondamentalismi di ogni genere.