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mercoledì 15 luglio 2026

Tra i "volenterosi" della guerra e i socialisti della pace: la linea di Fico e Radev. Articolo di Luca Bagatin

 

Ci sono guerrafondai che si autoproclamano “volenterosi” e socialisti che, concretamente, hanno la volontà di porre fine ai conflitti.

E' questo il caso sia del Premier socialista democratico slovacco Robert Fico e del neo eletto Primo ministro bulgaro Rumen Radev.

Rumen Radev, già Generale dell'Aeronautica e leader di Bulgaria Progressista, partito socialista democratico, nazionalista e populista di sinistra, che alle recenti elezioni ha conquistato quasi il 45% dei voti, ha chiaramente dichiarato che la Bulgaria non farà parte della coalizione dei cosiddetti “volenterosi”.

Egli, come lo slovacco Fico, non intende fornire assistenza militare e finanziaria all'Ucraina, ma, in modo pragmatico, ha sottolineato come la fine del conflitto si possa ottenere unicamente con una forte iniziativa diplomatica.

Radev, nella sua pagina su Facebook, ha scritto di recente: “Ho ricevuto l'invito affinché la Bulgaria aderisse alla coalizione dei "volenterosi", ma ritengo che il nostro Paese non debba farne parte, perché non partecipiamo a una coalizione che insiste nel proseguire il sostegno finanziario e militare all'Ucraina. La Bulgaria non fornisce questo tipo di assistenza, poiché siamo convinti che la soluzione del conflitto non consista nel prolungarlo attraverso mezzi militari, bensì nel promuovere una forte iniziativa diplomatica che ponga finalmente fine alle ostilità.

(...) Per la prima volta, la Bulgaria afferma apertamente il proprio interesse nazionale anche quando si tratta dell'adozione di sanzioni contro la Russia. Questo dimostra che non c'è nulla di sbagliato nel fatto che uno Stato difenda i propri interessi all'interno di un quadro collettivo. L'Unione europea è forte quando lo sono i suoi Stati membri, e questi possono esserlo soltanto se tutelano i propri interessi nazionali. Un simile atteggiamento è rispettato da tutti gli altri partner.

Per questo motivo, la Bulgaria ha espresso apertamente le proprie riserve sull'inserimento di determinate persone nell'elenco delle sanzioni e ha dichiarato con fermezza di essere pronta a porre il veto sull'intero pacchetto qualora tali nominativi non fossero stati rimossi. Abbiamo visto che tutti e tre sono stati effettivamente esclusi dalla lista e che gli Stati membri dell'Unione europea valutano sempre più spesso il regime sanzionatorio alla luce dei propri interessi nazionali.

Se oggi siamo arrivati al ventunesimo pacchetto di sanzioni, dovremmo chiederci perché sia stato necessario e quali risultati abbiano prodotto i precedenti venti. È evidente che non hanno raggiunto gli obiettivi prefissati e, soprattutto, dobbiamo vigilare affinché le sanzioni non finiscano per danneggiare gli stessi Paesi che le adottano”.

In un altro post, egli ha ribadito che “Questa settimana la Bulgaria ha dato il proprio contributo alla definizione della politica estera dell'Unione europea. Bruxelles ha tenuto conto delle riserve espresse dalla Bulgaria riguardo a tre persone: il Patriarca di Mosca, il proprietario di Lukoil, Vagit Alekperov, e Makhmudov, presidente dell'associazione che fornisce pezzi di ricambio ai convogli della metropolitana di Sofia.

Desidero sottolineare con chiarezza che non si tratta di difendere singole persone. Si tratta di tutelare gli interessi nazionali della Bulgaria nei settori dell'energia e dei trasporti, esattamente come fanno anche gli altri Stati membri dell'Unione europea.

Per quanto riguarda il ventunesimo pacchetto di sanzioni, per noi è fondamentale che venga rispettato il principio secondo cui la religione non deve essere trascinata nei conflitti politici, soprattutto mentre in Europa è in corso una guerra. Ogni decisione che contribuisca alla de-escalation rappresenta un passo verso quella pace che tutte le persone di buon senso, sia in Occidente sia in Oriente, desiderano.

È anche per questo motivo che la Bulgaria ha deciso di non partecipare alle consultazioni della coalizione informale dei "volenterosi". La delegazione bulgara si è recata a Parigi per testimoniare il proprio rispetto nei confronti del Presidente francese e della Francia, nostro alleato. Ritengo che il "risveglio strategico" di cui si è discusso a Parigi debba iniziare con un rinnovato impegno a favore dei negoziati, finalizzati a ristabilire la pace in Europa e a costruire un nuovo sistema di sicurezza, stabile ed efficace.

Quando parliamo di guerra, non dobbiamo dimenticare che le strade della Bulgaria continuano a essere un campo di battaglia, sul quale ogni giorno si perdono vite umane" (…).

Il Primo ministro bulgaro, dunque, come quello slovacco, a differenza di molti altri capi di Stato in UE, mette al primo posto gli interessi del suo Paese, pensa alla sicurezza delle sue strade e alla propria comunità, oltre a promuovere una visione ragionevole e realistica della politica estera.

Questo, a mio avviso, si chiama avere una visione d'insieme ed essere autenticamente socialisti democratici, senza servilismi o equivoci guerrafondai e liberal capitalisti.

Luca Bagatin

https://amoreeliberta.blogspot.com

domenica 5 luglio 2026

Contro la logica della guerra: la scelta della Slovacchia del socialista democratico Robert Fico. Articolo di Luca Bagatin

 

Ancora una volta, in UE, l'unico governo responsabile e pragmatico si dimostra quello del socialista democratico slovacco Robert Fico, leader di SMER-Direzione Socialdemocrazia.

La Slovacchia, infatti, non sosterrà ulteriori finanziamenti militari all'Ucraina al prossimo vertice NATO di Ankara del 7 e 8 luglio.

Se altri Paesi vogliono prepararsi alla guerra, probabilmente non possiamo impedirlo. Ma la Slovacchia è un Paese pacifico ed è per questo che lo dico in anticipo: condurrò tutti i negoziati in modo tale che la delegazione che andrà ad Ankara non abbia la possibilità di coinvolgere la Slovacchia in questi prestiti di guerra”, ha affermato nei giorni scorsi il Premier slovacco Robert Fico.

Egli ha altresì spiegato che il conflitto russo-ucraino non può avere una soluzione militare, ma solamente diplomatica e ha ribadito che continuerà a fornire unicamente assistenza umanitaria all'Ucraina e a lavorare per i negoziati fra le parti.

Il Premier Fico, nel sottolineare che la Slovacchia non parteciperà ad alcun meccanismo finanziario per sostenere militarmente l'Ucraina, ha spiegato che non parteciperà nemmeno al prestito di 90 miliardi di euro che l'Ucraina riceve dall'UE.

Ci fossero altri governi responsabili, in UE, come il suo, forse la fine del conflitto sarebbe più vicina. Ma a prevalere, ad oggi, solo insane ideologie che, se da una parte creano un clima da nuova Guerra Fredda, dall'altro fanno crescere i consensi dell'estrema destra.

Dalla padella alla brace.

Luca Bagatin

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lunedì 18 maggio 2026

L’Europa di Draghi non è l’Europa dei popoli. Articolo di Paola Bergamo e Luca Bagatin

 

Sarà forse un caso, oppure no, ma il Premio Carlo Magno, conferito nel 2025 alla baronessa Ursula Von Der Leyen, sembra risultare perfettamente funzionale, nel 2026, a un rilancio politico di Mario Draghi, la cui corsa si era arrestata proprio quando una sua ascesa al Colle appariva imminente.

Colpisce come Mario Draghi, ogni volta che interviene, riesca ad affermare concetti che, nell’immediatezza e grazie alla sua indiscutibile abilità espositiva, possono apparire ragionevoli a taluni, ma che finiscono inevitabilmente per turbare chi non ha memoria corta e conserva ben presenti i corsi e ricorsi della nostra Storia.

Tanto che, a ben vedere, certi suoi discorsi sembrano talvolta rasentare l’assurdo.

In effetti, come ha rilevato il bravissimo Gianandrea Gaiani su “La Penna nel Fianco”, il messaggio di Draghi da Aquisgrana sembra piuttosto contorsionistico, per non dire contorto.

Se il celebre economista insiste sul fatto che è necessario rafforzare l’integrazione europea come risposta alla crisi industriale, energetica e strategica del Continente, non si avvede che molte delle difficoltà attuali sono anche il risultato delle politiche sostenute dalle élite europee, di cui egli è, a pieno titolo, esponente.

Stessa cosa dicasi della profonda crisi dell’Italia, di cui fu Presidente del Consiglio dal febbraio 2021 all'ottobre 2022.

È dall’inizio della crisi russo-ucraina che l’Europa è divenuta meno competitiva, ma il termine è un eufemismo, perché il rischio reale è la de-industrializzazione. Il deserto industriale per mancanza di energia.

Nel suo discorso, Draghi, pur rinnovando la propria fede nell’Atlantismo, definisce gli Stati Uniti un “partner ostile” sul piano economico e industriale. Un’espressione che appare quantomeno contraddittoria: o si è partner oppure si è ostili.

L’accostamento dei due termini può anche rappresentare un efficace esercizio retorico, ma non si può dimenticare che gli USA di allora — quelli che contribuirono ad alimentare la crisi ucraina — erano gli stessi nel cui contesto Victoria Nuland arrivò a pronunciare il celebre “Fuck the EU”.

Ed erano anche gli stessi ai quali Mario Draghi, insieme agli altri leader europei, finì per allinearsi, aderendo a uno storytelling che, secondo molti critici, ha trascinato l’Europa verso una crisi economica e industriale senza precedenti.

Mario Draghi fu il principale sostenitore dell’allineamento dell’Italia alla NATO che Papa Francesco criticò con l’indimenticabile espressione “siete andati ad abbaiare alle porte di Mosca”.

Non pago, proprio da Aquisgrana, Mario Draghi invoca una difesa europea, ma il paradosso è che un'Europa politica è ancora tutta da costruire e suggerisce maggiori investimenti nell’industria militare, quando l'UE - secondo alcune stime aggregate - già investe più della Russia.

Se abbiamo ben compreso, il succo del discorso sarebbe questo: aumentando gli investimenti nella difesa renderemmo più soddisfatto il socio di maggioranza della NATO, gli Stati Uniti, definiti però allo stesso tempo un “partner ostile”. E dovremmo farlo perché il pericolo proverrebbe dalla Russia, un Paese che non solo non ci ha mai attaccati né minacciati direttamente, ma che per anni ci ha fornito gas via gasdotto a prezzi convenienti, mentre oggi acquistiamo gas liquefatto - sia statunitense sia russo - a costi enormemente superiori, con pesanti conseguenze per l’economia europea.

Si potrebbe quindi concludere che chi ha sostenuto l’allineamento a Washington abbia contribuito a provocare una crisi senza precedenti e oggi si proponga di uscirne convertendo parte della nostra industria automobilistica in industria bellica. Il problema è che, per costruire carri armati, servono materie prime — a partire dall’acciaio — e grandi quantità di energia, risorse di cui l’UE dispone sempre meno.

Non sarebbe però giusto dimenticare che, Mario Draghi, fu quello del “Whatever it takes”.
Allora era il 2012, Draghi era a capo della BCE e si era distinto nell’ambito della crisi del debito sovrano impegnandosi a salvare l’Euro dai processi di speculazione in atto, che poi avrebbero messo in ginocchio l’anello debole della catena europea, l’Italia, troppo grande per fallire, troppo piccola per resistere da sola alle intemperie della speculazione finanziaria.

All'epoca, noi facevamo parte dei PIIGS, stritolati tra spread e famelici appetiti d’oltre Manica e soprattutto d’oltre Oceano.

Ai tempi Draghi disse sostanzialmente a tutti di calmarsi, i mercati si rasserenarono e passò alla Storia come il “salvatore di baracca e burattini”, certo facendo storcere il naso ai nostri amici frugali, che speravano di farsi un boccone di noi, di fare il bis, dopo aver soddisfatto - poco tempo prima - i loro appetiti in Grecia.
Draghi, che è un economista formatosi per lo più in Goldman Sachs, è espressione del fenomeno delle “revolving doors”, ma è in ottima compagnia in tal senso, ed è passato alla Storia anche per essere, guarda caso, uno dei protagonisti del Britannia, il panfilo reale inglese, nel quale, il 2 giugno 1992, si tenne un importante convegno sulle privatizzazioni dell’economia italiana.

Perché l’Italia si diede alle privatizzazioni, dismettendo importanti asset anche strategici?
Un po’ per ridurre il peso dello Stato nell’economia, un po’ per aprire i mercati alla concorrenza, ma soprattutto perché, tra sprechi e ruberie che caratterizzano la politica, il nostro Bel Paese aveva bisogno di far quattrini e, si sa, che da noi i soldi nel pubblico non bastano mai.

Si iniziò a vendere, ma c’è chi dice svendere, partecipazioni pubbliche con l’intento, allora spacciato per lodevole, di modernizzare il sistema economico italiano, anche in vista dei vincoli europei di Maastricht. E’ così che IRI, Telecom, ENI, ENEL, Credito Italiano e altri colossi furono privatizzati.
Draghi ne fu l’artefice. Il contesto economico-politico di allora era esplosivo.

L’Italia era sotto attacco della finanza, tanto per cambiare, e la Lira - noi ancora battevamo moneta - era sotto scacco speculativo. Ma era anche l'epoca della falsa rivoluzione di Tangentopoli, non certo un caso, durante la quale si epurarono i partiti storici democratici e un'intera classe politica che, più nel bene che nel male, aveva governato dal 1946.

Il debito pubblico era enorme e di lì a poco saremmo persino dovuti uscire dallo SME. Insomma, avevamo l’acqua alla gola, come spesso accade al nostro splendido, ma peculiare Paese.

E' apparso piuttosto singolare, per non dire allarmante, che alti funzionari italiani discutessero di privatizzazioni con banchieri internazionali a bordo di uno yacht inglese, anche perché, a conti fatti, abbiamo disperso la nostra ricchezza, della quale si sono avvantaggiati Paesi in concorrenza con noi.

Questo è uno dei motivi per i quali il Presidente Francesco Cossiga ebbe più che delle perplessità, anzi, fu piuttosto duro con il Mario nazionale.
Draghi, ad Aquisgrana, il 14 maggio scorso, ha lamentato il fatto che l'UE, per la prima volta, sarebbe sola. E questo perché Trump avrebbe da essa preso le distanze.

Draghi, dunque, anziché rallegrarsi per questa presa di distanza da parte di un regime che, storicamente, anche ben prima di Trump, ha più volte violato il diritto internazionale, sottomesso e invaso popoli liberi e sovrani, lamenta che ci avrebbe “lasciati soli”.

Anziché cogliere l'opportunità per costruire, finalmente, un'Europa sovrana, nel solco degli eroi antifascisti, di matrice repubblicana mazziniana e azionista Mario Bergamo, Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, ma anche Charles De Gaulle, magari allargata alla Russia, con la quale occorrerebbe ricucire i rapporti, lamenta il fatto che Trump sta prendendo le distanze dall'UE.
Da una UE, peraltro, che continua ad auto-sabotarsi con sanzioni controproducenti contro la Russia e sostenendo un'autocrazia corrotta, né UE, né NATO.

Il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista”, dice Draghi.

In realtà mercantilista e anti-europeo, quel mondo, ovvero gli USA, è sempre stato. Che abbiamo ricevuto aiuti è vero ai tempi del Piano Marshall, che fu gestito e pianificato, in Italia, dall'ottimo Ministro socialista democratico Roberto Tremelloni. Ma che, da allora e sempre di più negli ultimi decenni, siamo diventati più che altro una specie di colonia statunitense, è altrettanto vero. Ma questo, Draghi, ovviamente, omette di dirlo.

Draghi, in sostanza, non prende atto che è il mondo ad essere cambiato e da molti anni, mentre la dirigenza UE e lui compreso, sembrano non essersene accorti, rimanendo ancorati a vecchie logiche da Guerra Fredda, adottando peraltro le medesime misure ed il medesimo linguaggio di quei tempi andati.

L'unica sicurezza da garantire ai cittadini dell'UE dovrebbe essere quella dai loro stessi sconsiderati governanti. Il pericolo non viene dall'esterno, perché, a quanto consta, nessuno, salvo gli USA, ha intenzione di colonizzarci una volta ancora.

Draghi poi afferma che “nemmeno la Cina offre ancora un'alternativa”.

E perché mai ci dovrebbe essere una alternativa agli USA? Perché mai l'Europa, che non è l'UE, non potrebbe iniziare a camminare con le proprie gambe, in un mondo multipolare?

La Repubblica Popolare Cinese rappresenta, più che una alternativa, un modello di intelligenza, pragmatismo, sviluppo. La Cina è una realtà che ha saputo imparare dai suoi errori, che ha utilizzato il capitalismo a beneficio della comunità, attraverso il socialismo e la pianificazione oculata, aprendosi allo Stato di diritto e mantenendo saldi nelle mani pubbliche (cosa che non hanno fatto i Paesi UE) i settori chiave dell'economia. Investendo in ricerca, formazione, sviluppo, tecnologia ed ecologia.

Ovvero l'esatto opposto di quanto fatto dai governanti e dirigenti UE.

Draghi, ovviamente, tutto ciò non lo dice. Ma dice, ancora una volta, un'assurdità, ovvero che la Cina “sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia”.

Innanzitutto la Cina è partner della Russia, anche nell'ambito dei BRICS, che è cosa diversa dal “sostenere direttamente”. Si tenga conto che la dirigenza cinese, a differenza della sconsiderata dirigenza UE, ha sempre lavorato, in ogni conflitto, per la risoluzione pacifica delle controversie, attraverso il dialogo, la diplomazia, la ricerca della verità dei fatti, tenendo conto dei punti di vista di tutte le parti in conflitto.

In secondo luogo, la Russia probabilmente è un avversario secondo Draghi, ma non dovrebbe esserlo di una UE, che – prima di mettersi a sostenere un'autocrazia né UE, né NATO, seguendo i desiderata del Presidente USA di turno (Biden), dalla Russia dipendeva energeticamente e con la quale dovrebbe, ancora oggi, essere in dialogo costante e, come la Cina, lavorare per la pace e la cooperazione internazionale.

L'unica cosa corretta che Draghi ha affermato, nel suo discorso, è che l'UE dovrebbe “riportare la partnership con Washington su basi più eque”. Che è ciò che l'UE avrebbe dovuto fare, ma molti decenni fa, anziché diventare una succursale di Washington.

Lasciamo stare, poi, le considerazioni di Draghi relative al fatto che non siamo stati in grado di costruire un mercato interno sufficientemente profondo. L'UE, semplicemente, è un burosauro, una holding finanziaria, una entità non realmente democratica e piuttosto lontana dai cittadini che in Europa vivono, ovvero dalle loro necessità, dalle loro aspettative, dalle loro prospettive e richieste.

Draghi, con artificio retorico, ricorda che i cittadini europei vogliono che “l'Europa agisca” che “l’Unione europea difenda la loro libertà, prosperità e solidarietà”. Afferma che i leader dell'UE dovrebbero fare “un passo in più” e così via. Parole sentite e risentite nel corso dei decenni.

Il punto è che l'Europa non c'è. Deve ancora essere costruita. Quanto alla libertà, l'abbiamo ceduta prima agli USA e poi alla sconsiderata dirigenza UE.

La prosperità e la solidarietà, invece, sono in declino da molti anni.

In conclusione, riprendendo i concetti espressi all'inizio dell'articolo, Mario Draghi è tra coloro i quali tradirono Bettino Craxi, nel 1992, contribuendo a liquidare il patrimonio pubblico italiano, che proprio il socialista Craxi tentava invece di salvare, invano, dato che, poco dopo, la democratica Prima Repubblica crollò, implose, con il beneplacito dei poteri forti internazionali sorosiani e liberal capitalisti in combutta con post-comunisti, leghisti e post-fascisti, anni dopo – guarda un po' - tutti al governo e persino a sostenere il governo Draghi.

Storia nota. Che è all'origine dei mali italiani ed europei del presente e della perdita di democrazia sostanziale in queste realtà.

Paola Bergamo

Presidente Centro Studi MB2 Monte Bianco – Mario Bergamo per dare un tetto all'Europa

www.centrostudimb2.eu

Luca Bagatin

Blogger, scrittore, ideatore del pensatoio socialista e mazziniano “Amore e Libertà”

https://amoreeliberta.blogspot.com

Paola Bergamo, imprenditrice italiana, esperta di relazioni pubbliche e internazionali è apprezzata scrittrice e opinionista. E’ presidente del Centro Studi MB2 Monte Bianco-Mario Bergamo per dare un tetto all’Europa (www.centrostudimb2.eu) attraverso il quale tiene vivo il pensiero politico filosofico di suo nonno, Mario Bergamo, politico del ‘900, perseguitato dalla dittatura fascista e grande europeista. E’ Presidente del Circolo Culturale “La Caduta”, think thank che si occupa di politica, geopolitica, temi di natura filosofica, culturale e di attualità. E’ Presidente del Premio Italiano Mario e Guido Bergamo e del Premio Scoiattolo d’Oro.

Luca Bagatin, blogger dal 2004, in passato collaboratore del quotidiano nazionale “L’Opinione delle Libertà” e de “La Voce Repubblicana”, oltre che di riviste di cultura esoterica e Risorgimentale. Ha fondato nel maggio 2013 il pensatoio (anti)politico e (contro)culturale “Amore e Libertà (amoreeliberta.blogspot.it). Suoi articoli sono stati pubblicati in Francia, Belgio, Serbia, Brasile e Nicaragua e tradotti anche in tedesco e spagnolo. Ha scritto saggi sulla Storia della Massoneria, sul mondo femminile, sul Socialismo e su figure della controcultura e dissidenti come Eduard Limonov.

lunedì 20 aprile 2026

Nuova primavera socialista per la Bulgaria e l'Europa. Articolo di Luca Bagatin

 

E' e sarà una nuova primavera per la Bulgaria e l'Europa, con la vittoria, alle elezioni parlamentari di domenica 19 aprile, della coalizione socialista democratica e populista di sinistra Bulgaria Progressista (PB) di Rumen Radev che, con quasi il 45% dei consensi, ha ottenuto la maggioranza dei seggi in Parlamento e battuto la coalizione liberale e democristiana di centro-destra GERB (Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria) - SDS (Unione delle Forze Democratiche), di Bojko Borisov, ferma al 13,39%. Al terzo posto i liberal-europeisti di Continuiamo il Cambiamento, con il 12,6%; a seguire i liberali del Movimento per i Diritti e le Libertà, con il 7,1% e, infine, l'estrema destra di Revival, che ha ottenuto appena il 4,2% dei voti.

Le forze di destra e ultra-destra, liberal-capitaliste e filo UE, in sostanza, sono state ampiamente sconfitte e hanno perso numerosi seggi, lasciando spazio alla neonata Bulgaria Progressista, composta da socialisti democratici, nazionalisti e populisti di sinistra, nella piena tradizione del socialismo originario e patriottico europeo, la cui storia – malamente oscurata e vilipesa dall'ideologia liberale e capitalista – ha origini che vanno da Giuseppe Garibaldi ad Aleksandr Herzen, sino a giungere alla Comune di Parigi e i primi Soviet operai e contadini e che unisce tanto la tradizione socialista-repubblicano sociale latina che quella eurasiatica.

Il leader della coalizione vincente, Rumen Radev, classe 1963, Generale dell'Aeronautica, fu aderente al Partito Comunista Bulgaro dal 1985 al 1990 e, nel 2016, fu il candidato eletto alla Presidenza della Bulgaria, sostenuto dal Partito Socialista Bulgaro e dalla socialista democratica Alternativa per la Rinascita Bulgara, coalizione con la quale vinse con quasi il 60% dei voti, battendo la candidata dei liberali di centro-destra.

Radev è sempre stato critico nei confronti del governo liberale di centro-destra di Bojko Borisov, che ha spesso accusato di essere autoritario, oligarchico e corrotto e si è schierato contro di lui, con un programma fondato sulla lotta alla corruzione e all'oligarchia; maggiore presenza dello Stato in economia; maggiore giustizia e stato sociale e promozione della sovranità nazionale.

Nel 2017 fu fra i primi politici europei a condannare le sanzioni imposte dall'UE contro la Russia e si è sempre espresso contro la fornitura di armi al governo di Kiev, ritenendo che la Bulgaria dovesse tenersi fuori dal conflitto russo-ucraino e, come il suo omologo slovacco, il socialista democratico Robert Fico, ha sempre invitato ai negoziati fra le due parti.

Si è sempre detto, inoltre, molto critico nei confronti della costituzione di un fondo di riarmo, come proposto dai vertici dell'UE e criticò anche l'UE quando questa volle riconoscere il golpista Juan Guaidò che, nel 2019, senza averne alcun titolo, si autoproclamò Presidente del Venezuela in funzione anti-socialista e filo-statunitense.

E' emblematico il silenzio della sedicente “sinistra” italiana (o “campo largo) difronte al risultato delle elezioni in Bulgaria, che hanno visto il trionfo di una coalizione socialista e di sinistra autentica, senza equivoci.

Il caravanserraglio del PD and Co., invece, fino a pochi giorni fa ha preferito esultare per il destrorso Magyar, ovvero per la controfigura più glamour di Orban, peraltro suo ex sodale di partito.

Del resto, come scrivevo pochi giorni fa in un articolo dal titolo “Il tramonto della politica e la crisi dell'Occidente liberale” (https://amoreeliberta.blogspot.com/2026/04/il-tramonto-della-politica-e-la-crisi.html), esordivo con questo ragionamento: “Francamente si fa davvero fatica a definire “sinistra” il PD e i suoi alleati o potenziali tali, da Renzi, passando per Calenda, Bonelli, Fratoianni e Conte.

In che cosa si differenziano dal campo meloniano?

Nel voler mettere al centro la comunità, magari investendo massicciamente in istruzione, sanità, ricerca e sicurezza pubblica?

Nel voler nazionalizzare i settori chiave dell'economia, in favore, appunto, della comunità stessa?

Nel voler riaprire un dialogo con la Russia, ritornando a commerciare con essa, riaprire i canali energetici e abbandonare il sostegno all'autocrazia corrotta né UE né NATO, retta da un comico irresponsabile?

Nel voler ripristinare la democrazia rappresentativa, ritornando al sistema proporzionale puro, come previsto dalla Costituzione?

Nel voler ridiscutere l'alleanza con gli USA che, sempre di più, spingono l'acceleratore verso la destabilizzazione mondiale?”

Il socialismo autentico e senza equivoci, in Europa, quello di Radev, Robert Fico, Pedro Sanchez, Jeremy Corbyn e George Galloway in Gran Bretagna, Jean-Luc Mélenchon in Francia, Sahra Wagenknecht in Germania, pur nelle peculiarità nazionali di ciascun leader socialista, pone infatti al centro la comunità; è critico nei confronti del liberal-capitalismo, ovvero dell'edonismo e egoismo imperante; promuove il dialogo e il multilateralismo; promuove una società ordinata e volta al servizio delle persone, non della criminalità e delle oligarchie economiche.

Esattamente come il socialismo latinoamericano del Presidente brasiliano Lula, di quello colombiano Petro, di quello della Presidente messicana Sheinbaum e non li cito a caso, perché sono stati i veri protagonisti del IV Vertice in Difesa della Democrazia, tenutosi a Barcellona lo scorso 18 aprile.

Leader socialisti che hanno e non da oggi: condannato l'embargo contro Cuba da parte dell'imperialismo statunitense; che hanno condannato gli attacchi illegali dei regimi di Trump e Netanyahu contro l'Iran; che hanno condannato i crimini contro i palestinesi commessi dal regime di Netanyahu; che hanno condannato l'attacco del regime statunitense contro il Venezuela socialista e il rapimento del suo legittimo Presidente, Nicolas Maduro e della First Lady, Clia Flores e che hanno promosso: giustizia sociale; sovranità nazionale; indipendenza economica; rispetto del diritto internazionale; dialogo fra ogni parte in conflitto, comprendendo le ragioni di ogni parte in causa.

E Sanchez ha fatto benissimo a riaprire un amichevole canale con le realtà socialista dell'America Latina, grazie al vertice di Barcellona, oltre che rinnovare la sinergia economica con la Repubblica Popolare Cinese e non aver rotto, dal punto di vista energetico, con la Russia, risultando il primo importatore di gas russo in UE.

Socialismo senza equivoci è pragmatismo, logica, democrazia, comunità.

Ed è estraneo al sinistrismo borghese, liberal-capitalista (o “riformista” come si usa dire oggi, termine che ricordo essere stato criticato anche da Saragat, nel 1947), che insegue la destra divenendo esso stesso una forma indistinta di destra. Egualmente ideologico, censorio, anti-economico, anti-sociale e persino anti-europeista, visto che, senza dialogo, senza multilateralismo, senza il porre al centro gli interessi dei cittadini europei, l'idea stessa di Europa unita è destinata a implodere, disgregarsi, finire nelle mani dell'estremismo di destra nazionalista e sciovinista, sempre agli ordini dei desiderata di Washington o delle élite di Bruxelles (vedi Maggioranza Ursula, sostenuta tanto dalle destre liberal-democristiane, quando dagli pseudo “socialisti” e dagli pseudo “verdi”, ovvero da quel sinistrismo borghese liberal-capitalista di cui sopra).

Una Europa unita, sociale, sovrana, indipendente, in sinergia con l'Asia, l'Africa e l'America Latina, è ancora tutta da costruire.

Ma ciò sarà possibile solo guardando ad un socialismo senza equivoci, comunitario e autogestionario, come la Storia ci ha ampiamente insegnato.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

venerdì 27 febbraio 2026

Regno Unito. Ecco le basi per una alternativa socialista e ambientalista allo pseudo laburismo di Starmer e alle altre destre. Articolo di Luca Bagatin

 

Alle elezioni suppletive di Gorton e Denton, della circoscrizione di Greater Manchester, ha vinto la candidata dei Verdi del Regno Unito, Hannah Spencer, con il 40,7% dei voti, superando ampiamente il candidato del Reform UK, che ha ottenuto il 28,7% e il candidato dell'ormai sempre più destrorso e guerrafondaio Partito Laburista, che si è fermato al 25,4%.

La candidata verde strappa quindi il seggio storico ai laburisti, che dimezzano i loro consensi.

Il Partito Verde britannico, assieme al socialista Your Party di Jeremy Corbyn e al Partito dei Lavoratori della Gran Bretagna di George Galloway, si stanno da tempo proponendo quale alternativa di autentica sinistra a un Partito Laburista, quello di Starmer, ormai diventato un ammasso destrorso liberal capitalista guerrafondaio, completamente svuotato dei suoi valori originari.

Jeremy Corbyn e Galloway, già ex deputati laburisti, ingiustamente espulsi da un Partito Laburista già destrorso e guerrafondaio ai tempi di Blair, hanno espresso il loro plauso per la vittoria di Hannah Spencer e auspicano di lavorare assieme ai Verdi, per costruire un'alternativa democratica, ambientalista e autenticamente socialista per la Gran Bretagna.

Galloway, su Facebook, in particolare, ha scritto: La classe politica britannica di Epstein è stata annientata”. “Starmer deve andarsene” (…) Il partito laburista è finito. La sua corsa è finita. Il suo tradimento seriale della classe operaia è giunto al termine. La sua inguaribile devozione alla guerra e al genocidio dei popoli di tutto il mondo, la sua mania per il militarismo, il linguaggio dell'impero e del razzismo, il suo atteggiamento poco convincente sulla scena mondiale, lo hanno reso il terzo partito dello Stato”. (…) Mi congratulo con i Verdi per la loro vittoria e auguro ad Hannah ogni successo come parlamentare. Ora noi, come popolo, dobbiamo unirci per vittorie ancora più grandi”.

Hannah Spencer, idraulica di umili origini, classe 1991, ha dichiarato: “Abbiamo sconfitto il partito dei donatori miliardari”. Ed ha aggiunto: “Non sono cresciuta con il desiderio di fare il politico. Sono un idraulico. E due settimane fa, in mezzo a tutto questo, ho anche conseguito la qualifica di imbianchino. Perché anche nel caos, anche sotto pressione, riesco a portare a termine le cose. Non sono diverso da ogni singola persona qui in questa circoscrizione. Lavoro sodo. È quello che facciamo. Solo che le cose sono cambiate molto negli ultimi decenni. Perché lavorare sodo un tempo ti faceva ottenere qualcosa. Ti faceva ottenere una casa. Una bella vita. Vacanze. Ti portava da qualche parte”.

Il Partito Verde, guidato a livello nazionale da Zack Polansky, conquista dunque nuovi consensi e un deputato in più.

La sua piattaforma, seria, pragmatica, senza equivoci, fondata su difesa dell'ambiente; tasse sulle ricchezze; equa distribuzione delle risorse; critica nei confronti dei crimini di Netanyahu contro il popolo palestinese; richiesta di uscita dalla NATO della Gran Bretagna e priorità alla diplomazia per la risoluzione delle controversie internazionali, paga.

Un partito Verde, quello guidato da Polansky, molto simile a quello statunitense guidato da Jill Stein, chiaro e non equivoco e liberal capitalista come quelli di casa nostra e di altri Paesi europei, ormai svuotati di ogni ideale originario.

Così come sono socialisti chiari e senza equivoci i partiti di Corbyn e Galloway.

L'alternativa socialista e ambientalista, in Gran Bretagna, sembra essere pronta.

Contro le quattro destre, più o meno estreme, rappresentate dagli pseudo laburisti, dal Reform Party, dai Conservatori e dai Liberali.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

martedì 27 gennaio 2026

Giornata della Memoria. Per non dimenticare. Mai.

Profondamente sbagliato equiparare nazismo a comunismo (come vorrebbe la destra peggiore). Articolo di Luca Bagatin del 25 gennaio 2025  

In una UE sempre più censoria e sempre meno democratica e in cui la pericolosa estrema destra avanza, appare ancora più pericoloso l'ulteriore tentativo del Parlamento europeo di equiparare il nazifascismo al comunismo sovietico.

Peraltro a pochi giorni dalla celebrazione della Giornata della Memoria.

Si vorrebbe forse dimenticare il sacrificio dell'Armata Rossa e di oltre 20 milioni di sovietici, i quali combatterono contro il nazifascismo e che, il 27 gennaio 1945, liberarono il campo di sterminio nazista di Auschwitz?

Il Parlamento europeo, poi, sembra o ignorare o voler dimenticare che fu grazie alla Rivoluzione socialista sovietica dell'Ottobre 1917, guidata da Vladimir Lenin, se venne posta la parola fine all'antisemitismo zarista. E, nel 1918, l'URSS legalizzò il divorzio, l'aborto, depenalizzò l'omosessualità e legalizzò la convivenza fuori dal matrimonio. Molto prima di molti altri Paesi europei che si dicono “avanzati”!

Come se non bastasse, si deve all'URSS un importante contributo nell'edificazione dello Stato di Israele, fondato e guidato dal socialista David Ben Gurion, il cui sistema dei kibbutz affascinò molto anche la Jugoslavia socialista di Josip Broz Tito, che riconobbe e sostenne immediatamente tale Stato. Così come peraltro fece la Romania socialista, che con Israele non ruppe mai le relazioni diplomatiche.

Equiparare il socialismo sovietico al nazifascismo, anche solo per queste importanti ragioni, dovrebbe apparire una follia e un insulto alla memoria storica, oltre che all'onestà intellettuale.

Nel 2021 scrissi peraltro già un articolo, sempre in risposta a coloro i quali (il partito della Meloni in primis) avrebbero voluto equiparare tali aspetti storico-politici, diametralmente opposti e allo scopo ultimo, in definitiva, di bandire definitivamente dall'Europa la memoria storica socialista e comunista (cosa già peraltro ampiamente fatto a partire dal 1993, come più volte ho scritto).

Così scrivevo: “Equiparare comunismo a nazifascismo non solo è storicamente sbagliato, ma anche ideologico e pretestuoso.

Se il primo fu un esempio di emancipazione civile e sociale (sia nella sua versione marxista-leninista che anarchica e socialista), declinato nei secoli nelle varie “vie nazionali al socialismo”, il secondo fu un fenomeno essenzialmente capitalista e razzista, come peraltro rilevato negli Anni '20 – quindi agli albori del fenomeno hitleriano - dai nazionalbolscevichi tedeschi Ernst Niekisch e Karl Otto Paetel.

E' pretestuoso in quanto equiparazione sbandierata già in sede UE dai liberal-capitalisti e da tempo applicata in Paesi semi-autoritari quali Polonia, Ucraina, Paesi Baltici, Slovacchia e Ungheria”.

E continuavo:

Preoccupante, dunque, la proposta di legge del partito della Meloni, che vorrebbe identificare il comunismo quale “totalitario” (dimenticando che totalitario è piuttosto il liberal-capitalismo, che sta mettendo e mette ogni cosa in vendita, persino le vite delle persone) (…).

Puntare il dito poi contro Cina, Vietnam, Corea del Nord e Cuba, quali Paesi comunisti “totalitari”, significa non solo non conoscerne i meccanismi politici e socio-economici, ovvero il significato di che cosa sono le democrazie popolari, ma anche pensare che tali sistemi siano uguali fra loro, quando invece ciascuno segue la propria personale via nazionale al socialismo, adattata non solo alle caratteristiche sociali, culturali e economiche, ma anche alla volontà dei rispettivi popoli (senza contare che ciascuno di questi Paesi presenta sistemi elettorali e finanche aspetti di democrazia diretta).

Parimenti, puntare il dito contro l'Unione Sovietica quale “dittatura totalitaria”, da parte del partito della Meloni, è altrettanto scorretto, in quanto l'URSS fu un sistema socio-economico e geopolitico ampiamente condiviso dalla popolazione (al punto che questa votò a maggioranza - 77,8% - per la sua conservazione, in un celebre referendum – nel marzo 1991 - poi disatteso dal golpismo di Eltsin), del quale ha ancora oggi nostalgia”.

Da tener presente, poi, che nella Federazione Russa, esistono oggi numerosi partiti comunisti e sono tutti all'opposizione del governo liberal capitalista di Putin, il quale, spesso, o impedisce loro di presentare liste elettorali, o, talvolta, li mette anche in galera. O falsa i risultati elettorali, in modo che, i comunisti, non abbiano mai sufficienti voti per governare.

Che differenza c'è, dunque, fra le politiche di Putin e ciò che vorrebbe il Parlamento europeo?

Mi piace poi ricordare che il Vate della letteratura italiana, Gabriele d'Annunzio, si definì egli stesso comunista e disse, nell'intervista a una rivista anarchica: “Io sono per il comunismo senza dittatura […] È mia intenzione di fare di questa città (Fiume) un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse”.

Da notare, peraltro, come proprio l'Unione Sovietica leninista fosse l'unica ad aver riconosciuto la Reggenza del Carnaro dannunziana e come Lenin, a proposito di d'Annunzio, lo elogiasse quale “unico rivoluzionario in Italia”.

Il simbolo della falce e martello, il cui utilizzo, qualcuno (compresi tanti finti "socialisti" europei), vorrebbe abolire in UE, fu il simbolo anche del primo partito politico italiano, ovvero il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, di Filippo Turati e Anna Kuliscioff, fondato nel 1892. E tale simbolo fu usato persino da Giuseppe Saragat, che mai si definì anticomunista, nel 1947, fondando il PSLI (poi PSDI), che comprendeva anche trotzkisti che alla Rivoluzione bolscevica, comunque, si ispiravano (e nelle fila di quel partito militò la grande rivoluzionaria e femminista Angelica Balabanoff).

Studiare la Storia, senza pregiudizio, sarebbe sempre bene per tutti. Anche perché, in UE, fra ignoranza di andata, ritorno e veicolata dai media, oltre che da una politica che favorisce sempre di più gli autoritarismi (quelli veri) striscianti, sino a sdoganarli... un ritorno agli inquietanti Anni '30 è tutt'altro che lontano dalla realtà.

Luca Bagatin

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venerdì 31 ottobre 2025

Samhain/Halloween: quando il regno dei morti e dei vivi si incontrano. Articolo di Luca Bagatin

 

Quella di questa notte è la festività che preferisco e che sento più vicina.
Perché Samhain rappresenta il passaggio dall'estate all'inverno (la mia stagione preferita, adatta alla meditazione) ed è un ponte di comunicazione fra i vivi e i morti.
La morte, in questa festa, non è vista come un aspetto negativo, ma come una nuova e più profonda forma di vita.
In realtà, senza la morte, che è Rinascita, non esiste alcuna vita.
Tale festa si contrappone peraltro alla superstizione, portatrice di menzogne, delle religioni abramitiche mediorientali (che non a caso si fanno la guerra fra loro da secoli e portano distruzione e putrefazione spirituale, lontane da qualsiasi forma di logica, buonsenso e amore per la Natura).
Buon Samhain a tutti coloro i quali, nell'Oscurità, sono capaci di vedere la Luce.

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 Luca Bagatin

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 Samhain/Halloween: quando il regno dei morti e dei vivi si incontrano. 

Articolo di Luca Bagatin

Le origini dell'Europa affondano le loro radici negli antichi culti misterici.

Si trattava infatti di rituali misterici, spesso di origine contadina, aventi come fondamento la Natura, i suoi spiriti invisibili, le sue regole millenarie.

Culti peraltro esistenti in ogni cultura del mondo, dall'Europa all'Asia sino all'Africa ed alle Americhe, solo declinati in modo diverso.

Culti politeistici, che in Europa saranno prevalentemente di origine celtica.

Fra questi, ancora oggi, nella notte fra il 31 ottobre e il 1 novembre, molti celebrano il cosiddetto Capodanno celtico, ovvero Samhain (il cui significato potrebbe intendersi, secondo l'antico idioma irlandese, “fine dell'estate” o, dal gaelico, “Novembre”), conosciuto anche come Halloween (“Notte di tutti gli Spiriti Sacri”), festività diffusa negli Stati Uniti d'America dai migranti provenienti dalle isole britanniche, in particolare irlandesi, gallesi e scozzesi, anticamente popolate dai Celti.

Tale festività segna il passaggio dalla stagione luminosa a quella più oscura e buia, inaugurando così un nuovo anno. Diversamente, secondo il Calendario celtico, il passaggio dalla stagione oscura a quella luminosa si celebra nelle notti fra il 30 aprile ed il 1 maggio ed è detta festa di Beltane (nella tradizione irlandese e scozzese), o “Notte di Valpurga” o Ostara nella tradizione germanica.

Samahin celebra dunque la morte simbolica della natura, ma nella tradizione pagana la morte è semplicemente una nuova rinascita, un passaggio a un nuovo stato della Natura. Per questo si dice che in quella notte il mondo dei morti interferisce con quello dei vivi, ma, a differenza delle religioni monoteiste – cristianesimo in primis – il mondo dei morti non è affatto contrapposto a quello dei vivi e non è affatto, per così dire, “malvagio”. Bensì è il momento nel quale i morti entrano in comunicazione con i vivi.

Ad ogni modo, il cristianesimo, ha fatto sua questa tradizione – cercando di camuffarla - ideando la festività di Ognissanti, che, pur celebrandosi – secondo il calendario cristiano – il 2 novembre, nei fatti viene festeggiata il 1 novembre, proprio perché rimane radicata, nel patrimonio ancestrale europeo, la tradizione originaria della festività di Samhain.

Spiritualmente, la festa di Samhain, è una festa di contemplazione. Per i Celti era il momento più magico dell'anno, nel quale il tempo era sospeso, ovvero cessava di esistere.

Sotto il profilo materiale era il momento nel quale le tribù celtiche raccoglievano e immagazzinavano il cibo per i lunghi e freddi mesi invernali.

Il simbolo più popolare di Samhain/Halloween è una zucca intagliata con all'interno una candela e questa sembra derivare sempre da una antica leggenda irlandese, probabilmente medievale, avente per protagonista Jack 'O Lantern.

Jack era un astuto fabbro che incontrò – in un pub – il Diavolo, il quale voleva a tutti i costi la sua anima. Purtuttavia, il furbo Jack, in cambio della sua anima, invitò il Diavolo a tramutarsi in una moneta. Una volta che il Diavolo divenne una moneta, Jack la fece lestamente finire nel suo borsellino, accanto ad una croce d'argento, in modo che potesse essere “esorcizzata” e dunque non nuocere più. Il Diavolo convinse Jack a farsi liberare e gli assicurò che, per i successivi dieci anni, non gli avrebbe dato più noie, né chiesto in cambio la sua anima. Dieci anni dopo, ad ogni modo, il Diavolo si ripresentò, reclamando l'anima del fabbro. Questa volta Jack gli chiese prima di raccogliere una mela dall'albero e il Diavolo acconsentì. Ma, quando il Diavolo salì sull'albero per raccoglierla, Jack incise una croce sul tronco e, in questo modo, lo esorcizzò e imprigionò di nuovo. Il Diavolo allora, in cambio della sua liberazione, promise che non gli avrebbe mai dato più noie né fastidi per l'eternità.

Jack, negli anni seguenti, commise così tanti peccati che non fu accettato in Paradiso, ma, a causa del patto con il Diavolo, questi non lo volle accettare nemmeno all'Inferno e gli tirò un tizzone ardente, che Jack utilizzò per posizionarlo all'interno della zucca che portava con sé, al fine di scaldarsi e farsi luce nel lungo cammino che lo avrebbe atteso, costretto a vagare per l'eternità, in un eterno limbo.

Questa la ragione per la quale il simbolo popolare di Halloween è proprio “Jack O'Lantern” (Jack Il Lanternino), intagliato in una zucca con all'interno una candela accesa.

Festività peraltro diffusa, anticamente, persino nel mondo agreste in alcune zone della Sardegna, ove la notte del 30 novembre (non ottobre !), durante la notte di Sant'Andrea, i ragazzini girano per le strade con zucche vuote intagliate a forma di teschio e illuminate, all'interno, con una candela.

Tradizioni simili erano e in parte rimangono peraltro presenti in Calabria, a Serra San Bruno; in Puglia, a Ostara di Puglia, a San Nicandro Garganico e a Massafra; in Veneto e in Friuli; Abruzzo ed Emilia Romagna.

Purtroppo tutto ciò, con l'avvento del dogma cristiano che ha dichiarato “eretico” e assurdamente “satanico” (Satana, in realtà, non è altro che una figura simbolica) tutto ciò che non era una invenzione cristiana (la quale ha attinto a piene mani dagli antichi culti misterici, stravolgendoli e/utilizzandone i simboli, a suo esclusivo uso e consumo) o è scomparso o è praticato, comunque, molto meno, oppure ci si rifà alla festività commerciale e holliwoodyana dell'Halloween statunitense, quando, invece, tale festività è parte integrante delle radici spirituali e culturali dell'Europa antica e della Penisola italiana, dal Nord al Sud sino alle Isole.

Fa sorridere che, ancora oggi, vi siano preti, imam o rabbini, che affibbiano etichette negative alla festività di Samhain/Halloween. Evidentemente non conoscono per nulla la Storia o, meglio, preferiscono stravolgerla a uso e consumo delle loro superstizioni religiose.

Una Storia che le nuove generazioni dovrebbero invece imparare, conoscere e amare.

Perché senza passato, senza radici spirituali, senza antiche tradizioni autentiche, misteriche e ancestrali, non vi è alcun presente e, men che meno, alcun futuro.

Luca Bagatin

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martedì 23 settembre 2025

Dal Venezuela all'Austria, la Repubblica Popolare Cinese ricorda gli eroi antifascisti e la vittoria contro l'aggressione giapponese. Articolo di Luca Bagatin

Anche il Venezuela socialista e bolivariano, lo scorso 3 settembre, ha celebrato l'80esimo anniversario della vittoria del popolo cinese nella Guerra di Resistenza contro l'aggressione giapponese e nella Guerra Mondiale Antifascista.

A Caracas, in occasione dell'evento, è stato inaugurato un suggestivo monumento che ricorda tale importante avvenimento storico, nel quale persero la vita oltre 35 milioni di cinesi.

L'inaugurazione è avvenuta alla presenza del Presidente socialista del Venezuela, Nicolas Maduro e dell'Ambasciatore cinese Lan Hu, oltre che gli alti componenti del governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela, fra i quali la Vicepresidente Delcy Rodriguez e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino.

Il Presidente Maduro ha celebrato questo momento ricordando la “coraggiosa vittoria della resistenza contro l'ex Impero giapponese” e ha paragonato tale vittoria a quella ottenuta dall'Armata Rossa sovietica contro la Germania nazifascista.

Egli, ha inoltre ricordato i legami di amicizia e collaborazione fra Venezuela e Repubblica Popolare Cinese, rammentando come “la Cina è la principale potenza militare del pianeta Terra. Una potenza sorella, una potenza amica, una potenza senza una visione imperialista, colonialista o schiavista”.

L'Ambasciatore Lan Hu ha, a sua volta, espresso i suoi ringraziamenti, affermando: “A nome del governo e del popolo cinese, vorrei ringraziare il presidente Nicolas Maduro Moros, il governo e il popolo del Venezuela per la costruzione di questo monumento commemorativo, per questa grande vittoria mondiale”.

Egli ha fatto inoltre presente che essa rappresenta il riconoscimento della causa antifascista mondiale e la ferma determinazione di entrambi i Paesi a resistere a qualsiasi forma di aggressione o invasione straniera.

E, a proposito di causa comune antifascista, il 12 settembre scorso, incontrando il Presidente della Repubblica Austriaca, Alexander Van der Bellen e la Ministra per gli Affari Europei e Internazionale Beate Meinl-Reisinger, il Ministro degli Affari Esteri cinese, Wang Yi, oltre a sottolineare la stabilità delle relazioni fra Cina e Austria, ha ricordato come la Repubblica Popolare Cinese abbia accolto numerosi ebrei provenienti dall'Austria, alcuni dei quali si sono distinti per eroismo nella causa antifascista.

In particolare, egli ha ricordato tre figure importanti: Jakob Rosenfeld, Richard Frey e Ruth F. Weiss, in quali hanno contribuito a combattere e diffondere gli ideali antifascisti, a fianco del popolo cinese, contro l'aggressore giapponese e sono ricordati, in Cina, come eroi nazionali.

Jakob Rosenfeld (1903 – 1952) fu urologo, ex componente del Partito Socialdemocratico Austriaco, deportato nel campo di concentramento di Dachau e successivamente a Buchenwald. Nel 1939 fu rilasciato, ma, costretto a lasciare immediatamente il Paese, fuggì a Shanghai e qui si arruolò volontario nella Nuova Quarta Armata e servì le forze comuniste cinesi come medico. Nel 1942 aderì al Partito Comunista Cinese e fu nominato Generale dell'esercito.

Molti anni dopo scoprì che la gran parte della sua famiglia era morta nei campi di sterminio nazisti. Lavorò, infine, come medico a Tel Aviv, ove morì ed è considerato, in Cina, un eroe nazionale, tanto che ogni anno la sua tomba è visitata da una delegazione del governo cinese.

Richard Frey (1920 – 2004), il cui nome originario era Richard Stein, fu aderente alla Gioventù Comunista d'Austria e al Partito Comunista d'Austria. Fuggì alle persecuzioni antisemite nel 1939 e si arruolò nelle forze armate comuniste cinesi, divenendo membro del Partito Comunista Cinese nel 1944. Nel 2007 il governo cinese eresse, vicino Pechino, un monumento alla sua memoria.

Ruth F. Weiss (1908 – 2006), nata a Vienna in una famiglia ebrea, educatrice e giornalista, fuggì anche lei a Shanghai, nel 1933, ottenendo nel 1955 la cittadinanza cinese e divenendo, nel 1983, membro del Comitato nazionale della Conferenza politica consultiva del popolo cinese (CPPCC), per il suo impegno nella cultura e nell'educazione e per aver documentato il conflitto fra la resistenza cinese e gli imperialisti giapponesi.

Storie molto probabilmente poco conosciute da noi, ma che meritano di essere celebrate, rispettate e ammirate.

Anche perché dimostrano legami fra storie e popoli apparentemente lontani, ma uniti dai comuni ideali socialisti, democratici e antifascisti, che possono, ancora oggi, illuminare un mondo che dovrebbe ricercare unità, pace, sviluppo e cooperazione, in luogo di assurde contrapposizioni, portatrici di morte, divisione e instabilità.

Luca Bagatin

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sabato 20 settembre 2025

Meloni, l'illusione di un'Italia sovrana. Articolo di David Saforcada

 

Giorgia Meloni continua a salire nei sondaggi. La sua fermezza, la sua autorevolezza e la sua capacità di incarnare un'Italia finalmente stabile sono elogiate. Ma se il Primo Ministro italiano rimane popolare, è anche perché non dà davvero fastidio a chi a Bruxelles e Washington detiene le redini.

Perché dietro l'atteggiamento marziale e la retorica sulla sovranità, Meloni si inserisce in una continuità atlantista e filoeuropea che rassicura le potenze tutelari. Sostegno incrollabile alla NATO, allineamento docile e lealtà al pareggio di bilancio dell'UE: questo è il vero segreto della sua longevità. Finché rimane in linea su queste questioni strategiche, ha carta bianca per esperimenti interni, che riguardino l'immigrazione, la tassazione o la retorica identitaria.

L'ombra della povertà
Ma mentre Meloni sfila sui palcoscenici internazionali, la vera Italia sta affondando. La povertà assoluta colpisce quasi un italiano su dieci, un fenomeno mai visto in un decennio. Un quarto della popolazione vive sotto la minaccia dell'esclusione sociale. La sostituzione del Reddito di cittadinanza con un Assegno di inclusione più restrittivo ha lasciato migliaia di famiglie in situazioni precarie, soprattutto al Sud. E i salari, schiacciati dall'inflazione nel 2022-2023, faticano a recuperare.

Un'economia in stallo
Crescita anemica, debito colossale, disoccupazione giovanile endemica: la penisola sopravvive, ma non progredisce. Le riforme strutturali promesse vengono diluite in continui compromessi, mentre il governo preferisce ostentare simboli identitari piuttosto che affrontare le cause profonde dei problemi dell'Italia: produttività in calo, servizi pubblici degradati e divario Nord-Sud.

L'illusione della sovranità
Il paradosso sta qui: Meloni parla di un'Italia orgogliosa e indipendente, ma il suo potere deriva proprio dalla sua conformità internazionale. Si impegna con la NATO, si sottomette alle regole di Bruxelles, applica le direttive macroeconomiche e in cambio può bloccare il dibattito interno, lusingare gli istinti di sicurezza e stringere la morsa sui più deboli.

In breve, Giorgia Meloni governa un'Italia che si crede sovrana ma non lo è. Il margine di manovra che le viene concesso in ambito interno nasconde a malapena la durezza delle condizioni sociali e l'assenza di un autentico piano di emancipazione economica.

Finché gli italiani riterranno una facciata di stabilità preferibile alla verità dei numeri, Meloni manterrà il controllo. Ma il giorno in cui la realtà dell'impoverimento raggiungerà la retorica, l'illusione rischia di svanire bruscamente.

David Saforcada

53 anni, bonapartista e Presidente del movimento politico francese “L'Appel au Peuple”, unico movimento bonapartista in Francia, guidato anche dal Principe Joachim Murat, discendente del Re di Napoli. Partito che difende i valori patriottici e sociali fedeli allo spirito promosso da Napoleone III.

Ha prestato servizio per circa dieci anni nell'esercito francese nel comparto di fanteria di marina, partecipando a diverse operazioni all'estero. Lavora attualmente nel settore privato.

mercoledì 11 giugno 2025

Il socialista slovacco Robert Fico, ancora una volta, contro l'irresponsabilità della Commissione UE. Articolo di Luca Bagatin

 

Il socialista slovacco Robert Fico non demorde e ai diktat di una UE guidata dalla poco responsabile e destrorsa Maggioranza Ursula, proprio non ci sta.

Egli aveva, del resto, già rispedito recentemente al mittente le assurde richieste dell'esponente della destra estone, Kaja Kallas, rappresentante per gli affari esteri dell'UE, affermando: “L'Alto rappresentante dell'UE per gli affari esteri, Kaja Kallas, ha messo in guardia i leader europei dal partecipare alle celebrazioni del Giorno della Vittoria che si terranno a Mosca a maggio. (...)

Parto per Mosca il 9 maggio. L'avvertimento della signora Kallas è una forma di ricatto o un segnale che sarò punito al mio ritorno da Mosca? Non lo so. Ma so che siamo nel 2025, non nel 1939.

L'avvertimento della signora Kallas conferma la necessità di un dibattito all'interno dell'UE sull'essenza stessa della democrazia. Tra questi rientrano quanto accaduto in Romania e Francia durante le elezioni presidenziali, i "Maidan" organizzati dall'Occidente in Georgia e Serbia e il modo in cui sono stati ignorati gli abusi del diritto penale contro l'opposizione in Slovacchia.

Signora Kallas, vorrei informarla che sono il legittimo Primo Ministro della Slovacchia, un Paese sovrano. Nessuno può dettare i miei movimenti. Mi recherò a Mosca per rendere omaggio alle migliaia di soldati dell'Armata Rossa caduti per la liberazione della Slovacchia, nonché ai milioni di altre vittime del terrore nazista. Proprio come ho reso omaggio alle vittime dello sbarco in Normandia o nel Pacifico, o come intendo onorare i piloti della RAF. E lasciatemi ricordare che sono uno dei pochi nell'Unione Europea che afferma costantemente la necessità della pace in Ucraina e non sostiene la continuazione di questa guerra insensata.

I commenti della signora Kallas sono irrispettosi e mi oppongo fermamente ad essi”.

Oggi, il socialista Fico, rifiuta, ancora una volta, i diktat della dirigenza UE relativamente all'assurdo pacchetto di sanzioni contro la Russia, che danneggerebbe ancora una volta la stessa UE, mettendo termine alle forniture di energia russa.

Il nuovo pacchetto di sanzioni predisposto dalla Commissione UE, propone di vietare le transazioni con i gasdotti nord Stream della Russia. La Commissione, ha altresì proposto di abbassare il limite di prezzo previsto dal G7 sul greggio russo, a 45 dollari al barile.

Il Premier slovacco Fico si oppone da sempre a quello che ha definito “suicidio economico” ed in merito ha scritto, sui social:

La Repubblica Slovacca non sosterrà il prossimo 18esimo pacchetto di sanzioni contro la Federazione Russa a meno che la Commissione europea non fornisca una vera soluzione alla situazione di crisi in cui si troverà la Slovacchia dopo un completo blocco della fornitura di gas, petrolio e combustibile nucleare dalla Russia”.

Robert Fico guida il partito socialista democratico Direzione-Socialdemocrazia (SMER), che conta circa il 25% dei consensi e ha una piattaforma che rifiuta le ricette economiche liberali e promuove un'economia fondata sull'intervento pubblico; sulla sovranità nazionale e l'euro-scetticismo e su politiche anti-immigrazioniste, come del resto hanno sempre fatto tutti gli storici partiti socialisti del secolo scorso (molti dei quali totalmente scomparsi in Europa o quantomeno sono scomparse le loro serie leadership), che rifiutavano lo sfruttamento della manodopera straniera a basso costo, promuovendo politiche di cooperazione e partnership con i Paesi del Terzo Mondo e del Sud del mondo.

Si potrebbe dire che Fico è l'unico vero leader socialista in UE, assieme all'ex leader laburista Jeremy Corbyn, oggi deputato indipendente al Parlamento britannico e molto attivo nelle lotte per la pace e contro ogni forma di imperialismo, tanto quanto l'ex laburista George Galloway – entrambi non a caso fortemente critici nei confronti degli pseudo laburisti di Starmer, degni eredi dello pseudo laburista Blair; l'irlandese Mick Wallace e la tedesca Sahra Wagenknecht.

Il socialismo in UE latita, ma, fortunatamente, non è del tutto assente. Quel che è certo è che non è rappresentato dalla cosiddetta “Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici”, che sostiene la guerrafondaia e irresponsabile Maggioranza Ursula.

Luca Bagatin

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domenica 8 giugno 2025

Persecuzioni anticomuniste in Repubblica Ceca: il Partito Comunista di Boemia e Moravia rischia di essere messo al bando. Articolo di Luca Bagatin

 

In Repubblica Ceca, lo scorso 30 maggio, la Camera dei Deputati messo mano alla riforma della legislazione penale, approvando un emendamento che mette al bando la cosiddetta “promozione del comunismo”.

Chi sostiene il comunismo – movimento politico che, per inciso, ha liberato i Paesi dell'Est europeo dal totalitarismo nazifascista e emancipato e istruito milioni di persone – rischia, in sostanza, almeno cinque anni di carcere.

A denunciarlo, in primis, il Partito Comunista di Boemia e Moravia (KSCM), rappresentato peraltro nel Parlamento europeo da un deputato e nelle cui fila sono stati eletti vari rappresentanti a livello amministrativo, regionale e locale.

In un comunicato, il KSCM, sottolinea che “Il governo di Petr Fiala è stato finora responsabile dell’introduzione della censura, del divieto di pagine web e della persecuzione degli oppositori politici, della loro criminalizzazione e del licenziamento per motivi politici.
Il Partito Comunista di Boemia e Moravia respinge fermamente tale emendamento al Codice Penale. Lo ritiene deliberato e discriminatorio. I ripetuti tentativi di vietare il KSCM, che sono stati respinti dall’opinione pubblica in passato, miravano a soddisfare i loro elettori e intimidire chiunque criticasse l’attuale regime.
Il KSCM non sarà messo a tacere, così come i valori che i comunisti difendono: cooperazione internazionale, solidarietà, progresso e pace”.

Solidarietà al KSCM è giunta da numerosi partiti comunisti del mondo, fra i quali il Partito Comunista Brasiliano, quello Tedesco, Bielorusso, Greco, Spagnolo e Austriaco.

Luca Bagatin

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domenica 23 febbraio 2025

La Repubblica Popolare Cinese sempre in prima linea per la costruzione di un mondo multipolare, equo e ordinato, oltre gli steccati ideologici. Articolo di Luca Bagatin

 

Molto interessante il discorso tenuto dal Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, alla 61esima Conferenza sulla sicurezza, tenutasi a Monaco il 14 febbraio scorso.

Un discorso, come sempre, profondamente equilibrato e nel quale il Ministro Wang ha ribadito i fondamenti della politica estera cinese, basata sulla costruzione di un mondo multipolare, equo e ordinato.

Fondamenti riassunti in quattro punti:

  1. Parità di trattamento dei Paesi. Ovvero ogni Paese, indipendentemente dalle dimensioni, deve essere considerato uguale agli altri, ovvero degno di indipendenza e autonomia;

  2. Rispetto dello stato di diritto internazionale. Ovvero ogni Paese deve avere ben presente che il diritto internazionale va anteposto al “diritto del più forte”;

  3. Rispetto del multilateralismo. Ovvero nessun Paese deve ritenersi superiore agli altri;

  4. Apertura e beneficio reciproco. Ovvero promuovere un mondo multipolare, nel quale tutti i Paesi possano svilupparsi assieme. Senza protezionismi e dazi di sorta.

Relativamente all'Europa, il Ministro Wang ha affermato: “La Cina ha sempre visto nell'Europa un polo importante nel mondo multipolare. Le due parti sono partner, non rivali. Quest'anno segna il 50° anniversario delle relazioni diplomatiche Cina-UE. Cogliendo questa opportunità, la Cina è disposta a lavorare con la parte europea per approfondire la comunicazione strategica e la cooperazione reciprocamente vantaggiosa, e guidare il mondo verso un futuro luminoso di pace, sicurezza, prosperità e progresso”.

A proposito di Europa, il Ministro del Dipartimento internazionale del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, Liu Jianchao, il 17 febbraio scorso, ha incontrato la delegazione del Partito Comunista di Boemia e Moravia (KSCM), guidato da Kateřina Konečná, che ha eletto, alle scorse elezioni europee in Repubblica Ceca, un suo rappresentante al Parlamento Europeo (nell'ambito della coalizione di sinistra patriottica “Stačilo!”, la quale ha ottenuto il 9,56%).

Nell'occasione, il Ministro Liu ha sottolineato le buone relazioni storiche fra Cina e Repubblica Ceca, purtroppo recentemente deterioratesi a causa delle critiche del governo liberal conservatore al principio di “una sola Cina”.

Il Ministro Liu, apprezzando l'amicizia reciproca fra il PCC e il KSCM, ha sottolineato la necessità di rafforzare la cooperazione fra Repubblica Ceca e Cina, scegliendo di aderire entrambi alla cooperazione “win-win”, ovvero al mutuo vantaggio reciproco, superando le divisioni ideologiche.

Kateřina Konečná, da parte sua, ha affermato che l'amicizia fra il popolo ceco e quello cinese è immutata e che il KSCM apprezza molto il ruolo della Cina relativamente al mantenimento della pace e della stabilità nel mondo.

Luca Bagatin

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sabato 22 febbraio 2025

"Frammenti di Bruxelles" di Elena Basile presentato a Roma con Moni Ovadia. Articolo di Luca Bagatin


Venerdì 21 febbraio scorso, presso la libreria Borri Books della Stazione Termini di Roma, alla presenza dell'Ex Ambasciatrice in Svezia e Belgio Elena Basile e di Moni Ovadia, si è tenuto un interessante simposio di presentazione della raccolta di racconti dell'ex Ambasciatrice stessa, dal titolo “Frammenti di Bruxelles”, edita da Sandro Teti.

Moni Ovadia, celebre attore, scrittore e attivista per i diritti umani, ha esordito ricordando di aver conosciuto Elena Basile moltissimi anni fa, a Stoccolma e di essere da sempre un suo ammiratore, essendo una donna che dice sempre ciò che pensa, in particolare alla luce della sua lunga esperienza.

Esperienza che le ha permesso, negli anni, di diventare una fine analista anche geopolitica, oltre che narratrice che, nel suo ultimo libro, come sottolineato da Ovadia, illustra il clima di Bruxelles, città a lungo abitata da Basile.

Clima in cui, in una sola giornata, si possono vivere tutte e quattro le stagioni, che viene raccontata dall'ex Ambasciatrice attraverso il vissuto di vari personaggi e spaccati di vita.

Come la vita di un medico che decide di prendersi cura dei migranti; quella di un giovane stagista che conosce, a Bruxelles, una prostituta ungherese e se ne innamora platonicamente; quella di un politico socialista che inizia la sua carriera in modo idealistico, ma finisce per attaccarsi al potere e vive le sue tristezze e solitudini interiori, rendendosi conto di come la sua carriera sia diventata una prigione d'ipocrisia, perché ha finito per tradire i suoi ideali socialisti originari; racconta di donne non contente di un femminismo imperante, probabilmente molto diverso rispetto a quello originario; racconta dei quartieri nei quali vivono gli immigrati e i loro tentativi di integrazione. Racconta dell'“ordinaria tristezza borghese” di una coppia composta da un aristocratico decaduto e una insegnante, prigionieri di una routine priva di comunicazione con la realtà della vita quotidiana.

Racconta queste storie. E anche altre.

Un libro di dieci racconti che, come ha fatto presente Elena Basile, è uno spaccato di una Europa che sta morendo, preda di tristezze e di solitudini di fondo.

Di una Europa che non è mai giunta ad essere davvero unita, emancipata e libera, come negli alti ideali di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, che, nel Manifesto di Ventotene parlavano – peraltro - di rivoluzione europea che doveva porsi, fra i suoi principali obiettivi, quello dell'“emancipazione delle classi lavoratrici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita”.

Elena Basile ha fatto presente come questa Unione Europea sia fallita sin dai tempi del Trattato di Maastricht del 1992/1993, scegliendo di diventare una burocrazia economica – nella quale il Parlamento europeo non ha alcun potere legislativo (lo ha infatti la Commissione europea, che non risponde direttamente ai cittadini europei) - che ha in primis deciso di deregolamentare il mercato, in senso neoliberista, sul modello reaganiano e thatcheriano, attraverso la libera circolazione dei capitali. E ciò ha impedito la possibilità di tassare il capitale, favorendo così le élite economiche.

L'UE, secondo Elena Basile, in sostanze, è diventata una burocrazia di trasmissione fra il mondo degli affari e i cittadini.

L'ex Ambasciatrice, ad ogni modo, ha criticato ogni idea di ritorno agli Stati nazionali, così come ogni idea di uscita dall'UE o dalla NATO, ritenendo che ciò equivalga – nei fatti - alla distruzione dei macchinari da parte dei luddisti nell'800. E come tali idee antistoriche possano, anzi, fare il gioco delle élite economiche.

Secondo l'avviso dell'ex Ambasciatrice, infatti, occorre costruire un'Europa diversa, che veda protagonisti i cittadini e i loro bisogni. Che sia la base per un progetto inclusivo, che permetta di integrarci in un mondo multipolare, lavorando alla costruzione di un mondo più unito e giusto.

Dello stesso avviso anche Moni Ovadia, il quale ha fatto presente come sia totalmente assente, in UE, una “emozione europea”, ovvero i cittadini europei non si sentono affatto legati all'Europa, perché le sue istituzioni sono lontanissime dalla vita reale dei cittadini stessi.

Ha ricordato di come lui, a suo tempo, propose la creazione di una squadra di calcio europea e addirittura di un telegiornale europeo, realizzato in tutte le lingue europee.

E ha fatto presente come nella crisi ucraina l'UE avrebbe dovuto occuparsene in prima persona, attraverso un'operazione diplomatica, evitando ogni conflitto e evitando di seguire gli USA di Biden e le sue scelte belliciste.

Così come l'UE dovrebbe smetterla, secondo Moni Ovadia, di “scimmiottare gli USA”, arrivando a distruggere la cosa pubblica e ogni forma di stato sociale e di sanità pubblica.

Nello specifico, Moni Ovadia, ha fatto presente come i cosiddetti “socialisti” dell'UE hanno “pugnalato a morte il socialismo”, nato proprio in Europa. Trasformandosi, da socialisti, in una nuova forma di destra, che ha ridotto all'osso la cosa pubblica e il welfare. E ciò sin dai tempi di Tony Blair. Tutti esempi, come sottolineato da Ovadia, seguiti in Italia dal PD, che è di sinistra solo formalmente.

Un simposio decisamente interessante, stimolante, partecipato. Molti direbbero “fuori dal coro”, in realtà ragionevole e di buonsenso, oltre che dallo spirito europeista, nel senso originario e autentico del termine.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

 

Elena Basile, Moni Ovadia, Sandro Teti

Luca Bagatin e Elena Basile

Debdeashakti, Moni Ovadia, Luca Bagatin