Romanzo più famoso ma, a mio parere,
non il migliore che fu senza dubbio "I vagabondi del Dharma"
e la sua ricerca di una spiritualità libera dai condizionamenti e
persino "Big Sur", romanzo critico nei confronti dei
capelloni e degli yippie, scritto nel periodo della sua massima
decadenza fisica e che rappresenta un rifiuto dell'immagine di
Kerouac nei confronti dell'etichetta/immagine che gli è stata
affibbiata addosso dal mainstream, ovvero di ragazzo sempre giovane,
girovago, sregolato.
Kerouac era un libertario senza
etichette, che non gliene fregava nulla della politica e, se proprio
doveva scegliere, era anticomunista e conservatore.
Kerouac non ebbe mai la pretesa di
dimostrare nulla. Era sregolato, certo, ma non gliene fregava nulla
di esserlo, anzi, spesso ci soffriva persino. Amava la spiritualità
in tutte le sue forme. Era cattolico, buddhista, erotico,
eretico. Amava i gatti e le donne. Ed era mammone. Amava bere
e fumare. Era triste e malinconico. Era un "qualunquista"
non qualunque e ciò, come ha scritto Lanna, una volta approdato in
Italia Kerouac non sarà compreso a causa del conformismo culturale
italiano in tutte le sue "egemonie" da quella
catto-conservatrice a quella togliattian-marxista e liberal-crociana.
Oggi lo spontaneismo di Kerouac e dei
Beat, anche di quelli più "impegnati", manca davvero.
Kerouac andava, andava, andava, senza sapere dove. Non aveva un
programma imposto o auto-impostosi da una società
capital-collettivistico-liberal-globalista fatta del preciso schema:
nasci- produci-consuma-crepa. Ovvero svegliati, vai al lavoro, vai in
palestra, dall'estetista, usa lo smartphone, mangia sushi, posta foto
su instagram ecc...
Oggi un Kerouac sarebbe forse preso per
uno zotico ubriacone e la sua interiorità sarebbe fatta a pezzi
dalla pubblicità commerciale, eletta a nuovo culturame assieme
all'ultimo libro di grido di Roberto Saviano, all'ultimo programma di
Maria De Filippi o all'ultimo romanzo di E. L. James.
Oggi Kerouac semplicemente non
esisterebbe. O forse esiste ancora. Oltre lo schermo di questo
computer. Oltre il web, le mode, le puttanate smartphonizzate
cinesizzate yankezzate giapponesate sushizzate inglobalizzate.
Forse Kerouac è proprio lì sotto.
Nascosto in qualche punto recondito del cervello di ciascuno di noi.
E' il ribelle che non si è fatto sottomettere dal totalitarismo
consumista, dal benessere effimero, dalla società giovanilista senza
alcun futuro perché non ha alcun passato.
Per Kerouac l'unica gente possibile
erano i pazzi, i pazzi di vita, i pazzi entusiasti, i pazzi
appassionati che mai si annoiano o dicono luoghi comuni. I pazzi che
bruciano come favolosi fuochi artificiali.
Kerouac, questo mondo, questa società,
ovvero l'evoluzione/involuzione di quella nella quale lui stesso
visse - l'America Way of Life Anni '50 - e che già ai suoi tempi
rifiutò, non l'avrebbe compresa. Perché era è già intimamente
morta.
Kerouac andava, andava, mica sapeva dove…e nacque la Beat generation
Sessant’anni fa usciva “On the road”, di Jack Kerouac
di Luciano Lanna per "Il Dubbio"
Era la Beat generation uno dei fenomeni esistenziali e
creativi più interessanti che il dopoguerra americano. E Jack Kerouac
era il suo profeta. Sebbene non avesse la patente di guida… On the Road
è il suo romanzo più famoso. Uscì nel 1957. In questi giorni compie 60
anni. In Italia fu accolto male. Alla nostra intellettualità non piaceva
tanto individualismo. Anche Montale lo detestò.
«Il tipo umano che ha costruito l’America era nomade»,
disse una volta Ezra Pound. E con lo sguardo sull’America degli anni ’
50, Jack Kerouac descriveva così quel tipo umano: «Nomadi con il sacco
sulle spalle, vagabondi del Dharma, che si rifiutano di aderire alle
generali richieste ch’essi consumino prodotti e perciò siano costretti a
lavorare per ottenere il privilegio di consumare tutte quelle schifezze
che tanto nemmeno volevano veramente come frigoriferi, apparecchi
televisivi, macchine, almeno macchine nuove ultimo modello, certe
brillantine per capelli e deodoranti e generale robaccia che una
settimana dopo si finisce col vedere nell’immondezza, tutti prigionieri
di un sistema di “lavora, produci, consuma, lavora, produci, consuma”:
ho negli occhi la visione di un’immensa rivoluzione di zaini, migliaia, o
addirittura milioni di giovani americani che vanno in giro con uno
zaino».
Era la beat generation, uno dei fenomeni esistenziali e
creativi più interessanti che il dopoguerra americano trasmetteva alla
vecchia, disincantata e conformista Europa. E Jack Kerouac era il suo
profeta: nato il 12 marzo ’ 22 a Lowell, nel Massachusetts, lo “sciamano
del beat” ha espresso in pieno lo spirito dei giovani della sua epoca,
anche attraverso le sue personali contraddizioni. Sebbene non avesse la
patente di guida, adorasse sia la mamma che l’America, si proclamasse
cattolico e anticomunista, e sebbene fosse un appassionato di baseball e
non amasse i militanti delle battaglie politiche, rappresenterà per
sempre l’icona libertaria di una vita autenticamente inquieta, libera e
sfrontata.
On the Road (“Sulla strada”), il suo romanzo più
famoso, racconta in slang e in forma autobiografica le peripezie di uno
scrittore, Sal Paradise, che gira mezza America con passaggi in auto, e
in questo modo interpreta e celebra al meglio lo spirito di una rivolta
generazionale che stava covando nelle giovani generazioni dalla seconda
metà degli anni ’ 50. «Ai tempi che Kerouac mise in moto tutta questa
baracca – ha raccontato la principale ambasciatrice e traduttrice della
cultura beat in Italia, Fernanda Pivano, di cui il prossimo 18 luglio
ricorre il centenario della nascita – era soprattutto una go generation.
Dove andassero non lo sapevano di certo, quei dolci insopportabili patetici insolenti hipster
dal volto d’angelo che zigzagavano gli Stati Uniti come noi più tardi
le nostre piazze del Duomo in cerca di altri amici con cui andare, dove,
chi lo sa, ma andare».
L’intuizione era proprio quella. «La strada è la vita»,
afferma Dean Moriarty ( Neal Cassady nella vita reale) in un passo di On
the Road. Un’idea prossima alla “festa mobile” evocata da Hemingway in
riferimento a un’altra generazione inquieta, quella degli anni ’ 20. Ma
negli anni ’ 50 molte cose sono cambiate. A proposito di Cassady,
Kerouac scrive che «la sua anima è racchiusa in una veloce automobile»,
una metafora in cui c’è tutto il bisogno di una generazione di andare
oltre, di spostarsi, di cercare nuovi orizzonti, di proporsi come
moderni cavalieri erranti. Paradossalmente, il co- protagonista di On
the Road cerca inutilmente di insegnare a guidare l’auto a Kerouac e a
fargli prendere la patente. «Keroauc – annota Emanuele Bevilacqua in
Guida alla beat generation ( Edizioni Theoria) – è a disagio al volante e
non approfitta del suo alter- ego Sal Paradise per trasformarsi in un
mago delle quattro ruote. Quando prende il volante finisce subito in un
fosso e gli altri sono peggio di lui. E di autostop nemmeno a parlarne.
Son più le volte che sono costretti a prendere un autobus, il Greyhound,
che le occasioni di acciuffare un bel passaggio».
D’altronde, la vocazione iniziale di Jack era infatti
genuinamente letteraria. Racconta il suo biografo Steve Turner: «Dopo
aver letto Thomas Wolfe, la sua ambizione non fu quella di arrivare
all’apice della carriera e di guadagnarsi ricchezza e rispetto, ma di
esplorare quel grande continente. C’era un’altra America là fuori, che
nessuno cantava; un’America cruda, primitiva, dove lo spirito era
rimasto indomito e non era stato plasmato dalla infaticabile macchina
del materialismo moderno». E così scoprì il vagabondare come scelta di
vita. On the Road: sulla strada, appunto. «Andare sempre, non importa
dove», era per Kerouac l’unica filosofia possibile «in questa società di
merda», come era solito affermare.
E così, sessant’anni fa, il 1957 – anno di pubblicazione
negli Stati Uniti di Sulla strada – diventa l’“anno uno” dell’era beat:
più che un successo letterario, un fenomeno esistenziale e di costume,
una rivoluzione nell’immaginario occidentale. «La prima tappa – scrive
Vito Amoruso in La letteratura beat americana
( Laterza) – sarà, dunque, On the Road, il
romanzo che, nel 1957, segnò la nascita ufficiale, quella letteraria,
della leggenda della beat generation: i fatti, le avventure, le
scorribande, le immense orge d’automobili e di sesso e di alcool di cui
questo romanzo parlava, erano, in verità, accaduti già prima, in una
sorta di America sotterranea e anti- ufficiale, a ridosso immediato del
dopoguerra».
Per mettere su carta questa rappresentazione, a Kerouac
bastarono ventuno giorni. Certo, già dal ’ 48 aveva lavorato a una sua
prima stesura. Ma è nel ’ 51 che ci riprova in uno stile molto
céliniano: senza segnare, senza punteggiatura, senza paragrafi e senza
spaziature nel testo. Lo scrive su un unico rotolo di carta continua da
teletrasmissione. «Per conto suo – ha spiegato uno dei principali sodali
della beat generation, il poeta Allen Ginsberg – Kerouac, alla fine
degli anni 40 e all’inizio dei 50, dal suo orecchio e dalla sua
preoccupazione per i cambiamenti di ritmo che avevano luogo nella musica
be- bop, aveva cominciato a scrivere lunghe frasi in prosa, simili al
respiro dei negri e al ritmo negro nella musica bop esemplificata dalle
cadenze della tromba “volo d’uccello” di Charlie Parker. Kerouac ha
incominciato a imitare il jazzista molto consapevolmente».
Insomma, dopo aver rivestito anche di basi teoriche
questa intuizione, comincia a sperimentare una scrittura tutta jazzata e
sincopata. Meglio: quello che Cèline aveva fatto per lo swing e il jazz
classico, Keroauc lo fa per il bebop. Tanto che, esplorando i lavori
dei pittori astratti oltre che dei jazzisti, arriva a definire la
tecnica dello sketching: per il giovane scrittore è l’atto stesso dello
scrivere che scatena le emozioni e lascia scorrere in libertà i
pensieri.
Non passa neanche un anno, siamo nel 1958, che Nanda
Pivano – traduttrice, critica e intellettuale che era stata amica e
compagna di classe di Cesare Pavese – farà tradurre e pubblicare il
romanzo da Mondadori. E Kerouac arriverà nelle librerie italiane proprio
mentre anche da noi si modificavano abbigliamento, linguaggi, gusti
musicali, comportamenti nel mondo giovanile. Irrompeva il rock’n roll,
iniziavano a incidere i loro primi dischi i cantautori, cominciavano
ovunque a cambiare i punti di riferimento culturali, sociali e anche
politici. Non a caso, Sulla strada sarà subito un successo e un cult.
«Nei primi anni ’ 60 – ha raccontato di recente l’attore e regista
teatrale Franco Branciaroli, intervistato da Antonio Gnoli per
Repubblica – si parlava tantissimo di Kerouac. Decisi di leggere anch’io
Sulla strada. Non a casa, ma in macchina. Con lo stereo che mandava musica. E io mi dicevo: leggi, leggi ’ sto Kerouac».
On the Road sarà la punta di un iceberg che, via
via, insieme alle opere degli altri esponenti della beat generation –
Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, William Burroughs, Gary
Snyder, Ed Sanders, Peter Orlovsky – trasporterà idee e musica inedite:
le ballate di Bob Dylan e Joan Baez, la musica di Leonard Cohen, le
teorie sulla liberazione sessuale di Wilhelm Reich, la letteratura di
Henry Miller, le filosofie orientali divulgate da Alan W. Watts,
l’esoterismo di Gurdjeff, il Living Theatre, la passione per i Ching… Da
noi, il conformismo italiano – in tutte le sue varianti egemoni,
cattolico- conservatrice, togliattian- marxista e liberal- crociana –
non potrà non fare muro contro questa sensibilità. È un clima dominante
rievocato dalla stessa Nanda Pivano: «In quegli anni era molto chiara
l’ostilità anche della sinistra italiana verso autori come Kerouac,
Ginsberg, Ferlinghetti. Io sono stata licenziata dalla Mondadori, dove
lavoravo come consulente, perché facevo pubblicare solo le opere dei
miei amici, quegli autori beat sgraditi all’élite intellettuale di
sinistra. Eugenio Montale era un esempio illustre degli italiani che
detestavano quegli scrittori anticonformisti».
In Italia, insomma, il libertario Kerouac sarà sempre
nel mirino di un certi ambienti intellettuali, giornalistici e
accademici. Lo stesso critico Vito Amoruso lo taccerà di «egoismo
individualistico e antisociale», di «borghesismo», di «fedeltà
all’establishment». E ancora nel 1977, a dieci anni dalla contestazione,
nell’Agenda rossa pubblicata da Savelli, la definizione di Kerouac è da
manuale: «Pessimo scrittore, mediocre filosofo e politico qualunquista.
I suoi personaggi sono i simboli del rifiuto del lavoro, dei valori
costituiti, della rispettabilità.
Vagabondi eternamente sovraeccitati, rifiutano però, oltre il lavoro e la famiglia, anche l’impegno, l’intelligenza, la lotta».
Ai marxisti- leninisti di stretta osservanza, ai
depositari del senso della rivoluzione e ai custodi dell’ideologia, quei
libertari irrazionali e individualisti, sempre in cerca di una via
personale alla spiritualità, non potevano che apparire urticanti. E
forse non potevano proprio piacere quei ragazzi che – come li descriveva
la Pivano nel 1958 nella prefazione a Sulla strada – erano
«costretti a vivere in una società anonima nella quale non riescono a
credere, e pertanto ritengono incapace di rispondere alle loro domande,
spesso la sfuggono creandosi una società autonoma, e vivono in piccole
bande più o meno segrete secondo un codice primordiale, basato
sull’inviolabilità dell’amicizia».
Non piacevano quei ragazzi e quegli scrittori, come non
piacevano i maestri che si erano scelti: un maledetto come Céline, un
irregolare come John Fante, per non dire del principale ispiratore
poetico e linuistico: Ezra Pound. Le conferme non mancano. Durante la
campagna presidenziale statunitense del 1952 che vide la vittoria di
Eisenhower, i beatnik arrivarono a scrivere «Ez for Pres» – ossia “Ezra
Pound come presidente” – sulla cinta esterna del St. Elizabeth’s
Hospital, il manicomio dove il grande poeta americano era recluso da
sette anni per collusione col fascismo e dove rimarrà sino al suo
ritorno in Italia nel ’ 58. Era sicuramente un debito di riconoscenza
verso un maestro – talent scout, tra i tanti, di Eliot, Joyce e
Hemingway – sempre caro alla beat generation, tanto che lo stesso
Kerouac farà dire a Japhy, uno dei protagonisti dei Vagabondi del Dharma: «Pound era un buon diavolo, anzi il mio poeta preferito».
Nel 1967, cinquant’anni fa esatti, Allen Ginsberg – autore della celebre poesiascandalo Urlo che da noi ispirò anche
Dio è morto di Guccini – venne in Italia proprio
per incontrare Pound, il quale, uscito, dal manicomio, viveva da
qualche anno tra Rapallo e Venezia. È famosa la foto che ritrae il
vecchio poeta assieme a Ginsberg e alla Pivano a Portofino il 23
settembre di quell’anno. Comunque, quando Ginsberg, poeta ebreo
buddista, come amava definirsi, incontrò l’autore dei Cantos – il
“miglior fabbro” del Novecento, per dirla con Eliot – in segno di
omaggio non volle recitargli nessuna sua poesia. Piuttosto, dopo una
amabile cena, arrotolò della marijuana in una cartina per sigarette, e
senza una parola, iniziò a fumare. «Poi – riferisce il giornalista Mark
Kurlansky – mise su per Pound dei dischi: Yellow Submarine e Eleanor Rigby dei Beatles, Sad- Eyed Lady of the Lowland, Absolutely Sweet Mary e Gates of Eden di Bob Dylan, e Sunshine Superman
di Donovan. Ascoltandoli – rileva Kurlansky – Pound sorrideva, sembrava
apprezzare in particolare certi versi». E con soddisfazione, conclude,
batteva il tempo con il suo bastone dal manico d’avorio.
C’è anche questo nel profondo della cultura beat,
insomma. Tanto è vero che quando il 5 aprile di vent’anni fa – ancora un
anniversario in cui incorre in questo 2017 la beat generation – si
spegneva a quasi settantun anni anche Ginsberg, nel gruppetto di amici
che circondavano il suo capezzale c’era anche la cantautrice Patti
Smith. La quale gli lesse, non a caso, alcuni versi scelti dai Cantos di
Ezra Pound.
Non capisco questa
ideologia, tutta occidentale, del volere a tutti i costi che i
giovani si facciano la loro vita lontani dai genitori.
La
popolazione invecchia e i figli che dovrebbero fare ? Abbandonare i
genitori per farsi i fatti loro, perché così vuole l'ideologia
individualista e liberal fighetta senza amore per il prossimo
?
Sciocchezze !
Le famiglie si disgregano
ed a soffrire sono sempre tutti. I figli in particolare, ma non solo.
A soffrire sono anche i genitori abbandonati.
E per famiglie intendo
tutte le persone che convivono e si amano. Indipendentemente dal
sesso o dall'orientamento sessuale. Perché il sesso o l'orientamento
sessuale contano poco: ciò che conta è l'amore. Eterosessuali,
omosessuali, bisessuali, transessuali...poco importa: ciò che conta
è la profondità e la stabilità dei legami d'amore.
I rapporti sociali,
sentimentali, sessuali, in quest'epoca capitalistico-globalista - che
ritiene che essere liberi significhi semplicemente fare ciò che ci
pare e godere illimitatamente (sic !) - sono sempre più fluidi e
hanno sempre meno radici profonde. Il vero dramma è questo, non
certo il fatto che un figlio non voglia andarsene di casa. Anzi. Con
quali prospettive economiche, poi, in quest'epoca che sfrutta sempre
di più il prossimo e richiede - quando le richiede - mansioni a
bassissima qualificazione professionale, così da sfruttare ancor di
più la manodopera a basso costo ?
Figli, rimanete a casa con i
vostri cari sino a che potete goderveli in vita. Perché loro sono il
vostro bene/amore più prezioso e da loro avete tutto da imparare. E
voi, genitori, siate orgogliosi dei vostri figli, così come lo siete
e lo sarete sempre. Non siate oppressivi, lasciate i figli liberi di
pensare con la propria testa. Insegnate in particolare loro il senso
di responsabilità e del dovere nei confronti di tutte le persone e
di tutti gli esseri viventi, perché tutti su questa terra - animali
compresi - siamo fratelli.
Fidanzate, fidanzati,
mogli, mariti, persone che amate: amatevi stabilmente. Oppure fatevi
un esame di coscienza e cercate di capire che cos'è l'amore.
Vivetelo nella vostra interiorità.
Perché l'unica libertà
possibile ed alla quale anelare è il raggiungimento dell'amore e la
morte dell'ego e del piacere effimero.
Le
mie ultime parole sono le stesse del principio: voglio vivere
eternamente con Peron e con il mio popolo. Dio mi perdonerà se
preferisco restare con loro, perché anche lui è tra gli umili; in ogni
descamisado ho sempre visto Dio che mi chiedeva un po' d'amore e non
gliel'ho mai negato”.
Con la sigla dolce e scanzonata di "Non è la Rai", programma presentato dalla sempre elegante ed arguta Enrica Bonaccorti, troppo scioccamente sottovalutato, come molti dei suoi (si pensi a "Bombay" del 2007 - 2008).
I programmi surreali e colorati di Boncompagni, pieni di vitalità,
freschezza, nonsense e senza alcuna morbosità, hanno profondamente
influenzato il mio modo di scrivere e di pensare: FUORI DAL CORO E
CONTROCORRENTE ! Ciao Gianni e grazie di tutto ! Luca Bagatin
Aumentano nei consensi sino a far
pensare quasi ad un possibile ballottaggio fra loro alle imminenti
elezioni Presidenziali francesi, che si terranno il 23 aprile
prossimo.
Stiamo parlando di Marine Le Pen,
leader del Front National e di Jean-Luc Mélenchon, leader del
raggruppamento La France Insoumise (ovvero La Francia Indomita) ed ex
socialista di lungo corso in polemica dal 2008 con il Partito
Socialista di Hollande (ormai partito liberal-capitalista), oltre che
estimatore delle politiche sociali attuate da Hugo Chavez in America
Latina. La prima è attestata fra il 23 ed il 24% dei consensi; il
secondo fra il 19 ed il 20% e sta investendo moltissimo in
comunicazione, in particolare multimediale fra i giovani, al punto
che è stato realizzato un simpatico videogame gratuito da giocare
online con protagonista proprio Mélenchon in lotta contro i Poteri
Forti finanziari ed economici (www.fiscalkombat.fr).
Entrambi candidati anti-sistema, ovvero
saldamente ancorati a politiche sovraniste e sociali, sembrano
rispondere a quell'ampia fetta di elettorato delusa dalle politiche
di austerità di una Europa capitalista, burocratica e senz'anima.
Entrambi criticano le politiche del
Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale Europea,
preferendo che siano i cittadini stessi a decidere se rimanere o meno
nell'Unione Europea. Entrambi guardano all'uscita della Francia dalla
NATO, che in tutti questi anni ha servito gli interessi statunitensi,
finendo per defenestrare leaders quali Mu'Ammar Gheddafi, ovvero gli
unici argini al terrorismo fondamentalista. Entrambi presentano
programmi simili per quanto concerne gli aspetti sociali: vogliono
l'abolizione della precarizzante legge sul lavoro Loi Travail
(l'equivalente del nostro Jobs Act) ed entrambi sono per
l'abbassamento dell'età pensionabile, oltre ad una possibile
riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario e l'introduzione
di misure protezionistiche sul commercio.
A differenziarli le politiche
sull'immigrazione: più stringenti quelle della Le Pen, più aperte
quelle di Mélenchon. Inoltre, mentre Mélenchon pone maggiore
attenzione alle questioni ambientaliste (ad ogni modo non del tutto
tralasciate dalla Le Pen), la Le Pen pone maggiore attenzione alla
laicità dello Stato, da estendere anche ai luoghi di lavoro, con un
apposito codice.
Le Pen e Mélenchon, ad ogni modo,
sembrano rappresentare meglio di altri quella necessità di sano
populismo - ovvero di politiche di popolo ed in favore del popolo -
disattese in tutti questi anni dai rappresentanti di quel Partito
Socialista trasformatosi in partito capitalista e padronale e del
Partito Repubblicano, che ha perduto ogni riferimento autentico al
sovranismo di Charles De Gaulle, per vendersi all'alleato
statunitense.
Oggi queste politiche di matrice
capitalista e padronale sono rappresentate dall'ex banchiere Emmanuel
Macron e da François Fillon. Il secondo sembra ormai fuori dai
giochi (tanto quanto il candidato del Partito Socialista, Hamon,
attestato ad un misero 9%), mentre il primo è il vero candidato
delle élite economico-finanziarie da battere ed attualmente
attestato al 24%.
I giochi, dunque, sono aperti.
Quel che è certo è che anche le
Presidenziali francesi hanno dimostrato ciò che il filosofo Alain De
Benoist ha spiegato più volte. Assistiamo in questi anni non più ad
una contrapposizione destra-sinistra (che ormai rappresentano
entrambe da tempo - come peraltro accaduto per molti anni anche in
America Latina, prima dell'avvento al governo di leaders socialisti e
sovranisti - le élite economico-oligarchiche), bensì ad una
contrapposizione fra istanze sociali, sovraniste e popolari da una
parte ed élite padronali ed oligarchiche dall'altra.
E' questa, evidentemente, in Europa,
l'ora dei popoli sovrani per troppo tempo rimasti inascoltati.
A chi appartiene la vita ? Ad ogni
individuo libero di affidarla a chi vuole, in base a ciò che gli
suggerisce la coscienza. Questa la frase che non mi scorderò mai di
ripetere e che scrisse Roberta Tatafiore, la militante per i diritti
civili che ad un certo punto della sua vita decise di suicidarsi.
Mina Welby
La vita appartiene a ciascuno di noi.
Può essere bella o meno bella, ma nessuno - nemmeno le leggi dello
Stato - possono disporne al posto nostro.
Siamo un Paese libero e democratico. Si
dice.
Se così fosse esisterebbe la
possibilità per ciascuno - come nella civile e democratica Svizzera
(ove esiste la democrazia diretta !) - di decidere come e quando
morire.
E non scoppierebbero assurdi "scandali"
come i casi Englaro e Piero Welby. E nessuno si scandalizzerebbe e la
Chiesa cattolica comprenderebbe, forse, che l'amore per le persone,
per gli esseri viventi, passa anche attraverso la liberazione dalle
sofferenze.
Perché la morte non è che la
prosecuzione della vita in un'altra dimensione, in un'altra forma,
non la sua negazione. Mentre la sofferenza è una forma di violenza.
La sofferenza è la negazione vera della vita e dell'amore.
E così ecco gli angeli di Dignitas -
associazione svizzera per il suicidio assistito - ed ecco gli angeli
dell'Associazione Luca Coscioni, Marco Cappato e Mina Welby.
Il primo accompagnò dj Fabo il
febbraio scorso in una clinica Svizzera che autorizza il suicidio
assistito. Dj Fabo, cieco e tetraplegico a seguito di un incidente,
non ne poteva più di vivere in quelle condizioni inumane. E aveva
chiesto, con dignità, di farla finita. Non prima di aver trasmesso
al Presidente della Repubblica Mattarella un messaggio chiedendo che
il Parlamento approvasse al più presto una legge sul testamento
biologico e sul fine vita.
Luca Bagatin e Mina Welby
Nei giorni scorsi Mina Welby ha
accompagnato in Svizzera Davide Trentini, l'uomo che da anni soffriva
di sclerisi multipla ed i cui dolori erano diventati insopportabili.
Davide, come dj Fabo, chiedevano solo di essere liberi dalle
sofferenze. Ed una legge che permettesse loro di poter porre fine
alla loro agonia in Italia, senza dover ricorrere - con i costi
ingenti del caso - ad una clinica Svizzera. E' quello che chiedono
molti malati, molte persone sofferenti.
Quella di Mina e di Marco,
autodenunciatisi per aver accompagnato queste persone in Svizzera, è
ed è stata solo umanità ed amore per il prossimo. Accoglimento di
una estrema richiesta di aiuto.
Il Parlamento e le istituzioni
italiane, invece, rimangono silenti sull'argomento. La legge sul fine
vita è "in stallo".
E' questo un Paese civile, libero e
democratico ?
E' questo un Paese ove l'amore per il
prossimo e per l'umanità afflitta è destinato a prevalere ?
Attendiamo risposte, al momento, con le
lacrime agli occhi, perché non c'è nulla di peggio
dell'indifferenza e della mancanza di libertà di coscienza dei
cittadini.
E' uscito l'ultimo numero della rivista
bimestrale francese "Rébellion" degli amici dell'Organizzazione
Socialista Rivoluzionaria Europea (OSRE) (www.rebellion-sre.fr).
E' uscito l'ultimo numero della rivista
bimestrale francese "Rébellion" degli amici dell'Organizzazione
Socialista Rivoluzionaria Europea (OSRE) (www.rebellion-sre.fr).
Ho stima e sono un lettore del maestro
filosofico di Diego Fusaro, ovvero Costanzo Preve. Condivido molte
sue tesi anticapitaliste e comunitariste, anche se non totalmente il
suo pensiero, non essendo io marxista, ma facente parte della scuola
socialista e repubblicana originaria, di ispirazione spirituale,
cristiana (non cattolica !), teosofica e umanitaria da Pierre Leroux
passando per Mazzini, Garibaldi sino a Evita e Juan Peron, Hugo
Chavez e i leaders del Socialismo del XXI secolo.
Ad ogni modo non ho alcun pregiudizio
intellettuale nei confronti di Diego Fusaro, come molti, troppi.
Preferisco infatti leggerne e approfondirne il pensiero e, semmai,
come in questo caso, dire ciò che penso in merito ad alcune sue
prese di posizione.
Mi è capitato di leggere su un
giornale italiano chiamato “Il Fatto Quotidiano”, un suo articolo
(http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/02/15/transgender-perche-la-nostra-societa-li-santifica/3393324/)
nel quale egli parla di “santificazione della figura transgender”.
Ora, personalmente non capisco di cosa parli, in quanto del fenomeno
transessuale (molto meglio usare un termine italiano comprensibile a
tutti, scrivendo, appunto, in lingua italiana) trovo si parli sempre
molto poco ed invece trattasi di fenomeno umano e sociale diffuso e
del tutto normale e naturale che, come tale, esiste infatti anche nel
regno animale (vedasi in merito, fra l'altro, il seguente articolo
del compianto amico Peter Boom, che anni fa teneva sul mio vecchio
blog una rubrica dedicata alla Pansessualità:
http://www.floriterapia.com/ilvolodellasirena/the_theory_of_pansexuality.htm).
Nell'articolo di Diego Fusaro, il
filosofo paragona il liberalismo economico al “liberalismo
sessuale”, reo, a suo dire, di generare fenomeni che superano il
concetto di “limite naturale” e ciò comporterebbe “l'elogio
mediatico permanente della figura del transgender”.
Ora, come già scritto, non mi risulta
che la figura della persona transessuale sia permanentemente
elogiata. E, come la scienza dimostra, le persone transessuali sono
perfettamente in linea con i fenomeni naturali.
Nel corso dell'articolo Fusaro parla di
“deregulation sessuale” (anche qui, essendo l'articolo pubblicato
in Italia, non si capisce perché non parlare di
“deregolamentazione”, anziché usare termini anglofoni) e
paragona la persona transessuale al migrante ed al precario (sic !).
Davvero una analisi a parer mio
incomprensibile in quanto, mentre il precario e il migrante si
trovano a vivere una condizione loro imposta dall'avvento del
capitalismo assoluto e dalla deregolamentazione dei mercati
conseguenza dell'egoismo umano, la persona transessuale si trova a
vivere una propria indentità che, come tale, rivendica. E, in un
quadro di rivendicazione delle identità/sovranità (aspetti che
Fusaro dovrebbe difendere), è più che legittimo che la persona
transessuale (così come la persona omosessuale o eterosessuale che
sia) rivendichi la sua propria intima, naturale e personale identità
sessuale.
Fusaro, nel suo articolo, invece,
afferma che l'eterosessualità sarebbe vista come “vetusta” e,
secondo dei fantimatici “gender studies” (che immagino si traduca
in “studi di genere”), l'eterosessuale sarebbe ridefinito come
“cisgender”, che mi risulta essere un neologismo che
significherebbe “qualcuno a proprio agio con il genere che gli è
assegnato dalla nascita”.
Beh e allora ? Buon per gli
eterosessuali. E proprio per questo andrebbero capite quelle persone
che non sono a proprio agio con il genere che gli è stato assegnato
alla nascita. Semplicemente costoro si sentono di avere una identità
diversa da quella che biologicamente è stata assegnata loro...e
allora ? Sempre di identità si tratta e, come tale, va rivendicata,
affermata e difesa.
Tutte le identità meritano di essere
rivendicate perché rappresentano i colori dell'arcobaleno
dell'universo mondo o, meglio, le colonne portanti dell'intera
umanità.
Ma ciò non ha nulla a che vedere con
l'avvento del capitalismo assoluto, che è fenomeno estraneo alle
identità e che è fenomeno imposto e che fa leva sull'egoismo, che è
il peggiore dei vizi che un essere umano possa avere e coltivare in
quanto porta alla distruzione delle comunità; all'imposizione della
propria visione della vita (e dunque della propria identità sulle
altre); alla precarizzazione di ogni rapporto, pulsione, pensiero;
all'avvento di quella società liquida e “migrante” che proprio
Fusaro, erede filosofico di Preve, dovrebbe contribuire a sradicare.
E' qui che non riesco a comprenderne il
pensiero e che lo trovo fortemente incoerente.
E trovo che i sostenitori di questa
sedicente “teoria gender” dimostrino in realtà quanto sia
difficile, in quest'epoca senza ideali, senza memoria storica e senza
radici, riconoscere la propria intima identità e riconoscere la
bellezza dell'identità altrui. Ovvero il diritto alla differenza,
non già alla mescolanza e all'omologazione del pensiero unico di
massa (politicamente corretto, massonofobo, omofobo, transofobo,
misogino...proprio perché si ha paura – di volta in volta - della
Massoneria in quanto portatrice di spirutualità originaria;
dell'omosessuale perché diverso tanto quanto il transessuale, che
magari può attrarre sessualmente anche un eterosessuale; perché si
ha paura delle donne che oggi sono più emancipate...) ma alla
differenza, ovvero all'armonia degli spiriti presenti in natura.
E' proprio attraverso il superamento
delle ancestrali paure dell'essere umano che, invece, può fondarsi
la Civiltà dell'Amore, che è poi un ritorno all'antico Eden, al
Divino, all'angelico, che trascende la materia, intesa sia in senso
economico che in senso sessuale e carnale.
Ed è qui che, forse, il marxismo,
lungi dal rappresentare la via maestra al socialismo originario, ha
finito per affiancare il capitalismo, che è materia, sfruttamento e
bassi istinti.
La via maestra al socialismo
originario, anche questa volta, ci viene insegnata da molti Paesi
dell'America Latina del Socialismo del XXI secolo: Argentina,
Uruguay, Brasile hanno legalizzato i matrimoni omosessuali; l'Ecuador
ha inserito le unioni civili in Costituzione; il Venezuela chavista
non è riuscito ad approvare la legge sulle unioni civili voluta da
Chavez, ma almeno dal 1999 c'è una legge contro l'omofobia, come in
Bolivia; a Cuba si discute da tempo di matrimonio omosessuale.
La via del Cristo, che è poi la via di
Krishna, Buddha e di tutti i Grandi Iniziati, che è una via
socialista umanitaria, è dunque la via di colui il quale non giudica
il prossimo. Ma si limita – e non è poco – ad amarlo e a
riconoscerne identità e diritto alla differenza.
Poesia serale. Poesia notturna. Poesia che si posa laddove una
rosa fiorisce sull'urna. Nell'urna riposa qualcosa di
antico. Di antico e passato e per sempre finito. Ed io son
rapito dal sogno di te. E ciò che un tempo era amaro, dolce
ora è.