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mercoledì 2 settembre 2026

È morto Raif Dizdarević, l’antifascista che dedicò la vita alla Jugoslavia socialista. Articolo di Luca Bagatin

 

Si è spento, nel centesimo anno di età, il 2 settembre a Sarajevo, l'antifascista, politico, diplomatico ed ex Presidente della Presidenza della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, Raif Dizdarević.

Egli nacque il 9 dicembre 1926 a Fojnica, in Bosnia, in una famiglia antifascista nella quale sette dei suoi fratelli parteciparono alla Guerra di Liberazione Nazionale contro il fascismo, dei quali tre persero la vita durante la Seconda Guerra Mondiale.

Suo fratello maggiore, Zija Dizdarević (1916 - 1942), celebre scrittore di prosa, fu ucciso nel campo di concentramento ustascia di Jasenovac; mentre gli altri fratelli, Nusret, leader della gioventù comunista jugoslava (SKOJ) e Hasan Dizdarević, persero la vita in battaglia, combattendo contro i nazifascisti ustascia.

Raif Dizdarević si iscrisse al Partito Comunista di Jugoslavia (KPJ) nel 1945, fu sostenitore di Josip Broz Tito e lavorò prima negli organismi di sicurezza e successivamente, nel 1951, nel servizio diplomatico della Repubblica Federale di Jugoslavia, lavorando nelle ambasciate della Repubblica Popolare di Bulgaria (1951-1954), dell'URSS (1956-1959) e della Cecoslovacchia (1963-1967). Nel 1972 divenne assistente del Segretario Federale per gli Affari Esteri, Miloš Minič.

Successivamente ricoprì l''incarico di Presidente dell'Assemblea della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia dal 1982 al 1984; dal 1984 al 1987 fu Segretario Federale per gli Affari Esteri della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia e, dal maggio 1988 al maggio 1989, fu Presidente della Presidenza della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.
Dizdarević lavorò sempre per mantenere la Jugoslavia unita e, ancora oggi, è ricordato dal suo popolo – spesso nostalgico dei vecchi tempi - come fedele agli ideali unitari, antifascisti e socialisti di un tempo.

Negli Anni 2000 pubblicò due libri di memorie: “Dalla morte di Tito alla morte della Jugoslavia: testimonianze” e “Tempi da ricordare: eventi e personalità” (“Od smrti Tita do smrti Jugoslavije: svjedočenja” (2000) e “Vrijeme koje se pamti: događaji i ličnosti” (2006).

Luca Bagatin

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martedì 27 gennaio 2026

Giornata della Memoria. Per non dimenticare. Mai.

Profondamente sbagliato equiparare nazismo a comunismo (come vorrebbe la destra peggiore). Articolo di Luca Bagatin del 25 gennaio 2025  

In una UE sempre più censoria e sempre meno democratica e in cui la pericolosa estrema destra avanza, appare ancora più pericoloso l'ulteriore tentativo del Parlamento europeo di equiparare il nazifascismo al comunismo sovietico.

Peraltro a pochi giorni dalla celebrazione della Giornata della Memoria.

Si vorrebbe forse dimenticare il sacrificio dell'Armata Rossa e di oltre 20 milioni di sovietici, i quali combatterono contro il nazifascismo e che, il 27 gennaio 1945, liberarono il campo di sterminio nazista di Auschwitz?

Il Parlamento europeo, poi, sembra o ignorare o voler dimenticare che fu grazie alla Rivoluzione socialista sovietica dell'Ottobre 1917, guidata da Vladimir Lenin, se venne posta la parola fine all'antisemitismo zarista. E, nel 1918, l'URSS legalizzò il divorzio, l'aborto, depenalizzò l'omosessualità e legalizzò la convivenza fuori dal matrimonio. Molto prima di molti altri Paesi europei che si dicono “avanzati”!

Come se non bastasse, si deve all'URSS un importante contributo nell'edificazione dello Stato di Israele, fondato e guidato dal socialista David Ben Gurion, il cui sistema dei kibbutz affascinò molto anche la Jugoslavia socialista di Josip Broz Tito, che riconobbe e sostenne immediatamente tale Stato. Così come peraltro fece la Romania socialista, che con Israele non ruppe mai le relazioni diplomatiche.

Equiparare il socialismo sovietico al nazifascismo, anche solo per queste importanti ragioni, dovrebbe apparire una follia e un insulto alla memoria storica, oltre che all'onestà intellettuale.

Nel 2021 scrissi peraltro già un articolo, sempre in risposta a coloro i quali (il partito della Meloni in primis) avrebbero voluto equiparare tali aspetti storico-politici, diametralmente opposti e allo scopo ultimo, in definitiva, di bandire definitivamente dall'Europa la memoria storica socialista e comunista (cosa già peraltro ampiamente fatto a partire dal 1993, come più volte ho scritto).

Così scrivevo: “Equiparare comunismo a nazifascismo non solo è storicamente sbagliato, ma anche ideologico e pretestuoso.

Se il primo fu un esempio di emancipazione civile e sociale (sia nella sua versione marxista-leninista che anarchica e socialista), declinato nei secoli nelle varie “vie nazionali al socialismo”, il secondo fu un fenomeno essenzialmente capitalista e razzista, come peraltro rilevato negli Anni '20 – quindi agli albori del fenomeno hitleriano - dai nazionalbolscevichi tedeschi Ernst Niekisch e Karl Otto Paetel.

E' pretestuoso in quanto equiparazione sbandierata già in sede UE dai liberal-capitalisti e da tempo applicata in Paesi semi-autoritari quali Polonia, Ucraina, Paesi Baltici, Slovacchia e Ungheria”.

E continuavo:

Preoccupante, dunque, la proposta di legge del partito della Meloni, che vorrebbe identificare il comunismo quale “totalitario” (dimenticando che totalitario è piuttosto il liberal-capitalismo, che sta mettendo e mette ogni cosa in vendita, persino le vite delle persone) (…).

Puntare il dito poi contro Cina, Vietnam, Corea del Nord e Cuba, quali Paesi comunisti “totalitari”, significa non solo non conoscerne i meccanismi politici e socio-economici, ovvero il significato di che cosa sono le democrazie popolari, ma anche pensare che tali sistemi siano uguali fra loro, quando invece ciascuno segue la propria personale via nazionale al socialismo, adattata non solo alle caratteristiche sociali, culturali e economiche, ma anche alla volontà dei rispettivi popoli (senza contare che ciascuno di questi Paesi presenta sistemi elettorali e finanche aspetti di democrazia diretta).

Parimenti, puntare il dito contro l'Unione Sovietica quale “dittatura totalitaria”, da parte del partito della Meloni, è altrettanto scorretto, in quanto l'URSS fu un sistema socio-economico e geopolitico ampiamente condiviso dalla popolazione (al punto che questa votò a maggioranza - 77,8% - per la sua conservazione, in un celebre referendum – nel marzo 1991 - poi disatteso dal golpismo di Eltsin), del quale ha ancora oggi nostalgia”.

Da tener presente, poi, che nella Federazione Russa, esistono oggi numerosi partiti comunisti e sono tutti all'opposizione del governo liberal capitalista di Putin, il quale, spesso, o impedisce loro di presentare liste elettorali, o, talvolta, li mette anche in galera. O falsa i risultati elettorali, in modo che, i comunisti, non abbiano mai sufficienti voti per governare.

Che differenza c'è, dunque, fra le politiche di Putin e ciò che vorrebbe il Parlamento europeo?

Mi piace poi ricordare che il Vate della letteratura italiana, Gabriele d'Annunzio, si definì egli stesso comunista e disse, nell'intervista a una rivista anarchica: “Io sono per il comunismo senza dittatura […] È mia intenzione di fare di questa città (Fiume) un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse”.

Da notare, peraltro, come proprio l'Unione Sovietica leninista fosse l'unica ad aver riconosciuto la Reggenza del Carnaro dannunziana e come Lenin, a proposito di d'Annunzio, lo elogiasse quale “unico rivoluzionario in Italia”.

Il simbolo della falce e martello, il cui utilizzo, qualcuno (compresi tanti finti "socialisti" europei), vorrebbe abolire in UE, fu il simbolo anche del primo partito politico italiano, ovvero il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, di Filippo Turati e Anna Kuliscioff, fondato nel 1892. E tale simbolo fu usato persino da Giuseppe Saragat, che mai si definì anticomunista, nel 1947, fondando il PSLI (poi PSDI), che comprendeva anche trotzkisti che alla Rivoluzione bolscevica, comunque, si ispiravano (e nelle fila di quel partito militò la grande rivoluzionaria e femminista Angelica Balabanoff).

Studiare la Storia, senza pregiudizio, sarebbe sempre bene per tutti. Anche perché, in UE, fra ignoranza di andata, ritorno e veicolata dai media, oltre che da una politica che favorisce sempre di più gli autoritarismi (quelli veri) striscianti, sino a sdoganarli... un ritorno agli inquietanti Anni '30 è tutt'altro che lontano dalla realtà.

Luca Bagatin

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domenica 4 maggio 2025

In ricordo del Presidente socialista jugoslavo Josip Broz Tito, amico dei socialisti italiani


Oggi si ricorda il 45esimo anniversario della scomparsa del Presidente socialista jugoslavo Josip Broz Tito, amico dei socialisti italiani, da Pertini a Saragat, combattente antifascista, fautore dell' autogestione delle imprese e del Movimento dei Non Allineati, contro gli opposti imperialismi.
L'amicizia fra PSDI e PSI e la Lega dei Comunisti di Jugoslavia fu sempre molto salda.
Solo la falsa rivoluzione di Tangentopoli non permise ai socialisti come Craxi e De Michelis di salvare la Jugoslavia dalla barbarie. Barbarie ampiamente sostenuta da Usa, Nato e oligarchie europee (come denunciato dalla stesso Craxi nel suo romanzo-verità "Parigi - Hammamet").
 
Luca Bagatin 
 

sabato 25 gennaio 2025

Profondamente sbagliato equiparare nazismo a comunismo (come vorrebbe la destra peggiore). Articolo di Luca Bagatin


In una UE sempre più censoria e sempre meno democratica e in cui la pericolosa estrema destra avanza, appare ancora più pericoloso l'ulteriore tentativo del Parlamento europeo di equiparare il nazifascismo al comunismo sovietico.

Peraltro a pochi giorni dalla celebrazione della Giornata della Memoria.

Si vorrebbe forse dimenticare il sacrificio dell'Armata Rossa e di oltre 20 milioni di sovietici, i quali combatterono contro il nazifascismo e che, il 27 gennaio 1945, liberarono il campo di sterminio nazista di Auschwitz?

Il Parlamento europeo, poi, sembra o ignorare o voler dimenticare che fu grazie alla Rivoluzione socialista sovietica dell'Ottobre 1917, guidata da Vladimir Lenin, se venne posta la parola fine all'antisemitismo zarista. E, nel 1918, l'URSS legalizzò il divorzio, l'aborto, depenalizzò l'omosessualità e legalizzò la convivenza fuori dal matrimonio. Molto prima di molti altri Paesi europei che si dicono “avanzati”!

Come se non bastasse, si deve all'URSS un importante contributo nell'edificazione dello Stato di Israele, fondato e guidato dal socialista David Ben Gurion, il cui sistema dei kibbutz affascinò molto anche la Jugoslavia socialista di Josip Broz Tito, che riconobbe e sostenne immediatamente tale Stato. Così come peraltro fece la Romania socialista, che con Israele non ruppe mai le relazioni diplomatiche.

Equiparare il socialismo sovietico al nazifascismo, anche solo per queste importanti ragioni, dovrebbe apparire una follia e un insulto alla memoria storica, oltre che all'onestà intellettuale.

Nel 2021 scrissi peraltro già un articolo, sempre in risposta a coloro i quali (il partito della Meloni in primis) avrebbero voluto equiparare tali aspetti storico-politici, diametralmente opposti e allo scopo ultimo, in definitiva, di bandire definitivamente dall'Europa la memoria storica socialista e comunista (cosa già peraltro ampiamente fatto a partire dal 1993, come più volte ho scritto).

Così scrivevo: “Equiparare comunismo a nazifascismo non solo è storicamente sbagliato, ma anche ideologico e pretestuoso.

Se il primo fu un esempio di emancipazione civile e sociale (sia nella sua versione marxista-leninista che anarchica e socialista), declinato nei secoli nelle varie “vie nazionali al socialismo”, il secondo fu un fenomeno essenzialmente capitalista e razzista, come peraltro rilevato negli Anni '20 – quindi agli albori del fenomeno hitleriano - dai nazionalbolscevichi tedeschi Ernst Niekisch e Karl Otto Paetel.

E' pretestuoso in quanto equiparazione sbandierata già in sede UE dai liberal-capitalisti e da tempo applicata in Paesi semi-autoritari quali Polonia, Ucraina, Paesi Baltici, Slovacchia e Ungheria”.

E continuavo:

Preoccupante, dunque, la proposta di legge del partito della Meloni, che vorrebbe identificare il comunismo quale “totalitario” (dimenticando che totalitario è piuttosto il liberal-capitalismo, che sta mettendo e mette ogni cosa in vendita, persino le vite delle persone) (…).

Puntare il dito poi contro Cina, Vietnam, Corea del Nord e Cuba, quali Paesi comunisti “totalitari”, significa non solo non conoscerne i meccanismi politici e socio-economici, ovvero il significato di che cosa sono le democrazie popolari, ma anche pensare che tali sistemi siano uguali fra loro, quando invece ciascuno segue la propria personale via nazionale al socialismo, adattata non solo alle caratteristiche sociali, culturali e economiche, ma anche alla volontà dei rispettivi popoli (senza contare che ciascuno di questi Paesi presenta sistemi elettorali e finanche aspetti di democrazia diretta).

Parimenti, puntare il dito contro l'Unione Sovietica quale “dittatura totalitaria”, da parte del partito della Meloni, è altrettanto scorretto, in quanto l'URSS fu un sistema socio-economico e geopolitico ampiamente condiviso dalla popolazione (al punto che questa votò a maggioranza - 77,8% - per la sua conservazione, in un celebre referendum – nel marzo 1991 - poi disatteso dal golpismo di Eltsin), del quale ha ancora oggi nostalgia”.

Da tener presente, poi, che nella Federazione Russa, esistono oggi numerosi partiti comunisti e sono tutti all'opposizione del governo liberal capitalista di Putin, il quale, spesso, o impedisce loro di presentare liste elettorali, o, talvolta, li mette anche in galera. O falsa i risultati elettorali, in modo che, i comunisti, non abbiano mai sufficienti voti per governare.

Che differenza c'è, dunque, fra le politiche di Putin e ciò che vorrebbe il Parlamento europeo?

Mi piace poi ricordare che il Vate della letteratura italiana, Gabriele d'Annunzio, si definì egli stesso comunista e disse, nell'intervista a una rivista anarchica: “Io sono per il comunismo senza dittatura […] È mia intenzione di fare di questa città (Fiume) un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse”.

Da notare, peraltro, come proprio l'Unione Sovietica leninista fosse l'unica ad aver riconosciuto la Reggenza del Carnaro dannunziana e come Lenin, a proposito di d'Annunzio, lo elogiasse quale “unico rivoluzionario in Italia”.

Il simbolo della falce e martello, il cui utilizzo, qualcuno (compresi tanti finti "socialisti" europei), vorrebbe abolire in UE, fu il simbolo anche del primo partito politico italiano, ovvero il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, di Filippo Turati e Anna Kuliscioff, fondato nel 1892. E tale simbolo fu usato persino da Giuseppe Saragat, che mai si definì anticomunista, nel 1947, fondando il PSLI (poi PSDI), che comprendeva anche trotzkisti che alla Rivoluzione bolscevica, comunque, si ispiravano (e nelle fila di quel partito militò la grande rivoluzionaria e femminista Angelica Balabanoff).

Studiare la Storia, senza pregiudizio, sarebbe sempre bene per tutti. Anche perché, in UE, fra ignoranza di andata, ritorno e veicolata dai media, oltre che da una politica che favorisce sempre di più gli autoritarismi (quelli veri) striscianti, sino a sdoganarli... un ritorno agli inquietanti Anni '30 è tutt'altro che lontano dalla realtà.

Luca Bagatin

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domenica 24 marzo 2024

Il 24 marzo 1999 la NATO - benedetta dalle pseudo sinistre occidentali - bombardò la Jugoslavia. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 24 marzo 1999, la Repubblica Federale di Jugoslavia fu bombardata per 78 giorni da parte della NATO, con la benedizione, in Italia, del governo di pseudo centrosinistra presieduto da Massimo d'Alema, in Gran Bretagna da quello pseudo laburista di Blair e in Germania da quello pseudo socialdemocratico di Schroder.

Il tutto orchestrato dal pseudo democratico Bill Clinton.

Il tutto, peraltro, senza l'autorizzazione delle Nazioni Unite.

Causando circa 3000 vittime civili, fra cui centinaia di bambini.

Fu l'apice della triste vicenda di disgregazione della Jugoslavia, una terra che, con il Maresciallo Josip Tito Broz, aveva unito nel socialismo, nell'antifascismo e nell'autogestione delle imprese, popoli diversi, che vissero fraterni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sino almeno agli Anni '80.

Finché i nazionalismi, fomentati anche dall'Occidente liberale, ma non democratico, esplosero e generarono una crisi senza precedenti. Che vedremo e vediamo ancora oggi ad Est, nei Paesi che un tempo erano uniti, nel socialismo, nell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Bettino Craxi, da Hammamet, scrisse, in merito, parole molto lucide (che si possono trovare nel saggio edito da Mondadori “Bettino Craxi. Uno sguardo sul mondo. Appunti e scritti di politica estera”):

I bombardamenti dell’aviazione americana ed inglese, almeno sino ad ora, sembrano da qualche tempo il bastone con il quale ci si industria a governare le situazioni distorte che si presentano nel mondo. Le bombe dovrebbero essere la soluzione miracolosa destinata a distruggere il male e a far rifiorire il bene. Di bombardamenti del resto, solo nell’ultimo anno, se ne possono ormai elencare non pochi. Si sa tutto di loro e dei loro bagliori, si sa poco o nulla dei risultati che le imprese della più grande, moderna, e sofisticata aviazione del mondo abbiano potuto ottenere […]

Questa situazione terribilmente intricata verrà risolta a colpi di bombe? Molto difficile. Le bombe provocheranno altri disastri ed altre vittime ed apriranno la strada a nuovi conflitti ed ad una estensione pericolosa delle reazioni e delle contro reazioni. Ripetiamo ciò che ha detto dall’alto della sua esperienza ed anche della sua saggezza un ufficiale italiano, una medaglia d’oro, che non può essere accusato di essere un pauroso. Il mito dell’arma aerea, come provano i fatti, potenza risolutrice, è giustappunto un mito. Se si dovesse passare allo scontro umano si toccherebbe un fondo che si sperava ormai estraneo alla storia delle nazioni europee. La politica e la diplomazia, senza il continuo rincorrersi di minacce e di ultimatum, debbono trovare la forza e la strada per giungere ad imporsi. La politica e la diplomazia non possono dichiarare fallimento. La bomba può essere considerata la via facile ma la pace continuerebbe ad essere difficilissima […]

Purtroppo gli italiani sono già alla frontiera. Il governo aveva detto così anche per l’aviazione. La Serbia aveva rotto le relazioni diplomatiche con tutti i Paesi della NATO tranne che con l’Italia. Era un ponte diplomatico che bisognava avere il coraggio di usare. Per tutta risposta abbiamo inviato i nostri aerei a bombardare, coprendoci sotto la formula della «difesa integrata» alla quale non crede nessuno”.

Parole validissime tanto ieri, quanto oggi.

Ennesima dimostrazione che un autentico statista, socialista e democratico come Craxi ci aveva visto giusto.

Un Craxi ingiustamente vilipeso da post e pseudo comunisti e post fascisti italiani, entrambi al governo negli anni successivi alla sua liquidazione, con tanto di benedizione da parte di quei poteri forti che lo detestavano, in quanto egli si pose sempre contro ogni forma di dittatura, dogmatismo, di fondamentalismo, di privatizzazione selvaggia e fu sempre in favore della sovranità nazionale, di ogni popolo.

Non parliamo poi delle conseguenze che ebbero a subire i militari italiani che, negli anni, si ammalarono e morirono a causa dell'uranio impoverito usato in Jugoslavia nel 1999.

Nella Serbia di oggi, il Nuovo Partito Comunista di Jugoslavia (NKPJ), pur non rappresentato in Parlamento, ma che raccoglie l'eredità di Tito Broz e di tutti i comunisti e socialisti democratici di quelle terre, rende ogni anno omaggio alle vittime dei bombardamenti NATO, presso il monumento “Eternal Flame” di Nuova Belgrado.

La NATO allora, come oggi, non difendeva gli interessi del popolo serbo o albanese, ma esclusivamente dei grandi capitalisti dei Paesi membri di questa alleanza criminale”, scrissero i comunisti jugoslavi in un comunicato sul loro sito web.

E i comunisti jugoslavi hanno ricordato come la NATO abbia attaccato Paesi sovrani, laici e socialisti come la Libia e la Siria, oltre che continua a sostenere l'attuale conflitto in Ucraina, senza ricercare una soluzione pacifica, cosa che, invece, un Paese socialista come la Cina (oltre che il Brasile di Lula e la diplomazia del Vaticano) – aperto al dialogo e al commercio con tutti i Paesi - cerca di fare.

Luca Bagatin

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sabato 25 marzo 2023

Il 24 marzo 1999 la NATO - benedetta dalle pseudo sinistre occidentali - bombardò la Jugoslavia. Articolo di Luca Bagatin

Il 24 marzo 1999, la Repubblica Federale di Jugoslavia fu bombardata per 78 giorni da parte della NATO, con la benedizione, in Italia, del governo di pseudo centrosinistra presieduto da Massimo d'Alema, in Gran Bretagna da quello pseudo laburista di Blair e in Germania da quello pseudo socialdemocratico di Schroder.

Il tutto orchestrato dal pseudo democratico Bill Clinton.

Il tutto, peraltro, senza l'autorizzazione delle Nazioni Unite.

Causando circa 3000 vittime civili, fra cui centinaia di bambini.

Fu l'apice della triste vicenda di disgregazione della Jugoslavia, una terra che, con il Maresciallo Josip Tito Broz, aveva unito nel socialismo, nell'antifascismo e nell'autogestione delle imprese, popoli diversi, che vissero fraterni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sino almeno agli Anni '80.

Finché i nazionalismi, fomentati anche dall'Occidente liberale, ma non democratico, esplosero e generarono una crisi senza precedenti. Che vedremo e vediamo ancora oggi ad Est, nei Paesi che un tempo erano uniti, nel socialismo, nell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Bettino Craxi, da Hammamet, scrisse, in merito, parole molto lucide (che si possono trovare nel saggio edito da Mondadori “Bettino Craxi. Uno sguardo sul mondo. Appunti e scritti di politica estera”):

I bombardamenti dell’aviazione americana ed inglese, almeno sino ad ora, sembrano da qualche tempo il bastone con il quale ci si industria a governare le situazioni distorte che si presentano nel mondo. Le bombe dovrebbero essere la soluzione miracolosa destinata a distruggere il male e a far rifiorire il bene. Di bombardamenti del resto, solo nell’ultimo anno, se ne possono ormai elencare non pochi. Si sa tutto di loro e dei loro bagliori, si sa poco o nulla dei risultati che le imprese della più grande, moderna, e sofisticata aviazione del mondo abbiano potuto ottenere […]

Questa situazione terribilmente intricata verrà risolta a colpi di bombe? Molto difficile. Le bombe provocheranno altri disastri ed altre vittime ed apriranno la strada a nuovi conflitti ed ad una estensione pericolosa delle reazioni e delle contro reazioni. Ripetiamo ciò che ha detto dall’alto della sua esperienza ed anche della sua saggezza un ufficiale italiano, una medaglia d’oro, che non può essere accusato di essere un pauroso. Il mito dell’arma aerea, come provano i fatti, potenza risolutrice, è giustappunto un mito. Se si dovesse passare allo scontro umano si toccherebbe un fondo che si sperava ormai estraneo alla storia delle nazioni europee. La politica e la diplomazia, senza il continuo rincorrersi di minacce e di ultimatum, debbono trovare la forza e la strada per giungere ad imporsi. La politica e la diplomazia non possono dichiarare fallimento. La bomba può essere considerata la via facile ma la pace continuerebbe ad essere difficilissima […]

Purtroppo gli italiani sono già alla frontiera. Il governo aveva detto così anche per l’aviazione. La Serbia aveva rotto le relazioni diplomatiche con tutti i Paesi della NATO tranne che con l’Italia. Era un ponte diplomatico che bisognava avere il coraggio di usare. Per tutta risposta abbiamo inviato i nostri aerei a bombardare, coprendoci sotto la formula della «difesa integrata» alla quale non crede nessuno”.

Parole validissime tanto ieri, quanto oggi.

Ennesima dimostrazione che un autentico statista, socialista e democratico come Craxi ci aveva visto giusto.

Un Craxi ingiustamente vilipeso da post e pseudo comunisti e post fascisti italiani, entrambi al governo negli anni successivi alla sua liquidazione, con tanto di benedizione da parte di quei poteri forti che lo detestavano, in quanto egli si pose sempre contro ogni forma di dittatura, dogmatismo, di fondamentalismo, di privatizzazione selvaggia e fu sempre in favore della sovranità nazionale, di ogni popolo.

Non parliamo poi delle conseguenze che ebbero a subire i militari italiani che, negli anni, si ammalarono e morirono a causa dell'uranio impoverito usato in Jugoslavia nel 1999.

Nella Serbia di oggi, il Nuovo Partito Comunista di Jugoslavia (NKPJ), pur non rappresentato in Parlamento, ma che raccoglie l'eredità di Tito Broz e di tutti i comunisti e socialisti democratici di quelle terre, il 24 marzo scorso, a 24 anni di distanza, ha reso omaggio alle vittime dei bombardamenti NATO, presso il monumento “Eternal Flame” di Nuova Belgrado.

La NATO allora, come oggi, non difendeva gli interessi del popolo serbo o albanese, ma esclusivamente dei grandi capitalisti dei Paesi membri di questa alleanza criminale”, hanno scritto i comunisti jugoslavi in un comunicato sul loro sito web.

E i comunisti jugoslavi hanno ricordato come la NATO abbia attaccato Paesi sovrani, laici e socialisti come la Libia e la Siria, oltre che continua a sostenere l'attuale conflitto in Ucraina, senza ricercare una soluzione pacifica, cosa che, invece, un Paese socialista come la Cina – aperto al dialogo e al commercio con tutti i Paesi - cerca di fare.

Luca Bagatin

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sabato 17 dicembre 2022

Ciao Compagno Sinisa!

"Ho vissuto con Tito, sono più comunista di tanti".
"Slavi, cattolici, ortodossi, musulmani: solo il generale è riuscito a tenere tutti insieme.
Ero piccolo quando c’era lui, ma una cosa ricordo: del blocco dei paesi dell’Est la Jugoslavia era il migliore. I miei erano gente umile, operai, ma non ci mancava niente. Andavano a fare spese a Trieste delle volte. Con Tito esistevano valori, famiglia, un’idea di patria e popolo. Quando è morto la gente è andata per mesi sulla sua tomba. Con lui la Jugoslavia era il paese più bello del mondo".
"Non sopporto gli americani. In Jugoslavia hanno lasciato solo morte e distruzione. Hanno bombardato il mio Paese, ci hanno ridotti a nulla. Dopo la Seconda Guerra Mondiale avevano aiutato a ricostruire l’Europa, a noi invece non è arrivato niente: prima hanno devastato e poi ci hanno abbandonati. Bambini e animali per anni sono nati con malformazioni genetiche, tutto per le bombe e l’uranio che ci hanno buttato addosso".
"Oggi educare un bambino è un’impresa impossibile. Sotto Tito t’insegnavano a studiare, per migliorarti, magari per diventare un medico, un dottore e guadagnare bene per vivere bene, com’era giusto. Oggi lo sapete quanto prende un primario in Serbia? 300 euro al mese e non arriva a sfamare i suoi figli. I bimbi vedono che soldi, donne, benessere li hanno solo i mafiosi: è chiaro che il punto di riferimento diventa quello".
 
(Sinisa Mihajlovic)
 

venerdì 18 giugno 2021

Muore a 97 anni Kenneth Kaunda, primo Presidente dello Zambia indipendente e leader socialista panafricano. Articolo di Luca Bagatin

Kenneth Kaunda, conosciuto anche come KK, fu un eroe panafricano in lotta contro il colonialismo britannico.

Spentosi il 17 giugno scorso, a 97 anni, fu Presidente dello Zambia per 27 anni, dopo averlo liberato dal colonialismo e averlo emancipato socialmente e economicamente.

Nato nel 1924, si avvicinò alla politica nel 1951, entrando a far parte del Congresso Nazionale Africano della Rhodesia del Nord, movimento politico in lotta contro il suprematismo bianco britannico e in favore dell'indipendenza del Paese.

Per questo suo attivismo finì, nel 1955, in carcere, condannato, con i suoi compagni, ai lavori forzati.

Nel 1961, Kaunda, lanciò una campagna di disobbedienza civile contro le autorità e, l'anno successivo, si presentò alle elezioni come candidato del Partito Unito dell'Indipendenza Nazionale (UNIP). Partito che, con il Congresso Nazionale Africano, riuscirà a formare un governo di coalizione, giungendo, nel 1964, a decretare lo scioglimento della federazione di Rhodesia e Nyasaland e portendo il Paese a divenire Zambia indipendente che elesse, come primo Presidente, proprio Kenneth Kaunda.

Le sue idee saranno improntate a quello che viene definito socialismo africano, ovvero al rifiuto del sistema capitalistico dei colonizzatori europei e ad un recupero dei valori tradizionali africani, quali il senso di comunità, della famiglia e la dignità del lavoro agricolo. Ovvero un socialismo che riaffermava l'identità africana e le sue tradizioni.

Kaunda ribattezzò tale socialismo “umanesimo zambiano” e univa idee sia del socialismo sovietico che valori arcaici della cultura africana, fondati sull'aiuto reciproco e sulla fiducia nei confronti dei componenti della comunità.

Tale visione socio-economica portò lo Zambia a sviluppare rapidamente le sue infrastrutture e l'industria e a nazionalizzare le risorse naturali del Paese, restituendo ai cittadini la proprietà delle miniere di rame e di molte altre proprietà, finalmente sottratte ai colonizzatori.

Le politiche sociali di Kaunda portarono a sviluppare un forte sistema scolastico pubblico e gratuito; furono garantite borse di studio ai più meritevoli e fondati diversi istituti universitari.

Kaunda fu, dunque, al pari di Thomas Sankara, Kwame Nkrumah, Ahmed Sékou Touré, Mu'Ammar Gheddafi, Nelson Mandela (di cui fu sostenitore) e molti altri socialisti africani, un grande leader panafricano e per l'emancipazione dell'Africa, pur fra i mille ostacoli dovuti alle interferenze dei Paesi ex coloniali europei e degli USA. I quali, ancora oggi, in Africa e non solo, fanno il bello e il cattivo tempo...fingendo di esportare “democrazia e libertà”.

Kaunda fu anche un solido sostenitore del Movimento dei Non Allineati e fu legato ad una profonda amicizia con il Presidente socialista jugoslavo Tito Broz, peraltro già grande amico di Gheddafi e di tutti i Paesi del Terzo Mondo socialisti, laici e non allineati.

Fu peraltro amico personale dei leader cinesi Mao Zedong, Zhou Enlai e Deng Xiaoping e sulla Cina, grande partner commerciale dello Zambia, ebbe a dire: “La Cina ci ha aiutato a lottare per la nostra indipendenza. La Cina ha aiutato molti altri paesi in Africa a ottenere la loro indipendenza. Ora stanno lavorando con noi per aiutarci a sviluppare le nostre economie. È quello che sta facendo la Cina, aiutandoci, come amici, autentici amici”.

Negli Anni '80, Kaunda, fu vicino, oltre che al Presidente socialista cubano Fidel Castro, anche al Presidente iracheno bah'atista (socialista) Saddam Hussein, impropriamente definito, dai neocolonialisti, un “dittatore”.

Kenneth Kaunda, che diede le dimissioni da Presidente nel 1991, è tutt'ora molto ricordato in Zambia e la sua scomparsa ha intristito molto il Paese e il suo attuale Presidente Edgar Lungu (esponente del socialdemocratico Fronte Patriottico), il quale lo ha a lungo ricordato su Facebook.

Luca Bagatin

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venerdì 26 marzo 2021

Russia. Nazionalbolscevichi e comunisti uniti per non dimenticare l'aggressione NATO alla Jugoslavia. Articolo di Luca Bagatin

Il 24 marzo 1999 le forze NATO diedero il via all'invasione della Repubblica Federale di Jugoslavia. Sarà l'inizio della fine di quanto rimaneva della Jugoslavia socialista.

Per ricordare tale triste evento, gli attivisti nazionalbolscevichi de “L'Altra Russia di Eduard Limonov” e il partito “Comunisti di Russia”, hanno tenuto – il 24 marzo scorso - un picchetto dimostrativo, con distribuzione di volantini, nella città russa di Velikij Novgorod, poco lontana da San Pietroburgo.

Il senso dell'evento, come riportato dal comunicato degli organizzatori, è stato ricordare che cosa causò il crollo del socialismo, sia in Jugoslavia che in URSS e nei Paesi del Patto di Varsavia.

Tutto ciò – come ricordato dagli attivisti nazionalbolscevichi e comunisti - ha infatti portato “alla fine dell'uguaglianza sociale e alla giusta redistribuzione delle risorse per il popolo; ha portato a sanzioni internazionali contro la Russia e alla dipendenza dell'economia russa dal capitale occidentale”.

“L'Altra Russia di Eduard Limonov” e i “Comunisti di Russia” hanno così voluto ricordare quella che definiscono “la tragica data della strage degli aggressori americani verso un Paese amichevole” e anche ricordare “a cosa ha portato il crollo dell'URSS e il rifiuto dei popoli uniti del blocco orientale dell'idea di socialismo e uguaglianza sociale”.

L'appello finale degli attivisti si è concluso con la frase: “Ripristiniamo il socialismo in Russia, ripristiniamo la giustizia in tutto il mondo !”

Negli ultimi tempi i due partiti russi di opposizione al governo liberal conservatore di Putin, stanno collaborando a diverse iniziative comuni, fra le quali l'organizzazione di un recente reading pubblico delle opere di Eduard Limonov.

Luca Bagatin

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sabato 21 novembre 2020

Superare l'ideologia del lavoro e lo sfruttamento del lavoro salariato. Articolo di Luca Bagatin

 

La vita non è fatta solo per lavorare, ma ha bisogno di tempo libero per l’esercizio della libertà. Non si può vivere oppressi dal mercato che ci obbliga a comprare, comprare, perché non paghi con i soldi, ma con il tempo della tua vita”.

Questo uno degli insegnamenti fondamentali che ci ha lasciato l'ex Presidente socialista dell'Uruguay, José “Pepe” Mujica. Il Presidente povero e dei poveri, che ha governato il suo Paese dal 2010 al 2015 (e fu Ministro dell'Agricoltura e della Pesca dal 2005 al 2008). Risollevandone le sorti e attuando politiche sociali e socialiste, sul modello autogestionario e libertario.

Un modello che supera l'insana “ideologia del lavoro” ad ogni costo. E che supera il conseguente “sfruttamento dal salario”. Un modello che guarda, invece, a quello che Mujica stesso definì “un cammino di lotta al servizio e in solidarietà con gli altri esseri umani”. Ovvero “una politica permanente a favore di chi ha la volontà di lavorarla”, ad esempio organizzando “colonie di terra pubblica in cui si paga un affitto”.

Un modello non dissimile da quello della Jugoslavia di Tito, fondato sull'autogestione delle imprese e della Libia del Raìs Mu'Ammar Gheddafi, laico e socialista ideatore della Terza Teoria Universale, ovvero della “Repubbica delle masse” e della “democrazia diretta” (Jamahiriyya), che fu attuata nell'ambito di Congressi e Comitati popolari aperti a tutti i cittadini.

Gheddafi, nel suo “Libro Verde”, ovvero il suo saggio sociale e politico fondamentale, scrisse, in merito all'organizzazione sociale e del lavoro: “Nella società socialista non ci sono infatti possibilità di produzione individuale al di sopra del soddisfacimento dei bisogni personali. In essa non è permesso di soddisfare i propri bisogni a spese degli altri. Le istituzioni socialiste lavorano per soddisfare i bisogni della società. (…). A ciascun individuo è consentito di risparmiare ciò che vuole, soltanto nell’ambito del proprio fabbisogno, in quanto l’accumulo di risparmio in misura maggiore, è a detrimento della ricchezza collettiva. La gente abile e intelligente non ha il diritto di appropriarsi delle unità di ricchezza altrui per via della propria abilità e intelligenza, tuttavia può utilizzare quelle qualità per soddisfare i deficienti e gli incapaci non perciò devono essere privati di quella stessa parte della ricchezza sociale di cui godono i sani”.

Egli ritenne, dunque, in concordia con il socialismo delle origini (da Saint-Simon, a Marx, sino a Pierre Leroux, Proudhon e così via), che i lavoratori dovessero essere considerati produttori, non più dei salariati, ovvero degli sfruttati. E dunque, ciò che loro producono, dovesse essere considerato di loro stessa proprietà.

Il salario, per Gheddafi (e in realtà per tutti i socialisti, sin dalla fondazione della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864), è indice di sfruttamento e un lavoratore/produttore non può essere schiavo di nessun padrone. Sia esso un padrone privato o statale.

Oltre a ciò, il Raìs, ritenne che nessuno potesse possedere più di quanto gli fosse necessario per vivere. Ciò perché – non essendo le risorse illimitate - l'accumulazione della ricchezza da parte di alcuni è fonte di ingiustizia, corruzione e segna il sorgere della società dello sfruttamento.

I concetti fondamentali del socialismo originario o autogestionario, inveratosi sia nella Jugoslavia titina che nella Libia di Gheddafi, ma per molti versi anche nell'Argentina peronista; nella Cuba del Che e Fidel Castro; nell'Egitto nasseriano e via via nei modelli più recenti del Socialismo del XXI Secolo latinoamericano (dal chavismo sino al modello uruguayano del Frente Amplio di Mujica, al modello del Buen Vivir ecuadoriano, sino, in parte, al socialismo boliviano di Evo Morales), propone dunque un nuovo modello di sviluppo.

Uno modello che supera da una parte il produttivismo e dall'altra il capitalismo. Poponendo che il cittadino/lavoratore viva del necessario e lavori a beneficio della società e dei bisognosi e non già per un salario. E che ciascuno sia proprietario del proprio lavoro, nell'ambito di attività economiche socialiste autogestite.

Moltissima strada vi è da fare. Soprattutto per “decolonizzare l'immaginario”, come direbbe l'economista Serge Latouche. Per creare un'alternativa all'assurdo modello di sviluppo occidentale, capitalista, fondato sul danaro e sullo sfruttamento del lavoro.

Lavoro che toglie tempo libero; che lega a un datore di lavoro (e ad eventuali ricatti); che è utile solo a generare profitto e conseguente sfruttamento delle risorse economiche, sociali, ambientali e non già per aiutare la comunità stessa e le sue necessità primarie e fondamentali. Necessità che saranno sempre maggiori e sempre più essenziali in periodi di pandemia.

Necessità che non sono legate al vil danaro, che è uno strumento per sua natura schiavista, in quanto rappresenta un debito nei confronti di qualcuno (ed è il maggiore e più perverso strumento di perdita di sovranità dei cittadini e dei Paesi).

Una società sana, socialista, autogestita, libera e libertaria, è una società che supera i vincoli imposti dall'egoismo umano. Che supera il sistema del danaro (e della conseguente usura o interessi sui debiti/prestiti). Che supera il sistema del lavoro salariato. Che supera il sistema del consumismo e della distruzione delle risorse e del Pianeta.

Per approdare a qualcosa di antico, ma allo stesso tempo di genuino, comunitario, umanitario, spirituale, ecologista e socialista al contempo.

Come ancora oggi avviene in alcune società matriarcali, che vivono su quella che l'antropologo Marcel Mauss definì “economia del dono”. Sullo scambio reciproco, alla pari. Sul baratto. Sul lavoro in comune e a beneficio del prossimo.

Per far uscire”, come ebbe a dire lo stesso Latouche, “l'umanità dalla miseria psichica e morale” nella quale vive da secoli. Semplicemente per aver adottato un modello che sdogana un'infezione della psiche umana chiamata egosimo e accumulo.

Luca Bagatin

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sabato 20 giugno 2020

Elezioni Serbia 2020: solo ai comunisti è impedito partecipare. Articolo di Luca Bagatin

Come in numerosi altri Paesi dell'Est, dopo l'ingresso nell'Unione Europea ed il passaggio a una economia mercato, anche in Serbia al Partito Comunista è impedito di presentarsi alle elezioni, che si terranno domenica 21 giugno.
Il Nuovo Partito Comunista di Jugoslavia (NKPJ) e la Lega della Gioventù Comunista di Jugoslavia (SKOJ), denunciano infatti la commissione elettorale repubblicana serba (RIK) di discriminare la loro lista “Il socialismo è l'unica via d'uscita NKPJ-SKOJ”, in quanto ha respinto la candidatura della lista al fine di concorrere alle elezioni.
Il divieto è giunto solamente una settimana prima delle elezioni e ciò, chiaramente, non ha permesso alla lista comunista, guidata da Aleksandar Banjanac e Aleksandar Denic, di fare ricorso.
Mentre ai comunisti serbi è impedito di partecipare, diversamente, è stato ammesso il partito neofascista Levijatan, che in un primo tempo non era stato ammesso, in quanto le firme raccolte per la sua presentazione erano risultate insufficienti.
La lista comunista “Il socialismo è l'unica via d'uscita NKPJ-SKOJ” aveva invece presentato tutti i documenti necessari e le firme a suo sostegno entro il 5 giugno, ma, nonostante ciò, è stata l'unica lista in Serbia a non essere ammessa.
Il divieto sembra avere un evidente carattere anticomunista, in linea con la visione sempre più anticomunista e antisocialista dell'Unione Europea.

Luca Bagatin

martedì 26 marzo 2019

Venti anni fa l'aggressione NATO alla Jugoslavia. I comunisti commemorano le vittime. Articolo di Luca Bagatin tratto da "Alganews"

Sono passati esattamente vent'anni dall'aggressione NATO alla Jugoslavia, ennesima destabilizzazione di un Paese laico e socialista da parte dell'atlantismo, fomentando prima gli odi etnico-religiosi e successivamente bombardando direttamente quello Stato, ormai martoriato dalle guerre civili precedenti.
Anziché tentare di risolvere la questione, gli USA, all'epoca guidati dal "democratico" Clinton, hanno soffiato sul fuoco. E così hanno fatto tutti quei Paesi europei ad essi alleati, compresa l'Italia guidata allora da Massimo D'Alema, la Gran Bretagna guidata da Blair, la Germania di Schroder. Ovvero Paesi guidati dalla sinistra capitalista e "liberal", da sempre la più avversa al socialismo autentico.
La Jugoslavia, con il suo socialismo autogestionario, era un Paese "non allineato" e, oltre ad aver manenuto sempre ottime relazioni con tutti, si era sempre posto al di fuori delle contese USA-URSS e, proprio per questo, aveva retto meglio di altri al crollo dell'Unione Sovietica.
La morte del Maresciallo Tito e la mancanza di un successore, le successive contese etniche, la rinascita di movimenti neofascisti e i tentativi di destabilizzazione da parte atlantica, non fecero che far scoppiare una serie di guerre fratricide.
Le forze euro-atlantiche, alimentando tali scontri, erano riuscite a sottrarre alla Jugoslavia la Slovenia, la Croazia, la Bosnia e la Macedonia. Sopravvivevano, sovrane, unicamente Serbia e Montenegro, unite nella Repubblica Federale di Jugoslavia. Fu così che la NATO decise di attaccarla militarmente, senza alcuna autorizzazzione dell'ONU, violando impunemente il diritto internazionale.
Il resto è una storia di morte e distruzione. Una storia successivamente rivista, nel 2011, anche nella Libia laica e socialista di Gheddafi, altro Paese "non allineato" e sempre in prima linea contro ogni fondamentalismo tribale e religioso.
A rendere omaggio alle vittime di tale triste evento, a Belgrado, il 24 marzo scorso presso il monumento "Fuoco Eterno" - nel ventesimo anniversario dell'aggressione militare NATO alla Repubblica Federale di Jugoslavia - si sono riuniti cittadini comuni, oltre che 30 delegazioni di partiti comunisti e operai del mondo. Le delegazioni del Nuovo Partito Comunista di Jugoslavia (NKPJ), la Lega della Gioventù Comunista di Jugoslavia (SKOJ), la delegazione del Consiglio Mondiale della Pace (WPC) e quella del Comitato greco per la Distensione e la Pace (EEDYE), hanno peraltro deposto una corona di fiori commemorativa.
Con tale iniziativa i partecipanti hanno voluto così ricordare e condannare quella vergognosa aggressione militare, che ha causato oltre 3000 vittime civili, fra cui centinaia di bambini.
Una aggressione volta a distruggere ogni traccia di socialismo in quei luoghi, successivamente passati sotto le bandiere della NATO e governati da tempo da partiti di destra o estrema destra di stampo liberal-conservatore, graditi all'europeismo in salsa atlantica.
Il NKPJ e la SKOJ, rappresentanti il nuovo corso dei comunisti di Jugoslavia, hanno - nell'ambito di tale commemorazione - chiesto che la Serbia abbandoni ogni relazione con la NATO, che le sue truppe abbandonino il territorio del Kosovo e che siano incriminati tutti i partecipanti e i governanti che hanno partecipato e avallato quella sanguinosa aggressione militare di venti anni fa, di quel tragico 24 marzo 1999.

Luca Bagatin