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domenica 8 dicembre 2024

Dopo la Libia, cade anche la Siria laica e socialista e adesso? Articolo di Luca Bagatin

 

Nel 2011 accadde alla laica e socialista Libia, guidata da Mu'Ammar Gheddafi. Anche allora gli islamisti, destabilizzarono in Paese, uccisero Gheddafi e distrussero ogni forma di laicità, socialismo e democrazia nel Paese.

Oggi accade alla laica e socialista Siria, guidata da Bashar al-Assad, rieletto, peraltro, nel 2021, con un'ampia maggioranza di consensi.

Deposto dai soliti islamisti, destabilizzatori, impropriamente definiti “ribelli” dai media nostrani.

Addio laicità, addio socialismo arabo, unico baluardo contro l'Islam radicale.

Del resto, anche nell'allora Jugoslavia, socialista e laica, accadde la stessa cosa, nei primi anni '90.

E i Paesi liberal capitalisti, USA in primis, a soffiare sul fuoco, anziché spegnerlo.

Solamente la Russia e la Cina sono state in prima linea contro il terrorismo destabilizzatore in Siria.

USA e UE temono oggi, giustamente, la radicalizzazione della Siria nelle mani degli islamisti, ma cosa hanno fatto sino ad oggi?

Cosa hanno fatto, in questi anni, a parte sostenere e inviare armi a governi guerrafondai e di destra più o meno estrema, oltre che sanzionare Paesi laici e socialisti (vedi la stessa Siria, oltre che Cuba, il Venezuela, ma non solo)?

Tralasciando la politica pessima e sconsiderata di Biden, il neo-eletto Trump, peraltro, farebbe malissimo a volere che gli USA lasciassero la NATO, ma dovrebbe rendersi promotore di un rinnovamento della NATO e di un totale cambio di passo dell'Alleanza.

Promuovendo l'entrata, nell'Alleanza Atlantica, anche di Russia (che lo chiese negli Anni 2000) e di Cina (ci fu qualche dirigente cinese che, nel 1999, avanzò tale ipotesi), oltre che di altri Paesi, BRICS in primis, lavorando, così, alla cessazione di ogni conflitto e controversia internazionale.

Rendendo l'Alleanza in grado di lavorare, dunque, a cose serie e davvero utili e necessarie: sicurezza internazionale, lotta al terrorismo e al cyberterrorismo, prevenzione delle calamità naturali in primis.

Il mondo è cambiato e gli USA, oltre che l'altrettanto irresponsabile UE, dovrebbero rendersene conto.

Non esiste più un'egemonia mondiale ed è giusto e naturale che sia così.

Il mondo è multipolare e si trova difronte nuove sfide e pericoli da affrontare. Fra questi il fondamentalismo religioso e nuovi episodi di intolleranza, oltre che conflitti inimmaginabili persino durante la terribile Guerra Fredda.

Situazioni che le attuali leadership di USA e UE non sembrano affatto in grado di voler affrontare con serietà e capacità, anzi, sembrano continuare a soffiare sul fuoco.

Trump, peraltro, parla ancora di dazi, altra misura totalmente ideologica e economicamente svantaggiosa per tutti.

Le divisioni in blocchi, le ideologie, le contrapposizioni, non fanno che impedire ciò che serve davvero e mai come in questi anni di follia e sconsideratezza: dialogo, cooperazione, stabilizzazione, prosperità comune, sicurezza.

Vedremo nuovamente la luce in questa oscurità?

Luca Bagatin

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martedì 28 dicembre 2021

In Libia si rinviano le elezioni perché si teme il ritorno di Gheddafi. Articolo di Luca Bagatin

Le elezioni presidenziali, in Libia, si sarebbero dovute tenere il 24 dicembre, ma, ancora una volta, sono state rinviate.

Ennesimo rinvio. Ennesimo mancato appuntamento per un definitivo cambio di governo in Libia, che avrebbe, molto probabilmente, messo fine all'instabilità di questi decenni, dopo il colpo di Stato contro Gheddafi. Golpe che ha aperto la strada al fondamentalismo e al caos.

Non ci sono le condizioni per tenere le elezioni, si dice. Il Parlamento libico non fissa alcuna data. Parlamento nel quale non è presente il partito socialista, laico e di sinistra, pro-Gheddafi, in quanto gli è proibito presentare liste elettorali, sin dal 2012.

Il tentativo di estromettere dalla corsa alle presidenziali il figlio di Mu'Ammar Gheddafi, Saif, candidato del “Fronte popolare per la liberazione della Libia”, di ispirazione laica e socialista araba, è fallito e, quindi, essendo egli, secondo tutti i sondaggi il favorito alla Presidenza, con oltre il 50% dei consensi, non potevano far altro che rinviare le elezioni.

Non sia mai che in Libia torni la democrazia, il socialismo e la laicità.

In Libia, dunque, regnano ancora l'incertezza e il caos. Complici i veti incrociati e le interferenze straniere, mentre il Paese rischia una nuova guerra interna. Nel silenzio assordante dell'Unione Europea.

Marco Rizzo, Segretario del Partito Comunista ha affermato, significativamente, sulla sua pagina Facebook: “Esiste qualche giornalista che ha il coraggio di dire che le elezioni in Libia si faranno solo se viene messo fuori quello che sarebbe il vero vincitore? E cioè Saif Gheddafi. E cioè l’unico che si scaglierebbe contro le milizie, contro il furto di petrolio e contro le migrazioni forzate”.

Luca Bagatin

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domenica 14 novembre 2021

Libia. Saif Gheddafi si candida alle elezioni per far uscire il Paese dal caos. Articolo di Luca Bagatin

 

Saif Al-Islam Gheddafi, 49 anni, secondogenito del Rais libico Mu'Ammar Gheddafi, presentando e sottoscrivendo i documenti presso la commissione elettorale di Sabha, ha ufficializzato – il 14 novembre - la sua candidatura a Presidente alle elezioni che si terranno in Libia il prossimo 24 dicembre.

Da tempo, Saif Al-Islam Gheddafi, aveva dichiarato di voler candidarsi per “liberare il territorio dal controllo delle organizzazioni terroristiche e dagli stranieri” e, nel 2016, aveva fondato il partito “Fronte popolare per la liberazione della Libia”, di ispirazione laica e socialista araba.

Fronte che, in tutti questi anni, non ha mai smesso di lottare, nel Paese, per il ritorno della democrazia, della sovranità libica e del socialismo.

Sono passati esattamente dieci anni dalla barbarica uccisione di Mu'Ammar Gheddafi, ad opera dei ribelli fiancheggiati dalla NATO, dalla Francia, dalla Gran Bretagna e dagli USA, nell'ambito delle sedicenti “primavere arabe”, volte a soffocare il socialismo panafricano e panarabo e, quindi, destabilizzare la Libia e i Paesi ad essa vicini, sostenendo il fondamentalismo islamico.

Gheddafi fondò, nel 1977, la Jamahiriya, ovvero la Repubblica Popolare e Socialista di Libia, edificata sul socialismo e la democrazia diretta popolare e, dalla sua morte, avvenuta il 20 ottobre 2011, per la Libia fu il caos, il tracollo sociale, economico, civile e democratico.

Caos che permane e che solo elezioni libere e democratiche, libere da ingerenze degli USA, dell'UE e dal fondamentalismo islamico, le potrebbero ridare stabilità.

Saif Al-Islam Gheddafi, ultimo dei sostenitori istituzionali del padre, fu per questo imprigionato e scarcerato nel 2015, a seguito di un'amnistia.

Secondo una stima, i suoi sostenitori, supererebbero ampiamente il 50% dei libici, i quali non hanno mai dimenticato le riforme sociali, socialiste e democratiche varate dal padre e non hanno mai dimenticato le ingerenze euro-statunitensi che hanno destabilizzato e distrutto il loro Paese.

Saif Ghaddafi ha spesso inoltre ricordato come le idee del padre (grande estimatore di Rousseau e degli anarchici Proudhon e Bakunin), contenute nel “Libro Verde, ”, abbiano conquistato l'Occidente, come ad esempio l'uso dei referendum popolari e l'azionariato popolare delle imprese.

Luca Bagatin

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lunedì 30 agosto 2021

Hanno provato a liquidarlo, ma il Socialismo non muore. Articolo di Luca Bagatin

La liquidazione politica di Bettino Craxi, da parte dei poteri forti internazionali, finanziari, ma anche militari e politici, con sede negli USA e nelle stanze di Bruxelles, coincise con la fine politica del Socialismo in Europa.

L'implosione dell'URSS e dei Paesi del Patto di Varsavia, contro la volontà dei rispettivi popoli, ma causate da golpe interni con il contributo esterno; la guerra che distrusse la Jugoslavia socialista; la guerra che distrusse l'Iraq socialista; la guerra che distrusse l'Afghanistan socialista e poi ancora, anni dopo, la guerra che distrusse la Libia socialista (e quella che tentò ti distruggere la Siria socialista).

E, ancora, i tentativi di golpe anti-socialisti in America Latina, sempre in agguato in Venezuela e a Cuba, ma che colpirono la Bolivia di Morales e l'Ecuador di Correa e il tentativo di liquidazione per via giudiziaria del socialismo brasiliano di Lula e del peronismo argentino della Kirchner.

Tutte cose sostenute dagli USA e dai suoi alleati, UE in primis.

Bettino Craxi se ne accorse tardi. Ma se ne accorse. Quando puntò il dito contro la globalizzazione liberal-capitalista, affermando: “Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”.

E quando scrisse il suo romanzo verità, pubblicato postumo, "Parigi - Hammamet": http://amoreeliberta.blogspot.com/2020/02/parigi-hammamet-il-thriller-inedito-di.html.

Il Socialismo doveva morire, perché l'idea che gli oppressi prendessero in mano le redini del loro destino, sottomettendo gli sfruttatori capitalisti e borghesi, non poteva essere accettata.

Nonostante questo, oggi, molti Paesi socialisti resistono. Dalla Cina a Cuba, dal Vietnam al Venezuela; dalla Corea del Nord alle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk; dalla Siria al Laos e non solo.

Non è solo un'idea che non muore, ma le fondamenta di una civiltà che, quando sono solide, non possono crollare.

Da non dimenticare, ma anzi da sottolineare che, tanto lo scopo dell'anarchismo socialista di Proudhon (esaltato da Craxi), che il marxismo-leninismo, hanno come scopo l'estinzione della classe borghese e la dissoluzione dello Stato.

Ovvero l'avvento di una società completamente democratica e paritaria. Ovvero completamente socialista e autogestita.

La strada è sempre ardua, ma la Storia ha tutto da insegnare.

Luca Bagatin

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venerdì 18 giugno 2021

Muore a 97 anni Kenneth Kaunda, primo Presidente dello Zambia indipendente e leader socialista panafricano. Articolo di Luca Bagatin

Kenneth Kaunda, conosciuto anche come KK, fu un eroe panafricano in lotta contro il colonialismo britannico.

Spentosi il 17 giugno scorso, a 97 anni, fu Presidente dello Zambia per 27 anni, dopo averlo liberato dal colonialismo e averlo emancipato socialmente e economicamente.

Nato nel 1924, si avvicinò alla politica nel 1951, entrando a far parte del Congresso Nazionale Africano della Rhodesia del Nord, movimento politico in lotta contro il suprematismo bianco britannico e in favore dell'indipendenza del Paese.

Per questo suo attivismo finì, nel 1955, in carcere, condannato, con i suoi compagni, ai lavori forzati.

Nel 1961, Kaunda, lanciò una campagna di disobbedienza civile contro le autorità e, l'anno successivo, si presentò alle elezioni come candidato del Partito Unito dell'Indipendenza Nazionale (UNIP). Partito che, con il Congresso Nazionale Africano, riuscirà a formare un governo di coalizione, giungendo, nel 1964, a decretare lo scioglimento della federazione di Rhodesia e Nyasaland e portendo il Paese a divenire Zambia indipendente che elesse, come primo Presidente, proprio Kenneth Kaunda.

Le sue idee saranno improntate a quello che viene definito socialismo africano, ovvero al rifiuto del sistema capitalistico dei colonizzatori europei e ad un recupero dei valori tradizionali africani, quali il senso di comunità, della famiglia e la dignità del lavoro agricolo. Ovvero un socialismo che riaffermava l'identità africana e le sue tradizioni.

Kaunda ribattezzò tale socialismo “umanesimo zambiano” e univa idee sia del socialismo sovietico che valori arcaici della cultura africana, fondati sull'aiuto reciproco e sulla fiducia nei confronti dei componenti della comunità.

Tale visione socio-economica portò lo Zambia a sviluppare rapidamente le sue infrastrutture e l'industria e a nazionalizzare le risorse naturali del Paese, restituendo ai cittadini la proprietà delle miniere di rame e di molte altre proprietà, finalmente sottratte ai colonizzatori.

Le politiche sociali di Kaunda portarono a sviluppare un forte sistema scolastico pubblico e gratuito; furono garantite borse di studio ai più meritevoli e fondati diversi istituti universitari.

Kaunda fu, dunque, al pari di Thomas Sankara, Kwame Nkrumah, Ahmed Sékou Touré, Mu'Ammar Gheddafi, Nelson Mandela (di cui fu sostenitore) e molti altri socialisti africani, un grande leader panafricano e per l'emancipazione dell'Africa, pur fra i mille ostacoli dovuti alle interferenze dei Paesi ex coloniali europei e degli USA. I quali, ancora oggi, in Africa e non solo, fanno il bello e il cattivo tempo...fingendo di esportare “democrazia e libertà”.

Kaunda fu anche un solido sostenitore del Movimento dei Non Allineati e fu legato ad una profonda amicizia con il Presidente socialista jugoslavo Tito Broz, peraltro già grande amico di Gheddafi e di tutti i Paesi del Terzo Mondo socialisti, laici e non allineati.

Fu peraltro amico personale dei leader cinesi Mao Zedong, Zhou Enlai e Deng Xiaoping e sulla Cina, grande partner commerciale dello Zambia, ebbe a dire: “La Cina ci ha aiutato a lottare per la nostra indipendenza. La Cina ha aiutato molti altri paesi in Africa a ottenere la loro indipendenza. Ora stanno lavorando con noi per aiutarci a sviluppare le nostre economie. È quello che sta facendo la Cina, aiutandoci, come amici, autentici amici”.

Negli Anni '80, Kaunda, fu vicino, oltre che al Presidente socialista cubano Fidel Castro, anche al Presidente iracheno bah'atista (socialista) Saddam Hussein, impropriamente definito, dai neocolonialisti, un “dittatore”.

Kenneth Kaunda, che diede le dimissioni da Presidente nel 1991, è tutt'ora molto ricordato in Zambia e la sua scomparsa ha intristito molto il Paese e il suo attuale Presidente Edgar Lungu (esponente del socialdemocratico Fronte Patriottico), il quale lo ha a lungo ricordato su Facebook.

Luca Bagatin

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sabato 21 novembre 2020

Superare l'ideologia del lavoro e lo sfruttamento del lavoro salariato. Articolo di Luca Bagatin

 

La vita non è fatta solo per lavorare, ma ha bisogno di tempo libero per l’esercizio della libertà. Non si può vivere oppressi dal mercato che ci obbliga a comprare, comprare, perché non paghi con i soldi, ma con il tempo della tua vita”.

Questo uno degli insegnamenti fondamentali che ci ha lasciato l'ex Presidente socialista dell'Uruguay, José “Pepe” Mujica. Il Presidente povero e dei poveri, che ha governato il suo Paese dal 2010 al 2015 (e fu Ministro dell'Agricoltura e della Pesca dal 2005 al 2008). Risollevandone le sorti e attuando politiche sociali e socialiste, sul modello autogestionario e libertario.

Un modello che supera l'insana “ideologia del lavoro” ad ogni costo. E che supera il conseguente “sfruttamento dal salario”. Un modello che guarda, invece, a quello che Mujica stesso definì “un cammino di lotta al servizio e in solidarietà con gli altri esseri umani”. Ovvero “una politica permanente a favore di chi ha la volontà di lavorarla”, ad esempio organizzando “colonie di terra pubblica in cui si paga un affitto”.

Un modello non dissimile da quello della Jugoslavia di Tito, fondato sull'autogestione delle imprese e della Libia del Raìs Mu'Ammar Gheddafi, laico e socialista ideatore della Terza Teoria Universale, ovvero della “Repubbica delle masse” e della “democrazia diretta” (Jamahiriyya), che fu attuata nell'ambito di Congressi e Comitati popolari aperti a tutti i cittadini.

Gheddafi, nel suo “Libro Verde”, ovvero il suo saggio sociale e politico fondamentale, scrisse, in merito all'organizzazione sociale e del lavoro: “Nella società socialista non ci sono infatti possibilità di produzione individuale al di sopra del soddisfacimento dei bisogni personali. In essa non è permesso di soddisfare i propri bisogni a spese degli altri. Le istituzioni socialiste lavorano per soddisfare i bisogni della società. (…). A ciascun individuo è consentito di risparmiare ciò che vuole, soltanto nell’ambito del proprio fabbisogno, in quanto l’accumulo di risparmio in misura maggiore, è a detrimento della ricchezza collettiva. La gente abile e intelligente non ha il diritto di appropriarsi delle unità di ricchezza altrui per via della propria abilità e intelligenza, tuttavia può utilizzare quelle qualità per soddisfare i deficienti e gli incapaci non perciò devono essere privati di quella stessa parte della ricchezza sociale di cui godono i sani”.

Egli ritenne, dunque, in concordia con il socialismo delle origini (da Saint-Simon, a Marx, sino a Pierre Leroux, Proudhon e così via), che i lavoratori dovessero essere considerati produttori, non più dei salariati, ovvero degli sfruttati. E dunque, ciò che loro producono, dovesse essere considerato di loro stessa proprietà.

Il salario, per Gheddafi (e in realtà per tutti i socialisti, sin dalla fondazione della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864), è indice di sfruttamento e un lavoratore/produttore non può essere schiavo di nessun padrone. Sia esso un padrone privato o statale.

Oltre a ciò, il Raìs, ritenne che nessuno potesse possedere più di quanto gli fosse necessario per vivere. Ciò perché – non essendo le risorse illimitate - l'accumulazione della ricchezza da parte di alcuni è fonte di ingiustizia, corruzione e segna il sorgere della società dello sfruttamento.

I concetti fondamentali del socialismo originario o autogestionario, inveratosi sia nella Jugoslavia titina che nella Libia di Gheddafi, ma per molti versi anche nell'Argentina peronista; nella Cuba del Che e Fidel Castro; nell'Egitto nasseriano e via via nei modelli più recenti del Socialismo del XXI Secolo latinoamericano (dal chavismo sino al modello uruguayano del Frente Amplio di Mujica, al modello del Buen Vivir ecuadoriano, sino, in parte, al socialismo boliviano di Evo Morales), propone dunque un nuovo modello di sviluppo.

Uno modello che supera da una parte il produttivismo e dall'altra il capitalismo. Poponendo che il cittadino/lavoratore viva del necessario e lavori a beneficio della società e dei bisognosi e non già per un salario. E che ciascuno sia proprietario del proprio lavoro, nell'ambito di attività economiche socialiste autogestite.

Moltissima strada vi è da fare. Soprattutto per “decolonizzare l'immaginario”, come direbbe l'economista Serge Latouche. Per creare un'alternativa all'assurdo modello di sviluppo occidentale, capitalista, fondato sul danaro e sullo sfruttamento del lavoro.

Lavoro che toglie tempo libero; che lega a un datore di lavoro (e ad eventuali ricatti); che è utile solo a generare profitto e conseguente sfruttamento delle risorse economiche, sociali, ambientali e non già per aiutare la comunità stessa e le sue necessità primarie e fondamentali. Necessità che saranno sempre maggiori e sempre più essenziali in periodi di pandemia.

Necessità che non sono legate al vil danaro, che è uno strumento per sua natura schiavista, in quanto rappresenta un debito nei confronti di qualcuno (ed è il maggiore e più perverso strumento di perdita di sovranità dei cittadini e dei Paesi).

Una società sana, socialista, autogestita, libera e libertaria, è una società che supera i vincoli imposti dall'egoismo umano. Che supera il sistema del danaro (e della conseguente usura o interessi sui debiti/prestiti). Che supera il sistema del lavoro salariato. Che supera il sistema del consumismo e della distruzione delle risorse e del Pianeta.

Per approdare a qualcosa di antico, ma allo stesso tempo di genuino, comunitario, umanitario, spirituale, ecologista e socialista al contempo.

Come ancora oggi avviene in alcune società matriarcali, che vivono su quella che l'antropologo Marcel Mauss definì “economia del dono”. Sullo scambio reciproco, alla pari. Sul baratto. Sul lavoro in comune e a beneficio del prossimo.

Per far uscire”, come ebbe a dire lo stesso Latouche, “l'umanità dalla miseria psichica e morale” nella quale vive da secoli. Semplicemente per aver adottato un modello che sdogana un'infezione della psiche umana chiamata egosimo e accumulo.

Luca Bagatin

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giovedì 4 luglio 2019

Libia nel caos. Saif Gheddafi una possibile alternativa laica e democratica ? Articolo di Luca Bagatin tratto da "Alganews"

La Libia è sempre più il caos.
Non ultimo l'attacco aereo al centro migranti - con 60 morti e 130 feriti – effettuato dalle forze del generale Khalifa Haftar sostenuto da Francia e Emirati Arabi.
Un vero e proprio crimine di guerra al quale l'Unione Europea – di cui la Francia è parte integrante – assiste silente.
L'ennesimo crimine in Libia perpetrato dopo la barbara uccisione del Rais Mu'Ammar Gheddafi, leader della Jamahiriya, ovvero la Repubblica Popolare e Socialista di Libia, ad opera dei ribelli fiancheggiati dalla NATO.
Da allora, la Libia è nel caos e a poco è servita la carta diplomatica giocata recentemente dal governo Serraj, sotto l'egida ONU, per tentare di porre fine alla guerra con Haftar.
In tutto ciò, a raccogliere le simpatie di gran parte del popolo libico, il secondogenito del Rais Gheddafi, Saif al Islam Gheddafi, il quale – nel 2016 - ha fondato il “Fronte popolare per la liberazione della Libia”, di ispirazione socialista araba, con il quale ha più volte dichiarato di volersi presentare alle elezioni presidenziali, semmai ci saranno.
Scopo di Saif, quello di “liberare il territorio dal controllo delle organizzazioni terroristiche e dagli stranieri” e si propone di lavorare per costruire uno stato nazionale sovrano, laico e indipendente.
In un comunicato del marzo 2018, anche il Presidente della FederPetroli Italia, Michele Marsiglia, aveva peraltro espresso stima nei confronti di Saif Gheddafi, scrivendo “Solo Saif Gheddafi ha il potere di rilanciare il settore dell’Oil & Gas in Libia. Per diversi anni sino ad oggi, l’industria petrolifera libica è rimasta bloccata. Questa situazione ha causato ingenti danni e perdite per le aziende sull’intera scala internazionale. Questa continua crisi Libica sta creando l’impossibilità effettiva per le aziende del nostro settore di operare, risultando un danno ed una perdita riguardo milioni di barili di petrolio tra le numerose aziende libiche e per il settore petrolifero internazionale. E’ con vero piacere che recepiamo la candidatura di Saif Gheddafi per le Elezioni presidenziali in Libia del 2018 e siamo fiduciosi che il futuro dell’Oil and Gas nel territorio potrà avere una nuova stabilità in tutta la nostra industria”.
Al momento, purtuttavia, di elezioni democratiche nemmeno l'ombra e per il popolo libico il dramma è più che evidente.

Luca Bagatin

sabato 13 aprile 2019

La vita di Mu'Ammar Gheddafi raccontata nel romanzo di Andrea Sammartano. Articolo e intervista di Luca Bagatin

Questa è la storia dell'umile beduino della tribù dei Quadhadhfa, figlio di umili beduini del deserto libico. Suo padre combatté contro l'invasore fascista - durante la Seconda Guerra Mondiale - e lui stesso, all'età di sei anni, a causa dell'esplosione di una mina risalente al periodo bellico, rimase ferito a un braccio e due suoi cugini persero la vita.
E' la storia di come questo umile beduino del deserto, animato di ideali rivoluzionari, laici, socialisti autentici che ebbe modo di scoprire attraverso i suoi studi, divenne l'emancipatore e il leader – dal 1969 sino alla sua barbara uccisione, nel 2011 – della Libia.
E' la storia di Mu'Ammar Gheddafi, il Rais che – con un colpo di stato antimonarchico, senza alcuno spargimento di sangue, guidato da lui e altri 12 militari di umili origini – il 1 settembre 1969, proclamerà la Gran Jamahirya Araba Libica Popolare Socialista, spazzando via il Re corrotto e la sua corte, servile nei confronti di Gran Bretagna e USA; nazionalizzando le risorse del Paese a beneficio della comunità e dando il via a una repubblica delle masse, ovvero a una forma di democrazia diretta, sulla base degli insegnamenti di Rousseau e di Proudhon.
Gheddafi era ispirato dalla rivoluzione sociale e socialista dell'egiziano Nasser e, come Nasser, il suo ideale era quello di unificare i popoli arabi in una grande repubblica laica, socialista, sovrana, antifondamentalista e antimperialista. Non allineata né all'imperialismo USA né all'Unione Sovietica e con un sistema socio-politico alternativo sia al capitalismo che al comunismo, come peraltro già avvenuto decenni prima nell'Argentina di Juan Domingo Peron.
Quella di Gheddafi è la storia di un umile beduino diventato leader e simbolo di lotta socialista, laica e panafricana. Un umile beduino che – come ebbe egli stesso a scrivere nella sua raccolta di racconti “Fuga dall'inferno e altre storie” - amava le campagne e detestava le città; amava l'ambiente e la ricchezza della terra e rifuggiva l'urbanizzazione; amava le masse, ma detestava la tirannia della maggioranza; amava la sua religione, ma rifuggiva dalle superstizioni e dal fondamentalismo che generava guerre e divisioni.
Sulla base di tali suoi ideali utipici, ma allo stesso tempo concreti, nel 1975, redasse persino un “Libro Verde”, nel quale li mise nero su bianco, sviluppando quella che chiamerà Terza Teoria Universale (vedi http://amoreeliberta.blogspot.com/2015/09/il-libro-verde-di-muammar-gheddafi.html).
La storia di questo umile beduino è raccontata dallo scrittore Andrea Amedeo Sammartano, egli stesso nato a Tripoli, in Libia, nel 1950. Andrea Sammartano lo fa nella forma del “racconto autobiografico”, laddove a ripercorrere la sua autobiografia è lo stesso Gheddafi, attraverso le parole di Sammartano, il quale immagina il Rais libico – costretto a rifugiarsi nel condotto idrico per sfuggire ai bombardamenti della NATO, nel 2011 – mentre riesamina la sua vita.
“Chiudo gli occhi due secondi, miei poveri detrattori. Ecco a voi il mio cammino inviolato”, edito da Italic (www.italicpequod.it), è il racconto della vita di Gheddafi. Dall'infanzia sino alla maturità e all'atroce morte, nelle mani dei suoi nemici, con il concorso di USA (guidati dal tanto ingiustamente osannato Obama), Francia, Gran Bretagna e NATO intera, che non hanno avuto pietà per l'unico simbolo dell'argine contro il fondamentalismo islamico e unico simbolo moderno dell'unità dei popoli africani liberi e sovrani, uniti nella bandiera della laicità e del socialismo.
Il romanzo/racconto di Sammartano, scritto con uno stile letterario piuttosto aulico e forbito, è uno scritto che ricostruisce – con dati storici alla mano – la vita di un uomo considerato, spesso a torto, controverso e, forse non a caso, rivalutato da molti post-mortem. Un po' come accaduto, peraltro, ad uno dei suoi contemporanei e con il quale ebbe rapporti di amicizia, ovvero al già Presidente del Consiglio italiano, il socialista Bettino Craxi. Altro amico dei popoli e dei Paesi liberi e sovrani, la cui triste fine politica non coincise affatto con la fine del suo pensiero e del suo ricordo, nella mente di coloro i quali lo hanno sostenuto e hanno compreso la lungimiranza della sua azione. Lungimiranza e visione oggi del tutto assente nella prospettiva dei politici odierni, sia italiani che europei.
Questo di Andrea Amedeo Sammartano è il suo secondo romanzo. Nel 2012, pubblicò infatti “Festa grande alla Dahara”, che ha suscitato l'interesse della Stony Brook University e della Hofstra University di New York.
Romanzo ove l'autore si racconta in terza persona, figlio di colonialisti italiani in Libia, il quale cerca in tutti i modi di integrarsi fra i libici. Anche quando sarà costretto a lasciare la Libia, con l'avvento al governo di Gheddafi, nessuna amarezza o risentimento lo toccherà. Rimane infatti in lui l'amore per quella terra e la comprensione che ogni popolo nasce libero e non può mai essere colonizzato e soggiogato da nessun altro popolo.
Andrea Sammartano
Ho avuto la possibilità di intervistare Andrea Sammartano, relativamente alle sue opere.

Luca Bagatin: I due romanzi che hai scritto sono ambientati in Libia, tua terra natia. Cosa ricordi della tua infanzia in quella terra ?
Andrea Sammartano: Alla luce della mia esperienza di vita in Italia, Paese nel quale risiedo dal 1970, potrei affermare di non avere ricordi della vita trascorsa in Libia e tento di spiegare perché.. La mia nascita e poi la mia residenza in Libia durata diciannove anni, hanno determinato all'interno del mio sentire un cambio di identità totale. Da italiano in quanto figlio di italiani e di conseguenza della loro cultura, mi sono trasformato nel corso degli anni in un libico. Cosa ha causato questo totale cambio di identità ? In primo luogo aver saputo molto precocemente la verità nascosta per molto tempo sulla crudeltà della colonizzazione italiana in Libia. Questa ha provocato la forte necessità di una richiesta di perdono, prima nei confronti di tutti i libici con i quali avevo a che fare ogni giorno, e poi nei confronti di tutto il popolo libico. L'unico modo che ho ritenuto fosse valido per raggiungere lo scopo, è stata la mia completa integrazione negli usi, nei costumi e, aspetto più importante, nel loro modo di sentire. In definitiva sposare la loro cultura. Scusa questa lunga premessa alla domanda, ma forse attraverso questa, riuscirò a farti comprendere come mi sono cimentato a vivere qui in Italia come se fossi stato sempre in Libia, quindi evitando, non sempre riuscendoci, i ricordi che oltre a provocare nostalgia non rappresentano la realtà.

Luca Bagatin: Gheddafi, una volta diventato leader della Libia e avendola liberata da ogni colonialismo, esproprierà gli italiani – giunti in Libia per volere del Duce - dei propri beni e delle proprie attività economiche. Tu stesso, come racconti anche nel primo romanzo, sei figlio di colonialisti italiani. Come hai vissuto l'abbandono di quella terra ? Cosa ne pensi di quella decisione presa da Gheddafi, oltre che colonialismo italiano in Libia ?
Andrea Sammartano: La decisione di Gheddafi di espellere i cittadini italiani in Libia nel 1970 è derivata da numerose circostanze. Ne citerò per brevità solo tre. La prima riguarda la crudeltà dimostrata durante la colonizzazione dall'esercito italiano. La seconda il comportamento di indisponibilità del governo italiano nel momento in cui Gheddafi ha chiesto il riconoscimento del nuovo Stato libico e l'indennizzo dei danni provocati dall'invasione coloniale. La terza concerne la supponenza culturale della maggior parte dei residenti italiani in Libia nei confronti dei libici. Credo di rispondere a tutte le tue domande aggiungendo che ho ritenuto legittime le considerazioni che hanno portato Gheddafi a espellere la comunità italiana.

Luca Bagatin: Hai deciso di scrivere un romanzo su Gheddafi, attraverso un ipotetico racconto autobiografico scritto da Gheddafi stesso. Come mai questa scelta ?
Andrea Sammartano: Sono partito dalla condizione più oggettiva possibile. Ho scritto sulla vita e sul pensiero di Muammar al Gheddafi sulla scorta di un lungo studio del suo operato e, grazie a fortunate e numerosissime interviste effettuate presso l'Università di Perugia dove risiede la più consistente comunità libica in Italia. Con un pizzico di presunzione ritengo il contenuto del libro non così ipotetico.

Luca Bagatin: Chi era, secondo te, Mu'Ammar Gheddafi ? Quale la sua eredità politica ?
Andrea Sammartano: Uno dei rivoluzionari più coerenti dei nostri giorni. Riguardo alla sua eredità politica, la Libia ha rappresentato uno Stato unito, sovrano e rispettato in tutto il mondo solamente sotto il suo regime. Aggiungo il tentativo di proporre una democrazia diretta. La realizzazione di una emancipazione scolastica dopo un esagerato analfabetismo. L'emancipazione femminile. Il basso costo della vita ma, sopra tutto, il contrasto spietato al consumismo dilagante nei paesi arabi e la difesa dei valori culturali e religiosi della Libia. Il suo evidente panafricanismo. Aspetti che lo ha portato alla sua condanna a morte.

Luca Bagatin: La Libia, dal 2011, è nel caos. Oggi ancor più di prima. Cosa ne pensi dell'attuale situazione ?
Andrea Sammartano: La Libia è dilaniata nel suo tessuto interno dal sopravvento delle realtà libiche legate a interessi stranieri come ai tempi della Monarchia defenestrata da Gheddafi.

Luca Bagatin: Stai lavorando a un nuovo romanzo o pensi comunque di scriverne un terzo ?
Andrea Sammartano: Sto lavorando con uno storico libico alla stesura di un saggio storico sulla Libia.

Luca Bagatin

domenica 31 dicembre 2017

Amore, socialismo, eurasiatismo, panafricanismo e libertà. Articolo di Luca Bagatin

Non è mai il caso di fare un bilancio di fine o di inizio anno.
Ad ogni modo alcune considerazioni possono sempre essere fatte, quantomeno sul piano geopolitico e politico.
Donald Trump, innanzitutto, non si è rivelato affatto diverso dai suoi predecessori imperialisti. Anzichè occuparsi del suo Paese come aveva promesso in campagna elettorale, ha seguitato, attraverso nuove sanzioni, a destabilizzare ancora una volta l'America Latina socialista e bolivariana e ha seguitato a creare problemi in Medioriente, anziché tentare di porre fine ai conflitti e ciò al fine di compiacere i suoi alleati.
A differenza di Putin che con Assad, in Siria, ha contribuito seriamente ad arginare e sconfiggere il terrorismo islamico e che, attraverso una visione multipolare in linea con le prospettive del filosofo russo Alexandr Dugin, in America Latina ha siglato importanti contratti con i governi socialisti.
Governi socialisti, ad iniziare dal Venezuela, che si sono riconfermati come i più graditi dalla maggioranza della popolazione, nonostante in Europa si siano pressoché tenuti nascosti i risultati positivi del fronte socialista alle elezioni regionali e comunali venezuelane.
Non così invece in Argentina, che, a causa delle divisioni del fronte peronista, vede ancora una volta confermarsi al potere - per una manciata di punti percentuali - l'oligarca liberale Mauricio Macri, il quale sta togliendo progressivamente diritti civili e sociali ai cittadini, in linea con le richieste del Fondo Monetario Internazionale. L'Argentina ha peraltro recentemente pianto la scomparsa, in corcostanze ritenute misteriose, dell'attivista per i diritti degli indigeni Mapuche Santiago Maldonado, il quale assieme agli indigeni si è sempre battuto contro le multinazionali che hanno loro sottratto le terre.
In Francia, con una risicatissima maggioranza di voti popolari e sull'onda della paura di un inesistente "fascismo", le elezioni presidenziali se le è aggiudicate l'ennesimo prodotto del capitalismo finanziario, ovvero Emmanuel Macron, da sempre in prima linea contro i diritti sociali, mentre in Spagna il "popolare" Rajoy ha mostrato il suo vero volto autoritario, reprimendo nel sangue gli attivisti indipendentisti e repubblicani catalani.
Quanto all'Italia - ove sono già previsti aumenti del gas e dell'energia elettrica del 5% - preferiamo tralasciare vista la totale inconsistenza dei partiti che si apprestano a gareggiare nell'ennesima campagna elettorale tutt'altro che entusiasmante e che, come in Francia ed altrove in Europa, vedrà giustamente prevalere un sano astensionismo di massa che, purtroppo, oggi, non ha ancora la possibilità di auto-rappresentarsi nelle istituzioni.
Siamo dunque ancora una volta alla contrapposizione fra i popoli sfruttati e le élites dominanti. Popoli sfruttati che, giustamente, guardano ad una visione geopolitica multipolare e ad una democrazia sempre più diffusa, diretta e popolare ed élites autoreferenzuali di matrice liberale che guardano come al solito al tornaconto delle grandi imprese ed alla crescita economica, proponendo una visione del mondo precaria, precarizzante e liquida.
C'è chi lamenta l'assenza di una sinistra vecchio stile, ma in realtà è proprio quella sinistra ad essere diventata la maggiore sostenitrice del capitalismo assoluto, come rilevato già in tempi non sospetti da intellettuali del calibro di Pier Paolo Pasolini, Michel Clouscard e, più recentemente, da Jean-Claude Michéa e Alain De Benoist.
Occorre invece più socialismo originario. Meno società dei consumi, meno illusorie "società aperte" foriere di nuove lotte fra poveri, ma più socializzazione che superi il precariato attraverso un'economia condivisa fra tutti. Un'economia fondata principalmente sull'autogestione e la socializzazione del mezzi di produzione, sul dono e sul baratto e non sull'ego e sul danaro. Più arcaismo, più recupero delle tradizioni ancestrali e spirituali di ogni popolo e meno indistinzione, meno liquidità "all'americana", meno fondamentalismo.
Più rispetto e promozione dell'ambiente e della Natura in tutte le sue forme.
Non ius soli, ma panafricanismo, ovvero sostegno alle lotte di liberazione nazionale e sociale dei Paesi africani (positiva in tal senso la candidatura di Seif-al Islam Gheddafi, figlio del grande leader libico socialista Mu'Ammar, barbaramente ucciso nel 2011, alle elezioni in Libia del 2018) e di tutti i Paesi del Terzo Mondo portatori di una visione laica, socialista, democratica dal basso contrapposta ad ogni forma di neocolonialismo, neoimperialismo diretto dal Fondo Monetario Internazionale e dalle più varie multinazionali.
Multipolarismo, ambientalismo e socialismo - oltre la destra e la sinistra - dovrebbero essere le parole d'ordine per gli anni a venire dei popoli liberi. Non più Europa delle élites liberali, ma più Europa dei popoli sovrani o, meglio, più Eurasia.
Più unità fra i popoli fratelli latini, quelli panafricani e quelli eurasiatici contrapposti ad ogni visione capitalista, universalista, materialista e oligarchica.
Una possibile Civiltà dell'Amore può passare anche da qui. Dal superamento dell'ego, del danaro, del totalitarismo fondamentalista dell'economia di mercato.
Per approdare dove ?
All'essere umano che divide e condivide con i suoi simili, ma non dei post sui cosiddetti "social". Che divide e condivide una dimensione sociale e socialista autentica; una dimensione spirituale e ambientalista; una dimensione di consapevolezza interiore che gli permetta di autogestirsi e di autogovernarsi, senza la necessità di nessun "media" o "medium".

Luca Bagatin

mercoledì 6 settembre 2017

"Democrazia diretta e socialismo". Brevi riflessioni di Luca Bagatin

Ambisco ad una società nella quale si lavori per piacere, nella quale ciascuno possa scegliere il proprio lavoro, nella quale ciascuno abbia l'indispensabile di che vivere e poter gestire il proprio tempo per la cura dei propri cari e degli amici.
Una società autogestita ed ove il potere non esiste, perché tutti vivono in armonia fra loro.

Utopia ?
Certo, se si ragiona ancora con il vegongoso paradigma egoistico capitalista lo è .

Al liberale stato di diritto anteporrei il mazziniano stato di dovere.
Dovere verso la comunità innanzitutto.


Preferisco un liberale che diviene comunista piuttosto che, come spesso è accaduto, un comunista che diviene liberale.



Se in Libia tornasse il socialismo forse finirebbe anche lo scafismo.


Ogni popolo ha diritto allo sviluppo e al benessere nel proprio paese di origine.
Il cosmopolitismo è sfruttamento. Viva il panafricanismo e il terzomondismo laico e socialista!

venerdì 18 novembre 2016

Sul referendum e la democrazia popolare diretta (dal "Libro Verde" di Mu'Ammar Gheddafi)

Il referendum è una frode contro la democrazia.
Quelli che dicono “Si” e quelli che dicono “No” non esprimono di fatto la loro volontà, ma sono stati imbavagliati in norme del concetto di moderna democrazia. E’ permesso loro dire una parola soltanto: “Si” o “No”. Questo è il sistema dittatoriale più oppressivo e crudele.
Colui che dice “No” dovrebbe poter motivare la sua risposta e spiegare perché non ha detto “Si”. Colui che ha detto “Si” dovrebbe poter giustificare la sua scelta e spiegare la ragione per cui non ha detto “No”. Ognuno dovrebbe poter dire ciò che vuole ed esprimere le ragioni del suo consenso o del suo rifiuto.
Qual’è, allora, la via che le società umane devono seguire per liberarsi definitivamente dalle epoche dell’arbitrio e della dittatura ? Poiché, nella questione democratica, il problema insolubile è quello dello strumento di governo, problema che si esprime nella lotta tra i partiti, le classi o tra individui, dato che l’invenzione dei metodi elettorali e del referendum non è altro che un tentativo di camuffare l’insuccesso di questi esperimenti, che non riescono a risolvere questo problema, ne consegue che la soluzione è nel trovare uno strumento di governo diverso dagli attuali, che sono causa di conflitto e che rappresentano solo una parte della società.
Si tratta, dunque, di trovare un sistema di governo che non sia il partito, la classe, la setta o la tribù, ma che sia il popolo nel suo insieme e che, quindi, non lo rappresenti e non si sostituisca ad esso. “Nessuna rappresentanza al posto del popolo”, “la rappresentanza è un’impostura”.
Se fosse possibile trovare questo sistema di governo il problema sarebbe risolto. La democrazia popolare sarebbe realizzata e le società umane avrebbero posto fine ai tempi dell’arbitrio e ai sistemi dittatoriali che sarebbero sostituiti dal potere del popolo.
Il “Libro Verde” presenta la soluzione definitiva del problema dello strumento di governo; indica ai popoli il modo per passare dall’era della dittatura all’era della vera democrazia. Questa nuova teoria si fonda sul potere del popolo, senza alcuna rappresentanza né sostituto. Attua una democrazia diretta, in modo organizzato ed efficace. Differisce dal vecchio tentativo di democrazia diretta che non ha trovato realizzazioni pratiche e che ha mancato di serietà a causa dell’assenza di un’organizzazione di base popolare.

sabato 9 aprile 2016

Gamal Abd Al-Nasser, il socialismo arabo e la rivoluzione egiziana. Articolo di Luca Bagatin

Gamal Abd Al-Nasser (1918 – 1970) fu il leader della Rivoluzione Egiziana, oltre che figura chiave del Socialismo Arabo – ovvero dell'Unione Socialista Araba - della lotta all'imperialismo e per l'emancipazione del Terzo Mondo e dei Paesi Non Allineati.
Fra i leader dell'organizzazione dei Liberi Ufficiali – organizzazione militare clandestina costituita da ufficiali repubblicani - Nasser partecipò al colpo di Stato del 1952 che detronizzò la monarchia egiziana retta da Re Faruq, sostenuta dalla Gran Bretagna e, proclamata la Repubblica, nel 1953 ne divenne Presidente con i seguenti obiettivi: mettere fine al colonialismo inglese; abolire il feudalesimo ancora esistente in Egitto; ridurre il potere del capitalismo e fondare una società socialista e democratica.
Al fine di fare ciò Nasser tentò un rafforzamento del fronte dei Paesi Non Allineati, in opposizione all'imperialismo statunitense e sovietico, rafforzando così i rapporti con l'India di Nehru e la Jugoslavia di Tito. Nel 1956, peraltro, egli nazionalizzò la Compagnia del Canale di Suez dichiarando che, attraverso le sue entrate, avrebbe provveduto al finanziamento della diga di Assuan.
Nasser, dunque, rifonda l'Egitto su basi socialiste non-marxiste (il suo slogan è infatti “Unità, Libertà, Socialismo), aborrendo la lotta di classe e ogni forma di ateismo e dichiarando che il Socialismo Arabo è fondato sul dono, sull'equità distributiva, sul diritto di ogni membro del popolo a partecipare ai frutti del reddito nazionale. Su queste basi, peraltro, si ispirerà il “Libro Verde” di Mu'Ammar Gheddafi (1942 – 2011) - che ebbe proprio in Nasser un suo punto di riferimento - pur andando oltre e fondando una Repubblica – la Jamahiriya – che guarderà alla democrazia diretta del popolo e ad un'economia basata sull'autogestione del lavoro e dell'impresa.
L'obiettivo di Nasser, peraltro mutuato dalla visione baathista del politico siriano Michel Aflaq (1910 - 1989) (i cui ispiratori erano peraltro europei, ovvero Mazzini, Marx e Nietzsche), fu quello di unificare l'identità araba in un'unica grande Repubblica ed in questo senso, il 1 febbraio 1958, annunciò la nascita della RAU, ovvero della Repubblica Araba Unita, nata dalla fusione fra Egitto, Siria e Yemen del nord. Progetto, ad ogni modo, destinato a fallire tre anni dopo, nel 1961, a causa delle differenti condizioni politiche, economiche e sociali degli Stati che in essa si erano fusi.
Ad ogni modo il progetto socialista di Nasser porterà ad un aumento del reddito pro-capite, all'istituzione di scuole pubbliche gratuite per tutti, al debellarsi delle diffusissime malattie oftalmiche nella regione, risultati mai più eguagliati dai suoi successori, i quali attueranno politiche completamente diverse.
L'esempio politico di Nasser, al pari di quello di Gheddafi - di cui parlammo già in diversi altri articoli - possono dunque incardinarsi nel quadro di quel socialismo laico e nazionale che seppe coniugare i valori religiosi dell'Islam con la laicità delle istituzioni; la lotta agli opposti imperialismi (capitalista e comunista) con l'emancipazione sociale, pur nell'ambito di realtà socio-economiche tutt'altro che semplici e preda, da secoli e da sempre, di influenze da parte delle potenze straniere e delle relative multinazionali sfruttatrici, oltre che, come purtroppo sappiamo bene, del fondamentalismo islamico che, forse, solo leader socialisti arabi avrebbero potuto sradicare.

Luca Bagatin

lunedì 4 aprile 2016

Alla fine vicerà la democrazia popolare diretta ! (Mu'Ammar Gheddafi)

"Caduto il comunismo, toccherà anche al capitalismo. Alla fine vincerà il socialismo popolare, la democrazia popolare diretta, i congressi e i comitati popolari !"

(Mu'Ammar Gheddafi)



lunedì 26 ottobre 2015

Tony Blair, più che scusarsi, dovrebbe consegnarsi alla giustizia internazionale. Articolo di Luca Bagatin (tratto da www.lucabagatin.ilcannocchiale.it)

Tony Blair si scusa e lo fa in un'intervista alla CNN americana, ma è troppo tardi e ha troppe vittime sulla coscienza.

Altrettanto non fa George W. Bush che, quantomeno, è sparito dalle scene.

La guerra in Iraq fu una guerra sporca e ha favorito, di fatto, l'Isis. Le prove delle armi di distruzione di massa: semplicemente inventate a tavolino da Blair e Bush che, stranamente, non sono mai stati incriminati per crimini contro l'umanità come invece sarebbe stato giusto e come chiesto più volte in sede Internazionale, peraltro, dall'allora Presidente del Venezuela Hugo Chavez.

Peccato che Blair, nel frattempo non più premier della Gran Bretagna, abbia ricoperto l'incarico di inviato di pace (sic !) in Medio Oriente su mandato dell'ONU, di UE, Russia e USA. Una vergogna di proporzioni colossali che merita di essere ricordata dai libri Storia e che fa il paio con gli atroci crimini commessi dalle forze anglo-franco-statuitensi che hanno invaso la Libia, fatto ammazzare il governante legittimo, ovvero il colonnello e Raìs Gheddafi e, ancora una volta, favorito l'Isis. Quell'Isis che, come ricordò a suo tempo l'ex generale Wesley Clark, fu per decenni finanziato dagli amici degli Stati Uniti d'America.

Grazie, dunque, ai sedicenti leader falsamente democratici inglesi, statunitensi e francesi ! Mille grazie Blair, Bush, Obama e Hollande ! Grazie per averci portato il terrorismo in casa !

A poco servono o serviranno le vostre scuse postume e si è visto. Drammatico, semmai, il fatto che siate e rimarrete impuniti, alla faccia dei diritti umani e civili che avete calpestato. E alla faccia dei popoli che vi hanno eletti e che avete per anni imbrogliato.


Luca Bagatin
www.lucabagatin.ilcannocchiale.it

mercoledì 2 settembre 2015

Il Socialismo Arabo di Mu'Ammar Gheddafi. Articolo di Luca Bagatin (tratto da www.lucabagatin.ilcannocchiale.it)

Oggi sappiamo che quelle “primavere” erano delle estati torride, oppure dei freddi inverni.
Oggi sappiamo che quelle “primavere arabe” furono dei veri e propri Colpi di Stato sostenuti dalla NATO, da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti d'America in primis e non hanno affatto portato democrazia, anzi, hanno completamente spazzato via - in Libia - la Jamahiriyya, ovvero il governo delle masse popolari voluto dal Colonnello Mu'Ammar Gheddafi, barbaramente ucciso nel 2011.
Oggi Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia, Germania e compagnia triste, piangono per l'avvento di un'immigrazione incontrollata da loro peraltro causata, attraverso la destabilizzazione di Paesi sovrani, dalla Libia alla Siria, oggi in mano a Daesh, ovvero quell'Isis terrorista di cui sentiamo tanto parlare, per decenni peraltro finanziato dagli amici degli Stati Uniti d'America, come di recente raccontato dall'ex generale Wesley Clark, in funzione anti-sciita.
Ecco che cosa ci hanno “regalato” i nostri sedicenti governanti “democratici e liberali” che oggi si stracciano le vesti, come Obama – il quale farebbe bene ad iniziare ad accogliere un po' di profughi, viste le sue totali responsabilità belliche che meriterebbero un'incriminazione, assieme a Sarkozy e Cameron, per violazione dei diritti umani – come le varie Merkel, Hollande, Renzi...e quel Cameron che pensa che sia sufficiente chiudere, nazisticamente, le frontiere...sic !
Che tristezza questi “soloni” euro-yankee, i cui padri politici hanno per secoli sfruttato il Terzo Mondo, arricchendosi alle spalle dei poveri, sfruttando le loro risorse anziché insegnare loro ad usarle al meglio.
E' per questo che saggi come “Socialismo e Tradizione” di Mu'Ammar Gheddafi, edito dalla casa editrice Edizioni all'Insegna del Veltro (www.insegnadelveltro.it) aiutano a conoscere meglio un grande idealista e successivamente Capo di Stato, ingiustamente accusato di barbarie e di essere un vile dittatore.
Mu'Ammar Gheddafi, di cui ci ripromettiamo di parlare in diversi altri articoli, nato in una poverissima famiglia di beduini, fu un rivoluzionario incruento che, nel 1969 – a soli ventisette anni – rovesciò il regime monarchico di Re Idris I al-Senussi. Egli rovesciò quel regime corrotto senza alcun spargimento di sangue, solo con la forza della ragione, del carisma nel convincere le masse incolte, povere e sfruttate. Ed alle masse restituì il potere e la sovranità, in accordo con i principi del Socialismo Arabo enunciati da Gamal Abd el-Nasser, Presidente dell'Egitto negli Anni '50 e primi '60. Un socialismo – quello di Nasser e Gheddafi - alternativo rispetto al comunismo marxista ateo e materialista ed al capitalismo sfruttatore. Un socialismo che ricercava l'autogestione dei mezzi di produzione e l'inclusione delle masse nell'attività di governo, al posto dei partiti e dei parlamenti.
Un socialismo adatto ai Paesi non allineati e del Terzo Mondo, ma assolutamente esportabile in ogni Paese che volesse e voglia includere il popolo nelle decisioni politiche, in ogni Paese che abbia compreso che democrazia significa “forza di popolo” e non “forza di una parte del popolo”, ovvero delle oligarchie partitocratiche, delle sette, delle ideologie totalitarie o dei sistemi economici fondati sullo sfruttamento del lavoro salariato.

Di questo il Presidente Gheddafi parla diffusamente nel suo “Libro Verde”, nel quale enuncia i principi della sua rivoluzione sociale e di cui parleremo in successivi articoli.
Il saggio “Socialismo e Tradizione” è invece un raro testo, di piccole e maneggevoli dimensioni, presentato da Claudio Mutti, già presidente dell'Associazione Italia-Libia negli Anni '70.
Nell'introduzione Claudio Mutti spiega il ruolo strategico e geopolitico della Libia di Ghieddafi, la quale, con la “Rivoluzione Verde” del '69, è riuscita a liberarsi non solo della monarchia corrotta, ma anche e soprattutto dell'imperialismo statunitense e inglese, rilanciando il panarabismo ed il panafricanismo, ovvero ricercando l'unità – in pieno spirito di fratellanza - dei popoli arabi e africani. Tentativi, purtroppo, tutti falliti, ma che ricordano molto i tentativi del Presidente del Venezuela Hugo Chavez – ottimo amico di Gheddafi – di ricercare un'unità dei Paesi Latinoamericani e, nel passato, i tentativi del Presidente dell'Argentina Juan Domingo Peron, di ricercare l'unità dei Paesi non allineati e non asserviti né all'URSS, né agli USA.
Come ricorda Claudio Mutti, fu dal 1999 in poi che Gheddafi diventò in particolare “Ghieddafi l'Africano”, intervenendo spesso nella risoluzione di conflitti sul continente africano e fu anche forse l'unico ad arginare il fondamentalismo islamico, ricordando che l'Islam è fondamentalmente una religione di pace, che guarda all'emancipazione dei popoli.
Solo i governi dell'unico vero Centro-Sinistra che l'Italia abbia mai conosciuto, ovvero i governi Craxi e Andreotti dialogheranno con questo leader africano e così farà - opportunisticamente e per un breve lasso di tempo - il solito Berlusconi che purtuttavia – con il sostegno dei cattocomunisti oggi al governo - tradirà Gheddafi ben presto e sosterrà anche lui la guerra contro la Libia a fianco delle potenze imperialiste e neo-colonialiste.
Nel saggio “Socialismo e Tradizione” troviamo dunque un'importante testimonianza di chi sia stato il Colonnello e Capo di Stato Mu'Ammar Gheddafi. Nel testo, infatti, sono riportati suoi importanti discorsi pronunciati nel corso degli Anni '70, che delineano le linee guida della Rivoluzione Verde Libica e dell'Unione Socialista Araba.
Mai come oggi è necessario comprendere chi sia stato questo uomo. Solo così possiamo capire le ragioni per le quali è stato barbaramente ucciso ed il drammatico presente che stiamo solo per iniziare a vivere. Un presente drammatico per il quale dobbiamo ringraziare solo i tanti sedicenti “democratici e liberali” di cui abbiamo già parlato, assetati di potere e di ricchezza. Da Obama a Cameron, da Hollande alla Merkel sino a Renzi e compagnia. Persone tutt'altro che amate dai loro stessi popoli, i quali, presto o tardi, dovranno iniziare a risvegliarsi.

Luca Bagatin