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mercoledì 20 maggio 2026

Cina e Russia rilanciano la cooperazione strategica contro l’unilateralismo. Articolo di Luca Bagatin

 

Molto atteso l'incontro fra il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping e il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, avvenuto il 20 maggio.

Per quest'ultimo è stata la 25esima visita, considerando anche che, negli ultimi trent'anni, il livello delle relazioni fra Russia e Cina si è molto rafforzato, in un quadro di partnership strategica globale.

Il Presidente Xi ha sottolineato come, entrambe le parti, dovrebbero continuare a sostenersi, nella tutela dei reciproci interessi e rafforzare la comunicazione e lo scambio strategico, ad ogni livello.

Egli ha ribadito la necessità di un rafforzamento della cooperazione e del coordinamento, volti allo sviluppo reciprocamente vantaggioso, in particolare in organismi quali le Nazioni Unite, l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), i BRICS e l'APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), contribuendo anche a salvaguardare l'ordine ed il diritto internazionale e ad unire il Sud del mondo.

Il Presidente cinese ha spiegato come, tanto la Cina quanto la Russia, dovrebbero approfondire l'allineamento fra il Quindicesimo Piano Quinquennale cinese (2026 – 2030) e la strategia di sviluppo russa ed ha esortato a cogliere l'iniziativa di scambio studentesco bilaterale come occasione di ulteriore approfondimento nell'ambito della cooperazione fra università e istituti di ricerca.

Il Presidente Xi ha poi ricordato come, entrambi i Paesi, dovrebbero opporsi ad ogni forma di “prepotenza unilaterale” e ad ogni azione “volta ad invertire il corso della Storia”, facendo particolarmente riferimento a quelle provocazioni volte a negare gli esiti della Seconda Guerra Mondiale, che vorrebbero far rivivere un oscuro passato, fatto di fascismo e militarismo, che entrambi i Paesi hanno contribuito, a prezzo di milioni di vite, ad eradicare (la Russia nella Grande Guerra Patriottica; la Cina nella Guerra di Resistenza Popolare cinese contro l'aggressione giapponese).

Il Presidente Putin ha affermato come la cooperazione fra i due Paesi non sia né influenzata dai cambiamenti geopolitici odierni, né rivolta contro altri soggetti ed ha espresso soddisfazione per il livello raggiunto dai rapporti fra i due Paesi, fondati su rispetto reciproco e cooperazione bilaterale.

Entrambe le parti hanno concordato di mantenere uno stretto coordinamento strategico e di continuare a collaborare al fine di sostenere scopi e principi della Carta delle Nazioni Unite e di salvaguardare sicurezza e stabilità globali.

In quanto membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e importanti Paesi leader a livello mondiale, Cina e Russia dovrebbero adottare una prospettiva strategica e di lungo termine, promuovere lo sviluppo e la rivitalizzazione dei rispettivi Paesi attraverso un coordinamento strategico globale di qualità ancora superiore e adoperarsi per rendere il sistema di governance globale più giusto e ragionevole”, ha dichiarato il Presidente Xi Jinping.

Relativamente alla situazione in Medio Oriente, il Presidente cinese ha affermato, ancora una volta, che tutte le ostilità devono cessare e che solo una risoluzione rapida del conflitto potrebbe attenuare le interruzioni energetiche e commerciali a livello globale, causate dal conflitto in corso.

Entrambe le parti hanno, ancora una volta, fermamente condannato l'attacco contro l'Iran da parte di USA e Israele e anche il rapimento del Presidente socialista venezuelano Nicolas Maduro da parte degli USA.

Entrambe palesi violazioni del diritto internazionale e causa di “danni irreparabili alle fondamenta dell'ordine mondiale formatosi dopo la Seconda Guerra Mondiale, nonché alle basi civili della comunicazione interstatale”, ha spiegato il Presidente Xi.

Putin, da parte sua, ha spiegato di voler collaborare con la Cina per promuovere la diversità delle civiltà e favorire un ordine internazionale equo, giusto e multipolare, salvaguardando l'autorità delle Nazioni Unite.

Luca Bagatin

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domenica 3 maggio 2026

La pragmatica proposta cinese per il Medio Oriente. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 28 aprile scorso, l'Ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese presso le Nazioni Unite, Fu Cong, ha sottolineato, ancora una volta, l'equilibrata e pragmatica posizione cinese relativamente alla situazione nello Stretto di Hormuz e ai diritti del popolo palestinese.

Egli, in particolare, ha ribadito che il Presidente Xi Jinping ha da tempo presentato una proposta in quattro punti “per il mantenimento e la promozione della pace e della stabilità in Medio Oriente, che include il rispetto dei principi di coesistenza pacifica, sovranità nazionale, stato di diritto internazionale e equilibrio tra sviluppo e sicurezza, offrendo la soluzione cinese per porre fine al conflitto e raggiungere la pace”.

In tal senso ha sottolineato come “La Cina esorta tutte le parti a cogliere questa opportunità di pace, a esercitare la massima moderazione, a dimostrare la massima sincerità e a rimanere ferme nella direzione di una soluzione politica per evitare qualsiasi battuta d'arresto nello slancio del cessate il fuoco e dei negoziati, e adoperarsi per il rapido ripristino della stabilità in Medio Oriente e nella regione del Golfo”.

L'Ambasciatore Fu Cong ha poi spiegato come “La questione palestinese è sempre stata al centro della questione mediorientale e non deve essere in alcun caso marginalizzata. Per decenni, il conflitto israelo-palestinese si è svolto in cicli. Il suo punto cruciale è che la soluzione dei due Stati è stata realizzata solo a metà. Lo Stato di Israele è stato istituito molto tempo fa, mentre lo Stato di Palestina rimane irraggiungibile. Sebbene gli scontri intensi si siano interrotti, il popolo palestinese è ancora costretto a convivere con la morte e la sofferenza, la situazione nei territori palestinesi occupati continua a peggiorare e le fondamenta della soluzione dei due Stati rischiano di essere completamente svuotate. Il caos e la guerra non sono il destino del popolo palestinese. La comunità internazionale deve agire con la massima urgenza per invertire questa traiettoria negativa e porre rimedio all'ingiustizia storica subita dalla Palestina”.

Egli ha poi illustrato tre punti fondamentali:

1) “Gaza non è un campo di battaglia permanente e le sofferenze dei suoi civili devono cessare immediatamente. (…) Dall'ottobre dello scorso anno, Israele ha incessantemente lanciato attacchi e rafforzato la sua presenza militare, causando oltre 800 morti e più di 2.000 feriti. La crisi umanitaria a Gaza rimane drammatica, caratterizzata dalla scarsità di beni di prima necessità, da condizioni igienico-sanitarie deplorevoli e da un sistema sanitario sull'orlo del collasso totale. La Cina esorta tutte le parti interessate, in particolare Israele, a rispettare pienamente l'accordo di cessate il fuoco per garantire un cessate il fuoco completo e duraturo in tutta Gaza (...)”.

2) “le attività di insediamento sono inaccettabili e le tensioni in Cisgiordania devono essere allentate. Israele sta attualmente accelerando l'espansione degli insediamenti, avendo recentemente approvato la costruzione di altri 34 e avviato la ricostruzione dell'insediamento di Sanur, chiuso da molti anni. L'escalation della violenza in Cisgiordania è altrettanto preoccupante. La violenza dei coloni si sta intensificando e la potenza occupante effettua frequentemente perquisizioni, arresti e raid, arrivando persino a promulgare leggi che prevedono la pena di morte specificamente contro i palestinesi, il che acuisce pericolosamente le tensioni. Le attività di insediamento violano il diritto internazionale e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Prolungare l'occupazione illegale non farà sentire più sicure nessuna delle due parti. Al contrario, intensificherà un circolo vizioso. Israele deve dare ascolto ai forti appelli della comunità internazionale, fermare immediatamente le attività di insediamento illegali, arginare efficacemente la violenza dei coloni e garantire una solida responsabilità per tutti gli attacchi”

3) “la soluzione dei due Stati non è negoziabile e l'indipendenza dello Stato palestinese deve essere sostenuta. È profondamente preoccupante che continuino a provenire da Israele voci contrarie alla soluzione dei due Stati, alcune delle quali minacciano addirittura di soffocare l'idea di uno Stato palestinese. La soluzione dei due Stati rimane l'unica via percorribile per risolvere la questione palestinese. Qualsiasi azione unilaterale che ne eroda le fondamenta deve essere fermamente respinta e qualsiasi futuro accordo o creazione di nuovi meccanismi deve aderire al principio del governo palestinese, contribuendo a promuovere, anziché indebolire, la soluzione dei due Stati. Ci congratuliamo per il successo delle elezioni municipali tenutesi in Palestina la scorsa settimana. La comunità internazionale deve aumentare il sostegno alla Palestina per promuovere la rapida creazione di uno Stato palestinese pienamente sovrano e indipendente, basato sui confini del 1967 con Gerusalemme Est come capitale.

Relativamente alla crisi dello Stretto di Hormuz, l'Ambasciatore Fu Cong si era espresso il giorno precedente, spiegando come “Lo Stretto di Hormuz è un corridoio vitale per il commercio internazionale di merci ed energia. Mantenere la sicurezza, la stabilità e il libero passaggio in questa regione è nell'interesse comune della comunità internazionale. La causa principale del blocco dello Stretto sono le azioni militari illegali lanciate da Stati Uniti e Israele contro l'Iran. Nonostante il cessate il fuoco recentemente concluso, gli Stati Uniti hanno intensificato il dispiegamento militare e imposto blocchi mirati. Questo è un comportamento pericoloso e irresponsabile.”

Egli aveva anche elogiato in particolare il Pakistan per il ruolo di mediazione, sottolineando la necessità di risolvere in tempi brevi le controversie e i conflitti per mezzo della diplomazia.

Luca Bagatin

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lunedì 20 aprile 2026

Crisi energetiche e declino europeo: il costo geopolitico dell'avidità. Articolo di Paola Bergamo

 

L’essere umano, ancora una volta, si dimostra indifferente all’unicità del valore della vita.
I potenti della terra, nel nome dell’avidità, sembrano percepire come un proprio diritto quello di mandare a morire i propri simili, dimenticando la natura transitoria dell’esistenza e la fragilità del sistema che li sostiene.
Il pianeta che abitiamo assomiglia a una navicella sufficientemente fornita di risorse per garantire a tutti una vita dignitosa. Eppure, mentre la ricchezza globale continua a crescere, essa si concentra progressivamente nelle mani di pochi, ampliando le disuguaglianze e trascinando nella vulnerabilità anche aree storicamente prospere come l’Europa.

In questo contesto, le guerre a noi più prossime, in Ucraina come in Medio Oriente, non possono essere interpretate esclusivamente come conflitti regionali o ideologico-religiosi. Esse rappresentano l’espressione di una competizione sistemica per il controllo delle risorse, delle rotte energetiche e delle leve economiche globali, divenendo strumento per un dominio energetico sul mondo.

Nel sistema internazionale contemporaneo, l’energia è il principale vettore di potere. Il controllo delle fonti, delle infrastrutture e dei corridoi di transito determina la capacità degli Stati di influenzare gli equilibri globali dove i conflitti in Ucraina e Medio Oriente possono essere letti come momenti di una più ampia ristrutturazione dell’ordine energetico mondiale.
La rottura del legame tra Europa e Russia, culminata nel sabotaggio del Nord Stream 2, espressione del conflitto tra Sea Power versus  Land Power, è stato centrale nel ridisegnare le catene di approvvigionamento, favorendo nuovi attori e nuove dipendenze. Parallelamente, l’instabilità mediorientale esercita una pressione costante sui mercati petroliferi globali, mantenendo elevata la volatilità e rafforzando il valore strategico delle rotte marittime.

Non si tratta di guerre pianificate per il solo controllo delle risorse, ma di conflitti in cui la dimensione energetica costituisce un fattore strutturale centrale, capace di orientare decisioni politiche e militari.

Le guerre contemporanee evidenziano una dinamica ricorrente: mentre distruggono valore in termini sociali e materiali nel contempo generano opportunità di profitto per specifici settori.

L’aumento della spesa militare, la volatilità dei mercati e la riorganizzazione delle catene di approvvigionamento favoriscono i grandi gruppi energetici globali, l’industria della difesa e gli operatori finanziari attivi nei mercati delle materie prime suggerendo l’esistenza di una convergenza strutturale tra conflitto e profitto. In tale contesto, la guerra diventa non solo una tragedia politica, ma anche un fenomeno integrato nei meccanismi di accumulazione globale.
Il risultato è una crescente asimmetria tra gli ingenti costi umani, sociali ed economici di fronte a benefici che tendono a concentrarsi.

In questo panorama l’Europa appare la principale vittima sistemica perché se alcuni attori globali traggono vantaggio dalla riorganizzazione geopolitica, l’Europa emerge come uno dei principali perdenti e in Ucraina, sostenuta al prezzo della propria competitività/benessere e nel contempo in Medioriente, risultando vittima predestinata degli effetti della chiusura dello stretto di Hormuz e della distruzione dei centri di raffineria del petrolio.

La fine dell’accesso a energia a basso costo ha colpito al cuore il modello industriale europeo, costruito sull’equilibrio tra competitività manifatturiera ed efficienza energetica. La sostituzione di tali forniture con fonti più costose produce un aumento permanente dei costi industriali, accelera nuovi processi di delocalizzazione e perdita di competitività.
Se a ciò si aggiungono il rialzo dell’inflazione, la compressione dei salari, l’aumento della spesa pubblica per sussidi e difesa, il risultato è un indebolimento simultaneo della base industriale, della stabilità sociale e della capacità fiscale degli Stati europei.
Non esente da gravi responsabilità è la Ue che, con  scelte ideologiche spesso in danno all’economia reale ha evidenziato la  propria incapacità di elaborare una risposta atta a contenere i danni.
Ciò comporta una inevitabile frammentazione interna e il ritorno degli Stati nazionali che tendono a privilegiare soluzioni il più possibile in proprio, soprattutto in ambito energetico e industriale, riducendo la coerenza stessa del mercato unico.
La cosa non è secondaria perché la Ue è stata generata e si è sviluppata con natura mercatale a discapito di una necessaria natura politica. La mancanza di soggettività politica e la dinamica in atto condanna gli europei a un potenziale arretramento storico: da progetto di integrazione sovranazionale a sistema di Stati nuovamente in competizione tra loro, sempre più fragili, via via meno determinanti nello scacchiere mondiale e, nella competizione tra Stati Uniti e Cina, trasformati da attore globale unitario a spazio economico subordinato e vulnerabile.

In tale contesto il ruolo degli Stati Uniti mira a ridefinire l’equilibrio occidentale al prezzo dell’occidente europeo.

Gli Stati Uniti, non hanno mai inteso ritrarsi dal sistema internazionale e il MAGA, implica piuttosto un loro intervento sempre più selettivo volto a massimizzarne l’influenza riducendo i costi diretti.
Ma vi è una contraddizione di fondo: gli USA di Trump, ma anche prima con Biden, hanno posto in capo all’Europa lo scotto economico dei conflitti e vorrebbero tuttavia un maggior coinvolgimento militare degli alleati con lo scopo di rafforzare la  posizione americana nei mercati energetici globali attraverso l’utilizzo combinato di strumenti militari, economici e finanziari. Una manovra a tenaglia in cui l’Europa si è lasciata imbrigliare per la propria miopia strategica, ritrovandosi progressivamente marginale nel ridisegno di un sistema di gerarchie tra potenze.
In questo processo l’Europa è vittima sistemica, economicamente indebolita, energeticamente dipendente e politicamente più frammentata.

Il paradosso è evidente. In un mondo dotato di risorse sufficienti che garantirebbero una vita dignitosa per tutti, la competizione per il controllo di tali risorse continua a generare distruzione, instabilità e disuguaglianza. La guerra, lungi dall’essere un’eccezione, rischia di diventare una componente strutturale dell’economia globale in un mondo dove l’idea unipolare americana si scontra con la realtà multipolare che si va consolidando.

Se la conflittualità che accompagna questo cambio di paradigma non verrà invertita, il vero esito di questa fase storica non sarà soltanto la ridefinizione degli equilibri di potere, ma la normalizzazione di un sistema in cui il valore della vita umana viene subordinato alla logica dell’accumulazione e del dominio.

E in questo sistema, l’Europa – un tempo centro di equilibrio e prosperità – rischia di scoprirsi progressivamente impotente.

Ma vi è di più: le guerre in Ucraina e Medio Oriente si inseriscono in una competizione che va oltre la dimensione regionale e riguarda l’architettura stessa del sistema economico globale.
Al centro di questa competizione fondamentale è il confronto tra il dollaro statunitense e il crescente tentativo cinese di internazionalizzare lo yuan.
Il predominio del dollaro rappresenta uno dei pilastri fondamentali della potenza americana. Esso consente agli Stati Uniti di finanziare il proprio debito a costi relativamente bassi, esercitare influenza attraverso il sistema finanziario internazionale, utilizzare strumenti come sanzioni e accesso ai circuiti di pagamento globali.
In questo contesto, il mantenimento della centralità del dollaro non è solo una questione economica, ma un obiettivo strategico e di sopravvivenza degli Usa.

Parallelamente, la Cina sta perseguendo una strategia graduale ma strutturata di riduzione della dipendenza dal dollaro e di costruzione di un sistema finanziario alternativo, sposata dai BRICS. Negli ultimi anni, Pechino ha promosso l’utilizzo dello yuan nei pagamenti commerciali internazionali, sistemi di pagamento alternativi a quelli dominati dall’Occidente e promosso accordi bilaterali per l’uso della propria valuta negli scambi

Secondo analisi recenti, la Cina utilizza ormai lo yuan in una quota crescente delle transazioni internazionali, arrivando a superare il 50% nei propri flussi transfrontalieri, mentre la quota del dollaro nelle sue operazioni è diminuita significativamente. Allo stesso tempo, Pechino sta accelerando l’internazionalizzazione della propria valuta attraverso infrastrutture finanziarie e digitali, con l’obiettivo dichiarato di costruire un sistema monetario più multipolare.

Tuttavia, il dollaro mantiene una posizione dominante: rappresenta ancora circa il 48% dei pagamenti globali, contro una quota molto più ridotta dello yuan. Questo squilibrio evidenzia come la competizione sia ancora aperta e di lungo periodo dove l’Europa si trova schiacciata tra due strategie divergenti.

Da un lato c’è la politica statunitense (Sea Power) – soprattutto nel contesto delle guerre in Ucraina e Medio Oriente – con effetti che, se non intenzionali (ma il Fuck the Ue di Victoria Nuland non lascerebbe dubbi) risultano strutturalmente penalizzanti per l’Europa concretizzandosi in aumento dei costi energetici, rafforzamento della dipendenza dal LNG americano, maggiore subordinazione strategica in ambito militare.

Dall’altro lato, c’è l’interesse strategico della Cina (Land Power)  che appare, almeno sul piano economico, differente. Pechino ha costruito la propria crescita sull’espansione commerciale e sull’integrazione nei mercati globali. In questa logica, un’Europa economicamente solida rappresenta per la Cina un mercato di sbocco fondamentale per le proprie esportazioni, un partner tecnologico e industriale rilevante, un nodo centrale nelle catene del valore globali.

Studi recenti sulle catene globali del valore mostrano come la Cina abbia rafforzato la propria integrazione economica con Europa e Asia anche durante le crisi geopolitiche, consolidando il proprio ruolo nei segmenti produttivi intermedi.

Ne deriva una tensione strutturale: mentre la dinamica geopolitica occidentale tende a indebolire l’Europa nel breve periodo, la logica economica cinese presuppone invece un’Europa prospera e integrata, funzionale alla propria espansione commerciale.

Se si osservano le dinamiche in corso in una prospettiva più ampia, emerge un quadro chiaro: le guerre regionali sono sempre più intrecciate con una competizione globale per il controllo non solo delle risorse, ma anche delle regole del sistema economico internazionale.

Il confronto tra dollaro e yuan rappresenta quindi uno dei fronti principali di questa trasformazione. Non si tratta ancora di una sostituzione imminente, ma di un processo graduale verso un ordine monetario più frammentato e multipolare.

In questo scenario, che si preannuncia perciò sempre più conflittuale, l’Europa appare come l’anello più fragile, colpita da shock energetici, attraversata da tensioni interne, priva di una piena autonomia strategica, rischia di trovarsi in una posizione subordinata in entrambe le traiettorie: dipendente dagli Stati Uniti sul piano della sicurezza e dell’energia, esposta alla penetrazione economica cinese sul piano commerciale.

Il paradosso finale è che, mentre le grandi potenze competono per ridefinire l’ordine globale, l’Europa rischia di perdere progressivamente la capacità di influenzarlo.

E così, in un mondo in cui la ricchezza aumenta ma si concentra, e in cui la guerra diventa sempre più integrata nei meccanismi economici, la questione fondamentale resta aperta: se il sistema globale è abbastanza ricco da sostenere tutti, perché continua a produrre conflitti che impoveriscono molti per rafforzare pochi?
La risposta, forse, non risiede nella scarsità delle risorse, ma nella struttura del potere che ne governa la distribuzione.

Paola Bergamo

www.centrostudimb2.eu 

martedì 31 marzo 2026

Un piano di pace promosso da Cina e Pakistan per la pace in Medio Oriente e nel Golfo. Articolo di Luca Bagatin

Ancora una volta in prima linea per promuovere accordi di pace, in un'epoca in cui l'Occidente sembra aver perduto ogni logica e lume della ragione, la Repubblica Popolare Cinese.

A Pechino si sono infatti tenuti colloqui fra il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il Vice Primo Ministro e Ministro degli Esteri del Pakistan Mohammad Ishaq Dar.

Entrambe le parti hanno presentato cinque punti per il ripristino della pace e della stabilità nell'area del Golfo e in Medio Oriente.

Proposte che comprendono: cessazione immediata delle ostilità; avvio urgente dei colloqui di pace; garanzia di sicurezza degli obiettivi non militari; garanzia della sicurezza della navigazione e salvaguardia dei principi della Carta delle Nazioni Unite.

Nel corso dell'incontro il Ministro Wang ha affermato che “Gli sforzi del Pakistan per mediare tra le parti al fine di promuovere la pace e porre fine ai combattimenti dimostrano il suo fermo impegno a salvaguardare la pace regionale e globale. La tempestiva comunicazione strategica tra Cina e Pakistan sulle principali questioni internazionali e regionali e l'approfondimento del coordinamento strategico incarnano l'essenza della comunità sino-pakistana con un futuro condiviso. La Cina sostiene e auspica che il Pakistan svolga un ruolo unico e importante nella de-escalation delle tensioni e nel ripristino dei colloqui di pace. Questo processo non sarà facile, ma gli sforzi di mediazione del Pakistan sono in linea con gli interessi comuni di tutte le parti”.

Cina e Pakistan hanno sottolineato la necessità di rispettare la sovranità, integrità territoriale, indipendenza e sicurezza dell'Iran e dei Paesi del Golfo. Esortando le parti a cessare ogni attacco contro i civili e gli obiettivi non militari, a dialogare e a rispettare il diritto internazionale.

Entrambi i Paesi hanno peraltro sostenuto la necessità di rafforzare il ruolo dell'ONU e dei suoi principi fondamentali, al fine di promuovere pace e stabilità a livello globale.

Luca Bagatin

amoreeliberta.blogspot.it

domenica 8 marzo 2026

La saggezza della Repubblica Popolare Cinese difronte all'instabilità globale. Articolo di Luca Bagatin

 

A margine della quarta sessione della 14esima Assemblea Nazionale del Popolo, tenutasi a Pechino, il Ministro degli Esteri cinese ha risposto, in conferenza stampa, alle domande relative alla posizione della Repubblica Popolare Cinese in questo momento di grande turbolenza internazionale.

Relativamente ai rapporti fra Cina e Stati Uniti, il Ministro Wang ha spiegato come nessuna delle due parti possa rimodellare l'altra, ma entrambe debbano cercare di interagire in modo costruttivo, eliminando inutili interruzioni dei rapporti.

Pur criticando fermamente le azioni militari statunitensi in Medio Oriente, in Ministro Wang intende stabilizzare i rapporti con Washington. 

Egli ha affermato che la Cina non condivide la logica della “co-governance tra le grandi potenze”, ma occorre tenere conto che sul pianeta vi sono oltre 190 Paesi e che la Storia mondiale debba essere scritta collettivamente da tutte le nazioni. Il futuro dell'umanità - secondo il Ministro Wang - deve dunque essere creato congiuntamente dai popoli di tutti i Paesi.

La posizione cinese si fonda su “diversità e coesistenza”, che sono i fondamenti della natura della comunità umana e ha sostenuto che la coesistenza multipolare sia la forma più appropriata per il panorama internazionale.

Il Ministro ha ricordato come la Storia ci insegni che la rivalità fra grandi potenze e lo scontro fra i blocchi porta unicamente a sofferenze e disastri per l'umanità.

Per questa ragione la Cina non intende seguire il principio secondo il quale “un Paese forte è destinato a cercare l'egemonia”.

Le linee guida della politica estera cinese rimarranno fondate sulla costruzione di un mondo “multipolare, equo e ordinato”. Laddove, ha spiegato il Ministro Wang, “equo” significa che i Paesi, indipendentemente dalle loro dimensioni e forza, vanno considerati parti paritarie della comunità internazionale. “Ordinato”, significa che tutti i Paesi devono rispettare le regole internazionali riconosciute, ovvero gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e le norme che regolano le relazioni internazionali.

Secondo il Ministro Wang, per costruire un ordine multipolare, occorre che le grandi potenze, dotate di maggiori risorse, debbono a loro volta e pertanto assumersi maggiori responsabilità al fine di raggiungere tali obiettivi di equità e ordine.
Relativamente all'aggressione statunitense e israeliana all'Iran, il Ministro ha sottolineato, citando un antico proverbio cinese, che “Le armi sono strumenti minacciosi e non dovrebbero essere usate senza discrezione”.

E ha affermato che “questa è una guerra che non avrebbe dovuto accadere, è una guerra che non porta alcun beneficio a nessuno”, spiegando come la Storia del Medio Oriente insegni che la forza non abbia mai fornito soluzioni e che i conflitti armati hanno sempre fomentato odio e generato nuove crisi.

Il Ministro Wang ha inoltre sottolineato come la Cina intenda continuare a sostenere e cooperare con i Paesi del Sud del Mondo; salvaguardare e rafforzare il ruolo dell'ONU e si opponga a qualsiasi egemonia. Promuovendo indipendenza, pace e sviluppo globali.

Relativamente alle tensioni con un Giappone sempre più bellicista e militarista, governato dall'estrema destra, il Ministro Wang ha affermato che la Cina non permetterà più a nessuno di giustificare il colonialismo e che “Il futuro delle relazioni tra Cina e Giappone dipende dalla scelta del Giappone”.

Luca Bagatin

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giovedì 5 marzo 2026

La Cina in prima linea per la de-escalation anche nel conflitto in Medio Oriente. Articolo di Luca Bagatin

 

A gettare acqua sul fuoco dell'ennesimo conflitto internazionale, oltre alla Spagna, in prima linea si trova la Repubblica Popolare Cinese, ove in questi giorni – a Pechino – si sta tenendo la sessione annuale della Conferenza consultiva politica del popolo cinese, massimo organo consultivo del Paese.

La politica estera cinese è storicamente votata alla risoluzione delle controversie internazionali, al dialogo, alla stabilità e al mutuo vantaggio (e non certo ad aggravare i conflitti, intervenendo militarmente, come scioccamente vorrebbe o potrebbe pensare qualcuno, abituato a ragionare “all'occidentale”, ovvero in maniera bellicista e superficiale) e, anche nell'ambito dell'aggressione all'Iran da parte di Trump e Netanyahu, non si smentisce.

La portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha infatti ulteriormente espresso la preoccupazione della Cina per la situazione in Medio Oriente.

Ha ricordato che il Ministro degli Esteri Wang Yi ha tenuto colloqui telefonici con i Ministri degli Esteri di Russia, Iran, Oman, Francia, Israele, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, spiegando come gli scopi della Carta delle Nazioni Unite debbano essere rispettati e come occorra opporsi all'uso indiscriminato della forza nelle relazioni internazionali.

Il Ministro Wang ha, non solo invitato le parti in conflitto a interrompere ogni azione militare, evitando un'ulteriore escalation, ma anche a garantire la sicurezza dei civili e ad astenersi dall'attaccare strutture civili.

La Cina intende, pertanto, inviare l'Ambasciatore Zhai Jun, già inviato speciale per la questione mediorientale nel 2019, al fine di compiere sforzi concreti per promuovere la de-escalation fra le parti coinvolte.

Luca Bagatin

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martedì 3 marzo 2026

Tutto il mondo socialista autentico contro l'attacco all'Iran e per il rispetto del diritto internazionale. Articolo di Luca Bagatin

 

Non solo la Repubblica Popolare Cinese, ma tutto il resto del mondo socialista autentico e serio, condanna l'aggressione all'Iran da parte dei regimi di Trump e Netanyahu.

Il Premier socialista spagnolo Pedro Sanchez, oltre a condannare “l'azione militare unilaterale degli Stati Uniti e di Israele, che pone le basi per un'escalation e contribuisce a un ordine internazionale più incerto e ostile”, ha negato al regime USA l'uso delle sue basi di Rota e Moron per le operazioni belliche contro l'Iran.

Il Premier socialista slovacco Robert Fico ha dichiarato, attraverso un video sui social, che “Con l'attacco all'Iran assistiamo all'ennesima dimostrazione del totale collasso dell'ordine mondiale e del completo disprezzo del diritto internazionale. I grandi e i potenti fanno quello che vogliono. L'ONU è impotente e noi piccoli possiamo solo stare a guardare e lamentarci”.

Egli ha altresì aggiunto che “Ancora una volta si dimostra quanto l’UE sia insignificante, quanto nessuno la prenda sul serio. Nessuno ci ha preso sul serio a Gaza, in Venezuela, ora in Iran. L’unica cosa che alcuni attori dell’UE sono in grado di fare è fomentare la guerra in Ucraina”.

Il leader socialista britannico, ex leader laburista, Jeremy Corbyn, oltre a condannare l'attacco all'Iran e chiedere la difesa del diritto internazionale, ha scritto sui social che “Permettendo alle forze statunitensi di utilizzare le basi britanniche per bombardare l'Iran, Keir Starmer sta riecheggiando l'obbedienza di Tony Blair a Washington, trascinando la Gran Bretagna in un'altra guerra costosa, catastrofica e illegale”.

Il leader socialista de La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, oltre a richiedere una commissione d'inchiesta parlamentare sul caso Epstein e i suoi ricatti a livello internazionale, ha dichiarato sui social: “L'escalation della guerra scatenata da Trump e Netanyahu sta portando a una conflagrazione su larga scala. Deve cessare. La Francia non deve intervenire militarmente. Deve fare tutto il possibile per garantire un cessate il fuoco immediato. In Medio Oriente, la Francia deve dichiarare inequivocabilmente: giù le mani dal Libano!”, inoltre ha dichiarato che “La guerra di Netanyahu e Trump contro l'Iran causerà ovviamente uno shock economico molto grave. Prezzi del petrolio e del gas? Certo, certo. Ma che dire del conseguente impatto su tutti i settori che dipendono da essi? E anche dell'impatto potenzialmente catastrofico sulle bolle finanziarie globali”.

Preoccupazione anche da parte del Sen. Democratico statunitense di orientamento socialista Bernie Sanders, il quale nei giorni scorsi ha dichiarato: Il Presidente Trump, insieme al suo alleato israeliano di estrema destra Benjamin Netanyahu, ha avviato una guerra illegale, premeditata e incostituzionale. Tragicamente, Trump sta giocando d'azzardo con vite e ricchezze americane per realizzare l'ambizione decennale di Netanyahu di trascinare gli Stati Uniti in un conflitto armato con l'Iran. La Costituzione degli Stati Uniti è chiara. È il Congresso che dichiara guerra, non un Presidente che agisce unilateralmente. Il Senato deve riunirsi immediatamente e votare una risoluzione sui poteri di guerra in sospeso, che sosterrò con forza. Inoltre, questo attacco contro l'Iran è una chiara violazione del diritto internazionale e creerà maggiore instabilità in un mondo già pericoloso. Se gli Stati Uniti e Israele possono lanciare un attacco contro una nazione sovrana, lo può fare qualsiasi altro Paese. La forza non fa il diritto. Crea anarchia internazionale, morte, distruzione e miseria umana. Al popolo americano è stata detta una bugia sul Vietnam. Al popolo americano è stata detta una bugia sull'Iraq. Oggi gli viene detta di nuovo una bugia, e ancora una volta saranno le persone comuni a pagarne il prezzo. Il popolo del nostro Paese, indipendentemente dalle sue convinzioni politiche, non vuole una guerra senza fine. Vuole un lavoro dignitoso, un'assistenza sanitaria e una casa che possa permettersi. Vuole che i suoi figli ricevano un'istruzione eccellente. Non dobbiamo permettere a Trump di costringerci a un'altra guerra insensata. Nessuna guerra con l'Iran”.

Preoccupato anche l'ambasciatore brasiliano Celso Amorim, il quale ha affermato che il Brasile “deve prepararsi allo scenario peggiore, poiché il conflitto con l'Iran potrebbe aggravarsi”.

E anche il socialista e comunista Partito Iraniano del Tudeh, bandito in Iran, così come lo sono tutti i partiti comunisti e socialisti, dai tempi della Rivoluzione khomeinista, è intervenuto, con un comunicato critico sia nei confronti del regime iraniano che di quelli di USA e Israele: “In seguito agli attacchi aggressivi del regime criminale di Netanyahu e dell'imperialismo statunitense sul suolo iraniano, Ali Khamenei, leader supremo del regime e dittatore che negli ultimi trentasette anni, attraverso politiche distruttive e l'ideologia reazionaria dell'"Islam politico", ha spinto il Paese sull'orlo della guerra e della distruzione, insieme a numerosi membri della sua famiglia e stretti collaboratori, nonché ad alcuni comandanti della Guardia Rivoluzionaria e repressori del popolo, sono stati uccisi.

Negli ultimi trentasette anni, in qualità di Guida Suprema assoluta, Ali Khamenei ha determinato le principali politiche economiche e la direzione politica del Paese ed è stato il principale responsabile della sanguinosa e violenta repressione di ogni protesta contro le politiche distruttive della Repubblica Islamica. Adottando politiche economiche volte a garantire gli interessi del grande capitale, ha trascinato decine di milioni di iraniani nella povertà e nella miseria. La sua famiglia e i suoi stretti collaboratori hanno inoltre saccheggiato la ricchezza e le risorse del Paese. La morte della Guida Suprema del regime può segnare l'inizio di sviluppi che aprono la strada al governo del popolo sul proprio destino e sulla propria vita e all'alba della libertà e della giustizia nel Paese. Allo stesso tempo, sappiamo che l'imperialismo statunitense e i suoi alleati regionali, in particolare il governo razzista di Netanyahu, e i loro agenti iraniani come Reza Pahlavi, nutrono sinistri piani per distruggere il paese e le sue capacità, per trasformare l'Iran in una semi-colonia statunitense nella regione o per coinvolgere l'Iran in prolungate guerre civili etnico-religiose (come in Libia o in Siria), con l'obiettivo di distruggere completamente la sovranità nazionale e frammentare l'Iran.(...)

Oggi, la richiesta della maggioranza del nostro popolo è la completa trasformazione del sistema politico fondato sull'istituzione reazionaria della Tutela del Giurista (Velayat-e Faqih), la completa separazione tra religione e governo e il passaggio a un sistema basato sulla libertà e su strutture democratiche ed elettive scelte dal popolo per realizzare i diritti democratici, le libertà e la giustizia sociale.

(…)

Sarà il popolo iraniano a decidere il futuro dell'Iran!

Libertà per tutti i prigionieri politici, ideologici e civili!

Viva la pace, sia salda la sovranità nazionale, avanti verso l'istituzione di un governo nazionale e democratico!".

Chissà, purtuttavia, se l'ultima parola sarà lasciata al popolo oppure, come è facile immaginare in questo momento, sarà lasciata alla sopraffazione e al sopruso dei nuovi colonizzatori...

Luca Bagatin

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domenica 1 marzo 2026

La Cina, scioccata, condanna gli attacchi contro l'Iran. Alla logica della giungla, occorre contrapporre quella del diritto internazionale. Articolo di Luca Bagatin

 

La Repubblica Popolare Cinese, attraverso il suo Rappresentate Permanente presso le Nazioni Unite, Fu Cong, ha espresso il suo shock, il suo sdegno e la sua preoccupazione per gli attacchi dei regimi di USA e Israele contro l'Iran.

La Cina si è detta profondamente addolorata per l'elevato numero di vittime civili e ha condannato l'uso indiscriminato della forza, giudicandolo inaccettabile.

Rifacendosi ai principi della Carta delle Nazioni Unite, l'Ambasciatore Fu Cong ha sottolineato come la sovranità, sicurezza e integrità territoriale dell'Iran e di altri Paesi della regione debbano essere rispettati.

L'Ambasciatore cinese ha osservato come tale situazione debba essere quanto prima risolta attraverso il dialogo, il negoziato e ha richiesto la cessazione immediata delle azioni militari delle forze statunitensi e israeliane.

L'Ambasciatore Fu Cong, in particolare, ha sottolineato come tale aggressione militare sia avvenuta nel momento in cui erano in corso colloqui diplomatici fra USA e Iran e ciò la rende ulteriormente scioccante.
E la Repubblica Popolare Cinese, attraverso il Ministero degli Affari Esteri, ha altresì condannato l'uccisione della Guida Suprema dell'Iran, l'Ayatollah Ali Khamenei, sottolineando che tale azione rappresenta una ulteriore “grave violazione della sovranità e della sicurezza dell'Iran”.

Il Ministro degli Affari Esteri cinese, Wang Yi, ha definito “inaccettabili” gli attacchi contro l'Iran e si è detto molto preoccupato per il rischio di escalation in Medio Oriente e, assieme al suo omologo russo Lavrov, intende, in ambito ONU e nell'ambito dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, adoperarsi per chiedere con forza la cessazione dei combattimenti e il ritorno ai negoziati diplomatici.

Personalmente, direi che viviamo in tempi strani e oscuri, in cui chi dice di difendere “libertà” e “democrazia” invade e attacca Paesi sovrani.

Si dirà che è sempre andata così, ma oggi accade in modo sempre più evidente e spudorato. E da parte di politicanti sempre più sbruffoni, ignoranti e sconsiderati, che non hanno nemmeno il consenso popolare, perché a votare, in Occidente, vanno ormai meno della metà degli elettori. I quali hanno compreso, da quel dì, che le regole sono truccate a monte e che persino le Costituzioni democratiche vengono sistematicamente violate da quei politicanti che pretenderebbero il voto popolare.

A rimetterci i popoli, gli inermi, chi dovrebbe decidere del suo presente e futuro, senza ingerenze esterne, come del resto vorrebbe il diritto internazionale stesso.
L'Iran potrà anche non piacere, ma ha sempre combattuto l'islamismo radicale, purtroppo spesso sostenuto da un Occidente ipocrita, anti-socialista e anti-BRICS. Che ha spesso fatto carta straccia del diritto internazionale, agitando a discrezione la leva dei cosiddetti “diritti umani”.

Chi non approfondisce tali aspetti continua a parlare per partito preso e a riempirsi la bocca di banalità e ipocrisia.
E intanto la politica estera italiana si espone alla sua ennesima figuraccia e dimostra, ulteriormente, di non contare nulla. Così come molto poco conta la politica estera della balbettante, ipocrita e asservita ai desiderata USA, UE.

Mi sovviene alla mente un passaggio del discorso che l'amico prof. Giancarlo Elia Valori, importante manager pubblico e analista geopolitico, oltre che Presidente della Fondazione di Studi Internazionali e Geopolitica, tenne nel novembre 2023 presso la Facoltà delle Relazioni Internazionali dell'Università di Pechino – celebre per aver ospitato, nel 2006, il conferimento del Dottorato Onorario al prof. Henry Kissinger – e presso la quale il prof. Valori fu insignito del titolo di Professore Benemerito.

Egli disse: “Il più grande luogo comune sul Partito Comunista Cinese dei politici occidentali è che esso non sia democratico. Ovviamente per dir questo essi partono dal presupposto che la democrazia “vera” sia la propria. Quella che sgancia bombe sui popoli per imporla a ignoranti, arretrati e dittatori che, però, non siano loro amici. (…). A dire il vero le campagne diffamatorie contro la Repubblica Popolare della Cina sono dirette da Washington, e i Paesi della NATO e i loro governi, non possono far altro attraverso mass media, social network, stampa e televisioni che obbedire alla Casa Bianca. Il parere dei popoli di questi Stati ritengo sia molto differente”.

Il parere dei popoli, purtroppo, conta ormai sempre meno. Conta la logica della sopraffazione, della violenza, della manipolazione, dell'ignoranza, della barbarie e della giungla. Imposta da chi vorrebbe “esportare democrazia”.

Luca Bagatin

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venerdì 7 febbraio 2025

La Palestina ai palestinesi. La Cina risponde a Trump. Articolo di Luca Bagatin

 

Se il nuovo Presidente degli USA, Donald Trump, minaccia di espellere il popolo palestinese da Gaza, la Repubblica Popolare Cinese, attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri, Guo Jiakun, risponde con fermezza.

Il 6 febbraio scorso, Guo, ha sottolineato che Gaza appartiene al popolo palestinese, ribadendo la posizione cinese in merito: “La Cina sostiene fermamente i legittimi diritti nazionali del popolo palestinese, ritiene che 'i palestinesi che governano la Palestina' sia un principio importante che deve essere rispettato nella governance di Gaza post-conflitto e si oppone allo spostamento forzato della popolazione di Gaza”.

Guo Jiakun ha sottolineato come l'attuale conflitto in Medio Oriente abbia già causato troppa devastazione e sofferenza al popolo palestinese e ha sollecitato la comunità internazionale a unire gli sforzi per migliorare la situazione degli abitanti di Gaza, anziché aggravarla. Ovvero fornire assistenza umanitaria e aiutando nella ricostruzione.

La Repubblica Popolare Cinese, attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri, ha ribadito che la soluzione più rapida e equa al conflitto in Medio Oriente, sia quella dei due Stati. Ovvero la creazione di uno Stato indipendente della Palestina, con una sua propria sovranità, “sulla base del confine del 1967 e con Gerusalemme Est come capitale”.

Luca Bagatin

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giovedì 9 gennaio 2025

Fra Primavere arabe e Golan. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori

Ve le ricordate le cosiddette “primavere” arabe? Confusione imperante dei sommovimenti eterodiretti da Stati Uniti d’America, Regno Unito e Francia nell’Africa settentrionale da gennaio 2011, che furono chiamate fraudolentemente “rivoluzioni”. Al contrario, come abbiamo ben visto, il sistema di produzione, nel Nord Africa è rimasto invariato ed, anzi, in Libia all’equilibrio di Gheddafi è succeduto il tribalismo di Sarkozy, con la benedizione di Washington, Parigi e Londra. L’Italia s’è dovuta accodare, minacciata dal bombardamento degli “alleati” UE sulle installazioni ENI: eventuale fuoco amico a firma Parigi e Londra (a quel tempo non ancora in odore di Brexit).
Leggiamo le chiavi di lettura “occidentali” dei fenomeni che avevano ancora sconvolto l’arco mediterraneo meridionale col tentato spaccio delle sedizioni in fattori richiamanti masse di musulmani che si stavano ribellando. Invece secondo certa stampa embedded-copia-e-incolla, essi, i rivoltosi, auspicavano forme di governo liberal-democratiche multipartitiche in cui trionfassero anche là gli dèi del capitalismo che vediamo adorare ogni giorno. Si sono adoperati vocaboli assurdi nel contesto – rivoluzione, controrivoluzione, primavere, agorà, dittature sultanali, nuovi “89”, laicità, uscita dal Medioevo, entrata nella modernità, tecnologia come progressismo (scordandosi di DĀ’IŠ e al-Qā’ida), ecc. – a masse che con l’Occidente nulla hanno avuto e hanno a che spartire, salvo colonizzarle e depredarle, e oggi in comune posseggono solo smartphone e internet.
Le “primavere” arabe miravano innanzitutto a distruggere il governo siriano e laico di Baššār Ḥāfiẓ ‘Alī al-Asad, alleato dell’Iran e testa di ponte della Via della Seta. Dopo tentativi durati tredici anni al-Asad è caduto l’8 dicembre 2024 in quest’ultima scaturigine delle infami “primavere” arabe, lasciando Israele in piena preoccupazione per le alture del Golan.
Le alture del Golan rappresentano un baluardo di difesa a settentrione, e come ci dice il Prof. Ahron Bregman, ne La vittoria maledetta. Storia di Israele e dei territori occupati (Einaudi, Torino, 2017): sono ben cinquant’anni che nelle alture del Golan, non si spara un colpo. Questo tipo di modus vivendi era possibile col laico al-Asad, e no di certo con l’attuale governo siriano formato da giadisti e salafiti.
Andiamo con ordine. La politica estera turca nei confronti del Medio Oriente dal 2013, sia in termini di grado di attività da parte di Ankara, sia in termini di cambio di direzione, va da una politica che fa ampio uso degli strumenti del soft power a una politica che si affida maggiormente agli strumenti dello hard power. Le cosiddette “primavere” arabe e le tendenze intra-turche a partire dal 2013 hanno portato Erdoğan a creare una sintesi unica nella storia della Turchia. Dalla politica estera repubblicana ha preso il nazionalismo, la militarizzazione e il sospetto verso il resto del mondo, e dal passato ottomano ha preso la dimensione religiosa, l’elemento di espansione e di revisionismo. Trattandosi di una sintesi, a volte prevale una dimensione e talvolta un’altra a seconda del soggetto e del periodo. Sebbene il pericolo per Israele sia chiaro se la dimensione islamica fosse più prominente nella politica estera turca, va anche notato che esistono pericoli derivanti da una linea nazionalista-indipendente nella politica estera turca, poiché la porta in conflitto con alcuni degli alleati di Israele. Inoltre, la linea nazionalista-indipendente incoraggia la Turchia a diventare sempre più autosufficiente e ad autoprodurre sistemi d’arma avanzati che, anche se non rappresentano una minaccia diretta e immediata per l’Israel Defense Forces, possono raggiungere elementi ostili a Israele.
Dalla politica estera repubblicana ha preso il nazionalismo, la militarizzazione e il sospetto verso il resto del mondo, e dal passato ottomano ha preso la dimensione religiosa, l’elemento di espansione e di revisionismo. Trattandosi di una sintesi, a volte prevale una dimensione e talvolta un’altra dimensione, a seconda del soggetto e del periodo.
La Turchia ha fondato un’entità nel nord della Siria controllata esclusivamente da Ankara, ed Erdoğan non immaginava che avrebbe avuto l’opportunità di proseguire verso Damasco attraverso le organizzazioni dell’opposizione siriana. Ankara non ha perso occasione quando la Russia, impegnata in Ucraina, e l’Iran, in conflitto con Israele sono usciti per il momento dalla scena. Di conseguenza, la Turchia sunnita sostituisce Russia cristiana e Iran sciita quale protettore della Siria.
La percezione prevalente in Medio Oriente, a partire dall’amministrazione Obama I e II e poi durante l’amministrazione Trump I, secondo cui gli Stati Uniti d’America stavano cercando di ridurre il proprio coinvolgimento nella regione, ha creato un vuoto che ha incoraggiato i Paesi della regione, e in particolare Ankara, ad intraprendere azioni indipendenti. In poche parole, gli strascichi delle “primavere” arabe si sono trasformate in azioni antisraeliane sotto regia turca.
Oltre a ciò, la comprensione ad Ankara dei cambiamenti avvenuti nella struttura del sistema internazionale, da un sistema unipolare in cui vigeva il predominio americano ad un sistema multipolare, in cui i fattori su cui si basano possono e devono essere diversificati, porta la Turchia a intraprendere sempre più azioni oltre ciò che ci si potrebbe aspettare da un membro fedele della NATO. La Turchia attua una forma doppiogiochista: islamista ma con propensione entrare nell’Unione Europea.
Uno dei termini che spesso compaiono nella descrizione della politica estera della Turchia è “neo-ottomanismo”. Sono molti i commentatori, sia nei media che nel mondo della ricerca, che amano chiamare Erdoğan “Sultano” e definiscono la sua politica neo-ottomana. L’uso del termine neo-ottomanesimo non è iniziato con Erdoğan, ma è stato ampiamente utilizzato per la prima volta per descrivere i cambiamenti introdotti dal presidente turco Turgut Özal nella politica turca negli anni Ottanta. Viene a indicare cambiamenti rivoluzionari rispetto alla politica repubblicana della Turchia dai tempi di Atatürk, che sosteneva il mantenimento dello statu quo, e si riferisce alla crescente attività della Turchia nella regione e all’ingresso di elementi pan-turchi e islamici nella narrativa politica.
Oggi, l’uso dell’espressione neo-ottomanesimo presso l’opinione pubblica internazionale è spesso pronunciata da elementi ostili alla Turchia, che la utilizzano per indicare intenzioni espansionistiche turche o per condannare misure non in linea con gli interessi dell’Occidente, a cui la Turchia aspira a farne parte. Nella presentazione estrema del termine, viene utilizzato per accusare Erdoğan di voler stabilire un’area sotto il controllo o l’influenza turca sulla falsariga del vecchio impero ottomano, o addirittura di “ristabilire l’impero ottomano”.
Il passato ottomano occupa sempre più spazio nell’intera società turca e in particolare nelle dichiarazioni di Erdoğan, che lo usa per giustificare alcune delle sue attività, anche nella sua politica estera.
Tuttavia, si può sostenere che la politica estera turca è neo-ottomana nel senso di attivismo e di maggiore attività turca, ed è anche impossibile negare l’ombra ottomana presente in diversi passi turchi sulla scena internazionale. Sebbene la dirigenza turca eviti di usare l’espressione neo-ottomanesimo, soprattutto per definire le proprie politiche, il passato ottomano occupa sempre più spazio nell’intera società turca e in particolare nelle dichiarazioni di Erdoğan, che lo usa per giustificare alcune delle sue attività, anche nella sua politica estera. Ad esempio, il presidente turco ha giustificato la sua posizione riguardo a Gerusalemme nell’ottobre 2020 con le parole: “In questa città che abbiamo lasciato in lacrime durante la prima guerra mondiale, si possono ancora vedere i resti della resistenza ottomana. Pertanto, Gerusalemme è la nostra città, è la nostra città”. È anche possibile notare l’importanza delle aree che appartenevano all’Impero Ottomano negli sforzi internazionali turchi in Siria, Iraq, Libia, nel Mediterraneo orientale e, in una certa misura, nei Balcani. La nostalgia per l’Impero Ottomano gioca un ruolo importante anche nella politica di soft power della Turchia, come dimostrato dal grande successo delle serie televisive “storiche” turche in Medio Oriente, nel mondo musulmano e persino nei Balcani.
Ad esempio, le operazioni turche nel nord della Siria e nel nord dell’Iraq si svolgono in aree che il Movimento nazionale turco ha definito come terra turca, finché Atatürk non ha accettato di rinunciarvi. Per molti sostenitori di Erdoğan, l’ingresso delle forze turche in quelle zone è un risultato che compensa questa concessione. Allo stesso modo, i problemi relativi alla delimitazione dei confini marittimi nel Mediterraneo orientale derivano da alcune disposizioni del Trattato di Losanna (24 luglio 1923), firmato da Atatürk dopo la Guerra d’indipendenza turca. Anche in questo ambito Erdoğan può presentarsi un passo avanti rispetto al suo famoso predecessore. In molti casi, la visione storica del presidente turco è quella di paragonarsi al laico Atatürk in un modo che lo lusinga più che essere un “nuovo sultano”.
In conclusioni desidero riaffermare e ripetere che – mio parere – le “primavere” arabe sono state un dono occidentale al neo-ottomanesimo turco, per tenere a freno le spinte di Ankara verso l’UE. Non ci voleva un genio per capire che tutto questo si sarebbe trasformato successivamente in manovre antisraeliane.

Giancarlo Elia Valori

martedì 19 novembre 2024

Dove pensiamo di andare, oggi, in Italia e UE, con questa classe politica? Articolo di Luca Bagatin


La metà degli elettori di Emilia Romagna e Umbria, pressoché si astiene, alle recenti elezioni regionali.

In linea, del resto, con quanto accaduto in tutte le ultime tornate elettorali e in linea con quanto accade in gran parte dell'UE.

Del resto, se si presentano politici e schieramenti che solo a parole dicono di essere differenti, ma nella realtà sono tutti uniti nel fronte guerrafondaio e bellicista (sia nella crisi ucraina che in Medio Oriente) e nel non fare nulla per rendere il comparto pubblico efficiente ed efficace, con sostanziosi aumenti di bilancio, soprattutto nella sanità e nell'istruzione; oltre che a non far nulla contro la crescente ondata di criminalità, soprattutto minorile, gli elettori continueranno a votare loro contro.

Astenendosi.

La democrazia, del resto, soprattutto a livello locale, dovrebbe essere diretta. E sarebbe ora di permettere ai cittadini di autogestirsi e di autogovernarsi, oltre questo finto bipolarismo, introdotto nel 1993, ovvero quando la democrazia dei partiti veri e seri, che facevano anche formazione politica, fu completamente distrutta.

E occorrerebbe, contestualmente, adoperarsi per fare e promuovere formazione politica e storica, a partire dalle scuole, che ormai sembrano sempre contare meno, sempre più relegate ai margini (o, peggio, vilipese), come il comparto sanitario pubblico.

Settori che, invece, dovrebbero essere messi al primo posto in ogni Paese che si voglia definire civile e democratico.

Dove pensa poi di andare, questa UE, se continua a seguire i diktat d'Oltreoceano, ove la più pericolosa amministrazione USA della Storia, quella di Biden, ha addirittura autorizzato i missili a lungo raggio contro la Russia?

Dove si pensa di andare se non si sanzionano, invece, governi che vogliono evitare ogni forma di negoziato – tanto a Est quanto in Medio Oriente - e, addirittura, bombardano civili e le basi italiane di UNIFIL?

Dove si pensa di andare con la cosiddetta “maggioranza Ursula”?

I governanti Occidentali e dell'UE di oggi, salvo i rarissimi casi di Orban e del socialista slovacco Robert Fico, che si sono spesso smarcati, vogliono davvero continuare a seguire una linea tanto irresponsabile e assurda?

L'unico spiraglio di negoziato e pace lo offrono i Paesi del Sud del mondo, Repubblica Popolare Cinese e Brasile in testa, oltre che la diplomazia Vaticana.

Ed è assurdo che non vengano ascoltati, perché i danni, sia in termini di vite umane che economici, portati dagli attuali conflitti in atto, sono ingenti.

Chissà se il neo-eletto Trump farà qualche cosa, oltre a qualche proclama e oltre ad aver comunque nominato nel suo staff l'ottima Tulsi Gabbard e l'ottimo Robert F. Kennedy (ma ha nominato anche il pessimo Musk e molti pessimi neocon vecchio stampo).

Lontani sono gli anni in cui esistevano politici responsabili, seri e lungimiranti.

Già sarebbe molto se in Italia e, perché no, anche nel resto dell'UE, si studiasse la politica estera degli allora Ministro Gianni De Michelis e del Presidente del Consiglio Bettino Craxi. La politica economica del Ministro Roberto Tremelloni; la politica di difesa del Ministro Randolfo Pacciardi (oltre che le riforme nel settore introdotte dallo stesso Tremelloni) e la politica in ambito sanitario dell'ottimo e purtroppo dimenticato Ministro Luigi Mariotti.

Grandi socialisti e repubblicani mazziniani. Nomi che ai più non diranno nulla.

E questo è già grave.

Perché sintomo di come siamo finiti in basso e di come abbiamo dimenticato o ignoriamo il nostro glorioso passato, che molti, troppi, hanno ingiustamente e pretestuosamente infangato.

Luca Bagatin

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