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lunedì 21 ottobre 2024

Riflessioni sparse sull'attualità, la democrazia, la tecnologia, i conflitti, l'immigrazione e l'economia. Di Luca Bagatin


PARTITI DI IERI E DI OGGI

In generale, da molti anni, non credo al voto elettorale e per una lunga serie di motivi. 

Il primo dei quali il fatto che ritengo che nessuno possa essere rappresentato da qualcun altro, e che solo l'auto-rappresentanza e la democrazia diretta/autogestione, ritengo che possano dirsi forme pienamente democratiche. 

Ma questi aspetti sono possibili solo in una società altamente formata sotto il profilo intellettuale, spirituale e morale, che dovrebbe essere l'obiettivo primario di ogni società/civiltà evoluta.

Ma, ad ogni modo, in Italia mi sarebbe impossibile votare, da molti anni, per qualsiasi partito moderno, in quanto ritengo siano tutti simili, nei fatti, e tutti più o meno di destra, anche quelli che si dicono di "sinistra" o si chiamano "sinistra" o quelli che si dicono di "centro".

Nella Prima Repubblica non avrei avuto problemi nel votare una volta per il Partito Socialista Italiano (guidato da Bettino Craxi), un'altra per il Partito Socialista Democratico Italiano (guidato da Pietro Longo), un'altra ancora per il Partito Repubblicano Italiano (ai tempi di Randolfo Pacciardi e Mario Bergamo) o per il Partito Radicale (ai tempi di Mario Pannunzio e del primo Marco Pannella, quello delle lotte dalla parte di chi, come diceva Pasolini, "non sa di avere diritti"), a seconda del momento storico o politico.

Ovvero per partiti di sinistra laica e libertaria.

Quella sinistra laica e libertaria che manca dal 1993 ad oggi. Perché i suoi esponenti sono estinti e si è anche fatto di tutto per estinguerli o vilipenderli (fino a togliere, ad alcuni di loro, persino quattro soldi di vitalizio).

Tornare indietro non si può, sia ben chiaro. E lo dico con rammarico, ma è così.

Però si può studiare, capire, approfondire e mantenere quei valori storico-politici di sinistra laica e libertaria.

E io, che li professo sin da quando avevo quattordici anni, li manterrò per sempre.

L'ANNO ORRIBILE 1993

Le proteste di piazza di leghisti, postcomunisti, missini, contro i partiti democratici di governo della Prima Repubblica (DC, PSI, PSDI, PRI, PLI), nel 1993, hanno dimostrato che la "società civile" può essere, nei fatti, talvolta, una società incivile.

Purtroppo, dal 1993 ad oggi, in Italia, a destra e a sinistra, al governo o all'opposizione, c'è quel tipo di società. Una società senza valori, allo sbando, opulenta, tanto tecnologizzata quanto preda della semplificazione intellettuale e della banalità.

SULL'AUMENTO DELL'IGNORANZA

Negli anni ho osservato un aumento esponenziale dell'ignoranza, dell'incapacità di scrivere e parlare bene e un aumento generalizzato della maleducazione, oltre che della fretta e dell'impazienza.

Il tutto di pari passo a un miglioramento delle condizioni economiche e tecnologiche.

Più sei ricco e tecnologizzato e più sei sciocco, ignorante e vuoi tutto e subito, in sostanza.

Il perché è presto spiegato: se sei ricco e tecnologizzato diventi pigro. Quindi non te ne frega nulla di conoscere, approfondire, studiare, educarti. Vuoi tutto, senza fatica e senza sapere niente.

In generale penso che il vero male dell'Occidente sia l'eccesso di ricchezza e di tecnologia.

Aspetti che stanno da qualche tempo iniziando a stravolgere anche la società cinese, che pur rimane una società seria e ordinata.

 
SUL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO

La questione del conflitto russo ucraino è molto semplice.

Con il separatismo delle Repubbliche post sovietiche dall'URSS i nazionalismi russofobi hanno preso il sopravvento. Questi sono stati ampiamente sostenuti dagli USA che da un Occidente irresponsabile.

Nel momento in cui i russi abitanti in quelle terre si sono sentiti minacciati, hanno iniziato difendere i loro diritti.

Il primo a denunciare e a attivarsi per questo, lo scrittore Eduard Limonov e i militanti del suo Partito NazionalBolscevico. Un partito di sinistra democratica e patriottica, sostenuto persino dalla compianta giornalista Anna Politkovskaja e perseguitato sia da Eltsin che da Putin.

Quest'ultimo, in calo di consensi, si è accorto troppo tardi che Limonov aveva ragione e ha preso a prestito le sue idee.

L'UE è rimasta a guardare. Si è barcamenata per anni fra amicizia all'autocrate Putin e agli USA. Anziché ricercare una sua propria via autonoma e, nella fattispecie, prendere le difese delle minoranze russe martoriate dai nazionalismi di estrema destra, ha chiuso gli occhi e favorito il riarmo delle Repubbliche post sovietiche in chiave anti russa.

È tutto molto semplice. Basta approfondire la Storia.

L'ideologia e le opposte tifoserie non servono e sono persino fuorvianti.

 
SULL'IMMIGRAZIONE

L'immigrazione, clandestina o meno, è favorita dalle imprese e dalla destra economica.

Imprese e destra economica hanno necessità di carne fresca da introdurre nel sistema produttivo.

Gli autoctoni, infatti, hanno smesso - e giustamente - di farsi sfruttare dalla classe imprenditoriale.

Andrebbe promosso, invece, lo sviluppo autonomo dei Paesi del Terzo e Quarto Mondo e non il suo sfruttamento.

Che è ciò che da sempre fanno i Paesi socialisti, continuamente criticati o destabilizzati dalle grandi imprese e dalla destra economica.

Immigrazione, ius scholae e tutte queste cose non hanno nulla di umanitario in sè. Possono essere aspetti volti a sanare alcune situazioni, ma non dovrebbero essere la regola.

Solo uno sviluppo autonomo dai Paesi del Terzo e Quarto Mondo e la cooperazione internazionale possono favorire condizioni vantaggiose per tutti.

SULLA RICCHEZZA

Il problema di fondo è la troppa ricchezza, che genera un eccesso di progresso e di modernità, che generano, a loro volta, la mancanza di limiti e di freni inibitori.

Quando dico che occorre combattere la ricchezza (ponendole un freno e sottomettendo i ricchi alle necessità della comunità) e, dunque, porre un freno al progresso (che è il vero regresso), è proprio perché sono consapevole di dove tutto questo potrà portarci.

L'ego è una patologia di cui soffrono troppi esseri umani e va tenuto a freno, così come un bambino necessita di limiti e regole che, dei buoni genitori, sapranno impartirgli per il suo sano sviluppo e per una crescita autonoma e responsabile. 

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it


sabato 29 giugno 2019

Crescita illimitata, deportazione di esseri umani, odio, violenza. Occorre una alternativa. Di Amore e Libertà. Riflessioni sparse di Luca Bagatin

L'uso smodato dei condizionatori in estate è una metafora.
Se li usate smodatamente togliete risorse a tutti. E la luce si spegne.
È esattamente ciò che fanno i ricchi.
Accumulano ricchezze, vivono nella bambagia, fanno le ferie a Saint Tropez.
Mentre i popoli vengono schiacciati e privati delle loro risorse.
La crescita economica illimitata è il problema. I ricchi sono il problema.
Solo una vita modesta permette a tutti di vivere dignitosamente.
Altrimenti la luce si spegne. Per tutti.

Non ho voluto né voglio prendere parte a show mediatici che vedano protagonisti i governi, le opposizioni e le ONG.
Posso solo dire che, nel mio ultimo saggio, ho scritto anche di immigrazione quale fenomeno padronale e conseguenza del capitalismo assoluto.
E ho scritto anche di panafricanismo e di lotte per un'Africa agli africani.
Tutto il resto è mediaticità politica.
Per nulla interessante o utile ai poveri e ai popoli (spegnete le TV, smettete di comprare i giornali, è spesso molto meglio).

Quella di cui parlo nel mio ultimo saggio - "Amore e Libertà - Manifesto per la Civiltà dell'Amore" - non è una società aperta, ma una civiltà socialista e populista. Ovvero una civiltà democratica, persino cristiana.
Illiberale in quanto il liberalismo ha messo in vendita ogni cosa, persino i sentimenti, in nome del profitto.
E in nome del profitto ha propagandato l'odio fra le genti e le comunità.
La mia è una denuncia del totalitarismo liberale, il più pericoloso dei tempi odierni.
È una nuova ricerca del Sacro e del Divino.
È il trionfo degli ideali di Giordano Bruno, Garibaldi, D'Annunzio, Hugo Chávez
, Gesù detto "Il Cristo".
E' infatti anche un saggio che racchiude le vicende di Hugo Chávez, Evo Morales, Evita e Juan Peron, José Pepe Mujica, Eduard Limonov, Angelica Balabanoff, Thomas Sankara, Mu Ammar Gheddafi, Ernst Niekisch, Mario Bergamo, Anita e Giuseppe Garibaldi, Pier Paolo Pasolini, Alain de Benoist, Gabriele D'Annunzio, Jean-Claude Michéa, Aleksandr Dugin, Christopher Lasch, ma anche di Mario Appignani, Riccardo Schicchi e Moana Pozzi.
Ma non solo.
Parla di Socialismo e Populismo, appunto.
Di alternativa alla destra e alla sinistra.
Di liberAzione.
Un saggio militante.
 



Il saggio "Amore e Libertà - Manifesto per la Civiltà dell'Amore" può essere acquistato unicamente a questo link: https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/490308/amore-e-liberta/

giovedì 28 febbraio 2019

L'Africa libera agli africani ! Intervista al giornalista e studioso Filippo Bovo a cura di Luca Bagatin

In pochi sanno ciò che accade veramente in Africa da decenni, anzi, da secoli. In molti preferiscono voltare le spalle dall'altra parte, magari rinchiudendosi nel proprio intimo razzismo o nella xenofobia.
Altri invece, preferiscono acriticamente aprire i porti, accogliere tutti. Senza chiedersi se ciò sia davvero giusto, ovvero se sia giusto “deportare” esseri umani nei nostri Paesi, i quali magari finiscono nelle mani sbagliate, nei giri della malavita locale. Senza chiedersi – in sostanza - quali siano le cause delle migrazioni, ovvero aiutare gli africani a riappropriarsi delle proprie terre, della propria sovranità e aiutarli a non snaturarsi, a non disintegrarsi nella cultura occidentalista-capitalista, sempre più preda di un mercato che ha messo in vendita ogni cosa e che incita ad un consumo selvaggio e al conseguente sfruttamento dell'essere umano sull'essere umano.
Ecco che in pochi conoscono la storia di eroi panafricani quali Thomas Sankara, Patrice Lumumba, Kwame Nkrumah, Nelson Mandela, Mu'Ammar Gheddafi e molti altri leader. Tutti di ispirazione socialista, tutti eroi politici democratici che hanno combattuto, nelle rispettive terre, il colonialismo e il neocolonialismo europeo e statunitense. E per questo hanno spesso pagato con la vita.
Come europei dovremmo riflettere su questo. Siamo stati e siamo davvero un popolo civile e democratico, in rapporto a quello africano ?
Perché non cerchiamo di capire e di approfondire ?
Oggi la bandiera panafricana è ripresa in mano da attivisti come Kemi Seba, che nei giorni scorsi, con la sua ONG “Urgences Panafricanistes” ha organizzato diverse manifestazioni in Africa contro il sistema del Franco CFA. La tesi di Kemi Seba è quella di invitare i suoi fratelli africani a non emigrare, ma lottare nella propria terra d'origine, affinché torni ad essere finalmente libera e sovrana. Questa è anche la tesi di Mohamed Konare, che il 2 marzo ha organizzato a Roma, alle ore 10, una manifestazione di pace delle comunità africane italiane che partirà da Piazza dell'Esquilino per arrivare a Piazza della Madonna di Loreto. L'obiettivo è quello di sensibilizzare l'opinione pubblica relativamente allo sfruttamento dei poteri economico-politici occidentali che depredano l'Africa delle sue risorse e costringono gli africani ad emigrare, imponendo così una “concorrenza al ribasso” fra lavoratori e nuove lotte fra poveri.
Filippo Bovo, giornalista e studioso di politica dell'Africa, nonché autore del saggio “Eritrea, avanguardia di una nuova Africa”, edito da Anteo, può spiegarci meglio il fenomeno panafricano e che cosa sta accadendo in Africa in questo momento.

Luca Bagatin: In Italia e in Europa si parla molto del fenomeno dell'immigrazione africana, ma molto poco delle ragioni di tale immigrazione e della situazione che stanno vivendo i Paesi e popoli africani da decenni. Cosa puoi dirci in merito ?
Filippo Bovo: È indubbiamente una tematica complessa. Riassumendo, potremmo dire che i frutti mai curati del colonialismo - insieme agli ulteriori peggioramenti causati dal neocolonialismo – abbiano, col tempo, prodotto una sempre più incontenibile crescita demografica, frutto delle attuali ondate migratorie. Di tale problematica già ci avvisava una grande figura come il Presidente algerino Houari Boumédiène negli Anni ’70. Già allora, poi, si intravedevano gli enormi pericoli che in futuro sarebbero sorti da gravi problemi climatici come la desertificazione, devastanti per l’autosufficienza alimentare di quei Paesi. Qualche anno dopo, anche un certo Bettino Craxi ci mise in guardia, in tempi decisamente non sospetti, sulla gravità di questa situazione, a suo giudizio prossima ad esplodere. Come Occidente e come Europa, su tutta questa faccenda, abbiamo dunque non soltanto dormito, ma persino proseguito ad oltranza con certi errori pensando che non ci sarebbero mai stati dei limiti di cui rendere conto. La storia è insomma molto lunga e i recenti conflitti causati da una visione “neocolonialista” dei rapporti fra Africa e Paesi occidentali sono stati un fiammifero acceso gettato in un bidone pieno di benzina. Costa d’Avorio, Libia, Congo, Ciad, Niger, Sudan, Sud Sudan, Etiopia-Eritrea, Somalia, Niger, Mali, sono tutte crisi locali o regionali che comunque compongono un più vasto quadro a livello continentale. La povertà e la precarietà che si vivono in molti Paesi africani, poi, hanno facilitato anche la vita a certi fenomeni di crimine organizzato, come le mafie nigeriana o senegalese, che ad un certo punto hanno deciso di colonizzare anche i nostri “mercati”. Ci troviamo dunque di fronte ad una situazione profondamente frastagliata ed eterogenea, non riassorbibile di certo con qualche slogan o frase fatta come qualche politico o governante, tanto in Africa quanto in Europa, crede che invece si possa fare.

Luca Bagatin: I panafricani francesi si stanno battendo in particolare contro il sistema del Franco CFA. Puoi spiegarci questo sistema, più nel dettaglio ?
Filippo Bovo: Il Franco CFA, stampato dalla Banca Nazionale Francese, consente a Parigi di controllare le economie dei Paesi africani un tempo sue colonie, quelli che in Francia ancora chiamano “Françafrique”. Più di metà delle transazioni economiche e commerciali di quei Paesi finiscono quindi alla Francia, per un ammontare che corrisponde grosso modo a 400 miliardi di euro all’anno. Come se ciò non bastasse, se un’impresa estera vuole instaurare con uno di questi Paesi un accordo economico o commerciale di una certa entità, deve prima di tutto ricevere il consenso del Ministero dell’Economia della Francia: non di quel Paese, ma della Francia. Sono dunque Paesi a sovranità limitata, e non solo in senso monetario. Si tratta, insomma, di un sistema di sfruttamento palese e mi meraviglio di chi, in Europa, ancora si ostini a difenderlo, dal momento che ho visto politici e giornalisti nostrani darsi anche a simili bassezze. È anche un sistema pensato per inibire l’iniziativa economica e produttiva locale, perché per esempio se si va in Camerun, tanto per fare un esempio, è impossibile trovare certi prodotti alimentari di produzione locale, dal momento che quelli in vendita sono tutti francesi. Eppure la materia prima abbonderebbe: è che, tra concorrenza sleale da una parte e mancanza di preparazione professionale dall’altra, è quasi utopistico trovare un macellaio che per esempio sappia fare le salsicce. Le salsicce vengono tutte dalla Francia e costano non meno di 10 Franchi CFA, un prezzo abnorme per un consumatore locale. Se fossero prodotte in loco, costerebbero molto meno di un terzo. Mi rendo conto di aver fatto un esempio un po’ “casereccio”, ma era tanto per dare un’idea. Quanto a Kemi Seba, di cui fai menzione, basti pensare che è stato persino incarcerato per aver protestato in pubblico contro il sistema di sfruttamento basato sul Franco CFA. In Senegal fu incarcerato, su impulso della locale Ambasciata Francese, per aver bruciato davanti alla folla una banconota di Franco CFA con l’accendino. Il Senegal, tutti lo sappiamo, non è certo fra i Paesi della “Françafrique” che versano in condizioni peggiori: eppure è potuto succedere questo. Figuriamoci altrove !

Luca Bagatin: Cosa ne pensi delle battaglie storiche e attuali dei movimenti panafricani ?
Filippo Bovo: Il panafricanismo ha goduto momenti d’oro a partire da Kwame Nkrumah, il grande Presidente del Ghana degli Anni ’60, morto poi in esilio in Romania negli Anni ’70 dopo che fu stato spodestato da un golpe “filo-colonialista”. Fu uno dei primi a parlare di Africa unita con un libro, “Africa Must Be United”, che per molto tempo riscosse una grande attenzione fra i giovani intellettuali e rivoluzionari africani e che ancor oggi, mai dimenticato, sta conoscendo un meritato revival. In tanti hanno raccolto o condiviso quella sua lezione. Di leader africani noti o meno noti che hanno detto cose bellissime sull’unità africana ce ne sono stati tantissimi e saggiamente Mu'Ammar Gheddafi aveva voluto che tutti fossero ricordati ed onorati. La sua eliminazione, nel 2011, ha procurato un grave stop a questo processo, che comunque oggi sta conoscendo un nuovo rilancio. Questo fenomeno ci consegna un insegnamento molto importante: si possono uccidere le persone e persino i sistemi che hanno creato, ma non le loro idee.

Luca Bagatin: Il tuo saggio parla dell'Eritrea. Uno di quei Paesi di cui si sente, purtroppo, parlare molto poco nei media nazionali. Che situazione politica sta vivendo attualmente ?
Filippo Bovo: L’Eritrea ha conquistato l’indipendenza nel biennio 1991-1993, dopo trent’anni di guerra per l’indipendenza, dapprima contro l’Etiopia del Negus e quindi contro quella del DERG di Menghistu. Ha instaurato fin da subito un sistema socialista innovativo, che teneva conto delle particolarità locali e degli errori dei sistemi socialisti del passato, da correggere. L’Eritrea di oggi si presenta come un Paese che, avendo investito soprattutto nelle campagne anziché nelle città, ha evitato il doloroso problema delle immense baraccopoli tanto comuni nelle grandi città delle altre nazioni africane e che - sempre rispetto ad esse - vanta non soltanto la quasi autosufficienza alimentare, ma anche ottimi standard, in rapporto al contesto africano, per quanto riguarda la sanità e l’istruzione. È inoltre uno dei pochissimi Paesi in Africa a lottare senza quartiere contro le mutilazioni genitali femminili e a lavorare per garantire pari opportunità fra uomini e donne, dall’esercito agli altri settori dello Stato, fino all’economia privata. Per anni il Paese è stato ingiustamente sotto sanzioni a causa di false accuse in merito al suo operato in Somalia: prove fabbricate dal vecchio governo etiopico, con cui il Paese ha combattuto una guerra fra il 1998 e il 2000 e dall’Amministrazione Obama hanno accusato l’Eritrea di aiutare le milizie di al-Shabaab in Somalia, legata ad al-Qaeda. Nella primavera del 2018 il vecchio governo etiopico, guidato dal Fronte Popolare di Liberazione del Tigray è caduto e al suo posto è arrivata una nuova coalizione, guidata dal 42enne Abiy Ahmed, che al contrario ha subito chiesto la pace con l’Eritrea. Nel 2000, a guerra finita, l’Eritrea aveva sottoscritto tutti i termini della pace con l’Etiopia, rappresentati dal Trattato di Algeri, ma la controparte si era sempre rifiutata. L’apertura dell’Etiopia, imprevedibile fino a pochi mesi prima, ha così dato una tardiva ma importante soddisfazione all’Eritrea, e soprattutto ha avviato un immenso processo d’integrazione regionale, che sta mettendo a collaborare insieme Etiopia, Eritrea, Somalia, Gibuti, Sudan, Sud Sudan, Kenya, ecc, in nome del benessere e della pace di tutta la regione. Già ora Etiopia ed Eritrea stanno collaborando per integrarsi a vicenda, cominciando dalle infrastrutture e non solo.

Luca Bagatin: Pensi che i popoli africani riusciranno a liberarsi finalmente dal neocolonialismo ?
Filippo Bovo: Il percorso è ancora molto lungo, però si vede già una luce in fondo al tunnel. Recentemente è nato il nuovo mercato comune africano, voluto dall’Unione Africana, l’AfCTA. Tra i suoi obiettivi vi sono quelli di far incrementare il commercio fra i vari Paesi africani, oggi davvero attestato a numeri minimi, ma anche quello di arrivare ad una moneta comune, sostitutiva di tutte quelle già esistenti e tra queste, tanto per tornare indietro di qualche riga, vi è anche il Franco CFA. Sappiamo che Nicolas Sarkozy volle la guerra contro Gheddafi anche perché quest’ultimo voleva introdurre una nuova valuta panafricana, il Dinaro agganciato all’oro, in luogo delle altre vecchie valute africane, cominciando proprio da quella “cartastraccia” di produzione francese. Il lascito di Gheddafi e degli altri panafricanisti che l’hanno accompagnato, dunque, è ancora molto forte, persino in istituzioni che a prima vista potrebbero sembrare un po’ troppo “abbottonate” come l’Unione Africana, ma che comunque nacque per volere proprio di Gheddafi. Il mercato comune africano può essere uno strumento per facilitare la “decolonizzazione” dell’Africa, sottraendola dalle vecchie potenze coloniali e neocoloniali. In ciò avranno sicuramente un ruolo importante le potenze e le economie emergenti, dalla Cina all’India fino alla Russia e non solo, che oggi vengono accusate di “colonialismo” soprattutto da quei Paesi che, il colonialismo vero, in Africa l’hanno fatto sul serio. Il volano di tutto questo meccanismo, in ogni caso, si è già messo in moto: al di là di tutte le polemiche, da oggi in poi i risultati li vedremo in maniera sempre più consistente.

Luca Bagatin

giovedì 10 gennaio 2019

Mancanza di lavoratori e immigrazione: altre conseguenze estreme del capitalismo assoluto. Il caso del Giappone. Articolo di Luca Bagatin

Immigrazione e capitalismo assoluto.
Laddove l'economia cresce, ovvero vige il regime della domanda e dell'offerta, ovvero il capitale e l'economia dominano su tutto il resto, la popolazione invecchia. Le relazioni sociali si riducono a virtualità, divengono asettiche. Il romanticismo scompare e così, appunto, l'amore. Le famiglie si disgregano, aumentano i divorzi, le separazioni, le coppie non fanno più figli.
Il Giappone sembra essere l'emblema di questo modello asettico, iper-tecnologico, iper-economicista, iper-capitalista e, dunque, iper-sclerotizzato e avviato – con il conseguente invecchiamento della popolazione - verso il declino umano, così come tutti i Paesi ove vige questo terribile sistema, chiamato, appunto, capitalismo assoluto.
Nel 2015, in Giappone, il tasso di natalità era di 1,46 figli per donna e, secondo una ricerca condotta dall'Istituto Nazionale della Popolazione e della Sicurezza Sociale, il 40 – 45% dei maschi e delle femmine celibi – fra i 18 e i 34 anni - sarebbe afflitto da “apatia sessuale”, determinando assenza di rapporti sessuali.
Il capitalismo genera dunque, ancora una volta, crisi. Una crisi che è sempre più umana e affettiva, e sempre più, quindi, sessuale, compensata in maniera del tutto bulimica e irrazionale attraverso consumi compulsivi, sesso a pagamento - addirittura con bambole “sessuali”, oggetto sempre più in voga in Giappone, oltre che nei nei Paesi capitalisti occidentali...ove addirittura si arriva persino a “fidanzarsi” con esse – e addirittura con il suicidio, che è fenomeno drammaticamente in aumento nei Paesi capitalisti, in particolare il Giappone, che registra fra i 25 e i 30 mila suicidi all'anno.
Conseguenza di ciò è anche la mancanza di lavoratori e il governo giapponese che cosa fa ? Fa arrivare 340.000 immigrati, nell'arco dei prossimi cinque anni. Altro fenomeno del capitalismo assoluto è, infatti, l'immigrazione e l'emigrazione, ovvero il costringere (a vario titolo e a vario modo) le persone – a causa delle drammatiche crisi che genera questo folle e perverso sistema economico-sociale – a spostarsi, sradicandosi, impedendo loro di avere rapporti stabili, sicurezze, identità culturali, sociali, affettive. E generando così, peraltro, nuove guerre fra poveri e fomentando xenofobie e sciovinismi, prima del tutto assenti.
L'emigrazione/immigrazione, dunque, lungi dall'essere un'opportunità, è l'ennesimo strumento dei potenti - sia dei governi “liberali” che del sistema economico - non solo per non risolvere nulla se non il loro personale tornaconto in termini economico-sociali (spostandosi i lavoratori possono essere meglio controllati e accontentarsi di salari contenuti e soprattutto avere più difficoltà ad organizzarsi ed associarsi, anche a causa delle differenze linguistiche fra loro e con i lavoratori autoctoni, i quali li vedranno, peraltro, come una minaccia), ma anche per aggravare il problema, che è un problema, come abbiamo visto, di distruzione alla radice dei rapporti umani e sociali, generata da un sistema che crea “drogati” dal mercato, ovvero persone dipendenti dal sistema dei bisogni e dei consumi indotti (dalla pubblicità, dagli “status symbol”, dagli usi e costumi “importati” da modelli stranieri – statunitense in primis - fondati sul capitalismo assoluto e la messa in vendita di ogni cosa).
Fu lo scrittore e poeta Yukio Mishima – il quale si definì sempre apolitico e antipolitico - a denunciare per primo in Giappone la decadenza che stava attanagliando il suo Paese. E lo fece in modo drammatico e emblematico, ovvero togliendosi la vita attraverso il seppuku, il suicidio rituale dei samurai.
Mishima credeva ancora in quei valori antichi, ove l'amore e l'onore erano anteposti al disvalore del danaro, del consumo, della messa in vendita dell'essere umano, della sua mente, del suo corpo.
Il suo Paese non seppe ascoltarlo.
E così tutto l'Occidente cosiddetto “liberale”, ove l'unica libertà garantita è quella di consumare. Senza alcuna consapevolezza di sé e dei veri valori della vita.

Luca Bagatin

venerdì 16 novembre 2018

Libertà dello Spirito. Riflessioni socialiste di Luca Bagatin

Sono un integralista della libertà e della democrazia.
Per me puoi fare tutto ciò che vuoi, nel rispetto del prossimo (libertà).
Ciascun componente della comunità deve avere altresì la possibilità di decidere (democrazia).
Sono per la totale autogestione dell'economia e del governo da parte di ogni componente della comunità.
Sono dunque per il superamento di ogni forma di mercato e di Stato.
In questo senso penso di essere in linea con diversi aspetti dell'analisi di Marx, Bakunin, Proudhon, Mazzini, Garibaldi. Ritenendo superate e superabili le diatribe storiche che li videro all'epoca divisi o contrapposti. 

(Luca Bagatin)

Per anni ci hanno raccontato che l'immigrazione e l'emigrazione erano fenomeni normali e giusti.
In realtà sono fenomeni assurdi e conseguenza della povertà.
Se la povertà fosse abolita, l'emigrazione e l'immigrazione semplicemente non esisterebbero.
La povertà esiste perché c'è sempre qualcuno più ricco di altri, che assorbe le risorse della collettività.
Occorre innanzitutto abolire la ricchezza dei pochi.
E abolire la mentalità che porta alla ricerca della ricchezza e all'accumulo di ricchezza.

(Luca Bagatin) 

Il progresso è l'ideologia della crescita materiale.
L'evoluzione, specie se interiore, è un percorso spirituale.
Personalmente sono contro ogni progresso.
Sono un conservatore dello Spirito. 

(Luca Bagatin) 

lunedì 9 luglio 2018

L'attivista panafricano Kemi Seba in Italia


"Il nemico dei popoli non sono i migranti, ma piuttosto quelli che saccheggiano e distruggono le nazioni costringendo le persone a migrare. Solo l'unità dei popoli oppressi di fronte all'oligarchia atlantista permetterà alle varie forme di umanità di emanciparsi "

(Kemi Seba) 

Vedi anche il seguente articolo:

mercoledì 13 giugno 2018

Superare l'immigrazione superando capitalismo e neocolonialismo. Ovvero emancipando il Terzo Mondo. Una conferenza sulle rivoluzioni d'Africa e Asia. Articolo di Luca Bagatin

"Chi critica il capitalismo approvando l'immigrazione, di cui la classe operaia è la prima vittima, farebbe meglio a tacere. Chi critica l'immigrazione restando muto sul capitalismo, dovrebbe fare altrettanto". Questa una delle frasi più emblematiche del filosofo francese Alain De Benoist, mai attuale come oggi.
Già due anni fa esatti scrissi un articolo proprio su questo argomento di scottantissima attualita e che si ripropone ad ogni nuovo sbarco (http://amoreeliberta.blogspot.com/2016/06/immigrazionismo-ovvero-logica_14.html).
L'immigrazione è conseguenza del capitalismo e del neocolonialismo e, sino a che non si romperà tale circolo vizioso, misure come le chiusure dei porti o simili saranno - per quanto temporaneamente utili a fare la voce grossa in una Europa ipocrita e ondivaga sul fenomeno - inefficaci e spesso viste come mera propaganda ideologica.
Lo stesso socialista statunitense, già candidato del Partito Democratico USA alle scorse primarie, Bernie Sanders, così come negli Anni '70 fece il Segretario del Partito Comunista Francese Georges Marchais, si è espresso in questi giorni contro il fenomeno migratorio, affermando come molto più utile sarebbe un aumento dei salari e la necessità di creare posti di lavoro per le persone attualmente disoccupate, evitando lotte fra poveri e concorrenza al ribasso fra gli stessi, come invece avviene oggi (si veda in proposito il seguente articolo: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-migrazioni_e_diritti_tra_gli_opposti_estremismi_emerge_il_buon_senso_del_socialista_bernie_sanders/21163_24326/).
Nel corso della Storia molti politici, militanti e paladini della causa panafricana si sono battuti per l'emancipazione dell'Africa e per l'uscita dal neocolonialismo, non ultimo Kemi Seba, il quale sta pubblicando proprio in questi giorni il suo saggio "L'Afrique libre ou la mort" (https://beninwebtv.com/2018/06/lafrique-libre-ou-la-mort-le-livre-de-kemi-seba-preface-par-6-figures-internationales-2/).
Attivisti panafricani che desiderano semplicemente che l'Africa torni ad essere libera e sovrana e non più preda delle multinazionali e dello sfruttamento economico di natura monetaria (si veda il seguente articolo in merito: http://megachip.globalist.it/kill-pil/articolo/2017/09/01/due-cose-sul-franco-cfa-e-sull-euro-e-l-africa-2010755.html).
Fra tali militanti ricordiamo il Presidente del Burkina Faso Thomas Sankara, il quale affermava, fra le altre cose che: "Dobbiamo decolonizzare la nostra mentalità e raggiungere la felicità nei limiti del sacrificio che siamo disposti a fare. Dobbiamo ricondizionare la nostra gente ad accettarsi per come è e a non vergognarsi della sua situazione reale" ed ancora: "L'imperialismo è un sistema di sfruttamento che si verifica non solo nella forma brutale di chi viene a conquistare il territorio con le armi. L'imperialismo avviene spesso in modi più sottili. Un prestito, l'aiuto alimentare, il ricatto. Stiamo combattendo questo sistema che permette a un pugno di uomini di governare l'intera specie".
A proposito delle lotte di emancipazione sociale e nazionale africana e asiatica, sabato 30 giugno prossimo, a Clarens, in Svizzera, vicino a Losanna, in Rue des Artisans 10, si terrà - a partire dalle ore 18.00 - una interessante conferenza organizzata dalle riviste "Rébellion" e "éléments" dal titolo "Rivoluzioni d'Africa e Asia" ("Révolutions d'Afrique et d'Asie), condotta dal militante panafricano di origine congolese Dany Colin e dall'intellettuale svizzero David L'Epée (http://rebellion-sre.fr/conference-de-david-lepee-et-dany-colin-en-suisse-revolutions-dafrique-et-dasie).
Dany Colin, autore del saggio-brochure "L'Europe et l'Afrique: meme combat contre le mondialisme!" ovvero "L'Europa e l'Africa: stessa lotta contro il mondialismo!", fu da me intervistato nell'ottobre scorso a proposito proprio delle lotte d'emancipazione africane e della necessità di fermare l'immigrazione proprio attraverso il sostegno a tale emancipazione (l'intervista al seguente link: http://amoreeliberta.blogspot.com/2017/10/europa-e-africa-unite-nella-lotta-conto.html).
David L'Epée, grande conoscitore dell'Asia e dell'Oriente, avendovi vissuto e soggiornato a lungo, è anche esperto di socialismi asiatici e pubblicò un anno fa il saggio-brochure "Socialismes asiatiques. L'Orient est-il toujours rouge ?", ovvero "Socialismi asiatici. L'Oriente è sempre rosso ?", che recensii al seguente link: http://amoreeliberta.blogspot.com/2017/06/socialismi-asiatici-loriente-puo-dirsi.html.
Una conferenza interessante in una Europa che, divisa fra buonisti e cattivisti, ed avendo da tempo perduto la sua sovranità non solo economica, ma anche intellettuale ed avendo da tempo dimenticato il socialismo, finisce per non andare al cuore del problema.

Luca Bagatin

sabato 17 febbraio 2018

Riflessioni panafricane (alternative al neocolonialismo liberale, allo sfruttamento e all'immigrazione quale fenomeno padronale)

Il fenomeno migratorio, nei secoli, è servito sempre ai potenti per depotenziare gli oppressi.
"La tua terra è feccia, povera, vai via" nel mentre loro saccheggiano tesori e dignità, salvo schiavizzare l'indigeno nei loro Paesi.
L'immigrazione era prima un'arma dei coloni, oggi del capitalismo coloniale.
Con in testa il mito dell'emigrazione la nostra lotta non sarebbe mai nata.
Una volta una suora belga mi chiese "perché ti curi tanto della tua terra?"
"Per non lasciare che siate solo voi a curarvene"" risposi.



(Samora Machel, ex Presidente socialista del Mozambico indipendente ed eroe panafricano)



"L'imperialismo è un sistema di sfruttamento che si esprime non solo nella forma brutale della conquista armata del territorio. L'imperialismo si presenta spesso in forme più sottili: un prestito, aiuti alimentari, ricatti. Stiamo combattendo questo sistema che consente a un pugno di uomini sulla Terra di governare tutta l'umanità".


(Thomas Sankara, ex Presidente socialista del Burkina Faso ed eroe panafricano)

Questa mattina quando sono uscito di casa ho visto un extracomunitario pulire le strade del quartiere di sua spontanea iniziativa, chiedendo l'elemosina.
Mi ha fatto riflettere.
Mi ha fatto riflettere del fatto che noi uomini bianchi abbiamo costretto queste persone a emigrare dal loro Paese, attraverso guerre e nuove forme di colonizzazione economica. E nel nostro Paese cosa abbiamo fatto ? Abbiamo ridotto la spesa per i servizi pubblici, fra cui quello della nettezza urbana.
Senza rendercene conto stiamo doppiamente sfruttando i più deboli e stiamo abolendo totalmente il pubblico.
L'elemosina e l'immigrazione non dovrebbero proprio esistere. Sono fenomeni di sfruttamento tipici del sistema capitalista e liberale.
Del peggior sistema totalitario odierno, che sembriamo non voler vedere.
C è chi dice che gli immigrati ci pagano le pensioni, ma questo è vero solo perché i politicanti liberali hanno ridotto il ruolo dello Stato nei servizi pubblici. Che infatti vanno a rotoli.
È il liberalismo, bellezza.
Per questo dico più Eurasia e più Africa unite all' Europa e all'America Latina socialiste nella lotta contro il mondialismo liberale ! 


(Luca Bagatin)



(clikka per poterlo leggere) 

sabato 21 ottobre 2017

Socialismo o barbarie. Riflessioni brevi di Luca Bagatin

Non ho mai simpatizzato per la Rivoluzione Francese del 1789.
Di essa hanno sempre gioito i borghesi, mai i poveri. Essa fu realizzata in nome del Terzo Stato, non del Quarto e, ogni volta che ho letto di essa, non di rado, ho simpatizzato per i nobili, specie per quelli brutalmente assassinati.
Assai diversa dalla Rivoluzione Francese, la Comune di Parigi del 1870. Combattuta dal Quarto Stato, da uomini e da donne, contro l'oligarchia borghese.
L'emigrazione/immigrazione è da sempre un fenomeno di deportazione economica di esseri umani.
Non è affatto un fenomeno positivo, ma un crimine contro l'umanità.

giovedì 5 ottobre 2017

Europa e Africa: unite nella lotta conto il mondialismo ! Intervista di Luca Bagatin all'attivista panafricano Nikos Amilduki

Colonialismo, neocolonialismo e schiavismo sono gli aspetti che più hanno caratterizzato le politiche di dominazione attuate dal cosiddetto Primo Mondo, dagli Stati Uniti d'America all'Europa, nei confronti del cosiddetto Terzo e Quarto Mondo.
E tali politiche sono all'origine della deportazione di massa di esseri umani dai Paesi del Sud del mondo ai Paesi del Nord del mondo, con tutte le conseguenze di violenza e sradicamento culturale e identitario che ciò comporta e ciò unicamente a vantaggio delle élites economiche e multinazionali che sfruttano da secoli e in varie forme la manodopera straniera a basso costo.
E ciò sia con lo sfruttamento delle risorse in loco, che attraverso lo sfruttamento dell'immigrazione di massa.
Ad opporsi a tale sistema di sfruttamento le lotte di emancipazione del popolo Nero, attraverso il movimento denominato "panafricanismo", sviluppatosi nel corso del '900 in particolare negli Stati Uniti d'America grazie a personalità quali il sindacalista giamaicano Marcus Garvey (1887 - 1940) ed il saggista ghanese William Du Bois (1868 - 1963). Costoro furono i primi a lottare per l'emancipazione economica, sociale ed umana dei popoli afrodiscendenti negli USA ed in particolare Garvey organizzerà una compagnia marittima - la Black Star Line - al fine di favorire economicamente il ritorno in Africa di tali popoli, che non meritavano affatto di essere sradicati, ma di vivere pacificamente e in piena sovranità e indipendenza nella propria terra d'origine.
Di questo e non solo parla il saggio-brochure "L'Europe et l'Afrique: meme combat contre le mondialisme!" ("L'Europa e l'Africa: stessa lotta contro il mondialismo!"), edito dalla rivista Socialista Rivoluzionaria "Rébellion" (http://rebellion-sre.fr) attraverso le "Editions des livres noirs" e redatto da Nikos Amilduki .
Dany è attivista panafricano di origine congolese, collaboratore delle riviste "Rébellion" (rivista dell'Organizzazione Socialista Rivoluzionaria Europea),  e "Panafrikan" (rivista della Lega Panafricana Umoja), attivista dell'Organizzazione Socialista Rivoluzionaria Europea (OSRE) e dottore di ricerca in filosofia presso l'Università Toulouse II - Jean Jaurès di Tolosa, oltre che cineasta e studioso di cinematografia.
La riflessione che Nikos Amilduki  vuole porre al pubblico è, in sostanza, che il razzismo e la xenofobia sono fomentate dalle élites economiche e politiche al fine di dividere le persone ed indebolirle. Un po' come avviene nelle guerre fra poveri. Bianchi e Neri devono invece unirsi ed allearsi, rispettendo, valorizzando e non abbandonando la propria cultura e spiritualità d'origine e lottare sia contro il fondamentalismo religioso che contro il totalitarismo mondialista, capitalista e liberale.
Dany individua nell'alleanza fra le forze e le persone europee ed africane anti-mondialiste, panafricane, nazionaliste, socialiste rivoluzionarie, populiste, neo-eurasiatiste, protezioniste sotto il profilo economico-culturale, quale l'unica a potersi opporre pragmaticamente ai tentacoli del mondialismo capitalista, che vorrebbe seguitare ad imporre un modello unico economico-sociale neololoniale basato sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
L'obiettivo finale - secondo Nikos Amilduki  - dovrebbe essere, in sostanza, una Grande Europa federata, sovrana, indipendente e unita ad una Grande Russia multipolare teorizzata dal filosofo russo eurasiatista Aleksandr Dugin e una Grande Africa indipendente, sovrana, federata e in dialogo costante, pacifico ed amichevole con l'Eurasia.
Per poter approfondire meglio le sue proposte e far conoscere ai lettori l'attivismo panafricano, ho avuto la possibilità di intervistare l'amico e compagno di militanza Socialista Rivoluzionaria Nikos Amilduki , segnalando che il suo saggio-brochure è acquistabile, in francese, al seguente link ad un prezzo davvero simbolico: link: http://rebellion-sre.fr/boutique/europe-afrique-meme-combat-contre-mondialisme-de-dany-colin/

Luca Bagatin: Tu sei di origine congolese. Se non erro sei nato in Francia da padre francese e madre congolese. Nella tua brochure racconti di avere avuto difficoltà ad essere accettato, da piccolo, a causa del colore della tua pelle. Hai subito dunque in prima persona il fenomeno razzista. Puoi parlarcene ?
Nikos Amilduki : Sono nato a Kamina, Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire). Mio padre era un paracadutista francese (di Lorena), negli ultimi anni della sua carriera, nel terzo RPIMA (Reggimento Paracadutisti di Fenteria e Marina) di Carcassonne (città del sud-ovest della Francia), il quale è stato chiamato ad intervenire in quello che a quel tempo era chiamato Zaire, sotto la richiesta del suo Presidente Mobutu Sese Seko. Io sono il frutto della sua unione con una donna congolese la cui famiglia è originaria della regione mineraria del Katanga, regione secessionista ai tempi dell'indipendenza del Congo nel 1960. Sono arrivato in Francia all'inizio - all'età di circa un anno - con mio padre, ma mia madre rimase in Africa per complesse ragioni famigliari e politiche.. Così sono cresciuto in una famiglia bianca borghese, mentre io ero l'unico "meticcio". Ho subito violenza fisica e morale da un gruppo di ragazzini, la violenza è spesso - e paradossalmente - più forte quando nell'ambiente famigliare c'è un genitore nero. Tuttavia, come ho precisato in una conferenza che ho tenuto quasi un anno fa a Tolosa, anche se la mia classe sociale di appartenenza è stata quella borghese (anche se io mi considero come appartenente alla classe media di una famiglia mantenuta quasi escusicamente dallo stipendio di un uomo, vale a dire mio padre), sin da ragazzino ho compreso quanto i conflitti fra le classi sociali fossero interconnessi con i conflitti fra le razze.

Luca Bagatin: Come e quando hai deciso di diventare un attivista panafricano ?
 Nikos Amilduki : Diciamo che posso raccontare ciò in due fasi.
La prima è il mio primo ritorno nella Repubblica Democratica del Congo nel 2011, che si è concluso con una serie di domande relative all'identità nera, la quale è emersa attraverso la mia pelle e la cui esatta provenienza mi è stata a lungo tenuta segreta per vari motivi famigliari che richiederebbero un ampio discorso che non è il caso di fare qui. Fu così che conobbi mia madre ed in parte il resto della mia famiglia congolese, rendendomi conto che i neri ed i meticci d'Europa conoscono poco l'Africa e spesso ne hanno un'immagine di fantasia. Questo mio viaggio in Africa mi ha permesso di osservare che il conflitto Bianchi contro Neri, sostenuto dal razzismo istituzionale francese, vuole semplicemente annullare in realtà conflitti di classe ben più gravi. Quelli ad esempio costituiti dal sottoproletariato congolese contro l'oligarchia congolese ricca. Un'altra rivalità è di natura etnica e riguarda i balubas di Kasai - una provincia situata tra la parte di Kinshasa e la parte di Lubumbashi - la cui lingua è il Tshiluba, la quale fa parte di una certa élite politico-economica, e dall'altra parte i i balubas del Katanga, i quali parlano il Kiluba.

Un altro aspetto che mi ha fatto amare il panafricanismo fu l'intensa storia d'amore che ebbi con una attivista panafricana franco-guineiana ispirata a grandi figure della Rivoluzione Cubana come Che Guevara. Lei mi ha ridato la speranza verso un'Africa e un Congo la cui storia non è stata molto favorevole. Penso ad esempio alla sconfitta subita dal "Che" durante la guerra del Congo del 1965 tentando di far cadere l'assassino di Patrice Lumumba, ovvero Moïse Tshombé.
Questa cara ragazza mi ha permesso di vivere per più di un anno e mezzo a Conakry. Ho così potuto approfondire la vita dei suoi abitanti e scoprire un'altra realtà africana, con i suoi altri conflitti etno-tribali (Soussous, Fulani, Malinke) e socio-culturali. Ma questa volta ho potuto farlo dopo aver approfondito meglio la realtà dell'Africa e con uno sguardo maggiormente politicizzato e radicalizzato. E soprattutto ero tornato nel continente africano in qualità di militante, di formatore della gioventù patriottica di Guinea, dotata di una forte fibra panafricanista assai difficile da trovare fra i nostri attivisti europei della diaspora, troppo spesso impegnati a consumare e a fare festa.

Luca Bagatin: Il panafricanismo è fenomeno poco conosciuto, almeno in Italia. Puoi parlarci della tua militanza panafricanista ? Che ne pensi dell'attivista panafricano Kemi Séba e delle sue battaglie?
 Nikos Amilduki : Il mio attivismo panafricanista differisce su alcuni aspetti di una visione più "panégriste", che è piuttosto una concezione afro-discendente d'origine americana del tipo dell'UNIA di Marcus Mosiah Garvey e della Nation of Islam della onorevole Elijah Muhammad, che è stata portata avanti negli Anni '60 da Malcolm X ed è attualmente rappresentata dal Ministro Louis Farrakhan.
Dal mio punto di vista il panafricanismo deve essere fatto in Africa, sul campo, e necessita di ri-emigrazione di attivisti militanti africani panafricani e altri che non si sentono rappresentati in Europa. Ciò al fine di aiutare gli attivisti indigeni africani ad ottenere la famosa sovranità africana tanto decantata su Facebook, ma mai attuata ! La priorità deve essere data all'istruzione, sin dalla tenera età, alle grandi figure del panafricanismo e dei concetti politici che l'hanno accompagnato (tra cui il socialismo di Ahmed Sékou Touré in Guinea, di Kwamé Nkrumah in Ghana e di Amilcar Cabral in Guinea-Bissau negli anni '60), oltre che sulla riattualizzazione del pensiero e della dottrina panafricana in chiave moderna. Il socialismo nazionalista di alcuni attivisti si mescola al federalismo con accenti liberal-capitalisti, mentre in altri casi si mescola al tradizionalismo Kamite (chiamato "Afro-centrismo") di un altro gruppo. Tali divisioni non aiutano. Occorre unificare una dottrina veramente africana e superare le nostre difficoltà di azione rivoluzionaria.

Per quanto riguarda il lavoro di Kemi Séba, conosco il suo attivismo da quando ha iniziato a militare in Francia. Ho seguito il suo percorso sia mediatico che ideologico. Egli ha attraversato l'afro-centrismo creando il Ka Tribe (sciolto nel 2006 da Nicolas Sarkozy, allora Ministro degli Interni in Francia) per poi sposare più precetti della Nation of Islam in rappresentanza della sezione Francese del New Black Panther Party (fondato negli Stati Uniti nel 1989 dal Dr. Khalid Abdul Muhammad). Il suo coraggio, la sua insolenza in risposta alla prepotenza di qualche intellighenzia dominante, i suoi pregiudizi sionisti come attivista africano in Francia e le sue alleanze passate con il movimento "Egalité & Réconciliation" (qualificato ingiustamente dai media mainstream in Francia come di estrema destra) erano senza precedenti e stimolanti dal punto di vista delle dinamiche ideologico-politiche e della critica radicale che ora deve essere nostra.


Luca Bagatin: In Europa molti si lamentano dell'immigrazione che, come dice Alain De Benoist, "E' un fenomeno capitalista e padronale". In pochi però comprendono che il fenomeno migratorio è ed è stato incoraggiato proprio dall'Europa e dagli Stati Uniti d'America colonialisti e neocolonialisti e che proprio le lotte panafricane hanno lo scopo di emancipare i popoli africani nella propria terra d'origine.
Cosa puoi dirci in merito ?
 Nikos Amilduki : L'immigrazione non europea in Europa, tra cui quella degli Anni '70, non è altro che un effetto in continuità con il colonialismo. Ovvero l'indipendenza africana concessa negli Anni '60, così come le rivoluzioni del '68 in Francia e Italia, sono state unicamente nuove ricomposizioni del capitalismo al fine di estendere la sua logica di dominio, come spiegato ad esempio da Pier Paolo Pasolini in quella che egli definisce "società dei consumi". Pasolini ha descritto il fenomeno italiano come "neofascismo". Direi che siamo in grado di identificare lo stesso fenomeno in Francia, ma piuttosto possiamo percepirlo come neocolonialismo, ove, ad essere colonizzate, sono le popolazioni di immigrati di origine africana che lavorano in Francia a basso costo, privando così il Paese d'origine della forza produttiva, ma anche i francesi "nativi", puniti per le loro aspirazioni rivoluzionarie. Così abbiamo due frange di proletari e sottoproletari della popolazione francese assoggettati dalla classe dirigente neoliberale, la quale trae profitto dalle due chimere del secolo, ovvero dal razzismo e dall'antirazzismo. Qualsiasi manovra che può reprimere il nostro spirito rivoluzionario, tutto ciò che può nascondere la lotta di classe quale strumento di analisi critica sembra essere, nel nostro mondo ricco fatto di finzione e menzogna, altamente consigliato!
Per quanto riguarda l'emergere di panafricanismo come argine allo sfruttamento dei Neri da parte dell'Occidente, è chiaro che un militante panafricano non può che essere anti-mondialista e dialogare ed allearsi con i nazionalisti europei che criticano l'immigrazione di massa, che è un fenomeno di sradicamento.

Luca Bagatin: Fra i maggiori leaders e politici panafricani che la Storia ha conosciuto ne cito alcuni: Patrice Lumumba (1925 - 1961) Primo Ministro della Repubblica Democratica del Congo; Kwamé Nkrumah (1909 - 1972), primo Presidente del Ghana indipendente; Thomas Sankara (1949 - 1987), Presidente del Burkina Faso; Mu'Ammar Gheddafi (1942 - 2011) Leader della Jamahirya Socialista di Libia. Tutti sostenitori di un'Africa indipendente e sovrana e tutti leaders sostenitori del socialismo africano, laico e democratico e per tutte queste ragioni contrastati e fatti uccidere dall'imperialismo statunitense.
Oggi che cosa rimane della loro opera e del loro messaggio ? Pensi che sia dal loro insegnamento che possa nascere un'Africa finalmente libera ed emancipata ? Oggi, secondo te, è possibile ciò ?
 Nikos Amilduki : Se proviamo a pensare dal punto di vista del nemico, diremmo che la colpa di tutti questi grandi personaggi storici che hanno combattuto le lotte di emancipazione dei popoli africani e le cui effigi sono ormai note alla gioventù africana e afrodiscendente attraverso il merchandising e su Facebook (ossia a metà fra il feticismo delle merci e lo spettacolo completo), era quella di avere legami con l'URSS, quindi con un'egemonia comunista che stava crescendo fra i Paesi del Terzo Mondo. La loro visione, tuttavia, era piuttosto di matrice socialista e nazionalista (Patrice Lumumba e Thomas Sankara, per esempio). Kwamé Nkrumah e Mu'Ammar Gheddafi erano più specificamente panafricani, e ciascuno in un modo diverso. Nkrumah si formò negli Stati Uniti ed ereditò uno Stato federalista che si mescolò ad un impegno unificante per l'Africa attraverso il socialismo, volendo abolire i confini africani creati dai coloni europei nella Conferenza Berlino (1884-1885), creando dunque una moneta africana, un esercito africano, un governo africano.
Mu'Ammar Gheddafi è stato l'unico che è riuscito a risolvere le controversie etno-tribali e promuovere il nazionalismo ed il socialismo (Gheddafi non era particolarmente filo-sovietico) attraverso la Jamahiriya libica ed il metodo di democrazia diretta che espone nel suo indispensabile Libro Verde. Inoltre ha lavorato ad un progetto di sovranità monetaria (il dinaro-oro), che ha minacciato di soppiantare il dollaro USA, prima di essere ignominiosamente defenestrato dall'Occidente. Naturalmente tutte queste figure ci lasciano un insegnamento, un patrimonio, ognuno a modo suo e secondo i loro paradigmi e l'epoca nella quale sono vissuti. Detto questo, il panafricano di oggi deve essere in grado di distinguere i benefici e gli errori di quei grandi leader che, nonostante tutte le forze "soprannaturali" che potrebbero averli guidati, rimangono esseri umani. Si tratta di un lavoro psichico necessario per l'attivista, al fine di uscire dalla sua eccessiva propensione all'idolatria passiva che alcuni pseudo-panafricanisti malintenzionati sanno molto bene manipolare a loro profitto.

Luca Bagatin: Nella tua brochure teorizzi un'alleanza fra socialisti rivoluzionari, panafricani e neo-eurasiatisti d'Europa ed Africa. Puoi spiegarci meglio la tua prospettiva ?
 Nikos Amilduki : Innanzitutto diciamo che c'è il tentativo strategico del nemico neoliberale di allineare la totalità del pianeta sotto l'egida del materialismo. E tale allineamento si struttura attraverso l'inversione totale dei valori tradizionali che appartengono ai nostri popoli ed alle nostre diverse civiltà. Tale allineamento è paragonabile a ciò che il militante comunista Antonio Gramsci definiva "egemonia culturale". Ovvero noi abbiamo attualmente a che fare con un centralismo neofascista bancario che ingloba il mondo e lo uniforma in modo da ridurci a degli atomi senza radici e senza altro scopo che quello di consumare all'infinito.
Il nazionalismo, a breve termine, è l'unico in grado di arrestare tale fenomeno totalitario. Un nazionalismo che deve, per quanto riguarda la Francia, attualizzarsi ed allinearsi alle sue differenti dottrine politiche (l'Azione Francese realista, il Solidarismo neo-giacobino...), in particolare in questa fase di globalizzazione, che non dovrebbe durare a lungo.

L'Europa e l'Africa, a partire dalle loro relazioni storiche, dovrebbero negoziare la loro autodeterminazione politica, economica e commerciale e ciò non sarà possibile sino a che l'Europa non si libererà delle sue scorie ultraliberiste e sino a che l'Africa non si strutturerà secondo i paradigmi che le sono propri, recupererà le sue origini e radici mistiche e spirituali e sfrutterà la sua posizione geopolitica di non allineamento fra il Medioriente e l'America Latina.
Tale trasformazione continentale africana potrebbe allinearsi ad un mondo multipolare nella sfera eurasiatica dominata da un Oriente di rinascita spirituale (il Sole si leva sempre ad Est) e così l'Europa, che dovrà staccarsi dall'Atlantismo liberal-capitalista.
Lo scopo finale dovrebbe essere quello di ridefinire nuove alleanze strategiche a lungo termine nel rispetto delle diversità di ciascun popolo.

Luca Bagatin: Sei un cineasta ed uno studioso di cinematografia. Oltre ad aver realizzato dei cortometraggi, nella tua bruchure parli del cinema africano "sovversivo". Potresti parlarcene ?
Nikos Amilduki : Sono in effetti essenzialmente un cinefilo e la mia prima vocazione è il cinema e particolarmente la realizzazione e la scrittura di soggetti cinematografici.
Ho avuto finora un percorso che mi ha portato a fare un dottorato di ricerca il cui oggetto filosofico è "l'oggetto film". Il "cinema sovversivo" che rilevo attraverso alcuni autori africani (il senegalese Djibril Diop e Sembène Ousmane Mambéty) si riferisce alla stretta relazione tra cinema e ideologia da un lato, ma anche i collegamenti tra cinema e spiritualità. Penso che l'arte cinematografica che appare nella creazione della cinematografia dei fratelli Lumière, alla fine del XIX secolo, sia fondamentalmente un'invenzione tecno-scientifica. La presente invenzione concorre con la fotografia già discussa tra gli artisti nel modo di oggettivare il mondo che ci circonda rimuovendo per esempio il potere soggettivista del pittore. Inoltre, il suo recupero da parte della classe media attraverso la proliferazione di ritratti (a spese dei paesaggi) simboleggiava l'estensione narcisistica di riproduzione, tra gli altri castigata dal poeta e critico francese Charles Baudelaire. Il film aggiunge alla fotografia movimento, che ha l'effetto di affascinare. Il cinema è un'arte, ma anche un settore, l'apparato capitalistico ha recuperato rapidamente questa arte in un'arte messa al servizio della propaganda politica, il che spiega in parte la profusione di opere in lode del comunismo pre-stalinista con i film di Sergueï Einsenstein russa (Strike (1925)) o Dziga Vertov (l'uomo con una macchina fotografica (1929)), o il film nazionalsocialista tedesco di Leni Riefensthal durante il periodo di Hitler. Situazione schizofrenica del cinema in quanto è espressione di rimpianto per le nostri armonie cosmiche (che rappresenta il cinema Andreï Tarkovsky), ma anche strumento al servizio delle masse consumistiche (rappresentate dal cinema commerciale americano).
Penso che il cinema abbia ancora la capacità di superare questa schizofrenia e di prevalere sul dominio neo-capitalista proiettando nuove immagini sonore che raccolgano al loro interno frammenti di verità sepolte, che lo spettatore deve decifrare con le sue facoltà contemplative. La gestione del cinema da parte del Grande Capitale è compresa dallo scrittore e regista italiano Pier Paolo Pasolini, che, alla fine degli Anni '60, è stato in grado di identificare l'allineamento dell'Italia e del mondo intero al consumismo. E lo ha fatto realizzando film quali "Teorema" (1968) e "Porcile" (1969).
Il cinema sovversivo oggi, sia africano che non africano, è qualcosa che può ritrovarsi solo all'interno di un sistema audiovisivo anticonformista e opposto rispetto al conformismo globalista dominante. Da lì a liberarsi completamente dal globalismo è oggetto di lavori in corso...

Luca Bagatin