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sabato 12 marzo 2022

12 marzo. Nascono Gabriele d'Annunzio e Jack Kerouac, due grandi esponenti della controcultura. Articolo di Luca Bagatin

Entrambi nati il 12 marzo, Gabriele d'Annunzio (nato nel 1863) e Jack Kerouac (nato nel 1922) condividono ben altro e ben oltre rispetto al solo giorno di nascita.

Entrambi spiriti liberi, folli (nel senso più positivo del termine), eretici ed erotici, senza etichette. Entrambi artisti dotati di un profondo senso del Sacro, che hanno creato una controcultura e hanno influenzato lo stesso mondo della controcultura, nei secoli successivi.

Gabriele d'Annunzio, poeta, amante delle donne e della bellezza in tutte le sue forme, dandy e rivoluzionario al contempo, leader politico libertario e contro il potere, il totalitarismo, la casta politica liberal-capitalista.

Aspetti che si mostreranno pienamente, in d'Annunzio, nella sua Impresa di Fiume e con la fondazione della Repubblica o, meglio, Reggenza del Carnaro.

Un'esperienza comunista libertaria (“Io sono per il comunismo senza dittatura. È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse”, spiegò d'Annunzio in un'intervista ad una rivista anarchica), avanguardista, spiritualista.

Una Repubblica che avrebbe, per la prima volta nella Storia, dato la possibilità all'arte e alla “fantasia” di essere al potere, per divenire, in realtà, una forma di anti-potere e di esaltazione del bello e del Sacro. Che è esaltazione dell'(anti)politica degli spiriti liberi dalle convenzioni e dalle sovrastrutture, contrapposta alla fredda “realpolitik” dei potenti e di coloro i quali vorrebbero schiacciare i popoli, in nome del profitto.

Una Repubblica, quella d'annunziana, che permise e promosse le libertà sessuali (con relativa tolleranza e pratica dell'omosessualità), la libertà di associazione, la libertà di divorziare, la libertà religiosa e la libera ricerca spirituale (l'aviatore Guido Keller e lo scrittore Giovanni Comisso fondarono la rivista “Yoga”, che proponeva una visione esoterica, teosofica e spirituale della realtà), la proibizione dei crocifissi nei luoghi pubblici, l'assistenza ai disoccupati e ai non abbienti, la promozione dei referendum, la promozione e il sostegno alla scuola pubblica, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario ecc... tutte cose che nemmeno l'attuale Repubblica italiana sembra appieno garantire.

Jack Kerouac, a Fernanda Pivano, in una celebre intervista, dichiara che il poeta italiano che preferisce è proprio Gabriele d'Annunzio. Sarà un caso? Sarà un caso che entrambi abbiano avuto lo stesso identico spirito, libero da ogni convenzione?

Jack Kerouac era, esattamente come d'Annunzio, un libertario senza etichette. Lontano dalla politica partitica. Ma nonostante ciò, come d'Annunzio, dopo la morte, tutti coloro i quali non li hanno mai letti né approfonditi, avrebbero voluto etichettarli (sbagliando in pieno!).

Nel modo di vivere di Kerouac e nei suoi romanzi, c'è la spasmodica ricerca del Sacro, che egli trova e vive nel buddismo zen unito al cattolicesimo. Che vive e pratica, purtuttavia, senza dogmatismo, senza moralismo, così come vive per tutta la sua vita.

Fatta sia di vagabondaggi che di lunghe giornate passate con l'amata madre ed il suo amato gatto Tyke.

Kerouac è disgustato dalle mode, è disgustato dalla politica. Lui ama solo la bellezza e esalta la dolcezza, che ama vedere ed esaltare nella spiritualità orientale, nelle donne, nella poesia.

E', come d'Annunzio, molto depresso, certo. E si lascia andare alle sregolatezze dell'alcol e del fumo, che lo porteranno a una prematura morte, a soli 47 anni.

Lasciando ai suoi amici - Allen Ginsberg (amante della mistica orientale) e William Burroughs (amante della magia crowleyana) in primis, pur molto più politicizzati di lui - l'eredità della Beat Generation, di cui fu capostipite.

Un'eredità che non sarebbe andata sprecata, ma che avrebbe proseguito il cammino dell'arte libera e creativa, del libero pensiero, della controcultura e della libera ricerca spirituale, senza moralismi né dogmatismi.

I media statunitensi amavano burlarsi di Kerouac. Lo chiamavano per intervistarlo in stato di ubriachezza. Ma a lui non importava, non ascoltava nemmeno le domande degli ipocriti giornalisti intervistatori, perché era sempre al 100% sé stesso, come ebbe a dire Bill Burroughs.

Non era decisamente un prodotto della cosiddetta “America Way of Life” Anni '50, ma anzi, avrebbe rifiutato tutti quei valori, per essere semplicemente un artista, uno scrittore, un poeta.

Lui, in realtà, amava dire che si vedeva semplicemente come uno “strano solitario pazzo mistico”.

Non gli importava essere osannato, amato, ammirato.

Come d'Annunzio, che non si sarebbe fatto ingabbiare da nessuna corrente, ma ne avrebbe creata una propria.

E, forse proprio non per caso, sia d'Annunzio che Kerouac, decenni dopo, avrebbero influenzato altre controculture, che anche a loro si sarebbero ispirate.

Stiamo parlando in particolare del movimento degli Indiani Metropolitani, nell'Italia della metà degli Anni '70, di cui Mario Appignani - detto “Cavallo Pazzo” - sarà uno degli esponenti (e che merita rispetto e approfondimento per la sua vicenda personale, dalla denuncia dei brefotrofi lager nei quali visse la sua infanzia, alle sue battaglie successive). Oltre che dei nazionalbolscevichi di Eduard Limonov in Russia, che avranno sia Kerouac che d'Annunzio (oltre che Hunter S. Thompson, David Bowie e altri) come riferimento artistico e culturale.

Limonov stesso, peraltro, negli anni vissuti negli Stati Uniti, conobbe il poeta beat Lawrence Felingetti (che per primo pubblicò i romanzi di Kerouac, Ginsberg e dei beatnik in generale) e la sua stessa vita non fu così diversa da quella di d'Annunzio e di Kerouac.

Dire che cosa ci rimane oggi di d'Annunzio e Kerouac è superfluo.

Ci rimangono due vite – le loro - e molte opere che possono essere un ottimo strumento per andare oltre la banalità e il conformismo che attanagliano la nostra epoca.

Banalità e conformismo che, ad ogni modo, non erano affatto assenti nelle epoche che loro stessi si trovarono a vivere. Ma che superarono e sovvertirono, proprio grazie alla loro arte.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

mercoledì 24 febbraio 2021

Lawrence Ferlinghetti, l'ultimo dei poeti beat. Articolo di Luca Bagatin

La Beat Generation fu la generazione apripista della controcultura, sia statunitense che mondiale moderna.

Un movimento di rottura con il passato, fondato non già sul senso di ribellione, in sé e per sé, dalle convenzioni, quanto sulla poesia, sulla dolcezza, sul senso di comunità.

Un movimento antimaterialista, spirituale, che – in particolare con Kerouac – seppe coniugare la fede cristiana a quella buddista.

L'Occidente che incontra l'Oriente, in un caleidoscopio di suggestioni eretiche, erotiche, ancestrali, spirituali, talvolta dettate dallo stato alterato della coscienza (o dall'espansione della coscienza stessa, attraverso sostanze psicotrope).

Jack Kerouac (ma anche Allen Ginsberg e William Burroughs) ne fu il capostipite assoluto, dimostrando che il “beatnik” non aveva nulla a che fare con la politica in senso stretto o con le mode che sarebbero emerse successivamente, al punto che il suo romanzo “Big Sur” fu molto critico nei confronti del capelloni e degli yippie, che sarebbero subentrati ai Beat e che a loro credevano di ispirarsi.

Lawrence Felinghetti era uno di loro.

L'ultimo dei Poeti, con la “P” maiuscola, estinti.

Di padre italiano di Brescia, la madre di origine francese, portoghese e ebraica, nato nel 1919, nel 1953 fondò a San Francisco la libreria e casa editrice City Lights Bookstore, che diverrà celebre proprio in quanto pibblicò i primi testi letterari della Beat Generation, fra cui, quelli di Jack Kerouac e di Allen Ginsberg. Tanto che, nel 1956, sarà arrestato con l'accusa di diffusione di oscenità, per aver pubblicato il celebre poema “Urlo” (“Howl”) di Ginsberg, messo lungamente al bando dalle autorità.

Amante della natura e della spiritualità orientale, al pari degli amici beat Kerouac e Gary Snyder (poeta dell'”ecologia profonda” e, con Kerouac, studioso di Buddismo zen), si ritirò spesso nella località di Big Sur, in California, all'epoca piuttosto selvaggia.

Fu un libertario senza altri aggettivi, impegnato, negli Anni '60 e '70, nel movimento per i diritti civili e contro le guerre imperialiste statunitensi, ad iniziare da quella del Vietnam.

Ci ha lasciati a 101, il 22 febbraio 2021. Curiosamente il giorno del compleanno di Eduard Limonov, che conobbe peraltro Ferlinghetti nei suoi anni in America e quest'ultimo gli consigliò un finale diverso per il suo romanzo “Sono io, Edika”, tipo l'omicidio di una persona famosa, anziché la frase “Affanculo tutti !”.

C'è da chiedersi che cosa rimanga, oggi, dello spirito beatnik, in un'epoca nella quale il politicamente corretto è diventato un politicamente corrotto, nel senso che ha corrotto – consapevolmente o meno - la libertà di pensiero di tutti.

Forse poco o nulla.

Forse perché è scomparsa quella spontanea ricerca della poesia, della dolcezza, del piacere di scrivere per il semplice piacere di essere sé stessi e di vivere il momento. Senza per forza immortarlarlo e rinchiuderlo in un “social” network. In un'immagine riproducibile da chiunque, che diviene moda e quindi conformismo.

La Beat Generation è forse scomparsa con l'avvento delle mode e della società dei consumi. Con l'avvento, quindi, di quel conformismo che ci ha omologati tutti. Persino nel linguaggio, oltre che nella gestualità.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

sabato 22 agosto 2020

"Nazionalbolscevismo e giustizia sociale". Meditazioni brevi di Luca Bagatin

"Ma nazionalbolscevichi russi si ritrovarono sia fra i Bianchi (Ustrjalov, smeno-vekhovtsij, Eurasisti di sinistra) sia fra i Rossi (Lenin, Stalin, Radek, Lezhnev)" 
(da "Metafisica del nazionalbolscevismo, di Aleksandr Dugin, 1998)

"...ho sognato di essere un ladro onesto e di principio, come Robin Hood"
(Eduard Limonov, rivista "Power", 1997)
 
Il nazionalbolscevismo è il fondamento delle rivoluzioni russe e proletarie del 1905 e del 1917.
Opposte alla rivoluzione francese del 1789, tali rivoluzioni hanno edificato un nuovo sistema sociale, sovvertendo l'economia, annientando la borghesia e adattando il nuovo sistema alla mentalità russa.

Nell'occidente capitalista il termine "nazionalismo" ha assunto il carattere negativo di "sopraffazione di una nazione su un'altra".
Così fu ad esempio nella Prima e nella Seconda guerra mondiale, fra le nazioni europee.
In realtà non liberali né capitaliste, invece, il nazionalismo è semplicemente il riconoscimento dell'identità e unità nazionale di un popolo.
Così furono nazionalisti, per loro stessa ammissione, Fidel Castro e Ho Chi Min.
Il nazionalismo di sinistra (in Eurasia definito nazionalbolscevismo), come può essere quello della rivoluzione cubana, non è altro che un internazionalismo che difende la propria identità e quella altrui, unita all'affermazione della giustizia sociale. 

Tartassare i ricchi; controllare le loro attività economiche; fornire stipendi dignitisi a tutti, ma non oltre una certa cifra; mettere i prezzi sotto il controllo della comunità.
Solo questo servirebbe. 
Senza dimenticare che giustizia è vivere con lo stretto necessario. Con dignità, senso di fratellanza e amicizia. In armonia con la Natura e tutti gli esseri.
Il resto – l'opulenza, l'accumulo, l'arricchimento, la prevaricazione - è decadenza e disonore.

I nuovi nazionalboscevichi, quelli venuti dopo l'antinazista Ernst Niekisch e Karl Otto Paetel, ovvero Limonov, Dugin, Letov, Rayabinov e Kuryokhin furono prima di tutto degli artisti.
Del pensiero, della musica, della filosofia, della poesia.
Un'avanguardia intellettuale e controculturale pari solo alla Beat Generation di Kerouac, Ginsberg e Burroughs.
L'Est controculturale incontrò l'Ovest e viceversa.

Luca Bagatin


lunedì 21 ottobre 2019

“Raccogli una tazza d’acqua dall’oceano: Lì mi troverai” (Jack Kerouac)

"Preferirei viaggiare su treni merci per tutto il paese e cucinare il mio cibo in lattina sui fuochi di legno, piuttosto che essere ricco e avere una casa o un lavoro. Perché alla fine, non ti ricorderai del tempo trascorso a lavorare in ufficio o a falciare il prato"

"Le uniche persone per me sono i pazzi: quelli che sono pazzi di vita, pazzi di voglia di parlare, pazzi da desiderare di essere salvati, desiderosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che bruciano, bruciano bruciano come le favolose candele gialle delle chiese romane"

"Sul lago apparvero riflessi rosei di vapore celeste e io dissi: Dio, ti amo e guardai il cielo e lo intendevo sul serio. Mi sono innamorato di te, Dio. Abbi cura di noi tutti, in un modo o nell’altro. Per i bambini e gli innocenti è tutto uguale"

(Jack Kerouac)


mercoledì 31 maggio 2017

Jack Kerouac: il libertario senza etichette. Articolo di Luca Bagatin (a proposito dell'ottimo articolo-ricordo scritto da Luciano Lanna su "Il Dubbio")

Luciano Lanna, su "Il Dubbio" del 31 maggio, pubblica un bellissimo ricordo della Beat Generation ed in particolare di Jack Kerouac (1922 - 1969), a sessant'anni dalla pubblicazione del suo romanzo più famoso, ovvero "On the road" (http://ildubbio.news/ildubbio/2017/05/31/kerouac-andava-andava-mica-sapeva-nacque-la-beat-generation).
Romanzo più famoso ma, a mio parere, non il migliore che fu senza dubbio "I vagabondi del Dharma" e la sua ricerca di una spiritualità libera dai condizionamenti e persino "Big Sur", romanzo critico nei confronti dei capelloni e degli yippie, scritto nel periodo della sua massima decadenza fisica e che rappresenta un rifiuto dell'immagine di Kerouac nei confronti dell'etichetta/immagine che gli è stata affibbiata addosso dal mainstream, ovvero di ragazzo sempre giovane, girovago, sregolato.
Kerouac era un libertario senza etichette, che non gliene fregava nulla della politica e, se proprio doveva scegliere, era anticomunista e conservatore.
Kerouac non ebbe mai la pretesa di dimostrare nulla. Era sregolato, certo, ma non gliene fregava nulla di esserlo, anzi, spesso ci soffriva persino. Amava la spiritualità in tutte le sue forme. Era cattolico, buddhista, erotico, eretico.
Amava i gatti e le donne. Ed era mammone.
Amava bere e fumare. Era triste e malinconico.
Era un "qualunquista" non qualunque e ciò, come ha scritto Lanna, una volta approdato in Italia Kerouac non sarà compreso a causa del conformismo culturale italiano in tutte le sue "egemonie" da quella catto-conservatrice a quella togliattian-marxista e liberal-crociana.
Oggi lo spontaneismo di Kerouac e dei Beat, anche di quelli più "impegnati", manca davvero. Kerouac andava, andava, andava, senza sapere dove. Non aveva un programma imposto o auto-impostosi da una società capital-collettivistico-liberal-globalista fatta del preciso schema: nasci- produci-consuma-crepa. Ovvero svegliati, vai al lavoro, vai in palestra, dall'estetista, usa lo smartphone, mangia sushi, posta foto su instagram ecc...
Oggi un Kerouac sarebbe forse preso per uno zotico ubriacone e la sua interiorità sarebbe fatta a pezzi dalla pubblicità commerciale, eletta a nuovo culturame assieme all'ultimo libro di grido di Roberto Saviano, all'ultimo programma di Maria De Filippi o all'ultimo romanzo di E. L. James.
Oggi Kerouac semplicemente non esisterebbe. O forse esiste ancora. Oltre lo schermo di questo computer. Oltre il web, le mode, le puttanate smartphonizzate cinesizzate yankezzate giapponesate sushizzate inglobalizzate.
Forse Kerouac è proprio lì sotto. Nascosto in qualche punto recondito del cervello di ciascuno di noi. E' il ribelle che non si è fatto sottomettere dal totalitarismo consumista, dal benessere effimero, dalla società giovanilista senza alcun futuro perché non ha alcun passato.
Per Kerouac l'unica gente possibile erano i pazzi, i pazzi di vita, i pazzi entusiasti, i pazzi appassionati che mai si annoiano o dicono luoghi comuni. I pazzi che bruciano come favolosi fuochi artificiali.
Kerouac, questo mondo, questa società, ovvero l'evoluzione/involuzione di quella nella quale lui stesso visse - l'America Way of Life Anni '50 - e che già ai suoi tempi rifiutò, non l'avrebbe compresa. Perché era è già intimamente morta.

Luca Bagatin

 

Kerouac andava, andava, mica sapeva dove…e nacque la Beat generation

Sessant’anni fa usciva “On the road”, di Jack Kerouac
di Luciano Lanna per "Il Dubbio"


Era la Beat generation uno dei fenomeni esistenziali e creativi più interessanti che il dopoguerra americano. E Jack Kerouac era il suo profeta. Sebbene non avesse la patente di guida… On the Road è il suo romanzo più famoso. Uscì nel 1957. In questi giorni compie 60 anni. In Italia fu accolto male. Alla nostra intellettualità non piaceva tanto individualismo. Anche Montale lo detestò.
«Il tipo umano che ha costruito l’America era nomade», disse una volta Ezra Pound. E con lo sguardo sull’America degli anni ’ 50, Jack Kerouac descriveva così quel tipo umano: «Nomadi con il sacco sulle spalle, vagabondi del Dharma, che si rifiutano di aderire alle generali richieste ch’essi consumino prodotti e perciò siano costretti a lavorare per ottenere il privilegio di consumare tutte quelle schifezze che tanto nemmeno volevano veramente come frigoriferi, apparecchi televisivi, macchine, almeno macchine nuove ultimo modello, certe brillantine per capelli e deodoranti e generale robaccia che una settimana dopo si finisce col vedere nell’immondezza, tutti prigionieri di un sistema di “lavora, produci, consuma, lavora, produci, consuma”: ho negli occhi la visione di un’immensa rivoluzione di zaini, migliaia, o addirittura milioni di giovani americani che vanno in giro con uno zaino».
Era la beat generation, uno dei fenomeni esistenziali e creativi più interessanti che il dopoguerra americano trasmetteva alla vecchia, disincantata e conformista Europa. E Jack Kerouac era il suo profeta: nato il 12 marzo ’ 22 a Lowell, nel Massachusetts, lo “sciamano del beat” ha espresso in pieno lo spirito dei giovani della sua epoca, anche attraverso le sue personali contraddizioni. Sebbene non avesse la patente di guida, adorasse sia la mamma che l’America, si proclamasse cattolico e anticomunista, e sebbene fosse un appassionato di baseball e non amasse i militanti delle battaglie politiche, rappresenterà per sempre l’icona libertaria di una vita autenticamente inquieta, libera e sfrontata.
On the Road (“Sulla strada”), il suo romanzo più famoso, racconta in slang e in forma autobiografica le peripezie di uno scrittore, Sal Paradise, che gira mezza America con passaggi in auto, e in questo modo interpreta e celebra al meglio lo spirito di una rivolta generazionale che stava covando nelle giovani generazioni dalla seconda metà degli anni ’ 50. «Ai tempi che Kerouac mise in moto tutta questa baracca – ha raccontato la principale ambasciatrice e traduttrice della cultura beat in Italia, Fernanda Pivano, di cui il prossimo 18 luglio ricorre il centenario della nascita – era soprattutto una go generation.
Dove andassero non lo sapevano di certo, quei dolci insopportabili patetici insolenti hipster dal volto d’angelo che zigzagavano gli Stati Uniti come noi più tardi le nostre piazze del Duomo in cerca di altri amici con cui andare, dove, chi lo sa, ma andare».
L’intuizione era proprio quella. «La strada è la vita», afferma Dean Moriarty ( Neal Cassady nella vita reale) in un passo di On the Road. Un’idea prossima alla “festa mobile” evocata da Hemingway in riferimento a un’altra generazione inquieta, quella degli anni ’ 20. Ma negli anni ’ 50 molte cose sono cambiate. A proposito di Cassady, Kerouac scrive che «la sua anima è racchiusa in una veloce automobile», una metafora in cui c’è tutto il bisogno di una generazione di andare oltre, di spostarsi, di cercare nuovi orizzonti, di proporsi come moderni cavalieri erranti. Paradossalmente, il co- protagonista di On the Road cerca inutilmente di insegnare a guidare l’auto a Kerouac e a fargli prendere la patente. «Keroauc – annota Emanuele Bevilacqua in Guida alla beat generation ( Edizioni Theoria) – è a disagio al volante e non approfitta del suo alter- ego Sal Paradise per trasformarsi in un mago delle quattro ruote. Quando prende il volante finisce subito in un fosso e gli altri sono peggio di lui. E di autostop nemmeno a parlarne. Son più le volte che sono costretti a prendere un autobus, il Greyhound, che le occasioni di acciuffare un bel passaggio».
D’altronde, la vocazione iniziale di Jack era infatti genuinamente letteraria. Racconta il suo biografo Steve Turner: «Dopo aver letto Thomas Wolfe, la sua ambizione non fu quella di arrivare all’apice della carriera e di guadagnarsi ricchezza e rispetto, ma di esplorare quel grande continente. C’era un’altra America là fuori, che nessuno cantava; un’America cruda, primitiva, dove lo spirito era rimasto indomito e non era stato plasmato dalla infaticabile macchina del materialismo moderno». E così scoprì il vagabondare come scelta di vita. On the Road: sulla strada, appunto. «Andare sempre, non importa dove», era per Kerouac l’unica filosofia possibile «in questa società di merda», come era solito affermare.
E così, sessant’anni fa, il 1957 – anno di pubblicazione negli Stati Uniti di Sulla strada – diventa l’“anno uno” dell’era beat: più che un successo letterario, un fenomeno esistenziale e di costume, una rivoluzione nell’immaginario occidentale. «La prima tappa – scrive Vito Amoruso in La letteratura beat americana
( Laterza) – sarà, dunque, On the Road, il romanzo che, nel 1957, segnò la nascita ufficiale, quella letteraria, della leggenda della beat generation: i fatti, le avventure, le scorribande, le immense orge d’automobili e di sesso e di alcool di cui questo romanzo parlava, erano, in verità, accaduti già prima, in una sorta di America sotterranea e anti- ufficiale, a ridosso immediato del dopoguerra».
Per mettere su carta questa rappresentazione, a Kerouac bastarono ventuno giorni. Certo, già dal ’ 48 aveva lavorato a una sua prima stesura. Ma è nel ’ 51 che ci riprova in uno stile molto céliniano: senza segnare, senza punteggiatura, senza paragrafi e senza spaziature nel testo. Lo scrive su un unico rotolo di carta continua da teletrasmissione. «Per conto suo – ha spiegato uno dei principali sodali della beat generation, il poeta Allen Ginsberg – Kerouac, alla fine degli anni 40 e all’inizio dei 50, dal suo orecchio e dalla sua preoccupazione per i cambiamenti di ritmo che avevano luogo nella musica be- bop, aveva cominciato a scrivere lunghe frasi in prosa, simili al respiro dei negri e al ritmo negro nella musica bop esemplificata dalle cadenze della tromba “volo d’uccello” di Charlie Parker. Kerouac ha incominciato a imitare il jazzista molto consapevolmente».
Insomma, dopo aver rivestito anche di basi teoriche questa intuizione, comincia a sperimentare una scrittura tutta jazzata e sincopata. Meglio: quello che Cèline aveva fatto per lo swing e il jazz classico, Keroauc lo fa per il bebop. Tanto che, esplorando i lavori dei pittori astratti oltre che dei jazzisti, arriva a definire la tecnica dello sketching: per il giovane scrittore è l’atto stesso dello scrivere che scatena le emozioni e lascia scorrere in libertà i pensieri.
Non passa neanche un anno, siamo nel 1958, che Nanda Pivano – traduttrice, critica e intellettuale che era stata amica e compagna di classe di Cesare Pavese – farà tradurre e pubblicare il romanzo da Mondadori. E Kerouac arriverà nelle librerie italiane proprio mentre anche da noi si modificavano abbigliamento, linguaggi, gusti musicali, comportamenti nel mondo giovanile. Irrompeva il rock’n roll, iniziavano a incidere i loro primi dischi i cantautori, cominciavano ovunque a cambiare i punti di riferimento culturali, sociali e anche politici. Non a caso, Sulla strada sarà subito un successo e un cult. «Nei primi anni ’ 60 – ha raccontato di recente l’attore e regista teatrale Franco Branciaroli, intervistato da Antonio Gnoli per Repubblica – si parlava tantissimo di Kerouac. Decisi di leggere anch’io Sulla strada. Non a casa, ma in macchina. Con lo stereo che mandava musica. E io mi dicevo: leggi, leggi ’ sto Kerouac».
On the Road sarà la punta di un iceberg che, via via, insieme alle opere degli altri esponenti della beat generation – Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, William Burroughs, Gary Snyder, Ed Sanders, Peter Orlovsky – trasporterà idee e musica inedite: le ballate di Bob Dylan e Joan Baez, la musica di Leonard Cohen, le teorie sulla liberazione sessuale di Wilhelm Reich, la letteratura di Henry Miller, le filosofie orientali divulgate da Alan W. Watts, l’esoterismo di Gurdjeff, il Living Theatre, la passione per i Ching… Da noi, il conformismo italiano – in tutte le sue varianti egemoni, cattolico- conservatrice, togliattian- marxista e liberal- crociana – non potrà non fare muro contro questa sensibilità. È un clima dominante rievocato dalla stessa Nanda Pivano: «In quegli anni era molto chiara l’ostilità anche della sinistra italiana verso autori come Kerouac, Ginsberg, Ferlinghetti. Io sono stata licenziata dalla Mondadori, dove lavoravo come consulente, perché facevo pubblicare solo le opere dei miei amici, quegli autori beat sgraditi all’élite intellettuale di sinistra. Eugenio Montale era un esempio illustre degli italiani che detestavano quegli scrittori anticonformisti».
In Italia, insomma, il libertario Kerouac sarà sempre nel mirino di un certi ambienti intellettuali, giornalistici e accademici. Lo stesso critico Vito Amoruso lo taccerà di «egoismo individualistico e antisociale», di «borghesismo», di «fedeltà all’establishment». E ancora nel 1977, a dieci anni dalla contestazione, nell’Agenda rossa pubblicata da Savelli, la definizione di Kerouac è da manuale: «Pessimo scrittore, mediocre filosofo e politico qualunquista. I suoi personaggi sono i simboli del rifiuto del lavoro, dei valori costituiti, della rispettabilità.
Vagabondi eternamente sovraeccitati, rifiutano però, oltre il lavoro e la famiglia, anche l’impegno, l’intelligenza, la lotta».
Ai marxisti- leninisti di stretta osservanza, ai depositari del senso della rivoluzione e ai custodi dell’ideologia, quei libertari irrazionali e individualisti, sempre in cerca di una via personale alla spiritualità, non potevano che apparire urticanti. E forse non potevano proprio piacere quei ragazzi che – come li descriveva la Pivano nel 1958 nella prefazione a Sulla strada – erano «costretti a vivere in una società anonima nella quale non riescono a credere, e pertanto ritengono incapace di rispondere alle loro domande, spesso la sfuggono creandosi una società autonoma, e vivono in piccole bande più o meno segrete secondo un codice primordiale, basato sull’inviolabilità dell’amicizia».
Non piacevano quei ragazzi e quegli scrittori, come non piacevano i maestri che si erano scelti: un maledetto come Céline, un irregolare come John Fante, per non dire del principale ispiratore poetico e linuistico: Ezra Pound. Le conferme non mancano. Durante la campagna presidenziale statunitense del 1952 che vide la vittoria di Eisenhower, i beatnik arrivarono a scrivere «Ez for Pres» – ossia “Ezra Pound come presidente” – sulla cinta esterna del St. Elizabeth’s Hospital, il manicomio dove il grande poeta americano era recluso da sette anni per collusione col fascismo e dove rimarrà sino al suo ritorno in Italia nel ’ 58. Era sicuramente un debito di riconoscenza verso un maestro – talent scout, tra i tanti, di Eliot, Joyce e Hemingway – sempre caro alla beat generation, tanto che lo stesso Kerouac farà dire a Japhy, uno dei protagonisti dei Vagabondi del Dharma: «Pound era un buon diavolo, anzi il mio poeta preferito».
Nel 1967, cinquant’anni fa esatti, Allen Ginsberg – autore della celebre poesiascandalo Urlo che da noi ispirò anche
Dio è morto di Guccini – venne in Italia proprio per incontrare Pound, il quale, uscito, dal manicomio, viveva da qualche anno tra Rapallo e Venezia. È famosa la foto che ritrae il vecchio poeta assieme a Ginsberg e alla Pivano a Portofino il 23 settembre di quell’anno. Comunque, quando Ginsberg, poeta ebreo buddista, come amava definirsi, incontrò l’autore dei Cantos – il “miglior fabbro” del Novecento, per dirla con Eliot – in segno di omaggio non volle recitargli nessuna sua poesia. Piuttosto, dopo una amabile cena, arrotolò della marijuana in una cartina per sigarette, e senza una parola, iniziò a fumare. «Poi – riferisce il giornalista Mark Kurlansky – mise su per Pound dei dischi: Yellow Submarine e Eleanor Rigby dei Beatles, Sad- Eyed Lady of the Lowland, Absolutely Sweet Mary e Gates of Eden di Bob Dylan, e Sunshine Superman di Donovan. Ascoltandoli – rileva Kurlansky – Pound sorrideva, sembrava apprezzare in particolare certi versi». E con soddisfazione, conclude, batteva il tempo con il suo bastone dal manico d’avorio.
C’è anche questo nel profondo della cultura beat, insomma. Tanto è vero che quando il 5 aprile di vent’anni fa – ancora un anniversario in cui incorre in questo 2017 la beat generation – si spegneva a quasi settantun anni anche Ginsberg, nel gruppetto di amici che circondavano il suo capezzale c’era anche la cantautrice Patti Smith. La quale gli lesse, non a caso, alcuni versi scelti dai Cantos di Ezra Pound.

Luciano Lanna