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giovedì 9 gennaio 2025

Fra Primavere arabe e Golan. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori

Ve le ricordate le cosiddette “primavere” arabe? Confusione imperante dei sommovimenti eterodiretti da Stati Uniti d’America, Regno Unito e Francia nell’Africa settentrionale da gennaio 2011, che furono chiamate fraudolentemente “rivoluzioni”. Al contrario, come abbiamo ben visto, il sistema di produzione, nel Nord Africa è rimasto invariato ed, anzi, in Libia all’equilibrio di Gheddafi è succeduto il tribalismo di Sarkozy, con la benedizione di Washington, Parigi e Londra. L’Italia s’è dovuta accodare, minacciata dal bombardamento degli “alleati” UE sulle installazioni ENI: eventuale fuoco amico a firma Parigi e Londra (a quel tempo non ancora in odore di Brexit).
Leggiamo le chiavi di lettura “occidentali” dei fenomeni che avevano ancora sconvolto l’arco mediterraneo meridionale col tentato spaccio delle sedizioni in fattori richiamanti masse di musulmani che si stavano ribellando. Invece secondo certa stampa embedded-copia-e-incolla, essi, i rivoltosi, auspicavano forme di governo liberal-democratiche multipartitiche in cui trionfassero anche là gli dèi del capitalismo che vediamo adorare ogni giorno. Si sono adoperati vocaboli assurdi nel contesto – rivoluzione, controrivoluzione, primavere, agorà, dittature sultanali, nuovi “89”, laicità, uscita dal Medioevo, entrata nella modernità, tecnologia come progressismo (scordandosi di DĀ’IŠ e al-Qā’ida), ecc. – a masse che con l’Occidente nulla hanno avuto e hanno a che spartire, salvo colonizzarle e depredarle, e oggi in comune posseggono solo smartphone e internet.
Le “primavere” arabe miravano innanzitutto a distruggere il governo siriano e laico di Baššār Ḥāfiẓ ‘Alī al-Asad, alleato dell’Iran e testa di ponte della Via della Seta. Dopo tentativi durati tredici anni al-Asad è caduto l’8 dicembre 2024 in quest’ultima scaturigine delle infami “primavere” arabe, lasciando Israele in piena preoccupazione per le alture del Golan.
Le alture del Golan rappresentano un baluardo di difesa a settentrione, e come ci dice il Prof. Ahron Bregman, ne La vittoria maledetta. Storia di Israele e dei territori occupati (Einaudi, Torino, 2017): sono ben cinquant’anni che nelle alture del Golan, non si spara un colpo. Questo tipo di modus vivendi era possibile col laico al-Asad, e no di certo con l’attuale governo siriano formato da giadisti e salafiti.
Andiamo con ordine. La politica estera turca nei confronti del Medio Oriente dal 2013, sia in termini di grado di attività da parte di Ankara, sia in termini di cambio di direzione, va da una politica che fa ampio uso degli strumenti del soft power a una politica che si affida maggiormente agli strumenti dello hard power. Le cosiddette “primavere” arabe e le tendenze intra-turche a partire dal 2013 hanno portato Erdoğan a creare una sintesi unica nella storia della Turchia. Dalla politica estera repubblicana ha preso il nazionalismo, la militarizzazione e il sospetto verso il resto del mondo, e dal passato ottomano ha preso la dimensione religiosa, l’elemento di espansione e di revisionismo. Trattandosi di una sintesi, a volte prevale una dimensione e talvolta un’altra a seconda del soggetto e del periodo. Sebbene il pericolo per Israele sia chiaro se la dimensione islamica fosse più prominente nella politica estera turca, va anche notato che esistono pericoli derivanti da una linea nazionalista-indipendente nella politica estera turca, poiché la porta in conflitto con alcuni degli alleati di Israele. Inoltre, la linea nazionalista-indipendente incoraggia la Turchia a diventare sempre più autosufficiente e ad autoprodurre sistemi d’arma avanzati che, anche se non rappresentano una minaccia diretta e immediata per l’Israel Defense Forces, possono raggiungere elementi ostili a Israele.
Dalla politica estera repubblicana ha preso il nazionalismo, la militarizzazione e il sospetto verso il resto del mondo, e dal passato ottomano ha preso la dimensione religiosa, l’elemento di espansione e di revisionismo. Trattandosi di una sintesi, a volte prevale una dimensione e talvolta un’altra dimensione, a seconda del soggetto e del periodo.
La Turchia ha fondato un’entità nel nord della Siria controllata esclusivamente da Ankara, ed Erdoğan non immaginava che avrebbe avuto l’opportunità di proseguire verso Damasco attraverso le organizzazioni dell’opposizione siriana. Ankara non ha perso occasione quando la Russia, impegnata in Ucraina, e l’Iran, in conflitto con Israele sono usciti per il momento dalla scena. Di conseguenza, la Turchia sunnita sostituisce Russia cristiana e Iran sciita quale protettore della Siria.
La percezione prevalente in Medio Oriente, a partire dall’amministrazione Obama I e II e poi durante l’amministrazione Trump I, secondo cui gli Stati Uniti d’America stavano cercando di ridurre il proprio coinvolgimento nella regione, ha creato un vuoto che ha incoraggiato i Paesi della regione, e in particolare Ankara, ad intraprendere azioni indipendenti. In poche parole, gli strascichi delle “primavere” arabe si sono trasformate in azioni antisraeliane sotto regia turca.
Oltre a ciò, la comprensione ad Ankara dei cambiamenti avvenuti nella struttura del sistema internazionale, da un sistema unipolare in cui vigeva il predominio americano ad un sistema multipolare, in cui i fattori su cui si basano possono e devono essere diversificati, porta la Turchia a intraprendere sempre più azioni oltre ciò che ci si potrebbe aspettare da un membro fedele della NATO. La Turchia attua una forma doppiogiochista: islamista ma con propensione entrare nell’Unione Europea.
Uno dei termini che spesso compaiono nella descrizione della politica estera della Turchia è “neo-ottomanismo”. Sono molti i commentatori, sia nei media che nel mondo della ricerca, che amano chiamare Erdoğan “Sultano” e definiscono la sua politica neo-ottomana. L’uso del termine neo-ottomanesimo non è iniziato con Erdoğan, ma è stato ampiamente utilizzato per la prima volta per descrivere i cambiamenti introdotti dal presidente turco Turgut Özal nella politica turca negli anni Ottanta. Viene a indicare cambiamenti rivoluzionari rispetto alla politica repubblicana della Turchia dai tempi di Atatürk, che sosteneva il mantenimento dello statu quo, e si riferisce alla crescente attività della Turchia nella regione e all’ingresso di elementi pan-turchi e islamici nella narrativa politica.
Oggi, l’uso dell’espressione neo-ottomanesimo presso l’opinione pubblica internazionale è spesso pronunciata da elementi ostili alla Turchia, che la utilizzano per indicare intenzioni espansionistiche turche o per condannare misure non in linea con gli interessi dell’Occidente, a cui la Turchia aspira a farne parte. Nella presentazione estrema del termine, viene utilizzato per accusare Erdoğan di voler stabilire un’area sotto il controllo o l’influenza turca sulla falsariga del vecchio impero ottomano, o addirittura di “ristabilire l’impero ottomano”.
Il passato ottomano occupa sempre più spazio nell’intera società turca e in particolare nelle dichiarazioni di Erdoğan, che lo usa per giustificare alcune delle sue attività, anche nella sua politica estera.
Tuttavia, si può sostenere che la politica estera turca è neo-ottomana nel senso di attivismo e di maggiore attività turca, ed è anche impossibile negare l’ombra ottomana presente in diversi passi turchi sulla scena internazionale. Sebbene la dirigenza turca eviti di usare l’espressione neo-ottomanesimo, soprattutto per definire le proprie politiche, il passato ottomano occupa sempre più spazio nell’intera società turca e in particolare nelle dichiarazioni di Erdoğan, che lo usa per giustificare alcune delle sue attività, anche nella sua politica estera. Ad esempio, il presidente turco ha giustificato la sua posizione riguardo a Gerusalemme nell’ottobre 2020 con le parole: “In questa città che abbiamo lasciato in lacrime durante la prima guerra mondiale, si possono ancora vedere i resti della resistenza ottomana. Pertanto, Gerusalemme è la nostra città, è la nostra città”. È anche possibile notare l’importanza delle aree che appartenevano all’Impero Ottomano negli sforzi internazionali turchi in Siria, Iraq, Libia, nel Mediterraneo orientale e, in una certa misura, nei Balcani. La nostalgia per l’Impero Ottomano gioca un ruolo importante anche nella politica di soft power della Turchia, come dimostrato dal grande successo delle serie televisive “storiche” turche in Medio Oriente, nel mondo musulmano e persino nei Balcani.
Ad esempio, le operazioni turche nel nord della Siria e nel nord dell’Iraq si svolgono in aree che il Movimento nazionale turco ha definito come terra turca, finché Atatürk non ha accettato di rinunciarvi. Per molti sostenitori di Erdoğan, l’ingresso delle forze turche in quelle zone è un risultato che compensa questa concessione. Allo stesso modo, i problemi relativi alla delimitazione dei confini marittimi nel Mediterraneo orientale derivano da alcune disposizioni del Trattato di Losanna (24 luglio 1923), firmato da Atatürk dopo la Guerra d’indipendenza turca. Anche in questo ambito Erdoğan può presentarsi un passo avanti rispetto al suo famoso predecessore. In molti casi, la visione storica del presidente turco è quella di paragonarsi al laico Atatürk in un modo che lo lusinga più che essere un “nuovo sultano”.
In conclusioni desidero riaffermare e ripetere che – mio parere – le “primavere” arabe sono state un dono occidentale al neo-ottomanesimo turco, per tenere a freno le spinte di Ankara verso l’UE. Non ci voleva un genio per capire che tutto questo si sarebbe trasformato successivamente in manovre antisraeliane.

Giancarlo Elia Valori

lunedì 16 dicembre 2024

Bilancio geopolitico, fra conflitti non sanati e nuove sfide globali. Articolo di Luca Bagatin


Queste sono riflessioni che scrivevo esattamente un anno fa, ma vedo che niente è cambiato, anzi, per cui vorrei riproporle, aggiornandole.

Da due anni USA e UE gettano benzina sul fuoco di conflitti che hanno origini lontane.

E si fomentano i fondamentalismi religiosi, anziché sostenere le realtà laico-socialiste (vedi la Libia di Gheddafi e la Siria di Assad).

Ad Est, il conflitto russo-ucraino, ha origine della disgregazione dell'URSS, avvenuta a seguito di golpe interni e esterni. Una tragedia immane che ha lasciato il popolo sovietico (compresi i popoli russo, ucraino, lettone e così via) - finito sul lastrico - nelle mani di oligarchi ed estremisti di destra.

Una tragedia che preoccupò finanche la classe politica di governo dell'unico vero centro-sinistra italiano, lungimirante e responsabile, della gloriosa Prima Repubblica, che si reggeva sull'asse socialisti - democratici cristiani - socialisti democratici e repubblicani.

Una tragedia tanto quanto quella che portò alla distruzione della Jugoslavia, sulla quale gli USA e i loro alleati, soffiarono sul fuoco, portando morte, distruzione e barbarie.

E pensiamo a quanto l'Italia di allora, con Gianni De Michelis Ministro degli Esteri, grande amico del Paese balcanico, tentò il tutto per tutto per evitare la guerra.

La politica delle sanzioni è sempre una politica deleteria e non fa che rafforzare chi siede al governo del Paese sanzionato. E' storicamente sempre stato così e solo chi non osserva la Storia non lo comprende. Se ad essere sanzionato è, peraltro, un Paese che detiene risorse (gas, petrolio o altro) di cui il sanzionatore ha necessità, allora le difficoltà maggiori le avrà senza dubbio il sanzionatore.

E' quanto avvenuto con le assurde sanzioni alla Russia da parte dell'UE, imposte senza alcun criterio da politici e tecnici totalmente irresponsabili e per nulla lungimiranti.

Qualcuno disse, facendo una battuta tanto pessima, quanto fuori luogo: “Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?”. In realtà anche un bambino capirebbe che, se vuoi la pace (e anche salvare il tuo Paese, la sua economia e evitare, in generale, morti innocenti), ti adoperi affinché questa avvenga e cerchi di operare in modo serio e lungimirante, ovvero:

1) se vuoi la pace cerchi il dialogo;

2) non ha senso ed è controproducente impegnarsi militarmente in conflitti che non ci riguardano;

3) pace e commercio con TUTTI, come disse il Presidente statunitense Thomas Jefferson (1743 - 1826), nel suo primo discorso di insediamento alla Presidenza: “Pace, commercio e amicizia con tutte le nazioni, nessun vincolo d"alleanze"”;

4) nessuna ingerenza in casa di altri;

5) rispetto e promozione del diritto internazionale;

6) cooperazione e rispetto dell'autodeterminazione dei popoli.

E' chiaro che, i problemi sia nazionali che europei si trascinano dal 1993, l'anno orribile che, in Italia, ha distrutto una classe politica democratica e lungimirante, che – pur rimanendo ancorata all'Alleanza Atlantica - dialogava con tutti, favoriva la pace, la concordia, il commercio internazionale, la stabilità economica, ma non a scapito delle tasche dei cittadini (come invece fa l'UE, con politiche di austerità, aumento del tesso di interesse, deregolamentazione del mercato energetico e così via).

Una classe politica che, in Italia e Europa, prima del 1993, non favoriva il militarismo, non inviava armi, gettava acqua sul fuoco di ogni conflitto. Ed erano gli anni terribili della Guerra Fredda!

Oggi sembra che i governanti di USA e UE siano fermi alla mentalità della Guerra Fredda, ma siano totalmente privi della lungimiranza, responsabilità e intelligenza dei politici che li hanno preceduti e che la Guerra Fredda l'hanno vissuta davvero.

I politici di USA e UE di oggi sembra, in sostanza, che giochino con i videogames, ma, purtroppo, le vittime che le loro politiche irresponsabili generano sono fin troppo reali.

Nel 1993 non solo ad Est erano già crollate realtà pluri-nazionali, che erano unite nel socialismo, ma, in Italia, una strana convergenza fra settori mediatici, finanziari, postcomunisti, postfascisti e leghisti metteva fine al governo di centro-sinistra (l'unico vero centro-sinistra in Italia), che aveva garantito stabilità dal 1948, ovvero l'anno dell'inizio ufficiale della ricostruzione dalle macerie del vergognoso regime mussoliniano.

Dal 1993 in poi, il diluvio.

L'avvento al governo, non solo di imprenditori, tecnici, comici, postfascisti e postcomunisti ormai promotori del capitalismo assoluto, ma anche l'avvento dell'austerità in UE; la deregolamentazione dell'economia; le privatizzazioni selvagge; la perdita di sovranità dell'Italia e di ogni Paese europeo; l'apertura indiscriminata delle frontiere, la delocalizzazione delle imprese (con conseguente perdita di posti di lavoro nei singoli Paesi europei); la distruzione della scuola e della sanità pubbliche. Tanto per citare alcuni effetti nefasti che si sono diffusi a macchia d'olio negli anni. E siamo ancora lì, a quel punto.

Ciò che siamo oggi lo dobbiamo a quanto avvenuto esattamente trent'anni fa.

Da dire, ad ogni modo, che la globalizzazione ha favorito, a livello internazionale, nel lungo periodo, più i Paesi emergenti e storicamente sfruttati dal colonialismo Occidentale.

Pensiamo alla Cina, all'India, al Brasile e ai BRICS in generale. Paesi che, in modo molto intelligente e lungimirante hanno saputo unirsi, cooperare, favorire le proprie economie interne investendo in settori produttivi (e non in armamenti!) e soprattutto non chiudendosi – ideologicamente – nei confronti di quei Paesi che avevano sistemi e valori diversi da loro.

La massima del buon Thomas Jefferson - “Pace, commercio e amicizia con tutte le nazioni, nessun vincolo d"alleanze"” - sembra dunque essere da tempo diventata l'orizzonte dei BRICS.

E già il buon leader socialista cinese Deng Xiaoping – aprendo la Repubblica Popolare Cinese al mercato, ma mantenendo, giustamente e responsabilmente, nelle mani della comunità e del pubblico tutto l'apparato economico – con la celebre frase “Non importa se il gatto è bianco o nero, l'importante è che acchiappi i topi”, vide lontano.

Oggi fanno molto sorridere i finti “sovranisti”, che a parole vorrebbero combattere la globalizzazione, con politiche anti-storiche quanto controproducenti (come l'imposizione di dazi doganali). Pseudo “sovranisti” che rimangono legati alla visione liberal-capitalista della Guerra Fredda, senza alcuna visione del presente, né del futuro. E non si dimostrano minimamente differenti dai vari “liberal” alla Biden and Co..

Oggi il mondo ha alcune sfide molto serie da affrontare e, se tutti i Paesi non si siedono ad un tavolo e non si uniscono in tale ottica, sarà molto difficile risolverle.

Il rischio di pandemie continue è dietro l'angolo. Il rischio di attentati di matrice terroristico-ideologica-religiosa lo è altrettanto. Le città sempre meno sicure per quanto riguarda la criminalità (più o meno organizzata) e le baby gang - sempre più drammaticamente in crescita - è un altro serissimo problema, ancora profondamente sottovalutato. La sanità pubblica al collasso. Una scuola pubblica che ha smesso di formare.

Tutti problemi che vanno discussi, seriamente, anche e soprattutto a livello internazionale. Evitando sciocche divisioni. Mantenendo un atteggiamento di concordia, rispetto reciproco, cooperazione, collaborazione paritaria.

Altro settore al quale andrebbe posta seria attenzione è quello tecnologico, in particolare relativo all'Intelligenza Artificiale.

L'IA rischia di sfuggirci di mano. Quello che personalmente chiamo “governo delle macchine” sulle persone, potrebbe diventare un problema molto serio. Già ciascuno di noi è, spesso e inconsapevolmente, psicologicamente dipendente dal suo smartphone.

Le nuove tecnologie per uso civile ci stanno facendo diventare degli analfabeti funzionali. Non siamo più in grado di scrivere, parlare correttamente e, dunque, di ragionare correttamente e, più in generale, rischiamo di compromettere ogni nostro processo cognitivo.

Se l'attuale classe politica occidentale è meno lungimirante del passato, un motivo c'è e viene sottostimato. Così come viene sottostimato il fenomeno degli hikikomori, ovvero quelle persone – in particolare giovani – che si auto-isolano dalla società e si rinchiudono nel loro mondo virtuale e fatto esclusivamente di tecnologia.

L'IA per uso civile, peraltro, sta e rischia sempre più di sostituire i mestieri, sia nel settore dell'arte (musica, cinema, letteratura), ma anche – via via - in tutti i settori produttivi.

Ragionare in merito all'IA per uso civile – arrivando anche a porvi un limite - dovrebbe essere argomento di discussione molto serio.

Si tende, purtroppo, a livello globale, ad analizzare i fenomeni osservandone i vantaggi a breve o brevissimo termine. Non ragionando nel lungo e lunghissimo periodo. Salvo condannare le generazioni future, presto o tardi, a una schiavitù che oggi – in modo molto miope – non si vorrebbe vedere.

In generale non sono molto d'accordo con l'affermazione dell'economista John Maynard Keynes “Nel lungo periodo siamo tutti morti”.

La Storia dimostra, ha dimostrato e sta dimostrando che, quei popoli che hanno saputo essere lungimiranti, ovvero ragionare nel lungo e lunghissimo periodo, hanno saputo resistere ad ogni crisi, uscendone rafforzati.

Luca Bagatin

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domenica 8 dicembre 2024

Dopo la Libia, cade anche la Siria laica e socialista e adesso? Articolo di Luca Bagatin

 

Nel 2011 accadde alla laica e socialista Libia, guidata da Mu'Ammar Gheddafi. Anche allora gli islamisti, destabilizzarono in Paese, uccisero Gheddafi e distrussero ogni forma di laicità, socialismo e democrazia nel Paese.

Oggi accade alla laica e socialista Siria, guidata da Bashar al-Assad, rieletto, peraltro, nel 2021, con un'ampia maggioranza di consensi.

Deposto dai soliti islamisti, destabilizzatori, impropriamente definiti “ribelli” dai media nostrani.

Addio laicità, addio socialismo arabo, unico baluardo contro l'Islam radicale.

Del resto, anche nell'allora Jugoslavia, socialista e laica, accadde la stessa cosa, nei primi anni '90.

E i Paesi liberal capitalisti, USA in primis, a soffiare sul fuoco, anziché spegnerlo.

Solamente la Russia e la Cina sono state in prima linea contro il terrorismo destabilizzatore in Siria.

USA e UE temono oggi, giustamente, la radicalizzazione della Siria nelle mani degli islamisti, ma cosa hanno fatto sino ad oggi?

Cosa hanno fatto, in questi anni, a parte sostenere e inviare armi a governi guerrafondai e di destra più o meno estrema, oltre che sanzionare Paesi laici e socialisti (vedi la stessa Siria, oltre che Cuba, il Venezuela, ma non solo)?

Tralasciando la politica pessima e sconsiderata di Biden, il neo-eletto Trump, peraltro, farebbe malissimo a volere che gli USA lasciassero la NATO, ma dovrebbe rendersi promotore di un rinnovamento della NATO e di un totale cambio di passo dell'Alleanza.

Promuovendo l'entrata, nell'Alleanza Atlantica, anche di Russia (che lo chiese negli Anni 2000) e di Cina (ci fu qualche dirigente cinese che, nel 1999, avanzò tale ipotesi), oltre che di altri Paesi, BRICS in primis, lavorando, così, alla cessazione di ogni conflitto e controversia internazionale.

Rendendo l'Alleanza in grado di lavorare, dunque, a cose serie e davvero utili e necessarie: sicurezza internazionale, lotta al terrorismo e al cyberterrorismo, prevenzione delle calamità naturali in primis.

Il mondo è cambiato e gli USA, oltre che l'altrettanto irresponsabile UE, dovrebbero rendersene conto.

Non esiste più un'egemonia mondiale ed è giusto e naturale che sia così.

Il mondo è multipolare e si trova difronte nuove sfide e pericoli da affrontare. Fra questi il fondamentalismo religioso e nuovi episodi di intolleranza, oltre che conflitti inimmaginabili persino durante la terribile Guerra Fredda.

Situazioni che le attuali leadership di USA e UE non sembrano affatto in grado di voler affrontare con serietà e capacità, anzi, sembrano continuare a soffiare sul fuoco.

Trump, peraltro, parla ancora di dazi, altra misura totalmente ideologica e economicamente svantaggiosa per tutti.

Le divisioni in blocchi, le ideologie, le contrapposizioni, non fanno che impedire ciò che serve davvero e mai come in questi anni di follia e sconsideratezza: dialogo, cooperazione, stabilizzazione, prosperità comune, sicurezza.

Vedremo nuovamente la luce in questa oscurità?

Luca Bagatin

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lunedì 30 agosto 2021

Hanno provato a liquidarlo, ma il Socialismo non muore. Articolo di Luca Bagatin

La liquidazione politica di Bettino Craxi, da parte dei poteri forti internazionali, finanziari, ma anche militari e politici, con sede negli USA e nelle stanze di Bruxelles, coincise con la fine politica del Socialismo in Europa.

L'implosione dell'URSS e dei Paesi del Patto di Varsavia, contro la volontà dei rispettivi popoli, ma causate da golpe interni con il contributo esterno; la guerra che distrusse la Jugoslavia socialista; la guerra che distrusse l'Iraq socialista; la guerra che distrusse l'Afghanistan socialista e poi ancora, anni dopo, la guerra che distrusse la Libia socialista (e quella che tentò ti distruggere la Siria socialista).

E, ancora, i tentativi di golpe anti-socialisti in America Latina, sempre in agguato in Venezuela e a Cuba, ma che colpirono la Bolivia di Morales e l'Ecuador di Correa e il tentativo di liquidazione per via giudiziaria del socialismo brasiliano di Lula e del peronismo argentino della Kirchner.

Tutte cose sostenute dagli USA e dai suoi alleati, UE in primis.

Bettino Craxi se ne accorse tardi. Ma se ne accorse. Quando puntò il dito contro la globalizzazione liberal-capitalista, affermando: “Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”.

E quando scrisse il suo romanzo verità, pubblicato postumo, "Parigi - Hammamet": http://amoreeliberta.blogspot.com/2020/02/parigi-hammamet-il-thriller-inedito-di.html.

Il Socialismo doveva morire, perché l'idea che gli oppressi prendessero in mano le redini del loro destino, sottomettendo gli sfruttatori capitalisti e borghesi, non poteva essere accettata.

Nonostante questo, oggi, molti Paesi socialisti resistono. Dalla Cina a Cuba, dal Vietnam al Venezuela; dalla Corea del Nord alle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk; dalla Siria al Laos e non solo.

Non è solo un'idea che non muore, ma le fondamenta di una civiltà che, quando sono solide, non possono crollare.

Da non dimenticare, ma anzi da sottolineare che, tanto lo scopo dell'anarchismo socialista di Proudhon (esaltato da Craxi), che il marxismo-leninismo, hanno come scopo l'estinzione della classe borghese e la dissoluzione dello Stato.

Ovvero l'avvento di una società completamente democratica e paritaria. Ovvero completamente socialista e autogestita.

La strada è sempre ardua, ma la Storia ha tutto da insegnare.

Luca Bagatin

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lunedì 16 agosto 2021

Come l'Afghanistan, da Paese laico e socialista, è finito nelle mani dei talebani. Articolo di Luca Bagatin

Molti anni sono passati dalla fine del governo laico e socialista afghano che vide in Mohammad Najibullah il suo ultimo esponente.

Se non partiamo dalla fine del suo governo, da quel tragico 1992, non capiremo mai il perché, oggi, i talebani, fondamentalisti islamici, sono inesorabilmente tornati.

Fu grazie al Partito Democratico Popolare dell'Afghanistan, di ispirazione marxista-leninista e di cui Najibullah fu esponente, se, nel 1978, fu rovesciato il governo autoritario di Mohammed Daud Khan.

Fu così che fu proclamata la Repubbica Democratica dell'Afghanistan, che fu presieduta, sino al 1979, da Nur Mohammed Taraki, il quale avviò una serie di riforme: fece distribuire le terre ai contadini; abrogò la decima che i braccianti dovevano ai latifondisti; abolì l'usura; regolò i prezzi dei beni primari; nazionalizzò i servizi pubblici; riconobbe il voto alle donne; legalizzò i sindacati; abolì le leggi religiose e le sostituì con leggi laiche e vietò i matrimoni forzati.

Riforme che si scontrarono – come prevedibile - con le autorità religiose locali e, nel 1979, Taraki sarà assassinato dal Vice Primo Ministro Hafizyllah Amin, il quale fu sospettato dall'URSS di essere in combutta con la CIA.

Amin sarà ricordato per le sue brutalità e, contro il suo governo golpista, intervenne l'URSS, la cui Armata Rossa entrò a Kabul il 27 dicembre 1979 e venne quindi successivamente nominato Presidente l'esponente del Partito Democratico Popolare dell'Afghanistan Babrak Karmal, il quale rimarrà al governo sino al 1986. 

Il suo governo fu inviso sia agli USA che ai Mujaheddin, ovvero i fondamentalisti islamici, i quali saranno non a caso finanziati direttamente dagli USA in chiave anticomunista, per fomentare una lunga e cruenta guerra civile.

Guerra civile che terminerà – con la vittoria dei fondamentalisti - solo nel 1989, allorquando Gorbaciov smetterà di sostenere il governo laico socialista della Repubblica Democratica dell'Afghanistan.

Il 30 settembre 1987 fu eletto Presidente della Repubblica Democratica afghana, Mohammad Najibullah, che sarà anche il suo ultimo Presidente laico e socialista.

Najibullah emanò una nuova Costituzione che prevedeva multipartitismo, libertà di espressione e un sistema giudiziario indipendente.

Nonostante una campagna militare da lui guidata, che portò all'arresto di 40.000 ribelli fondamentalisti, il fondamentalismo islamico si fece sempre più aggressivo al punto che, una volta venuto meno il supporto dell'URSS, nel 1989, l'Afghanistan cadrà via via nelle mani islamiste.

Najibullah sarà costretto a dimettersi nel 1992, abbandonato da tutti, persino dall'ONU.

Sarà ucciso nel 1996 dai talebani che, una volta presa Kabul, vollero condannarlo a morte, quale atto simbolico. Vilipesero persino il suo corpo, prima di ucciderlo, esattamente come fecero i fondamentalisti islamici in Libia, con Mu'Ammar Gheddafi, altro ledaer laico e socialista.

Ecco come l'Afghanistan laico, socialista e democratico è morto.

Esattamente come la Libia laica, socialista e democratica (diretta) di Gheddafi.

Per mano del fondamentalismo islamico sostenuto dagli USA.

E oggi, siamo ancora, drammaticamente, a questo punto.

Fortunatamente, almeno alla Siria laica e socialista di Assad, sostenuta dalla Russia e dalla Cina, tutto ciò non è accaduto.

Luca Bagatin

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martedì 25 maggio 2021

Presidenziali in Siria. Tre candidati socialisti per battere, ancora una volta, fondamentalismo e imperialismo. Articolo di Luca Bagatin

La Siria, ultimo avamposto di laicità e socialismo arabo in Medioriente, va al voto il 26 maggio prossimo, per eleggere il Presidente che rimarrà in carica sino al 2028.

I candidati sono tre socialisti: l'attuale Presidente Bashar al-Assad, sostenuto dal partito laico e socialista Ba'ath e dalla coalizione Fronte Nazionale Pogressista, comprendente anche il Partito Comunista Siriano; l'avvocato Mahmoud Ahmad Marei, leader dell'Organizzazione araba per i diritti umani e ex Segretario generale del Fronte Nazionale per la Liberazione della Siria, sostenuto dal partito Unione Socialista Democratica Araba e l'ex Ministro per i rapporti con il Parlamento Abdullah Sallum Abdullah, sostenuto dal Partito Socialista Unionista.

Tre candidati laici e socialisti in una realtà che, da dieci anni, sta resistendo al terrorismo fondamentalista islamico e alle sanzioni degli USA e dei suoi alleati.

Un Paese che, oggi, sostenuto storicamente dalla Russia, ha recuperato il controllo del 70% del Paese e vuole riaffermare la sua sovranità e indipendenza, anche da parte di coloro i quali, a torto, lo considerano una dittatura solo perché ultimo baluardo di socialismo nel mondo Mediorientale.

La Siria, da sempre crocevia di spiritualità cristiana e islamica, oltre che alawita e drusa, è diventata – grazie al partito di governo Ba'aht - anche esempio di laicità dello Stato e tutela delle minoranze.

Il Partito Ba'at, ovvero il Partito del Risorgimento Arabo e Socialista, fu fondato da due insegnanti, rispettivamente di religione cristiana ed islamica, ovvero Michel Aflaq (1910 – 1989) e Salah Al Bitar 1912 – 1980).

Studenti dell'Università della Sorbona a Parigi, Aflaq e Al Bitar, nella costituzione del Partito Ba'at, si ispirarono sia alle opere del nostro Giuseppe Mazzini che di Karl Marx, oltre che di Friedrich Nietzsche.

Un partito, dunque, dalle solide fondamenta risorgimentali, laiche, nazionali e socialiste non materialiste, bensì panarabe e che ispirerà per molti versi, tanto l'egiziano Nasser che il libico Gheddafi, i quali saranno successivamente, nel mondo arabo, i propugnatori di quello che viene definito Socialismo Arabo: laico e rispettoso della spiritualità, nazionale ed autogestionario.

Il Partito Ba'at è stato base e ispirazione per tutti i partiti socialisti oggi presenti in Siria.

Luca Bagatin

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sabato 30 maggio 2020

L'Unione Europea sanziona la Siria laica e socialista. Occorre un mondo multipolare, libero dal liberal capitalismo, dal fondamentalismo e dal razzismo. Articolo di Luca Bagatin

Nonostante l'emergenza Coronavirus, nonostante quello siriano sia un governo laico socialista, che combatte da sempre il terrorismo islamico, l'Unione Europea conferma le sanzioni alla Siria, seguendo le direttive degli USA.
Sanzioni confermate per un altro anno, ovvero sino al 1 giugno 2021
Sanzionare un Paese, significa sanzionare il suo popolo. Lo sanno bene Cuba e il Venezuela, sanzionate da tempo solo perché al governo vi è il socialismo.
Ma agli USA e all'UE, i governo laico socialisti – per quanto sostenuti dai loro popoli - sembrano non piacere.
Un mondo multipolare, ove ogni Paese e ogni popolo si rispetti reciprocamente, sarebbe invece quanto di più auspicabile, specialmente nei momenti di emergenza sanitaria.
Il mondo laico socialista dovrebbe unirsi a fianco dei governi socialisti dei Paesi sanzionati – da sempre in prima linea contro ogni fondamentalismo e ogni sfruttamento dell'uomo sull'uomo - e opporsi ad ogni forma di ingerenza delle realtà liberal capitaliste che, nei loro Paesi, stanno condannando i propri popoli a pagare debiti impagabili e ad un sistema economico della “crescita” che genera profitto per pochi e sfruttamento per molti, togliendo loro ogni forma di sovranità e di autentica democrazia.
Un mondo più unito e multipolare è più che mai necessario.
L'Europa, che da tempo ha dimenticato che cosa sia il socialismo ed i partiti europei che si dicono “socialisti” lo sono solo di nome, appare sempre più una entità del tutto lontana dalle necessità dei popoli che la compongono.
Come ebbe a dire lo scrittore Eduard Limonov: “L’Europa sta mentendo quando afferma di difendere il bene, la democrazia, i diritti degli uomini. L’Europa, infatti, sta uccidendo i paesi dissenzienti, i diversi paesi, l’uomo diverso. L’Europa persegue il bene con tutti i mezzi del male. L’Europa è in profonda crisi, in crisi di coscienza. L’Europa è persa”.

Luca Bagatin

mercoledì 15 aprile 2020

Coronavirus. Accademici e attivisti statunitensi denunciano le sanzioni USA. Maduro si appella ai popoli del mondo. Articolo di Luca Bagatin

Nonostante l'emergenza sanitaria, le sanzioni USA e dei suoi alleati (compresa l'UE) a Paesi quali Cuba (i cui medici stanno peraltro aiutando Paesi europei quali Italia e Francia), il Venezuela, la Siria, lo Zimbebwe e l'Iran, proseguono indisturbate.
Su questo sono di recente intervenuti autorevoli personalità del mondo accademico statunitense (fra i quali Noam Chomsky), nonché esponenti di associazioni per la pace e i diritti civili, attraverso una lettera aperta al governo degli Stati Uniti d'America e al Segretario Generale delle Nazioni Unite.
La lettera è la seguente, con tanto di firme complete in calce:

Cari amici di pace, giustizia e diritti umani nel mondo,

La diffusione globale di COVID-19 ha messo in luce la pratica illegale e immorale di imporre misure coercitive unilaterali (sanzioni economiche) da parte del governo degli Stati Uniti contro più di trenta nazioni. La guerra economica contro quelle nazioni aveva già provocato inimmaginabili sofferenze della gente nelle nazioni bersaglio anche prima della pandemia di COVID-19.
Con la devastazione della pandemia globale, i Paesi presi di mira - in particolare Venezuela, Cuba, Iran, Siria e Zimbabwe - trovano proibizionalmente difficile proteggere e salvare la vita dei loro cittadini di fronte all'attuale emergenza globale. Queste sanzioni costituiscono crimini contro l'umanità.
Invece di aiutare questi Paesi a combattere gli effetti devastanti della pandemia COVID-19, il governo degli Stati Uniti sta ora usando la distrazione pubblica causata dalla pandemia per intensificare le sue azioni militari contro le nazioni colpite. Sta aumentando le sue minacce contro l'Iran e la Siria impegnandosi nuovamente in un silenzioso accumulo delle sue forze militari in Iraq, e ha inviato le sue navi da guerra navali sulle coste del Venezuela, chiedendo la resa totale del governo venezuelano negli Stati Uniti.
Solo un'ondata globale di protesta popolare può fermare queste politiche e azioni anti-umane.
Si prega di utilizzare il link fornito di seguito per firmare la lettera aperta al governo degli Stati Uniti e delle Nazioni Unite, indirizzata al presidente degli Stati Uniti e al segretario generale delle Nazioni Unite, chiedendo che tutte le sanzioni statunitensi e delle Nazioni Unite contro le nazioni designate essere revocato, e tutte le minacce e le azioni militari statunitensi contro di loro saranno immediatamente fermate.
Abbiamo a che fare con un'emergenza globale e dobbiamo agire rapidamente.
Le sanzioni uccidono !

Tim Anderson, Centre for Counter Hegemonic Studies
Noam Chomsky, Professor Emeritus, MIT; Professor, U. of Arizona
Gerald Horne, Historian, University of Houston, Texas
Vijay Prashad, Tricontinental Institute for Social Research
Cornel West, Harvard University
Iraklis Tsavdaridis, World Peace Council
Bahman Azad, U.S. Peace Council
Ajamu Baraka, Black Alliance for Peace
Medea Benjamin, CODEPINK
Jackie Cabasso, United for Peace and Justice
Nathaniel Chase, International Action Center
Omowale Clay, December 12th Movement
Gerry Condon, Veterans for Peace
Darien De Lu, Women’s International League for Peace and Freedom — US Section
Sara Flounders, International Action Center
Miguel Figueroa, Canadian Peace Congress
Margaret Flowers, Popular Resistance
Bruce Gagnon, Global Network Against Weapons & Nuclear Power in Space
Roger Harris, Task Force on the Americas
Chuck Kaufman, Alliance for Global Justice
Margaret Kimberley, Black Agenda Report
Joe Lombardo, United National Antiwar Coalition
Alfred Marder, U.S. Peace Council
Makasi Motema, People’s Power Assemblies NYC
Teri Mattson, CODEPINK
Nancy Price, Alliance for Democracy (US)
Cindy Sheehan, March on the Pentagon
David Swanson, World BEYOND War
Emily Thomas, IFCO Pastors for Peace
Gail Walker, IFCO: Pastors for Peace
Yasemin Zahra, US Labor Against the War
Kevin Zeese, Popular Resistance.

Sulla medesima questione, alla fine del mese scorso, il Presidente socialista del Venezuela, Nicolas Maduro, aveva redatto un appello indirizzato ai Popoli del mondo.
Il Presidente Maduro, nel suo appello, denuncia in particolare “i gravi fatti che si stanno commettendo contro la Pace e la stabilità del Venezuela, proprio nel momento in cui la preoccupazione degli Stati e dei Governi dovrebbe essere focalizzata alla protezione della vita e della salute dei propri cittadini, in seguito all’espandersi della pandemia del Covid-19”. Facendo in particolare riferimento al fatto che “lo scorso 26 di marzo il Governo degli Stati Uniti ha annunciato un’azione gravissima nei confronti di un gruppo di alti funzionari dello Stato venezuelano, includendo la mia persona in qualità di Presidente Costituzionale della Repubblica Bolivariana del Venezuela”.
Riferendosi con ciò all'accusa infondata, da parte del governo USA, di narcotraffico e terrorismo da parte del governo venezuelano.
Maduro, in tal senso, prosegue: “Giusto il giorno precedente, il 25 di marzo, la Repubblica Bolivariana del Venezuela ha denunciato all’opinione pubblica nazionale ed internazionale, l’organizzazione in territorio colombiano di un’operazione che aveva l’obiettivo di assassinare il Presidente della Repubblica, i suoi famigliari e alti funzionari dello Stato; così come quello di attaccare obiettivi civili e militari nel nostro Paese; indicando il signor Clìver Alcalà, un generale in pensione delle forze armate venezuelane, come capo militare di questa operazione. Detta denuncia è stata fatta con piena responsabilità, dopo che il 24 marzo è venuto alla luce che nel nord della Colombia, nei pressi del confine venezuelano, la polizia colombiana ha eseguito il sequestro di un lotto di armi da guerra che erano ubicate all’interno di un veicolo civile. Le indagini hanno rivelato che si trattava di un sofisticato arsenale destinato ad un gruppo formato da ex militari venezuelani e da paramilitari colombiani, che si addestrano in campi ubicati nel territorio della Colombia. Il 26 di marzo, il suddetto Clìver Alcalà, dalla sua residenza nella città di Barranquilla in Colombia, ha rilasciato una dichiarazione ad una radio colombiana in cui confermava la sua partecipazione ai fatti denunciati, confessando di essere il leader militare dell’operazione e rivelando che le armi sono state acquisite su ordine del signor Juan Guaidò, deputato nazionale, che si fa definire Presidente ad interim del Venezuela e che agisce nel Paese come emissario di Washington. Ha anche confermato che l’armamento serviva per realizzare un’operazione militare per assassinare alte personalità dello Stato e del Governo venezuelano con il fine di indurre ad un colpo di stato in Venezuela. Il signor Alcalà ha chiarito che le armi sono state acquisite attraverso un contratto firmato da lui, dal signor Juan Guidò, da consulenti statunitensi e dal signor Juan Josè Rendòn, consigliere politico del Presidente colombiano Ivàn Duque e che è stato realizzato con la compiacenza delle autorità del Governo colombiano. Prima di questa confessione, l’insolita risposta del Governo statunitense è stata la pubblicazione delle accuse menzionate all’inizio di questa lettera, con la stravagante inclusione del nome del signor Alcalà, come se facesse parte delle autorità del Venezuela e non invece un mercenario a contratto dagli Stati Uniti per portare a termine un’operazione terroristica contro il Governo venezuelano. Per dimostrare questa affermazione non ho bisogno di altre prove, se non menzionare la supposta cattura del signor Alcalà da parte delle forze di sicurezza colombiane e la sua immediata consegna alle autorità della DEA statunitense, in un curioso atto nel quale il “reo confesso”, senza manette salutava stringendo le mani dei suoi “aguzzini”, giusto ai piedi della scaletta dell’aereo che lo avrebbe portato negli Stati Uniti con un volo speciale VIP. In realtà ciò dimostra che tutta questa montatura altro non è che il riscatto di colui che viene considerato un agente al servizio degli Stati Uniti. Va sottolineato che la fallita operazione armata è stata originariamente preparata per essere effettuata alla fine di marzo, mentre tutto il Venezuela sta combattendo contro la pandemia del Covid-19. Questa è giustamente la principale battaglia che attualmente preoccupa l’umanità. Una battaglia che la nostra Nazione sta conducendo con esito positivo, riuscendo a fermare la curva del contagio con un basso numero di casi positivi e di decessi, avendo rafforzato la prevenzione sanitaria e mantenendo la popolazione in uno stato di quarantena di massa”.
Egli fa dunque presente che: “Il Governo degli Stati Uniti, invece di focalizzarsi sulle politiche di cooperazione mondiale in materia di salute durante la pandemia, sta inasprendo le misure coercitive unilaterali e sta rigettando le richieste della Comunità Internazionale che chiede la revoca o una maggiore flessibilità delle sanzioni illegali che impediscono al Venezuela di aver accesso a medicinali, equipaggiamenti medici ed alimenti. Allo stesso tempo il Governo degli USA sta impedendo che si possano effettuare voli umanitari dagli Stati Uniti al Venezuela, per poter rimpatriare centinaia di Venezuelani intrappolati nella crisi economica e sanitaria che sta vivendo il Paese del Nord.”
E facendo appello alla Carta delle Nazioni Unite ha dichiarato: “Dobbiamo tutti attaccarci ai principi della Carta delle Nazioni Unite, come quelli del diritto all’autodeterminazione, alla sovranità, alla Pace e all’ indipendenza dei Popoli, per evitare che l’unilateralismo smisurato ci porti al caos internazionale” (…) “Nessuna aggressione imperialista, per feroce che sia, devierà il cammino sovrano e indipendente che abbiamo forgiato da 200 anni, come non rifuggiremo dall’obbligo sacro di preservare la vita e la salute del nostro Popolo di fronte alla spaventosa pandemia mondiale del Covid-19”.
Esprimento poi solidarietà a tutti i popoli del mondo che stanno affrontando questa terribile emergenza sanitaria, il Presidente Maduro conclude denunciando i modelli politici e economici fondati sull'egoismo: “I modelli politici ed economici che sostengono l’egoismo e l’individualismo hanno dimostrato il loro totale fallimento nell’affrontare questa situazione. Avanziamo con fermezza verso un nuovo Mondo di giustizia e uguaglianza sociale, dove la felicità e la pienezza dell’essere umano siano al centro delle nostre azioni. Ringrazio per la solidarietà permanente che avete espresso verso il mio Paese e il mio Popolo, denunciando il blocco criminale di cui noi siamo oggetto, tanto quanto lo sono molte altre Nazioni. Ne approfitto per reiterarvi il mio rispetto, il mio affetto e ad invitarvi affinché continuiamo ad arare uniti un futuro di speranza e dignità”.
Proprio in questi giorni, il governo venezuelano, attraverso colloqui telefonici con il Presidente cinese Xi Jinping e quello iraniano Rohani, ha ricevuto ulteriori attestati di cooperazione e di rafforzamento dei rapporti, anche nella lotta al Coronavirus.

Luca Bagatin

lunedì 23 aprile 2018

Riflessioni democratiche e socialiste originarie by Luca Bagatin

È in nome del progresso che le forze colonialiste hanno invaso e martoriato i popoli dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina.
È in nome della conservazione e delle diversità che dobbiamo rispettare e amare tutti i popoli.
Anche per questo sono orgogliosamente socialista anticapitalista e conservatore.

La democrazia non può mai essere autoritaria, come afferma Macron, che in Francia sta distruggendo i diritti sociali e dei lavoratori, oltre che sta invadendo militarmente uno Stato sovrano, come i suoi predecessori di destra e sinistra.
La democrazia è politica di popolo e per il popolo. La democrazia è ricerca di coesione e di condivisione, oltre che rispetto per le diversità e per la sovranità di tutti.

Mi stupisce che ancora non si comprenda, in Italia e in Europa, che essere socialisti non significa affatto essere "di sinistra" o "progressisti", visto che ormai ciò significa mettere in vendita ogni cosa, distruggere i servizi sociali, distruggere i diritti dei lavoratori, sostenere acriticamente una alleanza anacronistica e guerrafondaia come quella della NATO.
E' quanto fanno e hanno fatto i tanti "progressisti" e di "sinistra" in Europa e in Italia, che nulla hanno a che spartire con il socialismo originario, che è anticapitalismo, conservazione dei valori, sovranità, emancipazione sociale, rispetto per le diversità di tutti i popoli e lotta in favore dei popoli oppressi.
Valori ben conosciuti da figure leggendarie quali quelle di Giuseppe Garibaldi e di Gabriele d'Annunzio, i quali li misero in pratica nella loro opera politica e sociale. Valori ben conosciuti oggi nell'America Latina socialista, nella Siria laica e socialista e in tutto il mondo che resiste alla globalizzazione e all'imperialismo.

Oggi, credere nei valori, è molto più importante che credere nelle ideologie. Le ideologie, infondo, sono dogmi e i dogmi portano spesso al fondamentalismo e alla divisione in un mondo che, diversamente, necessita di condivisione nel senso etimologico e originario del termine. I valori hanno spesso significati spirituali e non sono affatto necessariamente universali, ma ciascun popolo detiene i suoi valori e ciò è bellissimo, perché ciò è alla base della diversità e la diversità è alla base della democrazia.
Il nemico della diversità e quindi della democrazia, è da sempre l'omologazione, che è livellamento della coscienza e annichilimento della conoscenza.

Una società che ha demandato al mercato, alla cosiddetta espertocrazia, al tecnicismo, al permissivismo, al liberalismo, al vuoto progressismo ogni suo valore, è una società destinata a soccombere, a produrre frustrati, bulletti come quelli che intasano le scuole di oggi, politicanti che prendono gli ordini da Paesi stranieri e hanno in spregio il popolo, genitori che accontentano i figli per ogni capriccio ecc...
Un sano ritorno all'autorità, alla solidarietà fra classi, alla sovranità del pubblico, alla conservazione dei valori e dei sentimenti, sarebbe quanto di meglio auspicabile.

Luca Bagatin

venerdì 14 ottobre 2016

Viaggio nella Siria che resiste. Articolo di Luca Bagatin

La Siria di Bashar Al Assad, checché ne dicano taluni media occidentali, è l'ultimo avamposto di laicità e socialismo arabo in Medioriente. Ovvero è l'ultimo avamposto contro il terrorismo ed il fondamentalismo islamico.
La Siria di Bashar Al Assad va dunque difesa, perché la libertà dell'Occidente, oggi, si combatte sotto le mura di Damasco e di Aleppo: dalla parte delle milizie siriane, dalla parte dei curdi del Rojava, dalla parte dei russi. Dalla parte della Siria che resiste e che vuole rimanere uno Stato sovrano e non essere spazzata via e smembrata, come accaduto alla Libia di Mu'Ammar Gheddafi, martoriata dalle truppe anglo-franco-statunitensi ed oggi preda dell'Isis, sdoganato – come in Siria – proprio da quell'Occidente pseudo-democratico che dal 2011 si è schierato con i ribelli antigovernativi e con i terroristi di Al Nusra contro il governo legittimo di Assad e che solo oggi si rende conto del pericolo di Daesh, l'autoproclamatosi Stato Islamico dell'Isis.
Di questo ed altro parla l'agile e ottimo saggio del giovane giornalista Sebastiano Caputo, il quale ha visitato la Siria - nel settembre del 2015 e nell'aprile del 2016 – riportandone la situazione dalle colonne de “Il Giornale”.
Il suo saggio, “Alle porte di Damasco – viaggio nella Siria che resiste” (Edizioni Circolo Proudhon), è infatti il reportage di quei viaggi. E' il racconto della Siria baahtista e delle sue conquiste civili e sociali prima del conflitto; prima delle sedicenti “primavere arabe”; prima degli embarghi occidentali; prima dei bombardamenti voluti da Francia e Stati Uniti contro il legittimo governo di Assad ed il suo popolo. Prima dell'avvento dell'Isis.
La Siria è sempre stato un centro e crocevia di spiritualità cristiana ed islamica, oltre che alawita e drusa e, dall'avvento al potere del Partito Baath, anche di laicità dello Stato.
Nel saggio di Caputo sono raccontate, peraltro, le origini dello stesso Partito Baaht – ovvero il Partito del Risorgimento Arabo Socialista - fondato da due insegnanti, rispettivamente di religione cristiana ed islamica, ovvero Michel Aflaq (1910 – 1989) e Salah Al Bitar 1912 – 1980).
Studenti dell'Università della Sorbona a Parigi, Aflaq e Al Bitar, nella costituzione del Partito Baaht si ispirarono sia alle opere del nostro Giuseppe Mazzini che di Karl Marx, oltre che di Friedrich Nietzsche. Un partito, dunque, dalle solide fondamenta risorgimentali, laiche, nazionali e socialiste non materialiste, bensì panarabe e che ispirerà per molti versi, tanto l'egiziano Nasser che il libico Gheddafi, i quali saranno successivamente, nel mondo arabo, i propugnatori di quello che viene definito Socialismo Arabo: laico e rispettoso della spiritualità, nazionale ed autogestionario.
Il baahtismo si diffonderà dunque in Siria ed il Iraq e riuscirà a prendere il potere negli Anni '60 attraverso un colpo di stato militare contro il regime ed in Siria si affretterà dunque a nazionalizzare le banche, le aziende commerciali ed industriali e ad applicare la riforma agraria.
Nel 1971 i militari baahtisti affidarono il governo ad Hafez Al Assad, il quale stabilizzò il Paese e contibuì a laicizzarlo. Hafez Al Assad morirà nel 2000 e, essendo deceduto il suo primogenito, affiderà il governo al suo secondo figlio Bashar, allora studente di medicina e avviato alla carriera di oculista.
L'avvento al governo di Bashar Al Assad segnerà l'inizio della riconciliazione con tutte le minoranze, le correnti religiose e le classi sociali e la trasformazione della Siria in una democrazia elettorale, al punto che oggi – checché se ne dica – vi sono numerosi partiti politici ed un parlamento libero con tanto di opposizione. Si noti peraltro che, in appendice al saggio di Sebastiano Caputo, vi è un'intervista dello stesso ad una dei appresentanti dell'opposizione, ovvero alla siriana cristiana Maria Saadeh la quale si indigna particolarmente quando apprende che i media occidentali definiscono il suo Paese una dittatura e ritiene che debbano essere i siriani ed unicamente i siriani gli artefici del loro destino e i detentori della loro sovranità e non già interventi esterni stranieri.
Come spiegato da Caputo nel suo saggio, fu con l'avvento della Presidenza di George W. Bush che, nel 2004, il governo di Bashar Al Assad, iniziò a diventare sgradito alle cancellerie occidentali che pur precedentemente l'avevano accolto come un portatore di concordia e di pace e che iniziarono – su pressione degli USA - ad accusarlo di fomentare il terrorismo e di detenere armi chimiche. Accuse, peraltro, da tempo smentite e fondate unicamente sulla malafede (come per quanto concerne le presunte armi di distruzione di massa detenute dall'Iraq), ma che costarono alla Siria il totale isolamento da parte della comunità internazionale, con l'eccezione della Russia, sua storica alleata sin dai tempi della Guerra Fredda.
Sebastiano Caputo passa successivamente ad analizzare la nascita del fenomeno Isis, che oggi si finanzia principalmente con il contrabbando di beni archeologici dei siti che conquista ed attraverso la vendita di petrolio, identificandola nel Wahabismo, corrente fondamentalista dell'Islam fondata nel XVIII secolo e sviluppatasi in seno alla comunità sunnita. Si noti bene, come ricorda il saggio di Caputo, peraltro, come i Paesi sunniti – noti per il loro fondamentalismo – siano i migliori alleati degli Stati Uniti d'America sin dal 1945: Arabia Saudita, Turchia e Quatar in primis. Paesi che, è ricordato nel saggio stesso – pensiamo all'Arabia Saudita – hanno sempre scaricato i profughi provenienti dalla Siria in virtù delle loro severissime leggi sull'immigrazione (sic !).
Il saggio di Caputo è inoltre una denuncia delle sedicenti “primavere arabe” - sostenutissime acriticamente dal filosofo francese Bernard Henri Levy - che in Siria (come in Libia) hanno portato in piazza unicamente i sostenitori del fondamentalismo e dei suoi fiancheggiatori allo scopo di abbattere il laico governo di Assad.
Fu solo dopo i tragici attentati di Parigi che l'Occidente inizierà a comprendere che il vero nemico non era certo la Siria di Assad, ma i suoi detrattori terroristi e fondamentalisti. E ciò al punto che – lo ricorda lo stesso Caputo – i quattro leader del centrodestra francese (Sarkozy in testa, ovvero il maggior responsabile della caduta del governo libico di Gheddafi...sic !), si appresteranno ad incontrare Vladimir Putin a Mosca e ad avviare un dialogo con il governo di Assad.
Ecco dunque che solo oggi il quadro appare più chiaro ed appare chi sono i responsabili di uno fra i più terribili eventi dell'ultimo secolo e delle tensioni vissute direttamente dal popolo siriano, ma anche da quello europeo, sempre a rischio di possibili attentati.
Ed ecco che il saggio di Sebastiano Caputo è lì a mettere un po' d'ordine fra molta, troppa disinformazione e deformazione mediatica. E peraltro ci racconta anche di una bellissima iniziativa, sconosciuta ai più ed osteggiata dall'Eliseo, ovvero l'iniziativa “SOS Chrétiens d'Orient”, costituita da giovani volontari francesi cristiani che, dal 2013, porta aiuti umanitari e soccorsi alla popolazione siriana. Un'organizzazione che è peraltro presente anche in Giordania, Egitto, Iraq e Libano.
Ecco dunque il viaggio nella Siria che resiste e che tutti gli spiriti liberi, autentitamente e non falsamente democratici, dovrebbero sostenere. Perché ne va della libertà di tutti i popoli laici e sovrani e di tutti noi.

Luca Bagatin

lunedì 5 settembre 2016

I curdi e la Rivoluzione democratica e libertaria del Rojava. Articolo di Luca Bagatin

Dei curdi non è mai importato poi molto a nessuno, in quanto non sono una lobby economica e, soprattutto, sono sempre stati invisi ai governi antidemocratici della Turchia che mai ebbe uno Stato davvero laico, checché se ne dica. E soprattutto i curdi sono fra i pochi popoli al mondo che conoscono davvero il concetto di democrazia, ovvero di “governo del popolo”. Un concetto che si è perduto forse con la scomparsa delle agorà greche.
Dei curdi parlammo già in un altro articolo nella primavera scorsa (http://amoreeliberta.blogspot.it/2016/03/i-curdi-e-la-questione-curda-una-visita.html), dopo una visita che facemmo presso il centro culturale curdo “Ararat” di Roma che, per fortuna, non è stato più chiuso come il Comune di Roma aveva prospettato in un primo tempo.
Parlammo della loro storia e delle loro lotte per la democrazia diretta; parlammo delle loro comuni autogestite e della loro battaglia contro il terrorismo dell'Isis. E raccontammo di come i curdi siano sempre stati sostenuti da un solo grande leader internazionale e rivoluzionario: il Rais libico Mu'Ammar Gheddafi, barbaramente ucciso nel 2011 “grazie” alle invasioni delle truppe NATO.
E' di pochi giorni fa la notizia che un ragazzo italiano, l'attivista No Tav Davide Grasso, sta combattendo in Siria a fianco delle milizie curde dell''YPG contro l'Isis e invita Renzi a rompere ogni rapporto con la Turchia, la quale – oltre a mantenere un regime di apartheid contro i curdi turchi - non perde occasione per attaccare le truppe dell'YPG.
L'appello di Davide Grasso, lo sappiamo bene, rimarrà probabilmente inascoltato. La Turchia è un Paese ben protetto dal blocco atlantista. Blocco atlantista che, lo sappiamo bene, ha destabilizzato proprio quei Paesi (Libia e Siria in primis) ove oggi l'Isis è fortissimo.
Abbiamo molto da imparare, invece, dai rivoluzionari curdi del YPG, ovvero delle Unità di Protezione del Popolo della regione siriana del Rojava, che, assieme all'YPJ (Unità di Protezione delle Donne) - costituito esclusivamente da donne - ha dato il via ad una vera e propria rivoluzione libertaria e umanitaria, oltre che comunitaria.
Come mi raccontò Kazim Toptas, coordinatore del centro “Ararat” di Roma, la concezione di vita dei curdi e dei rivoluzionari curdi è fondata sulla libertà di opinione e di partecipazione popolare diretta alle decisioni politiche ed ai processi produttivi, oltre che sul rispetto della laicità e delle varie confessioni e sensibilità religiose del Rojava. I curdi, inoltre, hanno un profondo rispetto per le donne, le quali, oltre ad avere la loro milizia (l'YPJ, appunto), hanno pari diritti rispetto all'uomo e sono equamente rappresentate all'interno delle istituzioni curde.
L'unità fondante delle comunità curde nel Rojava sono le comuni autogestite, che sono il fondamento della vita democratica dei curdi stessi e che sono, per moltissimi versi, ispirate alla Comune di Parigi del 1870 ed ogni comune può essere costituita da un minimo di 30 ad un massimo di 300 persone. Ogni comune è costituita da appositi comitati legati alle varie necessità sociali. Vi sono infatti comitati di difesa, comitati per l'economia, comitati per le donne, comitati di educazione e così via e questi permettono, appunto, ai componenti della comune, di amministrarsi da soli e l'economia della comune è costituita in modo tale che i bisogni di tutti i suoi componenti siano soddisfatti: in pieno spirito solidaristico e fraterno (un muratore provvede alle esigenze edili; un insegnante a quelle educative; un contadino a quelle alimentari e così via).
Una forma di compartecipazione democratica diretta purtroppo sconosciuta nelle nostre sedicenti democrazie occidentali fondate sul capitalismo edonistico ed egoistico e sull'elettoralismo, ovvero sulla delega a colui ed a coloro i quali riescono a prendere più voti, magari grazie al fatto che sono riusciti ad elaborare “slogan pubblicitari” più accattivanti oppure riusciranno a garantire meglio la tal lobby piuttosto che l'altra, che li finanzia e sostiene profumatamente.
I rivoluzionari curdi, in sostanza, sanno davvero che cosa sia la democrazia, ovvero la libertà, che è prima di tutto libertà di gestirsi e di autogestirsi, senza egoismi di sorta.
I rivoluzionari curdi del Rojava, in sostanza, rifiutano l'economia capitalistica pur senza abbracciare il sistema del cosiddetto “socialismo reale” comunista. Non si oppongono all'iniziativa privata, ma prediligono il sistema collettivo e cooperativistico. Il loro Contratto sociale prevede infatti che tutte le ricchezze del del suolo e sottosuolo appartengano alla collettività e così tutte le terre ad unità immobiliari presenti nella regione del Rojava. Lo scopo principale dello sviluppo produttivo è dunque quello di soddisfare i bisogni delle persone e di permettere loro una vita dignitosa.
Anche il diritto legale, nel Rojava, è risolto in ambito comunitario, ovvero all'interno della comunità vengono risolte le varie controversie legali, evitando così il ricorso alle lungaggini dei tribunali ed ogni sanzione ha piuttosto lo scopo di educare, piuttosto che quello di punire o di instillare il senso di vendetta e ciò ha fatto sì che il numero di omicidi e di furti si riducesse drasticamente rispetto al periodo in cui il Rojava era di pertinenza del governo siriano. Pene severe, ad ogni modo, sono previste in casi di omicidio o di violenza sulle donne, le quali sono tenute - nelle comunità curde - nella più alta considerazione.
Questa è, dunque, la Rivoluzione curda del Rojava. Questa è, dunque, la causa dei curdi, che è anche la causa di tutti i sinceri democratici che si oppongono al terrore religioso, politico, economico.
Questa è una causa da diffondere e sostenere affinché il mondo apra gli occhi di fronte ai suoi stessi crimini e comprenda, oltre che abbracci, un approccio diverso. Comunitario ed autogestionario. Ovvero democratico e libertario.

Luca Bagatin

mercoledì 8 giugno 2016

Il Venezuela bolivariano e sovrano va difeso. Articolo di Luca Bagatin

Luca Bagatin alla manifestazione pro-Venezuela
Il Venezuela è sottoposto, da tempo, ad una guerra economica volta a destabilizzare il governo democraticamente eletto di ispirazione bolivariana e chavista.
Lo abbiamo scritto altre volte, ma spesso lo abbiamo fatto in modo isolato rispetto alla stragrande maggioranza dei media, che poco informa su quanto sta accadendo in Venezuela e in tutta l'America Latina che, negli ultimi diciassette anni, grazie all'avvento di governanti socialisti, libertari e peronisti, ha visto riscattare i suoi popoli. Riscattarli economicamente, socialmente, moralmente e culturalmente.
Purtuttavia la scelta di molti Paesi, quali il Venezuela, di uscire dal Fondo Monetario Internazionale e l'aver intrapreso la strada del Socialismo del XXI secolo, ovvero l'alternativa anti-schiavista al neocolonialismo capitalista, non è mai piaciuta né alle multinazionali né al governo degli Stati Uniti d'America, che ha sempre fatto di tutto per togliere di mezzo prima Hugo Chavez ed oggi il governo presieduto da Nicolas Maduro.
Il 7 giugno scorso si è tenuta a Roma, nella centralissima Piazza Vidoni, proprio accanto a Largo Argentina, una manifestazione organizzata in collaborazione con l'Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela, a sostegno del popolo Venezuelano e del suo governo ed alla quale, oltre a chi vi scrive, hanno partecipato numerosi esponenti venezuelani, ecuadoriani, boliviani, brasiliani e di altre nazionalità - latinoamericane e non - da secoli sfruttate dall'imperialismo nordamericano.
Una manifestazione colorata e ricca delle bandiere di questi popoli fieri, che chiedono solo di non tornare in dietro, bensì di proseguire nella strada dell'emancipazione sociale.
I problemi economici in Venezuela, negli ultimi anni, sono evidenti. Sono per la gran parte causati proprio dal boicottaggio e sabotaggio nordamericano e delle multinazionali, come ai tempi del Cile di Allende, per dimostrare che “il socialismo non funziona” e che occorre “una svolta liberista”, come sta facendo il governo argentino dell'oligarca Macri, il quale sta distruggendo le conquiste sociali del peronismo e del kirchnerismo. E contro questo tentativo eversivo e golpista è importante battersi e diffondere la notizia che ci sono sedicenti “democrazie” che vogliono una nuova Libia e una nuova Siria latinoamericana ove poter svolgere i loro sporchi affari.
Dall'altra parte, ad ogni modo, come ricordato anche dallo studioso Angelo Zaccaria, il crollo del prezzo del petrolio in Venezuela dimostra che è necessario che il governo investa altrove: in agricoltura e nelle energie rinnovabili ad esempio, come avrebbe voluto peraltro Hugo Chavez.
I fenomeni di corruzione civile e militare, poi, vanno arrestati al più presto e non possono essere taciuti.
Il processo bolivariano e chavista, dunque, deve essere in grado di rinnovarsi. Ed i militanti ed esponenti del partito di governo, il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), forti dei risultati delle primarie interne che hanno visto eleggere numerosi esponenti giovani e giovanissimi (spesso sotto i 30 anni), devono riuscire a trovare una nuova leadership che sappia guardare oltre Maduro, che purtroppo non è Hugo Chavez, il quale ha saputo, nei suoi anni di governo tragicamente arrestati dalla sua prematura morte, traghettare il popolo fuori da ogni difficoltà e barbarie. E ciò in particolare al fine di non essere travolti alle prossime elezioni, perché se il PSUV viene sconfitto è l'America Latina dei popoli ad essere sconfitta.
Occorre che il PSUV riprenda in mano lo spirito che fu di Hugo Chavez e del giovanissimo deputato chavista Robert Serra, barbaramente ucciso a pugnalate a soli 27 anni assieme alla sua compagna nel 2014. Occorre che il PSUV guardi, in sostanza, oltre Maduro e torni a dialogare con il suo popolo, che, mai come oggi, necessita di unità e di un rinnovato spirito libertario e bolivariano.
Occorre anche che ciò si sappia in Italia e in Europa, affinché queste siano solidali con il popolo vanezuelano e chavista. Perché i diritti dei popoli passano anche e proprio attraverso un nuovo modo di vedere il mondo ed un nuovo modello di sviluppo: autenticamente democratico, solidarista, civile, libertario, peronista e socialista del XXI secolo.

Luca Bagatin


Alcune foto della manifestazione di Roma a difesa del Venezuela bolivariano e sovrano 
(foto realizzate da Maddalena Celano)


Luca Bagatin

Luca Bagatin