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venerdì 16 maggio 2025

Al via il Forum Cina-CELAC. Parole d'ordine: sviluppo, cooperazione, lotta al protezionismo e all'egemonia, per un Sud del mondo protagonista. Articolo di Luca Bagatin

 

Si è tenuto a Pechino, lo scorso 13 maggio, il quarto incontro ministeriale del Forum Cina-CELAC, ovvero la Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici.

28 i Paesi CELAC che hanno partecipato, oltre a sei organizzazioni regionali.

All'incontro hanno preso parte, fra gli altri, il Presidente socialista colombiano Gustavo Petro, peraltro attuale presidente della CELAC; il Presidente socialista brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva; il Presidente socialista cileno Gabriel Boric; la Presidente della Nuova Banca di Sviluppo ed ex Presidente brasiliana socialista Dilma Rousseff; nonché il Rappresentante Speciale del Presidente socialista uruguaiano Yamandú Orsi, il quale presiederà la CELAC l'anno prossimo.

L'incontro è stato moderato dal Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ed il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, ha introdotto i lavori.

Il Presidente Xi ha fatto presente che “Sebbene la Cina e la regione dell'America Latina e dei Caraibi siano geograficamente distanti, i legami della nostra amicizia risalgono a secoli fa. Già nel XVI secolo, le Nao de China , o "Navi della Cina", cariche di amicizia, solcavano il Pacifico, segnando l'alba delle interazioni e degli scambi tra la Cina e la regione dell'America Latina e dei Caraibi. Dagli anni '60 in poi, con l'avvio di relazioni diplomatiche tra la Nuova Cina e alcuni Paesi dell'America Latina e dei Caraibi, gli scambi e la cooperazione tra le due parti si sono intensificati sempre di più. Dall'inizio del secolo, e in particolare negli ultimi anni, la Cina e i Paesi dell'America Latina e dei Caraibi hanno inaugurato un'era storica di costruzione di un futuro condiviso”.

Egli ha inoltre sostenuto il lungo legame di solidarietà intercorso fra la Cina socialista e l'America Latina e i Caraibi, durante la Guerra Fredda, sottolineando come: “Negli anni '60, in tutta la Cina si sono svolte manifestazioni e raduni di massa a sostegno della legittima rivendicazione del popolo panamense alla sovranità sul Canale di Panama. Negli anni '70, durante la campagna latinoamericana per i diritti marittimi di 200 miglia nautiche, la Cina ha espresso il suo risoluto e inequivocabile sostegno alle legittime richieste dei Paesi in via di sviluppo. Per 32 volte consecutive dal 1992, la Cina ha costantemente votato a favore delle risoluzioni dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (ONU) che chiedevano la fine dell'embargo statunitense contro Cuba”.

Così come ha sottolineato la cooperazione fra Cina e America Latina e i Caraibi con l'avvento dell'era della globalizzazione economica, sottolineando come ci sia stata una cooperazione “in ambito commerciale, degli investimenti, finanziario, scientifico e tecnologico, infrastrutturale e in molti altri settori”.

Cooperazione che ha portato a “oltre 200 progetti infrastrutturali, creando oltre un milione di posti di lavoro” e che non è mai mancata nemmeno in ambito medico-sanitario, in particolare nell'ambito dei soccorsi relativi alle catastrofi naturali e al contrasto alla pandemia.

Il Presidente Xi ha osservato, in particolare, come Cina e Paesi dell'America Latina e dei Caraibi, stiano promuovendo un autentico multilateralismo, fondato su “equità e giustizia internazionale”, volta a promuovere una “riforma della governance globale” e “una maggiore democrazia nelle relazioni internazionali”.

In particolare, il Presidente Xi, ha fatto presente come Cina e Brasile siano fortemente impegnate nell'ambito della risoluzione della crisi ucraina, attraverso un'intesa in sei punti, approvata da oltre 110 Paesi.

Tali intesa, ricordiamolo, prevede i seguenti punti:

1) Le due parti invitano tutte le parti interessate a osservare tre principi per la de-escalation della situazione, vale a dire nessuna espansione del campo di battaglia, nessuna escalation dei combattimenti e nessuna provocazione da parte di nessuna delle parti.

2) Le due parti ritengono che il dialogo e la negoziazione siano le uniche soluzioni praticabili alla crisi ucraina. Tutte le parti dovrebbero creare le condizioni per la ripresa del dialogo diretto e spingere per la de-escalation della situazione fino alla realizzazione di un cessate il fuoco globale. Cina e Brasile sostengono una conferenza di pace internazionale tenutasi in un momento opportuno e riconosciuta sia dalla Russia che dall’Ucraina, con pari partecipazione di tutte le parti e una discussione equa di tutti i piani di pace.

3) Sono necessari sforzi per aumentare l’assistenza umanitaria alle regioni interessate e prevenire una crisi umanitaria su larga scala. Gli attacchi ai civili o alle strutture civili devono essere evitati e i civili, comprese donne e bambini e prigionieri di guerra (POW), devono essere protetti. Le due parti sostengono lo scambio di POW tra le parti in conflitto.

4) L’uso di armi di distruzione di massa, in particolare armi nucleari e armi chimiche e biologiche, deve essere contrastato. Devono essere fatti tutti gli sforzi possibili per prevenire la proliferazione nucleare ed evitare una crisi nucleare.

5) Gli attacchi alle centrali nucleari e ad altre strutture nucleari pacifiche devono essere contrastati. Tutte le parti devono rispettare il diritto internazionale, inclusa la Convenzione sulla sicurezza nucleare, e prevenire risolutamente gli incidenti nucleari provocati dall’uomo.

6) La divisione del mondo in gruppi politici o economici isolati deve essere contrastata. Le due parti chiedono sforzi per migliorare la cooperazione internazionale in materia di energia, valuta, finanza, commercio, sicurezza alimentare e sicurezza delle infrastrutture critiche, tra cui oleodotti e gasdotti, cavi ottici sottomarini, impianti elettrici ed energetici e reti in fibra ottica, in modo da proteggere la stabilità delle catene industriali e di fornitura globali.

Il Presidente Xi ha invitato i rappresentanti della CELAC a proseguire nella cooperazione e nell'unità, volta non solo a salvaguardare la pace e stabilità globali, ma anche a contrastare ogni forma di prepotenza e egemonismo unilaterale e a battersi contro ogni misura protezionistica, che danneggia l'economia di tutti.

Egli ha, in tal senso, promosso un programma in cinque punti, qui sintetizzato:

  • Programma di solidarietà: la Cina collaborerà con i Paesi dell'America Latina e dei Caraibi per sostenersi a vicenda su questioni che riguardano i nostri rispettivi interessi fondamentali e le principali preoccupazioni. Nei prossimi tre anni, per facilitare il nostro scambio sulle migliori pratiche di governance nazionale, la Cina inviterà ogni anno 300 membri dei partiti politici degli stati membri della CELAC a visitare la Cina.

  • Programma di sviluppo: dovremmo espandere la cooperazione in settori emergenti come l'energia pulita, le telecomunicazioni 5G, l'economia digitale e l'intelligenza artificiale e realizzare il partenariato scientifico e tecnologico Cina-CELAC.

  • Programma Civiltà: Dovremmo approfondire gli scambi e la cooperazione culturale e artistica e organizzare la Stagione delle Arti Latinoamericane e Caraibiche. Dovremmo rafforzare gli scambi e la cooperazione nei settori del patrimonio culturale, come progetti archeologici congiunti, conservazione e restauro di siti antichi e storici e mostre museali. Dovremmo inoltre condurre studi collaborativi sulle civiltà antiche e rafforzare la cooperazione per contrastare il traffico illecito di beni culturali.

  • Programma di pace: la Cina sostiene la proclamazione dell'America Latina e dei Caraibi come zona di pace e la Dichiarazione degli Stati membri dell'Agenzia per la proibizione delle armi nucleari in America Latina e nei Caraibi.

  • Programma di connettività tra i popoli: nei prossimi tre anni, la Cina fornirà agli Stati membri della CELAC 3.500 borse di studio governative, 10.000 opportunità di formazione in Cina, 500 borse di studio per insegnanti di lingua cinese internazionali, 300 opportunità di formazione per professionisti della riduzione della povertà e 1.000 tirocini finanziati attraverso il programma Chinese Bridge. La Cina ospiterà il dialogo turistico Cina-CELAC con i paesi dell'America Latina e dei Caraibi. Per facilitare gli scambi amichevoli, la Cina ha deciso di implementare un'esenzione dal visto per cinque paesi dell'America Latina e dei Caraibi come primo passo e amplierà la copertura di questa politica al momento opportuno.

Nello stesso giorno dell'incontro è peraltro deceduto un grande leader socialista dell'America Latina, ovvero José “Pepe” Mujica, ex Presidente dell'Uruguay, molto ricordato tanto dal suo amico fraterno Lula, quanto dagli altri leader socialisti latinoamericani e della CELAC.

Anche le istituzioni della Repubblica Popolare Cinese hanno voluto esprimere il loro cordoglio, attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri, Lin Jian, che lo ha ricordato come "un caro amico del popolo cinese".

Mentre l'attuale Presidente socialista uruguaiano, Yamandú Orsi, suo erede politico, sul social X ha scritto: “Grazie per tutto quello che ci hai dato e per il tuo profondo amore per il tuo popolo”.

Probabilmente, anche nel solco dell'insegnamento di “Pepe” Mujica, il Sud del mondo avrà il suo riscatto e diverrà protagonista di una nuova stagione di democratizzazione globale e di promozione di una vera era di stabilità, equità e pace.

Aspetti totalmente perduti da quell'Occidente liberal capitalista che, colonialista prima e guerrafondaio poi, sembra avere da tempo perduto anche la bussola. Oltre che il cuore.

Luca Bagatin

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sabato 18 gennaio 2025

José "Pepe" Mujica, il Presidente socialista dell'Amore e della Libertà. Articolo di Luca Bagatin


Fu in assoluto il miglior leader politico al mondo e lo possiamo dire senza esagerazioni.

José “Pepe” Mujica, 89 anni, un grande socialista. Il più grande di tutti.

Ex Presidente dell'Uruguay dal 2010 al 2015, alla guida del Frente Amplio, seppe portare avanti progetti e ideali ritenuti ancora oggi per molti, specie nella decadente, liberal capitalista e irresponsabile Europa, utopistici.

Parliamo di autogestione delle imprese da parte dei lavoratori; della legalizzazione della marjiuana; degli investimenti nella scuola e nell'educazione, triplicati in pochi anni. Parliamo della legalizzazione del matrimonio omosessuale e l'adozione di bambini da parte di coppie omosessuali. 

Tutte riforme che nell'Uruguay di Mujica sono state attuate e non sono affatto state imposte ai cittadini, bensì sono nate - come ama ricordare lo stesso Mujica - anche e proprio su ispirazione dei suoi stessi concittadini.

I risultati della sua ottima amministrazione, del resto, si sono visti e sono anche stati ottimi.

In Uruguay l'indice di disoccupazione scese al 6%; i salari aumentarono; il PIL è cresciuto del 6% in dieci anni ed il tasso di povertà è diminuito dal 39% al 6%. 

Mujica ha impressionato il mondo soprattutto per il suo stile di vita povero, frugale, semplice.

Nato a Montevideo nel 1935 da padre di origine basca e madre di origine genovese, fu influenzato dalle idee peroniste dello zio materno.

Oltre a Peron, Mujica rimarrà affascinato dal pensiero anarchico e socialista di Proudhon, Bakunin, Kropotkin e Marx, oltre che dall'interesse per la biologia e per l'agricoltura.

Nell'Uruguay militarista autoritario degli Anni '60 sostenuto dagli USA, Mujica aderirà al Movimento di Liberazione Nazionale (MLN) Tupamaros, fondato da Raul Sendic, già militante del Partito Socialista, il quale ispirò il suo movimento a Tupac Amaru, ovvero all'ultimo sovrano dell'Impero inca, eroe dei popoli andini in lotta contro gli spagnoli.

Il MLN Tupamaros, in sostanza, attraverso l'attività di guerriglia e di assalto ad istituti bancari, mirava a combattere la deriva autoritaria e dittatoriale dei regimi neo-militaristi dell'Uruguay e a ridistribuire la terra ai contadini ed ai meno abbienti.

La violenze commesse dai guerriglieri Tupamaros, va detto, non furono mai gratuite, ma sempre dettate dalla necessità politica di liberare il Paese dall'autoritarismo al pari di quanto fecero, in quegli anni, i Montoneros peronisti, per liberare l'Argentina dalla dittatura militare.

Fra i Tupamaros, dunque, anche il nostro Mujica e Lucia Topolansky, che successivamente diverrà sua moglie, i quali purtuttavia ribadiranno sempre la loro contrarietà ad una deriva militarista del Movimento.

Nel 1972, Pepe Mujica, fu catturato dai militari e spedito in carcere, ove rimarrà sino al 1985, subendo umiliazioni e torture, sino allo stremo delle forze fisiche e psicologiche, assieme ad altri compagni del suo Movimento.

Nel 1985, con la fine della dittatura, Mujica e i suoi compagni furono amnistiati e, pur ritornato alla sua attività di agricoltore e di fioraio, non smise mai di fare politica. 

Assieme ad altri suoi compagni Tupamaros, infatti, creò il Movimento di Partecipazione Popolare che, alle elezioni del 1994, si presentò all'interno del Fronte Ampio, ovvero una coalizione eterogenea di forze di sinistra e di centro, di ispirazione socialista, cristiana e libertaria e fu eletto quale primo tupamaros in Parlamento ed il suo stile semplice e sobrio - con jeans e senza cravatta - lo caratterizzeranno subito quale politico “diverso” rispetto agli altri. 

Saranno proprio la sobrietà e la ricerca della felicità per tutti, fatta anche della ricerca del tempo libero, in luogo di una vita di lavoro e di sfruttamento del lavoro attraverso la ricerca di una ricchezza effimera, i punti cardine degli ideali di Pepe Mujica.

Ideali agli antipodi rispetto alla realpolitik e alla politica tradizionale – che inizierà ad attuare già come Ministro dell'Agricoltura nel 2005, facendo abbassare il costo della carne per i meno abbienti - e saranno proprio tali ideali, assieme al suo linguaggio diretto, a renderlo popolarissimo, anche all'estero. Oltre che, come abbiamo già scritto, la sua scelta di vivere semplicemente, continuando a coltivare la terra - anche oggi che ricopre la carica di Presidente dell'Uruguay - assieme a sua moglie ed a Manuela, la sua cagnetta zoppa, permettendo ai senzatetto di utilizzare i palazzi presidenziali.

Interessante anche la sua concezione libertaria della rappresentanza popolare alle elezioni, molto vicina all'idea dell'Agorà greca. In un'intervista, infatti, egli affermò: “La gente prende molto sul serio il tema della rappresentanza e finisce per credere di rappresentare qualcuno. Per me è un'idea assurda, anche se la Costituzione dice varie cose, e in questo credo di continuare ad essere un libertario. Nessuno rappresenta gli altri”.

Nell'ottobre 2009, José Mujica fu dunque candidato del Fronte Ampio alle elezioni nazionali e ne uscì vincitore con il 52% dei consensi. 

A proposito delle sconsiderate e fallimentari politiche dell'UE, “Pepe” Mujica affermò: “La sobrietà è concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L'alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui che però ti tolgono il tempo per vivere... Lo spreco è invece funzionale all'accumulazione capitalista che implica che si compri di continuo, magari indebitandosi sino alla morte”.

Il Presidente Mujica affascinò anche il regista jugoslavo Emir Kusturica, il quale gli dedicò un film documentario dal titolo “Pepe Mujica - Una vita suprema”, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2018. 

Un film nel quale Mujica si racconta a Kusturica e lo fa con la profonda umiltà e semplicità che lo contraddistinguono. Mostrando la sua umile vita di agricoltore, quale è sempre stato, pur avendo ricoperto la carica di Presidente e peraltro di unico leader mondiale ad essersi ridotto drasticamente lo stipendio.

Mujica racconta che l'esperienza del carcere, in isolamento, durante la dittatura militare, lo ha segnato molto. Ma lo ha segnato in bene, ovvero gli ha permesso di essere meno superficiale e più vicino al prossimo e al popolo. Egli afferma, altresì che in politica occorre “scegliere persone dal cuore grande e dal portafogli piccolo”, ricordando che essa è servizio ai cittadini, non bramosia di potere né arricchimento personale.

Nel novembre 2023, José “Pepe” Mujica incontrò un altro grande socialista, ovvero il musicista e attivista britannico Roger Waters, già co-fondatore dei Pink Floyd. Entrambi si sono sempre stimati reciprocamente e hanno sempre condiviso i comuni ideali di lotta contro ogni forma di autoritarismo, sostenendo sempre politiche umanitarie e anticapitaliste.

In UE, che ha sostanzialmente messo al bando il socialismo dal 1993 in poi, distruggendolo dall'interno e dall'esterno, si fa spesso fatica a comprendere come siano potuti esistere leader come “Pepe” Mujica.

Leader che dovrebbero farci riflettere sulla direzione che in mondo dovrebbe intraprendere, nel solco del Socialismo originario, sia esso latinoamericano, panafricano, panarabo laico, asiatico.

In Uruguay le prospettive di José “Pepe” Mujica, ad ogni modo, continueranno, anche grazie al neo-eletto Yamandù Orsi, anch'egli socialista del Frente Amplio e che, come primo atto da Presidente, nel novembre scorso, rese omaggio a Mujica, alla sua vita, alla sua Storia.

Che è la Storia di chi ha sempre lottato dalla parte giusta.

Luca Bagatin

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mercoledì 30 ottobre 2024

Mentre in Italia (Liguria) vince l'astensione, in Uruguay vince il socialismo. Articolo di Luca Bagatin


Mentre alle elezioni regionali della Liguria stravincono gli astensionisti con il 54%, ovvero coloro i quali si oppongono ai due schieramenti di cosiddetto centrodestra e cosiddetto centrosinistra, entrambi uniti dall'omologazione, dall'incapacità e dall'irresponsabilità, sin dal 1994, nel civile Uruguay, vince al primo turno il Frente Amplio, ovvero la coalizione Socialista del XXI Secolo, che portò al governo José “Pepe” Mujica (la cui madre, peraltro, era originaria della Liguria), ovvero il miglior Presidente della Storia, che guidò l'Uruguay dal 2010 al 2015.

Al primo turno di domenica scorsa, infatti, il socialista Yamandù Orsi (già Sindaco di Canelones e aderente al Movimento di Partecipazione Popolare, di ispirazione socialista democratica e rivoluzionaria), con il 43,9% ha ampiamente superato il liberal-capitalista conservatore Alvaro Delgado, candidato dell'attuale partito di governo, il Partido Nacional, che si è fermato al 26,77%.

Al terzo posto Andres Ojeda, del liberal-moderato Partido Colorado, con il 16,85% e a seguire Gustavo Salle, del partito conservatore Identità Sovrana (2,83%); Guido Manini Rios, del partito nazional-conservatore di estrema destra Cabildo Abierto (2,58%) e Pablo Mires, del democristiano Partito Indipendente (1,8%).

Il ballottaggio si terrà il 24 novembre prossimo e il candidato socialista promette un programma fondato su: 1) promozione dell'apertura economica, dell'innovazione, dello sviluppo tecnologico e di efficienza nella gestione pubblica; 2) sicurezza, attuando politiche per rafforzare la convivenza pacifica e contrastare la criminalità organizzata; 3) riforma del sistema di protezione sociale, in modo che nessun cittadino rimanga senza protezione pubblica.

Il socialismo autentico, quello che l'Europa non conosce più dal 1993 ad oggi, dunque, sembra tornare anche in Uruguay, dopo le lezioni di Brasile, Venezuela, Colombia e la riconferma di leader socialisti in Nicaragua e Messico, oltre che in Bolivia e Cile.

Luca Bagatin

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mercoledì 22 novembre 2023

Roger Waters e José "Pepe" Mujica si incontrano. Due fari di luce in un mondo, quello Occidentale, oscurato dalla guerra e dalla follia. Articolo di Luca Bagatin

Mentre UE e USA sono tristemente impegnati a soffiare sul fuoco delle guerre - in Ucraina come in Medio Oriente – e sono ben lontani dallo scegliere la strada del negoziato e del cessate il fuoco, dei colossi dell'Amore e della Libertà mondiale come l'ex Presidente dell'Uruguay José Pepe Mujica, sua moglie Lucia e il musicista britannico Roger Waters, si sono incontrati, sabato 18 novembre scorso, nella cittadina uruguaiana di Maldonado.

Mujica, oggi 88enne, ex Presidente dell'Uruguay dal 2010 al 2015, leader socialista del Movimento di Partecipazione Popolare all'interno della coalizione di sinistra del Frente Amplio, durante il suo mandato si ridusse drasticamente lo stipendio; promosse l'autogestione delle imprese da parte dei lavoratori; legalizzò la marjiuana; triplicò gli investimenti nella scuola e nell'educazione; legalizzò il matrimonio omosessuale e l'adozione di bambini da parte di coppie omosessuali.

Risultato del suo mandato fu una riduzione dell'indice di disoccupazione al 6%; un aumento dei salari; un PIL cresciuto del 6% e una riduzione del tasso di povertà dal 39% al 6%.
Insomma, l'esatto opposto di quanto accade da moltissimi anni in UE, guidata dalle irresponsabili Von Der Layen, Lagarde e dai vari leader subalterni e guerrafondai: Meloni, Scholz, Macron, Sanna Marin, Duda e compagnia triste.

Roger Waters, 80enne, già co-fondatore dei Pink Floyd e sempre in prima linea per i diritti umani e civili, dalla parte dei popoli oppressi, contro ogni nazifascismo, ogni guerra, contro un Occidente liberal anti-democratico che preferisce far parlare le bombe, piuttosto che le parole.

Roger Waters è giunto in Uruguay per il suo tour - venerdì scorso - e ha voluto incontrare Mujica e sua moglie, Lucia Topolansky (anche lei, come Mujica, ex combattente Tupamaros contro la dittatura in Uruguay negli Anni '60 e '70), spinto dalla reciproca ammirazione e affetto.

Roger Waters, infatti, ha sempre sostenuto la politica umanitaria, sociale e socialista di Mujica e, da parte sua, Mujica, ha sempre riconosciuto la militanza e attivismo di Waters in tutto il mondo.

Non c’è limite territoriale o linguistico che impedisca la possibilità di condividere un momento insieme”, ha affermato Roger Waters, entusiasta dell'incontro.

Mujica, nei giorni scorsi, si era peraltro scagliato contro il nuovo Presidente eletto in Argentina, il liberal-capitalista e complottista, Javier Milei, mettendo in guardia gli argentini dal rischio del ritorno di una dittatura e invitando loro a prendersi cura della democrazia.

Roger Waters e José “Pepe” Mujica sono, saranno e rimarranno sempre degli ottimi esempi della loro generazione. Forse l'ultima generazione ad avere un po' di sale nella zucca e ad avere a cuore il destino di un mondo, quello Occidentale e liberal-capitalista, sempre più preda della sconsideratezza dei propri politici (che si dicono “democratici”, senza esserlo nemmeno un po'), fatto di mostruosità, violenza, guerra e nuovi genocidi.

Luca Bagatin

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venerdì 11 dicembre 2020

Uruguay. Morto l'ex Presidente socialista Tabaré Vazquez. Articolo di Luca Bagatin

E' deceduto all'età di 80 anni, l'ex Presidente socialista dell'Uruguay Tabaré Vazquez, a seguito di un tumore al polmone destro, già diagnosticato nel 2019.

Tabaré Vazquez, oncologo, fu Sindaco di Montevideo dal 1990 al 1994 e guidò l'Uruguay dal 2005 al 2010 e, successivamente, dal marzo 2015 sino al marzo 2020.

Indimenticato Presidente alla guida del partito socialista Frente Amplio, tanto quanto l'ex Presidente José “Pepe” Mujica - suo compagno di partito - Vazquez va ricordato sia per il rafforzamento del sistema sociale uruguayano, che per la legalizzazione della cannabis e per il miglioramento del tenore di vita della popolazione.

L'attuale Presidente, Luis Lacalle Pou, pur avversario di Tabaré Vazquez e leader del partito conservatore Partido Nacional, ha decretato tre giorni di lutto cittadino.

Luca Bagatin

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sabato 21 novembre 2020

Superare l'ideologia del lavoro e lo sfruttamento del lavoro salariato. Articolo di Luca Bagatin

 

La vita non è fatta solo per lavorare, ma ha bisogno di tempo libero per l’esercizio della libertà. Non si può vivere oppressi dal mercato che ci obbliga a comprare, comprare, perché non paghi con i soldi, ma con il tempo della tua vita”.

Questo uno degli insegnamenti fondamentali che ci ha lasciato l'ex Presidente socialista dell'Uruguay, José “Pepe” Mujica. Il Presidente povero e dei poveri, che ha governato il suo Paese dal 2010 al 2015 (e fu Ministro dell'Agricoltura e della Pesca dal 2005 al 2008). Risollevandone le sorti e attuando politiche sociali e socialiste, sul modello autogestionario e libertario.

Un modello che supera l'insana “ideologia del lavoro” ad ogni costo. E che supera il conseguente “sfruttamento dal salario”. Un modello che guarda, invece, a quello che Mujica stesso definì “un cammino di lotta al servizio e in solidarietà con gli altri esseri umani”. Ovvero “una politica permanente a favore di chi ha la volontà di lavorarla”, ad esempio organizzando “colonie di terra pubblica in cui si paga un affitto”.

Un modello non dissimile da quello della Jugoslavia di Tito, fondato sull'autogestione delle imprese e della Libia del Raìs Mu'Ammar Gheddafi, laico e socialista ideatore della Terza Teoria Universale, ovvero della “Repubbica delle masse” e della “democrazia diretta” (Jamahiriyya), che fu attuata nell'ambito di Congressi e Comitati popolari aperti a tutti i cittadini.

Gheddafi, nel suo “Libro Verde”, ovvero il suo saggio sociale e politico fondamentale, scrisse, in merito all'organizzazione sociale e del lavoro: “Nella società socialista non ci sono infatti possibilità di produzione individuale al di sopra del soddisfacimento dei bisogni personali. In essa non è permesso di soddisfare i propri bisogni a spese degli altri. Le istituzioni socialiste lavorano per soddisfare i bisogni della società. (…). A ciascun individuo è consentito di risparmiare ciò che vuole, soltanto nell’ambito del proprio fabbisogno, in quanto l’accumulo di risparmio in misura maggiore, è a detrimento della ricchezza collettiva. La gente abile e intelligente non ha il diritto di appropriarsi delle unità di ricchezza altrui per via della propria abilità e intelligenza, tuttavia può utilizzare quelle qualità per soddisfare i deficienti e gli incapaci non perciò devono essere privati di quella stessa parte della ricchezza sociale di cui godono i sani”.

Egli ritenne, dunque, in concordia con il socialismo delle origini (da Saint-Simon, a Marx, sino a Pierre Leroux, Proudhon e così via), che i lavoratori dovessero essere considerati produttori, non più dei salariati, ovvero degli sfruttati. E dunque, ciò che loro producono, dovesse essere considerato di loro stessa proprietà.

Il salario, per Gheddafi (e in realtà per tutti i socialisti, sin dalla fondazione della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864), è indice di sfruttamento e un lavoratore/produttore non può essere schiavo di nessun padrone. Sia esso un padrone privato o statale.

Oltre a ciò, il Raìs, ritenne che nessuno potesse possedere più di quanto gli fosse necessario per vivere. Ciò perché – non essendo le risorse illimitate - l'accumulazione della ricchezza da parte di alcuni è fonte di ingiustizia, corruzione e segna il sorgere della società dello sfruttamento.

I concetti fondamentali del socialismo originario o autogestionario, inveratosi sia nella Jugoslavia titina che nella Libia di Gheddafi, ma per molti versi anche nell'Argentina peronista; nella Cuba del Che e Fidel Castro; nell'Egitto nasseriano e via via nei modelli più recenti del Socialismo del XXI Secolo latinoamericano (dal chavismo sino al modello uruguayano del Frente Amplio di Mujica, al modello del Buen Vivir ecuadoriano, sino, in parte, al socialismo boliviano di Evo Morales), propone dunque un nuovo modello di sviluppo.

Uno modello che supera da una parte il produttivismo e dall'altra il capitalismo. Poponendo che il cittadino/lavoratore viva del necessario e lavori a beneficio della società e dei bisognosi e non già per un salario. E che ciascuno sia proprietario del proprio lavoro, nell'ambito di attività economiche socialiste autogestite.

Moltissima strada vi è da fare. Soprattutto per “decolonizzare l'immaginario”, come direbbe l'economista Serge Latouche. Per creare un'alternativa all'assurdo modello di sviluppo occidentale, capitalista, fondato sul danaro e sullo sfruttamento del lavoro.

Lavoro che toglie tempo libero; che lega a un datore di lavoro (e ad eventuali ricatti); che è utile solo a generare profitto e conseguente sfruttamento delle risorse economiche, sociali, ambientali e non già per aiutare la comunità stessa e le sue necessità primarie e fondamentali. Necessità che saranno sempre maggiori e sempre più essenziali in periodi di pandemia.

Necessità che non sono legate al vil danaro, che è uno strumento per sua natura schiavista, in quanto rappresenta un debito nei confronti di qualcuno (ed è il maggiore e più perverso strumento di perdita di sovranità dei cittadini e dei Paesi).

Una società sana, socialista, autogestita, libera e libertaria, è una società che supera i vincoli imposti dall'egoismo umano. Che supera il sistema del danaro (e della conseguente usura o interessi sui debiti/prestiti). Che supera il sistema del lavoro salariato. Che supera il sistema del consumismo e della distruzione delle risorse e del Pianeta.

Per approdare a qualcosa di antico, ma allo stesso tempo di genuino, comunitario, umanitario, spirituale, ecologista e socialista al contempo.

Come ancora oggi avviene in alcune società matriarcali, che vivono su quella che l'antropologo Marcel Mauss definì “economia del dono”. Sullo scambio reciproco, alla pari. Sul baratto. Sul lavoro in comune e a beneficio del prossimo.

Per far uscire”, come ebbe a dire lo stesso Latouche, “l'umanità dalla miseria psichica e morale” nella quale vive da secoli. Semplicemente per aver adottato un modello che sdogana un'infezione della psiche umana chiamata egosimo e accumulo.

Luca Bagatin

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martedì 12 maggio 2020

Riflessioni sparse di José "Pepe" Mujica, ex Presidente socialista dell'Uruguay, sull'emergenza Covid 19

"Cari miei umili ascoltatori, non crediate mai che la soluzione alle conseguenze di ciò che sta accadendo sia dietro l’angolo”.
“Abbiamo dimenticato che non si può navigare senza timone: in questa cosiddetta globalizzazione abbiamo lasciato la leadership del mondo al mercato ed alla tecnologia, dimenticando la coscienza politica degli umani".
“Il vecchio liberalismo sta diventando così pragmatico e innamorato di se stesso che si è trasformato in liberticida, lasciando dietro di se, per la strada, una lunga striscia di umanità…
Se credessi in Dio, direi che questa pandemia è una specie di avvertimento per i sapiens, per gli umani. Stiamo subendo una massiccia distruzione di valore ovunque, ciò comporterà improvvisamente ed esplosivamente una moltiplicazione della povertà.
Chi pagherà il costo di tutto questo ? Saranno sicuramente i più deboli.
Ma qualcosa cambierà di sicuro. Mentre gli sciovinismi salteranno nel mondo ricco e lì diventeranno ferocemente protezionistici, ci saranno risposte da tutto il mondo sotto forma di mobilitazioni di lotta e tensioni sociali. Perché nessuno, nessuno può essere lasciato povero.
Queste mobilitazioni partiranno dal basso, soprattutto da coloro che in basso sono precipitati a seguito degli eventi, e metteranno in discussione tutti i governi, come già stanno facendo i giubbotti gialli in Francia.
Ci saranno contrapposizioni tra l’area ricca del mondo e quella più povera. Ci sarà da parte dell’Occidente e in particolare degli Stati Uniti un confronto contro la Cina. È un pericolo se l’umanità non si rende conto che la cooperazione deve essere imposta sulla concorrenza ad ogni costo, soprattutto in questi momenti di tragedia”.
"L’umanità sta raggiungendo i suoi limiti biologici?
Saremo in grado di comportarci come specie pensante e non solo come Paese e come classe ?
La politica sarà in grado di guardare lontano, unendosi alla scienza ?
Raccoglieremo il messaggio di questi giorni ?
In questo disastro vedremo che la natura sembra rianimarsi dappertutto, proprio perché noi umani non la stiamo schiacciamo ?
Continueremo, come oggi, a continuare a spendere 3 milioni di dollari al minuto in bilanci militari ?
Dal momento che l’umanità non spende “per la vita” ma “contro la vita", saremo in grado di reagire a tutto ciò ?"
“Il coronavirus metterà fine alla globalizzazione capitalista ?” “Non sarà il virus a decretare la fine del capitalismo. Questa deve venire dalla volontà organizzata degli uomini, che sono stati quelli che lo hanno creato: è l’uomo che deve distruggerlo. Il dio mercato è la religione fanatica del nostro tempo, governa tutto”.

(José "Pepe" Mujica, ex Presidente socialista dell'Uruguay)

lunedì 28 ottobre 2019

In Argentina e Uruguay il socialismo batte il liberalismo. Torna l'America Latina del Socialismo del XXI Secolo. Articolo di Luca Bagatin

Cristina Kirchner e Alberto Fernandez
Mentre i presidenti liberali di Ecuador e Cile sono stati costretti dalla piazza, in sommossa, a ritirare i provvedimenti di austerità, in Argentina è il grande ritorno del peronismo.
Il candidato del Frente de Todos – l'ampia coalizione comprendente peronisti, comunisti e socialisti – Alberto Fernandez, ha trionfato con il 48% dei consensi, battendo l'oligarca liberale Mauricio Macri, fermo al 40%.
A garantire la vittoria di Fernandez e della sua Vice - l'ex Presidentessa Cristina Kirchner - sia l'unità di tutti i peronisti, che alle scorse elezioni si erano presentati divisi, permettendo così a Macri di vincere al secondo turno per solo una manciata di voti, sia il fallimento delle politiche liberali imposte da Macri, il quale ha nuovamente indebitato il Paese con il Fondo Monetario Internazionale; ha favorito politiche di deregolamentazione; di riduzione dei diritti sociali, portando il Paese a un'inflazione al 60% su base annua.
Alberto Fernandez, classe 1959, è avvocato e fu capo di Gabinetto dei Ministri ai tempi della presidenza di Nestor Kirchner e, successivamente, per un periodo, di quello di Cristina Kirchner. Sino almeno alla rottura con quest'ultima, che lo porterà – alle scorse elezioni – a sostenere Sergio Massa, candidato del Fronte Rinnovatore, un partito peronista più conservatore e ciò sarà all'origine della spaccatura del movimento peronista e della drammatica vittoria del liberale Macri alle elezioni presidenziali del 2015.
Nel corso del 2018, ad ogni modo, Fernandez, troverà nuovamente un'intesa con Cristina Kirchner e la sua Unidad Ciudadana (peronismo di sinistra) e insieme daranno vita alla coalizione Frente de Todos, allargata a tutte le correnti del peronismo (sia di destra che di sinistra) ed ai partiti di ispirazione comunista e socialista.
Fernandez ha dichiarato che i primi anni della sua gestione alla guida del Paese saranno difficili, a causa della pesante eredità del governo precedente. Un governo che ha decimato l'economia e ridotto della metà il PIL.
Egli intende, innanzitutto, pagare il debito contratto con l'estero da Macri e concentrarsi sul problema della fame e della povertà in Argentina, piaghe che sono tornate alla luce proprio in questi anni di malgoverno e che i governi kirchneristi erano riusciti a debellare.
Fra le proposte dichiarate ed elencate già in campagna elettorale da Alberto Fernandez le seguenti: “Faremo un accordo per i primi 100 giorni di governo tra imprenditori, sindacati e Stato nazionale, per stabilire nuove regole. Saranno implementate politiche attive che favoriscano il credito per le piccole e medie imprese”; “Ricomposizione immediata delle pensioni con un aumento del 20%"; "De-dollarizzazione delle bollette. Le tariffe seguiranno il ritmo degli aumenti salariali e le entrate degli argentini”; “Rimedieremo ai crediti con un piano di uscita per le persone che si sono fidate e sono state truffate”; “Ci sarà di nuovo un Ministero della Salute con pieno accesso ai farmaci per i pensionati e rispetto del piano di vaccinazione per i nostri figli”; “Creeremo il Ministero delle donne per garantire condizioni di uguaglianza e articolare le politiche pubbliche necessarie in materia”; “Creeremo un ministero per la Casa e dell'edilizia abitativa per affrontare la situazione delle persone costrette a vivere in strada e della classe media”; “Negozieremo in maniera ferma con il Fondo Monetario Internazionale. Per poter pagare, devi prima crescere”; “Abbiamo intenzione di recuperare il Ministero della Scienza, della Tecnologia e dell’Innovazione Produttiva e rimettere in piedi il Conicet”; “Avremo un dollaro competitivo per produrre ed esportare. Non ci saranno né scorte né possibilità di speculazione. E attueremo un regolamento che pone limiti alla fuga dei capitali”; “Elimineremo le trattenute all'industria, alle economie regionali e ai servizi informatici e basati sulla conoscenza”; “Lanceremo un sistema fiscale che farà funzionare l'economia. Più incentivi per investimenti, produzione e occupazione”.
Alberto Fernandez e Daniel Martinez
Anche in Uruguay, pur dovendosela vedere al secondo turno - che si terrà il 24 novembre prossimo - prevale il candidato socialista del Frente Amplio, Daniel Martinez, che è in testa con il 38,5% contro il 28% del liberal-democristiano Luis Lacalle Pou, candidato del Partito Nazionale.
Daniel Martinez è l'erede politico sia del noto “presidente povero e dei poveri” José “Pepe” Mujica che di Tabaré Vazquez. I governi guidati dal Frente Amplio in questi ultimi dieci anni, hanno ottenuto ottimi risultati, sia sociali che economici. Parliamo di tentativi di autogestione delle imprese da parte dei lavoratori; della legalizzazione della marjiuana; degli investimenti nella scuola e nell'educazione, triplicati in pochi anni. Parliamo della legalizzazione del matrimonio omosessuale e l'adozione di bambini da parte di coppie omosessuali. In Uruguay l'indice di disoccupazione è peraltro sceso al 6%; i salari sono aumentati; il PIL è cresciuto del 6% in dieci anni ed il tasso di povertà è diminuito dal 39% al 6%.
Una conferma di Deniel Martinez potrebbe rafforzare tali conquiste. Una sua sconfitta potrebbe far precipitare il Paese, come accaduto con l'Argentina di Macri, indietro di decenni.
Ad ogni modo, in America Latina, checché ne dicano i grandi media europei (che poco ne parlano e, se lo fanno, lo fanno piuttosto male e in modo parziale), il Socialismo del XXI Secolo sta tornando e trionfando sull'egoismo e sulla violenza degli oligarchi e dei ricchi. Ricchi tanto invidiati e coccolati in Europa, anziché essere combattuti, in quanto – e in America Latina lo hanno ben compreso da tempo – sottraggono risorse alla comunità. Una comunità che, diversamente, merita di autogestirsi e di vivere con dignità, amore e onestà.

Luca Bagatin


martedì 15 ottobre 2019

José "Pepe" Mujica, il Presidente povero al quale Kusturica ha dedicato un film. Articolo di Luca Bagatin

José “Pepe” Mujica, un simbolo, un raro esempio di buongoverno socialista, democratico, inclusivo.
Ex Presidente dell'Uruguay dal 2010 al 2015, alla guida del Frente Amplio, seppe portare avanti progetti e ideali ritenuti ancora oggi per molti, specie nelle decadente, liberale e austera Europa, utopistici. Parliamo di autogestione delle imprese da parte dei lavoratori; della legalizzazione della marjiuana; degli investimenti nella scuola e nell'educazione, triplicati in pochi anni. Parliamo della legalizzazione del matrimonio omosessuale e l'adozione di bambini da parte di coppie omosessuali. Tutte riforme che nell'Uruguay di Mujica sono state attuate e non sono affatto state imposte ai cittadini, bensì sono nate - come ama ricordare lo stesso Mujica - anche e proprio su ispirazione dei suoi stessi concittadini.
I risultati, del resto, si sono visti e sono anche stati ottimi. In Uruguay l'indice di disoccupazione è sceso al 6%; i salari sono aumentati; il PIL è cresciuto del 6% in dieci anni ed il tasso di povertà è diminuito dal 39% al 6%.
Mujica ha impressionato il mondo soprattutto per il suo stile di vita povero, frugale, semplice.
Nato a Montevideo nel 1935 da padre di origine basca e madre di origine genovese, fu influenzato dalle idee peroniste dello zio materno.
Oltre a Peron, Mujica rimarrà affascinato dal pensiero anarchico e socialista di Proudhon, Bakunin, Kropotkine e Marx, oltre che dall'interesse per la biologia e per l'agricoltura.
Nell'Uruguay militarista autoritario degli Anni '60 sostenuto dagli USA, Mujica aderirà al Movimento di Liberazione Nazionale (MLN) Tupamaros, fondato da Raul Sendic, già militante del Partito Socialista, il quale ispirò il suo movimento a Tupac Amaru, ovvero all'ultimo sovrano dell'Impero inca, eroe dei popoli andini in lotta contro gli spagnoli.
Il MLN Tupamaros, in sostanza, attraverso l'attività di guerriglia e di assalto ad istituti bancari, mirava a combattere la deriva autoritaria e dittatoriale dei regimi neo-militaristi dell'Uruguay e a ridistribuire la terra ai contadini ed ai meno abbienti.
La violenze commesse dai guerriglieri Tupamaros, va detto, non furono mai gratuite, ma sempre dettate dalla necessità politica di liberare il Paese dall'autoritarismo al pari di quanto fecero, in quegli anni, i Montoneros peronisti, per liberare l'Argentina dalla dittatura militare.
Fra i Tupamaros, dunque, anche il nostro Mujica e Lucia Topolansky, che successivamente diverrà sua moglie, i quali purtuttavia ribadiranno sempre la loro contrarietà ad una deriva militarista del Movimento.
Nel 1972, Pepe Mujica, fu catturato dai militari e spedito in carcere, ove rimarrà sino al 1985, subendo umiliazioni e torture, sino allo stremo delle forze fisiche e psicologiche, assieme ad altri compagni del suo Movimento.
Nel 1985, con la fine della dittatura, Mujica ed i suoi compagni furono amnistiati e, pur ritornato alla sua attività di agricoltore e di fioraio, non smise mai di fare politica.
Assieme ad altri suoi compagni Tupamaros, infatti, creò il Movimento di Partecipazione Popolare che, alle elezioni del 1994, si presentò all'interno del Fronte Ampio, ovvero una coalizione eterogenea di forze di sinistra e di centro, di ispirazione socialista, cristiana e libertaria e fu eletto quale primo tupamaros in Parlamento ed il suo stile semplice e sobrio - con jeans e senza cravatta - lo caratterizzeranno subito quale politico “diverso” rispetto agli altri.
Saranno proprio la sobrietà e la ricerca della felicità per tutti, fatta anche della ricerca del tempo libero, in luogo di una vita di lavoro e di sfruttamento del lavoro attraverso la ricerca di una ricchezza effimera, i punti cardine degli ideali di Pepe Mujica. Ideali agli antipodi rispetto alla realpolitik ed alla politica tradizionale – che inizierà ad attuare già come Ministro dell'Agricoltura nel 2005, facendo abbassare il costo della carne per i meno abbienti - e saranno proprio tali ideali, assieme al suo linguaggio diretto, a renderlo popolarissimo, anche all'estero. Oltre che, come abbiamo già scritto, la sua scelta di vivere semplicemente, continuando a coltivare la terra - anche oggi che ricopre la carica di Presidente dell'Uruguay - assieme a sua moglie ed a Manuela, la sua cagnetta zoppa, permettendo ai senzatetto di utilizzare i palazzi presidenziali.
Interessante anche la sua concezione libertaria della rappresentanza popolare alle elezioni, molto vicina all'idea dell'Agorà greca. In un'intervista, infatti, egli affermò: “La gente prende molto sul serio il tema della rappresentanza e finisce per credere di rappresentare qualcuno. Per me è un'idea assurda, anche se la Costituzione dice varie cose, e in questo credo di continuare ad essere un libertario. Nessuno rappresenta gli altri”.
Nell'ottobre 2009, José Mujica è dunque candidato del Fronte Ampio alle elezioni nazionali e ne esce vincitore con il 52% dei consensi. Dei risultati soddisfacenti del suo governo abbiamo già parlato. Rimane solo da aggiungere la sua critica al consumismo ed al capitalismo, oltre che all'austerità. Lo fa in più occasioni, anche di fronte a Capi di Stato e di Governo distratti, in video che, purtuttavia, faranno il giro del mondo attraverso il web.
A proposito dell'austerità praticata anche dalla nostra Europa, Pepe Mujica afferma:
La sobrietà è concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L'alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui che però ti tolgono il tempo per vivere... Lo spreco è invece funzionale all'accumulazione capitalista che implica che si compri di continuo, magari indebitandosi sino alla morte”.
Concetti semplici, ma gli unici davvero, che hanno affascinato persino il regista jugoslavo Emir Kusturica, il quale gli ha dedicato un film documentario dal titolo “Pepe Mujica - Una vita suprema”, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2018 e nelle sale dal 13 al 16 ottobre.
Un film nel quale Mujica si racconta a Kusturica e lo fa con la profonda umiltà e semplicità che lo contraddistinguono. Mostrando la sua umile vita di agricoltore, quale è sempre stato, pur avendo ricoperto la carica di Presidente e peraltro di unico leader mondiale ad essersi ridotto drasticamente lo stipendio.
Mujica racconta che l'esperienza del carcere, in isolamento, durante la dittatura militare, lo ha segnato molto. Ma lo ha segnato in bene, ovvero gli ha permesso di essere meno superficiale e più vicino al prossimo e al popolo. Egli afferma, altresì che in politica occorre “scegliere persone dal cuore grande e dal portafogli piccolo”, ricordando che essa è servizio ai cittadini, non bramosia di potere né arricchimento personale.
In Europa si può stentare spesso a credere che Mujica possa essere un essere umano in carne ed ossa, probabilmente. Purtuttavia, nel solco del Socialismo latino e latinoamericano, rimane, assieme a Juan Peron, Che Guevara, Fidel Castro, Hugo Chavez, Evo Morales, Danuel Ortega, Nicolas Maduro e i coniugi Kirchner, un raro esempio di governante popolare e populista, ovvero al servizio della comunità.
Un esempio in grado di farci riflettere relativamente alla crisi mondiale che ci sta attanagliando e dalla quale possiamo uscire solo attraverso l'esempio di queste figure storiche e contemporanee, per quanto rare possano essere o essere state.

Luca Bagatin

lunedì 5 novembre 2018

Contro il pensiero unico liberal-capitalista il Forum del Pensiero Critico, per una alternativa Socialista. Protagonisti: Cristina Kirchner, Dilma Roussef e José "Pepe" Mujica. Articolo di Luca Bagatin

Con la recente vittoria alle elezioni presidenziali brasiliane del liberal-capitalista Jair Bolsonaro, il sogno di una America Latina socialista, anticapitalista e sempre più unita e integrata sembra via via sfumare. Ciò fa il paio con le politiche globaliste del liberal-capitalista argentino Mauricio Macri - ormai sempre più legato al Fondo Monetario Internazionale ed alle sue politiche di deregolamentazione e austerità - e al voltafaccia del premier equadoriano Lenin Moreno il quale, pur eletto nelle file socialiste e correiste, sta attuando una politica di stampo capitalista e filo statunitense, tradendo il suo mandato elettorale.
A resistere solo Cuba, il cui nuovo Presidente Miguel-Diaz Canel ha riaffermato i valori fondanti della Rivoluzione socialista e la prosecuzione del processo sociale e di emencipazione del suo popolo; il Venezuela bolivariano e socialista di Maduro; il Nicaragua sandinista di Ortega; la Bolivia indigenista e socialista di Morales e l'Uruguay del socialista Tabaré Vasquez.
Di fronte all'avanzare del globalismo in America Latina e ormai in tutto il mondo - dagli USA all'Europa sino alla Russia putiniana capitalista - dal 19 al 23 novembre si terrà a Buenos Aires in Argentina il Primo Forum Mondiale del Pensiero Critico, ovvero una sorta di "anti- G20": un incontro anti-globalizzazione con la presenza di intellttuali e politici alternativi al liberal-capitalismo.
L'incontro, organizzato dal Consiglio Latinoamericano delle Scienza Sociali, vedrà protagoniste l'ex Presidentessa dell'Argentina, la peronista Cristina Kirchner e l'ex Presidentessa del Brasile, la socialista Dilma Roussef, oltre che l'ex Presidente dell'Uruguay - il presidente povero e dei poveri - José "Pepe" Mujica.
Oltre a costoro saranno presenti, quali relatori: la Presidentessa delle Nonne di Plaza de Mayo Estela Carlotto; il vocepresidente della Bolivia Alvaro Garcia Linera; il leader spagnolo di Podemos Pablo Iglesias; la candidata alla vicepresidenza del Brasile per il Partito dei Lavoratori Manuela D'Avila; l'ex Presidente della Colombia Ernesto Samper; l'avvocato argentino e attivista per i diritti civili, ambientali, sociali e umani Juan Grabois; l'antropologa femminista Riga Segato; il giornalista Ignacio Ramonet; il candidato di sinistra alla presidenza della Colombia Gustavo Petro ed il fondatore di Podemos Juan Carlos Monedero.
Molte altre presenze prestigiose sono attese e sarà una occasione per discutere e elaborare proposte per una prospettiva alternativa rispetto all'ineguaglianza, all'ingiustizia ed alla perdita di democrazia fomentate dalla globalizzazione capitalista, ovvero proposte alternative rispetto ad una politica volta a garantire unicamente i ceti sociali più ricchi e oligarchici.

Luca Bagatin


lunedì 13 novembre 2017

José "Pepe" Mujica, ex Presidente dell'Uruguay, chiama a raccolta i militanti in difesa della democrazia, contro l'offensiva capitalista e neoliberale e contro la mercificazione della vita in America Latina

L’ex presidente dell’Uruguay, Jose "Pepe" Mujica, invita i «militanti delle organizzazioni sociali» di tutta l’America Latina a partecipare alla Conferenza Continentale per la Democrazia e Contro il Neoliberismo, con l’obiettivo di combattere la regressione politica diffusa.
L’incontro, previsto a Montevideo dal 16 al 18 di novembre, ha l’obiettivo di connettere fra loro le varie lotte contro l’offensiva dei capitalisti nell’intero Continente.


"Basta col neoliberismo in America Latina ! Il 16 e 17 novembre invito a Montevideo (Uruguay) tutte le organizzazioni sociali, partiti, sindacati per unirci e costruire un fronte che freni l'avanzata neoliberale che sta creando ingiustizia sociale, assenza di lavoro, distruzione ambientale" ha affermato l'ex Presidente socialista dell'Uruguay Pepe Mujica.


fonte: https://www.telesurtv.net/english/news/Mujica-Militant-Latin-America-Must-Reject-Neoliberalism-20171110-0027.html

lunedì 18 settembre 2017

"Todos Somos Venezuela": dialogo mondiale per la pace, la sovranità e la democrazia bolivariana. Articolo tratto da TeleSur e l'Antidiplomatico



Circa 197 delegati internazionali provenienti dai cinque continenti del mondo si riuniscono da oggi presso il Teatro Teresa Carreño di Caracas, capitale del Venezuela, con l’obiettivo di dialogare in favore della pace nel paese sudamericano.
Per l’iniziativa ‘Todos Somos Venezuela’: dialogo mondiale per la pace, la sovranità e la democrazia bolivariana, che si terrà fino al prossimo 19 settembre, dove sarà approvato un piano internazionale di azione di solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana.
Questa giornata mondiale si svilupperà in due fasi. Tra il 16 e il 17 si insedieranno cinque tavoli di lavoro che culmineranno nella Dichiarazione dei Popoli in Difesa della Rivoluzione Bolivariana (Dichiarazione di Caracas).
Nei tavoli di lavoro saranno dibattuti temi che riguardano la difesa della sovranità e la pace, la lotta contro la guerra, l’imperialismo, il suprematismo razziale, la controrivoluzione finanziaria globale e i diritti della madre terra.
Nei giorni 18 e 19 gli invitati internazionali conosceranno alcune esperienze del processo rivoluzionario venezuelano, con visite presso urbanizzazioni della Gran Misión Vivienda Venezuela (GMVV) e incontri con realtà produttive.
In questi due giorni saranno inoltre organizzati dei forum sulla difesa integrale della nazione, l'unione civico-militare e l'antimperialismo. Le sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti contro la nazione sudamericana saranno uno degli argomenti da discutere.
Il presidente venezuelano Nicolás Maduro, che ha convocato i popoli a prendere parte a questa giornata internazionale il 20 agosto, ha ribadito il suo invito alla vigilia.
«Invito tutto il popolo, il movimento popolare, i movimenti di opinione, gli intellettuali venezuelani, i movimenti sociali del Venezuela, i movimenti politici, i partiti del Gran Polo Patriottico a questa giornata mondiale che si sta per sviluppare a Caracas per il dialogo mondiale per la pace, la sovranità e la democrazia bolivariana del Venezuela», ha esortato.
Nelle riunioni preparatorie della giornata internazionale hanno preso parte, tra gli altri, il Movimento Patria Grande dell’Argentina, il Movimento dei Lavoratori Sin Tierra del Brasile, i Circoli Bolivariani di New York, il Movimento dei Poveri degli Stati Uniti, la France Insoumise e il Frente Amplio dell’Uruguay.
«La consegna è una sola: Todos Somos Venezuela e ci saranno una serie di iniziative a livello di reti sociali (…) in vari idiomi ci saranno campagne mondiali, un gran dialogo perché il Venezuela ha diritto a difendersi e ha chi lo difende qui e nel mondo intero», ha sottolineato il presidente.

(Traduzione dallo spagnolo per l'AntiDiplomatico di Fabrizio Verde)

(Manifestazione a sostegno del Venezuela in Gran Bretagna, 17 settembre 2017)

lunedì 2 maggio 2016

"Amore e Libertà" sostiene la campagna "Legalizziamo!" per la legalizzazione di cannabis e derivati. Articolo di Luca Bagatin

Chi scrive, a soli diciotto anni fondò, a Pordenone, il “Comitato In/Coscienza per l’uso legale della cannabis”, assieme ad amici delle più varie tendenze politiche. Era 1997 e, l’anno seguente, l’allora sottosegretario alla Giustizia, il deputato dei Verdi Franco Corleone, presentò una proposta di legge di regolamentazione e dunque di legalizzazione delle non-droghe (firmata anche dall’attuale Presidente della Regione Lombardia , Roberto Maroni).
Il nostro scopo, mediante convegni pubblici, raccolte di firme e ordini del giorno presentati in Consiglio comunale (proprio dall'ex Sindaco di Pordenone Sergio Bolzonello) pubblicate sulla stampa e sulle reti televisive locali, era quello di sensibilizzare la cittadinanza relativamente all’opportunità di legalizzare cannabis e derivati e, dunque, di togliere alla criminalità organizzata una buona fetta di "mercato" illegale. Inoltre, informavamo i cittadini e la classe politica relativamente al fatto che ogni anno l’Unione Europea destina fior fior di danaro in favore degli innumerevoli utilizzi industriali della canapa indiana o cannabis: dai carburanti poco inquinanti, passando al cordame, sino ai saponi, alla birra e alle fibre sintetiche. Senza contare i molti malati di tumore che, anche in Italia, fanno uso di marijuana per alleviare le proprie sofferenze. Facevamo presente, peraltro, dati alla mano, che i derivati della cannabis, ovvero marijuana e hashish, non possono essere classificati come ‘droghe’, sotto un profilo medico-scientifico, in quanto non danno alcuna dipendenza fisica (pensiamo invece a quante droghe legali esistono in commercio: dal tabacco all’alcol e ai danni devastanti che il loro uso smodato crea).
Ad oggi, dopo la fallimentare legge proibizionista "Jervolino – Vassalli" (che fu in parte abrogata con il referendum del 1993, vinto a maggioranza) e la "Fini – Giovanardi", la situazione è ulteriormente peggiorata, con grande svantaggio per i consumatori abituali di cannabis e derivati (che certo non vanno, né possono, essere considerati e/o trattati come criminali) e viceversa grande vantaggio per le organizzazioni criminali che, invece, su queste (e altre) sostanze lucrano.
Sarebbe ora, dunque, di rilanciare un sano antiproibizionismo laico sulle non-droghe, che possa guardare al civilissimo Uruguay, all'Olanda, alla Spagna ed alla Svizzera, ove addirittura i tossicodipendenti sono trattati per mezzo della somministrazione controllata di eroina, ovvero evitando il brusco passaggio alla totale astinenza (con tutti gli scompensi che ne derivano). Ad oggi, purtroppo, quasi nessuno parla più di antiproibizionismo salvo i Radicali. Nemmeno sulla ricerca scientifica. Siamo tristemente un Paese medievale, con pericolose tendenze al favoreggiamento del crimine organizzato. E ciò è veramente drammatico.
Non posso dunque non appoggiare e sottoscrivere la raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare proposta in questi giorni dai Radicali e dall'Associazione Luca Coscioni per la legalizzazione di cannabis e derivati (si veda al sito http://www.legalizziamo.it) .
E, come diceva l'amico Peter Boom all'inizio di ogni nuova battaglia: Forza ragazze e ragazze ! Oléééé !

Luca Bagatin
Presidente e fondatore del pensatoio “Amore e Libertà”


giovedì 14 aprile 2016

Il paese dell'utopia: l'Uruguay di Garibaldi, Batlle y Ordonez e José "Pepe" Mujica. Articolo di Luca Bagatin

L'Uruguay, nello scacchiere geopolitico, appare Paese marginale. Purtuttavia, sotto il profilo umano e sociale è un Paese modello, al quale, non a caso, sono stati dedicati diversi saggi e reportage.
Ultimo ma non ultimo l'agile saggio di Leonardo Martinelli – giornalista de “Il Sole 24 Ore” - “Il paese dell'utopia – viaggio nell'Uruguay di Pepe Mujica”, edito da Laterza.
Il Paese dell'utopia è, appunto, l'Uruguay. Il Presidente che lo ha reso un Paese socialmente e umanamente progredito è José “Pepe” Mujica, di cui, peraltro, abbiamo già parlato in numerosi articoli.
Il saggio di Martinelli, ad ogni modo, ha il pregio di condurre il lettore all'interno del piccolo, ma vitalissimo Paese latinoamericano. Paese laico e anticlericale sin tai tempi del suo storico Presidente José Batlle y Ordonez (1856 - 1929), al quale Mujica si è ispirato. Paese tollerante, civile e democratico.
Ma, andiamo con ordine.
Martinelli esordisce raccontandoci il suo primo viaggio in Uruguay nel 2003 e racconta di un Paese ove il tasso di disoccupazione era del 16%, ovvero ben oltre quello italiano dell'epoca, che era del 9%. Nel 2015, invece, la tendenza si è radicalmente capovolta: il tasso di disoccupazione italiano è salito al 12%, mentre quello uruguayano è sceso al 6% ! Merito di politiche globaliste, keynesiane e/o di austerità ? Niente affatto: merito delle politiche socialiste e libertarie introdotte dal Frente Amplio guidato da Pepe Mujica. Politiche che hanno portato a legalizzare la marijuana (demonizzata in Occidente sin da quando il Presidente USA Franklin Delano Roosevelt, nel 1937, la mise fuori legge in quanto le fibre di canapa indiana risultavano non solo utili per produrre biocombustibile e ciò avrebbe messo in crisi il settore petrolifero, ma anche più economiche e resistenti di quelle prodotte dai grandi magnati della cellulosa, sostenitori di Roosevelt); riformato la sanità, finanziata attraverso i contributi dei lavoratori e delle imprese; puntato all'autogestione delle impese da parte dei lavoratori e ridotto i consumi interni. Lo stesso Mujica, amante della sobrietà, si è ridotto lo stipendio del 90%, arrivando a guadagnare circa mille euro mensili !
Tutto ciò, oltre a ridurre la disoccupazione, ha portato ad un aumento dei salari, ad una crescita del PIL del 6% e a una diminuzione del tasso di povertà dal 39% al 6%.
“Pepe” Mujica, che oggi ha lasciato la carica di Presidente per cederla al suo vice Tabaré Vazquez, fu peraltro eletto Presidente all'età di 74 anni, nel 2009, con alle spalle una vita da ex guerrigliero tupamaro contro la dittatura ed un lavoro da agricoltore e da fioraio. Tutt'altro, insomma, del giovinastro figlio di papà cresciuto in qualche collegio britannico.
Leonardo Martinelli, oltre ad analizzare gli effetti positivi delle riforme portate avanti dal Presidente Mujica, condensa nel suo saggio la storia dell'Uruguay a partire dalla definizione della scrittrice ed esploratrice Rosita Forbes che, sbarcata in Uruguay nel 1932, lo definì “paese dell'utopia” in quanto già allora vantava un'organizzazione sociale e civile all'avanguardia, anche sul piano dei diritti delle donne e ciò proprio grazie al già citato Presidente del Partito Colorado José Batlle y Ordonez, la cui formazione politica era repubblicana, anarchica e socialista-proudhoniana ed amava dire che “i poveri dovevano diventare meno poveri, mentre i ricchi più ricchi”.
Fu Batlle Ordonez, ad esempio, a proporre per primo che i dipendenti delle aziende pubbliche e private dovessero ricevere una quota dell'utile dell'impresa stessa, anticipando così il concetto di autogesione portato poi avanti nel secolo attuale da Mujica.
Capitolo degno di nota del saggio di Martinelli è quello dedicato al nostro Giuseppe Garibaldi, che proprio in Uruguay fu celebrato eroe nazionale. Fu proprio nella capitale, Montevideo, che Garibaldi aderì alla Massoneria, entrando nella Loggia “Les Amis de la Patrie” e fu in quella città che iniziò ad ispirarsi al socialismo umanitario. Allorquando scoppiò la guerra civile fra le fazioni “colorados” e “blancos” - che durò dal 1839 al 1851 – Garibaldi vi partecipò schiarandosi con i “colorados” - espressione di laicità ed emancipazione, essendo peraltro i primi a parlare di diritti civili e di abolizione della schiavitù – schierando con loro la Legione Italiana, composta da esuli mazziniani e repubblicani come lui.
Quelle lotte a fianco dei “colorados” lasciarono un segno profondo nell'immaginario degli uruguaiani, al punto che il “garibaldinismo”, in Uruguay, è considerato ancora oggi una vera e propria corrente politica e di pensiero, che inevitabilmente influenzò prima il Presidente Batlle Ordonez ed oggi José Mujica.
Il viaggio nel “paese dell'utopia” di Leonardo Martinelli, ad ogni modo, non si esaurisce qui. Prosegue nell'illustrare la pesenza di una nutrita comunità valdese in Uruguay – Colonia Valdense - approdata nel 1858 dal Piemonte a seguito delle presecuzioni in quelle terre. Colonia ottimamente integrata proprio grazie al fatto che la Chieda Valdese è una confessione aperta, tollerante e laica e dunque in totale sintonia con i valori del Paese che la ospita.
Degno di nota il capitolo dedicato alla visita di Che Guevara in Uruguay che, al pari di Garibaldi, influenzò molto la cultura politica degli uruguaiani. Che Guevara, giunto in visita nel 1961 a Punta del Este a rappresentare Cuba in seno all'Organizzazione degli Stati Americani (OAS), puntò il dito contro la proposta del Presidente USA John Kennedy di creare quella che fu chiamata “Alleanza per il Progresso” allo scopo di rovesciare la Rivoluzione Cubana e favorire gli interessi delle multinazonali straniere - in particolare statunitensi - in America Latina, oltre che quelli del Fondo Monetario Internazionale. Parlando in tal senso, il “Che”, infiammò gli animi degli uruguaiani, fra cui quello del giovane Mujica.
José Mujica in un primo tempo si legò politicamente a Enrique Erro, deputato del Partido Blanco. Successivamente, nel momento in cui l'Uruguay si stava progressivmente avviando verso una deriva autoritaria e dittatoriale, aderì al Movimento di Liberazione Nazionale Tupamaros, fondato dal socialista proudhoniano Raul Sendic. Fu all'interno del movimento che, peraltro, conobbe la sua futura moglie, Lucia Topolansky.
I Tupamaros si trovarono dunque a lottare contro un governo dittatoriale supportato dal governo USA che, dal 1969, attraverso l'agente della CIA Dan Mitrione, torturò centinaia di prigionieri attraverso tecniche totalmente disumane. Alla faccia della più grande democrazia liberale d'Occidente !
Anche José “Pepe” Mujica finì in prigione, nel 1972, e fu torturato. Vi uscirà solo nel 1985, alla fine della dittatura militare, per iniziare a lavorare come agricoltore e fioraio.
Con i suoi vecchi compagni Tupamaros fonderà, poco tempo dopo, il Movimento di Partecipazione Popolare che, alle elezioni del 1994, si presenterà all'interno della coalizione del Frente Amplio, comprendente socialisti, democristiani e libertari. Mujica fu così eletto in Parlamento.
Nel 2005, il “Pepe”, sarà nominato Ministro dell'Agricoltura e, finalmente, nel 2009, sarà candidato alla Presidenza della Repubblica ed eletto con il 52% dei voti.
Il saggio di Leonardo Marinelli parla dunque di questo e di altro. Parla di un Paese fiero e laico, con le sue ferite, ma anche con la sua voglia di ricominciare, senza odio per gli avversari. Un Paese emblema del riscatto Latinoamericano e del Socialismo del XXIesimo secolo. Un socialismo libertario e anarchico, se vogliamo, che fonda le sue radici nell'amore per il prossimo.
“Non esiste alcuna dipendenza buona, a eccezione di quella dell'amore”, sostiene Mujica. Frase che, non a caso, viene riportata dall'autore del saggio “Il paese dell'utopia” in appendice del testo fra le “parole chiave” del “Pepe-pensiero”.
Un Paese da cui abbiamo molto da imparare noi europei e noi occidentali. Un Paese che ha compreso che, per vivere bene e liberi, occorre vivere di e con poco. Un Paese laico e a-confessionale, in cui, proprio per questo, sono rispettate le idee di tutti.
Uruguay: patria d'elezione di Giuseppe Garibaldi, Paese dell'utopia e del primo Presidente povero del mondo: José Mujica, il cui esempio di vita e la cui storia politica terremo sempre nel cuore.

Luca Bagatin