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domenica 14 luglio 2024

Il limite della Rivoluzione Francese fu di essere borghese e non proletaria. Articolo di Luca Bagatin del 14 luglio 2023

Il 14 luglio si ricorda, in particolare in Francia, la presa della Bastiglia, ovvero l'avvio di quello che passerà alla Storia come l'inizio della Rivoluzione Francese (1789).

Lungi dall'essere una rivoluzione proletaria e di popolo, atta a portare avanti le istanze del Quarto Stato, la Rivoluzione Francese fu borghese e bottegaia e sostituì, semplicemente, una classe – quella aristocratica – con un'altra – quella borghese, appunto – alla guida dello Stato.

Molti ritennero, a torto, che quella francese fosse una “rivoluzione massonica”, solamente in quanto fu usato – nella “Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino” del 1789 - il motto coniato dal conte di origine portoghese Alessandro Cagliostro, ovvero “Libertà, Uguaglianza, Fratellanza” (successivamente utilizzato – ancor oggi - dalle logge massoniche in tutto il mondo).

Cagliostro fu personalità vicina al popolo di Francia e di tutta Europa – inviso alle élite – e tentò persino di portare un rinnovamento spirituale profondo nella Massoneria dell'epoca, auspicandone una riunificazione (e aprendo le logge alle donne).

Purtuttavia il messaggio di Cagliostro fu unicamente spirituale e nulla aveva a che fare con la politica e, in particolare, egli non avrebbe mai approvato il bagno di sangue che portò con sé la Rivoluzione, che per Cagliostro doveva essere unicamente interiore e spirituale.

Da dire, peraltro, che furono molti di più i massoni finiti sulla ghigliottina, rispetto ai massoni rivoluzionari.

Portatrice di un rinnovamento che giovò molto poco al proletariato francese dell'epoca – che rimase sottomesso - la Rivoluzione Francese trovò una sua dimensione più conciliante qualche decennio dopo, con l'avvento di Napoleone il Grande, il quale riconciliò le classi popolari con quelle aristocratiche.

Fu infatti con Napoleone che furono avviate riforme sociali importanti e fu ripristinato un ordine perduto con il Terrore, imposto dai giacobini. E fu con Luigi Napoleone Bonaparte, ovvero con Napoleone III, dichiaratamente socialista sansimoniano (e già aderente alla Carboneria italiana), che furono introdotte una serie di riforme che giovarono al proletariato quali: abolizione del lavoro la domenica e i giorni festivi; creazione di crediti per gli agricoltori; creazione di società di mutuo soccorso; introduzione di ispettori del lavoro; creazione del pensionamento per i dipendenti pubblici; concessione di onoreficenze a operai e donne; istituzione di ospedali e asili per disabili; autorizzazione dei sindacati sindacati e introduzione di una legge sulle società cooperative; introduzione delle scuole primarie gratuite anche per le ragazze.

Queste solo alcune importanti riforme, che pur non bastarono al proletariato francese, il quale – cogliendo l'occasione della sconfitta della Francia contro la Prussia di Bismarck - si sollevò, nel 1871, nella prima rivoluzione proletaria e socialista della Storia, che istituì la famosa Comune di Parigi. Primo governo social-comunista al mondo.

La Comune durò poco, ma ispirò altre rivoluzioni proletarie vittoriose, come quella russa del 1905 e del 1917, che edificò il primo Stato socialista, peraltro plurinazionale, conciliando dunque popoli differenti, uniti nel socialismo e nell'emancipazione delle classi proletarie.

Da non dimenticare, ad ogni modo, altre importanti rivoluzioni che – a differenza della borghese Rivoluzione Francese – furono improntate a un carattere essenzialmente proletario e in favore di operai e contadini. Pensiamo ai moti mazziniani e garibaldini risorgimentali che, oltre all'Unità d'Italia miravano a radicali riforme sociali (non dimentichiamo infatti e peraltro che Mazzini e Garibaldi parteciparono, assieme a Marx, Engels, Bakunin e Proudhon, alla costruzione della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864, prima associazione socialista della Storia).

E pensiamo anche al movimento anarco-comunista ucraino di Nestor Makno, che promosse forme di autogestione socialista nel periodo della rivoluzione russa, purtroppo scontrandosi con Lenin e finendo per rimanerne sconfitto.

Non tutte queste rivoluzioni ebbero successo, oppure finirono non sempre in modo glorioso. Ma partirono da grandi ideali di emancipazione, che coinvolsero quel Quarto Stato che la tanto osannata Rivoluzione Francese ignorò del tutto. E questo non va dimenticato.

Ideali di emancipazione ormai sopiti, forse proprio da quei regimi liberal-liberisti descritti dallo scrittore russo Eduard Limonov nei primi Anni '90 nel suo “Le grand ospice occidental”, pubblicato in Francia da Les Belles Lettres nel 1993, ripubblicato – sempre in Francia – da Bartillat e ripubblicato di recente anche da da Bietti, con il titolo “Grande ospizio occidentale”.

Regimi che usano una forma di oppressione soft, come la pubblicità commerciale e un benessere materiale effimero. Che trattano i propri sudditi come pazienti bisognosi di cure, educazione e rieducazione (secondo i diktat del mercato e del consumo). E che, così facendo, reprimono ogni dissenso in modo molto più semplice (ed efficace) rispetto al passato.

Probabilmente aveva ragione il buon conte Alessandro Cagliostro. Occorre una rivoluzione interiore e spirituale, che apra gli occhi, ma soprattutto le menti e i cuori del nuovo Quarto Stato. Che non è affatto scomparso.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

"Se soltanto il popolo si rendesse conto di quanto (Maria Antonietta) è diventata grande nella disgrazia, dovrebbe riverirla e amarla invece di credere a tutte le cattiverie e le menzogne che sono state messe in giro dai suoi nemici"
(Luigi XVI di Francia)

"Signori, sono innocente di tutto ciò di cui vengo incolpato. Auguro che il mio sangue possa consolidare la felicità dei francesi"
(Luigi XVI di Francia)

venerdì 14 luglio 2023

Il limite della Rivoluzione Francese fu di essere borghese e non proletaria. Articolo di Luca Bagatin

Il 14 luglio si ricorda, in particolare in Francia, la presa della Bastiglia, ovvero l'avvio di quello che passerà alla Storia come l'inizio della Rivoluzione Francese (1789).

Lungi dall'essere una rivoluzione proletaria e di popolo, atta a portare avanti le istanze del Quarto Stato, la Rivoluzione Francese fu borghese e bottegaia e sostituì, semplicemente, una classe – quella aristocratica – con un'altra – quella borghese, appunto – alla guida dello Stato.

Molti ritennero, a torto, che quella francese fosse una “rivoluzione massonica”, solamente in quanto fu usato – nella “Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino” del 1789 - il motto coniato dal conte di origine portoghese Alessandro Cagliostro, ovvero “Libertà, Uguaglianza, Fratellanza” (successivamente utilizzato – ancor oggi - dalle logge massoniche in tutto il mondo).

Cagliostro fu personalità vicina al popolo di Francia e di tutta Europa – inviso alle élite – e tentò persino di portare un rinnovamento spirituale profondo nella Massoneria dell'epoca, auspicandone una riunificazione (e aprendo le logge alle donne).

Purtuttavia il messaggio di Cagliostro fu unicamente spirituale e nulla aveva a che fare con la politica e, in particolare, egli non avrebbe mai approvato il bagno di sangue che portò con sé la Rivoluzione, che per Cagliostro doveva essere unicamente interiore e spirituale.

Da dire, peraltro, che furono molti di più i massoni finiti sulla ghigliottina, rispetto ai massoni rivoluzionari.

Portatrice di un rinnovamento che giovò molto poco al proletariato francese dell'epoca – che rimase sottomesso - la Rivoluzione Francese trovò una sua dimensione più conciliante qualche decennio dopo, con l'avvento di Napoleone il Grande, il quale riconciliò le classi popolari con quelle aristocratiche.

Fu infatti con Napoleone che furono avviate riforme sociali importanti e fu ripristinato un ordine perduto con il Terrore, imposto dai giacobini. E fu con Luigi Napoleone Bonaparte, ovvero con Napoleone III, dichiaratamente socialista sansimoniano (e già aderente alla Carboneria italiana), che furono introdotte una serie di riforme che giovarono al proletariato quali: abolizione del lavoro la domenica e i giorni festivi; creazione di crediti per gli agricoltori; creazione di società di mutuo soccorso; introduzione di ispettori del lavoro; creazione del pensionamento per i dipendenti pubblici; concessione di onoreficenze a operai e donne; istituzione di ospedali e asili per disabili; autorizzazione dei sindacati sindacati e introduzione di una legge sulle società cooperative; introduzione delle scuole primarie gratuite anche per le ragazze.

Queste solo alcune importanti riforme, che pur non bastarono al proletariato francese, il quale – cogliendo l'occasione della sconfitta della Francia contro la Prussia di Bismarck - si sollevò, nel 1871, nella prima rivoluzione proletaria e socialista della Storia, che istituì la famosa Comune di Parigi. Primo governo social-comunista al mondo.

La Comune durò poco, ma ispirò altre rivoluzioni proletarie vittoriose, come quella russa del 1905 e del 1917, che edificò il primo Stato socialista, peraltro plurinazionale, conciliando dunque popoli differenti, uniti nel socialismo e nell'emancipazione delle classi proletarie.

Da non dimenticare, ad ogni modo, altre importanti rivoluzioni che – a differenza della borghese Rivoluzione Francese – furono improntate a un carattere essenzialmente proletario e in favore di operai e contadini. Pensiamo ai moti mazziniani e garibaldini risorgimentali che, oltre all'Unità d'Italia miravano a radicali riforme sociali (non dimentichiamo infatti e peraltro che Mazzini e Garibaldi parteciparono, assieme a Marx, Engels, Bakunin e Proudhon, alla costruzione della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864, prima associazione socialista della Storia).

E pensiamo anche al movimento anarco-comunista ucraino di Nestor Makno, che promosse forme di autogestione socialista nel periodo della rivoluzione russa, purtroppo scontrandosi con Lenin e finendo per rimanerne sconfitto.

Non tutte queste rivoluzioni ebbero successo, oppure finirono non sempre in modo glorioso. Ma partirono da grandi ideali di emancipazione, che coinvolsero quel Quarto Stato che la tanto osannata Rivoluzione Francese ignorò del tutto. E questo non va dimenticato.

Ideali di emancipazione ormai sopiti, forse proprio da quei regimi liberal-liberisti descritti dallo scrittore russo Eduard Limonov nei primi Anni '90 nel suo “Le grand ospice occidental”, pubblicato in Francia da Les Belles Lettres nel 1993, ripubblicato – sempre in Francia – da Bartillat e ripubblicato di recente anche da da Bietti, con il titolo “Grande ospizio occidentale”.

Regimi che usano una forma di oppressione soft, come la pubblicità commerciale e un benessere materiale effimero. Che trattano i propri sudditi come pazienti bisognosi di cure, educazione e rieducazione (secondo i diktat del mercato e del consumo). E che, così facendo, reprimono ogni dissenso in modo molto più semplice (ed efficace) rispetto al passato.

Probabilmente aveva ragione il buon conte Alessandro Cagliostro. Occorre una rivoluzione interiore e spirituale, che apra gli occhi, ma soprattutto le menti e i cuori del nuovo Quarto Stato. Che non è affatto scomparso.

Luca Bagatin

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mercoledì 14 luglio 2021

Contro i ricchi, i borghesi e la modernità liberale (e antidemocratica). Riflessioni brevi

"Ritengo che i ricchi siano il maggiore ostacolo a una società egualitaria, sana e onesta moralmente e intellettualmente.
I ricchi sottraggono risorse alla comunità e veicolano innovazione e modernità. Ovvero corruzione della società, sfruttamento dei corpi, delle menti e delle anime.
Il ricco dovrebbe estinguersi ed essere rieducato, attraverso un percorso di elevazione morale, intellettuale e spirituale"
 
(Luca Bagatin)
 
"Come ogni 14 luglio, vorrei ricordare la controrivoluzione vandeana.
Non sono né cristiano né cattolico (anzi), né un tradizionalista, ma la resistenza della Vandea merita di essere ricordata.
La resistenza di poveri contadini che rifiutavano di scendere a compromessi con i borghesi liberali "rivoluzionari", dal 1793, al 1796.
La lotta dei poveri contro la modernità borghese e liberale merita SEMPRE rispetto.
In Francia sarei stato dalla loro parte.
Dalla parte dei monarchici, degli antimoderni, dei contadini, CONTRO la feccia borghese e pseudo rivoluzionaria.
Le uniche rivoluzioni popolari furono la Comune di Parigi del 1871 e le Rivoluzioni russe del 1905 e del 1917.
Non la Rivoluzione francese, ovvero non la rivoluzione borghese e bottegaia, portatrice di una modernità che ha distrutto ogni valore, mettendo tutto in vendita"

(Luca Bagatin)

"In nessun caso i tradizionalisti e i conservatori possono essere dalla parte della borghesia, poiché questa  è ovviamente una patologia sociale, la portatrice di decentralizzazione, invidia, bugie e cattiveria.
Il capitalismo è rappresentato dalla figura dell'imprenditore, ovvero una persona che gestisce i suoi interessi egoistici, che lotta per il proprio privato, cercando di espandere il proprio indvidualismo, che è sempre opposto all'interesse altrui.
Pertanto, tutta la nostra storia si basa non solo sull'odio per il capitalismo, ma su un profondo disaccordo con l'etica capitalista"

(Aleksandr Dugin)
 
“Non c'è libertà individuale in una società che non è globalmente libera. 
La retorica dei diritti maschera nuove forme di alienazione umana. E' forse a partire da questa constatazione che bisogna analizzare il tragico fallimento del progetto di emancipazione dell'Illuminismo: l'avvento di una società di sorveglianza totale, dove si proclamano i diritti di tutti, ma dove il sociale è sempre più sottomesso all'implacabile logica del capitale” 
 
(Alain De Benoist)
 
"Siamo costretti a pregare coloro che traggono profitto da noi. Gli "uomini d'affari". Ancora peggiore è la parola "imprenditore", colui che tenta di ingannare e derubare. (...). I benefici per la società, portati dagli uomini d'affari, non sono stati dimostrati da nessuno"
 
(Eduard Limonov)
 

martedì 9 ottobre 2018

"Oltre il moderno": la denuncia di Alain De Benoist al totalitarismo liberal-capitalista. Articolo di Luca Bagatin

La crescita economica "illimitata", il capitalismo, l'egoismo, la distruzione dell'ambiente, delle culture, delle identità, delle differenze (con la conseguente xenofobia e sciovinismo) sono tutti aspetti dell'ideologia del progresso e della modernità.
Aspetti denunciati dal filosofo francese Alain De Benoist in numerosi interventi e saggi, in particolare nel suo "Oltre il moderno - Sguardi sul terzo millennio", edito alcuni anni fa in Italia da Arianna Editrice.
Il filosofo da sempre ravvisa la necessità di approdare ad una società democratica autentica, ove le differenze siano valorizzate e così il patrimonio ecologico; ove la politica e la sovranità tornino a primeggiare sulla dittatura dell'economia e del danaro. Una società, in sostanza, populista nel senso originario e positivo del termine e non a caso uno dei suoi ultimi saggi è dedicato proprio al troppo ingiustamente bistrattato fenomeno "populista" (al seguente link la mia recensione al suo "Populismo - La fine della destra e della sinistra": http://amoreeliberta.blogspot.com/2017/08/populismo-lultimo-saggio-di-alain-de.html).
Nel saggio "Oltre il moderno" egli analizza tutti questi aspetti, partendo dalla critica all'ideologia illuminista portata avanti dalla borghese e sanguinaria Rivoluzione Francese del 1789 e contrapponendole gli ideali democratici, federalisti comunitari di Jean-Jacques Rousseau (e di Proudhon), i quali erano in aperta opposizione al liberalismo inglese, ammirato invece dagli illuministi. Alla visione rappresentativa dei liberali, Rousseau, contrapponeva l'ideale democratico diretto, ovvero favorendo il concetto di partecipazione attiva del cittadino alla vita pubblica e politica della propria comunità, del proprio Stato. Anteponendo così una visione patriottica e civica - ovvero non sciovinista - rispetto ad una visione cosmopolita e finanche colonialista tipica del liberalismo anglosassone.
E' da ciò che De Benoist imposta la sua critica al liberalismo, dottrina essenzialmente economica che tende ad infrangere tutti i legami sociali che vanno al di là dell'individuo, la quale ha favorito, nel corso dei secoli, l'avvento della società borghese industriale, post industriale e l'avvento - infine - del capitalismo assoluto, ovvero del mondialismo e dell'attuale globalizzazione, che ha distrutto ogni senso di appartenenza, comunità, sicurezza sociale, legame amicale e sentimentale, offrendo all'essere umano una sorta di supermercato ove tutto ha un prezzo, ove tutto si vende e si acquista, ove ogni cosa e finanche persona è ridotta a merce. Ove, in sostanza, la famiglia è ormai una sorta di piccola impresa, le relazioni sociali una serie di stretegie concorrenziali interessate e la politica un mercato nel quale gli elettori "vendono" il proprio voto al "miglior offerente".

Tutto, nella società liberale borghese, è demandato al mercato ed ai concetti di "utilitarismo" e "individualismo" e tutto gira in funzione di questo: dalla libera circolazione dei capitali a quella delle persone; dalla delocalizzazione delle imprese sino alla distruzione dell'ambiente, alla distruzione di milioni di posti di lavoro ed alla scomparsa dello stato sociale e di quei legami sociali che erano il fondamento di ogni comunità e del suo "bene comune".
L'ideologia giacobina della Rivoluzione Francese, in sostanza, ha sostituito il potere della vecchia aristocrazia con un nuovo potere, quello della borghesia economica e - non a caso - ha escluso del tutto la partecipazione del Quarto Stato, che ha ben pensato di continuare a sfruttare, almeno sino all'avvento di rivoluzioni proletarie quali la Comune di Parigi del 1870 e la Rivoluzione d'Ottobre del 1917, pur episodi assai circoscritti e che hanno influenzato la Storia umana solo in parte.
Con il dominio dell'ideologia liberale e individualista, ogni differenza e identità si è uniformata al modello unico occidentale, nordamericano e bianco e ciò ha fatto riaffiorare nuovi sciovinismi e xenofobie, i quali hanno origine - come afferma De Benoist - non dagli immigrati, bensì dalla totale perdita di identità degli stessi autoctoni. Si crede - scrive De Benoist - di fortificare il sentimento nazionale fondandolo sul rifiuto dell'Altro. Dopodiché, una volta presa l'abitudine, si finisce con il trovare normale il rifiuto dei propri compatrioti.
E' perciò che il filosofo francese ritiene che una società cosciente della propria identità - che è anche affermazione della differenza - possa essere forte solo quando antepone il bene comune all'individualismo, anteponendo convivialità e generosità rispetto alla concorrenza ed al sistema del danaro.
E' proprio in nome dell'affermazione delle differenze che De Benoist critica il nazionalismo sciovinista (che in Francia nell'800 ha avuto origini repubblicane e liberali) e promuove la valorizzazione e rivitalizzazione delle autonomie culturali e linguistiche, oggi particolarmente oppresse in Francia in nome dell'unità nazionale e dell'ideologia giacobina del 1789 (qui fa riferimento in particolare alla cultura bretone e corsa, ancora oggi viste con sufficienza e spesso disprezzo in Francia).
Unitamente a tali aspetti De Benoist analizza il fenomeno ecologista - trascurato sia nel mondo capitalista che comunista - ravvisando nei movimenti Verdi europei la ricerca di recupero della valorizzazione delle differenze, delle identità, delle culture, assieme al recupero della natura intesa come bene pubblico, dell'ecologia profonda in antitesi rispetto a certo riformismo "ecologico", che si limita a contenere i danni all'ecosistema solo in quanto questi potrebbero rallentare il processo economico e dunque l'interesse del ricco borghese, per dirla più prosaicamente.
Egli mette peraltro in parallelo la sensibilità ecologista con quella religiosa, ravvisando - esattamente come scrisse lo storico statunitense Lynn White Jr. - nelle religioni monoteiste una visione antropocentrica e quindi scarsamente o per nulla sensibile nei confronti dell'ambiente - in quanto il Dio giudiaico-cristiano, come indicato nelle Scritture, ha stabilito che l'Uomo può disporre dell'ambiente e degli animali a suo piacimento - rispetto invece ai culti orientali, gnostici e pagani, fondati sull'armonia del Cosmo e dell'unione fra Essere Umano e Natura, che è anch'essa vista come manifestazione del Divino e quindi come tale deve essere salvaguardata, difesa e amata.
Per concludere, Alain De Benoist, denuncia la mondializzazione capitalista ed il sistema dei media, ad esso peraltro correlata. La prima ha reso gli Stati ed i governi stessi - in particolare quelli del Terzo Mondo (grazie alle politiche di deregulation della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale) schiavi del debito pubblico (impagabile, come dimostrato dallo stesso De Benoist in altri saggi) e del sistema del mercato globale, assoggettati alla volontà stessa delle multinazionali al fine di attrarre investitori. E dunque li ha privati di ogni reale sovranità.
Il sistema dei media, invece, come peraltro già profetizzato e denunciato dal nostro Pier Paolo Pasolini negli Anni '70, omologano i telespettatori, ovvero li rendono schiavi del sistema del consumo, ipnotizzandoli e rendendoli acritici, spoliticizzati, permeabili a qualsiasi immagine o manipolazione imposta loro dal mercato, sin dalla più tenera età. E ciò sembra peraltro fare lo stesso internet che, lungi dall'essere diventato luogo di libertà, comunicazione e approfondimento, sembra utilizzare e veicolare gli stessi messaggi sensazionalistici, gli stessi luoghi comuni, le stesse modalità del mezzo televisivo (si pensi all'assurdo fenomeno mediatico, mediocre e commerciale degli e delle "influencer"), creando e ricreando una realtà non così dissimile da quella descritta da George Orwell nel suo "1984".
Quello denunciato da De Benoist - filosofo in grado di coniugare valori di destra con idee di sinistra - è, in sostanza, una sorta di totalitarismo moderno liberal-capitalista che domina menti, corpi e ambiente, in maniera quasi silenziosa, ma costante.

Luca Bagatin

sabato 21 ottobre 2017

Socialismo o barbarie. Riflessioni brevi di Luca Bagatin

Non ho mai simpatizzato per la Rivoluzione Francese del 1789.
Di essa hanno sempre gioito i borghesi, mai i poveri. Essa fu realizzata in nome del Terzo Stato, non del Quarto e, ogni volta che ho letto di essa, non di rado, ho simpatizzato per i nobili, specie per quelli brutalmente assassinati.
Assai diversa dalla Rivoluzione Francese, la Comune di Parigi del 1870. Combattuta dal Quarto Stato, da uomini e da donne, contro l'oligarchia borghese.
L'emigrazione/immigrazione è da sempre un fenomeno di deportazione economica di esseri umani.
Non è affatto un fenomeno positivo, ma un crimine contro l'umanità.