venerdì 31 luglio 2026
Intervista relativa al saggio "Ritratti del Socialismo" con l'Autore Luca Bagatin e l''Editore Mario Michele Pascale sul canale YouTube "Rosso Fastidio"
martedì 26 novembre 2024
Alberto De Marchi recensisce, sulla rivista letteraria "Satisfiction", "Ritratti del Socialismo" di Luca Bagatin
Luca Bagatin. Ritratti del Socialismo
recensione di Alberto De Marchi tratta da
https://www.satisfiction.eu/luca-bagatin-ritratti-del-socialismo/
Mi appresto con piacere alla compilazione della recensione all’ultima fatica letteraria dell’amico Luca Bagatin, frutto, come tutti i suoi precedenti lavori, di un certosino lavoro di ricerca. In questo saggio, l’autore procede a una disamina che oserei definire enciclopedica della tematica “socialismo” nel senso più ampio possibile del termine, ma al contempo mantenendo dei ben precisi e saldi paletti ideologici, che rispondono ai termini di antimperialismo, anticapitalismo, autogestione, autogoverno, democrazia autentica e populismo (termine, questo, specie ultimamente fortemente abusato, ma di cui Luca dà un’interpretazione tutt’altro che negativa); prova ne sia, a pagina 1, quello che è definibile (lungo) sottotitolo, che recita, di seguito al titolo Ritratti del Socialismo: “da Napoleone a Garibaldi, da Camillo Berneri ai fratelli Rosselli, da Bettino Craxi a Hugo Chavez, da Lucio Colletti a Jean-Claude Michéa, dall’America Latina Socialista alla Repubblica Popolare Cinese”.
Certo, rapportare il termine “socialismo” alle figure dei Napoleone (I e III), può suonare quantomeno bizzarro, eppure Bagatin – il quale, tra le innumerevoli sue collaborazioni, può vantarne una con la francese “Rivista del Secondo Impero” Napoléon III, prossima alla modifica dell’intestazione in Le Souvenir Napoléonien -, lungo un intervento di cinque pagine titolato, senza troppi giri di parole, “Il socialismo di Napoleone III”, fornisce una spiegazione, dati alla mano, di quanto va affermando; in particolare nel paragrafo dal titolo “Bonapartismo operaio”, nel quale definisce quanto Napoleone III (1808–1873) riuscì ad attuare, ovvero “unire nel suo governo giustizia sociale, autorità, armonia e sovranità nazionale attraverso una saggia amministrazione”.
Già più comprensibile l’inserimento nel novero della figura di Giuseppe Garibaldi (1807–1882), portatore di un socialismo libertario, saintsimoniano e umanitario, sincero e fiero antimperialista e repubblicano – anche al netto dell’ “Obbedisco!” pronunciato (o dovuto pronunciare?) a Vittorio Emanuele II a Teano il 26 ottobre 1860 – , alla cui trattazione in volume, oltre che per i tratti personali e politico-ideologici qui esplicati, certo ha contribuito la passione e l’autentica, sana venerazione che l’autore nutre nei confronti dell’Eroe dei Due Mondi e della sua eroica e sfortunata compagna Anita (1821-1849), alla quale pure è dedicato un capitolo del saggio.
Terzo citato nel sottotitolo, Camillo Berneri (1897–1937), socialista lodigiano anarchico e antistalinista autore del pamphlet Umanesimo e Anarchismo (1922), il quale “se non si beccò il piombo fascista, si beccò quello comunista, in quanto prese le difese del Partito Operaio Unificato Marxista di Spagna (POUM), antistalinista e antitotalitario” in occasione della sua sortita colà, a combattere tra le file repubblicane in occasione della Guerra Civile Spagnola (1936–’39).
Sulla vicenda dei fratelli Rosselli, Carlo e Nello, il primo classe 1899, il secondo più giovane di un anno, campioni dell’antifascismo liberalsocialista, credo sia inutile aggiungere righe a quelle già stilate da Luca Bagatin nel suo saggio, dacché ritengo poi a tutti sia nota la fine della medesima, datata 9 giugno 1937, periti a causa delle percosse di emissari fascisti che li raggiunsero fino a Parigi, ove si erano rifugiati da qualche tempo.
Ed eccoci arrivati a una delle figure davvero essenziali del saggio del nostro, ovvero Bettino Craxi (1934–2001), alla cui memoria è dedicato il saggio stesso e la cui nipote Ananda – figlia di suo fratello Antonio – è autrice della prefazione. Sono numerosi i punti dell’azione politica craxiana sui quali Bagatin si sofferma, sin dal primissimo dei capitoli che compongono Ritratti del Socialismo, dal titolo “Senza il socialismo è il mercato che governa i popoli”, commento ad uno dei molteplici discorsi che Craxi pronunziò contro l’incipiente (allora) fenomeno della globalizzazione. Definito a più riprese da Bagatin “l’ultimo dei socialisti italiani autentici”, egli ritiene che l’accanimento giudiziario nel quale Craxi incorse avrebbe fatto parte di un più ampio processo di destrutturazione della multipolarità mondiale (della medesima tipologia, quindi, delle dissoluzioni di Jugoslavia, URSS e del crollo del Muro di Berlino), operata specialmente da quelle forze cui davvero avrebbe fatto e farebbe tuttora comodo il realizzarsi della profezia di Francis Fukuyama sulla “fine della Storia”.
Anche l’inserimento del fu Presidente venezuelano Hugo Chavez (1954–2013) nel novero dei socialisti trattati dall’autore non suona strano a chi lo conosca. Definito “il Garibaldi latinoamericano”, l’erede – morale e politico – del Libertador Simon Bolivar “lungi dall’ispirarsi al comunismo o al marxismo, si ispir[a] autenticamente al bolivarismo ed al socialismo libertario, citando talvolta anche Montesquieu e spessissimo Cristo, figura di grande rivoluzionario sociale”. Per Bagatin è essenziale lo sguardo al chavismo per un ottimale sviluppo del socialismo odierno e del futuro, tenendo specialmente in considerazione che la Costituzione della Repubblica Bolivariana “sancì per la prima volta nella storia del Venezuela l’introduzione del concetto di democrazia partecipativa e l’introduzione del referendum revocatorio di tutte le cariche pubbliche nella seconda metà del mandato, compresa quella del Presidente”. Autogoverno e autogestione, infatti, sono alcune delle parole (nonché prassi) chiave che Bagatin ritiene essenziali a qualsiasi movimento che davvero voglia dirsi socialista e, per ciò stesso, autenticamente democratico.
Torniamo ora in patria, apprestandoci a trattare di Lucio Colletti (1924-2001), penultima figura citata nel “sottotitolo”: il titolo del capitolo che il nostro autore gli dedica, “Un socialismo largo nel ricordo di Lucio Colletti”, lo spiega affermando che “occorrerebbe […] più che un campo largo liberal-borghese un socialismo largo organizzato, immenso e rosso”. Fu Colletti un finissimo filosofo marxista che combatté la guerra di liberazione dal nazifascismo tra le file di quello che Bagatin definisce “il più nobile dei partiti antifascisti”: il Partito d’Azione. Nell’immediato dopoguerra aderirà al PCI, uscendone però nel 1964; seguiranno quindi, per Colletti, anni di profonde riflessioni che lo porteranno ad avvicinarsi prima al PSI di Bettino Craxi – a partire dalla collaborazione con Mondoperaio, la principale rivista d’area socialista – e, dopo la fine politica di Craxi, eletto parlamentare nelle fila di Forza Italia, divenendo uno dei consiglieri più ascoltati di Silvio Berlusconi (sulla “trasmigrazione” da una parte all’altra dell’emiciclo parlamentare in seguito allo sconvolgimento di Tangentopoli ci sarebbe da aprire una parentesi ben più ampia di questa, ma non è luogo né tempo).
Ed eccoci, infine, all’ultimo dei personaggi citati (naturalmente nel lungo sottotitolo, non certo in tutto il corpo del saggio): Jean-Claude Michéa, classe 1950, “filosofo orwelliano, socialista ed ex aderente al Partito Comunista Francese [che] si riconferma il miglior interprete del socialismo autentico e originario e ciò grazie alla sua incessante denuncia del sistema della crescita economica illimitata; dell’accumulo di capitale che genera conseguente sfruttamento e dell’ideologia del progresso, nata con la Rivoluzione Francese ed all’origine della sinistra borghese e della destra oligarchica, entrambe contrapposte al popolo ed ai suoi rappresentanti: populisti, socialisti e comunisti […]”. Ecco come Bagatin lo presenta, nel capitolo dal titolo: “Socialismo originario, unico antidoto al liberal-capitalismo”, all’interno del quale procede anche a una veloce disamina di alcuni saggi dell’autore francese, Il nostro comune nemico – Considerazioni sui giorni tranquilli del 2018, I misteri della sinistra del 2015 e Il vicolo cieco dell’economia del 2012, i primi due editi, in Italia, da Neri Pozza, il terzo da Elèuthera Edizioni.
Avviandoci verso la conclusione, due parole sui modelli statuali citati in sottotitolo. Per quanto riguarda l’America Latina (socialista) già se n’è parlato, per sineddoche, trattando della figura di Hugo Chavez; chiaramente, l’autore non si limita qui, anzi, dedicando spazio, tra le pagine del suo saggio, all’Uruguay di Pepe Mujica e all’argentina peronista (e neo), alla Cuba castrista (e post) fino al Nicaragua sandinista e alla Bolivia di Evo Morales e successori.
Ma anche la Repubblica Popolare Cinese, “venduta” in Occidente come Stato dittatoriale a partito unico manchevole anche solo delle basi della democrazia, rappresenta uno dei modelli che Luca Bagatin ritiene più meritevoli di essere tenuti d’occhio. Specialmente “l’era Xi” (intendendo il periodo, principiato nel 2012/’13 e tutt’ora in corso nel quale ai vertici – di RPC e PCC – si trova Xi Jinping) viene valutata dal nostro come squisitamente socialista-riformista (tutto il contrario, quindi, della sanguinaria dittatura), portando a tesi di tale posizione, gli studi effettuati da autorevoli esperti e analisti in ambito geopolitico, economico e politologico, primo fra tutti Giancarlo Elia Valori, importante manager italiano e proficuo saggista nonché grande amico di Bagatin stesso.
Innumerevoli altri sarebbero i punti da toccare – per dirne uno soltanto, l’impegno profuso da Luca, anche grazie al supporto e alla collaborazione di alcuni ex socialdemocratici storici, nello studio del Partito Socialista Democratico Italiano, partito “minoritario” di sinistra laica ma dagli esponenti di indubbio valore politico e intellettuale – ma rischierei di tediare alla morte i miei scarsi (intendo numericamente, non certo qualitativamente) lettori! Per ovviare a ciò, una cosa soltanto posso fare: invitarvi caldamente alla lettura di Ritratti del socialismo, autopubblicato ed acquistabile esclusivamente a questo link: https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/670930/ritratti-del-socialismo/: veramente un saggio ben scritto, frutto di una perizia invidiabile nello studio e – ultimo ma non ultimo – parto della mente e dell’impegno di un autore coraggioso e coerente, che della sua coerenza ha fatto autentica ragione di vita, nonché base per essere apprezzato, nel rispetto reciproco, anche – e forse soprattutto – da chi, come il sottoscritto, non sempre si trova in linea col suo pensiero.
Alberto De Marchi
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Luca Bagatin, “Ritratti del Socialismo”, Ilmiolibro/Kataweb, 2023, 192 pagg., 17 euro
domenica 27 ottobre 2024
Il socialismo di Napoleone III. Articolo di Luca Bagatin sulla rivista storica francese "Napoleon III"
domenica 14 luglio 2024
Il limite della Rivoluzione Francese fu di essere borghese e non proletaria. Articolo di Luca Bagatin del 14 luglio 2023
Il 14 luglio si ricorda, in particolare in Francia, la presa della Bastiglia, ovvero l'avvio di quello che passerà alla Storia come l'inizio della Rivoluzione Francese (1789).
Lungi dall'essere una rivoluzione proletaria e di popolo, atta a portare avanti le istanze del Quarto Stato, la Rivoluzione Francese fu borghese e bottegaia e sostituì, semplicemente, una classe – quella aristocratica – con un'altra – quella borghese, appunto – alla guida dello Stato.
Molti ritennero, a torto, che quella francese fosse una “rivoluzione massonica”, solamente in quanto fu usato – nella “Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino” del 1789 - il motto coniato dal conte di origine portoghese Alessandro Cagliostro, ovvero “Libertà, Uguaglianza, Fratellanza” (successivamente utilizzato – ancor oggi - dalle logge massoniche in tutto il mondo).
Cagliostro fu personalità vicina al popolo di Francia e di tutta Europa – inviso alle élite – e tentò persino di portare un rinnovamento spirituale profondo nella Massoneria dell'epoca, auspicandone una riunificazione (e aprendo le logge alle donne).
Purtuttavia il messaggio di Cagliostro fu unicamente spirituale e nulla aveva a che fare con la politica e, in particolare, egli non avrebbe mai approvato il bagno di sangue che portò con sé la Rivoluzione, che per Cagliostro doveva essere unicamente interiore e spirituale.
Da dire, peraltro, che furono molti di più i massoni finiti sulla ghigliottina, rispetto ai massoni rivoluzionari.
Portatrice di un rinnovamento che giovò molto poco al proletariato francese dell'epoca – che rimase sottomesso - la Rivoluzione Francese trovò una sua dimensione più conciliante qualche decennio dopo, con l'avvento di Napoleone il Grande, il quale riconciliò le classi popolari con quelle aristocratiche.
Fu infatti con Napoleone che furono avviate riforme sociali importanti e fu ripristinato un ordine perduto con il Terrore, imposto dai giacobini. E fu con Luigi Napoleone Bonaparte, ovvero con Napoleone III, dichiaratamente socialista sansimoniano (e già aderente alla Carboneria italiana), che furono introdotte una serie di riforme che giovarono al proletariato quali: abolizione del lavoro la domenica e i giorni festivi; creazione di crediti per gli agricoltori; creazione di società di mutuo soccorso; introduzione di ispettori del lavoro; creazione del pensionamento per i dipendenti pubblici; concessione di onoreficenze a operai e donne; istituzione di ospedali e asili per disabili; autorizzazione dei sindacati sindacati e introduzione di una legge sulle società cooperative; introduzione delle scuole primarie gratuite anche per le ragazze.
Queste solo alcune importanti riforme, che pur non bastarono al proletariato francese, il quale – cogliendo l'occasione della sconfitta della Francia contro la Prussia di Bismarck - si sollevò, nel 1871, nella prima rivoluzione proletaria e socialista della Storia, che istituì la famosa Comune di Parigi. Primo governo social-comunista al mondo.
La Comune durò poco, ma ispirò altre rivoluzioni proletarie vittoriose, come quella russa del 1905 e del 1917, che edificò il primo Stato socialista, peraltro plurinazionale, conciliando dunque popoli differenti, uniti nel socialismo e nell'emancipazione delle classi proletarie.
Da non dimenticare, ad ogni modo, altre importanti rivoluzioni che – a differenza della borghese Rivoluzione Francese – furono improntate a un carattere essenzialmente proletario e in favore di operai e contadini. Pensiamo ai moti mazziniani e garibaldini risorgimentali che, oltre all'Unità d'Italia miravano a radicali riforme sociali (non dimentichiamo infatti e peraltro che Mazzini e Garibaldi parteciparono, assieme a Marx, Engels, Bakunin e Proudhon, alla costruzione della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864, prima associazione socialista della Storia).
E pensiamo anche al movimento anarco-comunista ucraino di Nestor Makno, che promosse forme di autogestione socialista nel periodo della rivoluzione russa, purtroppo scontrandosi con Lenin e finendo per rimanerne sconfitto.
Non tutte queste rivoluzioni ebbero successo, oppure finirono non sempre in modo glorioso. Ma partirono da grandi ideali di emancipazione, che coinvolsero quel Quarto Stato che la tanto osannata Rivoluzione Francese ignorò del tutto. E questo non va dimenticato.
Ideali di emancipazione ormai sopiti, forse proprio da quei regimi liberal-liberisti descritti dallo scrittore russo Eduard Limonov nei primi Anni '90 nel suo “Le grand ospice occidental”, pubblicato in Francia da Les Belles Lettres nel 1993, ripubblicato – sempre in Francia – da Bartillat e ripubblicato di recente anche da da Bietti, con il titolo “Grande ospizio occidentale”.
Regimi che usano una forma di oppressione soft, come la pubblicità commerciale e un benessere materiale effimero. Che trattano i propri sudditi come pazienti bisognosi di cure, educazione e rieducazione (secondo i diktat del mercato e del consumo). E che, così facendo, reprimono ogni dissenso in modo molto più semplice (ed efficace) rispetto al passato.
Probabilmente aveva ragione il buon conte Alessandro Cagliostro. Occorre una rivoluzione interiore e spirituale, che apra gli occhi, ma soprattutto le menti e i cuori del nuovo Quarto Stato. Che non è affatto scomparso.
Luca Bagatin
"Se soltanto il popolo si rendesse conto di quanto (Maria Antonietta) è diventata grande nella disgrazia, dovrebbe riverirla e amarla invece di credere a tutte le cattiverie e le menzogne che sono state messe in giro dai suoi nemici"(Luigi XVI di Francia)
"Signori, sono innocente di tutto ciò di cui vengo incolpato. Auguro che il mio sangue possa consolidare la felicità dei francesi"
(Luigi XVI di Francia)
venerdì 19 gennaio 2024
La rivista francese del Secondo Impero, "Napoléon III", pubblica un articolo di Luca Bagatin, in francese, sul socialismo di Napoleone III
venerdì 14 luglio 2023
Il limite della Rivoluzione Francese fu di essere borghese e non proletaria. Articolo di Luca Bagatin
Il 14 luglio si ricorda, in particolare in Francia, la presa della Bastiglia, ovvero l'avvio di quello che passerà alla Storia come l'inizio della Rivoluzione Francese (1789).
Lungi dall'essere una rivoluzione proletaria e di popolo, atta a portare avanti le istanze del Quarto Stato, la Rivoluzione Francese fu borghese e bottegaia e sostituì, semplicemente, una classe – quella aristocratica – con un'altra – quella borghese, appunto – alla guida dello Stato.
Molti ritennero, a torto, che quella francese fosse una “rivoluzione massonica”, solamente in quanto fu usato – nella “Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino” del 1789 - il motto coniato dal conte di origine portoghese Alessandro Cagliostro, ovvero “Libertà, Uguaglianza, Fratellanza” (successivamente utilizzato – ancor oggi - dalle logge massoniche in tutto il mondo).
Cagliostro fu personalità vicina al popolo di Francia e di tutta Europa – inviso alle élite – e tentò persino di portare un rinnovamento spirituale profondo nella Massoneria dell'epoca, auspicandone una riunificazione (e aprendo le logge alle donne).
Purtuttavia il messaggio di Cagliostro fu unicamente spirituale e nulla aveva a che fare con la politica e, in particolare, egli non avrebbe mai approvato il bagno di sangue che portò con sé la Rivoluzione, che per Cagliostro doveva essere unicamente interiore e spirituale.
Da dire, peraltro, che furono molti di più i massoni finiti sulla ghigliottina, rispetto ai massoni rivoluzionari.
Portatrice di un rinnovamento che giovò molto poco al proletariato francese dell'epoca – che rimase sottomesso - la Rivoluzione Francese trovò una sua dimensione più conciliante qualche decennio dopo, con l'avvento di Napoleone il Grande, il quale riconciliò le classi popolari con quelle aristocratiche.
Fu infatti con Napoleone che furono avviate riforme sociali importanti e fu ripristinato un ordine perduto con il Terrore, imposto dai giacobini. E fu con Luigi Napoleone Bonaparte, ovvero con Napoleone III, dichiaratamente socialista sansimoniano (e già aderente alla Carboneria italiana), che furono introdotte una serie di riforme che giovarono al proletariato quali: abolizione del lavoro la domenica e i giorni festivi; creazione di crediti per gli agricoltori; creazione di società di mutuo soccorso; introduzione di ispettori del lavoro; creazione del pensionamento per i dipendenti pubblici; concessione di onoreficenze a operai e donne; istituzione di ospedali e asili per disabili; autorizzazione dei sindacati sindacati e introduzione di una legge sulle società cooperative; introduzione delle scuole primarie gratuite anche per le ragazze.
Queste solo alcune importanti riforme, che pur non bastarono al proletariato francese, il quale – cogliendo l'occasione della sconfitta della Francia contro la Prussia di Bismarck - si sollevò, nel 1871, nella prima rivoluzione proletaria e socialista della Storia, che istituì la famosa Comune di Parigi. Primo governo social-comunista al mondo.
La Comune durò poco, ma ispirò altre rivoluzioni proletarie vittoriose, come quella russa del 1905 e del 1917, che edificò il primo Stato socialista, peraltro plurinazionale, conciliando dunque popoli differenti, uniti nel socialismo e nell'emancipazione delle classi proletarie.
Da non dimenticare, ad ogni modo, altre importanti rivoluzioni che – a differenza della borghese Rivoluzione Francese – furono improntate a un carattere essenzialmente proletario e in favore di operai e contadini. Pensiamo ai moti mazziniani e garibaldini risorgimentali che, oltre all'Unità d'Italia miravano a radicali riforme sociali (non dimentichiamo infatti e peraltro che Mazzini e Garibaldi parteciparono, assieme a Marx, Engels, Bakunin e Proudhon, alla costruzione della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864, prima associazione socialista della Storia).
E pensiamo anche al movimento anarco-comunista ucraino di Nestor Makno, che promosse forme di autogestione socialista nel periodo della rivoluzione russa, purtroppo scontrandosi con Lenin e finendo per rimanerne sconfitto.
Non tutte queste rivoluzioni ebbero successo, oppure finirono non sempre in modo glorioso. Ma partirono da grandi ideali di emancipazione, che coinvolsero quel Quarto Stato che la tanto osannata Rivoluzione Francese ignorò del tutto. E questo non va dimenticato.
Ideali di emancipazione ormai sopiti, forse proprio da quei regimi liberal-liberisti descritti dallo scrittore russo Eduard Limonov nei primi Anni '90 nel suo “Le grand ospice occidental”, pubblicato in Francia da Les Belles Lettres nel 1993, ripubblicato – sempre in Francia – da Bartillat e ripubblicato di recente anche da da Bietti, con il titolo “Grande ospizio occidentale”.
Regimi che usano una forma di oppressione soft, come la pubblicità commerciale e un benessere materiale effimero. Che trattano i propri sudditi come pazienti bisognosi di cure, educazione e rieducazione (secondo i diktat del mercato e del consumo). E che, così facendo, reprimono ogni dissenso in modo molto più semplice (ed efficace) rispetto al passato.
Probabilmente aveva ragione il buon conte Alessandro Cagliostro. Occorre una rivoluzione interiore e spirituale, che apra gli occhi, ma soprattutto le menti e i cuori del nuovo Quarto Stato. Che non è affatto scomparso.
Luca Bagatin
venerdì 17 marzo 2023
Francia. La Storia in piazza. Napoleone e De Gaulle contro Macron vincono 10 a zero. Articolo di Luca Bagatin
L'avete mai vista la Storia in piazza?
No, dico, avete mai visto scendere in piazza i Bonaparte (Napoleone I e III), i De Gaulle, lo spirito del 1789, quello di Jean Jaurès, di Pierre Leroux e di tanti grandi repubblicani, socialisti e bonapartisti che la Storia (appunto!) di Francia abbia mai avuto?
Ecco, è quanto succede da giorni nella Francia governata in modo autoritario dal liberale di estrema destra Emmanuel Macron, che vuole aumentare l'età pensionabile da 62 a 64 anni e oggi lo fa persino senza il voto del Parlamento!
Un Parlamento le cui opposizioni sono, come la maggioranza dei cittadini francesi e dei sindacati francesi, sul piede di guerra nei confronti di un governo senza vergogna e non da oggi, ma almeno dal 2017!
Una situazione che ricorda tanto la Russia del 2018, con le opposizioni di sinistra e i cittadini russi che non accettavano l'altrettanto iniqua riforma delle pensioni voluta dal liberal conservatore autoritario Putin, che portò l'età pensionabile a 65 anni per gli uomini e a 60 per le donne.
In barba allo spirito di Lenin, di Herzen e dei grandi pensatori e rivoluzionari russi, il cui spirito alberga ancora oggi nei cittadini intellettualmente onesti.
Che chiedono, in ogni parte del mondo liberal capitalista: pace, diritti sociali, democrazia diretta, ovvero la possibilità di decidere per conto proprio e che hanno compreso che i politici, specie se liberali (ma non democratici), sono lì non per servire il cittadino, ma per privarlo dei propri diritti e della propria capacità decisionale.
Rendendolo così depresso, triste, una macchina da spremere nel sistema fiscale, economico, sociale.
In Italia dormiamo da sempre, invece, okay, lo sappiamo.
Dal 2019 abbiamo accettato di andare in pensione a 67 anni. Nessuno ha battuto ciglio.
Nemmeno un sindacato che, oggi, non stupisce andare a braccetto con la Meloni, ovvero con l'Agenda Draghi al governo.
Quanto alla sinistra, in Italia non esiste più dal 1992.
Del resto, anche se l'Italia è altrettanto ricca di Storia, i nostri Eroi, ovvero i Mazzini e i Garibaldi, i d'Annunzio e i Bettino Craxi furono sconfitti dai Savoia, dai Nitti, dai Crispi, dai Mussolini, dai Berlinguer, dai d'Alema, dagli Almirante e dalle Meloni.
E il popolo ha preferito salire sul carro del vincitore che era lì, pronto per fare le scelte opposte rispetto a quelle della volontà popolare.
L'avete mai vista la Storia in piazza, in Italia? No. Già molto se, la Storia, in Italia, è conosciuta.
Abbiamo però visto le Schlein e le Meloni invocare entrambe l'invio di “Più army!”.
Come se il clima da bomba atomica non fosse già sufficientemente inquietante così com'è da un anno a questa parte.
Abbiamo visto i sindacati andare a braccetto con i padroni.
Abbiamo visto però, anche, che i cittadini italiani disertano sempre più le urne, nel Lazio come in Lombardia. Dimostrando, così, di non essere sciocchi e di non avere più alcuna voglia di farsi menare per il naso.
“Il liberalismo ha fallito e per una buona ragione. Troppo spesso è stato compromesso dalle persone che lo rappresentavano”, diceva e a ragion veduta lo scrittore e giornalista statunitense Hunter S. Thompson.
Oggi come non mai appare evidente. Ma occorre esserne consapevoli, prima di essere seppelliti, tutti quanti, da un'infinita coltre di depressione collettiva indotta (dal Potere), agevolando così il definitivo avvento dell'intelligenza artificiale che, chissà se è o sarà poi davvero così intelligente...
Luca Bagatin
sabato 12 novembre 2022
Il socialismo di Napoleone III. Articolo di Luca Bagatin
Personaggio certamente contraddittorio, ma spesso calunniato e diffamato, persino nella sua Francia, Luigi Napoleone Bonaparte (1808 – 1873), nipote di Napoleone Bonaparte, fu personaggio chiave della modernizzazione e dell'emancipazione della Francia nel XIX secolo, passando alla Storia come Secondo Imperatore dei Francesi, con il nome di Napoleone III.
Ma chi era, in realtà, Luigi Napoleone Bonaparte che, dopo i suoi falliti tentativi di colpo di Stato per spodestare la monarchia orleanista, si presentò alle prime elezioni presidenziali francesi del 1848 e riuscì a stravincere con il 74% dei voti, sconfiggendo i vari candidati moderati, socialisti, socialdemocratici, liberali e monarchici e - nel 1852 - riuscì a farsi nominare Imperatore dei Francesi, dando così vita al Secondo Impero?
Figlio di Ortensia de Beauharnais (1783 - 1837) e del Re d'Olanda Luigi Bonaparte (1778 - 1846), fratello di Napoleone Bonaparte (1769 - 1821), Luigi Napoleone, esiliato dalla Francia dal 1816 e educato da Filippo La Bas a ideali rivoluzionari e democratici, aderì giovanissimo, con il fratello, alla Carboneria italiana.
Non sappiamo dire se fu affiliato alla Massoneria, come l'illustre zio, ma non è improbabile, visto che la gran parte dei carbonari erano anche iniziati alla Massoneria.
Quel che è certo è che, nei primi anni della sua vita, fu fervente rivoluzionario, in particolare in Italia, ove partecipò ai primi moti insurrezionalisti - contro il regime pontificio e asburgico - e strinse amicizia con il repubblicano mazziniano Francesco Arese, membro della “Giovine Italia” e che gli rimase amico per tutta la vita, anche quando divenne Imperatore.
Luigi Napoleone sviluppò, negli anni, grazie alla sua formazione, alle sue amicizie e alle sue letture, una coscienza socialista sansimoniana. Nella sua biblioteca, infatti, era possibile trovare – fra le altre - opere di Thomas More (1478 – 1535), Saint-Simon (1760 – 1825) e del socialista britannico Robert Owen (1771 - 1858).
Certo, si trattava di un socialismo pre-marxista, non ancora intriso di lotta di classe e di contrapposizioni fra borghesi e proletari.
Un socialismo sviluppato da pensatori della fine del XVIII secolo e dell'inizio del XIX, i quali si interrogavano sulla questione operaia e, dunque, sullo sfruttamento degli operai all'inizio della prima Rivoluzione industriale.
Il socialismo di Saint-Simon e di Owen, che farà proprio anche Luigi Napoleone, partiva da concezioni filantropiche, umanitarie, associazionistiche e comunitarie.
Il movimento delle forze produttive, l'intervento della comunità rappresentata dallo Stato, l'associazionismo-cooperativismo dei lavoratori-produttori, avrebbero potuto – secondo tali pensatori - alleviare la povertà e generare lo sviluppo della comunità stessa.
E' tale movimento che il filosofo, editore e scrittore francese Pierre Leroux (1797 – 1871) chiama, per la prima volta nella Storia, “socialismo”, coniando un termine all'epoca ancora sconosciuto. E lo fa in un articolo del 1833, che diverrà molto popolare all'epoca, dal titolo “De l'individualisme et du socialisme”.
Luigi Napoleone Bonaparte, imprigionato nella fortezza di Ham, a seguito del secondo colpo di Stato bonapartista contro Re Luigi Filippo d'Orleans il 6 agosto 1840 (il primo è del 30 ottobre 1836), decide dunque di dare corpo alle sue aspirazioni e di spiegare al popolo francese dell'epoca come già suo zio, Napoleone il Grande, fu un socialista ante-litteram.
Nel 1839, in prigione, scrive dunque un'opera molto importante, ovvero “Le idee napoleoniche”, nella quale egli intende presentarsi quale erede diretto dell'autorevole zio e, quindi, aspirante al trono francese.
La sua sembra dunque essere una concezione imperiale-socialista-rivoluzionaria e giustifica tale conceazione parlando, nel testo, delle riforme attuate da Napoleone Bonaparte. Un Imperatore che – come spiega Luigi Napoleone - ha difeso gli ideali democratici della Rivoluzione Francese, ma riconciliando le classi popolari con quelle aristocratiche, spogliando queste ultime di quell'assolutismo che tanto le aveva rese invise al popolo.
La concezione bonapartista, dunque, si pone quale trait-d'union fra classi popolari e aristocrazia, contrapponendosi al liberalismo, che rappresenta la borghesia e il nascente capitalismo industriale.
Napoleone III, non a caso, se da una parte ha inviso la reazionaria monarchia orleanlista-borbonica, ha parimenti inviso la visione degli Stati Uniti d'America, che considera una società priva di un centro politico e in balìa dei potentati economici.
Nel 1844, Luigi Napoleone Bonaparte, pubblica “L'estinzione del pauperismo”, un testo che viene considerato da autorevoli storici francesi, in particolare da Jean Sagnes, che molto si è occupato dell'argomento, una piccola Bibbia del socialismo luigi-napoleonico o bonapartista.
Jean Sagnes, storico francese in particolare di movimenti socialisti e operai, ha scritto in merito due saggi, purtroppo reperibili solo in francese e non tradotti né pubblicati in Italia, ovvero: “Les racines du socialisme de Louis-Napoleon Bonaparte” e “Napoleon III – Le parcours d'un sainst-simonien”.
Nei saggi vengono descritte le influenze di Luigi Napoleone, i suoi viaggi in Italia e in Inghilterra, nella quale conoscerà per la prima volta le tristi condizioni alle quali era sottoposta la classe operaia.
Pur non essendo un filosofo, come lo saranno invece Marx ed Engels, egli sviluppa una prima coscienza sociale e autogestionaria, vedendo nell'associazione dei lavoratori e nell'organizzazione del lavoro, le prime basi per l'emancipazione socale delle classi più povere e sfruttate.
Tali esperienze, assieme alle sua amicizie con massoni, carbonari, sansimoniani, repubblicani e montagnardi, rafforzeranno tale visione, che egli tenterà poi di portare allorquando giungerà al vertice governo del della Francia, prima come Presidente della Repubblica e, successivamente, come Imperatore.
Luigi Napoleone, come spiega Sagnes, è molto popolare fra le classi operaie e popolari, tanto che i voti al partito bonapartista sono raccolti in particolare fra quei ceti, in quanto i bonapartisti sono veri e propri sostenitori della trasformazione sociale del Paese. E, in tal senso, riescono facilmente a raccogliere la maggioranza assoluta dei seggi dell'Assemblea legislativa, lasciando le briciole ai monarchici orleanisti e ai repubblicani.
Il programma bonapartista è, infatti, in gran parte ispirato alle teorie socialise dell'epoca. In particolare l'attuazione di grandi opere grazie all'azione diretta dello Stato.
Sotto i governi di Napoleone III viene, infatti, introdotto il suffragio universale; abolito il lavoro la domenica e i giorni festivi; vengono creati crediti per aiutare gli agricoltori; create società di mutuo soccorso; introdotti gli ispettori del lavoro; viene creato il pensionamento per i dipendenti pubblici; vengono concesse onoreficenze a operai e donne; vengono istituiti ospedali e asili per disabili; vengono rimboschite le brughiere della Guascogna; viene attuata l'idea di associazione capitale/lavoro nel feudo di Solferino di proprietà di Napoleone III; i sindacati vengono autorizzati e viene introdotta una legge sulle società cooperative; vengono introdotte le scuole primarie gratuite anche per le ragazze.
Queste solo alcune delle riforme attuate dall'Impero di Napoleone III dal 1852 al 1870, anno della sua caduta, a causa della sconfitta nella guerra franco-prussiana della Francia.
E tutto ciò, come spiegato anche nei saggi di Jean Sagnes, contribuì ad innalzare il tenore di vita della popolazione francese.
Sagnes non tace gli aspetti più repressivi dell'Impero di Napoleone III, ma sottolinea come tale repressione non sia mai stata diretta contro la classe operaia, in quanto non è considerata affatto pericolosa.
Napoleone III, dunque, cerca di unire nel suo governo: giustizia sociale, autorità, armonia e sovranità nazionale, attraverso una saggia amministrazione.
Marx sarà un acceso critico di Napoleone III e della sua ascesa al potere, così come lo sarà anche del socialismo sansimoniano e di Robert Owen, che classificherà come “utopista”.
Ad ogni modo, sarebbe ingeneroso non considerare Luigi Napoleone Bonaparte, il Principe-Presidente-Imperatore, pur con tutti i suoi limiti e contraddizioni (non ultima l'invasione e deposizione della democratica Repubblica Romana, di ispirazione mazzinana e garibaldina del 1849) come parte integrante della Storia del socialismo e dell'emancipazione delle classi oppresse nella Francia del XIX secolo.
Luca Bagatin
venerdì 7 ottobre 2022
"Le idee napoleoniche" di Luigi Napoleone Bonaparte. Articolo di Luca Bagatin
Personaggio certamente poliedrico e contraddittorio, Luigi Napoleone Bonaparte (1808 - 1873), nipote del grande Napoleone.
Figlio di Ortensia de Beauharnais e del Re d'Olanda Luigi Bonaparte, fratello di Napoleone Bonaparte, Luigi Napoleone, esiliato dalla Francia dal 1816 e educato da Filippo La Bas a ideali rivoluzionari e democratici, aderì giovanissimo, con il fratello, alla Carboneria italiana.
In Italia, infatti, fu fervente rivoluzionario, pur senza dimenticare gli ideali bonapartisti dello zio e combinando ideali socialisti sansimoniani allo spirito bonapartista originario.
Fu con questo spirito che, Luigi Napoleone, prima di candidarsi a Presidente della Repubblica Francese, nel 1848 e diventare, successivamente, nel 1852, Imperatore dei Francesi con il nome di Napoleone III, scrisse, in prigione, a seguito di un colpo di Stato bonapartista contro Re Luigi Filippo d'Orleans, nel 1839, “Des Idées napoléoniennnes”.
Ripubblicato recentemente in Italia dalle Edizioni ETS, a cura della prof.ssa Tiziana Goruppi e con prefazione di Alessandro Polsi, con il titolo italiano “Le idee napoleoniche”, tale saggio rappresenta un manifesto bonapartista e, allo stesso tempo, una biografia socio-politica di Napoleone Bonaparte, zio dell'Autore.
Saggio con il quale Luigi Napoleone Bonaparte intendeva presentarsi quale erede diretto dell'autorevole zio e, quindi, aspirante al trono francese, nel testo si rivolge direttamente al popolo di Francia e in particolare tanto ai ceti popolari quanto a quelli medio-borghesi, contrapponendo la Francia napoleonica a quella orleanista-borbonica e reazionaria, oltre che agli Stati Uniti d'America, che il futuro Napoleone III considera una società priva di un centro politico e in balìa dei potentati economici, lontana da quei valori agrari e popolari incarnati dal bonapartismo.
Ne “Le idee napoleoniche”, Luigi Napoleone illustra, peraltro, l'idea di un'Europa unita e confederata, che aveva l'illustre zio, spiegando come egli “volle utilizzare le conquiste per la costituzione di una federazione europea”, dotandola di tutte le modernizzazioni sociali, economiche e civili che egli aveva già introdotto nella Francia dell'epoca, spodestando dal trono i monarchi reazionari.
“Rimpiazzare tra le nazioni d'Europa lo stato di natura con lo stato sociale, questo era il pensiero dell'Imperatore”, spiega il futuro Napoleone III nel suo saggio, aggiungendo: “per arrivarci bisognava portare l'Inghilterra e la Russia ad assecondare con franchezza le sue vedute”.
“L'uniformità delle monete, pesi, misure, l'uniformità della legislazione sarebbero stati ottenuti grazie al suo potente intervento”, scrive ancora Luigi Napoleone Bonaparte dello zio, rammaricandosi del fatto che, le grandi potenze europee - riunite nella Santa Alleanza - abbiano invece preferito sconfiggerlo e distruggere quel progetto fondato su “un'idea sociale, industriale, commerciale, umanitaria” che aveva chiuso “la voragine delle rivoluzioni” che, purtuttavia, le potenze europee - sconfiggendo Napoleone - avevano riaperto e, in tal senso, il futuro Napoleone III lancia un monito: “Attenti che questa voragine non v'inghotta!”.
Ne “Le idee napoleoniche”, Luigi Napoleone, ripercorre le riforme che, l'illustre zio, ha fornito alla Francia post-rivoluzionaria della sua epoca, riconciliando le classi popolari con quelle nobiliari, spogliando queste ultime di quell'assolutismo che tanto le aveva rese invise al popolo. “Salvando l'influenza morale della rivoluzione e diminuendo i timori che ispirava”, sottolinea, in proposito, Luigi Napoleone nel testo.
In tal senso, scrisse Luigi Napoleone dello zio, egli abolì la legge sul prestito forzoso e la rimpiazzò con una sovvenzione straordinaria addizionale ai contributi, nonché fece cessare il sequestro dei beni di coloro i quali non erano nelle condizioni di poter pagare e amnistiò tutti coloro i quali erano stati considerati, negli anni addietro, quali “nemici della Rivoluzione”.
“Raggruppare tutte le forze nazionali contro lo straniero, riorganizzare il paese sui principi di uguaglianza, ordine e giustizia, questo è il compito di Napoleone”, scrive il nipote nel testo.
Oltre a ciò, Napoleone, stipulò un Concordato con la Chiesa cattolica, riaffermando la laicità dello Stato ed allo stesso tempo la libertà religiosa.
“Ripristinò i titoli nobiliari, ma senza collegarvi privilegi o prerogative; quei titoli riguardavano tutte le nascite, tutti i servigi, tutte le professioni. Sotto l'Impero ogni idea di casta era abolita, nessuno pensava a vantarsi delle proprie pergamene, a un uomo si chiedeva ciò che aveva fatto, e non da chi era nato”, scrive Luigi Napoleone Bonaparte nel suo saggio sulle idee dello zio.
Sotto il profilo economico, inoltre, Luigi Napoleone sottolinea il carattere interventista dello zio, il quale fondò la Banca di Francia che, “pur rendendola indipendente dal governo, si riservava un'azione di controllo. Non chiedeva che gli prestasse denaro, bensì che concedesse facilitazioni per realizzare a buon mercato i redditi dello Stato a luogo e a tempo debiti”.
Anche sotto il profilo delle imposte, il futuro Napoleone III ricorda come lo zio non le amasse per nulla e, negli anni del suo governo, abbia sempre evitato di aumentarle, se non, addirittura, le abbia diminuite, nonché abbia istituito il catasto particellare, in modo che ciascun cittadino potesse pagare il giusto.
Sotto il profilo sociale, Luigi Napoleone, ricorda come “Nel 1810 furono creati sei istituti destinati ad accogliere orfani della Legion d'Onore, per un massimo di 600. Nel 1803 fu riorganizzato l'Hotel des Invalides, e furono aggiunte parecchie succursali in diversi punti (…). Nel 1807 agli ospizi vennero restituiti i beni alienati da un decreto della Convenzione”.
Inoltre, nel saggio, si ricorda come Napoleone avesse ordinato che le Chiese fossero aperte gratuitamente al pubblico e ridusse a un franco il costo di un posto in platea a teatro, in modo che i popolani potessero gustarsi i capolavori della letteratura dell'epoca.
Sotto il profilo economico, ne “Le idee napoleoniche”, si sottolinea come “L'Imperatore faceva la seguente classifica: L'agricoltura, l'anima, la base dell'Impero. L'industria, il benessere, la felicità della popolazione. Il commercio estero, la sovrabbondanza, il buon impiego delle altre due”.
Poiché l'agricoltura era posta al centro dell'economia, Napoleone, infatti, istituì sia un Codice rurale che una cattedra di economia rurale, oltre che dei premi per i migliori agricoltori e allevatori di bestiame.
E, anche per quanto riguardava i diritti degli operai, Napoleone fu piuttosto all'avanguardia, come spiega il nipote: “A Lione, e poi in altre città industriali, istituì un Consiglio di probiviri, autentici giudici di pace dell'industria che erano incaricati di risolvere le vertenze che potevano sorgere fra chi lavora e chi fa lavorare”. Vennero, come spiegato nel testo, inoltre, pubblicati dei regolamenti di disciplina delle fabbriche; delle camere consultive dei vari mestieri e, presso il Ministero delle degli Interni, venne istituito un Consiglio generale di fabbriche e manifatture.
“Le idee napoleoniche” si dilunga, inoltre, nel descrivere le numerose riforme apportate dal governo di Napoleone, anche a tutela della proprietà e contro gli espropri abusivi, oltre che l'istituzione delle divise nelle scuole, in modo che il figlio del povero non fosse considerato diverso da quello del ricco.
“Le idee napoleoniche”, assieme a “L'estinzione del pauperismo”, pubblicato nel 1844 (purtroppo non reperibile in nessuna edizione italiana, almeno recente), sono i testi più sociali del futuro Napoleone III, con i quali intendeva presentarsi al popolo di Francia.
Luigi Napoleone Bonaparte, infatti, falliti i suoi tentativi di colpo di Stato per spodestare la monarchia orleanista, si presentò alle prime elezioni presidenziali del 1848, svoltesi a seguito dei moti rivoluzionari che scacciarono Re Luigi Filippo d'Orleans.
Come rappresentante del partito bonapartista, riuscì a stravincere con il 74% dei voti, sconfiggendo il moderato Cavaignac e i vari candidati socialisti, socialdemocratici, liberali e monarchici.
Purtuttavia, con gli anni, per quanto Luigi Napoleone abbia introdotto numerose riforme e risollevato l'economia francese, non sempre fu all'altezza dell'illustre zio e finirà spesso per tradire gli ideali rivoluzionari, socialisti e carbonari di gioventù e, probabilmente, anche questo lo porterà a un triste declino, dopo la sconfitta della Francia contro la Prussia, nel 1871.
Ad ogni modo è ricordato ancora oggi in Francia e a lui è dedicata una rivista storica trimestrale, “Napoleon III” edita da Editions Soteca e un'associazione culturale, “Les Amis de Napoleon III”, che si occupa di studi storici relativi al Secondo Impero, con sede a Parigi.
Luca Bagatin











