Per approfondimenti
https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/670930/ritratti-del-socialismo/
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Le elezioni presidenziali, in Libia, si sarebbero dovute tenere il 24 dicembre, ma, ancora una volta, sono state rinviate.
Ennesimo rinvio. Ennesimo mancato appuntamento per un definitivo cambio di governo in Libia, che avrebbe, molto probabilmente, messo fine all'instabilità di questi decenni, dopo il colpo di Stato contro Gheddafi. Golpe che ha aperto la strada al fondamentalismo e al caos.
Non ci sono le condizioni per tenere le elezioni, si dice. Il Parlamento libico non fissa alcuna data. Parlamento nel quale non è presente il partito socialista, laico e di sinistra, pro-Gheddafi, in quanto gli è proibito presentare liste elettorali, sin dal 2012.
Il tentativo di estromettere dalla corsa alle presidenziali il figlio di Mu'Ammar Gheddafi, Saif, candidato del “Fronte popolare per la liberazione della Libia”, di ispirazione laica e socialista araba, è fallito e, quindi, essendo egli, secondo tutti i sondaggi il favorito alla Presidenza, con oltre il 50% dei consensi, non potevano far altro che rinviare le elezioni.
Non sia mai che in Libia torni la democrazia, il socialismo e la laicità.
In Libia, dunque, regnano ancora l'incertezza e il caos. Complici i veti incrociati e le interferenze straniere, mentre il Paese rischia una nuova guerra interna. Nel silenzio assordante dell'Unione Europea.
Marco Rizzo, Segretario del Partito Comunista ha affermato, significativamente, sulla sua pagina Facebook: “Esiste qualche giornalista che ha il coraggio di dire che le elezioni in Libia si faranno solo se viene messo fuori quello che sarebbe il vero vincitore? E cioè Saif Gheddafi. E cioè l’unico che si scaglierebbe contro le milizie, contro il furto di petrolio e contro le migrazioni forzate”.
Luca Bagatin
Saif Al-Islam Gheddafi, 49 anni, secondogenito del Rais libico Mu'Ammar Gheddafi, presentando e sottoscrivendo i documenti presso la commissione elettorale di Sabha, ha ufficializzato – il 14 novembre - la sua candidatura a Presidente alle elezioni che si terranno in Libia il prossimo 24 dicembre.
Da tempo, Saif Al-Islam Gheddafi, aveva dichiarato di voler candidarsi per “liberare il territorio dal controllo delle organizzazioni terroristiche e dagli stranieri” e, nel 2016, aveva fondato il partito “Fronte popolare per la liberazione della Libia”, di ispirazione laica e socialista araba.
Fronte che, in tutti questi anni, non ha mai smesso di lottare, nel Paese, per il ritorno della democrazia, della sovranità libica e del socialismo.
Sono passati esattamente dieci anni dalla barbarica uccisione di Mu'Ammar Gheddafi, ad opera dei ribelli fiancheggiati dalla NATO, dalla Francia, dalla Gran Bretagna e dagli USA, nell'ambito delle sedicenti “primavere arabe”, volte a soffocare il socialismo panafricano e panarabo e, quindi, destabilizzare la Libia e i Paesi ad essa vicini, sostenendo il fondamentalismo islamico.
Gheddafi fondò, nel 1977, la Jamahiriya, ovvero la Repubblica Popolare e Socialista di Libia, edificata sul socialismo e la democrazia diretta popolare e, dalla sua morte, avvenuta il 20 ottobre 2011, per la Libia fu il caos, il tracollo sociale, economico, civile e democratico.
Caos che permane e che solo elezioni libere e democratiche, libere da ingerenze degli USA, dell'UE e dal fondamentalismo islamico, le potrebbero ridare stabilità.
Saif Al-Islam Gheddafi, ultimo dei sostenitori istituzionali del padre, fu per questo imprigionato e scarcerato nel 2015, a seguito di un'amnistia.
Secondo una stima, i suoi sostenitori, supererebbero ampiamente il 50% dei libici, i quali non hanno mai dimenticato le riforme sociali, socialiste e democratiche varate dal padre e non hanno mai dimenticato le ingerenze euro-statunitensi che hanno destabilizzato e distrutto il loro Paese.
Saif Ghaddafi ha spesso inoltre ricordato come le idee del padre (grande estimatore di Rousseau e degli anarchici Proudhon e Bakunin), contenute nel “Libro Verde, ”, abbiano conquistato l'Occidente, come ad esempio l'uso dei referendum popolari e l'azionariato popolare delle imprese.
Luca Bagatin
Molti anni sono passati dalla fine del governo laico e socialista afghano che vide in Mohammad Najibullah il suo ultimo esponente.
Se non partiamo dalla fine del suo governo, da quel tragico 1992, non capiremo mai il perché, oggi, i talebani, fondamentalisti islamici, sono inesorabilmente tornati.
Fu grazie al Partito Democratico Popolare dell'Afghanistan, di ispirazione marxista-leninista e di cui Najibullah fu esponente, se, nel 1978, fu rovesciato il governo autoritario di Mohammed Daud Khan.
Fu così che fu proclamata la Repubbica Democratica dell'Afghanistan, che fu presieduta, sino al 1979, da Nur Mohammed Taraki, il quale avviò una serie di riforme: fece distribuire le terre ai contadini; abrogò la decima che i braccianti dovevano ai latifondisti; abolì l'usura; regolò i prezzi dei beni primari; nazionalizzò i servizi pubblici; riconobbe il voto alle donne; legalizzò i sindacati; abolì le leggi religiose e le sostituì con leggi laiche e vietò i matrimoni forzati.
Riforme che si scontrarono – come prevedibile - con le autorità religiose locali e, nel 1979, Taraki sarà assassinato dal Vice Primo Ministro Hafizyllah Amin, il quale fu sospettato dall'URSS di essere in combutta con la CIA.
Amin sarà ricordato per le sue brutalità e, contro il suo governo golpista, intervenne l'URSS, la cui Armata Rossa entrò a Kabul il 27 dicembre 1979 e venne quindi successivamente nominato Presidente l'esponente del Partito Democratico Popolare dell'Afghanistan Babrak Karmal, il quale rimarrà al governo sino al 1986.
Il suo governo fu inviso sia agli USA che ai Mujaheddin, ovvero i fondamentalisti islamici, i quali saranno non a caso finanziati direttamente dagli USA in chiave anticomunista, per fomentare una lunga e cruenta guerra civile.
Guerra civile che terminerà – con la vittoria dei fondamentalisti - solo nel 1989, allorquando Gorbaciov smetterà di sostenere il governo laico socialista della Repubblica Democratica dell'Afghanistan.
Il 30 settembre 1987 fu eletto Presidente della Repubblica Democratica afghana, Mohammad Najibullah, che sarà anche il suo ultimo Presidente laico e socialista.
Najibullah emanò una nuova Costituzione che prevedeva multipartitismo, libertà di espressione e un sistema giudiziario indipendente.
Nonostante una campagna militare da lui guidata, che portò all'arresto di 40.000 ribelli fondamentalisti, il fondamentalismo islamico si fece sempre più aggressivo al punto che, una volta venuto meno il supporto dell'URSS, nel 1989, l'Afghanistan cadrà via via nelle mani islamiste.
Najibullah sarà costretto a dimettersi nel 1992, abbandonato da tutti, persino dall'ONU.
Sarà ucciso nel 1996 dai talebani che, una volta presa Kabul, vollero condannarlo a morte, quale atto simbolico. Vilipesero persino il suo corpo, prima di ucciderlo, esattamente come fecero i fondamentalisti islamici in Libia, con Mu'Ammar Gheddafi, altro ledaer laico e socialista.
Ecco come l'Afghanistan laico, socialista e democratico è morto.
Esattamente come la Libia laica, socialista e democratica (diretta) di Gheddafi.
Per mano del fondamentalismo islamico sostenuto dagli USA.
E oggi, siamo ancora, drammaticamente, a questo punto.
Fortunatamente, almeno alla Siria laica e socialista di Assad, sostenuta dalla Russia e dalla Cina, tutto ciò non è accaduto.
Luca Bagatin
Stravince le elezioni del 26 maggio il Presidente siriano Bashar al-Assad, sostenuto dalla coalizione socialista Fronte Nazionale Progressista, comprendente, fra gli altri, il partito Ba'at (Partito del Risorgimento Arabo e Socialista) e il Partito Comunista Siriano, con il 95,1% dei voti (13.540.860 di voti).
Al secondo posto il candidato dell'Unione Socialista Democratica Araba, l'avvocato Mahmoud Ahmad Marei, con il 3,3% (470.276 voti) e al terzo posto l'ex Ministro Abdullah Sallum del Partito Socialista Unionista, con 1,5%.
L'affluenza è stata del 76,6%.
Il Presidente Assad guiderà il Paese per altri sette anni, ovvero sino al 2028.
Alle accuse di “elezioni farsa”, mosse da USA, Gran Bretagna e UE, il Presidente Assad – riaffermando sovranità e indipendenza - ha risposto ricordando come la maggioranza di quei Paesi abbia un passato coloniale con il quale non ha mai fatto i conti.
Luca Bagatin
La Siria, ultimo avamposto di laicità e socialismo arabo in Medioriente, va al voto il 26 maggio prossimo, per eleggere il Presidente che rimarrà in carica sino al 2028.
I candidati sono tre socialisti: l'attuale Presidente Bashar al-Assad, sostenuto dal partito laico e socialista Ba'ath e dalla coalizione Fronte Nazionale Pogressista, comprendente anche il Partito Comunista Siriano; l'avvocato Mahmoud Ahmad Marei, leader dell'Organizzazione araba per i diritti umani e ex Segretario generale del Fronte Nazionale per la Liberazione della Siria, sostenuto dal partito Unione Socialista Democratica Araba e l'ex Ministro per i rapporti con il Parlamento Abdullah Sallum Abdullah, sostenuto dal Partito Socialista Unionista.
Tre candidati laici e socialisti in una realtà che, da dieci anni, sta resistendo al terrorismo fondamentalista islamico e alle sanzioni degli USA e dei suoi alleati.
Un Paese che, oggi, sostenuto storicamente dalla Russia, ha recuperato il controllo del 70% del Paese e vuole riaffermare la sua sovranità e indipendenza, anche da parte di coloro i quali, a torto, lo considerano una dittatura solo perché ultimo baluardo di socialismo nel mondo Mediorientale.
La Siria, da sempre crocevia di spiritualità cristiana e islamica, oltre che alawita e drusa, è diventata – grazie al partito di governo Ba'aht - anche esempio di laicità dello Stato e tutela delle minoranze.
Il Partito Ba'at, ovvero il Partito del Risorgimento Arabo e Socialista, fu fondato da due insegnanti, rispettivamente di religione cristiana ed islamica, ovvero Michel Aflaq (1910 – 1989) e Salah Al Bitar 1912 – 1980).
Studenti dell'Università della Sorbona a Parigi, Aflaq e Al Bitar, nella costituzione del Partito Ba'at, si ispirarono sia alle opere del nostro Giuseppe Mazzini che di Karl Marx, oltre che di Friedrich Nietzsche.
Un partito, dunque, dalle solide fondamenta risorgimentali, laiche, nazionali e socialiste non materialiste, bensì panarabe e che ispirerà per molti versi, tanto l'egiziano Nasser che il libico Gheddafi, i quali saranno successivamente, nel mondo arabo, i propugnatori di quello che viene definito Socialismo Arabo: laico e rispettoso della spiritualità, nazionale ed autogestionario.
Il Partito Ba'at è stato base e ispirazione per tutti i partiti socialisti oggi presenti in Siria.
Luca Bagatin
Era il 20 ottobre 2011, quando Mu'Ammar Gheddafi fu barbaramente ucciso e il suo cadavere fu esposto al pubblico ludibrio, da parte di quei ribelli che inneggiavano a sedicenti “primavere” arabe, ovvero a golpe ai danni del socialismo, sostenute dalla NATO, dalla Francia, dalla Gran Bretagna e dagli USA in primis.
Oggi lo sappiamo, visto che dopo la morte di Gheddafi la Libia è finita in una spirale senza fine di instabilità e continui conflitti.
Gheddafi, per la Libia, per il mondo arabo laico, per il Terzo Mondo e per l'Africa intera, fu e rimane, ad ogni modo, un simbolo di riscatto e emancipazione.
Mu'Ammar Gheddafi, nato in una poverissima famiglia di beduini, fu un rivoluzionario incruento che, nel 1969 – a soli ventisette anni – rovesciò il regime monarchico di Re Idris I al-Senussi.
Egli rovesciò quel regime corrotto senza alcun spargimento di sangue, solo con la forza della ragione, del carisma nel convincere le masse incolte, povere e sfruttate. E alle masse restituì il potere e la sovranità, in accordo con i principi del Socialismo Arabo enunciati da Gamal Abd el-Nasser, Presidente dell'Egitto negli Anni '50 e primi '60. Un socialismo – quello di Nasser e Gheddafi - alternativo rispetto al comunismo marxista ateo e materialista ed al capitalismo sfruttatore. Un socialismo che ricercava l'autogestione dei mezzi di produzione e l'inclusione delle masse nell'attività di governo, al posto dei partiti e dei parlamenti.
Un socialismo adatto ai Paesi non allineati e del Terzo Mondo, ma assolutamente esportabile in ogni Paese che volesse e voglia includere il popolo nelle decisioni politiche, in ogni Paese che abbia compreso che democrazia significa “forza di popolo” e non “forza di una parte del popolo”, ovvero delle oligarchie partitocratiche, delle sette, delle ideologie totalitarie o dei sistemi economici fondati sullo sfruttamento del lavoro salariato.
Di questo il Presidente Gheddafi parla diffusamente nel suo saggio fondamentale, ovvero il “Libro Verde”, nel quale enuncia i principi della sua rivoluzione sociale e teorizza la Jamahiriyya, ovvero il governo delle masse. Una forma di democrazia diretta da attuarsi attraverso appositi comitati popolari spontanei e aperti a tutti.
E nel suo saggio fondamentale, propone un sistema di autogestione delle imprese, ove il lavoratore non è più un salariato, ma proprietario dell'impresa medesima, richiamandosi, per molti versi, non già al marxismo bensì al pensiero mazziniano ove capitale e lavoro risiedono nelle stesse mani.
Un pensiero, quello di Gheddafi, a tratti forse un po' utopistico, come egli stesso rivelò allo storico Angelo Del Boca, affermando di essere rimasto un po' deluso nel non essere stato totalmente compreso dal suo popolo, il quale talvolta ha abusato del “potere delle masse” per diventare corrotto, indolende e consumista.
Ma, ad ogni modo, la Libia di Gheddafi, per quanto non tutti i principi del “Libro Verde” si siano potuti concretizzare, rimase un modello di emancipazione sociale, civile ed economica, sino alla sua distruzione, nel 2011.
Quella di Gheddafi fu battezzata “Rivoluzione Verde”, in quanto il verde, nella cultura islamica, è il colore della conoscenza e dei santi. Il verde ricorda peraltro Al-Khidr, l'Uomo Verde protettore delle tribù nomadi, che incarna la provvidenza divina.
E proprio in una tribù di nomadi beduini è nato Mu'Ammar Gheddafi, il quale tentò di portare, in Libia, quei principi di democrazia popolare e anarchica derivanti sia da Rousseau che da Proudhon.
Egli fu, in sostanza, l'esatto opposto del “dittatore” che i media occidentali vollero rappresentare.
Grazie alla sua rivoluzione socialista araba, riuscì a liberare il Paese non solo della monarchia corrotta, ma anche e soprattutto dell'imperialismo statunitense e inglese, rilanciando il panarabismo ed il panafricanismo, ovvero ricercando l'unità – in pieno spirito di fratellanza - dei popoli arabi e africani. Tentativi, purtroppo, tutti falliti, ma che ricordano molto i tentativi del Presidente del Venezuela Hugo Chavez – ottimo amico di Gheddafi – di ricercare un'unità dei Paesi Latinoamericani e, nel passato, i tentativi del Presidente dell'Argentina Juan Domingo Peron, di ricercare l'unità dei Paesi non allineati e non asserviti né all'URSS, né agli USA.
Gheddafi fu peraltro anche fra i pochi ad arginare il fondamentalismo islamico, ricordando che l'Islam è fondamentalmente una religione di pace, che guarda all'emancipazione dei popoli.
Solo i governi dell'unico vero Centro-Sinistra che l'Italia abbia mai conosciuto, ovvero i governi Craxi e Andreotti dialogheranno con questo leader africano e così farà - opportunisticamente e per un breve lasso di tempo -Berlusconi che purtuttavia – con il sostegno di quello che è oggi il PD - tradirà Gheddafi ben presto e sosterrà anch'egli la guerra contro la Libia a fianco delle potenze imperialiste e neo-colonialiste.
Oggi Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia, Germania e i Paesi UE in generale, piangono per l'avvento di un'immigrazione incontrollata da loro peraltro causata, attraverso la destabilizzazione di Paesi sovrani, dalla Libia alla Siria, oggi in mano a Daesh, ovvero quell'Isis terrorista di cui sentiamo tanto parlare, per decenni peraltro indirettamente sostenuti dagli amici degli Stati Uniti d'America, come raccontato anche dall'ex generale Wesley Clark, in funzione anti-sciita.
E oggi la Libia piange sé stessa, ormai terra di nessuno.
Quale simbolo del socialismo arabo libico rimane Saif-al-Islam Gheddafi, secondogenito di Mu'Ammar. Il quale avrebbe dovuto candidarsi alle elezioni presidenziali, se solo si fossero potute tenere.
In Libia, ancora oggi, molti sostengono la sua candidatura e la sua figura simbolica. Il socialismo arabo, laico e anti-islamista, non è ancora morto.
Luca Bagatin
"Prendete la decisione di restituire la ricchezza saccheggiata al fine mi porre fine all'immigrazione.
Al fine di fare ciò Nasser tentò un
rafforzamento del fronte dei Paesi Non Allineati, in opposizione
all'imperialismo statunitense e sovietico, rafforzando così i
rapporti con l'India di Nehru e la Jugoslavia di Tito. Nel 1956,
peraltro, egli nazionalizzò la Compagnia del Canale di Suez
dichiarando che, attraverso le sue entrate, avrebbe provveduto al
finanziamento della diga di Assuan.