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domenica 6 agosto 2017

A Te. Poesia di Luca Bagatin

A Te
Poesia di Luca Bagatin

Ti penso
intensamente
ti penso.
Ti ascolto.
intensamente
ti ascolto.
Vorrei
esserti vicino.
Più vicino.
Con l'anima,
con il cuore,
lo sono.
Anche se
bene non ti conosco.
Ma non m'importa.
Quel che importa
pur nella banalità
estrema
di questi versi
è che ti voglio bene.
E sempre te ne vorrò.
I tuoi silenzi
i miei silenzi.
a volte sembrano
comunicare
finanche meglio
di un discorso compiuto.
I tuoi occhi

si esprimono
e mi dicono molto
a livello inconscio.
Ma ora basta parlare !
Ora basta dolore !
Lasciamo spazio al cuore.
Solo al cuore.

(Luca Bagatin)

lunedì 10 luglio 2017

Danzatrice dell'Est (a Ralitza). Poesia di Luca Bagatin

Danzatrice dell'Est
(a Ralitza)
Poesia di Luca Bagatin 

Danzatrice,
sulle punte,
volteggi nella mia mente
e sulle spiagge assolate
del cuore.
Dall'Est tu arrivi
come il sole che sorge.
I raggi sono le tue braccia
e le tue gambe,
che sinuose si muovono
volteggiando nell'aria
che fendi
assieme al tuo collo
alla tua testa
alle tue mani
ai tuoi piedi
e irradi la tua essenza
profumata.
I tuoi occhi scuri
profondi
rapiscono la mia anima
che si eleva
nell'aria anch'essa
e danza
al ritmo del tuo cuore.
La musica scorre.
C'è eleganza nel tuo portamento.
Ecco, arriva il vento.
E con esso la sera.
E tu lassù, stella del firmamento.

(Luca Bagatin)

martedì 27 giugno 2017

"l'oRDINE DEL cHAOS". Riflessioni di Luca Bagatin

L'unico Ordine al quale potrei mai appartenere è un disordine.
Ovvero il Caos della mia mente.


Fare i complimenti a una donna è facile.
Amarla in silenzio è più difficile.
Il rumore non mi piace.


Finchè la pensi come loro sono tutti "liberi pensatori". Quando dissenti...i gufi non sono quello che sembrano. 
C'è a chi piacciono le ragazze dei tempi di oggi, mentre a me non interessano.
Preferisco quelle di un'altra epoca.
La mia.

lunedì 5 giugno 2017

"Sensualità": poesia di Luca Bagatin

Il mio cuore racchiuso nel tuo.

Il tuo cuore racchiuso nel mio.

Labbra socchiuse. Che si baciano.

Occhi che si guardano e si compenetrano.

Mani che si toccano e si stringono.

I tuoi capelli fra le mie mani.

Le tue mani sulla mia pelle.

Le mie labbra sul tuo seno,

sulle tue gambe,

sulle tue cosce,

sui tuoi piedi.

Le tue labbra sul mio petto.

I nostri cuori si aprono,

palpitano

ed esultano.

(Luca Bagatin)

mercoledì 31 maggio 2017

Jack Kerouac: il libertario senza etichette. Articolo di Luca Bagatin (a proposito dell'ottimo articolo-ricordo scritto da Luciano Lanna su "Il Dubbio")

Luciano Lanna, su "Il Dubbio" del 31 maggio, pubblica un bellissimo ricordo della Beat Generation ed in particolare di Jack Kerouac (1922 - 1969), a sessant'anni dalla pubblicazione del suo romanzo più famoso, ovvero "On the road" (http://ildubbio.news/ildubbio/2017/05/31/kerouac-andava-andava-mica-sapeva-nacque-la-beat-generation).
Romanzo più famoso ma, a mio parere, non il migliore che fu senza dubbio "I vagabondi del Dharma" e la sua ricerca di una spiritualità libera dai condizionamenti e persino "Big Sur", romanzo critico nei confronti dei capelloni e degli yippie, scritto nel periodo della sua massima decadenza fisica e che rappresenta un rifiuto dell'immagine di Kerouac nei confronti dell'etichetta/immagine che gli è stata affibbiata addosso dal mainstream, ovvero di ragazzo sempre giovane, girovago, sregolato.
Kerouac era un libertario senza etichette, che non gliene fregava nulla della politica e, se proprio doveva scegliere, era anticomunista e conservatore.
Kerouac non ebbe mai la pretesa di dimostrare nulla. Era sregolato, certo, ma non gliene fregava nulla di esserlo, anzi, spesso ci soffriva persino. Amava la spiritualità in tutte le sue forme. Era cattolico, buddhista, erotico, eretico.
Amava i gatti e le donne. Ed era mammone.
Amava bere e fumare. Era triste e malinconico.
Era un "qualunquista" non qualunque e ciò, come ha scritto Lanna, una volta approdato in Italia Kerouac non sarà compreso a causa del conformismo culturale italiano in tutte le sue "egemonie" da quella catto-conservatrice a quella togliattian-marxista e liberal-crociana.
Oggi lo spontaneismo di Kerouac e dei Beat, anche di quelli più "impegnati", manca davvero. Kerouac andava, andava, andava, senza sapere dove. Non aveva un programma imposto o auto-impostosi da una società capital-collettivistico-liberal-globalista fatta del preciso schema: nasci- produci-consuma-crepa. Ovvero svegliati, vai al lavoro, vai in palestra, dall'estetista, usa lo smartphone, mangia sushi, posta foto su instagram ecc...
Oggi un Kerouac sarebbe forse preso per uno zotico ubriacone e la sua interiorità sarebbe fatta a pezzi dalla pubblicità commerciale, eletta a nuovo culturame assieme all'ultimo libro di grido di Roberto Saviano, all'ultimo programma di Maria De Filippi o all'ultimo romanzo di E. L. James.
Oggi Kerouac semplicemente non esisterebbe. O forse esiste ancora. Oltre lo schermo di questo computer. Oltre il web, le mode, le puttanate smartphonizzate cinesizzate yankezzate giapponesate sushizzate inglobalizzate.
Forse Kerouac è proprio lì sotto. Nascosto in qualche punto recondito del cervello di ciascuno di noi. E' il ribelle che non si è fatto sottomettere dal totalitarismo consumista, dal benessere effimero, dalla società giovanilista senza alcun futuro perché non ha alcun passato.
Per Kerouac l'unica gente possibile erano i pazzi, i pazzi di vita, i pazzi entusiasti, i pazzi appassionati che mai si annoiano o dicono luoghi comuni. I pazzi che bruciano come favolosi fuochi artificiali.
Kerouac, questo mondo, questa società, ovvero l'evoluzione/involuzione di quella nella quale lui stesso visse - l'America Way of Life Anni '50 - e che già ai suoi tempi rifiutò, non l'avrebbe compresa. Perché era è già intimamente morta.

Luca Bagatin

 

Kerouac andava, andava, mica sapeva dove…e nacque la Beat generation

Sessant’anni fa usciva “On the road”, di Jack Kerouac
di Luciano Lanna per "Il Dubbio"


Era la Beat generation uno dei fenomeni esistenziali e creativi più interessanti che il dopoguerra americano. E Jack Kerouac era il suo profeta. Sebbene non avesse la patente di guida… On the Road è il suo romanzo più famoso. Uscì nel 1957. In questi giorni compie 60 anni. In Italia fu accolto male. Alla nostra intellettualità non piaceva tanto individualismo. Anche Montale lo detestò.
«Il tipo umano che ha costruito l’America era nomade», disse una volta Ezra Pound. E con lo sguardo sull’America degli anni ’ 50, Jack Kerouac descriveva così quel tipo umano: «Nomadi con il sacco sulle spalle, vagabondi del Dharma, che si rifiutano di aderire alle generali richieste ch’essi consumino prodotti e perciò siano costretti a lavorare per ottenere il privilegio di consumare tutte quelle schifezze che tanto nemmeno volevano veramente come frigoriferi, apparecchi televisivi, macchine, almeno macchine nuove ultimo modello, certe brillantine per capelli e deodoranti e generale robaccia che una settimana dopo si finisce col vedere nell’immondezza, tutti prigionieri di un sistema di “lavora, produci, consuma, lavora, produci, consuma”: ho negli occhi la visione di un’immensa rivoluzione di zaini, migliaia, o addirittura milioni di giovani americani che vanno in giro con uno zaino».
Era la beat generation, uno dei fenomeni esistenziali e creativi più interessanti che il dopoguerra americano trasmetteva alla vecchia, disincantata e conformista Europa. E Jack Kerouac era il suo profeta: nato il 12 marzo ’ 22 a Lowell, nel Massachusetts, lo “sciamano del beat” ha espresso in pieno lo spirito dei giovani della sua epoca, anche attraverso le sue personali contraddizioni. Sebbene non avesse la patente di guida, adorasse sia la mamma che l’America, si proclamasse cattolico e anticomunista, e sebbene fosse un appassionato di baseball e non amasse i militanti delle battaglie politiche, rappresenterà per sempre l’icona libertaria di una vita autenticamente inquieta, libera e sfrontata.
On the Road (“Sulla strada”), il suo romanzo più famoso, racconta in slang e in forma autobiografica le peripezie di uno scrittore, Sal Paradise, che gira mezza America con passaggi in auto, e in questo modo interpreta e celebra al meglio lo spirito di una rivolta generazionale che stava covando nelle giovani generazioni dalla seconda metà degli anni ’ 50. «Ai tempi che Kerouac mise in moto tutta questa baracca – ha raccontato la principale ambasciatrice e traduttrice della cultura beat in Italia, Fernanda Pivano, di cui il prossimo 18 luglio ricorre il centenario della nascita – era soprattutto una go generation.
Dove andassero non lo sapevano di certo, quei dolci insopportabili patetici insolenti hipster dal volto d’angelo che zigzagavano gli Stati Uniti come noi più tardi le nostre piazze del Duomo in cerca di altri amici con cui andare, dove, chi lo sa, ma andare».
L’intuizione era proprio quella. «La strada è la vita», afferma Dean Moriarty ( Neal Cassady nella vita reale) in un passo di On the Road. Un’idea prossima alla “festa mobile” evocata da Hemingway in riferimento a un’altra generazione inquieta, quella degli anni ’ 20. Ma negli anni ’ 50 molte cose sono cambiate. A proposito di Cassady, Kerouac scrive che «la sua anima è racchiusa in una veloce automobile», una metafora in cui c’è tutto il bisogno di una generazione di andare oltre, di spostarsi, di cercare nuovi orizzonti, di proporsi come moderni cavalieri erranti. Paradossalmente, il co- protagonista di On the Road cerca inutilmente di insegnare a guidare l’auto a Kerouac e a fargli prendere la patente. «Keroauc – annota Emanuele Bevilacqua in Guida alla beat generation ( Edizioni Theoria) – è a disagio al volante e non approfitta del suo alter- ego Sal Paradise per trasformarsi in un mago delle quattro ruote. Quando prende il volante finisce subito in un fosso e gli altri sono peggio di lui. E di autostop nemmeno a parlarne. Son più le volte che sono costretti a prendere un autobus, il Greyhound, che le occasioni di acciuffare un bel passaggio».
D’altronde, la vocazione iniziale di Jack era infatti genuinamente letteraria. Racconta il suo biografo Steve Turner: «Dopo aver letto Thomas Wolfe, la sua ambizione non fu quella di arrivare all’apice della carriera e di guadagnarsi ricchezza e rispetto, ma di esplorare quel grande continente. C’era un’altra America là fuori, che nessuno cantava; un’America cruda, primitiva, dove lo spirito era rimasto indomito e non era stato plasmato dalla infaticabile macchina del materialismo moderno». E così scoprì il vagabondare come scelta di vita. On the Road: sulla strada, appunto. «Andare sempre, non importa dove», era per Kerouac l’unica filosofia possibile «in questa società di merda», come era solito affermare.
E così, sessant’anni fa, il 1957 – anno di pubblicazione negli Stati Uniti di Sulla strada – diventa l’“anno uno” dell’era beat: più che un successo letterario, un fenomeno esistenziale e di costume, una rivoluzione nell’immaginario occidentale. «La prima tappa – scrive Vito Amoruso in La letteratura beat americana
( Laterza) – sarà, dunque, On the Road, il romanzo che, nel 1957, segnò la nascita ufficiale, quella letteraria, della leggenda della beat generation: i fatti, le avventure, le scorribande, le immense orge d’automobili e di sesso e di alcool di cui questo romanzo parlava, erano, in verità, accaduti già prima, in una sorta di America sotterranea e anti- ufficiale, a ridosso immediato del dopoguerra».
Per mettere su carta questa rappresentazione, a Kerouac bastarono ventuno giorni. Certo, già dal ’ 48 aveva lavorato a una sua prima stesura. Ma è nel ’ 51 che ci riprova in uno stile molto céliniano: senza segnare, senza punteggiatura, senza paragrafi e senza spaziature nel testo. Lo scrive su un unico rotolo di carta continua da teletrasmissione. «Per conto suo – ha spiegato uno dei principali sodali della beat generation, il poeta Allen Ginsberg – Kerouac, alla fine degli anni 40 e all’inizio dei 50, dal suo orecchio e dalla sua preoccupazione per i cambiamenti di ritmo che avevano luogo nella musica be- bop, aveva cominciato a scrivere lunghe frasi in prosa, simili al respiro dei negri e al ritmo negro nella musica bop esemplificata dalle cadenze della tromba “volo d’uccello” di Charlie Parker. Kerouac ha incominciato a imitare il jazzista molto consapevolmente».
Insomma, dopo aver rivestito anche di basi teoriche questa intuizione, comincia a sperimentare una scrittura tutta jazzata e sincopata. Meglio: quello che Cèline aveva fatto per lo swing e il jazz classico, Keroauc lo fa per il bebop. Tanto che, esplorando i lavori dei pittori astratti oltre che dei jazzisti, arriva a definire la tecnica dello sketching: per il giovane scrittore è l’atto stesso dello scrivere che scatena le emozioni e lascia scorrere in libertà i pensieri.
Non passa neanche un anno, siamo nel 1958, che Nanda Pivano – traduttrice, critica e intellettuale che era stata amica e compagna di classe di Cesare Pavese – farà tradurre e pubblicare il romanzo da Mondadori. E Kerouac arriverà nelle librerie italiane proprio mentre anche da noi si modificavano abbigliamento, linguaggi, gusti musicali, comportamenti nel mondo giovanile. Irrompeva il rock’n roll, iniziavano a incidere i loro primi dischi i cantautori, cominciavano ovunque a cambiare i punti di riferimento culturali, sociali e anche politici. Non a caso, Sulla strada sarà subito un successo e un cult. «Nei primi anni ’ 60 – ha raccontato di recente l’attore e regista teatrale Franco Branciaroli, intervistato da Antonio Gnoli per Repubblica – si parlava tantissimo di Kerouac. Decisi di leggere anch’io Sulla strada. Non a casa, ma in macchina. Con lo stereo che mandava musica. E io mi dicevo: leggi, leggi ’ sto Kerouac».
On the Road sarà la punta di un iceberg che, via via, insieme alle opere degli altri esponenti della beat generation – Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, William Burroughs, Gary Snyder, Ed Sanders, Peter Orlovsky – trasporterà idee e musica inedite: le ballate di Bob Dylan e Joan Baez, la musica di Leonard Cohen, le teorie sulla liberazione sessuale di Wilhelm Reich, la letteratura di Henry Miller, le filosofie orientali divulgate da Alan W. Watts, l’esoterismo di Gurdjeff, il Living Theatre, la passione per i Ching… Da noi, il conformismo italiano – in tutte le sue varianti egemoni, cattolico- conservatrice, togliattian- marxista e liberal- crociana – non potrà non fare muro contro questa sensibilità. È un clima dominante rievocato dalla stessa Nanda Pivano: «In quegli anni era molto chiara l’ostilità anche della sinistra italiana verso autori come Kerouac, Ginsberg, Ferlinghetti. Io sono stata licenziata dalla Mondadori, dove lavoravo come consulente, perché facevo pubblicare solo le opere dei miei amici, quegli autori beat sgraditi all’élite intellettuale di sinistra. Eugenio Montale era un esempio illustre degli italiani che detestavano quegli scrittori anticonformisti».
In Italia, insomma, il libertario Kerouac sarà sempre nel mirino di un certi ambienti intellettuali, giornalistici e accademici. Lo stesso critico Vito Amoruso lo taccerà di «egoismo individualistico e antisociale», di «borghesismo», di «fedeltà all’establishment». E ancora nel 1977, a dieci anni dalla contestazione, nell’Agenda rossa pubblicata da Savelli, la definizione di Kerouac è da manuale: «Pessimo scrittore, mediocre filosofo e politico qualunquista. I suoi personaggi sono i simboli del rifiuto del lavoro, dei valori costituiti, della rispettabilità.
Vagabondi eternamente sovraeccitati, rifiutano però, oltre il lavoro e la famiglia, anche l’impegno, l’intelligenza, la lotta».
Ai marxisti- leninisti di stretta osservanza, ai depositari del senso della rivoluzione e ai custodi dell’ideologia, quei libertari irrazionali e individualisti, sempre in cerca di una via personale alla spiritualità, non potevano che apparire urticanti. E forse non potevano proprio piacere quei ragazzi che – come li descriveva la Pivano nel 1958 nella prefazione a Sulla strada – erano «costretti a vivere in una società anonima nella quale non riescono a credere, e pertanto ritengono incapace di rispondere alle loro domande, spesso la sfuggono creandosi una società autonoma, e vivono in piccole bande più o meno segrete secondo un codice primordiale, basato sull’inviolabilità dell’amicizia».
Non piacevano quei ragazzi e quegli scrittori, come non piacevano i maestri che si erano scelti: un maledetto come Céline, un irregolare come John Fante, per non dire del principale ispiratore poetico e linuistico: Ezra Pound. Le conferme non mancano. Durante la campagna presidenziale statunitense del 1952 che vide la vittoria di Eisenhower, i beatnik arrivarono a scrivere «Ez for Pres» – ossia “Ezra Pound come presidente” – sulla cinta esterna del St. Elizabeth’s Hospital, il manicomio dove il grande poeta americano era recluso da sette anni per collusione col fascismo e dove rimarrà sino al suo ritorno in Italia nel ’ 58. Era sicuramente un debito di riconoscenza verso un maestro – talent scout, tra i tanti, di Eliot, Joyce e Hemingway – sempre caro alla beat generation, tanto che lo stesso Kerouac farà dire a Japhy, uno dei protagonisti dei Vagabondi del Dharma: «Pound era un buon diavolo, anzi il mio poeta preferito».
Nel 1967, cinquant’anni fa esatti, Allen Ginsberg – autore della celebre poesiascandalo Urlo che da noi ispirò anche
Dio è morto di Guccini – venne in Italia proprio per incontrare Pound, il quale, uscito, dal manicomio, viveva da qualche anno tra Rapallo e Venezia. È famosa la foto che ritrae il vecchio poeta assieme a Ginsberg e alla Pivano a Portofino il 23 settembre di quell’anno. Comunque, quando Ginsberg, poeta ebreo buddista, come amava definirsi, incontrò l’autore dei Cantos – il “miglior fabbro” del Novecento, per dirla con Eliot – in segno di omaggio non volle recitargli nessuna sua poesia. Piuttosto, dopo una amabile cena, arrotolò della marijuana in una cartina per sigarette, e senza una parola, iniziò a fumare. «Poi – riferisce il giornalista Mark Kurlansky – mise su per Pound dei dischi: Yellow Submarine e Eleanor Rigby dei Beatles, Sad- Eyed Lady of the Lowland, Absolutely Sweet Mary e Gates of Eden di Bob Dylan, e Sunshine Superman di Donovan. Ascoltandoli – rileva Kurlansky – Pound sorrideva, sembrava apprezzare in particolare certi versi». E con soddisfazione, conclude, batteva il tempo con il suo bastone dal manico d’avorio.
C’è anche questo nel profondo della cultura beat, insomma. Tanto è vero che quando il 5 aprile di vent’anni fa – ancora un anniversario in cui incorre in questo 2017 la beat generation – si spegneva a quasi settantun anni anche Ginsberg, nel gruppetto di amici che circondavano il suo capezzale c’era anche la cantautrice Patti Smith. La quale gli lesse, non a caso, alcuni versi scelti dai Cantos di Ezra Pound.

Luciano Lanna

venerdì 19 maggio 2017

Amore è libertà. Articolo di Luca Bagatin


Non capisco questa ideologia, tutta occidentale, del volere a tutti i costi che i giovani si facciano la loro vita lontani dai genitori.
La popolazione invecchia e i figli che dovrebbero fare ? Abbandonare i genitori per farsi i fatti loro, perché così vuole l'ideologia individualista e liberal fighetta senza amore per il prossimo ?
Sciocchezze !
Le famiglie si disgregano ed a soffrire sono sempre tutti. I figli in particolare, ma non solo. A soffrire sono anche i genitori abbandonati.
E per famiglie intendo tutte le persone che convivono e si amano. Indipendentemente dal sesso o dall'orientamento sessuale. Perché il sesso o l'orientamento sessuale contano poco: ciò che conta è l'amore. Eterosessuali, omosessuali, bisessuali, transessuali...poco importa: ciò che conta è la profondità e la stabilità dei legami d'amore.
I rapporti sociali, sentimentali, sessuali, in quest'epoca capitalistico-globalista - che ritiene che essere liberi significhi semplicemente fare ciò che ci pare e godere illimitatamente (sic !) - sono sempre più fluidi e hanno sempre meno radici profonde. Il vero dramma è questo, non certo il fatto che un figlio non voglia andarsene di casa. Anzi. Con quali prospettive economiche, poi, in quest'epoca che sfrutta sempre di più il prossimo e richiede - quando le richiede - mansioni a bassissima qualificazione professionale, così da sfruttare ancor di più la manodopera a basso costo ?
Figli, rimanete a casa con i vostri cari sino a che potete goderveli in vita. Perché loro sono il vostro bene/amore più prezioso e da loro avete tutto da imparare. E voi, genitori, siate orgogliosi dei vostri figli, così come lo siete e lo sarete sempre. Non siate oppressivi, lasciate i figli liberi di pensare con la propria testa. Insegnate in particolare loro il senso di responsabilità e del dovere nei confronti di tutte le persone e di tutti gli esseri viventi, perché tutti su questa terra - animali compresi - siamo fratelli.
Fidanzate, fidanzati, mogli, mariti, persone che amate: amatevi stabilmente. Oppure fatevi un esame di coscienza e cercate di capire che cos'è l'amore. Vivetelo nella vostra interiorità.
Perché l'unica libertà possibile ed alla quale anelare è il raggiungimento dell'amore e la morte dell'ego e del piacere effimero.

Luca Bagatin


domenica 7 maggio 2017

Buon 98esimo compleanno compagna Evita ! Simbolo dei popoli, simbolo d'amore e libertà !






Le mie ultime parole sono le stesse del principio: voglio vivere eternamente con Peron e con il mio popolo. Dio mi perdonerà se preferisco restare con loro, perché anche lui è tra gli umili; in ogni descamisado ho sempre visto Dio che mi chiedeva un po' d'amore e non gliel'ho mai negato”.

Evita Peron

giovedì 4 maggio 2017

giovedì 27 aprile 2017

Giudicare senza approfondire.

Giudicare senza approfondire. Lo sport nazionale della gran parte delle persone che, così facendo, si illudono di aver ragione senza far fatica.
(Luca Bagatin)
 
Agli intellettuali conformisti ho sempre preferito le soubrette e le pornodive.
Le trovo più interessanti.
(Luca Bagatin)

martedì 18 aprile 2017

Ciao Gianni !

E' così che vorrei ricordare Gianni Boncompagni.

Con la sigla dolce e scanzonata di "Non è la Rai", programma presentato dalla sempre elegante ed arguta Enrica Bonaccorti, troppo scioccamente sottovalutato, come molti dei suoi (si pensi a "Bombay" del 2007 - 2008). I programmi surreali e colorati di Boncompagni, pieni di vitalità, freschezza, nonsense e senza alcuna morbosità, hanno profondamente influenzato il mio modo di scrivere e di pensare: FUORI DAL CORO E CONTROCORRENTE !
Ciao Gianni e grazie di tutto !

 

Luca Bagatin

Elezioni Presidenziali francesi 2017: possibile trionfo della Francia autenticamente socialista e sovrana ? Articolo di Luca Bagatin

Aumentano nei consensi sino a far pensare quasi ad un possibile ballottaggio fra loro alle imminenti elezioni Presidenziali francesi, che si terranno il 23 aprile prossimo.
Stiamo parlando di Marine Le Pen, leader del Front National e di Jean-Luc Mélenchon, leader del raggruppamento La France Insoumise (ovvero La Francia Indomita) ed ex socialista di lungo corso in polemica dal 2008 con il Partito Socialista di Hollande (ormai partito liberal-capitalista), oltre che estimatore delle politiche sociali attuate da Hugo Chavez in America Latina. La prima è attestata fra il 23 ed il 24% dei consensi; il secondo fra il 19 ed il 20% e sta investendo moltissimo in comunicazione, in particolare multimediale fra i giovani, al punto che è stato realizzato un simpatico videogame gratuito da giocare online con protagonista proprio Mélenchon in lotta contro i Poteri Forti finanziari ed economici (www.fiscalkombat.fr).
Entrambi candidati anti-sistema, ovvero saldamente ancorati a politiche sovraniste e sociali, sembrano rispondere a quell'ampia fetta di elettorato delusa dalle politiche di austerità di una Europa capitalista, burocratica e senz'anima.
Entrambi criticano le politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale Europea, preferendo che siano i cittadini stessi a decidere se rimanere o meno nell'Unione Europea. Entrambi guardano all'uscita della Francia dalla NATO, che in tutti questi anni ha servito gli interessi statunitensi, finendo per defenestrare leaders quali Mu'Ammar Gheddafi, ovvero gli unici argini al terrorismo fondamentalista. Entrambi presentano programmi simili per quanto concerne gli aspetti sociali: vogliono l'abolizione della precarizzante legge sul lavoro Loi Travail (l'equivalente del nostro Jobs Act) ed entrambi sono per l'abbassamento dell'età pensionabile, oltre ad una possibile riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario e l'introduzione di misure protezionistiche sul commercio.
A differenziarli le politiche sull'immigrazione: più stringenti quelle della Le Pen, più aperte quelle di Mélenchon. Inoltre, mentre Mélenchon pone maggiore attenzione alle questioni ambientaliste (ad ogni modo non del tutto tralasciate dalla Le Pen), la Le Pen pone maggiore attenzione alla laicità dello Stato, da estendere anche ai luoghi di lavoro, con un apposito codice.
Le Pen e Mélenchon, ad ogni modo, sembrano rappresentare meglio di altri quella necessità di sano populismo - ovvero di politiche di popolo ed in favore del popolo - disattese in tutti questi anni dai rappresentanti di quel Partito Socialista trasformatosi in partito capitalista e padronale e del Partito Repubblicano, che ha perduto ogni riferimento autentico al sovranismo di Charles De Gaulle, per vendersi all'alleato statunitense.
Oggi queste politiche di matrice capitalista e padronale sono rappresentate dall'ex banchiere Emmanuel Macron e da François Fillon. Il secondo sembra ormai fuori dai giochi (tanto quanto il candidato del Partito Socialista, Hamon, attestato ad un misero 9%), mentre il primo è il vero candidato delle élite economico-finanziarie da battere ed attualmente attestato al 24%.
I giochi, dunque, sono aperti.
Quel che è certo è che anche le Presidenziali francesi hanno dimostrato ciò che il filosofo Alain De Benoist ha spiegato più volte. Assistiamo in questi anni non più ad una contrapposizione destra-sinistra (che ormai rappresentano entrambe da tempo - come peraltro accaduto per molti anni anche in America Latina, prima dell'avvento al governo di leaders socialisti e sovranisti - le élite economico-oligarchiche), bensì ad una contrapposizione fra istanze sociali, sovraniste e popolari da una parte ed élite padronali ed oligarchiche dall'altra.
E' questa, evidentemente, in Europa, l'ora dei popoli sovrani per troppo tempo rimasti inascoltati.

Luca Bagatin

venerdì 14 aprile 2017

Eutanasia legale ! Il Parlamento risponda ! Articolo di Luca Bagatin

A chi appartiene la vita ? Ad ogni individuo libero di affidarla a chi vuole, in base a ciò che gli suggerisce la coscienza. Questa la frase che non mi scorderò mai di ripetere e che scrisse Roberta Tatafiore, la militante per i diritti civili che ad un certo punto della sua vita decise di suicidarsi.
Mina Welby
La vita appartiene a ciascuno di noi. Può essere bella o meno bella, ma nessuno - nemmeno le leggi dello Stato - possono disporne al posto nostro.
Siamo un Paese libero e democratico. Si dice.
Se così fosse esisterebbe la possibilità per ciascuno - come nella civile e democratica Svizzera (ove esiste la democrazia diretta !) - di decidere come e quando morire.
E non scoppierebbero assurdi "scandali" come i casi Englaro e Piero Welby. E nessuno si scandalizzerebbe e la Chiesa cattolica comprenderebbe, forse, che l'amore per le persone, per gli esseri viventi, passa anche attraverso la liberazione dalle sofferenze.
Perché la morte non è che la prosecuzione della vita in un'altra dimensione, in un'altra forma, non la sua negazione. Mentre la sofferenza è una forma di violenza. La sofferenza è la negazione vera della vita e dell'amore.
E così ecco gli angeli di Dignitas - associazione svizzera per il suicidio assistito - ed ecco gli angeli dell'Associazione Luca Coscioni, Marco Cappato e Mina Welby.
Il primo accompagnò dj Fabo il febbraio scorso in una clinica Svizzera che autorizza il suicidio assistito. Dj Fabo, cieco e tetraplegico a seguito di un incidente, non ne poteva più di vivere in quelle condizioni inumane. E aveva chiesto, con dignità, di farla finita. Non prima di aver trasmesso al Presidente della Repubblica Mattarella un messaggio chiedendo che il Parlamento approvasse al più presto una legge sul testamento biologico e sul fine vita.
Luca Bagatin e Mina Welby
Nei giorni scorsi Mina Welby ha accompagnato in Svizzera Davide Trentini, l'uomo che da anni soffriva di sclerisi multipla ed i cui dolori erano diventati insopportabili. Davide, come dj Fabo, chiedevano solo di essere liberi dalle sofferenze. Ed una legge che permettesse loro di poter porre fine alla loro agonia in Italia, senza dover ricorrere - con i costi ingenti del caso - ad una clinica Svizzera. E' quello che chiedono molti malati, molte persone sofferenti.
Quella di Mina e di Marco, autodenunciatisi per aver accompagnato queste persone in Svizzera, è ed è stata solo umanità ed amore per il prossimo. Accoglimento di una estrema richiesta di aiuto.
Il Parlamento e le istituzioni italiane, invece, rimangono silenti sull'argomento. La legge sul fine vita è "in stallo".
E' questo un Paese civile, libero e democratico ?
E' questo un Paese ove l'amore per il prossimo e per l'umanità afflitta è destinato a prevalere ?
Attendiamo risposte, al momento, con le lacrime agli occhi, perché non c'è nulla di peggio dell'indifferenza e della mancanza di libertà di coscienza dei cittadini.

Luca Bagatin

giovedì 13 aprile 2017

E' uscito l'ultimo numero della rivista francese "Rébellion" !

E' uscito l'ultimo numero della rivista bimestrale francese "Rébellion" degli amici dell'Organizzazione Socialista Rivoluzionaria Europea (OSRE) (www.rebellion-sre.fr).

 Per acquistarlo cliccate al seguente link e seguite le istruzioni: http://rebellion-sre.fr/sortie-numero-79-de-revue-rebellion/
 Per abbonarsi a "Rébellion" (solo 20 euro annui per un abbonamento semplice composto di sei numeri, in tutta Europa e senza spese di spedizione): http://rebellion-sre.fr/boutique/abonnement-a-rebellion-6-numeros-2/ 

venerdì 10 marzo 2017

E' uscito il nuovo numero della rivista francese "Rébellion" !

E' uscito l'ultimo numero della rivista bimestrale francese "Rébellion" degli amici dell'Organizzazione Socialista Rivoluzionaria Europea (OSRE) (www.rebellion-sre.fr).
 Per acquistarlo cliccate al seguente link e seguite le istruzioni: http://rebellion-sre.fr/sortie-numero-78-de-revue-rebellion/
 Per abbonarsi a "Rébellion" (solo 20 euro annui per un abbonamento semplice composto di sei numeri, in tutta Europa e senza spese di spedizione): http://rebellion-sre.fr/boutique/abonnement-a-rebellion-6-numeros-2/

venerdì 17 febbraio 2017

Identità sessuale, economia, socialismo, amore e libertà: una risposta a Diego Fusaro. Articolo di Luca Bagatin

Ho stima e sono un lettore del maestro filosofico di Diego Fusaro, ovvero Costanzo Preve. Condivido molte sue tesi anticapitaliste e comunitariste, anche se non totalmente il suo pensiero, non essendo io marxista, ma facente parte della scuola socialista e repubblicana originaria, di ispirazione spirituale, cristiana (non cattolica !), teosofica e umanitaria da Pierre Leroux passando per Mazzini, Garibaldi sino a Evita e Juan Peron, Hugo Chavez e i leaders del Socialismo del XXI secolo.
Ad ogni modo non ho alcun pregiudizio intellettuale nei confronti di Diego Fusaro, come molti, troppi. Preferisco infatti leggerne e approfondirne il pensiero e, semmai, come in questo caso, dire ciò che penso in merito ad alcune sue prese di posizione.
Mi è capitato di leggere su un giornale italiano chiamato “Il Fatto Quotidiano”, un suo articolo (http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/02/15/transgender-perche-la-nostra-societa-li-santifica/3393324/) nel quale egli parla di “santificazione della figura transgender”. Ora, personalmente non capisco di cosa parli, in quanto del fenomeno transessuale (molto meglio usare un termine italiano comprensibile a tutti, scrivendo, appunto, in lingua italiana) trovo si parli sempre molto poco ed invece trattasi di fenomeno umano e sociale diffuso e del tutto normale e naturale che, come tale, esiste infatti anche nel regno animale (vedasi in merito, fra l'altro, il seguente articolo del compianto amico Peter Boom, che anni fa teneva sul mio vecchio blog una rubrica dedicata alla Pansessualità: http://www.floriterapia.com/ilvolodellasirena/the_theory_of_pansexuality.htm).
Nell'articolo di Diego Fusaro, il filosofo paragona il liberalismo economico al “liberalismo sessuale”, reo, a suo dire, di generare fenomeni che superano il concetto di “limite naturale” e ciò comporterebbe “l'elogio mediatico permanente della figura del transgender”.
Ora, come già scritto, non mi risulta che la figura della persona transessuale sia permanentemente elogiata. E, come la scienza dimostra, le persone transessuali sono perfettamente in linea con i fenomeni naturali.
Nel corso dell'articolo Fusaro parla di “deregulation sessuale” (anche qui, essendo l'articolo pubblicato in Italia, non si capisce perché non parlare di “deregolamentazione”, anziché usare termini anglofoni) e paragona la persona transessuale al migrante ed al precario (sic !).
Davvero una analisi a parer mio incomprensibile in quanto, mentre il precario e il migrante si trovano a vivere una condizione loro imposta dall'avvento del capitalismo assoluto e dalla deregolamentazione dei mercati conseguenza dell'egoismo umano, la persona transessuale si trova a vivere una propria indentità che, come tale, rivendica. E, in un quadro di rivendicazione delle identità/sovranità (aspetti che Fusaro dovrebbe difendere), è più che legittimo che la persona transessuale (così come la persona omosessuale o eterosessuale che sia) rivendichi la sua propria intima, naturale e personale identità sessuale.
Fusaro, nel suo articolo, invece, afferma che l'eterosessualità sarebbe vista come “vetusta” e, secondo dei fantimatici “gender studies” (che immagino si traduca in “studi di genere”), l'eterosessuale sarebbe ridefinito come “cisgender”, che mi risulta essere un neologismo che significherebbe “qualcuno a proprio agio con il genere che gli è assegnato dalla nascita”.
Beh e allora ? Buon per gli eterosessuali. E proprio per questo andrebbero capite quelle persone che non sono a proprio agio con il genere che gli è stato assegnato alla nascita. Semplicemente costoro si sentono di avere una identità diversa da quella che biologicamente è stata assegnata loro...e allora ? Sempre di identità si tratta e, come tale, va rivendicata, affermata e difesa.
Tutte le identità meritano di essere rivendicate perché rappresentano i colori dell'arcobaleno dell'universo mondo o, meglio, le colonne portanti dell'intera umanità.
Ma ciò non ha nulla a che vedere con l'avvento del capitalismo assoluto, che è fenomeno estraneo alle identità e che è fenomeno imposto e che fa leva sull'egoismo, che è il peggiore dei vizi che un essere umano possa avere e coltivare in quanto porta alla distruzione delle comunità; all'imposizione della propria visione della vita (e dunque della propria identità sulle altre); alla precarizzazione di ogni rapporto, pulsione, pensiero; all'avvento di quella società liquida e “migrante” che proprio Fusaro, erede filosofico di Preve, dovrebbe contribuire a sradicare.
E' qui che non riesco a comprenderne il pensiero e che lo trovo fortemente incoerente.
E trovo che i sostenitori di questa sedicente “teoria gender” dimostrino in realtà quanto sia difficile, in quest'epoca senza ideali, senza memoria storica e senza radici, riconoscere la propria intima identità e riconoscere la bellezza dell'identità altrui. Ovvero il diritto alla differenza, non già alla mescolanza e all'omologazione del pensiero unico di massa (politicamente corretto, massonofobo, omofobo, transofobo, misogino...proprio perché si ha paura – di volta in volta - della Massoneria in quanto portatrice di spirutualità originaria; dell'omosessuale perché diverso tanto quanto il transessuale, che magari può attrarre sessualmente anche un eterosessuale; perché si ha paura delle donne che oggi sono più emancipate...) ma alla differenza, ovvero all'armonia degli spiriti presenti in natura.
E' proprio attraverso il superamento delle ancestrali paure dell'essere umano che, invece, può fondarsi la Civiltà dell'Amore, che è poi un ritorno all'antico Eden, al Divino, all'angelico, che trascende la materia, intesa sia in senso economico che in senso sessuale e carnale.
Ed è qui che, forse, il marxismo, lungi dal rappresentare la via maestra al socialismo originario, ha finito per affiancare il capitalismo, che è materia, sfruttamento e bassi istinti.
La via maestra al socialismo originario, anche questa volta, ci viene insegnata da molti Paesi dell'America Latina del Socialismo del XXI secolo: Argentina, Uruguay, Brasile hanno legalizzato i matrimoni omosessuali; l'Ecuador ha inserito le unioni civili in Costituzione; il Venezuela chavista non è riuscito ad approvare la legge sulle unioni civili voluta da Chavez, ma almeno dal 1999 c'è una legge contro l'omofobia, come in Bolivia; a Cuba si discute da tempo di matrimonio omosessuale.
La via del Cristo, che è poi la via di Krishna, Buddha e di tutti i Grandi Iniziati, che è una via socialista umanitaria, è dunque la via di colui il quale non giudica il prossimo. Ma si limita – e non è poco – ad amarlo e a riconoscerne identità e diritto alla differenza.

Luca Bagatin

mercoledì 15 febbraio 2017

Alcune poesie d'amore e libertà alle mie muse. Di Luca Bagatin

DESIDERIO
poesia di Luca Bagatin a Maria José

Le mie mani fra i tuoi capelli.
La tua mano sulla mia.
La mia bocca fra le tue labbra.
La tua bocca sulla mia.
I miei occhi si perdono nei tuoi.
I tuoi occhi nei miei.
Le lenzuola avvolgono le tue gambe lisce,
che le mie mani accarezzano,
dolcemente
ma senza pudore.
Desiderio è il tuo nome, Maria.
E il mio è Amore.
 
SOGNO
poesia di Luca Bagatin ad Ale
 
 Poesia serale.
Poesia notturna.
Poesia che si posa laddove una rosa
fiorisce sull'urna.
Nell'urna riposa
qualcosa di antico.
Di antico e passato
e per sempre finito.
Ed io son rapito
dal sogno di te.
E ciò che un tempo era amaro,
dolce ora è.
 
MARIE C.
poesia di Luca Bagatin a Blandine
 
Nei tuoi occhi il cielo e l'inferno.
L'emozione e l'abisso.
Fiero sguardo di Valchiria.