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sabato 20 settembre 2025

Meloni, l'illusione di un'Italia sovrana. Articolo di David Saforcada

 

Giorgia Meloni continua a salire nei sondaggi. La sua fermezza, la sua autorevolezza e la sua capacità di incarnare un'Italia finalmente stabile sono elogiate. Ma se il Primo Ministro italiano rimane popolare, è anche perché non dà davvero fastidio a chi a Bruxelles e Washington detiene le redini.

Perché dietro l'atteggiamento marziale e la retorica sulla sovranità, Meloni si inserisce in una continuità atlantista e filoeuropea che rassicura le potenze tutelari. Sostegno incrollabile alla NATO, allineamento docile e lealtà al pareggio di bilancio dell'UE: questo è il vero segreto della sua longevità. Finché rimane in linea su queste questioni strategiche, ha carta bianca per esperimenti interni, che riguardino l'immigrazione, la tassazione o la retorica identitaria.

L'ombra della povertà
Ma mentre Meloni sfila sui palcoscenici internazionali, la vera Italia sta affondando. La povertà assoluta colpisce quasi un italiano su dieci, un fenomeno mai visto in un decennio. Un quarto della popolazione vive sotto la minaccia dell'esclusione sociale. La sostituzione del Reddito di cittadinanza con un Assegno di inclusione più restrittivo ha lasciato migliaia di famiglie in situazioni precarie, soprattutto al Sud. E i salari, schiacciati dall'inflazione nel 2022-2023, faticano a recuperare.

Un'economia in stallo
Crescita anemica, debito colossale, disoccupazione giovanile endemica: la penisola sopravvive, ma non progredisce. Le riforme strutturali promesse vengono diluite in continui compromessi, mentre il governo preferisce ostentare simboli identitari piuttosto che affrontare le cause profonde dei problemi dell'Italia: produttività in calo, servizi pubblici degradati e divario Nord-Sud.

L'illusione della sovranità
Il paradosso sta qui: Meloni parla di un'Italia orgogliosa e indipendente, ma il suo potere deriva proprio dalla sua conformità internazionale. Si impegna con la NATO, si sottomette alle regole di Bruxelles, applica le direttive macroeconomiche e in cambio può bloccare il dibattito interno, lusingare gli istinti di sicurezza e stringere la morsa sui più deboli.

In breve, Giorgia Meloni governa un'Italia che si crede sovrana ma non lo è. Il margine di manovra che le viene concesso in ambito interno nasconde a malapena la durezza delle condizioni sociali e l'assenza di un autentico piano di emancipazione economica.

Finché gli italiani riterranno una facciata di stabilità preferibile alla verità dei numeri, Meloni manterrà il controllo. Ma il giorno in cui la realtà dell'impoverimento raggiungerà la retorica, l'illusione rischia di svanire bruscamente.

David Saforcada

53 anni, bonapartista e Presidente del movimento politico francese “L'Appel au Peuple”, unico movimento bonapartista in Francia, guidato anche dal Principe Joachim Murat, discendente del Re di Napoli. Partito che difende i valori patriottici e sociali fedeli allo spirito promosso da Napoleone III.

Ha prestato servizio per circa dieci anni nell'esercito francese nel comparto di fanteria di marina, partecipando a diverse operazioni all'estero. Lavora attualmente nel settore privato.

giovedì 17 aprile 2025

Il bonapartismo storico e moderno, una forma di emancipazione sociale e di sovranità nazionale. Articolo di Luca Bagatin

 

Come scrissi alcuni anni fa in un articolo (https://amoreeliberta.blogspot.com/2022/11/il-socialismo-di-napoleone-iii-articolo.html), peraltro pubblicato anche in Francia, sulla rivista storica del Secondo Impero - “Napoleon III” - il carattere progressista e socialista del già Presidente della Repubblica Francese e successivamente Imperatore dei Francesi, Luigi Napoleone Bonaparte, ovvero Napoleone III, è pressoché sconosciuto ai più, almeno nel nostro Paese.

Così scrissi – fra le altre cose - nel mio articolo: “Luigi Napoleone sviluppò, negli anni, grazie alla sua formazione, alle sue amicizie e alle sue letture, una coscienza socialista sansimoniana. Nella sua biblioteca, infatti, era possibile trovare – fra le altre - opere di Thomas More (1478 – 1535), Saint-Simon (1760 – 1825) e del socialista britannico Robert Owen (1771 - 1858).

Certo, si trattava di un socialismo pre-marxista, non ancora intriso di lotta di classe e di contrapposizioni fra borghesi e proletari.

Un socialismo sviluppato da pensatori della fine del XVIII secolo e dell'inizio del XIX, i quali si interrogavano sulla questione operaia e, dunque, sullo sfruttamento degli operai all'inizio della prima Rivoluzione industriale.

Il socialismo di Saint-Simon e di Owen, che farà proprio anche Luigi Napoleone, partiva da concezioni filantropiche, umanitarie, associazionistiche e comunitarie.

Il movimento delle forze produttive, l'intervento della comunità rappresentata dallo Stato, l'associazionismo-cooperativismo dei lavoratori-produttori, avrebbero potuto – secondo tali pensatori - alleviare la povertà e generare lo sviluppo della comunità stessa.

E' tale movimento che il filosofo, editore e scrittore francese Pierre Leroux (1797 – 1871) chiama, per la prima volta nella Storia, “socialismo”, coniando un termine all'epoca ancora sconosciuto. E lo fa in un articolo del 1833, che diverrà molto popolare all'epoca, dal titolo “De l'individualisme et du socialisme””

Luigi Napoleone Bonaparte, imprigionato nella fortezza di Ham, a seguito del secondo colpo di Stato bonapartista contro Re Luigi Filippo d'Orleans il 6 agosto 1840 (il primo è del 30 ottobre 1836), decide dunque di dare corpo alle sue aspirazioni e di spiegare al popolo francese dell'epoca come già suo zio, Napoleone il Grande, fu un socialista ante-litteram.

Nel 1839, in prigione, scrive dunque un'opera molto importante, ovvero “Le idee napoleoniche”, nella quale egli intende presentarsi quale erede diretto dell'autorevole zio e, quindi, aspirante al trono francese.

La sua sembra dunque essere una concezione imperiale-socialista-rivoluzionaria e giustifica tale concezione parlando, nel testo, delle riforme attuate da Napoleone Bonaparte. Un Imperatore che – come spiega Luigi Napoleone - ha difeso gli ideali democratici della Rivoluzione Francese, ma riconciliando le classi popolari con quelle aristocratiche, spogliando queste ultime di quell'assolutismo che tanto le aveva rese invise al popolo.

La concezione bonapartista, dunque, si pone quale trait-d'union fra classi popolari e aristocrazia, contrapponendosi al liberalismo, che rappresenta la borghesia e il nascente capitalismo industriale”.

Del resto, nel 1844, Luigi Napoleone Bonaparte, pubblicò “L'estinzione del pauperismo”, un saggio nel quale si intravede la sua coscienza sociale e autogestionaria, fondata sull'associazione dei lavoratori e l'organizzazione del lavoro, quali prime basi per l'emancipazione delle classi povere e sfruttate.

Del resto, Luigi Napoleone, fu e rimase sempre amico di massoni, carbonari, repubblicani e montagnardi, molti dei quali italiani. Ed egli stesso fu membro della Carboneria (e, non è escluso, anche della Libera Muratoria).

Fondamentale ricordare che, come sottolineai nel mio articolo, “Sotto i governi di Napoleone III viene, infatti, introdotto il suffragio universale; abolito il lavoro la domenica e i giorni festivi; vengono creati crediti per aiutare gli agricoltori; create società di mutuo soccorso; introdotti gli ispettori del lavoro; viene creato il pensionamento per i dipendenti pubblici; vengono concesse onorificenze a operai e donne; vengono istituiti ospedali e asili per disabili; vengono rimboschite le brughiere della Guascogna; viene attuata l'idea di associazione capitale/lavoro nel feudo di Solferino di proprietà di Napoleone III; i sindacati vengono autorizzati e viene introdotta una legge sulle società cooperative; vengono introdotte le scuole primarie gratuite anche per le ragazze”.

Riforme sociali avanzatissime per l'epoca nella quale furono introdotte, se pensiamo che molte di queste, in altri Paesi europei, furono introdotte grazie alle lotte dei nascenti movimenti socialisti.

Ancora oggi c'è chi porta avanti, in Francia, gli ideali bonapartisti ed è il caso del movimento “L'Appel au Peauple” (https://lappelaupeuple.fr), che ricorda che il bonapartismo non è né liberalismo, né orleanismo, né nazionalismo identitario, ma è la via francese che “coniuga uno Stato forte, un appello al popolo e la modernizzazione”, nel solco degli insegnamenti di Napoleone Primo e Terzo.

In tal senso, il bonapartismo, sia storico che moderno, coniuga sovranità popolare, organizzazione pubblica, riforme sociali avanzate e affermazione dell'indipendenza nazionale e si è sempre dichiarato “né reazionario, né liberale”. Ovvero si dichiara “repubblicano, sociale e nazionale”.

Guidato da David Saforcada e dal Principe Joachim Murat, “L'Appel au Peauple”, all'opposizione e profondamente critico nei confronti sia dell'attuale governo Macron, che dell'opposizione francese di destra e sinistra, si è presentato alle elezioni europee nella coalizione “Nous le Peuple”, con la lista di sinistra “République souveraine”.

Promuove un programma di riforme sociali anti-liberal capitaliste; l'uscita della Francia dalla NATO e una revisione dell'UE e sostiene il rafforzamento del ruolo dello Stato e la laicità dello stesso, contro ogni fondamentalismo religioso.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

domenica 14 luglio 2024

Il limite della Rivoluzione Francese fu di essere borghese e non proletaria. Articolo di Luca Bagatin del 14 luglio 2023

Il 14 luglio si ricorda, in particolare in Francia, la presa della Bastiglia, ovvero l'avvio di quello che passerà alla Storia come l'inizio della Rivoluzione Francese (1789).

Lungi dall'essere una rivoluzione proletaria e di popolo, atta a portare avanti le istanze del Quarto Stato, la Rivoluzione Francese fu borghese e bottegaia e sostituì, semplicemente, una classe – quella aristocratica – con un'altra – quella borghese, appunto – alla guida dello Stato.

Molti ritennero, a torto, che quella francese fosse una “rivoluzione massonica”, solamente in quanto fu usato – nella “Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino” del 1789 - il motto coniato dal conte di origine portoghese Alessandro Cagliostro, ovvero “Libertà, Uguaglianza, Fratellanza” (successivamente utilizzato – ancor oggi - dalle logge massoniche in tutto il mondo).

Cagliostro fu personalità vicina al popolo di Francia e di tutta Europa – inviso alle élite – e tentò persino di portare un rinnovamento spirituale profondo nella Massoneria dell'epoca, auspicandone una riunificazione (e aprendo le logge alle donne).

Purtuttavia il messaggio di Cagliostro fu unicamente spirituale e nulla aveva a che fare con la politica e, in particolare, egli non avrebbe mai approvato il bagno di sangue che portò con sé la Rivoluzione, che per Cagliostro doveva essere unicamente interiore e spirituale.

Da dire, peraltro, che furono molti di più i massoni finiti sulla ghigliottina, rispetto ai massoni rivoluzionari.

Portatrice di un rinnovamento che giovò molto poco al proletariato francese dell'epoca – che rimase sottomesso - la Rivoluzione Francese trovò una sua dimensione più conciliante qualche decennio dopo, con l'avvento di Napoleone il Grande, il quale riconciliò le classi popolari con quelle aristocratiche.

Fu infatti con Napoleone che furono avviate riforme sociali importanti e fu ripristinato un ordine perduto con il Terrore, imposto dai giacobini. E fu con Luigi Napoleone Bonaparte, ovvero con Napoleone III, dichiaratamente socialista sansimoniano (e già aderente alla Carboneria italiana), che furono introdotte una serie di riforme che giovarono al proletariato quali: abolizione del lavoro la domenica e i giorni festivi; creazione di crediti per gli agricoltori; creazione di società di mutuo soccorso; introduzione di ispettori del lavoro; creazione del pensionamento per i dipendenti pubblici; concessione di onoreficenze a operai e donne; istituzione di ospedali e asili per disabili; autorizzazione dei sindacati sindacati e introduzione di una legge sulle società cooperative; introduzione delle scuole primarie gratuite anche per le ragazze.

Queste solo alcune importanti riforme, che pur non bastarono al proletariato francese, il quale – cogliendo l'occasione della sconfitta della Francia contro la Prussia di Bismarck - si sollevò, nel 1871, nella prima rivoluzione proletaria e socialista della Storia, che istituì la famosa Comune di Parigi. Primo governo social-comunista al mondo.

La Comune durò poco, ma ispirò altre rivoluzioni proletarie vittoriose, come quella russa del 1905 e del 1917, che edificò il primo Stato socialista, peraltro plurinazionale, conciliando dunque popoli differenti, uniti nel socialismo e nell'emancipazione delle classi proletarie.

Da non dimenticare, ad ogni modo, altre importanti rivoluzioni che – a differenza della borghese Rivoluzione Francese – furono improntate a un carattere essenzialmente proletario e in favore di operai e contadini. Pensiamo ai moti mazziniani e garibaldini risorgimentali che, oltre all'Unità d'Italia miravano a radicali riforme sociali (non dimentichiamo infatti e peraltro che Mazzini e Garibaldi parteciparono, assieme a Marx, Engels, Bakunin e Proudhon, alla costruzione della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864, prima associazione socialista della Storia).

E pensiamo anche al movimento anarco-comunista ucraino di Nestor Makno, che promosse forme di autogestione socialista nel periodo della rivoluzione russa, purtroppo scontrandosi con Lenin e finendo per rimanerne sconfitto.

Non tutte queste rivoluzioni ebbero successo, oppure finirono non sempre in modo glorioso. Ma partirono da grandi ideali di emancipazione, che coinvolsero quel Quarto Stato che la tanto osannata Rivoluzione Francese ignorò del tutto. E questo non va dimenticato.

Ideali di emancipazione ormai sopiti, forse proprio da quei regimi liberal-liberisti descritti dallo scrittore russo Eduard Limonov nei primi Anni '90 nel suo “Le grand ospice occidental”, pubblicato in Francia da Les Belles Lettres nel 1993, ripubblicato – sempre in Francia – da Bartillat e ripubblicato di recente anche da da Bietti, con il titolo “Grande ospizio occidentale”.

Regimi che usano una forma di oppressione soft, come la pubblicità commerciale e un benessere materiale effimero. Che trattano i propri sudditi come pazienti bisognosi di cure, educazione e rieducazione (secondo i diktat del mercato e del consumo). E che, così facendo, reprimono ogni dissenso in modo molto più semplice (ed efficace) rispetto al passato.

Probabilmente aveva ragione il buon conte Alessandro Cagliostro. Occorre una rivoluzione interiore e spirituale, che apra gli occhi, ma soprattutto le menti e i cuori del nuovo Quarto Stato. Che non è affatto scomparso.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

"Se soltanto il popolo si rendesse conto di quanto (Maria Antonietta) è diventata grande nella disgrazia, dovrebbe riverirla e amarla invece di credere a tutte le cattiverie e le menzogne che sono state messe in giro dai suoi nemici"
(Luigi XVI di Francia)

"Signori, sono innocente di tutto ciò di cui vengo incolpato. Auguro che il mio sangue possa consolidare la felicità dei francesi"
(Luigi XVI di Francia)

venerdì 19 gennaio 2024

La rivista francese del Secondo Impero, "Napoléon III", pubblica un articolo di Luca Bagatin, in francese, sul socialismo di Napoleone III

È per me un grande onore e piacere essere stato pubblicato dalla  pregevole rivista storica francese, "Napoléon III" (https://www.soteca-editions.fr/napoleon-iii-revue-du-souvenir-napoleonien-n64-sciences-et-innovation-sous-le-second-empire/), dedicata al Secondo Impero e diretta da David Chanteranne, che nel suo ultimo numero, ha pubblicato - nella rubrica Cahiers du Second Empire - un mio approfondito articolo, in francese, sul socialismo di Napoleone III, richiamato anche nella copertina della rivista stessa e presente, peraltro, anche nel mio ultimo saggio "Ritratti del Socialismo" (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/670930/ritratti-del-socialismo/), per i lettori italiani.
In pochi sanno, in Italia, probabilmente, che Luigi Napoleone Bonaparte, prima Presidente della Repubblica Francese e, successivamente, Imperatore dei Francesi con il nome di Napoleone III, fu un grande socialista sansimoniano della prima ora, e, nella sua Francia, portò avanti riforme avanzatissime per la sua epoca e merita di essere eternamente ricordato per l'opera politica, sociale e umanitaria che lo contraddistinse e che contraddistingue, ovunque, tutti i sinceri socialisti bonapartisti.

Luca Bagatin
 

venerdì 14 luglio 2023

Il limite della Rivoluzione Francese fu di essere borghese e non proletaria. Articolo di Luca Bagatin

Il 14 luglio si ricorda, in particolare in Francia, la presa della Bastiglia, ovvero l'avvio di quello che passerà alla Storia come l'inizio della Rivoluzione Francese (1789).

Lungi dall'essere una rivoluzione proletaria e di popolo, atta a portare avanti le istanze del Quarto Stato, la Rivoluzione Francese fu borghese e bottegaia e sostituì, semplicemente, una classe – quella aristocratica – con un'altra – quella borghese, appunto – alla guida dello Stato.

Molti ritennero, a torto, che quella francese fosse una “rivoluzione massonica”, solamente in quanto fu usato – nella “Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino” del 1789 - il motto coniato dal conte di origine portoghese Alessandro Cagliostro, ovvero “Libertà, Uguaglianza, Fratellanza” (successivamente utilizzato – ancor oggi - dalle logge massoniche in tutto il mondo).

Cagliostro fu personalità vicina al popolo di Francia e di tutta Europa – inviso alle élite – e tentò persino di portare un rinnovamento spirituale profondo nella Massoneria dell'epoca, auspicandone una riunificazione (e aprendo le logge alle donne).

Purtuttavia il messaggio di Cagliostro fu unicamente spirituale e nulla aveva a che fare con la politica e, in particolare, egli non avrebbe mai approvato il bagno di sangue che portò con sé la Rivoluzione, che per Cagliostro doveva essere unicamente interiore e spirituale.

Da dire, peraltro, che furono molti di più i massoni finiti sulla ghigliottina, rispetto ai massoni rivoluzionari.

Portatrice di un rinnovamento che giovò molto poco al proletariato francese dell'epoca – che rimase sottomesso - la Rivoluzione Francese trovò una sua dimensione più conciliante qualche decennio dopo, con l'avvento di Napoleone il Grande, il quale riconciliò le classi popolari con quelle aristocratiche.

Fu infatti con Napoleone che furono avviate riforme sociali importanti e fu ripristinato un ordine perduto con il Terrore, imposto dai giacobini. E fu con Luigi Napoleone Bonaparte, ovvero con Napoleone III, dichiaratamente socialista sansimoniano (e già aderente alla Carboneria italiana), che furono introdotte una serie di riforme che giovarono al proletariato quali: abolizione del lavoro la domenica e i giorni festivi; creazione di crediti per gli agricoltori; creazione di società di mutuo soccorso; introduzione di ispettori del lavoro; creazione del pensionamento per i dipendenti pubblici; concessione di onoreficenze a operai e donne; istituzione di ospedali e asili per disabili; autorizzazione dei sindacati sindacati e introduzione di una legge sulle società cooperative; introduzione delle scuole primarie gratuite anche per le ragazze.

Queste solo alcune importanti riforme, che pur non bastarono al proletariato francese, il quale – cogliendo l'occasione della sconfitta della Francia contro la Prussia di Bismarck - si sollevò, nel 1871, nella prima rivoluzione proletaria e socialista della Storia, che istituì la famosa Comune di Parigi. Primo governo social-comunista al mondo.

La Comune durò poco, ma ispirò altre rivoluzioni proletarie vittoriose, come quella russa del 1905 e del 1917, che edificò il primo Stato socialista, peraltro plurinazionale, conciliando dunque popoli differenti, uniti nel socialismo e nell'emancipazione delle classi proletarie.

Da non dimenticare, ad ogni modo, altre importanti rivoluzioni che – a differenza della borghese Rivoluzione Francese – furono improntate a un carattere essenzialmente proletario e in favore di operai e contadini. Pensiamo ai moti mazziniani e garibaldini risorgimentali che, oltre all'Unità d'Italia miravano a radicali riforme sociali (non dimentichiamo infatti e peraltro che Mazzini e Garibaldi parteciparono, assieme a Marx, Engels, Bakunin e Proudhon, alla costruzione della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864, prima associazione socialista della Storia).

E pensiamo anche al movimento anarco-comunista ucraino di Nestor Makno, che promosse forme di autogestione socialista nel periodo della rivoluzione russa, purtroppo scontrandosi con Lenin e finendo per rimanerne sconfitto.

Non tutte queste rivoluzioni ebbero successo, oppure finirono non sempre in modo glorioso. Ma partirono da grandi ideali di emancipazione, che coinvolsero quel Quarto Stato che la tanto osannata Rivoluzione Francese ignorò del tutto. E questo non va dimenticato.

Ideali di emancipazione ormai sopiti, forse proprio da quei regimi liberal-liberisti descritti dallo scrittore russo Eduard Limonov nei primi Anni '90 nel suo “Le grand ospice occidental”, pubblicato in Francia da Les Belles Lettres nel 1993, ripubblicato – sempre in Francia – da Bartillat e ripubblicato di recente anche da da Bietti, con il titolo “Grande ospizio occidentale”.

Regimi che usano una forma di oppressione soft, come la pubblicità commerciale e un benessere materiale effimero. Che trattano i propri sudditi come pazienti bisognosi di cure, educazione e rieducazione (secondo i diktat del mercato e del consumo). E che, così facendo, reprimono ogni dissenso in modo molto più semplice (ed efficace) rispetto al passato.

Probabilmente aveva ragione il buon conte Alessandro Cagliostro. Occorre una rivoluzione interiore e spirituale, che apra gli occhi, ma soprattutto le menti e i cuori del nuovo Quarto Stato. Che non è affatto scomparso.

Luca Bagatin

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mercoledì 5 luglio 2023

Pier Carpi, autore dimenticato capace di illuminare le menti di appassionati di esoterismo, Risorgimento e avventura. Articolo di Luca Bagatin

  

Arnaldo Piero Carpi, in arte Pier Carpi, emiliano, nato nel 1940.

Scrittore, giornalista, regista, poeta, fumettista dimenticato, che personalmente trovo una delle menti e delle penne più brillanti del Novecento e infatti, di lui, ho scritto moltissimo, anche nei miei saggi a carattere esoterico (si veda in particolare il mio saggio “Universo Massonico”, pubblicato da Bastogi nel 2012).

Pier Carpi, che fu fine studioso di esoterismo, misteriosofia, teosofia e massoneria, iniziò la sua carriera come fumettista ed è probabilmente noto alle nuove generazioni grazie al fatto che la Sergio Bonelli Editore – pregiatissima casa editrice di fumetti quali Tex, Dylan Dog, Zagor e Martin Mystere – ha ripubblicato di recente, nella collana “Le Storie”, un paio di sue opere fumettistiche, quali “Gli strangolatori” e “Il serpente d'argento”.

Opere, anch'esse, intrise di Storia, mistero, avventura e esoterismo.

Pier Carpi fu peraltro, negli Anni '70, fine regista di film a sfondo esoterico quali “Cagliostro”, - con protagonista il grande attore jugoslavo Bekim Fehmiu e alla cui sceneggiatura collaborò Enrica Bonaccorti - tratto dal suo ottimo e omonimo saggio, nel quale riabilitò la figura di questo mago fatto ingiustamente passare – dall'Inquisizione cattolica – per un imbroglione. E poi “Povero Cristo”, nel quale recitò un ancora sconosciuto e giovanissimo Mino Reitano e “Un'ombra nell'ombra”, horror esoterico nel quale recitarono, fra gli altri, Anne Heywood e Valentina Cortese, oltre che il mio carissimo amico Peter Boom, che peraltro fu collaboratore del mio primo blog e fu attivista dei diritti civili dagli Anni '60 sino alla sua morte, nel 2011.

Pier Carpi fu ingiustamente criticato e soprattutto gli fu a lungo impedito di lavorare solo perché amico di Licio Gelli, Mastro Venerabile della Loggia massonica Propaganda 2 del Grande Oriente d'Italia. Pier Carpi dimostrò, peraltro, in due approfonditi saggi (“Il caso Gelli: la verità sulla loggia P2, parla Licio Gelli con documenti inediti” e “Il Venerabile”) – come si incaricheranno i fatti e le sentenze definitive di dimostrare – che Gelli non era affatto il farabutto che i media e il mondo politico volevano far credere e che la loggia massonica P2 non era né segreta, né tramava contro alcuno, ma era formata, prevalentemente, da galantuomini (lo stesso Pier Carpi vi si trovò inserito, peraltro a sua insaputa).

Pier Carpi, nella sua umile carriera (nacque orfano, si sposò giovanissimo con la scrittrice Franca Bigliardi e visse sempre modestamente, al punto di morire completamente povero), scrisse non solo opere umoristiche e fumettistiche, ma si occupò anche di storia della magia e di figure quali Rasputin (riabilitandone la falsa “leggenda nera) e John Kennedy (dimostrando che non fu affatto un grande e specchiato leader e di ciò ne scrissi in un lungo articolo per il quotidiano “L'Opinione delle Libertà” nel 2013), oltre che della figura del Cristo in chiave spirituale, gnostica ed esoterica e delle profezie di Papa Giovanni XXIII.

Debbo dire che ho letto (e spesso riletto) quasi tutte le opere di Pier Carpi, fuori catalogo da decenni e mai più ripubblicate (purtroppo!) e ogni volta le trovo e le ho trovate illuminanti.

La scrittura semplice, ma allo stesso tempo romanzesca e avventurosa le rendono particolarmente piacevoli. Oltre che lo smontare tesi e luoghi comuni con documenti e rivelazioni troppo spesso – se non sempre – trascurate dalla vulgata e dal cosiddetto mainstream, le rendono uniche.

Recentemente ho trovato particolarmente interessante un suo romanzo ambientato durante il Risorgimento, che egli scrisse con la collaborazione di Vittorio Emanuele di Savoia, che gli fu molto amico e che, nella redazione del libro, si occupò prevalentemente della parte storica e dell'analisi dei documenti.

“Il Principe – Un romanzo del Risorgimento”, che fu edito da Sugarco nel 1971 e che volendo si può ancora reperire o in qualche libreria antiquaria, oppure su ebay, è un romanzo d'avventura, ricco di colpi di scena, ma anche ricco di aspetti storici meno conosciuti e approfonditi.

Il romanzo, ambientato fra il 1858 e il 1859, all'epoca delle trattative segrete fra Cavour e Napoleone III, affinché quest'ultimo intervenisse in favore dell'unificazione italiana, contro gli austriaci, narra la contrapposizione fra il Principe e il Ragno.

Il Principe è un misterioso cavaliere bianco di cui nessuno ha mai visto il volto, il quale sostiene la causa dell'unità d'Italia contro i tiranni d'Europa. Egli sembra quasi un essere sopranaturale, accompagnato da un falco che uccide le sue vittime. Il suo acerrimo nemico è il Ragno e la sua setta di incappucciati. Il Ragno è un uomo senza scrupoli vestito di rosso, con una maschera che reca appunto l'immagine di un ragno e, con la sua società segreta mercenaria, s'infiltra nella diplomazia internazionale e nelle corti d'Europa allo scopo di far fallire i piani del Principe, quelli di Casa Savoia, di Giuseppe Garibaldi e di Giuseppe Mazzini.

E' sullo sfondo di questa lotta, oltre che sullo sfondo dell'epopea risorgimentale che si dipana la trama di questo suggestivo romanzo di Pier Carpi.

Romanzo nel quale vengono descritti i rituali dell'antica Carboneria, associazione segreta iniziatica i cui simboli ancestrali sono ispirati al lavoro e alla fauna dei boschi; nel quale si mescolano le trame del clero romano, le apparizioni della Madonna di Lourdes, le gesta di Garibaldi, di Re Vittorio Emanuele e Napoleone III, conoscenze alchemiche e le assurde pratiche dei conventi giansenisti ancora esistenti.

Fruttuosa e interessante la collaborazione del repubblicano dichiarato Pier Carpi e del monarchico – anche per discendenza – Vittorio Emanuele di Savoia, nelle insolite e probabilmente sconosciute vesti di co-autore. I due hanno infatti dato alla luce un romanzo particolarmente felice per tutti gli appassionati di Risorgimento, esoterismo e Storia.

Pier Carpi, morto prematuramente nel 2000 a soli sessant'anni – purtroppo dimenticato dai più - e che ho iniziato a leggere oltre vent'anni fa, non smette mai di illuminarmi con le sue opere, che meriterebbero non solo un posto d'onore nella Storia della letteratura italiana, europea e mondiale, ma soprattutto di essere ripubblicate.

Luca Bagatin

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sabato 12 novembre 2022

Il socialismo di Napoleone III. Articolo di Luca Bagatin

Personaggio certamente contraddittorio, ma spesso calunniato e diffamato, persino nella sua Francia, Luigi Napoleone Bonaparte (1808 – 1873), nipote di Napoleone Bonaparte, fu personaggio chiave della modernizzazione e dell'emancipazione della Francia nel XIX secolo, passando alla Storia come Secondo Imperatore dei Francesi, con il nome di Napoleone III.

Ma chi era, in realtà, Luigi Napoleone Bonaparte che, dopo i suoi falliti tentativi di colpo di Stato per spodestare la monarchia orleanista, si presentò alle prime elezioni presidenziali francesi del 1848 e riuscì a stravincere con il 74% dei voti, sconfiggendo i vari candidati moderati, socialisti, socialdemocratici, liberali e monarchici e - nel 1852 - riuscì a farsi nominare Imperatore dei Francesi, dando così vita al Secondo Impero?

Figlio di Ortensia de Beauharnais (1783 - 1837) e del Re d'Olanda Luigi Bonaparte (1778 - 1846), fratello di Napoleone Bonaparte (1769 - 1821), Luigi Napoleone, esiliato dalla Francia dal 1816 e educato da Filippo La Bas a ideali rivoluzionari e democratici, aderì giovanissimo, con il fratello, alla Carboneria italiana.

Non sappiamo dire se fu affiliato alla Massoneria, come l'illustre zio, ma non è improbabile, visto che la gran parte dei carbonari erano anche iniziati alla Massoneria.

Quel che è certo è che, nei primi anni della sua vita, fu fervente rivoluzionario, in particolare in Italia, ove partecipò ai primi moti insurrezionalisti - contro il regime pontificio e asburgico - e strinse amicizia con il repubblicano mazziniano Francesco Arese, membro della “Giovine Italia” e che gli rimase amico per tutta la vita, anche quando divenne Imperatore.

Luigi Napoleone sviluppò, negli anni, grazie alla sua formazione, alle sue amicizie e alle sue letture, una coscienza socialista sansimoniana. Nella sua biblioteca, infatti, era possibile trovare – fra le altre - opere di Thomas More (1478 – 1535), Saint-Simon (1760 – 1825) e del socialista britannico Robert Owen (1771 - 1858).

Certo, si trattava di un socialismo pre-marxista, non ancora intriso di lotta di classe e di contrapposizioni fra borghesi e proletari.

Un socialismo sviluppato da pensatori della fine del XVIII secolo e dell'inizio del XIX, i quali si interrogavano sulla questione operaia e, dunque, sullo sfruttamento degli operai all'inizio della prima Rivoluzione industriale.

Il socialismo di Saint-Simon e di Owen, che farà proprio anche Luigi Napoleone, partiva da concezioni filantropiche, umanitarie, associazionistiche e comunitarie.

Il movimento delle forze produttive, l'intervento della comunità rappresentata dallo Stato, l'associazionismo-cooperativismo dei lavoratori-produttori, avrebbero potuto – secondo tali pensatori - alleviare la povertà e generare lo sviluppo della comunità stessa.

E' tale movimento che il filosofo, editore e scrittore francese Pierre Leroux (1797 – 1871) chiama, per la prima volta nella Storia, “socialismo”, coniando un termine all'epoca ancora sconosciuto. E lo fa in un articolo del 1833, che diverrà molto popolare all'epoca, dal titolo “De l'individualisme et du socialisme”.

Luigi Napoleone Bonaparte, imprigionato nella fortezza di Ham, a seguito del secondo colpo di Stato bonapartista contro Re Luigi Filippo d'Orleans il 6 agosto 1840 (il primo è del 30 ottobre 1836), decide dunque di dare corpo alle sue aspirazioni e di spiegare al popolo francese dell'epoca come già suo zio, Napoleone il Grande, fu un socialista ante-litteram.

Nel 1839, in prigione, scrive dunque un'opera molto importante, ovvero “Le idee napoleoniche”, nella quale egli intende presentarsi quale erede diretto dell'autorevole zio e, quindi, aspirante al trono francese.

La sua sembra dunque essere una concezione imperiale-socialista-rivoluzionaria e giustifica tale conceazione parlando, nel testo, delle riforme attuate da Napoleone Bonaparte. Un Imperatore che – come spiega Luigi Napoleone - ha difeso gli ideali democratici della Rivoluzione Francese, ma riconciliando le classi popolari con quelle aristocratiche, spogliando queste ultime di quell'assolutismo che tanto le aveva rese invise al popolo.

La concezione bonapartista, dunque, si pone quale trait-d'union fra classi popolari e aristocrazia, contrapponendosi al liberalismo, che rappresenta la borghesia e il nascente capitalismo industriale.

Napoleone III, non a caso, se da una parte ha inviso la reazionaria monarchia orleanlista-borbonica, ha parimenti inviso la visione degli Stati Uniti d'America, che considera una società priva di un centro politico e in balìa dei potentati economici.

Nel 1844, Luigi Napoleone Bonaparte, pubblica “L'estinzione del pauperismo”, un testo che viene considerato da autorevoli storici francesi, in particolare da Jean Sagnes, che molto si è occupato dell'argomento, una piccola Bibbia del socialismo luigi-napoleonico o bonapartista.

Jean Sagnes, storico francese in particolare di movimenti socialisti e operai, ha scritto in merito due saggi, purtroppo reperibili solo in francese e non tradotti né pubblicati in Italia, ovvero: “Les racines du socialisme de Louis-Napoleon Bonaparte” e “Napoleon III – Le parcours d'un sainst-simonien”.

Nei saggi vengono descritte le influenze di Luigi Napoleone, i suoi viaggi in Italia e in Inghilterra, nella quale conoscerà per la prima volta le tristi condizioni alle quali era sottoposta la classe operaia.

Pur non essendo un filosofo, come lo saranno invece Marx ed Engels, egli sviluppa una prima coscienza sociale e autogestionaria, vedendo nell'associazione dei lavoratori e nell'organizzazione del lavoro, le prime basi per l'emancipazione socale delle classi più povere e sfruttate.

Tali esperienze, assieme alle sua amicizie con massoni, carbonari, sansimoniani, repubblicani e montagnardi, rafforzeranno tale visione, che egli tenterà poi di portare allorquando giungerà al vertice governo del della Francia, prima come Presidente della Repubblica e, successivamente, come Imperatore.

Luigi Napoleone, come spiega Sagnes, è molto popolare fra le classi operaie e popolari, tanto che i voti al partito bonapartista sono raccolti in particolare fra quei ceti, in quanto i bonapartisti sono veri e propri sostenitori della trasformazione sociale del Paese. E, in tal senso, riescono facilmente a raccogliere la maggioranza assoluta dei seggi dell'Assemblea legislativa, lasciando le briciole ai monarchici orleanisti e ai repubblicani.

Il programma bonapartista è, infatti, in gran parte ispirato alle teorie socialise dell'epoca. In particolare l'attuazione di grandi opere grazie all'azione diretta dello Stato.

Sotto i governi di Napoleone III viene, infatti, introdotto il suffragio universale; abolito il lavoro la domenica e i giorni festivi; vengono creati crediti per aiutare gli agricoltori; create società di mutuo soccorso; introdotti gli ispettori del lavoro; viene creato il pensionamento per i dipendenti pubblici; vengono concesse onoreficenze a operai e donne; vengono istituiti ospedali e asili per disabili; vengono rimboschite le brughiere della Guascogna; viene attuata l'idea di associazione capitale/lavoro nel feudo di Solferino di proprietà di Napoleone III; i sindacati vengono autorizzati e viene introdotta una legge sulle società cooperative; vengono introdotte le scuole primarie gratuite anche per le ragazze.

Queste solo alcune delle riforme attuate dall'Impero di Napoleone III dal 1852 al 1870, anno della sua caduta, a causa della sconfitta nella guerra franco-prussiana della Francia.

E tutto ciò, come spiegato anche nei saggi di Jean Sagnes, contribuì ad innalzare il tenore di vita della popolazione francese.

Sagnes non tace gli aspetti più repressivi dell'Impero di Napoleone III, ma sottolinea come tale repressione non sia mai stata diretta contro la classe operaia, in quanto non è considerata affatto pericolosa.

Napoleone III, dunque, cerca di unire nel suo governo: giustizia sociale, autorità, armonia e sovranità nazionale, attraverso una saggia amministrazione.

Marx sarà un acceso critico di Napoleone III e della sua ascesa al potere, così come lo sarà anche del socialismo sansimoniano e di Robert Owen, che classificherà come “utopista”.

Ad ogni modo, sarebbe ingeneroso non considerare Luigi Napoleone Bonaparte, il Principe-Presidente-Imperatore, pur con tutti i suoi limiti e contraddizioni (non ultima l'invasione e deposizione della democratica Repubblica Romana, di ispirazione mazzinana e garibaldina del 1849) come parte integrante della Storia del socialismo e dell'emancipazione delle classi oppresse nella Francia del XIX secolo.

Luca Bagatin

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venerdì 7 ottobre 2022

"Le idee napoleoniche" di Luigi Napoleone Bonaparte. Articolo di Luca Bagatin

 

Personaggio certamente poliedrico e contraddittorio, Luigi Napoleone Bonaparte (1808 - 1873), nipote del grande Napoleone.

Figlio di Ortensia de Beauharnais e del Re d'Olanda Luigi Bonaparte, fratello di Napoleone Bonaparte, Luigi Napoleone, esiliato dalla Francia dal 1816 e educato da Filippo La Bas a ideali rivoluzionari e democratici, aderì giovanissimo, con il fratello, alla Carboneria italiana.

In Italia, infatti, fu fervente rivoluzionario, pur senza dimenticare gli ideali bonapartisti dello zio e combinando ideali socialisti sansimoniani allo spirito bonapartista originario.

Fu con questo spirito che, Luigi Napoleone, prima di candidarsi a Presidente della Repubblica Francese, nel 1848 e diventare, successivamente, nel 1852, Imperatore dei Francesi con il nome di Napoleone III, scrisse, in prigione, a seguito di un colpo di Stato bonapartista contro Re Luigi Filippo d'Orleans, nel 1839, “Des Idées napoléoniennnes”.

Ripubblicato recentemente in Italia dalle Edizioni ETS, a cura della prof.ssa Tiziana Goruppi e con prefazione di Alessandro Polsi, con il titolo italiano “Le idee napoleoniche”, tale saggio rappresenta un manifesto bonapartista e, allo stesso tempo, una biografia socio-politica di Napoleone Bonaparte, zio dell'Autore.

Saggio con il quale Luigi Napoleone Bonaparte intendeva presentarsi quale erede diretto dell'autorevole zio e, quindi, aspirante al trono francese, nel testo si rivolge direttamente al popolo di Francia e in particolare tanto ai ceti popolari quanto a quelli medio-borghesi, contrapponendo la Francia napoleonica a quella orleanista-borbonica e reazionaria, oltre che agli Stati Uniti d'America, che il futuro Napoleone III considera una società priva di un centro politico e in balìa dei potentati economici, lontana da quei valori agrari e popolari incarnati dal bonapartismo.

Ne “Le idee napoleoniche”, Luigi Napoleone illustra, peraltro, l'idea di un'Europa unita e confederata, che aveva l'illustre zio, spiegando come egli “volle utilizzare le conquiste per la costituzione di una federazione europea”, dotandola di tutte le modernizzazioni sociali, economiche e civili che egli aveva già introdotto nella Francia dell'epoca, spodestando dal trono i monarchi reazionari.

Rimpiazzare tra le nazioni d'Europa lo stato di natura con lo stato sociale, questo era il pensiero dell'Imperatore”, spiega il futuro Napoleone III nel suo saggio, aggiungendo: “per arrivarci bisognava portare l'Inghilterra e la Russia ad assecondare con franchezza le sue vedute”.

L'uniformità delle monete, pesi, misure, l'uniformità della legislazione sarebbero stati ottenuti grazie al suo potente intervento”, scrive ancora Luigi Napoleone Bonaparte dello zio, rammaricandosi del fatto che, le grandi potenze europee - riunite nella Santa Alleanza - abbiano invece preferito sconfiggerlo e distruggere quel progetto fondato su “un'idea sociale, industriale, commerciale, umanitaria” che aveva chiuso “la voragine delle rivoluzioni” che, purtuttavia, le potenze europee - sconfiggendo Napoleone - avevano riaperto e, in tal senso, il futuro Napoleone III lancia un monito: “Attenti che questa voragine non v'inghotta!”.

Ne “Le idee napoleoniche”, Luigi Napoleone, ripercorre le riforme che, l'illustre zio, ha fornito alla Francia post-rivoluzionaria della sua epoca, riconciliando le classi popolari con quelle nobiliari, spogliando queste ultime di quell'assolutismo che tanto le aveva rese invise al popolo. “Salvando l'influenza morale della rivoluzione e diminuendo i timori che ispirava”, sottolinea, in proposito, Luigi Napoleone nel testo.

In tal senso, scrisse Luigi Napoleone dello zio, egli abolì la legge sul prestito forzoso e la rimpiazzò con una sovvenzione straordinaria addizionale ai contributi, nonché fece cessare il sequestro dei beni di coloro i quali non erano nelle condizioni di poter pagare e amnistiò tutti coloro i quali erano stati considerati, negli anni addietro, quali “nemici della Rivoluzione”.

Raggruppare tutte le forze nazionali contro lo straniero, riorganizzare il paese sui principi di uguaglianza, ordine e giustizia, questo è il compito di Napoleone”, scrive il nipote nel testo.

Oltre a ciò, Napoleone, stipulò un Concordato con la Chiesa cattolica, riaffermando la laicità dello Stato ed allo stesso tempo la libertà religiosa.

Ripristinò i titoli nobiliari, ma senza collegarvi privilegi o prerogative; quei titoli riguardavano tutte le nascite, tutti i servigi, tutte le professioni. Sotto l'Impero ogni idea di casta era abolita, nessuno pensava a vantarsi delle proprie pergamene, a un uomo si chiedeva ciò che aveva fatto, e non da chi era nato”, scrive Luigi Napoleone Bonaparte nel suo saggio sulle idee dello zio.

Sotto il profilo economico, inoltre, Luigi Napoleone sottolinea il carattere interventista dello zio, il quale fondò la Banca di Francia che, “pur rendendola indipendente dal governo, si riservava un'azione di controllo. Non chiedeva che gli prestasse denaro, bensì che concedesse facilitazioni per realizzare a buon mercato i redditi dello Stato a luogo e a tempo debiti”.

Anche sotto il profilo delle imposte, il futuro Napoleone III ricorda come lo zio non le amasse per nulla e, negli anni del suo governo, abbia sempre evitato di aumentarle, se non, addirittura, le abbia diminuite, nonché abbia istituito il catasto particellare, in modo che ciascun cittadino potesse pagare il giusto.

Sotto il profilo sociale, Luigi Napoleone, ricorda come “Nel 1810 furono creati sei istituti destinati ad accogliere orfani della Legion d'Onore, per un massimo di 600. Nel 1803 fu riorganizzato l'Hotel des Invalides, e furono aggiunte parecchie succursali in diversi punti (…). Nel 1807 agli ospizi vennero restituiti i beni alienati da un decreto della Convenzione”.

Inoltre, nel saggio, si ricorda come Napoleone avesse ordinato che le Chiese fossero aperte gratuitamente al pubblico e ridusse a un franco il costo di un posto in platea a teatro, in modo che i popolani potessero gustarsi i capolavori della letteratura dell'epoca.

Sotto il profilo economico, ne “Le idee napoleoniche”, si sottolinea come “L'Imperatore faceva la seguente classifica: L'agricoltura, l'anima, la base dell'Impero. L'industria, il benessere, la felicità della popolazione. Il commercio estero, la sovrabbondanza, il buon impiego delle altre due”.

Poiché l'agricoltura era posta al centro dell'economia, Napoleone, infatti, istituì sia un Codice rurale che una cattedra di economia rurale, oltre che dei premi per i migliori agricoltori e allevatori di bestiame.

E, anche per quanto riguardava i diritti degli operai, Napoleone fu piuttosto all'avanguardia, come spiega il nipote: “A Lione, e poi in altre città industriali, istituì un Consiglio di probiviri, autentici giudici di pace dell'industria che erano incaricati di risolvere le vertenze che potevano sorgere fra chi lavora e chi fa lavorare”. Vennero, come spiegato nel testo, inoltre, pubblicati dei regolamenti di disciplina delle fabbriche; delle camere consultive dei vari mestieri e, presso il Ministero delle degli Interni, venne istituito un Consiglio generale di fabbriche e manifatture.

“Le idee napoleoniche” si dilunga, inoltre, nel descrivere le numerose riforme apportate dal governo di Napoleone, anche a tutela della proprietà e contro gli espropri abusivi, oltre che l'istituzione delle divise nelle scuole, in modo che il figlio del povero non fosse considerato diverso da quello del ricco.

“Le idee napoleoniche”, assieme a “L'estinzione del pauperismo”, pubblicato nel 1844 (purtroppo non reperibile in nessuna edizione italiana, almeno recente), sono i testi più sociali del futuro Napoleone III, con i quali intendeva presentarsi al popolo di Francia.

Luigi Napoleone Bonaparte, infatti, falliti i suoi tentativi di colpo di Stato per spodestare la monarchia orleanista, si presentò alle prime elezioni presidenziali del 1848, svoltesi a seguito dei moti rivoluzionari che scacciarono Re Luigi Filippo d'Orleans.

Come rappresentante del partito bonapartista, riuscì a stravincere con il 74% dei voti, sconfiggendo il moderato Cavaignac e i vari candidati socialisti, socialdemocratici, liberali e monarchici.

Purtuttavia, con gli anni, per quanto Luigi Napoleone abbia introdotto numerose riforme e risollevato l'economia francese, non sempre fu all'altezza dell'illustre zio e finirà spesso per tradire gli ideali rivoluzionari, socialisti e carbonari di gioventù e, probabilmente, anche questo lo porterà a un triste declino, dopo la sconfitta della Francia contro la Prussia, nel 1871.

Ad ogni modo è ricordato ancora oggi in Francia e a lui è dedicata una rivista storica trimestrale, “Napoleon III” edita da Editions Soteca e un'associazione culturale, “Les Amis de Napoleon III”, che si occupa di studi storici relativi al Secondo Impero, con sede a Parigi.

Luca Bagatin

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