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lunedì 6 luglio 2026

Mutamenti geopolitici e nuovi scenari internazionali. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori

 

Attualmente, il mondo è entrato in una nuova fase di turbolenza e trasformazione, con numerosi cambiamenti che emergono nel panorama geopolitico globale. La lenta crescita economica, unita allo sviluppo della rivoluzione tecnologica (leggi anche: passi in avanti dell’intelligenza artificiale), hanno portato a un contesto geopolitico globale più instabile e incerto; la perdita dell’egemonia statunitense e il disordine dell’incertezza degli schieramenti internazionali hanno ulteriormente frammentato e disordinato il panorama geopolitico mondiale.

Quanto più complessa e interconnessa diventa la situazione, tanto più la comunità internazionale deve collaborare in solidarietà e mutuo soccorso, attenendosi alla logica del progresso storico e alla tendenza dei tempi. Di fronte a questo intricato scenario geopolitico, contribuire con determinazione alla pace e allo sviluppo mondiale attraverso una governance accettata da tutte le parti, e stabilizzare un mondo incerto con la sicurezza riveste una grande importanza strategica. L’attuale governo statunitense ha ripetutamente minacciato di annettere la Groenlandia con il pretesto della cosiddetta “sicurezza nazionale” e ha dichiarato di non escludere la possibilità di ricorrere alla forza. Addirittura pure i pacifici cittadini danesi hanno marciato e manifestato nella piazza del Municipio di Copenaghen il 17 gennaio 2026, protestando contro tale tentativo.

Il mondo sta attraversando rapidi cambiamenti, con la Casa Bianca e alcuni altri Paesi occidentali che apportano modifiche strategiche e si impegnano in una competizione per il potere e nuove regole, e tutto questo sta determinando un profondo rimodellamento del panorama geopolitico e introducendo una nuova fase storica caratterizzata da cambiamenti interconnessi e da una crescente instabilità.

L’equilibrio e la distribuzione del potere geopolitico stanno subendo una rapida ristrutturazione, con l’indebolimento della superpotenza “unipolare” e la differenziazione di molteplici potenze forti che si evolvono parallelamente. Il modello emerso dopo la guerra fredda ha subìto cambiamenti fondamentali a causa dell’ampliamento delle differenze di sviluppo tra i Paesi, diventando il filo conduttore dell’evoluzione dello scenario. Da un lato, il potere e lo status degli Stati Uniti d’America sono relativamente diminuiti e la loro egemonia unipolare è insostenibile. La quota di Washington nell’economia globale è scesa da circa il 40% al suo apice negli anni Sessanta a circa il 26% negli ultimi tempi, con problemi quali una struttura industriale squilibrata e un pesante debito federale che scuotono le fondamenta del suo potere nazionale. Dall’insediamento dell’attuale amministrazione statunitense, la sua posizione unilaterale e aggressiva si è intensificata, ed il suo soft power è stato gravemente danneggiato; le crepe all’interno del suo sistema di alleanze si sono allargate e la sua capacità di dominare l’agenda è diminuita.

D’altro canto, il mondo si sta evolvendo in una direzione multipolare sempre più marcata, con le potenze tradizionali e i Paesi emergenti – quali, ad esempio i BRICS – che divergono nei loro percorsi di sviluppo, dando luogo a una struttura di potere differenziata. Le difficoltà economiche e di sicurezza dell’Unione Euripea si sono aggravate e la dipendenza strategica di Tokyo da Washington rimane invariata, creando disequilibrio in Estremo Oriente. Allo stesso tempo, il Sud del mondo è cresciuto significativamente, rappresentando oltre il 40% dell’economia globale e diventando una forza indispensabile e importante nel processo di multipolarizzazione mondiale.

Nel frattempo, la Repubblica Popolare della Cina ha continuato a compiere dei passi in avanti, rafforzando notevolmente la sua influenza internazionale; la Russia, nonostante le sanzioni occidentali, ha dimostrato una forte resilienza strategica facendo leva sulle sue risorse energetiche e su altri vantaggi; i Paesi emergenti come India, Brasile e Repubblica Sudafricana sono attivamente alla ricerca di opportunità e stanno diventando forze sempre più importanti che influenzano il panorama internazionale.

Le alleanze geopolitiche si stanno frammentando e riorganizzando sempre più, con la competizione e l’autonomia strategiche le quali che assumono un ruolo sempre più rilevante. Le interazioni geopolitiche globali stanno attraversando una complessa evoluzione, con gli Stati Uniti d’America e alcuni altri Paesi occidentali ad essi legati, che continuano a fomentare il confronto tra alleanze.

Molti Paesi mostrano una crescente propensione all’autonomia e all’indipendenza de facto, rendendo la coesistenza di confronto una caratteristica saliente del mutevole panorama geopolitico. Il confronto è una caratteristica chiave. Per mantenere la loro precaria egemonia e reprimere l’ascesa delle potenze emergenti, alcuni Paesi occidentali, e non, stanno intensificando la loro competizione, che si sta estendendo dalle tradizionali regioni chiave come Europa ed Asia-Pacifico ad altre aree.

La crisi ucraina e la situazione in Vicino e Medio Oriente continuano senza sosta, la divergenza tra le posizioni di Stati Uniti d’America e Israele e Stati Uniti ed Unione Europea si sta ampliando e il confronto tra Europa e Russia si approfondisce e consolida.

La Casa Bianca sta mobilitando gli alleati regionali per promuovere la cosiddetta “strategia indo-pacifica”, aumentando i rischi per la sicurezza nella regione estremo-orientale e, al contempo, adattando la propria strategia intercontinentale, esercitando maggiore pressione su regioni e Paesi dell’America Latina (per tutti la questione venezuelana), del Medio Oriente (Israele, Gaza e Libano) e dell’Africa (guerre intestine al Continente). Sempre più Paesi, di fronte a imposizioni e comportamenti autoritari da parte di potenze egemoniche, stanno vivendo un risveglio strategico e cercando di svincolarsi, con la maggiore esigenza di superare i tradizionali scontri tra alleanze, promuovere la multipolarità e migliorare la governance globale.

La competizione geopolitica si sta intensificando, con una crescente rivalità per le vie navigabili strategiche (fra queste, la ben nota questione degli stretti) e le principali risorse minerarie. Con i rapidi progressi tecnologici e i cambiamenti nel panorama globale delle risorse e dell’energia, le roccaforti geopolitiche, le vie navigabili chiave e i minerali critici sono diventati punti nevralgici della competizione.

Le posizioni geografiche e gli snodi strategici hanno sempre rivestito un’importanza fondamentale nella geopolitica globale. Gli Stati Uniti d’America, come abbiamo detto supra, puntano alla Groenlandia, non per l’apparente “vicinanza” al Continente America, ma in quanto ricca di minerali delle terre rare, e per i passaggi che controllano le rotte marittime artiche.

Una questione poco affrontata è il porto australiano di Darwin, che potrebbe essere foriero di una situazione d’instabilità. Quell’approdo è di vitale importanza per gli Stati Uniti d’America grazie alla sua posizione strategica nell’Indo-Pacifico e al suo ruolo nelle operazioni militari alleate. Situato all’estremità settentrionale dell’Australia, funge da snodo logistico cruciale per la Marine Rotational Force-Darwin (base staunitense dei Marine). I pianificatori della difesa statunitensi considerano il porto e la circostante base della Royal Australian Air Force di Darwin essenziali per il mantenimento della sicurezza e per una rapida risposta alle crisi. La sua vicinanza al Sud-Est Asiatico consente alle forze congiunte statunitensi e australiane di condurre addestramenti e dispiegare rapidamente risorse.

Esso è considerato di potenziale importanza militare, impiegando tattiche sia morbide che dure nella loro offensiva, anche a costo di violare la sovranità di altri Paesi. Le vie navigabili chiave sono la linfa vitale del commercio globale e del trasporto di energia. La crisi marittima del Mar Rosso del 2023 e l’attuale di Homuz hanno gravemente colpito le catene di approvvigionamento globali, evidenziando l’estrema importanza delle vie navigabili strategiche. Le recenti azioni di Trump, come il tentativo di assumere il controllo del Canale di Panama, preannunciano una nuova fase di competizione per queste vie navigabili. Minerali chiave come litio, cobalto, nichel e terre rare sono la forza trainante delle energie pulite e di settori emergenti come l’intelligenza artificiale. Assicurarsi l’approvvigionamento di questi minerali chiave è una condizione necessaria per guidare le rivoluzioni industriali in tali àmbiti. Gli Stati Uniti d’America e altri Paesi occidentali hanno costantemente alimentato dispute geopolitiche sui minerali chiave, tentando di promuovere il “disaccoppiamento” delle catene di approvvigionamento di questi minerali chiave da importanti Paesi di quella zona. (Il “disaccoppiamento” è la strategia economica e geopolitica volta a separare o ridurre la dipendenza dai mercati esteri.)

La competizione geostrategica si è ampliata notevolmente, con nuovi àmbiti che sono diventati frontiere a causa delle quali tutti i Paesi cercano di proteggere, rafforzando il loro parco militare. Gli abissi marini, le regioni polari, lo spazio extra-atmosferico e il cyberspazio sono tutti elementi legati alla sicurezza strategica di ogni Stato e influenzano il futuro assetto del potere globale, diventando nuove frontiere su cui potrebbero scatenarsi lotte nella competizione geopolitica internazionale.

I predetti abissi marini, ricchi di risorse minerarie, biologiche ed energetiche, stanno attirando sempre più l’attenzione strategica di diversi Paesi: vedi la questione delle ampie Zone Economiche Esclusive del Pacifico, la cui formale sovranità è esercitata anche da Stati che hanno meno abitanti di un quartiere romano.

Attualmente, le scoperte nella tecnologia di estrazione mineraria in acque profonde ed il relativo vuoto normativo nel diritto internazionale, stanno innescando controversie sull’allocazione delle risorse, con alcuni Paesi che stanno mettendo alla prova i limiti dell’ordine internazionale. Vedi anche la lotta tra Stati Uniti d’America, Russia, Canada e altri per il controllo delle rotte marittime artiche rimane irrisolta e la competizione strategica negli abissi marini polari e caldi si sta intensificando.

Va pure rammentato lo spazio extra-atmosferico il quale è un’area chiave della moderna competizione militare e tecnologica. Gli Stati Uniti d’America, attraverso il progetto Starlink, mirano a prendere l’iniziativa e a scatenare una battaglia per le risorse spaziali, che porterà a un’intensificazione della competizione per i diritti spaziali internazionali. Ma non c’è solo lo spazio atmosferico, ma pure quello cyber, che rappresenta un nuovo palcoscenico per l’interazione geopolitica mondiale. La governance dell’ecosistema cibernetico è fondamentale per lo sviluppo e la sicurezza nazionali. Sempre più Paesi stanno aumentando gli investimenti per potenziare le proprie capacità offensive e difensive nel cyberspazio, e la lotta per il dominio e il controllo dello spazio cibernetico si sta facendo sempre più aspra, con una crescente tendenza alla geopoliticizzazione di quest’ultimo. Tanti sono i nuovi scenari che non vengono appronditi dai mass-media.

Giancarlo Elia Valori 

giovedì 14 maggio 2026

Trump a Pechino: il tramonto dell’unilateralismo statunitense. Articolo di Luca Bagatin

E alla fine Trump – sconfitto da un Iran che resiste; non in grado nemmeno di far cambiare governo al Venezuela (nonostante il rapimento del suo legittimo Presidente) e alle prese – come ricorda l'ottimo Pino Arlacchi nel suo articolo su Il Fatto Quotidiano - “con un deficit commerciale bilaterale di quasi mille miliardi di dollari, dazi che hanno aumentato i prezzi americani senza ridurre le importazioni cinesi, e un apparato militare che i wargames del Pentagono descrivono come perdente in una guerra contro la Cina”, andò a Pechino e elogiò, giustamente, il Presidente cinese Xi Jinping, definendolo, più volte, un “grande leader”.

La Repubblica Popolare Cinese, del resto, è sempre stata aperta al dialogo e alla cooperazione e, dunque, dialoga anche con Trump e di buon grado, offrendogli anche un banchetto di benvenuto nella Grande Sala del Popolo.

Il Presidente Xi ha sottolineato che la relazione fra Cina e Stati Uniti è la più importante nel mondo di oggi e ha sottolineato, in merito: “Dobbiamo farla funzionare e non rovinarla mai”, spiegando che ogni possibile scontro fra entrambe le parti porterebbe alla sconfitta di entrambe, mentre la cooperazione fra le due parti garantisce, a entrambe, mutuo vantaggio.

Xi ha sottolineato, ancora una volta, come le parti debbano assumersi la responsabilità storica e guidare la nave delle relazioni sino-statunitensi in modo fermo, volto a garantire pace, stabilità, prosperità e progresso nel mondo.

Trump, del resto, si è trovato concorde su tutta la linea.

Relativamente all'incontro fra i due leader, è intervenuto anche il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, il quale, in conferenza stampa, interpellato dai giornalisti, ha spiegato le linee guida della stabilità nelle relazioni sino-statunitensi: “”Stabilità strategica costruttiva” significa stabilità positiva con la cooperazione come pilastro, stabilità sana con competizione entro limiti appropriati, stabilità costante con divergenze gestibili e stabilità duratura con una pace auspicabile”.

Relativamente alla questione di Taiwan, il portavoce ha spiegato come il Presidente Xi, durante i colloqui con Trump, abbia sottolineato che essa deve essere gestita in modo corretto, in caso contrario i due Paesi potrebbero scontrarsi ed entrare in conflitto.

Egli ha spiegato come la salvaguardia di pace e stabilità nello Stretto di Taiwan rappresenti il comune denominatore fra Cina e Stati Uniti.

Taiwan, del resto, storicamente e come stabilito anche dalla risoluzione ONU nr. 2759 del 25 ottobre 1971, votata ad ampia maggioranza, è parte integrante della Repubblica Popolare Cinese, che ne è l'unica legittima rappresentante.

Tale incontro sembra, una volta di più, mostrare al mondo come siamo entrati a pieno titolo nell'era multipolare, ovvero alla fine del dominio unilaterale dell'Impero statunitense e dei suoi alleati e satelliti in UE e non solo.

Un Impero che, ancora oggi, vorrebbe fare la voce grossa, usando i soliti vecchi strumenti suprematisti bianchi e neo-colonialisti, ma che ormai si scontrano con popolazioni e Paesi con sistemi differenti e che rappresentano la maggioranza del mondo e che non accettano più di essere sottomessi al suprematismo bianco occidentale liberale e capitalista.

Paesi che, con la loro capacità di resilienza/resistenza, oculatezza nella gestione politica e economica e con la capacità di usare il sistema capitalista non già per l'egoismo di pochi, ma a beneficio delle comunità, come sta facendo da decenni la Repubblica Popolare Cinese, oggi stanno ampiamente surclassando il cosiddetto Occidente.

Occidente che, nel corso degli ultimi decenni, in particolare, ha fatto di tutto per auto-sabotarsi, con sanzioni controproducenti e controproducenti sostegni a autocrazie corrotte, nazionaliste, colonialiste e separatiste.

I fatti stanno parlando da tempo e Trump, che in un primo tempo pensava di mettere i bastoni fra le ruote alla Cina e ai BRICS, con le sue assurde e controproducenti mosse in Venezuela, Iran e dazi vari, si sta ritrovando con il cerino in mano e, probabilmente, visto l'esito dell'incontro a Pechino, ne sta prendendo atto.

Del resto, se da una parte abbiamo una potenza – la Cina – che ha saputo imparare dai suoi errori, nel corso della sua Lunga Marcia, dal 1949 ad oggi, pianificando, ragionando, creando sinergie, partnership, cooperazione e lavorando a beneficio della comunità, nazionale e globale, dall'altra abbiamo Paesi liberal capitalisti che ragionano come ai tempi della Guerra Fredda. Che economicamente arrancano, si auto-sabotano, elevano muri, sanzionano chi non la pensa come loro, si deindustrializzano, non sono in grado né soprattutto vogliono dialogare e porre attenzione alle ragioni di tutte le parti in causa nei conflitti. Conflitti spesso iniziati e innescati da loro stessi.

Mentre la Cina, da decenni, cerca di guidare e emancipare i Paesi del Sud del mondo (cooperando con essi, togliendo i dazi), nei Paesi liberal capitalisti si esalta l'immigrazione come fenomeno positivo, perché gli immigrati fanno lavori che “gli europei non vogliono più fare” (ma, in realtà, sarebbe bene che ricomincino a fare e che siano anche pagati adeguatamente e non sottopagati come avviene ora!).

Senza comprendere che l'immigrazione e il conseguente sfruttamento degli immigrati è fenomeno drammatico, causato spessissimo da guerre fomentate da un Occidente guerrafondaio e colonialista. Fenomeno che di positivo non ha proprio nulla.

L'unico aspetto positivo dovrebbe essere l'emancipazione dei Paesi del Terzo e Quarto Mondo e la cooperazione internazionale. Così come un'economia fondata sulla produzione e lo scambio di beni reali (e non sulla finanza internazionale e l'oligarchia di pochi) ed un settore pubblico efficiente, che pianifichi e che ponga la comunità al primo posto, ovvero che investa in formazione, ricerca, sanità e istruzione pubbliche. Non in sciocchi riarmi che servono solo a chi si rifiuta di fare i conti con la propria Storia e con il proprio suprematismo bianco “liberale”, ma che con la libertà non ha nulla a che spartire e che sicuramente è opposto alla democrazia, che è il primato della comunità, della sovranità, indipendenza e eguaglianza di tutti i cittadini che la compongono.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

lunedì 13 aprile 2026

Verso un nuovo ordine politico ed economico mondiale. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori

 

Mentre il mondo attraversa profondi cambiamenti senza precedenti dagli inizi degli anni Duemila, anche la tendenza verso la multipolarità sta accelerando. Tuttavia, in questo nuovo periodo di turbolenza e trasformazione, la multipolarità sta mostrando nuove caratteristiche: la disuguaglianza e il disordine si stanno aggravando, la competizione spietata tra le grandi potenze si fa più evidente e crescono i timori di una nuova guerra mondiale. Superpotenze infrangono il diritto internazionale e trattano i territori di Paesi indipendenti come il loro cortile di casa, a dir poco. La soluzione migliore a questa situazione è promuovere lo sviluppo della multipolarità in una direzione più equa e ordinata, con i tentativi di erigere un nuovo ordine politico ed economico mondiale.

Al contempo, un fattore positivo – manifestazione più significativa di questa trasformazione – è l’ascesa del Sud globale e la sua crescente consapevolezza politica: maggiore indipendenza e autonomia, e una sfida alle potenti potenze egemoniche e aggressive. Il Sud globale, insieme ad altri Paesi non “occidentali”, costituisce l’Oriente, determinando un netto spostamento degli equilibri di potere tra Oriente e Occidente, con l’ascesa dell’Oriente e il declino dell’Occidente.

Tuttavia, nel quadro più ampio dell’ascesa dell’Oriente e del declino dell’Occidente, Repubblica Popolare della Cina (Stato tellurocratico di pace) e Stati Uniti d’America (Stato talassocratico di guerra) rivestono un’importanza particolare. Tra le potenze globali emergenti, la RP della Cina spicca in modo particolare. Sfruttando i suoi punti di forza come grande potenza, e soprattutto il suo rapido sviluppo negli ultimi quarant’anni, la forza nazionale cinese è cresciuta esponenzialmente, rendendola la seconda economia più grande dopo quella degli Stati Uniti d’America. Nel frattempo, nel mondo occidentale in declino, gli Stati Uniti d’America, in quanto potenza e leader mondiale, hanno registrato il declino più lento, con un conseguente ampliamento del divario di potere con gli altri Paesi occidentali. Pertanto, l’alternarsi di momenti di forza e di debolezza tra Pechino e Washington è diventato uno dei temi più dibattuti nella politica internazionale. Alcuni studiosi ritengono che l’ordine mondiale si sia spostato dalla multipolarità alla bipolarità, come una volta lo era fra la Casa Bianca e il Cremlino.

A prescindere dalle motivazioni di chi sostiene la bipolarità, l’unilateralità di questa argomentazione è evidente. Il fattore decisivo nell’ordine mondiale è il confronto della forza delle grandi potenze. Attualmente, gli Stati Uniti d’America sono in testa in termini di forza complessiva, seguiti a ruota dalla RP della Cina, ma il divario tra le forze dell’Impero di mezzo, degli Stati Uniti d’America e delle altre grandi potenze è molto meno significativo di quello tra Washington e Mosca durante la guerra fredda. Dal punto di vista economico, il PIL dell’UE è paragonabile a quello della RP della Cina; considerando il ruolo dell’euro come seconda valuta mondiale, la forza economica dell’UE dovrebbe essere ulteriormente enfatizzata. Dal punto di vista militare, la Russia è da tempo considerata la seconda potenza militare al mondo. Nonostante le battute d’arresto nella crisi ucraina, ha resistito da sola alla pressione dell’intera alleanza NATO, dimostrando una notevole forza. Per quanto riguarda il soft power, come la cultura e la diplomazia, l’UE, il Regno Unito, l’India e il Giappone sono tutti attori importanti che non vanno sottovalutati.

Dal crollo dell’Unione Sovietica e dalla fine dell’ordine mondiale bipolare, mentre gli Stati Uniti d’America hanno promosso con vigore l’unipolarismo, si è silenziosamente affermata una tendenza multipolare. «Una superpotenza e molteplici potenze forti» è un mantra classico utilizzato nel dibattito accademico per descrivere l’ordine mondiale a partire dagli anni Novanta, l’èra delle illusioni fukuyamesche e della pace universale kantiana dell’Unione Europea.

Oggi è innegabile che la superpotenza unica a stelle e strisce si stia indebolendo, non per nulla la sua ricerca di nuovi teatri di guerra, non è una trovata del cattivo Trump – come la pensano le ingenue teste di alcuni innocui e sprovveduti politici italiani e non – ma un’esigenza del capitale finanziario, quale fusione tra capitale bancario e industriale e la crescente ingerenza dello Stato nell’economia in un processo di sviluppo nell’investire nella proliferazione e produzione bellica. I presidenti degli Stati Uniti d’America, qualsiasi colore siano, sono meramente un prodotto delle tesi di Hilferding.

Al contempo le “altre” molteplici potenze forti, tra cui RP della Cina, Russia, Unione Europea e Giappone, si stanno generalmente rafforzando. In particolare, con l’ascesa del Sud globale, la composizione delle molteplici potenze forti ha subìto sottili cambiamenti, con l’India, di oltre 1,4 miliardi di abitanti, che sta sostituendo il Giappone. Pertanto, in questo ordine mondiale multipolare in evoluzione, i membri non occidentali stanno superato quelli occidentali.

Di fronte a tale realtà, sempre più forze internazionali riconoscono la multipolarità, sebbene le opinioni divergano su quali Paesi dovrebbero farne parte. Dall’inizio del XXI secolo, la RP della Cina ha costantemente integrato la sua diplomazia con Stati Uniti d’America, Russia ed Europa nel quadro della sua diplomazia di grande potenza.

Il tema della 61ª Conferenza sulla Sicurezza di Monaco del 14 al 16 febbraio 2025 è stato la multipolarità che ogni giorno sta diventando reale. Di particolare rilievo è il fatto che gli Stati Uniti d’America, che hanno costantemente perseguito l’egemonia unipolare – e si sono opposti alla multipolarità dalla fine della guerra fredda – hanno iniziato a modificare la loro percezione dell’ordine mondiale. La dichiarazione di Trump, nel gennaio 2025, secondo cui gli Stati Uniti d’America non erano più la potenza leader mondiale significa di fatto riconoscere che Washington ha perso il suo status di egemonia unipolare e cerca di riguadagnare terreno attraverso la produzione bellica. Ricordo che gli Stati Uniti d’America per la loro posizione geografica – salvo che la guerra anglo-statunitense del lontano 1812, e il bombardamento giapponese nella periferica Pearl Harbor il 7 dicembre 1941 – non conoscono la guerra con stranieri in casa, per cui in quanto talassocratici è molto meglio esportarla all’estero.

Mentre il mondo attraversa rapidi cambiamenti, è entrato in una nuova èra di turbolenza e trasformazione. Questi sconvolgimento e trasformazione hanno un impatto su tutti gli aspetti del mondo esistente. Nell’ambito della tendenza generale verso un ordine mondiale rapidamente multipolare, le nuove tendenze negative della multipolarità si manifestano principalmente in due aspetti: in primo luogo, i comportamenti egemonici e prepotenti sono più gravi che in passato e la tendenza alla disuguaglianza è più marcata; in secondo luogo, il fenomeno del disprezzo dell’ordine internazionale vigente e dello jus gentium è più evidente che in passato e il mondo multipolare rischia di precipitare nel disordine.

In un auspicabile nuovo ordine globale politico ed economico posto in mondo multipolare, la parità di trattamento tra le grandi potenze, e persino tra le grandi potenze e gli Stati non potenti, è la pietra angolare per il mantenimento di normali scambi e della pace mondiale. Dopo la guerra fredda, sebbene gli Stati Uniti d’America – sotto presidenti democratici e repubblicani (ricordo la tentata invasione di Cuba organizzata dal democratico Kennedy, e il colpo di Stato preparato con il concorso dei servizi segreti statunitensi e con l’avallo formale del suddetto Kennedy, che portò alla morte del presidente vietnamita Ngô Đình Diệm e al successivo intervento militare di Washington) – abbiano perseguito l’egemonia e la politica di potenza, spesso ricorrendo a comportamenti impositivi e autoritari, hanno cercato l’egemonia istituzionale, considerandosi “leader mondiali” e sempre attenti alla propria immagine attraverso leader sorridenti e democratici. Tuttavia, durante la presidenza Trump, i comportamenti dispotici degli Stati Uniti d’America nei confronti di altri Paesi sono diventati dilaganti, ignorando completamente l’opposizione della maggior parte dei Paesi e delle Nazioni Unite, e trascurando la condanna internazionale. Persino tra le grandi potenze, gli Stati Uniti d’America hanno dimostrato una crescente tendenza a giudicare il bene e il male in base ai loro propri interessi.

La creazione delle Nazioni Unite ha dato origine a un sistema e a un ordine internazionale incentrati sull’ONU. È grazie a questo sistema e a questo ordine che il mondo ha mantenuto la pace generale e compiuto progressi significativi in vari aspetti della governance globale. Sebbene questo sistema e ordine presentino molti problemi, è necessario affrontarli e migliorarli continuamente attraverso riforme. Dopo la guerra fredda, gli Stati Uniti d’America e l’Occidente hanno tentato di costruire un ordine internazionale liberale, il cui pilastro centrale era un sistema di alleanze incentrato sulla Casa Bianca. Tuttavia, ciò non ha escluso completamente il sistema e l’ordine delle Nazioni Unite, ma piuttosto ha integrato al suo interno l’ONU e altre organizzazioni ib meccanismi internazionali di bilanciamento. Per cui gli Stati Uniti d’America e i loro alleati, in particolare la NATO, hanno spesso violato i principi della Carta delle Nazioni Unite, lo hanno fatto spesso sotto la copertura dell’ONU o fuori dell’ONU. Ad esempio la “Coalizione dei volenterosi” (Coalition of the Willing), ossia l’alleanza multinazionale guidata da Washington che ha invaso l’Iraq nel marzo 2003, rimuovendo il regime di Saddam Hussein, senza uno specifico mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ecc.

Le altre grandi potenze si sono vantate di aderire ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Però, negli ultimi anni, la situazione è cambiata significativamente. Le violazioni della Carta delle Nazioni Unite sono aumentate notevolmente, soprattutto con la crisi ucraina, che riflette la rivalità strategica tra Stati Uniti d’America, Russia ed Unione Europaa, portando a dubbi sulla sopravvivenza stessa dell’ordine internazionale. Queste azioni sfidano apertamente l’autorità delle Nazioni Unite, indebolendo significativamente il sistema e l’ordine mondiale, e mettendoli persino a rischio di collasso. Il mondo potrebbe scivolare in un’èra di disordine.

La disuguaglianza e il disordine hanno avuto un grave impatto negativo sulle relazioni tra le grandi potenze, con una competizione spietata che si è intensificata al punto che le preoccupazioni per una guerra mondiale e una guerra nucleare sono più forti che mai. La multipolarità rischia di deviare dalla retta via.

Perciò, nei tentativi di stabilire un nuovo ordine mondiale, la strada da seguire è lo sviluppo della multipolarità paritaria. Solo quando la multipolarità si svolgerà lungo un percorso equo e ordinato, le relazioni tra le grandi potenze potranno rimanere sane e stabili; le grandi potenze e la stragrande maggioranza dei Paesi di piccole e medie dimensioni potranno sentirsi sicuri e concentrare i propri sforzi principali sul proprio sviluppo, la cooperazione internazionale a tutti i livelli potrà essere attuata efficacemente; la governance globale in tutti i suoi aspetti potrà progredire continuamente; l’ordine internazionale potrà essere costantemente migliorato; la pace mondiale potrà essere veramente garantita; e l’umanità potrà affrontare efficacemente le diverse sfide e i rischi e la civiltà umana potrà continuare a progredire.

Cosa significa dunque un mondo multipolare equo e ordinato? Significa sostenere l’uguaglianza di tutti i Paesi, indipendentemente dalle loro dimensioni, opporsi all’egemonismo e alla politica di potenza e promuovere concretamente la democratizzazione delle relazioni internazionali. Queste sono precisamente le norme internazionali e i principi fondamentali che è necessario costantemente sostenere e seguire, e che sono riconosciuti anche dalla stragrande maggioranza dei Paesi del mondo. Tali norme non sono affatto superate nel mondo odierno, caratterizzato da grandi sconvolgimenti e cambiamenti; al contrario, per mantenere la pace mondiale, necessitano di essere rafforzate. Pertanto, tutti i Paesi devono aderire congiuntamente agli scopi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite, sostenere congiuntamente le norme fondamentali universalmente riconosciute delle relazioni internazionali e praticare un autentico multilateralismo. Solo in questo modo si può garantire la stabilità complessiva e la natura costruttiva del processo di un mondo multipolare.

Per quanto riguarda l’economia, all’inizio del secolo XXI, molti osservatori prevedevano una società globalizzata ideale, piatta e senza ostacoli. Quest’idea è stata ora gravemente smentita. Le persone si rendono conto che enormi ingiustizie si annidano nel commercio globale, spesso non riuscendo a frenare il dumping e i dazi, e danneggiando il contratto sociale all’interno dei Paesi, portando a crisi notevoli.

Il nuovo ordine economico mondiale si riferisce a un nuovo insieme di regole globali (come la Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1974 sull’istituzione di un nuovo ordine economico internazionale) volte a modificare la vecchia struttura economica internazionale dominata dall’Occidente e a stabilire regole eque e reciprocamente vantaggiose che riflettano gli interessi dei Paesi in via di sviluppo.

Nel contesto attuale, esso rappresenta l’impegno dei mercati emergenti nel promuovere riforme della governance economica globale, nel sostenere la cooperazione Sud-Sud e la cooperazione nell’economia digitale, e nel costruire un sistema equo, ordinato e diversificato, incentrato su una comunità con un futuro condiviso per l’umanità.

Concetti chiave e prospettive sono l’enfatizzazione dell’uguaglianza sovrana e il diritto di ogni Paese di scegliere il proprio modello di sviluppo economico, e promuovere riforme delle norme finanziarie e commerciali internazionali che oggi risultano dannose per i Paesi in via di sviluppo. Le aree chiave da affrontare sono: la riforma della governance finanziaria, del commercio equo e solidale delle materie prime e della cooperazione internazionale nell’era dell’economia digitale, nel cercare di fronteggiare l’ascesa dell’unilateralismo e del protezionismo, nonché l’inadeguatezza dei meccanismi multilaterali tradizionali.

In conclusione vanno aggiunte alcune riflessioni sui nuovi ordini mondiali che si sono succeduti almeno dal secolo XIX. Dopo l’epopea delle grandi guerre napoleoniche, successive alla Grande Rivoluzione, il Congresso di Vienna nel 1815 stabilì un ordine che durò sino al 1848, la cosiddetta Primavera dei Popoli che principiò da Palermo il 12 gennaio di quell’anno. Da allora le turbolenze dei nazionalismi romantici o meno si protrassero sino a che Italia e Germania raggiunsero l’unità nazionale nel 1871 (Roma capitale ufficializzata con legge 3 febbraio 1871). Questo nuovo ordine di quarantatré anni giunse sino al 1914. Quella che era chiamata belle époque fu ingoiata dalla Prima Guerra Mondiale. Però l’ordine imposto dalla Conferenza di Versailles non resse, cadendo nel 1939 a causa della Seconda Guerra Mondiale. Dal 1945 – o per meglio dire dal telegramma lungo di George Kennan da Mosca a Washington il 22 febbraio 1946 – l’ordine della guerra fredda si prolungò fino al crollo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (26 dicembre 1991). Allora le menti semplici e i poveri di spirito immaginarono il paradiso in terra, non comprendendo che il katechon paolino era proprio l’Unione Sovietica. Lo dimostrò l’11 settembre 2001 quando, a katechon caduto, i Quattro Cavalieri dell’Apocalisse hanno avuto briglia sciolta.

Come abbiamo visto un nuovo ordine mondiale – dai tempi dell’Impero Romano ad oggi – presuppone una deflagrazione globale oppure un cedimento strutturale di uno dei piloni. Noi, per un auspicato cambiamento, non ci auguriamo questo, e possiamo solo sperare nella buona volontà di pace di tutti gli attori internazionali e nelle loro migliori espressioni. Le conferenze internazionali sono arene fondamentali per plasmare il nuovo ordine mondiale, determinando l’evoluzione delle regole geopolitiche ed economiche e dei modelli di cooperazione internazionale. Sono cruciali per stabilire nuove norme internazionali, bilanciare gli interessi dei Paesi in via di sviluppo e di quelli sviluppati e affrontare le crisi ambientali ed economiche. In tempi di crisi, le conferenze contribuiscono a costruire alleanze multilaterali per, non dico creare un nuovo ordine, ma almeno prevenire il crollo del vecchio stabilito dalle Nazioni Unite. Per cui o queste o una guerra mondiale per un nuovo ordine mondiale: dipende meramente dalle volontà dei decisori.

Giancarlo Elia Valori 

venerdì 27 marzo 2026

E' uscito il numero 2 della rivista di geopolitica, attualità e cultura, “BRICS & Friends”

E' uscito il numero 2 della nuova rivista di geopolitica, attualità e cultura, “BRICS & Friends”, dedicata al mondo multipolare e alla giustizia sociale.

In questo numero, fra le altre cose, vi sono approfondimenti sul Russia, Venezuela, Argentina, Iran, India, Sudafrica e un lungo articolo di Luca Bagatin sul socialismo con caratteristiche cinesi e il Partito Comunista Cinese.

Trovate le modalità di abbonamento a questo link: https://areapascale.wixsite.com/mpascaleeditore/brics-friends

Il sito web della rivista, ove potete leggere altri articoli di attualità è: https://bricsandfriends.com

martedì 24 marzo 2026

Gli orizzonti del mondo. Articolo di Paola Bergamo

Ci sono più modi per analizzare i conflitti del mondo: la cosa che li accomuna tutti è che ciascun contendente ritiene di giocare la partita della propria sopravvivenza.
La battaglia in atto non è più solo quella tra talassocrazie e tellurocrazie (secondo le celebri teorie del Rimland di Spykman e dell’Heartland di Mackinder) ma è lotta di civiltà e allora ecco che cambiano gli orizzonti del mondo!

Alcuni attori se ne sono resi conto e si ergono ad artefici del cambiamento epocale, anche attraverso l’intransigenza dei loro “no”.

Penso al Presidente Putin, forse finalmente compreso dal Presidente Trump, come è apparso ad Anchorage, ma anche alla ponderata prudenza con cui si muove, sullo scacchiere mondiale, il Presidente Xi Jinping.

Altri, invece, europei compresi, faticano a cogliere i cambi di paradigma restando ancorati a un mondo che è passato.

È piuttosto interessante che Sir Halford Mackinder, l’inventore dell’Heartland, “fortezza naturale della Terra”, fondatore della geopolitica, abbia formulato la sua teoria proprio dopo essere stato Alto Commissario dell’Intesa per l’Ucraina, che, assieme a Polonia e ai Paesi dell’Europa orientale, faceva parte del “cordon sanitaire2 di Inghilterra e Francia, all’epoca alleate.

Allora si comprendono meglio certe aspirazioni dei così detti “Volenterosi” della nostra contemporaneità, quasi una replica storica, simile ma mai uguale a sé stessa, come sosterrebbe Parmenide col suo realismo metafisico.

Ebbene, potrei spingermi a sostenere che vi è un qualcosa di metafisico anche nell’Heartland Theory, disvelandosi non un semplice elemento nell’ampia scacchiera internazionale, bensì un cuore pulsante con funzione quasi di “Catechon” geopolitico, come ha intuito il Professor Lorenzo Maria Pacini, filosofo, sociologo esperto di cratesiologia, bioetica e geopolitica, guardando in ispecie al pensiero di Aleksandr Gel’evič Dugin a proposito di Heartland.

Premesso che la Russia è sempre stata oggetto di conquista da parte delle potenze colonialiste anche per l’appetibilità delle enormi quantità di ricchezze nel suo sottosuolo, ecco che accerchiarla, isolarla, frammentarla, indebolirla è sempre stato l’obiettivo delle Potenze del Mare (Sea Power) per garantire a sé stesse l’egemonia nella politica mondiale.

La complessa, tortuosa e conflittuale transizione in atto da un mondo unipolare, cioè egemonizzato soprattutto da un’unica potenza verso un mondo multipolare, ci obbliga a riflettere sugli orizzonti del mondo.

La geopolitica si occupa dei fattori geografici che condizionano le interazioni tra i diversi player dello scacchiere mondiale e la loro azione politica.

Chi si occupa di geopolitica, di solito, riesce a svolgere una certa attività predittiva, riuscendo a leggere in anticipo gli eventi, forte delle tracce inscritte nella storia, fondendoli con gli elementi nuovi che emergono magmaticamente, come, per esempio, le nuove forme di sovranità.

Mi riferisco a quel sistema di sovranità identitaria fatta di cultura, cioè lingua, tradizione, religioni e valori che oggi esprimono un senso di rifiuto verso la visione occidentale imposta come preminente, puntando, invece, su una qualità civilizzazionale per cui ogni civiltà ha il diritto di essere quello che è e di seguire un proprio percorso storico.

Se nel passato il Sea Power, fosse Inghilterra o fosse America, ha prevalso e, per quello che concerne noi europei relegati in una sorta di terra di mezzo, è riuscito a bloccare il potere dell’Heartland attraverso il contenimento della Russia, oggi questo non è più possibile in un mondo in viaggio verso la multipolarità.

Ma è altrettanto vero che, se di multipolarità si tratta, la Russia, a sua volta, non può più essere considerato l’unico Heartland della terra.

Aleksander Dugin, non a caso, ha parlato di “Heartland distribuito”. Non più, quindi, un’unica area pivot, ma più perni: quello russo, quello europeo, quello cinese, quello islamico, quello sudamericano, quello africano e, infine, quello americano.

L’Heartland distribuito è quindi una rete di poli che sfidano l’egemonia occidentale secondo una geopolitica che promuove il multipolarismo culturale e politico, non solo territoriale.
La costruzione di una realtà mondiale multipolare richiede, quindi, nuove tabelle di marcia.

La multipolarità è, ad un tempo, strategia e progetto per il futuro, orientata a costruire qualcosa di completamente nuovo, multidimensionale, a geometrie variabili ed eterogenee, dove entrano in relazione e si sovrappongono tra loro matrici identificative diverse: non più solo popoli e nazioni, siamo ben oltre il secondo e terzo nomos della terra, per dirla alla Carl Smith.

La multipolarità sostituisce presente e passato, è un “quarto nomos”, come “quarta” è la Via di Dugin, dove le grandi narrazioni non reggono più nell’epoca della post-modernità. Si affermano le identità locali, muta lo stesso concetto di “limes”.

A ogni società, nel contesto multipolare, si deve quindi riconoscere il diritto inalienabile di essere ciò che vuole anche se a noi occidentali ciò infastidisse o addirittura inorridisse.
Se la cartografia non deve quindi più scoprire nulla del nostro pianeta, vi è un nuovo spazio inesplorato, la Multipolarità, in cui agiscono non più solo gli attori di sempre ma anche nuove entità non statali.

Se il mio punto d’osservazione resta quello di una europea italiana, quello che accade sta comunque sconvolgendo tutto il mondo: lo scopo della mia analisi è, quindi, di intrecciare  l’Heartland di Mackinder con la Quarta Teoria Politica di Dugin, partendo dall’assunto che le cose in atto originano da un crocevia storico ma necessitano di una comprensione etno-sociologica che riguarda i popoli, le loro volontà, i loro obiettivi.

Nella multipolarità vi è una multidimensionalità, eppure taluni ripropongono il tentativo anacronistico di perpetrare ancora un Sea Power con lo scopo di circondare un Heartland non più contenibile se, per l’appunto, ora è “distribuito”, come sostiene Dugin.

La comparazione del Heartland di Mackinder con la Quarta Teoria Politica di Dugin diventa perciò utile strumento interpretativo nel contesto del riordino mondiale multipolare per comprendere tra fatto geografico e aspetto ideologico, le guerre in corso, in special modo con riguardo al conflitto in Ucraina e Medio Oriente.

Se per Mackinder, la potenza mondiale dipende dal controllo dell’Heartland, il cuore dell’Eurafrasia (Eurasia + Africa), enorme spazio continentale incredibilmente ricco di risorse naturali e strategicamente protetto dalle coste, e la geopolitica è, quindi, analisi strategica volta a cogliere il conflitto tra poteri terrestri (land power) e poteri marittimi (sea power), Dugin va oltre e sostiene, ideologicamente, che la geopolitica non è solo scontro di poteri ma conflitto di civiltà e modelli esistenziali.

La sua visione è evidente che sia fortemente influenzata dal Tradizionalismo Spirituale (Heidegger, Evola, Guénon), con una profonda critica all’Occidente liberale e un rifiuto radicale dell’universalismo.

Dugin sostiene che il mondo contemporaneo stia passando da un ordine unipolare, dominato dagli Stati Uniti e dall’Occidente liberale, a un ordine multipolare in cui diverse civiltà (e non solo gli Stati) costituiscono poli autonomi e pretendono pari dignità e giustizia.

Questa visione si radica nell’eurasianismo e nella critica al liberalismo come ideologia totalitaria globale.

Tuttavia, per Dugin, la multipolarità non è semplicemente equilibrio di poteri tra Hertland distribuiti, cioè tra superpotenze in competizione tra loro, ma è una controstoria rispetto alla civiltà occidentale: ogni civiltà deve quindi poter mantenere la propria identità culturale e modelli politici propri.

Il fondamento ideologico sta nel suo libro “The Fourth Political Theory”, dove propone il superamento delle tre grandi correnti della modernità: Liberalismo, Comunismo e Fascismo che hanno dominato (e spesso fallito) nel regolare i conflitti e creare stabilità duratura.

La quarta teoria politica cerca di risignificare il soggetto politico attorno all’esistenza collettiva (Dasein, cioè l’esserci heideggeriano collettivizzato, però, da Dugin) e alla sovranità culturale.

In questa prospettiva, lo Stato – nazione e la civiltà diventano soggetti storici autonomi: ogni cultura ha il diritto di decidere il proprio destino politico, lontano dall’universalismo occidentale e dall’egemonia globale.

Alla luce di quanto detto, la Multipolarità per non essere conflittuale, pur nella competitività di ciascun contendente sullo scacchiere mondiale, necessita di accettazione e cooperazione. Là dove non c’è cooperazione e accettazione c’è guerra e il conflitto in Ucraina è “guerra multipolare”. Mosca non combatte solo contro Kiev ma contro il sistema egemonico occidentale per il riconoscimento di un ordine internazionale non unipolare.

Se dal punto di vista di Mackinder, il conflitto è interpretabile come scontro per il controllo geopolitico dell’Eurasia e l’Ucraina, posta al confine tra l’Heartland e la “periferia” europea, diventa il teatro di una lotta simbolica e materiale tra pretendenti alla leadership continentale, nel linguaggio di Dugin, l’Ucraina è molto più di un oggetto geografico: è teatro di un conflitto di civilizzazione contro il dominio liberale-atlantico, e la Russia è vista come difensore di modelli culturali alternativi.

La retorica ufficiale russa è intrisa delle idee di Dugin, filosofo e stratega che ispira e nel contempo interpreta lo spirito politico russo, come un “termometro ideologico” delle élite russe. Ma anche le tensioni e le guerre in Medio Oriente possono essere lette attraverso queste lenti.

Se secondo l’approccio geopolitico classico, il controllo delle vie energetiche, il posizionamento di alleanze e basi militari e la competizione tra potenze marittime e terrestri sono parte di una storia strategica coerente con Mackinder, Spykman e i loro successori, per Dugin e la sua “Quarta Teoria Politica”, le battaglie in Medio Oriente rappresentano la resistenza a modelli di ordine internazionale imposti dall’esterno – siano essi occidentalisti o qualsiasi altro universalismo – e l’affermazione del diritto civile e identitario delle culture locali.

In questa cornice, Stati come Iran o poteri regionali vengono spesso interpretati come poli di contro-egemonia nel mondo multipolare, non semplici pedine. Ed è sull’onda di questa riflessione che appare chiaro che l’Iran non sarà lasciato solo dalla Russia.

L’integrazione tra l’Heartland di Mackinder e quello “distribuito” di Dugin porta quindi a una visione duale: Mackinder offre un quadro analitico e geopolitico, centrato sul territorio, sulle risorse e sugli equilibri di potenza (mare contro terra).

Dugin propone una narrazione incentrata sul conflitto tra civiltà, dove la multipolarità è non solo spaziale ma culturale per una nuova ontologia politica con culture diverse che non devono lasciarsi schiacciare dal progetto unipolare occidentale ma poter vivere in un ordine globale che riconosca la pluralità dei mondi, o meglio dei tanti “orizzonti” del mondo.

Non più solo conflitti per il controllo geopolitico della terra (e delle sue risorse) ma lotta per permettere la convivenza di modelli multipolari, poliedrici in difesa delle differenze culturali in quella che possiamo definire “sovranità delle civiltà”.

Paola Bergamo 

Paola Bergamo è imprenditrice di formazione classico giuridica, scrittrice e opinionista, si occupa di cultura e politica. Presidente del Centro Studi MB2, Animatore perpetuo del Circolo Culturale La Caduta, è Presidente del Premio Mario e Guido Bergamo e del Premio Scoiattolo d’Oro. 

domenica 8 marzo 2026

La saggezza della Repubblica Popolare Cinese difronte all'instabilità globale. Articolo di Luca Bagatin

 

A margine della quarta sessione della 14esima Assemblea Nazionale del Popolo, tenutasi a Pechino, il Ministro degli Esteri cinese ha risposto, in conferenza stampa, alle domande relative alla posizione della Repubblica Popolare Cinese in questo momento di grande turbolenza internazionale.

Relativamente ai rapporti fra Cina e Stati Uniti, il Ministro Wang ha spiegato come nessuna delle due parti possa rimodellare l'altra, ma entrambe debbano cercare di interagire in modo costruttivo, eliminando inutili interruzioni dei rapporti.

Pur criticando fermamente le azioni militari statunitensi in Medio Oriente, in Ministro Wang intende stabilizzare i rapporti con Washington. 

Egli ha affermato che la Cina non condivide la logica della “co-governance tra le grandi potenze”, ma occorre tenere conto che sul pianeta vi sono oltre 190 Paesi e che la Storia mondiale debba essere scritta collettivamente da tutte le nazioni. Il futuro dell'umanità - secondo il Ministro Wang - deve dunque essere creato congiuntamente dai popoli di tutti i Paesi.

La posizione cinese si fonda su “diversità e coesistenza”, che sono i fondamenti della natura della comunità umana e ha sostenuto che la coesistenza multipolare sia la forma più appropriata per il panorama internazionale.

Il Ministro ha ricordato come la Storia ci insegni che la rivalità fra grandi potenze e lo scontro fra i blocchi porta unicamente a sofferenze e disastri per l'umanità.

Per questa ragione la Cina non intende seguire il principio secondo il quale “un Paese forte è destinato a cercare l'egemonia”.

Le linee guida della politica estera cinese rimarranno fondate sulla costruzione di un mondo “multipolare, equo e ordinato”. Laddove, ha spiegato il Ministro Wang, “equo” significa che i Paesi, indipendentemente dalle loro dimensioni e forza, vanno considerati parti paritarie della comunità internazionale. “Ordinato”, significa che tutti i Paesi devono rispettare le regole internazionali riconosciute, ovvero gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e le norme che regolano le relazioni internazionali.

Secondo il Ministro Wang, per costruire un ordine multipolare, occorre che le grandi potenze, dotate di maggiori risorse, debbono a loro volta e pertanto assumersi maggiori responsabilità al fine di raggiungere tali obiettivi di equità e ordine.
Relativamente all'aggressione statunitense e israeliana all'Iran, il Ministro ha sottolineato, citando un antico proverbio cinese, che “Le armi sono strumenti minacciosi e non dovrebbero essere usate senza discrezione”.

E ha affermato che “questa è una guerra che non avrebbe dovuto accadere, è una guerra che non porta alcun beneficio a nessuno”, spiegando come la Storia del Medio Oriente insegni che la forza non abbia mai fornito soluzioni e che i conflitti armati hanno sempre fomentato odio e generato nuove crisi.

Il Ministro Wang ha inoltre sottolineato come la Cina intenda continuare a sostenere e cooperare con i Paesi del Sud del Mondo; salvaguardare e rafforzare il ruolo dell'ONU e si opponga a qualsiasi egemonia. Promuovendo indipendenza, pace e sviluppo globali.

Relativamente alle tensioni con un Giappone sempre più bellicista e militarista, governato dall'estrema destra, il Ministro Wang ha affermato che la Cina non permetterà più a nessuno di giustificare il colonialismo e che “Il futuro delle relazioni tra Cina e Giappone dipende dalla scelta del Giappone”.

Luca Bagatin

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venerdì 28 novembre 2025

Gianni De Michelis, il socialismo, la democrazia costituzionale e il mondo multipolare. Articolo di Luca Bagatin

Gianni De Michelis e Luca Bagatin, dicembre 2003
 

Il 26 novembre scorso, Gianni De Michelis, avrebbe compiuto 85 anni.

Lo conobbi nel 2003, quando era Segretario del Nuovo PSI, al quale mi iscrissi anch'io - pur per un breve periodo – essendo socialista (e mazziniano) fin da quando ero ragazzino e leggevo Marx, Proudhon, Garibaldi, Mazzini, Gaetano Salvemini e Ernesto Rossi, oltre ai discorsi di Craxi e dello stesso De Michelis.

Fu per me, quindi, un onore diventarne amico e avere anche l'occasione di essere relatore, accanto a lui, ad un convegno pubblico socialista (vedi foto).

De Michelis aderì al Partito Socialista Italiano negli Anni '60, collocandosi a quei tempi nella corrente di sinistra, guidata da Riccardo Lombardi, denominata “Alternativa Socialista”, nella quale erano presenti anche i socialisti rivoluzionari.

Nel 1976 appoggiò - e a mio avviso giustamente - la Segreteria guidata da Bettino Craxi e divenne componente della Direzione Nazionale del PSI.

Nel corso degli Anni '80 ricoprirà anche il ruolo di Ministro delle Partecipazioni Statali (quando in Italia e Europa ancora lo Stato contava qualcosa e la politica comandava sull'economia e non viceversa!), Ministro del Lavoro, Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri.

Coinvolto nella falsa rivoluzione di Tangentopoli, sarà sottoposto a diversi procedimenti giudiziari, ma spesso fu assolto.

Denuncerà sempre, assieme a Craxi, il clima avvelenato di quegli anni, teso a colpire unicamente i partiti di governo e in particolare quel PSI che, se da una parte voleva modernizzare l'Italia, smarcandosi dalle “chiese” democristiana e comunista (ma già da tempo non più comunista e via via sempre più liberal-capitalista e visceralmente anti-socialista), dall'altra mirava a una politica estera multipolare, smarcata dagli USA e parimenti denunciava l'avanzare della globalizzazione neoliberale e le sue pericolose derive, che avrebbero portato – con il successivo avvento del capitalismo assoluto - a una diffusa povertà, alla sudditanza dell'Italia a poteri stranieri ed economici e all'immigrazione di massa.

Gianni De Michelis sosterrà sempre una politica estera multipolare, a partire dal ruolo centrale del Mediterraneo e dei Balcani in Europa (fece peraltro di tutto per evitare la disgregazione della Jugoslavia); propose l'integrazione della Federazione Russa nel sistema comunitario europeo; promosse un rapporto privilegiato e sinergico con una Repubblica Popolare Cinese, che già negli Anni '80 e '90 si stava modernizzando e aprendo al mondo.

A confronto dei politicanti di oggi, tutti chiacchiere, voltafaccia, rosari e tatuaggi da esibire, Gianni De Michelis, con realismo e pragmatismo, aveva tutto da insegnare. E lo avrebbe ancora.

Fu peraltro degnissimo consigliere di Silvio Berlusconi, negli ultimi decenni della sua vita e si può dire che proprio Berlusconi (non certo i suoi sodali, che presto lo tradiranno), fu l'ultimo politico di razza di questo triste scorcio di Seconda Repubblica.

A Gianni De Michelis, Paolo Franchi ha dedicato un'interessante biografia, “L'irregolare”, edita da Marsilio.

Appena uscita, nel 2024, l'ho volentieri recensita e può essere letta a questo link: https://amoreeliberta.blogspot.com/2024/07/lirregolare-gianni-de-michelis-nella.html.

Ci sono alcuni passaggi molto interessanti.

Fra questi una risposta di Gianni De Michelis all'intervista di Stefano Lorenzetto – che Paolo Franchi riporta - che recita così: “Dalla fine del precedente ordine mondiale sono passati invano vent'anni. O l'ordine nuovo lo costruiamo adesso, trovando i compromessi necessari per quella che io chiamo la governance multilaterale del mondo multipolare, oppure scoppierà un altro conflitto planetario. E' inevitabile (…). Un mondo così è troppo pesante anche per le spalle degli Stati Uniti, non può essere governato da un Paese solo, da un sistema unipolare”.

Ancora lontani erano i tempi delle irresponsabili Von Der Leyen e Kaja Kallas e delle e dei loro emulatori – bipartisan - in Italia.

Ancora lontani erano i tempi in cui persino i comici avrebbero fondato partiti e sarebbero persino stati eletti a capo di Paesi, con tutte le nefaste conseguenze del caso!

Indietro, ad ogni modo, non si torna più.

Ma il realismo e il pragmatismo di certi politici e statisti con la P e la S maiuscola rimangono, così come rimane l'insegnamento pratico di certi partiti politici storici che hanno guidato, nella democrazia costituzionale, l'Italia, dal 1946 al 1993.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

giovedì 9 ottobre 2025

Nasce la rivista di geopolitica “BRICS & Friends”, per dare voce al Sud del mondo. Articolo di Luca Bagatin

 

E' uscito ufficialmente il numero 0 della nuova rivista di geopolitica, attualità e cultura, “BRICS & Friends”.

La rivista, edita dalla Mario Pascale Editore, che è anche il direttore editoriale, diretta da Riccardo de Paola e con una redazione composta, oltre che dal sottoscritto, anche dalla studiosa di America Latina e del mondo arabo Maddalena Celano e dalla scrittrice e ingegnere Patrizia Boi, si propone di collegare l'Italia all'universo BRICS e dare voce ai Paesi del Sud del mondo.

La linea editoriale di “BRICS & Friends” è, inequivocabilmente, multipolarista, volta all'autodeterminazione dei popoli, all'anticolonialismo ed è votata alla libertà, alla giustizia sociale, alla pace, alla prosperità e al progresso dei popoli del pianeta.

Nel numero 0 sono trattati argomenti quali l'eredità di Dostoevskij; le battaglie della Presidentessa del Messico Claudia Sheinbaum; la competizione turca, egiziana e israeliana nel Mediterraneo; la guerra economico-politica contro il Venezuela socialista; il moderno riformismo del Partito Comunista Cinese (scritto dal sottoscritto); l'intervista all'Ambasciatore Bruno Scapini; l'etnopunk siberiano e altro ancora.

86 pagine dense di geopolitica, Storia, cultura, approfondimenti.

“BRICS & Friends” è indipendente e vivrà di abbonamenti e raccolta pubblicitaria.

L'abbonamento ordinario (sei numeri, più tutti i contenuti online), ammonta a 100 euro annuali.

Quello sostenitore a 200 euro annuali.

Chiunque volesse abbonarsi, può farlo attraverso un semplice bonifico bancario intestato a Mario Pascale, inserendo come causale “Abb. BRICS & Friends 2026 – Spedire a (inserire indirizzo di spadizione”, sull IBAN: IT78F0760103200001070435589.

Come recita lo slogan della rivista, parafrasando l'Eroe dei due Mondi, il socialista repubblicano Giuseppe Garibaldi: “Il multipolarismo è il Sol dell'Avvenire”!

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

 

 
 

lunedì 1 settembre 2025

RITRATTI DEL SOCIALISMO. Per comprendere il come e il perché in Occidente il socialismo è stato volutamente distrutto, ma anche il come e il perché sta rinascendo e dando vita a un nuovo ordine mondiale multipolare, più giusto e inclusivo

 

È in atto, a partire dai primi Anni '90, una distruzione sistematica del socialismo nel mondo.
In Italia lo abbiamo sperimentato con la falsa rivoluzione chiamata "Tangentopoli" (e prima con il falso scandalo P2, preludio di Tangentopoli, come spiegò anche il prof. Aldo A. Mola). 
Una distruzione voluta dal mondo liberal capitalista, con sede a Washington, Bruxelles, Berlino....
Tutte cose già ampiamente denunciate anche da Bettino Craxi.
Nel mio ultimo saggio, RITRATTI DEL SOCIALISMO, con prefazione di Ananda Craxi, parlo di questo.
Ma anche del riscatto socialista nel mondo extraeuropeo. E dell'avvenuto di un nuovo ordine mondiale multipolare, più equo e giusto, che sta soppiantando i vecchi regimi occidentali liberal capitalisti, antisocialisti e suprematisti.
 
RITRATTI DEL SOCIALISMO è disponibile a questo link: https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/670930/ritratti-del-socialismo/
 
Luca Bagatin
  
 

martedì 5 agosto 2025

Strage di Bologna e la suggestione dei “grembiulini massonici”… Commento di Luca Bagatin su Pensalibero.it

 

Scrivo questo breve commento commento, che non è propriamente un articolo, su amichevole sollecitazione del Direttore di Pensalibero Cesare Mannucci.

Relativamente all'articolo a firma Daniela Piesco, dal titolo “O si chiama quella bomba “fascista”, o si resta complici…”, del 3 agosto scorso (https://www.pensalibero.it/o-si-chiama-quella-bomba-fascista-o-si-resta-complici/), mi permetto di esprimere alcune perplessita su taluni aspetti.

In particolare non mi è sembrato corretto dare la colpa ai “grembiulini massonici”. E per almeno due ragioni.

La prima è che la Massoneria, storicamente perseguitata dalla Chiesa cattolica e dai totalitarismi novecenteschi, è sempre stata tirata in ballo a sproposito, per ogni cosa. Per quanto sia e rimanga unicamente una scuola iniziatica e di perfezionamento interiore (o, meglio, è un metodo/percorso di perfezionamento). Totalmente estranea a ogni bega politica.

La seconda è che, i riferimenti alla Loggia Propaganda nr. 2 nell'articolo, sono piuttosto fuoriluogo, considerando anche le assoluzioni di tutti i componenti di tale Loggia massonica, regolare e non segreta, da parte della Corte d’Assise di Roma - nel ’94 ed nel ’96 - dalle accuse di “complotto ai danni dello Stato”.

Tutto ciò, peraltro, fu ampiamente documentato anche dall'ottimo prof. Aldo A. Mola in molti suoi saggi, di cui peraltro ho parlato anche nel mio primo saggio, pubblicato nel 2012, “Universo Massonico” (Bastogi Editrice Italiana), con anche un'intervista allo stesso Mola.

Per il resto mi spiace che le tesi espresse allora dal Presidente Francesco Cossiga siano presto state messe da parte.

Forse perché non sarebbero risultate “suggestive” per certa grande stampa complottista o radical chic, in quanto non seguivano una “narrazione” che alcune forze, dal PCI alla sinistra DC, stavano cercando di cavalcare, per arrivare, un giorno, a governare il Paese (magari senza i socialisti, senza i democristiani più lungimiranti come Andreotti e Forlani)?

In quella tragica strage, il 2 agosto 1980, avevo un anno e rischiai di finirci anch'io e la mia famiglia. Viaggiavamo con il treno che da Roma (città dove sono nato), ci avrebbe condotti a Pordenone. Il treno passò pochi minuti dopo. Altrimenti non sarei qui a raccontarlo.

E penso che molte ancora siano le ombre. E ancora molte siano le verità che dovrebbero venire a galla. Compreso quanto accadde una decina di anni dopo da allora.

Quella falsa rivoluzione definita impropriamente “Mani Pulite”, che distrusse un'intera classe dirigente democratica, lungimirante e responsabile. Che gli opposti estremismi, giustamente, aveva tenuto fuori dal governo. Ma che allo stesso tempo dialogava con tutti, a livello internazionale, con grande equilibrio.

Dopo di allora, invece?

Gli opposti estremismi sono stati sdoganati. Sono andati al governo. Hanno seguito i desiderata di Washington e di Bruxelles e hanno finito per diventare non già difensori dell'Occidente, ma fondamentalisti di un atlantismo antistorico e fuori tempo massimo.

Sostenitori di nuove Guerre Fredde che sono pressoché diventate calde. E che mirano a distruggere ogni forma di cooperazione internazionale e di ordine multilaterale.

Su tutto ciò, ovvero sulla Storia degli ultimi quarant'anni, andrebbe fatta piena luce. O si resta complici.

Luca Bagatin

https://www.pensalibero.it/strage-di-bologna-e-la-suggestione-dei-grembiulini-massonici 

venerdì 1 agosto 2025

Summit dei Movimenti di Liberazione in Sudafrica. Il Presidente Ramphosa: "Sostenere la visione di un ordine mondiale multipolare, multiculturale, equo, inclusivo e giusto". Articolo di Luca Bagatin

 

Dal 25 al 28 luglio scorso, in Sudafrica, a Johannesburg, si è tenuto il Summit dei Movimenti di Liberazione, ospitato dall'African National Congress (ANC), partito di governo socialista democratico e populista di sinistra.

Al Summit erano presenti rappresentanti del Movimento di Liberazione Popolare dell'Angola; dell'Organizzazione Popolare dell'Africa Sudoccidentale della Namibia (SWAPO); del Fronte di Liberazione del Mozambico (FRELIMO); dell'Unione Nazionale Africana dello Zimbabwe - Fronte patriottico (ZANU-PF); del Chama Cha Mapinduzi, ovvero del Partito Rivoluzionario della Tanzania (CCM); del Partito Comunista Cinese; del Partito Comunista di Cuba; del Fronte di Liberazione Nazionale dell'Algeria; del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale del Nicaragua; del Fronte Nazionale del Borswana; del Partito Democratico del Botswana e di Russia Unita. Sono giunti, peraltro, i saluti anche da parte del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF).

Tema del Summit: “Difendere le conquiste della liberazione, promuovere lo sviluppo socioeconomico integrato, rafforzare la solidarietà per un'Africa migliore”.

Nel suo discorso introduttivo, il Presidente del Sudafrica e leader dell'ANC, Cyril Ramphosa, ha affermato che “Insieme, i nostri movimenti sono stati forgiati nel calderone della lotta anti-apartheid e anticoloniale. Oggi, insieme, dobbiamo essere nuovamente forgiati nel fuoco di una nuova lotta. La lotta per la giustizia sociale ed economica per il nostro popolo, l'unità regionale, l'integrazione e la sovranità in un ordine globale sempre più ostile”.

Egli ha aggiunto che: “Ci riuniamo quest'anno in occasione del 64° anniversario dell'indipendenza della Tanzania, del 50° anniversario dell'Indipendenza di Angola e Mozambico, del 45° anniversario dell'indipendenza dello Zimbabwe e del 35° anniversario dell'indipendenza della Namibia. È un momento non solo di celebrazione, ma anche di riflessione critica. Dobbiamo onorare la memoria dei nostri giganti fondatori: Julius Nyerere, Eduardo Mondlane, Samora Machel, Agostinho Neto, Sam Nujoma, Robert Mugabe, Joshua Nkomo, Kenneth Kaunda, Oliver Tambo, Nelson Mandela e molti altri”.

Il Presidente Ramphosa ha infatti sottolineato che “La loro visione, il loro coraggio, la loro audacia, la loro bravura e il loro sacrificio hanno gettato le basi dell'Africa meridionale libera in cui viviamo oggi. Ricordiamo con profonda riverenza il compagno Sam Nujoma e il compagno Hage Geingob della Namibia, recentemente scomparsi, fedeli sostenitori della SWAPO e combattenti per tutta la vita per la giustizia, l'uguaglianza e la dignità. Anche noi, qui in Sudafrica, ricordiamo il recentemente scomparso David Dabede Mabuza, ex Presidente della Repubblica del Sudafrica e dell'African National Congress”.

Egli ha fatto presente come “l'Europa si è sviluppata attraverso lo stesso sottosviluppo dell'Africa” e come sia necessario “respingere la xenofobia in tutte le sue forme”.

In tal senso ha sottolineato che “La nostra libertà è stata conquistata non solo dalle instancabili lotte dei nostri popoli, ma anche dagli sforzi di persone provenienti da tutto il mondo”.

E come, sulla base di tale esperienza, “riaffermiamo il nostro sostegno ai popoli della Palestina, del Sahara Occidentale e di Cuba. Condanniamo con la massima fermezza i crimini contro l'umanità e il genocidio commessi dallo Stato di apartheid di Israele contro il popolo palestinese. Siamo particolarmente inorriditi dalla deliberata fame inflitta alla popolazione di Gaza.

Chiediamo allo Stato di Israele di consentire l'ingresso e la distribuzione di cibo e aiuti essenziali tra i palestinesi affamati. Chiediamo la fine immediata dei bombardamenti incessanti sui civili e della distruzione delle loro case, dei loro ospedali, dei loro luoghi di culto. Chiediamo al mondo di fermare l'uccisione di bambini e neonati per fame”. Sottolineando come “La nostra posizione rimane molto chiara. La liberazione è indivisibile. Non saremo veramente liberi finché tutti non saremo liberi…”.

Il Presidente Ramphosa ha proseguito affermando che “Dovremmo sostenere la visione di un ordine mondiale multipolare, multiculturale, equo, inclusivo e giusto. Dovremmo chiedere la riforma delle istituzioni di governance politica ed economica globale, la fine delle sanzioni unilaterali e la creazione di un sistema di governance globale giusto, radicato nella dignità e nell'equità. Collaborando con forze affini in tutto il mondo, dobbiamo essere gli architetti del nuovo ordine mondiale che cerchiamo”.

Il capo del Dipartimento internazionale del Partito Comunista Cinese (PCC), Liu Jianchao, è successivamente intervenuto portando i saluti dei 100 milioni di membri del PCC e del Presidente e Segretario Generale Xi Jinping.

Egli ha esaltato la lotta di liberazione economica e di rinascita delle civiltà africane, liberatesi dal giogo del colonialismo europeo, ricordando anche le lotte di Nelson Mandela. Egli ha altresì fatto presente come la stessa Cina abbia affrontato un percorso lungo e difficile verso l'emancipazione e la modernizzazione, che l'ha portata, attraverso la saggia guida del PCC, ad essere la seconda economia del mondo.

Relativamente all'Africa, Liu Jianchao ha affermato che “La Cina sosterrà l'Africa nel coltivare i motori della modernizzazione, vale a dire un'industrializzazione verde, equilibrata e sostenibile, la modernizzazione agricola e una forza lavoro qualificata per trasformare ogni risorsa, le ricche risorse e il dividendo demografico in veri e propri motori di crescita. E la Cina sosterrà l'Africa nel rivitalizzare le civiltà africane e nel trarre forza dalla sua splendida civiltà nel cammino verso la modernizzazione. Come disse una volta il compagno Nelson Mandela, la rinascita africana è ormai più di un'idea”.

E' stato inoltre letto un messaggio da parte del Partito Comunista della Federazione Russa, nel quale si afferma, fra le altre cose, che “Siamo orgogliosi che l'Unione Sovietica, guidata dal Partito Comunista, abbia dato un contributo significativo al sostegno della lotta di liberazione. Migliaia di attivisti dei vostri movimenti hanno ricevuto formazione nelle scuole e nelle università militari dell'allora Unione Sovietica. I nostri ufficiali militari hanno lavorato nei campi del movimento di liberazione in Africa. I diplomatici sovietici hanno difeso i vostri legittimi interessi alle Nazioni Unite. Abbiamo fornito questo supporto nonostante l'Occidente cercasse di etichettarvi come terroristi. Oggi, il potere politico appartiene ai governi democratici che riflettono gli interessi del popolo”.

Secondo i rappresentanti dell'African National Congress, partito che governa il Sudafrica, “L'ANC ritiene che la sopravvivenza politica, economica e culturale dell'eredità di liberazione dell'Africa meridionale richieda un'onesta introspezione, un apprendimento condiviso e un'unità concreta”.

In tal senso “Il Summit promuoverà quadri di collaborazione interpartitica, integrazione regionale, coinvolgimento dei giovani e governance delle risorse sovrane. Riaffermando valori condivisi e rafforzando alleanze, il Summit dei Movimenti di Liberazione del 2025 traccerà un percorso che protegga le conquiste del passato e costruisca al contempo un futuro africano giusto, inclusivo e autodeterminato”.

Il prossimo vertice dei Movimenti di Liberazione africana e panafricana, sarà ospitato dal Partito Rivoluzionario della Tanzania (CCM), che al momento governa in Paese, guidato da Samia Suluhu Hassan e che sarà anche la candidata alle elezioni presidenziali e parlamentari del 29 ottobre prossimo.

L'Africa sovrana e socialista, sostenuta dai BRICS, c'è e ribadisce e sostiene quella giustizia e quell'ordine internazionale equo e giusto, troppo spesso violato da chi ha fatto del colonialismo, del razzismo, del suprematismo e dell'ipocrisia, la sua bandiera.

Luca Bagatin

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sabato 12 luglio 2025

Venezuela, Brasile e Cina: il socialismo prospero volto al multilateralismo, alla stabilità, alla pace e alla costruzione di un mondo più giusto e inclusivo. Articolo di Luca Bagatin

 

Nei giorni precedenti al 17esimo vertice dei BRICS, fra Venezuela e Repubblica Popolare Cinese e fra quest'ultima e il Brasile, si sono svolti importanti incontri a livello istituzionale ed economico.

Il 4 luglio scorso, il Presidente socialista del Venezuela, Nicolas Maduro e la Vicepresidente, Delcy Rodriguez, hanno partecipato al Grande Expo Cina-Venezuela, presso La Carlona, nello Stato di Miranda.

L'evento, il cui motto era “Costruire uno splendido futuro”, si è tenuto in occasione del 51esimo anniversario delle relazioni diplomatiche fra Venezuela e Repubblica Popolare Cinese.

In tale ambito sono stati firmati tre accordi economici fra i due Paesi.

Il primo relativo alla consegna di materiali per la protezione delle risorse idriche venezuelane; il secondo relativo alla cooperazione tecnologica e il terzo relativo agli investimenti in Venezuela da parte della Banca Cinese per lo Sviluppo.

Il Presidente Maduro ha spiegato che tali investimenti sono volti allo “sviluppo dell’agricoltura, dell’agroindustria, dell’acquacoltura e per gli investimenti nel settore degli idrocarburi per la produzione di petrolio, gas e lo sviluppo dell’industria petrolchimica e della raffinazione”.

Sono stati inoltre discussi investimenti relativi allo sviluppo delle infrastrutture, per la fornitura di energia elettrica, nell'ambito del trasporto pubblico e per lo sviluppo di scienza e tecnologia.

In merito è stato firmato un accordo con l'impresa cinese iFlutek, per lo sviluppo congiunto dell'intelligenza artificiale da utilizzare nell'ambito dell'istruzione, della sanità, dell'energia e delle telecomunicazioni.

Il Presidente Maduro ha sottolineato come tali accordi si fondino sulla complementarietà e il rispetto reciproco fra Paesi fraterni, i cui valori sono fondati su “un futuro di prosperità condivisa”.

La Vicepresidente Rodriguez ha fatto presente come entrambi i Paesi, Venezuela e Cina, tengano in grande considerazione la loro autodeterminazione e sovranità.

Ringrazio il Presidente Xi Jinping per tutto il suo sostegno, per la sua solidarietà, per il suo costante incoraggiamento in ogni momento. Ringrazio il Presidente della China Development Bank, il compagno Tang, per questa visita, che segna un nuovo inizio, un nuovo inizio di una splendida relazione”, ha affermato il Presidente Maduro.

L'Ambasciatore cinese in Venezuela, Lan Hu, da parte sua ha dichiarato: “Per oltre mezzo secolo, il coordinamento bilaterale ha raggiunto uno sviluppo significativo in tutti i settori. Nonostante le avversità internazionali, ci siamo sostenuti a vicenda, difendendo l'equità e la giustizia internazionale e i diritti dei Paesi del Sud del mondo”.

Il giorno successivo, il 5 luglio, a Rio de Janeiro, il Presidente socialista brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, ha incontrato il Premier cinese Li Quang.

Entrambi si sono detti concordi nel collaborare per promuovere mutui vantaggi nell'ambito dell'economia digitale e verde, oltre che nell'ambito dell'innovazione scientifica e aerospaziale.

Il Presidente Lula ha trasmesso i suoi saluti al Presidente cinese Xi Jinping, sottolineando che entrambi i Paesi stanno lavorando in armonia per un futuro condiviso, un mondo più giusto e un pianeta più sostenibile.

Il Premier cinese Li, ha esortato a intensificare la cooperazione fra i due Paesi negli ambiti relativi all'istruzione e alla sanità, ricordando che il 2026 sarà l'Anno della Cultura Cina-Brasile.

Entrambi i Paesi a guida socialista, sostengono convintamente il multilateralismo e il libero scambio e sono impegnati (a differenza dei sempre più irresponsabili, sanzionatori e guerrafondai USA e UE) a lavorare per una globalizzazione vantaggiosa e inclusiva per tutti, per la stabilità e la pace globale.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it