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sabato 3 gennaio 2026

Con l'attacco USA al Venezuela e il sequestro del suo Presidente, ancora una volta, sono sotto attacco la giustizia sociale, la sovranità nazionale e l'indipendenza economica. Ovvero il socialismo. Articolo di Luca Bagatin

 

Ancora una volta siamo di fronte all'ennesimo attacco contro realtà che promuovono la giustizia sociale, la sovranità nazionale e l'indipendenza economica.

Con l'aggressione del regime di Trump alla Repubblica Bolivariana del Venezuela e il sequestro del suo legittimo Presidente, il socialista Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores, siamo di fronte all'ennesimo atto di pirateria e destabilizzazione, da parte degli USA.

Un atto di guerra a una realtà che non ha mai minacciato la sicurezza degli USA.

Un atto di guerra che – peraltro - è avvenuto a poche ore dalla visita della delegazione cinese a Caracas, per rafforzare i rapporti bilaterali fra Cina e Venezuela.

Un caso? Oppure l'obiettivo del regime di Trump e degli USA è quello di mettere i bastoni fra le ruote alla Cina, non a caso potenza socialista, che importa anche gran parte del petrolio venezuelano?

Sembra di tornare indietro nel tempo, ma nemmeno troppo.

Ai tempi della defenestrazione del socialista Salvador Allende in Cile e la sua sostituzione con la sanguinaria dittatura liberal capitalista di Pinochet, sostenuto dagli USA.

Ma non solo.

L'elenco delle destabilizzazioni e delle deliberate aggressioni contro Paesi nei quali veniva promossa e praticata la giustizia sociale, la sovranità nazionale e l'indipendenza economica, sono sempre stata all'ordine del giorno.

L'elenco è lunghissimo.

Pensiamo all'Argentina di Peron, nel 1955, costretto all'esilio.

Pensiamo alla Jugoslavia, bombardata e smembrata con il supporto USA.

Pensiamo all'Italia degli Anni '90, quando una intera classe dirigente democratica, in particolare il PSI di Bettino Craxi, fu messa fuori dai giochi. Vilipesa, perseguitata.

Pensiamo alla Libia socialista di Gheddafi.

Pensiamo alla Siria socialista di Assad.

Pensiamo all'ingiusta incarcerazione del Presidente brasiliano Lula; alle persecuzioni giudiziarie contro l'ex Presidente socialista dell'Ecuador Rafael Correa (costretto oggi all'esilio in Belgio); a quelle contro l'ex Presidentessa peronista dell'Argentina Cristina Kirchner.

Pensiamo ai golpe contro il socialista Evo Morales in Bolivia.

L'elenco, ad ogni modo, è ancora lungo. Infinitamente lungo.

Ma tutto ciò porta a un'unica strada: il mondo liberal capitalista, USA in testa, non può accettare che possano esistere governi socialisti che promuovano giustizia sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica.

E così, attraverso i media, le destabilizzazioni, le censure e altro ancora, si cerca di screditare e di perseguitare di volta in volta, il mondo socialista.

Si apre la caccia al “socialista ladro”, al “craxiano”, al “chavista”. Si tenta di censurare – in modo più o meno violento - chi la pensa diversamente rispetto al pensiero unico liberal capitalista, che di liberale, nel senso originario del termine, nei fatti, non ha proprio nulla.

Si inneggia al capopopolo di turno, di destra o sinistra, che si chiami Di Pietro, Grillo o Machado. O altri ancora, tutti uniti dalla lotta contro il socialismo.

Si perseguita, a vario titolo e a vario modo.

E siamo sempre lì.

E' la Storia, se ben la si osserva, senza il paraocchi e il pregiudizio della stupida e ignorante ideologia di turno, che ci mostra la realtà dei fatti.

Bettino Craxi, che questa ondata di odio e violenza subì, spiegò molto bene tutto ciò, nel suo romanzo-verità, “Parigi-Hammamet”, che ho recensito a questo link, nel 2020, appena uscito: https://amoreeliberta.blogspot.com/2020/02/parigi-hammamet-il-thriller-inedito-di.html

E Craxi, nel suo libro, spiega anche come si potrebbe uscire da questa situazione. Ovvero facendo uscire gli USA dalle ambiguità, in primis.

USA che fanno carta straccia del diritto internazionale e della loro stessa Costituzione, come spesso denunciato anche dall'ex Membro della Camera dei Rappresentanti USA, Ron Paul, che certo non è né socialista né di sinistra, ma è un libertario.

Ron Paul, peraltro, in merito, in uno dei suoi saggi, spiegò come uno del Padri Fondatori degli USA, il Presidente Thomas Jefferson, avesse affermato nel suo primo discorso d'insediamento alla Presidenza: “Pace, commercio e amicizia con tutte le nazioni, nessun vincolo d"alleanze”, a dimostrazione dello spirito cooperativo degli USA delle origini.

C'è chi addirittura vorrebbe paragonare la situazione Venezuela-USA a quella Taiwan-Cina. Il tutto ignorando o fingendo di ignorare la risoluzione nr. 2758 dell'Assemblea Generale dell'ONU, votata a ampia maggioranza, che, il 25 ottobre 1971, stabilì l'espulsione da tutte le organizzazioni delle Nazioni Unite dei rappresentanti del Kuomintang (nazionalisti conservatori, guidati da Chiang Kai-shek) a Taiwan, riconoscendo la Repubblica Popolare Cinese quale unico rappresentante legittimo della Cina.

Taiwan, in sostanza, è parte della Cina, il Venezuela non risulta sia mai stata parte degli USA... per quanto gli USA abbiano sempre considerato l'America Latina il loro “cortile di casa”, secondo i sostenitori dell'imperialista “Dottrina Monroe”.

Da più parti si sono levate, nel mondo, voci di protesta per l'aggressione statunitense.

L'ex leader laburista britannico, Jeremy Corbyn, ha scritto su Facebook: “Gli Stati Uniti hanno lanciato un attacco immotivato e illegale contro il Venezuela.
Si tratta di un tentativo sfacciato di assicurarsi il controllo sulle risorse naturali venezuelane.
È un atto di guerra che mette a rischio la vita di milioni di persone e dovrebbe essere condannato da chiunque creda nella sovranità e nel diritto internazionale”
.

Dello stesso avviso anche il Presidente socialista della Colombia, Gustavo Petro, che da mesi sta denunciando l'imperialismo USA nei Caraibi. Fra le altre cose, egli scrive: “Il governo della Repubblica di Colombia osserva con profonda preoccupazione le segnalazioni di esplosioni e attività aeree insolite registrate nelle ultime ore nella Repubblica Bolivariana del Venezuela e la conseguente escalation di tensione nella regione.

La Colombia riafferma il suo impegno nei confronti dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, in particolare il rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale degli Stati, il divieto di utilizzare o minacciare l'uso della forza e la soluzione pacifica delle controversie internazionali. In questo senso, il governo colombiano respinge qualsiasi azione militare unilaterale che possa aggravare la situazione o mettere a rischio la popolazione civile”.

La Repubblica Popolare Cinese, attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri si è detta “scioccata e condanna fermamente l'uso sfacciato della forza da parte degli Stati Uniti contro uno Stato sovrano e l'azione contro il suo Presidente”.

L'ex Presidente socialista della Bolivia, Evo Morales, su Facebook, ha scritto che “Trump è il nuovo Hitler del mondo. Con la forza delle armi, l'ambizione per le risorse naturali, l'odio, la diffamazione e la criminalizzazione di popoli e leader antimperialisti, invade, uccide e saccheggia Paesi impunemente, nel silenzio complice di molti.
I cittadini americani devono essere i primi a consegnarlo alla giustizia per aver sperperato miliardi di dollari delle loro tasse, privandoli di assistenza sanitaria, istruzione e benessere sociale ed economico.
I Paesi del mondo devono unirsi per portare Trump e i suoi alleati davanti alla Corte Penale Internazionale per i numerosi genocidi commessi in vari Paesi, violando la sovranità nazionale e il diritto internazionale.
Basta con il silenzio e la complicità di fronte a questo nuovo Hitler che cerca di eliminare milioni di esseri umani!”.

Il 2026 si apre all'insegna dell'odio e della barbarie. Quando, invece, occorrerebbe urgentemente un mondo più unito e sicuro. Volto alla cooperazione, al mutuo vantaggio, allo sviluppo pacifico delle nuove tecnologie.

Ci si arriverà, probabilmente, perché l'odio e la barbarie, nel lungo periodo, non sono destinate a trionfare.

Ma quanti ancora dovranno soffrire, nel frattempo?

Luca Bagatin

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sabato 20 dicembre 2025

Il nemico degli USA e del liberal capitalismo rimane il socialismo, ovvero la giustizia sociale e la sovranità nazionale. Articolo di Luca Bagatin

 

E' evidente che, il nemico degli USA e del mondo sedicente “libero”, ma in realtà liberal capitalista e oligarchico, sia il socialismo.

Lo abbiamo visto più volte, nel corso della Storia.

Alcuni esempi?

La defenestrazione dei leader socialisti latinoamericani, da Allende a Peron; i tentativi di destabilizzazione in Venezuela (passati e recentissimi); l'embargo a Cuba; i tentativi, purtroppo riusciti, di far crollare il socialismo nei Paesi dell'Est (a iniziare dalla Jugoslavia); la defenestrazione di Bettino Craxi e del PSI (oltre ai partiti democratici di governo, in Italia); la defenestrazione del socialismo arabo nella Libia di Gheddafi e di quello baathista siriano di Assad.

Questi solo alcuni esempi, ma se ne potrebbero citare moltissimi altri, di cui ad ogni modo, in altri articoli, mi sono occupato.

Per contrastare il socialismo, a livello internazionale, gli USA e i loro alleati, hanno persino fomentato e sostenuto l'islam radicale. In Siria, guarda un po', da quando governa l'islamista Ahmad al-Shara', l'UE ha allentato le sanzioni e gli USA le hanno recentemente addirittura tolte.

E questa la chiamerebbero “difesa della democrazia e della libertà”? Ma dai! Non siamo ipocriti.

La NATO stessa, da strumento di difesa comune, ha perduto il suo ruolo originario, come ricordato anche di recente dal prof. Giancarlo Elia Valori, al convegno di presentazione del saggio di Paola Bergamo, “Ritrovare i sentieri dell'Europa”.

Gli USA vorrebbero persino vendere armi ai separatisti di Taiwan, in chiave anti-cinese, ovvero anti-socialista cinese.

E, come se non bastasse, il flirt di Trump con Putin, pur dettato dalla logica e dal buonsenso (una logica che ad ogni modo aveva avuto per primo Silvio Berlusconi e, prima di lui, Gianni De Michelis, che avrebbe voluto integrare la Russia nel sistema comunitario europeo e creare un dialogo fra Occidente e Oriente, in sinergia con la Cina), sembra piuttosto volto ad allontanare la Russia dalla Cina.

Una Cina che, grazie alla sua economia socialista di mercato, sta arrivando a superare in ogni settore gli USA, il cui sistema oligarchico liberal capitalista, è destinato a crollare.

In tutto ciò, assistiamo a continue violazioni del diritto internazionale da parte degli USA, non ultima la situazione in Venezuela, di cui ho ampiamente scritto e sulla quale è intervenuta anche la Vicepresidente esecutiva del Venezuela, Delcy Rodriguez, la quale ha denunciato il tentativo di aggressione da parte degli USA, sottolineando che il Paese non ha alcun debito in sospeso con il governo di Trump, mentre è Washington ad avere debiti con il popolo venezuelano.

Ella si è riferita al saccheggio finanziario perpetrato ai danni dei beni venezuelani all'estero.

E ha denunciato le sanzioni unilaterali statunitensi contro il Venezuela, la cui unica “colpa” è quella di avere un governo socialista che difende giustizia sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica.

Guarda caso...

E siamo sempre lì, con gli USA che, governanti dalle due destre, “democratica” e/o “repubblicana”, perseguono sempre il medesimo obiettivo. Saccheggiare chi difende il proprio diritto all'autogoverno e promuove un sistema fondato sulla giustizia sociale e la pianificazione economica.

L'UE – esclusa la Slovacchia (e pochi altri), governata non a caso da un autentico socialista democratico senza equivoci, quale è Robert Fico - da tempo va loro dietro e, anche quando non lo fa, preferisce sostenere una autocrazia corrotta di destra a essa estranea, in una escalation che potrebbe condurre a un conflitto allargato dalle conseguenze imprevedibili.

La cura ad ogni modo esiste. Si chiama socialismo senza equivoci. Ovvero autogoverno, autogestione dei popoli, sovranità e indipendenza economica.

In poche parole: razionalità, cooperazione, libertà, fratellanza e uguaglianza.

Luca Bagatin

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venerdì 4 luglio 2025

Il Presidente socialista brasiliano Lula incontra l'ex Presidentessa peronista argentina Kirchner e ne chiede la liberazione. Articolo di Luca Bagatin

 

Come avevo scritto alcune settimane fa (https://amoreeliberta.blogspot.com/2025/06/cristina-kirchner-condannata-la-piazza.html), l'ex Presidentessa peronista dell'Argentina, Cristina Kirchner, è stata condannata dalla Corte Suprema argentina a sei anni di prigione, per presunta corruzione relativa al periodo nel quale governò il Paese.

Una sentenza politica, che ha fatto discutere e che ha trovato la ferma opposizione della sinistra argentina, peronisti in testa, i quali hanno a lungo manifestato per chiedere la liberazione dell'ex Presidentessa, paladina dei diritti sociali e civili, assieme al marito, durante i loro anni di buongoverno.

Fra i primi leader a sostenerla, il Presidente socialista del Brasile Lula da Silva, il quale, nei giorni scorsi, trovandosi in Argentina per ricoprire la carica di Presidente pro tempore del Mercosur, le ha fatto visita, presso la sua abitazione, nella quale si trova agli arresti domiciliari.

L'incontro è durato circa un'ora e la Presidentessa ha espresso profonda gratitudine per la visita dell'amico Lula e lo ha fatto anche attraverso i social, ove lo ha ringraziato per il suo “atto politico di solidarietà”.

L'ex Presidentessa Kirchner non ha lesinato critiche alla magistratura, scrivendo che essa “ha smesso di nascondere la sua subordinazione politica ed è diventato un partito politico al servizio del potere economico”.

E ha puntato il dito contro il fallimentare e autoritario governo liberal capitalista di Milei, scrivendo che “l'Argentina vive un'autentica deriva autoritaria attraverso il governo Milei”. Aggiungendo che “Ci è voluto troppo tempo per costruire la democrazia argentina per permettere che ora, passo dopo passo, la smantellino. Tuttavia, questa stessa democrazia oggi è svuotata dall'interno attraverso un governo che si dice “libertario”... ma che garantisce la libertà solo ai più ricchi”.

L'ex Presidentessa Kirchner denuncia, inoltre, le ripetute violazioni alla libertà di stampa e le numerose violazioni alla libertà di coloro i quali si oppongono all'attuale governo, parlando, senza mezzi termini, di “terrorismo di Stato a bassa intensità”.

Inoltre, ha denunciato la folle politica di deregolamentazione economica, fatta di privatizzazioni indiscriminate, svendita del Paese al Fondo Monetario Internazionale e crollo vertiginoso dei salari.

Ha invitato altresì alla mobilitazione di popolo contro tutto ciò e elogiato la politica socialista e democratica di Lula, in Brasile.

Lula, da parte sua, ha dichiarato sui social: “Oltre a esprimere la mia solidarietà per tutto ciò che (Cristina Kirchner) ha vissuto, le ho augurato tutta la forza per continuare a lottare con la stessa determinazione che ha caratterizzato la sua vita e la sua carriera politica” e ha aggiunto: “Ho potuto percepire il sostegno popolare che ha ricevuto nelle strade e so quanto sia importante questo riconoscimento nei momenti più difficili. Che tu possa stare bene e continuare la tua lotta per la giustizia”.

Lo stesso Lula, peraltro, fu vittima di una persecuzione giudiziaria che lo portò a trascorrere oltre 500 giorni di prigione, impedendogli di partecipare alle elezioni del 2018, che consegnarono la vittoria al liberal capitalista Jair Bolsonaro che, come Milei, riportò il Paese indietro di decenni e ne distrusse le conquiste sociali e civili.

Una storia, come ho già altre volte scritto, vista anche in Italia (e non solo) con l'ingiusta liquidazione politica di Bettino Craxi e del PSI.

A sostenere l'ex Presidentessa Cristina Kirchner, fuori dal suo appartamento, numerosi attivisti peronisti e del Partito dei Lavoratori di Lula, oltre che numerosi cittadini argentini, che hanno voluto richiedere, a gran voce, la sua liberazione e la possibilità di presentarsi alle elezioni, in autunno.

E' stata anche diffusa l'immagine che vede il Presidente brasiliano con il cartello “Cristina libera”, slogan della denuncia della persecuzione politica che Cristina Kirchner sta subendo.

Il Presidente Lula, peraltro, al vertice del Mercosur, ha ribadito la necessità di rafforzare il multilateralismo, l'integrazione regionale, la lotta alla guerra dei dazi scatenata dagli USA e il rilancio del Mercosur quale strumento di protezione sociale e sviluppo per tutti i cittadini latinoamericani. E ciò in contrasto con le politiche dei governi liberal capitalisti e della destra autoritaria, da sempre vicini agli USA e da essi sostenuti.

Luca Bagatin

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giovedì 24 aprile 2025

Socialismo, ovvero gestione dell'economia a beneficio della comunità. Articolo di Luca Bagatin


Da troppi decenni, purtroppo, la parola stessa “socialismo” o non viene utilizzata, oppure viene utilizzata a sproposito. Almeno nei Paesi UE e, più in generale, nel cosiddetto Occidente liberal capitalista.

Appena si parla di socialismo, ovvero di gestione dell'economia da parte della comunità, a beneficio della stessa, si viene accusati di estremismo o di...comunismo (come se il comunismo fosse, in sé, una bestemmia).

I veri estremisti, solitamente, sono invece coloro i quali muovono determinate accuse. Solitamente si tratta di liberal capitalisti che, l'economia, vogliono sia gestita da pochi e a beneficio di pochi.

Ovvero coloro i quali, la comunità, vogliono metterla in vendita, oppure l'hanno già venduta.

Alle multinazionali e al grande capitale finanziario, che veicola bisogni indotti attraverso la pubblicità commerciale e che privatizza ogni cosa. Sanità compresa.

Ovvero coloro i quali vorrebbero, nei fatti, negare i diritti umani fondamentali delle persone.

Come hanno fatto con i Paesi dell'Est europeo – a partire dagli Anni '90 - e tutti gli altri, sottomettendone sovranità politica, economica e sociale.

Ho i miei dubbi che, dalle nostre parti si possa ricostituire qualcosa di socialista, più che altro perché mancano tre aspetti fondamentali: formazione (conoscenza, alla base di tutto); coraggio; capacità di analisi; volontà di andare oltre il proprio orticello e quindi di comprendere che, fare in modo di stare bene tutti, anziché solamente noi stessi, è il modo più efficace ed efficiente per vivere, far vivere il prossimo e far prosperare la comunità nella quale si vive.

Questi concetti li hanno compresi solamente i socialisti seri. In Europa quelli slovacchi e moldavi, qualche britannico come Jeremy Corbyn, i neo-bonapartisti francesi e i socialisti latinoamericani, panafricani, russi e cinesi.

Nella Storia, sia italiana, che europea e mondiale, moltissimi sarebbero gli esponenti socialisti ai quali ispirarsi. Solo apparentemente diversi fra loro, ma unicamente perché hanno vissuto in epoche e contesti culturali diversi.

Ad ogni modo, molti di costoro, li ho descritti nel mio saggio “Ritratti del Socialismo” (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/670930/ritratti-del-socialismo), nel quale invito anche a recuperare gli ideali e propositi socialisti, mazziniani, anarchici e marxisti della Prima Internazionale dei Lavoratori (1864), attualizzandoli, osservando gli esempi socialisti emancipatori, autogestionari e efficienti di America Latina e Repubblica Popolare Cinese.

Pensiamo a filosofi, ma anche condottieri e politici quali Pierre-Joseph Proudhon, Pierre Leroux, Paul Lafargue, Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini, Aleksandr Herzen, Luigi Napoleone Bonaparte, Mario Bergamo, Randolfo Pacciardi, Ernesto Rossi, Roberto Tremelloni, Juan Domingo Peron, Sandino, Hugo Chavez, Mu Ammar Gheddafi, Thomas Sankara, Josip Broz Tito, Deng Xiaoping, Bettino Craxi e molti altri.

Cosa elaborarono costoro, pur di nazionalità, cultura e epoche diverse, se non un socialismo largo e senza equivoci, anticapitalista e riformatore al contempo, ove al centro vi era la comunità, la sovranità, l'efficienza pubblica, l'autogestione, la collaborazione fra lavoratori e, in particolare, l'unione fra capitale e lavoro, posti nelle stesse mani?

Socialismo è questa roba qui.

Proprietà pubblica dei settori chiave dell'economia (telecomunicazioni, energia, trasporti, banche, industria pesante, settore militare, sanità e istruzione).

Promozione dell'autogestione delle imprese (azionariato popolare, proprietà delle imprese di chi vi lavora).

Promozione dell'efficienza, contro ogni monopolio e spreco.

Promozione della cooperazione internazionale, del multipolarismo, di un commercio aperto e libero fra Paesi.

Promozione di una società ordinata, fondata sul principio di autorità e di rispetto per le persone, in particolare per i più deboli. Con pene molto severe e inappellabili per chi commette reati contro la persona, in particolare contro le persone più deboli.

Promozione dell'educazione e della formazione delle persone. Dalla culla fino all'età matura.

Promozione della giustizia sociale fra le persone e fra gli Stati.

Promozione di un mondo più unito e inclusivo.

Promozione della laicità dello Stato e lotta ai fondamentalismi religiosi.

Nulla, insomma, di trascendentale e nulla che molti Paesi, già sopra citati e non liberal capitalisti, non conoscano già da molti decenni.

Qui da noi si sono solamente perduti questi concetti, per lasciare spazio a una UE oligarchica, non democratica, a guida tedesca (e a unico beneficio della Germania, che il socialismo lo ha abbandonato da quel dì), sostenuta da vere estreme destre e pseudo sinistre liberal capitaliste.

E abbiamo scelto di rimanere sottomessi ai Presidenti USA di turno, che il socialismo lo hanno sempre perseguitato, perché ostacolo alle classi ricche, oligarchiche e suprematiste bianche le cui lobby economiche li sostengono.

Il mondo di oggi, ad ogni modo, è sempre più interconnesso e multipolare.

La demografia condanna l'Occidente liberal capitalista e anche le sue classi politiche, sempre meno colte, efficienti e lungimiranti.

E' il momento del Sud del mondo, che, se guidato dal socialismo, può essere portatore di rinascita e benessere diffuso, come già vediamo grazie al Presidente brasiliano Lula e a quello cinese Xi Jinping.

E' il momento di riannodare i fili di un socialismo largo, efficiente, efficace, serio e che non ha dimenticato la Storia e le sue lezioni.

Luca Bagatin

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sabato 26 ottobre 2024

Unione del Sud del mondo, pace, sicurezza, sviluppo, cooperazione, prosperità e modernizzazione. Le prospettive del Presidente cinese Xi Jinping all'ultimo vertice BRICS. Articolo di Luca Bagatin


Il vertice BRICS, che si è tenuto dal 22 al 24 ottobre a Kazan, Capitale della Repubblica del Tatarstan, nella Federazione Russa, si è concluso.

I BRICS sono un importante meccanismo di cooperazione nato nel 2009, che vede protagonisti Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e oggi anche Egitto, Emirati Arabi Uniti, Iran e Etiopia e numerosi sono gli altri importanti Paesi del Sud e dell'Est del mondo, che ne hanno chiesto l'adesione.

Al recente convegno, organizzato dal prof. Giancarlo Elia Valori, a Roma, dal titolo “Mondializzazione, confini, identità”, il prof. Oliviero Diliberto ha affermato come il gruppo dei BRICS possa rappresentare un tentativo di riequilibrio del mondo d'oggi, preda di conflitti e fondamentalismi di ogni genere.

Lo stesso prof. Valori, impegnato almeno sin dagli Anni '70 nella promozione di un mondo multipolare, ha affermato come i Paesi aderenti ai BRICS stiano lavorando per la costruzione di una “comunità dal futuro condiviso, fondata sulla solidarietà e la cooperazione, per la costruzione di un mondo migliore”

L'incontro di Kazan ha visto la partecipazione di leader di ben 36 Paesi, fra i quali 22 capi di Stato, oltre al Segretario Generale dell'ONU Antonio Guterres.

Importante è stato l'intervento del Presidente cinese Xi Jinping, il quale, fra le altre cose ha affermato: “Mentre il mondo entra in un nuovo periodo definito da turbolenza e trasformazione, ci troviamo di fronte a scelte cruciali che plasmeranno il nostro futuro. Dovremmo permettere al mondo di sprofondare nell'abisso del disordine e del caos, o dovremmo impegnarci per riportarlo sulla strada della pace e dello sviluppo? Questo mi ricorda un romanzo di Nikolay Chernyshevsky intitolato “Che fare?” La determinazione incrollabile e la spinta appassionata del protagonista sono esattamente il tipo di forza di volontà di cui abbiamo bisogno oggi. Più i nostri tempi diventano tumultuosi, più dobbiamo rimanere fermi in prima linea, esibendo tenacia, dimostrando l'audacia di essere pionieri e mostrando la saggezza di adattarci. Dobbiamo lavorare insieme per trasformare i BRICS in un canale primario per rafforzare la solidarietà e la cooperazione tra le nazioni del Sud del mondo e un'avanguardia per promuovere la riforma della governance globale”.

Nello specifico, il Presidente cinese ha sottolineato la necessità lavorare per la pace e di agire “come difensori della sicurezza comune”.

A tal proposito, ha ricordato come Cina e Brasile, in collaborazione con altri Paesi del Sud del mondo, abbiano avviato il gruppo “Amici per la pace”, al fine di affrontare sia la crisi ucraina che il conflitto in Medio Oriente.

In tal senso, il Presidente Xi, ha ricordato i tre principi sui quali occorre muoversi: “nessuna espansione dei campi di battaglia; nessuna escalation delle ostilità e non gettare benzina sul fuoco, ovvero impegnarci per una rapida de-escalation della situazione”.

In merito alla questione in Medio Oriente egli ha affermato che: “Mentre la situazione umanitaria a Gaza continua a deteriorarsi, le fiamme della guerra sono state nuovamente riaccese in Libano e i conflitti tra le parti stanno aumentando. Dobbiamo promuovere un cessate il fuoco immediato e la fine delle uccisioni. Dobbiamo compiere sforzi incessanti verso una risoluzione completa, giusta e duratura della questione palestinese”.

Il Presidente Xi Jinping ha ricordato come la Cina sia, peraltro, impegnata nella cooperazione e nello sviluppo nell'ambito dell'Intelligenza Artificiale, oltre che nell'ambito dello sviluppo ecologico e sostenibile e come stia lavorando per la “riforma della governance globale”.

Ha sottolineato, inoltre, come occorra “unire le forze dei Paesi del Sud del mondo nella costruzione di una comunità con un futuro condiviso per l’umanità”.

Unione del Sud del mondo, pace, sicurezza internazionale, sviluppo, cooperazione, prosperità comune e modernizzazione. Queste, in sostanza, le prospettive della Cina socialista odierna che, dalla Conferenza afroasiatica di Bandung del 1955 – che riunì gli allora Paesi Non Allineati, oltre gli opposti imperialismi USA-URSS – si sta adoperando per l'emancipazione del Terzo e Quarto Mondo.

Come peraltro insegnarono grandi leader socialisti della Storia quali i cinesi Mao-Tse Tung e Zhou Enlai, oltre che il Presidente rumeno Nicolae Ceausescu e quello argentino Juan Domingo Peron (vorrei ricordare, in merito, il suo importante saggio, scritto nel suoi anni d'esilio in Spagna, nel 1967, dal titolo “L'ora dei popoli”, in cui trattò, nello specifico, della necessità dell'emancipazione e unione del Terzo Mondo) e i nostri grandi statisti socialisti quali Bettino Craxi e l'allora Ministro degli Esteri Gianni De Michelis.

Quando il mondo aveva politici di spessore al governo. Quando l'Europa era ancora un continente serio, ragionevole, civile, privo di omologazione e di fondamentalismi di ogni genere.

Luca Bagatin

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domenica 7 novembre 2021

Argentina. Il peronismo dei diritti sociali, civili e bracci di ferro con il Fondo Monetario Internazionale. Articolo di Luca Bagatin

Alberto Fernandez, Presidente peronista dell'Argentina, ha fatto presente che non si piegherà alle richieste del Fondo Monetario Internazionale, decidendo di mettere in standby l'accordo che siglò il suo predecessore, il liberale Mauricio Macri.

Se ancora non chiudiamo l'accordo (con il FMI) è perché non ci inginocchieremo, perché negozieremo affinché il nostro popolo non sia messo a rischio per ripagare il debito”, aveva recentemente dichiarato Fernandez.

In questo senso l'Argentina aveva, nei mesi scorsi, ricevuto il sostegno di Italia, Francia, Spagna, Cina, Russia e Messico, ma non di USA, Germania e Giappone. Ovvero quei Paesi che meno guardano con simpatia alle politiche nazionaliste di sinistra attuate dall'Argentina peronista.

Politiche rilanciate da Alberto Fernandez, mettendo un tetto ai prezzi e incentivando le mense popolari che, nella Città di Buenos Aires, offrono 350 mila pasti gratuiti al giorno.

Alberto Fernandez, che si è ritrovato in eredità un Paese dilaniato dalle controriforme liberali di Macri e in difficiltà a causa della pandemia Covid19, in questi anni ha provveduto a risollevare le sorti del Paese aumentando le imposte ai più ricchi e alla classe media; agevolando fiscalmente le classi più povere e distribuendo buoni pasto a oltre due milioni di cittadini poveri.

Il governo peronista di Fernandez si è molto speso anche nell'ambito dei diritti civili, approvando finalmente una legge sull'aborto e riconoscendo le persone non binarie nei documenti. Lo stesso figlio del Presidente Fernandez, Stanislao, fa parte della comunità LGBT ed è una popolare drag queen.

In tal senso, alcune settimane fa, il Presidente Fernandez aveva puntato il dito contro la Spagna che, a Castellón, nella Comunità Valenciana, su pressione del partito di estrema destra Vox, aveva fatto togliere dalle biblioteche delle scuole 32 libri contenenti tematiche LGBT. “Ripudio ogni tentativo di discriminazione e censura ovunque si verifichi”, aveva sottolineato in quell'occasione il Presidente Fernandez.

Il peronismo del XXI secolo, ad una settimana dal voto legislativo in Argentina, sta dimostrando, in linea con il Socialismo del XXI Secolo latinoamericano (nazionalista e populista di sinistra) che i diritti sociali ed i diritti civili possono avanzare di pari passo.

Luca Bagatin

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sabato 5 giugno 2021

Argentina. 75 anni fa, Juan Domingo Peron, assunse la sua prima presidenza. Articolo di Luca Bagatin

Il 4 giugno 1946, 75 anni fa, Juan Domingo Peron, indimenticato Presidente argentino, assunse la sua prima presidenza.

Già divenuto popolare a seguito del golpe militare del giugno 1943, allorché, assieme ai suoi compagni del Grupo Oficiales Unidos (Gruppo Ufficiali Uniti), rovesciò il governo conservatore del corrotto Ramon Castillo, divenendo Ministro del lavoro e dello stato sociale, Peron contribuirà presto ad emancipare le classi proletarie e oppresse, i cosiddetti descamisados.

Eletto dal Partito Laburista, con il suo primo governo, Peron, inizò a garantire maggiore equità e distribuzione del reddito, iniziando a reprimere ogni forma di oppressione.

Fondatore, nel 1947, del Partito Giustizialista, di orientamento anticapitalista e populista di sinistra, Peron aumentò i salari, mise sotto controllo i prezzi (a iniziare da quello degli affitti) e migliorò le prestazioni previdenziali, investendo nel rafforzamento dello stato sociale. Nazionalizzò i servizi pubblici quali compagnie telefoniche, elettriche, gas e ferrovie.

Tutto ciò si tradusse non solo in un miglioramento delle condizioni di vita dei settori popolari, ma anche in un aumento del PIL, dei beni e dei servizi disponibili e in un forte calo del debito contratto con l'estero.

Nel 1945, Peron, sposò Eva Duarte, soprannominata affettuosamente dal popolo Evita. Evita contribuirà molto alla popolarità del marito, occupandosi peraltro per tutta la sua pur breve vita (morì nel 1952, a soli 33 anni) di diritti delle donne, dei bambini e degli anziani.

Furono i governi di Peron a introdurre, in Argentina, la legge sul divorzio, a sopprimere l'educazione religiosa nelle scuole e a legalizzare la prostituzione. Tutto ciò costò a Peron la scomunica da parte del Papa dei cattolici Pio XII.

Nel settembre 1955, un'alleanza fra clero, militari e servizi segreti statunitensi, ad ogni modo, bloccò ogni nuova riforma peronista: un Colpo di Stato guidato dal generale Pedro Eugenio Aramburu, infatti, destituì il Presidente Juan Peron da ogni carica e lo costrinse all'esilio. Un esulio che durò sino al 1973.

In Argentina, peraltro, il Partito Giustizialista fu dichiarato illegale e per quasi vent'anni l'Argentina e il suo popolo subirono un lungo susseguirsi di dittature militari e di violenze, oltre che di pesantissime crisi economiche e di ruberie di Stato, che non permisero più al Paese di risollevarsi come aveva fatto, invece, durante il decennio peronista.

Juan Domingo Peron, ad ogni modo, nel suo esilio di Madrid, scriverà, nel 1967, una sorta di testamento politico, di documento storico e di esortazione al popolo ed ai popoli e lo intitolerà, emblematicamente, “L'ora dei popoli”. In tale testo, che anticiperà il suo ritorno trionfale in patria nel 1973, oltre a denunciare i suoi nemici in patria, denuncerà il pericolo dell'imperialismo yankee, ovvero statunitense. Inoltre, fu forse il primo a denunciare le manovre speculative dei governi USA relative al dollaro, fra cui il fenomeno dei signoraggio, e del Fondo Monetario Internazionale che, peraltro, sono tutt'oggi all'origine della crisi economica che stiamo subendo e fu il primo che, durante il suo mandato di governo, propose l'unificazione dell'America Latina, ovvero la fondazione degli Stati Uniti Latino-Americani.

Peron nel suo “L'ora dei popoli”, a proposito del giustizialismo e delle sue prospettive scrive infatti: “Il giustizialismo si fonda su tre grandi premesse: 1) La necessità di promuovere una riforma che il mondo dei nostri giorni, con la sua inarrestabile evoluzione, stava segnalando come un imperativo ineludibile. 2) La necessità di una integrazione latino-americana per creare, grazie ad un mercato ampliato, senza frontiere interne, le condizioni più favorevoli al nostro sviluppo; per migliorare il tenore di vita dei nostri 200 milioni di abitanti; per creare le basi dei futuri Stati Uniti Latino-Americani, posto che spetta all'America Latina nelle questioni mondiali. 3) L'opportunità di realizzare un'integrazione storica che permetta di consolidare quella liberazione per la quale lottano oggi quasi tutti i popoli sottomessi.

La lotta in favore dei popoli sottomessi, infatti, fu la costante del pensiero e dell'azione di Juan Peron. La sua posizione politica, infatti, coincideva con quel Terzo Mondo sfruttato e depredato dagli USA e, in tal proposito, scriveva, anche riferendosi alla dittatura antiperonista che stava in quegli anni martoriando l'Argentina: “I governi usurpatori di quelle dittature che pretendono di affermare la propria esistenza con la protezione straniera non possono durare. I governi militari e imposti dal Pentagono e dal Fondo Monetario Internazionale, incorreranno nella stessa sorte in Vietnam come in America Latina, in quanto nulla di stabile può essere fondato sull'infamia”.

Socialismo, integrazione storica del Terzo Mondo e dell'America Latina, sovranità popolare, tutti aspetti che gli imperialisti non potevano e non possono tollerare.

Juan Domingo Peron, nonostante il ritorno trionfale in patria nel 1973 e la sua successiva rielazione, lasciando presto il governo nelle mani della seconda moglia Isabelita - che certo non aveva il piglio e l'anima sociale di Evita - non riuscì, causa anche la sua morte avvenuta nel 1974, ad impedire l'avvento di nuovi golpe militari che soffocarono ogni possibile riforma in Argentina.

Fu solo nel 2003 che, con Nestor Kirchner e successivamente sua moglie Cristina (attuale Vicepresidente dell'Argentina), il peronismo tornò al governo, salvo la breve e catasfrofica parentesi del liberale Mauricio Macri (2015 – 2019).

Oggi, nel solco del peronismo, il governo argentino è presieduto da Alberto Fernandez, il quale prosegue nela storica promozione dei diritti sociali e civili del Paese.

Luca Bagatin

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mercoledì 25 novembre 2020

Bolivia. La neo-Ministra della Cultura Sabina Orellana Cruz: "Lotta al razzismo e al patriarcato". Articolo di Luca Bagatin

Grandi cambiamenti in Bolivia, dopo la vittoria alle elezioni del socialista Luis Arce, con oltre il 50% dei consensi, al primo turno, tenutesi il 18 ottobre scorso.

Introdotte le prime misure sociali e il ritorno alla normalizzazione del Paese, dopo il golpe bianco liberale che, un anno fa, aveva costretto l'ex Presidente socialista Evo Morales all'esilio e gettato la Bolivia nel caos e nello sfacelo economico e sociale.

Evo Morales ha potuto rientrare, nelle scorse settimane, dal suo esilio in Argentina e un altro importante cambiamento è giunto.

Sabina Orellana Cruz, di origine indigena e leader della Confederazione Femminile, ha prestato giuramento come Ministro delle Culture, della Decolonizzazione e della Depatriarcalizzazione e ha già affermato che intende portare avanti misure atte a combattere il razzismo, i residui di colonialismo e di cultura patriarcale presenti nel Paese, riaffermatesi purtroppo dopo l'avvento al potere dei golpisti liberali e di estrame destra.

Sono una donna orgogliosa delle mie radici, perché sono quechua e tutti dovremmo essere orgogliosi di avere radici indigene”, ha dichiarato la neo Ministra Orellana, nell'ambito della cerimonia di investitura, che ha avuto luogo presso la Casa Grande del Popolo.

Lavoreremo tra arte e cultura, est e ovest, campagna e città. Lavoreremo insieme e vi chiedo di darmi l'opportunità di lavorare per la gestione culturale collettiva, a beneficio del nostro popolo di Bolivia”, ha dichiarato.

E ha altresì aggiunto: “La fine del razzismo è una responsabilità che incombe su tutti noi, che vogliamo attuare una pacifica convivenza, nella quale nessuno possa vedere una donna o un uomo inferiori perché diversi. Siamo diversi come i colori della nostra wiphala”. La wiphala è la bandiera rappresentativa di tutti i popoli Nativi che vivono nei territori andini, che il governo golpista liberale, suprematista bianco e fondamentalista evangelico, aveva proibito.

La Ministra Sabina Orellana Cruz, ha concluso il suo discorso affermando che la Bolivia socialista vuole costruire “un Paese decolonizzato, depatriarcalizzato, orgoglioso delle sue radici e della sua grande ricchezza culturale”.

Diritti sociali e lotta al patriarcato sono da sempre cavalli di battaglia dei movimenti sociali, socialisti e peronisti in America Latina, almeno sin dagli Anni '50. Fra le pasionarie di tali diritti, ricordiamo Evita Peron, la quale, assieme al marito, il Presidente argentino Juan Domingo Peron, molto si è battuta, sia per l'emancipazione delle donne argentine, che per il diritto di voto alle donne.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

martedì 28 luglio 2020

Fra Recovery fund e possibili nuovi balzelli, occorre un cambiamento sociale e socialista. Articolo di Luca Bagatin

Pensavamo che, l'emergenza sanitaria, fosse e fosse stata utile – quantomeno, nella sua tragicità - ad aprire le coscienze.
A far comprendere che non era e non è più possibile proseguire nella strada dell'austerità, dei tagli alla sanità, dei tagli ai servizi pubblici, dell'aumento delle imposte ai poveri cristi e nelle politiche della “crescita” economica, che non è affatto illimitata, che genera spirali incontrollate, inquinamento ambientale ed è pagata unicamente dalle fasce povere della popolazione, a vantaggio di quelle ricche e in grado di investire i loro danari nelle speculazioni economico-finanziarie.
Pensavamo, quindi, che il sistema liberal capitalista sul quale è fondata l'Unione Europea, dovesse necessariamente essere sovvertito. In favore di una economia della decrescita, dello scambio equo, dei finanziamenti massicci a sanità, ricerca, istruzione e sulla redistribuzione delle risorse.
In realtà, all'indomani della fine del lockdown, come se nulla fosse successo, come se i morti e i contagiati non ci fossero mai stati, non si è affatto discusso di tutto ciò.
L'UE e i Paesi membri hanno discusso unicamente di come fare in modo che, i rispettivi popoli, potessero ancora essere più imbrigliati e indebitati. Attraverso i vari MES e i vari Recovery fund. Che non sono soldi stampati e dati gratis (vista l'eccezionalità dell'emergenza), purtroppo, o buoni senza alcuna condizionalità, ma richieste di nuove garanzie che i cittadini di ogni singolo Paese europeo dovranno rispettare. Senza essere minimamente stati interpellati !
Tali garanzie richieste ai cittadini, potrebbero tradursi, prossimamente, in nuove tasse che andranno a colpire le fasce più deboli. Già si parla di reintroduzione dell'IMU sulla prima casa; di prelievi forzosi sui conti correnti (ovvero sui risparmi) e, non improbabile, di un nuovo aumento dell'IVA. Misure raccomandate dall'UE e fortemente anti-sociali, tali da poter aggravare ulteriormente una situazione già molto difficile per i cittadini.
C'è da chiedersi quali siano stati, in tutti questi anni, i vantaggi dell'esistenza dell'Unione Europea per i cittadini che, formalmente, la compongono. Una entità non eletta da nessuno, che ha unicamente funzioni economicistiche e politiche. Che decide ingiuste sanzioni a Paesi sovrani, laici democratici e socialisti come il Venezuela e la Siria, specie in un periodo di emergenza sanitaria. Che vorrebbe imporre misure economiche ai singoli Stati che la compongono, esattamente come in tutti questi anni ha fatto il Fondo Monetario Internazionale (FMI) con la gran parte dei Paesi del Terzo Mondo.
Fondo Monetario Internazionale già guidato nel recente passato da Christine Lagarde, oggi alla guida della Banca Centrale Europea.
Tali politiche definite “europeiste” sono politiche liberal-capitaliste a tutto vantaggio dei ricchi investitori, del sistema bancario e delle multinazionali. Politiche peraltro non diverse da quelle imposte finanche da Putin in Russia (che, non a caso, ha aumentato l'età pensionabile e l'IVA e distrutto, negli anni, le conquiste sociali sovietiche dei decenni precedenti). Le medesime che il FMI impone agli Stati e che non accetta governi né misure socialiste.
Governi socialisti e laici che, oggi come ieri, venivano e vengono contrastati dal FMI proprio perché si sono liberati o hanno tentato di liberarsi dalle nefaste politiche di indebitamento e di conseguente austerità da esso imposte. Pensiamo al Cile di Allende, alla Libia di Gheddafi, al Burkina Faso di Sankara, alla Romania di Ceausescu, all'Argentina di Peron e dei Kirchner, alla Bolivia di Morales, al Venezuela di Chavez e Maduro e così via.
L'ultimo socialista italiano e europeo degno di questo nome, Bettino Craxi, non a caso, nei suoi scritti e discorsi ha sempre lanciato moniti in tal senso. Craxi disse: “Si presenta l’Europa come una sorta di paradiso terrestre, arriveremo al paradiso terrestre… L’Europa per noi, come ho già avuto modo di dire, per noi nella migliore delle ipotesi sarà un limbo. Nella peggiore delle ipotesi l’Europa sarà un inferno. Quindi bisogna riflettere su ciò che si sta facendo. Perché la cosa più ragionevole di tutte era quello di richiedere e di pretendere, essendo noi un grande Paese – perché se l’Italia ha bisogno dell’Europa l’Europa ha bisogno dell’Italia – pretendere la rinegoziazione dei parametri di Maastricht”. E disse anche: “Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”.
Sappiamo bene la fine ignominiosa che fu fatta fare a Craxi. La stessa fine che fecero fare a molti socialisti autentici e originari come lui.
Chi si indebita rinuncia alla sua sovranità personale e nazionale. Lo fanno gli Stati con i prestiti e lo fanno le persone con i mutui. Mai vivere al di sopra delle proprie possibilità ! Sempre cercare di vivere con lo stretto necessario, con rettitudine e onestà.
Occorre un cambio radicale di mentalità. Un cambio di forma sociale, economica e politica.
Un cambio fondato sullo scambio equo e sulla ridistribuzione equa delle risorse. Affinché nessuno sia lasciato indietro e tutti abbiano il necessario per vivere dignitosamente. Né più, né meno.
Una forma sociale fondata sulla fratellanza e sul rispetto fra le genti e i popoli. Non sulla concorrenza, sulla slealtà, sulla prevaricazione, sull'arricchimento dei pochi a scapito dei molti.

Luca Bagatin

mercoledì 9 ottobre 2019

Il ritorno dell'America Latina del Socialismo del XXI Secolo. Un esempio anche per l'Europa (dell'austerità e del liberalcapitalismo) ? Articolo di Luca Bagatin

L'8 ottobre si è celebrato, in Argentina, l'anniversario della nascita dell'indimenticato Presidente socialista Juan Domingo Peron (8 ottobre 1895), fondatore del giustizialismo: un socialismo di matrice nazionale e democratica, che rese il Paese economicamente indipendente e socialmente prospero, sin tanto che non fu costretto all'esilio da un colpo di Stato militare, sostenuto anche dagli USA.
Il 9 ottobre si è celebrato l'anniversario della morte dell'eroe argentino Ernesto “Che” Guevara (9 ottobre 1967), ucciso in Bolivia su mandato della CIA.
Entrambi pagarono per le loro politiche e idee invise al capitalismo statunitense ed al Fondo Monetario Internazionale, ma entrambi sono rimasti nel cuore di tutti i sinceri democratici e socialisti latinoamericani e non solo.
Anche a Peron e Guevara si ispirano, infatti, tutte le correnti del Socialismo del XXI Secolo che hanno governato in America Latina dagli Anni '90 ad oggi, emancipandola socialmente, economicamente, ponendo il popolo al centro di un progetto politico partecipativo e inclusivo.
Correnti che resistono a Cuba con il comunista Manuel Diaz-Canel; resistono in Venezuela, ove il chavista Nicolas Maduro è riuscito a sventare il tentativo di golpe liberale sostenuto dagli USA; resistono in Nicaragua con il sandinista Daniel Ortega, anch'egli riuscito a mettere all'angolo i golpisti filo capitalisti; resistono in Messico con il nazionalista di sinistra Andres Obrador, eletto nel 2018; resistono nella Bolivia del socialista Evo Morales, ricandidato anche alle imminenti elezioni del 20 ottobre (i sondaggi lo danno in vantaggio con oltre il 40% dei consensi) e resistono in Uruguay, ove il candidato socialista del Frente Amplio – Deniel Martinez - è in testa nei sondaggi con il 30% dei consensi in vista delle elezioni del 27 ottobre, battendo il liberale Partido Colorado fermo al 23%
In Argentina, diversamente, il peronismo (presentandosi diviso in ben tre liste contrapposte fra loro) è stato sconfitto nel 2015 – al secondo turno - per una manciata di voti dal liberale Macri. Quel Macri che sta distruggendo il Paese, indebitandolo e martoriandolo con misure di austerità in favore delle politiche del Fondo Monetario Internazionale. Ma alle elezioni del 27 ottobre, secondo i sondaggi, sembra in vantaggio – di ben circa 20 punti - il candidato peronista unitario Alberto Fernandez.
Il Brasile, invece, è passato dai socialisti di Lula e di Dilma Roussef – accusati ingiustamente di corruzione – nelle mani del liberale Bolsonaro, che – dall'anno scorso - sta distruggendo il Paese non solo sotto il profilo sociale, ma finanche ambientale, favorendo la deforestazione dell'Amazzonia.
In Ecuador, come se non bastasse, la situazione sta precipitando. Dopo il voltafaccia del Presidente Lenin Moreno - eletto nelle file socialiste nel 2017 e poi passato ad attuare politiche liberali e di macelleria sociale e destituendo e sconfessando i suoi ex sostenitori socialisti (Rafael Correa, Jorge Glas, Ricardo Patino) - in questi giorni il Paese si trova nel caos.
Moreno ha infatti introdotto un pacchetto di misure di austerità che ha fatto ribollire la piazza. Un pacchetto di misure simili a quelle introdotte da Macron in Francia e che ha fatto scatenare le proteste dei Gilet Gialli. Misure che prevedono: l'aumento del prezzo del carburante di oltre il 100%, l'aumento del prezzo di beni e servizi; la riduzione delle ferie pagate da 30 a 15 giorni; una riduzione del 20% dello stipendio per i dipendenti pubblici; un piano di privatizzazioni e una diminuzione dei contributi pensionistici a fronte di una conseguente riduzione delle pensioni.
Manifestazioni, blocchi stradali e persino l'occupazione del parlamento da parte dei manifestanti, i quali hanno così proclamato il “Parlamento del Popolo”, costringendo Lenin Moreno alla fuga dalla capitale Quito alla città costiera di Guayaquil, bastione tradizionalmente conservatore e ancora non troppo colpito dalle proteste.
A guidare in particolare le proteste ci sono sia il movimento nazionale degli indigeni dell'Ecuador (CONAIE) che i sostenitori dell'ex Presidente socialista Rafael Correa, oltre che numerosi lavoratori, studenti ed ecologisti.
L'America Latina del Socialismo del XXI Secolo chiede dunque, ancora una volta, il suo riscatto. Come ai tempi di Peron, di Guevara, di Sandino, di Chavez e del nostro Giuseppe Garibaldi, che combatté prima di costoro – ispirandoli – per un'America Latina libera dagli oppressori. Così come tentò di fare anche in Italia e in Europa. Un'Italia e un'Europa che, purtroppo, da diversi decenni, hanno drammaticamente fatto molti, troppi passi indietro...sulla via di una china liberal-capitalista alternativa rispetto alle necessità ed alle volontà dei popoli e dei poveri, i quali chiedono sovranità, politiche sociali, democrazia inclusiva. Che sono peraltro i fondamenti del socialismo.

Luca Bagatin

lunedì 12 agosto 2019

Primarie in Argentina: trionfo della coalizione peronista, socialista, comunista. Crollo dei liberali. Articolo di Luca Bagatin

Alle primarie argentine dell'11 agosto scorso – alle quali hanno partecipato circa il 75% degli aventi diritto - ha trionfato l'accoppiata peronista “Fernandez-Fernandez”, ovvero il candidato Presidente Alberto Fernandez e la sua Vice, già ex premier argentina, Cristina Fernandez de Kirchner. Presenti con il cartello elettorale “Frente de Todos”, si sono aggiudicati il 48,8% delle preferenze (10,6 milioni di voti), battendo il liberale Macri, fermo al 33,2% (7,2 milioni di voti), presentatosi con la lista “Cambiemos”.
Il segreto del loro successo è stata l'unità di tutti i peronisti allargata a una coalizione comprendente socialisti e comunisti e una piattaforma sociale in grado di sconfiggere per sempre il liberalismo, incarnato da Macri, attuale presidente dell'Argentina che sta distruggendo il Paese dal 2015. Paese con una inflazione ormai al 60% annuo; con politiche di deregolamentazione; di riduzione dei diritti sociali; di svendita al Fondo Monetario Internazionale e di disoccupazione in costante aumento.
Ben dodici le proposte dei peronisti, annunciate ed elencate negli scorsi giorni da Alberto Fernandez: “Faremo un accordo per i primi 100 giorni di governo tra imprenditori, sindacati e Stato nazionale, per stabilire nuove regole. Saranno implementate politiche attive che favoriscano il credito per le piccole e medie imprese”; “Ricomposizione immediata delle pensioni con un aumento del 20%"; "De-dollarizzazione delle bollette. Le tariffe seguiranno il ritmo degli aumenti salariali e le entrate degli argentini”; “Rimedieremo ai crediti con un piano di uscita per le persone che si sono fidate e sono state truffate”; “Ci sarà di nuovo un Ministero della Salute con pieno accesso ai farmaci per i pensionati e rispetto del piano di vaccinazione per i nostri figli”; “Creeremo il Ministero delle donne per garantire condizioni di uguaglianza e articolare le politiche pubbliche necessarie in materia”; “Creeremo un ministero per la Casa e dell'edilizia abitativa per affrontare la situazione delle persone costrette a vivere in strada e della classe media”; “Negozieremo in maniera ferma con il Fondo Monetario Internazionale. Per poter pagare, devi prima crescere”; “Abbiamo intenzione di recuperare il Ministero della Scienza, della Tecnologia e dell’Innovazione Produttiva e rimettere in piedi il Conicet”; “Avremo un dollaro competitivo per produrre ed esportare. Non ci saranno né scorte né possibilità di speculazione. E attueremo un regolamento che pone limiti alla fuga dei capitali”; “Elimineremo le trattenute all'industria, alle economie regionali e ai servizi informatici e basati sulla conoscenza”; “Lanceremo un sistema fiscale che farà funzionare l'economia. Più incentivi per investimenti, produzione e occupazione”.
Alberto Fernandez fu già ministro del governo peronista di Nestor Kirchner, marito e predecessore di Cristina Kirchner. I loro governi – dal 2003 al 2015 – fecero tornare l'Argentina ai fasti di Evita e Juan Peron, allorquando il Paese era una democrazia “socialmente giusta, economicamente libera e politicamente sovrana”, come ebbe a dire Juan Peron stesso.
Ciò fu possibile attraverso piani di nazionalizzazioni e di aumento dei dazi doganali, che permisero di far fronte alla spesa pubblica e di ridurre la povertà; assicurando casa e lavoro ai disoccupati e finanziando massicciamente il settore educativo e scolastico. Cristina Kirchner, inoltre, legalizzò il matrimonio omosessuale nel 2010.
Mauricio Macri, il liberale al governo dalla fine del 2015, sostenutissimo dagli Stati Uniti d'America e dal Fondo Monetario Internazionale, oltre che amico del Presidente ultraliberale brasiliano Bolsonaro, aveva vinto sul candidato peronista Daniel Scioli per solo una manciata di voti al secondo turno di ballottaggio. Ciò più per le divisioni del fronte peronista che per meriti suoi. E' riuscito, come detto, a far arretrare l'Argentina di decenni e a distruggere pressoché ogni conquista sociale ed economica portata avanti dal peronismo.
Se alle elezioni presidenziali del 27 ottobre prossimo saranno confermati i risultati delle primarie, ovvero un'ampia vittoria dei peronisti, coalizzati con socialisti e comunisti, per il regime liberale si potrà davvero parlare di ultimo e definitivo atto. Con grande sollievo per l'Argentina.

Luca Bagatin


giovedì 25 aprile 2019

Argentina. Alla commemorazione del 70esimo anniversario del Primo Congresso Nazionale di Filosofia Dugin ricorda Peron. Articolo di Luca Bagatin

Nei giorni scorsi si è tenuta, in Argentina, a Buenos Aires, la settimana di commemorazione del 70esimo anniversario del Primo Congresso Nazionale di Filosofia, che si tenne per la prima volta a Mendoza, nella primavera del 1949, con la partecipazione dell'allora Presidente Juan Domingo Peron e di sua moglie Evita, oltre che dei ministri del suo governo e dei maggiori esponenti delle Università del Paese. Fu un evento importante, perché per la prima volta fu organizzato un convegno di filosofia a carattere nazionale, fortemente voluto e sostenuto dal governo.
Quest'anno, fra gli ospiti della settimana commemorativa, tenutasi presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di di Lomas de Zamora, il filosofo russo Aleksandr Dugin, autore de “La Quarta Teoria Politica”, i cui fondamenti si basano sulla critica dei totalitarismi novecenteschi, sul superamento di ogni scontro di civiltà, sulla critica alla modernità e su un recupero del socialismo originario, privo di ateismo, progressismo e materialismo.
In questo senso Dugin è intervenuto ricordando la grande figura storica e politica di Peron, affermando: “Peron è grande, è il profeta ontologico. Solo Peron ha individuato nella sua visione il problema più importante: quello dell'essere. E solo l'umanità può essere una comunità”. E ha proseguito: “Le idee di Peron sono così universali, così grandi, sono così simili ai sogni dei patrioti russi che posso vedere la mia identità e i miei valori riflessi in essi (…), Juan Peron è l'esempio da seguire per tutti i capi di Stato”. Ricordando come sia stato “l'unico capo di Stato che ha convocato un Congresso di Filosofia” e che “non solo sapeva come ascoltare i filosofi, ma sapeva anche come fare la filosofia”.
Citando uno fra i testi fondamentali scritti da Peron, “La Comunità Organizzata”, i cui concetti furono introdotti dal Presidente stesso proprio alla fine del Congresso di Filosofia del 1949, Dugin ha fatto presente come: “La Comunità Organizzata è la risposta filosofica su ciò che l'Argentina è e dovrebbe essere, un'Argentina che è una comunità, o non è, ed è una comunità in Sud America, perché c'è una identità comune tra i popoli americani che si pensano ancora come comunità” ed ha concluso ricordando come il pensiero socialista di Peron sia stato volto a combattere i liberalismi di destra e sinistra, ovvero la modernità e l'ideologia capitalista.
Al convegno è intervenuto anche il politologo argentino Marcelo Gullo, il quale ha fatto presente come oggi l'oligarchia finanziaria abbia fondamentalmente due braccia: il neoliberismo e il progressismo e che per contrastarla sia necessario un ritorno al pensiero di Peron.
Pensiero di Peron che, ricordiamo, fu fortemente constrastato dalle dittature militari negli Anni '60 e da quelle successive con a capo Videla; fu infangato da finti peronisti come Menem – in realtà neo-liberali - e fu recuperato solamente negli ultimi decenni da Nestor e Cristina Kirchner, che hanno alleviato le sofferenze del Paese.
Non dimentichiamo che oggi l'Argentina, governata dal liberale Mauricio Macri, è tornata indietro di decenni in ambito sociale, civile ed economico e che purtroppo il fronte peronista che gli si contrappone è ancora oggi drammaticamente diviso. Fronte peronista che – per le elezioni presidenziali dell'ottobre prossimo - dovrà fare quadrato e decidere il suo candidato fra i nomi di Daniel Scioli e Cristina Kirchner: il primo sconfitto da Macri per una manciata di voti e la seconda, ex Presidentessa che ha governato il Paese risollevandolo da povertà e analfabetismo.
Se dovessero presentarsi questa volta con liste divise, il rischio di una nuova vittoria del fronte liberal-capitalista potrebbe essere davvero molto forte. E per l'Argentina sarebbero ancora tempi oscuri.

Luca Bagatin

lunedì 21 maggio 2018

Il socialismo, in Venezuela, resiste. Articolo di Luca Bagatin

Il socialismo, in Venezuela, resiste.
Nonostante la guerra economica, le sanzioni e le speculazioni operate dall'emisfero capitalista del Pieneta - Stati Uniti d'America in primis - in quanto risulta inaccettabile che un popolo latinoamericano si sia liberato, nel corso degli anni, delle politiche del Fondo Monetario Internazionale, si sia riappropriato della propria sovranità e delle proprie risorse energetiche. E lo abbia fatto attraverso il socialismo, come ai tempi di Bolivar, di Sandino, di Allende, di Castro, di Guevara e di Evita e Juan Peron.
Il socialismo, in Venezuela, resiste attraverso la nuova vittoria del Presidente Nicolas Maduro che, con il 67,6% dei consensi, ha vinto nuovamente le presidenziali di domenica 20 maggio scorso (anticipate rispetto alla scadenza naturale di dicembre, peraltro).
Maduro, denigrato nell'emisfero capitalista, è amato dal popolo latinos, dagli strati sociali più deboli che, grazie al chavismo, hanno visto elevare le proprie condizioni economico-sociali, nonostante le sanzioni imposte da quegli USA che hanno sempre trattato l'America Latina come il proprio personale "cortile" di casa.
Ma l'America Latina socialista si è riscattata da tempo, perché il socialismo che la pervade è quello autentico, popolare, populista, genuino, originario, di ispirazione bolivariana, garibaldina, cristiana, libertaria e umanitaria.
Un socialismo che l'Europa ha dimenticato da molti decenni, governata da una destra ed una sinistra autoreferenziali e rappresentanti unicamente dei ceti sociali medio-alti ed elitari.
Maduro, come ha scritto di recente sul quotidiano spagnolo "El Pais", ha dichiarato che il Venezuela è una democrazia popolare, non classista, alternativa alle élite, la quale ha garantito missioni sociali, abitazioni, servizi e scuole pubbliche e, per rispondere alla guerra economica ha introdotto una criptovaluta denominata Petro, sostenuta dal petrolio nazionale del Paese, ovvero basata su una fonte economica reale.
Lo stesso ex Premier spagnolo socialista José Luis Rodriguez Zapatero (forse l'ultimo dei governanti autenticamente socialisti in Europa), osservatore internazionale e da tre anni mediatore del processo di dialogo e di pace fra la maggioranza e l'opposizione venezuelana si è detto stupito del comportamento dell'Unione Europea nei confronti dell'attuale leadership socialista. Del resto sarebbe assurdo non riconoscere il risultato elettorale di domenica scorsa, avvenuto con voto elettronico, dal quale si evince una schiacciante vittoria di Maduro, candidato del Gran Polo Patriotico (coalizione di partiti formata dal Partito Socialista Unito del Venezuela, dal Partito Comunista del Venezuela, oltre che da movimenti di ispirazione indigena, socialdemocratica, socialista rivoluzionaria e bolivariana); seguito dal rappresentante del centrosinistra Henri Falcon, alla guida di Avanzada Progresista con il 21,15%; dall'imprenditore Javier Bertucci, rappresentante di "El Cambio" con il 10,7% e dal candidato della sinistra radicale "Unidad Politica Popular 89" Reinaldo Quijada con lo 0,4%.
L'astensione è stata alta, è vero, ovvero del 54%, ma pur sempre inferiore rispetto a quella con la quale si elegge da tempo un Presidente negli USA e non lontanissima da quella della Francia delle ultime presidenziali. Questo dato, ad ogni modo, dovrebbe spingere il governo socialista riconfermato a rendere ancora più partecipe il popolo relativamente alle decisioni politiche ed economiche interne e a riavviare un dialogo costruttivo con quell'opposizione più moderata e meno legata ad interessi capitalistici, oltre che intervenire con incisività nei casi di corruzione e di insicurezza pubblica, problemi certamente da non sottovalutare in Venezuela.
Il socialismo - che è poi il nostro garibaldinismo repubblicano del cuore - ad ogni modo, resiste e auspichiamo possa tornare nuovamente protagonista anche in Brasile e in quell'Argentina che il liberal-capistalista Macri sta facendo tornare indietro di decenni.
Hasta la Victoria Siempre, nel nome di Bolivar, Garibaldi, José Martì, Sandino, Guevara, Peron e Chavez !

Luca Bagatin

mercoledì 11 gennaio 2017

Brevi appunti sulla democrazia diretta. Di Luca Bagatin

La democrazia diretta non dovrebbe farsi né nei parlamenti né in rete, ma nelle piazze, in appositi comitati popolari aperti a tutti, guardandosi negli occhi e TUTTI dovrebbero avere la possibilità di concorrere alle decisioni.
Il resto è solo delega in bianco elettoralistica e mediaticità internettico onanistico modernista.



L'unica democrazia possibile è quella DIRETTA, aperta a tutti e fatta in appositi comitati popolari: nei quartieri, nelle piazze, nei paesi, nelle città, ove tutti si guardano neglio occhi e decidono. Anche con tutta la calma che serve a prendere le decisioni comuni e comunitarie.

sabato 7 gennaio 2017

Per il ritorno al Socialismo rivoluzionario e autogestionario, contro la globalizzazione e per l'autogoverno. Articolo di Luca Bagatin

Il mese scorso scrivemmo di come il 2016 si stesse chiudendo con le richieste della gran parte dei popoli d'Europa e Stati Uniti d'America, di maggiori politiche in favore del popolo, di sovranità e di autodeterminazione.
Questo ciò che è stato possibile rilevare relativamente al risultato del referendum sulla Brexit, alle proteste francesi relative alla deregolamentazione del lavoro attraverso la Loi Travial ed alla vittoria alle primarie dei repubblicani francesi del candidato avverso al globalista Sarkozy, oltre che la non presentazione alle elezioni presidenziali francesi del globalista Hollande; alla vittoria di Trump alle elezioni presidenziali USA ed alla vittoria dei NO al referendum costituzionale in Italia.
Donald Trump, negli USA, ha già annunciato il ritiro del Grande Mercato Transatlantico (TTIP), che avrebbe inglobato l'Europa al mercato statunitense, con immensi svantaggi per i mercati europei, per le produzioni locali, per i diritti dei lavoratori e per la tutela dell'ambiente. Inoltre Trump ha annunciato una dura lotta alle imprese che delocalizzano ed anche questa misura sembra davvero finalmente prendere in considerazione il mercato interno e la necessità di privilegiare le produzioni locali ed i lavoratori autoctoni ed i loro diritti, evitando peraltro di sfruttare altrove manodopera a basso costo e magari senza tutele sindacali.
Ecco dunque come il tanto demonizzato Trump che, per quanto sia un ricco magnate del quale non ci fidiamo per questo totalmente, appaia al momento come il paladino di quella che potrebbe essere definita la “sinistra del lavoro” (o, meglio, socialismo delle origini), contrapposta alla “sinistra del capitale”, fighetta e liberal dei Roosevelt, dei Kennedy, dei Clinton, degli Obama ed in Europa dei Blair, degli Hollande, dei Prodi e dei Renzi.
In Europa, allo stesso tempo, anche Marine Le Pen ed il suo Front National, abbandonate le vecchie ricette liberiste di Le Pen padre, appaiono molto più disposti ad accogliere e promuovere misure sociali e di autarchia economica, contrapponendosi alla globalizzazione portata avanti, in Francia, sia dalla destra che dalla sinistra ed a tutto svantaggio dei poveri, dei lavoratori e dei diseredati.
Detto ciò ci viene in mente un grande statista socialista, l'ultimo che l'Europa abbia conosciuto e di cui ricorre a giorni il diciassettesimo anniversario della morte: Bettino Craxi.
Bettino Craxi, erede della tradizione socialista originaria di Proudhon, Pierre Leroux, Garibaldi e della Comune di Parigi dalla quale mutuerà il simbolo del garofano rosso, attuerà e proporrà politiche di rilancio del Made in Italy e della sovranità nazionale; avvierà un dialogo costruttivo con i Paesi mediterranei e arabi di matrice laico-socialista; si contrapporrà, quando necessario, allo strapotere ed alle ingerenze degli Stati Uniti d'America in Italia; si opporrà alle privatizzazioni slevagge; rimarrà ancorato all'anticomunismo, rafforzando comunque i legami con il socialismo latinoamericano che, nel corso degli Anni '90, sarà l'embrione di quel Socialismo del XXI secolo che ha dato vita alla rinascita di quel continente, pur oggi osteggiata dalle élite.
E saranno proprio quelle élite economico-finanziarie che, con il concorso della “sinistra del capitale”, contribuiranno alla caduta di Craxi ed al suo esilio forzato.
Bettino Craxi, per molti versi, può essere paragonato ad un altro grande statista: Charles De Gaulle. Presidente francese ricordato per aver rimpatriato le riserve auree, condannato le politiche israeliane in Palestina e quelle statunitensi in Vietnam, aver fatto uscire la Francia dalla NATO e consolidato il sistema del welfare. Celebre peraltro la sua frase: “Odio i socialisti perché non sono socialisti, mentre odio i miei perché amano troppo il danaro”.
Craxi e De Gaulle, due grandi statisti che – pur formalmente schierati l'uno a sinistra e l'altro a destra dell'agone politico – hanno saputo andare oltre le ideologie e gli steccati, ovvero oltre la destra e la sinistra, recuperando ideali popolari, populisti nel senso positivo del termine e repubblicani e socialisti originari.
Come ricorda infatti il filosofo francese Jean-Claude Michéa nei suoi saggi, il socialismo non è né sarà mai di sinistra né di destra, ovvero non sarà mai borghese e capitalista, ma sarà sempre dalla parte del popolo, per l'autonomia, l'autogestione, l'antimperialismo e la democrazia autentica e diretta.
Aspetti che i socialisti europei di oggi, ormai trasformatisi in liberali, indistintamente “progressisti”, “cosmopoliti”, hanno completamente dimenticato, proponendo e riproponendo ricette di illusoria redistribuzione della ricchezza (anziché proporre una seria liberazione dalla schiavitù del lavoro e del salario); di deregulation del mercato del lavoro (anziché garantire la stabilità lavorativa ed economica per tutti, come dovrebbe essere in una società di liberi, eguali ed emancipati) e di libertà utili solo ai ricchi, alle imprese ed alla borghesia benestante, anziché proporre e promuovere l'uscita progressiva dal sistema capitalista e l'autogestione delle imprese e dell'attività politica, attraverso assemblee e comitati popolari aperti a tutti.
In questo senso, dunque, o il socialismo è rivoluzionario e libertario o è liberal-capitalismo. O torna a Pierre Leroux, Proudhon, Bakunin, Sorel, Garibaldi e Mazzini e riprende le prospettive di Bettino Craxi, ma anche di Juan Domingo Peron, Hugo Chavez, Evo Morales, Rafael Correa, i coniugi Kirchner, José Pepe Mujica e altri e dei pensatori contemporanei quali Michéa, Alain De Benoist, Eduard Limonov e Serge Latouche, oppure rimarrà al servizio della “sinistra del capitale” e del Re di Prussia, ovvero della schiavitù del lavoro e del salario e della “delega elettorale in bianco”, senza permettere ai cittadini di co-gestire sia la propria attività che trarne la propria stabilità economica, senza sfruttare il prossimo e autogovernandosi.
Il questo senso occorre porsi in un'ottica libera dall'interesse egoistico e dunque dal danaro, al fine di tornare ad una società ove si produce per consumare e non si consuma per produrre e quindi per lucrare – egoisticamente - sulla merce e sul lavoro. Ovvero occorre puntare ad un sistema fondato sul baratto e sul dono reciproco, nel rispetto massimo della natura e dell'ambiente, oltre che dell'essere umano.
Queste potrebbero essere alcune possibili prospettive per costruire una Civiltà (dell'Amore !) degna di questo nome, che tenda alla libertà dal bisogno, alla comunanza di tutti gli esseri viventi all'interno della propria comunità d'origine, alla liberazione dal giogo della schiavitù e dell'interesse egoistico, così come si svilupparono le più Antiche Civiltà della Terra, a partire da quelle matriarcali.

Luca Bagatin