Il 4 giugno 1946, 80 anni
fa, Juan Domingo Peron, indimenticato Presidente argentino, assunse
la sua prima presidenza.
Già divenuto popolare a
seguito del golpe militare del giugno 1943, allorché, assieme ai
suoi compagni del Grupo Oficiales Unidos (Gruppo Ufficiali Uniti),
rovesciò il governo conservatore del corrotto Ramon Castillo,
divenendo Ministro del lavoro e dello stato sociale, Peron
contribuirà presto ad emancipare le classi proletarie e oppresse, i
cosiddetti descamisados.
Eletto dal Partito
Laburista, con il suo primo governo, Peron, iniziò a garantire
maggiore equità e distribuzione del reddito, iniziando a reprimere
ogni forma di oppressione.
Fondatore, nel 1947, del
Partito Giustizialista, di orientamento anticapitalista e populista
di sinistra, Peron aumentò i salari, mise sotto controllo i prezzi
(a iniziare da quello degli affitti) e migliorò le prestazioni
previdenziali, investendo nel rafforzamento dello stato sociale.
Nazionalizzò i servizi pubblici quali compagnie telefoniche,
elettriche, gas e ferrovie.
Tutto ciò si tradusse
non solo in un miglioramento delle condizioni di vita dei settori
popolari, ma anche in un aumento del PIL, dei beni e dei servizi
disponibili e in un forte calo del debito contratto con l'estero.
Nel 1945, Peron, sposò
Eva Duarte, soprannominata affettuosamente dal popolo Evita. Evita
contribuirà molto alla popolarità del marito, occupandosi peraltro
per tutta la sua pur breve vita (morì nel 1952, a soli 33 anni) di
diritti delle donne, dei bambini e degli anziani.
Furono i governi di Peron
a introdurre, in Argentina, la legge sul divorzio, a sopprimere
l'educazione religiosa nelle scuole e a legalizzare la prostituzione.
Tutto ciò costò a Peron la scomunica da parte del Papa dei
cattolici Pio XII.
Nel settembre 1955,
un'alleanza fra clero, militari e servizi segreti statunitensi, ad
ogni modo, bloccò ogni nuova riforma peronista: un Colpo di Stato
guidato dal generale Pedro Eugenio Aramburu, infatti, destituì il
Presidente Juan Peron da ogni carica e lo costrinse all'esilio. Un
esilio che durò sino al 1973.
In Argentina, peraltro,
il Partito Giustizialista fu dichiarato illegale e per quasi
vent'anni l'Argentina e il suo popolo subirono un lungo susseguirsi
di dittature militari e di violenze, oltre che di pesantissime crisi
economiche e di ruberie di Stato, che non permisero più al Paese di
risollevarsi come aveva fatto, invece, durante il decennio peronista.
Juan Domingo Peron, ad
ogni modo, nel suo esilio di Madrid, scriverà, nel 1967, una sorta
di testamento politico, di documento storico e di esortazione al
popolo ed ai popoli e lo intitolerà, emblematicamente, “L'ora dei
popoli”. In tale testo, che anticiperà il suo ritorno trionfale in
patria nel 1973, oltre a denunciare i suoi nemici in patria,
denuncerà il pericolo dell'imperialismo yankee, ovvero statunitense.
Inoltre, fu forse il primo a denunciare le manovre speculative dei
governi USA relative al dollaro, fra cui il fenomeno dei signoraggio,
e del Fondo Monetario Internazionale che, peraltro, sono tutt'oggi
all'origine della crisi economica che stiamo subendo e fu il primo
che, durante il suo mandato di governo, propose l'unificazione
dell'America Latina, ovvero la fondazione degli Stati Uniti
Latino-Americani.
Peron nel suo “L'ora
dei popoli”, a proposito del giustizialismo e delle sue prospettive
scrive infatti: “Il giustizialismo si fonda su tre grandi
premesse: 1) La necessità di promuovere una riforma che il mondo dei
nostri giorni, con la sua inarrestabile evoluzione, stava segnalando
come un imperativo ineludibile. 2) La necessità di una integrazione
latino-americana per creare, grazie ad un mercato ampliato, senza
frontiere interne, le condizioni più favorevoli al nostro sviluppo;
per migliorare il tenore di vita dei nostri 200 milioni di abitanti;
per creare le basi dei futuri Stati Uniti Latino-Americani, posto che
spetta all'America Latina nelle questioni mondiali. 3) L'opportunità
di realizzare un'integrazione storica che permetta di consolidare
quella liberazione per la quale lottano oggi quasi tutti i popoli
sottomessi.
La lotta in favore dei
popoli sottomessi, infatti, fu la costante del pensiero e dell'azione
di Juan Peron. La sua posizione politica, infatti, coincideva con
quel Terzo Mondo sfruttato e depredato dagli USA e, in tal proposito,
scriveva, anche riferendosi alla dittatura antiperonista che stava in
quegli anni martoriando l'Argentina: “I governi usurpatori di
quelle dittature che pretendono di affermare la propria esistenza con
la protezione straniera non possono durare. I governi militari e
imposti dal Pentagono e dal Fondo Monetario Internazionale,
incorreranno nella stessa sorte in Vietnam come in America Latina, in
quanto nulla di stabile può essere fondato sull'infamia”.
Socialismo, integrazione
storica del Terzo Mondo e dell'America Latina, sovranità popolare,
tutti aspetti che gli imperialisti non potevano e non possono
tollerare.
Juan Domingo Perón, nonostante il
ritorno trionfale in patria nel 1973 — accompagnato peraltro dall'amico
prof. Giancarlo Elia Valori, suo portavoce in Italia — e la successiva
rielezione, non riuscì, anche a causa della sua morte nel 1974, a
impedire l'avvento di nuovi golpe militari che finirono per soffocare
ogni possibile riforma in Argentina. La guida del Paese passò così alla
seconda moglie, Isabelita, che certo non possedeva il piglio né l'anima
sociale di Evita.
Fu solo nel 2003 che, con
Nestor Kirchner e successivamente sua moglie Cristina, il peronismo
tornò al governo, riportando in auge i diritti sociali e civili di
un tempo.
Sono passati 107 anni
dalla nascita di Maria Eva Duarte de Peron, per tutti e per sempre
Evita. Soprattutto per coloro i quali l'hanno amata. Il popolo dei
descamisados argentini in primis.
E così, ancora oggi, la
ricordano e celebrano.
Figlia illegittima di
Juana Ibarguren, nata poverissima il 7 maggio 1919 a Los Toldos,
estrema periferia argentina, Evita imparò presto a conoscere le
difficoltà della vita e a pagare il prezzo dell'essere poveri
nell'Argentina degli Anni '30.
Nel 1936 esordirà in
teatro e da allora intraprenderà, pur con scarso successo, la
carriera di attrice e, con maggiore successo, negli Anni '40,
l'attività radiofonica.
Solo l'incontro con il
Generale Juan Domingo Peron, nel 1944, le permetterà di comprendere
la sua vera vocazione. Quella per la politica e per le attività
sociali. E da allora la sua vita cambierà per sempre, assieme a
quella dei suoi descamisados, ovvero i più poveri fra i poveri
d'Argentina.
Con la vittoria alle
elezioni del 1946 di Peron con il 53,7% dei consensi, nelle fila del
Partito Laburista, Evita si insedierà al Ministero del Lavoro e si
occuperà di diritti degli anziani, delle donne, dei bambini e,
attraverso la Fondazione da lei istituita (e ancora oggi
attivissima), si occuperà di assistenza sociale, oltre che dei
problemi sindacali dei lavoratori argentini, acquistando e dirigendo,
fra l'altro, il giornale “Democracia” e fondando il Partito
Peronista Femminile.
La sua vita fu
purtuttavia di brevissima durata. Evita morì infatti nel 1952, ad
appena 33 anni, lasciandoci purtuttavia un documento fondamentale,
che racchiude il suo amore per il popolo e per Peron, oltre che il
suo testamento politico e spirituale: “La ragione della mia vita”,
pubblicato nel 1951 e divenuto poi testo fondamentale nelle scuole
dell'obbligo sino all'avvento delle dittature militari nel 1955, che
cacciarono Peron e abolirono il Partito Giustizialista o Partito
Peronista, da lui fondato e i cui fondamenti si sostanziavano (e si
sostanziano, ancora oggi) in: giustizia sociale, sovranità
nazionale, indipendenza economica.
“La ragione della mia
vita” è un inno al popolo ed alla dottrina giustizialista avviata
da Peron per un'Argentina libera, economicamente giusta e
politicamente sovrana attraverso la cooperazione fra il capitale ed
il lavoro, in chiave alternativa al capitalismo imperialista ed al
comunismo collettivista.
Nelle sue pagine Evita
riporta frasi significative, spesso piene di amarezza nei confronti
dell'esistenza delle diseguaglianze sociali: “Ricordo
nitidamente la tristezza provata nello scoprire che nel mondo c'erano
i poveri e i ricchi; e la cosa strana è che non mi addolorava tanto
l'esistenza dei poveri quanto il fatto di sapere che, al tempo
stesso, esistevano i ricchi"; oppure piene d'amore e
sentimento: "...ho capito che non deve essere molto difficile
morire per una causa che si ama. O più semplicemente: morire per
amore”.
Ed ancora: “Quando
sarà fatta giustizia non ci sarà più nessun povero” e,
ricordando una celebre frase di Peron a proposito del messaggio
d'amore del Cristo ed al cristianesimo praticato dagli uomini,
scrisse: “Non è il cristianesimo ad essere fallito. Sono gli
uomini che hanno sbagliato applicandolo male. Il cristianesimo non è
ancora stato applicato rettamente dagli uomini perché il mondo non è
mai stato giusto...il cristianesimo sarà una realtà quando l'amore
regnerà tra gli uomini e tra i popoli; ma l'amore giungerà solo
quando gli uomini e i popoli saranno giustizialisti”.
La terza parte de “La
ragione della mia vita” è invece dedicata alle donne ed al
messaggio di emancipazione che Evita vuole loro impartire, denigrando
la figura delle “femministe” inglesi, che si fanno uomini per
tentare di emanciparsi.
Evita, diversamente,
spiega alle donne che non devono affatto rinunciare alla propria
femminilità, dolcezza, altruismo, amore per la propria famiglia e
quindi all'orgoglio di essere donne. E vorrebbe che le casalinghe
ricevessero una retribuzione, pagata da tutti i lavoratori e dalle
donne medesime, che consentisse loro di essere economicamente
indipendenti dagli uomini e vedessero così ricompensate le faccende
domestiche e la cura dei propri figli, perché – ella afferma –
la missione delle donne è quella di creare e non di sacrificarsi.
In questo senso Evita
scrive, nel suo saggio: “Non disprezzo l'uomo, né la sua
intelligenza. Mi chiedo però: se in molti luoghi del mondo abbiamo
creato insieme famiglie felici, perché non possiamo creare insieme
un'umanità felice? Questo deve essere il nostro obiettivo:
guadagnarci il diritto di creare, insieme all'uomo, un'umanità
migliore”.
Ed ancora, ella scrive, a
proposito degli stereotipi secondo i quali la donna viene dipinta:
“...la donna non è vacua, leggera, superficiale,
vanitosa....egoista, fatale, romantica (…) la donna autentica si
rifugia nelle famiglie del popolo, di cui l'umanità si fa eterna.
Questa donna non è esaltata dagli intellettuali. Non ha storia. Non
dà ricevimenti. Non gioca a bridge. Non fuma. Non va all'ippodromo.
E' l'eroina che nessuno conosce. Neppure suo marito. Neppure i suoi
figli ! Di lei non si dirà mai nulla di raffinato, nulla di
spiritoso. Al massimo, dopo che sarà morta, i suoi figli diranno:
“Ora ci rendiamo conto di cosa era per noi”.
Parole forti, toccanti,
che Evita scrive per descrivere donne come lei, donne del popolo,
dimenticate persino dai propri uomini, ma che meritano riscatto.
Proprio quel riscatto che lei fornirà loro attraverso il diritto di
voto alle donne e con il Partito Peronista Femminile, composto da
sole donne ed espressione degli ideali di suo marito, Juan Domingo
Peron, l'uomo che ama e che fu una guida per coloro i quali, negli
anni precedenti al suo avvento al governo, erano sfruttati dagli
oligarchi e dagli imperialisti statunitensi ed europei.
Evita Peron, pur non
avendo avuto figli ed essendo morta molto giovane, è stata una vera
madre per il suo popolo e lo è anche oggi, se pensiamo che l'ex
Presidentessa dell'Argentina Cristina Fernandez de Kirchner si ispira
lei, così come numerosi movimenti e partiti
peronisti ancora presenti e oggi, purtroppo, all'opposizione di un
governo neo-oligarchico e liberal capitalista, quello di Javier
Milei.
E
proprio quei movimenti peronisti chiedono oggi, nel nome di Evita, la
liberazione dell'ex Presidentessa Kirchner, attualmente agli arresti
domiciliari, condannata per presunta corruzione, nell'ambito di un
processo politico contro di lei, e che ha ricevuto la solidarietà e
il sostegno anche da parte di numerosi leader socialisti
latinoamericani, fra i quali quella del Presidente Brasiliano Lula.
Vorrei concludere questo
ricordo di Evita – lei che rinunciò ad ogni onore e anche alla
Vicepresidenza dell'Argentina, preferendo rimanere una guida
spirituale - con l'ultima frase del suo testamento al popolo
argentino, estremamente toccante e commovente: “Le mie ultime
parole sono le stesse del principio: voglio vivere eternamente con
Peron e con il mio popolo. Dio mi perdonerà se preferisco restare
con loro, perché anche lui è tra gli umili; in ogni descamisado ho
sempre visto Dio che mi chiedeva un po' d'amore e non gliel'ho mai
negato”.
Il Nicaragua Sandinista,
guidato da Daniel Ortega e dalla moglie, Rosario Murillo, ha
commemorato, il 4 maggio, la Giornata della Dignità Nazionale, in
onore del rivoluzionario Augusto Cesar Sandino, il quale, il 4 maggio
1927, respinse il cosiddetto Patto di Espino Negro, ovvero un accordo
che gli Stati Uniti d'America imposero per mantenere il governo
conservatore al potere.
Fu questo l'inizio della
lotta armata sandinista, che portò alla sconfitta dell'esercito
statunitense, sei anni dopo e alla fine dell'occupazione statunitense
del Nicaragua.
Gli USA, infatti,
occupavano il Nicaragua sin dal 1912 e lo consideravano un loro
protettorato. Protettorato di strategico interesse per gli yankee e
per due ragioni: la prima l'influenza degli Stati Uniti d'America sul
Canale di Panama; la seconda i forti interessi economici nella
produzione di tabacco, banane, zucchero di canna che l'impresa
statunitense United Friut Company deteneva nel Paese.
Ne conseguiva che, i
governi del Nicaragua, conservatori, erano – sin da allora -
sostenuti e decisi a tavolino dagli USA.
Augusto Cesar Sandino era un umile bracciante
agricolo e si pose a capo della resistenza contro l'oppressore
statunitense, che disponeva addirittura di aerei in grado di
bombardare vaste aree del Paese.
La lotta sandinista, per
molti versi, anticipò la guerra del Vietnam. Un popolo oppresso in
lotta contro un colosso. Un popolo di descamisados, fiero delle
proprie origini e desideroso di emanciparsi, contro una dittatura
(che si finge “democrazia”) fondata – ieri come oggi - sul
danaro, la sopraffazione, lo sfruttamento del prossimo e sul
business.
Un popoli che finirà,
dunque, per trionfare.
Quella di Sandino,
influenzato dagli ideali anarcosindacalisti e antimperialisti, sarà
sempre una lotta di liberazione nazionale e mai ideologica. Rifiuterà
sempre di essere riconosciuto quale marxista. Egli, come peraltro
affermerà in alcune delle interviste rilasciate, non appartenne
nemmeno ad alcuna religione, ma la sua fu una fede teosofica (la
Società Teosofica fu fondata dall'occultista russa Madame Blavatsky
nel 1875) e questa lo porterà anche a farsi iniziare in Massoneria.
La fede nella teosofia è
alla base non solo del suo credo, ma anche dei principi che infonde
nel suo stesso esercito.
Sandino infatti, il 15
febbraio 1931, redige un manifesto che intitola “Luce e Verità”,
nel quale spiega che è un “impulso divino quello che anima e
protegge il nostro esercito”. E spiega che “il principio
di tutte le cose è l'Amore, cioè Dio” e che “l'unica
figlia dell'Amore è la Giustizia Divina”.
Egli infatti, secondo i
principi teosofici, considera tutti gli esseri fratelli e così i
suoi compagni di lotta. Pur avendo un'istruzione da autodidatta,
Sandino, come riportato anche dai giornalisti che lo intervistarono,
è dotato di profonda sensibilità interiore e di una grande fede
nella trascendenza.
Egli identifica la sua
battaglia per spezzare le catene del suo popolo dall'oppressione come
una battaglia Divina contro l'ingiustizia. Una battaglia non carica
di astio e di odio contro l'avversario, ma carica di Amore e di senso
di Giustizia.
La medesima visione
spirituale e politica, peraltro, la ebbe, decenni prima, il nostro
Giuseppe Garibaldi, teosofo e massone anch'egli (oltre che amico di
Madame Blavatsky, che iniziò egli stesso in Massoneria) e anch'egli
Generale in lotta contro gli oppressori. Sia in America Latina che in
Italia.
E, come Garibaldi, anche
Sandino rifiutò sempre di essere definito un marxista e sicuramente
mai fu tale, né mai fu materialista. Ma, come Garibaldi, si ispirerà
a una sorta di socialismo spirituale e teosofico, che ha animato
spesso i condottieri e i leader latini (pensiamo anche a Juan Domingo
Peron e a Hugo Chavez).
In una delle ultime
interviste che gli venne fatta, nel 1933, contenuta nel saggio, alla
domanda se egli creda o meno nella trasformazione della società a
opera dello Stato, egli risponde: “La riforma è interiore. Lo
Stato può cambiare l'esterno, la facciata apparente. Noi sosteniamo
che ciascuno deve avere il necessario, che ciascuno deve essere
fratello e non lupo. Il resto è pressione meccanica esteriore e
superficiale. Naturalmente anche l'intervento dello Stato è
necessario”.
Sandino uscì dunque
vittorioso nella sua lotta, conclusasi nel 1933, con il ritiro delle
truppe statunitensi e un accordo di pace con il nuovo Presidente
liberale Juan Batista Sacasa.
L'anno successivo fu
purtuttavia assassinato - assieme ai generali Estrada e Umanzon - su
ordine di Anastasio Somoza Garcia, capo della Guardia Nacional e
nuovo dittatore del Paese.
Il figlio di Somoza,
Anastasio Somoza Debayle sarà, ad ogni modo, sconfitto dagli eredi
politici di Sandino, nel 1979. Da quel Frente Sandinista di
Liberazione Nazionale che, ancora oggi, governa pacificamente il
Nicaragua, guidato da Daniel Ortega e Rosario Murillo.
Il governo sandinista
odierno, in occasione del ricordo della lotta di Sandino, ha ribadito
di voler promuovere un modello di sviluppo fondato sulla giustizia
sociale, il rispetto reciproco, la non ingerenza e la sovranità
nazionale.
A pochi giorni dalle
elezioni parlamentari, che si terranno il 26 ottobre prossimo, la
piazza peronista argentina si mobilita per celebrare l'80esimo
anniversario del “Giorno della Lealtà”, festeggiato in Argentina
ogni 17 ottobre.
Tale anniversario è
particolarmente importante, perché ricorda la grande mobilitazione
sindacale e operaia che, il 17 ottobre 1945, ottenne la liberazione
dell'allora colonnello Juan Domingo Peron, il quale aveva guidato,
due anni prima, un movimento sociale comprendente socialisti e sindacalisti rivoluzionari, promuovendo i diritti dei lavoratori
attraverso le sue funzioni di Ministro del Lavoro e della Previdenza
Sociale.
Il suo arresto fu
ordinato dai suoi oppositori, sostenuto anche dall'immancabile
ambasciatore-destabilizzatore USA di turno, ma la mobilitazione
popolare portò al suo rilascio.
Il 17 ottobre è
considerata, in Argentina, la data di fondazione del Peronismo o
Giustizialismo, corrente del socialismo che, ancora oggi, porta
avanti giustizia sociale, indipendenza economica, sovranità
nazionale e diritti civili e che condusse Peron al governo, attraverso
le elezioni presidenziali del febbraio 1946, sostenuto dal Partito
Laburista.
Ancora oggi, i
sostenitori di Juan Domingo e Evita Peron, la sua indimenticata
consorte, scendono in piazza, non solo per celebrare il Peronismo, ma
anche per chiedere a gran voce la liberazione dell'ex Presidentessa
peronista Cristina Fernandez de Kirchner, agli arresti domiciliari
per un'ingiusta condanna per corruzione, che le impedisce di
candidarsi alle elezioni parlamentari.
La marcia dei movimenti
sociali e sindacali è culminata difronte alla residenza dell'ex
Presidentessa, a Buenos Aires, e, come accade da mesi – nel corso
delle varie mobilitazioni popolari - ha denunciato le politiche di
persecuzione politico-giudiziaria contro l'esponente peronista.
Gli
organizzatori, puntando il dito contro l'attuale regime liberal
capitalista del trumpiano e filo statunitense Javier Milei, hanno
affermato che “ottant’anni
dopo,ilperonismo
riunisce il popolo argentino
davanti a una
realtà che riproduce
vecchi
attacchi contro
i diritticonquistati:
tagli al
lavoro e alle
pensioni; precarizzazione dell’occupazione; smantellamento dello
Stato;
consegna delle risorse
nazionali e
scarsa considerazioneper la
salute e
l’istruzione
pubblica”.
Il
Peronismo sta tornando in Argentina. E, allo stesso modo, il
Socialismo non si piegherà, nel resto dell'America Latina, ai diktat
dell'ipocrita e per nulla democratico regime suprematista bianco a
Stelle e Strisce che, nonostante i numerosi e storici tentativi di
destabilizzazione, golpe e embarghi vari (in Venezuela, a Cuba, in
Nicaragua, ma l'elenco è lunghissimo), è sempre stato respinto.
E
se non lo sarà oggi, lo sarà domani.
Perché
il riscatto dei popoli oppressi è una realtà inarrestabile, che
nessun regime, men che meno quello fondato sul danaro e su una finta
idea di libertà, potrà fermare.
E dopo aver perso le
elezioni nella provincia di Buenos Aires, lo scorso 7 settembre, il
regime liberal capitalista di Javier Milei, ha perduto anche
l'appoggio del Congresso argentino, che mercoledì scorso ha votato,
a larghissima maggioranza, contro i veti che egli aveva posto contro
due leggi che prevedevano maggiori finanziamenti nell'ambito
dell'assistenza pediatrica (aumento di stipendio per tutti gli
operatori sanitari e acquisto di forniture per gli ospedali
pediatrici) e delle università pubbliche.
L'opposizione peronista
ed anche diversi deputati un tempo sostenitori di Milei, bocciando tali veti, hanno dunque approvato in via definitiva le due leggi.
Grande esultanza di gran parte della popolazione argentina, che è scesa festante
nella piazza di fronte al Congresso e in diverse città argentine
quali Rosario, Córdoba, Santa Fe e Tucumán.
Una folla in festa si è
riunita – cantando canzoni peroniste, dedicate alla memoria di
Evita e Juan Domingo Perón, ma anche dell'ex Presidente peronista
Nestor Kirchner - anche sotto al balcone dell'abitazione dell'ex
Presidentessa argentina, la peronista Cristina Fernandez de Kirchner,
agli arresti domiciliari con la pretestuosa accusa di corruzione.
Cristina Kirchner, che
non potrà presentarsi alle elezioni legislative del prossimo 26
ottobre, è diventata il simbolo della lotta peronista contro il
regime liberal capitalista di Milei e le sue politiche di macelleria
sociale (dalla scuola alla sanità) e di distruzione dei diritti
civili.
Cristina Kirchner, sui
social ha commentato, in merito: "Oggi la Camera dei Deputati della Nazione ha respinto i veti di Javier Milei contro le leggi sull'emergenza in pediatria e sul finanziamento universitario.
Al 1111 di San Jose, il Paese non cambia idea... segue le bandiere di Evita e Perón... Difende la salute dei bambini e l'Università Pubblica".
Alle elezioni della
provincia di Buenos Aires, di domenica 7 settembre, che hanno
rinnovato metà dell'Assemblea Legislativa provinciale, la coalizione
peronista di centrosinistra, socialista e populista di sinistra,
Fuerza Patria, ha conquistato ben il 47,3% dei consensi, superando di
gran lunga l'attuale coalizione di governo liberal-capitalista e di
estrema destra, La Libertad Avanza, che si è fermata al 33,7%.
A seguire la coalizione
peronista centrista, alleata ai radicali, Somos Buenos Aires, con il
5,3% e il trotzkista Fronte di Sinistra e dei Lavoratori con il 4,4%.
Le altre liste hanno ottenuto meno del 3% dei voti.
Fuerza Patria, che ha
ottenuto il record dei voti nelle zone rurali, è stata fortemente
sostenuta dall'ex Presidentessa peronista Cristina Kirchner,
attualmente agli arresti domiciliari a causa di una ingiusta
condanna dalla Corte Suprema argentina, per presunta corruzione
relativa al periodo nel quale governò il Paese.
Cristina Kirchner, per
festeggiare la vittoria del peronismo alle elezioni di Buenos Aires,
è apparsa sul balcone di casa sua, indossando una maglia con un
cuore rosso al centro e ha ringraziato la folla in festa.
L'ex Presidentessa,
paladina dei diritti sociali e civili, assieme al marito Nestor,
durante i loro anni di buongoverno, è sempre stata fortemente
critica, anche sui social, nei confronti delle politiche di
macelleria sociale attuate dal governo di estrema destra presieduto
da Javier Milei, il quale ha vinto le elezioni, purtroppo, a causa di
divisioni interne nel fronte peronista, che hanno favorito gli
oppositori.
Ed ha invitato
l'elettorato argentino, anche sui social, a sostenere i peronisti
alle elezioni legislative del 26 ottobre prossimo, alle quali lei,
purtroppo, non potrà essere candidata.
Il governo Milei, leader
del partito liberal-capitalista La Libertad Avanza, è stato
duramente contestato dalla piazza argentina, nell'ultimo anno, a
causa delle sue politiche di distruzione dello stato sociale, di
smantellamento dell'apparato pubblico e per aver addirittura negato
l'esistenza della sanguinaria e terrorista dittatura militare che
governò il Paese, dal 1976 al 1983.
Lo slogan della piazza
peronista, in questi mesi, è stato “Mai Più”, riferendosi al
non voler mai più ritornare ai tempi della dittatura militare
antiperonista, che ha causato la scomparsa di migliaia di dissidenti
(i cosiddetti desaparecidos), rapito bambini, compiuto violenze e
torture, con l'appoggio dei governi USA.
Fu grazie al governo
peronista di sinistra di Nestor Kirchner, se il regime criminale di
Jorge Videla fu denunciato, con oltre 1.200 persone, legate al regime
militare, finalmente condannate e con Videla condannato a due
ergastoli e a 50 anni di carcere.
Il peronismo argentino,
che ebbe come fondatori e paladini il Presidente e Generale Juan
Domingo Peron (1895 - 1974) e sua moglie Evita (1919 - 1952), con la sua dottrina fondata su
giustizia sociale, sovranità nazionale, indipendenza economica e
unità del mondo latinoamericano e del Terzo Mondo, contro ogni forma
di colonialismo e di imperialismo, sta dunque tornando sulla cresta
dell'onda ed è pronto a rovesciare democraticamente il nuovo regime
– tanto amato dalla Meloni (che ha concesso a Milei addirittura la
cittadinanza italiana...sic!) e da Trump - fondato su egoismo,
avvicinamento al regime USA ed ai suoi pessimi satelliti e che ha
impedito all'Argentina di aderire ai BRICS.
L'indimenticato
Presidente argentino Juan Domingo Peron, di cui ho molto scritto, in
particolare alcuni anni fa, anche nei miei più recenti saggi
socio-politici quali “Amore e Libertà” e “Ritratti del
Socialismo”, è, come ho sempre sottolineato, figura emblematica
per comprendere il presente.
Presente, in particolare,
di un Sud del mondo che chiede riscatto e emancipazione.
Un Sud del mondo, oltre i
blocchi contrapposti, già teorizzato dai promotori della Conferenza
di Bandung e del Movimento dei Non Allineati, quali l'allora Premier
cinese Zhou Enlai, quello indiano Nehru, il Presidente indonesiano
Sukarno, quello jugoslavo Tito e il Premier egiziano Nasser.
Un Sud del mondo che, a
differenza del Primo e del Secondo Mondo, ha saputo trarre spesso
insegnamento da un socialismo adatto ai tempi, riformatore, adattato
alle circostanze e alla mentalità dei popoli nei quali si stava
edificando.
Fosse esso socialismo con
caratteristiche cinesi; l'autogestione jugoslava e libica; il
giustizialismo peronista; il modello dei kibbutz israeliani o altre
vie nazionali e democratiche al socialismo.
Il Presidente Peron, che
governò l'Argentina, anche con il determinante supporto della moglie
Evita - dal 1946 al 1955 – seppe garantire al Paese risultati
concreti, togliendo la proprietà terriera ai ricchi oligarchi e
distribuendola ai ceti più poveri; nazionalizzando i settori chiave
dell'economia (dalle banche alle ferrovie sino alla flotta mercantile
ed alla produzione di petrolio, riuscendo a far cedere il controllo
dell'economia dalla Gran Bretagna - che di fatto ne muoveva i fili -
al governo argentino stesso, il quale, fra l'altro, incoraggiò molto
il cooperativismo agricolo).
In tal modo i ceti
proletari videro aumentare il loro reddito del 55%; si ebbe un
aumento del PIL del 4% ed il passaggio del debito pubblico dal 68%
al 57%, nei dieci anni di governo di Juan Domingo Peron.
L'Argentina peronista
smise dunque di dipendere dall'estero, evitò di indebitarsi con le
potenze straniere, aumentò le esportazioni ed avviò una politica
estera di equidistanza sia dagli Stati Uniti d'America che dall'URSS
(la famosa Terza Posizione antimperialista rilanciata più volte da
Peron, da non confondere con insane forme di fascismo, totalmente
estranee al pensiero di Peron e Evita, la quale fu peraltro molto
amica della Premier laburista israeliana Golda Meir).
Molto importanti anche
l'introduzione delle leggi sul divorzio (molti decenni prima rispetto
all'Italia) e volte a sopprimere l'educazione religiosa nelle scuole
e a legalizzare la prostituzione.
Il carattere
profondamente laico di Peron (che pur fu sempre profondamente
cristiano), peraltro, gli costò la scomunica da parte del Papa dei
cattolici Pio XII.
Purtroppo, poco dopo la
morte prematura di Evita, che gli causò forte sofferenza, le
conquiste sociali e civili del peronismo, invise al clero, alla casta
militare conservatrice e agli USA, saranno distrutte da un golpe
guidato, nel settembre 1955, dal generale Pedro Eugenio Aramburu, che
costrinse il Presidente Peron a fuggire in esilio in Spagna, sino al
1972, anno nel quale tornerà in Argentina, peraltro accompagnato –
fra gli altri - dal prof. Giancarlo Elia Valori, suo portavoce in
Italia e grande manager e analista internazionale.
In Spagna, ad ogni modo,
non si diede mai per vinto e scrisse persino un ottimo libro, nel
1967, dal titolo “L'ora dei popoli” (e di cui ho ampiamente
scritto nei miei saggi), ove inizia a elaborare le sue teorie sul
riscatto sociale e civile del Terzo Mondo, sfruttato
dall'imperialismo capitalista e a teorizzare la nascita e lo
sviluppo di un nuovo ordine multipolare, peraltro in sintonia con
quanto promosso – nel corso degli Anni '70 e '80 - dal Presidente
comunista rumeno Nicolae Ceausescu, già autonomo da Mosca e molto
amico, in Italia, dei socialisti di Bettino Craxi e del PSDI di
Pietro Longo e che incontrerà Peron nel marzo 1974, pochi mesi prima
della sua scomparsa.
In tale testo, fra le
altre cose, egli scrisse: “Il giustizialismo si fonda su tre
grandi premesse: 1) La necessità di promuovere una riforma che il
mondo dei nostri giorni, con la sua inarrestabile evoluzione, stava
segnalando come un imperativo ineludibile. 2) La necessità di una
integrazione latino-americana per creare, grazie ad un mercato
ampliato, senza frontiere interne, le condizioni più favorevoli al
nostro sviluppo; per migliorare il tenore di vita dei nostri 200
milioni di abitanti; per creare le basi dei futuri Stati Uniti
Latino-Americani, posto che spetta all'America Latina nelle questioni
mondiali. 3) L'opportunità di realizzare un'integrazione storica che
permetta di consolidare quella liberazione per la quale lottano oggi
quasi tutti i popoli sottomessi.
La lotta in favore dei
popoli sottomessi, infatti, fu la costante del pensiero e dell'azione
di Juan Domingo Peron. La sua posizione politica, infatti, coincideva con
quel Terzo Mondo sfruttato e depredato dagli USA e, in tal proposito,
scriveva, anche riferendosi alla dittatura antiperonista che stava in
quegli anni martoriando l'Argentina: “I governi usurpatori di
quelle dittature che pretendono di affermare la propria esistenza con
la protezione straniera non possono durare. I governi militari e
imposti dal Pentagono e dal Fondo Monetario Internazionale,
incorreranno nella stessa sorte in Vietnam come in America Latina, in
quanto nulla di stabile può essere fondato sull'infamia”.
Un messaggio che è di
grande attualità, perché parla, fra le altre cose, di
decolonizzazione, di sovranità, autodeterminazione dei popoli, di
andare oltre i blocchi contrapposti e soprattutto di difesa
dell'ambiente e di lotta contro la distruzione delle risorse
naturali.
Ne vorrei riportare,
tradotti, alcuni stralci:
“Quasi trent'anni
fa, quando il processo di decolonizzazione contemporanea non era
ancora iniziato, abbiamo annunciato la Terza Posizione in difesa
della sovranità e dell'autodeterminazione delle piccole nazioni, di
fronte ai blocchi in cui erano divisi i vincitori della Seconda
Guerra Mondiale.
Oggi, quando queste piccole nazioni sono
cresciute di numero e costituiscono il gigantesco e multitudinario
Terzo Mondo, un pericolo più grande - che colpisce tutta l'umanità e
mette in pericolo la sua stessa sopravvivenza - ci costringe a porre
la questione in termini nuovi, che vanno al di là di quelli
strettamente politici, che superano le divisioni partigiane o
ideologiche ed entrano nella sfera delle relazioni dell'umanità
con la natura. Crediamo che sia giunto il momento per tutti i
popoli e i governi del mondo di prendere coscienza della marcia
suicida che l'umanità ha intrapreso attraverso l'inquinamento
dell'ambiente e della biosfera, lo sperpero delle risorse
naturali, la crescita sfrenata della popolazione e la
sopravvalutazione della tecnologia, e la necessità di invertire
immediatamente la direzione di questa marcia, attraverso un'azione
internazionale congiunta. (...) Le cosiddette "Società
dei Consumi" sono, in realtà, sistemi sociali di spreco
massiccio, basati sulla spesa, per il piacere che il profitto
produce. Viene sperperata attraverso la produzione di beni
necessari o superflui, e tra questi, a quelli che dovrebbero
essere di consumo durevole, viene intenzionalmente assegnata una
certa vita perché il rinnovamento produce profitti. Milioni
vengono spesi in investimenti per cambiare l'aspetto degli
oggetti, ma non per sostituire i beni dannosi per la salute umana,
e anche nuove procedure tossiche vengono utilizzate per soddisfare
la vanità umana. Ad esempio, bastano le auto attuali che avrebbero
dovuto essere sostituite da altre con motori elettrici, o il piombo
tossico che viene aggiunto alla benzina semplicemente per
aumentarne l'irritazione. Non meno grave è il fatto che i
sistemi sociali dispendiosi dei paesi tecnologicamente più
avanzati funzionano attraverso il consumo di enormi risorse
naturali fornite dal Terzo Mondo. In questo modo, il problema
delle relazioni all'interno dell'umanità è paradossalmente
duplice: alcune classi sociali – quella dei Paesi a bassa
tecnologia in particolare – subiscono gli effetti della fame,
dell'analfabetismo e delle malattie, ma allo stesso tempo le
classi sociali e i paesi che basano il loro eccesso di consumo
sulla fame. Né sono nutriti razionalmente, né godono di una
cultura autentica o di una vita spiritualmente o fisicamente sana.
Lottano in mezzo all'ansia e alla noia, e ai vizi prodotti
dall'ozio mal usato.
(…)”
Discorso profondamente
attuale e lungimirante.
Spiace che l'Argentina di
oggi sia finita nelle mani di pericolosi liberal capitalisti dal
piglio folle e fondamentalista come Javier Milei, che – con le sue
politiche antiperoniste e antisociali - la sta riportando indietro
di decenni.
Spiace che l'ex
Presidentessa peronista Cristina Kirchner – degna erede di Peron e
Evita e grande promotrice dei diritti sociali e civili - sia messa,
ancora oggi, alla gogna mediatico-giudiziaria... come accadde già
con l'ottimo Presidente brasiliano Lula Da Silva e con il nostro
Bettino Craxi.
Evita Peron, ad ogni
modo, disse: “Volveré y seré millones”. “Tornerò e sarò
milioni”.
Milioni di popoli
sfruttati, in marcia, per il loro riscatto sociale, civile, morale,
spirituale.
Che il Presidente liberal
capitalista dell'Argentina, Javier Milei, sia un pericolo per la
democrazia e la stabilità nel suo Paese lo si poteva capire sin
dalla sua sgangherata discesa in campo, nell'autunno scorso.
Una discesa in campo
contro il peronismo e il socialismo, che hanno saputo garantire,
storicamente, democrazia, diritti civili, diritti sociali e
stabilità, a differenza delle follie liberali e capitaliste che –
laddove governano – portano unicamente distruzione e negazione
della democrazia, in tutto il Mondo, dagli USA all'UE sino alla
Russia putiniana liberal capitalista, appunto.
L'Argentina democratica e
peronista, con in testa le Madri di Plaza de Mayo, è scesa in
piazza, il 24 marzo scorso, marciando contro Milei, che sta
distruggendo lo stato sociale argentino, smantellando l'apparato
pubblico, oltre che negando l'esistenza della sanguinaria e
terrorista dittatura militare che governò il Paese, dal 1976 al
1983. E ciò lo sta facendo persino con discutibili spot televisivi.
Decine di migliaia le
persone scese in piazza – fra le quali attivisti per i diritti
umani, sindacalisti, militanti peronisti e di sinistra, ma anche
persone comuni - in difesa della democrazie nelle grandi città del
Paese, con lo slogan “Never More” (Mai Più).
Milei giustifica le
azioni dello Stato argentino durante il regime militare. Quello che
ha fatto scomparire migliaia di dissidenti (i cosiddetti
desaparecidos), rapito bambini, compiuto violenze e torture.
Quel regime antiperonista
e antisocialista – retto dal criminale Jorge Videla – che solo
negli Anni 2000, grazie alla Presidenza del peronista di sinistra
Nestor Kirchner, fu dichiarato criminale e da perseguire (ben 1200
persone legate al regime militare furono condannate) e Videla – che
non volle mai svelare l'identità delle sue vittime - fu condannato a
due ergastoli e 50 anni di carcere.
Milei si permette di
mettere in dubbio il terrorismo della dittatura militare e il numero
dei desaparecidos, che furono almeno 30.000.
Milei giustifica quel
regime criminale e sembra prepararne uno nuovo, il suo.
La Presidente delle Nonne
di Plaza de Mayo, la 93enne Estela de Carlotto (la cui figlia, Laura
Estela Carlotto fu rapita e fatta sparire dal regime militare, mentre
era in attesa di suo figlio, alla fine del 1977), ha dichiarato, che
Milei “E' un personaggio strano. Facciamo qualcosa per fare in
modo che cambi o che se ne vada via presto, una delle due cose”,
aggiungendo che “Bisogna stancarlo affinché se ne vada”.
Cosa che i sinceri
democratici di tutto il mondo dovrebbero augurarsi.
Purtroppo non sempre,
anzi forse di rado, le elezioni cosiddette “democratiche” (ma
davvero le elezioni sono uno strumento democratico, visto che nella
Storia hanno portato al potere le peggiori dittature? La democrazia
autentica, diretta, è un'altra cosa, direi) hanno portato al governo
figure lungimiranti.
In Argentina solo il
peronismo storico e quello più recente di sinistra, dei coniugi
Nestor e Cristina Kirchner, ha saputo garantire quella democrazia
sociale e civile di cui il Paese, tutta l'America Latina e tutti
coloro i quali anelano alla democrazia, hanno bisogno.
La grande Evita Peron,
all'indomani di una sconfitta disse: “Torneremo e saremo milioni”.
Domenica 19 novembre
prossima si terrà il secondo turno delle elezioni Presidenziali
argentine, che vedrà contrapposta la civiltà del peronista Sergio
Massa, candidato della coalizione peronista, socialista e comunista
“Unione per la Patria”, che al primo turno ha incassato il 36,68%
dei voti e la barbarie incarnata da Javer Milei, esponente della
destra antiperonista e anticomunista, che al primo turno aveva
ottenuto il 29,98%, con la sua coalizione “La Libertà Avanza”.
Mai leader furono più
diversi e opposti fra loro.
Massa, avvocato di
origine italiana, classe 1972, peronista di sinistra, Ministro
dell'Economia del governo uscente presieduto da Alberto Fernandez,
sostenitore dei diritti sociali, dei diritti civili e di una politica
estera multipolare e di integrazione dell'Argentina con i BRICS.
Milei, assurdo sin dalla
sua assurda e folta capigliatura, conduttore radiofonico, classe
1970. Un programma che va dalla distruzione dello stato sociale,
della sanità e della scuola pubbliche, fino abolizione dell'aborto,
passando per il complottismo e il negazionismo per quanto riguarda il
terrorismo di Stato in Argentina durante la dittatura militare
anti-peronista e l'avvicinamento dell'Argentina al dollaro USA.
Una sciagura per
l'Argentina, se malauguratamente dovesse vincere!
A livello internazionale,
con Massa, si sono subito schierati il Presidente del Brasile Lula da
Silva e il Presidente spagnolo Pedro Sanchez. Quest'ultimo ritiene
che “Sergio Massa rappresenta
l'impegno per la convivenza democratica, per l'armonia e offre un
progetto di unità, solidarietà, con opportunità per tutti”.
Il
Presidente socialista Lula, in merito al suo sostegno a Massa ha
affermato che “Ho buoni rapporti con
molti ex Presidenti argentini. E chiedo che gli argentini ricordino
che abbiamo bisogno di un Presidente che apprezzi la democrazia e
valorizzi le relazioni tra i nostri Paesi”.
Al
fianco del candidato peronista Massa anche altri leader socialisti
latinoamericani, fra cui il Presidente del Messico, Manuel López
Obrador, il quale – in conferenza stampa - ha definito Milei un
“fascista ultraconservatore”
che “E' perfino contro il Papa. Chiama
comunista il Papa, perché il Papa è a favore della giustizia”
e ha aggiunto che “Papa Francesco è
uno dei Papi più coerenti che ci siano stati nella storia della
Chiesa, più legato alla dottrina dell'amore del prossimo e della
difesa dei poveri”. Obrador ha poi
proseguito esaltando altri grandi argentini quali Juan Domingo Peron,
lo scrittore Jorge Luis Borges e il calciatore Diego Armando
Maradona.
Anche
il Presidente di sinistra del Cile, Gabriel Boric, infine, ha
criticato le proposte di Javier Milei, in particolare in politica
estera, sostenendo che sarebbe assurdo per l'Argentina e, in
generale, per l'America Latina, interrompere gli accordi di libero
scambio con la Cina, con la quale ha ottimi relazioni bilaterali da
oltre 50 anni.
Il mondo
democratico-socialista è con Massa. Il fronte liberal-capitalista
con Milei.
Domenica 22 ottobre
scorsa si è tenuto il primo turno delle elezioni Presidenziali in
argentina e, al primo posto, si è piazzato Sergio Massa, candidato
della coalizione governativa peronista, socialista e comunista
“Unione per la Patria”, che ha conseguito il 36,68% dei voti.
Al secondo posto e andrà
al ballottaggio con Massa, il prossimo 19 novembre, il candidato
della destra libertaria Javier Milei, sostenuto dalla coalizione
antiperonista e anticomunista “La Libertà Avanza”, con il 29,98%
dei voti.
La candidata liberale di
centrodestra, Patricia Bullrich, sostenuta da “Insieme per il
cambiamento” si è fermata, invece, al 23,83%.
A seguire il candidato
peronista di centro Juan Schiaretti, sostenuto dalla coalizione
centrista peronista “Facciamolo per il nostro Paese”, che ha
ottenuto il 6,78% e, infine, la candidata della sinistra estrema e
trotzkista Myriam Bregman, sostenuta dal “Fronte della Sinistra e
dei Lavoratori”, la quale ha ottenuto il 2,7% dei consensi.
Sergio Massa, avvocato di
origine italiana, classe 1972, candidato dei peronisti di sinistra e
sostenuto da un'ampia coalizione peronista, socialista democratica e
comunista, un passato giovanile nell'area liberale, aderì negli Anni
'90 al peronismo e, nel corso degli anni 2000, al peronismo di
sinistra rappresentato da Nestor e Cristina Kirchner.
Dopo una lunga carriera
politica, è stato nominato, nel 2022, Ministro dell'Economia del
governo presieduto dal peronista di sinistra Alberto Fernandez, di
cui si appresta a diventare successore.
Erede della tradizione di
Evita e Juan Peron, che ebbe come slogan “Giustizia sociale,
indipendenza economica e sovranità nazionale”, lo è anche della
tradizione kirchnerista che, accanto ai capisaldi del peronismo
storico, coniuga diritti sociali, emancipazione delle classi
lavoratrici, diritti civili e una politica estera multipolare e
aperta ai BRICS.
Sul fronte opposto Javier
Miliei, capigliatura folta e assurda, economista e conduttore
radiofonico, classe 1970. Definito dai media esponente di “estrema
destra”, è un libertario di destra molto sui generis. Del Partito
Libertario da cui proviene, infatti, non condivide le posizioni in
materia di aborto ed è contrario all'educazione sessuale nelle
scuole. Note sono, inoltre, le sue posizioni complottiste su varie
questioni e negazioniste per quanto riguarda il terrorismo di Stato
in Argentina durante la dittatura militare anti-peronista. Il suo
programma va dai tagli drastici alla spesa pubblica, passando per
l'avvicinamento dell'Argentina al sistema monetario statunitense,
all'allontanamento del Paese dalla Cina e dal Brasile (e, più in
generale, dal gruppo dei BRICS), fino alla privatizzazione di tutto
ciò che può essere privatizzato (fino al settore scolastico).
Inutile dire che, con una
sua elezione alla Presidenza, l'Argentina farebbe certamente passi
indietro di decenni, sia in materia di conquiste civili che sociali.
Difficile dire se,
quantomeno, i voti dei peronisti di centro di Juan Schiaretti e
quelli della sinistra più estrema di Myriam Bregman, possano confluire, il
prossimo 19 novembre, a Sergio Massa.
Certo, il 19 novembre
prossimo, sarà per gli argentini più che un ballottaggio. Sarà lo
scontro fra la civiltà del peronismo e del socialismo, contro la
barbarie di uno sconsiderato conduttore radiofonico dalla pettinatura
bizzarra che, scimmiottando i suoi compari di capigliatura – Donald
Trump e Boris Johnson - può far tornare l'Argentina nel baratro
sociale, economico e civile.
Due importanti
avvenimenti, vengono ricordati e celebrati il 26 luglio, in America
Latina.
A Cuba si celebra il
69esimo anniversario degli assalti alle fortezze militari di Moncada
e Carlos Manuel de Cespedes, nella Cuba orientale, avvenuti il 26
luglio 1953.
Avvenimento che diede
inizio alla Rivoluzione cubana contro la dittatura del corrotto
Fulgencio Batista, sostenuto dagli USA.
“La Storia mi
assolverà”, dichiarò Fidel Castro, a capo di quell'impresa di
liberazione nazionale e di emancipazione delle classi oppresse, nel
segno di José Martì, Eroe nazionale cubano al quale, assieme a Marx
e Lenin, Fidel Castro e Che Guevara e tutti i loro compagni
rivoluzionari, si ispireranno per le loro imprese.
Distribuzione della
terra, istruzione e sanità pubbliche e gratuite per tutti, alloggi
gratuiti e lotta alla corruzione, questo il programma che portà
all'edificazione della Repubblica socialista di Cuba che, ancora
oggi, resiste a un criminale embargo imposto dagli USA.
L'attuale Presidente di
Cuba e Primo Segretario del Partito Comunista di Cuba, Miguel
Diaz-Canel, ha presieduto alle celebrazionie, fra balli, musica e
divertimento e ha, fra le altre cose, tenuto un incontro con circa
200 attivisti provenienti da Puerto Rico e dagli USA.
In Italia, i circoli
dell'Associazione di Amicizia Italia-Cuba, presieduta da Irma Dioli,
sono scesi in piazza per ricordare tale storico avvenimento e
difendere il processo rivoluzionario dell'Isola caribica.
Anche l'Argentina, questo
26 luglio, ha avuto le sue celebrazioni, in ricordo del 70esimo
anniversario della morte di Evita Peron, moglie del Presidente
socialista Juan Domingo Peron.
Morta a soli 33 anni, il
26 luglio 1952, Evita ispirò fortemente l'azione emancipatrice del
marito nei confronti delle classi popolari e più povere.
Evita, infatti, si occupò
direttamente, presso il Ministero del Lavoro, dei diritti degli
anziani, delle donne e dei bambini e, attraverso la Fondazione da lei
istituita, si occuperà di assistenza sociale e dei problemi
sindacali dei lavoratori argentini.
Fu direttrice del
giornale “Democracia”, fondò il Partito Peronista Femminile e si
battè per l'introduzione del diritto di voto alle donne.
In Argentina, l'attuale
governo peronista presieduto da Alberto Fernandez e Cristina
Kirchner, attraverso il Ministero della Cultura e gli istituti
culturali di ricerca storica dedicati a Evita Peron, hanno voluto
celebrarla con musica dal vivo, performance, proiezioni ed eventi
culturali.
Il pensiero peronista e
quello castrista furono spesso e sempre in sintonia e rappresentano,
ancora oggi, un faro per il socialismo latinoamericano e mondiale.
Juan Peron, anche nei
suoi ultimi anni di vita, ebbe sempre parole di stima nei confronti
di Che Guevara e Fidel Castro.
A quest'ultimo, il 24
febbraio 1974, scrisse peraltro una lettera nella quale - fra le
altre cose - affermò: “Le rivoluzioni non possono essere
identiche in tutti i Paesi perché non tutti i Paesi sono uguali, né
tutti i popoli hanno le stesse idiosincrasie. È necessario che
ciascuno agisca all'interno della propria sovranità con i propri
metodi. Ma non c'è dubbio che la necessità dell'unità
latinoamericana sarà l'unica possibilità di vera libertà per il
nostro continente. Dobbiamo tutti immediatamente concorrere a questo
obiettivo, per poter alzare la voce con sicurezza e sostegno
all'interno di quel Terzo Mondo che garantirà il nostro futuro
sviluppo e libertà nella sfera economica, politica e sociale. Sia
tu, amico Fidel, sia io, abbiamo trascorso molti anni di lotta
rivoluzionaria permanente. Questo fornisce un'esperienza preziosa che
deve essere trasmessa ai giovani, per evitare arretrati che vengono
pagati sempre con dolore e sangue, inutilmente. La forza virile della
vita giovane, per portare veri frutti alla Patria, deve essere
accompagnata dalla quota di saggezza che l'esperienza dona”.
I
giovani cubani e argentini di oggi, non hanno dimenticato tali
insegnamenti.
Alberto Fernandez,
Presidente peronista dell'Argentina, ha fatto presente che non si
piegherà alle richieste del Fondo Monetario Internazionale,
decidendo di mettere in standby l'accordo che siglò il suo
predecessore, il liberale Mauricio Macri.
“Se ancora non chiudiamo l'accordo (con
il FMI) è perché non ci inginocchieremo, perché
negozieremo affinché il nostro popolo non sia messo a rischio per
ripagare il debito”, aveva recentemente dichiarato Fernandez.
In questo senso l'Argentina aveva, nei mesi scorsi,
ricevuto il sostegno di Italia, Francia, Spagna, Cina, Russia e
Messico, ma non di USA, Germania e Giappone. Ovvero quei Paesi che
meno guardano con simpatia alle politiche nazionaliste di sinistra
attuate dall'Argentina peronista.
Politiche rilanciate da Alberto Fernandez, mettendo
un tetto ai prezzi e incentivando le mense popolari che, nella Città
di Buenos Aires, offrono 350 mila pasti gratuiti al giorno.
Alberto Fernandez, che si è ritrovato in eredità
un Paese dilaniato dalle controriforme liberali di Macri e in
difficiltà a causa della pandemia Covid19, in questi anni ha
provveduto a risollevare le sorti del Paese aumentando le imposte ai
più ricchi e alla classe media; agevolando fiscalmente le classi più
povere e distribuendo buoni pasto a oltre due milioni di cittadini
poveri.
Il governo peronista di Fernandez si è molto speso
anche nell'ambito dei diritti civili, approvando finalmente una legge
sull'aborto e riconoscendo le persone non binarie nei documenti. Lo
stesso figlio del Presidente Fernandez, Stanislao, fa parte della
comunità LGBT ed è una popolare drag queen.
In tal senso, alcune settimane fa, il Presidente
Fernandez aveva puntato il dito contro la Spagna che, a Castellón,
nella Comunità Valenciana, su pressione del partito di estrema
destra Vox, aveva fatto togliere dalle biblioteche delle scuole 32
libri contenenti tematiche LGBT. “Ripudio ogni tentativo di
discriminazione e censura ovunque si verifichi”, aveva
sottolineato in quell'occasione il Presidente Fernandez.
Il peronismo del XXI secolo, ad una settimana dal
voto legislativo in Argentina, sta dimostrando, in linea con il
Socialismo del XXI Secolo latinoamericano (nazionalista e populista
di sinistra) che i diritti sociali ed i diritti civili possono
avanzare di pari passo.
Il 4 giugno 1946, 75 anni
fa, Juan Domingo Peron, indimenticato Presidente argentino, assunse
la sua prima presidenza.
Già divenuto popolare a
seguito del golpe militare del giugno 1943, allorché, assieme ai
suoi compagni del Grupo Oficiales Unidos (Gruppo Ufficiali Uniti),
rovesciò il governo conservatore del corrotto Ramon Castillo,
divenendo Ministro del lavoro e dello stato sociale, Peron
contribuirà presto ad emancipare le classi proletarie e oppresse, i
cosiddetti descamisados.
Eletto dal Partito
Laburista, con il suo primo governo, Peron, inizò a garantire
maggiore equità e distribuzione del reddito, iniziando a reprimere
ogni forma di oppressione.
Fondatore, nel 1947, del
Partito Giustizialista, di orientamento anticapitalista e populista
di sinistra, Peron aumentò i salari, mise sotto controllo i prezzi
(a iniziare da quello degli affitti) e migliorò le prestazioni
previdenziali, investendo nel rafforzamento dello stato sociale.
Nazionalizzò i servizi pubblici quali compagnie telefoniche,
elettriche, gas e ferrovie.
Tutto ciò si tradusse
non solo in un miglioramento delle condizioni di vita dei settori
popolari, ma anche in un aumento del PIL, dei beni e dei servizi
disponibili e in un forte calo del debito contratto con l'estero.
Nel 1945, Peron, sposò
Eva Duarte, soprannominata affettuosamente dal popolo Evita. Evita
contribuirà molto alla popolarità del marito, occupandosi peraltro
per tutta la sua pur breve vita (morì nel 1952, a soli 33 anni) di
diritti delle donne, dei bambini e degli anziani.
Furono i governi di Peron
a introdurre, in Argentina, la legge sul divorzio, a sopprimere
l'educazione religiosa nelle scuole e a legalizzare la prostituzione.
Tutto ciò costò a Peron la scomunica da parte del Papa dei
cattolici Pio XII.
Nel settembre 1955,
un'alleanza fra clero, militari e servizi segreti statunitensi, ad
ogni modo, bloccò ogni nuova riforma peronista: un Colpo di Stato
guidato dal generale Pedro Eugenio Aramburu, infatti, destituì il
Presidente Juan Peron da ogni carica e lo costrinse all'esilio. Un
esulio che durò sino al 1973.
In Argentina, peraltro,
il Partito Giustizialista fu dichiarato illegale e per quasi
vent'anni l'Argentina e il suo popolo subirono un lungo susseguirsi
di dittature militari e di violenze, oltre che di pesantissime crisi
economiche e di ruberie di Stato, che non permisero più al Paese di
risollevarsi come aveva fatto, invece, durante il decennio peronista.
Juan Domingo Peron, ad
ogni modo, nel suo esilio di Madrid, scriverà, nel 1967, una sorta
di testamento politico, di documento storico e di esortazione al
popolo ed ai popoli e lo intitolerà, emblematicamente, “L'ora dei
popoli”. In tale testo, che anticiperà il suo ritorno trionfale in
patria nel 1973, oltre a denunciare i suoi nemici in patria,
denuncerà il pericolo dell'imperialismo yankee, ovvero statunitense.
Inoltre, fu forse il primo a denunciare le manovre speculative dei
governi USA relative al dollaro, fra cui il fenomeno dei signoraggio,
e del Fondo Monetario Internazionale che, peraltro, sono tutt'oggi
all'origine della crisi economica che stiamo subendo e fu il primo
che, durante il suo mandato di governo, propose l'unificazione
dell'America Latina, ovvero la fondazione degli Stati Uniti
Latino-Americani.
Peron nel suo “L'ora
dei popoli”, a proposito del giustizialismo e delle sue prospettive
scrive infatti: “Il giustizialismo si fonda su tre grandi
premesse: 1) La necessità di promuovere una riforma che il mondo dei
nostri giorni, con la sua inarrestabile evoluzione, stava segnalando
come un imperativo ineludibile. 2) La necessità di una integrazione
latino-americana per creare, grazie ad un mercato ampliato, senza
frontiere interne, le condizioni più favorevoli al nostro sviluppo;
per migliorare il tenore di vita dei nostri 200 milioni di abitanti;
per creare le basi dei futuri Stati Uniti Latino-Americani, posto che
spetta all'America Latina nelle questioni mondiali. 3) L'opportunità
di realizzare un'integrazione storica che permetta di consolidare
quella liberazione per la quale lottano oggi quasi tutti i popoli
sottomessi.
La lotta in favore dei
popoli sottomessi, infatti, fu la costante del pensiero e dell'azione
di Juan Peron. La sua posizione politica, infatti, coincideva con
quel Terzo Mondo sfruttato e depredato dagli USA e, in tal proposito,
scriveva, anche riferendosi alla dittatura antiperonista che stava in
quegli anni martoriando l'Argentina: “I governi usurpatori di
quelle dittature che pretendono di affermare la propria esistenza con
la protezione straniera non possono durare. I governi militari e
imposti dal Pentagono e dal Fondo Monetario Internazionale,
incorreranno nella stessa sorte in Vietnam come in America Latina, in
quanto nulla di stabile può essere fondato sull'infamia”.
Socialismo, integrazione
storica del Terzo Mondo e dell'America Latina, sovranità popolare,
tutti aspetti che gli imperialisti non potevano e non possono
tollerare.
Juan Domingo Peron,
nonostante il ritorno trionfale in patria nel 1973 e la sua
successiva rielazione, lasciando presto il governo nelle mani della
seconda moglia Isabelita - che certo non aveva il piglio e l'anima
sociale di Evita - non riuscì, causa anche la sua morte avvenuta nel
1974, ad impedire l'avvento di nuovi golpe militari che soffocarono
ogni possibile riforma in Argentina.
Fu solo nel 2003 che, con
Nestor Kirchner e successivamente sua moglie Cristina (attuale
Vicepresidente dell'Argentina), il peronismo tornò al governo, salvo
la breve e catasfrofica parentesi del liberale Mauricio Macri (2015 –
2019).
Oggi, nel solco del
peronismo, il governo argentino è presieduto da Alberto Fernandez,
il quale prosegue nela storica promozione dei diritti
sociali e civili del Paese.
"Compagne, compagni: Ancora una volta sono nella lotta, di nuovo sono con voi, come ieri, oggi e domani.Sono con te per essere un arcobaleno di amore tra la gente e Perón;Sono con voi per essere quel ponte di amore e felicità che ho sempre cercato di essere tra voi e il capo degli operai"
(Evita Peron, 1 maggio 1952. Suo ultimo discorso)
"l'assoluta autonomia della classe operaia da tutti i partiti e da tutte
le ideologie politiche; l'azione diretta della classe produttiva, verso
le altre classi ed i poteri pubblici,
senza mediatori; la rappresentanza delle categorie economiche nei corpi
elettivi; l'assoluta autonomia comunale, considerando il Comune come
l'organismo della libertà popolare; l'autonomia politica e
amministrativa della regione per tutti gli interessi che non richiedono
provvedimenti di indole nazionale; l'eliminazione progressiva delle
funzioni dello Stato centralistico con la soppressione della relativa
burocrazia. Quest'ultimo principio può essere tradotto nei fatti con la
Repubblica Sociale Federativa." "L'uomo emancipato dai vincoli della
materia potrà liberare soprattutto il suo spirito, dedicarsi al lavoro
dell'intelletto che è certo piacevole, come sa chiunque ne abbia
gustato. L'uomo si farà superuomo: supererà se stesso ed annullerà la
maledizione biblica di dover produrre dolorando." (Alceste De Ambris 'Il
Manifesto dei sindacalisti e la Costituzione Fiumana' 1/9/'21)
Senza il socialismo è il mercato che governa i popoli. Articolo di Luca Bagatin del 2 aprile 2019
Fu Bettino Craxi, il
primo, in Europa, a denunciare il fenomeno della globalizzazione. E
lo fece con queste parole: “Dietro la longa manus della
cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi
imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente
finanziaria e militare”.
Bettino Craxi, non a
caso, usò il termine “imperialismo”. Quell'imperialismo che,
qualche anno dopo, bombarderà la Jugoslavia e, successivamente,
l'Iraq (con tanto di denunce – da Hammamet – dello stesso Craxi),
la Libia e la Siria. Ovvero tutti Stati sovrani, non allineati e
laico-socialisti.
Fu lo stesso Craxi a
denunciare, da buon socialista, peraltro, il fenomeno padronale
dell'emigrazione di massa, che di lì a poco sarebbe esploso –
causa del globalismo capitalista - proponendo ad esso un argine.
Craxi affermò infatti: “Nel Sud del Mediterraneo le popolazioni
sono soggette a un tasso di incremento demografico che è ancora
troppo alto. Sono iniziate correnti emigratorie e immigratorie che in
assenza di un accelerato processo di sviluppo che abbracci tutta la
riva Sud del Mediterraneo sono destinate a gonfiarsi in modo
impressionante, e saranno delle tendenze inarrestabili e
incontrollabili. Paesi con popolazioni giovanissime, le quali
naturalmente vanno verso le luci, le luci della città, se
noi non accenderemo un maggior numero di luci in quei Paesi.
In realtà le grandi nazioni ricche del mondo non compiono lo sforzo
che viene considerato necessario per ridurre queste distanze, le
distanze sono assai grandi, sono abissali ed è questa ripeto la
grande questione sociale del nostro secolo”.
Craxi fu amico di tutti i
socialisti del Terzo Mondo e li sostenne sempre e in ogni modo:
dall'America Latina sandinista sino al socialismo arabo.
Craxi, da buon
socialista, si immaginava sicuramente un'Europa diversa. Sovrana,
anti-globalista, indipendente da ogni imperialismo, un po' come se la
immaginarono Charles De Gaulle e Jean Thiriart.
Craxi fu defenestrato da
quei poteri forti che non potevano accettare tale visione delle cose
e da quella sinistra post-comunista che, rinnegando gli insegnamenti
di Togliatti, sarebbe diventata la paladina del liberal capitalismo
assoluto. Craxi, invece, fu bollato come un criminale e solo oggi –
di fronte a una destra e a una sinistra capitaliste e padronali - la
sua figura è da molti rivalutata. Craxi fu, in realtà, l'ultimo dei
socialisti europei.
Un po' come Palmiro
Togliatti fu, forse, l'ultimo dei comunisti italiani. E vale la pena
ricordare ciò che egli disse, a proposito dell'importanza della
sovranità nazionale, in un'epoca di messa in vendita di ogni cosa e
di ogni identità: “E’ ridicolo pensare che la classe operaia
possa staccarsi, scindersi dalla nazione. (…) I comunisti non
possono staccarsi dalla loro nazione se non vogliono stroncare le
loro radici vitali. Il cosmopolitismo è una ideologia del tutto
estranea alla classe operaia. Esso è invece l’ideologia
caratteristica degli uomini della banca internazionale, dei cartelli
e dei trust internazionali, dei grandi speculatori di borsa e dei
fabbricanti di armi. Costoro sono i patrioti del loro portafoglio”.
Ecco che Craxi e
Togliatti, pur nella loro diversità ideologica, rappresentarono ad
ogni modo una sintesi degli ideali della Prima Internazionale dei
Lavoratori del 1864, non ancora inquinata dalle dispute fra le sue
correnti interne fra marxisti, socialisti, anarchici, mazziniani.
La Prima Internazionale
fu, con l'esperienza della Comune di Parigi del 1871 (il cui simbolo
fu il garofano rosso) e la Rivoluzione bolscevica del 1917,
l'antitesi rispetto alla borghese e liberal-progressista Rivoluzione
Francese del 1789, che tagliò la testa ai nobili, senza modificare
alcun rapporto di classe, escludendo del tutto il Quarto Stato e
instaurando un regime borghese, ove le diseguaglianze non saranno
affatto sanate.
E' merito del filosofo
francese contemporaneo Jean-Claude Michéa, con il suo “I misteri
della sinistra” ed altri successivi saggi, l'aver individuato la
differenza abissale fra socialismo originario e sinistra. Il primo è
il rappresentante del Quarto Stato, la seconda della borghesia. Il
primo è comunitario e preferisce conservare i valori, fra cui quello
della propria patria di origine, delle proprie tradizioni popolari,
del posto di lavoro fisso e della monogamia; la seconda preferisce
disgregarli, in nome del danaro e della “libertà” di produrre
all'infinito, di consumare, di godere illimitatamente.
Il socialismo si rifà
insegnamenti di Marx, Engels, Bakunin, Proudhon, Mazzini, Garibaldi,
Pierre Leroux, i quali – come rileva Michéa - mai si definirono di
sinistra, ma sempre si batterono contro l'oligarchia
monarchico-aristocratica (la destra) e contro la borghesia
capitalista (la sinistra).
Oggi, in Europa, è molto
facile notare come il socialismo sia del tutto pressoché scomparso.
Pressoché nessun partito maggioritario si rifà a quel tipo di
ideali (in parte solo Jean-Luc Mélenchon in Francia e Jeremy Corbyn
in Gran Bretagna).
In molti, anche quelli
che a parole si dicono “socialisti” e fanno riferimento al
cosiddetto Partito “Socialista” Europeo, sono stati i primi,
dagli Anni '90 in poi, ad aver abbracciato il capitalismo assoluto:
promuovendo leggi di deregolamentazione del lavoro (Loi Travail, Jobs
Act); promuovendo le liberalizzazioni; attuando privatizzazioni
selvagge; appoggiando guerre di sedicente esportazione della
sedicente “democrazia” (Jugoslavia e via discorrendo) e imponendo
sanzioni a Paesi sovrani socialisti (vedi oggi il Venezuela).
Costoro, infatti, lungi
dall'essere socialisti, appartengono alla sinistra. Borghese,
liberal, progressista, ovvero al campo di quello che potrebbe essere
definito il “liberal-capitalismo”.
In questo senso non si
differenziano affatto da coloro ai quali vorrebbero contrapporsi,
ovvero i “liberal-capitalisti” di destra: i vari Bolsonaro,
Salvini, Putin o Macron (quest'ultimo una fusione fra
liberal-capitalismo di sinistra e di destra). I programmi, in termini
economico-sociali, sono infatti i medesimi e a tutto sostegno delle
classi medio alte.
Questo, almeno, quanto
accade in Europa e negli USA, ove nemmeno Bernie Sanders, che pur
presenta un programma in discontinuità rispetto ai “liberal” del
Partito Democratico USA, non può essere definito pienamente un
socialista, ovvero un oppositore del sistema del capitale, del danaro
e del profitto.
Solo in alcune realtà
non allineate, come ad esempio la Cuba di Guevara e Castro, la Libia
di Gheddafi, l'Egitto di Nasser, la Jugoslavia di Tito, l'Argentina
di Peron, il Burina Faso di Sankara, il Sudafrica di Mandela e il
Nicaragua sandinista di Ortega, abbiamo assistito all'avvento al
potere del socialismo originario, con caratteristiche che univano
aspetti autogestionari e di democrazia diretta anche in campo
economico. Così come peraltro fu nella libertaria Reggenza del
Carnaro di D'Annunzio e De Ambriis negli Anni '20 e nell'Unione
Sovietica di Lenin.
Negli ultimo decenni,
solo in America Latina, da Hugo Chavez in poi, abbiamo assistito ad
una rinascita di tali ideali. Chavez ha saputo recuperare gli ideali
emancipatori di Bolivar e quelli di Garibaldi, fondendoli con il
socialismo marxista, cristiano, libertario. E tale vento di
emancipazione soffiò finanche in Brasile, con Lula, in Argentina,
con i Kirchner, il Uruguay con Mujica e in Bolivia con Morales.
Dottrine e realtà diverse, ma simili. Che hanno posto al centro
l'essere umano e – pur nella diversità dettata dalle diverse
realtà economiche, sociali, di cultura e tradizione – hanno saputo
riprendere in mano ideali antichi, attualizzandoli, facendo rivivere
il meglio del socialismo della Prima Internazionale.
Non diverso è il
percorso compiuto dai movimenti panafricani in Africa. Grazie al
socialismo arabo di Nasser e Gheddafi, che hanno tenuto a freno il
fondamentalismo religioso e nazionalizzato le risorse, a beneficio
della collettività; grazie alle lotte di emancipazione di Thomas
Sankara; di Nelson Mandela e di molti altri politici e intellettuali
di ispirazione socialista o marxista.
Non a caso tutti invisi
dai Paesi colonialisti e neocolonialisti d'Europa e Nordamerica e,
come tali, combattuti e spesso drammaticamente uccisi. Ma difesi
dall'allora Unione Sovietica, sino a che ha resistito all'avvento del
globalismo e che ha portato successivamente al potere gli oligarchi.
Da tempo, con Putin, gli
oligarchi sono tenuti a freno, ma di certo la Russia moderna è pur
sempre nelle mani del liberal-capitalismo, “grazie”, si fa per
dire, alle privatizzazioni selvagge e all'innalzamento dell'età
pensionabile volute da Putin, ma combattute da quello che – in
Eurasia – rimane il più grande Partito Comunista, ovvero il KPFR
di Zjuganov. Quello Zjuganov che, tentando di resistere all'avvento
dell'oligarchia, ha costituito – negli Anni '90 - un fronte
nazionalpatriottico contro Eltsin, recuperando gli ideali
nazionalbolscevichi di Niekisch, Mario Bergamo e Thiriart, così come
hanno fatto il filosofo Aleksandr Dugin e lo scrittore Eduard
Limonov, con il loro Partito NazionalBolscevico, aggregando i giovani
sbandanti e post-punk delle periferie post-sovietiche.
Profeti del socialismo
originario, in Occidente, furono Pier Paolo Pasolini, Michel
Clouscard e Christopher Lasch. I primi due furono militanti
comunisti, Lasch fu un intellettuale statunitense, di orientamento
socialista conservatore.
Tutti costoro, ad ogni
modo, denunciarono nel corso degli Anni '70 – in particolare –
l'avvento della società dei consumi. Quella società dei consumi che
si sarebbe imposta dagli Anni '90 in poi, che avrebbe imposto la
globalizzazione denunciata dallo stesso Craxi. Quella società che ha
ormai preso il posto di qualsiasi altro valore della nostra epoca.
Che distrugge l'ambiente, che diffonde precarietà (lavorativa,
sociale, sentimentale), che distrugge le culture e le identità
(imponendo alle persone di emigrare, per trovare spesso un lavoro
sottopagato o non pagato).
Quella società sdoganata
dalla sinistra, che non è altro che l'altra faccia della destra.
Dove continueremo ad
andare a finire, senza più il socialismo ?