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giovedì 2 aprile 2026

Ritrovare i sentieri perduti del mondo, riunire ciò che è sparso. Articolo di Paola Bergamo e Luca Bagatin

 

Di fronte alla destabilizzazione globale, alla quale ha ampiamente contribuito Donald Trump, nel solco dei suoi predecessori, ma in modo ancora più smaccatamente evidente e invasivo, oggi accade pure che quest'ultimo minacci l’uscita degli USA dalla NATO, colpevolizzando i Paesi europei di non assecondarlo nella sua “crociata” contro l’Iran.

Un ennesimo colpo di teatro, perché Trump sa perfettamente di non poter certo decidere da solo di uscire dall’Alleanza Atlantica, visto che ci vuole la maggioranza di 2/3 del Congresso degli Stati Uniti.
Ma l’atteggiamento del Presidente Trump è due volte paradossale, perché la guerra in Iran è di fatto illegale, nasce come “preemptive strike”, manca del coinvolgimento delle Nazioni Unite imposto dalla Carta dell’ONU e, in fondo, non si vede perché i Paesi membri della NATO dovrebbero farsi coinvolgere, posto che l’Alleanza è nata con natura difensiva.

E’ proprio questa fondamentale caratteristica ad aver permesso che l’Italia, nel 1949, potesse aderire in perfetta coerenza e conformità, all’Art. 11 della nostra Costituzione, che mette un punto fermo tra i Principi Fondamentali: noi si “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Trump cerca di coinvolgere gli alleati nella sua battaglia per mantenere un unipolarismo “manu militari”, al fine di ostacolare e impedire il transito verso il multipolarismo che vedrebbe prevalere la visione del “Land Power” sul “Sea Power”.

L’attacco all’Iran non risponde semplicemente al desiderio statunitense di supportare e sostenere Israele. Forse addirittura il regime statunitense sta sfruttando la questione di Israele per attaccare un perno fondamentale per il ricompattamento euroasiatico, qual è l’Iran e in funzione proprio anti-cinese.

E’ tale tesi che induce a riflettere che l’Iran non sarà mai abbandonato al proprio destino e che la guerra scatenata congiuntamente da USA e Israele, non solo ha messo ko il mercato globale, ma potrebbe scatenare, in ipotesi di escalation, un conflitto di dimensioni mondiali.

Detto questo, se Trump trasformasse la minaccia di uscirsene dalla NATO in fatto compiuto, probabilmente potrebbe anche rendere i Paesi membri più indipendenti da una entità, gli USA, che ha sempre più spesso operato per la destabilizzazione e divisione – nel solco del “Divide et Impera” – piuttosto che per la concordia e la cooperazione.

Concordia e cooperazione, in questi anni, è stata invece invocata, praticata e promossa dalla Repubblica Popolare Cinese, all'avanguardia in moltissimi settori economici e strategici e che si appresta a diventare la prima potenza mondiale.

La Cina sta offrendo un modello su cui riflettere: si può diventare grandi e prosperare, sia individualmente che collettivamente, attraverso la cooperazione, la logica “win-win”, ovvero attraverso il mutuo vantaggio, con pragmatismo, non ingerenza e non uso della forza.

E, del resto, il Presidente Xi Jinping non solo più volte ha richiamato il principio di “Armonia” di confuciana memoria come pilastro della politica interna al proprio Paese, ma anche come fondamento della diplomazia cinese in contrapposizione al sistema colonialista, egemonico, prevaricatore e d’interferenza dell’Occidente nelle relazioni internazionali.

Nel 2023, a San Francisco, nel suo vertice negli States con l’allora Presidente Joe Biden, il Presidente cinese sottolineava che “Planet Earth is big enought for the two countries to succeed!”, sancendo cioè il rifiuto del gioco a somma zero; la propensione a una coesistenza pacifica; la tensione a garantire la stabilità globale; la consapevolezza che nel mondo siamo interconnessi e interdipendenti.

Dunque, se ci si chiedesse che cosa hanno in comune l’Iran e il Venezuela, è più che evidente che si tratti del petrolio. Di qui la decisione di prendersi, con l’uso della forza, materie prime che servono al mondo.

Ma non solo.

Colpire il Venezuela socialista, significa anche colpire Cuba socialista, in modo da soffocarla ulteriormente, impedendole l'approvvigionamento di petrolio venezuelano. E, quindi destabilizzare anche il socialismo cubano e via via quello latinoamericano, che ha fatto dell'autogestione, della cooperazione e della democrazia diretta, dagli Anni '90 ad oggi, un modello alternativo a quello predatorio degli USA e di un Occidente sconsiderato, liberal turbo-capitalista e pseudo-democratico.

Quanto all'Iran, tanto quanto il Venezuela, è Paese partner e amico della Repubblica Popolare Cinese e non dimentichiamoci che è Paese BRICS dal 2024. Colpirlo significa voler destabilizzare i BRICS e tentare di destabilizzare la Repubblica Popolare Cinese, che ha un sistema alternativo a quello statunitense. Un sistema socialista di mercato, pragmatico e volto tanto alla realizzazione della persona, quanto allo sviluppo della comunità nel suo insieme.

Profondamente alternativo e diverso rispetto a quello di un Occidente a guida anglofona, sia esso a guida britannica (come avveniva ai tempi della potenza coloniale della Gran Bretagna) o statunitense. Realtà che hanno fatto della prevaricazione sugli altri popoli, del suprematismo e dell'esportazione dei propri sistemi politico-economici, la loro bandiera, facendola diventare anche la nostra e facendoci credere che quella fosse la “bandiera della libertà”.

Di quale “libertà”?

Non certo quella fondata su giustizia sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica. Ovvero di quella propugnata dall'Illuminismo francese; dalla Repubblica Romana mazziniana e garibaldina del 1849; dalla Comune di Parigi del 1871, primo governo socialista al mondo; dalla Carta del Carnaro di Alceste De Ambris e promulgata da Gabriele d’Annunzio del 1920 o della Repubblica di Montebelluna del 1919/1921, fondata da Mario, Guido e dal padre Luigi Bergamo, ma potremmo dire anche della Rivoluzione russa del 1905 e per molti versi di quella del 1917, con particolare riferimento all'esperienza della Comune di Kronstadt, quando ancora si difendevano i Soviet originari, ovvero i Consigli degli operai e dei contadini, lontani da ogni autoritarismo e burocratismo, solo per citare alcuni dei fenomeni libertari della Storia europea.

La “bandiera della libertà” a guida statunitense appare piuttosto quella di reprimere le peculiarità dei popoli. Quella di uccidere le differenze, di omologare a un pensiero unico privato di ogni identità originaria.

Una “libertà” fondata sul glamour, sulla sessualizzazione (che non è certo l'erotismo decantato da D'Annunzio!), persino dei minori. Sulla prevaricazione/abuso dei più deboli.

Una “libertà” appannaggio dei più ricchi, dei più furbi, dei più spregiudicati.

Una “libertà” che ignora il principio di uguaglianza.

Una “libertà” che porta dritta ai Peter Thiel di turno, che promuovono un uso completamente distorto e oligarchico/monopolista della tecnologia e che potremmo dire corporativo, nel senso di fondato sulle Corporation, che è il sistema oligarchico sul quale gli USA si reggono.

Una “libertà” e una tecnologia, nella fattispecie, che sfugga a ogni controllo pubblico, ovvero della comunità, ma sia di esclusiva proprietà di pochi “eletti”, capaci di plasmare il destino di una umanità alla quale non sarà permessa alcuna voce in capitolo. Il tutto, ovviamente, sfidando ogni regola naturale. Ecco, dunque, manifestata, la famosa religione dei transumanisti, dove “Technè” viene elevata a nuova “dea” e le masse sono considerate un insieme di gente inutile.

In tutto ciò, costoro, novelli oscurantisti ma, sarebbe preferibile chiamarli “Oscuri”, ritirano fuori la figura biblica dell'Anticristo che, nella loro visione, sarebbe chiunque promuova un ordine mondiale fondato su pace, sicurezza, stabilità, controllo pubblico e quindi consapevole delle tecnologie.

Chiunque, insomma, controlli l’indole dietro la tecnologia fonte della loro ricchezza e ponga fine alla loro “libertà”, quella di distruggere la Natura e di plasmare l'essere umano a loro immagine e somiglianza.

In tutto ciò, se dalla NATO gli USA dovessero andarsene davvero, sarebbe il momento di aprire l'Alleanza a altri player, magari proprio a Cina e Russia e ciò andrebbe visto non come una provocazione, ma come aspetto pragmatico, volto a un mondo sempre più multipolare, fondato su cooperazione e stabilità, trasformando la NATO in qualcosa di molto diverso e molto più potente come avrebbe potuto essere fin dal 1994, quando la Russia aveva già aderito al PfP, Partnership For Peace della NATO, anticamera per una successiva adesione all’Alleanza, che invece subì una voluta battuta d’arresto per parte statunitense, step by step, costruendo un sistema espansivo ad est percepito dai russi una minaccia esistenziale.

Una nuova NATO intercontinentale, sicuramente europea, anche considerando che la Russia è Europa e che entrambe sono Eurasia e, a tutti gli effetti, non solo rappresenterebbero il ricompattamento dell’Heartland che spaventa a morte gli statunitensi, ma di fatto sia Russia che Cina, assieme, hanno combattuto e stanno combattendo l'Islam radicale.

Cosa che non si può dire degli USA, che spesso lo hanno fomentato e sostenuto. Afghanistan, Libia, Siria, “Primavere” Arabe restano lì come memento e ci si augura monito!

Paola Bergamo e Luca Bagatin

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martedì 24 marzo 2026

Gli orizzonti del mondo. Articolo di Paola Bergamo

Ci sono più modi per analizzare i conflitti del mondo: la cosa che li accomuna tutti è che ciascun contendente ritiene di giocare la partita della propria sopravvivenza.
La battaglia in atto non è più solo quella tra talassocrazie e tellurocrazie (secondo le celebri teorie del Rimland di Spykman e dell’Heartland di Mackinder) ma è lotta di civiltà e allora ecco che cambiano gli orizzonti del mondo!

Alcuni attori se ne sono resi conto e si ergono ad artefici del cambiamento epocale, anche attraverso l’intransigenza dei loro “no”.

Penso al Presidente Putin, forse finalmente compreso dal Presidente Trump, come è apparso ad Anchorage, ma anche alla ponderata prudenza con cui si muove, sullo scacchiere mondiale, il Presidente Xi Jinping.

Altri, invece, europei compresi, faticano a cogliere i cambi di paradigma restando ancorati a un mondo che è passato.

È piuttosto interessante che Sir Halford Mackinder, l’inventore dell’Heartland, “fortezza naturale della Terra”, fondatore della geopolitica, abbia formulato la sua teoria proprio dopo essere stato Alto Commissario dell’Intesa per l’Ucraina, che, assieme a Polonia e ai Paesi dell’Europa orientale, faceva parte del “cordon sanitaire2 di Inghilterra e Francia, all’epoca alleate.

Allora si comprendono meglio certe aspirazioni dei così detti “Volenterosi” della nostra contemporaneità, quasi una replica storica, simile ma mai uguale a sé stessa, come sosterrebbe Parmenide col suo realismo metafisico.

Ebbene, potrei spingermi a sostenere che vi è un qualcosa di metafisico anche nell’Heartland Theory, disvelandosi non un semplice elemento nell’ampia scacchiera internazionale, bensì un cuore pulsante con funzione quasi di “Catechon” geopolitico, come ha intuito il Professor Lorenzo Maria Pacini, filosofo, sociologo esperto di cratesiologia, bioetica e geopolitica, guardando in ispecie al pensiero di Aleksandr Gel’evič Dugin a proposito di Heartland.

Premesso che la Russia è sempre stata oggetto di conquista da parte delle potenze colonialiste anche per l’appetibilità delle enormi quantità di ricchezze nel suo sottosuolo, ecco che accerchiarla, isolarla, frammentarla, indebolirla è sempre stato l’obiettivo delle Potenze del Mare (Sea Power) per garantire a sé stesse l’egemonia nella politica mondiale.

La complessa, tortuosa e conflittuale transizione in atto da un mondo unipolare, cioè egemonizzato soprattutto da un’unica potenza verso un mondo multipolare, ci obbliga a riflettere sugli orizzonti del mondo.

La geopolitica si occupa dei fattori geografici che condizionano le interazioni tra i diversi player dello scacchiere mondiale e la loro azione politica.

Chi si occupa di geopolitica, di solito, riesce a svolgere una certa attività predittiva, riuscendo a leggere in anticipo gli eventi, forte delle tracce inscritte nella storia, fondendoli con gli elementi nuovi che emergono magmaticamente, come, per esempio, le nuove forme di sovranità.

Mi riferisco a quel sistema di sovranità identitaria fatta di cultura, cioè lingua, tradizione, religioni e valori che oggi esprimono un senso di rifiuto verso la visione occidentale imposta come preminente, puntando, invece, su una qualità civilizzazionale per cui ogni civiltà ha il diritto di essere quello che è e di seguire un proprio percorso storico.

Se nel passato il Sea Power, fosse Inghilterra o fosse America, ha prevalso e, per quello che concerne noi europei relegati in una sorta di terra di mezzo, è riuscito a bloccare il potere dell’Heartland attraverso il contenimento della Russia, oggi questo non è più possibile in un mondo in viaggio verso la multipolarità.

Ma è altrettanto vero che, se di multipolarità si tratta, la Russia, a sua volta, non può più essere considerato l’unico Heartland della terra.

Aleksander Dugin, non a caso, ha parlato di “Heartland distribuito”. Non più, quindi, un’unica area pivot, ma più perni: quello russo, quello europeo, quello cinese, quello islamico, quello sudamericano, quello africano e, infine, quello americano.

L’Heartland distribuito è quindi una rete di poli che sfidano l’egemonia occidentale secondo una geopolitica che promuove il multipolarismo culturale e politico, non solo territoriale.
La costruzione di una realtà mondiale multipolare richiede, quindi, nuove tabelle di marcia.

La multipolarità è, ad un tempo, strategia e progetto per il futuro, orientata a costruire qualcosa di completamente nuovo, multidimensionale, a geometrie variabili ed eterogenee, dove entrano in relazione e si sovrappongono tra loro matrici identificative diverse: non più solo popoli e nazioni, siamo ben oltre il secondo e terzo nomos della terra, per dirla alla Carl Smith.

La multipolarità sostituisce presente e passato, è un “quarto nomos”, come “quarta” è la Via di Dugin, dove le grandi narrazioni non reggono più nell’epoca della post-modernità. Si affermano le identità locali, muta lo stesso concetto di “limes”.

A ogni società, nel contesto multipolare, si deve quindi riconoscere il diritto inalienabile di essere ciò che vuole anche se a noi occidentali ciò infastidisse o addirittura inorridisse.
Se la cartografia non deve quindi più scoprire nulla del nostro pianeta, vi è un nuovo spazio inesplorato, la Multipolarità, in cui agiscono non più solo gli attori di sempre ma anche nuove entità non statali.

Se il mio punto d’osservazione resta quello di una europea italiana, quello che accade sta comunque sconvolgendo tutto il mondo: lo scopo della mia analisi è, quindi, di intrecciare  l’Heartland di Mackinder con la Quarta Teoria Politica di Dugin, partendo dall’assunto che le cose in atto originano da un crocevia storico ma necessitano di una comprensione etno-sociologica che riguarda i popoli, le loro volontà, i loro obiettivi.

Nella multipolarità vi è una multidimensionalità, eppure taluni ripropongono il tentativo anacronistico di perpetrare ancora un Sea Power con lo scopo di circondare un Heartland non più contenibile se, per l’appunto, ora è “distribuito”, come sostiene Dugin.

La comparazione del Heartland di Mackinder con la Quarta Teoria Politica di Dugin diventa perciò utile strumento interpretativo nel contesto del riordino mondiale multipolare per comprendere tra fatto geografico e aspetto ideologico, le guerre in corso, in special modo con riguardo al conflitto in Ucraina e Medio Oriente.

Se per Mackinder, la potenza mondiale dipende dal controllo dell’Heartland, il cuore dell’Eurafrasia (Eurasia + Africa), enorme spazio continentale incredibilmente ricco di risorse naturali e strategicamente protetto dalle coste, e la geopolitica è, quindi, analisi strategica volta a cogliere il conflitto tra poteri terrestri (land power) e poteri marittimi (sea power), Dugin va oltre e sostiene, ideologicamente, che la geopolitica non è solo scontro di poteri ma conflitto di civiltà e modelli esistenziali.

La sua visione è evidente che sia fortemente influenzata dal Tradizionalismo Spirituale (Heidegger, Evola, Guénon), con una profonda critica all’Occidente liberale e un rifiuto radicale dell’universalismo.

Dugin sostiene che il mondo contemporaneo stia passando da un ordine unipolare, dominato dagli Stati Uniti e dall’Occidente liberale, a un ordine multipolare in cui diverse civiltà (e non solo gli Stati) costituiscono poli autonomi e pretendono pari dignità e giustizia.

Questa visione si radica nell’eurasianismo e nella critica al liberalismo come ideologia totalitaria globale.

Tuttavia, per Dugin, la multipolarità non è semplicemente equilibrio di poteri tra Hertland distribuiti, cioè tra superpotenze in competizione tra loro, ma è una controstoria rispetto alla civiltà occidentale: ogni civiltà deve quindi poter mantenere la propria identità culturale e modelli politici propri.

Il fondamento ideologico sta nel suo libro “The Fourth Political Theory”, dove propone il superamento delle tre grandi correnti della modernità: Liberalismo, Comunismo e Fascismo che hanno dominato (e spesso fallito) nel regolare i conflitti e creare stabilità duratura.

La quarta teoria politica cerca di risignificare il soggetto politico attorno all’esistenza collettiva (Dasein, cioè l’esserci heideggeriano collettivizzato, però, da Dugin) e alla sovranità culturale.

In questa prospettiva, lo Stato – nazione e la civiltà diventano soggetti storici autonomi: ogni cultura ha il diritto di decidere il proprio destino politico, lontano dall’universalismo occidentale e dall’egemonia globale.

Alla luce di quanto detto, la Multipolarità per non essere conflittuale, pur nella competitività di ciascun contendente sullo scacchiere mondiale, necessita di accettazione e cooperazione. Là dove non c’è cooperazione e accettazione c’è guerra e il conflitto in Ucraina è “guerra multipolare”. Mosca non combatte solo contro Kiev ma contro il sistema egemonico occidentale per il riconoscimento di un ordine internazionale non unipolare.

Se dal punto di vista di Mackinder, il conflitto è interpretabile come scontro per il controllo geopolitico dell’Eurasia e l’Ucraina, posta al confine tra l’Heartland e la “periferia” europea, diventa il teatro di una lotta simbolica e materiale tra pretendenti alla leadership continentale, nel linguaggio di Dugin, l’Ucraina è molto più di un oggetto geografico: è teatro di un conflitto di civilizzazione contro il dominio liberale-atlantico, e la Russia è vista come difensore di modelli culturali alternativi.

La retorica ufficiale russa è intrisa delle idee di Dugin, filosofo e stratega che ispira e nel contempo interpreta lo spirito politico russo, come un “termometro ideologico” delle élite russe. Ma anche le tensioni e le guerre in Medio Oriente possono essere lette attraverso queste lenti.

Se secondo l’approccio geopolitico classico, il controllo delle vie energetiche, il posizionamento di alleanze e basi militari e la competizione tra potenze marittime e terrestri sono parte di una storia strategica coerente con Mackinder, Spykman e i loro successori, per Dugin e la sua “Quarta Teoria Politica”, le battaglie in Medio Oriente rappresentano la resistenza a modelli di ordine internazionale imposti dall’esterno – siano essi occidentalisti o qualsiasi altro universalismo – e l’affermazione del diritto civile e identitario delle culture locali.

In questa cornice, Stati come Iran o poteri regionali vengono spesso interpretati come poli di contro-egemonia nel mondo multipolare, non semplici pedine. Ed è sull’onda di questa riflessione che appare chiaro che l’Iran non sarà lasciato solo dalla Russia.

L’integrazione tra l’Heartland di Mackinder e quello “distribuito” di Dugin porta quindi a una visione duale: Mackinder offre un quadro analitico e geopolitico, centrato sul territorio, sulle risorse e sugli equilibri di potenza (mare contro terra).

Dugin propone una narrazione incentrata sul conflitto tra civiltà, dove la multipolarità è non solo spaziale ma culturale per una nuova ontologia politica con culture diverse che non devono lasciarsi schiacciare dal progetto unipolare occidentale ma poter vivere in un ordine globale che riconosca la pluralità dei mondi, o meglio dei tanti “orizzonti” del mondo.

Non più solo conflitti per il controllo geopolitico della terra (e delle sue risorse) ma lotta per permettere la convivenza di modelli multipolari, poliedrici in difesa delle differenze culturali in quella che possiamo definire “sovranità delle civiltà”.

Paola Bergamo 

Paola Bergamo è imprenditrice di formazione classico giuridica, scrittrice e opinionista, si occupa di cultura e politica. Presidente del Centro Studi MB2, Animatore perpetuo del Circolo Culturale La Caduta, è Presidente del Premio Mario e Guido Bergamo e del Premio Scoiattolo d’Oro. 

domenica 2 gennaio 2022

Un inizio anno con Eduard Limonov!

"Perché i partiti comunisti e socialisti sono degenerati? Perché dicono le stesse cose dei liberali, hanno gli stessi obiettivi.

Se i nostri nemici ideologici predicano la produttività è stupido predicare ancora più produttività"

(Eduard Limonov)

"...ho sognato di essere un ladro onesto e di principio, come Robin Hood"

(Eduard Limonov, rivista "Power", 1997)

sabato 11 dicembre 2021

Kazakistan. Attivista dei diritti umani condannato a 10 anni difeso dal partito di Eduard Limonov. Articolo di Luca Bagatin

 
Il 19 agosto scorso, Ermek Taychibekov, difensore dei diritti umani delle minoranze russe in Kazakistan, blogger di origine kazaka, era stato condannato a 7 anni di carcere dal tribunale di Almaty (Kazakistan).

Alcuni giorni fa, all'attivista, sono stati aggiunti ben 3 anni di carcere, per un totale di 10 anni.

Ermek Taychibekov era stato arrestato nel settembre 2020, con l'accusa di “incitamento al separatismo e alla discordia nazionale” e così condannato.

Gli unici a prendere le sue difese e a denunciare il suo caso, gli attivisti del partito nazionalbolscevico “L'Altra Russia di Eduard Limonov”, che, attraverso uno dei coordinatori, Mihail Axel, su Facebook, ribadiscono il loro sostegno e denunciano l'allungamento della pena all'attivista. Il quale, peraltro, non ha mai incitato alla violenza.

Il tutto, ricordano gli attivisti nazionalbolscevichi, nella totale indifferenza delle autorità statali russe, le quali preferiscono mantenere ottimi rapporti socio-economici con il vicino Kazakistan.

Già nel 1998, lo scrittore Eduard Limonov, fece presente come, nel nord del Kazakistan, vivessero ancora oltre 4 milioni di russi e come quelle zone fossero stare brutalmente “kazakizzate” dal presidente Nursultan Nazarbaïev, al potere dal 1990, esattamente come quanto accadde in Ucraina e in tutte le zone post-sovietiche.

Limonov, nel 2001, fu anche arrestato e condannato, scontando due anni e mezzo di carcere, con l'accusa di "tentativo di colpo di Stato in Kazakistan".

Eduard Limonov e il suo partito si sono sempre occupati di riunificare il mondo russo ex sovietico, promuovendo il socialismo popolare, in tutte le Repubbliche ex Sovietiche, contro ogni forma di nazifascismo e di sciovinismo, purtroppo sempre più presenti, dopo la fine dell'URSS.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

domenica 7 novembre 2021

Viva ora e sempre la Grande Rivoluzione Bolscevica d'Ottobre!

Ricordiamo i 104 anni dalla Grande Rivoluzione Bolscevica d'Ottobre.
La prima grande rivoluzione proletaria, che ha cacciato dal potere, in Russia, i nobili, gli zar, i preti, i ricchi borghesi e ha costituito il primo governo dei proletari della Storia.
Ottenendo in primis: lotta all'analfabetismo, sanità pubblica gratuita ed efficiente, sviluppo economico e sociale.
Ricordiamo che, laddove esisteranno ricchi borghesi, imprenditori, politicanti corrotti, preti, pope, imam, rabbini e nobili, tutto ciò non sarà mai possibile.

 (Luca Bagatin)

venerdì 30 luglio 2021

La Cina di Xi Jinping antepone la comunità al capitale. Articolo di Luca Bagatin

Gli imprenditori e gli investitori cinesi devono capire che l'era della sconsiderata espansione del capitale è finita”, è quanto ha affermato Alan Song, fondatore della società di private equity Harvest Capital, come riportato dall'agenzia di stampa Reuters.com nei giorni scorsi. Song ha peraltro aggiunto: “È iniziata una nuova era che privilegia l'equità sull'efficienza”.

Questa sembra essere la filosofia del corso socialista del Presidente cinese Xi Jinping. Ovvero mettere la prosperità della comunità al centro, tenendo a freno la crescita economica incontrollata del settore privato.

Un nuovo corso compreso sia da banchieri e investitori, i quali notano – sempre come riporta il sito Reuters.com - come il Partito Comunista Cinese (PCC) voglia tornare alle proprie radici, tentando di ridurre le diseguaglianze sociali e reprimendo gli eccessivi aumenti di prezzi, che minano il costo della vita.

Del resto è il messaggio che il Partito ha voluto dare anche durante le celebrazioni del suo centenario, tenutesi il 1 luglio scorso, centrato sul miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini, sulla riduzione del divario fra città e campagna e sulla lotta alla disparità fra i redditi.

Il PCC si prepara per il suo XX Congresso che deciderà se Xi Jinping sarà confermato alla carica di Segretario Generale, ma gli analisti economici ritengono che proseguirà nelle sue riforme volte a ridurre le diseguaglianze, ancora oggi purtroppo presenti nel Paese.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

sabato 10 aprile 2021

Il sito fiammingo Zannekinbond pubblica un mio articolo sulle vie nazionali al socialismo

De nationale wegen naar het socialisme. Een artikel door Luca Bagatin (http://zannekinbond.org/de-nationale-wegen-naar-het-socialisme-een-artikel-door-luca-bagatin)

De Volksrepubliek China volgt, zoals elke socialistische geopolitieke realiteit, haar eigen “nationale weg naar het socialisme”. Geen enkel socialistisch land heeft ooit uitgevoerd wat Marx en Engels propageerden, en zou dat ook nooit volledig hebben kunnen doen, te beginnen met het feit dat de socialistische landen niet de westerse geïndustrialiseerde landen zijn geworden, zoals zij hadden voorspeld, maar landen met eerder verschillende, zo niet tegengestelde, kenmerken. Elk van deze landen was vaak sociaal en economisch achtergebleven en heeft, eenmaal bevrijd van de feodale en koloniale onderdrukking, in feite zijn eigen socialistische weg gevolgd, zeker geïnspireerd door de marxistische leer, maar onvermijdelijk aangepast aan de mentaliteit, de geschiedenis, de cultuur en de beschaving van de plaats waar het socialisme toen werd ingevoerd.

Zo hebben we bijvoorbeeld Leninisme, Castroïsme en Maoïsme gekend. Zij interpreteerden en implementeerden het marxistische gedachtegoed aan de hand van het gedachtegoed van de revolutionairen die de sociale en nationale revoluties leidden, en die vervolgens leidden tot de vestiging van het socialisme in die landen. In Rusland (tenminste tot het begin van de jaren negentig), in Cuba, in China, enzovoort. In China bijvoorbeeld ontwikkelde zich aan het eind van de jaren zeventig een socialisme met Chinese kenmerken (gepropageerd door Deng Xiaoping) dat, in plaats van het kapitalisme te overwinnen, het onderwierp aan de wil van de gemeenschap: door de particuliere economische activiteit te onderwerpen en te controleren, Niet door deze af te schaffen. Want communisme is gemeenschap. Geen dogmatische en ideologische fetisj.

U kunt het leuk vinden of niet, maar door dit te doen is China, in de loop der decennia, ‘s werelds leidende macht geworden. En ook vrij van absolute armoede. Dit nationale pad is, net zoals iedere nationale weg, verre van exporteerbaar. Maar zij is evenmin te bekritiseren, vooral niet door hen die geen Chinezen zijn en/of in een westers, kapitalistisch en liberaal land wonen. Integendeel, deze weg verdient studie, verdieping en erkenning, zoals elke nationale weg naar het socialisme.

Elke proletarische revolutie was in de eerste plaats een gebeurtenis die ontstond en geboren werd in de schoot van het volk dat haar ten uitvoer bracht. Denk bijvoorbeeld aan de Parijse Commune van 1870 (waarvan dit jaar de 150e verjaardag wordt gevierd), of de Russische revoluties van 1905 en 1917. Ver verwijderd van de burgerlijke Franse revolutie van 1789 legden deze revoluties – in het bijzonder – eerst de grondslagen en bouwden daarna letterlijk een nieuw sociaal systeem op, waarbij de economie werd ondermijnd, niet alleen het tsarisme, maar ook en vooral de bourgeoisie werd vernietigd, en het nieuwe sociale en politieke systeem werd aangepast aan de Russische mentaliteit en cultuur. Het Sovjetsysteem was niets anders dan dit.

In het kapitalistische, burgerlijke en liberale (maar niet noodzakelijk democratische) Westen heeft de term “nationalisme” het negatieve karakter gekregen van “het ene volk overheersen op het andere”. Zo was het bijvoorbeeld in de Eerste en Tweede Wereldoorlog onder Europese naties. In de niet-liberale en niet-kapitalistische werkelijkheid is nationalisme echter gewoon de erkenning van de nationale identiteit en de eenheid van een volk. Zo waren bijvoorbeeld Fidel Castro en Ho Chi Minh, zoals ze zelf aangaven, nationalisten.

Hun “linkse nationalisme”, zoals gedefinieerd in diezelfde landen, is niets anders dan een internationalisme dat de eigen identiteit en die van anderen verdedigt, gecombineerd met de bevestiging van sociale rechtvaardigheid. Dat wil zeggen, het zoeken naar de eigen “nationale weg naar het socialisme”, zonder hetwelk er geen vestiging van het socialisme kan zijn, maar louter dogmatische ideologie voor intellectuelen die niets weten van het volk en de volkeren.

Luca Bagatin

Oorspronkelijk gepubliceerd op: Amore e Liberta

Le vie nazionali al socialismo. Articolo di Luca Bagatin (http://amoreeliberta.blogspot.com/2021/03/le-vie-nazionali-al-socialismo-articolo.html)

La Repubblica Popolare Cinese, come ogni realtà geopolitica socialista, segue una sua propria “via nazionale al socialismo”.

Nessun Paese socialista ha mai attuato, né avrebbe infatti potuto attuare totalmente, ciò che affermavano Marx ed Engels, a partire dal fatto che socialisti non sono diventati i Paesi occidentali industrializzati, come da loro previsto, bensì Paesi con caratteristiche piuttosto diverse, se non addirittura opposte.

Ciascuno di tali Paesi, spesso arretrati socialmente e economicamente, una volta liberatisi dall'oppressione feudale e coloniale, ha infatti seguito una sua propria via socialista, ispirata anche certamente agli insegnamenti marxisti, ma inevitabilmente adattata alla mentalità, storia, cultura, civiltà del luogo nel quale il socialismo è stato poi attuato.

Abbiamo avuto così il leninismo, il castrismo, il maoismo, ad esempio. Che hanno interpretato e implementato il pensiero marxista con il pensiero dei rivoluzionari che hanno guidato le rivoluzioni sociali e nazionali, le quali hanno portato poi all'instaurazione del socialismo in quei Paesi. In Russia (almeno sino ai primi Anni '90), a Cuba, in Cina e così via.

Ecco, in Cina, ad esempio, con la fine degli Anni '70, si è sviluppato un socialismo con caratteristiche cinesi (promosso da Deng Xiaoping), che, lungi dal superare il capitalismo, lo ha sottomesso alla volontà della comunità.

Sottomettendo e controllando l'attività economica privata. Non abolendola.

Perché comunismo è comunità. Non feticcio dogmatico e ideologico.

Può piacere o meno, ma così facendo la Cina è diventata, con i decenni, la prima potenza al mondo. Oltre che libera dalla povertà assoluta.

Tale via nazionale, come ogni via nazionale, è lungi dal poter essere esportata. Ma è altrettanto lungi dal dover essere criticata, in particolare da chi non è cinese e/o vive in un Paese occidentale, capitalista e liberale.

Tale via merita invece studio, approfondimento e riconoscimento, così come ogni via nazionale al socialismo.

Ogni rivoluzione proletaria è stata prima di tutto un evento partorito e sorto nel grembo del popolo che la ha attuata. Pensiamo ad esempio alla Comune di Parigi del 1870 (di cui quest'anno si celebrano i 150 anni), oppure alle rivoluzioni russe del 1905 e del 1917.

Ben lontane dalla borghese rivoluzione francese del 1789, tali rivoluzioni – in particolare - hanno prima gettato le basi e poi letteralmente edificato un nuovo sistema sociale, sovvertendo l'economia, annientando non solo lo zarismo, ma anche e soprattutto la borghesia, adattando il nuovo sistema sociale e politico alla mentalità e cultura russa.

Il sistema sovietico non era altro che questo.

Nell'Occidente capitalista, borghese e liberale (ma non necessariamente democratico), il termine “nazionalismo” ha assunto il carattere negativo di “sopraffazione di una nazione su un'altra”.
Così fu ad esempio nella Prima e nella Seconda guerra mondiale, fra le nazioni europee.
In realtà non liberali né capitaliste, invece, il nazionalismo è semplicemente il riconoscimento dell'identità e unità nazionale di un popolo.
Così furono nazionalisti, per loro stessa ammissione, Fidel Castro e Ho Chi Min, ad esempio.
Il loro “nazionalismo di sinistra”, come peraltro definito in quegli stessi Paesi, non è altro che un internazionalismo che difende la propria identità e quella altrui, unita all'affermazione della giustizia sociale.

Ovvero la ricerca di una propria “via nazionale al socialismo”, senza la quale non vi potrà essere alcuna instaurazione del socialismo, ma mera ideologia dogmatica per intellettuali, che del popolo e dei popoli non conoscono nulla.

Luca Bagatin

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venerdì 9 aprile 2021

Russia. Zjuganov (Partito Comunista): "Nazionalizzare le risorse energetiche e le banche". Articolo di Luca Bagatin

Il Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF), guidato da Gennady Zjuganov, si prepara a tenere il suo Congresso il 23 e 24 aprile prossimi.

Congresso particolarmente importante, in quanto si terrà nell'anno delle elezioni per il rinnovo della Duma, il Parlamento russo, che avranno luogo il 19 settembre prossimo.

Il KPRF è il principale partito di opposizione presente alla Duma e, nei giorni scorsi, nell'ambito della conferenza “La Russia nel mondo moderno”, il Presidente del Comitato Centrale del Partito Comunista, Zjuganov, ha fatto presente, fra le altre cose, che “Una Russia forte e di successo deve basarsi su quattro pilastri: governo forte e responsabile, senso di collettivismo, alta spiritualità e giustizia sociale”. Aggiungendo che la politica del partito di governo, “Russia Unita”, “è fallita e il corso liberale è diventato davvero catastrofico” e che “quando metà del Paese è impoverito e gli oligarchi ingrassano e ritirano denaro dal Paese, è impossibile sperare nello sviluppo”.

Zjuganov ritiene che “per fermare l'oligarchia è necessario, prima di tutto, nazionalizzare le risorse risorse minerarie”. Ovvero ha rivendicato la necessità di “una legge sulla nazionalizzazione dell'industria petrolifera e del gas e sulla distribuzione del reddito in favore di ogni persona”. Oltre che la necessità di “nazionalizzare il complesso militare-industriale e il sistema bancario”.

Luca Bagatin

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venerdì 30 ottobre 2020

Samhain/Halloween: alle origini della spiritualità eurasiatica. Articolo di Luca Bagatin


Le origini dell'Europa sono ben più antiche di quelle – presunte da molti, in modo errato – cristiane.

Esse affondano le radici nell'Antica Religione, quella che i cristiani definirono, successivamente, “pagana”.

Si tratta degli antichi culti e rituali misterici, spesso di origine contadina, aventi come fondamento la Natura, i suoi spiriti invisibili, le sue regole millenarie.

Culti peraltro esistenti in ogni cultura del mondo, dall'Europa all'Asia sino all'Africa ed alle Americhe, solo declinati in modo diverso.

Culti politeistici, che in Europa saranno di origine celtica, oppure greca e/o romana.

Fra questi, ancora oggi, nella notte fra il 31 ottobre e il 1 novembre, molti celebrano il cosiddetto Capodanno celtico, ovvero Samhain (il cui significato potrebbe intendersi, secondo l'antico idioma irlandese, “fine dell'estate” o, dal gaelico, “Novembre”), conosciuto anche come Halloween (“Notte di tutti gli Spiriti Sacri”), festività diffusa negli Stati Uniti d'America dai migranti provenienti dalle isole britanniche, in particolare irlandesi, gallesi e scozzesi, anticamente popolate dai Celti.

Tale festività segna il passaggio dalla stagione luminosa a quella più oscura e buia, inaugurando così un nuovo anno. Diversamente, secondo il Calendario celtico, il passaggio dalla stagione oscura a quella luminosa si celebra nelle notti fra il 30 aprile ed il 1 maggio ed è detta festa di Beltane (nella tradizione irlandese e scozzese), o “Notte di Valpurga” o Ostara nella tradizione germanica.

Samahin celebra dunque la morte simbolica della natura, ma nella tradizione pagana la morte è semplicemente una nuova rinascita, un passaggio a un nuovo stato della Natura. Per questo si dice che in quella notte il mondo dei morti interferisce con quello dei vivi, ma, a differenza delle religioni monoteiste – cristianesimo in primis – il mondo dei morti non è affatto contrapposto a quello dei vivi e non è affatto, per così dire, “malvagio”. Bensì è il momento nel quale i morti entrano in comunicazione con i vivi.

Ad ogni modo, il cristianesimo, ha fatto sua questa tradizione – cercando di camuffarla - ideando la festività di Ognissanti, che, pur celebrandosi – secondo il calendario cristiano – il 2 novembre, nei fatti viene festeggiata il 1 novembre, proprio perché rimane radicata, nel patrimonio ancestrale europeo, la tradizione originaria della festività di Samhain.

Spiritualmente, la festa di Samhain, è una festa di contemplazione. Per i Celti era il momento più magico dell'anno, nel quale il tempo era sospeso, ovvero cessava di esistere.

Sotto il profilo materiale era il momento nel quale le tribù celtiche raccoglievano e immagazzinavano il cibo per i lunghi e freddi mesi invernali.

Il simbolo più popolare di Samhain/Halloween è una zucca intagliata con all'interno una candela e questa sembra derivare sempre da una antica leggenda irlandese, probabilmente medievale, avente per protagonista Jack 'O Lantern.

Jack era un astuto fabbro che incontrò – in un pub – il Diavolo, il quale voleva a tutti i costi la sua anima. Purtuttavia, il furbo Jack, in cambio della sua anima, invitò il Diavolo a tramutarsi in una moneta. Una volta che il Diavolo divenne una moneta, Jack la fece lestamente finire nel suo borsellino, accanto ad una croce d'argento, in modo che potesse essere “esorcizzata” e dunque non nuocere più. Il Diavolo convinse Jack a farsi liberare e gli assicurò che, per i successivi dieci anni, non gli avrebbe dato più noie, né chiesto in cambio la sua anima. Dieci anni dopo, ad ogni modo, il Diavolo si ripresentò, reclamando l'anima del fabbro. Questa volta Jack gli chiese prima di raccogliere una mela dall'albero e il Diavolo acconsentì. Ma, quando il Diavolo salì sull'albero per raccoglierla, Jack incise una croce sul tronco e, in questo modo, lo esorcizzò e imprigionò di nuovo. Il Diavolo allora, in cambio della sua liberazione, promise che non gli avrebbe mai dato più noie né fastidi per l'eternità.

Jack, negli anni seguenti, commise così tanti peccati che non fu accettato in Paradiso, ma, a causa del patto con il Diavolo, questi non lo volle accettare nemmeno all'Inferno e gli tirò un tizzone ardente, che Jack utilizzò per posizionarlo all'interno della zucca che portava con sé, al fine di scaldarsi e farsi luce nel lungo cammino che lo avrebbe atteso, costretto a vagare per l'eternità, in un eterno limbo.

Questa la ragione per la quale il simbolo popolare di Halloween è proprio “Jack O'Lantern” (Jack Il Lanternino), intagliato in una zucca con all'interno una candela accesa.

Festività peraltro diffusa, anticamente, persino nel mondo agreste in alcune zone della Sardegna, ove la notte del 30 novembre (non ottobre !), durante la notte di Sant'Andrea, i ragazzini girano per le strade con zucche vuote intagliate a forma di teschio e illuminate, all'interno, con una candela.

Tradizioni simili erano e in parte rimangono peraltro presenti in Calabria, a Serra San Bruno; in Puglia, a Ostara di Puglia, a San Nicandro Garganico e a Massafra; in Veneto e in Friuli; Abruzzo ed Emilia Romagna.

Purtroppo tutto ciò, con l'avvento del dogma cristiano che ha dichiarato “eretico” e assurdamente “satanico” tutto ciò che non era una invenzione cristiana (la quale ha attinto a piene mani dall'Antica Religione, stravolgendola o facendo propri i suoi simboli) o è scomparso o è praticato, comunque, molto meno, oppure ci si rifà alla festività commerciale e holliwoodyana dell'Halloween statunitense, quando, invece, tale festività è parte integrante delle radici spirituali e culturali dell'Europa antica e della Penisola italiana, dal Nord al Sud sino alle Isole.

Fa sorridere che, ancora oggi, vi siano dei preti cattolici che affibbiano etichette negative alla festività di Samhain/Halloween. Evidentemente non conoscono per nulla la Storia.

Una Storia che le nuove generazioni dovrebbero invece imparare, conoscere e amare.

Perché senza passato, senza radici spirituali, senza antiche tradizioni autentiche, non vi è alcun presente e, men che meno, alcun futuro.

Luca Bagatin

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domenica 18 ottobre 2020

Per un socialismo anti-materialista e popolare. Riflessioni brevi di Luca Bagatin

Religione e libertà di espressione non vanno d'accordo.

La libertà di espressione si confà alla spiritualità. Alla coscienza e all'Anima.

Non alla superstizione umana.

(Luca Bagatin)


Il socialismo e repubblicanesimo dovrebbero rappresentare un insieme di combattenti in lotta.

Di eroi.

Non di persone che fanno parte di un partito elettoralistico. Non di politicanti.

I politicanti rubano lo stipendio dalla collettività.

Gli eroi non vogliono danaro.

Sono l'avanguardia della comunità.

Il socialismo e repubblicanesimo dovrebbero concretizzarsi in un nazionalbolscevismo adatto ai tempi, non materialista, non settario, non dogmatico.

Aspetto interessante, in tal senso, è il concetto di “socialismo popolare”, introdotto anche nel programma del partito nazionalbolscevico “L'Altra Russia di Eduard Limonov”. Che si sostanzia in: sanità gratuita; istruzione gratuita; alloggi gratuiti; controllo dei prezzi, ovvero prezzi uguali in tutto il Paese; pianificazione economica; nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia. 

(Luca Bagatin)

venerdì 5 giugno 2020

Referendum costituzionale in Russia: comunisti e nazionalbolscevichi contro la riforma autoritaria di Putin. Articolo di Luca Bagatin

Il 1 luglio, in Russia, si terrà il referendum per l'adozione della modifica alla Costituzione introdotta nel 1993.
Si tratta della riforma voluta dal Presidente Vladimir Putin, volta a preservare il suo potere anche dopo la fine del suo mandato presidenziale, ovvero dopo il 2024.
La gran parte degli emendamenti presentati – già dalla fine del gennaio scorso - avevano ricevuto la forte opposizione di piazza in particolare dei nazionalbolscevichi di Altra Russia, il partito guidato dallo scrittore Eduard Limonov – scomparso nel marzo scorso - del Fronte della Sinistra e, alla Duma, del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF), guidato da Gennady Zjuganov.
Prima dell'emerganza Covid 19, il referendum, si sarebbe dovuto tenere il 22 aprile.
Il Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF), negli scorsi giorni, ha rimarcato la sua contrarietà alla riforma costituzionale, invitando gli elettori a votare contro.
Il Vicepresidente del Comitato centrale KPRF, Dmitri Nóvikov, in un comunicato ha infatti fatto presente che gli emendamenti voluti da Putin sono “solo una nuova edizione della Costituzione di Boris Eltsin (1993) e non hanno soddisfatto le speranze della società per cambiamenti più significativi”. Egli ha altresì aggiunto che “Non abbiamo votato per la Costituzione di Eltsin imposta nel 1993. Questo documento è coperto dal sangue dei difensori della Camera dei Soviet, da un'incendiaria guerra in Cecenia e dalle lacrime degli umiliati e derubati. Essa ha legittimato la privatizzazione da parte dei ladri, ha aperto le porte al pogrom sociale dell'economia, della medicina, della scienza, della cultura e dell'istruzione. In tutti questi anni, solo il nostro partito ha costantemente combattuto per una riforma della Costituzione basata sul principio: Dare potere e proprietà al popolo”.
I comunisti russi ritengono inoltre che “sia necessario costituire un governo di unità del popolo; nazionalizzare i settori chiave dell'economia; ripristinare la pianificazione strategica e tattica; imporre un budget di sviluppo; rilanciare scienza e cultura, istruzione e investire nell'assistenza sanitaria; rifiutare l'aumento dell'età pensionabile; sostenere le imprese pubbliche”.
Prima dell'emerganza Covid 19, come già accennato, anche il partito nazionalbolscevico “Altra Russia” si era espresso contro la riforma costituzionale, con manifestazioni di piazza, facendo ad ogni modo presente che, a loro avviso, nessun nuovo emendamento alla Costituzione avrebbe potuto comunque cambiare la situazione socioeconomica del Paese, fatta di ampie disparità sociali fra ricchi e poveri, né quello che in un comunicato definirono “regime politico di arbitrarietà burocratica di polizia istituito in Russia negli ultimi 30 anni”.
Secondo il Centro Levada, istituto di sondaggi indipendente russo, il 61% dei russi dovrebbe partecipare al referendum (il quorum richiesto per la sua validità è del 50%). I sostenitori del SI attualmente si attesterebbero al 44%, mentre i sostenitori del NO al 32%.
Ad ogni modo, ad oggi, i comunisti crescono nei sondaggi e nei consensi, mentre il governo liberal autoritario di Putin, vista anche l'emergenza Covid 19, gestita in modo piuttosto altalenante, rimane in caduta libera.

Luca Bagatin

martedì 17 marzo 2020

Muore Eduard Limonov. Anima dissidente d'Eurasia. Articolo di Luca Bagatin

Eduard Veniaminovich Savenko, per tutti Eduard Limonov. Per i suoi compagni di partito era, affettuosamente, “il nonno”.
Era, perché lo scrittore più trasgressivo d'Eurasia e, perché no, del mondo contemporaneo, è deceduto oggi, a Mosca, a seguito di complicazioni dopo un intervento chirurgico.
La notizia è stata data dal vice della Duma, Camera bassa del Parlamento russo, Serghej Shargunov, su Telegram ed è stata confermata dall’agenzia di Stato Ria Novosti.
Eduard Limonov aveva compiuto 77 anni il 22 febbraio scorso e già alcuni anni fa, il 15 marzo 2016, aveva subito un intervento chirurgico al cervello, con l'estrazione di un enorme ematoma, apparso misteriosamente fra i due emisferi del cervello. Limonov, che già allora rischiò la vita, evocò l'ipotesi di essere stato avvelenato, ma non ebbe modo di dimostrarlo con prove concrete.
Di ciò e della sua degenza ospedaliera, parlò diffusamente nel romanzo “Et ses démons”, pubblicato in Francia nel 2018.
Eduard Limonov era un dissidente integrale. Un nazionalista moderato, un socialista “dalla linea dura”, un anticapitalista capace di unire i valori della destra patriottica e della sinistra sociale tipici del Socialismo Russo.
Nella sua vita, rocambolesca, fu di tutto. Fu autodidatta, ex teppista amante della letteratura e della poesia nell'URSS negli Anni '60. Negli Anni '70 si farà volutamente espellere per approdare negli USA, ove vivrà di scrittura e di umilissimi lavori (per un periodo vivrà anche da senzatetto), assieme alla moglie dell'epoca, Elena Schapova.
Negli USA, Limonov, inizierà a frequentare circoli culturali e alla moda e raggiungerà la prima notorietà nel 1979, attraverso il romanzo "Sono io, Edika", uscito postumo in Italia nel 1985 con il provocatorio titolo "Il poeta russo preferisce i grandi negri".
Bisessuale dichiarato, Limonov non smetterà mai di scandalizzare volutamente il pubblico con il suo linguaggio a tratti scurrile, violento, provocatorio, erotico all'estremo, ma anche profondamente sensibile.
La scrittura e la vita di Limonov sono per molti versi state segnate dagli abbandoni sentimentali prima di Elena Schapova e successivamente della cantante Natalia Medveva, che lo sposò negli Anni '80.
Forse anche queste delusioni lo spingeranno a divenire un "poeta soldato", come d'Annunzio, partecipando negli anni '90 alla guerra civile nell'ex Jugoslavia a fianco dei serbi e successivamente tornando in Russia e organizzando un gruppo di poveri, sbandati, emarginati, punk ed ex punk delusi dal crollo dell'Unione Sovietica e vittime dell'avvento dei liberalismo oligarchico.
Quel nucleo di "desperados", nel 1992, prenderà il nome di Fronte Nazionale Boscevico e, nel 1994, di Partito Nazionalbolscevico (PNB) e sarà ispirato alle teorie eurasiatiste del filosofo Aleksandr Dugin ed a quelle culturali e sociali della Nuova Destra di Alain De Benoist, ovvero un'unione fra un programma economico socialista autentico (superamento del capitalismo, giustizia sociale, lavoro collettivo, proprietà in comune) e una visione nazionale in politica interna in grado di dare priorità allo Stato sull'economia ed una maggiore centralità della Russia in Europa.
Limonov, Dugin, il cantante e chitarrista punk rock Egor Letov e il musicista e attore Sergey Kuryokhin, saranno dunque i maggiori animatori del PNB e del suo giornale controculturale "Limonka" ("Granata") e riusciranno via via ad aggiudicarsi le simpatie dei nazionalisti e dei comunisti delusi dall'avvento di Eltsin al potere e della conseguente distruzione della Russia in favore degli oligarchi e delle politiche globaliste e imperialiste degli USA e della NATO.
Il Partito Nazionalbolscevico sarà successivamente, con l'avvento di Vladimir Putin al governo, il maggior oppositore di quest'ultimo, al punto da ricevere il plauso sia di Elena Bonner, vedova del dissidente Andrej Sacharov, che della giornalista Anna Politkovskaja, la quale definirà i Nazbol dei "giovani coraggiosi, puliti, gli unici o quasi che permettono di guardare con fiducia all'avvenire morale del Paese".
Giovani coraggiosi e dissidenti al punto che il PNB sarà l'unico partito in Russia ad essere messo fuorilegge nel 2007 e molti dei suoi componenti saranno arrestati, fra cui lo stesso Limonov nel 2001 accusato di un inesistente traffico d'armi e ciò gli costerà ben due anni di carcere. E' in questi anni che scriverà altri dei suoi romanzi fra cui il "Libro dell'acqua", "Diario di un fallito" e in particolare "Il trionfo della metafisica - memorie di uno scrittore in prigione".
Uno degli ultimi romanzi pubblicati in Italia, "Zona industriale", edito da Sandro Teti, oltre a parlare della sua avventurosa vita, racconta anche dell'incontro con un ratto bianco femmina che gli ricorda gli ex compagni di cella e che egli decide di chiamare Krys, la quale odora di bucato appena tirato fuori dalla lavatrice in quanto ama mangiare il sapone. Le pagine dedicate a Krys sono forse le più tenere scritte da un autore che, sotto la scorza del "duro" ha un vero animo sensibile, che pur nella sua gioventù ha voluto nascondere.
Limonov ha vissuto sino al 2005 con Krys, morta un anno dopo suo padre e tre anni prima di sua madre, nel piccolo e umido appartamento moscovita dove lo scrittore vive, nella zona industriale Siry.
Limonov non si è infatti mai arricchito ed ha sempre odiato la ricchezza, nonostante abbia frequentato ambienti alla moda e la sua ultima moglie sia stata l'attrice Ekaterina Volkova, dalla quale ha avuto due bellissimi figli.
Eduard Limonov, divenuto famoso in Occidente negli ultimi anni grazie alla biografia romanzata scritta da Emmanuel Carrère, pubblicata in Italia da Alelphi, nella quale purtuttavia egli non si riconosce mimimamente, non ha comunque mai smesso di fare politica, divenendo, assieme ad Aleksandr Dugin (con il quale ha politicamente rotto, ma con il quale mantiene comunque una visione politica simile), punto di riferimento di una galassia politico intellettuale vasta e che sempre più affascina le nuove generazioni.
Una galassia oltre la destra e la sinistra, in grado di abbracciare: suggestioni eurasiatiche; un'alternativa sociale ad una Europa e ad un mondo unipolare oligarchico-liberale; un ritorno al socialismo autentico ed originario, che è populismo nel senso autentico ed originario del termine, ovvero politica di popolo e per il popolo.
Non a caso Limonov si definiva un "dissidente dalla parte dei ribelli e dei deboli" e ricordò come in Russia, mentre lui fu condannato a quattro anni di carcere di cui due scontati interamente (è uscito anticipatamente per buona condotta), il cosiddetto dissidente filo-occidentale Navalny è sempre stato condannato al massimo a quindici giorni di prigione.
Ad ogni modo, nonostante al Partito NazionalBolscevico sia istato dichiarato illegale (anni fa riuscirono a presentarsi in una composita alleanza unita da elementi liberali, socialisti, nazionalisti e comunisti denominata "L'Altra Russia", ma ottenendo pochi consensi), militanti nazionalbolscevichi rimangono comunque attivi in ogni parte dell'ex URSS, come ad esempio in Ucraina a sostegno dei ribelli del Donbass contro i nazionalisti Ucraini.
Negli ultimi anni, Limonov, è stato fermato diverse volte per manifestazioni non autorizzate contro il Cremlino, guidando il partito nazionalbolscevico “Altra Russia”, rifondato nel 2010, composto ancora una volta prevalentemente da giovani e giovanissimi. Partito che, sino a domenica scorsa, ha animato in Russia le maggiori manifestazioni ambientaliste contro le discariche del business, nonché quelle per il diritto di riunione, di libertà di parola e contro la riforma della Costituzione che sta regalando a Putin il potere in eterno.
Limonov, quando la salute glielo permetteva, era sempre in piazza ad arringare la folla. E tornò in Italia di recente, nel dicembre scorso, per presentare il romanzo erotico “Il Boia”, scritto e pubblicato per la prima volta in Francia, negli Anni '80.
Eduard Limonov è e rimarrà sempre una figura dissidente ed al contempo eroica, nella Russia e nell'Europa odierna. Proprio quest'anno, peraltro, era annunciata l'uscita del film "Limonov", del regista polacco Pawel Pawlikowski, incentrato sempre sulla sua rocambolesca vita.
Ho avuto modo di intervistarlo l'agosto scorso. Ricordo che andava molto fiero di essere definito "un piantagrane" e che non gli interessava affatto di tutte le "sciocchezze" che dicevano su di lui.
A noi europei ha lasciato un grande monito, quando in una intervista, mai abbastanza ricordata dichiarò: “L’Europa sta mentendo quando afferma di difendere il bene, la democrazia, i diritti degli uomini. L’Europa, infatti, sta uccidendo i paesi dissenzienti, i diversi paesi, l’uomo diverso. L’Europa persegue il bene con tutti i mezzi del male. L’Europa è in profonda crisi, in crisi di coscienza. L’Europa è persa”.
Eduard Limonov, a chi scrive almeno, mancherà immensamente.

Luca Bagatin

giovedì 30 gennaio 2020

Cina: da "sabbia informe" a potenza globale. Articolo di Luca Bagatin

La Cina, proprio in questi giorni, sta affrontando la sfida più difficile, in 70 anni di Repubblica Popolare, ovvero l'epidemia di coronavirus.
A 70 anni dalla proclamazione della Repubblica Popolare, da parte del Grande Timoniere, Mao-Tse Tung, la Cina ha comunque dimostrato più volte di potersi rialzare.
Da “sabbia informe”, è diventata una potenza globale. Proprio questo è, peraltro, il sottotitolo dell'interessante e documentato saggio “Cina”, edizioni Impromatur, dello studioso Diego Angelo Bertozzi.
Un saggio che affronta tutti i 70 anni di Repubblica Popolare, sino ai nostri giorni.
Ovvero da quando Mao Tse-Tung, proclamò – il 1 ottobre 1949 - la nascita della Repubblica, a seguito della vittoria dell’Esercito di Liberazione Popolare da lui guidato, che sconfisse definitivamente i nazionalisti di Chiang Kai-shek, sostenuti dagli Stati Uniti d’America di Roosevelt.
Un comunismo con caratteristiche particolari, quello cinese che, secondo le direttive di Mao, doveva privilegiare la classe contadina, piuttosto che lo sviluppo industriale del Paese.
Un Mao che, figlio di contadini egli stesso, alla guida del Paese, promosse la riforma agraria, collettivizzando e ridistribuendo le terre, oltre che avviando un processo di alfabetizzazione delle masse.
Solo dopo la morte di Mao, nel 1976, sarà avviata una nuova fase di modernizzazione del Paese, attraverso la corrente riformista guidata da Deng Xiaoping, il quale avvierà quello che ancora oggi viene chiamato “socialismo con caratteristiche cinesi”.
Un socialismo che si rifiuta di aderire al modello capitalista, ma che vuole apprendere quanto di positivo il sistema capitalista può insegnare. Un socialismo che apre al mercato e alla multiproprietà, ma ove l'intervento pubblico rimane preponderante e fulcro stesso della modernizzazione del Paese e dell'elevazione economica del popolo stesso.
E' quindi nel periodo guidato da Deng Xiaoping che, pur non archiviando il maoismo, ma criticandone solo gli aspetti più dogmatici, si sviluppa il settore industriale e teconologico.
Allo stesso tempo, la Cina, si pone quale guida dei Paesi più poveri e che hanno da poco ritrovato l'indipendenza dal colonialismo, ponendosi a baluardo geopolitico nella lotta contro il sottosviluppo.
In questo senso, come fa presente il saggio di Bertozzi, la Cina è oggi molto presente nel continente africano, ove ha contribuito a costruire strade, ponti e infrastruttire, oltre che concesso prestiti a tassi agevolati e spalmati nel tempo. Attualmente la Cina possiede percentuali di debito di diversi paesi africani, contribuendo concretamente a far uscire tali Paesi dal sottosviluppo, provocato dal colonialismo e dal neocolonialismo, che è aspetto ancora presente in quei Paesi ove il Fondo Monetario Internazionale e le potenze occidentali neocoloniali (Francia, Gran Bretagna e USA in primis), sono ancora molto presenti.
E' stata, in sostanza, secondo la tesi di fondo del saggio di Bertozzi, l'ondata di rinnovamento portata avanti da Deng e dai suoi successori - Jang Zemin, Hu Jintao e l'attuale Presidente Xi Jinping - la marcia che ha permesso alla Cina di non fare la fine dell'URSS.
La Cina comunista, in sostanza, ha mantenuto la sua impronta socialista e la sua visione democratica, alternativa a quella liberale e occidentale.
La democrazia cinese non ammette la competizione elettorale fra partiti, in nome dell'armonia e della collaborazione fra partiti e formazioni politiche non antagoniste, ma in dialogo costante con il Partito Comunista Cinese (PCC), che rappresenta l'unità di tutto il popolo.
Partito – quello comunista cinese - che, peraltro, è al mondo la forza politica con il maggior numero di iscritti (la maggioranza ancora oggi agricoltori, ma da tempo ha aperto anche alle classi borghesi e ai liberi professionisti) avendo superato, nel 2019, i 90 milioni di tesserati. L'iscrizione allo stesso, peraltro, è piuttosto selettiva e il PCC è una vera e propria scuola di formazione politica socialista, atta a formare la futura classe dirigente del Paese.
Secondo i cinesi, peraltro, non esiste un solo modello di democrazia universale, esportabile e che vada bene per tutti, bensì questo è necessariamente frutto dello sviluppo interno e della civiltà politica del Paese nel quale tale processo è sorto e non frutto di imposizioni esterne. In tal senso, la Repubblica Popolare Cinese, come spiegato nel saggio di Bertozzi, non intende dare alcuna lezione al mondo, ma parimenti non accetta alcuna lezione dal mondo occidentale, così come a suo tempo non la accettò nemmeno dall'URSS, con la quale spesso entrò in conflitto ideologico.
Il saggio di Bertozzi, spiega dunque che, in Cina, il PCC governa la Repubblica, ma esistono anche altre forze democratiche. Forze che partecipano all'esercizio del potere statale, hanno un ruolo consultivo e partecipano alla scelta dei capi di Stato e all'amministrazione del Paese. Ma tutte le forze politiche, unitamente al PCC, non sono minimamente in competizione.
In Cina sono peraltro presenti anche dei comitati di villaggio - i quali hanno una certa autonomia in ambito educativo e finanziario - che prevedono il diritto di voto attivo e passivo di tutti i residenti adulti.
Quanto all'economia cinese, come spiegato nel saggio “Cina”, è mista, ovvero, accanto ad aziende pubbliche, in particolare nei settori chiave dell'economia quali quello bancario, delle risorse energetiche e delle telecomunicazioni, vi sono imprese private e cooperative. Imprese private comunque piuttosto sindacalizzate e ove una parte dei profitti viene non solo utilizzata per interventi a carattere sociale (come per la costruzione di scuole professionali o per soccorso di vittime di una catastrofe nazionale), ma anche reinvestita nello sviluppo di nuove tecnologie dell'impresa e ciò sembra essere una delle ragioni del boom teconologico cinese, in particolare negli ultimi anni.
La Cina, in sostanza, da Paese feudale e successivamente coloniale, in 70 anni, ha fatto passi da gigante. Non solo è oggi pressoché un colosso economico, ma ha anche aumentato del 7,4% il reddito pro capite; creato oltre 13 milioni di nuovi posti di lavoro negli ultimi anni; sottratto dalla povertà oltre 100 milioni di persone nelle aree rurali e investito moltissimo nell'ambiente, ponendo un tetto all'emissione di gas serra e nello sviluppo di fonti rinnovabili.
Per quanto molti ancora rimangano i problemi da risolvere in Cina, l'obiettivo dichiarato anche dall'attuale Presidente Xi Jinping, rimane quello di rendere il Paese una “società moderatamente prospera” entro il 2020, con una nuova lotta alla povertà e per la redistribuzione delle ricchezze.
Il saggio di Diego Angelo Bertozzi offre dunque al lettore uno spettro complessivo dello sviluppo di una nazione che sta da tempo modificando gli equilibri geopolitici globali, in favore di un mondo multipolare, più prospero.

Luca Bagatin

martedì 5 novembre 2019

Riflessione breve sul razzismo

Il razzismo nasce dalla paura e dall'insicurezza, non certo dall'amore per la propria identità.
Chi ama la propria identità non teme le persone diverse, le rispetta e riconosce l'identità altrui.
Ma chi sente di non avere alcuna identità, o è preda di profonde insicurezze, anche inconsciamente, scade nel razzismo, nella xenofobia, nell'omofobia...

Superare il razzismo significa superare le proprie paure e ritrovare il centro, estremo, del proprio essere.

(Luca Bagatin)